The Ballad of the Sexual Dependency, Nan Goldin.

The Ballad of the Sexual Dependency è uno slideshow di circa 700 foto Nan Goldin ha prodotto scegliendo tra le sue immagini scattate dagli anni Ottanta in poi. La fotografa, e le persone che ha frequentato nel tempo  sono i soggetti del lavoro. Molti di questi sono drogati ripresi nel quotidiano. Tutto il progetto è ripreso tra Boston, New York, Londra, Berlino e le altre città in cui la Goldin ha vissuto.

La fotografa descrive il lavoro come un diario personale che lei stessa rende pubblico: «Il diario è la forma di controllo della mia vita. Mi permette di annotare in modo ossessivo ogni dettaglio. Mi permette di ricordare».

Nan Goldin fa parte del gruppo detto dei cinque di Boston (Five of Boston) e il suo lavoro è considerato rilevante nell’ambito della fotografia contemporanea, come Terry Richardson e Wolfgang Tillmans.

Il suo lavoro esplora a 360 gradi il mondo LGBT nei momenti di intimità, durante il periodo dell’HIV e dell’uso smisurato degli oppioidi.

Il suo lavoro più notevole è The Ballad of Sexual Dependency (1986), che documenta la sottocultura gay dopo Stonewall, ma anche la sua famiglia e i suoi amici.

Vive e lavora a New York, Berlino e Parigi. Lei è bisessuale.

Trixie on the cot, New York City, 1979 © Nan Goldin

Nan Goldin nasce a Washington nel 1953 ma cresce a Boston, dove frequenta la School of the Museum of Fine Arts. Vive a New York dal 1978, dove si è affermata come una delle maggiori esponenti di un’arte a favore di una identificazione completa tra arte e vita. Fino dall’età di diciotto anni usa la fotografia come un “diario in pubblico”, per questo motivo l’opera di Nan Goldin è inseparabile dalla sua vita. Segnata dal suicidio della sorella diciottenne Barbara Holly il 12 aprile 1965, è proprio fotografando la propria famiglia che incomincia il suo lavoro fotografico. In seguito rimane molto vicina all’album di famiglia sia per la tecnica sia per i soggetti scelti.

© Nan Goldin

Nel 1979, incominciando dal Mudd Club di New York, l’artista comincia a presentare le sue immagini con una proiezione di diapositive accompagnate da una colonna sonora punk: Ballata della dipendenza sessuale diffuso nei musei in più versioni. Le foto, anche se danno l’impressione di essere state rubate, non sono mai scattate con il soggetto troppo vicino all’obiettivo per farlo risultare “sorpreso”. Nelle sue opere si può vedere il suo entourage subire il travaglio della vita: vecchiaia, amore, morte, infanzia si succedono nei pochi secondi della proiezione prima dell’immagine successiva. Questo gruppo di persone a lei vicine, molte delle quali sono scomparse, risulta ghermito in una congiura orchestrata dalla morte.

© Nan Goldin

Il suo è un reportage intimistico, un tipo di fotografia che influenzerà moltissimo le generazioni successive al suo lavoro.

I suoi lavori, che fin dall’inizio utilizzano più media, anticipano la realtà fotografica attuale.

Nan Goldin osserva la parte trasgressiva e nascosta della vita della città con un approccio intimo e personale. I ricordi privati divengono opere d’arte solo dopo la decisione di esporli. Ritrae amici e conoscenti, ma anche sé stessa, come nel celebre Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata. Il suo stile diventa un’icona della sua generazione difficile e assume un’ulteriore svolta dopo la diffusione dell’AIDS, che mette in discussione la sua fiducia nel potere delle immagini rendendole chiaro che esse le mostravano solo coloro che aveva perso. La Goldin intende le foto che documentavano la vita quotidiana dei suoi amici sieropositivi in funzione di una valenza sociale e politica, e come attivista di Act Up organizza la prima grande mostra sull’AIDS a New York nell’89.

© Nan Goldin

Attualmente impegnata con performance e call action sul problema degli oppiodi, utilizza i social network, Instagram e Facebook per le call action.

Le più importanti quelle realizzate al Museo Metropolitan di New York nel 2018 e 2019.

Ciascuna delle sue immagini è caricata di un peso romanzesco di uno spessore umano, potenza drammatica che fanno di Goldin la fotografa più atipica e affascinante del tempo. Più che una fotografa, è un’analista del sentimento, contrario del sentimentale, in Goldin il sentimento non è altro che il sesso, la faccia nascosta della tragedia.

