Nasce una nuova rivista di fotografia! Fotografia e/è Cultura

E’ stata presentata a Milano una nuova rivista di fotografia.

Il direttore sarà il fotografo pugliese, Pio Tarantini! La rivista è semestrale e si occuperà di fotografia…ma non solo.

Bellissime novità! Son contenta!

Nel video intervista a: Giovanni Gastel, Presidente Afip International e a Pio Tarantini, Direttore Fc – Fotografia e/è Cultura.

Ciao

Sara

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La stupidità fotografica.

Di Annalisa Melas

Si presenta così, e così lo continuerete a immaginare fino alla fine del libro di cui vi parlerò.

Ando Gilardi

Ma prima una premessa è dovuta e riguarda il termine “stupidità”: il termine che deriva dal latino “stupere”  aveva  in origine due accezione diverse: indicava infatti sia la persona che, improvvisamente stupita da qualcosa, si trovava in una condizione passiva indotta  da stupore, ma anche  una persona che esprimeva persistente lentezza e carenza nel comprendere.

Il significato della parola ha poi subito numerose deformazioni nel corso della storia, fino a diventare ai giorni nostri quasi sinonimo di idiozia.

Lascio a voi il decidere a quale delle accezioni si rifaccia l’autore.

Ma veniamo al libro, si tratta de “La stupidità fotografica” di Ando Gilardi edito da Johan & Levi editore, curato da Patrizia Piccini

Dell’autore e fotografo trovate i riferimenti all’interno del sito (https://saramunari.blog/2015/01/29/musa-consiglia-meglio-ladro-che-fotografo-di-ando-gilardi/), pertanto passo direttamente a parlarvi del contenuto, che nulla ha a che vedere con l’aspetto fisico dell’oggetto, infatti un libro che all’apparenza si presenta  innocuo, piccolo e leggero con la sua rassicurante copertina azzurra e il titolo elegantemente scritto in alto sulla destra con sobri caratteri neri, si dimostrerà acuto e sfrontato.

Già dopo le prime righe si farà largo in voi il dubbio circa il contenuto del libro e l’impressione iniziale, legata all’estetica  apparentemente leggera, verrà schiaffeggiata da una sfacciata insolenza della forma e del contenuto.

Da parte mia la sensazione che ho avuto fin da subito è stata quella di trovarmi di fronte a un autore dotato contemporaneamente dell’ironia del vecchio Nadar e dell’irriverenza di Pino Bertelli (che accoppiata però a ben pensare!)

Ma cosa ci racconta Ando col suo stile inconfondibile?

Ebbene ci dice cos’è la stupidità in fotografia secondo lui e ci spiega da cosa deriva, lo fa partendo dal problema dell’origine della rappresentazione delle immagini e spostando  la nascita della fotografia indietro di anni,  riconducendola al momento in cui si iniziarono a produrre immagini volatili che si perdevano non appena veniva a mancare la luce, a quando insomma non  si era ancora in grado di fissarle su un supporto che ne permettesse la conservazione nel tempo.

Ci racconta la stupidità nascosta dentro un utilizzo inconsapevole dei termini che vengono normalmente usati per raccontare la fotografia, e sollecitando i tanti sedicenti insegnati di fotografia a conoscere i termini prima di addentrarsi nel mondo delle immagini riprodotte.

Continua buttandosi sui fotografi, giudicando poco furbo l’approccio aggressivo e di rifiuto che hanno davanti alla velocità con la quale gli strumenti utilizzati per fotografare si evolvono a livello tecnologico, con una vena critica che rivolge anche a se stesso, sostenendo che rivoltarsi contro le innovazioni non fa bene alla fotografia, perché crea uno spazio vuoto fra coloro che hanno fatto fotografia prima di quell’innovazione e coloro i quali hanno iniziato e iniziano a farlo dopo, provocando una perdita di possibilità ai primi e una presunzione di conoscenza nei secondi che rende tutti “stupidi”.

E continua così per tutto il libro, rimescolando le carte e sollevando dubbi laddove per molti anni sono state viste certezze.

Ma la più grande e banale delle anomalie che rileva Il nostro buffo autore riguarda l’approccio che hanno i fotografi alla possibilità generata dallo sviluppo tecnologico di produrre un numero sempre maggiore di immagini, secondo Gilardi infatti, questa possibilità dovrebb’essere vista un po’ come se fosse stata data alla fotografia la possibilità di produrre migliaia di monete d’oro piuttosto che una, e la stupidità risiederebbe in coloro i quali, piuttosto che apprezzare le possibilità di arricchimento del patrimonio di immagini a disposizione dell’essere umano, lo giudicano solo fonte di immondizia visibile agli occhi.

Si dovrebbe in sostanza aspirare, non a un ritorno al passato e ad una produzione limitata di immagini, ma piuttosto ad una presa di consapevolezza tale delle persone che producono immagini, da aumentare a dismisura la quantità di buona fotografia disponibile.

