Mostre per agosto

Ciao,

prima di goderci tutti quanti le meritate ferie, vi lascio qualche consiglio per le mostre da vedere in agosto. Sono davvero tante e bellissime!

Non dimenticate di dare un’occhiata alla pagina delle mostre sempre aggiornata.

Buone vacanze!

Anna

Le mostre del festival di Arles

 

Anche quest’anno il programma di Les Rencontres de la Photographie ad Arles si preannuncia quanto mai ricco.

Tra le mostre, segnaliamo in particolare: Joel Meyerowitz, Michael Wolf, Masahisa Fukase, Roger Ballen, ma date un’occhiata al programma completo che trovate qua perchè ci sono veramente tantissime cose interessanti da vedere.

Arles – 3 luglio – 24 settembre

Questo è il sito ufficiale della manifestazione

Watermark – Michael Ackerman

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25 Luglio 2017 – 16 Settembre 2017 – Leica Galerie & Store Milano

“…Riflettendo sull’opera di Michael nel suo complesso, mi viene da pensare che una delle grandi sfide con cui gli artisti si misurano è capire quando fermarsi di fronte al proverbiale limite. Chi cerca costantemente di superare il limite a volte cade in una trappola negativa che ha un proprio compiacimento. Un’immagine garbata o discreta o puramente bella può in realtà essere il rischio che non vogliono correre. Camminare sul filo è sempre stato parte integrante del lavoro di Michael, tuttavia non lo vedo cadere in questo tranello oscuro, ed è per questo che la sua opera è scabrosa ma mai cinica, forte ma anche dolce…”

Estratti da «Sospensione» — un testo di Jem Cohen su Michael Ackerman

 Gordon Parks –  I Am You. Selected Works 1942-1978

The camera can be a powerful weapon against repression, racism, violence, and inequality. The American photographer Gordon Parks (1912-2006) used photography to expose the deep divisions in American society. Parks was an important champion of equal rights for African Americans and in his work addressed themes such as poverty, marginalisation and injustice. Aside from his iconic portraits of legends like Martin Luther King, he especially achieved fame through his photographic essays for the prestigious Life Magazine and films he directed, such as The Learning Tree and Shaft.

With the exhibition Gordon Parks –  I Am You. Selected Works 1942-1978, Foam presents 120 works from the collection of  The Gordon Parks Foundation, including vintage prints, contact sheets, magazines, and film excerpts.

Gordon Parks is best known for his black and white photographs, but he also produced a lot of work in colour. The exhibition includes many colour photographs as well as portraits, documentary photos and fashion photography. Excerpts from Parks’s films The Learning Tree and Shaft are also shown, which, in combination with the contact sheets and magazines containing his work, portray the social and political context in which he worked. It was a time in American history in which the African-American call for equality rocked the nation.Gordon Parks –  I Am You. Selected Works 1942-1978 presents the work of a fabulous storyteller. Parks carved out a place for underexposed topics during a turbulent time in the United States. He stands out for his open attitude to the various groups making up a fiercely divided America. Through the striking narrative imagery of his photos and his films,  Parks managed to connect with a wide and diverse audience.

The exhibition was organised in collaboration with C/O Berlin

Foam Amsterdam – 16 June – 6 September

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I GRANDI REPORTER DELLA MAGNUM IN SARDEGNA

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La Magnum Photos, la più nota agenzia fotografica al mondo, presenta, per la prima volta in un’unica esposizione, gli scatti realizzati in Sardegna dai suoi reporter più famosi:   Henri Cartier-Bresson e David Seymour – fondatori della Magnum – Bruno Barbey, Werner Bischof, Leonard Freed, Ferdinando Scianna, maestri indiscussi del panorama fotografico internazionale.
Settanta immagini realizzate tra il secondoDopoguerra e gli anni Sessanta del Novecento delle quali alcune, diventate vere e proprie icone,
hanno percorso il mondo nelle pagine delle riviste specialistiche e nelle esposizioni internazionali

La mostra, curata dai Musei Civici di Cagliari e la casa editrice Ilisso di Nuoro, con allestimenti di Antonello Cuccu e Paola Mura,
si inserisce all’interno delle iniziative legate al festival CagliariPaesaggio, alla sua prima edizione sul tema “La natura costruita”.
Il festival e la mostra della Magnum si incontrano nel dialogo fra paesaggio, cultura, arte e storia evidenziando la relazione dinamica tra l’uomo e il territorio.

Una relazione, quella tra l’uomo e il paesaggio, ben rappresentata nelle immagini in esposizione a Palazzo di Città che prima hanno “ascoltato”
il momento cristallizzandolo nella pellicola, per poi raccontarlo tracciando un importante percorso che non vuole diventare destinazione, ma ricerca di quell’idea di identità
fondamentale per creare il legame tra i luoghi e chi li vive.
Gli scatti in mostra rappresentano le donne, che trasportano in testa corbule o brocche; il lavoro solidale nei campi di bestie e umani, uniti dalle medesime fatiche; le misere ma dignitose abitazioni in pietra del centro Sardegna che diventano grotte nel capoluogo sardo; i mercati all’aperto con i soli prodotti del luogo; il lavoro delle donne, filatrici o benzinaie a Desulo;
le feste popolari e le straordinarie immagini di Sant’Efisio; il contrasto tra la povertà assoluta e il busto e le mani della donna di Quartu, coperti d’oro e di monili preziosi.
La mostra restituisce immagini potenti e di grande suggestione, che documentano l’Isola nel momento del passaggio fra una cultura quasi immutata da millenni e la cosiddetta “modernità”. Nel secondo dopoguerra, la rivalutazione degli studi sul folklore e sull’etnografia richiamarono in Sardegna studiosi e reporter da tutto
il mondo, fra questi gli inviati dell’agenzia parigina. È il 1950, quando Werner Bischof documenta per il settimanale “Epoca” la durezza e l’arretratezza del lavoro nel Campidano di Cagliari e nell’Iglesiente.
David Seymour, interviene nel 1954, raccontando la profonda devozione dei sardi verso il martire Efisio.
Henri Cartier Bresson giunge nell’isola su incarico di “Vogue” nell’estate del 1962 ed esegue un reportage tra Cagliari e la Barbagia che diventa pietra miliare della fotografia internazionale, esposto nelle gallerie più prestigiose del mondo. Il primo reportage sardo di Bruno Barbey risale al 1964 e, negli anni seguenti, altri reporter della Magnum si
alterneranno sul suolo isolan, tra cui Ferdinando Scianna nel 1969.
Ulteriore elemento di pregio della mostra è la stampa in grande formato delle immagini eseguita dalla stessa Magnum, partendo dai negativi originali.
Agli scatti realizzati dai reporter Magnum, si è voluto affiancare un significativo documentario di Fiorenzo Serra che mostra quella medesima vita sarda, colta però “in movimento”, arricchendo così la rassegna di un documento che allarga la completezza dei contenuti. Paesaggio e identità – Storie di luoghi, di donne e di uomini. I grandi reporter della Magnum in Sardegna, diventa
un omaggio per il settantesimo compleanno della storica agenzia fotografica: le immagini dei piccoli gesti del quotidiano e delle comunità dell’isola diventano storia della Sardegna.
Tutto ciò è in stretto dialogo con la mostra Paesaggio e identità. Storie di luoghi, di donne e di uomini – Gli artisti della Collezione Civica Sarda, in corso a Palazzo di Città dal 30 giugno. Questa inaugurazione è l’occasione per arricchire le selezione delle opere degli artisti sardi già in mostra con l’immagine fortissima
del sacro e della religione nell’identità dell’isola: sarà esposta al pubblico la Sindone di Maria Lai.

