Una vita da romanzo: Eadweard Muybridge, l’uomo che ha fermato il tempo.

Il libro che vi propongo oggi è The Man Who Stopped Time: The Illuminating Story of Eadweard Muybridge

L’autore,  Brian Clegg combina ingredienti di scienze e scoperte alla biografia del fotografo per creare una storia frenetica e sorprendente, basata su fatti assolutamente reali.

Le fotografie di Eadweard Muybridge sono conosciute da tutti, meno familiare invece è la drammatica storia personale di questo fotografo vittoriano,  meravigliosamente eccentrico, riportato in vita per la prima volta in questa biografia avvincente e assolutamente divertente.

Il suo lavoro è iconico: uomini, donne, pugili, lottatori, cavalli da corsa, elefanti e cammelli congelati nel tempo, catturati nell’atto di muoversi, combattere, galoppare, vivere. La maggior parte di noi ha visto le fotografie in stop-motion di Muybridge, tutti abbiamo visto il frutto della sua straordinaria innovazione tecnologica: il cinema e la televisione di oggi.

La vita personale di  Muybridge inoltre, possiede tutti gli ingredienti di un classico best-seller di saggistica: un uomo appassionato  che vive un tradimento terribile, scioccante… sullo sfondo San Francisco e il Far West. Tra progressi , scoperte scientifiche e artistiche che si susseguono con entusiasmo si inserisce un  grande dramma, un omicidio in una notte buia e tempestosa che il fotografo compie per gelosia o per proteggere il suo onore…

Fotografare il movimento, la prima proiezione cinematografica al mondo.


Qualche anno prima dell’introduzione del collodio secco, il mondo è rimasto sconvolto vedendo le fotografie dei cavalli, scattate da Eadweard Muybridge, in California.

Photographer Eadweard Muybridge’s Study of a Horse at Full Gallop in Collotype Print

Per scattare queste fotografie, Muybridge ha usato una serie di 12-24 fotocamere disposte una dietro l’altra. Gli otturatori delle telecamere venivano attivati dalla rottura dei fili attaccati alla macchina, da lato a lato di una strada, provocata dal cavallo al suo passaggio. Attraverso questa tecnica, Muybridge ha realizzato una serie di fotografie delle fasi di camminata, di trotto e di galoppo del cavallo. Quando le immagini sono state pubblicate a livello internazionale, attraverso la stampa anche scientifica, si è dimostrato che la posizione delle zampe del cavallo in corsa, differiva da quella disegnata e dipinta nelle tradizionali rappresentazioni. Per dimostrare l’attendibilità delle fotografie, Muybridge le proiettò su uno schermo, una dopo l’altra, con un proiettore per diapositive che lui stesso aveva costruito; il risultato è stato la prima presentazione cinematografica al mondo. Questo memorabile evento ebbe luogo presso la San Francisco Art Association, nel 1880.

Detail from Eadweard Muybridge, Animal Locomotion: an Electro-Photographic Investigation of Connective Phases of Animal Movements, 1887.


Muybridge continuò i suoi studi sul movimento per circa 20 anni. Con le nuove lastre alla gelatina, riuscì a migliorare notevolmente la tecnica e, nel 1884–85, su invito dell’Università della Pennsylvania, realizzò 781 fotografie sin sequenza, di molti tipi di animali, nonché uomini e donne impegnati in un’ampia gamma di attività. Fu aiutato, in questo progetto, dal pittore Thomas Eakins.

Eadweard Muybridge – Pouring Bucket of Water Overhead (1887)

L’analisi fotografica del movimento fatta da Muybridge ha coinciso temporalmente con gli studi del fisiologo francese Étienne-Jules Marey che stava studiando la tecnica della cronofotografia.

Étienne-Jules Marey – Camminando (1883)

Mentre Muybridge utilizzava una serie di fotocamere per registrare immagini dettagliate e separate delle fasi del movimento, Marey ne utilizzava solo una, registrando un’intera sequenza di movimenti su una singola lastra. Sia il suo lavoro che quello di Muybridge hanno contribuito notevolmente nel campo dello studio del movimento e della nascita del cinema.

Ciao Sara.

Mostre per agosto

Ciao,

prima di goderci tutti quanti le meritate ferie, vi lascio qualche consiglio per le mostre da vedere in agosto. Sono davvero tante e bellissime!

Non dimenticate di dare un’occhiata alla pagina delle mostre sempre aggiornata.

Buone vacanze!

Anna Continua a leggere

Mostre di fotografia consigliate per gennaio…accorrete! :)

Ciao a tutti,

spero che abbiate passato un sereno Natale e non vi siate impigriti troppo con le gambe sotto il tavolo, perchè a gennaio ci sono ancora un sacco di mostre da vedere!  😉

Buon inizio d’anno!

Anna

Blow your mind – Boogie

BOOGIE IS READY TO BLOW YOUR MIND!

In “It’s all good” ha documentato alcuni dei più famosi sobborghi della zona di Brooklyn a New York, tra cui Bushwick, Bedford, Stuyvesant, e Queensbridge. Boogie coglie l’intimità della vita di strada, raccontandola attraverso una presa diretta della realtà dei sobborghi newyorchesi, zone in cui sono radicate la violenza, il crimine e la povertà. Con l’intensità delle sue immagini in bianco e nero, Boogie costringe lo spettatore a entrare in contatto con una realtà oscura come quella che racconta. E’ un pugno nello stomaco, un faccia a faccia con la violenza e con la povertà, ma in qualche caso anche con la speranza e con un futuro che fatica a emergere tra le brutture e le difficoltà del quotidiano.
Il fotografo serbo di street culture Boogie, ha dato ultimamente alle stampe A Wah Do Dem, la sua sesta monografia, la prima a colori: ha scelto la Giamaica, e la capitale Kingston, per raccontare attraverso i suoi scatti la follia e l’umanità di una città difficile, dove la violenza e il crimine sono all’ordine del giorno nella vita dei suoi abitanti, lontano anni luce dalle spiagge bianche e dalle serate passate dai turisti cullati dalla musica reggae. E’ una ricerca intorno al lato oscuro dell’esistenza umana, iniziato negli anni ’90, quando Boogie cominciò a documentare con le sue fotografie le rivolte e gli scontri durante la guerra civile che ha distrutto la Serbia.
A Wah Do Dem (che suona più o meno “Cosa c’è che non va”) è un viaggio difficile, ma non meno affascinante, in un universo caotico, dove sembra più facile giocare con una pistola che con un pallone. “Stavo aspettando in un vicolo, in fondo alla strada, in uno dei quartieri più loschi di Kingston. Era buio pesto, e sentivo come se fossi lì ad aspettare da un’eternità. Ad un certo punto, è apparso dal buio un ragazzo che indossava una maschera raccapricciante da film dell’orrore e aveva con sé un M-16”, scrive Boogie nella sua introduzione. “Anche se ero stato portato lì da un amico di un amico, ero molto nervoso, non si sa mai quando le cose possono finire male. Dopo una breve presentazione, ho iniziato a scattare foto al ragazzo, rullino dopo rullino, non riuscivo a smettere. Era l’ultima notte del mio primo viaggio a Kingston, in Giamaica, e in quel momento ho capito che sarei dovuto tornare molto presto”.
Violenza e criminalità emergono prepotentemente dalle pagine opportunamente non patinate, attraverso una pistola in primo piano puntata contro chissà cosa, l’interno cencioso e lurido di una baracca, un manifesto mortuario strappato con la foto di un giovane, il filo spinato o la squallida simulazione di un atto sessuale sul cofano di una macchina. Ma anche dagli occhi tristi di due bimbi costretti a inventarsi un gioco con 4 tappi di bottiglia e un cartone di succo di frutta e da un caso agonizzante sul bordo della strada. Coltelli e armi, tante armi, rubano la scena agli uomini. Boogie porta chi guarda dentro la scena, nella scena: è al fianco dei poliziotti che perlustrano le strade, di fronte a quei giovani contro un muro che non hanno più voglia di credere, nei vicoli deserti che sono terra di nessuno. Nessun romanticismo, ma cruda realtà che il fotografo riesce a immortalare anche conquistando la fiducia di chi vive ai margini.

Dal 1 dicembre 2016 al 1 aprile 2017 – Napoli – Magazzini Fotografici

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Robert Doisneau – Icones

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Dal 17 dicembre 2016 al 1° maggio 2017 il  Forte di Bard dedica una mostra ad uno dei più grandi fotografi del Novecento: Robert Doisneau.

Robert Doisneau. Icônes, a cura dell’Atelier Robert Doisneau di Parigi e dell’Associazione Forte di Bard, presenta una nuova selezione di fotografie realizzate dal grande artista francese nel corso della sua straordinaria carriera. Fil rouge del percorso la iconicità delle immagini, quelle che maggiormente hanno saputo conquistare l’immaginario collettivo e il grande pubblico, a partire dal celebre bacio del 1950, Le baiser de l’Hôtel de ville.