Biografia da Wikipedia

Per acquisto del libro di Nan Goldin clicca qui

Ciao, buona giornata, Sara

L’uomo che vive in una macchina fotografica

Nella città indiana di Belgaum, c’è un uomo che ama così tanto le macchiine fotografiche che ha costruito una casa a forma di Canon a 3 piani. Non solo, ma ha anche chiamato i suoi tre figli Canon, Nikon ed Epson (aspettiamo con ansia che siano adolescenti e vediamo che succede!). Il 49enne fotografo professionista Ravi Hongal (un pochino fuori di testa!)  ha speso oltre $ 94.000 per costruire la sua insolita dimora, che si presenta  con obiettivo, flash, pellicola, scheda di memoria e mirino, tutto sulla facciata. Secondo quanto riferito, anche le sale interne sono a tema fotografico.

La casa è così bizzarra che è diventata una sorta di attrazione turistica nella città di Hongal. Chissà se riuscirà a farla funzionare, prima o poi….mah!

Ciao Sara

La casa

Silenzio ma non troppo: la fotografia non è in quarantena!

Buongiorno a tutti!

Molti mi chiedono cosa stia facendo in questo momento, se fotografo, cosa fotografo.

Adesso posso parlarvi di questo progetto che sto affrontando con altri amici, fotografi.

Abbiamo iniziato a lavorare, con Grazia Dell’Oro della casa editrice Emuse, siamo in cinque fotografi: io, Lorenzo Cicconi Massi, Francesco Comello, Francesco Faraci e Lorenzo Zoppolato.

Sparsi qua e là per l’Italia, chiusi in casa, da alcune settimane abbiamo appuntamento fisso il mercoledì: accendiamo PC, videocamera e guardiamo le nostre belle facce.


Noi tutti in chat

“Quello che ci importa è lavorare insieme e restare vigili. Mi sembra importante stimolare l’impulso alla riflessione e cercare di dargli una possibile forma, un qualche esito. Perché, come dice Pierluigi Cappello, Se c’è un punto di non ritorno nel dolore è quando il silenzio produce silenzio, nient’altro che silenzio”, ci ha detto Grazia la prima volta che ci siamo sentiti.

Ed è stato facile e bello. Tutti ricettivi, tutti pronti, tutti estremamente presenti alla situazione.

All’inizio ci raccontavamo quello che stavamo producendo. Ognuno libero di farlo con il suo linguaggio, con i suoi modi.

È stato subito chiaro che ne sarebbe uscito qualcosa.

Il lavoro sta andando avanti, ma ora sappiamo che nascerà un libro, che sarà pubblicato non appena sarà possibile.

Un libro con i nostri lavori di questi giorni, ma fatto anche di parole e confronto. Una specie di rielaborazione di questo momento in cui tutto sembra precipitare e dove si cerca continuamente di fare sintesi per non perdersi.

“È come se in mezzo a tutto questo silenzio e in mezzo a tutto questo tempo, ognuno di noi stesse recuperando le fila di discorsi che vengono da lontano, riflessioni sulle nostre vite, sul nostro lavoro, su come evolve, su come possiamo piegarlo alla situazione che stiamo vivendo in un modo che abbia un senso. E vengono fuori cose che pensavamo, e forse speravamo, di non poter dire”, diceva Lorenzo Cicconi Massi l’altro giorno.

Cerchiamo allora di non mettere silenzio sopra silenzio, proviamo a guardare in faccia questa situazione e a cavarci qualcosa. Prendiamo le misure, indaghiamo quello che ci sta succedendo a livello personale e collettivo, cerchiamo di interpretare qualcosa che non conosciamo.

Ci sono i racconti di Faraci sulla Palermo asciugata all’essenziale: “Una Palermo che non si era mai vista, né mai lontanamente immaginata, gesti nuovi, gente levigata, quasi raccolta”.

Immagine che contiene esterni, edificio, strada, scena

Descrizione generata automaticamente
Francesco Faraci

E Zoppolato che indaga il rapporto tra spazio e tempo: “Guardando fuori dalle finestre cerco di riappropriarmi di una quotidianità che sento sospesa e ingrovigliata nella matassa di un tempo nuovo di cui mai avevo fatto esperienza prima d’ora”.

Immagine che contiene interni, giallo, piccolo, tavolo

Descrizione generata automaticamente
Lorenzo Zoppolato

Poi, ragazzi, c’è Comello che va la notte al fiume dietro casa a seguire il volo delle anatre: “Perché se questo momento ci insegna qualcosa è trovare nella natura e nei suoi cicli un orizzonte certo, più calmo e più vero”.

