Buongiorno, ecco tutti i premi fotografici in scadenza a Maggio! Partecipate! Ciao
Annalisa
Photo Art Doc 2026
Il PhotoArtDoc Documentary and Art Photography Festival invita fotografi e artisti di tutto il mondo che utilizzano la fotografia nella loro pratica a partecipare.
Il tema della call for entries del 2026 è TRASFORMAZIONE (categoria: “Stato di transizione”).
Concetto
Viviamo in uno stato di continuo cambiamento, dove l’incertezza è diventata una condizione fondamentale dell’esistenza. Le strutture sociali e politiche vengono riassemblate; i confini tra privato e pubblico, personale e collettivo, realtà e finzione si fanno sempre più sfumati. Oggi, la trasformazione non è un episodio di breve durata, ma l’ambiente in cui si forma la nostra esperienza.
In questa dinamica, l’individuo è costretto ad adattarsi costantemente. La flessibilità diventa uno strumento di sopravvivenza, ma al contempo mette in discussione la stabilità dell’identità. Dove si trova il confine tra cambiamento e perdita? Cosa rimane quando i vecchi pilastri crollano? E chi decide quali voci saranno ascoltate?
PhotoArtDoc 2026 propone di esplorare lo “stato di transizione”: un momento in cui le vecchie forme non funzionano più e le nuove non hanno ancora acquisito chiarezza. Al centro dell’attenzione c’è l’individuo all’interno di questi processi: la sua vulnerabilità, la sua percezione e le sue strategie di adattamento e resistenza.
Il Premio Virginia, un premio internazionale assegnato a una fotografa, viene conferito ogni due anni dal 2012 a una fotografa professionista, senza limiti di età o nazionalità, per un corpus di opere fotografiche non commissionate dalla stampa o dalla pubblicità e non precedentemente esposte in Francia.
Riconoscimento, sostegno e promozione delle fotografe
Nata in una famiglia di artiste – pittrici, scultrici e musiciste – la fotografa e artista visiva Sylvia Schildge ha voluto rendere loro omaggio creando, nel 2012, uno dei primi premi fotografici dedicati esclusivamente alle donne.
Presenta il tuo lavoro per esporre a PhMuseum Days 2026, il nostro Festival Internazionale di Fotografia che si terrà dall’1 al 4 ottobre a Bologna. Per la prima volta, il festival si svolgerà in concomitanza con Photobook Mania, la seconda edizione della nostra fiera editoriale, offrendo una piattaforma completa per godere della fotografia contemporanea dal vivo.
In un’era di frammentazione digitale e chiusura delle frontiere, ARCHIPELAGO è il tema di questa quinta edizione. Trae ispirazione dal libro del 2005 di Massimo Cacciari con l’obiettivo di esplorare la crisi sia come parte integrante del nostro percorso sia come opportunità per scoprire nuovi modelli di convivenza. Cerchiamo progetti che esplorino o mettano in discussione le isole culturali del nostro tempo, offrendo uno spazio di dialogo capace di integrare l’altro e aprire nuovi orizzonti mentali.
YICCA 2026 – International Contest of Contemporary Art
Il Concorso Internazionale d’Arte YICCA 2026 è una prestigiosa piattaforma internazionale che invita artisti da ogni angolo del globo a mostrare il proprio talento creativo. Questo concorso artistico globale trascende i confini e accoglie sia professionisti affermati che talenti emergenti, indipendentemente dalla loro provenienza geografica. Offre un palcoscenico dinamico per un’eclettica gamma di espressioni artistiche contemporanee, che abbracciano diversi media come disegni, dipinti, sculture, fotografie, grafica, tecniche miste, video installazioni e performance coinvolgenti. Questa varietà artistica ha un duplice scopo: accrescere la visibilità degli artisti partecipanti e facilitare il loro ingresso nel dinamico e in continua evoluzione mercato internazionale dell’arte contemporanea.
Il concorso si propone come trampolino di lancio per gli artisti, offrendo loro un’opportunità unica per affermarsi sulla scena artistica internazionale. Partecipando a YICCA, gli artisti accedono a un’influente rete globale che può avere un impatto significativo sulla loro carriera.
Nuovo Bando Per Full Contact 2026, Organizzato Da Scan, Il Festival Internazionale Di Fotografia Ospitato Dal Comune Di Tarragona (Spagna).
Full Contact È Uno Spazio Di Incontro Professionale Rivolto A Fotografi E Creatori Visivi Che Lavorano Con La Fotografia E Desiderano Presentare I Propri Progetti A Esperti Internazionali. Offre Una Preziosa Opportunità Per Ricevere Feedback, Ampliare La Propria Rete Professionale Ed Esplorare Nuove Opportunità Nel Panorama Della Fotografia Contemporanea.
L’obiettivo Del Festival È Promuovere La Narrazione Visiva Tra Gli Artisti Emergenti. A Tal Fine, È Possibile Presentare Qualsiasi Serie Fotografica Che Racconti Una Storia.
Le Iscrizioni Per La Decima Edizione Sono Aperte! Entra Nel Mondo Dell’eccellenza Monocromatica Con I Monovisions Photography Awards 2026, Un Prestigioso Concorso Internazionale Dedicato Alla Celebrazione Dell’arte Senza Tempo Della Fotografia In Bianco E Nero.
Invitiamo Fotografi Da Tutto Il Mondo A Mostrare Il Loro Linguaggio Visivo Unico Attraverso Il Mezzo Del Bianco E Nero. La Nostra Missione È Scoprire I Talenti Più Promettenti Nel Campo Della Fotografia Monocromatica E Offrire Loro Una Piattaforma Globale Per Il Riconoscimento, La Visibilità E La Premiazione.
Scegliete Tra Un’ampia Gamma Di Categorie Pensate Per Diverse Espressioni Artistiche: Astratto, Architettura, Concettuale, Belle Arti, Paesaggi, Natura E Fauna Selvatica, Nudo, Persone, Fotogiornalismo, Ritratto, Fotografia Di Strada E Viaggi.
Dalle strutture dimenticate ai paesaggi deserti, dalle reliquie personali ai residui emotivi, Abandoned invita i fotografi a riflettere sulle tracce della presenza umana – e dell’assenza – che plasmano il nostro mondo. Cerchiamo immagini che rivelino la bellezza nel decadimento, la tensione nell’immobilità e le storie negli spazi dimenticati dal tempo. Sono benvenuti tutti gli approcci fotografici, dal documentario al concettuale.
Il Lumen Prize è il principale premio internazionale per l’arte creata con la tecnologia.
Quest’anno ricorre la 15ª edizione del Lumen Prize. Con l’apertura del bando di partecipazione per il 2026, siamo entusiasti di celebrare questo importante traguardo con la nostra comunità e di farlo in collaborazione con il Kunstsilo Museum, che ospiterà la nostra cerimonia di premiazione a novembre.
Dodho Magazine lancia un nuovo bando internazionale per la sua prossima edizione cartacea, consolidando oltre 11 anni di presenza ininterrotta come piattaforma di riferimento nella fotografia contemporanea.
Questa edizione non segue la logica tradizionale di una rivista. È concepita come un volume artistico e curatoriale pensato per durare nel tempo e per collocare ogni progetto nel contesto che merita. Il suo formato fisico permette alle opere di viaggiare, circolare ed essere scoperte negli ambienti in cui contano davvero: gallerie, festival, musei e spazi professionali dove si ricercano attivamente nuove voci.
Partecipare a questa call va oltre la semplice pubblicazione. Significa entrare a far parte di un ecosistema editoriale in cui il lavoro viene contestualizzato, distribuito e messo in contatto con i principali attori del settore. L’80% dei fotografi presenti nell’edizione cartacea torna per future collaborazioni, a dimostrazione dell’impatto a lungo termine e della continuità della piattaforma.
Giunto alla sua diciottesima edizione, il festival entra simbolicamente in una fase di maturità, capace di riflettere ed esplorare le tematiche centrali della transizione. Coming of Age (18+) si concentra sul processo di passaggio all’età adulta, non come traguardo cronologico o legale, ma come condizione multiforme plasmata da rotture interne e sociali, ridefinizioni e atti di autodeterminazione.
L’innocenza non scompare, ma si trasforma, mentre il soggetto si costituisce come consapevole, responsabile e socialmente esposto. Il tema centrale è l’emergere dell’autonomia: l’individuo cessa di funzionare come estensione e si costituisce come entità distinta. Il corpo diventa un campo di significato, desiderio, controllo e affermazione, mentre l’identità – genere, ruoli sociali, status – è soggetta a costante negoziazione.
Le riflessioni sul passaggio all’età adulta oscillano tra infanzia e responsabilità, dove il gioco coesiste con il peso delle scelte. “Permesso” e “proibito” non sono intesi solo come regole sociali, ma anche come confini interiorizzati che vengono messi alla prova e riconfigurati. In questo contesto, la dicitura 18+ funziona come un marcatore simbolico di uno stato liminale, a significare la tensione tra libertà e responsabilità, tra personale e sociale.
Il tema mette in luce esperienze personali e collettive di transizione: prime decisioni, rotture, momenti di emancipazione o conformismo, così come le aspettative sociali che plasmano il concetto di “età adulta”. Il passaggio all’età adulta viene affrontato come un campo dinamico di tensione tra passato, imperativi sociali e scelta soggettiva.
N.B.: Vi ricordiamo, come sempre, di prestare attenzione prima di candidarvi ai premi. I concorsi da noi pubblicati sono frutto di ricerche su internet e anche se i dati inseriti sono stati selezionati, restano di carattere indicativo e pertanto sta a voi verificare con attenzione i contenuti e i regolamenti prima di partecipare ai premi. Ci scusiamo per eventuali errori!
Musa fotografia
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Nuove fantastiche mostre ci aspettano a maggio. Date un’occhiata qua sotto!
Anna
FOTOGRAFIA EUROPEA 2026. XXI EDIZIONE – FANTASMI DEL QUOTIDIANO
Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital CollectionsMan Ray: M for Dictionary
Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia,con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.
I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.
LE MOSTRE
I Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano. Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero Beltrán, Bravo,vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE.supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera. Mohamed Hassan, con il suo progettoOur Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici. InAutomated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione. La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare. Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà. In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva. Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi. Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, esponeVestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura. Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini. L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burning, a cura diFrancesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.
Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro. I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa, Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male.
Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titoloGhostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.
Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi e Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.
Dal 30 aprile 2026 al 14 giugno 2026 – Reggio Emilia – sedi varie
Avviata dalla Tate Britain in collaborazione con l’Art Institute of Chicago, la mostra riunisce circa 250 stampe d’epoca e moderne, alcune delle quali mai esposte prima, offrendo una nuova prospettiva sulla sua opera.
Figura centrale dell’avanguardia internazionale, Lee Miller (1907, Poughkeepsie, Stati Uniti – 1977, Chiddingly, Regno Unito) fu di volta in volta modella di moda, artista surrealista, ritrattista, fotografa di moda e corrispondente di guerra accreditata presso l’esercito degli Stati Uniti. A lungo relegata al ruolo di musa, oggi è riconosciuta come una delle grandi fotografe del XX secolo.
La mostra ripercorre l’intera carriera dell’artista, dagli inizi a New York agli anni della guerra in Europa, includendo il periodo trascorso in Egitto e la sua vita a Londra. Il percorso mette in luce l’ampiezza di una produzione in cui sperimentazione formale, audacia visiva e impegno politico convivono.
Diciotto anni dopo l’ultima retrospettiva francese al Jeu de Paume, il Musée d’Art Moderne de Paris propone una mostra articolata in sei sezioni che combinano un approccio cronologico e tematico.
La mostra
Il percorso si apre con un gruppo di ritratti di Lee Miller realizzati da alcuni dei più importanti fotografi e registi degli anni Venti e Trenta. Lee Miller emerge nella New York della fine degli anni Venti come figura di primo piano, inizialmente grazie alla sua attività di modella. Diventa una delle modelle più richieste dalle riviste, incarnando l’archetipo della donna moderna, emancipata e attiva. Durante il soggiorno a Parigi, i suoi rapporti con i surrealisti la portano a interpretare uno dei ruoli principali nel primo film di Jean Cocteau, “Il sangue di un poeta” (1930 – 1932).
La mostra prosegue analizzando l’importanza del suo soggiorno parigino tra il 1929 e il 1932. Questo periodo è segnato dall’incontro con Man Ray, di cui diventa allieva e compagna. La loro intensa collaborazione esplora il potere erotico del mezzo fotografico e conduce alla scoperta condivisa della solarizzazione. Ciò che Lee Miller definiva “solarizzazione”, noto anche come effetto Sabatier, è una tecnica in cui una stampa o un negativo vengono brevemente riesposti alla luce durante lo sviluppo. Il risultato è un’inversione parziale dei toni dell’immagine che produce un alone dall’effetto quasi onirico. Sebbene il fenomeno fosse stato osservato già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Man Ray e Lee Miller sono spesso considerati i primi artisti ad averne fatto un uso creativo.
Lee Miller apre un proprio studio e lavora come fotografa per Vogue, affermando così la propria indipendenza artistica. Le sue fotografie, riconoscibili per l’uso di angolazioni oblique e accostamenti inattesi, vengono esposte nelle gallerie parigine accanto ai maggiori fotografi dell’epoca, tra cui Germaine Krull e Brassaï.
Questo periodo intenso si conclude nel 1932 con il suo ritorno a New York, dove apre un nuovo studio. La sua prima mostra personale è organizzata dalla Julien Levy Gallery. Non ce ne saranno altre durante la sua vita. La sua attività di ritrattista, al centro di una delle sezioni della mostra, prospera e prosegue per tutta la sua lunga esistenza, riflettendo i numerosi legami con gli ambienti artistici e letterari.
Nel 1934 Lee Miller sposa l’imprenditore egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Le fotografie di questo periodo colpiscono per la forza dei motivi, delle texture e delle inquadrature che strutturano le immagini. Lontana da ogni esotismo, Miller si concentra piuttosto sui contrasti tra materiali e forme e sugli spostamenti percettivi generati da angolazioni insolite.
Nel 1937 l’incontro con il pittore e poeta surrealista Roland Penrose la allontana progressivamente dall’Egitto. Inizia a trascorrere sempre più tempo in Europa insieme ai suoi amici surrealisti. Nel 1939, allo scoppio della guerra, decide di restare a Londra e si impegna sempre di più nell’edizione britannica di Vogue come fotografa di moda. Questa sezione mostra come abbia integrato nelle sue immagini le rovine e i bombardamenti di Londra. Contribuisce inoltre alla pubblicazione “Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire” nel maggio 1941, che documenta la vita quotidiana durante il Blitz, mescolando celebrazione patriottica e umorismo nero.
Nell’inverno del 1942 Miller diventa una delle poche fotografe a ottenere l’accreditamento come corrispondente di guerra per gli Stati Uniti. Da quel momento segue direttamente il conflitto e realizza numerosi servizi dedicati alle donne impegnate nello sforzo bellico – infermiere, membri della difesa antiaerea, aviatrici – pubblicati nelle edizioni britannica e americana di Vogue.
Poche settimane dopo lo sbarco in Normandia nel giugno 1944 attraversa la Manica per seguire l’avanzata delle truppe alleate e si ritrova in prima linea, in particolare durante la liberazione di Saint-Malo. Le sue fotografie e i suoi articoli mostrano con forza la violenza della guerra. La mostra mette in evidenza il modo in cui si distingue dal reportage bellico tradizionale grazie al tono adottato e al suo coinvolgimento profondamente personale. Il suo sguardo si concentra più sui dettagli significativi che sul vasto teatro delle operazioni militari.
Nell’aprile del 1945, insieme al fotografo di Life David E. Scherman, Lee Miller si reca a Dachau e Buchenwald subito dopo la liberazione dei campi. Accompagnate da un articolo intitolato “Credeteci – giugno 1945”, alcune delle immagini pubblicate su Vogue esprimono tutta la sua indignazione. Le fotografie di Lee Miller furono tra le prime a rivelare al grande pubblico il programma nazista di sterminio di massa.
Il 30 aprile 1945, dopo aver fotografato il campo di Dachau, Lee Miller si dirige a Monaco ed entra nell’appartamento di Adolf Hitler. In una fotografia costruita con cura e carica di simbolismo posa nella vasca da bagno del dittatore. All’epoca poco diffusa, l’immagine è oggi considerata una delle fotografie più iconiche della fine della guerra. Lee Miller continua a fotografare l’Europa e la Liberazione fino al gennaio 1946. Queste immagini raccontano il dolore e la privazione ma anche le persone rimaste indietro, come donne e bambini, nei giorni della Liberazione. Miller confida al suo editore: “Preferisco descrivere la devastazione delle città distrutte e delle persone ferite piuttosto che affrontare il morale spezzato e la fede infranta di chi pensava che le cose sarebbero tornate come prima”.
Negli anni successivi Miller fatica a superare l’esperienza della guerra. L’ultima sezione della mostra si concentra sulla sua vita a Farley Farm House, nel Sussex, dove si stabilisce con Roland Penrose e il loro figlio Antony. In un primo momento continua a realizzare reportage e fotografie di moda per Vogue, ma progressivamente abbandona il lavoro commerciale. In un contesto più intimo continua a fotografare la famiglia e gli amici, immagini che testimoniano il suo costante legame con l’avanguardia internazionale. Farley Farm House, specchio della coppia Miller-Penrose, diventa un importante luogo di incontro e scambio artistico, dove Lee Miller si dedica anche a sperimentazioni culinarie che rendono omaggio alla creatività dei suoi amici.
Dal 10 Aprile 2026 al 2 Agosto 2026 – MAM – Musée d’Art moderne de Paris
Alessia Paladini Gallery è lieta di presentare Due, fotografie di Riccardo Scibetta In questa serie, Riccardo Scibetta costruisce un percorso visivo che prende avvio da una costellazione di ritratti uniti da questo gesto elementare e potentissimo. Le mani che si cercano, si stringono, si accompagnano, diventano il punto di condensazione di una relazione e, al tempo stesso, la chiave per interrogare la fotografia nella sua dimensione più autentica. In un tempo segnato dalla produzione compulsiva e incessante di immagini, Due si pone come un gesto di sottrazione, di ascolto e di resistenza. Lontana dalla logica della quantità, la mostra riporta al centro la densità del momento fotografico: non l’immagine come consumo rapido, ma come esperienza, relazione, presenza. In queste immagini il soggetto non è mai soltanto la persona ritratta, né soltanto la coppia che l’immagine mette in scena. Il vero soggetto è il tra: lo spazio invisibile ma decisivo che unisce due presenze, la tensione emotiva che passa attraverso un contatto, la traccia di un vincolo che la fotografia riesce a trattenere. Il nucleo del progetto nasce dal recupero di ritratti di persone che si tengono per mano, un’azione che è insieme archivistica, affettiva e culturale. Scibetta rintraccia in queste immagini una forma essenziale di umanità: il contatto, il legame, la prossimità. Un gesto minimo che, proprio nella sua apparente semplicità, attraversa significati molteplici — amore, cura, complicità, protezione, appartenenza, promessa. Il recupero di questi ritratti non risponde però a una logica nostalgica, ma a una precisa esigenza critica. Nell’epoca dell’accumulo indiscriminato e della circolazione istantanea delle immagini, Due rimette al centro ciò che la contemporaneità tende a marginalizzare: il valore del singolo atto fotografico. Ogni fotografia qui riafferma la propria unicità, la propria irriducibilità a semplice contenuto da scorrere, archiviare, dimenticare. Scibetta si confronta così con una delle contraddizioni più forti del presente: mai come oggi produciamo immagini, e mai come oggi rischiamo di non vederle davvero. La bulimia visiva che caratterizza il nostro quotidiano genera assuefazione, superficialità, perdita di attenzione. In questo contesto, recuperare immagini di persone che si tengono per mano significa opporre alla dispersione una pratica di scelta e di concentrazione; significa restituire centralità a quelle fotografie che contengono ancora una soglia di verità, un’urgenza relazionale, una memoria incarnata. La mostra invita così a riflettere su una questione oggi centrale: che cosa rende davvero necessaria un’immagine? Non la sua proliferazione, ma la sua capacità di custodire un momento, di testimoniare una relazione, di trattenere una verità emotiva. Nei ritratti raccolti da Scibetta, il gesto delle mani che si incontrano diventa allora una soglia simbolica: tra due persone, tra il passato e il presente, tra la fotografia e chi la osserva. Due ci ricorda che fotografare non è soltanto moltiplicare visioni, ma riconoscere un momento degno di essere custodito. E guardare, a sua volta, non è consumare immagini, ma entrare in relazione con esse.
Per questo la mostra non si limita a presentare una sequenza di ritratti: costruisce un tempo dello sguardo. Ci chiede di rallentare, di sostare, di leggere in quel gesto minimo — una mano nell’altra — la possibilità di un’immagine che non si esaurisce nel suo apparire, ma continua a risuonare. Due è dunque una mostra sul legame, ma anche sulla responsabilità dello sguardo. Una riflessione poetica e critica sul valore delle immagini quando tornano a essere non semplice flusso, ma memoria, incontro, scelta.
Fotografie di Riccardo Scibetta Inaugurazione con l’artista Giovedì 14 maggio 2026 ore 18.00 – 21.00 Fino a venerdì 24 luglio 2026
Alessia Paladini Gallery Via Pietro Maroncelli 11 Milano +39 339 7124519 | ap@alessiapaladinigallery.it Alessia
L’esposizione WERNER BISCHOF. Point of view, realizzata in collaborazione con Magnum Photos, propone, a 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero, una selezione di fotografie vintage che approfondiscono la vita e il lavoro dell’autore.
La mostra è divisa in quattro sezioni, ognuna dedicata a un periodo fondamentale dell’attività di Bischof: dagli esordi in Svizzera agli scatti realizzati durante e al termine della Seconda Guerra Mondiale, dai resoconti in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina fino ai viaggi in Nord e Sud America degli anni Cinquanta, dove morì tragicamente in un incidente d’auto.
Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano
Il prossimo 5 maggio a Venezia, presso l’Orto Giardino del Redentore alla Giudecca, Venice Gardens Foundation inaugura Orizzonte. Un giardino a Venezia, mostra di Sarah Moon, dalle ore 9.30 alle ore 15.00. L’esposizione, realizzata dalla Fondazione, resterà aperta al pubblico fino al 6 ottobre 2026.
