Come fotografare il cibo, trucchi e consigli.

Ciao, non è proprio il mio settore ma provo a darvi qualche consiglio per fotografare al meglio il cibo. Ciao, baci Sara

Rendere bellissimo il cibo che fotografate.

La fotografia di cibi fa parte dello still life o fotografia di natura morta. Proprio come per qualsiasi altro genere di fotografia, ci sono alcune regole che devi seguire.

Nel fotografare il cibo, dovrete portare molta attenzione a diversi aspetti:

  • Impiattamento: come si posiziona il cibo sul piatto.
COLORI
La cosa bella della fotografia del cibo è che ti dà la possibilità di giocare con i colori. I colori hanno un grande impatto sulla composizione e possono influenzare la sensazione generale dell'immagine.
I toni caldi della terra creano una composizione armoniosa, che evoca sentimenti di comfort e tranquillità. L'uso di colori contrastanti nella composizione tende ad avere l'effetto opposto. Se invece si crea un'immagine vibrante, dinamica ed eccitante si stimolano le emozioni dello spettatore.
POSIZIONE
Il modo in cui organizzi il tuo cibo avrà un grande impatto sull'immagine finale. La composizione è la chiave per una buona fotografia di cibo e la posizione di ogni elemento nella scena dovrebbe essere attentamente pensata.
Non c'è niente di peggio di una foto di una cena disordinata su un piatto.
Dopo aver creato la disposizione delle cose sul piatto, assicurati di non aver versato cibo o salsa sul bordo del piatto o sullo sfondo.
  • Illuminazione: utilizzo delle luci corrette. La luce è la chiave per creare bellissime foto di natura morta. Il colore è estremamente importante nella fotografia alimentare in quanto il colore del cibo, i piatti e gli elementi di sfondo devono apparire veritieri.
COLORI
I colori proiettati dalla luce artificiale potrebbero rovinare la bellezza naturale del soggetto, la luce diurna fornisce un tono molto più neutro. Il miglior tipo di luce per la fotografia food potrebbe essere quindi la luce naturale soffusa, diffusa e naturale, o un utilizzo estremamente attento di quella artificiale.
OMBRE
A volte le ombre migliorano una foto, aggiungendo profondità e interesse, ma altre volte possono rovinarla dominando troppo all'interno dell'inquadratura. L'intensità delle ombre dipende dal tipo di luce con cui stai scattando. Una forte luce solare proietterà ombre scure, mentre un giorno nuvoloso crea una luce più diffusa, rendendo le ombre molto più morbide.
Se stai scattando in interni e il sole splende luminoso attraverso la finestra, utilizza una tenda bianca semitrasparente per diffondere la luce. In alternativa puoi provare a spostare il cibo più lontano dalla finestra, o usare una finestra diversa su un altro lato della casa.
  • Inquadratura: saper bene cosa riprendere e come.
FONDO 
Quando si scatta una foto a cibo, lo sfondo è molto importante. Se lo sfondo è troppo confuso o colorato, l'attenzione dello spettatore verrà spostata dal centro di interesse che deve rimanere il cibo. L'utilizzo di uno sfondo abbastanza neutro consente di porre la massima enfasi sul cibo nella scena. Uno sfondo neutro non significa che debba essere completamente chiaro o completamente omogeneo, piuttosto dovrebbe accompagnare il soggetto senza passare in primo piano.
Esistono tre tipi principali di sfondi che funzionano molto bene per la fotografia di food: sfondi chiari, sfondi scuri e sfondi in legno. (marrone). Il cibo scuro di solito ha un bell'aspetto su uno sfondo scuro e il cibo di colore chiaro sembra buono su uno sfondo chiaro. Gli sfondi in legno, come tavoli e taglieri, tendono ad andare bene con qualsiasi tipo di cibo.
Ci sono molti oggetti che puoi usare come sfondo. Un tavolo di legno è un ottimo sfondo, in particolare se è vicino a una finestra in modo da poter utilizzare la luce naturale. Anche gli strofinacci e le tovaglie funzionano bene. Il tessuto bianco tende a funzionare meglio, ma i colori brillanti possono adattarsi bene con alcuni alimenti.

DECORA LA SCENA
Il cibo e lo sfondo sono entrambi elementi vitali, ma per rendere le tue foto più interessanti dovresti anche considerare di decorare la scena con altri oggetti più piccoli.
Un'ottima opzione è quella di includere alcuni degli ingredienti secchi che hai usato durante la cottura del cibo. Oltre ad aggiungere interesse alla composizione, questo può aiutare a creare una sorta di "ricetta visiva".
Le spezie di solito vanno bene come decorazione. Alcune altre ottime decorazioni alimentari che è possibile utilizzare sono bacche, pezzi di frutta, noci, pezzi di cioccolato ed erbe fresche.
Posate e utensili da cucina funzionano bene perché hanno forme e linee forti che è possibile utilizzare per costruire la composizione.
Considera sempre in che modo i colori delle tue decorazioni interagiranno con i colori del cibo e dello sfondo.

ANGOLO DI RIPRESA
Scattare dall'alto è spesso la scelta migliore, soprattutto quando il cibo è disposto su un piatto o una ciotola. Le riprese dall'alto hanno diversi vantaggi. Ti permette di includere tutti i dettagli del cibo e dello sfondo, e sottolinea le forme audaci dei piatti, posate e altri oggetti all'interno della scena ed è anche molto più facile creare una composizione forte ed equilibrata.

Scattare da un lato invece, è una buona scelta quando vuoi mostrare i dettagli di una fetta di pane, torta, muffin, ecc. Assicurati di scattare su uno sfondo neutro.
  • Ritocco: saper ritoccare le immagini al meglio. Puoi facilmente regolare i colori dopo aver scattato la foto utilizzando un’app o un programma di fotoritocco.

Qui sotto trovate i trucchi più semplici per far comparire al meglio il cibo nelle fotografie, buona visione, Ciao Sara

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I ritratti curiosi e coinvolgenti di Hanna Putz

 

 

La fotografa austriaca Hanna Putz è nata a Vienna nel 1987. Ha iniziato la sua carriera lavorativa come modella internazionale per alcuni anni prima di decidere, nel 2009, di dedicarsi interamente alla fotografia. Senza un’educazione formale alla fotografia, Hanna Putz ha ottenuto molti ricoscimenti internazionali e le sue immagini sono state pubblicate su alcune importati testate del settore;  Zeit Magazin, Dazed & Confused, HUSK, New York Magazine, e molti altri.

Con un occhio sensibile alla composizione fotografica e una naturale propensione per la realtà della vita quotidiana, le fotografie di Hanna Putz fanno luce sul rapporto tra persona e macchina fotografica, alludendo al fragile gioco dell’identità e della rappresentazione. Le sue opere sono intrise di onestà ed esprimono una profonda comprensione della natura dell’auto-presentazione. Di fronte alla sua macchina fotografica, i rapporti umani sono intimamente e naturalmente svelati, spogliati dei loro elementi “spettacolari e rumorosi”, gli esseri umani possono apparire nella loro naturale essenza.

Il progetto “Portraits” si sviluppò gradualmente. “La maggior parte delle immagini sono nate avvicinandomi alle persone che trovavo interessanti, sia nella cerchia dei miei amici che individui incontrati solo occasionalmente, chiedendo loro di poterli ritrarre”.

“Mi interessa l’esigenza di autorappresentazione al giorno d’oggi. Tutto è pubblico, pochissime cose sembrano essere private.

Cerco di cogliere la sostanza di una persona o di descrivere un sentimento attraverso la composizione all’interno di un’immagine. Forse è quello che si potrebbe chiamare la vera  natura umana, le cui tracce a volte possono trovare la loro strada e significato in una fotografia“.

Il lavoro evocativo di Putz senza dubbio modifica e in alcuni casi varca i confini tra l’arte e la fotografia di moda,  fotografia privata e pubblica, rendendo difficile definire o catalogare il suo lavoro. Attualmente, Hanna Putz lavora tra Vienna e Londra,  viaggia molto e continua a sviluppare e divulgare le sue conoscenze come docente di fotografia presso l’Università di Arte e Design di Linz, in Austria.

Le sue fotografie sono state esposte in Europa e negli Stati Uniti, e nel 2012 è stata selezionata come una delle dieci finaliste al Premio di fotografia contemporanea di Hyères in Francia e anche come finalista per il 1000 Words Photography Award 2012 a Londra.

Qui il sito ufficiale della fotografa, dove potete trovare tutti i sui lavori.

 

Ciao

Giovanni

La storia della rivista Life, il video.

