Gli anni del nostro incanto, un libro.

Copertina “Gli anni del nostro incanto”

Uno scatto fotografico immortala un’allegra famigliola a bordo di una Vespa. Questi sono Gli anni del nostro incanto raccontati da Giuseppe Lupo. Marsilio ha raccolto la sfida pubblicando una storia delicata costruita attorno ad una vecchia fotografia.

Una domenica di aprile, una Vespa, a Milano, negli anni Sessanta: un padre operaio, una madre parrucchiera, un figlio di sei anni e una bimba che non ne ha ancora compiuto uno. Vengono dalla periferia, sembrano presi dall’euforia del benessere che ha trasformato la loro cronaca quotidiana in una vita sbarluscenta. Qualcuno scatta una foto a loro insaputa. Vent’anni dopo, nei giorni in cui la Nazionale di calcio italiana vince i Mondiali di Spagna, una ragazza si trova al capezzale della madre che improvvisamente ha perso la memoria. Il suo compito è di ricordare e narrare il passato, facendosi aiutare da quella foto. Prende così avvio il racconto di una famiglia nell’Italia spensierata del miracolo economico, una nazione che si lascia cullare dalle canzoni di Sanremo, sogna viaggi in autostrada, si entusiasma con i lanci nello spazio dei satelliti americani e sovietici, e crede nel futuro, almeno fino a quando non soffia il vento della contestazione giovanile e all’orizzonte si addensano le prime ombre del terrorismo. Dopo la strage di piazza Fontana finisce un’epoca favolosa e ne comincia un’altra. La città simbolo dello sviluppo industriale si spegne nel buio dell’austerity, si sporca di sangue e di violenza, mostra il male che si annida e lascia un segno sul destino di tutti. Giuseppe Lupo ci racconta il periodo più esaltante e contraddittorio del secolo scorso – gli anni del boom e quelli di piombo – entrando nei sogni, nelle illusioni, nelle inquietudini, nei conflitti di due generazioni a confronto: quella dei padri venuti dalla povertà e quella dei figli nutriti con i biscotti Plasmon.

Qui un’intervista in video all’autore

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/giuseppe-lupo-gli-anni-del-nostro-incanto/40156/default.aspx

Giuseppe Lupo è nato in Lucania (Atella, 1963) e vive in Lombardia, dove insegna letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e Brescia. Per Marsilio, dopo l’esordio con L’americano di Celenne (2000; Premio Giuseppe Berto, Premio Mondello), ha pubblicato Ballo ad Agropinto (2004), La carovana Zanardelli (2008), L’ultima sposa di Palmira (2011; Premio Selezione Campiello, Premio Vittorini), Viaggiatori di nuvole (2013; Premio Giuseppe Dessì), Atlante immaginario (2014), L’albero di stanze (2015; Premio Alassio-Centolibri) e Gli anni del nostro incanto (2017; Premio Viareggio Rèpaci) e Breve storia del mio silenzio (2019, selezionato nella dozzina del Premio Strega). È autore di numerosi saggi e collabora alle pagine culturali del Sole 24 Ore e di Avvenire.

Dino Fracchia, in Piazza – rabbia e passione

Per acquisto clicca qui

Come siamo cambiati? Come è cambiato il nostro modo di protestare e stare in piazza dagli anni ’70 ad oggi? Attraverso una galleria di immagini, selezionate dal vasto archivio del fotografo milanese Dino Fracchia ripercorriamo i grandi movimenti che hanno caratterizzato le proteste degli ultimi cinquant’anni d’Italia alla ricerca del filo rosso che unisce più di una generazione sotto le bandiere della protesta, alla ricerca di un mondo migliore. Più di cento fotografie, quasi cinquant’anni di piazza dagli anni’70 ai giorni della pandemia. Anni ’70: Operaie e operai; Il movimento; Le femministe; I festival giovanili. Anni ’80: Studenti, punk, autonomi e il movimento antinucleare. Anni ’90: I centri sociali. Genova 2001: il G8 e il Genoa Social forum. Anni 2000: Non una di meno; Fridays for future. 2020-2021: La pandemia da coronavirus, torneremo più in piazza? Con i contributi scritti di: Vittorio Agnoletto, Carlotta Cossutta, Sandrone Dazieri, Erri De Luca, Federico Dragogna, Patrizio Fariselli, Vicky Franzinetti, Manuela Fugenzi, Sergio Marchese, Giorgio Oldrini, Xina Veronese. Da Amazon