Se ci pensate poi dovrebbe essere stimolante per tutti coloro i quali si buttano a capofitto nel mondo della fotografia, sapere di avere una marea di immagini sempre nuove e ben fatte da osservare e da utilizzare come incentivo per  creare lavori di qualità sempre maggiore; dovrebbe essere quello in cui sperano tutti coloro che amano la fotografia e la rispettano: vederla diventare qualcosa per cui si debba essere formati e della quale si debbano conoscere il linguaggio che utilizza e la storia, per poterla praticare degnamente e insegnare.

Di tutto questo e di molto altro ci parla l’autore spingendoci a riflettere sempre e comunque su quello che facciamo con o senza macchina fotografica in mano.

Sperando di aver incuriosito e non annoiato vi lascio con questa riflessione, che non è l’unica ma è sicuramente l’ultima e più pungente: leggere il libro immaginando l’autore come un “anziano babbo natale con la lingua fuori” è stata un’esperienza illuminante su come l’immagine di chi ha prodotto il messaggio e lo stile con cui l’ha trasmesso , (che sono poi il vestito del messaggio) possano ingannare sul contenuto tutt’altro che balordo e stupido del testo, come a dire: non fermatevi mai alla superficie in fotografia, ma nemmeno nelle cose di ogni giorno perché, dopo una lettura superficiale, sotto il primo strato di pelle delle cose, potrebbe esserci qualcosa che sarebbe un peccato perdere solo per aver scelto di fermarsi alle apparenze.

Qui il link per l’acquisto

E qui il link alla fototeca Ando Gilardi dove potete trovare diverso materiale sull’autore: http://www.fototeca-gilardi.com/info/

Di Annalisa Melas

20 libri, da avere, di fotografie su New York

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Invisible City (Inglese) Copertina rigida – 29 dic 2014
di Ken Schles
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L’anima di New York Le immagini più evocative della città che non dorme mai Ripercorrete l’epica storia di New York attraverso centinaia di fotografie emozionanti che ci mostrano i tanti volti di questa magica città dalla metà dell’Ottocento a oggi. Seguitene le mutevoli sorti dalle folli notti degli anni d’oro del jazz all’edonismo delle discoteche, dai tetri giorni della Depressione alle devastazioni dell’11 settembre e dei giorni che seguirono. Questa meravigliosa collezione di immagini rende omaggio all’architettura, all’energia e al patrimonio civile, sociale e fotografico della metropoli. Dal Brooklyn Bridge agli immigrati che sbarcavano a Ellis Island, dai bassifondi del Lower East Side ai magnificenti grattacieli art déco, le strade, i marciapiedi, il caos, l’energia, il crogiuolo di etnie, la cultura, la moda, l’architettura, la rabbia e la complessità della Grande Mela sono tutte rappresentate nella forza del loro spirito e delle loro contraddizioni. Oltre a centinaia di scatti firmati da fotografi del calibro di Alfred Stieglitz, Berenice Abbott, Weegee, Margaret Bourke-White, William Claxton, Ralph Gibson, Ryan McGinley, Steve Schapiro, Garry Winogrand, Larry Fink, Keizo Kitajima, e tanti altri, New York: Portrait of a City offre oltre un centinaio di citazioni e riferimenti provenienti da libri, film, spettacoli di vario tipo e canzoni.