Prima copertina di Life, della fotografa M. Bourke White.Life Magazine è stata la rivista più popolare negli Stati Uniti. Simile ad altre riviste, la pubblicazione si concentra su argomenti di interesse generale e umorismo, ma non per sempre. La rivista è stata da subito un enorme successo, ma questo successo ha attirato l’attenzione dei suoi numerosi concorrenti. Altre riviste di umorismo, tra cui Judge e Puck, hanno gareggiato con Life per conquistare l’attenzione dei lettori. Nel 1936, l’editore della rivista Henry Luce pagò $ 92.000 per comprare Life e gestirlo sotto la sua cura. Luce sapeva che le immagini potevano raccontare una storia, l’umorismo e le notizie generali, non erano più sufficienti. Il 23 novembre 1936, Luce lanciò la sua nuova visione di Life, che rispecchiava la rivista Time di oggi. La rivista rimarrà nella storia per la pubblicazione di alcune delle fotografie più famose della storia. Fin dall’inizio, Life ha enfatizzato la fotografia, con immagini di notizie avvincenti, superbamente scelte, amplificate dalla scelta internazionale di argomenti. I suoi fotografi erano i migliori e godevano di stima in tutto il mondo. La copertura della seconda guerra mondiale, della Corea, del Vietnam e di numerose guerre regionali è stata costantemente vivida, autentica e commovente. Gradualmente, la rivista cominciò ad introdurre più testi scritti sulle sue pagine, scegliendo con cura i suoi scrittori e redattori di testi. La pubblicazione Life è cessata in gran parte perché i costi di preparazione, stampa e spedizione di ogni numero hanno superato le entrate derivanti dalla pubblicità. Riappare in diversi numeri speciali dopo il 1972 e poi, nel 1978, su scala ridotta e regolarmente come mensile. Nel marzo 2000, la società madre di Life, Time Inc., annunciò che stava abbandonando la sua pubblicazione mensile. Life chiude.
LIFE magazine

The Restoration Will, una poesia

Come già avrete capito da alcuni miei post, adoro artisti e fotografi asiatici, soprattutto giapponesi. Oggi vi vorrei parlare di Mayumi Suzuki, una fotografa giapponese, e del suo bellissimo libro The restoration will. Spero vi colpisca, come ha colpito me, con la sua delicatezza e sensibilità. Mi ha commosso. Anna

Il libro è composto da una serie di immagini scattate da Mayumi con la fotocamera del padre ritrovata tra le macerie, sommersa dal fango e dall’aqcua di mare, scure e sfuocate, evocano il ricordo dei dispersi. Poi ci sono una serie di immagini della città di Onagawa, con cui Mayumi documenta la distruzione della sua città. Distruzione che si ritrova anche nelle foto di famiglia, salvate da Mayumi tra le macerie della sua casa e dello studio fotografico dei genitori, immagini che portano le cicatrici causate dal fango e che ritroviamo nell’anima dell’autrice. The Restoration Will diventa quindi un tentativo di preservare la storia della famiglia e i ricordi personali dell’autrice .

Nelle prime pagine Mayumi riporta l’ultima conversazione telefonica avuta con i suoi genitori, poco dopo le prime scosse di terremoto, avvenute il 9 marzo 2011, quando ancora la situazione non si era manifestata in tutta la sua gravità. Sembrava uno dei tanti terremoti che frequentemente colpiscono il Giappone.

L’11 marzo però un altro sisma colpisce la costa pacifica del Giappone, magnitudo 9. Mayumi apprende la notizia dai media e prova a chiamare diverse volte i genitori, senza successo. Decide infine di inviare un messaggio, avvertendo i genitori dell’allerta tsunami ed esortandoli a scappare verso la montagna.

L’ultima parte testuale include una serie di messaggi scambiati da Mayumi con la sorella, sopravvissuta al terremoto, che si sta recando a Onagawa per cercare di ritrovare i genitori ma, arrivata sul posto, trova la distruzione e si rende conto che i genitori non possono essere sopravvissuti.

Ho provato a tradurre l’introduzione di Mayumi a questo lavoro, presa dal suo sito:

I miei genitori, che possedevano uno studio fotografico, sono scomparsi in seguito al grande terremoto che ha colpito la costa est del Giappone e al conseguente tsunami del 2011. La nostra casa è andata distrutta. Era un luogo di lavoro, ma anche di vita. Io sono cresciuta lì. Dove una volta c’era il loro studio non era rimasto che un cumulo di macerie.  Ho riportato alla luce quanto rimaneva della camera oscura ed ho quindi ritrovato la fotocamera di mio padre, coperta di fango. E’ stato in quel momento che ho cominciato a rimpiangere il fatto di non aver rilevato lo studio fotografico dei miei genitori.

Un giorno ho provato a scattare una fotografia di paesaggio con l’obiettivo infangato di mio padre. L’immagine venne scura e sfuocata, come una visione di morte. Scattando quella foto, ho sentito di poter connettere questo mondo con quel mondo. “Quanto gli era dispiaciuto morire’” “Come avrebbe visto la nostra nuova città ricostruita se fosse stato vivo?” “Cosa pensa di me, ora che sono cresciuta come fotografa?” Queste domande mi danno la motivazione per scattare fotografie. Mi sentivo come se potessi avere una conversazione con i miei genitori, pur sapendo che era impossibile.

Inoltre, ho raccolto alcune delle immagini della mia infanzia, scattate da mio padre. Stanno cambiando colore, perdendo parte dell’immagine. I ritratti scattati da mio padre erano chiazzati e scoloriti. Queste ferite sono simile ai danneggiamenti della mia città, simili ai miei ricordi che sto lentamente perdendo.

Spero di riuscire a trattenere i miei ricordi e la storia della mia famiglia attraverso questo libro. Sistemando queste foto, ho cercato di recuperare la sua volontà.

Biografia

Mayumi è nata nel 1977 a Onagawa, nella prefettura di Miyagi e ora risiede a Tokyo. Lavora come fotografa e storyteller, creando delle narrazioni personali. E’ nata e cresciuta in una famiglia che gestiva uno studio fotografico fondato da suo nonno nel 1930 nella città di Onagawa. Ha studiato alla Nihon University,Scuola d’Arte, Dipartimento di Fotografia

L’11 marzo del 2011 è il giorno che ha cambiato la vita di Mayumi: la sua città natale viene distrutta dallo Tsunami e i suoi genitori risultano tra i dispersi. Dopo la tragedia, Mayumi prende in mano la macchina fotografica del padre, ritrovata tra le macerie e inizia a realizzare una serie di immagini come tributo alla perdita della famiglia e a tutti gli abitanti della città colpita.

Nel 2017, ha realizzato questo libro, che si è aggiudicato diversi premi, tra cui il PhotoBoox Award 2017, il Kauna Photo Star ed è stato finalista all’Aperture Paris Photo First Photobook Award.

Di seguito un video del libro.

鈴木麻弓アーティストブック『THE RESTORATION WILL』ご予約受付中|MAYUMI SUZUKI ARTIST BOOK AVAILABLE NOW! from REMINDERS PHOTOGRAPHY STRONGHOLD on Vimeo.

Qua il link al sito dell’autrice

Banksy, contaminazioni fotografiche

Ciao, di recente sono stata al Mudec per visitare la mostra sul famoso street artist, Banksy: A Visual Protest.

La mostra, come sempre, non è stata autorizzata dall’artista, che ha anche vietato il merchandising in vendita nel bookshop. Il catalogo è disponibile.

Ho trovato la mostra molto interessante, soprattutto la parte audiovisiva, che ci mostra l’ambientazione originaria dei “graffiti” di Banksy.
Non sono presenti infatti in mostra suoi lavori sottratti illegittimamente da spazi pubblici, ma solo opere di collezionisti privati di provenienza certificata. Non aspettatevi quindi di trovare graffiti staccati dai muri (per fortuna!), ma solo riproduzioni.

Tra le opere che mi hanno più colpito, ci sono le tre che vi mostro di seguito, che prendono spunto da famosissime fotografie, le cui storie abbiamo tra l’altro raccontato in questo blog. Banksy reinterpreta il fotogramma inserendo elementi alternativi, con cui esprime il suo pensiero provocatorio.

Anna

Napalm

Vietnam, 1972 il fotografo Nick Ut scatta una delle foto più celebri del Novecento: nubi grige in lontananza e militari sul fondo, mentre in primo piano alcuni bambini scappano disperati dal loro villaggio appena bombardato col napalm. La disperazione della bambina al centro è, nella reinterpretazione di Banksy, accompagnata dal sorriso di due mascotte dell’odierno entertainment, che avanzano gioiose vero lo spettatore.
Un contrasto stridente e provocatorio, che sintetizza in un colpo d’occhio il pensiero di Banksy sulle responsabilità sociali e sul ruolo politico delle grandi multinazionali.

Golf sale

Pechino, 1989. Il fotografo Jeff Widener (tra gli altri) immortala l’immagine simbolo della cosiddetta “primavera democratica cinese”: in Piazza Tienanmen un giovane manifestante sta fermo davanti ad una colonna di carri armati inviati a reprimere la protesta popolare. Banksy devia il senso della scena inserendo un elemento incongruo: l’anonimo manifestante esibisce qui un avviso commerciale “golf sale”. Ma, più che prendersi gioco di quella protesta, con questo lavoro l’artista sembra bersagliare la pubblicità. L’avviso dei saldi pare inteso ad indirizzare altrove le truppe armate, distogliendole dalla battaglia e dallo scontro, per inseguire piuttosto l’ultimo sconto.

