Che cos’è l’America? Attingendo dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos la mostra Magnum America pone al visitatore questa domanda. Organizzata in capitoli decennali che vanno dagli anni ’40 ai giorni nostri, l’esposizione promossa da Forte di Bard e Magnum Photos nel solco di una consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e di costume, mette a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro. La mostra si basa sull’ampia pubblicazione “Magnum America” edita da Thames & Hudson nel 2024.
Fin dalla sua fondazione nel 1947, Magnum Photos è stata profondamente intrecciata con la storia dell’America: i suoi ideali, le sue contraddizioni e le sue trasformazioni. Per molti dei fondatori europei di Magnum, l’America rappresentava sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica. Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo della vita del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese con uno sguardo distaccato e antropologico. Con la crescita dell’agenzia, fotografi americani come Eve Arnold, Elliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto: dal movimento per i civili e le proteste contro la Guerra del Vietnam, ai ritratti intimi della vita quotidiana nelle piccole città e nelle grandi metropoli.
Nel corso dei decenni, l’obiettivo di Magnum ha seguito i trionfi e i traumi dell’America: il V-day, la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. Insieme, queste immagini formano un mosaico a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America, e cosa potrebbe diventare.
Fortemente voluta dalla Sindaca Vittoria Ferdinandi e dall’Assessore alle Politiche culturali Marco Pierini, la mostra si presenta come l’esito di un viaggio alla scoperta di un’artista che sviluppò uno stile unico, caratterizzato da sperimentazione e una forte sensibilità sociale, denso di immagini, documenti, video e oggetti personali che ricostruiscono ed evocano il lavoro e la vita di una delle più emblematiche fotografe del Novecento. L’esposizione “Tina Modotti. L’opera”, curata da Riccardo Costantini, nasce da uno straordinario progetto di ricerca, frutto di decenni di viaggi, contatti e scoperte in vari luoghi del mondo, seguendo la vita errante della fotografa, che approda a Palazzo della Penna dove viene offerta ai visitatori un’esperienza unica, emozionante ed estremamente ricca, che può contare anche su alcuni scatti inediti, frutto delle ultime ricerche svolte dello stesso curatore, in Messico e negli Stati Uniti.
Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, detta Tina (1896-1942) è stata una figura poliedrica – attrice, modella, attivista, autrice di saggi, pittrice e fotografa – la cui vista si intreccia con la storia politica e culturale del Novecento, e le cui vicende di vita hanno spesso fatto dimenticare la sua opera e le sue eccelse capacità artistiche.
In mostra oltre 200 immagini che raccontano l’intensa attività di questa grande fotografa, moltissimi documenti rari, video e audio, e la possibilità di poter ammirare la macchina fotografica che usava all’epoca e alcuni oggetti personali appartenuti a Tina Modotti, come la sua preziosa borsa “istoriata” da viaggio. Tutto questo fa della mostra perugina il ritratto più completo, mai offerto prima in Italia, di quella che è stata definita “la più famosa artista sconosciuta del 20° secolo”.
Dalle prime esperienze a Hollywood, dove recita in film muti e si avvicina alla fotografia grazie a Edward Weston, fino alla maturità artistica in Messico, Modotti sviluppa il suo stile unico di “fotografie oneste”, libere da virtuosismi, attente all’immediatezza e alla sperimentazione. Le sue immagini raccontano la bellezza e la dignità del lavoro, la condizione femminile, le contraddizioni del progresso e il fervore politico di un’epoca segnata da grandi trasformazioni.
Tra i nuclei più significativi, spiccano gli scatti dedicati alle donne di Tehuantepec (1929), testimonianza dell’impegno sociale e antropologico, nonché di profonda attualità in una mostra che, fin dal manifesto scelto per raccontarla in sintesi, parla con grande attualità della dignità delle donne, della loro nobiltà, della loro capacità di essere protagoniste, o nella storia (con l’attivismo politico) o nella società (lavoratrici ma al contempo madri).
Una sezione speciale ricostruisce la prima e unica esposizione realizzata da Modotti nel 1929, offrendo una chiave di lettura unica sulla sua poetica, ricostruendo – in un atto di rispetto commovente, accompagnato da rare musiche d’epoca – una “mostra nella mostra”, come l’aveva immaginata allora la stessa Tina.
La mostra monografica è promossa dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e Cinemazero di Pordenone, che custodisce l’archivio Modotti più ampio al mondo, e con il gestore dei servizi per il pubblico e delle attività di valorizzazione del circuito museale comunale, Le Macchine Celibi soc. Coop.
dal 19 Dicembre 2025 al 12 Aprile 2026 – Palazzo della Penna Centro per le arti contemporanee – Perugia
Con Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67, il MAN prosegue la riflessione sul linguaggio fotografico e il suo rapporto con la Sardegna, territorio di ispirazione e sperimentazione per generazioni di artisti. La mostra, che celebra il centenario della nascita del fotografo maddalenino (La Maddalena 1925 – Roma 1978), maestro della fotografia italiana del Novecento, riporta alla luce un corpus a lungo dimenticato, restituendo una dimensione nuova e sorprendente del suo sguardo: quella del colore. In dialogo con le recenti ricerche del museo su autori e visioni del paesaggio sardo, l’esposizione amplia la nostra percezione di un fotografo che molti hanno conosciuto solo attraverso il bianco e nero.
Il percorso della mostra, composto da circa ottanta opere tra stampe fotografiche a colori — in larga parte raramente esposte – e materiali d’archivio, propone un viaggio nella storia visiva e professionale di Pinna, offrendo nuovi elementi di valutazione critica della sua opera. Le immagini scelte, frutto di un lungo lavoro di recupero e restauro digitale delle cromie originali, sono accompagnate da fotografie di raffronto dello stesso soggetto in bianco e nero, oltre a diapositive, strumenti di lavoro provenienti dall’Archivio Franco Pinna, a testimonianza della complessità del suo approccio documentario. Una selezione di pubblicazioni d’epoca, fra cui “Vie Nuove”, “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, spiega la ragione del suo impegno con il colore, destinato alle riviste del tempo e alle loro pagine patinate, che richiedevano un senso di attualità e non la storicizzazione tipica del classico bianco e nero.
La mostra prende avvio da Orgosolo 1953, prima campagna fotografica a colori realizzata da Pinna in Sardegna, per poi attraversare le tappe più significative della sua produzione isolana: Canne al vento (1958), Argia a Tonara (1960) immagini per il celebre volume Sardegna. Una civiltà di pietra (1961), fino alle cronache sul banditismo e le proteste dei pastori del 1967. Le sequenze, disposte come un racconto di lunga durata, restituiscono l’evoluzione di un linguaggio che trova nel colore una dimensione autonoma e poetica, capace di cogliere la materia viva della Sardegna arcaica e modernissima insieme.
A emergere è la tensione tra documento e rito, che percorre tutta la sua opera: un modo di attraversare la realtà che, come scriveva Federico Fellini nel 1976, rivela in Pinna “una lentezza da ierofante”, sospesa tra lo sguardo dello scienziato e quello del sacerdote. È proprio in questa dimensione sospesa tra documento e rito che la mostra del MAN invita a rileggere la sua opera: come un attraversamento della realtà che diventa rivelazione.
Dal 5 Dicembre 2025 al 1 Marzo 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro
GRANDI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA. LÁSZLÓ MOHOLY NAGY
László Moholy‑Nagy, Untitled
Giovedì 27 novembre 2025 alle ore 19.00, presso la Galleria del Palazzo Falconieri in via Giulia, si inaugura il nuovo appuntamento della serie Grandi Maestri della Fotografia promossa dall’Accademia d’Ungheria in Roma. Dopo Robert Capa e André Kertész, la rassegna rende omaggio a un altro illustre artista di origine ungherese: László Moholy‑Nagy, uno dei protagonisti più versatili e influenti del Novecento.
La mostra, realizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center di Budapest e con il sostegno del Ministero della Cultura e Innovazione ungherese, presenta circa sessanta opere selezionate dalla Collezione della Fondazione Moholy‑Nagy. L’esposizione è arricchita da fotografie legate alla sua vita, estratti dei suoi film e installazioni che ne raccontano la ricerca artistica.
La struttura dell’allestimento si ispira al linguaggio formale del Bauhaus: un grande pannello luminoso retrostante illumina le immagini stampate su superfici trasparenti. Saranno visibili il suo studio (con Lucia Moholy‑Nagy) a Dessau nel 1926, il suo ufficio di Chicago nel 1937, l’allestimento di una mostra a Brno nel 1935, scenografie e bozzetti per spettacoli teatrali, nonché un copione cinematografico disegnato. L’esposizione mostra come la “nuova visione” da lui creata si manifesti in diversi ambiti e attraversi tutta la sua vita, rivelando quanto l’universo visivo dei suoi film coincida con la composizione delle sue fotografie e come l’astrazione dei suoi fotogrammi conduca al mondo delle sue fotografie e dei suoi collage.
L’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2026 e sarà accompagnata, al Piano Nobile del Palazzo Falconieri, dalla mostra Risonanza – in omaggio a László Moholy‑Nagy, a cura di Pál Németh, che presenta opere di sei artisti contemporanei – Zsolt Gyenes, Anita Egle, Ferenc Forrai, Olívia Zséger, Márta Krámli e Balázs Veres – spontaneamente sintonizzati con l’eredità del maestro, generando una risonanza creativa che ne rinnova la presenza.
Dal 27 Novembre 2025 al 28 Febbraio 2026 – Accademia d’Ungheria in Roma – Palazzo Falconieri – Roma
Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938
Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) figura cardine della fotografia del XX secolo approda al Centro Culturale di Milano con una mostra di rilevo internazionale dal titolo “Il mondo e la tenerezza”, che presenta più di 110 fotografie vintage dell’Autore provenienti da New York insieme a rare documentazioni d’epoca. Curata da Roberto Mutti e prodotta daSUAZES, con il Patrocinio del Comune di Milano, la mostra raccoglie opere scattate tra il 1938 e il 1990, la maggior parte delle quali esposte per la prima volta in Italia. Un’opportunità senza precedenti per conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso.
Rosenblum rappresenta un punto di congiunzione tra la fotografia sociale di Lewis Hine e la nascita del reportage umanistico di Paul Strand, a sua volta in dialogo con figure centrali come Alfred Stieglitz ed Edward Steichen, quando anche la street photography iniziava a delineare un nuovo percorso espressivo, che avrebbe influenzato profondamente le generazioni successive fino ai nostri giorni. La cifra di Rosenblum, rivelata dalle tante icone che ci ha lasciato, è rendere inscindibile l’arte e il racconto con intento giornalistico, mentrela sua composizione rivela la maestria unica nel saper rivelare l’immagine interiore dell’umano dai luoghi dove esso vive, si esprime, lavora, genera, lotta
Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza, si intrecciano due dimensioni spesso considerate distanti: da un lato “il mondo”, con le sue tensioni sociali, urbane e umane, dall’altro “la tenerezza”, ovvero uno sguardo empatico e intimo che attraversa anche le realtà più dure.
«La mia fotografia è un omaggio alla persona che fotografo» e «il senso della vita deriva dalle persone che si sono conosciute e amate» sono frasi che raccontano il cuore del suo lavoro e della visione del mondo di Rosenblum, tratte dal film pluripremiatoIn Search of Pitt Street. La pellicola, realizzata da sua figlia Nina Rosenblum, regista affermata nel panorama del cinema indipendente, sarà proiettata giovedì 4 dicembre nell’auditorium del Centro Culturale di Milano e introdotta da un intervento della regista stessa.
Sono altrettante sezioni del percorso espositivo della mostra – sette – i principali temi attraversati dalla carriera fotografica di Rosenblum, che ha documentato alcuni degli eventi più significativi del ventesimo secolo con sguardo precursore: l’esperienza degli immigrati in America, nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita quotidiana a East Harlem, Haiti, in Europa, le generazioni del South Bronx.
Sottolinea Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano: “Rosenblum era anche lui figlio di immigrati ebrei romeni di inizio secolo, poveri e accolti. Usa la fotografia esprimere la dignità dell’essere umano, per dare notizia dell’uomo che vive, della sua appartenenza, mai semplici vittime, una umanità che sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse. La fotografia li riconsegna protagonisti reali e ignoti della vita, eroi umani delle contraddizioni della convivenza”.
Il suo primo coinvolgimento con la fotografia iniziò all’età diciassette anni, quando si unì allaPhoto League,collettivo americano nato ad inizio anni ’30 con l’intento di fare luce sulle problematiche umane e sociali ignorate dalla politica. Ai fondatori Paul Strand e Berenice Abbott aderirono nel tempo Helen Levitt, Robert Frank, Eugene Smith, Ruth Orkin, Dorothea Lange, Aaron Siskind, lo svizzero Rudy Burckhardt, Lisette Model, Fred Stein, Sid Grossman, Arthur Leipzig e Weegee. Lì si plasmarono le varie strade del reportage umanistico. Decisivi per Rosenblum sono gli incontri con Lewis Hine (che gli diede in consegna tutta la sua opera), Lewis Hine, l’artefice della fotografia sociale da Ellis Island (contribuendo a cambiare le leggi sul lavoro minorile) all’Empire State Building, e Paul Strand, suo mentore e poi amico indissolubile (bellissimo un suo ritratto in mostra) già autore nel 1921 del celebre film-reportage sulla città ManHatta proiettato in modo permanente al MOMA e autore con Cesare Zavattini del libro cult che segna un nuovo modo di raccontare un evento urbano e umano, Un Paese. Suzzara). Il movimento della Photo League e i suoi locali poveri ma pieni di vita divennero la sua casa e ne diventò poi uno dei principali animatori, Presidente del comitato espositivo e come direttore dei Photo Notes, fino allo scioglimento forzato di questa esperienza avvenuta nel 1952 nel giro di vite del maccartismo.
Rosenblum era sulla spiaggia Omaha Beach la mattina del D-Day. La passione per la fotografia lo portò a servire come fotoreporter nell’esercito americano. Si unì al battaglione anticarro che attraversò Francia, Germania e Austria, realizzando le prime riprese cinematografiche del campo di concentramento di Dachau. Uno dei fotografi della Seconda Guerra Mondiale più decorati, ricevendo la Silver Star, la Bronze Star, cinque Battle Stars, un Purple Heart e una Presidential Unit Citation. Il Centro Simon Weisenthal lo ha onorato come liberatore di Dachau.
Le fotografie di Walter Rosenblum sono rappresentate in oltre 40 musei e collezioni internazionali, tra cui il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la Library of Congress di Washington D.C., la Bibliothèque Nationale di Parigi, Museo Reina Sophia, il Museum of Modern Art di New York.
Alla professione di fotografo, esercitata per più di cinquant’anni, Rosenblum ha affiancato quella dell’insegnamento e della affermazione della fotografia del secondo novecento, con una carriera quarantennale al Brooklyn College di New York dal 1947 ed alla Yale Summer School of Art per venticique anni e alla Cooper Union, al Rencontre de La Photographie ad Arles, in Francia e a San Paolo, in Brasile.
Insieme a sua moglie, la famosa storica della fotografia Naomi Rosenblum, ha curato mostre internazionali, tra cui la Lewis Hine Retrospective. Nel 1999 l’International Center of Photography ha conferito a Walter e NaomiRosenblum l’Infinity Award fo Lifetime Achievement.
Accompagna la mostra il libro catalogo ed. SilvanaEditoriale curato da Angelo Maggi dello IUAV di Venezia.
Dal 2 Dicembre 2025 al 19 Febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano
EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti
Dopo Thea Maris. Risonanze del Mare, Anna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, in occasione di Arte Fieracon un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, organizzato da Laura Frasca Art Manager della fotografa. La mostra sarà accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.
Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.
Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.
Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.
L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.
La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.
Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.
La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.
Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.
Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.
Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.
L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.
Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.
Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.
Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.
“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”
Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini
Corpus – Autori Vari
Camilla di Bella Vecchi. Alluvione, Corpus – Galleria Leòn
In occasione del suo primo anniversario, dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026, Galleria Leòn presenta “Corpus“, una mostra collettiva curata da Leonardo Iuffrida – fondatore e direttore della galleria – che riunisce 5 artisti, le cui opere sono state esposte nel corso del primo anno di attività dello spazio.
In un’epoca dominata da selfie, social media e ostentazione dell’io, il corpo è divenuto uno strumento privilegiato nella costruzione dell’identità individuale e collettiva. La galleria ha posto questo tema al centro della sua ricerca, con l’obiettivo di diventare un luogo di riflessione e confronto.
A partire da venerdì 5 dicembre, questo spazio ospiterà “Corpus“, un’indagine visiva che riunisce Camilla Di Bella Vecchi, Marco Gualdoni, Lulù Withheld, Ettore Moni e Serafino, ciascuno con una visione distintiva, accomunati dalla capacità di esplorare le modalità con cui il corpo si fa specchio della nostra contemporaneità. Le loro traiettorie si intrecciano in una narrazione che offre mondi ideali, reale contatto e atti di resistenza nel buio oscurantista del presente.
NUDITÀ COME MISTERO E UTOPIA Camilla Di Bella Vecchi & Marco Gualdoni Ciò che viene offerto dai due artisti è un mondo utopico, immaginifico e pieno di mistero, che solo un mezzo come la fotografia può rendere credibile. Uno sguardo sul corpo privo di nostalgia, che si fa ponte di memoria verso il futuro. La visione fotografica di Camilla Di Bella Vecchi e Marco Gualdoni attinge all’immaginario della pittura fiamminga, in cui l’uso di una luce epidermica e analitica era simbolo di progresso, equità e sapere. Una luce che, scivolando su ogni più piccolo dettaglio del reale, eliminava gerarchie tra le cose e suscitava sete di conoscenza.
NUDITÀ COME RIAPPROPRIAZIONE DI SÉ, OLTRE LE BARRIERE DIGITALI Lulù Withheld La realtà e i nostri corpi sono ogni giorno esperiti attraverso uno schermo tecnologico che espone e dà visibilità, promette protezione e connessione, ma invece isola, filtra e crea visioni anestetizzate. In un pulviscolo di pixel, i corpi fotografati da Withheld recuperano la loro fisicità e materialità perduta, con l’intento di abbattere le barriere e ritrovare un reale contatto con sé stessi e gli altri.
NUDITÀ COME LEGAME COMUNITARIO E ATTO DI RESISTENZA Ettore Moni I ritratti fotografici realizzati da Ettore Moni trasformano l’osservazione in un’esperienza vissuta sulla propria pelle. Un’esplorazione di identità libere, outsider e non conformiste con cui ritrovare, attraverso la loro nudità, il coraggio di essere sé stessi e il senso profondo di una comune appartenenza. Ogni scatto permette di rispecchiarsi nell’altro, ampliare i nostri orizzonti e trovare legami condivisi.
NUDITÀ COME FIORITURA EMOTIVA Serafino Francesco Esposito, in arte Serafino, si ispira alla natura per ripensare le relazioni, l’amore e l’ordine sociale. Fotografa corpi, abbracci e connessioni umane, affiancandoli a scatti di elementi naturali. L’invito è a ridefinire i legami sentimentali ed affettivi non solo come una strada a senso unico, ma come una rete infinita di possibilità.
dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026 – Galleria Leòn – Bologna
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Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!
Anna
Chi sei, Napoli? – JR
Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017), San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.
L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.
Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate. Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.
Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.
Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli
Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San Gaetano, VIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.
Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.
Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori. La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia. Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.
Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.
Da un progetto diVertigo Syndrome ein collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partnerFrecciarossa Treno Ufficiale. Il catalogo è realizzato da Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palaise Musée du Luxembourg, Paris.
“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.
“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”
“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin. “Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”. “La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.
Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova
Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo. Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale. Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori. Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.
Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.
“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”. Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza. Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.
Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste
Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra inedita, dal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore. A trent’anni dalla sua morte e aottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta. Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.
Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.
Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.
Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.
Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano
Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.
Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.
Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento
Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.
Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation.Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.
Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation,il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.
Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie.La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico.La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.
Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.
4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano
Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus
A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana. Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.
Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.
Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità. In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura. Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.
La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani. Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.
Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.
I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.
Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana
Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.
L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.
L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.
Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.
“Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.
Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.
La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo. Catalogo Silvana Editoriale.
Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia
Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu
Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.
Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.
Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.
17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)
Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore, l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore – ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore, afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così – dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.
Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze
Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura
A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.
Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.
Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.
Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino
Torna a Palazzo dei Priori di Fermo il nuovo appuntamento con “Il tempo delle mostre”, questa volta dedicato all’arte del celebre fotografo americano Steve McCurry. Dal 20 dicembre 2024 al 4 maggio 2025 le sale del Palazzo ospitano la mostra “Steve McCurry – Children”, ideata e curata di Biba Giacchetti. La mostra inaugura un percorso emozionante sull’infanzia vista attraverso l’obiettivo di Steve McCurry, uno dei fotografi più amati al mondo.
Con oltre 50 fotografie, il pubblico avrà l’occasione di ammirare l’unica esposizione tematica interamente dedicata ai bambini, realizzata nell’arco di quasi cinquant’anni di carriera. Le immagini, provenienti da ogni angolo del mondo, ritraggono i più piccoli in scene di vita quotidiana, offrendo un omaggio a questo periodo straordinario della vita. Spiega Steve McCurry: “Ho avuto il grande privilegio di fotografare i bambini di tutto il mondo e ora che ho una figlia anch’io apprezzo ancora di più la loro energia, la loro curiosità, le loro potenzialità. Nonostante il contesto difficile in cui molti di loro nascono, i bimbi hanno la capacità di giocare, sorridere, ridere e condividere piccoli momenti di gioia. C’è sempre la speranza che un bambino possa crescere e cambiare il mondo.” La mostra è promossa dal Comune di Fermo con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, in collaborazione con Orion57, partner Mus-e del Fermano. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo. A Fermo una straordinaria galleria di ritratti esplora tutte le sfaccettature dell’infanzia, accomunate da un elemento universale: lo sguardo dell’innocenza. I bambini immortalati da McCurry, pur diversi per etnia, abiti e tradizioni, condividono la stessa energia inesauribile, la gioia di vivere e la capacità di giocare anche nei contesti più difficili, spesso segnati da povertà, conflitti o condizioni ambientali estreme. Il visitatore sarà guidato in un viaggio ideale accanto a McCurry, attraverso paesi come India, Birmania, Pakistan, Tibet, Afghanistan, Libano, Etiopia e Cuba. Spiega la curatrice Biba Giacchetti: “Ogni immagine offre uno spaccato delle condizioni sociali più disparate, rivelando una condizione umana universale fatta di sentimenti comuni e sguardi che affermano la stessa dignità. Incontriamo bambini profughi e lavoratori, giovani che trasformano un cannone arrugginito in un gioco, che rincorrono un pallone sotto la pioggia, che creano musica con chitarre fatte di materiali di scarto. Bambini che vivono nelle grandi metropoli o nei villaggi più remoti, protagonisti di storie di gioia e aggregazione, solitudine e resilienza, solidarietà e stupore”. La mostra racconta storie di gioia, resilienza, famiglia e amicizia, immortalate con empatia e rispetto. Tra le immagini più iconiche spicca quella della piccola afghana ritratta in un campo profughi nel 1984, diventata un simbolo universale delle sofferenze inflitte dalla guerra. Questo scatto precede di anni la stesura della Carta dei Diritti dei Bambini, approvata dalle Nazioni Unite nel 1990, e continua a testimoniare l’urgenza di tutelare l’infanzia in tutto il mondo. In questo scenario globale, McCurry vuole anche sensibilizzare il pubblico sul tema dello sfruttamento infantile. Nei suoi viaggi, soprattutto in Asia, ha documentato le vite di molti bambini costretti a lavorare quando dovrebbero giocare o frequentare la scuola. “La visione dell’infanzia di McCurry è varia e diversificata, proprio come lo sono i bambini nel mondo.