Copyright: Dino Fracchia

Dino Fracchia – Dino Fracchia, fotogiornalista di Milano (Italia). Attivo da molti anni nel campo del reportage sociale, economico, scientifico e geografico. Collaboratore dei maggiori giornali nazionali ed internazionali

Fracchia è uno dei più riconosciuti fotografi che, negli ultimi 50 anni, si è occupato dei movimenti sociali. Qui potete sfogliare il suo archivio online

Copyright: Dino Fracchia

Ciao Sara

Richard Misrach, colore, grande formato e ambiente.

Richard Misrach (nato nel 1949) è un fotografo americano. Nancy Princenthal ha affermato che l’autore è  ” identificato con l’introduzione del colore nella fotografia fine art negli anni ’70 e con l’uso di macchine fotografiche tradizionali di grande formato”.

David Littlejohn del Wall Street Journal, definisce Misrach “il fotografo americano più interessante e originale della sua generazione”, descrivendo il suo lavoro come “parallelo a quello di Thomas Struth e Andreas Gursky, due contemporanei tedeschi”. Tutti e tre hanno usato il grande formato colore su larga scala che sfidava le aspettative della fotografia d’arte in quel momento.

Misrach è ampiamente riconosciuto come “uno dei fotografi più acclamati a livello internazionale di questo secolo”. Ha fotografato i deserti dell’ovest americano e ha realizzato una serie che documenta i cambiamenti apportati all’ambiente da vari fenomeni artificiali come l’espansione urbana, il turismo, l’industrializzazione, le inondazioni, gli incendi, la produzione petrolchimica e il collaudo di esplosivi e armi nucleari da parte dei militari.

La curatrice Anne Wilkes Tucker scrive che la pratica di Misrach è mossa da estetica, politica, ecologia e sociologia. In un’intervista del 2011, Misrach ha affermato: “La mia carriera, in un certo senso, è stata quella di navigare questi due estremi – politico ed estetico. ” Descrivendo la sua filosofia, Tracey Taylor, del New York Times, scrive che” Le immagini di Misrach sono adatte alla cronaca, non al reportage.

A proposito della documentazione sull’ambiente:

Nel suo saggio introduttivo Reyner Banham , sostiene che quello che “ritrae” Misrach è l'”altro” deserto, non quello del sogno americano, ma il deserto reale, “sporcato, offeso, colonizzato, recintato, bruciato, inondato, pascolato, escavato, sfruttato e… lasciato andare in malora! Ciò che ci rimane da amare è ben poca cosa, se pensiamo a quello che c’era quando arrivammo quì la prima volta, ma c’è ancora qualcosa che reclama la nostra piena attenzione, una grande bellezza visuale che non dobbiamo rischiare di perdere a causa della nostra superficialità” 

Dal sito Fotologie

Richard Misrach

Misrach è nato nel 1949 a Los Angeles , in California . Nel 1967 ha lasciato Los Angeles per l’University of California, Berkeley, dove ha conseguito una laurea in Psicologia, dopo una laurea in matematica. Ha cominciato a fotografare gli eventi intorno a lui e ha anche imparato i rudimenti della fotografia con Paul Herzoff, Roger Minick, e Steve Fitch al ASUC Berkeley Studio.

Il primo progetto importante di Misrach, è completato nel 1974 e ha raffigurato i residenti senza casa di Telegraph Avenue a Berkeley, in California . Queste fotografie sono state mostrate presso il Centro Internazionale di Fotografia e pubblicato come in un libro,”Telegraph 03:00 “, che ha vinto il Book Award nel 1975.

Il libro di Misrach “Desert Cantos” ha ricevuto il 1988 l’Infinity Award, e il suo “Bravo 20: il bombardamento del West americano”, co-autore con Myriam Weisang Misrach, vince nel 1991 un premio come libro di saggistica. La sua monografia Katrina ha vinto come miglior fotolibro dell’anno 2011 al PhotoEspaña.