Nel corso del 2025 Venice Gardens Foundation ha invitato Sarah Moon all’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore, recentemente restaurato dalla Fondazione. Dall’incontro nasce Un giardino a Venezia, film di quattro minuti in intima risonanza con l’essenza del giardino annesso alla Basilica del Palladio, eretta a simbolo di rinascita dopo la peste del 1575. Eredità spirituale e botanica al tempo stesso, eremo di meditazione ed armonia dove il silenzio non è mera assenza di rumore, ma soffio delicato d’una pace profonda che la musica di Arvo Pärt, accompagnando le immagini, rende palpabile. Note e miraggi si fondono con le fotografie di natura realizzate dall’artista nel corso della sua prestigiosa carriera, culminando nella mostra Orizzonte. Moon suggerisce, evoca, cattura le ombre, gli interstizi e i silenzi sospesi, echi della memoria. Nel corso del viaggio i confini vacillano, disorientano lo sguardo dischiudendo oniriche narrazioni, riflessi della complessa dialettica tra visibile ed invisibile. L’opera di Sarah Moon s’intreccia qui con la missione di Venice Gardens Foundation, che cura e custodisce i giardini affidatile vegliando sull’eterna loro metamorfosi, inducendo l’anima irrequieta ad indugiare nel mistero.
In occasione della mostra è stato pubblicato il libro Orizzonte. Un giardino a Venezia, stampato in edizione limitata in 500 copie numerate da 1 a 500. La mostra è stata realizzata da Venice Gardens Foundation, con il sostegno di Van Cleef & Arpels.
“La mia gratitudine ad Adele Re Rebaudengo e a Venice Gardens Foundation per avermi concesso di trascorrere alcuni giorni in solitudine nell’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore e aver reso possibile la nascita della mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia. Entrare in questo luogo, pazientemente restaurato, significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima, interrotto solamente dal rintocco delle campane che ricorda la presenza dei frati. Vorrei ringraziare Arvo Pärt, la cui musica perpetua il mistero del tempo.Ringrazio inoltre tutti coloro che hanno concorso alla realizzazione del progetto”. Sarah Moon
“Siamo felici e onorati di aver accolto Sarah Moon all’Orto Giardino del Redentore; la sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di “sentire” la natura, concorrendo alla sua preservazione: l’una attraverso la maestria dello scatto fotografico e le immagini in movimento, l’altro grazie al restauro, alla cura e custodia costanti. L’intreccio tra la selezione di fotografie “Orizzonte”, il film “Un giardino a Venezia” – entrambi realizzati da Moon – e le musiche di Arvo Pärt “Fratres” – interpretata dai dodici Violoncellisti della Berlin Philharmonic Orchestra –e “Miserere” – interpretata da The Hilliard Ensemble, Paul Hillier – costituisce la trama di quest’evento che, oltre ad uno sguardo contemplativo sull’Orto, su Venezia, sulla Natura, restituisce quello del Giardino, della Città, della Natura stessi”. Adele Re Rebaudengo, Presidente di Venice Gardens Foundation.
Dal 5 Maggio 2026 al 6 Ottobre 2026 – Orto Giardino del Redentore – Venezia
Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi. La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.
Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.
All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.
Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.
Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delight, devise o do, e ‘R’ per real o regret. Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. «Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio», scriveva, e «la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino». M for Dictionary è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’. Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.
Dal 10 aprile 2026 al 24 luglio 2026 – GióMARCONI – Milano
Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027, Palazzo dei Musei di Reggio Emilia presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. La mostra, che si apre nell’ambito della XXI edizione del festival Fotografia Europea, comprende anche un nucleo intitolato Oltre quei monti il mare, concepito grazie alla partecipazione del musicista Iosonouncane, e un focus allestito presso il Teatro Valli, visitabile fino al 14 giugno.
Nel 2021, nell’ambito del riallestimento curato da Italo Rota, nel secondo piano di Palazzo dei Musei è stata inaugurata una nuova sezione fotografica concepita come uno spazio dinamico di ricerca, pensiero e valorizzazione delle immagini. La sezione dedica uno spazio permanente all’opera di Luigi Ghirri, figura centrale per la storia della fotografia e per l’identità culturale della città. Il progetto – promosso dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici e Fototeca della Biblioteca Panizzi) in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri – vede ogni anno una nuova esposizione che racconta la complessità della produzione del grande fotografo attraverso prospettive critiche inedite e il coinvolgimento di artisti contemporanei.
Il progetto espositivo per l’anno 2026-2027, esplora quella che Luigi Ghirri definisce la “strana e misteriosa parentela tra suono e immagine” che, da sempre, lo affascina. Grande appassionato di musica, Ghirri le attribuisce un ruolo centrale: lo dimostrano la passione per l’opera di Bob Dylan, la profonda amicizia con Lucio Dalla e l’importante collezione di dischi. Ma lo rivelano anche i suoi scritti, attraversati da continui rimandi all’influenza che la musica ha avuto sul suo modo di guardare e di costruire immagini. Al pari della pittura, della filosofia, della letteratura, della fotografia e del cinema, la musica concorre infatti alla formazione di quell’“immagine dell’esterno” su cui Ghirri si interrogava costantemente, riconoscendole – come alla fotografia – una capacità narrativa in grado di attivare veri e propri “squarci visionari”.
Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori intende affrontare questi diversi livelli di contatto tra fotografia e musica, articolandoli in un percorso in tre parti. Il corridoio centrale raccoglie fotografie dedicate ai luoghi della musica: disegni parietali di trombe e percussioni, interni di teatri, chiese con organi come fossero piccoli monumenti, juke-box e pianoforti, che insieme compongono un ritratto stratificato che intreccia cultura alta e popolare, mostrando la musica come presenza storica o apparizione fugace. Un secondo nucleo della mostra presenta numerosi materiali, anche inediti, che raccontano la relazione di Ghirri con i musicisti fra cui Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, i CCCP e molti altri. Questa restituzione è anche l’occasione per valorizzare il contributo – ancora poco raccontato – di Paola Borgonzoni, designer e figura decisiva accanto a Ghirri (compagna di vita e di lavoro) sia nei progetti editoriali sia nell’ideazione delle copertine dei dischi.
Il terzo nucleo intitolato Oltre quei monti il mare è concepito come uno spazio di sperimentazione e ricerca sul soundscape e sulla relazione tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro, grazie all’intervento artistico, realizzato appositamente per la mostra, del cantautore, produttore discografico e compositore Iosonouncane. L’intervento intende mettere in relazione l’ecologia dello sguardo di Ghirri e l’ecologia acustica del compositore, scrittore e ambientalista Raymond Murray Schafer, evidenziando come, negli stessi anni ma in ambiti diversi, entrambi abbiano riflettuto su una crescente difficoltà nel vedere e nel sentire, causata dalla saturazione dell’ambiente esterno. Paesaggio visivo e paesaggio sonoro emergono così come due modalità di orientamento e di relazione con l’ambiente e la natura.
Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, in occasione di Fotografia Europea, un ulteriore focus dedicato alle immagini per le copertine di musica classica della storica etichetta discografica RCA, è allestito nella sala ottagonale del Teatro Valli. La scelta richiama un luogo centrale nell’esperienza di Luigi Ghirri, che con I Teatri di Reggio Emilia ha collaborato a lungo, fotografando spettacoli e ambienti. Accanto alle copertine, sono esposte anche immagini preziose custodite nell’Archivio storico del Teatro Municipale: fotografie degli spettacoli realizzati negli anni, che restituiscono lo sguardo di Ghirri sulla scena e sul tempo teatrale. La presenza di queste opere sottolinea il valore dell’archivio come luogo vivo di conservazione e di cura, capace di custodire la memoria e la bellezza nel tempo e di renderle nuovamente accessibili e condivise.
La mostra è accompagnata da una serie di contenuti testuali e audio originali a cura di Giulia Cavaliere: approfondimenti, dialoghi e interviste che si intrecciano al percorso e invitano a una fruizione “in ascolto”. Le voci di artisti e musicisti – alcuni dei quali hanno collaborato con Ghirri o ne hanno condiviso un tratto di strada – restituiscono, in forma diretta, il dialogo tra suono e immagine che attraversa l’intero progetto.
Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027 – Palazzo dei Musei
Gagosian è lieta di annunciare Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, una mostra di fotografie di Francesca Woodman (1958–1981). Incentrata sulle sue affinità con il Surrealismo, la mostra apre il 29 aprile e propone circa cinquanta fotografie realizzate da Woodman nel corso della sua vita, molte delle quali mai esposte prima.
Raffigurando il proprio corpo e quello di altre modelle in ambienti naturali ed interni trasandati, Woodman utilizza la composizione e la mise-en-scène per trasmettere un senso di mistero e di teatralità. Destrutturando il confine tra il corpo, oggetti e ambienti, le sue fotografie mettono in scena sia l’affermazione del sé che temi di dissociazione. Nelle sue fotografie appaiono figure nude, vestite o velate; esposte o parzialmente nascoste; accompagnate da oggetti di uso quotidiano – uova, guanti, maschere, conchiglie, tazze da tè, frutta e pesce – che suggeriscono significati simbolici. Queste opere rivelano un’artista creativamente sicura di sé, giocosamente esplorativa e affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria, del linguaggio e degli oggetti comuni per esprimere il meraviglioso ed il misterioso.
Woodman ha studiato il Dadaismo e il Surrealismo alla Rhode Island School of Design (RISD) e i suoi taccuini contengono molti riferimenti alle teorie di questi movimenti. Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante nella sua formazione avendo trascorso molte estati della sua infanzia in Toscana con i genitori, entrambi artisti americani. Fluente in italiano e conoscitrice dell’arte e della cultura italiana, ha vissuto a Roma nel 1977 e nel 1978 mentre era ancora iscritta alla RISD. In città frequentava la Libreria Maldoror, una libreria e galleria specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista che ha ospitato la prima mostra personale dell’artista in Europa.
Nel 1979 scrisse all’editore italiano Alberto Piovani, citando come influenze “[Josef] Koudelka, Brassaï, [Jean-Auguste-Dominique] Ingres e Balthus” e osservando: “Vorrei che le parole fossero per le mie fotografie ciò che le fotografie sono per il testo in ‘Nadja’ di André Breton. Egli individua tutte le allusioni e i dettagli enigmatici di alcune istantanee piuttosto ordinarie e prive di mistero e li elabora in una storia. Vorrei che le mie fotografie sintetizzassero l’esperienza”.
Il titolo della mostra fa riferimento alla fotografia di Woodman dallo stesso titolo, 1975–77 circa, in cui le mani reggono un frammento di specchio al di sotto di una natura morta su un tavolo, e ha lo stesso impatto associativo delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel. In una nota scritta nel 1976, Woodman collegò l’opera ad un corso sulle fiabe che frequentò durante il suo primo anno alla RISD associando quel titolo alla favola della “Regina delle nevi”, che immagina simbolici frammenti di specchio che distorcono la percezione della bellezza e della bruttezza. Altre opere in mostra incorporano specchi, lastre di vetro e immagini fotografate, dipinte e stampate, che stravolgono le aspettative di una visione omogenea attraverso la moltiplicazione e la sostituzione.
Secondo la storica dell’arte Alyce Mahon, nel suo nuovo articolo per il Gagosian Quarterly, “Gli oggetti non sono personali ma sono plasmabili nell’opera di Woodman, servendo a portare il surreale nello spazio vissuto, che sia lo studio, una casa abbandonata o la natura. In questo modo la loro utilità assume un nuovo significato: si trasformano in veicoli per nuovi incontri tra estranei o cose strane”.
Altre fotografie ritraggono la figura femminile elaborata in modi insoliti, con anguille e lucci drappeggiati sul suo corpo nudo, la carne pizzicata con mollette da bucato, le gambe avvolte con del nastro adesivo. Questi ritratti si ricollegano all’interesse del Surrealismo per le immagini oniriche e la feticizzazione, suggerendo al contempo una parodia dei tratti distintivi dello stesso. Operando da entrambi i lati della macchina fotografica per dar vita al suo lavoro, il suo dialogo con il Surrealismo è da vedere nel contesto della fotografia contemporanea, dell’arte concettuale, del femminismo e di altri temi su cui si è imbattuta alla RISD e a Roma.
Dal 29 Aprile 2026 al 31 Maggio 2026 – Gagosian Roma
La Fondazione Brescia Musei, nell’ambito delle proprie attività di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale della città, ha elaborato un progetto che ne interpreta e racconta la ricchezza artistica attraverso la fotografia. Il concept si è tradotto nella installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, che sarà esposta dal 27 marzo al 12 luglio 2026 alla Pinacoteca Tosio Martinengo a Brescia. Si tratta di un dittico fotografico, commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese Bruce Gilden, in occasione della mostra – A closer look– in programma dal 27 marzo al 23 agosto al Museo di Santa Giulia, e arricchirà la collezione permanente dei Musei Civici di Brescia.
Il progetto del dittico di Bruce Gilden nasce e prende forma proprio dall’occasione della richiesta di prestito dei due capolavori di Raffaello Sanzio custoditi in Pinacoteca: l’Angelo e il Cristo Redentore benedicente. Le due tavole sono infatti protagoniste della prestigiosa mostra Raphael: Sublime Poetry presso il Metropolitan Museum of Art di New York (dal 29 marzo al 28 giugno 2026). Partendo da questa contingenza logistica, la Fondazione ha scelto di dare vita a un’operazione di committenza contemporanea che rilegge l’eredità raffaellesca, proseguendo il fortunato modello sperimentato nel 2023 con David LaChapelle (ispirato a Giacomo Ceruti), confermando una strategia precisa: utilizzare il momento del prestito internazionale — segno della reputazione globale dei musei bresciani — come volano per la produzione di nuove opere d’arte.
Nella collezione del fondatore Paolo Tosio (1775-1842), Raffaello occupava il ruolo di principe delle arti, di massimo rappresentante dell’antico, di traduttore degli ideali di armonia, grazia ed equilibrio. Principi che trovano una loro manifestazione nei corpi ideali, pacati e celesti dell’Angelo e del Cristo Redentore. Al fotografo statunitense è stata posta una sfida complessa e allo stesso tempo piena di fascinazione: compiere un salto nella storia, una sorta di ellissi, ma con nuove referenze visive. La sfida di Bruce Gilden si è configurata come un’operazione di “messa a fuoco” contemporanea che supera la citazione iconografica per trasformare il sacro in pura presenza umana. Abbandonando gli stilemi della street photography per una costruzione dell’immagine più meditata e frontale — che riecheggia la luce zenitale di Raffaello — il fotografo spoglia le figure divine dal dogma religioso per restituire loro corporeità e coscienza. Attraverso questo “sguardo ravvicinato” (closer look), Gilden accorcia le distanze temporali e metafisiche, invitando lo spettatore a un atto di fede laico in cui la fotografia non si limita a documentare il reale, ma diventa strumento di rivelazione delle aspirazioni più profonde dell’uomo, celebrando una “grazia” che risiede nella nuda e irriducibile purezza del presente.
Il progetto Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Dal 27 March 2026 al 12 July 2026 – Pinacoteca Tosio Martinengo – Brescia
Aleksandr Rodčenko, Ragazza pioniera, 1930 | courtesy Paolo Clerici
La fotografia è un linguaggio che custodisce il mondo: conserva la memoria, rivela le trasformazioni, restituisce ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità. È con questa consapevolezza che nasce la mostra fotografica 100 fotografie per ereditare il Mondo, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, in programma dal 7 marzo al 28 giugno, a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti. Una mostra prodotta da 24 ORE Cultura, sostenuta da Zurich come Main Sponsor e supportata da Turisanda1924, esclusivo brand di viaggi di Alpitour World, che intreccia la grande storia della fotografia con le tensioni, le domande e le ossessioni del presente, offrendo un viaggio per immagini lungo due secoli.
L’idea di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo scelto per questa mostra, si traduce in una riflessione sul nostro tempo: un mondo complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti ibridi, multiculturalità crescente e un’eccessiva saturazione visiva. In questo scenario, la fotografia diventa un modo per orientarsi, per costruire coscienza, per trovare un posto nella memoria collettiva. È proprio da questa esigenza di leggere il presente che prende forma lo sguardo storico della mostra. Siamo entrati a pieno titolo ormai nel secondo venticinquennio degli anni Duemila, eppure il nostro modo di osservare il mondo resta ancorato al Novecento. Da qui nasce la necessità di avviare una riflessione sulla storicizzazione del presente, senza perdere di vista il passato. I criteri di selezione non rispondono a gerarchie tra valori storici, estetici, politici o culturali: tutto è parte di un unico patrimonio collettivo. La scelta delle 100 fotografie, necessaria per circoscrivere un territorio visivo immenso, riflette dunque una visione curatoriale che definisce e sostiene questo viaggio nella storia dell’uomo.
La mostra si apre con una sezione introduttiva, “Società senza immagini – società con le immagini“, che attraverso silhouette, dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi e carte de visite restituisce il passaggio epocale da un mondo in cui l’immagine era rara, preziosa e unica a un mondo in cui diventa strumento sociale, familiare e identitario. È il momento in cui il ritratto entra nella vita quotidiana e la fotografia inizia a costruire una memoria condivisa. A partire da questa soglia storica, la mostra ripercorre l’intera e globale storia della fotografia, avviando il percorso con la prima sezione, “Nascita della fotografia“, dedicata alle prime sperimentazioni visive. Qui trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti poetici e visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855. In questa sezione è presente anche Femme à la balle (1887) di Eadweard Muybridge, realizzata in Inghilterra, che introduce la fotografia come strumento di analisi del movimento e anticipa una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine.
Alla prima sezione si affianca la seconda sezione, “Fotografia: tra realtà e finzione“, che segna il passaggio decisivo verso la modernità. Qui la fotografia, ormai tecnicamente matura, comincia a esplorare nuove possibilità linguistiche: abbandona l’idea di essere soltanto uno strumento di registrazione e si apre alla sperimentazione, alla costruzione dell’immagine, alla ricerca formale. In questo panorama si inseriscono le sperimentazioni surrealiste di Man Ray, le audaci inquadrature avanguardistiche di Aleksandr Rodčenko, e l’ironia coreografata di André Kertész con la celebre Satiric dancer (1926). Accanto a loro, opere come Behind the Gare Saint-Lazare (1932) di Henri Cartier-Bresson introducono una concezione nuova di fotografia, in cui l’immagine restituisce un senso di imprevedibilità solo in apparenza spontanea, frutto invece di uno sguardo attentissimo alla composizione, mentre Dali Atomicus (1948) di Philippe Halsman sovverte ogni regola della fisica trasformando il gesto fotografico in performance. Le composizioni visionarie di Mario Giacomelli e le invenzioni concettuali di Joan Fontcuberta completano una sezione che mostra come, già nel Novecento, la fotografia avesse saputo reinventarsi, oscillando tra documento e finzione e aprendo la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
A seguire, si aprono quattro sezioni tematiche che interpretano la fotografia come documento, diario, evocazione e, più in generale, come uno degli strumenti attraverso cui l’immagine partecipa al racconto dell’esistenza umana. Seguendo la distinzione formulata da John Szarkowski al MoMA negli anni Sessanta, la mostra entra nella sua terza sezione, “Fotografia come documento”, dedicata alla fotografia Window: quella che osserva il mondo e registra gli eventi reali. In questo capitolo trovano spazio le immagini che hanno raccontato le guerre del Novecento, lo sbarco dell’uomo sulla Luna e, più in generale, quei momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea.
Dalla Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), icona assoluta della Grande Depressione e simbolo universale della fragilità e della resilienza umana, allo storico sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), simbolo assoluto della conquista scientifica e del potere delle immagini come prova dell’impossibile. Si prosegue con la forza drammatica della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy, che documenta la gioia e la fragilità di un momento di svolta epocale, fino alle ferite dell’11 settembre, catturate da Joel Meyerowitz a Ground Zero nel 2001, unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo l’impatto emotivo e materiale dell’attacco. Sono immagini che hanno scosso coscienze e contribuito a costruire la nostra memoria collettiva: nel Novecento il fotografo era davvero l'”occhio del mondo”. La sezione accoglie anche alcune fotografie di Martín Chambi provenienti dall’archivio del MUDEC, conservato nelle collezioni del Museo. Queste immagini rappresentano una testimonianza preziosa del suo straordinario lavoro di documentazione delle comunità andine tra il 1927 e il 1944: attraverso uno sguardo rigoroso e poetico, Chambi ha saputo restituire con rara intensità la dignità, la forza culturale e l’identità dei popoli del Perù, offrendo un contributo fondamentale alla storia della fotografia documentaria latino-americana.
A questa prospettiva si affianca la quarta sezione, “Fotografia come diario”, dedicata alla fotografia Mirror, che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e quella dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile. La mostra riunisce alcuni autori che hanno saputo usare la messa in scena, il corpo e l’autorappresentazione come strumenti di indagine identitaria. Tra questi emerge Claude Cahun, che già nel 1927 mette in discussione i codici di genere attraverso autoritratti costruiti come veri e propri dispositivi psicologici; Pierre Molinier, che negli anni Sessanta esplora il desiderio e la metamorfosi del corpo in immagini volutamente trasgressive e teatrali; e Robert Mapplethorpe, la cui ricerca, esemplificata in mostra dalla fotografia Bob Love (1979), esprime una potenza formale e simbolica capace di trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Questi due emisferi, un tempo distanti, nell’ultimo quarto di secolo convergono verso un linguaggio ibrido, in cui documentazione e introspezione non sono più opposti ma coesistono in una tensione continua. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da un’iperproduzione di immagini: nel tempo necessario per pronunciare una frase si scattano più fotografie che in tutto il XIX secolo. Questo ridisegna il nostro modo di vedere e di stare nel mondo. La fotografia diventa parte costante e pervasiva delle nostre vite, influenzando la percezione, il ricordo, il modo stesso in cui interpretiamo la realtà. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, cresciute nel post-digitale, vivono un’eredità del Novecento che non è più trauma, ma sottofondo: una memoria che continua a vibrare mentre il futuro impone nuove priorità e nuovi immaginari. Molti autori contemporanei non cercano più l’evento da registrare, ma la sua risonanza emotiva: ciò che resta, ciò che si sedimenta, ciò che cambia prospettiva. La quinta sezione, “Fotografia come evocazione”, è dedicata all’ambiguità del linguaggio fotografico: un territorio in cui la fotografia diventa evocazione, metafora e costruzione simbolica. Qui le immagini reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva. Tra gli autori presenti figurano Newsha Tavakolian (Listen, 2010), Sandy Skoglund con il suo immaginario surreale, Nancy Burson e le sue sperimentazioni sull’identità (Androgyny, 1982), David LaChapelle con le sue scenografie visionarie, e Mat Collishaw, che con Last meal on death row (2012) unisce estetica, simbolismo e riflessione etica. Dalle ambiguità del linguaggio si approda alla sesta sezione, “Fotografia come bussola per il domani”, dedicata ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo, un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente. È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: la multiculturalità, le questioni di genere, le migrazioni, i conflitti civili, la crisi ambientale e i nuovi modelli di appartenenza. Tra gli autori presenti figurano Ebrahim Noroozi, che in Lake Undecided (2016) riflette sulla fragilità del rapporto tra essere umano e natura; Carlos Ayesta e Guillaume Bression, che nella serie Fukushima No-Go Zone (2011–2016) esplorano il vuoto e l’assurdità dei territori contaminati dopo il disastro nucleare; e Gohar Dashti, che in Home #8 (2017) mette in scena la casa come luogo di resistenza e memoria nelle aree colpite dalla guerra. Accanto a loro emerge il lavoro di Alba Zari, che con About the Y (2021) indaga l’identità attraverso un linguaggio visivo analitico e post-digitale, e quello di Carlos Idun-Tawiah, che con Hold Me Close (2024) restituisce con intensità il legame tra comunità, affetti e storia individuale. Insieme, queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In questo contesto, la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo. In questo intreccio di epoche, linguaggi e immaginari, “100 foto per ereditare il Mondo” ribadisce la vocazione del MUDEC come luogo dedicato alla comprensione delle culture attraverso l’immagine. Le fotografie selezionate non sono soltanto tasselli di un archivio visivo, ma frammenti di memoria che ci invitano a rallentare lo sguardo e a riconoscere, nella storia dell’immagine, una chiave per leggere più consapevolmente il nostro tempo. Attraversando la mostra, ogni visitatore è chiamato a raccogliere questa eredità: un patrimonio condiviso che non appartiene solo al passato, ma continua a trasformarsi nel presente e ad aprire nuove prospettive sul mondo che verrà.