Eppure, ovunque si posi il suo obiettivo, emerge un messaggio chiaro: finché ci sono bambini, c’è speranza”, afferma Owen Edwards, critico fotografico. Attraverso le sue immagini, McCurry cattura l’eterna resilienza dei bambini, la loro capacità di trovare gioia anche nelle situazioni più difficili. Un esempio è lo scatto dei bambini che giocano su un carro armato arrugginito, trasformando uno strumento di morte in un giocattolo, oppure quello in cui giocano con delle ruote sotto antichi esemplari di baobab in Madagascar, venerati per la loro età e la capacità di immagazzinare acqua durante i periodi di siccità. Grazie alla sua capacità narrativa, ogni fotografia diventa una finestra sulla vita dei soggetti, capace di trasmettere autenticità, spensieratezza e purezza. La mostra si apre con una serie di ritratti intensi e si snoda attraverso immagini che alternano guerra e poesia, sofferenza e gioia, stupore e ironia. Steve McCurry, uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, è una figura iconica capace di raccontare il nostro tempo con profondità e poesia. La mostra a Palazzo dei Priori di Fermo è arricchita da un video esplicativo sulle esperienze vissute da Steve McCurry nei suoi reportage e sul suo rapporto con la fotografia. “Steve McCurry – Children” è più di una mostra: è un viaggio nei ricordi della nostra stessa infanzia, una riflessione profonda sulle responsabilità di ciascuno verso le nuove generazioni. In ogni scatto ritroviamo un invito a costruire un futuro più giusto, consapevoli che il cambiamento inizia dalle azioni del presente.
Dal 20 Dicembre 2024 al 04 Maggio 2025 – Palazzo dei Priori – Fermo (AP)
Dal 10 gennaio 2025 la IV Edizione di Molichrom: Festival della Fotografia Nomade. Tra gli eventi più significativi del Molise con mostre, talk e workshop: ” questa edizione si concentra su una delle più drammatiche declinazioni del nomadismo contemporaneo: le migrazioni forzate causate dai conflitti – afferma il Direttore Artistico Eolo Perfido – La guerra ha sempre rappresentato uno dei più potenti catalizzatori del nomadismo forzato nella storia dell’umanità. Dalle antiche deportazioni assire alla contemporanea crisi dei rifugiati, il conflitto armato continua a essere la principale causa di spostamenti di massa della popolazione civile, creando quella che potremmo definire una forma di “nomadismo della sopravvivenza”. Molichrom: Festival ha fatto del Nomadismo la sua chiave di lettura del mondo: un evento di fotografia internazionale e contemporanea che vede il Molise protagonista e crocevia di incontri. “Oggi, il nomadismo bellico assume forme diverse rispetto al passato ma non meno drammatiche. I conflitti moderni, spesso caratterizzati da guerre civili e crisi prolungate, creano situazioni di sfollamento che possono durare generazioni. I campi profughi, concepiti come soluzioni temporanee, diventano spesso insediamenti semi-permanenti dove si sviluppano nuove forme di società nomadi urbane. Il rapporto tra guerra e nomadismo è uno dei più complessi fenomeni del nostro tempo. Comprendere questa relazione non è solo un esercizio accademico, ma una necessità pratica per sviluppare risposte più efficaci alle crisi umanitarie. In un mondo dove i conflitti continuano a generare massicci spostamenti di popolazione, la sfida è quella di trasformare il nomadismo forzato da tragedia umanitaria a opportunità di rinnovamento sociale e culturale” In un momento storico segnato da guerre e crisi umanitarie globali, il Festival propone una riflessione profonda sulle conseguenze umane dei conflitti armati. La mostra principale “L’ultimo Ballo: Vite sospese al tempo di guerra” (dal 10 gennaio al 16 febbraio 2025) vede protagonista il fotoreporter Alessio Romenzi, che attraverso i suoi scatti ci conduce nelle zone più calde del pianeta, documentando non solo gli scenari di guerra, ma soprattutto l’impatto devastante sui civili costretti all’esilio.
In dialogo con questo tema, il progetto di Molichrom Lab, in collaborazione con le Associazioni Fotografiche locali, porta l’attenzione sul territorio molisano, presentando i volti e le storie dei rifugiati che hanno trovato accoglienza nella regione con Verso Casa. Un racconto visivo sull’esilio forzato che trasforma il concetto astratto di migrazione in storie concrete di resistenza e speranza.
Il programma di questa edizione si arricchisce di contributi significativi grazie a Talk con personalità di alto spessore: venerdì10gennaio con Alessio Romenzi e il racconto della fotografia di guerra. Sabato 11 con Barbara di Maio e Francesca Tiboni insieme per “Uno sguardo al femminile sulla Street Photography: Women in Street Italy”, ed è in loro compagnia che domenica 12 gennaio dalle ore 10.00 faremo la passeggiata fotografica gratuita e aperta a tutti/e per le strade di Campobasso. Di intelligenza artificiale si discuterà nel pomeriggio con Paolo Benanti “Il Futuro della Fotografia:Etica e Creatività nell’era dell’IA”.Martedì 14 incontreremo Amnesty Italia con Tina Marinari “Crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza”.
Immancabili i nostri approfondimenti laboratoriali, per questa IV edizione Andrea Boccalini, noto ritrattista della scena jazz mondiale arricchisce il programma con un workshop sul ritratto ambientato. Un buon ritratto nasce da una relazione umana. Il successo di una sessione di ritratto dipende per il 90% dalla comprensione del valore emotivo delle nostre scelte e dalla capacità di connettersi con il soggetto. Quando smettiamo di essere solo fotografi e trasformiamo la sessione in uno scambio, un incontro, il ritratto diventa autentico. Un buon ritratto deve invece deve rivelare il soggetto. Nel workshop esploreremo cosa significa davvero ritrarre una persona.
Molichrom, facendo del nomadismo il fil rouge di tutte le edizioni, continua a esplorare il concetto di “sguardo nomade”, promuovendo una visione che supera i confini geografici e culturali. La fotografia diventa uno strumento che permette di esplorare realtà diverse attraverso gli occhi di chi le ha vissute in prima persona, offrendo nuove prospettive sulla complessità del mondo contemporaneo.
Il Festival in questa edizione si propone come spazio di riflessione sulla mobilità forzata e sulla necessità di costruire ponti di comprensione tra culture diverse. Nato da un’idea sviluppata con l’associazione Tèkne, gruppo di professionisti appassionati di cultura e arte da sempre impegnati nella promozione del territorio, il festival rappresenta un’iniziativa coraggiosa che, attraverso la cultura visiva e la fotografia contemporanea, contribuisce a valorizzare e far conoscere il Molise oltre i suoi confini, trasformandosi in un’opportunità di rinascita culturale per l’intera regione. Il festival promuove l‘apertura alla diversità culturale e l’esplorazione come mezzo di pace, consapevolezza e ricchezza. Molichrom è co-finanziato dal Piano Sviluppo e Coesione della Regione Molise.
Dal 10 Gennaio 2025 al 16 Febbraio 2025 – Palazzo GIL – Campobasso
Dopo le mostre dedicate a grandi maestri della fotografia italiana e internazionale come Tina Modotti e Mimmo Jodice, CAMERA è felice di inaugurare la prossima stagione espositiva con la mostra Henri Cartier-Bresson e l’Italia che aprirà al pubblico dal 14 febbraio fino al 2 giugno 2025.
La mostra costituisce la più importante monografica mai realizzata incentrata sul lungo rapporto tra il maestro francese e il nostro paese.
Per la prima volta viene documentato in maniera esaustiva e approfondita il rapporto tra colui che è stato definito “l’occhio del secolo” e l’Italia, un paese che amava profondamente, soprattutto per la vivace vita di strada, che gli offriva l’opportunità di cogliere quegli “istanti decisivi” che hanno reso celebre il suo lavoro.
Attraverso circa 200 fotografie vintage e numerosi documenti – giornali, riviste, volumi –, la mostra ripercorre le tappe di un rapporto iniziato negli anni Trenta e proseguito sino al momento in cui Cartier-Bresson ha abbandonato la fotografia, negli anni Settanta.
La mostra, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, è realizzata grazie alla collaborazione tra Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi e Fondazione CAMERA – Centro Italiano per la fotografia di Torino, con la curatela di Clément Chéroux e Walter Guadagnini, direttori delle rispettive Fondazioni.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore.
La radio ufficiale della mostra è Radio Monte Carlo.
14 febbraio – 2 giugno 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
La fotografia contemporanea torna protagonista al Museo Diocesano di Cremona grazie alla rinnovata collaborazione con il Festival della Fotografia Etica.
Il prossimo 31 gennaio alle ore 18:00 verrà inaugurata la mostra Mapuche, il ritorno di voci antiche di Pablo Ernesto Piovano.
Il reportage esplora la vita quotidiana di questo popolo ancestrale che resiste da secoli a invasioni e colonizzazioni. Un progetto che documenta la loro lotta per difendere terre, lingua, cultura e identità, ora in pericolo. Nonostante repressione e stigmatizzazione, i Mapuche preservano la loro eredità spirituale e comunitaria, simboleggiando resilienza e un profondo legame con la Terra Madre. Il lavoro, composto da quasi 50 immagini, molte delle quali esposte per la prima volta in Italia, viene proposto in un percorso appositamente ideato per il museo da Laura Covelli, curatrice delle mostre del Festival, che include opere d’arte, poesie e materiale d’archivio.
Non perdere l’occasione di visitare la mostra in occasione dell’inaugurazione con una visita guidata nel percorso espositivo.
Dal 31 gennaio al 23 marco – Museo Diocesano di Cremona
Riccardo Moncalvo, Tricentenario miracolo, Monte dei cappuccini, 1938. Archivio Riccardo Moncalvo
Dal 14 febbraio al 6 aprile 2025, la Project Room ospita la mostra Riccardo Moncalvo. Fotografie 1932-1990.
L’importante fotografo torinese (Torino, 1915-2008) inizia ad approcciarsi al mezzo fotografico ad appena 13 anni, seguendo le orme del padre, titolare dell’atelier di Fotografia Artistica e Industriale, e diventa molto presto socio della Società Fotografica Subalpina.
Negli anni tra le due guerre le fotografie di Moncalvo iniziano ad apparire su importanti riviste di settore e diventa uno dei primi in Italia a stampare fotografie a colori professionali. La mostra raccoglie 70 stampe vintage, provenienti dall’Archivio Riccardo Moncalvoe da collezioni private, in bianco e nero e a colori, che ripercorrono quasi 60 anni di storia.
La mostra e il relativo catalogo sono a cura di Barbara Bergaglio con testi di Walter Guadagnini e Andrea Tinterri.
14 febbraio – 6 aprile 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Project Room – Torino
Intesa Sanpaolo apre al pubblico dal 20 febbraio al 7 settembre 2025 alle Gallerie d’Italia – Torino Olivo Barbieri. Spazi Altri a cura di Corrado Benigni, mostra che rende omaggio a uno dei fotografi più innovativi e originali, le cui immagini oscillano tra vero e rappresentazione del vero, tra mondo immaginato e mondo riprodotto.
Con oltre 130 opere – trittici di grandi dimensioni, polittici e due grandi quadrerie -, l’esposizione è un nuovo capitolo del progetto “La Grande Fotografia Italiana” a cura di Roberto Koch, con cui la Banca celebra dal 2022 i grandi maestri della fotografia del Novecento del nostro Paese. Realizzata con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino, la mostra propone per la prima volta una sintesi organica della ricerca che Olivo Barbieri ha dedicato alla Cina in oltre trent’anni, con molte fotografie inedite.
È il 1989 quando Olivo Barbieri compie il suo primo viaggio in Cina, casualmente proprio durante i fatti di Piazza Tienanmen. Da allora ha inizio un approfondimento che fino al 2019 conduce regolarmente l’artista sul territorio della Repubblica Popolare Cinese, della cui trasformazione intuisce fin dagli esordi la portata sociale, economica e culturale, una transizione che interessa tutta l’umanità per il suo impatto in termini di identità, sostenibilità, migrazioni, nuove tecnologie e intelligenza artificiale. Il fuoco selettivo e le riprese dall’elicottero hanno reso Olivo Barbieri riconoscibile in tutto il mondo per la capacità di trasformare l’immagine della realtà in un modello, un plastico, un mondo in progettazione. Nelle opere esposte, lontane da intenti documentaristici, si ritrovano tutti gli slittamenti percettivi che negli anni identificano l’opera di Barbieri: le lunghe esposizioni, l’illuminazione artificiale, le riprese verticali, l’uso di colori saturi e il fuoco selettivo che trasforma il reale in un avatar di sé stesso.
Il catalogo della mostra è realizzato da Società Editrice Allemandi.
Il museo di Torino, insieme a quelli di Milano, Napoli e Vicenza, è parte del progetto museale Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, guidato da Michele Coppola – Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici della Banca.
Dal 20 Febbraio 2025 al 07 Settembre 2025 – Gallerie d’Italia – Torino
In occasione del quarantesimo anniversario del brand, la mostra fotografica “THE CREATION OF A DIVA”, promossa da GUESS, costituisce un viaggio immersivo nell’universo estetico del marchio, attraverso le campagne fotografiche e volti più iconici che hanno contribuito a definirne l’identità unica e inconfondibile.
Un percorso tra moda, fotografia e video che svela il processo creativo dietro un’estetica immediatamente riconoscibile, in cui il fascino glamour della vecchia Hollywood incontra il carisma delle donne moderne. Strutturato in quattro sezioni tematiche, il percorso ripercorre oltre quattro decenni di storia, dal 1981 a oggi, riflettendo sul ruolo che GUESS ha assunto nella cultura visiva contemporanea ed esplorando le sue campagne pubblicitarie leggendarie, realizzate da maestri della fotografia come Ellen Von Unwerth, Wayne Maser, Bryan Adams e Dewey Nicks.
Dalla prima “GUESS Girl”, Estelle Lefebure, alle supermodelle che hanno segnato un’epoca – tra cui Claudia Schiffer, Eva Herzigova, Naomi Campbell e Anna Nicole Smith – il brand ha dato vita a carriere straordinarie, trasformando giovani promesse in icone glamour internazionali, autentiche “Dive” della moda capaci di incarnare l’inconfondibile estetica di GUESS.
Oltre alle fotografie, il percorso espositivo si arricchisce con stanze esperienziali che raccontano la storia di GUESS attraverso installazioni interattive, effetti luminosi e la vibrante tonalità di rosso simbolo del marchio, offrendo un’esperienza coinvolgente e multisensoriale.
Dal 17 Gennaio 2025 al 03 Marzo 2025 – Mudec • Museo delle Culture – Milano
Nell’ambito di ART CITY Bologna 2025 in occasione di ARTEFIERA, Spazio Labo’ inaugura la mostra fotografica del progetto 27 drafts dell’artista olandese Simone Engelen, pubblicato nel 2024 dalla casa editrice FW:Books. L’artista sarà presente all’inaugurazione e durante il weekend di Art City.
Attraverso fotografia, archivio, collage e testi, il lavoro ricostruisce un evento cruciale nella vita dell’artista: l’abuso subito da parte di due coetanei nel 2006, quando al liceo si trovava a trascorrere un anno di studio all’estero negli Stati Uniti, inseguendo quel sogno americano tipicamente giovanile che si è presto scontrato con una realtà cupa oltre ogni immaginario.
Negli anni successivi, Engelen ha vissuto sulla sua pelle l’impossibilità di cancellare il ricordo di quell’esperienza devastante che ha influenzato in maniera significativa la sua modalità di interazione con le altre persone e ha ridefinito la sua percezione dell’intimità, del corpo, della sessualità e della femminilità. A partire dall’inevitabile senso di vergogna per quanto successo, nel processo Engelen ha sviluppato meccanismi di gestione del trauma come la dipendenza e la difficoltà a relazionarsi con la rabbia e con il bisogno di controllo.
Nel 2022, l’artista decide di tornare negli Stati Uniti, accompagnata dalla madre, in quello che diventa a tutti gli effetti un road trip alla ricerca dei luoghi del passato ma soprattutto di sè, per trovare una conciliazione con la sua storia e andare avanti. L’esperienza diventa un viaggio nel tempo, in cui la macchina fotografica si fa filtro per creare la distanza di cui l’artista aveva bisogno per impegnarsi in conversazioni a lungo evitate.
Il titolo del lavoro, “27 drafts”, ovvero “27 bozze” si riferisce al numero di tentativi di scrittura che l’artista ha fatto per esprimere in parole l’impatto di quell’abuso che ha plasmato gli anni più formativi della sua vita e probabilmente la sua intera esistenza.
La ricerca di Pietro Belotti è un’esplorazione profonda del linguaggio nelle sue forme più elementari e primarie. Risalendo agli albori della comunicazione umana, l’artista si interroga sulla possibilità di instaurare una modalità di linguaggio che preceda la verbalizzazione consapevole, elaborando un sistema di segni, simboli e icone arcaico e misterioso. Colti nel loro insieme, questi segni compongono un alfabeto visivo evocativo: simboli che richiamano linguaggi antichi, codici segreti, o forse, leggi di una dottrina aliena, afferenti a una realtà altra.
Entrando in “3X3 chiuso semiaperto aperto”, lo spazio di EMM / Ex Maglierie Mirella accoglie lo spettatore in una dimensione misteriosa e surreale, in cui ogni elemento contribuisce a una ritualità esperienziale. Dalle vetrine esterne, che richiamano le decorazioni di un edificio di culto, alla pavimentazione, completamente rivestita da una stampa digitale su linoleum, lo spazio si fonde con l’opera stessa. Il pubblico interagisce con i segni modificando il proprio punto di vista e generando incertezze, in un continuo gioco di interpretazioni. Dal soffitto una proiezione luminosa evoca la cupola di un luogo sacro. Al centro dell’esperienza, come un’offerta posta su un altare, un dado in marmo, simbolo di casualità e incertezza. E il “Libro delle Composizioni”, un volume artigianale in grande formato, elemento fondamentale della mostra, un oggetto monumentale che invita lo spettatore a indagare la sintesi di un pensiero visivo complesso.
“3X3 chiuso semiaperto aperto” si configura come un’esperienza totale, in cui ogni elemento stimola una riflessione profonda e invita il visitatore a un dialogo intimo con lo spazio. Come sostiene Pietro Belotti: «Nel mio percorso credo di aver sempre cercato un’origine, un’immagine che conduca al confine primo, al reale, alla scoperta del simbolo potenziale, ma per un momento ancora senza contenuto e privo del gesto della mano: un’impronta intenzionale di una minima particella di senso».
Dal 30 gennaio al 28 febbraio – EMM / Ex Maglierie Mirella – Milano
Thea Maris | Risonanze del Mare – Anna Caterina Masotti
La magia dei Bagni di Mario a Bologna, nome erroneamente attribuito dalla storia alla Conserva di Valverde – una cisterna di epoca rinascimentale – ospiterà dal 5 all’11 febbraio 2025 il progetto fotografico inedito di Anna Caterina Masotti dal titolo Thea Maris | Risonanze del Mare, a cura di Alessia Locatelli e organizzata da Laura Frasca, Art Manager della fotografa.
Il lavoro di Anna Caterina rientra nel programma ufficiale di Art City Bologna 2025.
In questo luogo suggestivo, progettato dall’architetto palermitano Tommaso Laureti e realizzato per alimentare la Fontana del Nettuno ed altri luoghi funzionalmente correlati all’acqua, si immergerà quindi un lavoro a sua volta legato indissolubilmente all’elemento liquido.
Protagonista della narrazione di Anna Caterina Masotti è il mito di Afrodite, riletto nella chiave di una giovane adolescente in procinto di entrare nell’età adulta, immersa in un mondo in cui il mare e la natura fanno da sfondo a questa transizione cruciale. “Riscoprendo antichi codici e riferimenti alla Grecia classica – afferma Masotti – ho reinterpretato l’idea di bellezza attraverso forme e tecniche contemporanee. Le immagini sono state scattate quasi tutte nello stesso luogo, Maratea. Qui, mia madre era incinta di me al sesto mese, e il mio destino era ancora nascosto nel suo grembo. Maratea non è solo un semplice sfondo; è un teatro delle estati della mia infanzia trascorse con lei, dove il sole e le onde danzavano insieme a noi. Oggi torno in questo mare con mia figlia, creando un legame che si rinnova e si arricchisce come ogni onda che bacia la riva.”
“Thea Maris” vuole quindi raccontare, tramite il linguaggio di Anna caratterizzato da un bianco e nero contrastato, non solo l’essenza del mare ma anche la forza del legame tra madre e figlia che si intrecciano in questo viaggio nel tempo, in cui il passato ritorna trasformato e rinnovato nel presente in un paesaggio intriso di storia e amore.
Un viaggio quindi, che nel suggestivo spazio della Conserva sarà pensato e allestito per accogliere il visitatore e immergerlo nel racconto che si dipana in circa 20 immagini: quattro di esse saranno stampate su altrettanti teli in Chiffon di ben 4 metri di altezza, posti al centro della cisterna, mentre due foto saranno riprodotte su altri due teli di seta larghi 2 metri , posti perimetralmente quasi a racchiudere quelli centrali; su ogni immagine Anna Caterina andrà poi a ricamare segni, contorni e simboli, a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.
Sui muri della Conserva verranno al contempo proiettati video e foto tramite video mapping, conferendo in questo modo un movimento ondulatorio continuo allo spazio e alla sua percezione. Infine, il percorso andrà a terminare nei cunicoli che dal volume centrale della cisterna si irraggiano nelle profondità della terra: in questi spazi troveranno posto, sulla scala che si incrocia passando da due corridoi opposti, due foto da 60x100cm stampate su seta e poi ricamate.
“Il nuovo progetto fotografico di Anna Caterina” – afferma la curatrice Alessia Locatelli – “Si distacca nettamente dalla mera rappresentazione fisica della bellezza, per esplorare una dimensione più profonda e simbolica, che si estende oltre il visibile. La sua interpretazione moderna del mito di Afrodite non è solo una rivisitazione estetica, bensì una riflessione sul concetto contemporaneo di genere, seduzione e femminilità. Mentre la scultura classica celebra un archetipo di bellezza senza tempo, la fotografia contemporanea sfida questo ideale, esplorando il corpo femminile come spazio di contraddizioni e trasformazioni. La fotografia non cristallizza la fisicità, ma la cattura nel suo continuo divenire.
Con questo progetto, Anna Caterina Masotti propone una nuova lettura di Afrodite, interrogandosi sulla continuità e trasformazione della figura femminile nella società moderna, attraverso un lavoro delicato e intimo.”
dal 5 all’11 febbraio 2025 – Bologna, Conserva di Valverde
Le memorie di un istante – Paola Rizzi
Dal 24 gennaio 2025 Numm Contemporary Art di Casale Monferrato (AL) ospita la mostra personale di Paola Rizzi “Le memorie di un istante” a cura di Erika Lacava. Oltre 80 lavori fotografici per un excursus sugli ultimi anni di ricerca dell’artista, dal 2018 a oggi, selezionati con un taglio tematico sulla memoria come elemento cruciale attorno a cui si snoda il suo percorso artistico.
Le opere, distribuite in 9 serie di vario formato, sono stampate su differenti tipologie di carte e supporti, dalla carta cotone alla carta di riso, dalla pergamena fino al cemento realizzato artigianalmente. Molti anche gli interventi manuali che l’artista esegue sulle stampe rendendole opere uniche, sperimentando accostamenti e contaminazioni tra fotografia e altre arti.
Troviamo l’impiego dell’acquerello nella serie “Assonanze” realizzata nel periodo pandemico, che rievoca elementi della natura giustapponendoli ad autoritratti parziali dell’artista, conferendo alle opere una dimensione quasi onirica; la graffiatura a caldo nel progetto “Erase” con cui la Rizzi esegue cancellature dell’immagine che simulano la perdita della vista, fino a creare striature che avvicinano l’opera all’incisione; l’inserimento delle fotografie su piccoli tomboli in “Diaphanes”, che riprendono lo stesso concetto della perdita della capacità visiva.