La tela, attraversata da un filo sottile, delinea limmagine di Cristo come una geografia creata da fitte ragnatele. Segni che si aggrovigliano nel difficile percorso che li conduce al fulcro dell’opera, un volto senza lineamenti, fatto di capelli, di barba e di spine. L’opera, del 1998, è stata offerta ai Musei Civici di Cagliari per completare questa esposizione dalla nipote dell’artista, Sofia Pisu.
I celebri scatti in bianco e nero della Magnum dialogheranno quindi felicemente con i riti senza tempo che da Giuseppe Biasi conducono a Mario Delitala e Pietro Antonio Manca, fino a Maria Lai e Pinuccio Sciola, con l’ironia tagliente di Tarquinio Sini, le sintesi plastiche di Italo Agus, i bagliori infuocati di Foiso Fois, l’afflato surreale di Hoder Claro Grassi,
l’originalità di Costantino Nivola capaci di “raccontare” lo spirito dell’Isola attraverso un linguaggio unico e originale.
Avere oggi la possibilità di confrontare sguardi così differenti e pur concentrati sullo stesso territorio, ora come figli, ora come ospiti, appare evento davvero unico. Viaggiatori, scopritori che arrivano da lontano o che su questa terra hanno ricevuto i natali, tutti accomunati da una volontà di conoscenza e dalla capacità di narrare luoghi con rara profondità, siano essi mediati dal gesto lento e meditato di una pennellata variopinta o dal rapido click di uno scatto fotografico in bianco e nero. Tutti pronti a immortalare il volto autentico della Sardegna.

Cagliari  Palazzo di Città – 21/07/2017 : 26/11/2017

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ROBERT DOISNEAU. A l’imparfait de l’objectif

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Il “fotografo di strada” che getta lo sguardo sulle periferie parigine, lontane dai lustrini, ma piene di grande umanità. È alla piccola gente, che vive un’esistenza normale o spesso ai margini, che Robert Doisneau rivolge la sua attenzione, ai bambini che giocano e alle coppie che si baciano incuranti dei passanti. È a questo “pescatore di immagini” quotidiane che il Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art dedica la mostra “A l’imparfait de l’objectif”, curata da Maurizio Vanni e organizzata in collaborazione con l’Atelier Robert Doisneau e MVIVA, con un percorso che si sviluppa attraverso 80 immagini in bianco e nero. Una selezione tra i suoi scatti più celebri, tra cui Le Baiser de l’Hôtel de ville del 1950, sarà esposta nel museo lucchese dall’8 luglio al 12 novembre 2017.

“Scene di folle e straordinaria normalità – spiega il curatore Maurizio Vanni –: figure riprese durante ciò che potrebbero aver fatto centinaia di volte, ritratte quando si accingono a fare qualcosa di apparentemente insolito o mentre lo stanno facendo. Tutto risulta dinamico e lento, passato e presente, triste e ironico, evocativo e commuovente, evocativo e premonitore, luminoso e offuscato, perfetto nella sua imperfezione. Robert Doisneau racconta la storia vera di Parigi, quella dei sobborghi e delle periferie, quella dei personaggi più umili e veri, e quella dei baci rubati o estorti con dolcezza. Nelle sue foto il luogo non è mai una semplice ambientazione, ma dialoga sempre con le figure, anche quando non è a fuoco: la città si manifesta in tutto il suo splendore anche quando prende consistenza attraverso il contrasto tra luci e ombre”.

“Io fotografavo”. Tutta la carriera di Doisneau potrebbe essere riassunta da un tempo verbale che è, al tempo stesso, aggettivo connotativo. Qualcosa che ha a che fare con un passato progressivo e dinamico, impreciso e nostalgico. La sua non è una ricerca a ritroso nel tempo, ma il desiderio di immortalare scene che potrebbero non avere tempo nel loro svilupparsi in uno spazio certo. Perché rincorrere il mondo, quando il mondo era già parte della sua città? Parigi diventa il proscenio della sua Comédie humaine: persone modeste che vengono ritratte nel loro essere attraverso il… non fare quotidiano. Bambini pieni di vita e di energia saltano, fanno acrobazie, ballano, ma anche monelli che copiano i compiti dal compagno di banco o che fuggono dopo aver compiuto qualche marachella. Doisneau cerca di immortalare l’istante scomposto, fortuito e imperfetto dei bambini perché più spontaneo, vero e profondo. Solo l’essenza di un momento partecipato emotivamente può diventare eterno.

Il fotografo francese cerca di pescare l’immagine giusta – ama utilizzare il verbo pescare in luogo di cacciare perché ritiene che la pazienza sia un valore fondamentale –, si muove con la consapevolezza che l’atipico può essere ovunque, che l’imperfetto si può nascondere anche dietro un vecchio portone. Fondamentale è percepirlo, presagirlo e aspettarlo. Le persone anziane diventano un non luogo da indagare, una memoria da registrare, un contesto – come quello dei bistrot o delle rive della Senna – che può offrire in qualunque momento l’atipico fortuito catapultandoci in una dimensione stranamente familiare e comune: quella delle persone normali, meravigliosamente imperfette. “Ci sono personaggi e luoghi urbani – conclude Vanni – che pur non rispondendo a particolari canoni estetici risultano maieutici e attrattivi. Il loro fascino unico sta, probabilmente, nell’essere imperfetti. Noi ammiriamo il bello, ma ci affezioniamo a qualcosa che ci stordisce per vigore e forza espressiva. Il perfetto si sublima nell’imperfetto perché la nostra attenzione si focalizza sulle emozioni e sulle gestualità. Doisneau ha scoperto il segreto della vita rincorrendo la verità umana nelle sue bellissime difformità e imperfezioni”.

Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art, Lucca
8 luglio – 12 novembre 2017

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Eugene Richards: The Run-On of Time

For the past several decades, photographer Eugene Richards (American, b. 1944) has explored complicated subjects, including racism, poverty, emergency medicine, drug addiction, cancer, the American family, aging, the effects of war and terrorism, and the depopulation of rural America. His style is unflinching yet poetic, his photographs deeply rooted in the texture of lived experience. In his wide range of photographs, writings, and moving image works, he involves his audience in the lives of people in ways that are challenging, lyrical, melancholy, and beautiful. Ultimately, his works illuminate aspects of humanity that might otherwise be overlooked.

This exhibition—the first museum retrospective devoted to Richards’s work—explores his career from 1968 to the present through 146 photographs and three moving image works, which will screen continuously in the Dryden Theatre during regular museum hours Tuesday through Saturday

June 10–October 22, 2017, Main Galleries – Eastman Museum – Rochester (NY)

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Bruce Chatwin

Dall’8 luglio all’8 ottobre si terrà alla Torre del Castello dei Vescovi di Luni di Castelnuovo Magra la mostra Bruce Chatwin…il viaggio continua organizzata dal Comune di Castelnuovo Magra in collaborazione con l’ Associazione Chatwin. L’esposizione vuole celebrare lo scrittore e viaggiatore inglese autore di libri di culto che 40 anni fa aveva stupito il mondo letterario con il suo primo libro In Patagonia.