Dal 7 marzo 2026 al 28 giugno 2026 – Mudec – Milano
La fotografia di Guido Harari, se fosse musica, sarebbe jazz e rock insieme. Improvvisazione e struttura, libertà e rigore. Una ballata intensa che attraversa il rumore del mondo per andare dritta al cuore. Perché nei suoi ritratti – siano essi di Bob Dylan o di persone comuni – c’è un’attenzione che restituisce qualcosa di irriducibile: l’unicità di chi sta davanti all’obiettivo. In cinquant’anni di carriera Harari ha trasformato la fotografia in strumento di relazione prima ancora che di rappresentazione, costruendo un archivio di incontri che attraversa musica, cultura, scienza e umanità comune.
“Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti”, in programma alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 27 marzo al 26 luglio, non è una semplice retrospettiva. È un manifesto su cosa significa fotografare l’altro: non catturarlo, ma incontrarlo. Presentata oggi alla Basilica Palladiana, la mostra è promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin, il fotografo Guido Harari e Shel Shapiro (musicista, produttore discografico e attore).
«Questa è una Basilica Palladiana come non l’abbiamo mai vista, grazie a un allestimento davvero pazzesco – ha detto il sindaco Giacomo Possamai -. Un percorso visivo ed emozionale che attraverso i decenni della seconda metà del Novecento arriva fino ai nostri giorni. In questo viaggio ci accompagnano le foto di tutti i più grandi musicisti contemporanei e di tanti artisti e personaggi di fama mondiale. Sono immagini che in ciascuno di noi accendono ricordi ed emozioni. Una proposta che consente tanti piani di lettura differenti, totalmente nuova e affascinante per i vicentini e per tutti coloro che verranno a Vicenza per visitare questa mostra. Ringrazio l’assessore alla cultura Ilaria Fantin e il suo staff per una scelta che conferma il nostro obiettivo di mandato di rendere la Basilica Palladiana un luogo vivo, capace di trasformarsi per accogliere proposte culturali sempre diverse. Un processo che stiamo applicando a tutto l’ecosistema dei nostri spazi espositivi, da quelli tradizionali ai più innovativi».
«Dopo moltissimi anni, la Basilica Palladiana torna ad accogliere una grande esposizione fotografica. E lo fa offrendo un allestimento che si inserisce con un approccio curato, in pieno dialogo e rispetto del monumento – spiega l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin –. Trecento fotografie capaci di attivare ricordi, suggestioni e connessioni personali. Il percorso si sviluppa attraverso i volti di artisti provenienti da mondi diversi, nei quali ciascuno può riconoscere riferimenti culturali e tracce della propria esperienza. Nelle fotografie di Guido Harari, il ritratto supera la dimensione documentaria della celebrità per assumere un valore più profondo: le immagini restituiscono storie, emozioni e aspetti autentici dei soggetti. Aspetti che il fotografo sa cogliere grazie alla sua grande sensibilità, un onore e una grande opportunità poterlo ospitare nella nostra città».
La mostra riunisce oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia che documentano tutte le fasi di un percorso eclettico: dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale fino a un lavoro che ha attraversato editoria, pubblicità, moda, reportage e, soprattutto, il ritratto come luogo di prossimità e ascolto.
LA MUSICA COME GRAMMATICA DELLO SGUARDO Per Harari la musica non è mai stata solo un soggetto. È una grammatica, un modo di organizzare lo sguardo. Ogni ritratto nasce come variazione, improvvisazione controllata, incontro che si gioca nel tempo breve e denso dello scatto. Anche quando il soggetto non è un musicista, l’approccio resta musicale: ascolto reciproco, assenza di gerarchie, relazione viva e fisica. Non esiste un genere preciso a cui ricondurre questa pratica. Tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione intensa. «Non c’è nessun genere – osserva Harari – ma sicuramente è una fotografia da guardare ad alto volume!»
Questo legame profondo con la musica entra in risonanza anche con Vicenza e il suo territorio attraverso le immagini dedicate al jazz – diverse delle quali mai esposte prima (Jaco Pastorius e George Benson, e ancora Keith Jarrett, Miles Davis, Art Ensemble of Chicago, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jimmy Scott, Marcus Miller, Pat Metheny, Jan Garbarek, Gil Evans, Hannibal Lokumbe)– e la collaborazione con la trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 15 al 25 maggio 2026.
IL GIOCO COME METODO Ma come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari ha scelto il gioco. Non leggerezza superficiale, ma strategia precisa: creare le condizioni perché l’altro possa smettere di recitare se stesso.«L’idea era di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé» – spiega. C’è poi l’attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. «Ci sono fisionomie che rompono gli schemi -, osserva – e da sempre ne sono attratto».
I ritratti esposti alla Basilica Palladiana si dispiegano come un grande spartito visivo. Musicisti, artisti, intellettuali, scienziati, attivisti e persone comuni non sono mai ridotti a icone. Sono restituiti in immagini che risuonano di umanità, presenza, irripetibilità. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Vasco Rossi a David Bowie – protagonista dell’immagine di copertina della mostra – da Lou Reed a Kate Bush, da Paolo Conte a Ennio Morricone. Accanto a loro, cineasti, architetti, stilisti, sportivi, scienziati e pensatori: Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago, Jane Goodall.
L’ALLESTIMENTO: UN DIALOGO CON PALLADIO Il percorso espositivo, progettato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, nasce da un dialogo consapevole con la monumentale spazialità del Salone dei Cinquecento della Basilica Palladiana. L’allestimento organizza le sezioni della mostra come ambienti distinti ma in relazione continua tra loro e con l’architettura rinascimentale, dando vita ad atmosfere, sequenze narrative, dispositivi di visione che permettono al visitatore di attraversare mezzo secolo di pratica fotografica come si attraversa una partitura.
IL PERCORSO: SETTE SEZIONI E UN PANTHEON SOSPESO La mostra si articola in sette sezioni che seguono la cronologia della carriera di Harari senza ridursi a semplice successione temporale. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto. Si parte dalla stanza dell’adolescenza, ricostruita come luogo originario: poster alle pareti, riviste musicali, fotografie, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia. È qui che musica e immagini iniziano a intrecciarsi come strumenti di conoscenza del mondo. Non un archivio nostalgico, ma la mappa di una formazione dello sguardo. Gli anni Sessanta, il suono del rock come annuncio di un mondo nuovo. E poi i fotografi: Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Art Kane, Cesare Monti, Luca Greguoli.
Dal privato si passa al pubblico: il palco, il cuore pulsante della musica dal vivo. I concerti diventano rivelazioni visive: David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, Prince, Tina Turner emergono in immagini scattate a ridosso della scena, nel punto esatto in cui l’energia del suono si trasforma in presenza fotografabile. Poi lo sguardo arretra e scivola dietro le quinte. Nel backstage delle tournée, lontano dalla spettacolarità, Harari cerca un tempo diverso: più lento, più vicino, più vero. È qui che l’incontro diventa possibile. Seguendo l’esempio di Annie Leibovitz, allestisce il suo piccolo studio portatile ovunque: negli alberghi come nei backstage dei palasport, persino in strada.
Molte fotografie sono improvvisate in pochi minuti nei frangenti più improbabili. Come ha scritto Laurie Anderson, è davvero un “kamikaze”, una cartina di tornasole che preferisce lasciare campo aperto all’immaginazione e all’imprevisto. Con Fabrizio De André, Paolo Conte, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Vasco Rossi: nonpiù l’artista sul palco, ma la persona nel momento in cui abbassa la guardia.
La sezione successiva segna un passaggio cruciale: il ritratto come risultato di frequentazioni, ritorni, relazioni costruite nel tempo. Si instaura quello che Harari chiama “il buon tempo” della fotografia: un livello di massima concentrazione, un silenzio gravido di intenzioni, carico di desiderio e curiosità. Una modalità di incontro non intellettuale, totalmente emozionale, assai vicina a una specie di innamoramento.
Progressivamente la musica cessa di essere l’unico orizzonte. La fotografia si apre ad altri mondi, altri linguaggi. Scrittori, cineasti, coreografi, pensatori, attivisti entrano nell’inquadratura non come personaggi ma come interlocutori. Alle soglie del Duemila, sentendo l’urgenza di fotografare le eccellenze che avevano reso grande l’Italia nel mondo, Harari avvia il progetto “Italians”: un censimento che è anche scommessa sul futuro. Da Beppe Severgnini a Margherita Hack, da Ennio Morricone a Roberto Benigni, da Giorgio Armani a Rita Levi Montalcini, il progetto si rivela un work in progress inarrestabile che continua ad espandersi da trent’anni.
A completare il percorso, una sezione inedita rispetto agli allestimenti precedenti: una sorta di Pantheon personale composto da 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio. Sono i ritratti del cuore, i volti che hanno accompagnato l’intera carriera di Harari e che oggi dialogano tra loro in una costellazione sospesa: George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Bebe Vio, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago.
La visita può essere fruita anche attraverso un’audioguida con la voce narrante dello stesso fotografo, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.
Il percorso è accompagnato da filmati d’epoca, videointerviste e dal documentario di Sky Arte dedicato a Harari – “Guido Harari. Sguardi randagi”, diretto da Daniele Cini e prodotto da Tekla Films per RaiDoc – che verrà proiettato questa sera alle ore 20.30 al cinema Odeon, presentato da Guido Harari (biglietti: https://odeonvicenza.18tickets.it/film/74543)
LA CAVERNA MAGICA: TORNARE UMANI Èil cuore esperienziale della mostra: in un ambiente separato, appositamente allestito, prende forma la Caverna Magica. Un dispositivo relazionale pensato per sospendere il rumore del mondo e riattivare un rapporto diretto, reale, con l’altro. In giornate dedicate, su prenotazione, chiunque può farsi ritrarre da Harari. Le persone entrano senza copione da rispettare, senza immagine da difendere. «Le persone si liberano di tutte le sovrastrutture e giocano con la propria immagine: correggono, inventano, sabotano la percezione che hanno di sé, quella che offrono a sé stessi e agli altri» – racconta Harari. Il gioco, ancora una volta, non è evasione: è condizione di libertà. Ciò che accade nella Caverna non è la produzione di un’immagine standardizzata, ma la costruzione di una relazione. Uno sguardo che accoglie senza invadere. Un’attenzione autentica che cambia radicalmente il senso del fotografare. «Ho creato l’ambiente ideale perché si rimanga umani», dice Harari.
Chi lo desidera riceve una stampa Fine Art firmata dall’autore nel formato 30×42 cm. Ma c’è di più: i ritratti realizzati vengono esposti in tempo reale lungo il perimetro esterno delle pareti dell’esposizione, dando vita a una mostra nella mostra intitolata “Occhi di Vicenza”. Il pubblico non è più solo spettatore: diventa parte dell’opera.
“Guido Harari. Incontri” arriva alla Basilica Palladiana non come celebrazione di una carriera conclusa, ma come riaffermazione di un principio: fotografare è incontrare. In un’epoca in cui l’immagine è diventata merce di scambio e performance, Harari rivendica il valore del tempo, della relazione, dell’ascolto. Una fotografia che, come Harari ha letto su una parete della camera oscura di Mario Giacomelli, non nasce per dare risposte, ma per sollevare nuove domande. Continuare a guardare, a incontrare, a interrogarsi. A fotografare.
La mostra è organizzata da Comune di Vicenza, Musei civici di Vicenza, Basilica Palladiana di Vicenza, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of Sound Gallery.
Dal 27 marzo 2026 al 26 luglio 2026 – Basilica Palladiana – Vicenza
Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2023
Dal 24 aprile al 14 giugno 2026, il MAN ospita la mostra Il capitale che cresce di Monica Biancardi, progetto vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
La mostra, a cura di Chiara Gatti, nasce dall’acquisizione di undici fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle gemelle beduine Sara e Sarah, incontrate dall’artista durante uno dei suoi numerosi viaggi in Palestina. Nel corso di diciassette anni, Biancardi ha seguito con costanza, rispetto e straordinaria sensibilità le giovani protagoniste, costruendo con loro un rapporto di fiducia silenziosa e presenza discreta. Realizzate con macchine analogiche di medio formato, le fotografie restituiscono con forza poetica e rigore documentario non solo la trasformazione fisica delle due gemelle, ma anche le metamorfosi più profonde legate all’identità, ai ruoli sociali e alla progressiva riduzione di libertà e prospettive. Ogni ritratto racchiude la tensione tra permanenza e cambiamento, restituendo la resilienza silenziosa delle due giovani donne.
Il percorso espositivo si amplia con una serie di opere a corredo che ne amplificano la portata: sette mappe incise su plexiglas raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 — Palestina storica — a oggi; un video di viaggio ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen; una selezione di disegni, realizzati dai bambini della comunità, esplora il tema del mare, luogo vicino ma inaccessibile, e quindi immaginato.
La mostra è accompagnata dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma giovedì 23 aprile. L’incontro vedrà la Direttrice Chiara Gatti in dialogo con Monica Biancardi e approfondirà la genesi del progetto e i suoi temi principali — il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà — offrendo al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo e umano che lo ha reso possibile.
Il capitale che cresce si inserisce nella mission del MAN di promuovere l’arte contemporanea come strumento di testimonianza e consapevolezza, contribuendo a una lettura critica delle trasformazioni in atto nelle geografie umane e culturali.
Il progetto è sostenuto dal PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Dal 24 aprile al 14 giugno 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro
La mostra 30 years. The Wild Horses of Sable Island scopre la sopravvivenza e fragilità in un mondo che cambia. A Venezia presenta 36 fotografie di grande formato, tra bianco e nero e colore, dedicate ai cavalli selvaggi di Sable Island, un lembo di terra remoto nell’Atlantico del Nord. In dialogo ideale con la fragilità della Laguna, le immagini di Roberto Dutesco raccontano un ecosistema in bilico, dove la bellezza nasce dalla resistenza e dalla capacità di adattamento.
Allestita presso Le Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio Maggiore, la mostra si inserisce nel contesto simbolico della Biennale di Venezia 2026, proponendo un racconto immersivo in tre atti che accompagna il visitatore tra origine, adattamento e futuro. I cavalli, ritratti senza intervento umano, diventano metafora di una dignità silenziosa e di un equilibrio fragile, minacciato dai cambiamenti climatici e dall’erosione degli habitat naturali.
Le immagini e i filmati invitano a uno sguardo lento e partecipe: non semplice documentazione naturalistica, ma un’esperienza emotiva che mette in relazione la vulnerabilità dell’isola con quella di Venezia stessa, città sospesa tra acqua, memoria e resistenza.
La fotografia di Roberto Dutesco nasce da un rapporto diretto e prolungato con Sable Island, costruito in oltre trent’anni di ritorni, attese e ascolto del paesaggio. Il suo sguardo non cerca l’eccezionale, ma la presenza: corpi che resistono al vento, alla sabbia mobile, alle maree, restituendo un’idea di bellezza che coincide con la sopravvivenza.
Attraverso un linguaggio visivo essenziale e cinematografico, Dutesco costruisce immagini in cui il tempo sembra rallentare. Il movimento dei cavalli, la vastità dell’orizzonte e la precarietà dell’ambiente diventano elementi di una narrazione visiva che unisce intimità e vastità, fragilità e forza.
Il percorso espositivo, articolato in tre ambienti immersivi, evita la didascalia per privilegiare l’esperienza emotiva: un invito a sentire, prima ancora che a comprendere, il legame profondo tra esseri viventi e territorio.
Artista e filmmaker attivo a livello internazionale, Roberto Dutesco ha dedicato oltre tre decenni alla documentazione dei cavalli selvaggi di Sable Island, realizzando il più ampio corpus visivo mai prodotto su questa popolazione equina. Il suo lavoro ha contribuito in modo determinante alla tutela dell’isola, sensibilizzando l’opinione pubblica fino al riconoscimento dell’area come parco naturale.
Per Dutesco, l’arte è uno strumento di responsabilità: un mezzo per generare consapevolezza, cura e senso di appartenenza verso gli ecosistemi più vulnerabili. Le sue immagini non si limitano a mostrare un luogo remoto, ma attivano una riflessione più ampia sul nostro rapporto con la natura e sul futuro della convivenza tra uomo e ambiente.
Presentata da IAMWILD Foundation e curata da Denis Curti, la mostra propone l’arte come gesto di custodia: un invito a riconoscere nella fragilità una forma di forza e nella resilienza un possibile orizzonte comune.
Dal 15 Aprile 2026 al 5 Luglio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia
Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap
Nel 1974, Hervé Gloaguen, membro della prestigiosa agenzia fotografica Viva, è uno dei rari fotografi francesi a esprimersi a colori, mentre la maggior parte dei suoi colleghi utilizza il bianco e nero nella tradizione degli umanisti, cioè i fotografi che pongono al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nei suoi vari contesti sociali.
Durante un viaggio in Italia, che percorre da nord a sud con sua moglie e la loro bambina di pochi mesi, fa tappa a Roma e parcheggia il suo pulmino Volkswagen nel camping a Monte Antenne, da dove domina la città. Cercando di essere sempre il più vicino possibile al suo soggetto, cattura le immagini dei giovani intorno alle fontane, nelle terrazze dei caffè e nei ristoranti, mostrando angoli esclusivi della città eterna. Immediatamente ha l’intuizione di dover cogliere i misteri della vita notturna e delle sue luci.
Su un nucleo di 68 fotografie a colori, scattate in diversi viaggi tra il 1975 e il 1995, si fonda À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen, l’esposizione ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 25 marzo al 6 settembre 2026. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è organizzata dalla Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) del Ministère de la Culture francese e curata da Hervé Gloaguen ed Emmanuel Marguet, con la cura tecnica di Giulia Frache. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
L’esposizione è parte di un articolato programma culturale che dal 29 gennaio al 31 dicembre 2026 celebra il 70° Anniversario del gemellaggio Roma – Parigi, valorizzando il patrimonio artistico, storico e creativo delle due Capitali.
“In occasione di un breve soggiorno – racconta Hervé Gloaguen – ero stato colpito dalla febbre e dalla bellezza delle serate a Roma, d’estate. Dal tramonto in poi, i romani si recano in massa verso le piazze che picchettano il cuore della città. Dopo le giornate torride, vengono a cercare il fresco nei pressi delle fontane monumentali che si innalzano a Piazza di Spagna, Piazza del Popolo, Piazza Navona, o Piazza della Rotonda. Lì, sullo sfondo di chiese e palazzi oscurati dalla notte, i Romani recitano il “loro” teatro. Sono nello stesso tempo attori e spettatori dello spettacolo che la città offre a sé stessa.”
Per Gloaguen quell’incontro con la città è un colpo di fulmine. Fotografa Roma di notte a colori senza flash, attratto dal clamore di voci, dallo scorrere dell’acqua, dalle scenografie costruite su strati di secoli: il nero della notte come sipario, palazzi rinascimentali, chiese barocche e il popolo di Roma. Il suo obiettivo si concentra in particolare sui volti e i corpi che popolano la notte romana: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche e turisti. Gloaguen torna a Roma negli anni ’80, guidato dai consigli di colleghi giornalisti e dalle parole di Alberto Moravia, che lo indirizza verso il quartiere EUR, i suoi viali larghi e i colonnati bianchi che brillano al sole, per conoscere un’altra faccia della città. Negli ultimi viaggi a metà degli anni ’90, Gloaguen scopre Trastevere e la sua vitalità, e in una lettera al figlio Loïc racconta questa Roma rumorosa, golosa, agitata, concludendo: “Quello che vorrei fissare nelle mie fotografie è qualcosa di meraviglioso, qualcosa di eterno. Forse il meraviglioso è proprio questo: la vita vera.”
Dal 25 Marzo 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo di Roma in Trastevere
Un racconto per immagini colte da una giovanissima Annabella Rossi che, appena venticinquenne, si misura con la Roma lontana dal centro storico
L’esposizione ripercorre l’attività di Annabella Rossi (1933-1984), figura centrale dell’etnografia e dell’antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d’indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi (ICPI-MuCIV). Il percorso espositivo delinea un’indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosità popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l’imponente ricerca sul Carnevale. Quest’ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all’Università di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un’esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensità sulla Roma periferica della fine degli anni ‘50 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. Annabella Rossi ha così restituito dignità a un’umanità segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte. Ad arricchire l’esperienza sensoriale, il percorso ospita il film fotoritmico “Serenata d’arte varia” di Francesco De Melis: una musicalizzazione per voce e pianoforte delle sequenze di strada della studiosa, che trasforma l’immagine statica in un flusso vitale, restituendo il ritmo di una “vita anteriore” fatta di artisti di strada e numeri d’arte varia.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi e Francesco Quaranta dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civiltà (MuCIV).
Dal 2 aprile al 31 maggio – Museo di Roma in Trastevere
In occasione di EXPOSED Torino Photo Festival, dal 9 aprile al 2 giugno la Project Room ospita la mostra Toni Thorimbert. Donne in vista.