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In My Taxi: New York After Hours by Ryan Weideman (1991-10-02)
di Ryan Weideman (Autore)
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Max Kozloff (Autore), Ed Grazda (a cura di), William Klein (Fotografo)
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Keizo Kitajima spent six months in New York roaming it’s gritty streets and hanging out in its clubs. He presents a vison of eighties New York, full of energy, decadence and moments of quiet desperation. Like the city the publication is full of stark juxtapositions, flaboyant dispays of outrageous behaviour live next to pictures of desolation and dejection.
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[(Naked City )] [Author: Weegee] Mar-2003 Copertina flessibile – 1 mar 2003
di Weegee  
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Cecil Beaton’s New York Hardcover – 1938
by Cecil Walter Hardy Beaton (Author)
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Harlem Stirs – 128 pages, softbound with slight edgewear and light soiling from handling to covers. text block is clean tight and bright. Wonderful black and white photos throughout. the pictures and words presents the horror of Harlem in the 1960’s. A vivid story of this powerful, tangled and much maligned region of New York City, leading to the changes and upheaval in the 1960’s. ~ Rasism, Social, Black America, Urban Blight
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Written in English and Swedish. The title is in reference to a street sign indicating traffic directions. Black and white images of “traces of life” in New York. The kind of thing you’d see when walking around, if you had your eyes open to it, Found objects, storefronts, signs, graffiti, abandoned/lost items, trash, anything that caught artist Enke Rothman’s interest. Photos by Tana Ross.
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Based on the blog with more than four million loyal fans, a beautiful, heartfelt, funny, and inspiring collection of photographs and stories capturing the spirit of a city
Now an instant #1 New York Times bestseller, Humans of New York began in the summer of 2010, when photographer Brandon Stanton set out to create a photographic census of New York City. Armed with his camera, he began crisscrossing the city, covering thousands of miles on foot, all in an attempt to capture New Yorkers and their stories. The result of these efforts was a vibrant blog he called “Humans of New York,” in which his photos were featured alongside quotes and anecdotes.
The blog has steadily grown, now boasting millions of devoted followers. Humans of New York is the book inspired by the blog. With four hundred color photos, including exclusive portraits and all-new stories, Humans of New York is a stunning collection of images that showcases the outsized personalities of New York.
Surprising and moving, printed in a beautiful full-color, hardbound edition, Humans of New York is a celebration of individuality and a tribute to the spirit of the city.
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I See a City: Todd Webb’s New York focuses on the work of photographer Todd Webb produced in New York City in the 1940s and 1950s. Webb photographed the city day and night, in all seasons and in all weather. Buildings, signage, vehicles, the passing throngs, isolated figures, curious eccentrics, odd corners, windows, doorways, alleyways, squares, avenues, storefronts, uptown, and downtown, from the Brooklyn Bridge to Harlem.
The book is a rich portrait of the everyday life and architecture of New York. Webb’s work is clear, direct, focused, layered with light and shadow, and captures the soul of these places shaped by the friction and frisson of humanity.
A native of Detroit, Webb studied photography in the 1930s under the guidance of Ansel Adams at the Detroit Camera Club, served as a navy photographer during World War II, and then went on to become a successful postwar photographer. His work is in many museum collections, including the Museum of Modern Art in New York and the National Gallery of Art in Washington.
Published on the occasion of the exhibition Todd Webb’s New York at the Museum of the City of New York, where Webb had his first solo exhibition in 1946, this book helps restore the reputation and legacy of a forgotten American artist.
150 back-and-white illustrations
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Based on the popular New York photography blog by the same name with over 2.5 million loyal fans, this coffee table photo book takes you on a dream-infused nostalgic journey through New York City featuring an exquisite collection of photographs and prose.
Street photographers will never tire of New York as a subject. It is the perfect setting for the genre, the world’s most evocative cityscape, against which candid, memorable moments play themselves out every day.
Nearly a decade ago, Vivienne Gucwa began walking the streets of the city with the only camera she could afford a sub-$100 point-and-shoot and started taking pictures. Choosing a direction and going as far as her feet would take her, she noticed lines, forms and structures that had previously gone unnoticed but which resonated, embodying a sense of home.
Having limited equipment forced her to learn about light, composition and colour, and her burgeoning talent won her blog millions of readers and wide recognition in the photographic community.
“NY Through the Lens” is a timeless photo book which showcases the stunning results of Vivienne’s ongoing quest. Filled with spectacular photographs and illuminated by Vivienne’s poetic commentary, NY Through the Lens is a quintessential New York book as well as a beautiful travel guide to the city; it will be a must-read for her many fans and for any lover of New York photography.
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Differing from other photo books about New York, New Yorkers: As Seen by Magnum Photographersintroduces a gallery of eye-catching, untamed images of the metropolis taken by members of the renowned Magnum photo agency. Known for their spirit of independence, these photographers proffer droll, enigmatic, melancholic, enchanting, perhaps even effervescent scenes of the world’s most well known city, often combining these disparate sensibilities together, against great odds, in a single image. For these pictures to have been on target, they had to be off-kilter—as charged with contradiction and nuance as the reality of their subjects. 

The photographers in this book come from many countries and, armed with a wide range of purposes, are united only by their membership in Magnum Photos. Though best known for reportage of global wars and crises, they have created a New York archive of great magnitude documenting the last sixty years of New York’s—and Magnum’s—history. Of the more than one hundred and fifty photographs in New Yorkers, only a fraction have ever been published. 

Leafing through New Yorkers, edited by the acclaimed art critic Max Kozloff, is like walking the streets of New York City, beguiled by its implausible and mixed energies, renewed at each turn of a corner. Throughout the city’s sidewalks, bars, subways, rooftops, bridges, street corners, diners, barbershops, boardwalks, and empty lots, and inside its ball games, parks, protests, parades, society events, and myriad trade districts, these photographers have roamed freely, snapping its denizens with a realism that smarts and a wit that sparkles, featuring never-before-seen work by Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Inge Morath, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Leonard Freed, Raymond Depardon, Eve Arnold, Dennis Stock, Ferdinando Scianna, Richard Kalvar, Burt Glinn, Eli Reed, René Burri, Susan Meiselas, and more. 