Le “Memorie di un istante”, serie fotografica che dà il titolo alla mostra, sono frammenti di luoghi e situazioni, paesaggi urbani o naturali, che indagano il senso della memoria, il colore dei ricordi e come una singola immagine possa riportare alla mente il passato, come il profumo delle madeleine di Proust. Trattano lo stesso concetto le “Scatole della memoria”, piccole porzioni di texture affiancate ad autoritratti dell’artista, una memoria personale da conservare in vista di un possibile oblio dovuto all’Alzheimer.
Nei “Fili di memoria” il recupero di vecchi centrini porta l’artista a volerli eternare fissandoli in un calco di cemento esposto accanto a una foto, autoritratto dell’artista su cui si posa il centrino stesso come un tatuaggio. Anche “Tempus fugit” è un lavoro in cemento che ruota attorno al concetto di ricordo, in una serie infinita di porte allineate che aprono ognuna a intimità personali, in una contrapposizione tra la permanenza del cemento e lo scorrere del tempo.
“Parmaea” è un lavoro di denuncia ambientale sulla privatizzazione che minaccia l’isola di Palmaria, patrimonio dell’Unesco, così come “Costellazioni personali” è un reportage di impronta sociale su come la nostra società ipertecnologica ponga ai margini ed esili i soggetti affetti da elettrosensibilità.
In esposizione anche due libri d’artista, il progetto fotografico “Costellazioni personali” appena citato e il diario personale che raccoglie le riflessioni che hanno condotto l’artista a sviluppare la serie “Diaphanes”.
dal 24 gennaio al 29 marzo 2025 – NUMM Contemporary Art – Casale Monferrato (AL)
PhEST, il Festival internazionale di fotografia e arte riconosciuto per la sua capacità di integrare differenti mondi e visioni, torna ad affascinare il pubblico con una programmazione immaginifica incentrata sul SOGNO tema chiave di questa nona edizione con una retrospettiva dedicata a MAN RAY in occasione del centenario del Manifesto del Surrealismo. 33 mostre e installazioni di artisti internazionali, un ricco colophon di partnership e collaborazioni, un’inedita music line-up, un’autorevole presenza di lecturer ed esperti del settore, una residenza d’artista internazionale, workshop e visite guidate con artisti che esplorano temi contemporanei e prospettive globali. Dal 30 agosto al 3 novembre 2024, la città pugliese di Monopoli diventerà un luogo di dialogo interculturale e le sue strade, le piazze, i palazzi storici e le antiche chiese offriranno ai visitatori e ai tanti appassionati un’esperienza immersiva ed onirica.
Il Sogno è il tema centrale della IX edizione di PhEST. Nell’anno in cui si celebrano i 100 anni del Surrealismo, il cui primo manifesto fu scritto nel 1924 da André Breton, l’edizione 2024 di PhEST celebra l’onnipotenza del sogno, il gioco disinteressato del pensiero e lo esplora in tutte le sue forme. Per l’occasione PhEST vuole rendere omaggio a Man Ray, uno dei massimi interpreti della poetica surrealista nonché autore di una proposta fotografica in grado di stravolgere l’impiego del mezzo attraverso una assidua sperimentazione tecnica e innovativi approdi estetici che cambieranno per sempre la storia della fotografia. In collaborazione con l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee de La Biennale di Venezia, PhEST espone una selezione di fotografie originali tratte dalla mostra “Man Ray, testimonianza attraverso la fotografia” presentata in occasione della Biennale di Venezia 1976. La selezione delle opere della mostra antologica “La révolution du Regard”, a cura di Roberto Lacarbonara e Giovanni Troilo, costituisce un piccolo compendio della vasta esplorazione del medium fotografico, dagli studi sul volto, sul corpo, sulle forme, alle tecniche di stampa in camera oscura di cui Man Ray fu pioniere, come la solarizzazione e la rayografia. «Le strade sono piene di artigiani ammirevoli, ma di pochi sognatori pratici diceva Man Ray, ma noi quest’anno di sognatori pratici da tutto il mondo riempiremo le strade di Monopoli». Così dichiara il direttore Artistico Giovanni Troilo.
La mostra avrà sede nel prestigioso Castello Carlo V ma tutta la città sarà coinvolta nella manifestazione. Sono attese esposizioni e allestimenti a Palazzo Martinelli, nella Casa Santa e le sue Stalle, nella Chiesa della SS. Pietro e Paolo e in quella di Sant’Angelo in Borgo, new entry dell’edizione fresca di restauro. A Palazzo Palmieri, quartier generale del festival, sarà allestita la Warka Tower. Progettata dall’architetto Arturo Vittori e presentata alla Biennale di Venezia nel 2012, la Warka Tower è una struttura alta circa 10 metri che raccoglie acqua dall’aria tramite condensazione. Costruita con materiali naturali come bambù e rete di polipropilene, può raccogliere fino a 100 litri al giorno senza elettricità, offrendo una soluzione sostenibile per comunità in regioni aride.
Tra le vie e le piazze saranno allestite mostre con la curatela fotografica di Arianna Rinaldo e installazioni con la curatela per l’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara.
Per la fotografia verranno proposte mostre di Nariman Darbandi, César Dezfuli, Bruce Eesly, Ismail Ferdous, Gauri Gill & Rajesh Vangad, Matthias Jung, Michalina Kacperak, Natalie Karpushenko, Polina Kostanda, Peter Menzel, Serifa, Richard Sharum, Lisa Sorgini, Valentina Vannicola, Paolo Ventura, Guillem Vidal e Jan von Holleben in residenza artistica. Molti fotografi saranno presenti nei giorni di inaugurazione per le attese visite guidate dagli artisti.
Dal 30 Agosto 2024 al 30 Novembre 2024 – MONOPOLI – Sedi varie
La dodicesima edizione di Ragusa Foto Festival prima manifestazione internazionale siciliana dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione dei giovani talenti, è un anche invito a trascorrere una piacevole vacanza in Sicilia, l’ultimo fine settimana di agosto, a Ragusa Ibla, nel quartiere più antico e suggestivo del capoluogo ibleo, e nei suoi meravigliosi dintorni. Il borgo barocco è lo scenario dell’edizione 2024 dal titolo ‘Prendersi una pausa’, diretta da Stefania Paxhia, giornalista e fondatrice, e dal direttore artistico Massimo Siragusa, fotografo e docente allo IED di Roma, con la collaborazione del comitato scientifico e di una rete di partner culturali locali e nazionali. Venerdì 30 agosto alle ore 18 all’interno del Giardino Ibleo, si inaugura l’edizione 2024 insieme ai suoi protagonisti, alle istituzioni e agli sponsor della manifestazione per celebrare la fotografia contemporanea e trascorrere insieme, come ogni anno, le tre giornate inaugurali del Festival. Nelle giornate inaugurali, fino a domenica 1 settembre, esperti nazionali e internazionali del mondo della fotografia saranno impegnati in eventi, seminari, workshop e talk, visite guidate, letture portfolio e premiazioni che accompagnano il vernissage delle 15 esposizioni – 13 personali e 2 collettive – allestite in quattro splendide location (Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca, la chiesa sconsacrata di San Vincenzo Ferreri e l’interno del Giardino Ibleo).
“Ogni pausa è cielo in cui mi perdo” scriveva il poeta modicano Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura. Ragusa Foto Festival 2024 parte proprio da questi versi per offrire, grazie alla diversità degli sguardi degli autori selezionati, nuovi ‘cieli’ e nuovi orizzonti in cui potersi perdere. Dal 30 agosto al 30 settembre 2024 saranno in mostra i lavori che evocano il tema di quest’anno, che è una riflessione sul bisogno urgente di prendere consapevolezza del proprio tempo. La Sicilia è protagonista della ricerca artistica della dodicesima edizione con diverse opere in mostra che rappresentano alcune interpretazioni visive del concetto di “pausa” ambientate al Sud e in Sicilia.
“Dormire, forse sognare” di Ferdinando Scianna di Bagheria, primo fotografo italiano a far parte della prestigiosa agenzia Magnum Photos, il cui file rouge è il momento intimo e universale del dormire, è in mostra a Palazzo La Rocca. Il lavoro inedito di Mario Cresci, realizzato in residenza d’artista a giugno scorso qui a Ragusa, in mostra a Palazzo Garofalo, nel centro storico di Ragusa Superiore, è frutto della sua interazione con il territorio ibleo e con le preziose cartografie della Sicilia, testimonianza della lettura geopolitica dell’Isola tra il Cinquecento e l’Ottocento, raccolte nella prestigiosa Collezione della Fondazione ‘Cesare e Doris Zipelli’ della Banca Agricola Popolare di Ragusa. La Sicilia è protagonista di altri due lavori inediti: “Sicilia”, progetto appena realizzato, è di Loredana Nemes, artista rumena che vive a Berlino, sul legame tra gli alberi e l’uomo, voluto da Fondazione Sylva che si occupa di sviluppo locale attraverso la riforestazione e la creazione di progetti di sensibilizzazione sui temi ambientali; e infine “Stadi di Sicilia”, lungo lavoro di Umberto Coa, fotografo documentarista, realizzato con il contributo del giornalista Massimiliano Macaluso, per documentare la realtà sociale e culturale dell’Isola attraverso la mappatura dei piccoli campi di calcio. Entrambe le mostre sono allestite a Palazzo Cosentini.
Altro lavoro ispirato alla cultura del tempo libero al Sud è quello di Antonio Biasiucci e Mimmo Paladino dedicato al gioco della Tombola, che permette di ammirare l’opera di due grandi autori contemporanei, tra i più interessanti e innovativi del nostro tempo, che interpretano il senso di un gioco antico, quello della cabala del nostro tempo.
Completano il programma di mostre le opere di Angelo Raffaele Turetta tra i fotografi di scena più apprezzati in Italia che mette in mostra il mondo del cinema con uno sguardo surreale; Simona Ghizzoni, artista visiva e regista di talento, che partendo da un vissuto intimo, a Palazzo Cosentini, racconta del suo isolamento voluto per una riflessione sul proprio essere e per il desiderio di pensare un futuro nuovo; la mostra dedicata all’Editoria Indipendente a Palazzo La Rocca con 25 Case Editrici, che offrono uno spaccato della loro produzione contemporanea. Anche Viola Pantano, giovane artista performer espone a Palazzo La Rocca. Le immagini inedite di Luca Campigotto, fotografo veneziano che porta in giro per il mondo il suo concetto di ‘viaggio fotografico’, sono esposte per immaginare una tregua e un equilibrio possibile nella relazione tra uomo e natura. Così come la sequenza distopica di immagini di Marco Zanta, fotografo d’architettura pluripremiato, esposta a Palazzo La Rocca. In programma, anche le mostre relative al Miglior Portfolio 2023 di Alessandro Cristofoletti, e alle due menzioni, Ciro Battiloro e Claire Power.
Dal 30 Agosto 2024 al 30 Settembre 2024 – Ragusa – sedi varie
Life Dances On: Robert Frank in Dialogue è una mostra che fornirà nuovi spunti sugli aspetti interdisciplinari e meno conosciuti della vasta carriera del fotografo e regista Robert Frank. La mostra approfondisce i sei decenni che seguirono lo storico libro fotografico di Frank, The Americans (1958) fino alla sua morte nel 2019, evidenziando la sua perpetua sperimentazione attraverso vari mezzi. In concomitanza con il centenario della sua nascita e prendendo il nome dal film dell’artista del 1980, Life Dances On esplora i dialoghi artistici e personali di Frank con altri artisti e con la sua comunità. La mostra presenterà più di 200 oggetti, tra cui fotografie, film, libri e materiali d’archivio, tratti dalla vasta collezione del MoMA insieme a prestiti significativi.
Le piccole cose e i dettagli raccontano molto del quadro d’insieme. Si scoprono molte cose leggendo tra le righe. – Jessica Backhaus
Celebre per la straordinaria capacità di scovare la bellezza e la poesia nel quotidiano, Jessica Backhaus è autrice di immagini accattivanti, quasi sensuali, che nascono dall’esplorazione dell’identità e della storia di persone, oggetti e luoghi. Che siano frammenti di realtà o scatti costruiti in studio, le sue fotografie attingono alla materia ordinaria per rivelarne i simboli e i significati profondi. Il risultato è un gioco di colori e forme, luci e ombre che ha origine nella sensibilità dell’artista, attraversa l’intuizione e giunge infine a una visione condivisa e coinvolgente.
Il suo processo creativo conferisce alle immagini un’apertura che permette allo spettatore di immergersi ed esplorare lo spazio narrativo, ritrovare il riflesso delle proprie emozioni, o apprezzarne l’appagamento estetico. Interni, nature morte, ritratti, collage, paesaggi appaiono radicati in un’incessante ricerca di ciò che giace al solo della superficie di un’immagine, ma perfino della vita stessa. Micamera presenterà una selezione di opere tratte da The Nature Of Things, una serie realizzata negli ultimi anni, che porta lo stesso titolo dell’ampia mostra presentata al Museo Haus am Kleistpark di Berlino nel 2023.
Dal 13 settembre al 12 ottobre – MICamera – Milano
I PhMuseum Days tornano per la loro quarta edizione che si terrà dal 12 al 15 settembre 2024 a Bologna.
Il tema scelto è CLOSER: viviamo in un’epoca in cui non è possibile immaginare alcun distacco oggettivo tra noi e la realtà. L’osservazione stessa tocca e cambia le cose, ogni racconto è contaminazione. I lavori in mostra non cercano di raggiungere un’impossibile neutralità, ma accettano la parzialità che è data dal guardare da vicino. Fanno dell’intimità la loro forza: nelle relazioni interpersonali tanto quanto nel rapporto con il territorio, con la storia, e con gli esseri viventi. Un invito alla condivisione e ad osservare con attenzione, al di là dei pregiudizi e degli stereotipi.
L’evento si svolgerà presso lo Spazio Bianco di DumBO a Bologna, un padiglione post-industriale di 1600 metri quadrati che ospiterà mostre, presentazioni, uno spazio dedicato all’editoria fotografica e un’area all’aperto. Ci saranno inoltre installazioni pubbliche in diversi luoghi della città, eventi e molto altro.
Dal 12 al 15 settembre – Bologna – Spazio Bianco, Dumbo
La prima edizione del Festival ha per tema Dalla Terra alla Luna. Esplorazioni sulla Fotografia Italiana, un evidente richiamo evocativo al celebre romanzo di fantascienza di Jules Verne; un invito a scoprire nuovi orizzonti mirando a gettare un ponte tra la ricca eredità della fotografia italiana e le sue future direzioni. Come il viaggio verso l’ignoto che Verne immagina, il Festival invita a guardare oltre le superfici per cogliere la profondità e la complessità del nostro paesaggio visuale.
Attraverso la coralità delle 100 opere di 100 tra i più influenti fotografi del panorama nazionale della mostra Fotografia italiana: mappe, percorsi e linguaggi e l’articolata diversità di visioni di undici autori fra i più interessanti della nostra contemporaneità, il Festival offre allo spettatore una straordinaria pluralità di prospettive e linguaggi.
Entra in gioco anche l’Intelligenza Artificiale, piegata al concept principale con un progetto che vuol essere una provocazione per sfidare le convenzioni della tradizione, ponendo interrogativi sulla creatività umana e tecnologica. Non poteva mancare, in questo contesto, l’esplorazione visiva del Casentino, rivelando come il paesaggio possa ispirare e rispecchiare le infinite possibilità del viaggio nel contesto della fotografia italiana.
Ed anche le mostre legate ai lavori selezionati delle due call Percorsi e Nuovi Sguardi, arricchiscono l’esperienza culturale, invitando alla scoperta di nuove prospettive frutto della genialità e della sensibilità dei talenti emergenti.
Uno sguardo al passato è dato, poi, dagli scatti della fotografa Eda Urbani, classe 1908, una coraggiosa e libera fotoreporter che ha sfidato le convenzioni dell’epoca. In attesa di annunciare, il 7 settembre prossimo, il vincitore del Premio Editoriale Mariae Nivis 1567, saranno esposti anche i 20 libri della short list dei finalisti. Il pubblico potrà visionarli e votarli, in aggiunta ai risultati della giuria tecnica.
La mostra centrale del festival, intitolata Fotografia Italiana: mappe, percorsi e linguaggi, a cura di Denis Curti, riunisce i cento autori più significativi dal dopoguerra a oggi, presentando un panorama della fotografia italiana che si distingue per la sua estetica culturale e paesaggistica unica.La selezione dei cento autori rappresenta un tentativo di rileggere la storia della fotografia italiana moderna e contemporanea, offrendo una narrazione ricca di sfumature e prospettive. Tra gli autori presenti figurano Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, MarioGiacomelli, Guido Harari, Nino Migliori, Paolo Pellegrin, Ferdinando Scianna, Oliviero Toscani, e Francesco Zizola. Per ciascun autore e per ogni singola immagine una descrizione accurata ne mette in luce l’importanza e il contributo alla fotografia italiana.
Dai grandi maestri della fotografia si passa a dieci autori contemporanei, selezionati in base al tema dell’anno: Dalla Terra alla Luna. Esplorazioni sulla Fotografia Italiana. Questa linea guida è ispirata al romanzo di fantascienza di Jules Verne del 1865 (Dalla Terra alla Luna) ed evoca l’immaginazione e la previsione del futuro, concetti fondamentali che hanno plasmato anche la storia della fotografia. Le dieci mostre degli autori selezionati – Lorenzo Cicconi Massi, Simone Donati, Francesco Faraci, SimonaGhizzoni, SaraMunari, Raffaele Petralla, Edoardo Romagnoli, Stefano Schirato, IlariaSagaria, e Valentina Vannicola – raccontano storie uniche e coinvolgenti e offrono una prospettiva diversa e uno sguardo unico su temi legati all’esplorazione, alla memoria, all’ambiente e alla nostra presenza sul Pianeta.
Dal 14 giugno 2024 al 6 ottobre 2024 – Bibbiena, Poppi, Stia (AR)
Un progetto di committenza che mette in dialogo documentazione e ricerca artistica fornendo un punto di vista straordinario sulla costruzione di grandi infrastrutture.
I fotografi Domingo Milella, Stefano Graziani, Rachele Maistrello, Giulia Parlato e Luca Nostri sono stati incaricati di fotografare cinque infrastrutture sotterranee in quattro continenti (in Italia, Argentina, Canada, Australia e Nuova Zelanda) – costruite dalla società Ghella – lasciando intenzionalmente una distanza poetica e non didascalica tra le immagini e i cantieri. Quella distanza è lo spazio della ricerca, il luogo dove sviluppare riflessioni sull’immaginario delle grandi infrastrutture e intravedere nuove possibilità di racconto.
Michele Palazzo. This is Not New York: Generative explorations of the urban landscape
Questa innovativa collezione del fotografo Michele Palazzo mette in mostra l’uso pionieristico dell’AI da parte di Palazzo per espandere le sue fotografie originali di New York City. Queste fotografie non sono semplici versioni alterate dei suoi scatti originali di New York City; sono una fusione incantevole di realtà e immaginazione, che invita gli spettatori ad esplorare una versione parallela e fantastica della città – un regno in cui il familiare si trasforma in qualcosa di veramente straordinario e affascinante. “This is Not New York” invita gli spettatori a entrare in un mondo dove il familiare diventa straordinario. Le fotografie di Palazzo si fondono a immagini generate dall’intelligenza artificiale, trasformando i paesaggi urbani iconici in scenari vibranti e onirici, sfociando in una fusione tra tangibile e immaginario. La mostra è una testimonianza del potere della tecnologia di migliorare e ampliare la visione artistica, offrendo una nuova prospettiva sull’ambiente urbano.
“Collaborando con l’intelligenza artificiale, sono riuscito a esplorare nuove dimensioni della mia creatività e superare i confini della fotografia tradizionale”, afferma Palazzo. “Queste immagini generate dall’intelligenza artificiale sono un’estensione della mia visione artistica, un viaggio nei territori inesplorati dell’immaginazione“. La mostra si preannuncia una festa per i sensi, un caleidoscopio di colori, texture e prospettive. I visitatori saranno rapiti dalla bellezza surreale delle creazioni di Palazzo, che sfidano la nostra percezione della realtà e ci invitano a reimmaginare il mondo che ci circonda.
19/06/2024 – 19/09/2024 Bologna, Big Eyes Art Gallery
“Come quando sei morto e improvvisamente ritorni in vita”: sono le parole di Ayman, migrante dalla Siria, che nel documentario Where are you? Dimmi dove sei del National Geographic racconta il momento in cui, dal barcone stipato di migranti al largo della Libia, dopo dodici giorni di tempesta, avvistano l’elicottero della Marina Militare Italiana in missione di salvataggio. Sull’elicottero, anche il fotografo Massimo Sestini, che proprio in quel momento scatterà Mare Nostrum l’immagine simbolo dei viaggi della speranza che dalle coste africane cercano di raggiungere l’Europa, selezionata tra le Top 10 images of 2014 da TIME, pubblicata su numerose testate in tutto il mondo (tra cui Photo France, The Guardian, Internazionale, The Economist, L’Espresso, Die Zeit, Time, National Geographic) e vincitrice del World Press Photo Award 2015 nella categoria General News. Da questo riconoscimento è partita la sua ricerca con il progetto Where are you? che, nel corso del quinquennio successivo, rintraccerà e fotograferà (dall’alto e perpendicolarmente) una decina dei migranti che erano su quel natante, ritratti nella loro vita definitiva, in giro per l’Europa, realizzando un documentario con National Geographic trasmesso in tutto il mondo. L’iconico scatto, insieme a uno showcase della ricerca, saranno al centro della personale che Fondazione Brescia Musei dedica al fotografo toscano, MASSIMO SESTINI. Zenit della fotografia, in programma dal 24 settembre 2024 al 2 marzo 2025 al Museo di Santa Giulia. La mostra, curata da Angelo Bucarelli e realizzata con la collaborazione di Freccianera Fratelli Berlucchi, main partner dell’iniziativa, si inserisce nella VII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, quest’anno declinato attorno al tema Testimoni, un termine che sottolinea la capacità dei fotografi di documentare il presente favorendo la lettura della nostra storia attraverso il racconto che gli artisti ne fanno traducendolo in opera d’arte che supera i confini del mezzo fotografico. L’esposizione inedita presenta una selezione di immagini capaci di raccontare oltre quarant’anni di carriera di Massimo Sestini, con particolare attenzione ai temi a lui cari, come l’immigrazione e i principali episodi della storia italiana contemporanea: la strage di Capaci, il naufragio della Costa Concordia, il terremoto dell’Aquila, la tragedia della Moby Prince, il funerale di Giovanni Paolo II, il funerale di Benedetto XVI, il Covid e molto altro.“Come quando sei morto e improvvisamente ritorni in vita”: sono le parole di Ayman, migrante dalla Siria, che nel documentario Where are you? Dimmi dove sei del National Geographic racconta il momento in cui, dal barcone stipato di migranti al largo della Libia, dopo dodici giorni di tempesta, avvistano l’elicottero della Marina Militare Italiana in missione di salvataggio. Sull’elicottero, anche il fotografo Massimo Sestini, che proprio in quel momento scatterà Mare Nostrum l’immagine simbolo dei viaggi della speranza che dalle coste africane cercano di raggiungere l’Europa, selezionata tra le Top 10 images of 2014 da TIME, pubblicata su numerose testate in tutto il mondo (tra cui Photo France, The Guardian, Internazionale, The Economist, L’Espresso, Die Zeit, Time, National Geographic) e vincitrice del World Press Photo Award 2015 nella categoria General News. Da questo riconoscimento è partita la sua ricerca con il progetto Where are you? che, nel corso del quinquennio successivo, rintraccerà e fotograferà (dall’alto e perpendicolarmente) una decina dei migranti che erano su quel natante, ritratti nella loro vita definitiva, in giro per l’Europa, realizzando un documentario con National Geographic trasmesso in tutto il mondo. L’iconico scatto, insieme a uno showcase della ricerca, saranno al centro della personale che Fondazione Brescia Musei dedica al fotografo toscano, MASSIMO SESTINI. Zenit della fotografia, in programma dal 24 settembre 2024 al 2 marzo 2025 al Museo di Santa Giulia. La mostra, curata da Angelo Bucarelli e realizzata con la collaborazione di Freccianera Fratelli Berlucchi, main partner dell’iniziativa, si inserisce nella VII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana, quest’anno declinato attorno al tema Testimoni, un termine che sottolinea la capacità dei fotografi di documentare il presente favorendo la lettura della nostra storia attraverso il racconto che gli artisti ne fanno traducendolo in opera d’arte che supera i confini del mezzo fotografico.