Il progetto, ideato da Luca Beatrice, nasce come omaggio di Toni Thorimbert e Walter Guadagnini all’amico e critico d’arte scomparso prematuramente lo scorso anno.
La mostra riunisce circa sessanta fotografie selezionate dall’archivio di Thorimbert, tutte dedicate alla figura femminile. Realizzati nell’arco di oltre trent’anni di attività, gli scatti ritraggono donne celebri e figure anonime, evidenziando la capacità del fotografo di muoversi tra registri diversi: dal ritratto ufficiale a quello più intimo, dall’estetica della fotografia di moda a immagini nate al di fuori di committenze.
Il percorso espositivo è un viaggio nella fotografia e nella rappresentazione della donna. Il titolo Donne in vista allude sia alla presenza di figure pubbliche – tra cui Victoria Abril, Francesca Neri, Natalia Ginzburg, Inge Feltrinelli, Ornella Vanoni, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli e Monica Bellucci – sia alla volontà del fotografo di mettere in primo piano volto e corpo femminile.
Al centro della mostra due immagini: i ritratti della madre e della figlia del fotografo. Due fotografie che condensano il senso del progetto e suggeriscono una riflessione sulla fotografia come spazio in cui esperienza personale e ricerca della bellezza si incontrano, indipendentemente dal contesto o dal soggetto ritratto.
La mostra continua con un suo spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina.
9 aprile – 2 giugno 2026 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Un unico progetto, presentato per la prima volta in Italia a Brescia, composto da una mostra – A closer look, al Museo di Santa Giulia – e una installazione site specific – Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello alla Pinacoteca Tosio Martinengo – rende omaggio alla carriera di uno dei pionieri della Street Photography, attraverso un importante progetto espositivo concepito in stretto dialogo con l’artista stesso.
L’iniziativa espositiva è uno degli appuntamenti più attesi della IX edizione del Brescia Photo Festival.
A cura di Denis Curti
Dal 27 marzo al 23 agosto 2026, Brescia diventa la prima città italiana a ospitare un progetto espositivo dedicato a Bruce Gilden (New York, 1946), membro effettivo dell’agenzia Magnum Photos e conosciuto come uno dei pionieri della Street Photography, con un unico progetto composto da una mostra e da una installazione site specifc, allestite al Museo di Santa Giulia e alla Pinacoteca Tosio Martinengo, per la prima volta in Italia.
L’iniziativa, curata da Denis Curti sviluppata in collaborazione diretta con l’artista, organizzata dalla Fondazione Brescia Musei in collaborazione con Magnum Photos, rappresenta un progetto di respiro internazionale e uno degli appuntamenti più significativi della IX edizione del Brescia Photo Festival (dal 26 al 29 marzo 2026) promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza- centro della fotografia italiana, e prosegue il filone d’indagine sui fotografi contemporanei statunitensi, iniziato dall’Istituzione bresciana nel 2023 con David La Chapelle e proseguita lo scorso anno con Joel Meyerowitz.
L’esposizione, dal titolo A closer look, la prima grande monografica dedicata a Bruce Gilden e mai presentata in Italia, ospitata dal Museo di Santa Giulia, presenta un corpus di 80 fotografie; il percorso ruota attorno a Faces (2013-2024), ritratti di persone caratterizzati dall’accento dinamico, dalle particolari qualità grafiche e dal modo originale e diretto con il quale Gilden fotografa i volti con l’ausilio del flash; sono scatti realizzati come cronaca figurativa di città in giro per il mondo: dagli Stati Uniti all’Inghilterra, passando per il Messico, la Grecia e la Colombia; sono opere che nascono da una relazione e da un dialogo fortemente cercato con i soggetti, ma che non rinunciano a un approccio diretto e senza sconti, tipico della sua cifra espressiva.
Accanto ad esse, sarà presentata una serie di fotografie in bianco e nero degli esordi (1968), realizzate in Giappone con alcuni rappresentanti della Yakuza (1996-1999), ad Haiti (1985-1995), in Europa, tra Francia (1994-2015), Irlanda (1996-1997) e Inghilterra (2000-2012), ma soprattutto nella sua città natale: New York (1969-1995). Completano la rassegna due contributi audiovisivi: il primo è una intervista del fotografo e reporter britannico Martin Parr, nella quale Bruce Gilden racconterà le sue vicende biografiche e la sua carriera professionale; il secondo sarà un video realizzato dall’Agenzia Magnum Photos.
L’installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, realizzata appositamente per questa prima presentazione italiana, vede esposto il dittico fotografico commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese per arricchire la collezione dei Musei Civici di Brescia. L’opera reinterpreta il concetto di “grazia”, esemplificato dalle due opere di Raffaello in prestito alla mostra Raffaello: Sublime Poetry al Metropolitan Museum of Art di New York dal 29 marzo, ed è allestita dal 27 marzo al 12 luglio presso la Pinacoteca Tosio Martinengo.
Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’intento è stato quello di affermare la fotografia come principale mezzo artistico della contemporaneità, capace di confrontarsi con i grandi temi dell’arte del passato, attraverso il coinvolgimento diretto di uno dei suoi protagonisti più autorevoli.
Le due mostre saranno accompagnate da un catalogo unico, edito da Skira.
Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia ospita una nuova e grande mostra del cartellone di eventi di GO! 2025, Nova Gorica – Gorizia Capitale europea della Cultura: Back to Peace? La guerra vista dai grandi fotografi Magnum, un progetto espositivo di eccezionale valore simbolico e storico. Una mostra-evento unica nel suo genere, in esclusiva per l’Italia, che racconta il secolo della guerra e della pace attraverso gli sguardi dei più grandi maestri della fotografia mondiale.
Organizzata da Erpac – Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, prodotta da Suazes in collaborazione con Magnum Photos, la mostra è curata da Andrea Holzherr e Marco Minuz. Per la prima volta viene presentata la più ampia raccolta di fotografie dei grandi autori della storica agenzia Magnum Photos dedicate ai reportage realizzati durante la Seconda guerra mondiale e nei primi anni del dopoguerra.
Oltre 200 fotografie, accompagnate da installazioni video e paesaggi sonori, conducono il visitatore in un percorso emozionante che attraversa i fronti, le città distrutte, i volti dei sopravvissuti e la difficile ricostruzione della pace. Un itinerario che acquista un significato ancora più profondo nella città di Gorizia, simbolo dei confini e delle ferite del Novecento, oggi cuore del progetto GO! 2025 Nova Gorica–Gorizia Capitale europea della Cultura.
Il percorso espositivo si apre con le celebri immagini di Robert Capa, tra cui le iconiche fotografie dello sbarco in Normandia (D-Day), e con gli scatti di George Rodger che documentano la liberazione dei campi di concentramento che verranno per l’occasione messi in dialogo con i celebri disegni di Zoran Music sui campi di concentramento di Dachau. Segue il toccante reportage di Wayne Miller sugli effetti delle bombe atomiche in Giappone, accanto al film Le Retour di Henri Cartier-Bresson, che racconta il ritorno dei prigionieri di guerra in Francia.
La mostra prosegue con le fotografie di Werner Bischof, testimone della devastazione in Europa tra Olanda, Italia, Romania, Grecia, Francia, Germania, Slovacchia, Polonia e Finlandia; e con gli scatti di David Seymour (Chim) dedicati ai bambini vittime della guerra, in un progetto realizzato con il sostegno dell’UNICEF. Tra le sezioni più suggestive, le immagini di Herbert List sulle macerie del dopoguerra, e il progetto Generazione X, Lavoro commissionato da una rivista tedesca per raccontare le speranze e la ricostruzione della gioventù europea. Il percorso si conclude con le fotografie dedicate alla costruzione del Muro di Berlino, simbolo delle nuove divisioni che ancora segnavano l’Europa – un tema che trova in Gorizia un’eco potente e attuale.
Back to Peace? non è solo una mostra fotografica: è una riflessione collettiva sulla memoria, sulla fragilità dell’uomo e sulla ricerca della pace. Realizzarla a Gorizia, città che ha vissuto in prima persona le lacerazioni del Novecento, significa restituire voce e immagine a un passato che ancora ci interroga, e al tempo stesso lanciare un messaggio di speranza per il futuro.
La mostra sarà accompagnata da installazioni multimediali che permetteranno al visitatore di entrare emotivamente nella storia di questi reportage. Nell’occasione sono state commissionate anche due colonne sonore a due importanti compositori italiani.
Il percorso sarà arricchito anche dall’esposizione di pezzi storici militari collegati alle fotografie che verranno esibite.
Il progetto è realizzato con Magnum Photos Parigi, ICP International Center of Photography New York, Fondazione Henri Cartier-Bresson Parigi, Estate Werner Bischof Zurigo, Musée de La Libération Parigi.
Dal 20 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Palazzo Attems Petzenstein – Gorizia
Leica Camera Italia inaugura la sua nuova casa nel cuore di Milano, in piazza Duomo: un punto di riferimento, aperto a tutti e dedicato alla promozione della cultura fotografica, tra tradizione e innovazione con uno sguardo sempre rivolto al futuro. Uno spazio completamente ripensato, ampliato su due livelli, concepito come un luogo di incontro, conoscenza e condivisione. Un vero hub dedicato all’immagine, capace di accogliere appassionati, professionisti, collezionisti e curiosi in un ambiente accessibile e sempre animato anche grazie a mostre, presentazioni editoriali, talk e attività formative.
Per celebrare il nuovo spazio Leica Camera Italia presenta Eyes on the street.The eyes that meet, in the magic of the street, una mostra collettiva con oltre 40 opere di 26 fotografi, a cura di Giada Triola, fino al 9 maggio 2026. Diverse generazioni e diversi mondi: dagli scatti degli anni ’60 di William Klein, Thomas Hoepker e Joel Meyerowitz, alla New York degli anni ’90 di Jeff Mermelstein, la Bosnia di Edward Serotta, l’India di Alex Webb e l’Islanda di Ragnar Axelsson. Con loro Stefano Guindani, l’intensità di Paolo Pellegrin nel documentare lo sguardo che attraversa il dolore, l’ironia e la poetica delle scene urbane di Stefano Mirabella, la verità di Andrea Boccalini, il surrealismo di Robbie McIntosh fino all’empatia di Gianni Berengo Gardin.
Curiosità, attesa, sfida, allegria, dolore negli occhi di chi guarda: immagini iconiche dell’Archivio Leica di Wetzlar e opere di 9 fotografi italiani contemporanei scrivono un racconto visivo composito, tra colore e bianco e nero.
dal 5 marzo 2026 al 9 maggio 2026 – Leica Store & Galerie – Milano
Exposed Photo Festival
Dal 9 aprile al 2 giugno vi attende un grande viaggio intorno alla fotografia, dall’Ottocento a oggi, con protagonisti artisti e istituzioni nazionali e internazionali: 18 mostre, incontri, eventi speciali e iniziative in tutta la città – visitabili gratuitamente o a prezzo ridotto con il PASS EXPOSED – che animeranno musei, sedi culturali, gallerie, strade, portici, cancellate e persino un parcheggio, dando vita a una costellazione di sguardi e prospettive in dialogo fra loro.
Tanti spazi e tante visioni, intrecciate dal tema Mettersi a nudo: un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, a interrogare la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile.
E a guidarvi sarà il “miglio della fotografia”, un percorso diffusotra i luoghi espositivi del Festival che metterà in relazione autrici e autori celebri e sconosciuti, giovani emergenti e maestri del passato. Un itinerario da attraversare a piedi, in bicicletta o come preferite, lasciandovi sorprendere, tappa dopo tappa, dalle molte forme della fotografia.
Sono le braci di un’unica stella. Fotografie di Lisetta Carmi e Jacopo Benassi
A oltre cinquant’anni dalla pubblicazione de I Travestiti (1972), lavoro fondamentale di Lisetta Carmi, il Museo ne riattualizza la forza poetica e civile attraverso un percorso che intreccia opere storiche e nuove acquisizioni. In mostra sedici opere dell’autrice — vintage in bianco e nero (1965–1972), già presenti in collezione, e stampe a colori acquisite recentemente — che restituiscono uno sguardo partecipe sui temi dell’identità, della marginalità e del diritto all’esistenza. In dialogo con esse, otto opere in bianco e nero che Jacopo Benassi ha realizzato nel 2015 come omaggio diretto, personale e contemporaneo, al lavoro di Carmi.
Il percorso costruisce un confronto interno all’opera di Carmi — tra vintage e nuove acquisizioni — e un dialogo esplicito tra due autori profondamente differenti come estetica ma accomunati dalla stessa sincerità e da una sintonia con le fragilità dell’altro che prende forma attraverso l’immagine.
Si ringraziano le gallerie Martini&Ronchetti, Genova Francesca Minini, MilanoLe acquisizioni sono state rese possibili grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nell’ambito dell’avviso pubblico Strategia Fotografia 2022.
22.03.2026 > 07.06.2026 – MUSEO NAZIONALE DI FOTOGRAFIA – Cinisello Balsamo (MI)
Per la prima volta nella sua storia, l’Archivio di Stato di Venezia aprirà al pubblico come sede espositiva, con ARCHIVIO di Dayanita Singh. ARCHIVIO è il tributo di Singh sia agli archivi italiani che ha fotografato negli ultimi 10 anni, che al proprio archivio di immagini realizzate in Italia negli ultimi 25. La mostra inaugura il 16 aprile 2026 presso l’Archivio di Stato di Venezia e presenta l’intrecciarsi di due nuclei del lavoro dell’artista: il lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali e il suo dialogo visivo pluridecennale con l’architettura, gli spazi interni, le opere d’arte, gli amici, gli archivisti, i fiori e altro ancora.
La mostra è curata da Andrea Anastasio e, dopo l’Archivio di Stato di Venezia, si sposterà al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino e all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi.
In ARCHIVIO, l’atto di fotografare diventa una forma di catalogazione, un tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Singh rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90, mettendole in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi realizzati in India e altrove. Attraverso questo incontro, l’esposizione mostra l’archivio non come un magazzino statico, ma come un organismo vivente, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista, le strutture espositive e la variazione di sequenza delle immagini.
Il curatore Andrea Anastasio colloca la pratica di Singh all’interno di una riflessione più ampia su come si costruisce la memoria culturale. L’allestimento riflette il suo interesse per la risonanza poetica e filosofica del lavoro di archiviazione – ordinare, contenere, proteggere –, e al contempo consente alle fotografie di Singh di rimanere aperte e porose, mutevoli in ogni nuovo contesto.
ARCHIVIO prosegue l’esplorazione intrapresa da Singh sul tema del museo come libro e del libro come museo: architetture portatili e ricomponibili per la conoscenza. La mostra evidenzia la convinzione dell’artista che l’archivio non sia soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio generativo capace di plasmare le storie che raccontiamo, e quelle che restano ancora da scoprire.
La mostra, che sarà aperta durante la 19^ edizione di Incroci di civiltà, sarà accompagnata da un Public Program di incontri, conferenze e presentazioni di libri, ideato dall’artista e da Chiara Spangaro, in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia – Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Iuav di Venezia, e altre istituzioni, che si svolgeranno dal 18 aprile al termine della mostra. Inoltre, l’artista sarà impegnata in un programma di mentoring per studentesse e studenti universitari, ideato e diretto con la collaborazione di Università Iuav di Venezia in occasione del centenario dell’istituzione, e con i dipartimenti di Filosofia e Beni Culturali e di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia.
La tappa veneziana dell’esposizione ARCHIVIO ha il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, India, e dall’Archivio di Stato di Venezia. La mostra è realizzata anche con la collaborazione di Università Iuav di Venezia e Università Ca’ Foscari Venezia.
Si ringrazia lo Studio Sonnoli per il progetto grafico dell’identità della mostra, a cura di Irene Bacchi e Leonardo Sonnoli.
Dal 17 Aprile 2026 al 31 Luglio 2026 – Venezia – Archivio di Stato
Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.
Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta.
Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.
Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.
Chapter Three – SINK / RISE(2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.
Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.
Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino
Dal 25 febbraio al 25 maggio 2026, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici rende omaggio all’opera fotografica dell’artista e regista Agnès Varda (1928-2019) attraverso la prima grande retrospettiva a lei dedicata in Italia, e in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra invita a un’immersione nella Parigi del dopoguerra e, in particolare, nel cortile-atelier di rue Daguerre, luogo di vita, creazione e sperimentazione di Agnès Varda per quasi sette decenni, inscindibile dalla sua opera. Agli anni parigini fanno eco le fotografie realizzate dall’artista durante i suoi viaggi in Italia, da Venezia a Roma, nelle ville e nei giardini rinascimentali o sui set cinematografici. Attraverso i luoghi e le figure che l’hanno ispirata, la mostra traccia il percorso di un’artista prolifica e singolare. Il suo lavoro sarà inoltre protagonista di Viva Varda (6 marzo 2026 – 7 febbraio 2027), un’esposizione alla Galleria Modernissimo della Cineteca di Bologna realizzata in collaborazione con la Cinémathèque française. La mostra ripercorrerà l’intera opera della prima cineasta ad aver ricevuto l’Oscar onorario per l’intero arco della sua carriera.
La Parigi di Agnès Varda La mostra a Villa Medici mette in dialogo l’opera della fotografa con quella della cineasta attraverso un insieme di 130 stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti, manifesti, fotografie di scena e oggetti appartenuti all’artista. Ideata dal musée Carnavalet – Histoire de Paris e a cura di Anne de Mondenard e di Paris Musées, è stata presentata a Parigi dal 9 aprile al 24 agosto 2025. L’esposizione è il frutto di un lavoro di ricerca durato oltre due anni e si basa sul fondo fotografico di Agnès Varda, nonché sugli archivi di Ciné-Tamaris, la società di produzione da lei fondata, oggi diretta dai figli Rosalie Varda e Mathieu Demy.
Il percorso traccia gli esordi di Agnès Varda come fotografa e il suo insediamento all’inizio degli anni cinquanta nel cortile-atelier di rue Daguerre, trasformato in studio di posa, laboratorio fotografico e sede della sua prima mostra nel 1954. Quel cortile, condiviso più tardi con il suo compagno, il regista Jacques Demy, diventa il cuore pulsante del suo universo. Fotografie ed estratti di film mettono in risalto lo sguardo anticonvenzionale, venato di umorismo e di singolarità, che l’artista rivolge alle strade della capitale e ai suoi abitanti. Attraverso opere come Cléo de 5 à 7 (1962) o Daguerréotypes (1975), la mostra evidenzia in particolare la sua attenzione costante per le donne e per le vite marginali.
La mostra riunisce le opere di diversi artisti presentate in dialogo con le fotografie e i film di Agnès Varda: Giancarlo Botti, Michaële Buisson, Alexander Calder, Martine Franck, Dominique Genty, JR, Liliane de Kermadec, Michèle Laurent, Claude Nori, Laurent Sully-Jaulmes, Robert Picard, Valentine Schlegel, Collier Schorr.
L’Italia di Agnès Varda In continuità con la mostra, L’Italia di Agnès Varda illumina i legami profondi che unirono l’artista all’Italia attraverso una selezione di fotografie inedite realizzate durante due soggiorni, nel 1959 e nel 1963. All’epoca Agnès Varda era conosciuta come fotografa teatrale e lavorava su numerose commissioni di reportage per la stampa in Francia e in Europa.
Nel 1959 esplora Venezia e la sua regione alla ricerca di luoghi di ripresa per La Mélangite (ou Les Amours de Valentin), un film che non vedrà mai la luce. Le sue fotografie testimoniano la scoperta dell’Italia e il suo gusto per il pittoresco. Le vedute di Venezia e dei suoi abitanti rispecchiano pienamente il suo spirito. Alla pratica spontanea della fotografia si affianca l’attrazione per scene grafiche che giocano con ombre e contrasti. Alla Villa della Torre, nei pressi di Verona, e nei Giardini di Bomarzo nel Latio, i materiali e la singolarità delle sculture la affascinano. Nel maggio 1963, la rivista francese Réalités le commissiona un ritratto di Luchino Visconti, appena insignito della Palma d’oro per Il Gattopardo. Parte per Roma con tre macchine fotografiche. Provini a contatto e fotografie a colori documentano la sessione con quello che la stampa definiva il “principe taciturno del cinema italiano”. Nello stesso periodo Jean-Luc Godard gira Il disprezzo negli studi Titanus: Varda si reca sul set e fotografa il suo amico mentre dirige Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.
Una cinquantina di stampe originali della collezione di Rosalie Varda, nonché documenti provenienti dai suoi archivi e dal fondo depositato presso l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France raccontano per la prima volta il rapporto di Agnès Varda con l’Italia.
Agnès Varda in 9 capitoli Prima di rue Daguerre Giunta a Parigi nel 1943, Agnès Varda frequenta l’École du Louvre e sceglie di dedicarsi alla fotografia, una pratica che le consente di coniugare dimensione manuale e riflessione intellettuale. Durante gli anni di apprendistato condivide un appartamento nei pressi di Pigalle con tre altre giovani donne. Le coinquiline diventano i primi soggetti dei suoi ritratti, mentre le rive della Senna si impongono come i suoi primi paesaggi parigini. In questa fase iniziale si affermano già il suo stile — caratterizzato da una sottile qualità enigmatica di matrice surrealista — e la sua identità artistica. Il cortile di rue Daguerre Nel 1951 Agnès Varda si trasferisce al numero 86 di rue Daguerre, uno spazio dal carattere singolare. Riconverte due ex negozi, separati da una corte-vicolo, in atelier, studio e laboratorio. Questo luogo di lavoro e di creazione diventa anche uno spazio di vita condivisa con la scultrice Valentine Schlegel e con una famiglia di rifugiati spagnoli. Nella corte organizza la sua prima esposizione nel 1954 e vi realizza i suoi primi film.
Drôle de Paris Negli anni cinquanta Agnès Varda ricopre il ruolo di fotografa ufficiale del Théâtre national populaire di Jean Vilar e del Festival di Avignone. Questa esperienza le apre le porte del mondo artistico parigino: realizza numerosi ritratti e servizi fotografici, immortalando figure quali Calder, Brassaï, Suzanne Flon, Giulietta Masina e Fellini. Unendo ironia e una sottile qualità enigmatica, fino a toccare talvolta una dimensione più cupa, si afferma progressivamente come una voce singolare della scena intellettuale del dopoguerra.