Se la scrittura e l’arte sono stati elementi fondamentali nella sua vita, non meno lo è stata la fotografia che utilizzava come strumento narrativo. Chatwin è stato infatti anche un talentuoso fotografo: gli studi e la profonda conoscenza dell’arte gli hanno fornito uno sguardo nitido e preciso; il suo amore per le architetture semplici che la sua Leica trasforma in piani e geometrie perfette; la sua attenzione per i dettagli, per i decori, per i vestiti, sono un taccuino di appunti fedeli per ciò che racconterà nei suoi libri. Chatwin era un fotografo molto discreto: la piccola fotocamera usciva dallo zaino per pochi secondi, per fermare un’immagine e subito rispariva. Dopo la sua morte si scoprì che nel suo migrare aveva scattato oltre 3000 foto e, a testimonianza di quanto fosse indispensabile accompagnare i suoi viaggi alle immagini, la moglie Elizabeth racconta che spesso era costretta a raggiungerlo in qualche sperduta parte del mondo per portargli i rullini di cui era rimasto sprovvisto.

La mostra, che si articola sui setti livelli della Torre, ospita anche immagini in bianco e nero messe a disposizione da Elizabeth Chatwin dal cospicuo archivio conservato presso la University of Oxford. Tra gli scatti in esposizione vari inediti, tra cui quelli fatti nello Yunnan, viaggio che fece con la moglie.

La selezione degli scatti rivelano lo sguardo assoluto di chi ha saputo cogliere, come ha scritto Francis Wyndham, dettagli che sarebbero passati inosservati agli occhi di chiunque altro.

Il cammino per immagini porta in vari continenti e si conclude con alcune foto celebri della Patagonia, non solo per rendere omaggio ai 40 anni dalla pubblicazione del libro ma per esaltare l’approccio documentaristico che lo scrittore ha avuto in questa sua opera; è la prima volta, infatti, che associa alle immagini delle annotazioni precise, come se volesse costruire un reportage.

Oltre alle fotografie sarà esposto l’inseparabile zaino, realizzato artigianalmente su suo disegno da un sellaio inglese.

Inoltre, martedì 5 settembre alle ore 17,30, si terrà un incontro con Elizabeth Chatwin che racconterà i viaggi e le passioni del marito.

La Mostra è curata dall’Associazione Culturale Chatwin e da Maurizio Garofalo, photo editor e art director, l’allestimento, dallo Studio Xlab architecture di Ilaria Attuoni e Roberto Ariu

Dall’8 luglio all’8 ottobre – Torre del Castello dei Vescovi di Luni di Castelnuovo Magra

DARK MATTER: sull’incorruttibilità del Tempo e della Materia

LaBottega

Come terzo capitolo del progetto Origine, da sabato 15 luglio la galleria LABottega di Marina di Pietrasanta volge lo sguardo verso la materia oscura dell′arte: DARK MATTER a cura di Francesco Mutti presenta i lavori di Marco Maria Zanin e Vilma Pimenoff sulle più attuali poetiche legate allo still life e alla sua dimensione temporale. La sconvolgente scoperta della materia oscura giunge come profondo stimolo alla comprensione della nostra realtà ben oltre i sensi che ci guidano: poiché ciò che nell′universo si mostra insondabile è, al tempo stesso, comunque, esistente.

Attraverso l′intervento espositivo congiunto dell′artista italiano Marco Maria Zanin e della finlandese Vilma Pimenoff, la manifestazione reale dei concetti di tempo e materia assume l′aspetto di una parafrasi visiva del nostro contemporaneo, in mutevole equilibrio tra gli ideali di bello, di vero, di reale e di illusorio. Il personale rapporto che entrambi intrattengono con l′unità di tempo a cui si riferiscono attraverso i loro progetti (rispettivamente Lacuna ed Equilibrio e 21st Century Still Life) recupera una consistenza fisica che è risultato materica della ricerca stessa: che se per la finlandese è esaltazione dell′effimero immortale e idealizzato in sostituzione di un reale da abbandonare, per Zanin assume l′aspetto di lacerti e scarti come simbolo di un′anima essenziale al vissuto. Entrambi condividono un deciso allontanamento dalla banalità. Entrambi propongono un accostamento emotivo alternativo rispetto alla falsità delle immagini quotidiane che diviene codice indispensabile di lettura.

Con DARK MATTER, Origine decide di registrare il proprio obiettivo sull′incorruttibilità del Tempo e sulla cristallizzazione dell′istante narrato come conseguenza di un processo di distruzione/ricostruzione della materia visiva, proiettata verso una totale e squillante rifondazione strutturale.

LABottega – Marina di Pietrasanta (Lucca)  – dal 15 Luglio al 3 Settembre 2017
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GORDON PARKS “NERO AMERICANO”

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La fotografia non cattura solo le immagini del mondo che ci circonda. Se ben impiegata la macchina fotografica può trasformarsi in un potente strumento di critica socio – politica nonché di indagine culturale, di denuncia e al contempo di difesa.
Gordon Parks è riuscito a piegare la macchina fotografica al suo volere sfruttandola per far conoscere la profonda spaccatura che ha diviso il territorio americano dall’interno: il mondo ghettizzato degli afroamericani, le difficoltà di integrazione dei piccoli gruppi sociali che lottano per sopravvivere.
Ha raccontato storie, aneddoti e documentato situazioni della storia indimenticabili. E oggi queste immagini sanno ancora parlare al pubblico trasmettendo tutto il proprio potere di riflessione critica sulle ingiustizie, sulla povertà e l’emarginazione.
Con il suo stile unico e versatile Parks ha superato le barriere del tradizionale fotogiornalismo per analizzare le situazioni dal loro interno: le sue sono immagini di vita quotidiana, di bambini e famiglie colti nei loro momenti più spontanei; ha saputo rappresentare i comportamenti delle persone senza giudicarli, li ha guardati dal basso verso l’alto, quasi come fossero eroi della vita e della sopravvivenza.
È su questi temi che Parks rivela tutta la sua contemporaneità, il suo sguardo impietoso e al contempo delicato verso la società e gli individui che la costituiscono.
L’attualità dello sguardo di Parks si rivela anche nelle sue modalità di scatto, nella sua tecnica di inquadratura, nella sua concezione della storia da raccontare; è un occhio cinematografico il suo, che racconta le immagini costruendo sapientemente un ritmo quasi musicale. Una poesia.

15.07.17 – 03.09.17 –  P46 – Contemporary photography Gallery – Camogli (GE)

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Sale Sudore Sangue. Francesco Zizola

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Dal 18 luglio al 17 settembre – Exma Cagliari

Cinque anni nelle acque di Portoscuso e Porto Paglia, nel sud Sardegna, fissati nelle immagini di Francesco Zizola per raccontare l’antico metodo di pesca del tonno rosso sviluppato nelle tonnare.

Dal 18 luglio al 17 settembre la Sala delle Volte dell’EXMA di Cagliari ospita Sale Sudore Sangue, progetto originale di Francesco Zizola per Consorzio Camù e 10b Photography, curato da Deanna Richardson. In mostra le fotografie, scattate negli ultimi cinque anni da Zizola tra Portoscuso e Porto Paglia, che raccontano l’antico metodo di pesca del tonno rosso sviluppato nelle tonnare e la cui origine risale alle incursioni arabe.