Flag

In questo lavoro Banksy fa riferimento all’iconica fotografia di Joe Rosenthal Alzabandiera a Iwo Jima (ripresa anche nella locandina di un famoso film, Flags of our fathers) scattata nel febbraio 1945 durante la seconda guerra mondiale. Originariamente ritraeva sei marines americani, sulla vetta del monte Suribachi e vinse il premio Pulitzer diventando nel giro di poco un simbolo del patriottismo americano. Nella versione di Banksy, invece, i marines sono sostituiti da un gruppo di bambini indisciplinati di Harlem, nell’atto di issare la bandiera americana su di un’auto incendiata.

Poesia e fotografia

Poesia e fotografia di Bonnefoy Yves, testo di
Annalisa Melas


Poesia e fotografia
di Bonnefoy Yves (Autore)
Per l’acquisto

I poeti, si sa, sono strani, per dire una cosa  costruiscono castelli di parole, architetture fuori tempo che a volte stentiamo a comprendere, e Yves Bonnefoy, l’autore del libro di cui mi appresto a parlarvi, è un poeta.

Quindi una prima cosa di questo piccolo comodo libricino la potete già intuire: la sostanza non sarà mai priva di forma, una forma a tratti straordinariamente immediata, a tratti un tantino complicata.

Ma cosa ci racconta Bonnefoy a modo suo?

Ci racconta il rapporto che ebbe la fotografia con la letteratura dell’epoca, e come venne percepita la giovane e rampante fotografia, nel periodo in cui iniziava a farsi spazio nel mondo, da coloro i quali erano impegnati con le parole.

Secondo l’autore infatti, la nascita di immagini capaci di riprodurre la realtà e fissarla (almeno così si credette in un periodo nel quale a fissare immagini ci pensavano pittori e vignettisti) avveniva e ben si intersecava con ciò che avveniva sull’altra sponda del fiume, dove poeti e scrittori stavano affrontando l’avvento del nulla e con esso la ricerca dell’assoluto, e lo faceva riportando tutte le cose del mondo alla loro forma essenziale, strappandole al tempo e trasferendole in un’altra dimensione, quella di un luogo diverso nel quale diversamente non avrebbero mai potuto trovarsi.

 Spiega infatti Bonnefoy: [..] Ciò che colpisce è che su una lastra di rame si ottiene una riproduzione tanto completa quanto esatta di ciò che prima di quel momento si sarebbe potuto vedere solo nelle sue tre dimensioni, e dunque che questo “fuori”, questo continuo mutare, è stato ora fissato, e li rimarrà, immobilizzato,in questa nuova immagine singolare.

Ma perché la fissazione è così importante? […] Perché essa permette a cose che non potrebbero che essere considerate ciascuna in sé e per sé di coabitare in modo permanente insieme ad altre percepite allo stesso modo, e di abbandonare così il loro piano di realtà in movimento temporale, per esistere sul piano delle immagini […].

Per avvalorare la sua tesi l’autore si avvale della collaborazione di grandi personaggi dell’epoca; dal suo magico cilindro  si srotolano due vie: una sulla quale mette Mallarme (spinto avanti Allan Poe) e Nadar (il nostro buffo straordinario Nadar), l’altra sulla quale camminano fianco a fianco Maupassant e Atget.

Lungo entrambe le strade cerca di mettere in relazione il tipo di immagini che venivano prodotte dai fotografi, con l’uso che veniva fatto delle parole dagli scrittori; lo fa lui perché io credo che l’intento di scrittori e fotografi  fosse diverso, da un lato infatti c’era un’arte antica, la scrittura che passando attraverso i secoli aveva cercato e ragionato su stessa e sull’essere umano, mentre dall’altro c’era un giovane strumento figlio della scienza che avrebbe rivoluzionato il modo di percepire il mondo e le persone e rispetto all’utilizzo del quale iniziavano ad essere fatti i primi ragionamenti.. Del resto, mentre Mallarme volontariamente cerca di distruggere le cose portandole all’essenzialità di ciò che sono, per poi risalire a qualcosa di infinitamente profondo, dall’altro Nadar, utilizzando quello strumento, capace mostrando i dettagli, di ridurre le cose del mondo a linee e forme essenziali, riproducendo i volti delle persone e i loro sguardi, va al di là della loro presenza fisica, restituendo dignità a qualcosa che probabilmente ne era ormai ritenuto privo.

Ci sono poi Maupassant e Atget seduti l’uno accanto all’altro nell’immaginario mondo del nostro moderno poeta, loro si occupano dell’atmosfera che avvolgeva le strade di Parigi, loro… Va beh dai, leggete il libro, se no a voi cosa rimane?

Vi lascio solo l’immagine di uno accanto a un frammento di testo dell’altro, e lascio che sia l’immaginazione, per il momento, a mostrarvi cosa hanno in comune immagine e testo.

Bonnefoy Yves

 “Davanti a ciascuna luce del marciapiede le  carote        s’illuminavano in rosso, i navoni s’illuminavano in bianco, i cavoli s’illuminavano in verse; e passavano una dietro l’altra quelle carrette rosse d’un rosso fuoco, bianche d’un bianco d’argento, verdi d’un verde smeraldo. Le seguii, poi svoltai per la rue Royale, e tornai sul boulevard. Nessuna persona, nessun caffè illuminato; soltanto qualche passante in ritardo che s’affrettava. Non avevo mai visto Parigi così morta, così deserta.

                                                                (da La Notte di Guy De Maupassant)

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Cos’è rimasto a me invece? A me è rimasta, sospesa nell’aria della stanza, l’atmosfera che si respirava a metà ottocento per le strade di Parigi e la consapevolezza di un legame in alcuni casi inconsapevole, in altri meno, fra due forme di comunicazione così diverse e così intimamente legate dal loro vivere e realizzarsi in uno stesso periodo storico.

Ciò a dire che la fotografia (come la pittura, la musica o la scrittura) non potrà mai essere compresa davvero se tolta dal contesto specifico nel quale viene realizzata.

Provate a fare anche voi questo viaggio vi sorprenderà.

Di Annalisa Melas

Per l’acquisto

Mostre per maggio

Anche a maggio proseguono i festival di fotografia e nuove mostre da non perdere si inaugurano in Italia e all’estero. Date un’occhiata. Sono davvero tante e una più interessante dell’altra.

E non dimenticatevi di controllare sempre la nostra pagina sempre aggiornata con tutte le mostre in corso.

Anna

Berenice Abbott – Topographies

Giovedì 18 aprile al Palazzo delle Paure (piazza XX Settembre 22), si inaugura la mostra dedicata a Berenice Abbott, famosissima fotografa statunitense.

La mostra, curata da Anne Morin e Piero Pozzi, in collaborazione con il Comune di Lecco ed il Si.M.U.L. (Sistema Museale Urbano Lecchese), prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, presenta 80 fotografie in bianco e nero che ripercorrono le tappe salienti dell’intera produzione artistica della fotografa americana. 

Dagli esordi come assistente del fotografo surrealista Man Ray, dove realizza i primi ritratti, all’impegno nell’elevare i fenomeni scientifici ad opere d’arte mediante il mezzo fotografico, passando per la celebre serie dedicata alla documentazione dei grandi cambiamenti in atto nella New York del 1929, all’epoca della Grande Depressione: questi i punti nodali individuati per riassumere la carriera della Abbott, declinati in apposite sezioni all’interno della mostra.

La mostra, visitabile dal 20 aprile all’8 settembre 2019, apre la stagione delle grandi mostre a Palazzo delle Paure, dopo il successo riscontrato nelle precedenti edizioni dedicate al fotografo Antoine Doisneau e all’Ottocento Lombardo.

Dal 20 aprile all’8 settembre – Palazzo delle Paure – Lecco

Altre info qua

Helmut Newton

Sarà inaugurata mercoledì 17 aprile alle ore 18, presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, la grande retrospettiva dedicata a Helmut Newton promossa dai Musei Civici del Comune di San Gimignano e prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della Fondazione Helmut Newton di Berlino. Il progetto espositivo è di Matthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino, che ha selezionato 60 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo tedesco.

Apre “idealmente” l’esposizione il ritratto di Andy Wharol realizzato nel 1974 per Vogue Uomo, l’opera più tarda è invece il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000. In questo lungo arco di tempo Newton ha realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Dei numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento sono visibili circa 25 scatti, tra i quali quello a Gianni Agnelli (1997), a Paloma Picasso (1983), a Catherine Deneuve (1976), ad Anita Ekberg (1988), a Claudia Schiffer (1992) e a Gianfranco Ferrè (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Tierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.

18 aprile – 1° settembre 2019
San Gimignano – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea 

Per info

Le mostre del Brescia Photo Festival – Donne

La terza edizione del Brescia Photo Festival, rassegna internazionale di fotografia con la direzione artistica di Renato Corsini, si terrà a Brescia da giovedì 2 a domenica 5 maggio 2019.

Promosso da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Ma.Co.f. – Centro della fotografia italiana, esplorerà per quattro giornate molteplici aspetti del vastissimo universo femminile affiancando allo sguardo di grandi artisti della fotografia dall’Ottocento a oggi – da Man Ray a Robert Mapplethorpe, da Vanessa Beecroft a Francesca Woodman, da Julia Margaret Cameron a Mihaela Noroc ed Elisabetta Catalano – riflessioni e progetti inediti che indagano la complessità del femminile nella società contemporanea.