Dal 24 Settembre 2024 al 02 Marzo 2025 – Museo di Santa Giulia – Brescia
Dal 28 settembre al 26 gennaio, a Palazzo Roverella di Rovigo viene proposta la più importante mostra monografica italiana su Henri Cartier-Bresson, incentrata sul lungo rapporto tra il maestro francese e il nostro paese.
La mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, è realizzata in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi e la Fondazione CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, con la curatela di Clément Chéroux, e Walter Guadagnini, direttori delle rispettive Fondazioni.
Per la prima volta viene documentato in maniera esaustiva e approfondita il rapporto tra colui che è stato definito “l’occhio del secolo” e l’Italia. Attraverso circa 200 fotografie e numerosi documenti – giornali, riviste, volumi, lettere -, la mostra ripercorre le tappe di un rapporto iniziato prestissimo, già negli anni Trenta, e proseguito sino al momento in cui Cartier-Bresson ha abbandonato la fotografia, negli anni Settanta.
Scandita cronologicamente, la mostra inizia con il primo viaggio italiano avvenuto all’inizio degli anni Trenta da un giovanissimo Cartier-Bresson (nato nel 1908), che aveva appena abbandonato definitivamente la pittura per la fotografia, in compagnia dell’amico André Pieyre de Mandiargues, giovane poeta e scrittore, e della sua compagna, la pittrice Leonor Fini. Da questo viaggio di piacere, il fotografo scatta alcune delle sue immagini più famose, tutte presenti nella sezione di apertura della mostra.
Il secondo viaggio, non meno significativo, avviene all’inizio degli anni Cinquanta e tocca l’Abruzzo e la Lucania, allora terre di grande interesse culturale, sociologico e per l’appunto fotografico, emblema di quel Sud in cui si affrontavano tradizione e modernità, povertà e cambiamenti sociali. Figura centrale nella costruzione dell’immagine del Sud e in particolare di queste regioni è lo scrittore e pittore Carlo Levi, riferimento fondamentale per i tanti fotografi, italiani e stranieri, che si muovono tra Matera e i paesi del territorio, tra cui Scanno nei pressi di L’Aquila, divenuta celebre proprio grazie agli scatti di Cartier-Bresson e più tardi di Giacomelli. Particolarmente interessanti, anche dal punto di vista storico, sono le immagini della distribuzione delle terre, un momento cruciale nella storia recente del Paese.
Divenuto ormai una leggenda vivente della fotografia, Cartier-Bresson ritorna a più riprese in Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta realizzando servizi per le grandi riviste illustrate dell’epoca, tra cui “Holiday” e “Harper’s Bazaar”, dedicati soprattutto a Roma, Napoli, Venezia, le grandi città che suscitano l’interesse dei lettori stranieri, e a Ischia e alla Sardegna, tappe che permettono al fotografo di esercitare il suo sguardo sugli usi e i costumi del paese e dei suoi abitanti. In particolare, i diversi scatti realizzati a Roma restituiscono appieno il clima di quegli anni e la specificità di un paese non ancora omologato alla dominante cultura proveniente da oltreoceano. Alcune di queste immagini confluiscono non a caso in uno dei libri più noti del fotografo, “Les Européens” (1955), nel quale si racconta la nuova Europa che è ormai in pieno sviluppo dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
La mostra ha i suoi ultimi sviluppi e la sua chiusura con le immagini dei primi anni Settanta dedicate ancora a Matera, un vero e proprio ritorno sui luoghi frequentati vent’anni prima, in cui è facile leggere continuità e discontinuità del tempo, l’avanzare della modernità e la persistenza delle identità locali, e con quelle dedicate al mondo del lavoro industriale, tra Olivetti e Alfa Romeo, che spostano invece l’attenzione specificamente sulle nuove modalità di vita del periodo.
La mostra è composta di opere vintage provenienti dalla Fondation Cartier-Bresson, ed è accompagnata da testi esplicativi in ogni sala e da un catalogo, edito da Dario Cimorelli Editore, che riporta tutte le opere esposte, i saggi dei due curatori e di Carmela Biscaglia, quest’ultimo dedicato alle vicende e ai personaggi che hanno reso unico il rapporto di Cartier-Bresson con la Basilicata.
28 Settembre 2024 – 26 gennaio 2025 – Rovigo, Palazzo Roverella
Tina Modotti, Donna di Tehuantepec, Messico, 1929 ca.
“[…] Ma non voglio parlare di me. Desidero parlare soltanto di fotografia e di ciò che possiamo realizzare con l’obiettivo. Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore.” Tina Modotti, 1926 Dal 26 settembre 2024 al 16 febbraio 2025, le sale di Palazzo Pallavicini di Bologna ospiteranno una mostra dedicata alla fotografia di Tina Modotti (Udine, 1896 – Città del Messico, 1942), esponente di spicco della fotografia e dell’attivismo politico della prima metà del Novecento.
Organizzata e realizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci della Pallavicini s.r.l., unitamente al Comitato Tina Modotti, l’esposizione, a cura di Francesca Bogliolo, intende ripercorrere, attraverso una raffinata selezione di circa cento opere e di alcuni preziosi documenti, la vicenda umana di una donna coraggiosa e anticonformista, che ha saputo farsi interprete del sentimento del proprio tempo, elaborando una poetica della verità foriera di valori umani capaci di oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo.
Indipendente, libera, moderna, Tina Modotti coniugò l’amore per l’arte e quello per il vero al proprio ardore politico, che ne guidò le scelte e gli interventi da militante, con la volontà di contribuire alla creazione di un mondo migliore. In dialogo continuo con artisti e intellettuali durante l’evolversi dei suoi periodi espressivi, la Modotti sviluppò un linguaggio fotografico dal tono intimistico, capace di indagare le contraddizioni della realtà per penetrarne la lirica segreta. La totalità degli scatti esposti in mostra svela, fin da principio, un nuovo modo di osservare la realtà, partecipe della fuggevolezza dei suoi istanti: il percorso articolato lungo le sale desidera invitare l’osservatore al dialogo con la propria personale concezione del tempo, talvolta immobile e attonito, talora fugace e inafferrabile.
Quello che emerge con forza è una Tina felice e libera (felice perché è libera), come scrive lei stessa a Weston nell’aprile del 1925: una donna dall’intelletto vivace e dalla sorprendente capacità di introspezione, la cui natura poliedrica appare capace di orientarne le scelte. Articolato in sei sezioni, il percorso espositivo si propone di mostrare al pubblico le infinite sfaccettature di una fotografa abile nel tralasciare l’estetica per dedicarsi all’etica, sviluppando un codice visivo eloquente e personale, delineatosi ed evolutosi in un tempo brevissimo, pur tuttavia capace di lasciare traccia indelebile nel patrimonio storico e fotografico della prima metà del secolo scorso. Il continuo dialogo con le fotografie di Edward Weston, riverbero di un fitto scambio epistolare intercorso tra i due artisti, narra l’ossessione di Tina per la qualità fotografica e la sua volontà, reiterata in una dichiarazione del 1929, di registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti.
Numerose le fotografie biografiche, intrise di potenza narrativa, tra le quali si affacciano i volti di alcune personalità note dell’epoca e della dimensione artistica in cui la Modotti immerse la sua anima e seppe trovare la sua ispirazione: il fotografo e suo mentore Edward Weston, gli artisti Diego Rivera e Frida Kahlo, l’attrice Dolores del Rio, il giornalista rivoluzionario Julio Antonio Mella, il politico Vittorio Vidali. Nell’ottica di un appassionato e sincero attivismo, Tina utilizzò il mezzo fotografico come estensione del proprio occhio, strumento di indagine e denuncia sociale, con una coerenza espressiva capace di travalicare l’arte per consegnarla in dono alla vita, quella vita che, a suo stesso dire, lottava continuamente per predominare l’arte.
Una vera e propria metamorfosi della vita in arte, che trova la sua trasposizione fotografica nelle celebri calle e nelle delicate geometrie esposte, che Tina tenta di convertire in astrazione per poterle conservare nella memoria, tralasciando gli elementi superflui per giungere, con fervore, al nucleo del sentimento. L’intensità della passione che guida la mano e l’occhio di Tina si ritrova tra i visi e le mani del popolo messicano, protagonisti di un’intera sezione, testimoni di una volontà di cambiamento e di una necessaria presa di coscienza, che nella sua visione assurgono a icone di possibilità di riscatto sociale.
Vita, arte e rivoluzione: queste le parole chiave degli scatti che colgono i simboli della lotta di classe, i lavoratori, le donne del popolo, gli assembramenti, i dettagli. Intense le istantanee delle donne di Tehuantepec che, camminando velocemente per natura, raccontano la volontà di Tina di ricercare in una società antica una nuova verità e un senso poetico che divengano per lei inesauribile linfa creativa; austeri, in tal senso, gli sguardi dei bambini, che sembrano penetrare l’obiettivo nel tentativo di raggiungere l’anima di chi scatta.
A chiudere la mostra, infine, una selezione di ritratti di Tina, tra cui alcuni di quelli da lei definiti immortali, realizzati da Edward Weston. Nell’osservarli, sembra udirsi l’eco delle parole di Federico Marin, che la descrisse come “una bellezza misteriosa, priva di volgarità […], ma non allegra, bensì austera, terribilmente austera. Non malinconica, né tragica”.
Fascino e mistero restano tuttora intatti, poiché le parole scritte nelle lettere, il suo peculiare sguardo, l’ardita sperimentazione, collocano Tina Modotti tra i più grandi interpreti della realtà della condizione umana, colta nelle sue infinite sfaccettature. La natura immersiva dei suoi scatti, derivante da un’innata empatia verso i soggetti, si fa voce capace di narrare a chi guarda l’infinita varietà del mondo e, contemporaneamente, la sua universalità.
Dal 26 Settembre 2024 al 16 Febbraio 2025 – Palazzo Pallavicini – Bologna
Può il sole splendere a mezzanotte? Una pianta riesce a generare sempre fiori bellissimi, anche quando ha vissuto molti frammenti di vita, se ce ne si prende cura. Il progetto fotografico “Sole a mezzanotte” realizzato nella “Fondazione Casa di Riposo San Giovanni di Dio Onlus” a Troia (FG), rappresenta una qualsiasi situazione similare e nasce dal desiderio di raccontare il bisogno di affetto di chi, nonostante l’inverno della mente e del corpo, ha sempre il cuore in fiore. Il corpo invecchia, la mente può perdere la sua limpidezza ma la linfa che alimenta la vita di ogni creatura, l’amore, non muore mai! Sono occhi che sperano la segreta speranza di vedere qualcuno che li vada a trovare e che gli riscaldi il cuore. C’è ancora tanto amore che possono generare e i loro cuori possono ringiovanire di fronte all’amore. Non lasciamoli soli sul finire del giorno, ma illuminiamo la loro mezzanotte.
Dal 14 al 21 settembre – Palazzetto dell’Arte – Foggia
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Mostre fantastiche vi aspettano anche a novembre, avrete solo l’imbarazzo della scelta!
Buon divertimento
Anna
DOROTHEA LANGE. L’ALTRA AMERICA
Dorothea Lange, Toward Los Angeles, California, 1937. Farm Security Administration, Office of War Information Photograph Collection, Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C., USA
Dal 27 ottobre 2023 al 4 febbraio 2024 i Musei Civici di Bassano del Grappa, in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, presentano al pubblico l’opera di Dorothea Lange (1895 –1965), celeberrima fotografa statunitense, co-fondatrice nel 1952 di Aperture, la più autorevole rivista fotografica al mondo e prima donna fotografa cui il MoMa dedicò una retrospettiva nel 1965, proprio pochi mesi prima della sua scomparsa.
Photographer of the people, la fotografa della gente. Così Dorothea Lange si presentava nel suo biglietto da visita. Perché lei, borghese del New Jersey, aveva scelto di non fotografare i divi o i grandi protagonisti del suo tempo, per concentrarsi invece sugli “ultimi” di un’America che stava affondando nella Grande Depressione. Lo sguardo con cui Lange coglie questa umanità dimenticata non è pietistico bensì profondamente “inclusivo”. Le sue immagini dimostrano infatti comprensione, sensibilità, partecipazione e immensa umanità, unite ad una capacità di lettura del contesto sociale rafforzata dal rapporto sentimentale e professionale con il marito, l’economista Paul Taylor. Nativa del New Jersey da una famiglia borghese di origini tedesche, a nove anni viene colpita dalla poliomielite che la rende claudicante; poi il dissidio con il padre, che abbandona la famiglia e che lei coraggiosamente ripudia assumendo il cognome materno.
Gli esordi la vedono a New York con Clarence White e Arnold Genthe. Nel 1918 parte per una spedizione fotografica in giro per il mondo, viaggio che si conclude prematuramente per mancanza di denaro a San Francisco, dove apre un proprio studio. Dopo avere operato per una decina di anni nel campo della ritrattistica professionale, abbracciando uno stile pittorialista, aderisce nei primi anni Trenta all’estetica della straight photography (fotografia diretta) per farsi madrina di una poetica della realtà e testimone della condizione dei più deboli ed emarginati: dai disoccupati e i senzatetto della California fino ai braccianti costretti a migrare di paese in paese alla ricerca di campi ancora coltivabili.
I drammatici accadimenti che segnano gli anni della Grande Depressione la portano a contatto con il grande progetto sociale e fotografico della “Farm Security Administration”, di cui diviene la rappresentante di punta. Nella seconda metà degli anni Trenta fotografa dunque la tragedia dell’America rurale colpita da una durissima siccità, realizzando alcune delle sue immagini insieme più drammatiche e più celebri: in questo contesto nasce infatti Migrant Mother, un’icona con cui Lange scrive una pagina indelebile della storia della fotografia imponendosi quale pioniera della documentazione sociale americana. Tuttavia, soffermandosi su quelle immagini potentemente evocative ci si accorge che vi è qualcosa di più. È lo sguardo di un’artista colta e raffinata che riesce a narrare temi e soggetti di grande drammaticità quali la crisi climatica, le migrazioni, le discriminazioni con una forza, un’incisività e una modernità sorprendenti. Nonostante ci separino diversi decenni da queste immagini, i temi trattati da Lange sono di assoluta attualità e forniscono spunti di riflessione e occasioni di dibattito sul nostro presente.
Fulcro – e novità – della mostra curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi e che presenterà quasi duecento scatti, sarà uno speciale affondo sulla nascita di questo capolavoro, secondo un percorso espositivo di grande fascino ma anche di forte valenza divulgativa e didattica: la presentazione degli scatti eseguiti da Lange per trovare la foto perfetta, permetterà al pubblico di comprendere il procedimento attraverso il quale nasce un’icona.
Su commissione del governo americano, Lange si occupò successivamente anche della controversa vicenda dei campi di prigionia per cittadini giapponesi presenti sul territorio americano dopo l’attacco di Pearl Harbor, serie che per il suo atteggiamento critico nei confronti della politica governativa verrà sostanzialmente censurata e riportata solo molti anni più tardi. Queste fotografie – ulteriori testimonianze della profondità e della lucidità dello sguardo fotografico di Dorothea Lange – saranno esposte per la prima volta in Italia in modo così esaustivo proprio in occasione della rassegna; un evento nell’evento, in quanto la mostra si accompagna alla riapertura del Museo Civico di Bassano del Grappa che, dopo sei mesi di lavori di ammodernamento e riqualificazione, riconsegna al pubblico le proprie importanti collezioni permanenti in spazi completamente rinnovati e con un allestimento affascinante, aggiornato e ricco di opere inedite.
Attraverso un’ampia selezione di opere – alcune delle quali non esposte nella tappa torinese della mostra – provenienti da diversi nuclei collezionistici che conservano l’opera di Dorothea Lange (tra cui in particolare la Library of Congress di Washington, i National Archives statunitensi), la mostra si incentrerà principalmente sul periodo d’oro della carriera della fotografa, dagli anni Trenta alla Seconda Guerra Mondiale, presentando anche scatti precedenti e successivi per dare conto della varietà e della profondità della sua ricerca, sempre tesa a restituire un sincero e partecipato ritratto di ciò che la circondava. Come affermò lei stessa, “la macchina fotografica è uno strumento che insegna alla gente come vedere il mondo senza di essa”.
27 ottobre 2023 – 4 febbraio 2024 – Bassano del Grappa (Vi), Museo Civico
Gabriele Basilico, Milano, 1978-80 I Ph. Gabriele Basilico/Archivio Gabriele Basilico
A dieci anni dalla scomparsa, Milano dedica a Gabriele Basilico (1944-2013) una ampia mostra che si articola in due sedi espositive – Palazzo Reale e Triennale Milano – e rappresenta il primo grande omaggio che la città in cui Basilico è nato e ha vissuto rivolge al fotografo e a quel suo sguardo cosmopolita, capace appunto di ascoltare il cuore di tutte le città. L’esposizione propone complessivamente oltre 500 opere, partendo dall’attraversamento della città di Milano in Triennale per guardare e arrivare al Mondo a Palazzo Reale.
La mostra “Gabriele Basilico. Le mie città”, che apre al pubblico il 13 ottobre 2023, è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Triennale Milano, insieme a Electa e realizzata con la collaborazione scientifica dell’Archivio Gabriele Basilico.
A Palazzo Reale la mostra è curata da Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia e presenta una selezione dei lavori sulle grandi committenze internazionali di Basilico; in Triennale, dove la curatela è affidata a Giovanna Calvenzi e Matteo Balduzzi, viene esposta un’ampia selezione di immagini di Milano e delle sue periferie.
Dal 13 Ottobre 2023 al 08 Gennaio 2024 – Palazzo Reale / Triennale Milano – Milano
Dal 10 ottobre 2023 Palazzo Esposizioni Roma presenta la più importante retrospettiva mai realizzata finora, dedicata al fotografo britannico di fama internazionale Don McCullin, la prima che raccoglie in maniera esaustiva le diverse fasi del suo lavoro, sino alle fotografie più recenti nelle quali, in una sorprendente visione d’insieme, l’autore sintetizza le sue esperienze più radicali.
La mostra, che si protrarrà fino al 28 gennaio 2024, è curata da Simon Baker, in stretta collaborazione con Don McCullin e Tim Jefferies e con l’assistenza di Catherine Fairweather, Jeanne Grouet, Lachlann Forbes. E’ promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo.
La mostra a Palazzo Esposizioni si riallaccia idealmente, ampliandola, all’antologica della Tate Britain curata da Simon Baker nel 2019. Oltre a ripercorrere i momenti più significativi del lavoro di McCullin, presenta la serie dedicata all’Impero romano, avviata negli anni Duemila, che lo stesso autore considera un punto di arrivo nel quale si sovrappongono, fondendosi, i temi cardine della sua fotografia: il dolore delle immagini dell’Inghilterra subalterna e quello delle guerre sparse nel mondo, e la pace dei paesaggi del Somerset in cui McCullin si rifugia per lenire la sofferenza delle sue esperienze di guerra. Nell’attuale mostra dolore e pace convivono nell’indagine fotografica culturale, architettonica e storica sui resti dell’Impero romano nell’area del Mediterraneo meridionale. Esposte a Roma, queste fotografie offrono un nuovo focus sulla storia della Città, rileggendola, come accaduto in Vita Dulcis e in Roma, a portrait – le mostre che si sono da poco concluse a Palazzo Esposizioni – in relazione a tempi storici o a culture diverse.
Dal 10 Ottobre 2023 al 28 Gennaio 2024- Palazzo delle Esposizioni – Roma
GUIDO HARARI- INCONTRI 50 ANNI DI FOTOGRAFIE E RACCONTI
Il Comune di Milano e la Fabbrica del Vapore presentano la grande mostra antologica dedicata a Guido Harari, che sarà allestita in un suggestivo percorso espositivo nell’Ala Messina con più di 300 fotografie, oltre a filmati originali, proiezioni e incursioni musicali, un’audioguida per tutti e incontri con l’autore.
La mostra sarà introdotta da una istallazione dedicata a Milano, ai grandi personaggi dell’arte, della cultura e della società milanese che Harari ha incontrato nel corso dei suoi 50 anni di carriera. Nella mostra sarà inoltre allestita la “Caverna magica”, uno speciale set fotografico dove Guido Harari realizzerà dei ritratti (su prenotazione on line). Oltre alla stampa originale, che lui stesso firmerà e consegnerà a chi è stato ritratto, una seconda stampa verrà esposta – in tempo reale – nella sezione che chiude la mostra, Occhi di Milano, una sorta di “mostra nella mostra” che si popolerà via via degli sguardi della città. E per rappresentarli tutti, Harari realizzerà dei “ritratti sospesi” ai milanesi “meno fortunati” nella Casa dell’accoglienza “Enzo Jannacci”, nell’Istituto dei Tumori e in altre strutture di assistenza. Anche questi “ritratti sospesi” andranno ad aggiungersi al grande mosaico degli Occhi di Milano.
La mostra ripercorre tutte le fasi della eclettica carriera di Guido Harari: dagli esordi in ambito musicale come fotografo e giornalista, alle numerose copertine di dischi per artisti come Fabrizio De André, Bob Dylan, Vasco Rossi, Kate Bush, Paolo Conte, Lou Reed, Frank Zappa, fino all’affermazione di un lavoro che nel tempo è rimbalzato da un genere all’altro – editoria, pubblicità, moda, reportage – privilegiando sempre il ritratto come racconto intimo degli incontri con le maggiori personalità del suo tempo.
Il percorso espositivo prende le mosse dagli anni Settanta, quando Harari, ancora adolescente, inizia a coniugare le sue due grandi passioni: la musica e la fotografia.
Immagini e sequenze inedite, insieme a filmati d’epoca di backstage, videointerviste, il documentario di Sky Arte a lui dedicato e l’audioguida con la voce narrante dello stesso Harari conducono il visitatore nel cuore del suo processo creativo.
La mostra propone anche una sezione dedicata alla passione parallela per la curatela di libri intesi come una forma di “fotografia senza macchina fotografica”, oltre che occasioni di incontri vecchi e nuovi (così le biografie illustrate dedicate a Fabrizio De André, Fernanda Pivano, Mia Martini, Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini) e un’altra dedicata a immagini inedite “di ricerca” che Harari va realizzando da qualche anno come sua personale forma di meditazione in progress
Dal 28 ottobre 2023 al 1 aprile 2024 – Fabbrica del Vapore – Milano
Due storie d’amore in bianco e nero. Da un lato quella per la vita tra i ghiacci, cresciuta grazie ai tre anni trascorsi da Jacob Aue Sobol in Groenlandia. Dall’altro quella tra il fotografo e Sara Aue Sobol, sua moglie, condivisa con il pubblico tramite le immagini realizzate da entrambi.