Francesco Comello

Ah, c’è anche Lorenzo Cicconi Massi che ci ha scelto perché siamo una squadra, siamo diversi dagli altri, ci amiamo, ci ammucchiamo, ci riprodurremo. 

Eccolo qui che sta stirando le sue fotografie, per ora nessuna anticipazione!

Lorenzo Cicconi Massi che stira

Poi ci sono io, strattonata tra storie famigliari e corsi online, che compongo gli oggetti del mio orizzonte.

Sara Munari

Presto ci saranno bellissime novità, non vedo l’ora… collaborare con queste persone è stupendo e mi da un po’ di serenità, grazie a loro e a Grazia.

Bella la fotografia quando è questa.

Ciao

Sara

Mario Testino, tutto su di lui!

Il fotografo peruviano Mario Testino è noto in tutto il mondo per i suoi ritratti di alcuni personaggi famosi: dalla famiglia reale a Kate Moss, Naomi Campbell e Madonna. Dopo aver realizzato campagne per Burberry, Gucci, Dolce & Gabbana e Versace, è sempre più richiesto. La redattrice del British Vogue, Alexandra Shulman ha affermato, Portraits, che il lavoro di Testino ti fa sembrare molto meglio di quanto tu possa immaginare, anche nei tuoi sogni più sfrenati!”.

Testino è nato nel 1954 a Lima, in Perù.
Si trasferisce a Londra nel 1976 per iniziare la sua carriera nella fotografia. Vive in un appartamento dentro un ospedale abbandonato vicino a Trafalgar Square e si guadagna da vivere scattando su giovani modelle (per £ 25, compresi trucco e parrucco).
Il suo lavoro è apparso per la prima volta su Vogue nel 1983 e
da allora ha ottenuto innumerevoli copertine per la rivista sulle testate di tutto il mondo.
Nel 1997, Testino viene incaricato di fotografare la principessa Diana
per la sua famosa copertina di Vanity Fair. Questo non solo ha lanciato la sua carriera a livello internazionale, ma ha anche fatto iniziare
una relazione di lunga durata tra lui e la famiglia reale.
Nel 2002, la National Portrait Gallery ha ospitato la sua mostra Ritratti per i quali ha battuto il record in termini di frequenze.
A un ballo di beneficenza nel 2008, una sessione fotografica con il fotografo è stata messa all’asta per £ 1,26 milioni.
Nel 2010 gli è stato conferito il “Gran Onore al merito della Croce in Perù” il riconoscimento più alto, nel suo paese natale.
Ha scattato le fotografie ufficiali del fidanzamento di William e Kate Middleton.
Nel 2011, ha fotografato il matrimonio di Kate Moss con Jamie Hince.
Più tardi durante lo stesso anno, ha ricevuto l’ Honorary Fellowship of the Royal Photographic Society, a Londra durante la Settimana della moda.
È ambasciatore di Save the Children e, a luglio 2012, ha lanciato un’organizzazione culturale senza fini di lucro a Lima, Perù, per promuovere e mettere in mostra il lavoro di artisti peruviani.
Nel 2013, ha fotografato Cara Delevingne per la campagna di Body Tender di Burberry.

Tutte le fotografie sono di Mario Testino, riprodotte qui a scopo divulgativo.

Qui le accuse per molestie sessuali: https://www.repubblica.it/esteri/2018/01/14/news/molestie_testino_vogue-186474374/

Ciao Sara

L’altra metà di sé stessa (e di Robert Capa)

L’altra metà di se stessa  (e di Robert Capa)

            Di lei vi abbiamo già raccontato per via di uno dei libri più discussi del 2018 e vincitore del premio strega: “La ragazza con la Leica” (ne abbiamo parlato qui: https://saramunari.blog/2018/08/03/stregati-da-la-ragazza-con-la-leica/ ); di lei negli ultimi anni si è parlato molto, se non altro per quella caratteristica che accomuna molte donne alle prese con mondi prettamente maschili, ovvero la difficoltà di essere donna, appunto, alle prese con una professione ritenuta impropria per una “gentil donzella”.

Così, anche nel caso di Gerda Taro si scopre a malincuore che, almeno all’inizio, a fare notizia non fu il fatto che fosse una brava fotografa, ma che fosse la compagna di Robert Capa.