Ha ricevuto numerosi premi tra cui quattro National Endowment for the Arts Fellowships, un Guggenheim Fellowship , un Centro Internazionale di Fotografia Premio Infinity per una pubblicazione, e la brillante carriera nel Photography Award dal Los Angeles Centro per gli studi fotografici . Nel 2002 riceve il Kulturpreis alla carriera in fotografia dalla Società tedesca per la Fotografia, e nel 2008 ha ricevuto il premio Lucie per Outstanding Achievement in Art Fine Photography.

Nel 2010, Apple utilizza l’immagine di Misrach, 2004 Pyramid Lake (di notte), come sfondo per il primo iPad .

Parte della Biografia da Wikipedia

Qui un bell’articolo sul suo lavoro sulle spiagge

Richard Misrach

Qui i suoi libri, per acquisto

Petrochemical America

Border Cantos

Desert Cantos

Richard Misrach: The Mysterious Opacity of Other Beings

Golden Gate: Photographs by Richard Misrach

👉 Fotografare i bambini per strada, si può?

Vietnam – Sara Munari

Sebbene ci siano molte difficoltà nello scegliere come soggetti i
bambini, sono comunque uno dei “bersagli” preferiti nella fotografia
di strada. Vi sono complicazioni soprattutto legate alla cultura
del mondo occidentale, in molte altre parti del mondo riprendere
i bambini è considerato assolutamente normale.
I tempi sono cambiati e i giorni in cui fotografi di strada come
Helen Levitt, William Klein e Vivian Maier giravano per le strade
di New York e Chicago fotografando bambini di tutti i tipi, in tutte
le situazioni, sono finiti.

Belgrado – Sara Munari

Quando un fotografo viene visto con la fotocamera, non è irragionevole
che ci si chieda dove finirà la fotografia e, probabilmente, mi farei la stessa domanda se avessi figli.
Sebbene i bambini siano sbattuti in faccia a tutti, ogni giorno su tutti i social network, scattare la foto di un bambino, in un luogo
pubblico, sembra essere un sacrilegio.
Sta di fatto che i piccoli umani sono un soggetto troppo appetitoso
per non scattare. Io, per esempio, quando vedo dei bimbi, entro in uno stato di agitazione fotografica da ripresa: non posso, non posso,
ma voglio, sì voglio, bello, trak, presa la foto. È fatta.
Quando mi accade, sono più tranquilla in Oriente o in Sud America,
dove la questione sembra essere più “morbida”, e ho qualche difficoltà
in più qui in Europa e negli Stati Uniti.

Sofia – Sara Munari

Non voglio soffermarmi a lungo su questo argomento: semplicemente,
usate la logica, cercate di informarvi sulle regole del Paese
dove state fotografando e cercate di adattarvi alle usanze locali.

Suggerimenti sul fotografare bambini per strada
Ecco i consigli riportati nel libro di David Gibson, Street photography.
Manuale del fotografo di strada, tr. It. Il Castello, Cornaredo 2016:

❙❙ Siate consapevoli della presenza di genitori o insegnanti, se
sono in prossimità dei bambini che intendete fotografare.
❙❙ Scattate velocemente, come fareste normalmente, non esagerate,
fate pochi scatti e spostatevi.
❙❙ Se vi scoprono, sorridete. Un sorriso comunica che quello che
state fotografando deve far sorridere e rassicura tutti.
❙❙ Un grande vantaggio potrebbe essere portare con voi i vostri
figli.
❙❙ Non dovete fotografare i bambini in quanto bambini ma più
semplicemente perché sono persone e sono parte della vita in
strada.
❙❙ Cercate di vedere il bambino in un adulto, anche questo è street
photography.
❙❙ Siate sensibili, ma non siate ansiosi di fotografare bambini.