New Yorkers: As Seen by Magnum Photographers emphasizes the color work of the Magnum photographers, much of it surprisingly early, and contains an essay by Kozloff, who tackles his offbeat selection with relish.
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Danish-born Jacob A. Riis (1849–1914) found success in America as a reporter for the New York Tribune, first documenting crime and later turning his eye to housing reform. As tenement living conditions became unbearable in the wake of massive immigration, Riis and his camera captured some of the earliest, most powerful images of American urban poverty.
This important publication is the first comprehensive study and complete catalogue of Riis’s world-famous images, and places him at the forefront of early-20th-century social reform photography. It is the culmination of more than two decades of research on Riis, assembling materials from five repositories (the Riis Collection at the Museum of the City of New York, the Library of Congress, the New-York Historical Society, the New York Public Library, and the Museum of South West Jutland, Denmark) as well as previously unpublished photographs and notes. In this handsome volume, Bonnie Yochelson proposes a novel thesis—that Riis was a radical publicist who utilized photographs to enhance his arguments, but had no great skill or ambition as a photographer. She also provides important context for understanding how Riis’s work would be viewed in turn-of-the-century New York, whether presented in lantern slide lectures or newspapers.
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Presents a thorough study of the artist’s candid photographs of urban life in New York City, and the connection between his painting and his photography.
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Nearly 100 classic images by noted photographer: Rockefeller Center on the rise, Bowery restaurants, dramatic views of the City’s bridges, Washington Square, old movie houses, rows of old tenements laced with laundry, Wall Street, Flatiron Building, waterfront, and many other landmarks.

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A re-release of an acclaimed volume features definitive images of 1930s New York, in a deluxe edition that features more than three hundred duotones as taken with the support of the WPA’s Federal Art Project documenting Depression-era changes throughout the city. Reissue.
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Timing, skill, and talent all play an important role in creating a great photograph, but the most primary element, the photographer’s eye, is perhaps the most crucial. In The Eyes of the City, Richard Sandler showcases decades’ worth of work, proving his eye for street life rivals any of his generation.

From 1977 to just weeks before September 11, 2001, Richard regularly walked through the streets of Boston and New York, making incisive and humorous pictures that read the pulse of that time. After serendipitously being gifted a Leica camera in 1977, Sandler shot in Boston for three productive years
and then moved back home to photograph in an edgy, dangerous, colicky New York City.

In the 1980s crime and crack were on the rise and their effects were socially devastating. Times Square, Harlem, and the East Village were seeded with hard drugs, while in Midtown Manhattan, and on Wall Street, the rich flaunted their furs in unprecedented numbers, and “greed was good.”

In the 1990s the city underwent drastic changes to lure in tourists and corporations, the result of which was rapid gentrification. Rents were raised and neighborhoods were sanitized, clearing them of both crime and character. Throughout these turbulent and creative years Sandler paced the streets with his native New Yorker’s eye for compassion, irony, and unvarnished fact.

The results are presented in The Eyes of the City, many for the first time in print. Overtly, they capture a complex time when beauty mixed with decay, yet below the picture surface, they hint at unrecognized ghosts in the American psyche.
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New York at Night: Photography after Dark, showcases images of New York City’s legendary nightlife by the leading photographers of the 20th and 21st centuries, from Joseph Byron and James Van Der Zee to Henri Cartier-Bresson, Diane Arbus, Elliott Erwitt, Larry Fink, and more. As diverse and complicated as the city itself, New York’s nightlife is glamorous and grungy, lonely and dangerous, highbrow and lowbrow. These images are complimented by writing from some of New York’s most respected contemporary authors, adding depth, context, and personal stories of their own experiences to those presented by the photographers. This engaging book captures the energy of the New York night and the city’s evolving hotspots, building a history of how New Yorkers play after dark and how that helps make this city a cultural and entertainment powerhouse.

Photographers featured within the book include: Berenice Abbott, Apeda Studio, Amy Arbus, Diane Arbus, Eve Arnold, Richard Avedon, John Baeder, Frank Bauman, Guy Bourdin, Bonnie Briant, Paul Brissman, René Burri, Joseph Byron, Cornell Capa, Drew Carolan, Henri Cartier-Bresson, Bob Colacello, John Cohen, Ted Croner, Bruce Davidson, Philip-Lorca diCorcia, Elliott Erwitt, Walker Evans, Louis Faurer, Donna Ferrato, Larry Fink, Robert Frank, Lee Friedlander, Paul Fusco, Ron Galella, William Gedney, Bruce Gilden, Burt Glinn, Nan Goldin, William P. Gottlieb, Samuel H. Gottscho, Charles Harbutt, Phillip Harrington, Paul B. Haviland, Thomas Hoepker, Evelyn Hofer, Jenny Holzer, Peter Hujar, Douglas Jones, Sid Kaplan, William Klein, Stanley Kubrick, Collin LaFleche, Elliott Landy, Annie Leibovitz, Joan Liftin, Peter Lindbergh, Roxanne Lowit, Alex Majoli, Fred McDarrah, Ryan McGinley, Susan Meiselas, Lisette Model, Inge Morath, Helmut Newton, Toby Old, Paolo Pellegrin, Iriving Penn, Gilles Peress, Anton Perich, Hy Peskin, Jean Pigozzi, Sylvia Plachy, Robin Platzer, Eli Reed, Jacob Riis, Arthur Rothstein, Damien Saatdjian, Lise Sarfati, Paule Saviano, Norman Seeff, Neil Selkirk, Sam Shaw, Aaron Siskind, Dennis Stock, Erika Stone, Christopher Thomas, Peter Van Agtmael, James Van Der Zee, Weegee, and Garry Winogrand.
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Brooklyn Photographs Now reflects the avant-garde spirit of the city’s hippest borough, containing previously unpublished work by well-known and emerging contemporary artists. The book presents 250 images by more than seventy-five established and new artists, including Mark Seliger, Jamel Shabazz, Ryan McGinley, Mathieu Bitton, and Michael Eastman, among many others. The book documents the physical and architectural landscape and reflects and explores an off-centered—and therefore a less-seen and more innovative—perspective of how artists view this borough in the twenty-first century. This is the “now” Brooklyn that we have yet to see in pictures: what might seem to be an alternative city but is actually the crux of how it visually functions in the present day. This unique collection of images is the perfect book for the photo lover and sophisticated tourist alike.