Il Museo della città, un antico monastero femminile di origine longobarda, accoglie Da Man Ray a Vanessa Beecroft, un percorso di 9 mostre: un trittico tematico dedicato al rapporto tra donne e obiettivo fotografico; 3 monografichededicate al ritratto dal XIX al XXI secolo; un’installazione che ripercorre la vita e la carriera di oltre trenta fotografe italiane, dall’inizio del secolo ad oggi e due progetti one-off, omaggio a grandi artisti contemporanei.

Il trittico

Donne davanti l’obiettivo, a cura di Mario Trevisan,racconta il nudo femminile con 110 straordinari scatti di artisti di fama internazionale dagli albori della fotografia a oggi, passando dagli anni ’20 e dalla Parigi del periodo surrealista all’America Latina degli inizi del ‘900, non dimenticando il Giappone e la sua cultura. Tra i fotografi in mostra: Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, E.J. Bellocq, Bill Brant, Robert Mapplethorpe, Elmut Newton, Man Ray, Peter Witkin, Francesca Woodman (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Dietro l’obiettivo. Fotografe italiane 1965-2018, dalla collezione Donata Pizzi, a cura di Alessandra Capodacqua, conta 100 immagini di 70 tra le più importanti fotografe italiane appartenenti a generazioni e ambiti espressivi diversi, tra cui: Paola Agosti, Marina Ballo Charmet, Letizia Battaglia, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Anna Di Prospero, Adelita Husni-Bey, Allegra Martini, Paola Mattioli, Marialba Russo, Alba Zari. Attraverso le opere in mostra – da quelle di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali – affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio.

Autoritratto al femminile, a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan, chiude idealmente il trittico e ammicca alla cultura del selfie con 50 opere che non si fermano alla semplice e formale produzione del ritratto ma sono caratterizzate da una forte ricerca nella rappresentazione intimista del soggetto/oggetto. In mostra, tra gli altri, scatti di Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence Henry e Carolee Schneemann (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Le monografiche

Due le esposizioni dalla collezione di Massimo Minini, entrambe per la prima volta in Italia: Julia Margaret Cameron, con 25 fotografie vintage della storica fotografa inglese, la più importante ritrattista di epoca vittoriana, ed Elisabetta Catalano. Ritratti dell’arte: 30 scatti di una delle più importanti fotografe italiane che, attraverso i ritratti di grandi personaggi del Novecento, si è fatta testimone della storia d’Italia dagli anni Settanta ai giorni nostri.

Un’altra eccezionale prima per il nostro Paese: Mihaela Noroc. The Atlas of Beauty, a cura di Roberta D’Adda e Katharina Mouratidi, con la collaborazione della galleria berlinese f3 – freiraum für fotografie. La fotografa romena – che dal 2013 viaggia in tutti gli angoli del pianeta per catturare, con i suoi scatti, la varietà del nostro mondo, attraverso ritratti di donne – espone a Brescia 44 opere. Il suo Atlante della bellezza è un progetto aperto che, a oggi, conta oltre 2.000 ritratti da più di 50 paesi e che, attraverso volti e storie, testimonia come la bellezza non abbia etnia né confini geografici ridefinendo il concetto di bellezza multiculturale.

Dal 2 maggio all’8 settembre – Brescia

Tutte le informazioni qua

Boys don’t cry

Inaugura venerdì 19 aprile al Centro Internazionale di Fotografia diretto da Letizia Battaglia, “Boys don’t cry”, la mostra a cura di Ludovica Anzaldi.

Boys don’t cry, è il risultato di un progetto che ha coinvolto un gruppo di migranti ospiti del Centro d’accoglienza Asante di Palermo, in un workshop di educazione all’immagine e filmmaking condotto dalla stessa Anzaldi durante la scorsa estate. Un percorso lungo un mese, per sensibilizzare e stimolare il loro sguardo sulla realtà e imparare a esprimersi utilizzando il mezzo fotografico. Durante il workshop ai ragazzi sono stati forniti gli strumenti creativi per imparare a costruire un lavoro foto/video e a comporre immagini per elaborare un racconto: il loro racconto personale. 

L’obiettivo è stimolare i giovani autori, che hanno lavorato in piena libertà, e suscitare nei ragazzi degli sguardi personali, critici e liberi, attraverso uno scambio emotivo e culturale: l’acquisizione di una visione e di una tecnica per esprimersi, consente infatti il superamento di ogni barriera linguistica e culturale, costituendo inoltre un bagaglio di competenze e abilità che potranno sfruttare anche oltre quest’esperienza. 

“I ragazzi di Asante, di età compresa tra i 17 e il 23 anni, hanno tutti provenienze diverse e abitano nel Centro d’accoglienza in attesa di quei documenti che potrebbero dargli una nuova possibilità di vita. I tempi posso anche essere lunghissimi. Da qui è nata l’idea di fare un piccolo workshop così che possano integrarsi attraverso l’apprendimento, la creazione, l’espressione di sé e la conoscenza del nostro paese”. Spiega Ludovica Ansaldi. 

La narrazione è andata avanti unendo insieme momenti di lavoro nel centro accoglienza – dove i giovani autori hanno realizzato una serie di scatti utilizzando le tecniche principali del ritratto classico- con visite alla Biennale d’arte contemporanea Manifesta 12, importante occasione di conoscenza della città oltre che di confronto culturale con tematiche che li chiamano in causa direttamente. 

In mostra sono esposti un corpus di fotografie a colori realizzate su pellicola medio formato (6×6) da Hamissa Dembélé, Mory Sangare, Fofana Abdoulaye, Buba Drammeh e Kaita Aboubacar con un Hasselblad 500 che ritraggono gli stessi ragazzi – o anche la loro assenza – utilizzando i pochissimi oggetti che possiedono (camicie, scarpe, le sedie delle loro camere, le riproduzioni dei dipinti nei corridoi del centro…) insieme a frutta e verdura acquistate nel vicino mercato di Ballarò; una proiezione di foto (pellicola in bianco e nero) realizzate durante le visite a Manifesta che offrono uno sguardo sulla città di Palermo, dai palazzi del centro storico all’Orto Botanico.

E infine due video sempre realizzati dai giovani migranti che documentano le fasi del progetto. Accompagnano il percorso espositivo anche una serie di disegni a colori di Hamissa Dembélé in cui il giovane autore maliano reinterpreta i set fotografici. Accompagnerà la serata d’inaugurazione, la musica del gruppo Max3, formato da uno dei ragazzi del centro Asante, il cantante M’snop,  con i musicisti Fatima e Pambino. Il buffet è offerto da Moltovolti, il ristorante siculo -etnico che è anche uno spazio nel cuore di Palermo per la condivisione di esperienze, idee e culture. 

Ludovica Anzaldi è nata a Roma da famiglia palermitana, vive e lavora a Parigi. Il suo lavoro è orientato soprattutto sulla fotografia e il video: le sue immagini raccontano le declinazioni dell’essere umano nella sua complessità e quella parte della società – dalle donne agli stranieri – la cui voce ha avuto sempre poco spazio.“

Dal 19 aprile al 19 maggio 2019 – Centro Internazionale di Fotografia – Palermo

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LOOKING ON – SGUARDI E PROSPETTIVE SULLA NUOVA FOTOGRAFIA ITALIANA

LOOKING ON significa stare a guardare.
L’accezione comunemente negativa e passiva dello stare a guardare, la negligenza dell’astenersi da ogni azione diventa positivo e attivo esercizio di pazienza e osservazione, che richiede appunto uno stare, stare fermi a guardare, insistere, guardare ancora.
Questa insistenza è indispensabile sia a chi fotografa che a chi guarda la fotografia.

L’edizione 2019 di LOOKING ON, progetto ideato da Silvia Loddo e Cesare Fabbri per Osservatorio Fotografico nel 2014, studiata in collaborazione con la direzione e lo staff del Museo d’Arte della Città di Ravenna e dedicata alla fotografia emergente in Italia, è stata costruita attraverso un doppio invito. Il primo rivolto ad alcune figure professionali provenienti da diversi ambiti della fotografia: Chiara Bardelli Nonino, photoeditor di Vogue Italia e L’Uomo Vogue; Federica Chiocchetti, fondatrice della piattaforma Photocaptionist che si occupa di fotografia e letteratura; Silvia Loddo, ricercatrice indipendente e fondatrice di osservatorio fotografico; Elisa Medde, managing editor di Foam International Photography Magazine; Giulia Ticozzi, photo editor di La Repubblica; Giulia Zorzi, fondatrice della libreria/galleria Micamera di Milano, specializzata in fotografia.

Ciascuna delle sei ‘onlookers’ a sua volta ha invitato a presentare il proprio lavoro in una mostra che inaugura il 3 maggio 2019 negli spazi del Mar, tre autori emergenti italiani che ci suggerisce di stare a guardare: Eleonora Agostini, Nicola Baldazzi, Marina Caneve, Valeria Cherchi, Giammario Corsi, Matteo Di Giovanni, Karim El Maktafi, Francesca Gardini, Giulia Iacolutti, Claudio Majorana, Sofia Masini, Luca Massaro, Michela Palermo, Piero Percoco, Federica Sasso, Francesca Todde, Angelo Vignali, Alba Zari. 