            Che fosse una persona capace di decidere quello che voleva essere, dimenticando quello che il suo tempo  riteneva lecito e opportuno fare per una donna , è sembrata essere solo la cornice del suo vero ruolo: aver portato Capa un passo più vicino al suo successo.

In realtà il suo lavoro, non meno di quello dei suoi colleghi uomini, servì a tenere viva la memoria di un periodo infelice della storia di Spagna, così come servì a ricordare e precisare, ancora una volta, che la macchina fotografica non era prerogativa maschile, e che anche una donna, in anni in cui era quasi impensabile, poteva raccontare la guerra da vicino.

            Comunque, dopo questa riflessione un po’ amara, ecco di cosa vi vorrei parlare, dell’ultima nata, una graphic novel che cerca di raccontare la storia di Gerda Taro in modo diverso, sicuramente leggero.

L’autrice lo fa unendo due diversi tipi di immagini, in fondo rivali fin dai tempi che furono, disegni e foto (in questo caso quelle scattate dalla stessa protagonista della nostra storia).

Qual è il risultato?

            Una vita raccontata in modo superficiale, che lascia intravedere gli eventi attraverso poche pagine, in cui immagini e parole si alternano e si sovrappongono, senza occupare però, a mio avviso, lo spazio necessario per parlare della vita della Taro.

            Forse il risultato sarebbe stato migliore se, invece di cercare l’intera vita di una donna, l’autrice si fosse concentrata su di un piccolo pezzetto della stessa, approfondendone gli aspetti meno indagati e meno noti.

Interessante però è la struttura del racconto per la quale, una prima parte ricorda vecchi libri di grandi autori, in cui viene fatta una rapida carrellata degli eventi più importanti, che hanno segnato la vita del personaggio di cui si sta parlando: dalla nascita alla morte, attraverso i funesti eventi che ne segnarono l’esistenza. Successivamente il racconto a fumetti ci parla di come la Taro arrivò alla fotografia, dal suo incontro con Capa, al momento in cui si separarono e fino alla sua morte.

Questa rimane la parte migliore del piccolo volume, se non altro per l’idea di partenza e per i disegni, che personalmente trovo molto belli.

Il lavoro si chiude col tentativo di raccontare nuovamente chi era la Taro e cosa volle fare della propria vita.

            Letto velocemente e poi riletto con più calma, la sensazione che rimane addosso è quella di una storia raccontata a metà, non adatta a coloro che conoscono già chi era la protagonista, molto adatta a chi vuole approcciarsi per la prima volta ad un modo diverso di raccontare una storia e a chi, non conoscendo la Taro e non avendo mai letto nulla su di lei, voglia avvicinarsi con cautela al personaggio.

Se è meglio de “La ragazza con la Leica”?

Si tratta di due testi completamente diversi, e che non ritengo in nessun caso indispensabili, sicuramente però il libro della Vivan rappresenta un piacevole passatempo e un bell’esperimento, che può generare curiosità e spingere ad approfondire la conoscenza del personaggio, della donna e della fotografa soprattutto.

Per l’acquisto

Qui invece la biografia

E un libro nel quale, invece, vale davvero la pena buttarsi se, della Signora Taro, volete conoscere la storia:

Per l’acquisto

Articolo di Annalisa Melas

Gerda Taro, un nuovo libro.

Articolo di Annalisa Melas

Buongiorno! Di lei vi abbiamo già raccontato per via di uno dei libri più discussi del 2018 e vincitore del premio strega: “La ragazza con la Leica” (ne abbiamo parlato qui ); di lei negli ultimi anni si è parlato molto, se non altro per quella caratteristica che accomuna molte donne alle prese con mondi prettamente maschili, ovvero la difficoltà di essere donna, appunto, alle prese con una professione ritenuta impropria per una “gentil donzella”.
Così, anche nel caso della Taro si scopre a malincuore che, almeno all’inizio, a fare notizia non fu il fatto che fosse una brava fotografa, ma che fosse la compagna di Robert Capa.


