The Pixel di Francesca Seravalle parte da una cosa minuscola. Talmente piccola da sembrare quasi irrilevante: il pixel.

Lo studio si Serravalle non si può ridurre a un libro sul pixel che non è effettivamente l’oggetto della ricerca, quanto il pretesto per direzionare lo sguardo su ciò che rimane di solito invisibile nell’interno delle immagini. La domanda da cui tutto comincia, «cosa c’è tra due Pixel?», non cerca una risoluzione tecnica. Piuttosto apre un intervallo legato al dubbio. Tra due unità minime può esserci il nulla, una relazione, una distanza, una griglia, persino l’infinito. L’autrice sceglie di non dare soluzioni o risposte e costruisce il libro proprio attraverso una serie di domande.

Per questo motivo ho trovato The Pixel costruito con una forma molto originale. Il libro non presenta una storia lineare della tecnologia digitale, ma ci sorprende con un atlante di possibilità. Il pixel viene messo alla prova: può essere avere mille forme diverse: tridimensionale, trasparente, vuoto, imperfetto, rotto, censurato, comprato, corrotto, virtuale. Accanto alle immagini di Seravalle compaiono opere e riferimenti che attraversano secoli e linguaggi diversi, dal mosaico a Malevič, da Munari a Fontana, da Warburg a Sol LeWitt, fino alle pratiche fotografiche contemporanee. Questo “albero genealogico” è forse l’aspetto più coinvolgente del progetto. Il libro non sostiene che il pixel sia un concetto “nuovo” e lo usa per osservare quanto siano distanti nel tempo alcune delle azioni che oggi associamo al digitale: scomporre, ordinare, isolare, ripetere, costruire un’immagine attraverso unità minime. Il mosaico diventa così un precedente possibile, la pittura astratta e l’arte programmata diventano strumenti attraverso cui interrogare il presente.

Anche il rapporto con la fotografia cambia prospettiva. Il pixel è definito come un’unità priva di significato che acquista valore nella relazione con le altre unità. In questa distinzione tra la grana d’argento e il pixel, che può essere scritto e riscritto, si concentra una delle questioni determinanti del libro: che cosa accade a un’immagine quando non è più soltanto traccia, ma diventa codice? La risposta di Seravalle non è nostalgica. Il libro prende una deriva che mi è sembrata inquietante perché non contrappone semplicemente una fotografia “autentica” a un’immagine digitale artificiale, ma mostra che ogni immagine è già un insieme di selezioni, consuetudini e interventi. Il pixel è una materia apparentemente minima che porta con sé conseguenze enormi perché permette all’immagine di essere modificata, riscritta, ricombinata.
La parte dedicata all’intelligenza artificiale è il punto in cui la domanda iniziale mi è sembrata più complicata. Se un’immagine generata dall’IA non deriva necessariamente dalla registrazione di qualcosa che è stato davanti a un obiettivo, che rapporto rimane tra immagine e mondo? Seravalle sposta il problema dalla superficie dell’immagine alla sua attendibilità, fino alla possibilità che immagini artificiali alimentino altri sistemi di produzione artificiale, rendendo sempre più instabile il terreno su cui distinguiamo documento, interpretazione e invenzione. Quello su cui questa parte del libro mi ha fatto riflettere non è la possibilità che l’IA produca immagini false, ma che finisca per rendere incerta qualsiasi idea di origine. Se un’immagine può nascere da altre immagini, senza aver visto il mondo, il problema non è più distinguere il vero dal falso. È capire se abbiamo ancora gli strumenti per farlo.