Foto-scrittura Agnès Varda eccelle nel reportage, affermando al contempo, in alcuni soggetti, un’estetica e un metodo segnati dal linguaggio cinematografico. Come farebbe un regista, mette in scena le sue riprese e dirige i suoi modelli: una bambina travestita da angelo o giovani attori che mimano diversi comportamenti amorosi.
La città in eco Nel 1961, con Cléo de 5 à 7, Agnès Varda firma insieme un ritratto femminile e un documentario su Parigi, in cui la città diventa specchio degli stati d’animo della protagonista, turbata dal timore del cancro. Nel 1967 torna a filmare Parigi in risonanza con le emozioni che attraversano una giovane madre, angosciata dalla guerra in Vietnam. Vicina ai cineasti della Nouvelle Vague, Agnès Varda inscrive il suo sguardo sulla città in un dialogo continuo tra sfera intima e dimensione politica.
Donne, persone Nelle sue fotografie e, in seguito, nei suoi film, Agnès Varda interroga il modo in cui le donne vengono guardate e rappresentate, in particolare in L’une chante, l’autre pas, dove prende posizione a favore dei diritti femminili e della contraccezione. Il suo femminismo si inscrive in un’attenzione più ampia rivolta all’umano: già negli anni cinquanta porta alla luce la popolazione impoverita che anima il mercato di rue Mouffetard (L’Opéra-Mouffe, 1958). Più tardi, in Daguerréotypes (1975), si concentra sui commercianti di rue Daguerre, da lei definiti la “maggioranza silenziosa”. Ne registra gesti, volti e narrazioni della vita quotidiana con una poetica sincerità, in bilico tra documentario sociale e omaggio surrealista.
L’Italia Focus speciale per Villa Medici Nel 1959, durante una ricognizione a Venezia e nei dintorni, Agnès Varda coglie scene di vita quotidiana e motivi ricorrenti come il bucato alle finestre e i passaggi in ombra. In occasione di questo viaggio realizza uno dei suoi celebri autoritratti davanti a una tela di Gentile Bellini, giocando con umorismo sulla sua acconciatura ormai divenuta iconica. Inviata a Roma nel 1963 per fotografare Luchino Visconti, fa visita a Jean-Luc Godard sul set del Disprezzo e ritrae Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.
La corte-giardino Fino alla metà degli anni Sessanta, Agnès Varda realizza nella sua corte ritratti di giovani attrici e attori, tra cui Delphine Seyrig e Gérard Depardieu. Dopo aver reso celebri i commercianti del vicinato in Daguerréotypes (1975), si identifica sempre più con la sua strada, al punto da definirsi “daguerréotipista”. Nel corso degli anni, la corte-atelier si trasforma in una corte-giardino, che talvolta si estende fino a rue Daguerre, come nell’“autodocumentario” Les Plages d’Agnès (2008). È anche il luogo in cui Agnès Varda si racconta, si mette in scena e dal quale la sua opera si diffonde e prende forma. Viaggio in città A Parigi, Agnès Varda non si lascia sedurre dagli aspetti più pittoreschi della capitale. Rivolge invece lo sguardo a ciò che passa inosservato e ai luoghi che le sono più familiari: il suo quartiere e le rive della Senna. Gli estratti presentati in mostra rivelano il modo in cui la sua macchina da presa attraversa lo spazio urbano. Essi attingono a tutti i generi — finzione, documentario, pubblicità — e a una pluralità di formati, dai lungometraggi ai cortometraggi, fino ai frammenti di prova.
Dal 25 Febbraio 2026 al 25 Maggio 2026 – Accademia di Francia a Roma – Villa Medici
Anne Geene e Arjan de Nooy: Bestiary
l Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Alfabeto creato dai morsi degli insetti
I bestiari sono antichi manoscritti che intrecciano racconti di creature reali e immaginarie con storie di pietre e alberi. Non descrivono questi elementi in modo oggettivo: li usano invece per rappresentare il mondo come riflesso di una verità divina. Attraverso la natura e le vicende di esseri grandi e piccoli, i bestiari trasmettono insegnamenti morali; hanno tutti origine da un’opera greca nota come Physiologus. Scritta tra il II e il IV secolo d.C. da un autore sconosciuto, questa raccolta divenne uno dei libri più letti e amati del Medioevo.
In Bestiary, Anne Geene e Arjan de Nooy realizzano un bestiario fotografico contemporaneo ispirato a quella fonte antica. Prendendo spunto da citazioni tratte da una traduzione recente e mescolando immagini trovate con fotografie proprie, danno nuova vita a questo testo mistico. Pur non adottando un approccio né cristiano né didattico, i comportamenti messi in scena dalle creature di Bestiary continuano a suggerire narrazioni da cui possono affiorare, in modo indiretto, intuizioni morali.
Università degli Studi di Milano ospita la mostra vincitrice di Idee Photo Contest: “Non sono più lì” con la serie fotografica omonima di Cristian Iacono (primo premio), l’esposizione è a cura di Anna Mola.
Idee Photo Contest è un concorso fotografico ideato dall’agenzia AM PhotoIdeas di Anna Mola. Giunto alla sua sesta edizione, ha visto l’iscrizione di centinaia di partecipanti.
Gli altri vincitori del concorso sono: Veronica Benedetti, vincitrice del premio speciale Unimi, con la serie “Ofelia”; Mara Scampoli con il progetto “Mixed”, vincitrice del premio speciale Il Fotografo. Sono state infine assegnate tre menzioni d’onore a Giulio Brega, Nicole Danelli e Carlos Fulgoso Sueiro.
“Le cose esistono e persistono soltanto perché perdono”
Tim Ingold
Il progetto di Cristian, che è anche il suo lavoro di tesi, è intriso di concetti filosofici, antropologici, letterari, sulla base di un linguaggio fotografico con una fortissima impronta personale.
Si potrebbe dire – già dal titolo – che il tema è la perdita ma questo comporterebbe una lettura unicamente negativa della serie mentre l’intenzione dell’autore è quella di offrire anche una lettura positiva di questa circostanza della vita, da cui possono derivare un senso di rinascita e di positività.
Il denominatore comune di questo progetto è la natura: uno sfondo su cui si stagliano e prendono vita i pensieri e le percezioni dell’autore. Vediamo quindi l’impressione luminescente di un albero, una candela bruciante in una grotta, mani che cercano di afferrare una distesa d’acqua.
Tutto quello che vediamo non deve essere “preso alla lettera” ma come un simbolo o un’interpretazione; prendiamo per esempio la foto delle braccia tese al di sopra di un campo erboso che distendono verso il sole un foglio di carta riflettente: non è solo un’immagine esteticamente elegante ma potrebbe anche essere un riferimento a quel “pensiero magico” definito da Joan Didion nel celebre libro scritto dopo la morte del marito. La scrittrice parla, per esempio, del suo voler trattenere le scarpe del defunto compagno perché – irrazionalmente – potrebbe averne bisogno al suo impossibile ritorno; allo stesso modo il gesto nella foto descritta è un tentativo di trattenere la luce per produrne qualcosa di alchemico, forse, di energico e potente.
Con questa chiave di lettura, invitiamo i visitatori a esplorare la mostra, condividendo i loro pensieri.
Testo critico di Anna Mola
Dal 15 aprile al 6 maggio – Università degli Studi di Milano – Atrio della Facoltà di beni culturali
La mostra Wildlife Photographer of the Year, giunta al suo sessantunesimo anno, promossa dal Museo di Storia Naturale di Londra, arriva al Forte di Bard dal 21 marzo al 12 luglio 2026, presentando alcune delle più eccezionali fotografie naturalistiche scattate oggi nel mondo. L’esposizione accende i riflettori su immagini potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali poco noti, specie spettacolari e contesti naturali molto diversi tra loro. Utilizzando l’esclusivo potere emotivo della fotografia, le immagini condividono storie e specie da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di difesa del pianeta.
Il concorso di quest’anno ha registrato oltre 60.000 candidature da parte di fotografi di ogni età e livello di esperienza, provenienti da 113 Paesi. Le opere sono state giudicate in forma anonima per creatività, originalità ed eccellenza tecnica da una giuria internazionale di esperti del settore. L’inquietante scena di una iena bruna tra i resti scheletrici di una città mineraria di diamanti abbandonata da tempo a Kolmanskop, in Namibia, del fotografo sudafricano Wim van den Heever è l’immagine vincitrice del Wildlife Photographer of the Year 2025. Uno scatto davvero eccezionale: per realizzare Ghost Town Visitor (Visitatore della città fantasma), con la tecnologia delle foto-trappole, il fotografo naturalista sudafricano ha atteso un decennio dopo aver notato per la prima volta le tracce dell’animale. Il titolo di Young Wildlife Photographer of the Year 2025 è stato vinto da Andrea Dominizi, il primo italiano in assoluto a vincere il prestigioso premio per fotografi naturalisti di età pari o inferiore a 17 anni. La sua immagine After the Destruction (Dopo la distruzione) racconta una toccante storia di perdita di habitat, quella di un coleottero delle specie Cerambycidae in un’area disboscata sui Monti Lepini, nell’Italia centrale.
Gli altri italiani che si sono distinti al concorso sono: il sudtirolese Philipp Egger, vincitore nella categoria “Ritratti di Animali” con lo scatto Shadow Hunter (Cacciatore di ombre), un gufo reale nelle montagne di Naturno (Bolzano) che emerge dal buio con il luccichio arancione degli occhi e la luce della sera sulle piume, e tre finalisti con menzione d’onore: Fortunato Gatto con The frozen swan (Il cigno congelato) nella categoria “Arte della natura”, Roberto Marchegianicon The calm after the storm (La calma dopo la tempesta) e Shadowlands (Terre d’ombra) nella categoria “Animali nel loro ambiente” e Gabriella Comi con Wake-up call (Sveglia) nella categoria “Comportamento: Mammiferi”.
Kathy Moran, presidente della giuria del Wildlife Photographer of the Year: «Come sostenitrice del potere della fotografia, non c’è nulla di più gratificante o emozionante che vedere il nostro rapporto con il mondo naturale, in tutta la sua complessità e splendore, condiviso sulla più grande piattaforma mondiale dedicata alla fotografia naturalistica».
Doug Gurr, direttore del Natural History Museum: «Giunti al sessantunesimo anno, siamo entusiasti di continuare a fare del Wildlife Photographer of the Year una potente piattaforma di narrazione visiva, mostrando la diversità, la bellezza e la complessità del mondo naturale e il rapporto dell’umanità con esso. Grazie all’inclusione del Biodiversity Intactness Index, la mostra di quest’anno rappresenta la migliore combinazione tra grande arte e scienza all’avanguardia, ispirando i visitatori a diventare difensori del nostro pianeta».
Ornella Badery, presidente del Forte di Bard: «Widlife Photogtapher of the Year è uno dei cardini dell’offerta espositiva del Forte, atteso ogni anno da migliaia di appassionati di fotografia. La potenza delle immagini e delle storie che ognuna porta con sé è il modo migliore per sensibilizzare il pubblico sulle tematiche legate all’ambiente, alla flora e alla fauna sempre più in pericolo in ogni parte del mondo».
Dal 21 marzo 2026 al 12 luglio 2026 – Forte di Bard – Aosta
Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.
Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.
Curata da Denis Curti, è la prima esposizione organizzata dalla Fondazione nella nuova sede di Palazzo Flangini, dove sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 30 giugno 2026: un momento simbolico, in cui la Fondazione di Venezia apre le porte della sua nuova casa alla città mettendo in mostra le opere di Gianni Berengo Gardin, che ha intessuto con la Fondazione un legame di profonda intesa artistica culminato con la donazione, nel 2021, di trentasei stampe fotografiche in bianco e nero, parte del progetto “La più gioconda veduta del mondo” ed entrate a fare parte della collezione fotografica permanente della Fondazione di Venezia.
Dal 27 febbraio 2026 al 30 giugno 2026 – Palazzo Flangini – Venezia
Mezzogiorno is a photographic exploration that has unfolded over more than a decade across Southern Italy. The title is an italian word that carries a double meaning, “noon” and “the South” as a cardinal point, and is commonly used to refer to the southern region of Italy. It evokes a dual tension between time and place, light and shadow, myth and reality. It is a investigation into landscapes, social fragility, religion and traditions, shaped through errancy, encounters, and quiet presence. Resisting nostalgia and folklore, the work documents a landscape marked by economic uncertainty, unfinished architecture, and complex social layers. Rituals, ruins, and rhythms of abandonment become signs of broader transformations. Mezzogiorno seeks to question dominant narratives, offering a lens through which to reinterpret the present. It attempts to move beyond postcard clichés, portraying Southern Italy not as a fixed memory, but as a fractured and living reflection of contemporary dynamics. The project aims to shape a new visual language, politically aware, anthropologically grounded, and emotionally resonant.
Dal 21 marzo al 17 maggio – Festival Circulation(s) – Le CENTQUATRE – PARIS
Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways. Fotografie di Francesco Conversano
John King, Mayor of Lewistown, Illinois 2014
Il Museo di Roma in Trastevere presenta la mostra fotografica “Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways”, una selezione di novanta scatti in bianco e nero e a colori realizzati negli Stati Uniti dal regista di cinema del reale Francesco Conversano fra il 1999 e il 2017, durante le riprese che portarono alla realizzazione di vari film documentari girati insieme a Nene Grignaffini e prodotti con RAI CINEMA e per Rai Radiotelevisione Italiana/ Rai 3.
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è curata dalla Fondazione Massimo e Sonia Cirulli in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina, Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
Il viaggio lungo le “strade blu” è un viaggio di scoperta, di conoscenza e di rivelazioni, un viaggio geografico e antropologico, un viaggio nel meraviglioso quotidiano e nell’immaginario collettivo di un Paese complesso che a volte sembra fermo nelle mitologie e negli stereotipi e che intreccia la vita delle persone e gli avvenimenti storici. Europa, Asia e America sono stati raccontati nei momenti di trasformazione sociale attraversando macrocosmi e microcosmi, villaggi e megalopoli, paesaggi geografici e umani fatti di scambi, relazioni e solitudine. Lo scatto ferma l’attimo delle connessioni tra l’uomo e il paesaggio, l’umano e ciò che lo circonda, nutrendosi della potenza della memoria e dell’incanto della poesia. Questo modo di interpretare il cinema del reale che segue una visione di tipo antropologico, si intreccia con il cinema della memoria e il cinema di poesia, grazie all’esplorazione degli infiniti spazi e dei territori compresi tra la realtà e immaginario.
La mostra fotografica si sviluppa secondo questa visione. Realtà, memoria e poesia si intrecciano lungo le strade blu della provincia americana, rielaborando percorsi dell’immaginario collettivo e rievocando inevitabilmente luoghi e storie: la poesia di Walt Whitman e gli epitaffi di Edgar Lee Masters, la letteratura epica di John Steinbeck, l’universo minimalista dell’ordinary people di Raymond Carver, l’America di Truman Capote di “A sangue freddo”, primo romanzo-reportage, paradigma assoluto e geniale invenzione di un nuovo genere letterario; il Texas e i racconti di frontiera di Joe R. Lansdale, l’umanità precaria e surreale dei personaggi di Barry Gifford; i silenzi inquietanti e sospesi, la solitudine e l’attesa dei paesaggi umani dei dipinti di Edward Hopper; la fotografia sociale di Walker Evans e Dorothea Lange del progetto del Presidente Roosevelt della Farm Security Administration e lo sguardo sui volti dei farmers e dei pionieri durante la Grande Depressione; il riecheggiare di suoni e di canzoni del soundtrack della nostra vita, una colonna sonora immortale, dal western swing al blues, dal rock al folk passando da Pete Seeger e Woody Guthrie per finire a Bob Dylan; il filo che lega l’esperienza visionaria di David Lynch, le sue rappresentazioni oniriche dell’inconscio e dell’invisibile nascosto nella quotidianità al cinema della memoria dei luoghi e delle storie di Peter Bogdanovich. Come non ricordare “The Last Picture Show”, sintesi assoluta e moderna del cinema dei grandi Maestri, sospesa tra paesaggi, drammi interiori e memoria, riti di iniziazione e maturità.
Dal 18 marzo 2026 al 4 ottobre 2026 – Museo di Roma in Trastevere
Buongiorno, ecco tutti i premi fotografici in scadenza ad Aprile! Partecipate! Ciao
Annalisa
Creative Photo Awards 2026
I Creative Photo Awards rappresentano il concorso di punta per fotografi professionisti e amatoriali di tutto il mondo. La nostra giuria internazionale, composta da illustri fotografi, editori ed esperti del settore, valuta le candidature con un occhio attento all’innovazione e alla creatività.
Una suggestiva mostra, intitolata “I Wonder If You Can”, con le immagini vincitrici e le menzioni d’onore, verrà allestita nella splendida città di Siena.
Le borse di studio sono aperte a tutti i professionisti che lavorano con la fotografia, inclusi fotografi, artisti, curatori, ricercatori e scrittori.
Il libro può essere in qualsiasi lingua; tuttavia, la descrizione del progetto deve essere presentata in inglese. I libri non pubblicati in svedese o in inglese devono includere una traduzione del testo nella descrizione del progetto, se il testo è di fondamentale importanza per l’opera.
Le borse di studio sono destinate a progetti editoriali in gran parte già curati e impaginati. Il libro non deve essere ancora stato pubblicato.
Se si presenta il lavoro sotto forma di mockup, è necessario specificare chiaramente se si tratta di un mockup fisico o realizzato con intelligenza artificiale o altri strumenti digitali.
Un portale suggerisce un passaggio. Ci invita a guardare attraverso, ad andare oltre o a immaginare cosa si cela dall’altra parte.
Per “Portals: New Perspectives” invitiamo a presentare fotografie che esplorino aperture, soglie e punti di transizione. Finestre, porte, specchi, cancelli, archi, riflessi e cornici all’interno di altre cornici possono fungere da portali letterali, mentre variazioni di luce, ombra o prospettiva possono trasformare spazi familiari in qualcosa di inaspettato.
Accogliamo con favore anche approcci più interpretativi. Un portale può rappresentare cambiamento, movimento, memoria o transizione emotiva. Che siano urbane o rurali, interne o esterne, documentaristiche o concettuali, mostrateci come la fotografia apre nuove vie di visione.
Il Sarajevo Photography Festival (SPF) è un evento internazionale annuale della durata di un mese, dedicato alla fotografia e che si svolge nel cuore della Bosnia ed Erzegovina. Riunendo fotografi emergenti e affermati, il festival funge da piattaforma per lo scambio artistico, il dialogo culturale e l’impegno sociale.
La settimana di apertura dell’edizione 2026 si terrà dal 1° al 7 giugno e prevede un programma di mostre, workshop, conferenze, tavole rotonde, revisioni di portfolio ed eventi di networking. Le mostre rimarranno allestite per tutto il mese di giugno. Con una forte attenzione alle tematiche di rilevanza sociale, l’SPF offre uno spazio a voci e narrazioni diverse, affrontando argomenti come i diritti umani, l’identità e il patrimonio culturale.
SCAN, il festival internazionale di fotografia organizzato dal Comune di Tarragona, ha aperto il bando di concorso Talent Latent, rivolto a creatori di tutto il mondo che utilizzano la fotografia come mezzo di espressione essenziale e privilegiato. I progetti e gli artisti selezionati in questa edizione parteciperanno alla mostra Talent Latent che si terrà presso Tinglado 2 al Porto di Tarragona dal 16 ottobre al 29 novembre 2026.
Tema dei progetti: Metamorfosi
Pubblicato nel 1915, nel pieno di una profonda crisi, “La Metamorfosi” di Kafka è diventato una metafora intramontabile per riflettere sulle trasformazioni che plasmano il nostro mondo contemporaneo. La metamorfosi non è un semplice cambiamento di aspetto, ma un processo profondo attraverso il quale una realtà si trasforma in un’altra.
Oggi, in un mondo segnato da alienazione, disumanizzazione e crisi di valori, le strutture che un tempo sembravano solide diventano liquide, mutevoli o sull’orlo della scomparsa. Identità, territori, forme di lavoro, relazioni personali ed ecosistemi vengono costantemente ridefiniti, dando origine a nuovi modi di abitare il mondo.
In questo contesto, anche la fotografia ha subito la sua metamorfosi: da impronta di luce legata alla cattura di un singolo istante, a costrutto ibrido, digitale e algoritmico, aperto a molteplici forme e significati.
La mostra invita fotografi emergenti a esplorare la condizione metamorfica del presente, affrontando le trasformazioni che interessano individui, comunità e ambienti attraverso pratiche analogiche, digitali e ampliate, e proponendo nuove prospettive per aiutarci a comprendere i tempi in cui viviamo.
Il concorso di fotografia di strada di Barcellona (SPBC) è nato con l’obiettivo di dare riconoscimento internazionale a fotografi professionisti e amatoriali che sviluppano la fotografia di strada con rigore, creatività e autenticità. Il festival offre uno spazio espositivo, sia fisico che virtuale, affinché le opere partecipanti possano essere apprezzate, valorizzate, riconosciute e, infine, acquisite.
Per SPBC, l’essenza della fotografia di strada risiede nella capacità di osservare l’ambiente e catturare l’autenticità di un momento unico di realtà. Si tratta di identificare e documentare quei momenti unici offerti dagli spazi urbani e dai loro protagonisti anonimi in qualsiasi parte del mondo, elevandoli alla categoria di opere d’arte uniche.
In dirittura d’arrivo il concorso Scatti di Solidarietà. Il premio è interessante perché oltre al compenso in denaro di € 2000 gli organizzatori daranno la possibilità al vincitore di incontrare personaggi del mondo della fotografia, dell’editoria e della pubblicità, incontri da cui potrebbero nasce opportunità di lavoro.
Una selezione delle foto sarà pubblicata sulla rivista Tutti Fotografi e il sito www.fotografia.it
Inoltre è prevista un’esposizione nella galleria Underfactory
Il tema Scatti di Solidarietà lascia ampia possibilità di interpretazione ai partecipanti
Ricordiamo che il concorso è riservato ai giovani fino a 30 anni
La Leica Society International (LSI) è lieta di annunciare la quarta edizione del suo bando annuale “Women in Photography Grant”. TEMA: “Dove ci troviamo”.
LSI invita le fotografe a presentare progetti radicati nell’esperienza vissuta o in relazioni consolidate e responsabili. Cerchiamo lavori plasmati dalla prossimità, progetti realizzati all’interno delle comunità o sviluppati attraverso un impegno a lungo termine basato sulla fiducia. Il lavoro deve riflettere la comprensione della posizione della fotografa in relazione alle persone e alle storie rappresentate.