Che fosse una persona capace di decidere quello che voleva essere, dimenticando quello che il suo tempo riteneva fosse più opportuno per una donna del suo tempo, è sembrato essere solo la cornice del suo vero ruolo: aver portato Capa un passo più vicino al suo successo.
In realtà il suo lavoro, non meno di quello dei suoi colleghi uomini, servì a tenere viva la memoria di un periodo infelice della storia di Spagna, così come servì a ricordare e precisare ancora una volta, che la macchina
fotografica non era prerogativa maschile, e che anche una donna, in anni in cui era quasi impensabile, poteva raccontare la guerra da vicino.
Comunque, dopo questa riflessione un po’ amara, ecco di cosa vi vorrei parlare, dell’ultima nata, una graphic novel che cerca di raccontare la storia di Gerda Taro in modo diverso, sicuramente leggero, unendo due diversi tipi di immagini, in fondo rivali fin dai tempi che furono, disegni e foto (in questo caso quelle scattate dalla stessa protagonista della nostra storia).
Qual è il risultato?
Una vita raccontata in modo superficiale, che lascia intravedere gli eventi attraverso poche pagine, in cui immagini e parole si alternano e si sovrappongono, senza occupare però, a mio avviso, lo spazio necessario per
parlare della vita della Taro.

Taro in Spain, July 1937 Leica camera and 5cm Summar lens


Forse il risultato sarebbe stato migliore se, invece di cercare l’intera vita di una donna, l’autrice si fosse concentrata su di un piccolo pezzetto della stessa, approfondendone gli aspetti meno indagati e meno noti.
Interessante però è la struttura del racconto per la quale, una prima parte ricorda vecchi libri di grandi autori, in cui viene fatta una rapida carrellata degli eventi più importanti che hanno segnato la vita del personaggio di cui
si sta parlando: dalla nascita alla morte, attraverso i funesti eventi che ne segnarono l’esistenza; poi il racconto a fumetti ci parla di come la Taro arrivò alla fotografia, dal suo incontro con Capa, al momento in cui si
separarono e fino alla sua morte. Questa rimane la parte migliore del piccolo volume, se non altro per l’idea di partenza e per i disegni, che
personalmente trovo molto belli. Il lavoro si chiude col tentativo di raccontare nuovamente chi era la Taro e cosa volle fare della propria vita.
Letto velocemente e poi riletto con più calma, la sensazione che rimane addosso è quella di una storia raccontata a metà, non adatta a coloro che conoscono già chi era la protagonista, molto adatta a chi vuole approcciarsi per la prima volta ad un modo diverso di raccontare una storia e e chi, non conoscendo la Taro e non avendo mai letto nulla su di lei, voglia avvicinarsi con cautela al personaggio, decidendo se approfondirne la conoscenza o lasciar perdere.
Se è meglio de “La ragazza con la Leica”?
Si tratta di due testi completamente diversi, e che non ritengo in nessun caso indispensabili, sicuramente però il libro della Vivan rappresenta un piacevole passatempo e un bell’esperimento, che può generare curiosità e
spingere ad approfondire la conoscenza del personaggio, della donna e della fotografa soprattutto.
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Qui invece la biografia
E un libro nel quale, invece, vale davvero la pena buttarsi se, della Signora Taro, volete conoscere la storia:
Eccolo qui

Gerda Taro una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola

“Transparencies” le foto inedite di Stephen Shore

Buongiorno!

Stephen Shore è uno dei fotografi americani più conosciuti di sempre. Quest’anno è stato pubblicato un libro di sue fotografie inedite. Stephen Shore ha già pubblicato più di 25 libri. Quest’ultimo libro, ” Transparencies: lavori fotografici 1971-1979″ ci da una visione alternativa della sua produzione più famosa, “Uncommon Places”.

Stephen Shore. Image from “Transparencies: Small Camera Works 1971-1979″ (MACK, 2020).

” Uncommon Places “ e “American surfaces” sono stati prodotti durante negli anni ’70 durante i suoi viaggi attraverso gli Stati Uniti. Entrambi sono diventati lavori iconici.

Stephen Shore. Image from “Transparencies: Small Camera Works 1971-1979″ (MACK, 2020).

” Transparencies ” raccoglie immagini scattate da Shore mentre lavorava su “Uncommon Places”. Mentre “Uncommon Places” è stato realizzato utilizzando fotocamere di grande formato e con una composizione formale più rigida, questo libro riunisce foto realizzate con una fotocamera da 35 mm, con risultati meno formali e più simili alle istantanee (Anche “American Surfaces” è stato realizzato in 35mm).

Stephen Shore. Image from “Transparencies: Small Camera Works 1971-1979″ (MACK, 2020).

Puoi trovare ulteriori informazioni sul libro e acquistarlo qui:

“Transparencies: Small Camera Works 1971-1979 ” di Stephen Shore (MACK, 2020).

Inoltre, puoi vedere il lavoro di Shore sul suo sito Web, qui.