Non ho mai l’intento di fare fotografie ma questa piccola macchina fotografica è lo strumento che ho sempre con me e che uso per entrare in contatto con le persone e con i luoghi, per creare intimità e per condividere intimità. Jacob Aue Sobol
Oltre trenta fotografie, realizzate tra il 1999 e il 2023, per due progetti che danno il titolo alla mostra presentata da Leica Galerie Milano, all’interno di Leica Store, recentemente rinnovato. Due storie che uniscono il lavoro del fotografo danese che si definisce “padre, pescatore e fotografo” e quello della moglie Sara Aue Sobol.
James’ Houseè il racconto, per immagini, dei tre anni che Sobol ha vissuto in Groenlandia e dell’incontro con James, un uomo Inuit (popolo artico) che gli ha permesso di imparare a cacciare, pescare, sopravvivere in condizioni estreme. HuntingHeartè un lavoro a quattro mani, in cui la visione di Jacob si intreccia con quella di Sara per condividere con il pubblico uno sguardo intimo sulla loro vita familiare. Se nelle immagini di Jacob è sempre il bianco e nero a dominare, la visione di Sara emerge grazie all’uso del colore: entrambi parlano dei loro figli, della loro casa, della quotidianità ritratta con intensità ed emozione.
La presenza di Jacob e Sara Aue Sobol a Milano non è solo l’occasione per scoprirne il lavoro, ma anche per entrare in contatto diretto, grazie a una masterclass proposta da Leica Akademie nella sua sede di Via Mengoni 4, a due passi dal Duomo, nelle giornate del 18 e 19 novembre.
dal 17 novembre 2023 a fine gennaio 2024 – Leica Galerie Milano
Ci sono due grandi razze di fotografi: quelli che fabbricano immagini e quelli che le colgono. I primi hanno il loro studio… per i secondi, il loro studio è il mondo. Ernst Haas Il Comune di Parma Assessorato alla Cultura e Summer Jamboree in collaborazione con l’agenzia Magnum Photos presentano THE 1950sStorie americane dei grandi fotografi Magnum.
Una mostra fotografica dedicata alla cultura americana degli anni Cinquanta, realizzata attraverso una selezione esclusiva di fotografie dell’archivio Magnum Photos a cura del Summer Jamboree. Il progetto espositivo originale a cura di Marco Minuz insieme con Summer Jamboreeè ospitato a Palazzo del Governatore del capoluogo parmense dal 7 ottobre al 10 dicembre. In mostra scatti celebri e inediti di Dennis Stock, Elliott Erwitt, Werner Bischof, Wayne Miller, Philippe Halsman, Inge Morath, Burt Glinn, Bob Henriques, Rene Burri, Cornell Capa, Leonard Freed, Erich Hartmann, Bruce Davidson, Eve Arnold.
Magnum Photos viene fondata nel 1947 a New York e per la prima volta tutti questi grandi maestri della fotografia, allora membri dell’agenzia, che in quegli anni operavano, vengono esposti insieme inuna mostra fotografica per raccontare in maniera organica il contesto culturale compreso fra la fine degli anni Quaranta e il decennio successivo, attraverso una selezione esclusiva e in parte inedita di 82 scatti dell’archivio Magnum Photos.
THE 1950sStorie americane dei grandi fotografi Magnum è prodotta e organizzata dal Summer Jamboree in collaborazione con l’agenzia Magnum Photos e Suazes in occasione della prima edizione del Winter Jamboree, che si terrà a Parma dal 7 al 10 dicembre 2023 promossa da Fiere Di Parma, Comune di Parma e Regione Emilia-Romagna.
L’esposizione THE 1950s Storie americane dei grandi fotografi Magnum anticipa dunque la prima edizione del Winter Jamboree, nuovo format invernale a cura del Summer Jamboree, il Festival Internazionale di musica e cultura dell’America anni ’40 e ’50 più grande d’Europa, che animerà dal 7 al 10 dicembre 2023 gli spazi delle Fiere di Parma trasformandone alcuni padiglioni nel meraviglioso sogno americano anni Cinquanta in versione Christmas edition #1: sarà allestito un Rockin’ Christmas Vintage market, dove, dalla mattina fino a sera sarà possibile fare rifornimento di regali vintage e prelibatezze enogastronomiche in vista delle feste, accompagnati da un sottofondo di musica Rock’n’Roll, Swing, Country, Rockabilly, Rhythm’n’Blues, Hillbilly, Doo-wop, Western swing e dai grandi classici dei Natali di una volta. Si aggiungono grandi concerti dal vivo al Pala Verdi con artisti provenienti da ogni parte del mondo, DJs set ed esibizioni di ballo, Dance Camp internazionale per chi desidera imparare a muoversi a ritmo di Rock’n’Roll, il Burlesque Show all’interno del quartiere fieristico e una Tattoo Convention con i migliori tatuatori old school che lavoreranno non stop.
La mostraTHE 1950sStorie americane dei grandi fotografi Magnum nasce proprio con l’obiettivo di raccontare in maniera organica, attraverso le immagini, questi stessi travolgenti anni americani, mettendo a fuoco l’essenza di un decennio felice, ma assai complesso. L’esposizione riunisce per la prima volta insieme 82 scatti realizzati da grandi fotografi, membri dell’agenzia Magnum Photos attivi negli anni ’50, artisti che hanno catturato lo spirito della società d’Oltreoceano di quei tempi, restituendocene intatta la bellezza, la potenza delle trasformazioni in atto insieme alle profonde contraddizioni che ancora la caratterizzavano, tracciando così una nuova mappa dell’identità americana ed esplorando le sue dimensioni sociali, culturali, economiche.
Gli anni Cinquanta furono sì un’epoca d’oro, un tempo di felicità e prosperità economica, ma furono anche anni ancora segnati dalla segregazione razziale e dalle tensioni causate dal blocco sovietico che diedero poi avvio alla guerra fredda e all’escalation nucleare. THE 1950sStorie americane dei grandi fotografi Magnum traccia il resoconto di questi anni, dando spazio a un’America reale, con i suoi problemi e le sue difficoltà, ma anche con la sua straordinaria forza di guardare avanti.
Gli scatti in mostra permettono di porre l’attenzione sugli elementi caratterizzanti di quel periodo come l’industria automobilistica, la moda, la musica, i grattacieli, le grandi distese naturali, il ruolo della donna. Ogni elemento viene però filtrato dalla volontà di mettere sempre al centro l’essere umano e di raccontarlo. Nel bianco e nero delle fotografie, infatti, il paesaggio passa in secondo piano, mentre ne esce rafforzato l’elemento umano, il valore delle persone e dei loro gesti. Ne emerge uno spaccato di una società protesa al futuro che lascia alle spalle l’esperienza bellica.
Ma THE 1950sStorie americane dei grandi fotografi Magnum narra anche la storia di una delle più grandi agenzie fotografiche al mondo, la Magnum Photos, nata nel 1947 nel ristorante del Museo d’Arte Moderna di New York (MoMA), che all’epoca rappresentava l’epicentro economico, sociale e culturale del mondo occidentale. Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert – un francese, un ungherese, un polacco, un inglese e un americano – accomunati da un’esperienza di vita comune, ovvero aver raccontato attraverso le immagini il trauma del secondo conflitto mondiale, riuniti attorno a un tavolo, delinearono e resero concrete una serie di riflessioni sul destino della loro professione come fotogiornalisti.
Dalla sua fondazione Magnum Photos, ha visto crescere ben 103 fotografi, definendo un nuovo modo di raccontare il presente con le immagini. Tenendo saldi i valori della tutela del diritto d’autore, del rispetto della sensibilità espressiva di ogni fotografo e della fedeltà alla verità di ogni avvenimento, l’agenzia ha riunito artisti accumunati dalla convinzione che la fotografia fosse un’importante opportunità per veicolare valori e adoperarsi contro le ingiustizie e gli squilibri della società. Un’incredibile esperienza che si è imposta a livello internazionale, tutt’oggi straordinaria per l’influenza che ebbe, e che continua ad avere, nel mondo della fotografia.
Dal 07 Ottobre 2023 al 10 Dicembre 2023 – Palazzo del Governatore – Parma
BAR STORIES ON CAMERA. GALLERIA CAMPARI / MAGNUM PHOTOS
Harry Gruyaert, Belgium, Brussels, 1981
La mostra presenta 90 fotografie dagli anni Trenta agli inizi degli anni Duemila che raccontano il mondo del bar attraverso 48 immagini dall’Archivio Storico Galleria Campari e 42 scatti di 24 fotografi internazionali dell’agenzia Magnum Photos tra cui figurano Capa, Erwitt, Parr e Scianna.
L’allestimento presenta anche una selezione di ricettari e libri sui cocktail da fine XIX secolo agli anni Duemila, oltre a oggetti ed ephemera originali legati al bar: menù, carte intestate, insegne, bicchieri, attrezzi per la miscelazione, locandine e oggetti pubblicitari vintage. La sfaccettata vitalità del mondo bar viene raccontata a 360 gradi, in un’esplorazione della sua connotazione sociale come luogo di incontro, aggregazione, svago e scambio culturale di cui Campari è protagonista dal 1860.
Dal 04 Ottobre 2023 al 30 Aprile 2024 – Galleria Campari – Sesto S. Giovanni (MI)
In occasione dei 110 anni dalla nascita di Robert Capa, giovedì 21 settembre, alle ore 19:30 presso la Galleria dell’Accademia d’Ungheria in Roma si terrà il vernissage della mostra fotografica Robert Capa, il fotoreporter. L’esposizione è organizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center Budapest.
Robert Capa (22 ottobre 1913–25 maggio 1954), il fotografo di fama mondiale nato a Budapest, fu testimone oculare degli eventi storici che hanno determinato il XX secolo nonché messaggero in ventitré paesi di quattro continenti. Per tutta la sua vita sostenne che il linguaggio universale della fotografia potesse apportare cambiamenti, rendendo il mondo un posto migliore. Seppe guardare le cose con uno sguardo “creativo”, qualunque cosa toccasse prendeva una forma nuova, mai vista prima. Fu in grado di vedere ciò che gli altri non riuscirono e, con il suo cambio di prospettiva, seppe dare una nuova definizione alle cose, avvicinandosi al mondo con un nuovo approccio. Il suo talento incandescente e pervasivo ha permeato tutte le sue attività e la sua vita. Il suo coraggio, la sua audacia, il potere visivo delle sue fotografie non hanno pari. La sua immensa empatia e umanità hanno caratterizzato tutte le sue attività, è stato uno degli “avventurieri etici”, secondo le parole di Henri Cartier-Bresson, e l’atteggiamento morale nelle sue immagini è un esempio per tutti.
La mostra rende omaggio all’uomo che vide cinque campi di battaglia e, corpo a corpo con la morte, documentò la storia dando una nuova definizione alla metodologia della fotografia di guerra.
Conquistò fama mondiale grazie alla fotografia scattata durante la guerra civile spagnola, intitolata Morte di un miliziano lealista, fronte di Córdoba, Spagna nel 1936. Questo periodo fu tra i più tristi della sua vita, segnato dalla tragica perdita della sua compagna, la collega di origini polacche Gerda Taro. Capa scattò fotografie di soldati e partigiani, raffigurandoli sia in momenti di vita quotidiana che durante le battaglie, dalla posizione dell’osservatore partecipe e infinitamente empatico. Era lì con loro, ed è da molto vicino che scattò le sue fotografie. Famose sono le sue parole al riguardo: “Se le tue foto non sono abbastanza buone, non eri abbastanza vicino.”
Su suggerimento di Capa, insieme ai fotografi Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David “Chim” Seymour, nel 1947 fu fondata l’agenzia Magnum Photos.
La selezione della mostra Robert Capa, il fotoreporter presenta settantacinque immagini della sua vita, dalla foto che cattura la conferenza di Trockij (una delle sue prime commissioni) a quella scattata durante la guerra d’Indocina. Le fotografie in mostra raccontano sia il mondo della guerra che i momenti di pace di Robert Capa.
Grazie alle fotografie acquistate nel 2008, quello di Budapest è diventato uno dei centri di riferimento del patrimonio Capa insieme ai centri di New York e di Tokyo. La serie intitolata Raccolta Master III (Master’s Set III) che documenta la vita di Robert Capa, comprende 937 ingrandimenti realizzati negli anni ‘90. Queste fotografie sono state selezionate da Cornell Capa (fratello minore di Robert Capa) e dallo storico della fotografia Richard Whelan (monografista di Robert Capa) tra il 1990 e il 1992 tra quasi 70mila negativi lasciati da Capa.
Le fotografie in mostra sono state selezionate dalle immagini della collezione ungherese Robert Capa Master Collection, conservata nel Centro di Fotografia Contemporanea Robert Capa di Budapest.
Dal 21 Settembre 2023 al 19 Novembre 2023 – Galleria dell’Accademia d’Ungheria in Roma
MAPPLETHORPE – VON GLOEDEN. BEAUTY AND DESIRE
MAPPLETHORPE – VON GLOEDEN. BEAUTY AND DESIRE, MUSEO NOVECENTO, FIRENZE
Il Museo Novecento rende omaggio a uno dei più grandi esponenti della fotografia del Novecento, Robert Mapplethorpe (New York, 1946 – Boston, 1989), tramite un raffronto inedito con gli scatti di Wilhelm von Gloeden (Wismar, 1856 – Taormina, 1931) e alcune immagini dei Fratelli Alinari: un confronto evocativo e a tratti puntuale, che rivela il ricorrere di temi comuni; motivi che attraversano il tempo e giungono fino a noi, ponendosi come spunti di riflessione sull’attualità e su come arte, morale e spiritualità cambino e si evolvano nella loro reciproca relazione.
La mostra, organizzata a quarant’anni di distanza dall’esposizione del Palazzo delle Cento Finestre che fece conoscere a Firenze l’opera del fotografo statunitense, mette in luce il legame di Robert Mapplethorpe con la classicità, nonché il suo approccio scultoreo al mezzo fotografico. Il profondo interesse per l’antico, la passione per i maestri che lo hanno preceduto e l’attenta comprensione della statuaria (in particolare dell’opera di Michelangelo) sono delle costanti nella ricerca dell’artista.
Appassionato collezionista di fotografie, Mapplethorpe conosce l’opera del barone Wilhelm von Gloeden, con la quale ha forse la possibilità di confrontarsi ampiamente anche agli inizi degli anni Ottanta, grazie ai contatti con il gallerista Lucio Amelio e a un soggiorno a Napoli, durante il quale si misura inoltre con la potenza disarmante delle rovine. Von Gloeden, tra i pionieri della staged photography, celebra nelle sue composizioni un ideale richiamo al passato, concepito quale inesauribile bacino di soggetti e suggestioni: un segno stilistico unico, che lo rende ancora oggi un’icona e costituisce un suggestivo riferimento per Mapplethorpe.
Le fotografie di Mapplethorpe e von Gloeden, pur traendo ispirazione dai canoni della classicità, sembrano condurre lungo traiettorie estetiche non scontate e a tratti perturbanti, sollevando e risolvendo interrogativi sul tema del corpo e della sessualità la cui eco risuona, a tratti immutata, nella cultura visiva contemporanea, dove la censura e il giudizio morale sono sempre pronti a mettere sotto accusa la bellezza e il desiderio.
Dal 23 Settembre 2023 al 14 Febbraio 2024 – Museo Novecento – Firenze
Dal 27 ottobre apre al pubblico in esclusiva nella Galleria Deodato Arte in via Giulia 122 a Roma la nuova mostra di David LaChapelle con l’inedita serie “Stations of the Cross”, che verrà presentata durante la Biennale di Firenze in occasione del premio alla carriera assegnato al fotografo statunitense. La mostra, che sarà inaugurata dallo stesso LaChapelle il 27 ottobre, presenta nuove sorprendenti opere, quindici scene della Via Crucis disposte lungo un percorso che simboleggia il cammino di Cristo verso la Crocifissione e che l’artista ha interpretato ispirandosi a diversi esempi, dall’epoca medievale a quella postmoderna, immaginando la tradizionale narrazione religiosa in un modo nuovo, colorato e poetico. Con il suo stile e la sua composizione unici, LaChapelle presenta nelle vesti di Cristo l’artista e attore italiano Tedua, per il quale il fotografo ha firmato le cover degli album “Purgatorio” e “Inferno”; elementi teatrali insieme a figure simboliche trasportano la pratica devozionale, nella quale lo spettatore visita ciascuna stazione pregando, nel tempo presente.
In mostra e in conversazione con la Via Crucis, oltre a diverse opere di diverse serie già note del suo portfolio, LaChapelle espone Earth Laughs in Flowers, la serie realizzata tra il 2008 e il 2011 ispirata alle tradizionali vanitas olandesi, raffigurazioni di oggetti simbolici che fanno riflettere sulla vanità delle conquiste e dei piaceri terreni; come sempre, anche anche nelle sue dieci vanitas LaChapelle mescola umorismo e dramma insieme ad oggetti di uso quotidiano, per ricordare allo spettatore la nostra mortalità.
“E’ una grande responsabilità accogliere David LaChapelle per questa occasione – spiega Deodato Salafia – si tratta della sua prima mostra presso la nostra sede di Roma, dopo la rassegna di opere iconiche presso Deodato Milano lo scorso autunno. Ancora una volta LaChapelle, che ha già trattato soggetti legati al cristianesimo, come l’Annunciazione, ci offre con incredibile sorpresa un’indagine su uno dei pilastri più tradizionali della Chiesa Cattolica Romana. Un lavoro di 15 scenografie creano una collezione destinata a restare nella storia dell’arte.”
Dal 27 Ottobre 2023 al 25 Novembre 2023 – Galleria Deodato – Roma
I want you to know my storyè la prima mostra personale in Italia dell’artista statunitense Jess T. Dugan, nata dalla pubblicazione del suo ultimo progetto Look at me like you love me (Mack Books, 2022) e curata da Laura De Marco con una produzione originale e inedita di Spazio Labo’.
Jess T. Dugan riflette su desiderio, intimità, amicizia e sui modi in cui le nostre identità sono modellate da queste esperienze. In questo progetto estremamente personale, Dugan intreccia insieme autoritratti, ritratti di persone da sole e in coppia, nature morte e una serie di scritti di natura diaristica in cui riflette su relazioni, solitudine, famiglia, perdita, guarigione e sulle trasformazioni che definiscono una vita intera.
Dugan usa da sempre la fotografia come mezzo per comprendere meglio la propria identità e connettersi agli altri a un livello più profondo. Il suo processo di lavoro lento e collaborativo svela momenti di alta intensità psicologica attraverso immagini che trascendono le specificità di una particolare persona o di un luogo, occupandosi di cosa vuol dire conoscere sé stess* insieme e attraverso l’altr*.
Attraverso una sequenza estesa ma studiata di immagini e testi, Jess T. Dugan porta la nostra attenzione su una delle più potenti e complesse forme di intimità, quella di vedere ed essere vist*.
All’interno della mostra sono presenti video e fotografie inediti per l’Italia. Il bookshop di Spazio Labo’ e Leporello ospita inoltre una selezione speciale di libri fotografici a tematica queer, disponibile per tutta la durata dell’esposizione.
La mostra è inserita nel calendario del festival internazionale Gender Bender e fa parte di Look at us – Rassegna di narrazioni non conformi: un programma di mostre e incontri che da aprile a dicembre 2023 Spazio Labo’ dedica alla visibilità e alla decostruzione dei tradizionali ruoli familiari, identitari e di genere attraverso l’ibridazione dei linguaggi visivi.
Dal 26 ottobre al 19 gennaio 2024 – Spazio Labò – Bologna
Svela il profondo e mai convenzionale sguardo sulla realtà di una donna, consacrata fra le più importanti fotografe del XX secolo, la mostra monografica “Inge Morath. L’occhio e l’anima” che al Filatoio di Caraglio, dal 19 ottobre 2023 al 25 febbraio 2024, celebra, nel centenario dalla nascita, la prima fotogiornalista nella storia della stessa agenzia Magnum.
Inge Morath è stata, prima di tutto, una viaggiatrice. Suo marito, Arthur Miller, ha così descritto questa sua attitudine: “Inge inizia a fare i bagagli non appena vede una valigia”. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Medioriente, America, Russia e Cina. Non ha affrontato mai questi viaggi con superficialità, bensì con serietà, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni regione dove si recava. Era capace di parlare correntemente tedesco, inglese, francese, spagnolo, rumeno, russo e mandarino. Che si trattasse di persone comuni o personaggi pubblici il suo interesse era identico e s’indirizzava sempre verso l’intimità di ciascuno. Inge Morath è stata tra le prime donne a lavorare con la leggendaria agenzia fotografica Magnum Photos. Imparò molto da Henri Cartier-Bresson con cui collaborò in importanti reportage. Il suo stile fotografico affonda le sue radici negli ideali umanistici conseguenti alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche nella fotografia del “momento decisivo”, così come l’aveva definita Cartier-Bresson. Ospitarla all’interno degli spazi del Filatoio di Caraglio significa coltivare un’attenzione e una sensibilità verso la figura femminile e il suo ruolo sociale, culturale ed economico nella nostra società, elementi questi fortemente connessi a questo luogo. Le fotografie di Inge Morath riflettono le sue più intime necessità, ma al contempo sono come pagine del suo privato diario di vita, come lei stessa scrive: “La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”.
SEZIONi MOSTRA
INGE MORATH 1923/2002 Per iniziare a conoscere Inge Morath è indispensabile immedesimarsi nella sua passione, curiosità e determinazione. Quasi fossero su una parete della sua abitazione, le fotografie in mostra, che la ritraggono in diversi momenti della sua vita, sono strumenti che ci permettono di avvicinarci alla sua vita: il lavoro nell’agenzia Magnum Photos nei suoi primi anni di attività, la collaborazione con fotografi come Ernst Haas e Henri Cartier-Bresson, l’incontro con lo scrittore Arthur Miller sul set de The misfits (Gli spostati) e il loro successivo matrimonio, i suoi numerosi viaggi.
VENEZIA Dopo essere diventata membro associato dell’agenzia Magnum Photos nel 1953, Inge Morath realizza un reportage dedicato a Venezia. Si tratta di uno dei suoi primi incarichi fotografici. Con fotografie incentrate sulla quotidianità della città, Inge Morath contribuisce al volume illustrato Venice Observed della storica dell’arte Mary McCarthy. Questo primo incarico fotografico precede un soggiorno più lungo in città nell’autunno 1955. In questo periodo la sua attenzione si rivolge verso i luoghi meno frequentati e i quartieri popolari. Le fotografie realizzate, sposando la tradizione fotografica dell’agenzia Magnum, ritraggono persone nella loro quotidianità, con una particolare attenzione verso il mondo femminile e la sua condizione dell’epoca. Alcune ambientazioni surreali e alcune composizione fortemente grafiche sono un esplicito riferimento al lavoro fotografico del suo primo mentore Henri Cartier-Bresson.
IRAN Nel 1956, dopo aver ultimato il volume illustrato sulla Spagna, Inge Morath riceve l’incarico di recarsi in Iran per la rivista “Holiday” e per aziende americane operanti in quel paese. Per una parte del soggiorno viene accompagnata dell’editore Robert Delpire. Il viaggio diviene occasione per approfondire la conoscenza di quei luoghi, realizzando così un’estesa documentazione fotografica. Come donna, in questa società fortemente patriarcale, ha la possibilità di muoversi all’interno della dimensione femminile e cogliere così il rapporto fra le vecchie tradizioni e le trasformazioni innescate dalla moderna società industriale. Un volume su questo lavoro viene pubblicato nuovamente da Robert Delpire con il titolo De la Perse à l’Iran (1958).