The Restoration Will, una poesia

Come già avrete capito da alcuni miei post, adoro artisti e fotografi asiatici, soprattutto giapponesi. Oggi vi vorrei parlare di Mayumi Suzuki, una fotografa giapponese, e del suo bellissimo libro The restoration will. Spero vi colpisca, come ha colpito me, con la sua delicatezza e sensibilità. Mi ha commosso. Anna

Il libro è composto da una serie di immagini scattate da Mayumi con la fotocamera del padre ritrovata tra le macerie, sommersa dal fango e dall’aqcua di mare, scure e sfuocate, evocano il ricordo dei dispersi. Poi ci sono una serie di immagini della città di Onagawa, con cui Mayumi documenta la distruzione della sua città. Distruzione che si ritrova anche nelle foto di famiglia, salvate da Mayumi tra le macerie della sua casa e dello studio fotografico dei genitori, immagini che portano le cicatrici causate dal fango e che ritroviamo nell’anima dell’autrice. The Restoration Will diventa quindi un tentativo di preservare la storia della famiglia e i ricordi personali dell’autrice .

Nelle prime pagine Mayumi riporta l’ultima conversazione telefonica avuta con i suoi genitori, poco dopo le prime scosse di terremoto, avvenute il 9 marzo 2011, quando ancora la situazione non si era manifestata in tutta la sua gravità. Sembrava uno dei tanti terremoti che frequentemente colpiscono il Giappone.

L’11 marzo però un altro sisma colpisce la costa pacifica del Giappone, magnitudo 9. Mayumi apprende la notizia dai media e prova a chiamare diverse volte i genitori, senza successo. Decide infine di inviare un messaggio, avvertendo i genitori dell’allerta tsunami ed esortandoli a scappare verso la montagna.

L’ultima parte testuale include una serie di messaggi scambiati da Mayumi con la sorella, sopravvissuta al terremoto, che si sta recando a Onagawa per cercare di ritrovare i genitori ma, arrivata sul posto, trova la distruzione e si rende conto che i genitori non possono essere sopravvissuti.

Ho provato a tradurre l’introduzione di Mayumi a questo lavoro, presa dal suo sito:

I miei genitori, che possedevano uno studio fotografico, sono scomparsi in seguito al grande terremoto che ha colpito la costa est del Giappone e al conseguente tsunami del 2011. La nostra casa è andata distrutta. Era un luogo di lavoro, ma anche di vita. Io sono cresciuta lì. Dove una volta c’era il loro studio non era rimasto che un cumulo di macerie.  Ho riportato alla luce quanto rimaneva della camera oscura ed ho quindi ritrovato la fotocamera di mio padre, coperta di fango. E’ stato in quel momento che ho cominciato a rimpiangere il fatto di non aver rilevato lo studio fotografico dei miei genitori.

Un giorno ho provato a scattare una fotografia di paesaggio con l’obiettivo infangato di mio padre. L’immagine venne scura e sfuocata, come una visione di morte. Scattando quella foto, ho sentito di poter connettere questo mondo con quel mondo. “Quanto gli era dispiaciuto morire’” “Come avrebbe visto la nostra nuova città ricostruita se fosse stato vivo?” “Cosa pensa di me, ora che sono cresciuta come fotografa?” Queste domande mi danno la motivazione per scattare fotografie. Mi sentivo come se potessi avere una conversazione con i miei genitori, pur sapendo che era impossibile.

Inoltre, ho raccolto alcune delle immagini della mia infanzia, scattate da mio padre. Stanno cambiando colore, perdendo parte dell’immagine. I ritratti scattati da mio padre erano chiazzati e scoloriti. Queste ferite sono simile ai danneggiamenti della mia città, simili ai miei ricordi che sto lentamente perdendo.