Le immagini di Francesco Zizola sono state pubblicate in tutto il mondo dalle più importanti testate italiane e internazionali. Per il suo lavoro ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui dieci World Press Photo e sei Picture of the Year International.

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FRANCO FONTANA. Paesaggi

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Tante fotografie sono soltanto stampe in bianco e nero colorate. Il pregiudizio che molti fotografi hanno contro la fotografia a colori viene dal non pensare al “colore come forma”. Ci sono cose che si possono dire con il colore che non si possono dire con il bianco e nero.
Edward Weston

Palazzo Madama presenta, dal 13 luglio al 23 ottobre 2017, la mostra Franco Fontana. Paesaggi, un nuovo importante appuntamento con la fotografia d’autore nella splendida cornice della Corte Medievale.
La mostra, a cura di Walter Guadagnini, direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, rende omaggio al celebre fotografo Franco Fontana (Modena, 1933) attraverso venticinque immagini di grande formato in prestito dalla UniCredit Art Collection, una delle principali raccolte d’arte in Europa a livello corporate.
Leitmotiv del percorso espositivo è il colore, inteso come rivelazione, come fondamento di poetica, come linguaggio assoluto attraverso il quale passa ogni possibilità di espressione. Questo è, sin dai precoci inizi alla fine degli anni Sessanta, il fondamento della poetica di Fontana, maestro di una fotografia di paesaggio intimamente e profondamente anti-naturalistica e anti-documentaristica, paradosso questo che da sempre rappresenta la sua forza, la sua caratteristica primaria.
Nel colore Fontana cerca e trova gli equilibri compositivi, e con il colore risolve lo spazio: nulla importa, a chi guarda, dove quella fotografia sia stata scattata, né quando, nulla importa del contesto. In questo senso, il suo è un paesaggio puro, liberato dalle necessità e dai vincoli della contingenza, poiché il vero soggetto della sua fotografia è il gioco delle cromie e delle luci, il taglio dell’inquadratura, l’estensione emotiva di questi elementi, non della natura in quanto tale.
L’esposizione – realizzata con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino – arricchisce con un nuovo capitolo il filone delle mostre fotografiche che ormai da qualche anno Palazzo Madama accoglie in Corte Medievale.

Dal 13 luglio al 23 ottobre 2017 in Corte Medievale – Palazzo Madama – Torino

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ABRUZZO – Fotografie di Michael Kenna

Considerato il fotografo di paesaggio più importante della sua generazione, Michael Kenna osserva il nostro mondo in un modo del tutto fuori dal comune da più di 45 anni. Le sue fotografie misteriose, spesso realizzate all’alba o nelle ore buie della notte, si concentrano soprattutto sulla interazione tra il paesaggio naturale e le opere dell’uomo. Kenna è sia un fotografo diurno che notturno, affascinato dalle ore del giorno in cui la luce è nel suo punto più duttile. Con esposizioni notturne che durano fino a dodici ore, le sue fotografie spesso registrano particolari che l’occhio umano non è in grado di percepire.

Kenna è particolarmente famoso per la dimensione intima della sua fotografia e il suo meticoloso stile di stampa personale. Lavora con mezzi fotografici tradizionali, non digitali. Stampe artigianali in bianco e nero squisitamente lavorate a mano, riflettono un senso di raffinatezza, di rispetto per la storia e un’originalità approfondita. Le fotografie di Kenna sono state esposte in mostra in più di settecento gallerie e musei di tutto il mondo, e sono incluse in collezioni permanenti di celebri istituzioni come: The Bibliothèque Nationale, Parigi; Il Metropolitan Museum of Photography, Tokyo; La National Gallery, Washington, D.C.; Il Museo d’Arte di Shanghai e il Victoria and Albert Museum di Londra.

Sul lavoro di Kenna sono stati pubblicati oltre cinquanta cataloghi di mostre e monografie, tra cui: Michael Kenna – Una Retrospettiva Ventennale (Treville, 1994 e Nazraeli Press, 2000); Impossibile dimenticare (Marval e Nazraeli Press, 2001); Giappone (Nazraeli Stampa e Treville Edizioni, 2003); Retrospettiva Due (Nazraeli, e Treville Edizioni, 2004); Michael Kenna – Una Retrospettiva (BnF, 2009); Immagini del Settimo Giorno (Skira, 2010); La Cina (Poste e Telecom Press, 2014); Francia (Nazraeli Press 2014); Forme del Giappone (Prestel – Random House, 2015).

Nel 2001 Kenna è stato nominato Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere dal Ministero della Cultura in Francia. Nato a Widnes, in Inghilterra nel 1953, attualmente vive a Seattle, Washington, USA.

8 luglio – 8 settembre 2017
Palazzo Casamarte, Via del Baio, Loreto Aprutino (PE)

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Letizia Battaglia

1 luglio – 3 settembre Palazzo Tadea, Spilimbergo

Della nota fotogiornalista palermitana Letizia Battaglia sono famose le sue fotografie sulle stragi di mafia degli anni di piombo, ma il fotoreportage di cronaca nera è solo una parte del suo ampio percorso espressivo: infatti non si possono certo dimenticare la ritrattistica – in particolare i volti delle bimbe di strada a Palermo – il nudo e la fotografia naturalistica. Prima europea a vincere nel 1985 il prestigioso premio Eugene Smith, ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali e ha esposto in tutto il mondo.

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Il Cielo in una Stanza – Stefano Mirabella

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Dal 28 Luglio al 24 Agosto – Orbetello, Sala Espositiva Imago, Piazza del Popolo

Trenta fotografie sono Il cielo in una stanza di Stefano Mirabella, un punto chiave del suo percorso professionale: fotografia (di) strada. Questa selezione è lo stato dell’arte di un percorso iniziato nel 2012 e giunto oggi ad uno stadio maturo del fotografo, che racconta e rivela spigolature di una Roma sotto gli occhi di tutti, apparentemente. Una città appena accennata, dettagli non voluti la rivelano in un racconto lieve fatto di sguardi, incontri a distanza ravvicinata, vita vissuta. La mano felice, e la complicità di alcune situazioni danno forza a queste fotografie e invitano chi le guarda a tentare un esercizio di stile quotidiano, ovvero allenare l’occhio all’ovvio e provare ad andare oltre.
A questa selezione prigemia sono state aggiunte piccole integrazioni con un quid in più: il colore. 9 fotografie paradossalmente monocrome, ovvero l’azzurro su tutto e poi piccoli segni, che ci regalano un tempo sospeso e un’attesa a volte divertente.

Un’associazione aderente, che segue il pensiero di Carlo Scarpa “Volevo ritagliare l’azzurro del cielo”, e questa sua riflessione ci conduce per mano al tema delle fotografie di Stefano: noi guardiamo a colori, viviamo a colori, di fatto il bianco e nero era una esigenza editoriale di qualche anno addietro, oggi un modo come un altro di esprimersi, ma siamo permeati di una realtà policroma. Due scie nel cielo, la punteggiatura con “tre rossi” e altre situazioni, sono frutto di attese, pazienza e voler con ostinazione raccontare con lievità. Stefano Mirabella dimostra con queste fotografie, di appartenere a pieno titolo a quel nobile elenco di fotografi che della fotografia di strada ne hanno fatto ragione e stile di approccio.