Doisneau viene definito per i suoi ritratti e la sua straordinaria capacità di raccontare la realtà nella sua quotidianità, un esponente della “fotografia umanista”. E’ lui, meglio di ogni altro, ad aver immortalato i miti e le icone della Parigi del ‘900, cogliendone appieno il loro fascino. Attraversando la Ville Lumière dalle rive della Senna alle periferie, regala un monumentale affresco di Parigi e dei parigini, immortalando gli aspetti più curiosi e le contraddizioni della società francese. I soggetti che lo hanno reso celebre sono i bambini e gli innamorati. In mostra anche i ritratti di personalità quali Picasso, Giacometti, Prévert.
Insieme ad Henry Cartier-Bresson è  considerato uno dei padri fondatori del fotogiornalismo di strada. Al centro della sua fotografia c’è l’uomo con le sue emozioni, spesso colte nei momenti surreali che si presentano nella vita di tutti i giorni.

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Copacabana Palace –  Peter Bauza

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Le persone che vivono qui lo hanno ribattezzato con il nome di un meraviglioso resort di lusso adagiato su una delle spiagge più famose di Rio de Janeiro: Copacabana Palace. Eppure, in questo posto, nulla rimanda alla benché minima idea di ricchezza. Manca tutto per definirlo anche soltanto vivibile. Eppure, questo posto è l’emblema di tutto quello che si può incontrare in Brasile, dai suoi lati radiosi a quelli più bui.

Questa è la storia di una serie di persone che cerca di rimanere in equilibrio sul sottile confine fra sopravvivere e precipitare. E’ la storia delle loro sofferenze tanto quanto le loro gioie, della loro forza così come la loro debolezza. Dei sorrisi, dei pianti, dei fallimenti, dei successi. E’ la storia di chi, ogni giorno, cerca di sopravvivere e superare una situazione ostile. Loro rappresentano l’icona degli innumerevoli problemi sociali che attraversano il nuovo Brasile (quello bello e vanitoso delle Olimpiadi, dei Mondiali di calcio, dei giochi Panamericani). Sono la polvere da nascondere sotto il tappeto, un problema che va tenuto abbastanza lontano da poterlo, semplicemente, ignorare.

Questa è la storia di Jambalaya (dal nome di un famoso show televisivo), un quartiere di “sem tetos” che oltre 10 anni fa occuparono una serie di condomini costruiti per la nascente classe media nell’area di Campo Grande, a circa 60 km dalla capitale carioca dalla società OAS. Come spesso succede in questo paese, una serie di difficoltà sopraggiunte (non ultima la corruzione) impedirono di completare l’opera edilizia. Niente di più facile, dunque, che queste cattedrali nel deserto diventassero facile preda di senza tetto, delinquenti, trafficanti. A qualcuno la casa fu assegnata nell’ambito di un programma di assistenza sociale, ma non potè mai prenderne possesso a causa delle gang occupanti. Oggi sono quasi trecento le famiglie che risiedono nelle varie palazzine. Inesistenza delle infrastrutture di base, violenza, droga, prostituzione: non manca nulla a Copacabana Palace. Così come non manca la leggerezza tipica dei brasiliani, il loro feroce attaccamento alla vita, la ricerca della felicità, la convinzione che tutto, sempre, possa cambiare in meglio.

Mentre il Brasile sperpera miliardi in infrastrutture che attraggano attenzione internazionale, prestigio e turisti, milioni di persone restano per strada, o – come se la cosa costituisse un sollievo – nelle favelas. Le tanto sbandierate politiche anti povertà si sono rivelate, nella migliore delle ipotesi, inefficaci; più spesso rivolte a beneficio di altri soggetti. Ma questa è la storia che il mondo non deve sapere.

Officine Fotografiche – Milano
Dal 15 dicembre 2016 al 17 febbraio 2017

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Fuori era estate  – Luigi Cecconi

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testo di Paola Paleari
curato da Annalisa D’Angelo

Nel mondo reale, nella società postmoderna, evoluta, liberale, che ha abbattuto tante barriere in favore dell’autonomia di scelta e di espressione individuale, esistono delle aree controverse, delle zone d’ombra in cui la chiarezza del pensiero logico, sano, colto e civile non è ancora in grado di fare piena luce. Sono zone dolorose da attraversare, perché il rischio di ritrovarsi soli e uscirne confusi è molto alto. Sono argomenti insidiosi da avvicinare, in quanto, una volta lasciato alle spalle il vociare di chi si accalca sentenziando all’ingresso, vi regna un gran silenzio.

Le conseguenze psicologiche dell’interruzione di gravidanza sono una di queste aree politicamente e moralmente controverse. Ogniqualvolta un individuo è soggetto a un’esperienza traumatica senza che gli sia data l’opportunità di processarla liberamente, le ripercussioni sul piano emotivo sono inevitabili. L’aborto è senza dubbio un’esperienza traumatica, ma è anche un diritto, conquistato con fatica. E ogni diritto, una volta riconosciuto collettivamente come tale, comporta dei doveri e delle responsabilità – non solo da parte del soggetto interessato, ma dell’intera comunità. Ci vuole certamente coraggio per assumersi una qualsivoglia responsabilità.

Anche nel mondo privilegiato e protetto dell’arte esistono dei terreni scivolosi in cui l’artista diffida ad addentrarsi, ma per la ragione opposta, ossia perché sono stati tanto battuti e coltivati da risultare ormai quasi consunti.
Prendiamo, per esempio, il campo dei sogni. Fonte di ispirazione umana fin dai tempi delle antiche civiltà, luogo di verità e predizione, il sogno è stato un grande protagonista del Ventesimo secolo, simbolo e strumento di rivoluzioni sociali e movimenti artistici. Nel corso dei decenni, termini quali surrealismo, inconscio e psicoanalisi hanno esondato gli argini della conoscenza specializzata per diffondersi e venire condivisi nella pratica comune. La ricerca di un orizzonte nuovo e sfaccettato e la sovversione della banalità che l’universo onirico aveva contribuito a formulare sono state riassorbite nel pensiero ordinario e il sogno è diventato uno stereotipo. Ci vuole coraggio anche per intraprendere un dialogo attraverso uno stereotipo.

Che coraggio, è la prima cosa che ho pensato quando Luigi mi ha mostrato il suo lavoro, un anno fa. Si presentava ancora in una fase semi-embrionale, non era definito e raffinato come lo vediamo oggi in galleria, ma i presupposti per far tremare i polsi erano già tutti presenti. Un progetto sugli effetti emotivi dell’interruzione di gravidanza, raccontati tramite una trasposizione fotografica delle immagini oniriche descritte da donne che hanno vissuto l’esperienza in prima persona. Un progetto sull’aborto, o meglio sugli aspetti dell’aborto da cui ci sentiamo esenti, ossia il post-chirurgico, il dopo immateriale. Un progetto sul sogno, con il suo carico di cliché a copertura della sua meno romantica, ma ancora attuale, valenza sociale e collettiva. Non solo! Un progetto fotografico sui sogni causati dall’aborto. Nemmeno l´ancora dell’astrazione a parziale salvaguardia delle implicazioni di un obiettivo tanto rischioso. Ma questo progetto mi chiamava, mi aspettava da troppo tempo, Luigi mi ha confidato.

Che coraggio, già, per decidere di dare ascolto a un tale pensiero e voce a un tale argomento. Ma una volta intrapresa questa scelta, quale altra soluzione avrebbe potuto attuare Luigi, se non la fotografia? Semplicemente, e molto onestamente, è questo ciò che Luigi sa fare. Raccontare per immagini. Tradurre in fotografie descrittive, rappresentative, e allo stesso tempo simboliche, ciò che ha con molta pazienza raccolto e ascoltato. E poi agire sulla sostanza, nel senso più fisico del termine. Lavorare sulla materia, sul foglio, sulla struttura. Applicare tecniche passate, sperimentare soluzioni nuove, ideare, realizzare, scartare, ricominciare, ancora e ancora.
Un cammino lungo e faticoso, di cui ho seguito gli alti e i bassi, le soddisfazioni e la frustrazioni. Non sono convinta che a inizio percorso Luigi fosse pienamente consapevole delle incombenze di cui avrebbe dovuto farsi carico, ma gli sono grata per aver avuto il coraggio di non mollare a metà strada.

Il sogno è fenomeno stranissimo ed un mistero inspiegabile, ma ancor più inspiegabile è il mistero e l’aspetto che la mente nostra conferisce a certi oggetti, a certi aspetti della vita (1). E´ una dichiarazione un po´ datata ma credo contenga molto dello spirito di ‘Fuori era estate’.
Un lavoro che affronta i concetti su cui fondiamo le nostre certezze alla luce di una conoscenza vissuta, invece che al riparo astratto di costruzioni morali, etiche, estetiche, o più generalmente teoriche. Le stampe pazientemente ottenute tramite processi tradizionali, così come i supporti in cui le parole delle donne emergono dal fondo dell’indifferenza, ci invitano a dissolvere lo stato d’ignoranza attorno a cui articoliamo le convinzioni su cosa sia la vita e sul suo significato. E allo stesso tempo, con molta delicatezza, ci mantengono liberi di spaziare, di immaginare, di poter godere, nonostante tutto, del dato visivo.

Percorrendo le esperienze raccontate, tanto private quanto universali, ci ritroviamo infine a prendere consapevolezza che tutti noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni (2). Davvero questo può farci paura? Suona come una frase da scatola di cioccolatini, e invece è una verità asciutta, una responsabilità chiara e inequivocabile. Che richiede – ancora una volta, ma non solo a Luigi questa volta – coraggio e umiltà.

(1) Massimo Carrà, “Metafisica”, Mazzotta, 1968
(2) William Shakespeare, “La tempesta”, atto IV, scena I

17.12 – 14.01.2017 – Fonderia 20.9 –  Verona

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Nobuyoshi Araki – Araki Amore

La Galleria Carla Sozzani presenta a Milano una mostra di Nobuyoshi Araki uno dei più grandi e controversi fotografi giapponesi contemporanei. Una selezione di più di ottanta opere, in gran parte inedite e realizzate negli ultimi due anni, dall’emblematico titolo “Araki Amore”, a cura di Filippo Maggia.

 Nobuyoshi Araki è un artista generoso, infaticabile esploratore delle umane passioni e fine ritrattista, capace di mettersi in profonda relazione con il soggetto. In mostra i temi classici della sua fotografia – i nudi, il ritratto, le composizioni floreali, la caotica eppure ordinata città metropolitana – riletti e rielaborati col recupero dei negativi realizzati nei decenni passati.

 La figura femminile appare nei suoi lavori più recenti meno ostentata e come evocata: nelle figure di danza della ballerina Kaori e nell’utilizzo di bambole e pupazzi che da sempre popolano il mondo onirico del fotografo, come fossero ricordi, o memorie o appunti lasciati sul diario sentimentale di una vita spesa a celebrare la bellezza e la caducità di ciò che è destinato a sfiorire.

Galleria Sozzani Milano dal 18 novembre 2016 al 12 febbraio 2017

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Joakim Eskildsen – Roma Journeys

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Ten years after Joakim Eskildsen completed his work on The Roma Journeys and after touring more than 30 venues, Gallery Taik Persons has the pleasure to present the project for the first time at its Berlin gallery.

Between 2000 and 2006 Joakim Eskildsen and writer Cia Rinne undertook journeys in seven different countries with a view to gaining an insight into the life of the Roma and the conditions they face. They visited Roma communities in Hungary, Greece, Romania, France, Russia, and Finland as well as possibly related groups in India, spending considerable lengths of time among the people whom they wanted to learn about and, where  possible, they lived with them for a while, allowing them to build close connections to the families.

The project culminated in the award-winning book The Roma Journeys, to which Günter Grass contributed the foreword, comprising a series of almost 250 photographs by Eskildsen accompanied by Rinne’s essays introducing the visited Roma as well as a sound collage from each journey. It gives a rare insight to the life, history, and situation of the largest European minority.

In his photographic body of work, Eskildsen does not depict the Roma from a voyeuristic point of view but rather from the inside, allowing the viewer to be a close observer of their intimate moments and everyday lives. “We have been frequently asked what had triggered our interest in the Roma, but we were unable to provide a definitive, let alone exhaustive answer. What is certain is that, once we had started, it seemed impossible not to continue with the project. The more we found out about the Roma and got to know them, the more our interest in and liking for them grew,” Rinne and Eskildsen state.

The exhibition at Gallery Taik Persons presents the project in a different way from the touring exhibition: It gives an intimate insight not only into the photographs and the Roma communities but also in the way the book came about. Besides a number of early drafts of the book, showing the traces of several journeys, the exhibition features sets of nine photographs from each Roma community accompanied by two separate wall installations, one of which depicts the most emblematic work from the series in an impressive large-scale reproduction.

Throughout their history, the Roma have been subjected to persecution, expulsion, slavery, prohibitions on the use of the Romany language and other creative attempts to assimilate, misuse or extinguish their peoples. In Europe, attitudes towards them remain at least suspicious, and many still face direct discrimination. The Roma Journeys is not only a project of political force but also a greatly poetic and intimate insight into a rarely seen world.

Gallery Taik Persons – Berlino – fino al 14 gennaio 2017

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The Psychic Lens: Surrealism And The camera

Atlas Gallery, London, presents a new exhibition exploring photographers who responded to Surrealism over the past five decades. The Psychic Lens: Surrealism and the Camera features famous vintage images such as Man Ray, Andre Kertesz and Florence Henri, alongside works from rarely exhibited figures such as Franz Roh, Raoul Hausmann and Vaclav Zykmund.

Surrealism was an avant-garde movement with its roots in 1920s, influencing artists and writers to experiment with ways of exploring and releasing the subconscious imagination. Andre Breton is credited with giving the movement momentum in Paris in 1924: time saw the influence of Surrealism spread across the globe, as shown in the inclusion of Toshiko Okanoue’s collages from the 1950s.

The exhibition explores the two broad types of Surrealism, the first consisting of dream-like imagery, seen in the works of Roger Parry and Cesar Domela, and the second automatism, a process in which conscious thought is removed from the artistic expression to unleash the unconscious, as show in some of Man Ray’s work. Central ideas and themes in Surrealism, such as solarisation, still life and nudes informed the discourses of photography for many years.

Also featured in the exhibition are photographers who documented the figures associated with Surrealism, including Herbet List’s portrait of Jean Cocteua, and Steven Schapiro’s depict of Rene Magritte.

Atlas Gallery – London  from 24 November to 28 January

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Robert Mapplethorpe

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2 novembre 2016 – 11 febbraio 2017 – Galleria Franco Noero – Torino

Robert Mapplethorpe è considerato uno dei più importanti e influenti fotografi del ventesimo secolo. La mostra ripercorre le varie fasi della sua carriera, cominciata negli anni settanta e terminata con la sua morte, nel 1989. Esposti ci sono i ritratti che ha scattato a personaggi come Patti Smith e Andy Warhol, le nature morte e i primi piani sui fiori, fino ai nudi maschili e femminili che mostrano come Mapplethorpe fosse stato influenzato dalla visione dell’arte classica del corpo umano e dalla bellezza delle sue forme.

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Muybridge Recall Acireale

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Dopo il successo della “prima” alla Galleria Gruppo Credito Valtellinese di Milano, la grande mostra italiana su Eadweard Muybridge (1830 – 1904), il fotografo che “inventò” il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo e anticipando la nascita del cinema, giunge alla Galleria Credito Siciliano ad Acireale, dal 2 dicembre 2016 al 19 febbraio 2017. A Milano la mostra ha conquistato un amplissimo spazio sui media, appassionando il mondo della fotografia. Infatti non era mai stata realizzata finora un’esposizione di tale portata su Muybridge, uno dei protagonisti della storia della fotografia. Il successo è dato anche dall’originale taglio performativo che i curatori Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio hanno voluto imprimere all’esposizione, di cui molte persone appassionate di questo ambito (ma anche di storia della tecnica e del costume) potranno godere grazie alla riproduzione completa presso la Galleria Credito Siciliano.

Muybridge, inglese emigrato negli States, ebbe il primo approccio professionale con la fotografia documentando la potente bellezza del Parco Nazionale di Yosemite. Poi la curiosità di un uomo d’affari lo spinse a verificare l’ipotesi se, nel galoppo, tutte e quattro le zampe del cavallo risultassero contemporaneamente alzate rispetto al suolo, come le aveva dipinte, per esempio, l’artista francese Théodore Géricault nel dipinto Il Derby a Epsom (1821).

Utilizzando 24 fotocamere collegate ad altrettanti fili lungo il percorso, Muybridge ottenne una sequenza di immagini che documentavano con assoluta precisione il movimento dei cavalli, confermando che per alcuni istanti effettivamente nel galoppo l’intero loro corpo risulta sollevato dal suolo, ma indicando anche che l’estensione delle zampe risultava del tutto diversa da quella immaginata dagli artisti. Paul Valéry riconobbe come “le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo”.

Queste immagini divennero celebri: molti artisti, e tra loro Degas, capirono l’importanza della fotografia come fonte di documentazione oltre la capacità visiva. Divenne comune trasporre dalle foto non solo il movimento invisibile all’occhio umano ma anche altri aspetti della realtà, giungendo a dipingere direttamente sull’immagine fotografica. Dopo i cavalli, gli uccelli in volo e il movimento degli animali dello Zoo di Philadelphia, il soggetto diventò l’uomo. Divennero presto celebri i suoi nudi in movimento, fotografati su uno sfondo con una griglia disegnata, mentre correvano, salivano le scale o portavano secchi d’acqua. Con la collaborazione dell’Università di Pennsylvania,  Muybridge mise a punto lo Zoopraxiscopio, uno strumento simile allo Zoetropio, che consentiva di proiettare le immagini, rendendole così contemporaneamente visibili ad un piccolo pubblico. Come al cinema.

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Seven japanese rooms. Fotografia contemporanea dal Giappone

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L’esposizione, visitabile fino al 5 marzo 2017, presenta le opere di Tomoko Kikuchi, Toshiya Murakoshi, Koji Onaka, Chino Otsuka, Lieko Shiga, Risaku Suzuki, e Chikako Yamashiro, sette tra gli artisti più rappresentativi del panorama giapponese oggi più che mai eterogeneo per metodi espressivi, tematiche e media utilizzati.

Con questa nuova esposizione Fondazione Carispezia prosegue il percorso dedicato alla fotografia contemporanea, inaugurato nel 2015 con la prima mostra personale in Italia del fotografo armeno-siriano Hrair Sarkissian e pensato per valorizzare questo particolare aspetto del linguaggio artistico contemporaneo, anche quale strumento per la comprensione di alcune di quelle contraddizioni e complessità che caratterizzano oggi molteplici aspetti della società e della cultura contemporanee.

Come sottolinea il curatore nel testo introduttivo al catalogo edito da Skira, che accompagna l’esposizione “Seven Japanese Rooms” e raccoglie, oltre alle opere e agli artisti presenti, i lavori di altri sette fotografi della scena artistica giapponese contemporanea: “Osservata dall’esterno, la scena contemporanea giapponese appare nella sua complessità ricca, assai variegata, finanche seducente. La stessa impossibilità di definire una o più tendenze assume immediata valenza positiva, tali e tanti sono i campi d’indagine, tutti affrontati con pari intensità e quella originalità di cui molte volte difetta la fotografia occidentale. E’ questa un’altra peculiarità che rende unico il palcoscenico nipponico delle immagini: capace di distaccarsi dall’ingombrante eredità dei maestri facendo proprie istanze che nascono dai cambiamenti in atto nella società contemporanea, tradotte in opere nitide, a volte anche formalmente classiche eppure graffianti, crude, essenziali. Ci troviamo di fronte a una generazione di artisti che, per quanto proceda in ordine sparso e ancora a credito di adeguato sostegno, è ben consapevole dei propri mezzi e parimente abile a intercettare trasversalmente sensibilità condivisibili da tutti, in primis proprio dalla critica e dal pubblico occidentale che sembra da anni ormai come sedato da estetismi ridondanti”.

La ricerca di questi fotografi è caratterizzata da approcci differenti, ma accomunata dalla vicinanza a temi strettamente legati alla realtà, dove l’esperienza diretta – intesa come coinvolgimento dell’artista nel vissuto quotidiano – rappresenta l’elemento fondante e comune a opere fra loro tanto diverse.

Koji Onaka e Risaku Suzuki giocano, all’interno di questa selezione, il delicato ruolo di collegamento con la generazione di artisti precedente, nella quale spiccano i nomi di Yasumasa Morimura e Hiroshi Sugimoto. Koji Onaka cattura il paesaggio giapponese in immagini a colori raccolte nel corso dei suoi numerosi viaggi attraverso il Paese. Risaku Suzuki riflette, invece, sulla percezione dello sguardo verso soggetti semplici – la neve o i fiori di ciliegio, come nelle opere della serie Sakura presenti in mostra – che puntualmente ritornano nel suo lavoro incentrato sulla consapevolezza che nulla è eterno, ma che, allo stesso tempo, tutto può essere messo in relazione con una nuova vita.

Tomoko Kikuchi, Chino Otsuka e Lieko Shiga appartengono a quella schiera di artiste volitive e indipendenti capaci, nell’ultimo decennio, di intraprendere strade anche difficili pur di affermare la propria ricerca. Tomoko Kikuchi si è trasferita in Cina per indagare temi “scomodi” e tenuti celati all’opinione pubblica, come quello dei transgender. Chino Otsuka, che risiede da anni in Inghilterra, approfondisce nelle proprie opere il rapporto tra storia personale e memoria: nel suo lavoro più recente Memoryscapes, presente in mostra, l’artista ha ri-fotografato alcuni dettagli di vecchie fotografie ingrandendo l’immagine che frammentata e sfuocata, inizia a raccontare la propria storia. Ancora diversa è l’avventura intrapresa da Lieko Shiga che si è trasferita nello sperduto villaggio di Kitagama – nel nord-est del Giappone sull’Oceano Pacifico – dove ha lavorato per quattro anni come fotografa ufficiale della città, documentando le festività, le cerimonie e ogni attività del villaggio ma anche raccogliendo le narrazioni orali sulla storia dell’insediamento.

Chikako Yamashiro indaga la cultura e le tradizioni del luogo in cui è nata e vive, Okinawa, in un puzzle dove realtà e sogno s’intersecano e sovrappongono, come accade nel video Your voice came out through my throat – esposto a La Spezia – che muove dal racconto dell’esperienza della Battaglia di Okinawa narrato all’artista da alcuni anziani della sua città. La regione natale è il tema esplorato – seppure in maniera completamente differente – anche da Toshiya Murakoshi che dal 2006 lavora principalmente nella sua città di provenienza, Fukushima, realizzando fotografie in bianco e nero, serene e potenti, di paesaggi che sembrano ripercorrere i suoi ricordi. Le immagini della campagna attorno a Fukushima, apparentemente identica a tante altre zone presenti in Giappone, sono, però, inevitabilmente accompagnate dal legame sottinteso al sisma e al disastro nucleare: la fotografia diviene un modo per pensare ed elaborare il disastro e le immagini, silenziose ed evocative, le custodi della memoria.

Dal 17 dicembre 2016 al 5 marzo 2017 – Fondazione Carispezia – La Spezia

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Lucienne Bloch: dentro la vita di Frida Kahlo

ONO Arte Contemporanea presenta “Lucienne Bloch: dentro la vita di Frida Kahlo”, una mostra fotografica che racconta non solo l’amicizia tra le due donne, ma anche e soprattutto la vita di Frida Kahlo, da un punto di vista intimo e privilegiato. “Io ti odio”. Sono state queste le prime parole che Frida Kahlo rivolge a Lucienne Bloch durante il party al MOMA di New York nel 1931, organizzato in onore di Rivera che in quel periodo avrebbe dovuto affrescare sette pannelli per la sua personale nel museo newyorkese. Lucienne e Rivera erano stati fianco a fianco tutta la sera, avevano parlato per lo più della tecnica dell’affresco, che Lucienne amava e che aveva studiato nel suo viaggio in Italia ma anche nelle scuole d’arte che aveva frequentato. La sintonia era palese, ma quello che Frida ancora non sapeva era che Lucienne, a differenza delle altre donne che gravitavano intorno a quell’”ingombrante” marito, sarebbe diventata una delle sue amiche più fedeli e fidate, colei che le sarebbe stata a fianco quando avrebbe abortito, quando avrebbe perso la madre e quando avrebbe scoperto il tradimento di Diego con la sorella Cristina. E subito dopo quel primo incontro newyorkese con Rivera, ne diventa assistente: ne condivide ideali politici ma anche estetici. Entrambi sono alla ricerca di un’arte per il popolo, che sia comprensibile e quindi fruibile da tutti. Lucienne segue Diego durante l’esecuzione di tutti i suoi murales negli Stati Uniti, come quello del Rockfeller Center di New York, che poco prima che venisse distrutto per il contenuto politico, riesce a fotografare sfuggendo alle guardie che Frida si era premurata di distrarre, regalandoci le uniche immagini tutt’oggi esistenti di quei lavori. Lucienne Bloch, da sempre aveva nutrito una grande passione per l’arte, che il padre, il noto compositore Ernst, aveva da sempre appoggiato e incoraggiato. Dopo averla iscritta alle migliori scuole, le aveva inoltre regalato le sue due prime macchine fotografiche (una Brownie Box Camera prima e una Leica dopo), le stesse con le quali inizia ad immortalare una sempre più complice Frida.

L’amore, la politica e l’arte. Le foto di Lucienne raccontano tutto questo, in modo candido e ravvicinato: Frida sorridente alla mattina, Frida che bacia Diego, Frida che scherza di fronte all’obiettivo. Sono molti i punti che le legano: entrambe artiste, entrambe libere da ogni tipo di briglia sociale, entrambe forti e determinate. Lucienne Bloch, attraverso queste immagini, ci offre l’opportunità di cogliere la vera essenza della Kahlo, quella che solo un rapporto così intimo era in grado di far emergere. Le loro strade si divideranno solo nel 1938, quando Lucienne e Dimitroff (assistente di Rivera che la Bloch sposerà) si trasferiscono in Michigan e Frida torna in Messico, ma la carica di questo rapporto continuerà ad influenzare non solo la vita, ma soprattutto i lavori di queste due grandi artiste.

La mostra (15 dicembre 2016 – 26 febbraio 2017) è composta di 45 fotografie in diversi formati. Tutte le fotografie sono vintage print, stampate e firmate da Lucienne Bloch.

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Nuove mostre per maggio

 

EADWEARD MUYBRIDGE (1830 – 1904). Tra scienza e arte

Milano, Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Dal 19 maggio al 31 luglio 2016
Mostra a cura di Leo guerra e Cristina Quadrio Curzio

Per la prima volta in Italia  una mostra su Eadweard Muybridge.
Le sue fotografie influenzarono gli Impressionisti.
Finalmente un grande mostra italiana su Eadweard Muybridge (1830 – 1904), il fotografo che “inventò” il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo e anticipando la nascita del cinema.
A proporla a Milano dal 19 maggio al 31 luglio è la Galleria Gruppo Credito Valtellinese, con la curatela di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio.

Il primo approccio professionale con la fotografia, Muybridge, inglese emigrato negli States, lo ebbe documentando la potente bellezza del Parco Nazionale di Yosemite.

Poi la curiosità di un uomo d’affari lo spinse a verificare l’ipotesi se, nel galoppo, tutte e quattro le zampe del cavallo risultino contemporaneamente alzate rispetto al suolo, come le dipingeva Gericault e con lui i grandi artisti del momento.
Utilizzando 24 fotocamere collegate ad altrettanti fili lungo il percorso, Muybridge ottenne una sequenza di immagini che documentavano con assoluta precisione il movimento dei cavalli, confermando che per alcuni istanti effettivamente nel galoppo l’intero loro corpo risulta sollevato dal suolo, ma indicando anche che l’estensione delle zampe risultata affatto diversa da quella immaginata agli artisti.
Paul Valéry riconobbe che “Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo”.

Queste immagini divennero celebri. Molti artisti, e tra loro Degas, capirono l’importanza della fotografia come fonte di documentazione oltre la capacità visiva. Divenne comune trasporre dalle foto non solo il movimento invisibile all’occhio umano ma anche altri aspetti della realtà, giungendo ad dipingere direttamente sull’immagine fotografica.

Dopo i cavalli, gli uccelli in volo e il movimento degli animali dello Zoo di Philadelfia, il soggetto diventa l’uomo. Divennero presto celebri i suoi nudi in movimento, fotografati su uno sfondo con una griglia disegnata, mentre correvano, salivano le scale o portavano secchi d’acqua.

Con la collaborazione dell’Università di Pensylvania, Muybridge mette a punto lo Zoopraxiscopio, uno strumento simile allo Zoetropio, che consentiva di proiettare le immagini, rendendole così contemporaneamente visibili ad un piccolo pubblico. Come al cinema.

La mostra non si limita a presentare un focus sulla storica produzione di Muybridge. Verrà anche ricomposto, in chiave contemporanea, il set che egli usava per gli scatti in piano sequenza.
Che si animerà con una performance, durante la serata inaugurale, nella quale due o più personaggi e attori attraverseranno il ricostruito piano sequenza, generando degli scatti per un’attuale interpretazione “alla Muybridge”.
Del percorso di visita faranno parte anche “L’assassino nudo” e un “film stenopeico”, docu-films originali realizzati da Paolo Gioli.

Il catalogo propone un saggio a carattere storico del prof. Italo Zannier, un secondo che approfondisce lo sperimentalismo di Muybridge, a cura di Paolo Gioli, e un terzo di analisi della mostra a cura di Cristina Quadrio Curzio e Lo Guerra.

La mostra, a carattere educativo, è prodotta e organizzata da Fondazione Gruppo Credito Valtellinese

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XI comandamento: non dimenticare – Mustafa Sabbagh

ZAC ai cantieri culturali alla zisa, palermo _ dal 21.05 al 17.07.2016

Sarà il grande spazio di archeologia industriale ZAC ai Cantieri Culturali alla Zisa ad ospitare la prima mostra antologica di Mustafa Sabbagh, la cui inaugurazione è prevista per Sabato 21 Maggio 2016.

La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura della Città di Palermo, costella la nuova programmazione, avviata lo scorso anno, che ha presto portato all’attenzione nazionale ed internazionale lo spazio ZAC come «luogo di riferimento per il contemporaneo nel sud d’Europa e nel cuore del Mediterraneo », nelle parole dell’Assessore alla Cultura Andrea Cusumano; «un polo espositivo che sempre più va assumendo un potente connotato caratteriale, attraverso i grandi maestri dell’arte contemporanea ».

Una stagione di mostre inaugurata con la personale di Mauro d’Agati curata da Gerhard Steidl, seguita dalla suggestiva antologica dedicata a Regina José Galindo, per proseguire con le grandi retrospettive di Hermann Nitsch e di Letizia Battaglia. Programmazione che si arricchirà di altri importanti progetti nell’anno in corso, e che precede l’avvenimento-clou che farà di Palermo capitale dell’arte contemporanea nel 2018, con la celeberrima biennale d’arte internazionale Manifesta 12.

L’invito rivolto a Mustafa Sabbagh conferma, da parte dell’Amministrazione, il forte e coerente impegno a costruire una programmazione culturale attenta ai diritti della persona ed alle grandi sfide dell’inizio di questo millennio, riportando in prima linea imperiture domande dell’umanità attraverso i grandi nomi dell’arte contemporanea internazionale.

«La città di Palermo accoglie Mustafa Sabbagh a ZAC, riconoscendo in lui un comune codice genetico: », afferma il Sindaco Leoluca Orlando: «quello di un funambolo che, non dimenticando il rischio della caduta, vuole imparare a volare – e farlo attraverso il linguaggio a lui più congeniale, l’arte. Oggi più che mai abbiamo bisogno di ricollegare le nostre radici alle ali. Tenere ferma la consapevolezza della nostra storia, delle nostre tradizioni e della nostra cultura, pur coltivando l’ambizione a volare attraverso l’accoglienza ed il coraggio di scegliere la propria identità, atto supremo di libertà ».

2000 mq di un ex hangar industriale dell’inizio del Novecento all’interno del quale saranno esposte oltre 75 opere fotografiche tra le più famose di Sabbagh, 10 opere video e tre nuove video-installazioni site-specific, oltre all’installazione fotografica acquisita dalla collezione permanente di arte contemporanea del MAXXI – Museo delle Arti del XXI secolo (Roma), che verrà presentata in anteprima assoluta, come molte delle opere inedite che l’artista ha scelto di battezzare a Palermo.

Nell’idea dell’artista, che firma anche la curatela della mostra, ZAC sarà concepito come un contenitore della schizofrenia contemporanea, un grande armadio che vive del suo disordine e della psicosi di chi lo possiede; metafora di un’umanità disorientata, schizofrenica nell’occultamento delle sue paure, che vengono qui catalogate da Sabbagh. Un’umanità dimentica della sua stessa umanità, dell’urgenza di integrazione – individuale e sociale – a partire da Palermo, cui Mustafa Sabbagh richiede un dovere sociale come un comandamento laico: non dimenticare.

Non dimenticare  in Onore al Nero, serie fotografica che lo ha reso celebre nel mondo, riflessione personale e sfida sociale a partire dal lato oscuro individuale, che sovverte le convenzioni attraverso la multidimensionalità di uno #000, e richiama la storia dell’arte reinterpretandola.

Non dimenticare in Candido, progetto inedito, assoluzione laica concessa da chi sa condividere le colpe attraverso gli occhi incontaminati – e le mani insanguinate – di un bambino, come in Das Unheimliche, di freudiana memoria, in cui viene insanguinata l’aspettativa adulta rispetto al c.d. “diverso”.

Non dimenticare in Chat Room, lettera d’amore/sinfonia del dolore tra un povero Cristo e un povero Diavolo, e in Dark Room, riscoperta dell’innocenza attraverso un atto voyeuristico.

Non dimenticare in anthro_pop_gonia, videoinstallazione anch’essa inedita in Italia, filo d’Arianna dalla storia della mitologia greca alla storia del vizio contemporaneo.

Non dimenticare in Made in Italy© – Handle with care, schiaffo cinico a domande urlate, non sussurrate, come dovrebbero essere quelle foriere di rivoluzione. Che cos’è davvero un corpo estraneo, in una società infetta dall’ottusità? Inutile cercare di dimenticarlo, davanti alla serialità di un delitto perpetrato dall’uomo verso l’uomo, nel mare nero dell’installazione – concepita appositamente dall’artista per Palermo – 09.2015: 3944.

Così come per Palermo, e per rimarcarne l’anima profondamente intrisa di arte e contaminazione, è concepita la collaborazione con le prestigiose gallerie FPAC Francesco Pantaleone Arte Contemporanea e Rizzuto Gallery, realtà palermitane internazionalmente apprezzate per la loro riconoscibilissima ricerca – differente nella semantica artistica, comune nella qualità propositiva. All’interno di esse saranno esposte – come sinapsi connettivali da scoprire nell’articolato sistema nervoso della città – due opere inedite dell’artista, pensate in relazione alle specificità dello spazio espositivo che le accoglie. Una triangolazione per non dimenticare  che ‘diversità’ è un altro modo di definire la ricchezza.

«Uno schizofrenico non dimentica; uno schizofrenico accumula » scrive Sabbagh, «come in un disturbo da personalità multipla, come in uno zapping impazzito ». Nell’idea di questo nuovo allestimento, le opere d’arte di Mustafa Sabbagh si ribellano alla prevedibilità di un ordine filologico, per irrompere in contraddizioni necessarie.

Qua trovate un approfondimento su Mustafa Sabbagh.

The Mind’s Eye  HENRI CARTIER-BRESSON

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A cura di Simona Perchiazzi

PAN Palazzo delle Arti di Napoli
28 aprile 2016| 28 luglio 2016

La mostra è proposta e finanziata dall’associazione ACM Arte e Cultura in collaborazione con: Fondation Henri Cartier-Bresson Magnum Photos, promossa dal Comune di Napoli e sostenuta dal Pastificio dei Campi

Il genio della composizione, la sorprendente intuizione visiva, la capacità di catturare momenti fugaci e significativi fanno di Henri Cartier- Bresson, 1908_2004, uno dei più grandi fotografi del Ventesimo secolo.

La sua ricerca lo ha spinto in ogni luogo del mondo, lui è stato testimone dei momenti più significativi della storia, Cartier-Bresson ha fuso la poesia alla potenza della testimonianza generando una nuova grammatica visiva.
Ha attraversato: surrealismo, Guerra Fredda, Guerra Civile Spagnola, seconda Guerra Mondiale con uno sguardo lucido attento e mai retorico.
Dal 1926 al 1935, Cartier-Bresson frequenta i surrealisti, compie i primi passi nella fotografia e intraprende i suoi primi viaggi; dal 1936 al 1946, si assume un grande impegno politico lavorando per la stampa comunista e affrontando grandi esperienze nel cinema. Dal 1947 al 1970, apre la prestigiosa agenzia Magnum Photos allontanandosi dal fotoreportage.

Al PAN una mostra delle sue opere fotografiche, una selezione dell’immenso corpus di immagini che Cartier-Bresson ci ha lasciato: l’esposizione coprirà l’intero percorso professionale del grande fotografo.
Saranno esposte 54 opere fotografiche tra le più importanti icone del grande maestro.
Questa un’occasione imperdibile per ammirare alcuni tra i capolavori più toccanti e realistici del famoso fotografo francese, considerato un pioniere del foto-giornalismo.

Il PAN è in via dei Mille 60 a Napoli, è aperto tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 19.30 – la domenica dalle ore 9.30 alle 14.30. Il martedì le sale espositive sono chiuse

ALLA SCOPERTA DEL GIAPPONE. Felice Beato e la scuola fotografica di Yokohama 1860-1910

Milano, Fondazione Luciana Matalon, Foro Buonaparte 67
27 aprile – 30 giugno 2016

La mostra presenta una documentazione fotografica, delle prime immagini scattate in Giappone, tra cui spicca il lavoro di uno dei maggiori fotografi dell’Ottocento: l’italiano Felice Beato.

Questo prezioso materiale, proveniente dalle collezioni del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze, contribuisce ad esemplificare l’interesse e il fascino esercitato dal mondo orientale alla fine dell’Ottocento nella cultura europea.

L’esposizione raccoglie 110 fotografie originali d’epoca (vintage-prints) colorate a mano con prodotti all’anilina, che ne caratterizzano inconfondibilmente la provenienza dall’atelier di Beato, oltre a tre preziosi album-souvenir con copertine originali, in lacca, madreperla e avorio, che testimoniano la moda orientalista largamente diffusa nell’Europa del XIX secolo.

L’iniziativa, curata da Emanuela Sesti, responsabile scientifica della Fratelli Alinari Fondazione, è organizzata e prodotta da Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia e Fondazione Luciana Matalon, con il patrocinio della Regione Lombardia, del Comune di Milano, dell’Ambasciata del Giappone, del Consolato Generale del Giappone, della Camera di Commercio e Industria Giapponese in Italia e fa parte del programma ufficiale delle celebrazioni del 150° anniversario della firma del Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone.

Felice Beato, di origini veneziane naturalizzato inglese, nato nel 1832 e morto a Firenze nel 1909, nei suoi primi anni di attività lavora insieme al fratello Antonio e al fotografo inglese James Robertson a Costantinopoli durante gli anni della guerra di Crimea, della quale riportano alcune straordinarie immagini di documentazione. Nel 1857, sempre accompagnato dal fratello e da Robertson, inizia il suo viaggio verso Oriente, raggiungendo l’India e nel 1860 la Cina.

Nel 1863 arriva da solo in Giappone, dove rimane per oltre 15 anni e fonda la sua attività fotografica insieme al pittore Charles Wirgman, specializzato nella caratteristica coloritura delle stampe fotografiche di Beato. La mancanza di colore nelle fotografie ottocentesche era avvertita come un limite e la policromia di queste stampe, unite alla loro raffinatezza e esoticità, hanno contribuito al grande successo commerciale con cui furono accolte, tanto che Beato e Wirgman crearono una vera e propria scuola a Yokohama, alla quale collaborarono molti artisti locali.

Tale scuola proseguì la produzione delle fotografie ‘alla maniera di Beato’, anche molti anni dopo la partenza del fotografo italiano, creando uno stile e una moda che perdurò fino ai primi del Novecento.

Per la colorazione di una buona fotografia occorreva quasi mezza giornata. I tempi erano così lunghi che vennero assunti sempre più artisti in un solo atelier, istituendo così una catena di montaggio che aveva una gerarchia produttiva ben precisa e che seguiva anche le inclinazioni e il grado di abilità di ciascun colorista.

La Yokohama Shashin, ovvero la fotografia in stile Yokohama, acquisì notevole importanza grazie al turismo.

 I viaggiatori compravano,  come souvenir, gli album con una cinquantina di immagini circa, affascinati dal Giappone e dalle sue più antiche tradizioni di vita sociale e di costume, ma anche dalle atmosfere e dagli irripetibili paesaggi ricchi di fascino e spiritualità, cercando fotografie che confermassero l’immagine esotica che avevano del Giappone, in antitesi alla cultura del mondo occidentale.

Attraverso le fotografie del XIX secolo realizzate in Giappone, si possono leggere i costumi, i paesaggi, la vita quotidiana giapponese: le geishe, i samurai, i lottatori, i monaci buddisti, i piccoli artigiani, i paesani, ma anche i paesaggi, i fiori e le scene di strada. Ogni immagine è una finestra aperta sul mondo orientale, su un lontano e sconosciuto Giappone che grazie alla fotografia si offriva alla curiosità del pubblico europeo del secolo scorso.

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World Press Photo 2016

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Il Premio World PressPhoto è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo. Ogni anno, da 59 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.

Per questa edizione le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo sono state 82.951 immagini, inviate da 5.775 fotografi di 128 nazionalità.

La giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, ha premiato 42 fotografi provenienti da 21 paesi: Australia, Austria, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Iran, Italia, Giappone, Messico, Portogallo, Russia, Slovenia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Svizzera, Siria, Turchia e Stati Uniti.

La foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, è del fotografo australiano Warren Richardson, realizzata a Roske, in Ungheria, al confine con la Serbia, il 28 agosto del 2015. L’immagine, che si intitola Hope for new life, mostra un uomo che fa passare un bimbo attraverso il filo spinato ed è stata scelta per illustrare la situazione drammatica dei migranti che nel 2015 si è imposta sull’attualità.

Richardson è un fotografo freelance, attualmente vive a Budapest, in Ungheria. Ha spiegato così come ha scattato la foto: “Ero accampato con i rifugiati da cinque giorni sul confine. Un gruppo di circa 200 persone è arrivato, posizionandosi sotto gli alberi lungo la linea di recinzione. Prima sono passate le donne e i bambini, poi i padri e gli uomini anziani. Devo essere stato con questo gruppo per circa cinque ore, giocando al gatto e il topo con la polizia per tutta la notte. Non ho utilizzato il flash perchè altrimenti la polizia avrebbe potuto vedere quelle persone. Ho scattato la foto grazie alla luce del chiaro di luna”.

Francis Kohn, presidente della giuria, e caporedattore di fotografia dell’agenzia di Afp ha così commentato l’immagine vincitrice: “Quandoall’inizio abbiamo guardato questa foto abbiamo subito capito che era un’immagine importante. Il suo potere stava nella sua semplicità, in particolare nel simbolismo del filo spinato. Rappresentava quasi tutto quello che si può esprimere visivamente rispetto a ciò che sta accadendo con i rifugiati. Penso che sia una foto classica, ma senza tempo”.

La mostra World Press Photo non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale, le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra, sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

La World Press Photo Foundation, nata nel 1955, è un’istituzione internazionale indipendente per il fotogiornalismo senza fini di lucro. Il World Press Photo gode del sostegno della Lotteria olandese dei Codici postali ed è sponsorizzato in tutto il mondo da Canon e Lottery.

Il 10bphotography, partner della fondazione World Press Photo, è un centro polifunzionale interamente dedicato alla fotografia professionale. Si propone di mettere a disposizione del territorio l’esperienza e le relazioni costruite nel tempo, con l’obiettivo di portare a Roma il più grande e più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale.

Internazionale, Media Partner della mostra, è un settimanale italiano d’informazione fondato nel 1993 che pubblica i migliori articoli dei giornali di tutto il mondo.

I Global Shapers, Media Partner della mostra, sono una community nata nel 2012 per iniziativa del World Economic Forum, per mettere in comunicazione a livello mondiale una generazione di giovani talenti e renderla protagonista nei processi di cambiamento della società

Museo di Roma in Trastevere dal 29 aprile al 29 maggio 2016

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Punto d’ombra – fotografie di Teju Cole

Teju Cole

A cura di Alessandra Mauro

27 aprile – 19 giugno 2016 – Galleria Forma Meravigli

Punto d’ombra presenta il nuovo lavoro di Teju Cole: 65 immagini e parole che, come le pagine di un diario visivo, seguono e testimoniano i suoi diversi viaggi e peregrinazioni nel mondo.

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Martin Karplus fotografo: il colore degli anni ’50

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Il Grattacielo Pirelli ospita la prima mostra personale in Italia di Martin Karplus fotografo (Vienna, 1930), personalità di spicco nel panorama scientifico internazionale e vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 2013. Il progetto, presentato presso la sede di Regione Lombardia da Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo – Made4Art, consiste nella mostra Martin Karplus fotografo: il colore degli anni ‘50, a cura di Sylvie Aubenas della Bibliothèque nationale de France, insieme a un concorso fotografico dedicato a giovani studenti lombardi. Il progetto è realizzato in collaborazione con Regione Lombardia e Università degli Studi di Milano.

In esposizione oltre sessanta opere in prestito dalla Bibliothèque nationale de France rappresentative della produzione artistica di Martin Karplus e delle tematiche da lui affrontate: immagini a colori dell’Europa, delle Americhe e dell’Asia degli anni ‘50 e ‘60 che mostrano le avventure della sua vita, le emozioni e i luoghi da lui visitati. Immagini della natura incontaminata del Brasile e del Perù, dove affiorano le rovine di antiche civiltà o imponenti architetture moderne, volti e persone di popolazioni balcaniche ritratte nella loro quotidianità, lo stretto legame con l’acqua che caratterizza la vita dei pescatori di Hong Kong, fino ai prorompenti e accesi colori della frutta e delle spezie che riempiono i mercati cinesi e indiani. Questi sono alcuni dei soggetti ritratti dall’obiettivo di Martin Karplus dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, in un viaggio che tocca culture, usi e costumi diversi, Paesi vicini e lontani nel tempo e nello spazio, in un fondersi di vita personale e universale, di quella delle persone e dei luoghi che ha incontrato sul proprio cammino.

Il corpus principale della produzione fotografica di Karplus è rappresentato dagli scatti realizzati tra gli anni ’50 e ’60 con oltre 4.000 diapositive che sono rimaste inedite per quarant’anni mentre lo scienziato continuava a dedicarsi alla sua attività di ricerca. Nel corso del 2000 una selezione di queste diapositive è stata scansionata, rivelando immagini che conservano intatti i colori originari. Il lavoro di Karplus, che vede il passaggio dall’analogico al digitale, dalla sua Leica IIIC alla nuova Canon EOS 20D, riesce a conciliare la bellezza estetica tipica dell’opera d’arte con la carica emozionale del reportage,

con tutte le sue valenze storiche, sociali e culturali. La mostra diventa un importante documento di oltre cinquant’anni di vita che Martin Karplus, conosciuto principalmente in ambito scientifico, vuole trasmettere alle generazioni future: una visione di quel mondo in cui ha vissuto, oggi in gran parte non più esistente.

A completare il progetto una sezione dedicata al Concorso fotografico Luoghi e colori di Lombardia indetto dall’Università Statale di Milano, che presenta il tema del viaggio e del colore attraverso la fotografia di alcuni studenti dell’Ateneo. Il Comitato di selezione, presieduto da Martin Karplus e composto dai Curatori del progetto, da Silvia Gaffurini (artista fotografa), Roberto Mutti (critico fotografico) e Giorgio Zanchetti (Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali, Università degli Studi di Milano) ha selezionato le opere che meglio hanno saputo rappresentare il tema proposto, con l’obiettivo di attrarre i giovani al mondo dell’arte e della fotografia. L’invito proposto agli studenti era quello di cimentarsi con la vitalità e l’energia cromatica tipica delle fotografie di Karplus degli anni ’50 e ’60.

Martin Karplus nasce a Vienna nel 1930. Si trasferisce coi genitori e il fratello negli Stati Uniti nel 1938. Dopo gli studi ad Harvard, consegue il dottorato di ricerca in Chimica presso il California Institute of Technology nel 1953. Trascorre due anni ad Oxford per tornare negli Stati Uniti come professore all’Università dell’Illinois prima e alla Columbia University dopo. Nel 1966 diventa professore di Chimica all’Università di Harvard, dove conduce tuttora la sua attività di ricerca. Nel 1996 diventa professore anche alla Università Louis Pasteur di Strasburgo, continuando la sua attività sia negli Stati Uniti che in Francia. È membro della National Academy of Sciences, l’American Academy of Arts & Sciences e membro straniero dell’Accademia Olandese delle Arti e delle Scienze e della Royal Society di Londra. Nel 2013 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Chimica.

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Il mondo di Steve McCurry

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Steve McCurry è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, punto di riferimento per un larghissimo pubblico, soprattutto di giovani, che nelle sue fotografie riconoscono un modo di guardare il nostro tempo e, in un certo senso, “si riconoscono”.

In ogni scatto di Steve McCurry è racchiuso un complesso universo di esperienze e di emozioni e molte delle sue immagini, a partire dal ritratto di Sharbat Gula, sono diventate delle vere e proprie icone, conosciute in tutto il mondo.

La nuova rassegna allestita nella grandiosa Citroniera delle Scuderie Juvarriane nella Reggia di Venaria, è la più ampia e completa tra le mostre che Civita e SudEst57 hanno dedicato fin dal 2009 al grande fotografo americano, registrando nelle varie città oltre 700.000 visitatori.

 La mostra comprende oltre 250 tra le fotografie più famose, scattate nel corso della sua trentennale carriera, ma anche alcuni dei suoi lavori più recenti e altre foto non ancora pubblicate nei suoi numerosi libri.

Il percorso espositivo, curato da Biba Giacchetti e “messo in scena” nella Citroniera da Peter Bottazzi, propone un lungo viaggio nel mondo di McCurry, dall’Afganistan all’India, dal Sudest asiatico all’Africa, da Cuba agli Stati Uniti, dal Brasile all’Italia, attraverso il suo vasto e affascinante repertorio di immagini.

A cura di Biba Giacchetti, allestimento di Peter Bottazzi

In collaborazione con Civita, con il sostegno di SudEst57 e Lavazza

DOVE
Citroniera delle Scuderie Juvarriane

QUANDO
Dal 1° aprile al 25 settembre 2016

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Betania – Valerio Bispuri

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Il 28 maggio 2016, alle ore 19:00, si inaugura la mostra “Betania” con le fotografie di Valerio Bispuri, a cura di Valeria Fornarelli, presso Église, un nuovo centro di cultura artistica, in via dei Credenzieri a Palermo. La mostra è prodotta da Perugia Social Photo Fest e Église, organizzata da Église ed è all’interno del programma del PalermoPride2016.

«Ho sempre creduto che la fotografia abbia il valore di svelare, oltre che di raccontare; di portare alla luce le profondità di un gesto, l’intensità di momenti che sfuggono allo sguardo».

È con questo in mente che il fotografo narra la storia di Betania, una donna lesbica di trentacinque anni che ha vissuto di fronte al suo obiettivo molti momenti rilevanti della sua vita privata a Buenos Aires e il rapporto con la sua attuale, amata compagna Virginia; sullo sfondo, l’Argentina, il primo paese del Sud America a legalizzare nel 2010 le unioni omosessuali.

Ritraendo Betania, Bispuri ritrae gli aspetti più profondi dell’intimità lesbica, dei sentimenti, del sesso, della vita, e ne esplora il linguaggio peculiare di atteggiamenti, gesti, aspirazioni all’autonomia e al riconoscimento; eppure di questo linguaggio mostra al contempo il carattere universale, che travalica il genere e l’orientamento sessuale per riaffermarne l’appartenenza all’erotismo generale degli umani.

Il progetto è stato esposto, per la prima volta nel marzo del 2016, presso il Museo Civico di Palazzo della Penna in occasione del Perugia Social Photo Fest, il cui fine è quello di dimostrare, attraverso la fotografia sociale e terapeutica, che la “diversità sociale sia una ricchezza che frutta maggiormente se condivisa”.

28 Maggio – 18 giugno – Église in via dei Credenzieri, Palermo

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Luigi Vegini, In…Viaggio

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PALAZZO PIROLA
Luigi Vegini, In…Viaggio
a cura di Roberto Mutti
30 aprile/15 maggio

Luigi Vegini affronta il viaggio come momento di attesa e sospensione: le persone che fotografa su treni, traghetti o banchine vengono isolate dalla meta, dalla descrizione, dalla destinazione o da qualsivoglia contesto: diventano persone presenti nel ‘qui e ora’, sospesi in un’aspettativa che esiste solo nel passaggio. I viaggiatori di Vegini sono sfuggenti apparizioni in bianco e nero che prendono forma nel silenzio dell’immaginario emotivo del fotografo. Altre info qua

Protocolli e derive veneziane – Antoni Muntadas

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La Real Academia de España en Roma è lieta di presentare PROTOCOLLI E DERIVE VENEZIANI, nuova mostra di Antoni Muntadas che avrà luogo nella città di Roma, il prossimo giovedì 14 aprile.

 Il progetto, presentato per la prima volta nel 2013 in concomitanza con la 55. Esposizione Internazionale d’Arte, La Biennale di Venezia, e successivamente all’interno della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, è il risultato finale di una ricerca sulla città lagunare, che ha dato origine ad alcuni lavori realizzati in loco negli ultimi anni. La particolare configurazione di questa città storica la rende un interessante oggetto di studio e riflessione, di cui l’artista può godere in prima persona come osservatore esterno, avendovi trascorso per lavoro tre mesi all’anno dal 2004 ad oggi.

 L’esposizione è composta dalla serie di fotografie Protocolli Veneziani, che riportano particolari architettonici di Venezia, evidenziando le peculiarità dell’abitare lontano dalla terraferma. È così che tubi, aperture, tombini, finestre chiuse, sembrano possedere una logica propria e raccontano la città attraverso le tracce di un’antica attività edilizia.

Presentato e proiettato quest’estate all’interno della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il film Dérive Veneziane racconta un lato inesplorato di Venezia, sconosciuto ai più, misterioso e al contempo affascinante, caratterizzato da una quasi totale mancanza di individui, che al contrario durante il giorno affollano le calli in maniera spropositata.

 Antoni Muntadas è nato a Barcellona nel 1942. Dal 1971 vive a New York. È stato uno dei primi artisti concettuali e media artist.

Artista multidisciplinare, che spazia dalla fotografia al video, dalle installazioni agli interventi urbani, è particolarmente noto per i suoi progetti che prevedono un uso artistico dei media e new media, in funzione sociale e politica, così come la relazione fra lo spazio pubblico e privato all’interno della struttura sociale.

Nei suoi quarant’anni di carriera ha realizzato e prodotto numerosi lavori delle serie definite “Media Landscape” (1977), “Media Architecture installations” (1980 e 1990), “The File Room” – progetto il cui obiettivo è la messa in discussione dell’idea di censura culturale – (1994). Oggetti di lavoro sono state anche le serie “On Translation” (1995) e “Asian Protocols”, tutt’ora in corso.

Le sue opere sono state esposte nei più importanti e rinomati musei e gallerie: The Museum of Modern Art a New York, Berkeley Art Museum, C.A., Musée d’art contemporain de Montréal, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía a Madrid, Museo de Arte Moderno a Buenos Aires, e molti altri ancora.

Ha inoltre partecipato a diverse esposizioni internazionali, tra le quali Documenta VI e X a Kassel, le Biennali di Venezia del 1972, 1976 e 2005, Whitney Biennal of American Art, San Paolo e Lione, Taipei, Gwangju e L’Aavana. Oltre ad aver lavorato come docente, e aver diretto seminari in istituzioni accademiche europee e statunitensi, tra cui École des Beaux-Arts di Paris, la USP a San Paolo in Brasile, è stato ricercatore dal 1977 presso Center for Advanced Visual Studies al MIT, e successivamente professore alla Scuola di Architettura nello stesso MIT di Cambridge dal 1990 al 2014. In Italia collabora con la Galleria Michela Rizzo dal 2010 e insegna alla Facoltà IUAV di Venezia.

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Dana de Luca | L’ineffabile gemito

untitled, 2015

untitled, 2015

In concomitanza con l’apertura di MILANO PHOTOFESTIVAL e di MIA PHOTO FAIR, lo Studio Masiero propone per la prima volta una personale di fotografia, estendendo la proposta artistica anche a questo ambito delle arti visive.

Verranno esposte una serie di fotografie di diverse dimensioni realizzate tra il 2014 e il 2015 con tirature da 3 a 5 copie. Le opere presentate sono il risultato di un atto performativo che utilizza carta fotosensibile e agenti chimici e poiché le immagini, come spiega l’autrice stessa, “non sono immagini di qualcosa”, la sperimentazione che ne deriva, annullando il mezzo fotografico, raggiunge un‘immagine aniconica con una tecnica originale che può essere avvicinata al chimigramma.

È questo il caso in cui “l’assenza del dispositivo fotografico – come scrive Giovanna Gammarota – mette in discussione il fare fotografia come la conosciamo nella sua forma più comune. Qui l’immagine è assenza di forma. Il che impone un confronto sul senso.”

A rafforzare la tensione verso questa ricerca di senso, accanto alle opere, viene presentata anche una installazione, prodotto di un processo performativo. L’artista dopo aver distrutto con il fuoco i propri diari e sue vecchie fotografie, ne espone i resti combusti, individuati, manipolati e suddivisi i quali, catturando l’osservatore, impongono un’ulteriore riflessione sulle dinamiche del tempo.

La complessa operazione artistica di Dana de Luca viene attraversata dalla suggestione della lettura del Libro XI delle Confessioni di Sant’Agostino e dall’elaborazione del significato di tempo, di forma e di desiderio.

“Ciò che […] cogliamo nelle immagini di Dana de Luca è […] l’assenza di modello che rende il desiderio più autentico e sofferto e che conduce all’incapacità di registrare con le parole o con immagini consuete, quello che accade nell’atto tensivo che rivolgiamo all’ignoto che ci attrae.”(G.G.)

 Dana de Luca è fotografa autodidatta con una formazione artistica nel teatro di ricerca. Ha vissuto a Madrid per molti anni lavorando come fotografa freelance. Rientrata in Italia ha intrapreso una ricerca in campo filosofico e artistico inclusiva del soggettivo e del concettuale. Nel 2013 con una campagna di crowdfunding ha pubblicato il libro fotografico “La petite mort”, esposto durante il Photo Festival di Arles (Book Award Exhibition 2013), al SiFest-Savignano Immagini Festival e a LuganoPhotodays, nel 2013. Nel 2014 ha esposto alla Galleria Nobili di Milano e al Guernsey PhotoFestival, Guernsey. Il suo lavoro è stato pubblicato in numerose riviste internazionali fra cui Gatopardo Magazine (Messico), Vive Magazine (Australia), L’Oeil de la Photographie (Francia), Hyperallergic and Saint-Lucy (USA) e in Italia su Panorama e sulla storica rivista Il Verri.

Anna