Spero di riuscire a trattenere i miei ricordi e la storia della mia famiglia attraverso questo libro. Sistemando queste foto, ho cercato di recuperare la sua volontà.

Biografia

Mayumi è nata nel 1977 a Onagawa, nella prefettura di Miyagi e ora risiede a Tokyo. Lavora come fotografa e storyteller, creando delle narrazioni personali. E’ nata e cresciuta in una famiglia che gestiva uno studio fotografico fondato da suo nonno nel 1930 nella città di Onagawa. Ha studiato alla Nihon University,Scuola d’Arte, Dipartimento di Fotografia

L’11 marzo del 2011 è il giorno che ha cambiato la vita di Mayumi: la sua città natale viene distrutta dallo Tsunami e i suoi genitori risultano tra i dispersi. Dopo la tragedia, Mayumi prende in mano la macchina fotografica del padre, ritrovata tra le macerie e inizia a realizzare una serie di immagini come tributo alla perdita della famiglia e a tutti gli abitanti della città colpita.

Nel 2017, ha realizzato questo libro, che si è aggiudicato diversi premi, tra cui il PhotoBoox Award 2017, il Kauna Photo Star ed è stato finalista all’Aperture Paris Photo First Photobook Award.

Di seguito un video del libro.

鈴木麻弓アーティストブック『THE RESTORATION WILL』ご予約受付中|MAYUMI SUZUKI ARTIST BOOK AVAILABLE NOW! from REMINDERS PHOTOGRAPHY STRONGHOLD on Vimeo.

Qua il link al sito dell’autrice

Banksy, contaminazioni fotografiche

Ciao, di recente sono stata al Mudec per visitare la mostra sul famoso street artist, Banksy: A Visual Protest.

La mostra, come sempre, non è stata autorizzata dall’artista, che ha anche vietato il merchandising in vendita nel bookshop. Il catalogo è disponibile.

Ho trovato la mostra molto interessante, soprattutto la parte audiovisiva, che ci mostra l’ambientazione originaria dei “graffiti” di Banksy.
Non sono presenti infatti in mostra suoi lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati di provenienza certificata. Non aspettatevi quindi di trovare graffiti staccati dai muri (per fortuna!), ma solo riproduzioni.

Tra le opere che mi hanno più colpito, ci sono le tre che vi mostro di seguito, che prendono spunto da famosissime fotografie, le cui storie abbiamo tra l’altro raccontato in questo blog. Banksy reinterpreta il fotogramma inserendo elementi alternativi, con cui esprime il suo pensiero provocatorio.

Anna

Napalm

Vietnam, 1972 il fotografo Nick Ut scatta una delle foto più celebri del Novecento: nubi grige in lontananza e militari sul fondo, mentre in primo piano alcuni bambini scappano disperati dal loro villaggio appena bombardato col napalm. La disperazione della bambina al centro è, nella reinterpretazione di Banksy, accompagnata dal sorriso di due mascotte dell’odierno entertainment, che avanzano gioiose vero lo spettatore.
Un contrasto stridente e provocatorio, che sintetizza in un colpo d’occhio il pensiero di Banksy sulle responsabilità sociali e sul ruolo politico delle grandi multinazionali.

Golf sale

Pechino, 1989. Il fotografo Jeff Widener (tra gli altri) immortala l’immagine simbolo della cosiddetta “primavera democratica cinese”: in Piazza Tienanmen un giovane manifestante sta fermo davanti ad una colonna di carri armati inviati a reprimere la protesta popolare. Banksy devia il senso della scena inserendo un elemento incongruo: l’anonimo manifestante esibisce qui un avviso commerciale “golf sale”. Ma, più che prendersi gioco di quella protesta, con questo lavoro l’artista sembra bersagliare la pubblicità. L’avviso dei saldi pare inteso ad indirizzare altrove le truppe armate, distogliendole dalla battaglia e dallo scontro, per inseguire piuttosto l’ultimo sconto.

Flag

In questo lavoro Banksy fa riferimento all’iconica fotografia di Joe Rosenthal Alzabandiera a Iwo Jima (ripresa anche nella locandina di un famoso film, Flags of our fathers) scattata nel febbraio 1945 durante la seconda guerra mondiale. Originariamente ritraeva sei marines americani, sulla vetta del monte Suribachi e vinse il premio Pulitzer diventando nel giro di poco un simbolo del patriottismo americano. Nella versione di Banksy, invece, i marines sono sostituiti da un gruppo di bambini indisciplinati di Harlem, nell’atto di issare la bandiera americana su di un’auto incendiata.

Poesia e fotografia

Poesia e fotografia di Bonnefoy Yves, testo di
Annalisa Melas


Poesia e fotografia
di Bonnefoy Yves (Autore)
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I poeti, si sa, sono strani, per dire una cosa  costruiscono castelli di parole, architetture fuori tempo che a volte stentiamo a comprendere, e Yves Bonnefoy, l’autore del libro di cui mi appresto a parlarvi, è un poeta.