Come comportarsi in Italia
Dal punto di vista normativo, consiglio di attenervi a quanto stabilito
dal Garante della privacy, nel Bollettino 50/maggio 2004.
Diffusione di fotografie
Le disposizioni che tutelano la riservatezza dei minori si fondano
sul presupposto che la pubblicità dei loro fatti di vita possa arrecare
danno alla loro personalità. Questo rischio può non sussistere
quando il servizio giornalistico dà positivo risalto a qualità del minore
e/o al contesto familiare in cui si sta formando. Pertanto può
ritenersi lecita, ad esempio, salvo casi assai particolari, la diffusione
di immagini che ritraggono un minore in momenti di svago e di gioco.

Resta comunque fermo l’obbligo per il giornalista di acquisire
l’immagine stessa correttamente, senza inganno e in un quadro
di trasparenza, nonché di valutare, volta per volta, eventuali richieste
di opposizione da parte del minore o dei suoi familiari.
Anche in tale ambito è comunque affidata al giornalista una prima
valutazione in ordine al rischio che tale spettacolarizzazione
possa incidere negativamente sul minore e sulla sua famiglia.
Si dovrà in ogni caso evitare che la diffusione di tale tipo di dati
assuma carattere sistematico: è infatti evidente la differenza che
esiste fra la raccolta occasionale dell’immagine delle persone che
in un dato momento si trovano in un luogo pubblico e invece la
ripresa sistematica di tale situazione.
Analoghe considerazioni in ordine alla liceità della diffusione
possono essere formulate con riferimento alle immagini di neonati.
Esse infatti si caratterizzano per avere una più ridotta valenza
identificativa.

QUI LE INFO SPECIFICHE

Questa è una parte del mio libro sulla Street photography, l’ultimo uscito della casa editrice Emuse.

Se vi interessa l’acquisto qui per informazioni
Street photography | Attenzione! Può creare dipendenza

Tirana – Sara Munari

La donna nella vasca da bagno di Hitler: Lee Miller

Ciao,

se dico Lee Miller a voi cosa viene in mente?

Immagino qualcuno penserà alla famosa immagine scattatale da David Scherman nella vasca da bagno di Hitler.

Qualcun altro all’immagine scattatale da Man Ray, in cui appare in un primo piano stretto con delle lacrime di vetro sul viso.

Paradossalmente, le immagini più conosciute di Lee Miller non sono scatti suoi. Eppure lei è stata davvero una grande fotografa e una grande donna, purtroppo spesso sottovalutata e ridotta al ruolo di musa di altri artisti.

Ho appena finito di leggere il libro “La vasca del Führer” di Serena Dandini, che ripercorre la vita di Lee Miller, partendo dalla famosa immagine (ho deciso di non pubblicare la foto di copertina, poichè fuorviante, non è un autoritratto come sembrerebbe dalla copertina del libro nda). Il libro è un romanzo, quindi non completamente e non sempre fedele alla realtà, ma è un buon modo per avvicinarsi alla conoscenza di questa fotografa. Credo che in ogni modo la Dandini abbia svolto un ottimo lavoro di ricerca e riportato anche degli aneddoti molto interessanti.

Nata nel 1907 nello stato di New York, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza furono molto travagliati. A soli 7 anni infatti fu violentata mentre era a casa di parenti e, in seguito allo stupro, contrasse la gonorrea. A quei tempi, nel 1914, quella malattia si curava in modo dolorosissimo e pericoloso. Lee urlava a tal punto che dovettero allontanare i suoi fratelli per non udirne le grida. Ma anche la sua adolescenza fu segnata da un altro trauma: mentre era in canoa con il suo ragazzo Brad, questi ebbe un malessere, probabilmente un problema cardiaco, cadde in acqua ed affogò. Da quel momento Lee fece moltissima fatica a innamorarsi.

Dopo quei primi burrascosi anni, Elisabeth Miller (questo era il suo vero nome) iniziò la sua carriera come modella per Vogue, ma la fotografia era un’arte che fin da piccola aveva esercitato un particolare fascino su di lei. Il padre infatti era un ingegnere che nel tempo libero si dilettava con la nuova arte della fotografia, emergente ad inizio 900 e fin da piccola ritraeva Lee ossessivamente, anche in pose che oggi darebbero scandalo.