“La fotografia, secondo il mio pensiero, è la sintesi tra la rappresentazione della realtà e la capacità di trascenderla. Il quotidiano e la strada sono un teatro incredibile dove il fotografo è allo stesso tempo attore e spettatore.
Un palcoscenico ricco di situazioni, di persone e di aneddoti che vanno visti e colti. L’imponderabilità, l’anarchia e l’imprevedibilità, sono fattori determinanti che rendono l’indagine fotografica difficoltosa, ma assolutamente affascinante.
La curiosità e la vivacità dello sguardo sono alla base di ogni buona fotografia e si trasformano in un occasione irripetibile per vivere il quotidiano con uno spirito diverso. Senza questo spirito ogni scena rischierebbe, come spesso accade, di essere già vista e rivista.
Tutti gli scatti in mostra sono stati realizzati nella città in cui vivo da sempre, questo non vuole essere per forza un filo conduttore, ma è assolutamente importante per me. Vedere qualcosa di nuovo in un luogo che, per i miei occhi è “vecchio”, è una sfida che mi appassiona e mi spinge ogni giorno a camminare.
Perché è solo camminando e osservando che un fotografo che ha scelto la “strada” può continuare a scattare e a meravigliarsi. Meravigliarsi e mai permettere all’abitudine di distruggere l’occhio, questo è quello che provo ad essere e questo è quello che vuole essere il “Cielo in una stanza”

Stefano Mirabella

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Steve McCurry – Icons

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Steve McCurry è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, attivo da ormai quasi quarant’anni e punto di riferimento per un larghissimo pubblico che nelle sue fotografie riconosce un modo di guardare il nostro tempo.

Steve McCurry – Icons è una mostra che raccoglie in oltre 100 scatti l’insieme e forse il meglio della sua vasta produzione, per proporre ai visitatori un viaggio simbolico nel complesso universo di esperienze e di emozioni che caratterizza le sue immagini.

A partire dai suoi viaggi in India e poi in Afghanistan, da dove veniva Sharbat Gula, la ragazza che ha fotografato nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e che è diventata una icona assoluta della fotografia mondiale.

Con le sue foto Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate, mettendo in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità. Guardando le sue foto è possibile attraversare le frontiere e conoscere da vicino un mondo che è destinato a grandi cambiamenti.

La mostra inizia infatti con una straordinaria serie di ritratti e si sviluppa tra immagini di guerra e di poesia, di sofferenza e di gioia, di stupore e di ironia.

Museo Civico Piero della Francesca di Sansepolcro (AR), dal 28 giugno al 5 novembre 2017

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ANIMALINARI, Dialogo im-possibile attraverso le fotografie storiche dell’Archivio Alinari

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Negli spazi di Palazzo Cominelli saranno esposte una cinquantina di fotografie storiche che si propongono di creare un viaggio bizzarro e sorprendente tra l’eleganza dell’architettura e la bellezza inconsueta del mondo animale attraverso un secolo di scatti dell’Archivio Alinari

Sono esposte 50 fotografie, realizzate entro un arco temporale che va dal 1865 al 1981. Ne sono autori, oltre agli stessi Alinari, molti importanti studi fotografici italiani del secolo scorso i cui archivi sono confluiti a Firenze. La mostra è stata suddivisa in sezioni, ognuna delle quali fa capo all’immagine di un animale, scattata – nella maggior parte dei casi – in studio davanti a un fondale neutro, con una scelta che produce oggi un effetto insolito di straniamento. Dalla fotografia “capofila” discendono, per associazione, le successive: con l’intento di evidenziare affinità non soltanto evocative ma anche tecniche, come ben chiariscono nel testo in catalogo Anna Luccarini e Rita Scartoni, che per conto di Alinari hanno collaborato con partecipazione e competenza alla scelta degli scatti inclusi in mostra.

“La natura che parla alla macchina fotografica – scrive Walter Benjamin – è una natura diversa da quella che parla all’occhio; diversa specialmente per questo, che al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente”. Procedendo per vie inconsce può così avvenire che, partendo dall’immagine di una coppia di pony scattata a inizio Novecento, sia possibile risalire all’indietro, fino ai primi esperimenti ottocenteschi di fotografie stereoscopiche; e quindi scavalcare il secolo per ritrovare, in un’ispirata inquadratura del 1981 di Filiberto Pittini, soltanto le ombre di quella lontana coppia proiettate su un muro. Oppure può accadere che un uomo tranquillamente inginocchiato in un intrico inquietante di alligatori e caimani, ripreso intorno al 1915, trovi la sua eco, nei primi anni Sessanta, nell’operaio che lo Studio Villani ritrae solitario all’interno di uno stabilimento metallurgico, tra tubi in metallo scintillanti di luce.

Molti altri accostamenti propone la mostra, invitando i visitatori a completare con la fantasia gli ellittici percorsi tra architetture, ritratti, fotografie di moda e industriali, e proponendo allo stesso tempo un sintetico colpo d’occhio sulla qualità dell’arte fotografica italiana novecentesca. Una piccola selezione, dedicata al fotografo Luigi Leoni, accosta infine le vite degli umani a quelle di animali per lo più selvatici, addomesticati in fondo illusoriamente: così come è impossibile incatenare il potere evocativo della fotografia.

Fondazione Cominelli –  Cisano di San Felice del Benaco

1 luglio – 1 ottobre 2017

PERISCOPE: BEYOND PHOTOGRAPHY

Ncontemporary e mc2gallery sono liete di annunciare Periscope: Beyond photography, mostra che include una selezione di artisti emergenti internazionali interessati ad andare oltre il limite naturale del medium fotografico.

Artisti presentati
Eva Stenram|Cristiano Tassinari|Benjamin Renoux|Heikki Kaski|Gloria Pasotti|Benjamin Mouly

Senza dare una direzione chiara, le due gallerie hanno invitato gli artisti a presentare le recenti evoluzioni della loro ricerca; con un interesse specifico per l’archivistica, la manipolazione digitale e il dialogo tra la fotografia e l’installazione site-specific.

29 Giugno 2017 – 08 Settembre 2017 – MC2 Gallery – Milano

Qua altre info

EADWEARD MUYBRIDGE ANIMAL LOCOMOTION

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19 JULY – 2 SEPTEMBER – Beetles + Huxley – London

A large-scale exhibition of photographs by pioneering early photographer, Eadweard Muybridge will open at Beetles+Huxley in July. The exhibition will showcase 65 collotype prints made by the artist in 1887, from his influential series “Animal Locomotion”, which features images of animals and people captured mid-movement.

Muybridge made his most enduring work in the project “Animal Locomotion” between 1884 and 1887 for the University of Pennsylvania, Philadelphia. Each plate in the series shows the same subject in sequential phases of one action. Muybridge recorded varied forms of movement in a wide range of animals, mostly taken at Philadelphia zoo, from pigeons in flight to the subtleties of gait found in sloths, camels and capybaras. Muybridge also documented human subjects walking, running and descending staircases and engaging in boxing, fencing, weight lifting and wrestling.

The works in this exhibition will collectively demonstrate how “Animal Locomotion” broke new ground in terms of both science and the emerging art form of photography. Muybridge’s work from this period has contributed to the science of physiology and biomechanics and the photographs have had a profound influence on a wide range of artists, including artists Marcel Duchamp, Francis Bacon, Jasper Johns and Cy Twombly.