Quindi una prima cosa di questo piccolo comodo libricino la potete già intuire: la sostanza non sarà mai priva di forma, una forma a tratti straordinariamente immediata, a tratti un tantino complicata.

Ma cosa ci racconta Bonnefoy a modo suo?

Ci racconta il rapporto che ebbe la fotografia con la letteratura dell’epoca, e come venne percepita la giovane e rampante fotografia, nel periodo in cui iniziava a farsi spazio nel mondo, da coloro i quali erano impegnati con le parole.

Secondo l’autore infatti, la nascita di immagini capaci di riprodurre la realtà e fissarla (almeno così si credette in un periodo nel quale a fissare immagini ci pensavano pittori e vignettisti) avveniva e ben si intersecava con ciò che avveniva sull’altra sponda del fiume, dove poeti e scrittori stavano affrontando l’avvento del nulla e con esso la ricerca dell’assoluto, e lo faceva riportando tutte le cose del mondo alla loro forma essenziale, strappandole al tempo e trasferendole in un’altra dimensione, quella di un luogo diverso nel quale diversamente non avrebbero mai potuto trovarsi.

 Spiega infatti Bonnefoy: [..] Ciò che colpisce è che su una lastra di rame si ottiene una riproduzione tanto completa quanto esatta di ciò che prima di quel momento si sarebbe potuto vedere solo nelle sue tre dimensioni, e dunque che questo “fuori”, questo continuo mutare, è stato ora fissato, e li rimarrà, immobilizzato,in questa nuova immagine singolare.

Ma perché la fissazione è così importante? […] Perché essa permette a cose che non potrebbero che essere considerate ciascuna in sé e per sé di coabitare in modo permanente insieme ad altre percepite allo stesso modo, e di abbandonare così il loro piano di realtà in movimento temporale, per esistere sul piano delle immagini […].

Per avvalorare la sua tesi l’autore si avvale della collaborazione di grandi personaggi dell’epoca; dal suo magico cilindro  si srotolano due vie: una sulla quale mette Mallarme (spinto avanti Allan Poe) e Nadar (il nostro buffo straordinario Nadar), l’altra sulla quale camminano fianco a fianco Maupassant e Atget.

Lungo entrambe le strade cerca di mettere in relazione il tipo di immagini che venivano prodotte dai fotografi, con l’uso che veniva fatto delle parole dagli scrittori; lo fa lui perché io credo che l’intento di scrittori e fotografi  fosse diverso, da un lato infatti c’era un’arte antica, la scrittura che passando attraverso i secoli aveva cercato e ragionato su stessa e sull’essere umano, mentre dall’altro c’era un giovane strumento figlio della scienza che avrebbe rivoluzionato il modo di percepire il mondo e le persone e rispetto all’utilizzo del quale iniziavano ad essere fatti i primi ragionamenti.. Del resto, mentre Mallarme volontariamente cerca di distruggere le cose portandole all’essenzialità di ciò che sono, per poi risalire a qualcosa di infinitamente profondo, dall’altro Nadar, utilizzando quello strumento, capace mostrando i dettagli, di ridurre le cose del mondo a linee e forme essenziali, riproducendo i volti delle persone e i loro sguardi, va al di là della loro presenza fisica, restituendo dignità a qualcosa che probabilmente ne era ormai ritenuto privo.

Ci sono poi Maupassant e Atget seduti l’uno accanto all’altro nell’immaginario mondo del nostro moderno poeta, loro si occupano dell’atmosfera che avvolgeva le strade di Parigi, loro… Va beh dai, leggete il libro, se no a voi cosa rimane?

Vi lascio solo l’immagine di uno accanto a un frammento di testo dell’altro, e lascio che sia l’immaginazione, per il momento, a mostrarvi cosa hanno in comune immagine e testo.

Bonnefoy Yves

 “Davanti a ciascuna luce del marciapiede le  carote        s’illuminavano in rosso, i navoni s’illuminavano in bianco, i cavoli s’illuminavano in verse; e passavano una dietro l’altra quelle carrette rosse d’un rosso fuoco, bianche d’un bianco d’argento, verdi d’un verde smeraldo. Le seguii, poi svoltai per la rue Royale, e tornai sul boulevard. Nessuna persona, nessun caffè illuminato; soltanto qualche passante in ritardo che s’affrettava. Non avevo mai visto Parigi così morta, così deserta.

                                                                (da La Notte di Guy De Maupassant)

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Cos’è rimasto a me invece? A me è rimasta, sospesa nell’aria della stanza, l’atmosfera che si respirava a metà ottocento per le strade di Parigi e la consapevolezza di un legame in alcuni casi inconsapevole, in altri meno, fra due forme di comunicazione così diverse e così intimamente legate dal loro vivere e realizzarsi in uno stesso periodo storico.

Ciò a dire che la fotografia (come la pittura, la musica o la scrittura) non potrà mai essere compresa davvero se tolta dal contesto specifico nel quale viene realizzata.