Ben presto quindi si stancò della vita da modella newyorchese e si trasferì a Parigi. Disse di sé: “Preferisco fare una foto, che essere una foto”. 

La vita culturale parigina negli anni 20 era in pieno fermento, il movimento surrealista stava nascendo e la maggior parte degli artisti confluiva in questa città. Picasso, ma anche Claude Cahun, Andrè Breton, Paul Eluard, Max Ernst e tutti quelli del circolo surrealista di Montparnasse. Era una città sessualmente libera, ben diversa da New York, molto più aperta e accogliente, in particolare per le donne.

Nella città degli artisti, incontrò uno dei più famosi fotografi dell’epoca, Man Ray, con grande faccia tosta gli di poter essere la sua assistente. Lui prima si rifiutò, poi fu sorpreso dalla sua bravura. Fu l’inizio di un sodalizio artistico ed umano che segnò per sempre la vita di entrambi: in breve tempo, la stima artistica reciproca si trasformò in un amore passionale e tormentato.

Lee divenne la protagonista di alcuni dei più famosi scatti di Man Ray, alimentando il suo percorso di maturazione e ossessione per i dettagli del corpo. Per altro, non le fu mai riconosciuto il merito di aver scoperto la tecnica della solarizzazione, erroneamente attribuita proprio a Man Ray. La Dandini nel libro così ricostruisce questa scoperta “Di nuovo entra in scena il caso, e questa volta ha le sembianze di un topo che nel buio della camera oscura cammina sui piedi di Lee, o almeno lei ne è convinta. Terrorizzata da quel contatto, caccia un urlo e accende la luce mettendo a repentaglio il lavoro. È soltanto un attimo, ma è sicura di aver rovinato il prezioso materiale di Ray. Invece ha appena scoperto un nuovo procedimento di sviluppo che dona alle immagini una suggestione pittorica. Grazie all’esposizione accidentale, il nero di fondo sfuma nel grigio lasciando un profilo piú marcato intorno ai soggetti, i quali acquistano un effetto tridimensionale che richiama gli antichi bassorilievi. Quel risultato stupefacente entusiasma la coppia, che si lancia nella sperimentazione e realizza una serie di fotografie che passeranno alla storia.

Dopo tre anni di convivenza, Lee si sentì imprigionata nel ruolo di assistente e musa di Ray e forse anche il ruolo di amante le stava un po’ stretto, i due si separarono e Lee tornò a New York.

Negli USA continuò la sua collaborazione con Vogue, ma stavolta dall’altro lato della fotocamera, cominciò infatti a lavorare come fotografa di moda e ritrattista su commissione.

Ma Lee era una donna inquieta, il suo inferno dentro ben presto tornò a bruciare. Lee perse ben presto interesse per i lavori piú commerciali. Era soprattutto la routine ad annoiarla. Stanca di limitarsi a semplici ritratti, chiese di essere mandata al fronte: fu una delle prime fotoreporter donna della storia. Aggregata all’esercito americano in Europa, con una divisa su misura, che indosserà ininterrottamente per un anno e un elmetto disegnato appositamente per utilizzare una fotocamera (come si vede dall’immagine qua sotto), sperimenterà in prima persona gli orrori della guerra insieme all’amico David Scherman.

In una notte d’agosto del 1944, Lee attraversò la Manica a bordo di un tank della marina militare carico di carri armati; arrivò a Omaha Beach con l’alta marea e un marinaio si offrì di portarla a riva in braccio per evitarle
il bagno gelato nell’oceano. D’improvviso venne catapultata nel pieno dei combattimenti, e invece di cercare un rifugio sicuro abbraccia la Rolleiflex e cominciò a scattare fra lo stupore dei militari, che non avevano mai visto una fotografa in azione sul fronte. Lee immortalò in decine di scatti le esplosioni nel cielo, fiamme alte come grattacieli. Ma le immagini, una volta arrivate in patria, vennero subito sequestrate dalla censura britannica r rimasero top secret per anni, perché documentavano l’utilizzo di un’arma segreta che divenne tristemente famosa nelle guerre a venire.

Mentre era a Norimberga, dopo lo sbarco, il generale Patton la informò che sarebbero entrati a Dachau. Con una divisa su misura e non protocollare, che indosserà ininterrottamente per un anno, sarà la sola delle sei donne fotoreporter di guerra a raggiungere il fronte, seguendo l’avanzata alleata da Omaha Beach sino ai campi di sterminio. Lee fu dunque tra le prime persone a entrarvi. C’erano ancora tutti i prigionieri, le cataste di morti, i forni fumanti. Lee restò incredula. Era sconvolta. Scrisse un cablogramma alla sua redazione con queste parole: “Vi prego di credere che tutto questo è vero.” E inviò le foto.

Lee, al contrario di altri reporter, scelse di riprendere la realtà disumana dei lager «con un occhio surrealista», e grazie alla tecnica della frammentazione sperimentata negli anni parigini ritaglia inquadrature insolite che prediligono i particolari piuttosto che la visione d’insieme.

Da Dachau e Buchenwald non ne uscì più mentalmente. Dopo aver fotografato i cumuli di morti e ossa, i sopravvissuti ridotti a scheletri, i cadaveri dei kapò massacrati per vendetta, come avrebbe potuto non tenerne conto per sempre? Il suo archivio online è imperdibile: https://www.leemiller.co.uk/

Ma quei volti consunti, il pallore della neve che riempì l’Europa in quei mesi, quelle vite interrotte, quei cadaveri bianchi che fotografò, non le diedero più tregua: negli anni successivi, la depressione e l’alcol furono le costanti della sua vita. Visse gli ultimi anni in ritiro, continuando a ricevere visite dei suoi amici artisti e a pubblicare occasionalmente fotografie per Vogue. Si dedicò alla cucina, cercando di sfuggire alla depressione e dandosi un nuovo volto di madre e casalinga perfetta. Morì di cancro a settant’anni, nel silenzio di una città di provincia.

Spero di avervi fatto appassionare un po’ a questa grande donna, prima ancora che grande fotografa.

Se volete approfondire la conoscenza della Miller, vi consiglio il libro scritto dal figlio, Antony Penrose, Le vite di Lee Miller.

Anna

Cosa fa uno storyteller – fotografo?

Buongiorno, queste sono alcune considerazioni che derivano da una mia lezione di fotografia a scuola, trascritte da una mia alunna (folle, ha riscritto un anno di registrazioni). Spero possano farvi pensare anche solo un pochino. Buona giornata Sara

Dal mio lavoro “Don’t let my mother know”

Cosa fa uno storyteller – fotografo?

  • Crea un’identità che permetta di riconoscersi nelle situazioni del reportage sia personale, sia di documentazione effettiva. Il fotografo “vince” quando riesce a creare un filo che lo colleghi a chi guarda le sue foto, quindi in sostanza chi guarda, può riconoscersi in quella situazione specifica. Più trattiamo temi che riguardano l’uomo in generale e più avremo la possibilità che questo filo si crei. Nel caso in cui si trattino argomenti molto specifici o argomenti con linguaggi particolari, è più facile che il pubblico coinvolto sia numericamente inferiore e la storia interesserà direttamente solo chi ha a che fare con il tema scelto. Non è un bene o un male, è un ragionamento che si fa prima di cominciare, per necessità, per motivi differenti che ci spingono ad approfondire discorsi più personali e meno riconducibili ad un pubblico generico.
  • Chi è capace di raccontare storie, riesce a dare un senso alle avventure, negative o positive che riguardano l’uomo; una cosa atroce prende senso, anche se è collegata alla morte, perché fa parte della storia dell’uomo e quindi il fotografo organizzando il suo lavoro, riesce a concedere un significato a qualsiasi situazione (anche difficile da digerire). Un buon fotografo da significato a tutte le vicissitudini dell’uomo.
  • Lo storyteller crea una memoria storica e si assicura che chi arriverà dopo, possa capire come hanno vissuto i suoi predecessori (per esempio: noi sappiamo come vivevano negli anni ’50 perché vediamo le foto di quel periodo, perché ne leggiamo i testi, vediamo film ecc.).
  • Il fotografo potrebbe anche essere in grado di direzionare l’opinione del pubblico. Questo avviene soprattutto nel fotogiornalismo e nel reportage più in generale…quindi quando raccontate una storia che affronta temi sociali (non solo) sappiate di avere una grande responsabilità! Alcuni dei vostri progetti potrebbero essere in grado di far cambiare idea alle persone sulle cose.

Gli stessi concetti e molto altro sono proposti nel mio libro, edito da Emuse

Storytelling a chi? Guida pratica per fotografi cantastorie 

Nuovo libro su Mario Giacomelli!

Fotografia di Mario Giacomelli

Quando è nata la fotografia, fino ad un passato, non troppo lontano, il fotografo era concentrato quasi esclusivamente sul fissare valori legati alla bellezza naturale del paesaggio.
Dopo questo primo periodo, le necessità si sono fatte più documentarie e si sono spostate sull’approfondimento visivo legato alle grandi trasformazioni del territorio, ai mutamenti in corso.
La metamorfosi del territorio stesso, è diventata oggetto di analisi. Il perché del cambiamento diventa una delle spinte maggiori e il fotografo sembra avere il compito o la necessità, di stabilire che direzione avrebbe preso l’uomo per adattarsi ai nuovi mutamenti legati alla propria terra, al paesaggio circostante.
La complessità di questa operazione, in termini fotografici, mi è sempre sembrata grandissima anche perché, da un certo punto in poi, dal fotografo ci si aspettava una sorta di rivelazione e non solamente una rappresentazione del proprio punto di vista.
Quando la fotografia è libera da disposizioni di tipo documentativo o istituzionale, si orienta verso un atteggiamento più riflessivo che accompagna il fotografo nella rappresentazione del mondo che lo circonda.
Giacomelli guarda alla terra Senigallese, la interpreta cogliendo i segni di un cambiamento, che oggi, a distanza di anni, riusciamo a comprendere anche grazie alle sue immagini.
Con un taglio poetico/ surreale, legato all’esigenza artistica personale dell’autore e un piglio documentativo, di cui il fotografo era sicuramente cosciente, Giacomelli fa emergere il valore di avere fermato una realtà che oggi è mutata aiutandoci a ricostruire l’evoluzione del suo territorio.
Comprendere l’atteggiamento con il quale un fotografo, il cui compito interpretativo oggi è sicuramente condiviso, esamina l’oggetto della sua ricerca, risulta sempre interessante, soprattutto per chi, come me, ha fatto dell’interpretazione del proprio mondo, motivo continuo di indagine e approfondimento.

Fotografia di Mario Giacomelli

Il libro “Mario Giacomelli. Terra e luce. I cambiamenti del territorio senigalliese nelle fotografie del maestro” , scritto da Simona Guerra e Marco Lion, ha come scopo principale di valorizzare il paesaggio Senigallese attraverso un confronto tra le immagini del fotografo e la situazione odierna del territorio, per comprendere i cambiamenti avvenuti .
Il libro è accompagnato da una mappa che indica percorso che si estende su una grande zona della campagna senigalliese. Un percorso di 10,4 km diviso in 4 stazioni, segnalate sul posto, dalle quali è possibile osservare il mutamento del territorio, rispetto al periodo in cui Giacomelli ha ripreso le sue immagini dello stesso luogo.
Un’interessantissima operazione voluta dall’Associazione Confluenze per valorizzare la propria terra.

Fotografia di Mario Giacomelli

“Il paesaggio vero nasce nel momento in cui ho capito che la terra era la grande Madre, non solo mia ma di tutti noi. Una grande Madre con le braccia aperte, sempre calda, sempre pronta ad abbracciarti. Il contadino riponeva tutte le sue speranze in questa terra e questo per me era importante. Guardando le mani del contadino e la terra che lui lavorava, mi accorgevo che erano fatte della stessa materia, con gli stessi segni. Non ha la pelle liscia come la mia, il contadino: è ruvida come la terra; questi segni che vedi qui, queste venature, sono le venature che ha la terra; i fossi dove si fa passare l’acqua per me sono le vene della terra. La terra vive. Per questo dico che è la grande Madre.” Mario Giacomelli

Per info sulla vendita:

Editore: Ventura edizioni