Born in 1830 in Kingston upon Thames, London, Muybridge emigrated to America as a young man and worked as a bookseller. After being injured in a runaway stagecoach crash in Texas he returned to the UK for a five-year period where it is thought he took up photography. Upon his return to America, he quickly established a successful career as a landscape photographer, producing dramatic views of both Yosemite and San Francisco. His reputation as being an adventurous and progressive photographer led him to work as both a war and official government photographer. In 1872, the former Governor of California, Leland Standford, hired Muybridge to photograph his horse galloping, to discover whether the animal’s hooves were lifted off the ground at the same time a popular debate at the time. In order to photograph the horse at speed, Muybridge engineered a system of multiple cameras with trip wire shutter releases to capture each stage of the movement which proved conclusively, for the very first time, that a galloping horse lifts all four hooves off the ground. This work laid the foundations for “Animal Locomotion”.

Eadweard Muybridge’s work has been the subject of recent major retrospectives at the Smithsonian Institution, National Museum of American History, Washington DC; the Corcoran Gallery of Art, Washington DC; Tate Britain, London and the San Francisco Museum of Art. His work is held in over 90 international collections including those at the American Museum of Natural History Library, New York; British Library, London; the Los Angeles County Museum of Art; Metropolitan Museum of Art, New York; New York Public Library; Smithsonian Institution, Cooper Hewitt Museum, Washington DC; and the Victoria & Albert Museum, London.

Details here

Astrid Kirchherr with the Beatles

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Il 6 luglio 1957, gli ancora minorenni John Lennon e Paul McCartney, si incontrarono per la prima volta nel giardino della chiesa di St Peter nel quartiere di Woolton a Liverpool, dove John suonava con il suo gruppo di allora, The Quarry Men.

Un incontro fondamentale per la nascita dei Beatles e della cultura popolare in Europa e in occasione del sessantesimo anniversario Fondazione Carisbo e Genus Bononiae – Musei nella Città, in collaborazione con ONO arte contemporanea, Ginzburg Fine Arts e Kai-Uwe Franz presentano la mostra Astrid Kirchherr with the Beatles, una retrospettiva che ripercorre la storia dei cosiddetti “Hamburg Days”, gli anni formativi dei Beatles nell’Amburgo del dopo guerra e tappa fondamentale della cultura pop, attraverso gli scatti della fotografa Astrid Kirchherr, che non solo immortalò il gruppo quando ancora si stava formando, ma ne influenzò profondamente lo stile trasformandolo in quello che tutti oggi conosciamo.

La Kirchherr incontra per la prima volta i Beatles nel 1960 al Kiserkeller, uno dei molti locali sulla Reeperbahn in cui le giovani band inglesi venivano messe sotto contratto a pochi marchi per suonare Rock’n’Roll tutta la notte ed intrattenere i molti soldati americani di stanza nella città dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La band era allora composta da John Lennon, voce e chitarra, Paul McCartney, voce e chitarra, George Harrison, chitarra, Pete Best, batteria e Stuart Sutcliffe, basso, cinque ragazzini di Liverpool – Harrison all’epoca non era neanche maggiorenne – conosciutisi a scuola e in cerca di un po’ di denaro e un po’ di esperienza oltremanica.

La Kirchherr all’epoca era studentessa al politecnico e assistente del celebre fotografo Reinhard Wolf, da cui stava imparando la fotografia, e venne a sapere della band grazie all’amico e allora fidanzato Klaus Voormann – che avrebbe in seguito disegnato la copertina del settimo album dei Beatles, Revolver.

La fotografa introdusse il gruppo all’arte e alla letteratura esistenzialista, portando in loro un drastico cambiamento nello stile: le giacche di pelle, gli stivali alla texana e i capelli con la banana lasciarono presto posto a completi, camice e al più minimale taglio a caschetto che anche la fotografa sfoggiava e che sarebbe diventato presto uno dei simboli della band.

Sutcliffe, in seguito, si legò anche sentimentalmente alla Kirchherr al punto da chiederle di sposarla e lasciare la band per rimanere con lei ad Amburgo. Da allora i Beatles rimasero in quattro e presto Best venne sostituito da Ringo Starr. Sutcliffe sarebbe morto dopo appena due anni, mentre i Beatles stavano diventano un fenomeno di massa.
I Beatles e la Kirchherr però rimasero legati da profonda amicizia e la fotografa fu una delle poche che poté seguire la band anche negli anni successivi quando ormai erano all’apice della carriera, regalandoci scatti memorabili ma anche intimi e privati, tra vacanze rubate, e week end in giro per l’Europa.

La Kirchherr fu la prima ad immortalare i Beatles in un vero e proprio servizio fotografico posato, regalandoci scatti orami entrati nella storia ma che erano pressoché sconosciuti fino agli anni ’90, e inoltre fu l’unica fotografa ammessa sul set di “Hard Day’s Night”, il primo film della band.

La mostra Astrid Kirccherr with the Beatles è in esclusiva italiana per Genus Bononiae e presenta anche immagini e materiali fino ad oggi mai esposti, incluso un prestito della George Harrison Foundation, ripercorrendo la stretta e intima relazione tra la fotografa e il gruppo oltre che la storia di un luogo e un momento fondamentale per la Band che ha cambiato la storia della musica pop.

Palazzo Fava Bologna, dal 07/07/2017 al 09/10/2017

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“Franco Fontana e quelli di Franco Fontana”

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“Ho selezionato questi autori e le loro testimonianze fotografiche : sono tutti italiani per motivi sia di tempo che organizzativi .
Ho tenuto questo tipo di workshop in giro per il mondo: Tokyo, Rockport, NewYork, Bruxelles, Arles, Parigi, Barcellona , Vevey, Amsterdam ,Taipei, Milano, Torino, Roma , Venezia ecc.sempre organizzati da Università, Istituti di Cultura, Musei, Accademie e
Gallerie.
Gli workshop non sono solamente una vacanza o un passatempo, ma sono il pretesto per un incontro ed un’avventura fotografica.
Perchè che cos’è un ” Maestro”, in questo caso , di fotografia? Una persona che ti insegna a leggere, a scrivere o a fare forse le parole crociate? No, è qualcosa di più: è colui che ti porta davanti alle cose perchè tu le veda, le capisca e le testimoni affinchè possano diventare tue.
E poi ti aiuta a diventare ciò che sei senza opprimerti e condizionarti facendo fiorire le tue potenzialità. Questi fotografi, alcuni dei quali non ancora definitivamente compiuti, sono il fenomeno nuovo che si sta muovendo. Anche se non saranno sicuramente i più
rappresentativi in assoluto sono comunque quelli che hanno cominciato a conoscere e a capire mettendo in atto questa presa di coscienza.
E così la mia esperienza continua anche con nuovi protagonisti per continuare a rischiare e scoprire sempre nuovi talenti.”

Franco Fontana

Se provaste a fare un sondaggio chiedendo a dieci persone che cosa amano fotografare le risposte sarebbero  altrettante e le più varie : “Attimi di vita familiare”, “animali”, “paesaggi”, “sconosciuti”. Ma se provaste a chiedere “perché fotografate?”, il comun denominatore sarebbe uno su tutti: la voglia di raccontare ciò che si è vissuto, la voglia di raccontarsi.