SPAGNA Nel corso della sua vita Inge Morath ha viaggiato molto in questo Paese. La prima volta risale al 1951 con Henri Cartier-Bresson. Il primo e più ampio lavoro sulla Spagna lo ha realizzato nel 1954. In quell’anno riceve l’incarico di riprodurre alcuni dipinti per la rivista d’arte francese “L’Oeil” e di realizzare a Madrid un ritratto della sorella di Pablo Picasso, Lola, spesso restia a farsi fotografare. Fotografa anche l’avvocatessa Doña Mercedes Formica, la quale si batteva per i diritti delle donne nella Spagna della dittatura franchista.Parlare correntemente lo spagnolo ha aiutato Inge Morath a rendere più approfondito questo suo lavoro. Con le fotografie dedicate alla Spagna la casa editrice francese di Robert Delpire pubblicò il volume illustrato Guerre à la tristesse (1955).
REGNO UNITO / IRLANDA Ancor prima di diventare fotografa presso l’agenzia Magnum Photos, Inge Morath aveva sposato il giornalista inglese del “Picture Post” Lionel Birch e si era trasferita con lui a Londra. Lontana dall’agenzia e dai fotografi con cui collaborava, comincia ad avvicinarsi autonomamente alla fotografia con l’aiuto di Simon Guttman, il fondatore dell’agenzia fotografica Dephot. Per la rivista Picture Post, progetta un libro su Londra realizzando anche reportage fuori città. Nel corso di questi reportage, Inge Morath fa amicizia anche con Eveleigh Nash, membro dell’aristocrazia inglese, immortalata durante la sua partenza da Londra.
STATI UNITI D’AMERICA Nel 1957 Inge Morath realizza un fotoreportage a New York per conto della Magnum. La celebre fotografia del lama che esce dal finestrino di un taxi, su un viale della città, fa parte di un progetto più ampio dedicato agli animali impiegati sui set cinematografici. In questo periodo Inge realizza fotografie sul quartiere ebraico, sulla vita quotidiana di New York e ritratti di artisti con cui stringe amicizia. New York, come testimoniato dall’omonimo libro pubblicato nel 2002, rimarrà un luogo importante per tutta la vita di questa fotografa. Dopo il matrimonio con lo scrittore Arthur Miller, nel 1962, Morath si trasferisce in una vecchia e isolata fattoria a Roxbury, a circa due ore di auto da New York. Un luogo di campagna lontano dalla frenesia della città, dove si dedica alla vita famigliare e cresce i suoi due figli Rebecca e Daniel.
SAUL STEINBERG MASCHERE Il progetto fotografico che Inge Morath realizza in collaborazione con il disegnatore Saul Steinberg, risale al suo primo viaggio a New York. In quel periodo conosce la produzione artistica di Saul Steinberg, rimanendo entusiasta del suo lavoro. Negli anni sessanta Steinberg aveva iniziato a realizzare la sua serie di maschere e chiede ad Inge Morath di trovare delle persone da fotografare con gli abiti adatti per queste maschere. Gli scatti hanno in comune il fatto di essere ambientati nella vita quotidiana newyorkese. Nel 1966 viene pubblicato il primo volume illustrato su questo progetto.
ROMANIA Nel 1957 e nel 1958 Inge Morath ha attraversato la Romania per poter fotografare il Danubio fino alla sua foce. In epoca comunista quest’area era una zona militare interdetta e Morath ha dovuto aspettare molto tempo per ottenere i permessi di viaggio. Durante questi periodi di attesa, ha così viaggiato molto nel resto del Paese, scattando fotografie che forniscono una documentazione molto estesa di questo Paese durante gli anni della Guerra Fredda, come quelle dedicate alla vita all’interno di una fabbrica tessile a Bucarest. Le foto ottenute da questa esperienza non erano sufficienti per la pubblicazione di un volume illustrato. Soltanto negli anni 1994-1995 Inge Morath riprende in mano il progetto e pubblica un volume sul Danubio e la Romania con il sostegno della galleria Fotohof e con la collaborazione di Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl.
RUSSIA La Russia è stata, per Inge Morath, un luogo desiderato per tutta la vita. Il suo ingresso in questo ambiente culturale si è realizzato attraverso la lingua, che ha imparato a Roxbury prima del suo primo viaggio, e attraverso la letteratura russa. Per la prima volta, nel 1965, coglie l’occasione di andare in Russia con suo marito, Arthur Miller. In questo periodo Miller era presidente del PEN club – un’associazione internazionale non governativa di letterati – e insieme poterono far visita agli artisti e intellettuali russi epurati, oltre che portare a termine programmi ufficiali. Nasce un ampio lavoro fotografico che negli anni successivi è integrato da materiale di altri viaggi in Russia. Nel 1969 viene pubblicato il suo primo volume illustrato sulla Russia.
AUSTRIA Nel corso della sua vita Inge Morath ritorna più volte in Austria. Sua madre, infatti, viveva a Graz. Un libro con le foto sul suo Paese natale è stato pubblicato negli anni Settanta e un altro volume dopo la sua morte. Le foto del periodo austriaco sono caratterizzate da un rapporto intenso con gli artisti del Paese, alcuni dei quali conosciuti a Vienna nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Mentre Inge Morath si concentra, nella maggior parte del suo lavoro, sulle persone e sulla loro quotidianità, ci sono numerose immagini realizzate in Austria che raffigurano l’eredità barocca e i retaggi della monarchia austro-ungarica. Spesso queste immagini hanno una dimensione prevalentemente architettonica.
CINA Inge Morath si reca per la prima volta in Cina in occasione della rappresentazione a Pechino dello spettacolo Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Dopo un’accurata preparazione e dopo aver imparato il mandarino, il dialetto cinese più importante, può muoversi autonomamente a Pechino e nei dintorni della città. Le prove dello spettacolo durarono diverse settimane e, ancora una volta, i numerosi contatti con artisti ufficialmente riconosciuti e non, sono l’ispirazione più grande per il suo lavoro fotografico.
RITRATTI I ritratti sono un tema che ha accompagnato Inge Morath per tutta la sua carriera fotografica. Da un lato era attratta da artisti famosi, la cui visione del mondo era di ispirazione per il suo lavoro, e dall’altro dalle persone semplici incontrate durante i suoi reportage. Ogni suo ritratto si basa su un rapporto intenso o anche su una conoscenza profonda della persona immortalata. La conoscenza di molte lingue straniere – parlava fluentemente il tedesco, l’inglese, il francese, il rumeno, lo spagnolo, il russo e il mandarino – rappresenta per Inge Morath, un’opportunità per interagire con le persone che intende fotografare. Il suo interesse per le arti figurative e la letteratura l’ha portata a ritrarre molti artisti e scrittori. Tra i ritratti realizzati all’inizio della sua carriera, spesso lavori su incarico dell’agenzia Magnum, ci sono anche molti attori e registi. Ormai celeberrima la fotografia di Marilyn Monroe che esegue dei passi di danza all’ombra di un albero, realizzata sul set del film The misfits (Gli spostati) del 1960. Su quel set Inge Morath conosce Arthur Miller che all’epoca era legato con l’attrice americana.
ROXBURY Dopo il matrimonio con lo scrittore Arthur Miller nel 1962, Inge Morath si trasferisce in una fattoria a Roxbury, a due ore di auto da New York. Nei pressi dell’abitazione c’era un vecchio granaio che viene adattato ad appartamento per gli ospiti, atelier di pittura, deposito e camera oscura. In un ex silos di legno vengono create delle stanze per ospitare lo studio di Inge Morath. Dal 1990, fino alla sua morte sopraggiunta nel 2002, Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl hanno regolarmente fatto visita a Inge Morath a Roxbury per sviluppare progetti dedicati al suo lavoro. Durante questi incontri è nata l’idea di catturare, attraverso delle fotografie, l’atmosfera di quel luogo. Nelle foto non compaiono persone, ma ci sono tracce, visibili, del lavoro di Inge Morath e della sua eredità.
FRANCIA Parigi è il luogo dove Inge Morath ha incontrato i fondatori dell’agenzia Magnum: Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Robert Capa. Condividere il lavoro con questi straordinari fotografi e far parte di una realtà così giovane ma ambiziosa, la spinsero ad avvicinarsi alla fotografia, cercando autonomamente la propria strada. Essendo la più giovane fotografa dell’Agenzia, le venivano affidati lavori minori come sfilate di moda, aste d’arte o feste locali. In queste immagini emerge il suo interesse per gli aspetti bizzarri della vita quotidiana e la volontà di sposare la teoria del “momento decisivo” di Henri Cartier-Bresson.
COLORE Per la prima volta in Italia viene mostrata una selezione di fotografie a colori di Inge Morath, frutto di un lavoro di ricerca all’interno della Fondazione Inge Morath. All’epoca le fotografie in bianco e nero venivano trattate come opere d’arte, mentre quelle a colori erano associate ad una dimensione essenzialmente commerciale da veicolare nelle riviste illustrate. In molti, tra cui la stessa Morath, consideravano la loro produzione a colori come secondaria. Lo stesso fotografo Walker Evans affermava che “la fotografia a colori è volgare”. Queste fotografie sono invece testimonianza di una sua grande sensibilità in grado di trasformare una visione ordinaria in un momento estremamente lirico.
Dal 19 Ottobre 2023 al 25 Febbraio 2024 – Il Filatoio – Cuneo
In occasione della seconda edizione di Pietrasanta Design Week-end, il Complesso Monumentale Chiostro di Sant’Agostino della cittadina versiliese ospita dal 19 ottobre al 10 dicembre 2023 la mostra di Veronica Gaido INVISIBLE CITY a cura di Maria Vittoria Baravelli.
INVISIBLE CITY è una serie fotografica, nata nel 2015 e ancora in fieri, per cui l’artista si è ispirata al celebre romanzo omonimo di Italo Calvino. La mostra, dopo essere stata ospitata al Consolato generale d’Italia a New York da maggio a settembre 2023, approda in Italia e sarà uno degli eventi di punta di Pietrasanta Design Week-end.
Da New York a Pechino, da Miami a Tokyo, gli edifici di queste grandi metropoli si trasformano passando attraverso l’occhio di Veronica Gaido e diventano sostanza viva, pura luce. L’artista fa diventare la materia dura delle architetture monumentali fluida, flessibile, sinuosa; tratta i grattacieli come fossero canne di bambù mosse dal vento, percorse dalla luce, dal tempo e dalle sue emozioni, in una visione che guarda alla pittura futurista del primo Novecento, ma che diventa futuristica.
Un vero e proprio passaggio di materia dove il solido diventa fluido e vibrante, creando delle immagini che attraggono e respingono allo stesso tempo e che, trasportando la mente nella sfera del sublime, fanno correre l’immaginazione e danno vita a spazi e mondi altri.
In questo modo, Veronica Gaido non è solo una fotografa, ma una pittrice della realtà, un’artista che dipinge con la luce per farci vedere il mondo con una nuova prospettiva, ricordandoci che la bellezza è ovunque, se siamo disposti a osservare con attenzione e sensibilità. Le sue immagini sono più di semplici scatti: sono pennellate di colore, luce ed emozione. Ogni foto racconta una storia, cattura un momento, e ci invita a vedere il mondo con occhi diversi.
L’artista spesso parte da una fonte letteraria per dare vita ai suoi lavori, come in questo caso in cui è stata ispirata da Italo Calvino, di cui ricorrono proprio i cento anni dalla nascita, e da quel Marco Polo delle Città invisibili che descrive città immaginifiche, fantastiche, ma dalle possibilità illimitate, come quelle di Veronica Gaido. Veronica Gaido, utilizzando la lunga esposizione e componendo e scomponendo i soggetti che ritrae, siano essi corpi o architetture, come in questo caso, ci restituisce una sua personale interpretazione delle realtà e delle emozioni che quel preciso pezzo di mondo ha suscitato in lei.
“«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda», questa citazione di Italo Calvino sembra incarnare il sentimento che emerge dal lavoro fotografico di Veronica Gaido intitolato “INVISIBLE CITY”, in omaggio al celebre romanzo dello scrittore.” – scrive Maria Vittoria Baravelli curatrice della mostra – “Una indagine attraverso le sue fotografie liquide delle città del mondo, dall’America al Giappone, dalla Cina all’Europa, per giungere oggi, in occasione della sua mostra, in Versilia, territorio in cui è nata. L’esposizione racconta di come le architetture, totem della nostra contemporaneità esprimano le vite di chi i luoghi li vive, dimostrando quanto la sua fotografia sia più vicina all’arte che al reportage. Corpi vicini, lontani, sfumati, accennati o a malapena visibili. Nelle immagini di Veronica, sembra che esploriamo la superficie delle cose, cercando di unire i pezzi e di delineare tutte le vite che non sono le nostre, o che forse avremmo potuto vivere se fossimo dall’altra parte del mondo”.
Dal 20 Ottobre 2023 al 10 Dicembre 2023 – Complesso di Sant’Agostino – PIETRASANTA | LUCCA
FRIDA KAHLO. UNA VITA PER IMMAGINI
Guillermo Kahlo, Frida, Messico, 1932. Stampa al platino/palladio
Frida Kahlo. Una vita per immagini, arriva alla GAM, dal 21 ottobre al 28 novembre 2023, di Palermo dopo la tappa di Riccione, con oltre un centinaio di scatti, per la maggior parte originali, che ricostruiscono e narrano la vita controcorrente della grande artista messicana, alla ricerca delle motivazioni che l’hanno trasformata in un’icona femminile e pop a livello internazionale.
Le fotografie sono state realizzate dal padre Guillermo Kahlo, durante l’infanzia e la giovinezza della figlia, e da alcuni dei più̀ grandi fotografi della sua epoca: Leo Matiz, Imogen Cunninghan, Edward Weston, Lucienne Bloch, Bernard Silberstein, Leo Matiz, Manuel e Lola Álvarez Bravo, Nickolas Muray e altri.
In questo straordinario “album fotografico” si rincorrono le vicende esaltanti, dolorose e appassionate di una vita, ma nondimeno emerge il contesto in cui si è affermata la sua personalità, il Messico del primo Novecento e la rivoluzione che ne ha cambiato volto e storia, fatta di umili campesinos ed eroici protagonisti come Pancho Villa e Emiliano Zapata.
Un’epopea e un mito, quello del Messico rivoluzionario, che forgia, non meno delle vicende biografiche più intime, il carattere ribelle e anticonvenzionale di Frida, figlia di un fotografo professionista di origine tedesca giunto in Messico nel 1891 e rimasto poi in una terra di cui profondamente si innamora, come testimoniano le fotografie – realizzate su incarico del governo austriaco – delle chiese coloniali del paese.
Il mezzo espressivo della pittura diviene il linguaggio prediletto, viscerale e appassionato di un’artista dal carattere indipendente e fiero, che nella pittura si rispecchia e si racconta senza attenuanti, senza ipocrisie. Tutta la sua opera è una forma di autoanalisi, una ricerca di identità̀ e di verità, negli autoritratti come nelle opere che la vedono accanto a Diego Rivera, il pittore e muralista con cui ha condiviso un rapporto intenso e turbolento, o a figure come Leon Trotsky e André Breton.
La mostra si divide in sezioni: La Casa Azul, dedicata alla casa natale di Frida, a Coyoacán, un sobborgo di Città del, dove l’artista visse la maggior parte della vita tra le pareti blu cobalto e oggi sede del museo a lei dedicato; La Rivoluzione Messicana, un focus per immagini sugli eventi che dalla rivolta del 1910 cambiano il volto del paese e che tanta influenza avranno sull’immaginario e sulla sensibilità di Frida Kahlo; Rufino Tamayo e l’arte messicana, incentrata su uno dei pittori e muralisti messicani più significativi del Novecento, che condivide con Frida la medesima cultura figurativa, tra astrazione e surrealismo; Guillermo Kahlo e le chiese messicane, con la campagna fotografica per documentare le chiese barocche del Messico coloniale, commissionata al padre di Frida dal governo austriaco; la sezione Frida in video, infine, raccoglie le poche immagini filmate di Frida Kahlo che ci sono pervenute.
La mostra, a cura di Vincenzo Sanfo, è promossa dal Comune di Palermo, Assessorato alla Cultura, è organizzata da Civita Sicilia con la collaborazione di Rjma Progetti culturali.
Dal 21 Ottobre 2023 al 28 Novembre 2023 – Galleria d’Arte Moderna Empedocle Restivo – Palermo
Maria Spes Bartoli fu la prima fotografa professionista ad aprire un suo atelier nelle Marche, nel 1924.
Nata a Senigallia nel 1888, fu testimone di decisivi capitoli della storia del nostro Paese mentre, con il suo impegno lavorativo ed artistico, contribuì a cambiamenti importanti nel modo di definire la figura femminile all’interno della nostra società.
Il suo primato è un fatto degno di nota in quanto gli stereotipi di genere che hanno accompagnato la nostra cultura, sono stati per lungo tempo motivo di esclusione delle donne da molte professioni, compresa la fotografia.
A Senigallia Maria Spes visse fino ai suoi 16 anni; è qui che realizzò i primi scatti, assieme al padre Beniamino, anch’esso fotografo. Più tardi si trasferì a Tolentino dove continuò il suo impegno in modo professionale.
Pronipote del vescovo di Senigallia Ignazio Bartoli (dal 1880 al 1895) è nata in una famiglia di nobili origini votata dall’arte. Per lei la fotografia fu un mestiere ma anche un modo per conoscersi nel profondo dato che l’archivio conserva numerosi autoritratti di straordinaria bellezza.
Il teatro sarà l’altra presenza importante nella sua vita. Dopo gli esordi a Senigallia insieme al padre, ella fece parte del Circolo Mandolinistico-Filodrammatico di Tolentino e nel dopoguerra della Filodrammatica “A. Parisani” e della sezione filodrammatica del gruppo goliardico “S. Bezzi”.
Il fatto che Maria Spes sia nata ed abbia iniziato a fotografare a Senigallia ha inoltre un valore considerevole che anticipa l’inizio della storia custodita e valorizzata dal progetto Senigallia città della fotografia alla seconda metà dell’800.
La mostra racconta la vita della fotografa Maria Spes Bartoli. Nata a Senigallia nel 1888 fu la prima donna fotografa professionista ad aprire un suo atelier nelle Marche, nel 1924.
In esposizione opere originali realizzate tra la fine del ‘800 e i primi decenni del ‘900 relativi alla sua attività fotografica lavorativa e a quella artistica, privata, incentrata sull’autoritratto e sul teatro.
I soggetti spaziano in vari ambiti: architettura, vita quotidiana, le maestranze cittadine, la famiglia e le loro frequentazioni piuttosto altolocate, il collegio Bartoli e il Seminario vescovile seguiti dallo zio vescovo Ignazio, le loro attività teatrali e alcuni eventi storici.
A Senigallia Maria Spes realizzò i primi scatti assieme al padre Beniamino e dunque su questa città sono esposti numerosi scatti inediti realizzati dai Bartoli.
Fra questi anche quattro stampe della storica tipografia di Giovanni Puccini, padre di Mario e molte vedute di città delle Marche e rare cartoline.
20 ottobre 2023 _ 8 gennaio 2024 – Senigallia, Palazzetto Baviera
RIDERE SUL SERIO – Marina Alessi
Marina Alessi, fotografa. Giovane abbastanza per innamorarsi della vita e “grande” abbastanza per aver affinato le qualità e le tecniche che le permettano di raccontare ciò di cui la vita l’ha fatta innamorare.
L’arte del saper comunicare la interessa assai, a partire dalla scrittura e dal segno. Il teatro soprattutto. Ma anche la televisione, il cinema.
Poi il cabaret, che del teatro è la forma più diretta, lineare e sfaccettata, per non dire sfacciata. Non c’è la quarta parete, al cabaret, per questo non ci può essere un tipo di obiettivo che freni.
C’è il corpo, sì. Ci sono la parola, il gesto, la provocazione complice. Finiscono dentro l’obiettivo che obiettivo non è mai del tutto, in mano a un bravo fotografo. Davanti alla macchina fotografica, nell’occhio di Marina, c’è gente che non recita, o se recita lo fa capire, di modo che il salto verso la finzione, diventi un gioioso balzo mortale complice, che riporti al reale. Le foto, fatte da Marina, dei comici e del loro mondo sono morbide, fresche anche quando raccontano percorsi magari complessi. Ma sono vere, credibili, quasi sempre serene e coinvolgenti. I comici sanno raccontare perché sanno raccontarsi. Soprattutto Marina Alessi sa raccontarli perché ha imparato a conoscere i comici e a coglierne gli stimoli.
La storia professionale di Marina Alessi non è per nulla banale. Ha pubblicato diversi libri, gli ultimi soprattutto sul comico in tv e in cabaret.
Sono artistiche, le foto di Marina, ma mai sofisticate inutilmente. Sono vere. Dirette, raccontano la realtà, quasi accarezzandola. Garbate e credibili.
Con Marina Alessi, fotografa, il gioco è scoperto: mettersi a nudo come si fosse vestiti. E magari in abito da sera come si fosse nudi. Un gioco, come sempre quando ti propone di raccontarti e di raccontare qualcosa. Poi, a lavoro terminato, quel qualcosa sai già che ti aiuterà a capirti di più
29 ARTS IN PROGRESS gallery è lieta di annunciare la mostra ‘MICHEL HADDI: BEYOND FASHION’, la prima grande personale a Milano del fotografo franco-algerino Michel Haddi. Il progetto espositivo si svilupperà in due appuntamenti: il primo dal 19 ottobre al 22 dicembre 2023 e il secondo dal 16 gennaio al 16 marzo 2024.
In mostra le immagini più rappresentative di una carriera lunga più di 40 anni, parte di un archivio sterminato di volti celebri, top model, icone e leggende della musica e dell’arte. Da Liza Minnelli a David Bowie, da Cameron Diaz a Jennifer Lopez e Angelina Jolie, passando per inaspettate Naomi Campbell e Kate Moss, Linda Evangelista, Stephanie Seymour, Yasmin Le Bon e Veruschka, solo per citarne alcune.
Infiniti i volti ritratti da Haddi che ha saputo catturare lo spirito del suo tempo attraverso le personalità che hanno animato la storia della moda, del cinema e della musica.
Uno sguardo intimo, personale, anticonvenzionale come quasi tutta la sua carriera, ben lontana da quella del classico fotografo di moda: sopravvissuto ad un’infanzia turbolenta con il sogno di diventare fotografo, Haddi dedicherà la sua vita a raccontare alcuni dei protagonisti dei cambiamenti storici e culturali dell’ultimo secolo con una rara abilità nel saper cogliere, e poi restituire, l’essenza più profonda dei suoi soggetti.
Il percorso espositivo, che si sviluppa in due fasi, permetterà al pubblico ed ai collezionisti di cogliere l’essenza dell’opera di Haddi tanto nelle più raffinate immagini in bianco e nero realizzate in studio, quanto negli scatti più inconsueti carichi di un’anima street e urban ma anche di ironia e sensualità che evidenziano la poliedrica personalità dell’Artista.
Con l’obiettivo di rendere onore ad una produzione vastissima, la seconda fase espositiva presenterà al pubblico oltre a nudi e scatti inediti, anche suggestive immagini dai colori brillanti e dalle atmosfere tropicali americane anni Novanta, spesso legate ad alcune emblematiche campagne pubblicitarie create da Haddi per brand internazionali come Versace, Chanel, Armani, Yves Saint-Laurent.
Haddi, la cui traduzione letterale dalla lingua semitica è ‘colui che vede’, è riuscito nell’ardua impresa di vedere, appunto, la vera natura di chi posava per lui dietro l’obiettivo – attori, modelle o persone comuni – e a realizzarne un’immagine ora ironica, ora profonda: tutte le sue fotografie hanno una storia da raccontare perché sono immagini autentiche, che giocano con le più comuni emozioni umane e diventano, proprio per questo, indelebili.
Le due fasi espositive saranno animate da eventi live con Michel Haddi volti a favorire l’interazione e il dialogo tra l’Artista e il pubblico della città di Milano. Seguiranno aggiornamenti sui dettagli e le modalità di partecipazione.