Il prestigioso concorso internazionale ND AWARDS continua a essere una vetrina vibrante per alcuni dei talenti fotografici più eccezionali al mondo. Ogni opera vincitrice ottiene riconoscimento, visibilità e prestigio immediati. Considera questo un invito aperto: fatti avanti e partecipa al concorso del 2026!
Negli ultimi anni, ND AWARDS ha consolidato la sua posizione come uno dei concorsi professionali più ambiti per i fotografi di tutto il mondo. Il nostro segno distintivo è una visione contemporanea della fotografia che rimane saldamente radicata nella sua tradizione artistica. In ND AWARDS, i partecipanti sono al centro di tutto ciò che facciamo; questo concorso esiste grazie ai suoi contributori e noi li apprezziamo tanto quanto loro apprezzano la piattaforma che offriamo. Con questo spirito di crescita reciproca, continuiamo a promuovere la creatività, a sostenere artisti emergenti e affermati e a mettere in luce il lavoro di coloro che stanno plasmando il futuro del mezzo.
Il programma London Photography Awards celebra, onora e riconosce l’eccellenza nella fotografia a livello mondiale, sostenendo coloro che danno vita alle idee con tecniche e approcci creativi diversi, mettendo in luce la storia millenaria della “Città Swing” e la sua bellezza in continua evoluzione.
Questo premio riconosce la diversità degli stili fotografici che abbracciano il mondo, provenienti da vari settori della società, dalle pubblicazioni ai video, dai servizi alle imprese alle discipline scientifiche, fino al settore artistico e fotografico stesso. Ciò che conta di più è la visione creativa individuale e la capacità di trasformarla in opere d’arte straordinarie, destinate a durare nel tempo come la storia di Londra, e a essere custodite per i millenni a venire.
Gli International Photography Awards™ organizzano un concorso annuale per fotografi professionisti, amatoriali e studenti a livello globale, dando vita a uno dei concorsi fotografici più ambiziosi e completi del mondo della fotografia.
I vincitori di categoria, sia a livello professionale che amatoriale, elencati qui, si contenderanno i due premi principali dell’IPA, che saranno annunciati durante il Gala annuale degli IPA Awards. Il premio principale per i professionisti è quello di Fotografo Internazionale dell’Anno, selezionato tra gli 11 vincitori di categoria, che si aggiudicherà l’ambito Trofeo IPA e un premio in denaro di 10.000 dollari. Gli 11 vincitori di categoria nelle categorie amatoriali/studenti si contenderanno il titolo di Rivelazione dell’Anno. Anche il vincitore riceverà il Trofeo IPA e un premio in denaro di 5.000 dollari.
Fondato da Hossein Farmani, la mente visionaria dietro gli International Photography Awards e i Lucie Awards, il Premio mette in luce i fotoreporter che, con contesto, coraggio e umanità, raccontano storie globali urgenti. Le categorie spaziano dalle notizie dell’ultima ora ai reportage e ai reportage fotografici approfonditi, e tutte le opere vengono valutate in forma anonima da una giuria internazionale composta da stimati editori, curatori e leader del settore.
“Il fotogiornalismo non è solo una forma d’arte, è un atto essenziale di narrazione della verità”, ha affermato Farmani. “Con questo premio, rendiamo omaggio ai fotografi che rischiano molto per garantire che storie cruciali vengano viste e ricordate”.
Questa missione è condivisa da Hannah Lillethun, direttrice del programma del Premio, che ha aggiunto: “I fotoreporter sono spesso i primi a mostrarci cosa sta succedendo, eppure troppo spesso il loro contributo viene trascurato. Questo Premio riconosce il loro lavoro come indispensabile: atti di coraggio, resistenza e responsabilità in un momento in cui ne abbiamo più bisogno”.
2nd International Aerial Photographer of the Year 2026
Al concorso International Aerial Photographer of the Year, crediamo che ci siano molti modi per creare fotografie aeree mozzafiato. Che usiate un drone o una mongolfiera, un elicottero o un aereo a reazione, non spetta a noi dirvi come scattare le vostre foto aeree. Non spetta nemmeno a noi dirvi come modificare i vostri file, ma sta a voi sorprenderci con angolazioni diverse, location insolite e nuove idee creative! E poi lasciate a noi il difficile compito di premiare le 101 migliori fotografie aeree dell’anno.
Non abbiamo categorie e l’unica regola è che non potete usare l’intelligenza artificiale per generare contenuti. Vogliamo vedere ciò che avete catturato o creato personalmente.
Lab Art Prize è un concorso artistico aperto a tutti gli artisti visuali. Le opere ammesse al premio d’arte sono: disegno, pittura, scultura, fotografia, grafica, tecnica mista, grafica digitale e video. Una grande opportunità per gli artisti che hanno la possibilità di esporre le proprie opere a Maggio 2026 a Milano e molto altro.
Impressum_AFFOpencall è un concorso fotografico la cui partecipazione è aperta a tutti i fotografi professionisti, autodidatti. I fotografi potranno scegliere per inviare le proprie foto tra sette categorie: Natura, Urban, Storie, Notturno, Astratto, Aerea, Fotogiornalismo, e due sezioni di progetti: Progetto fotografico analogico e progetto di immagini create con AI, entrambe i progetti avranno il tema #rigenrare – Dove il cammino cura.
N.B.: Vi ricordiamo, come sempre, di prestare attenzione prima di candidarvi ai premi. I concorsi da noi pubblicati sono frutto di ricerche su internet e anche se i dati inseriti sono stati selezionati, restano di carattere indicativo e pertanto sta a voi verificare con attenzione i contenuti e i regolamenti prima di partecipare ai premi. Ci scusiamo per eventuali errori!
Musa fotografia
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Questo è lo spazio del Premio Musa per Fotografe 2025, un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Ogni anno cerchiamo di raccontare e valorizzare il lavoro di fotografe che ci hanno colpito, che hanno qualcosa di importante da dire attraverso le loro immagini.
Quest’anno abbiamo selezionato delle fotografe straordinarie. Donne che sanno usare la fotografia per raccontare storie, per farci vedere il mondo da prospettive nuove, per farci sentire qualcosa.
Qui troverete i loro lavori, ascolterete le interviste dove ci parlano di come sono nati i loro lavori, di cosa c’è dietro a un’immagine che a prima vista sembra semplice ma nasconde un mondo. Scoprirete anche i loro percorsi, non sempre facili, ma autentici.
Buona visione! Sara Munari
Non ti scordar di me
La prima volta che ho sentito parlare del morbo di Alzheimer ero una bambina.
Mia nonna era una donna autonoma con una vita semplice e piena di piccole abitudini.
Con il tempo, la malattia si è insinuata silenziosamente nella nostra vita, trasformando ogni gesto, ogni sguardo, ogni ricordo condiviso.
“Non ti scordar di me” è un progetto fotografico che esplora il morbo di Alzheimer attraverso la storia di mia nonna.
L’ obiettivo è restituire visivamente il processo di perdita della memoria e dell’identità, mettendo in dialogo fotografie d’archivio, immagini contemporanee e paesaggi naturali.
Il progetto si muove tra passato e presente, tra memoria e oscurità, per raccontare il fragile confine tra ciò che resta e ciò che scompare. Gli alberi diventano la metafora visiva della malattia: corpi vivi ma svuotati, che conservano la forma mentre perdono la linfa.
Buongiorno, ecco tutti i premi fotografici in scadenza a Marzo! Partecipate! Ciao
Annalisa
Belfast Photo Festival 2026 Open Submission
Descritto come “Uno dei migliori festival di fotografia al mondo” (Capture Magazine), l’annuale Belfast Photo Festival offre la piattaforma perfetta per chi cerca una nuova o maggiore visibilità sia al pubblico internazionale che a quello del settore.
Il Belfast Photo Festival offre a fotografi affermati ed emergenti l’opportunità di vedere il proprio lavoro valutato da una giuria autorevole, ricevere una serie di premi e un investimento nella produzione e promozione del proprio lavoro attraverso mostre e attività di sensibilizzazione del Festival.
Il tema aperto elimina la maggior parte delle barriere. Le candidature devono essere fotografiche o basate sull’uso di obiettivi, ma possono includere combinazioni con altre forme d’arte come performance, pittura, scultura, musica, letteratura e altro ancora.
Il World Report Award | Documenting Humanity promuove una rinnovata forma di impegno sociale attraverso la fotografia. Aperto a fotografi professionisti e amatoriali di tutto il mondo, il premio mette in luce storie visive incentrate sulle persone e sulle loro realtà sociali o culturali. Queste possono includere narrazioni pubbliche o private, momenti minori o cruciali, grandi tragedie umane o esperienze di vita quotidiana, nonché connessioni umane intime e personali. Sono incoraggiati anche progetti incentrati su questioni ambientali, conservazione della fauna selvatica e fotogiornalismo orientato alla ricerca di soluzioni.
Ogni anno, il concorso presenta un ampio e avvincente affresco che celebra l’eccellenza nel fotogiornalismo e nella fotografia documentaria. Il World Report Award | Documenting Humanity non è semplicemente un concorso che, attraverso i suoi premi, sostiene economicamente coloro che sono attivamente impegnati in questi difficili settori della fotografia, ma offre anche l’accesso a una comunità solida e collaborativa costruita negli ultimi 15 anni, composta da professionisti attivamente coinvolti nella nostra organizzazione.
Landscape is the theme for this months competition.
Siamo lieti di annunciare il nostro concorso annuale di fotografia paesaggistica, un invito aperto a tutti i fotografi a condividere le loro prospettive uniche sul mondo naturale. Questo concorso è alla ricerca di immagini che catturino non solo la bellezza del paesaggio, ma anche il senso del luogo, l’atmosfera e il momento che lo definiscono.
Incoraggiamo la presentazione di fotografie che vadano oltre l’ovvio: fotografie che riflettano una composizione ponderata, un uso intenzionale della luce e un legame autentico con l’ambiente. Da panorami mozzafiato a scene delicate e intime, accogliamo con favore lavori che trasmettano atmosfera, storia e consapevolezza spaziale in un singolo scatto.
Le opere saranno valutate da una giuria esperta, che presterà attenzione all’originalità, all’impatto visivo, all’esecuzione tecnica e alla risonanza emotiva. Le opere selezionate saranno esposte in una mostra curata da esperti e premiate con premi che onorano sia fotografi emergenti che affermati.
Questo concorso è pensato per celebrare il rapporto duraturo tra territorio e osservatore. Invitiamo i fotografi a rallentare, osservare attentamente e inviare immagini che rivelino i paesaggi così come vengono vissuti, non solo visti.
Estate/Inverno è una polarità annuale che si sperimenta in tutto il mondo a vari livelli.
Il tema può essere più di un semplice cambiamento di temperatura o di stagione: può esplorare contrasti come crescita e dormienza, abbondanza e immobilità, vivacità e quiete.
Riflette i cambiamenti nel paesaggio e nella vita quotidiana: dalle lunghe giornate estive alle lunghe notti invernali, il contrasto tra i due può essere netto.
I fotografi possono osservare le differenze negli ambienti fisici, nelle tradizioni culturali e nei cambiamenti sottili e drammatici di queste stagioni.
Ai fotografi viene chiesto di esplorare questo tema come preferiscono, concentrandosi su un aspetto o su entrambi nei loro lavori.
La nostra edizione cartacea è uno strumento solido per presentare il tuo lavoro al mondo. Pur adottando il formato di una rivista, è concepita come un volume artistico e curatoriale, progettato per durare e per collocare ogni progetto nel contesto che merita. Questo approccio permette all’opera di andare oltre il consumo fugace, consentendole di circolare, viaggiare ed essere scoperta in spazi in cui la fotografia contemporanea viene esaminata e valorizzata in modo approfondito.
Ogni edizione raggiunge curatori, direttori di festival, gallerie e redattori che sono attivamente alla ricerca di nuove voci. Essere selezionati significa entrare in questo circuito professionale e posizionare il proprio lavoro in un contesto di visibilità internazionale e credibilità editoriale. La selezione non si basa esclusivamente su criteri formali, ma sulla capacità di ciascun progetto di contribuire con una prospettiva distintiva e rilevante al dibattito visivo odierno. Per questo motivo, far parte di questa edizione significa che il lavoro non si esaurisce con la stampa, ma inizia una vera e propria traiettoria oltre la pagina.
Fin dal suo lancio nel 2008, il Premio per la Fotografia del Musée du Quai Branly – Jacques Chirac sostiene la creazione fotografica contemporanea. Ogni anno, il museo finanzia le opere di due vincitori, selezionati sulla base di un progetto originale, coerente con il loro percorso estetico personale. Sostiene inoltre la produzione finale di una selezione di queste opere, che entreranno a far parte della collezione del museo. Il premio è aperto a fotografi o artisti non europei che utilizzano la fotografia, senza limiti di età. Mira a promuovere la diversità delle pratiche e delle forme fotografiche nella creazione contemporanea internazionale. Verrà data preferenza ai progetti che dimostrano un approccio artistico originale e non si limitano alle forme tradizionali del documentario o del reportage. Il premio non ha un tema. Sebbene questo bando non richieda una raccomandazione, non è rivolto a fotografi alle prime armi. Particolare attenzione sarà prestata alla qualità dei riferimenti e all’esperienza.
People 2026, presso la Grid Photo Gallery, è un open call internazionale che invita fotografi di tutto il mondo a presentare opere avvincenti che coinvolgano la figura umana in tutta la sua ricchezza visiva e concettuale. Senza uno stile, un processo o un quadro narrativo prestabilito, il tema People abbraccia un ampio spettro di approcci fotografici – tra cui ritrattistica, documentario, street photography, fotogiornalismo e lavori in studio – ovunque la presenza umana si esprima attraverso gesti, composizione, contesto o relazione all’interno dell’inquadratura.
Piuttosto che definire le “persone” attraverso un’unica lente visiva o concettuale, questo bando celebra la diversità di interpretazione ed espressione. Le proposte devono riflettere l’approccio individuale di ciascun fotografo alla rappresentazione della presenza umana – in posa o spontanea, singolare o collettiva, osservata o immaginata – in modi che rivelino chiarezza di intenti e coerenza visiva. Una selezione curata di opere selezionate sarà presentata in una mostra online globale accessibile a livello mondiale.
ENTANGLEMENT – take part in the next PEP exhibition in Berlin!
“Entanglement” invita i fotografi a esplorare le intricate reti di connessioni che definiscono l’esperienza contemporanea. Dalle relazioni umane più intime ai vasti sistemi che plasmano il nostro pianeta, l’esistenza si dispiega attraverso reti di dipendenza, influenza e trasformazione reciproca.
Nulla può esistere veramente in isolamento. In natura, le foreste comunicano sottoterra attraverso reti fungine nascoste; la vita si basa sulla luce solare, sull’acqua e su cicli che superano la percezione umana. L’interdipendenza è altrettanto inevitabile in un mondo globalizzato, dove catene di produzione, strutture urbane e sistemi sociali si intrecciano oltre i confini e le città. A livello umano, l’intreccio emerge attraverso relazioni, collaborazioni e legami intimi. Le nostre identità e i nostri percorsi di vita sono plasmati dai sistemi emotivi, sociali e culturali in cui viviamo, dove cura e connessione coesistono con tensione e vulnerabilità.
Il tema richiama anche il concetto di entanglement nella fisica quantistica, dove particelle distanti rimangono fondamentalmente connesse indipendentemente dallo spazio: un promemoria poetico che la separazione può essere un’illusione e la connessione uno stato fondamentale dell’essere.
KLPA 2026 Portrait Prize: A Stranger’s Face – Travel Portraits
Uno dei generi fotografici più popolari è la fotografia di viaggio e, per quanto gratificante possa essere visitare luoghi lontani, terre esotiche e assaggiare nuove cucine, le persone che si incontrano sono spesso la parte più memorabile di qualsiasi viaggio, vicino o lontano. Per la nostra 18a edizione, KLPA è alla ricerca di ritratti scattati durante i vostri viaggi recenti. Per quanto semplice possa sembrare, creare ritratti enigmatici e coinvolgenti di sconosciuti richiede più di incontri casuali, fortuna e istantanee veloci.
Un cenno di assenso o un sorriso possono portare a una conversazione amichevole e offrire nuovi spunti e opportunità per guadagnare fiducia, fare nuove amicizie e catturare momenti fotografici memorabili. Nuove prospettive permettono di vedere il mondo e le persone che lo abitano sotto una luce completamente nuova.
Viviamo in un mondo di luce, ma sono le ombre a definire il modo in cui lo vediamo. Luce e oscurità non sono opposti isolati, ma esistono in continua tensione, producendo contrasto e strutturando l’esperienza. L’ombra delinea i limiti dell’illuminazione, ricordandoci che la percezione è contingente piuttosto che assoluta.
Oltre il regno fisico, l’ombra ha un peso morale e filosofico. Questa open call invita a presentare opere fotografiche in cui l’ombra trasmette profondità concettuale.
La 28a edizione del PICTO Fashion Photography Award riveste un significato speciale per la Fondazione PICTO. Dopo il 2025, anno in cui PICTO ha celebrato il suo 75° anniversario, il 2026 segna il 10° anniversario del fondo di dotazione della “Fondazione PICTO”. Quest’anno coincide anche con una pietra miliare importante nella storia della fotografia: la celebrazione del suo bicentenario.
Il Premio Picto per la Fotografia di Moda è un pilastro delle iniziative guidate da PICTO, attore storico dell’ecosistema fotografico, a sostegno della creazione e dei talenti emergenti. Istituito quasi 30 anni fa, il premio riflette un impegno di lunga data per la fotografia e, nel 2026, risuona con la celebrazione del suo bicentenario.
Il nostro obiettivo è rendere l’edizione 2026 un evento eccezionale per questi talenti emergenti, finalisti e vincitori, che riceveranno i quattro premi assegnati quest’anno.
Il Comune di Sirmione, in Italia, ti offre una grande opportunità: una Residenza Fotografica di due settimane sul Lago di Garda per realizzare un progetto fotografico in completa libertà, supportato da due esperti internazionali di fotografia.
Durante le due settimane di ottobre 2026 avrai la possibilità di sviluppare e produrre il tuo progetto fotografico personale a Sirmione.
La Residenza Fotografica di Sirmione è una residenza di ricerca e sviluppo in cui la fotografia può diventare lo strumento chiave per tracciare punti di unione tra le diverse dimensioni della vita collettiva e tradursi in un’opportunità di crescita culturale ed etica della società.
Der Greif invita editori e artisti a presentare libri fotografici e libri d’artista di recente pubblicazione. Questo bando è concepito come uno spazio di incontro tra pratiche, geografie e modi di pensare il libro come forma critica e poetica.
I libri fotografici sono più di semplici contenitori di immagini. Sono luoghi di autorialità, collaborazione, circolazione e resistenza. Modellano il modo in cui un’opera viene letta, condivisa e ricordata. In un momento definito da flussi di immagini accelerati e da economie di attenzione mutevoli, il libro fotografico rimane un luogo di lentezza, intenzione e profondità, dove il linguaggio visivo può dispiegarsi secondo i propri termini.
Accettiamo proposte che sfidino, espandano o reinventino ciò che un libro fotografico può essere: da opere intime autopubblicate a edizioni sperimentali, progetti collettivi e comunicati stampa. Siamo interessati a pubblicazioni che si confrontano criticamente con la vita contemporanea, la cultura visiva e le politiche della rappresentazione, così come a quelle che mettono in primo piano la materialità, il design e la narrazione come parte integrante dell’opera.
N.B.: Vi ricordiamo, come sempre, di prestare attenzione prima di candidarvi ai premi. I concorsi da noi pubblicati sono frutto di ricerche su internet e anche se i dati inseriti sono stati selezionati, restano di carattere indicativo e pertanto sta a voi verificare con attenzione i contenuti e i regolamenti prima di partecipare ai premi. Ci scusiamo per eventuali errori!
Musa fotografia
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d inaugurare il programma espositivo del neonato Centro della Fotografia di Roma è la grande mostra IRVING PENN. PHOTOGRAPHS 1939 – 2007, dal 30 gennaio sino al 29 giugno 2026, che presenta al pubblico una selezione di 109 stampe provenienti dalla prestigiosa collezione della Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, realizzate tra il 1939 e il 2007. La collezione della MEP è il risultato di un lungo rapporto di collaborazione con l’artista e, negli anni più recenti, di un dialogo continuo con la Irving Penn Foundation, istituzione fondata dallo stesso Irving Penn per preservare e promuovere il suo lascito artistico. La mostra è curata da Pascal Hoël, Head of Collections MEP, Frédérique Dolivet Deputy to Head of Collections MEP e Alessandra Mauro curatrice per il Centro della Fotografia di Roma, promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. La Maison Europe enne de la Photographie ed il Centro di Fotografia ringraziano la Irving Penn Foundation di New York per la collaborazione.
“Ogni immagine è il risultato di lunghe riflessioni che hanno portato a composizioni senza tempo, realizzate con sofisticate tecniche di stampa. Gran parte di queste opere sono diventate icone intramontabili della storia della fotografia” , affermano i curatori della mostra.
Irving Penn (1917–2009) è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi maestri della fotografia del Novecento. Per oltre sessant’anni protagonista della scena internazionale e firma storica della rivista Vogue, Penn ha rivoluzionato i generi della fotografia di moda, del ritratto e della natura morta, con uno stile inconfondibile fatto di rigore formale, eleganza essenziale e straordinaria attenzione ai dettagli. Le sue immagini, per lo più realizzate in studio, sono celebri per la loro apparente semplicità e per la capacità di restituire, con la stessa intensità, soggetti famosi e persone comuni. Accanto ai ritratti di artisti, scrittori e celebrità, Penn ha dedicato grande attenzione a progetti personali diventati iconici, come le nature morte con mozziconi di sigarette o oggetti abbandonati, trasformati in immagini di sorprendente bellezza. La mostra, articolata in sei sezioni, offre una panoramica completa della sua opera, mettendo in luce non solo la potenza della sua visione artistica, ma anche la sua straordinaria abilità di stampatore. Penn seguiva, infatti, ogni fase del processo con estrema cura, sperimentando tecniche raffinate come la stampa al platino, per ottenere immagini senza tempo, oggi considerate pietre miliari della storia della fotografia.