E quello che ci ha mossi a presentare questa richiesta non è soltanto il desiderio di rendere omaggio al più grande fotografo contemporaneo, ma l’esigenza di fare un viaggio attraverso il suo sguardo.

Uno sguardo che ha gli occhi del Maestro FRANCO FONTANA.

Per chi si occupa di fotografia allestire una mostra e ancor prima trovare la location più idonea è un po’ come cercare casa… e la ricerca di una casa, oltre il costo in sé, è qualcosa di complesso se non ci si accontenta di un comune “posto”. Non si tratta semplicemente di un “ospitare” delle persone. Si tratta di accoglierle. Custodirne i segreti e i sentimenti. Mostrare a chi entra e si sofferma a guardare, l’anima delle persone che la abitano, le sfumature del carattere, l’intimità dell’anima. E’ la stessa cosa che ci si aspetta pensando al luogo per allestire una mostra di questo livello. Si parla di “ricevere”le opere del Maestro e dei suoi allievi. Di allievi ormai affermati  e consolidati. Ma anche di fotografi emergenti, espressione di un fenomeno nuovo ed in costante crescita. Sguardi travolti dall’energia inesauribile del Maestro che, nonostante l’età, continua nella sua missione: “rendere visibile l’invisibile”. Il nome Franco Fontana equivale a rottura degli schemi, scossa delle abitudini mentali. Il tutto avvolto da quel mix perfetto ed equilibrato di emozione, ricerca di colore ed originalità che lo rende unico nel suo genere. Visioni poliedriche e appassionate che hanno tuttavia un filo conduttore a legarle: il cambiamento dei propri orizzonti dopo l’incontro-scontro con il Maestro modenese.

Persone che hanno tutte vissuto un viaggio con il Maestro.

Un viaggio chiamato “workshop”. Descrivere l’espressione “workshop” può sembrare semplice limitandosi a una pura definizione formale. Ma estendendo lo sguardo al di là, ci si rende conto che significa essere catapultati in un’avventura, presi per mano dalla “luce” del Maestro Fontana. Significa guardarsi dentro, abbandonare regole, convinzioni. Aprirsi al nuovo. Metaforicamente parlando, sarebbe come spalancare una finestra sulla propria anima. Una finestra dalla quale filtra luce allo stato puro, colore. Filtra emozione, creatività.

Perché in fondo a dirla con le parole del Maestro:”La fotografia rimane sempre un pretesto: è una parte di te stesso che va a testimoniare il tuo mondo che sia un paesaggio o un essere umano”.

Non bisogna tuttavia pensare che questo viaggio sia un semplice seguire un modello prefissato. Significa diventare protagonisti di sé stessi, della propria vita, attraverso i propri scatti. Acquisire indipendenza fotografica . Equivale a capire che prima di diventare bisogna “essere” . Che non bisogna limitarsi a illustrare ma esprimere. E questo è alla base del progetto  “Quelli di Franco Fontana”. Un cammino iniziato da oltre un decennio, che ha coinvolto luoghi prestigiosi e cornici di elevato valore storico, ambientale e culturale. Spazi e ambienti perfetti che hanno accolto le foto del Maestro e dei suoi maggiori allievi, scelti e selezionati personalmente dopo aver partecipato ai Suoi seminari in giro per l’Italia e il Mondo.

Dal 14 Luglio al 23 Agosto – Orbetello, Sala Museale Polveriera Guzman

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OSTKREUZ. La mostra dell’agenzia fotografica tedesca

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24/06 – 17/09/2017 – Museo di Roma in Trastevere

La retrospettiva racconta la storia dell’agenzia OSTKREUZ, fondata nel 1990 a Parigi da fotografi della Germania Est e oggi il collettivo fotografico più celebre in Germania. In mostra ci sono oltre 250 fotografie di 22 fotografi, dai lavori immediatamente successivi il crollo del Muro fino ai giorni nostri.

Nella primavera del 1990 sette fotografi di Berlino est sono seduti a un tavolo del Café du marché a Parigi, il Muro è caduto da poco e, nella Germania ancora divisa, nessuno sa ancora immaginare l’evolversi degli eventi. i fotografi si trovano in città su invito di Mitterrand per partecipare a una mostra che riunisce i maggiori artisti della DDR; tra loro Sibylle Bergemann, Harald Hauswald, Ute Mahler e Werner Mahler. In mente hanno l’esempio della Magnum Photos, di cui conoscono alcuni membri, e ora, tutti riuniti a Parigi, decidono di fondare una propria agenzia. La chiamano Ostkreuz, usando il nome di una stazione della ferrovia metropolitana che collega la parte est di Berlino con l’intera città, un modo per connotare la loro attività che, partendo da est, possono finalmente svolgere in tutte le direzioni.

La mostra, inaugurata nel 2015 a Parigi, città in cui è stata fondata l’agenzia, è nata per celebrare i 25 anni di attività di Ostkreuz ed è stata esposta anche a Schwerin, Monaco e Gera (Turingia). Partendo da un attento sguardo su Berlino, il suo cambiamento e le sue contraddizioni nei 25 anni successivi alla caduta del Muro, gli scatti rivolgono l’attenzione allo sgombero violento delle case occupate di Berlino est e agli interni degli appartamenti altoborghesi dell’ovest: polaroid del periodo in cui la città cambiava volto quasi quotidianamente e immagini in cui sembra aleggiare ancora lo spettro della Stasi.

In mostra anche lo sguardo dei fotografi sul mondo: dal reportage sulla cultura heavy metal al ritratto della Corte internazionale di giustizia, passando per eventi storici come la Primavera di Praga o la rivoluzione in Egitto.
Infine, sono esposte anche immagini che sfuggono ad una collocazione precisa, come archetipiche foto di famiglia che potrebbero essere raccolte in un qualsiasi album, oppure oggetti e situazioni difficilmente decifrabili.

Le 250 immagini in mostra offrono un panorama completo, variegato e, a volte, distaccato sulla Germania e Berlino, uno sguardo che stimola sempre nuove riflessioni e discussioni, come sostiene Gabriele Kreuter-Lenz, direttrice generale del Goethe-Institut in Italia, confermando il grande interesse e il fascino particolare che le immagini della Germania di epoche diverse hanno sempre suscitato soprattutto nei giovani.

Nel complesso, le foto in mostra riproducono un variopinto mosaico di stili e approcci differenti, spesso caratteristici del periodo in cui sono nate, e per questo sono rappresentative dello sviluppo della fotografia nell’ultimo quarto di secolo a Berlino e in Germania, ma anche oltre questi confini geografici.

Oggi Ostkreuz è il collettivo di fotografi più rinomato di tutta la Germania. Dei suoi 21 membri, molti sono pluripremiati, per metà sono donne, alcuni sono dell’ovest e altri dell’est. Le loro foto hanno fatto il giro del mondo e la OSTKREUZ è diventata un importante forum della fotografia che sviluppa mostre tematiche sui temi socialmente più sentiti e ospita vivaci dibattiti sul futuro di questo linguaggio giornalistico e artistico. Ostkreuz in Italia è distribuito da LUZ, società attiva nella produzione e distribuzione di contenuti editoriali nata nel 2010 dal passaggio di testimone da parte della prestigiosa Agenzia Grazia Neri.

I fotografi sono: Marc Beckmann, Sibylle Bergemann (1941–2010), Jörg Brüggemann, Espen Eichhöfer, Sibylle Fendt, Annette Hauschild, Harald Hauswald, Heinrich, Holtgreve, Tobias Kruse, Ute Mahler, Werner Mahler, Dawin Meckel, Thomas Meyer, Frank Schinski, Jordis Antonia Schlösser, Ina Schoenenburg, Anne Schönharting, Linn Schröder, Stephanie Steinkopf, Mila Teshaieva, Heinrich Völkel e Maurice Weiss.

La mostra fa parte del circuito del Festival “FOTOLEGGENDO”.

Altre info qua

Autophoto

Thirty years after the exhibition Hommage à Ferrari, the Fondation Cartier will once again focus its attention on the world of cars with the exhibition Autophoto dedicated to photography’s relationship to the automobile. Since its invention, the automobile has reshaped our landscape,
extended our geographic horizons and radically altered our conception of space and time, consequently influencing the approach and practice of photographers.

The exhibition Autophoto will show how the car provided photographers with a new subject, new point of view and new way of exploring the world. Organized in series, it will bring together 500 works made by 100 historic and contemporary artists from around the world including Jacques-Henri Lartigue, Lee Friedlander, Rosângela Renno and Yasuhiro Ishimoto. Capturing the geometric design of roadways, the reflections in a rear-view mirror or our special relationship with this object of desire, these photographers invite us to look at the world of the automobile in a new way. The exhibition will also include other projects such as a series of car models that cast a fresh eye on the history of automobile design, created specifically for the show by French artist Alain Bublex. It is accompanied by a catalogue including over 700 reproductions,
an alternative history of automobile design, essays by scholars working different disciplines and quotes by participating artists.

Until 24 September 2017 – Fondation Cartier pour l’art contemporain – Paris

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Gaetano De Crecchio – Binari fantasmi

De Crecchio

“Sono anni che lavoro sulle Ferrovie dimenticate d’Abruzzo. Anni che cammino con i “fantasmi” che le abitano. Anni che porto gente a passeggiare con me. Questo lavoro è un tributo ai Binari d’Abruzzo, a quelli dimenticati, a quelli dismessi e a quelli in fase di ammodernamento. Un tributo alla massicciata nuda e al camminare lento. Un tributo al mare, alla collina, alla campagna e alla montagna. Un tributo al territorio, all’archeologia industriale e all’abbandono. Non avrei mai cominciato questo viaggio se non fosse stato per la ruggine, l’archeologia industriale, il vecchio, il nascosto e polveroso. Oggi tutto tace. Le voci che si sentono in sottofondo sono quelle di chi ha lavorato per anni e anni sulle rotaie, o nelle stazioni, nelle case cantoniere, ai passaggi a livello, o in officina. Storie che tempo fa decisi di registrare con l’idea che se fossero andate perse, beh, tutti noi avremmo perso qualcosa con loro. Oggi il treno non passa più e 220 km di binari sono lì in attesa di chissà quale sorte. Io cammino, lento, leggero ed esorto gli altri a fare altrettanto. Allacciarsi le scarpe e partire. Provare no! Fare o non fare, non c’è provare. Vi assicuro che una volta stretti i lacci, il viaggio che vi aspetta è eccezionale”.

Così Gaetano De Crecchio descrive il suo viaggio a piedi attraverso uno dei più grandi patrimoni dimenticati d’Italia. A questa rete di binari abbandonati appartengono ferrovie che hanno collegato territori distanti eppure legati, al suono del lento sferragliare delle locomotive e attraverso paesaggi unici, come la Sulmona – Carpinone, la cosiddetta Transiberiana d’Italia, che si inerpicava sul versante settentrionale della Maiella per giungere fino a Campo di Giove e agli Altipiani di Pescocostanzo e Rivisondoli e poi giù fino al Molise, o il Treno della Valle, che lungo il corso del fiume collegava Castel di Sangro a Torino di Sangro, la montagna al mare e il mare alla montagna. Ma oltre che patrimonio industriale essi sono anche patrimonio di storia e memoria, di chi ha intravisto in anni lontani il lavoro e lo sviluppo o lo spalancarsi di orizzonti più ampi per piccoli universi tradizionalmente chiusi.

ALFEDENA (AQ) | 29 luglio – 27 agosto 2017 Sali d’Argento Photo Gallery

Tutti i dettagli qua

WALTER BONATTI – Fotografie di un incontro con l’ignoto

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Alfedena, borgo di montagna situato sul confine tra Abruzzo e Molise ai piedi dei Monti della Meta nella fascia di protezione esterna del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ospita all’interno della propria programmazione di eventi estivi, un’esposizione d’immagini di Walter Bonatti.

La mostra, promossa dalla locale Pro Loco con il patrocinio del Comune di Alfedena e in collaborazione con l’Associazione Sali d’Argento, che dedica la propria attività alla fotografia ed alla sua divulgazione, si inserisce nell’ormai pluriennale programma di esposizioni fotografiche che ha visto negli anni passati la presenza di autori storici e contemporanei, quali Bert Stern, Tony Vaccaro, Frank Monaco, Tina Modotti oltre ad una mostra di stampe da lastre autochrome con immagini a colori della I guerra mondiale, nel 100° anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia (2015), in collaborazione con la Galleria Bilderwelt di Berlino e nel 2016 il lavoro del fotogiornalista aquilano Danilo Balducci sulla rotta balcanica dei migranti, dal titolo “Another step and you’re elsewhere”.

Intitolata “Walter Bonatti – Fotografie di un incontro con l’ignoto”, la mostra ripercorre in 39 immagini, alcune tappe fondamentali dell’attività dell’alpinista ed esploratore bergamasco, legate per lo più alla sua pluriennale esperienza di reporter e inviato molto speciale per il settimanale Epoca. Un percorso complesso ed emozionante che ne rivela attraverso le fotografie, la passione e l’impegno e soprattutto lo sguardo sul mondo.

Curata da Gaetano Di Filippo per Sali d’Argento, la mostra costituisce una nuova occasione per esaminare da vicino la figura umana e professionale di Bonatti, nella sua poliedrica dimensione di esploratore e alpinista e di fotografo e narratore in prima persona delle sue imprese negli angoli più remoti della Terra: mondi lontani,  ffascinanti e insoliti per la maggior parte dei suoi affezionati lettori, raccontati da un personaggio altrettanto affascinante che attraverso le pagine di Epoca, ne ha invitate almeno tre generazioni a spingere lo sguardo verso orizzonti allora sconosciuti ai più; gli stessi lettori che, a loro volta, non hanno mai mancato di identificarsi nel tempo con la sua sete di scoperta e la sua passione per il viaggio e l’avventura. La mostra – versione ridotta e riorganizzata della più ampia “Walter Bonatti – Fotografie dai Grandi Spazi” organizzata da Contrasto e curata da Alessandra Mauro e Angelo Ponta, esposta in numerose sedi prestigiose in Italia tra il 2015 e il 2017, che ha riscosso un notevole successo di pubblico – è stata realizzata grazie agli eredi di Walter Bonatti, che hanno consentito e favorito l’utilizzo delle immagini selezionate; ad essi, i curatori, gli organizzatori e i patrocinatori dell’iniziativa estendono un ringraziamento particolare.

Le immagini esposte fanno parte dell’Archivio Bonatti, donato dai suoi eredi al Museo nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino.

Sala Espositiva Comunale, Alfedena  dal 30 luglio al 27 agosto 2017

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