Dal 19 Ottobre 2023 al 16 Marzo 2024 – 29 ARTS IN PROGRESS gallery – Milano
Un saggio visivo sull’opera di Mario De Biasi (1923-2013), fotografo versatile, definito da Enzo Biagi come “l’uomo che poteva fotografare tutto”. E in questo tutto ha prediletto il capoluogo lombardo, dove si trasferì a 15 anni. Così a cento anni dalla sua nascita, il Museo Diocesano di Milano gli dedica – dal 14 novembre 2023 al 21 gennaio 2024 – un’Edizione Straordinaria che raccoglie una serie di scatti iconici dedicati alla sua città d’adozione.
La mostra “MARIO DE BIASI E MILANO. Edizione Straordinaria”, organizzata e prodotta da Mondadori Portfolio in collaborazione con il Museo Diocesano di Milano e curata da Maria Vittoria Baravelli con Silvia De Biasi, presenta 70 fotografie vintage, provini e scatti inediti di uno degli autori più apprezzati del secondo Novecento italiano, che per trent’anni documentò la storia del nostro Paese attraverso le pagine del periodico di Arnoldo Mondadori Editore, “Epoca”. Il percorso espositivo – costituito da opere provenienti dall’Archivio Mondadori e dall’Archivio De Biasi – consentirà al pubblico di conoscere il linguaggio personale che il fotografo adattò a contesti molto diversi tra loro. E, in particolare, a Milano. “Il Duomo, la città, la gente e la moda, senza ordine o punteggiatura”, racconta Maria Vittoria Baravelli, “Milano è quinta e campo base, luogo di una danza infinita da cui De Biasi parte per tornare sempre, dedito a immortalare dalla Galleria ai Navigli, alla periferia, una città che negli anni Cinquanta e Sessanta si fa specchio di quell’Italia che diventa famosa in tutto il mondo“.
Uno sguardo lucido ed evocativo al tempo stesso, quello di De Biasi, capace di raccontare con immediatezza e originalità un momento controverso della storia d’Italia. Nelle trame ordinate dei suoi scatti si leggono infatti i cambiamenti storici e culturali del Paese, che negli anni ’50 e ’60 andava assestandosi su una rinnovata identità culturale. Rinascita che in Milano trovava sintesi e negli scatti di De Biasi eloquente espressione. L’esposizione si snoda attraversando idealmente la città, dal suo centro nevralgico fino alle periferie. Ci sono i turisti che s’affacciano dal tetto del Duomo e che affollano i bar della Galleria Vittorio Emanuele II, ma anche i pendolari alla stazione ferroviaria di Porta Romana. E poi San Babila, l’Arco della Pace, scorci di una Milano oggi impossibile dove le chiatte risalgono i Navigli e tutti si meravigliano del mondo che cambia. L’approccio autoriale di De Biasi si arricchisce dell’acume giornalistico nel 1953, quando viene assunto come fotoreporter da Epoca. Rivista iconica del tempo, ideata sul modello dei periodici statunitensi illustrati, di cui facevano parte, tra gli altri, Aldo Palazzeschi e Cesare Zavattini. In una pubblicazione che si distingueva per la raffinata impostazione grafica, secondo il direttore Enzo Biagi, De Biasi era l’unico in grado di garantire sempre al giornale “la foto giusta”, anche se per guadagnarla doveva rischiare la vita tra pallottole e schegge di granata, nei tanti servizi bellici della sua carriera. Oppure confrontarsi con i grandi personaggi dell’epoca tra intellettuali, attrici e artisti. Totalmente inediti i provini di Moira Orfei acrobata e i frame che precedono e seguono il celebre scatto Gli Italiani si voltano, realizzato nel 1954 per il settimanale di fotoromanzi Bolero Film, che Germano Celant scelse per aprire la mostra “Metamorfosi dell’Italia”, organizzata nel 1994 al Guggenheim di New York. L’immagine immortala un gruppo di uomini che osservano Moira Orfei, inquadrata di spalle e vestita di bianco mentre passeggia per il centro di Milano. La mostra si chiude con una sezione di fotografie che De Biasi realizzò nei suoi viaggi extra europei: dall’India alla Rivoluzione di Budapest, dal Giappone alla Siberia, fino ad arrivare all’allunaggio con i celebri scatti a Neil Amstrong.
Dal 14 Novembre 2023 al 21 Gennaio 2024 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano
Dal 22 settembre al 26 novembre Palazzo Reale presenta “Unveiled”, la prima personale di Luigi Murenu e Iango Henzi, duo fotografico riconosciuto a livello internazionale per la raffinata ricerca estetica. La mostra, allestita nell’Appartamento dei Principi ad ingresso gratuito, è promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale con 2B Management.
Una selezione di più di 100 stampe fine art – alcune delle quali ancora inedite – e opere provenienti dai loro archivi, i “dietro le quinte” dei loro set, materiali di scena e video accompagneranno i visitatori e le visitatrici in un mondo di bellezza ed eleganza: dalle icone della cultura contemporanea (Marina Abramovic, Mikhail Baryshnikov) al Kabuki giapponese, fino ai ritratti di top model, artisti e performer (Cate Blanchett, Cher, Mahmood, Dua Lipa, Penélope Cruz e Pedro Almodovar e molti altri).
Al centro della mostra, una sala interamente dedicata alle loro collaborazioni creative con Madonna, con molte immagini inedite e vere e proprie installazioni. Luigi e Iango orchestrano ogni shooting in modo corale e intimo, rendendo tutte le persone ritratte non solo soggetti ma interpreti della coreografia delle immagini. Il loro è sempre un set-laboratorio, molte volte allestito nella casa-studio di New York, dove nessuno è spettatore e dove tutti sono insieme registi e attori recitanti. Dalle top model di ieri ai nuovi modelli di bellezza, dalle celebrità ai talenti sconosciuti, la comunità ritratta dal duo diventa una sinfonia umana di voci prima che di visioni.
Ed ecco il concetto di svelamento, di Unveil: nei loro scatti la bellezza non si traduce in un modello inarrivabile o in uno stereotipo patinato, ma diventa uno strumento di ricerca della verità, un modo per svelare un paradigma del bello più libero e più umano. Il fine è semplice ed è sempre lo stesso: restituire a ogni soggetto fotografato lo specchio della propria diversità.
Luigi Murenu e Iango Henzi, Luigi&Iango hanno scattato finora più di 300 copertine di Vogue – quasi sempre in bianco e nero, il loro mezzo preferito – e ritratti d’innumerevoli celebrità. Artisti sinceramente e generosamente dediti alla solidarietà, da anni lavorano con amfAR per la quale hanno raccolto più di un milione di dollari donando le loro stampe fine art.
Il loro lavoro è apparso in musei di tutto il mondo, tra cui il Brooklyn Museum, il Montreal Museum of Fine Arts, la Kunsthal Rotterdam, l’Hypo-Kunsthalle a Monaco, il Musée des arts Décoratifs a Parigi e al Padiglione francese per l’Esposizione Universale 2020 di Dubai.
Dal 22 Settembre 2023 al 26 Novembre 2023 – Palazzo Reale – Milano
TUTTE LE STELLE PORTANO A ROMA. RITRATTI FOTOGRAFICI DI LUIGI DE POMPEIS
Leonardo Di Caprio, Martin Scorsese, Robert De Niro – Festival di Cannes, 2023 I Foto: Luigi de Pompeis
Dal 18 al 29 ottobre, nell’ambito della diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma, sarà possibile ammirare gratuitamente nel Foyer Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica la mostra Tutte le stelle portano a Roma. Ritratti fotografici di Luigi de Pompeische prosegue anche negli spazi di WeGil, l’hub culturale della Regione Lazio gestito da LAZIOcrea, dal 23 ottobre al 12 novembre 2023.
La rassegna espositiva presenta i volti di grandi attori e attrici ritratti dagli scatti d’autore di Luigi de Pompeis, noto fotoreporter. Circa 40 immagini in bianco e nero, selezionate dalla curatrice Georgiana Ionescu: risate, sguardi, foto di gruppo, espressioni e personaggi che attraversano un unico grande tema, il cinema, qui raccontato attraverso i diversi Festival.
Un labirinto di volti con immagini in bianco e nero di artisti italiani ed internazionali, pose, sogni di personaggi del mondo del cinema e dello spettacolo. Un ritratto collettivo di anime incontrate da Luigi de Pompeis nel corso della sua carriera in giro per il mondo.
Da Paolo Sorrentino a Juliette Binoche, da Angelina Jolie a Tom Hanks, passando per Nanni Moretti, Michael Douglas e Isabella Rossellini, solo per citarne alcuni, tutti rigorosamente in bianco e nero, per raccontare la mitologia del Cinema attraverso tre grandi Festival cinematografici europei: Roma col suo meraviglioso tappeto, Cannes con la sua magica Montée e Venezia, il più antico festival cinematografico del mondo, con la sua stupenda passerella al Lido.
La mostra, nelle sue due sedi, rientra nel palinsesto di eventi e attività collaterali previste in occasione della Festa del Cinema. “La fotografia di de Pompeis ci rivela fin da subito un artista non tanto interessato al gossip o agli importanti eventi mondani, quanto alla possibilità di mostrare, attraverso i volti delle star che ritrae, la felicità silenziosa di un istante, cogliendo l’attimo. Il fotografo cattura abilmente i suoi soggetti, tra luci e ombre di flash continui, e riesce a mettere in risalto le loro emozioni, senza pregiudicarne la naturalezza, escludendo la teatralità tipica del contesto. Gentile e umile, estremamente rigoroso e appassionato, sarcastico al punto giusto, brillante nello sfruttare l’attimo, Luigi de Pompeis ci racconta il Cinema”, afferma Georgiana Ionescu.
“La mia esperienza come fotografo mi ha portato a conoscere tante persone e a trovarmi in tante situazioni belle e particolari. Dopo la mostra dello scorso anno, continuo a narrare eventi importanti visti con i miei occhi, la mia lente e le mie emozioni. Roma è il mio punto di partenza ed il punto di arrivo di questa mostra, che attraversa tre Festival e cerca di raccontarne la vita.”, dichiara il fotografo Luigi de Pompeis.
Le strade di questi tre Festival, con le loro emozioni e i tanti protagonisti, si riuniscono in un’unica esposizione su due sedi che racchiude l’essenza del cinema e che rappresenta l’affresco degli artisti che Luigi de Pompeis ha incontrato nel suo percorso professionale.
Grazie ad un QRCODE, i visitatori potranno ammirare gli scatti che Luigi de Pompeis farà durante la Festa del Cinema di Roma, così da renderli compartecipi del tappeto di stelle che animerà l’edizione 2023.
In parallelo e ad accompagnare l’esposizione alcuni talk pomeridiani rivolti a piccole platee in conversazione con i professionisti del cinema.
La mostra di Luigi de Pompeis ha il supporto di Regione Lazio, di cui si ringrazia il responsabile struttura cinema e audiovisivo Lorenza Lei, è promossa da Fondazione Cinema per Roma, con gli auspici della Presidenza Commissione Cultura, Scienza, Istruzione della Camera dei Deputati, organizzata da Civita Mostre e Musei in collaborazione con la Fondazione Ludovico degli Uberti, Media Partner Urban Vision.
Dal 18 Ottobre 2023 al 12 Novembre 2023 – Auditorium Parco della Musica / WeGil – Roma
FOTO/INDUSTRIA 2023 – GAME. L’INDUSTRIA DEL GIOCO IN FOTOGRAFIA
Olivo Barbieri, Flippers, 1977-78
Fondazione MAST annuncia la sesta edizione di Foto/Industria, l’unica biennale al mondo di fotografia dell’industria e del lavoro, a Bologna dal 18 ottobre al 26 novembre sotto la direzione artistica di Francesco Zanot. L’industria del gioco, GAME, è il tema del percorso fotografico di quest’anno ed è declinato in dodici mostre, di cui undici personali e una collettiva, allestite in 10 sedi del centro storico e al MAST. La mostra in corso al MAST, che propone un percorso sulle opere di grande formato dell’artista Andreas Gursky, entra a far parte della Biennale del 2023. Con la sua ricerca sulla relazione tra immagine e realtà Gursky esplora anche l’invenzione dello spazio reale, come avviene nei giochi e/o nei videogiochi.
Foto/Industria 2023 è l’edizione del decimo anniversario di Fondazione MAST e rientra nelle iniziative per i 100 anni dell’impresa G.D. “Fare del lavoro una cultura e della cultura un lavoro”: sono le parole che legano queste due realtà e che rappresentano da un lato la cultura aziendale dell’impresa che si è consolidata nel tempo (G.D) e dall’altra quella della creazione di uno spazio innovativo e partecipativo di produzione del pensiero sul lavoro (MAST). Dai giochi per bambini ai luna park, dai casinò ai giochi di ruolo, fino ai videogame, il settore del gioco ha assunto proporzioni senza precedenti, incorporando tematiche di straordinaria rilevanza e attualità.
“L’indagine su un’attività universalmente diffusa come il gioco” – spiega Francesco Zanot – “che non conosce limiti di genere, età, luogo, ha rivelato punti di vista complessi e articolati, finalizzati a diversi obiettivi: dall’intrattenimento all’apprendimento, dal riposo alla gratificazione”. Il legame con i temi della produzione industriale e del lavoro, alla base di ogni edizione di Foto/Industria, si riferisce qui a un comparto di grande ampiezza e solidità, capace di rinnovarsi nel corso del tempo per incontrare i cambiamenti del gusto e delle abitudini e dimostrarsi sempre estremamente ricettivo nei confronti dell’innovazione tecnologica, di cui costituisce uno dei principali destinatari e un banco di prova per ulteriori utilizzi.
Le dodici mostre di Foto/Industria2023 rappresentano una timeline di visioni sul tema del gioco a partire dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri e offrono l’occasione di osservare e approfondire la ricerca di una selezione di artisti internazionali (tra cui giovani emergenti e protagonisti della scena mondiale) attraverso undici personali e una mostra collettiva: Ericka Beckman (Stati Uniti, 1951), Olivo Barbieri (Italia, 1954) e Raed Yassin (Libano, 1979) esplorano alcune strutture tipiche del gioco cogliendone gli aspetti culturali, la dimensione simbolica e le relazioni con altri modelli sociali; Heinrich Zille (Germania, 1858-1929), Linda Fregni Nagler (Italia, 1976) e Daniel Faust (Stati Uniti, 1956) sono orientati all’osservazione dello spazio del gioco, che nello specifico si estende dalla scala del luna park di Berlino alla fine dell’Ottocento ai playground che punteggiano le città contemporanee, fino a un’analisi quasi-tipologica di Las Vegas, dove il gioco ha determinato l’architettura e l’urbanistica di un’intera città; il rapporto tra gioco, identità e relazioni sociali è invece al centro delle ricerche di Hicham Benohoud (Marocco, 1968), Danielle Udogaranya (Regno Unito, 1991) ed Erik Kessels (Paesi Bassi, 1966), i cui lavori spaziano dal valore pedagogico del gioco al suo ruolo nella formazione dell’immagine di sé, dalla maschera alla costituzione di un’esperienza sociale; nelle opere di Andreas Gursky (Germania, 1955), Cécile B. Evans (Stati Uniti/Belgio, 1983) e nella collettiva Automated Photography (organizzata in collaborazione con l’ECAL/University of Art and Design Lausanne) si investiga il tema dell’invenzione della realtà, alla base dell’esperienza del gioco sia come puro esercizio della fantasia sia nel senso della costruzione di veri e propri universi virtuali alternativi, all’interno dei quali si svolgono le avventure dei videogame. Le molteplicità del tema del gioco sono oggetto di un ampio programma di talk, proiezioni, presentazioni e workshop per il pubblico. Ai più giovani è dedicato un booklet per scoprire le mostre attraverso racconti, curiosità e giochi da svolgere negli spazi espositivi e a casa. Il catalogo della Biennale è pubblicato da Fondazione MAST con la prefazione della Presidente Isabella Seràgnoli e un testo di approfondimento critico di Francesco Zanot.
Dal 18 Ottobre 2023 al 26 Novembre 2023 – Bologna – sedi varie
FOTOGRAFICA. IL FESTIVAL DI FOTOGRAFIA BERGAMO. VI EDIZIONE – NOI, QUI
Gianmarco Maraviglia, Cover Me With Gold
Scolpito dall’ombra e dalla luce, filtrato da uno sguardo, impresso attraverso un obiettivo, è così che ogni attimo diventa eterno. Proprio per questo si intitola “NOI, QUI” la quarta edizione di Fotografica, Festival di Fotografia Bergamo – organizzata da Associazione Fotografica APS in collaborazione con il Comune di Bergamo e con il sostegno dei main sponsor Artedil di Campenni Rocco & C. Srl e BPER Banca e del partner istituzionale Istituto per il Credito Sportivo – che mette al centro della sua indagine l’essere umano, esplorandone i valori e le emozioni.
12 le mostre di respiro internazionalepresentate e allestite in due contesti architettonici di grande pregio in Città Alta a Bergamo, frutto del lavoro di altrettanti fotografi, come racconta Daniela Sonzogni, Direttrice del Festival: “NOI, QUI è un’edizione di Fotografica Festival dal sapore speciale: ha la cornice della Capitale della Cultura e ci racconta – attraverso le immagini – l’essere umano in un momento storico particolarmente complesso. Se il progetto Cultura 2023 rappresenta la speranza e il rilancio delle nostre città, Fotografica ha desiderato descrivere i sentimenti, le emozioni e quei valori che ci hanno aiutato a reagire durante la tragica esperienza del Covid, che forse possono guidarci nell’affrontare i grandi temi dell’oggi e a trovare una strada diversa per vincere le grandi sfide del futuro. Il coraggio, la resilienza, il sogno di un futuro migliore, l’integrazione, la cultura come cura. I fotografi ci parlano di NOI, QUI oggi con un linguaggio che ha una forza universale e che ha la capacità di facilitare la nostra consapevolezza. Fotografica racconta la contemporaneità e l’obiettivo del fotografo rappresenta una delle chiavi per comprendere e per aprire nuove finestre sul mondo che viviamo. In continuità con le precedenti edizioni le mostre saranno esposte in luoghi di grande fascino, veri tesori della città di Bergamo, che vengono allestiti con cura e attenzione alla loro storia”.
In programma dal 14 ottobre al 19 novembre 2023 l’edizione di quest’anno, inserita all’interno del palinsesto di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023, assume i contorni di un’occasione di rinascita per due città che più di altre hanno dovuto fronteggiare gli albori di un’emergenza sanitaria globale di cui non si conoscevano gli effetti e i confini. A vincere quella sfida sono stati uomini, donne, intere comunità che tornano nel filo conduttore di Fotografica: l’essere umano. Inteso sia come singolarità che come comunità, Fotografica vuole raccontarlo nella più affascinante delle sue sfide: quella del quotidiano. Il risultato è un’alternanza di immagini ora impegnative ora intrise di positività, accumunate però dall’urgenza di mostrare la realtà, parlando direttamente agli occhi e allo stomaco: scatti che provocano sentimenti, reazioni, prese di coscienza.
“Fotografica si conferma come una delle rassegne di punta della città, contribuendo a dare rilievo alla programmazione della Capitale. Bergamo non solo città dell’opera, del teatro, del cinema, della danza, della musica, ma anche della fotografia, in una sua accezione ben precisa e cercata con attenzione dagli organizzatori. La fotografia che documenta il mondo in cui viviamo, che si fa interprete dei grandi cambiamenti della contemporaneità, di ciò che accade nelle nostre periferie e in città lontane, che racconta le piccole storie di comunità, di persone, di luoghi. Ogni fotografo, con la sua formazione e con la sua sensibilità, sceglie cosa raccontare, regala uno sguardo preciso, fornisce un punto di vista speciale. E lo spettatore è in qualche modo costretto a non volgere lo sguardo, a portarsi a casa un pezzo di quel mondo che non conosce o che non vuole vedere, ascolta, con occhi, storie che vengono da altrove. È la valenza “etica” di cui è permeata certa fotografia che fa la differenza, e che Fotografica ha scelto di portare a Bergamo. Ogni edizione è stata sempre una scoperta, e stimolo a riflessioni su ciò che accade vicino e lontano da noi. L’essere umano è al centro della ricerca di quest’anno e, con le tante mostre – ben dodici – disseminate in Città Alta tra Carmine e Domus Magna, diventa una finestra aperta sul mondo”, spiega Nadia Ghisalberti, Assessora alla Cultura del Comune di Bergamo.
Saranno in mostra: In a Window of Prestes Maia 911 Building di Julio Bittencourt; The day may break di Nick Brandt; Between these folded walls, Utopia di Cooper & Gorfer; Elementi di Edoardo Delille; Leaving and waving di Deanna Dikeman; Roma Revolution di Alessandro Gandolfi; Io non Scendo – Storie di donne che salgono sugli alberi e guardano lontano, a cura di Laura Leonelli; Apnea di Fausto Podavini per Medici Senza Frontiere; La liberazione della follia di Patrizia Riviera; Progetto Sport, tra Dada e movimento ritmo/dinamico in ready di Maurizio Galimberti; Na Ponta Dos Pés di Sebastian Gil Miranda; Cover Me With Gold di Gianmarco Maraviglia.
Dal 14 Ottobre 2023 al 19 Novembre 2023 – Monastero del Carmine / Ex Magazzini del Sale – Bergamo
ecco le mostre che vi segnaliamo per il mese di febbraio.
Speriamo che suscitino il vostro interesse.
Anna
MISE EN ABYME: MAKING OF YYY – Yelena Yemchuk
Nell’ambito di ART CITY Bologna 2023 in occasione di ARTEFIERA, Spazio Labo’, in collaborazione con Départ Pour l’Image, presenta Mise en Abyme, un progetto espositivo ed editoriale intorno al libro YYY di Yelena Yemchuk a cura dei co-fondatori della casa editrice Départ Pour l’Image, Luca Reffo e Francesca Todde.
Mise en Abyme è pensato come uno spin-off di YYY, edito da Départ Pour l’Image nel luglio 2022, e nasce dal desiderio di amplificare i concetti alla base del libro attraverso l’utilizzo del materiale accessorio prodotto durante la sua progettazione, composizione e lavorazione tipografica. L’opportunità di mostrare la messa in opera dell’edizione attraverso fogli macchina di stampa, embossing, prove colore, disegni e variazioni sull’editing mira ad arricchire la conoscenza dei processi creativi nell’intervallo tra l’ideazione e la produzione industriale editoriale.
Se YYY – acronimo di Україна Yelena Yemchuk – era un sogno a occhi aperti che conduceva a un percorso a ritroso dal terzo al primo capitolo, Mise en Abyme è la sua prosecuzione in forma di riflesso fantasma che “dal laghetto del sacrificio” mette lo sguardo nell’abisso dell’immaginario. Nel progetto la narrazione originaria – la sequenza come di flusso di coscienza – è riscritta grazie a imprevisti sviluppi del materiale residuo, sovrapposizioni, ingrandimenti e fortuiti ritrovamenti. La sofisticazione dei registri mira, attraverso l’attitudine evocativa dell’immagine, all’emersione delle sensazioni, libere da contenuti, facendo sì che il sistema alla base di Mise en Abyme potrebbe idealmente ripetersi infinite volte, suggerendo illimitate differenti versioni.
La mostra è una co-produzione di Spazio Labo’ e Départ pour l’image ed è parte di Origami, rassegna di ispirazioni multidisciplinari dedicata all’interazione tra forme artistiche, ai punti di contatto, e all’ibridazione dei linguaggi.