Il percorso espositivo si apre con i Primi lavori (1939-1947), cioe le prime fotografie che realizza lungo le strade di New York, poi nel sud degli Stati Uniti e poi ancora in Messico nel 1941. Nel 1945 e in Europa e in Italia, come autista volontario di ambulanze dell’esercito americano e utilizza la sua macchina fotografica per raccogliere testimonianze visive di quel periodo travagliato. In mostra anche la celebre fotografia dedicata al “gruppo d’intellettuali italiani al Caffe Greco” realizzata a Roma da Irving Penn per Vogue nel 1948. La seconda sezione e dedicata ai numerosi Viaggi tra il 1948 ed il 1971 per Vogue, dal Peru al Nepal, dal Camerun alla Nuova Guinea, nei quali realizza ritratti degli indigeni immersi nella luce naturale, dopo averli isolati dal loro ambiente in uno spazio neutro. La sezione numero tre riguarda invece i Ritratti (1947 – 1996) soprattutto delle celebrita e che vengono fotografate per lo piu nel suo studio, dove Penn crea i suoi set. Nella quarta sezione troviamo i Nudi (1949 – 1967): una serie molto personale di fotografie di nudi femminili, per i quali sceglie modelle professioniste per pittori e scultori con l’obiettivo di inquadrare i corpi il piu da vicino possibile, senza mai mostrare i volti, celebrando la loro bellezza scultorea. Sottopone poi i suoi negativi a tecniche di stampa sperimentali, sbiancando e rielaborando le sue stampe fino a ottenere toni diafani che variano sempre da una stampa all’altra. La sua forza creativa e evidente anche nel lavoro che realizza nel 1967 per il Dancers’ Workshop di San Francisco in cui non cerca di dare un preciso significato a una coreografia specifica, ma piuttosto sceglie un’interpretazione piu libera dei corpi in movimento che si esibiscono solo per essere fotografati. Infine, le ultime due sezioni: Moda e bellezza (1949 – 2007), durante la sua lunga carriera per Vogue, la moda e parte essenziale del suo lavoro e Still Life (1949 – 2007), nella quale dimostra grande creativita nella messa in scena di oggetti inanimati, con una costante determinazione a rimuovere il superfluo. Spesso include nelle sue realizzazioni riferimenti alla Vanitas e al memento mori dell’arte antica, che conferiscono alle sue immagini un potere e una presenza senza tempo. E anche interessato a soggetti che a prima vista possono sembrare banali, insignificanti o ripugnanti, come i mozziconi di sigarette trovate in strada o le gomme da masticare usate, che Penn glorifica in sontuose stampe al platino-palladio. Così , esplorando nuovi soggetti con nuove tecniche, continua sempre a forzare i confini creativi del mezzo fotografico.
Dal 30 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 – Centro della Fotografia Roma
SAUL LEITER – Una finestra punteggiata di gocce di pioggia
“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.
Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”
– Saul Leiter –
126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico.
Saul Leiter raccontò con sguardo lirico e intimista la New York del secondo ‘900, ritraendo scene urbane e ritratti, e prestando il suo obiettivo al mondo della moda.
Antidivo e refrattario alla fama, stampò in vita solo alcuni dei tanti scatti realizzati, riemersi dopo la sua morte e rappresentativi del realismo fiabesco tipico del suo stile.
Vertigo Syndrome, in collaborazione con diChroma photography, Saul Leiter Foundation, il patrocinio del Comune di Bologna e con la curatela di Anne Morin, presenta a Palazzo Pallavicini di Bologna, dal 5 marzo al 19 luglio 2026, la grande mostra dedicata a Saul Leiter, uno dei più raffinati maestri della fotografia del XX secolo.
Intitolata “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, l’esposizione riunisce 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio — tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. La mostra comprende sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar.
Un percorso che mette in luce ciò che distingue Leiter dai suoi contemporanei e spiega perché la sua opera continua a ispirare generazioni di fotografi.
L’allestimento è concepito anche come un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono studiate per consentire al pubblico di sperimentare in prima persona le sue modalità di inquadratura e composizione, ricreando giochi di riflessi, trasparenze e frammenti visivi tipici del suo sguardo poetico.
New York in un gesto, un dettaglio, quasi nulla
Mentre i fotografi della sua epoca miravano a rappresentare la grandezza e la modernità di New York, Saul Leiter scelse una via opposta: trasformare la quotidianità in poesia visiva. Nelle sue immagini il reale diventa lirico — il vapore che sale dai tombini, gli ombrelli nella pioggia, i riflessi sulle vetrine — frammenti discreti e sognanti di una città colta più per allusioni che per descrizioni.
La sua visione rifiuta l’approccio documentaristico dominante del dopoguerra per creare invece “haiku fotografici”, brevi rivelazioni dove realtà e astrazione si fondono.
“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità — spiega la curatrice Anne Morin —. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”
Perché questa mostra è straordinaria
Viviamo un paradosso affascinante: mentre gli algoritmi perfezionano ossessivamente ogni pixel, il pubblico, logorato da instagram, torna a desiderare ciò che è fuori fuoco, appena evocato, impreciso. L’arte, ancora una volta, vive di contraddizioni.
Le fotografie non perfette parlano un linguaggio involontario ma potente.
Foto che altri avrebbero scartato ma che Saul Leiter ha invece cercato e sono il cuore della sua poetica: l’ostruzione diventa linguaggio, il taglio fotografico non centrato diventa stile. Leiter avrebbe rifiutato la perfezione ossessiva dei nostri contemporanei, preferendo la sporcatura casuale e naturale alla definizione perfetta.
A differenza dei colleghi che cercavano nitidezza e definizione, Leiter abbracciava l’imperfezione, fotografando attraverso vetri appannati, tende, pioggia o neve — elementi che trasformava in parte integrante della composizione. Le sue immagini, dense di livelli e trasparenze, sfumano il confine tra fotografia e pittura.
Già nel 1948 iniziò a sperimentare con il colore, in un’epoca in cui questo era considerato commerciale o frivolo. Leiter invece ne fece un linguaggio poetico, anticipando di decenni l’accettazione del colore nell’arte fotografica. Le sue tonalità audaci e vellutate trasformano le scene di strada in composizioni astratte e sensuali, attirando presto l’attenzione del mondo della moda.
Collaborò così con Esquire, Harper’s Bazaar e, nei due decenni successivi, con Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.
Un timido pittore con la Leica
La mostra sottolinea la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, rivelando come la sua sensibilità pittorica abbia modellato il suo sguardo fotografico. La sua formazione nelle arti visive gli permise di affrontare la fotografia a colori con un’eleganza e una delicatezza uniche, trattando ogni immagine come una tela.
“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica — diceva Leiter —. Guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.”
Antidivo per natura, refrattario alla fama, Leiter pubblicò e mostrò solo una parte del suo vasto corpus. Molti negativi rimasero inediti, custodendo l’aspetto più intimo e poetico della sua ricerca. Nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse una serie poco conosciuta di nudi in bianco e nero — scattati tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60 — realizzati in collaborazione con le donne della sua vita.
Il suo lavoro, intriso di un ordine segreto e di un equilibrio misterioso, rivela il poeta nascosto dietro il fotografo.
Saul Leiter secondo Anne Morin
“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni di realtà. Realizzate con una maestria e una metrica che ricordano gli haiku. Il suo gesto è quello di un calligrafo: veloce, preciso, senza scuse.”
5 marzo 2026 – 19 luglio 2026 – Bologna, Palazzo Pallavicini
Dopo un decennio di chiusura, il Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri riapre al pubblico e torna a essere uno spazio vivo di produzione culturale e confronto. Dal 20 febbraio, i suggestivi ambienti sotterranei nel cuore di Verona accolgono la mostra “Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972” che intreccia fotografia, sport, storia e immaginario collettivo, inserendosi nel palinsesto di iniziative che accompagnano la città nel percorso verso i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, di cui Verona è protagonista.
Attraverso questa mostra, gli Scavi Scaligeri non segnano soltanto la riapertura di un luogo emblematico per la fotografia italiana, ma ribadiscono anche la centralità di Verona come polo di produzione culturale, confronto internazionale e riflessione sull’immaginario contemporaneo. Un ritorno a lungo atteso, fortemente voluto dall’Amministrazione attraverso l’Assessorato alla Cultura, che restituisce al pubblico uno spazio affascinante e unico, capace di guardare al futuro a partire da immagini che hanno segnato la storia.
La mostra, da un’idea di Giuseppe Ceroni e curata da Simone Azzoni, è promossa dal Comune di Verona e prodotta da Silvana Editoriale, in collaborazione con PEP Artists e Grenze Arsenali Fotografici, e porta negli Scavi Scaligeri uno sguardo iconico e senza tempo: quello della storica rivista LIFE, uno dei magazine fotografici più influenti del Novecento. A rendere unica questa esposizione è l’assoluta originalità del progetto, pensato e realizzato ad hoc per Verona e per questa occasione.
L’esposizione è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, Il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici e valorizzerà il dialogo tra arte, cultura e sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.
Il percorso espositivo prende avvio dagli sport invernali, ma va ben oltre la dimensione della competizione e della pura performance atletica.
Le circa cento immagini selezionate, molte delle quali inedite, restituiscono lo sport come esperienza condivisa, spettacolo, rito collettivo e potente specchio del proprio tempo. Dalle Olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936 a quelle di Sapporo del 1972, passando per la storica edizione di Cortina 1956, LIFE racconta quasi quarant’anni di storia segnati da guerre, ricostruzioni, crescita economica e tensioni geopolitiche.
Fondata nel 1936 da Henry Luce, LIFE ha profondamente trasformato il linguaggio del giornalismo, ponendo la fotografia al centro della narrazione. Non si trattava soltanto di mostrare i fatti, ma di farli vivere: “vedere la vita, vedere il mondo; essere testimoni oculari dei grandi eventi”. Le immagini dovevano emozionare, coinvolgere, rendere il lettore parte dell’esperienza. Experienced era la parola chiave. Una visione che emerge con forza anche in questa mostra, dove il rigore documentario si intreccia al senso dello spettacolo e a una raffinata attenzione per l’estetica del gesto atletico.
Firmate da maestri della fotografia quali Alfred Eisenstaedt, George Silk, Ralph Crane e John Dominis, le immagini in mostra restituiscono il ritratto di un mondo in profonda trasformazione. L’eleganza dello sci alpino, la potenza del bob e la grazia sospesa del pattinaggio artistico si fanno metafore visive dei mutamenti sociali e culturali dell’Occidente. Gli atleti non sono rappresentati soltanto come campioni, ma come corpi in movimento, volti concentrati, individui colti in un equilibrio sottile tra tensione e leggerezza.
Accanto ai grandi appuntamenti sportivi, LIFE ha sempre riservato uno sguardo attento anche alla dimensione quotidiana e popolare dello sport. Vacanze in montagna, resort americani, mode sciistiche e nuovi modi di vivere il tempo libero raccontano come gli sport invernali diventino emblema di un’idea di progresso e benessere capace di ridefinire il rapporto con il paesaggio, la natura e il tempo libero. In questo racconto, lo sport non è mai autoreferenziale: è epica e competizione ideologica, ma anche gioco, evasione e strumento di costruzione di un immaginario e di un’identità collettiva.
Il percorso espositivo si articola in sei aree tematiche – Ice Lines, People, Experienced, Cortina 1956, Garmisch-Partenkirchen 1936 e Fun out of Life – che guidano il visitatore attraverso diversi livelli di lettura, offrendo una narrazione fluida e immersiva. Un vero e proprio viaggio nella memoria visiva del Novecento, capace di rendere il pubblico testimone e partecipe allo stesso tempo.
La visita alla mostra offre un’occasione speciale per riscoprire gli Scavi Scaligeri, che tornano accessibili al pubblico proprio in concomitanza con l’esposizione, dopo dieci anni di importanti lavori di restauro e valorizzazione. Con un unico biglietto, i visitatori potranno accedere sia alla mostra sia all’area archeologica, riscoprendo un luogo di straordinario valore storico, all’interno del quale si snoda l’allestimento, in un dialogo suggestivo tra fotografie, architettura e stratificazioni del passato.
Fitto il calendario degli appuntamenti che accompagnano la mostra. Un programma di incontri con docenti ed esperti approfondirà il rapporto tra sport e paesaggio, educazione e fotogiornalismo.
20 febbraio – 2 giugno 2026 – Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri – Verona
Giunta alla sua quarta edizione, la Biennale della Fotografia Femminile di Mantova (BFFMantova) inaugurerà il 6 marzo 2026, confermandosi come un appuntamento unico nel panorama mondiale. Per oltre un mese la città lombarda diventerà una vetrina internazionale che darà spazio a importanti artiste, talvolta poco conosciute nel nostro Paese. L’evento è promosso dall’Associazione La Papessa con il sostegno del Comune di Mantova e di FUJIFILM, il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Mantova. Il festival è diretto, come nelle edizioni precedenti, da Alessia Locatelli. Il team della BFF quest’anno ha scelto come titolo “Liminal”, termine che racchiude significati molteplici, attuali e affascinanti
“Liminal” è la soglia, lo spazio indefinito che precede l’arrivo a una destinazione. Un limbo da attraversare per raggiungere un traguardo vicino, ma ancora non del tutto delineato. In questa fase di passaggio, le regole considerate valide fino a quel momento possono perdere forza. Chi vive questa dimensione ambigua si trova a fare i conti con incertezza e smarrimento, consapevole che, se il passato è ormai fissato, il presente si sta trasformando sotto i propri piedi e il futuro appare più che mai nebuloso, privo di un approdo prevedibile. L’unica certezza è che è in corso un profondo processo di cambiamento, capace di scuotere le fondamenta della normalità e dell’ordine stabilito: talvolta aprendo a visioni di un futuro luminoso, talvolta riportando alla luce oscurità sopite che si agitano nelle viscere del mondo. È un tempo in cui tutto viene rimesso in discussione e le trasformazioni si accelerano, nel bene come nel male.
La Biennale Internazionale della Fotografia Femminile ha da sempre un’attenzione particolare verso i grandi temi sociali e geopolitici. Tra questi rientrano l’istruzione, le disuguaglianze di classe, le conseguenze delle migrazioni — che comportano la perdita di terre, risorse economiche e libertà civili — fino ad arrivare alle dinamiche del neo-colonialismo.
L’edizione 2026 segue lo stesso formato delle precedenti, con mostre principali di fotografe italiane e internazionali: Nadia Bseiso (Giordania) Infertile Crescent, Mackenzie Calle (USA) The Gay Space Agency, Lisa Elmaleh (USA) Tierra Prometida, Julia Fullerton-Batten (Germania) Contortion, Lee Grant (Australia) Ancestral Constellations, Pia-Paulina Guilmoth (USA) Flowers Drink the River, Keerthana Kunnath (India) Not What You Saw, Barbara Peacock (USA) American Bedroom, Gaia Squarci (Italia) The Cooling Solution (ricerca del team ENERGYA, a cura di Kublaiklan e coordinamento di Elementsix), Abbie Trayler-Smith (Regno Unito) The Big O e Kiss it! e una mostra d’archivio dal titolo Shifting the Focus che rilegge la rivoluzionaria opera di una pioniera della fotografia americana Imogen Cunningham (Portland 1883 – San Francisco, 1976). Numerose sono le altre iniziative, tra le quali una Open Call per un Circuito Off, letture portfolio, workshop, conferenze, laboratori didattici per bambini.
I luoghi deputati per le esposizioni sono Casa di Rigoletto, Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Spazio Arrivabene2, Casa del Pittore.
La quarta edizione della Biennale di Fotografia Femminile conferma il progetto culturale solido e in continua crescita, sostenuto da partner storici e da un numero sempre più ampio di realtà che riconoscono il valore della cultura come motore di cambiamento sociale. L’edizione 2026 si fonda su una rete rinnovata e in espansione di partner e supporter, che contribuiscono attivamente alla realizzazione della manifestazione.
Cresciuta in un ambiente profondamente legato al mondo dello spettacolo — figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti — Ruth Orkin accarezzò inizialmente il sogno di diventare regista, ma in un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa, fu costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. L’ostacolo iniziale non le impedì, infatti, di inseguire con determinazione la sua visione artistica. Grazie anche alla sua prima macchina fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni — Orkin trasformò quel sogno in un nuovo percorso, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico. Il suo scatto più celebre, American Girl in Italy, che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani, è emblematico di questo approccio: un’immagine capace di racchiudere in un solo fotogramma la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore. In mostra 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, volti a consolidare il ruolo cruciale che spetta all’opera della Orkin nella storia della fotografia. Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York. L’influenza del cinema è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica. Altrettanto ammalianti per lo sguardo i ritratti di personalità celebri come Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles: immagini che mostrano in modo emblematico la sua capacità di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva. Oggi il lavoro di Ruth Orkin, riconosciuta come una delle più importanti fotoreporter del Novecento, viene riscoperto e riletto alla luce di una nuova prospettiva critica, restituendo piena attualità e valore a una produzione che ha segnato la storia della fotografia.
La mostra è stata promossa da Pallavicini srl, in collaborazione con diChroma photography, patrocinata dal Comune di Bologna, dalla FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e AIRF Associazione Italiana Reporters Fotografi.
Dopo il grande successo della tredicesima edizione del Festival Fotografico Europeo, torna l’AFI, organizzato dall’Archivio Fotografico Italian, con il patrocinio della Commissione Europea e delle Amministrazioni Comunali di Legnano, Busto Arsizio, Castellanza e Olgiate Olona. L’iniziativa, curata da Claudio Argentiero, si avvale della collaborazione di numerosi partner culturali e istituzionali, tra cui la Rivista Africa, l’Istituto Italiano di Fotografia e l’Istituto Superiore “Giovanni Falcone” di Gallarate, oltre a gallerie e realtà private quali Galleria Boragno (Busto Arsizio), Albè & Associati – Studio Legale (Busto Arsizio e Milano), Spazio Immagine (Busto Arsizio) e Andreella Photo.
l programma 2026 comprende venti mostre in un percorso espositivo dedicato prevalentemente alla dimensione umana, riunito sotto il titolo Geografie Umane. Palazzo Marliani Cicogna (Busto Arsizio (VA), 8 marzo-26 aprile) ospita un tributo dedicato a Martin Parr, il fotografo e documentarista inglese recentemente scomparso. Sempre a Busto Arsizio, nell’ex Carcere e Palazzo Cicogna (21 marzo-26 aprile), sono presenti le mostre firmate da Giorgio Bianchi dal titolo Cosa resta di Palmira e La battaglia per salvare i tesori della Siria. La moda di primo Novecento la si scopre al Museo del tessile (Busto Arsizio (VA), 7 marzo-26 aprile) con un percorso che espone fotografie d’epoca. Infine, sempre a Busto Arsizio (VA), dall’11 al 19 aprile, il progetto Insomnia Brasiliensis di Luca Bonaccini è ospitato alla Galleria Boragno. All’aeroporto di Malpensa (Photo Square, terminal 1, 9 aprile-31 maggio) è presente una selezione di ritratti (1970-2000) di Gabriele Maria Pagnini. Nella città di Legnano (MI), Palazzo Leone da Perego (8 marzo-26 aprile) accoglie la ricerca visiva di Monika Bulaj (premio alla carriera 2026), Khashayar Javanmardi, Emanuele Carpenzano, Elisabetta Rosso e del collettivo In God’s country. A Villa Pomini (8 marzo-19 aprile), a Castellanza (VA), il visitatore può intercettare, oltre a una scelta di scatti realizzati da un gruppo di fotografe irachene, le opere di Francesco Cito e Paolo Patruno. Al Monastero di Santa Maria Assunta (Cairate (VA), 15 marzo-19 aprile), il percorso espositivo pone in luce il dialogo tra l’uomo e l’ambiente grazie a una collettiva di autori.
dal 7 marzo al 26 aprile – Varie sedi in provincia di Varese e Milano
Davide Sartori. Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri
Davide Sartori, Renderti Orgoglioso, 2024
La ricerca di Davide Sartori indaga il rapporto tra presenza e assenza e il modo in cui la fotografia può influenzare la costruzione dei ricordi personali e collettivi. Il suo lavoro ha vinto la dodicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, iniziativa promossa insieme al Comune di Reggio Emilia, dedicata alla valorizzazione dei giovani talenti della fotografia in Italia.
La mostra The Shape of Our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know è intimamente legata alla figura del padre dell’artista e affronta temi di vulnerabilità e trauma intergenerazionale, mettendo in discussione norme socialmente consolidate. Il percorso si sviluppa attraverso una serie di tentativi di avvicinamento al padre, utilizzando la fotografia come strumento centrale per indagare il loro rapporto. Attraverso azioni collaborative documentate fotograficamente, ritratti e materiali d’archivio, il progetto restituisce al contempo distanza e desiderio di connessione.
Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri è un progetto promosso dal Comune di Reggio Emilia, di cui Triennale Milano è partner dal 2022, dedicato alla valorizzazione di talenti emergenti della fotografia in Italia. L’iniziativa è realizzata con la partnership di Fondazione Luigi Ghirri e Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e in collaborazione con GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, Fotografia Europea; Fotodok, Utrecht; Fotofestiwal Łódz in Polonia; Photoworks, Brighton. Con il contributo di Reire srl, Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia. Il progetto GFI#12 | Premio Luigi Ghirri 2025 è stato realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna.
Dall’11 febbraio 2026 al 22 marzo 2026- Triennale Milano
Pordenone si prepara ad accogliere l’opera della fotografa austriaca Stefanie Moshammer (1988), che si inserisce all’interno della rassegna promossa dal Comune edall’Assessorato alla Cultura di Pordenone, prodotta e organizzata da Suazes con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.
La programmazione, già avviata lo scorso autunno per rendere Pordenone protagonista della scena artistica nazionale, rappresenta un percorso strategico indirizzato al 2027, anno in cui la città sarà Capitale Italiana della Cultura. Il filo conduttore di questa stagione è la parola “leggere”: un termine quanto mai appropriato per Pordenone che, storicamente, funge da cartina di tornasole delle dinamiche economiche e culturali del nostro Paese.
L’esposizione, curata da Marco Minuz e realizzata in collaborazione con Fotohof, rimarrà aperta al pubblico dal 14 febbraio fino al 6 aprile, fa parte di un progetto espositivo diffuso che abiterà gli spazi del Museo Civico d’Arte Ricchieri e i nuovi ambiti dei Mercati Culturali, all’interno della galleria “Die Gelbe Wand”.
Il progetto: “Grandmother said it’s okay”
Con il titolo evocativo Grandmother said it’s okay, Stefanie Moshammer presenta un’esplorazione profonda e sfaccettata delle culture della memoria familiare e del valore intrinseco degli oggetti quotidiani. Il progetto non è solo una cronaca visiva, ma una forma poetica e potente di empowerment che permette all’artista di confrontarsi con il proprio passato, mettendolo in discussione e reinterpretandolo attraverso il dialogo con le figure che costituiscono il fondamento della sua storia personale.
Il punto di partenza della ricerca sono le fotografie, i racconti e gli oggetti trovati legati alla vita dei suoi nonni nel Mühlviertel, in Alta Austria. Si tratta di un’esistenza caratterizzata da una semplicità creativa e da un uso estremamente rispettoso e sostenibile delle risorse, valori che Moshammer traduce in un linguaggio visivo contemporaneo.
Una narrazione tra documento e messa in scena
A distanza di anni, l’artista ricostruisce questi ricordi davanti alla sua macchina fotografica, creando un complesso intreccio di metafore visive. Il lavoro della Moshammer si distingue per la capacità di combinare l’approccio documentaristico con la fotografia messa in scena: gli oggetti d’uso comune vengono assemblati in modi nuovi e sorprendenti, trasformando il quotidiano in straordinario.
Attraverso questa ricerca visiva di tracce, il colore e le somiglianze anatomiche fungono da collante narrativo, mentre il suo linguaggio — sensibile e acuto al tempo stesso — gioca con le aspettative del fruitore e sovverte i cliché consolidati. Il risultato è un’opera che riflette sui temi della vecchiaia, dei rituali quotidiani e della transitorietà della vita.
Riflessioni sul tempo e sulla sostenibilità
L’esposizione invita il visitatore a una riflessione più ampia sulla cultura materiale e sul cambiamento: cosa perdura nel tempo e come si trasforma il nostro rapporto con le cose? Con un mix di umorismo stravagante e osservazione intima, Moshammer evoca una speciale vicinanza alla casa e alle storie dei suoi nonni, trasformando il ricordo stesso in un vero e proprio atto artistico.
Grandmother said it’s okay diventa così un invito universale a riflettere sulla visibilità, sulla cura e sulla bellezza che si nasconde nelle pieghe della quotidianità.
14 febbraio – 6 aprile 2026 – Pordenone, Museo Civico d’Arte Ricchieri e Mercati Culturali
“C’è un tèmpo è un luogo giusto pèrchè qualsiasi cosa abbia principio è finè…” dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir
La mostra C’è un tempo e un luogo, che apre al pubblico sino al 29 giugno nei nuovi spazi del Centro della Fotografia di Roma Capitale, è curata da Federica Muzzarelli, ed è dedicata al lavoro fotografico di Silvia Camporesi. Il titolo trae ispirazione dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir, opera cult intrisa di mistero e sospensione temporale, in cui i luoghi diventano protagonisti assoluti di una narrazione senza soluzione e nasce da una riflessione profonda sul concetto di frattura: tra reale e artificiale, natura e cultura, presenza e assenza, passato e presente. Come nel film, anche nelle immagini di Silvia Camporesi il tempo sembra arrestarsi e lo spazio si carica di un’ènèrgia ènigmatica. I luoghi – veri, alterati, ricostruiti o immaginati – non sono mai sèmplici soggètti, ma l’èsito visibilè di un procèsso più profondo: il viaggio, l’èspèriènza fisica è mèntalè dèll’artista attravèrso tèrritori gèografici, storici èd èmotivi.
“Sono i luoghi i protagonisti indiscussi delle fotografie di Silvia Camporesi: veri, falsi, modificati, inventati, vissuti, stravolti o, invece, solo trovati. Ma questi luoghi, queste fotografie, sono il punto finale, l’esito oggettuale, di qualcosa di molto più importante e fondante per il suo lavoro di artista. Che è il percorso, l’esperienza, il viaggio attraverso e insieme a quei luoghi. Da La terza Venezia a Journey to Armenia, da Atlas Italie ad Almanacco Sentimentale e da Mirabilia all’Omaggio al Mattatoio, il lavoro di Silvia Camporesi rappresenta molto bene quella speciale e magica fusione tra l’espressione artistica e il bisogno autobiografico che la fotografia riesce a rendere in modo speciale. Un’attrazione verso quello che non sta dove dovrebbe stare, e che ti chiede di essere aiutato e sostenuto per essere reso ancora più strano e perturbante. In sostanza, quel segreto che sta dentro le cose, e che per questo non può che stare anche dentro l’anima della fotografia”, dichiara la curatrice Federica Muzzarelli, Profèssorèssa Ordinaria di Storia dèlla Fotografia prèsso il Dipartimènto dèllè Arti, Univèrsita di Bologna è coordinatricè dèl Cèntro di Ricèrca FAF (Fotografia Artè Fèmminismi).
Il percorso espositivo, che si articola in cinque sezioni e riunisce cinque serie fondamentali rèalizzatè nèll’arco di quindici anni di attività: La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiæ, Almanacco sentimentale e Mirabilia, contempla anche Omaggio al Mattatoio, opera che entrerà a far parte del neonato Archivio del Centro della Fotografia. Progetti diversi ma interconnessi, che testimoniano una pratica fotografica in equilibrio costante tra documento e finzione, rigore metodologico e libertà immaginativa. Dalla Vènèzia sospèsa è rèinvèntata, alla stratificazionè storica è umana dèll’Armènia; dai paesi abbandonati italiani, luoghi di memoria e cura, fino alla ricostruzione fotografica di eventi mai avvenuti o irrisolti e alle architetture visionarie di Mirabilia, Camporesi costruisce un atlante poetico in cui la fotografia diventa strumento di conoscenza, controllo e insieme di smarrimento. Al cèntro dèlla ricèrca èmèrgè l’idèa dèlla fotografia comè èspèriènza di fratturè: frattura temporale, che costringe passato e presente a coesistere; ontologica, tra verità e manipolazione; simbolica, tra apparenza e sostanza. In questa tensione si colloca una pratica artistica chè uniscè il bisogno autobiografico all’indaginè sul paèsaggio, trasformando l’immaginè in luogo di mèditazionè, silènzio è mistèro. Una riflèssionè sulla fotografia comè confine: tra vero e falso, naturale e artificiale, passato e presente. Le immagini mettono in discussione ciò che vediamo e ciò che crediamo di conoscere, invitando lo spettatore a rallèntarè lo sguardo è ad accèttarè l’incèrtèzza comè partè dèll’èspèriènza.
C’è un tempo e un luogo è quindi un racconto per immagini che parla di memoria, fragilità e trasformazione. Una mostra che invita a perdersi nei luoghi e nei loro segreti, ricordandoci che, come nella fotografia, anche nella realtà esistono spazi e momenti che sfuggono a ogni spiegazione. La mostra restituisce una visione coerente e stratificata del lavoro di Silvia Camporesi, confermandone il ruolo centrale nel panorama della fotografia contemporanea italiana: una ricerca capace di rivelare, attraverso i luoghi, ciò che resta nascosto, fragile e indicibile.
La mostra è promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. Accompagna la mostra un catalogo a cura di Cimorelli Editore.
Dal 29 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 – Centro della Fotografia Roma
Il Magazzino delle Idee di Trieste presenta, dal 14 febbraio al 7 giugno 2026, la mostra JAPAN. Corpi, memorie, visioni prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia e a cura di Filippo Maggia e Guido Comis.
La mostra di Trieste intende raccogliere attorno a tre temi – Memoria e Identità, Corpo e Corpi, Realtà e Visione – un nucleo di lavori di artisti giapponesi contemporanei che attraverso l’utilizzo delle immagini offrono una panoramica di grande respiro sull’attuale scena fotografica e video nipponica, dal dialogo con i maestri alle ricerche delle nuove generazioni impegnate a rileggere la storia recente del Giappone, interrogandosi sulle questioni di genere, sul quotidiano e usando talvolta il corpo come mezzo politico.
«Riconosciuta sin dagli anni Trenta del secolo scorso come una delle scuole fotografiche più importanti a livello internazionale, capace di affermarsi nei primi anni del terzo millennio con autori come Hiroshi Sugimoto, Nobusyoshi Araki, Daido Moriyama e altri ancora, la fotografia giapponese contemporanea – osserva il curatore Filippo Maggia – sembra oggi aprirsi a interpretazioni che corrispondono a un rinnovamento generazionale certamente più vicino a temi e istanze di derivazione occidentale». Se infatti la fotografia giapponese del Novecento è stata a lungo caratterizzata da un linguaggio fortemente identitario e autoreferenziale, si assiste oggi a un cambio di direzione significativo: molti artisti giovani e già affermati assumono come riferimento non solo la complessità del proprio Paese, ma anche i mutamenti globali, costruendo un dialogo serrato con temi di matrice occidentale, quali le questioni di genere, la memoria collettiva, le relazioni sociali, l’ambiente e la percezione dell’immagine. Memoria e Identità Gli sguardi di Noriko Hayashi e Tomoko Yoneda rileggono periodi e avvenimenti cruciali della storia giapponese recente attraverso un approccio insieme documentaristico e partecipato. Susumu Shimonishi, con una ripresa zenitale e un’immagine in movimento che diventa misura del tempo, riflette sulla continuità e sulle fratture del passato. La vita quotidiana della penisola di Okunoto – ancora oggi sospesa tra tradizione e marginalità – è al centro delle opere di Naoki Ishikawa, allievo di Moriyama. Le celebrazioni e i riti che definiscono il tessuto culturale del Paese emergono nelle fotografie di Keijiro Kai, mentre i video di Miyagi Futoshi indagano la memoria personale e la costruzione dell’identità di genere, attraverso un racconto intimo di ricordi e relazioni. Corpo e Corpi Una seconda sezione è dedicata al corpo. Corpo come spazio sociale, come luogo politico, come materia viva che risponde ai mutamenti del contemporaneo. Aya Momose lavora sulla distanza – e talvolta sull’incomprensione – fra codici visivi orientali e occidentali. Yurie Nagashima restituisce la delicatezza del quotidiano familiare, mentre Ryoko Suzuki affronta in modo diretto i temi della violenza e della pressione sociale sulla donna. Le fotografie di Sakiko Nomura, per anni assistente di Araki, raccontano attraverso i nudi maschili una timidezza esistenziale che sembra filtrata dal ritmo dispersivo di Tokyo, immensa e impersonale.
Realtà e Visione Nella sezione Realtà e Visione, il dialogo fra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo attraversa le opere di Hiroshi Sugimoto, maestro nel rendere il tempo materia tangibile. Le sue immagini essenziali e meditative si confrontano con le scenografie luminose di Tokihiro Sato, costruite con interventi tecnici che trasformano la fotografia in spazio narrativo. Le grandi visioni di Risaku Suzuki emergono dalla foresta come quadri sospesi, mentre Daisuke Yokota dissolve contorni e riferimenti in immagini evanescenti. Nel lavoro di Rinko Kawauchi il reale diventa un palcoscenico emotivo, dove sono le sensazioni, più che i soggetti, a emergere. Yoko Asakai invita infine lo spettatore a “varcare lo schermo”, trasformando il flusso di immagini video in un’esperienza che sembra germogliare dentro lo sguardo.
Gli artisti in mostra: Asakai Yoko, Hayashi Noriko, Ishikawa Naoki, Kai Keijiro, Kawauchi Rinko, Momose Aya, Nagashima Yurie, Nomura Sakiko, Shimonishi Susumu, Sato Tokihiro, Sugimoto Hiroshi, Suzuki Risaku, Suzuki Ryoko, Tomoko Yoneda, Miyagi Futoshi, Yokota Daisuke.
Dal 13 Febbraio 2026 al 7 Giugno 2026 – Magazzino delle Idee – Trieste
Una straordinaria avventura visiva approda nel cuore dell’Umbria, nello splendido borgo di Montefalco, con uno sguardo unico e potente. Dopo oltre 10 anni dalla prima esposizione “Sensational Umbria”, il celebre fotografo americano Steve McCurry torna in Umbria con il suo racconto dedicato a questa terra straordinaria.
Dal 4 dicembre 2025 al 3 maggio 2026 il Complesso museale San Francesco di Montefalco (Pg) ospita la mostra “Steve McCurry – Umbria”, curata da Biba Giacchetti. A Montefalco McCurry, maestro della fotografia mondiale, porta alcuni degli scatti più iconici del suo archivio personale e alcune immagini inedite, esposte per la prima volta al pubblico. Sessanta fotografie permetteranno di ammirare l’Umbria vista con gli occhi di uno dei fotografi più amati al mondo. Uno storytelling di luoghi, persone, storie, feste, colori,eventi, paesaggi e comunità che trasmette tutto il calore e le emozioni provate da McCurry durante il suo viaggio.
La mostra è promossa da Comune di Montefalco e Regione Umbria con il patrocinio di Regione Umbria, Provincia di Perugia, Anci e Unione dei Comuni Terre dell’Olio e del Sagrantino, in collaborazione con Orion57. Partner sono Camera di Commercio dell’Umbria, Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, Fondazione Perugia, Consorzio Tutela Vini Montefalco e La Strada del Sagrantino. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo.
Spiega Steve McCurry:“Sentivo che fosse giunto il momento di tornare con una mostra in un luogo che mi aveva dato così tanto. Gli anni trascorsi lavorando a Sensational Umbria sono stati pieni di calore, curiosità e scoperte inattese. Tornare a Montefalco con immagini note e con una serie di inediti è stato come chiudere un cerchio o, forse, aprirne uno nuovo. C’era ancora molto da dire sullo spirito di questa regione e volevo condividerlo”.
L’esposizione narra il viaggio che McCurry ha compiuto in diverse occasioni e del fascino che l’Umbria e la gente di questi luoghi hanno esercitato su di lui. Una terra dai colori vivi e un popolo intrisi di suggestioni ed echi di un passato millenario, fatto di solidi e forti valori che ne costituiscono l’identità. Da Montefalco a Gubbio, passando per Foligno, Bevagna, Assisi, Perugia, Orvieto, Spoleto, Trevi, il lago Trasimeno e tanti luoghi inaspettati, oltre ai grandi eventi come Umbria Jazz, la Quintana di Foligno, la Festa dei Ceri, le Gaite di Bevagna e il Festival dei Due Mondi. Gente comune, artisti e celebrità che si uniscono in un mosaico chiamato Umbria. Perché la mostra di McCurry non è una semplice antologia: è un racconto libero, affettuoso, intimo. Una sorprendente galleria di immagini dinamiche e vere.
Spiega la curatrice Biba Giacchetti: “L’Umbria è una terra che non si attraversa: si vive. In questi anni ho accompagnato Steve McCurry in un viaggio profondo tra borghi, feste, botteghe, musei e paesaggi che custodiscono un patrimonio umano e artistico unico. L’Umbria lo ha accolto con una gentilezza discreta e autentica, rivelandosi in tutta la sua spiritualità, nelle sue tradizioni e nella forza silenziosa delle persone che la abitano. Per Montefalco, ho riletto con Steve l’intero corpus del lavoro, riscoprendo fotografie inedite, come quella usata per comunicare la mostra, che, accanto alle immagini più note, aggiungono nuove sfumature al racconto. Ne nasce una selezione costruita appositamente per questa mostra: non una semplice raccolta, ma un percorso intimo e libero che restituisce la magia di una regione capace di sorprendere a ogni ritorno. Questa mostra è il mio omaggio a quell’incontro: un invito a ritrovare, nelle fotografie di Steve, l’essenza più profonda dell’Umbria e l’inizio di un viaggio che desideriamo continuare insieme”.
La mostra al Complesso museale di Montefalco è arricchita da un video esplicativo sulle esperienze vissute da Steve McCurry durante il suo viaggio in Umbria. Il visitatore potrà così rivivere quei momenti e scoprire come nascono i suoi scatti iconici. Grazie alla sua capacità narrativa, ogni fotografia di McCurry diventa una finestra sui luoghi e sulla vitadei soggetti raffigurati, ed è capace di trasmettere storie antiche, segreti condivisi e vita autentica. Quel senso di magia che l’Umbria sa creare senza sforzo.
Dal 3 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Complesso museale San Francesco – Montefalco (Perugia)
Sarà dedicata alla collezione di Valerio De Paolis la mostra Lanterne magiche, ospitata al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese dal 14 febbraio al 6 settembre 2026.
L’esposizione, a cura di Alessandra Mauro, Roberto Koch con Suleima Autore, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è organizzata da Cinema con la collaborazione di Contrasto. Il catalogo è edito da Contrasto. Servizi museali: Zètema Progetto Cultura.
La mostra Lanterne magiche propone una serie di itinerari visivi all’interno della collezione De Paolis, mettendo in dialogo sguardi, spazi e contesti differenti, protagonisti e luoghi emblematici della contemporaneità. L’esposizione presenta per la prima volta al pubblico una selezione di capolavori della fotografia internazionale, offrendo un’occasione inedita per esplorare la ricchezza e la profondità della collezione.
Considerata uno dei primi dispositivi di narrazione per immagini, antesignana tanto della fotografia quanto del cinema, la lanterna magica permetteva di proiettare su uno schermo, da una scatola chiusa contenente la luce di una candela, vedute esotiche, monumenti, ritratti e sequenze figurative, dando vita a veri e propri racconti visivi. Queste proiezioni, statiche o animate, hanno a lungo affascinato gli spettatori e continuano ancora oggi a evocare mondi lontani, a sorprendere e a risvegliare emozioni e memorie. Come tante proiezioni di lanterna magica, le fotografie della collezione De Paolis danno vita a uno spettacolo di immagini unico ed emozionante. Valerio De Paolis ha costruito il proprio percorso umano e professionale all’insegna delle immagini: il cinema ha rappresentato il fulcro della sua attività per molti anni, declinata in ruoli diversi, dal direttore di produzione al produttore, fino al distributore di film. Parallelamente, De Paolis ha sviluppato nel tempo un intenso interesse anche per altre passioni “di immagini”, collezionando nel tempo opere d’arte, pittura, scultura e, appunto, fotografia. Accanto al linguaggio cinematografico, la fotografia ha assunto per lui un ruolo centrale come spazio di memoria, confronto e riconoscimento visivo: immagini scelte per affinità formali, per echi di visioni precedenti o per la capacità di evocare esperienze e sguardi sedimentati lungo il suo percorso professionale.
La mostra si articola in tre nuclei tematici. La prima sezione, Un’idea di donna, mette a confronto le interpretazioni del corpo femminile attraverso le visioni di fotografe e fotografi, dando vita a un dialogo che attraversa i temi della seduzione, dell’identità e dello sguardo. La seconda sezione, Un’idea di spazio, è dedicata alla rappresentazione dello spazio — prevalentemente urbano — indagato e analizzato da alcuni dei maggiori protagonisti della fotografia, con un’attenzione particolare all’opera di Luigi Ghirri, presente con un ampio gruppo di lavori. Chiude il percorso la terza sezione, Lo spazio dell’arte, dove le ricerche dei grandi autori delle avanguardie si intrecciano in un confronto tra protagonisti e installazioni.
L’esposizione riunisce oltre cento fotografie di formati differenti, firmate da alcuni tra i più importanti protagonisti della scena internazionale, tra cui Nobuyoshi Araki, Lillian Bassman, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Luca Campigotto, Henri Cartier-Bresson, Elisabetta Catalano, Tracy Emin, Luigi Ghirri, Ren Hang, Candida Höfer, Dennis Hopper, Mimmo Jodice, Abbas Kiarostami, Saul Leiter, Flaminia Lizzani, Vera Lutter, Dora Maar, Man Ray, Domingo Milella, Tina Modotti, Abelardo Morell, Youssef Nabil, Shirin Neshat, Gianluca Pollini, Herb Ritts, Thomas Ruff, Mario Schifano, Cindy Sherman, Paolo Ventura, Edward Weston e Francesca Woodman.
La mostra Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis sarà accompagnata da un ciclo di proiezioni curato nell’ambito della collaborazione tra la Casa del Cinema e la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
Dal 14 Febbraio 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese – Roma
THE NATURE OF HOPE. Tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato
Jane Goodall. Courtesy of Vital Impacts
Cremona si prepara a ospitare un viaggio visivo straordinario che intreccia scienza, etica e il potere dello sguardo femminile. Protagonisti gli scatti iconici di Michael Nichols e la visione di Ami Vitale, in una mostra che è molto più di un’esposizione: è un manifesto per il Pianeta.
Cosa significa avere speranza oggi? Non è un sentimento astratto, ma una forza concreta, un motore di cambiamento. È questa l’essenza di “The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato“, la nuova esposizione ospitata nella splendida cornice del Museo Diocesano di Cremona. Il progetto, nato in seno al Festival della Fotografia Etica e già presentato con grande successo a Lodi nel 2024, approda a Cremona in una veste rinnovata. Si tratta di un’occasione unica per riflettere sul nostro legame con il mondo naturale attraverso gli occhi di chi ha dedicato la vita a raccontarlo.
Una vita per il Pianeta: l’eredità di Jane Goodall Al centro della mostra c’è lei, Jane Goodall. Figura leggendaria della ricerca scientifica, la Goodall ha rivoluzionato il nostro modo di intendere il rapporto tra uomo e animali, dimostrando che il confine tra noi e gli scimpanzé è molto più sottile di quanto pensassimo. Ma la mostra non celebra solo la scienziata: celebra la donna, la visionaria e l’attivista che ha mostrato a intere generazioni di donne come la propria voce possa realmente cambiare il corso della storia.
Il percorso espositivo: tra icone e nuove prospettive Il cuore pulsante dell’esposizione è rappresentato dal lavoro di Michael “Nick” Nichols, leggenda del National Geographic e tra i più influenti fotografi naturalisti al mondo. Nichols ha seguito Jane Goodall per decenni, documentando non solo le sue scoperte nel Gombe Stream National Park, ma anche i momenti di profonda intimità e connessione spirituale con gli scimpanzé. I suoi scatti sono diventati simboli universali di conservazione ambientale, capaci di catturare l’anima della foresta e di chi la abita.
“The Nature of Hope” è anche un palcoscenico per lo sguardo femminile. Accanto a Nichols, spicca la partecipazione di Ami Vitale, fotografa pluripremiata e fondatrice di Vital Impacts e fresca vincitrice del prestigioso riconoscimento Explorers at Large del National Geographic. Vitale è celebre per aver documentato storie di incredibile resilienza, come il ritorno in natura degli ultimi rinoceronti bianchi settentrionali o il lavoro delle comunità locali in Africa per la protezione degli elefanti. Il suo approccio non si ferma alla denuncia, ma cerca sempre la bellezza e la speranza, trasformando la fotografia in uno strumento di empatia universale. La partecipazione di numerose fotografe donne non è casuale: è una dichiarazione d’intenti che mira a riconoscere il contributo fondamentale del genere femminile nella fotografia naturalistica e nella conservazione ambientale. Il risultato è una trama corale che racconta la fragilità e, allo stesso tempo, l’incredibile forza della nostra “Madre Terra”.
Dal 7 Marzo 2026 al 17 Maggio 2026 – Museo Diocesano – Cremona