Provate a fare anche voi questo viaggio vi sorprenderà.

Di Annalisa Melas

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Eventi Musa Maggio

Presentazioni libri

Secondo Capitolo di Anna Brenna 3 Maggio ore 19.00

Secondo capitolo è un progetto che sto seguendo da qualche anno e che mi ha consentito di conoscere persone meravigliose. 
Persone provenienti da altre nazioni, che hanno scelto più o meno consapevolmente, di vivere in Italia.

Ho scelto di cominciare a raccontare le storie di queste persone circa due anni fa, momento in cui l’emergenza migranti sembrava aver raggiunto il culmine. Le notizie delle migliaia di morti nel Mediterraneo entravano con la forza di una sofferenza pervasiva nel mio quotidiano “quieto vivere”, un vero pugno nello stomaco. Ovunque anche molto lontano dai punti di ingresso dei migranti nel nostro Paese, venivano creati dei campi di accoglienza ed improvvisate soluzioni per ospitare questa gente in fuga.
In fuga dalle guerre, da conflitti etnici, persecuzioni o mancato riconoscimento di diritti essenziali, in cerca di un futuro.

Anna Brenna

Yo soy Fidel di Francesco Comello 24 Maggio ore 19.00

Dal 28 novembre al 4 dicembre 2016 si svolgono a Cuba i funerali di Stato di Fidel Castro, il lider maximo. Francesco Comello, fotografo freelance friulano è presente. Conquistato dallo spirito del popolo cubano ci torna due mesi più tardi. Questa volta sulle tracce lasciate da un famoso giornalista italiano, che a Cuba visse gli anni della rivoluzione, dalla crisi dei missili agli anni delle rivolte studentesche e operaie europee. Saverio Tutino invia articoli e reportages e scrive libri da Cuba, ma a Comello interessano le tracce che Saverio Tutino lascia nelle lettere a sua figlia Barbara, che a dieci anni considera Cuba una seconda patria, perché ci abita il suo papà. Per i suoi diciotto anni, finalmente Saverio accompagnerà Barbara a Cuba, dove una realtà meno idilliaca del suo immaginario, non basterà a scalfirne il mito. In questo viaggio Saverio Tutino presenta Barbara ai suoi amici cubani, in particolare a Norberto Fuentes, tra i più importanti scrittori cubani ancora viventi. Dall’incontro tra queste persone sulla scia della memoria, scaturisce il presente volume, fatto di sguardi diversi che bucano il tempo fondendosi nei magistrali scatti di un grande fotografo.

Francesco Comello

MOSTRE

Francesco Comello –

Yo soy Fidel 24 Maggio ore 19.00

Dal 28 novembre al 4 dicembre 2016 si svolgono a Cuba i funerali di Stato di Fidel Castro, il lider maximo. Francesco Comello, fotografo freelance friulano è presente. Conquistato dallo spirito del popolo cubano ci torna due mesi più tardi. Questa volta sulle tracce lasciate da un famoso giornalista italiano, che a Cuba visse gli anni della rivoluzione, dalla crisi dei missili agli anni delle rivolte studentesche e operaie europee. Saverio Tutino invia articoli e reportages e scrive libri da Cuba, ma a Comello interessano le tracce che Saverio Tutino lascia nelle lettere a sua figlia Barbara, che a dieci anni considera Cuba una seconda patria, perché ci abita il suo papà. Per i suoi diciotto anni, finalmente Saverio accompagnerà Barbara a Cuba, dove una realtà meno idilliaca del suo immaginario, non basterà a scalfirne il mito. In questo viaggio Saverio Tutino presenta Barbara ai suoi amici cubani, in particolare a Norberto Fuentes, tra i più importanti scrittori cubani ancora viventi. Dall’incontro tra queste persone sulla scia della memoria, scaturisce il presente volume, fatto di sguardi diversi che bucano il tempo fondendosi nei magistrali scatti di un grande fotografo.

Francesco Comello

WORKSHOP

Francesco Comello – Trovare la storia

Questo corso si propone come obiettivo di indicare quali siano le modalità della narrazione fotografica.
Il corso è basato sulla discussione dei propri progetti.
Il corso avviene tramite la lettura dei lavori dei corsisti che saranno stabiliti in numero limitato. 
Le immagini dovranno essere portate stampate oppure in formato digitale su chiavetta o pc.
Il corso si rivolge ad amatori e professionisti che vogliono approfondire le conoscenze di struttura e editing di un progetto fotografico pensato ed esteso. Verrà spiegato come pensare, svolgere, organizzare e presentare un portfolio fotografico compiuto, imparando a portare le conoscenze tecniche a favore della visione personale per un racconto fotografico articolato.
A fine lavoro, ogni partecipante, avrà sistemato uno o due  portfolio finiti da presentare a gallerie, letture portfolio, premi fotografici o agenzie fotografiche. Maggiori info