Dall’11 febbraio al 30 aprile il MAC Museo d’Arte Contemporanea di Lissone presenta Istanti di storia, una personale di Maurizio Galimberti (Como, 1956) curata da Francesca Guerisoli e Denis Curti. La mostra presenta per la prima volta al pubblico il ciclo completo che si ispira alla storia del Novecento e ai suoi protagonisti: sessanta opere di grande formatocostituite da assemblaggi di istantanee fotografiche che ripropongono alcune delle immagini più iconiche degli ultimi decenni, attraverso cui l’artista rilegge la memoria collettiva. Galimberti seleziona fotografie di altri autori – tra le più rappresentative degli accadimenti che hanno caratterizzato il nostro passato più recente –, le fotografa più volte da prospettive differenti, le scompone e le ricompone “a mosaico”, reiterando così la loro valenza simbolica, come a voler sottolineare la forza di queste stesse immagini, il cui potere evocativo “vale più di mille parole”. Questi mosaici non “spiegano” i fatti, né intendono dare risposte precise sul corso della storia, bensì, se visti nella loro totalità, appaiono come un campionario di eventi memorabili che attraverso l’intervento artistico si svincolano dalla documentazione storicizzata per assumere le sembianze eteree di reliquie contemporanee, commenta Denis Curti. Il percorso espositivo si sviluppa in senso cronologico presentando rielaborazioni di immagini simbolo tratte dal mondo dell’attualità, della cinematografia e dello spettacolo (lo sbarco sulla luna, l’immagine simbolo del film Easy Rider, Anna Magnani in Roma città aperta, il pianto di Sofia Loren in La Ciociara, Jimi Hendrix con la sua chitarra, la tragedia del Grande Torino);si addentra nel buio della storia (la battaglia di Iwo Jima, la bomba atomica su Hiroshima, l’ingresso dell’Armata Rossa a Berlino nel 1945, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, la crisi del Medio Oriente e il terrorismo degli anni ‘70, Mani Pulite, l’attentato alle Torri Gemelle); ripercorre i dolorosi traumi dell’infanzia (il bambino del Ghetto di Varsavia, i bambini di Mengele, la celebre foto della bambina vietnamita bruciata dal Napalm); si sofferma davanti alle più grandi personalità del Novecento (Che Guevara con il suo celebre sigaro, Martin Luther King, Papa Giovanni Paolo II, Aldo Moro, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Michail Gorbačëv e Boris Eltsin, Nelson Mandela) fino ad arrivare alla pandemia di Covid-19. L’itinerario espositivo si chiude con un lavoro inedito: la toccante rilettura della tragedia di Marcinelle, quando nella calda giornata estiva dell’8 agosto 1956, poco distante dalla città belga si consumò uno degli incidenti minerari più gravi della storia: 262 i morti, tra cui 136 immigrati italiani.
Dal 11 Febbraio 2023 al 30 Aprile 2023 – MAC Museo d’Arte Contemporanea di Lissone
Carlo e Luciana da In Almost Every Picture n. 17 di Erik Kessels e Sergio Smerieri Carlo e Luciana è un racconto di viaggio: ciascuno fotografa l’altro e viceversa. Coppie di immagini che affiancate si completano, come le metà di un insieme. Erik Kessels è un artista, designer e curatore olandese, colleziona fotografie che trova nei mercati delle pulci, nelle fiere, nei ne gozi dell’usato, ricontestualizzandole e pubblicandole con KesselsKramer Publishing. Tra i suoi lavori più famosi e importanti vi sono la rivista Useful photography e In Almost Every Picture.
Nice Balconi Fotografia Vernacolare dall’archivio di Sergio Smerieri Presso Isolo17 Gallery di via XX Settembre 31b è allestita una mostra di fotografia vernacolare che racconta il valore simbolico che il balcone assume in scatti amatoriali ritrovati nei mercatini dell’antiquariato, o in polverose soffitte. Il balcone, a metà tra cielo e terra è metonimia del dentro mentre si affaccia al “fuori”. È status symbol da cui osservare il mondo per mostrarsi ad esso. Un modo per sorridere del noto balcone di Giulietta smitizzando la sua fama con decine di scatti che hanno immortalato nel tempo donne, bambini, famiglie intere sui balconi di mezza Italia.
in dialogo con le immagini realizzate dagli studenti del corso di Forme e linguaggi dell’arte di MSTC Iusve
Progetto a cura di Simone Azzoni e Sergio Smerieri Organizzazione Grenze Arsenali Fotografici in collaborazione con Gu.Pho e Isolo17Gallery
dal 4 al 28 febbraio 2023 – Galleria d’Arte Contemporanea – Verona
Il 2023 del Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme parte alla grande con una mostra dedicata ad uno dei più grandi fotografi viventi del 900: Elliott Erwitt.
Erwitt ha scattato le prime fotografie dei razzi sovietici e la fotografia che ritrae il confronto verbale tra Nikita Krusciov e Richard Nixon. Tuttavia la fama internazionale è arrivata con le sue immagini umoristiche legate al mondo dei cani anche se la sua carriera è vastissima e tocca davvero tantissimi ambiti. “Raramente metto in scena immagini, le aspetto. . . lascio che si prendano il loro tempo. A volte pensi che succederà qualcosa, quindi aspetti. Potrebbe avere successo; potrebbe non esserlo. Questa è una cosa meravigliosa delle immagini: le cose possono succedere“, dichiarava Elliott Erwitt mettendo in evidenza la sua innata capacità di intuire cosa accadrà dopo. Le sue fotografie in bianco e nero raccontano una visione del mondo assolutamente unica e personale, poco focalizzata sul contesto esterno e sul paesaggio e concentrata su ciò che fanno davvero le persone e gli animali. Rappresentano la vita quotidiana di tutti noi, ci raffigurano quasi in un “dipinto” senza tempo. L’Assessore alla Cultura del Comune di Abano Terme, Michela Allocca, insieme a Suazes e in collaborazione con CoopCulture, presenta al Museo Villa Bassi Rathgeb una grande retrospettiva dedicata al grande autore, Elliott Erwitt, che vedrà in esposizione ben 154 fotografie vintage di grande valore, raramente esposte al pubblico, e trenta scatti fotografici davvero iconici del suo lavoro: opere che coprono sessant’anni di storia della fotografia.
Un percorso che sarà arricchito da materiale audiovisivo dedicato al grande fotografo rendendolo una vera occasione di approfondimento del suo lavoro. Questo straordinario corpus di fotografie permette di affrontare le principali tematiche che caratterizzano il grande lavoro di Erwitt: dal tema dell’integrazione razziale in America nel secondo dopoguerra alle mutazioni sociali della società americana, per proseguire con il tanto discusso tema del nudismo… e poi ancora i cani, i bambini, i viaggi in tutto il mondo. I suoi scatti raccontano uno spaccato della storia e del costume del Novecento attraverso uno sguardo profondamente ironico che caratterizza il grande Autore.
Il percorso di mostra darà vera soddisfazione agli amanti della fotografia e ai conoscitori del suo lavoro e a coloro che per la prima volta si avvicineranno ad Elliott Erwitt.
Come dichiara Erwitt “Fare ridere la gente è uno dei risultati più alti che puoi ottenere. E quando riesci a far ridere e piangere qualcuno, alternativamente, come fa Chaplin, questo è il più alto di tutti i risultati possibili”.
Nato nel 1928 da genitori russi emigrati a Parigi, cresce a Milano e a dieci anni emigra, con la sua famiglia, negli Stati Uniti d’America. La sua prima esperienza legata alla fotografia consiste nell’elaborazione di fotografie pubblicitarie in una camera oscura di Hollywood. In quel periodo iniziò anche a scattare fotografie per conto proprio, fotografie che mostravano la sua visione del mondo marcatamente umoristica. Nel 1955 Robert Capa gli offre l’opportunità di unirsi alla Magnum Photos, fondata nel 1947. Nel 1955 il celebre direttore del dipartimento di fotografia del MoMA di New York Edward Steichen selezionò alcune delle sue fotografie per la celebre mostra “The Family of Man”. Lo stesso Museum of Modern Art ospitò la sua prima mostra personale nel 1965. Da allora, le fotografie di Erwitt sono state esposte in musei e gallerie di tutto il mondo ed il suo lavoro è stato oggetto di numerose pubblicazioni. Le fotografie saranno inserite all’interno degli straordinari spazi di Villa Bassi Rathgeb attraverso uno specifico allestimento che permetterà di valorizzare appieno gli interni della struttura museale, creando un suggestivo dialogo. Poche volte in Italia si sono raccolte così tante fotografie dedicate al suo lavoro.
“Con questa iniziativa si vuole dare continuità alla progettualità avviata con le due precedenti mostra dedicate ad Eve Arnold e Robert Capa, mostra quest’ultima che ha avuto uno straordinario successo con oltre 13.000 persone e che dimostra quanta potenzialità abbia il progetto incentrato sulla fotografia dei grandi maestri e fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale” afferma l’Assessore alla Cultura Michela Allocca.
“Abano con questa nuova iniziativa persegue in una direzione ben precisa che è quella di approfondire il lavoro dei maestri indiscussi della scena fotografica internazionale con dei progetti di approfondimenti creati ad hoc per offrire al pubblico un’offerta di altissimo livello e connotare così gli spazi museali di Villa Bassi Rathgeb come luogo di dialoghi e confronti multidisciplinari” prosegue il curatore della mostra Marco Minuz.
Dal 28 Gennaio 2023 al 11 Giugno 2023 – Museo Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme (PD)
Nikos Aliagas percorre le calli veneziane per incontrare quelli che in città non si vedono: gli abitanti, ossia coloro che evitano gli sguardi degli obiettivi dei turisti. Questo progetto è germogliato e cresciuto nell’anima dell’artista quando Nikos Aliagas, su invito della Fondazione dell’Albero d’Oro, ha visitato per la prima volta la laguna e ne ha potuto osservare la realtà misteriosa e affascinante. In quel momento è nata l’idea di guardare veramente all’interno di Venezia, esplorando il mondo che ruota intorno a Palazzo Vendramin Grimani. L’obiettivo di Nikos Aliagas viaggia nella quotidianità straordinaria di campo San Polo, per il sestiere di cui è il cuore e fra gli scorci veneziani, e lascia che siano le immagini a raccontare le storie di chi vive e fa vivere questi luoghi. Le immagini di Nikos Aliagas sono in bianco e nero: l’artista esplora contrasti, controluce, movimenti all’interno di inquadrature in cui le linee rette e curve si sposano, ad esempio su un volto oppure all’angolo di una calle.
«È ancora possibile improvvisare a Venezia? In una città fotografata milioni di volte da occhi di passaggio? Sì, se si parte dal principio che è Venezia a guardarci e osservarci.»
– Nikos Aliagas
4 febbraio → 2 aprile 2023 – Palazzo Vendramin Grimani – VENEZIA
Non si è mai trattato di scattare delle fotografie… Non sono la documentazione della vita di una persona; sono la documentazione di emozioni e spiritualità
Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ospita, dal 27 gennaio al 16 aprile 2023, la personale di Lee Jeffries (Bolton, UK, 1971), il fotografo diventato la voce dei poveri e degli emarginati. Curata da Barbara Silbe e Nadia Righi, la mostra, prodotta e organizzata dal Museo Diocesano di Milano, presenta una cinquantina d’immagini in bianco e nero e a colori che catturano i volti di quell’umanità nascosta e invisibile che popola le strade delle grandi metropoli dell’Europa e degli Stati Uniti.
Fotografo autodidatta, Jeffries inizia la sua carriera quasi per caso, nel giorno che precedeva la maratona di Londra del 2008 quando scatta una fotografia a una giovane ragazza senzatetto che sedeva all’ingresso di un negozio; rimproverato per averlo fatto senza autorizzazione, Jeffries si ferma a parlare con lei, a interrogarla sul suo passato, a stabilire un contatto che andasse al di là della semplice curiosità per scavare nel profondo dell’animo della persona che aveva di fronte.
Da allora inizia a interessarsi e a documentare le vite degli homeless, passando dai vicoli di Los Angeles fino alle zone più nascoste e pericolose delle città della Francia e dell’Italia.
Grazie al suo sguardo e alla sua arte spirituale, come lui stesso è solito definirla, Lee Jeffries fa emergere le persone senza fissa dimora dal buio in cui sono reclusi e cerca di ridare luce e dignità a ogni essere umano. Il suo stile è caratterizzato da inquadrature in primo piano fortemente contrastate, e da interazioni molto ravvicinate con i soggetti, uomini e donne che vivono ai margini della società, incontrati per le strade del mondo.
La sua cifra stilistica più caratteristica è quella del ritratto, sempre frontale e ravvicinato, spesso con sfondi monocromatici scuri che, elaborati con un efficace lavoro su luci e ombre, fa emergere i volti nella loro straordinaria potenza espressiva, capace di comunicare la loro sofferenza, il loro disagio e la loro condizione infelice.
Dal 27 Gennaio 2023 al 16 Aprile 2023 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – MILANO
MAST PHOTOGRAPHY GRANT ON INDUSTRY AND WORK 2023 – VII EDIZIONE
La mostra dei cinque finalisti propone cinque progetti originali e innovativi che mettono a fuoco le radicali trasformazioni in atto nel lavoro. In mostra insieme alle opere degli artisti dell’edizione 2023, i progetti di tutti i finalisti dal 2008 celebrano i 15 anni del Grant, dando vita a un giro del mondo per immagini che svela realtà sconosciute o lontane, ma sorprendentemente connesse alla nostra vita.
Dal 25 Gennaio 2023 al 01 Maggio 2023 – Fondazione MAST – Bologna
La movida. Spagna 1980-1990 è la prima mostra di una serie di esposizioni organizzate dall’Ambasciata di Spagna in Italia, che si propone di presentare questo periodo fondamentale della storia recente della Spagna attraverso la generazione di fotografi emersa in quegli anni. Dopo 40 anni di dittatura militare e con la fine della censura, negli anni 1980-1990 inizia un periodo di costruzione della nuova Spagna democratica, che si lascia alle spalle un’eredità oscura per farsi largo tra i paesi occidentali. Mentre le generazioni precedenti danno forma a un nuovo quadro politico, i più giovani si concentrano sul godimento del regime di libertà e la Movida diventa l’immagine eccessiva di questa nuova Spagna nascente: giovane, selvaggia, irriverente, colorata, edonistica e libera. Le canzoni e le fotografie, insieme al cinema, sono state il perfetto correlato del cambiamento politico spagnolo degli anni Ottanta. Ma Miguel Trillo, invece di condividere il fascino della sua generazione per i nuovi idoli musicali, si è fermato a guardare il pubblico che ha reso i musicisti star della cultura di massa. Nelle sue foto, la macchina fotografica dà le spalle al palco e si concentra sui partecipanti al concerto. E non lo fa in modo furtivo, come il reporter o il ricercatore che vuole catturare un istante evanescente: i protagonisti delle fotografie di Trillo sono consapevoli che la macchina fotografica li fisserà per sempre nel tempo, e si sforzano di mostrare chi sono nel miglior modo possibile. Queste immagini testimoniano l’emergere di una nuova cultura in cui siamo immersi da allora, in cui il suono e l’immagine hanno sostituito la parola come elemento centrale.
Dal 20 Gennaio 2023 al 30 Aprile 2023 – Museo di Roma in Trastevere
Dal 12 gennaio al 26 febbraio 2023 Palazzo Reale porta a Milano gli scatti iconici e senza tempo del fotografo Vincent Peters con la mostra con ingresso gratuito dal titolo “Timeless Time”: un percorso fatto di ombre, riflessi e chiaroscuri, in un succedersi di volti noti resi familiari dall’uso della luce.
La mostra promossa da Comune di Milano-Cultura, prodotta e organizzata da Palazzo Realee Nobile Agency, è curata da Alessia Glaviano, Curator & Head of Global Photovogue.
“Vincent Peters scolpisce i personaggi che ritrae con la luce, creando volumi in grado di definirli in uno spazio sospeso e in un tempo senza età – afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Tommaso Sacchi -. Il suo sguardo è protagonista a Palazzo Reale di una mostra originale, in programma fino alla prossima Milano Fashion Week, che pone in un affascinante dialogo le opere dell’artista con le dodici stanze dell’Appartamento dei Principi”. Christian Bale, Kim Basinger, Monica Bellucci, Vincent Cassel, Laetitia Casta, Cindy Crawford, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Matt Dillon, Michael Fassbender, Scarlett Johansson, Milla Jovovich, John Malkovich, Charlize Theron, Emma Watson sono solo alcuni dei personaggi famosi i cui ritratti sono esposti a Palazzo Reale. Scatti realizzati tra il 2001 e il 2021 da Vincent Peters che, usando un’illuminazione impeccabile, eleva i suoi soggetti a una posizione che spesso trascende il loro status di celebrità. Quello ritratto da Vincent Peters è il mondo delle star e delle celebrities, un moderno Olimpo che dissolvendosi in un’atmosfera da cinema neorealista italiano si avvicina allo sguardo del pubblico diventando familiare e riconoscibile. I suoi scatti sono storie oniriche, composte da un sovrapporsi di strati che dialogano tra loro completandosi. Il suo lavoro, infatti, si caratterizza per stratificazione e distinzione: ciascun elemento che converge e si condensa in ogni suo singolo scatto, forma uno strato che non perde mai la propria identità e distinzione. E nell’incontrarsi di questi strati singolari, ogni immagine di Peters arriva a raccontare una storia. Fino a diventare un film in un solo fotogramma.
Con uno stile senza tempo, i lavori di Vincent Peters esposti nell’ Appartamento dei Principi al piano nobile di Palazzo Reale sono valorizzati da un allestimento minimal curato da Suazes che esalta le potenti immagini in bianco e nero e al tempo stesso sposa la bellezza delle signorili sale quattrocentesche che lo ospitano.
Dal 12 Gennaio 2023 al 26 Febbraio 2023 – Palazzo Reale, Milano
Marco Lanza ha partecipato all’ultima edizione di Paris Photo
Noema Gallery a Roma dà il via alla stagione espositiva 2023con la nuova mostra fotografica “Ricreazione” di Marco Lanza a cura di Chiara Dall’Olio, visitabile dal 26 gennaio al 25 febbraio.
Il progetto espositivo di Marco Lanza, nato dall’acquisto di migliaia di fotografie vernacolari sciolte, si è sviluppato con l’osservazione di ogni singola immagine. Dalle fotografie color seppia di una vacanza in montagna ai momenti millimetrici di padre e figlia, dagli scatti di una conferenza a eventi familiari o sportivi, questi materiali coprono un lungo periodo, dal 1920 al 1970 circa.
Seguendo le linee della nuova selezione, Lanza ha tagliato le fotografie attraverso una mascherina di plexiglas rettangolare o quadrata e ricomponendole, ha ricavato nuove opere, letteralmente estratte dagli originali. Una rilettura che agisce sulla materia modificandola per sempre. Una ricreazione che si compie sia sulla parte selezionata che su quella che resta, apparente scarto che diviene un’opera aperta, dotata di infinite possibilità interpretative. Alcune stampe sono invece presentate integre, ma sovrapposte. In questi quadri la stratificazione della materia fotografica rimanda alla storia con la “s” minuscola, alle storie famigliari, di cui si percepisce solo la superficie. Ogni fotografia della mostra “Ricreazione” è quindi il segno di una storia, di un momento passato, che non sarà più e che si ammanta di una patina di nostalgia.
Come scrive la curatrice del progetto Chiara Dall’Olio “Le composizioni seguono i criteri e i passaggi che l’artista ha percorso: grandi tableau in cui i dettagli che hanno colpito il suo occhio, dopo essere stati ritagliati, sono stati mescolati e ricomposti, creando un’armonia visiva di grande equilibrio. Solo avvicinandosi si colgono i soggetti e ci si può perdere nella contemplazione delle piccole foto, immaginandosi storie o chiedendosi come sarebbe stata la fotografia completa. Il taglio infatti, crea una pluralità di oggetti autonomi, dotati di una nuova estetica e di nuove possibilità interpretative che Lanza lascia esplorare all’osservatore”.
Marco Lanza ha partecipato all’ultima edizione di Paris Photo – una delle fiere fotografiche più importanti al mondo – dove tutte le sue opere sono state acquisite da collezionisti di settore, riscuotendo un grande successo di pubblico e di critica, tanto da arrivare sulle pagine del noto quotidiano Le Monde che ha dedicato un lungo articolo al suo lavoro e alle gallerie che hanno portato in fiera lavori nati da immagini di cui non si conosce l’autore. Stampe ritrovate nei mercati delle pulci o negli scatoloni passati di mano in mano attraverso traslochi e eredità, fotografie acquistate per poco denaro e poi, una volta lavorate e organizzate in un progetto organico, riproposte per l’occasione in fiera come oggetti da collezione, proprio come le opere originali di Marco Lanza. La fotografia vernacolare e la sua reinterpretazione stanno vivendo un nuovo revival tra collezionisti e galleristi, acquisendo un ruolo di primo piano nel mercato dell’arte internazionale. A conferma di questo forte interesse a livello mondiale, Marco Lanza sarà, dopo la mostra alla Noema Gallery, uno degli artisti della fiera The Photography Show a New York (dal 30 marzo al 2 aprile 2023) organizzata da AIPAD, alla quale parteciperà con la galleria parigina SIT DOWN. In mostra alla Noema Gallery il visitatore potrà ammirare un certo numero di “ricreazioni” originali, pezzi unici in varie dimensioni, incorniciati, in formato medio/grande e in altri formati più piccoli. Inoltre saranno presentate delle rielaborazioni digitali stampate in fineart in edizione limitata
Dal 26 gennaio al 25 febbraio 2023 – Noema Gallery – Roma
La celebre fotografa americana Eve Arnold, che ha stretto con Marilyn Monroe un vero e proprio sodalizio artistico grazie al quale sono nati alcuni dei suoi scatti più iconici, è la protagonista della prima mostra del 2023 a CAMERA, che si aprirà a fine febbraio.
Prima donna, insieme a Inge Morath, a far parte dal 1951 dell’Agenzia Magnum, Eve Arnold ha fotografato le grandi star del cinema e dello spettacolo del dopoguerra, da Marlene Dietrich a Joan Crawford a Orson Welles, ma ha anche affrontato temi e questioni assolutamente centrali nel dibattito pubblico attuale, come la questione del razzismo negli Stati Uniti, l’emancipazione femminile, l’interazione fra le differenti culture del mondo. Tra le sue immagini più note si ricorda non a caso uno straordinario ritratto di Malcom X, che sarà esposto in mostra insieme ad altri scatti realizzati ad Harlem negli anni Cinquanta e ai raduni dei Black Muslims negli anni Sessanta. L’esposizione, composta da 170 fotografie, è realizzata in collaborazione con Magnum Photos.
Ripercorrendo le tappe salienti della sua carriera, a partire dai primi scatti in bianco e nero della New York degli anni Cinquanta fino agli ultimi lavori a colori realizzati all’età di 85 anni, la mostra vuole raccontarne l’«appassionato approccio personale», come lei stessa più volte definisce il proprio atteggiamento.
25 febbraio – 4 giugno 2023 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁
Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.
Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.
Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin
Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo.
Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.
La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.
Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria
01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)
Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.
Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.
Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive. Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.
Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere
Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.
The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.
Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere. Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo. Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo. La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica.
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere. Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.
Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano
Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.
Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi. Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia. China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.
da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino
LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari
Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico diFrancesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità. Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo. La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.
8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.
La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org).
MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).
Opere diJames Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo
La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.
Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.
Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.
La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.
17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia
Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.
Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.
Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.
«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare». La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.
Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.
Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.
David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019
28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna
Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica. In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.
27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna LINK
GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI
Guido Guidi. Lunario Sala fotografia. 1° piano A cura di Andrea Simi
Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999(Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.
Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.
Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate. Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.
Luca Nostri. Quattro cortili Ingresso sala bachi. 1°piano
Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche. La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.
17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE
Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)
Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020
La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.
17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano
La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.
L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.
In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.
In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.
10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna