The Pixel di Francesca Seravalle

The Pixel di Francesca Seravalle parte da una cosa minuscola. Talmente piccola da sembrare quasi irrilevante: il pixel.

Lo studio si Serravalle non si può ridurre a un libro sul pixel che non è effettivamente l’oggetto della ricerca, quanto il pretesto per direzionare lo sguardo su ciò che rimane di solito invisibile nell’interno delle immagini. La domanda da cui tutto comincia, «cosa c’è tra due Pixel?», non cerca una risoluzione tecnica. Piuttosto apre un intervallo legato al dubbio. Tra due unità minime può esserci il nulla, una relazione, una distanza, una griglia, persino l’infinito. L’autrice sceglie di non dare soluzioni o risposte e costruisce il libro proprio attraverso una serie di domande.

Per questo motivo ho trovato The Pixel costruito con una forma molto originale. Il libro non presenta una storia lineare della tecnologia digitale, ma ci sorprende con un atlante di possibilità. Il pixel viene messo alla prova: può essere avere mille forme diverse: tridimensionale, trasparente, vuoto, imperfetto, rotto, censurato, comprato, corrotto, virtuale. Accanto alle immagini di Seravalle compaiono opere e riferimenti che attraversano secoli e linguaggi diversi, dal mosaico a Malevič, da Munari a Fontana, da Warburg a Sol LeWitt, fino alle pratiche fotografiche contemporanee.  Questo “albero genealogico” è forse l’aspetto più coinvolgente del progetto. Il libro non sostiene che il pixel sia un concetto “nuovo” e lo usa per osservare quanto siano distanti nel tempo alcune delle azioni che oggi associamo al digitale: scomporre, ordinare, isolare, ripetere, costruire un’immagine attraverso unità minime. Il mosaico diventa così un precedente possibile, la pittura astratta e l’arte programmata diventano strumenti attraverso cui interrogare il presente.

Anche il rapporto con la fotografia cambia prospettiva. Il pixel è definito come un’unità priva di significato che acquista valore nella relazione con le altre unità. In questa distinzione tra la grana d’argento e il pixel, che può essere scritto e riscritto, si concentra una delle questioni determinanti del libro: che cosa accade a un’immagine quando non è più soltanto traccia, ma diventa codice? La risposta di Seravalle non è nostalgica. Il libro prende una deriva che mi è sembrata inquietante perché non contrappone semplicemente una fotografia “autentica” a un’immagine digitale artificiale, ma mostra che ogni immagine è già un insieme di selezioni, consuetudini e interventi. Il pixel è una materia apparentemente minima che porta con sé conseguenze enormi perché permette all’immagine di essere modificata, riscritta, ricombinata.

La parte dedicata all’intelligenza artificiale è il punto in cui la domanda iniziale mi è sembrata più complicata. Se un’immagine generata dall’IA non deriva necessariamente dalla registrazione di qualcosa che è stato davanti a un obiettivo, che rapporto rimane tra immagine e mondo? Seravalle sposta il problema dalla superficie dell’immagine alla sua attendibilità, fino alla possibilità che immagini artificiali alimentino altri sistemi di produzione artificiale, rendendo sempre più instabile il terreno su cui distinguiamo documento, interpretazione e invenzione. Quello su cui questa parte del libro mi ha fatto riflettere non è la possibilità che l’IA produca immagini false, ma che finisca per rendere incerta qualsiasi idea di origine. Se un’immagine può nascere da altre immagini, senza aver visto il mondo, il problema non è più distinguere il vero dal falso. È capire se abbiamo ancora gli strumenti per farlo.

Il valore di The Pixel sta nell’aver trasformato una piccolissima parte quasi invisibile, in uno strumento critico. Il pixel diventa una lente attraverso cui guardare la storia delle immagini, si, ma anche un piccolo “guasto” concettuale: costringe a interrompere la visione d’insieme, forse superficiale e a chiedersi da quali elementi sia costruito ciò che vediamo.

Il libro non è nato per risolvere il concetto di pixel e non risolve problemi concettuali specifici sul tema. E forse è proprio questa la sua intuizione più fertile: quando crediamo di vedere un’immagine, abbiamo il coraggio di guardare ciò che la compone? Finisco con una domanda che fino ad oggi non mi ero fatta in questi termini e che potrebbe essere l’ultima pagina del libro. 

Cosa ci dice Francesca


Questo libro nasce da un’ossessione: il Pixel. L’elemento più piccolo, quasi invisibile, che ogni giorno veicola ogni tipo di informazione: visiva, sonora e testuale. Lo scopo è condividere quest’ossessione e attivare la percezione della sua presenza in tutto quello che ci circonda nonché riconoscere che stiamo vivendo nella più grande rivoluzione di ogni tempo: quella digitale. Il Pixel non ha solamente modificato il nostro modo di fotografare, ma anche di comunicare, di percepire il tempo e lo spazio in modo differente, di vivere in contemporaneità. Ci arrabbiamo se vediamo una spunta verde su WhatsApp e non riceviamo una risposta, condividiamo momenti in simultanea con persone che vivono dall’altra parte del mondo, ci distraiamo molto più facilmente, facciamo ricerche e troviamo informazioni più velocemente, abbiamo una memoria precaria, le nostre percezioni del tempo e dello spazio sono totalmente cambiate, tutto per merito e colpa del Pixel, di quel piccolissimo elemento nato come forma di controllo militare. Il Pixel ha determinato anche il pensiero attuale in cui è più importante essere ovunque che essere per sempre.
Il Pixel è un elemento caratterizzante il periodo storico che stiamo vivendo, quindi destinato a passare. Ci sarà una società post-Pixel, già evidente dalla sua trasformazione attraverso l’IA, in cui non nasce più dalla registrazione di qualcosa di reale, ma dal buio, come rigenerazione di Pixel esistenti. A brevissimo ci saranno più immagini di elefanti “finti” realizzati dall’intelligenza artificiale che fotografie di elefanti veri.

Sara Munari

Il libro di può acquistare in tutte le librerie anche Feltrinelli Amazon Leporello, Micamera

Questo è il link della casa editrice https://corraini.com/it/the-pixel.html

Website: francescaseravalle.com

Youtube: https://www.youtube.com/@thefirstime 

Instagram: https://www.instagram.com/francesca_seravalle

Biografia

Francesca Seravalle è un’artista e curatrice premiata che esplora l’ecologia delle immagini e la memoria collettiva attraverso gli archivi. Conseguita la laurea in Storia dell’Arte, ha maturato un’esperienza internazionale presso Magnum Photos a Parigi e ha guidato il team di curatela e archiviazione di Fabrica. Ha insegnato all’Istituto Marangoni e alla London South Bank University, ed è stata guest lecturer in diverse università, tra cui ECAL, UCL e il Glasgow College.

Negli ultimi vent’anni ha curato libri e mostre a livello internazionale presso istituzioni quali il CNA Luxembourg, la Photographers’ Gallery di Londra, la Yossi Milo Gallery di New York, l’IMA Gallery di Tokyo, lo Street Level Photoworks, il MAXXI di Roma e la Triennale di Milano. Il suo lavoro come curatrice e scrittrice include pubblicazioni come Shining in Absence (AMC – Erik Kessels), Dalston Anatomy (SPBH – Lorenzo Vitturi), Alex & Me di James Pfaff (Montanari), The Y di Alba Zari (Witty Kiwi) e Era Mare di Matteo de Mayda (bruno). Il suo progetto di ricerca Until Proven Otherwise: On the Evidence of The First Photos ha vinto il Paul Hill Award, è in tour dal 2015 e sarà esposto al MBAL di Le Locle il prossimo ottobre. I suoi cortometraggi sono stati proiettati in sedi prestigiose, tra cui la Mostra del Cinema di Venezia e la London Photo Fair.

Nel 2023 ha curato The Performing Photobook, una mostra sensoriale e ASMR per il Format Festival (Derby, Regno Unito) e, in occasione del festival Gibellina Photoroad, ha esposto Magnification – A Conscious Act of Seeing. Attualmente vive a Venezia, da dove opera a livello internazionale, e ha appena pubblicato The Pixel (Corraini), un volume che sulla rivoluzione digitale, l’IA e l’arte contemporanea.

La luce sul volto. Gli schemi di illuminazione nel ritratto.

Nel mondo della fotografia di ritratto, la luce è molto più di un semplice strumento tecnico: è un linguaggio espressivo, un mezzo capace di dare forma alle emozioni e rivelare l’identità più profonda del soggetto. Nel suo libro, Maurizio Valdarnini invita lettori e fotografi a riscoprire questa dimensione attraverso un percorso teorico e pratico che intreccia arte, tecnica e simbologia. L’autore analizza il ritratto come relazione tra fotografo, soggetto e illuminazione, studiando sia gli schemi classici sia quelli più sperimentali, sempre letti in chiave emotiva e simbolica. Attraverso esempi pratici, schede tecniche e riferimenti iconografici, la luce e l’ombra diventano strumenti narrativi capaci di rivelare l’identità del soggetto. Il libro si propone quindi come una guida completa e formativa per comprendere il potere comunicativo della luce nella fotografia di ritratto. Buona lettura! Sara Munari

«Conoscere le caratteristiche proprie delle luci che illuminano il volto ci consente di realizzare ritratti di grande espressività grazie alla potente carica simbolica degli schemi di illuminazione»— Maurizio Valdarnini

Book cover for 'La luce sul volto' by Maurizio Valdarnini, featuring geometric shapes in yellow, red, and black with the subtitle 'Gli schemi d'illuminazione nel ritratto'.

Nel processo di raffigurazione del volto l’equilibrio tra distribuzione formale e potenzialità espressiva delle ombre determina la logica che ha guidato gli artisti che ci hanno preceduto e che oggi troviamo codificata negli schemi d’illuminazione. Un ristretto numero di punti luce collocati nello spazio intorno al soggetto da ritrarre ognuno dei quali determina un particolare disegno di ombre sul viso del soggetto, ciascuno col suo specifico significato. La carica espressiva delle ombre, nel loro modellare il volto umano, acquista un valore ancestrale ed indipendente dalle singole fisionomie a cui si applicano, consentendo l’individuazione di proprietà comunicative e simboliche autonome del segno luminoso e della sua origine. Schede tecniche e riferimenti iconografici completano le informazioni utili a realizzare un’illuminazione corretta sul piano formale e significativa su quello espressivo.

Copertina del libro 'La luce sul volto' di Maurizio Valdarnini, con un design moderno su sfondo giallo.

Contenuto:

INTRODUZIONE

1. RIFLESSIONI – Il ritratto come relazione – La logica degli schemi – Disposizioni

2. SCHEMI DI ILLUMINAZIONE – Luce dall’alto – Luce farfalla – Luce frontale – Luce laterale – Luce Rembrandt – Luce loop – Luce contraria – Luce dal basso

3. INTEGRAZIONI ILLUMINOTECNICHE – Schemi visti di taglio – Luci secondarie o di complemento

CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Biografia dell’autore

Fotografo ritrattista, ha collaborato con alcune delle più importanti riviste ed agenzie di pubblicità e con importanti artisti del panorama internazionale come Fabio Mauri, Errò e Luigi Ontani. Diplomato allo IED, è autore dei libri di ritratti fotografici Visus e SOLO. Portrait d’Artistes.

Laureato in Sociologia è docente all’Accademia di Belle Arti di Roma e per 39 anni all’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma dove è stato per 18 anni direttore. Ha tenuto corsi presso Officine Fotografiche ed è stato membro del comitato scientifico in diverse edizioni di Fotoleggendo e membro di numerose giurie di concorsi fotografici.

Al suo lavoro professionale affianca da sempre un’intensa attività di sperimentazione fotografica e un impegno didattico e formativo sulle future generazioni di fotografi e performer.

Ha esposto in importanti gallerie e al Festival Internazionale di Fotografia di Roma. Alcuni dei suoi lavori di ricerca sono conservati presso musei nazionali e collezioni private. Giornalista pubblicista è stato Esperto fino al 2020 alla Platform du Conseil International du Cinéma, de la Television et de la Comunication Audiovisuelle del Ministero della Cultura Francese.

Per l’acquisto

Amazon – https://amzn.eu/d/eb3qAMW

Postcard edizioni – https://www.postcart.com/libro/9788831363044

Il sito dell’autore: https://www.mauriziovaldarnini.com/

“Rolleiflex”: il romanzo di Federico Montaldo

Con Rolleiflex, Federico Montaldo torna a scrivere e lo fa partendo da casa: il mondo della fotografia, quello che conosce meglio, con i suoi rituali, le sue piccole vanità e tutto quello che di solito resta dietro le quinte. Il risultato è un romanzo che mescola noir mediterraneo, ritratto d’ambiente e riflessione profonda sullo sguardo. La cornice è una Genova luminosa ma al tempo stesso inquieta, capace di essere elegante e scabra nello stesso respiro.

Il palcoscenico è Palazzo Ducale, dove Pascal Simeoni, fotografo corso-genovese con curriculum internazionale, sta per inaugurare il primo Festival di fotografia del Mediterraneo. Tutto sembra pronto: mostre allestite, pubblico in arrivo. La città si prepara a mettersi in bella mostra. Ma qualcosa si incrina. Giorgio Jaeger, stella mondiale del reportage e ospite d’onore, non si presenta. Lo ritrovano nella sua camera d’albergo, ucciso con un pestello di legno: oggetto domestico e insieme brutale, genovese nel profondo.

Accanto a Pascal entra in scena Alvise Loredan, ex vicequestore veneziano che con le gallerie d’arte non ha mai avuto grande feeling, mentre col mare sì. È approdato a Genova quasi per caso, sulla sua barca a vela, rifugio e punto d’osservazione privilegiato sul porto. Con lui c’è Marley, il cane, presenza discreta e fedele. Alvise la fotografia non la ama particolarmente, ma sa leggere le persone come pochi.

Mentre la polizia segue le piste più ovvie, Pascal e Alvise cominciano a mettere a fuoco un quadro umano ben più complesso. Attorno a loro si muove un cast di personaggi intriganti, ma ognuno nasconde qualcosa: un segreto, un rancore, un’invidia coltivata sotto il sole o nei corridoi della Magnum.

La verità, come sempre, non sta al centro dell’inquadratura. Sta ai margini, in quello che resta fuori campo. Ed è proprio qui che Rolleiflex trova la sua forza, trasformando il giallo in una riflessione sul potere e sui limiti – delle immagini.

Cover of the book 'Rolleiflex' by Federico Montaldo, featuring an illustration of a classic Rolleiflex camera against a light brown background, with publishing details at the bottom.

Non è un caso. Federico Montaldo è avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia, da anni impegnato nella divulgazione della cultura fotografica come curatore, saggista e ideatore di progetti. Ha firmato volumi importanti su autori e temi cruciali del reportage e dell’impegno sociale, e ha fondato l’Archivio Saglietti APS. Insomma, il mondo che racconta lo conosce dall’interno, con competenza e passione, ma senza sconti.

Dopo Isabelita, il suo primo romanzo, Rolleiflex riesce a tenere insieme trama e pensiero, suspense e riflessione etica. È un libro che parla di fotografia, certo, ma soprattutto di esseri umani.

Un’immagine può fermare la storia. La verità, invece, come il mare davanti al porto di Genova, non sta mai ferma. E chiede sempre un nuovo sguardo.

Sara Munari

Per acquisto libro

FEDERICO MONTALDO
Avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia.
Da anni si occupa di divulgazione della cultura fotografica, come promotore di incontri a tema, curatore di mostre e progetti fotografici.
Ha pubblicato saggi e curato biografie con diverse case editrici, tra cui: Manuale di sopravvivenza per fotografi. Diritti, Obblighi, Privacy (Emuse, 2019 e 2023); Ivo Saglietti. Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino (Postcart, 2021 e 2024); G8. Un sogno in sospeso (Emuse, 2021); Paola Agosti. Itinerari. Il lungo viaggio di una fotografa (Postcart, 2023); W La Libertad. La fotografia e la protesta (con Luciano Zuccaccia, Postcart 2024).
Ha fondato e presiede l’associazione Archivio Saglietti APS, che si occupa di promuovere e valorizzare la fotografia di reportage e impegno sociale.
Il mondo della fotografia è lo scenario anche delle sue opere di narrativa. Il suo primo romanzo è Isabelita (Bookabook, 2022).
Vive a lavora a Genova.

Le immagini immaginanti

Immagini per creare altro: le chiamerò “immaginanti”. Non si chiamano così ma a me piace. Che cosa sono le immaginanti? Sono immagini con le quali è possibile “fare” qualcosa che le svuota del significato iniziale e diventa altro. Sono dedite alla performance e si prestano a un’azione artistica, se chi interagisce con esse, in termini progettuali, riesce ad avere un’idea.

Questa attribuzione di significato è motore di partenza per nuove forme di produzione “estetico-fotografiche”, nelle quali però il fotografo perde la sua funzione iniziale (che abbiamo a lungo dato per certa), cioè la riproduzione dal vivo della realtà.

Vi faccio un esempio: Sherrie Levine è un’artista americana che si è fatta notare negli anni Settanta e Ottanta grazie a un’idea tanto intelligente quanto semplice. Sentite qui.

Il suo lavoro rientra in quello che si definisce Appropriation art. Si tratta di una corrente artistica basata sulla riproposizione di opere già esistenti con metodi di contaminazione differenti. La ricerca di questa artista si basa sul rifotografare opere di altri autori, in particolare di fotografi come Edward Weston, Alexander Rodchenko e Walker Evans. In After Walker Evans, opera del 1981, Sherrie Levine riprende pari pari alcune fotografie di Evans (in particolare quelle realizzate per la Farm Security Administration), firmandole però con il proprio nome. Una pop photographer, direi, dal momento che si appropria di un oggetto già esistente (nel suo caso, una fotografia scattata da altri) trasformandolo in oggetto artistico. Una splendida operazione “di fantasia e intelletto”, che, quantomeno dal punto di vista concettuale, muta la fruizione del lavoro.

Walker Evans Alabama Tenant Farmer Wife (1936) Sherrie Levine (1981)

«Levine diventa simbolo della cultura postmoderna, nonché critica della mercificazione dell’arte, elogio della morte del modernismo, inteso come incapacità degli artisti a lei contemporanei di ricatturare il passato e cercare di creare significati sempre nuovi. Le fotografie di Evans non erano protette da copyright all’epoca, e paradossalmente le stesse fotografie sono invece protette da copyright nel caso dell’opera della Levine. Interessante, in questo contesto, è la creazione nel 2001 di due siti web da parte dell’artista e programmatore Michael Mandiberg (1977): http://www.aftersherrielevine.com e http://www.afterwalkerevans.com. L’artista ha scansionato le fotografie della Levine e di Evans e creato i due siti web per facilitarne la loro diffusione. Chiunque può stampare dal sito le fotografie con un certificato di autenticità da firmare che rende unica ogni immagine. L’idea di Mandiberg è di diffondere queste opere rendendone nullo il valore economico (tutti infatti possono scaricarle), ma aumentare, con la diffusione, il loro valore culturale.» Martina Lughi, tesi di laurea, La riproduzione dell’opera d’arte dalla fotografia a internet. Diritti, diffusione, valorizzazione.

Il procedimento artistico, quindi, si propone di suscitare nello spettatore un’analisi critica dell’opera affinché sia còlto il significato caratterizzante il nuovo prodotto, che in tal modo assume una propria singola e specifica identità.

Un altro artista che ha fatto molto parlare di sé per aver sfruttato immagini altrui è Richard Prince, che infatti ha costruito la sua intera carriera proprio sul concetto di appropriazione, subendo cause legali legate al copyright da mezzo mondo. Nel 1980, il cowboy Marlboro (pubblicità molto famosa in America) diventa l’oggetto di cui Prince prende possesso. Rimanendo fedele all’immagine stereotipata del cowboy a cavallo – lazo e sfondo erboso – Prince ha semplicemente ri-fotografato la pubblicità delle sigarette, rimuovendo il logo Marlboro. Sam Abell, il creatore delle immagini originali della Marlboro, ha dichiarato più volte: «Non sono particolarmente divertito, è ovviamente un plagio…». Deve essersi incazzato ancora di più quando una delle immagini di Prince, Untitled (Cowboy), 1989, nel 2005 è stata venduta per oltre un milione di dollari.

Immagine Richard Prince Untitled (Cowboy), 1989 Ektacolor photograph 50 x 75 inches

Significativa è la storia di un’istantanea di Gary Gross del 1975 con Brooke Shields a dieci anni, nuda, in piedi nella vasca da bagno, con le labbra rosse e luccicanti (non la metto perchè mi sembra fastidiosa) . L’istantanea aveva già raccolto una gran dose di critiche, quando, nel 1983, Prince alza la posta rifotografando la stessa immagine e ribattezzandola Spiritual America, titolo di un primo piano che Alfred Steiglitz aveva scattato ai genitali di un cavallo maschio. Nel 2009 la polizia obbliga la Tate Modern Gallery a rimuovere l’immagine per paura che potesse “infrangere inavvertitamente la legge o offendere i visitatori”; successivamente, l’account Instagram di Prince è stato temporaneamente sospeso dopo che il post contenente questa immagine era stato segnalato per oscenità. Nel 1992 Gross aveva ceduto i diritti di questa immagine a Richard Prince. Anche quest’opera di Prince ha avuto un grande successo ed è stata venduta all’asta per 151.000 dollari.

Sara

Dal mi libro “Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei” Disponibile qui

Le fotografie inserite nel testo sono e rimangono di proprietà dell’autore, qui hanno solamente scopo didattico informativo.

È arrivato il mio nuovo libro: La grammatica delle immagini

Sono felice di annunciare l’uscita del mio nuovo libro, La grammatica delle immagini, pubblicato da Apogeo Editore ( Feltrinelli ).

Questo libro nasce dal desiderio di condividere ciò che ho imparato – e continuo a imparare – sul linguaggio fotografico e sull’utilizzo consapevole delle immagini. Viviamo immersi in un flusso costante di immagini: le produciamo, le condividiamo, le interpretiamo ogni giorno. Ma ci fermiamo mai davvero a chiederci come funziona un’immagine? Quando un’immagine funziona? E perché?

La grammatica delle immagini è un invito a osservare con più attenzione. Non è un manuale tecnico né una guida per “fare belle foto”, ma un percorso per imparare a leggere e costruire significato attraverso le immagini. È pensato per chiunque voglia capire meglio il linguaggio visivo: fotografi, comunicatori, studenti, curiosi, o semplicemente chi vuole vedere con più consapevolezza.

Spero possa essere una lettura utile, stimolante e, perché no, anche sorprendente.

Grazie a chi lo leggerà, e a chi vorrà discuterne con me.
Ci vediamo tra le pagine.

📘 La grammatica delle immagini
📍 Disponibile da Apogeo Editore / Feltrinelli

Le triangolazioni nella street photography

La cosa più importante quando decidiamo di scattare una fotografia è la consapevolezza di come sarà l’immagine finale.

Come vi ho già ripetuto, non esistono regole universali per comporre bene un’immagine. Ogni scelta dipende dal tipo di emozione o messaggio che vogliamo far passare. La composizione è una scelta creativa, certo personale, ma esistono indicazioni estetiche, che si usano anche inconsapevolmente, per equilibrare la distribuzione degli elementi nelle immagini.

Per organizzare i differenti elementi in una composizione si introducono forme geometriche, in modo da creare un’unione spontanea tra gli elementi della scena. Per esempio, possiamo inserire più disposizioni a triangolo e l’occhio dello spettatore sarà sempre guidato da queste linee immaginarie.

La ricerca di triangolazioni nelle fotografie rimane, probabilmente, una delle possibilità più dinamiche, in termini di composizione. Inoltre, incorporare triangoli in una scena è un modo particolarmente efficace per introdurre la tensione dinamica.

L’Avana (Cuba)© Sara Munari

L’Avana (Cuba)© Sara Munari

Saintes Marie de la Mer (Francia) © Sara Munari

Guia, Gran Canaria (Spagna) © Sara Munari

Dal mio libro “Street photography, attenzione può creare dipendenza” in vendita qui

Il momento decisivo, cos’è?

Valle dello Shenandoah, Virginia (U.S.A.) © Sara Munari

Nel corso degli anni si è parlato molto del “momento decisivo” nella fotografia. l’idea di un momento decisivo legato alla fotografia di strada viene da the decisive moment di Henri Cartier-Bresson, (Simon And Schuster/Editions verve, new york-paris 1952) ma l’idea, in realtà, deriva dagli scritti del XVII secolo delL: «il n’y a rien dans ce monde qui n’ait un moment décisif» (non c’è nulla in questo mondo che non abbia un momento decisivo).
La prefazione del libro di Cartier-Bresson descrive il rapporto del fotografo con la fotografia da più punti di vista: reportage, composizione, tecnica e il concetto, appunto, di “momento decisivo”. Henri Cartier-Bresson Scrive: «per me, la fotografia è l’individuazione simultanea, in una frazione di secondo, del significato di un evento e di una precisa organizzazione di forme che danno a quell’evento la sua giusta espressione». il momento decisivo, quindi, non è mai l’attimo in sé, disconnesso dal resto, nella fotografia. è sempre l’intera fotografia.
La comunicazione tra gli elementi di quella immagine rende lo scatto unico, inconsueto, stravagante, ironico.
Catturare una buona immagine di strada è la combinazione dell’essere al momento giusto nel posto giusto, mentre si ha in mano una macchina fotografica (quando la si sa usare).
Ma il momento giusto per lo scatto va atteso o inseguito?
Chiaramente non c’è una regola.
Possiamo camminare incessantemente (quello che tendo a fare io) e auspicare di incontrare qualcuno o qualcosa che rappresenti la base per una buona fotografia.
Diversamente, possiamo cercare un’ambientazione interessante, una buona luce e inquadrare la scena aspettando che qualcosa si presenti a rendere perfetto lo scatto. Questa seconda opzione ci porta a lunghe attese ma, con un po’ di pazienza, riusciremo a concretizzare immagini attraenti.
Da fotografi, siamo noi a creare le nostre combinazioni. In ogni fotografia c’è un elemento di casualità, anche se in realtà, intorno a noi, i momenti “fortunati” accadono di continuo, solo che non sempre ce ne accorgiamo.
Non esiste il metodo giusto, la scelta ha a che fare più verosimilmente con il carattere, io sono una donna impaziente e raramente mi fermo in attesa. Alcuni fotografi sono molto disinvolti e speri- colati, altri più tranquilli e timidi.

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