Il valore di The Pixel sta nell’aver trasformato una piccolissima parte quasi invisibile, in uno strumento critico. Il pixel diventa una lente attraverso cui guardare la storia delle immagini, si, ma anche un piccolo “guasto” concettuale: costringe a interrompere la visione d’insieme, forse superficiale e a chiedersi da quali elementi sia costruito ciò che vediamo.
Il libro non è nato per risolvere il concetto di pixel e non risolve problemi concettuali specifici sul tema. E forse è proprio questa la sua intuizione più fertile: quando crediamo di vedere un’immagine, abbiamo il coraggio di guardare ciò che la compone? Finisco con una domanda che fino ad oggi non mi ero fatta in questi termini e che potrebbe essere l’ultima pagina del libro.
Cosa ci dice Francesca
Questo libro nasce da un’ossessione: il Pixel. L’elemento più piccolo, quasi invisibile, che ogni giorno veicola ogni tipo di informazione: visiva, sonora e testuale. Lo scopo è condividere quest’ossessione e attivare la percezione della sua presenza in tutto quello che ci circonda nonché riconoscere che stiamo vivendo nella più grande rivoluzione di ogni tempo: quella digitale. Il Pixel non ha solamente modificato il nostro modo di fotografare, ma anche di comunicare, di percepire il tempo e lo spazio in modo differente, di vivere in contemporaneità. Ci arrabbiamo se vediamo una spunta verde su WhatsApp e non riceviamo una risposta, condividiamo momenti in simultanea con persone che vivono dall’altra parte del mondo, ci distraiamo molto più facilmente, facciamo ricerche e troviamo informazioni più velocemente, abbiamo una memoria precaria, le nostre percezioni del tempo e dello spazio sono totalmente cambiate, tutto per merito e colpa del Pixel, di quel piccolissimo elemento nato come forma di controllo militare. Il Pixel ha determinato anche il pensiero attuale in cui è più importante essere ovunque che essere per sempre.
Il Pixel è un elemento caratterizzante il periodo storico che stiamo vivendo, quindi destinato a passare. Ci sarà una società post-Pixel, già evidente dalla sua trasformazione attraverso l’IA, in cui non nasce più dalla registrazione di qualcosa di reale, ma dal buio, come rigenerazione di Pixel esistenti. A brevissimo ci saranno più immagini di elefanti “finti” realizzati dall’intelligenza artificiale che fotografie di elefanti veri.
Sara Munari
Il libro di può acquistare in tutte le librerie anche Feltrinelli Amazon Leporello, Micamera
Questo è il link della casa editrice https://corraini.com/it/the-pixel.html
Website: francescaseravalle.com
Youtube: https://www.youtube.com/@thefirstime
Instagram: https://www.instagram.com/francesca_seravalle
Biografia
Francesca Seravalle è un’artista e curatrice premiata che esplora l’ecologia delle immagini e la memoria collettiva attraverso gli archivi. Conseguita la laurea in Storia dell’Arte, ha maturato un’esperienza internazionale presso Magnum Photos a Parigi e ha guidato il team di curatela e archiviazione di Fabrica. Ha insegnato all’Istituto Marangoni e alla London South Bank University, ed è stata guest lecturer in diverse università, tra cui ECAL, UCL e il Glasgow College.
Negli ultimi vent’anni ha curato libri e mostre a livello internazionale presso istituzioni quali il CNA Luxembourg, la Photographers’ Gallery di Londra, la Yossi Milo Gallery di New York, l’IMA Gallery di Tokyo, lo Street Level Photoworks, il MAXXI di Roma e la Triennale di Milano. Il suo lavoro come curatrice e scrittrice include pubblicazioni come Shining in Absence (AMC – Erik Kessels), Dalston Anatomy (SPBH – Lorenzo Vitturi), Alex & Me di James Pfaff (Montanari), The Y di Alba Zari (Witty Kiwi) e Era Mare di Matteo de Mayda (bruno). Il suo progetto di ricerca Until Proven Otherwise: On the Evidence of The First Photos ha vinto il Paul Hill Award, è in tour dal 2015 e sarà esposto al MBAL di Le Locle il prossimo ottobre. I suoi cortometraggi sono stati proiettati in sedi prestigiose, tra cui la Mostra del Cinema di Venezia e la London Photo Fair.
Nel 2023 ha curato The Performing Photobook, una mostra sensoriale e ASMR per il Format Festival (Derby, Regno Unito) e, in occasione del festival Gibellina Photoroad, ha esposto Magnification – A Conscious Act of Seeing. Attualmente vive a Venezia, da dove opera a livello internazionale, e ha appena pubblicato The Pixel (Corraini), un volume che sulla rivoluzione digitale, l’IA e l’arte contemporanea.