04 Mag 2019 – 30 Giugno 2019 – MAR Museo d’Arte della Città di Ravenna

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LIU BOLIN. VISIBLE INVISIBLE

MUDEC PHOTO ospita la seconda mostra fotografica dalla sua apertura a oggi e affida a Liu Bolin il compito di raccontare la sua arte in prima persona, con una performance appositamente creata per il MUDEC e soprattutto con una mostra “Visible Invisible”.

L’artista cinese di fama internazionale Liu Bolin (Shandong, 1973) è conosciuto al grande pubblico per le sue performance mimetiche, in cui, grazie a un accurato body painting, il suo corpo risulta pienamente integrato con lo sfondo.

Luoghi emblematici, problematiche sociali, identità culturali note e segrete: Liu Bolin fa sua la poetica del nascondersi per diventare cosa tra le cose , per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti, anche i più piccoli, hanno un’anima che li caratterizza e in cui mimetizzarsi, svanire, identificarsi nel Tutto: una filosofia figlia dell’Oriente, ma che ha conquistato il mondo intero, soprattutto quello occidentale.
Contraddizioni tra passato e presente, tra il potere esercitato e quello subito: è la lettura opposta e complementare della natura delle cose, documentata dalle immagini di Liu Bolin. Dietro lo scatto fotografico che si conclude in un momento c’è lo studio, l’installazione, la pittura, la performance dell’artista: un processo di realizzazione che dura anche giorni, a dimostrazione di come un’immagine fotografica artistica non sia mai frutto di un caso, ma la sintesi di un processo creativo spesso complesso, che rivela la coscienza dell’artista e la sua intima conoscenza della realtà in tutta la sua complessità.

È una lettura della performance fotografica che lo spazio MUDEC PHOTO accoglie in pieno, non limitandosi così a ospitare solo mostre fotografiche canoniche, ma allargando lo sguardo anche al mondo della fotografia ‘prima dello scatto’, a quell’universo di ricerca preparatoria che è essa stessa performance artistica, coinvolgimento emotivo, attesa dell’attimo perfetto, concentrazione intima e lavoro di squadra; e infine, scatto.

Dal 15 maggio al 15 settembre – MUDEC Milano

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World Press Photo 2019

La Fondazione Sozzani torna a ospitare – per il 25° anno consecutivo – il World Press Photo, 62° edizione di uno dei più significativi premi di fotogiornalismo del mondo, che premia il fotografo che nel corso dell’ultimo anno, con creatività visiva e competenza, sia riuscito a catturare o a rappresentare un avvenimento o un argomento di forte rilevanza giornalistica.

L’inaugurazione a Milano si terrà sabato 11 maggio e la mostra sarà al pubblico fino al 2 giugno 2019.

Quest’anno, il concorso ha visto la partecipazione di 4.783 fotografi da 129 Paesi diversi che hanno presentato un totale di 78.801 immagini. Una giuria indipendente composta da esperti del settore e presieduta da Whitney C. Johnson, vicepresidente della sezione Esperienze Visive ed Immersive presso National Geographic ha selezionato 43 candidati provenienti da 25 differenti nazioni.

Dall’11 maggio al 2 giugno – Galleria Sozzani – Milano

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Le mostre di Street Photo Milano

Street Photo Milano, il festival internazionale di street photography, dopo il successo della prima edizione, torna a Milano dal 16 al 19 maggio 2019.

Tra le mostre diq uest’anno, vi segnaliamo: Fulvio Bugani; Jacob Aue Sobol; Matt Stuart; Observe Collective Finalisti Miami Street Photography Festival 2018; Finalisti Street Photo Milano 2019; The Henkin Brothers: A Discovery. People of 1920s-1930s Berlin and Leningrad

Dal 16 Maggio 2019 al 19 Maggio 2019 – BASE Milano

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ANDRÉ KERTÉSZ – Window Views

Following his move in 1952 to a 12th story apartment overlooking Washington Square Park, the 56-year-old Hungarian emigrant André Kertész would begin a series of modernist masterworks shot from his window that he would continue until his death in 1985. From the privacy of his home, Kertész honed his lens on anonymous city dwellers, capturing fragments of passersby on the streets below or reveling in the park, in an attempt to engage with his newfound community.  Many of the photographs made by Kertész during this period expressed a voyeuristic quality that reflected the artist’s sense of isolation in his adopted homeland.  Later in life, following the loss of his beloved wife Elizabeth, Kertész found himself in the same surroundings, amongst all their collective memories, voraciously experimenting with a Polaroid camera as a means of working through his overwhelming grief.

MARCH 28 – MAY 4, 2019 – Silverstein Gallery – New York

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Sotto la tenda di Abramo – Ivo Saglietti

Italian Jesuit father Paolo Dall’ Oglio rebuilds the Mar Musa monastery into a center for peaceful dialogue between Christians and Muslims. Musicians after the Sunday mass.

Sotto la tenda di Abramo racconta del dialogo possibile e necessario tra le religioni e gli uomini attraverso l’esperienza comunitaria dell’antico monastero siro antiocheo di Deir Mar Musa el-Habasci (San Mosè l’Abissino), luogo di ospitalità e di scambio interreligioso cattolico e musulmano abbarbicato sulle montagne della Siria.
I monaci fotografati da Ivo Saglietti sono uomini e donne di diverse chiese e di diversi Paesi che sperimentano quotidianamente le difficoltà e la ricchezza della diversità, dimostrando che Dio è uno e si può vivere insieme nella sua fede, indipendentemente dalla religione che si professa. Il bianco e nero intenso di questo lavoro, che documenta dall’interno la vita della comunità nel suo quotidiano, ben rappresenta il contrasto di luci e ombre di due mondi in perenne conflitto ideologico, che nell’enclave di Deir Mar Musa el-Habasci trovano invece un luogo di dialogo e di costruttivo confronto.

dal 4 aprile al 5 maggio- Sala Liguria – Palazzo Ducale Genova

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Gioele, un viaggio nel Blu – Fabio Moscatelli

Aurea vi invita alla mostra fotografica di Fabio Moscatelli “Gioele, un viaggio nel Blu”: Sabato 11 Maggio ore 18.30.

A Gioele piace cambiarsi le scarpe. Gli piacciono l’acqua e i cavalli. E gli piace dare da mangiare alle sue foche di plastica.
E’ un tipo di poche parole, lui. Ma sul suo quaderno scrive storie lunghe e intricate di misteriosi animali, leoni domestici, anaconde e ragni-lupo. Disegna anatre che cucinano e zebre a strisce colorate. Ma poi, spesso, accartoccia i disegni perché nessuno li veda. Dentro, Gioele ha un mondo intero. Solo che nel suo mondo non si può entrare.
Gioele è autistico, che è un po’ come essere una casa senza porta: dall’interno non si può uscire, e da fuori non si sa come varcare la soglia.
Lui, però, sta alla finestra. Guarda, osserva. E da lì, scatta foto del mondo come lo vede: troppo vicino o troppo lontano, spesso in movimento veloce, a volte amico, a volte impossibile da decifrare.

A Gioele piace anche farsi guardare, ed è così che nasce questo progetto: da uno scambio di visioni tra un fotografo che vuole provare ad avvicinarsi a un’interiorità difficile da comprendere e un ragazzino che vuole comunicare con un esterno difficile da raggiungere.
La fotografia diventa strumento di reciproca comprensione, un territorio visivo e visionario in cui incontrarsi, e proiettare all’esterno sensazioni e emozioni mute. Ma la fotografia è anche il filo conduttore di un racconto di formazione. Una formazione delicata e complessa: non solo quella di un bambino di 11 anni, oggi quindicenne, che lentamente si trasforma in uomo, ma anche quella di un essere umano speciale che cresce confrontandosi con un mondo da cui è percepito come diverso e alieno.”
(Irene Alison)

Dall’11 al 18 maggio – Associazione Aurea – Roma

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PAOLO DI PAOLO. MONDO PERDUTO

Un racconto delicato, rigoroso e sapiente di un’Italia che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

È stato il fotografo più amato de Il Mondo di Pannunzio, dove in 14 anni ha pubblicato 573 foto, con reportage dall’Italia e dal mondo. Ha ritratto divi del cinema, scrittori, artisti, nobiltà e gente comune. Ha percorso le coste italiane con Pier Paolo Pasolini raccontando le vacanze degli italiani.

È Paolo Di Paolo (Larino, Molise, classe 1925), straordinario cantore dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che ha saputo raccontare con delicatezza, rigore e sapienza il Paese che rinasceva dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale.

Tra le sue foto, riscoperte dopo più di cinquant’anni di oblio, quelle di Pier Paolo Pasolini al Monte dei Cocci a Roma, Tennesse Williams in spiaggia con il cane, Anna Magnani con il figlio sulla spiaggia del Circeo, Kim Novak che stira in camera al Grand Hotel, Sofia Loren che scherza con Marcello Mastroianni negli studi di Cinecittà. E poi una famiglia per la prima volta di fronte al mare di Rimini e i volti affranti del popolo ai funerali di Palmiro Togliatti.

17 Aprile 2019 – 30 Giugno 2019 – Maxxi – Roma

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BARRY FEINSTEIN. A Retrospective

Fondazione Carispezia presenta nei propri spazi espositivi “BARRY FEINSTEIN. A Retrospective”, una mostra che ripercorre per la prima volta in Italia la lunga carriera del fotografo americano, nato a Philadelphia nel 1931 e scomparso a Woodstock nel 2011, che nell’arco di sessant’anni di attività ritrasse i grandi nomi della Hollywood degli anni ’50 e i più iconici musicisti rock e pop degli anni ’60 e ’70.

I 45 scatti in esposizione, in bianco e nero e a colori, sono dedicati ai principali protagonisti della cultura cinematografica e musicale americana di quegli anni: da Marlene Dietrich a Bob Dylan, da Janis Joplin a Steve McQueen, da Aretha Franklin a George Harrison, da Marlon Brando a Eric Clapton.

Le fotografie in mostra, a cura di ONO arte contemporanea e The J. Blatt Agency LLC, New York, sono state selezionate con l’aiuto di Judith Jamison, vedova di Feinstein ed esecutrice del Barry Feinstein Estate. Tutti gli scatti, alcuni dei quali restaurati in occasione di questa esposizione, sono stati stampati da Pete Mauney, storico collaboratore di Feinstein.

Barry Feinstein approda all’arte fotografica diventando prima assistente di Ike Vern, fotografo di LIFE, e in seguito, dal 1955 al 1957, lavorando come assistente di camera per la Louis Kellman Productions. Dal 1957 al 1960 si dedica alla cinematografia: viene assunto come stagista di produzione dalla Columbia Pictures e lavora su importanti set come L’ultimo urrà di John Ford con Spencer Tracy, Operazione Mad Ball con Jack Lemmon e Ernie Kovacs, e Pal Joey con Frank Sinatra, Rita Hayworth e Kim Novak. In un secondo momento passa alle produzioni europee per la Morningside Productions.

Dal 1960 torna negli Stati Uniti dove inizia la carriera come fotografo freelance, ritraendo personalità come Marlene Dietrich, Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Steve McQueen, Marilyn Monroe e Clark Gable, i presidenti degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon, e musicisti del calibro di Eric Clapton, George Harrison, Janis Joplin, B.B King, Aretha Franklin, Barbra Streisand.

In questo periodo inizia una costante attività di reportage e viene chiamato da Cornell Capa, fratello di Robert, per collaborare con la famosa agenzia Magnum Photos.

Nel 1966 segue la tournée europea del maggior cantore di quegli anni febbrili: Bob Dylan, di cui diventa il fotografo ufficiale per undici anni.

Nel corso della sua carriera Feinstein ha realizzato oltre 500 leggendarie copertine di album tra cui Pearldi Janis Joplin, The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan, All Things Must Pass di George Harrison, Beggars Banquet dei The Rolling Stones e Ringo di Ringo Starr. Ha inoltre documentato il leggendario Monterey Pop Festival del 1967, girato il film You Are What You Eat e fotografato il Concert for Bangladesh al Madison Square Garden nel 1971.

Numerosi sono i libri a lui dedicati e molte le riviste che si sono avvalse della sua collaborazione artistica, da Time a Life, da GQ a Rolling Stone, fino al New York Times. Il suo lavoro è stato esposto nei più importati musei e gallerie internazionali

dal 14 aprile al 30 giugno 2019 – Fondazione Carispezia – La Spezia

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EAST 10th STREET by Saul Leiter

Gallery FIFTY ONE is proud to present its sixth solo exhibition on Saul Leiter (USA, 1923-2013), focusing on his studies of the female figure in both photography and painting. In addition to his colourful, poetic street photographs that by now belong to the collective art memory, the nude photographs Leiter took in his apartment on East 10th Street in New York City’s East Village reveal an intimate insight into his personal habitat.

From his arrival in New York in 1946 through the early 1970s, Leiter took thousands of nude pictures of his female friends and lovers. One of the great qualities of these images is the candid, spontaneous atmosphere. The women behave naturally in front of Leiter’s lens; they lie stretched out on the bed, looking slightly provocatively into the camera. Others are (un)dressing, masturbating or smoking a cigarette. During his lifetime, the artist rarely showed these images to outsiders. The photographs included in this exhibition were all printed by Leiter in his private darkrooms in the 1970s for a book collaboration with art director and close friend Henry Wolf. The project was never realized.

Although of a more direct nature than Leiter’s famous street photography, these interior portraits include many of the artist’s typical elements. The unusual camera angles create complex, multilayered compositions. Leiter’s subjects are often obstructed by pieces of furniture in the foreground, or photographed from a distance through narrow door openings or mirror reflections. Leiter introduces abstract elements, for instance by keeping a zone in the image out of focus or by focusing on the side of a bed or a wall, leaving a large part of the frame blank.

This tendency towards abstraction becomes even more apparent in the painted nudes on view. From the 1970s onwards, Leiter began to apply gouache on the nude photographs he kept in his apartment. In these colourful works the subject, often captured from up close, blends into a tumultuous background of brushstrokes. The paint layers come together in a jumble of vivid, volatile lines and firmly placed flat areas. The bright, expressionist colour palette and the impetuous way of painting are reminiscent of the work of Pierre Bonnard (1867-1947), one of Leiter’s favorite artists. This French painter was known for his landscapes and his depictions of everyday life in Paris, in which he placed great emphasis on emotion and spirituality. Bonnard also made countless nude portraits of his wife, Marthe, with the same intimacy and candid atmosphere as Leiter’s photographs. Both artists’ preference for unconventional compositions is striking and hints at the flat design and strong lines of Japanese art, which strongly influenced them.

In FIFTY ONE TOO this Saul Leiter show extends into a series of photographs taken in 1958 in a summer cottage in Lanesville, a small town on the Atlantic Coast north of Boston. These are the only nude images Leiter ever made in colour, and they are among the few pictures he shot outside New York City. The eight variants of one subject gracefully posing epitomize the artist’s mastery of colour and composition, and reveal the process behind the making of an iconic image. The combination of a soft pastel palette and natural light adds to the particularly romantic atmosphere.

In 2018, a long awaited book of Leiter’s nudes, In My Room, was published by Steidl. A selection of vintage and later prints of these images was recently shown at the Helmut Newton Foundation in Berlin, among other venues. On the occasion of this exhibition, the gallery will launch a new FIFTY ONE Publication, Saul Leiter: EAST 10th STREET, including previously unseen images.

May 7th – June 29th 2019 – GALLERY FIFTY ONE – Antwerp

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Gabriele Basilico / Giovan Battista Piranesi. Viaggi e vedute: da Roma a Shanghai

Il Museo Ettore Fico ha il piacere di presentare una mostra dedicata al grande fotografo Gabriele Basilico.
Corpus centrale della mostra è una sezione commissionata al fotografo dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia nel 2010, in occasione della retrospettiva dedicata al grande incisore veneto : “Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer” a cura di Michele De Lucchi, Adam Lowe e Giuseppe Pavanello.
In quell’occasione la Fondazione Cini chiese all’artista di ritrarre, dalle stesse angolazioni delle incisioni piranesiane, la “città eterna” e altri luoghi italiani.
Il risultato fu riassunto in 32 scatti messi successivamente a confronto con le 32 incisioni di Piranesi.
Una vasta selezione di oltre cinquanta fotografie, di differenti formati, completa la mostra che, per la prima volta in Italia, esamina la poetica urbana e concettuale del grande fotografo
attraverso le immagini scattate nei suoi innumerevoli viaggi.

10 aprile – 14 luglio 2019 – Museo Ettore Fico – Torino

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Aprire gli occhi: quattro sguardi dei fotografi del Festival della Fotografia Etica

Le prime tre mostre proposte raccontano gli avvenimenti più importanti, che negli ultimi anni, hanno cambiato le sorti di tre nazioni: la guerra alla droga del presidente Duterte nelle Filippine, le rivolte che hanno sconvolto il Venezuela ed hanno portato alla gravissima crisi economica e sociale che affligge la popolazione e, infine, la guerra in Ucraina e la vita che va avanti, nonostante tutto.

3 fotografi per 3 grandi storie raccontate con lo sguardo di chi si avvicina alle vittime, alle sofferenze di un popolo per dar loro voce e per continuare a puntare lo sguardo su storie che devono essere raccontate.

La quarta mostra rappresenta una raccolta degli scatti più significativi dei lavori esposti nel corso degli ultimi nove anni: la storia del Festival della Fotografia Etica.

dal 17 aprile al 9 giugno 2019 –
Cascina Roma Fotografia di San Donato Milanese

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Alessio Romenzi “Life, Still”

La devastazione causata dalla guerra è protagonista assoluta degli scatti presentati nella mostra Life, Still che Alessio Romenzi realizza tra dicembre 2017 e aprile 2018 a Mosul, Raqqa e Sirte. L’autore ritorna in queste città dopo la fine del conflitto per documentarne il disfacimento, che egli stesso definisce “uno scenario di distruzione apocalittica”.

Nel racconto di ciò che rimane, Romenzi metabolizza la capacità di sintesi dell’immagine, derivante dalla sua passata esperienza di fotoreporter, per affrontare una riflessione più profonda e meditata, offerta dall’osservazione a distanza. Infatti, la serie supera intenzionalmente lo svolgimento delle azioni belliche, per interrogarsi sulle loro conseguenze. Il cortile della scuola nel quartiere di Ghiza e la sala interna del centro conferenze Ougadougou III a Sirte, gli esterni del Palazzo delle assicurazioni governative e la Moschea a Mosul, centri propulsori di attività pedagogiche, culturali, religiose, e politiche sono segnati dalla guerra. Il ponte Al Shohada di Mosul, sospeso in un’atmosfera crepuscolare, crolla sotto il peso delle bombe. Tra scheletri di palazzi e cumuli di macerie, si intravede il ricordo di quanto è accaduto: la saracinesca alzata di un negozio, un semaforo ancora in funzione, la vita delle persone al confine con la guerra. Sono queste le “insopprimibili esistenze” di cui Giovanna Calvenzi scrive nell’introduzione al catalogo Life, Still, come “reazione alla morte e una speranza di futuro possibile”.

dal 12 aprile al 25 maggio 2019 – Galleria del Cembalo – Roma

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CONFITEOR (IO CONFESSO) – Tommaso Clavarino

a cura di Teodora Malavenda 
In collaborazione con Zine Tonic

A partire dal 2004 più di 3.500 casi di abusi su minori commessi da preti e membri della Chiesa sono stati riportati al Vaticano. Nel 2014 un report delle Nazioni Unite ha accusato il Vaticano di adottare sistematicamente azioni che hanno permesso a preti e membri della Chiesa di abusare e molestare migliaia di bambini in tutto il mondo.
Centinaia di casi sono stati registrati, e continuano ad essere registrati, in Italia, dove l’influenza del Vaticano è più forte che altrove, e pervade vari livelli della società.

Spesso gli abusi cadono nel silenzio, i casi vengono nascosti, le vittime hanno paura di far sentire la loro voce. Hanno paura della reazione delle persone, dei loro cari, dei loro amici, delle comunità nelle quali vivono. Le vittime sono barricate in un silenzio agonizzante, non vogliono far sapere nulla delle violenze subite.
Costrette a vivere con un peso che si porteranno dietro tutta la vita, incapaci di dimenticare il passato.
Le ferite sono profonde, le memorie pesanti, i silenzi assordanti.
“Confiteor (Io Confesso)” è un viaggio di due anni in queste memorie, in queste ferite, in questi silenzi.

dall’ 11 aprile al 10 maggio 2019 – Officine Fotografiche Milano

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UNTIL WE RETURN – Dalia Khamissy

Nel marzo 2011, quella che è iniziata come una serie di proteste contro il regime siriano, si è trasformata ben presto in un conflitto armato che dura da oltre 8 anni. Pochi mesi dopo centinaia di migliaia di rifugiati sono scappati dalla Siria in cerca di rifugio nei paesi vicini. Solo in Libano oltre un milione di rifugiati hanno attraversato il confine in cerca di sicurezza, e si sono stabiliti in tende, rifugi collettivi e appartamenti in tutto il paese. Dal 2011 Dalia Khamissy ha viaggiato attraverso il Libano raccontando le diverse storie dei rifugiati siriani. Ritratti e momenti di quotidianità raccontati con grande intensità artistica: storie di uomini, donne e bambini fuggiti dagli attentati, dai rapimenti, alcuni di loro gravemente feriti nei combattimenti, altri hanno perso le persone amate, altri ancora sono fuggiti perché minacciati. In Libano hanno incontrato una realtà altrettanto difficile. Mentre raccontava con il suo obiettivo le loro storie, tutti sognavano la fine della guerra e il loro ritorno in patria, “Until We Return”. Coordinamento del progetto di Alessandra Capodacqua.

5 aprile – 31 maggio – Fondazione Studio Marangoni  – Firenze

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Francesco Bosso. Waterheaven

Waterheaven, mostra personale di Francesco Bosso (Barletta, 1959) curata da Walter Guadagnini, sarà allestita nella Project Room di CAMERA e visitabile dal 18 aprile al 26 maggio 2019.

Bosso indaga il paesaggio naturale nelle sue manifestazioni più pure e selvagge, isolandone forme ed elementi per interpretare luoghi disabitati ed evidenziare il significato profondo del legame dell’uomo con le sue origini.

Allievo di Kim Weston, nipote del grande maestro Edward, e di John Sexton e Alan Ross, assistenti di Ansel Adams, per questa occasione il fotografo pugliese presenta un lavoro che nasce da diverse serie scattate nel corso degli ultimi anni, dedicate soprattutto a paesaggi marini. L’acqua come forza creatrice è al centro di venti fotografie caratterizzate anche da un meticoloso processo di stampa, che intensifica la pulizia dei bianchi e la profondità dei contrasti. Con il suo costante fluire – racconta Bosso – l’acqua rappresenta il liquido primordiale che crea, modella, modifica il mondo, in un moto continuo ed eterno di trasformazione. Waterheaven è un percorso per immagini attraverso l’affascinante “forza creatrice” dell’acqua, tra visione e realtà, un susseguirsi di evocazioni e frammenti di memorie.

Alcuni esempi della grande capacità di Bosso di raccontare per mezzo della luce e della forma una realtà lirica e armoniosa, di matrice pittorica, sono le immagini delle cascate realizzate in Islanda, incluse nella serie Golden Light (2012), oppure le vedute di Last Diamonds (2015), serie realizzata nel ghiacciaio Sermeq Kujalleq, nei pressi del villaggio di Ilulissat, in Groenlandia. Mentre nel primo caso l’autore entra in relazione con lo spazio e rende visibile l’intimità di un luogo attraverso la fotografia, nel secondo ha raccolto forti emozioni, la fluidità di un simile paesaggio naturale[…] sconvolgente, al fine di documentarne la fragilità e ammonire sulle nefaste conseguenze del riscaldamento globale – continua Bosso. Le immagini di Waterheaven, inoltre, sono incluse in un volume monografico edito da Silvana Editoriale, corredato di un testo critico di Walter Guadagnini. La pubblicazione arricchisce un già vasto portfolio di progetti editoriali dell’autore, tra i quali: Last Diamonds (Skira, 2017), The Beauty Between Order And Disorder (Centro Culturale Candiani, 2015), Sassi e Calanchi (Castelvecchi, 2006), Swahili Ritratti Africani (Electa, 2003) e altri ancora.

Attraverso il medium fotografico – commenta Walter Guadagnini – Bosso comunica un’etica della protezione e della salvaguardia del paesaggio naturale: con un sapiente uso delle tonalità di bianco e nero celebra i suoi soggetti e allo stesso tempo mette in guardia lo spettatore sulla fragilità e unicità di tale patrimonio. Fenomeni come l’urbanizzazione massiva e la concentrazione di un numero sempre maggiore di persone nelle città caratterizzano la vita contemporanea, espellendo dall’immaginario quotidiano il paesaggio naturale. Bosso lo rimette al centro dell’attenzione, documentandone anche le trasformazioni e gli effetti deleteri della noncuranza con la quale l’uomo si relaziona con la natura.

Le sue opere fanno parte di importanti collezioni private e pubbliche, mentre i suoi progetti espositivi sono stati ospitati in istituzioni nazionali e internazionali come il Museo Pino Pascali (Polignano), il Centro Culturale Candiani (Venezia), il Museo Nazionale della Fotografia (Brescia) e il Cultural Centre Museum (Hong Kong).

18 aprile – 26 maggio – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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LEVANTE – Massimiliano Gatti

Di fronte agli eventi che hanno interessato la politica internazionale di questi ultimi anni, si impone la necessità di gettare luce su ciò che paesi come Siria e Iraq, culla delle nostre civiltà hanno vissuto e che la furia distruttiva delle guerre ha ridotto in polvere.

Dal 28 marzo fino al 17 maggio 2019, gli spazi della galleria Podbielski Contemporary ospiteranno Levante, mostra che raccoglie il lungo lavoro maturato da Massimiliano Gatti in Medio Oriente, e che coniuga un racconto intimo a una ricerca approfondita di stampo documentaristico, volta a tramandare una memoria nel tempo.

Levante è una mappatura della memoria, un tentativo di preservare tracce di epoche lontane, dalla furia iconoclasta di movimenti fanatici che stanno ferendo e deturpando quelle terre. Le serie ripercorrono le aree geografiche che vanno a mappare il vissuto di Massimiliano di quegli anni: Partendo dal nord Iraq, la serie In Superficie nasce dall’esperienza di Massimiliano Gatti come fotografo della missione archeologica dell’Università di Udine e allo studio del paesaggio archeologico della terra di Ninive (Parten Project). Come una tassonomia imperfetta, cataloga tutto ciò che la superficie della terra restituisce: da reperti archeologici di epoche remote a residuati bellici dei conflitti di cui questa regione è stata teatro. L’accostamento casuale genera un corto circuito in cui tutto si mescola, mentre dal gioco estetico di rimandi e somiglianze emerge la circolarità della storia.

Palmira, città simbolo nel deserto siriano, è protagonista di due progetti. In Rovine, la grandiosità dei suoi monumenti è ritratta nella sua intatta bellezza, prima di esser colpita dalla furia distruttrice della guerra. Le Nuvole, invece, vede Palmira accostata a nubi che rappresentano le esplosioni dei monumenti distrutti dall’IS; si tratta di frame di video pubblicati su youtube, che aprono una riflessione sull’uso dei social come strumento di propaganda. Questo progetto verrà esposto al Forte Strino di Vermiglio (TN), in dialogo con le strutture di origine bellica del luogo, in una mostra, Sottopelle, curata da Serena Filippini.

Grazie alla gentile concessione da parte di una collezione privata, le Rovine di Massimiliano Gatti saranno messe in dialogo con due stampe della seconda metà del Settecento edite dalla bottega di Augusta di Georg Balthasar Probst e raffiguranti vedute sulla città di Palmira. Limes è una riflessione sull’atto del guardare. La finestra, rappresenta una soglia, definisce un dentro e un fuori, incornicia la vista, istituendo un punto di vista particolare sul mondo. Le finestre di Gatti circoscrivendo un frammento di paesaggio in un’inquadratura forzata, gli conferiscono la profondità e l’importanza di una totalità all’interno del fotogramma.

In Terra promessa, invece, le cartine non delimitano dei confini corretti, sono un’interpretazione del territorio, non un’oggettiva rappresentazione. In questa una situazione paradossale nella sua drammaticità, si stagliano gli oggetti dell’autore, come proiezione dei suoi personali ricordi. Perché Levante è il Medio Oriente, ma anche la porzione di cielo da cui si leva il sole. Una speranza dopo la lunga notte che stanno vivendo queste terre e queste popolazioni. Privo di strumenti culturali sufficientemente potenti per mettere ordine nel dominio caotico delle immagini, lo spettatore è spesso relegato a una condizione di passività, sospeso tra l’indifferenza e il consumo acritico. Il lavoro di Gatti tenta di riportare l’attenzione sulla responsabilità dell’immagine, sul suo compito di affondare nelle contraddizioni e nelle crisi del nostro tempo, di rendere visibile la tragedia della nostra cultura, senza perdere mai il legame con la memoria che è, al tempo stesso, speranza per un futuro diverso.

28 MAR – 17 MAY 2019 – Podbielski Contemporary  – Milano

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NEL MIRINO. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981

Si apre al pubblico sabato 13 aprile 2019 a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino la mostra Nel mirino – L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981, prima organica ricognizione sullo straordinario patrimonio dell’Agenzia, acquisito nel 2015 da Intesa Sanpaolo che, attraverso il proprio Archivio storico, lo conserva, restaura, studia e valorizza anche con il supporto di esperti, come è avvenuto in occasione della realizzazione di questa mostra.

Curata da Aldo Grasso e Walter Guadagnini, l’esposizione – realizzata da CAMERA con Intesa Sanpaolo nell’ambito di Progetto Cultura, il programma triennale delle iniziative culturali della Banca – presenta alcuni degli episodi cruciali della storia e della cronaca italiane e mondiali in un periodo che va dal 1939, anno in cui Vincenzo Carrese volle chiamare “Publifoto” la sua agenzia – nata a Milano nel 1937 con il nome Keystone -, fino al 1981, anno della scomparsa del fondatore. Quasi mezzo secolo di eventi raccontati attraverso circa duecento quaranta immagini realizzate dai fotografi di quella che è stata per un lungo periodo l’agenzia fotogiornalistica più importante del paese.

13 aprile – 7 luglio 2019 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Heroes – Bowie by Sukita

“Heroes – Bowie by Sukita è una mostra, promossa da OEO Firenze e Le Nozze di Figaro con Città Metropolitanadedicata a David Bowie, icona della cultura pop, ritratto da un maestro indiscusso della fotografia giapponese Masayoshi Sukita.

“Seeing David Bowie on stage opened up my eyes to his creative genius. Bowie was different to the other rock and rollers, he had something special that I knew I had to photograph” (Masayoshi Sukita)

L’esposizione, che ha il patrocinio del Comune di Firenze è curata da ONO Arte Contemporanea, e presenta 90 fotografie alcune delle quali esposte in anteprima nazionale, che ripercorrono un sodalizio durato oltre quarant’anni tra uno dei più rivoluzionari artisti del XX secolo e il grande maestro della fotografia. Non solo gli scatti iconici che illustrarono la copertina dell’album “HEROES”, ma anche fotografie storiche tratte dall’archivio personale di Sukita che raccontano un’amicizia iniziata negli anni Settanta. Il catalogo è edito da OEO Firenze.

“It was 1972 that I started it. And I’m still looking for David Bowie even now.”
(Masayoshi Sukita)

Sarà Palazzo Medici Riccardi, dimora quattrocentesca della Famiglia Medici, ad ospitare le immagini che ritraggono il Duca Bianco, artista tra i più significativi della storia della cultura contemporanea che ha saputo elevare a forma d’arte la musica rock. Firenze con questa mostra fa il suo personale omaggio a Bowie, aprendo le porte di uno dei suoi palazzi più ricchi di storia e fascino. Antico e moderno si fondono dando la possibilità ai visitatori con lo stesso biglietto di vedere lo splendido lavoro che Sukita ha dedicato al Bowie artista e amico, ma anche di visitare il prestigioso palazzo. 

Nel corso dei tre mesi di esposizione, molti saranno gli eventi collaterali nel segno di Bowie. Le Nozze di Figaro coordineranno infatti una scaletta di concerti acustici di musicisti nel cortile del palazzo ed i fan di Bowie potranno trovare al bookshop una ricca scelta di libri e merchandising a lui dedicato. 

Dal 30 marzo al 28 giugno – Palazzo Medici Riccardi – Firenze

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PAOLO NOVELLI – LA FOTOGRAFIA COME DIFFERENZA

Palazzo Grillo è lieto di ospitare la mostra “La Fotografia come differenza” che propone per la prima volta una selezione di 40 scatti appartenenti a cinque progetti del fotografo di ricerca Paolo Novelli, attivo dal 1997. L’esposizione si concentra sul periodo creativo 2002-2013, con l’intento di evidenziare nascita e consolidamento di uno stile personale, tra i più interessanti e coerenti tra le generazioni italiane emerse negli anni duemila. Il percorso di Novelli in questo contesto si distingue infatti per scelte del tutto inusuali, sia nei contenuti che nella tecnica; i cicli di immagini scelti rivelano come filo conduttore una fotografia introversa, essenziale, senza tempo e senza luogo, sintetizzata, non a caso, da Giovanni Gastel come “fotografia della solitudine”; linguaggio visivo quindi in netta controtendenza con la comunicazione preponderante nell’attuale era digitale. L’altro aspetto, quello tecnico, rafforza questa direzione atemporale di Novelli, la cui disciplina è in effetti una sola, la Fotografia analogica: pellicola, luce naturale, assenza di filtri; ripresa analogica amplificata da una premeditata anarchia operativa nell’uso dell’apparecchio fotografico, come sottolineato da Olivo Barbieri nel testo introduttivo de “La notte non basta”: “fotograficamente sono tutte sbagliate ma è un errore che può funzionare”. I progetti scelti in questa sede affrontano il tema principale della ricerca di Novelli: l’incomunicabilità”; porte, tunnel, nebbie, finestre e morte s’inseguono in un arco temporale di poco più di una decade, attraverso i progetti: “Vita brevis, Ars longa” (2002), “Grigio Notte” (2004-2006) “Niente più del necessario” (2006), “Interiors” (2007-2012) “La Notte non basta” (2011-2013): La mostra è accompagnata da un catalogo, curato da Giovanni Battista Martini

Dal 3 maggio al 16 giugno 2019 – Palazzo Grillo – Genova

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Mediterranean Sonata – Matteo Nasini

MEDITERRANEAN SONATA è il progetto site-specific realizzato dall’artista Matteo Nasini per lo spazio espositivo LABottega. Il progetto, a cura di Beatrice Audrito, è il risultato di un periodo trascorso dall’artista in residenza, una pratica con la quale LABottega inaugura una nuova stagione espositiva che presenterà il lavoro prodotto da artisti e fotografi invitati a vivere questa esperienza, confrontandosi con il territorio circostante.

Dopo gli studi musicali, la ricerca artistica di Matteo Nasini si esprime, fin da subito, in una direzione fortemente sperimentale volta a stabilire delle connessioni tra arte e musica. Partendo dallo studio del suono, Nasini progetta performance, sculture e installazioni che traducono in forma contenuti musicali complessi, rendendoli più accessibili al grande pubblico. Un’indagine profonda e sistematica delle qualità della materia sonora, poi tradotte in immagine o in scultura per dare vita ad un universo di forme e colori fatto di insoliti strumenti musicali, sculture realizzate nei materiali più disparati, ricami ed arazzi in tessuto, dai quali emerge sempre una precisa e coerente metodologia d’indagine.

MEDITERRANEAN SONATA è una suonata cartografica realizzata da Nasini ripercorrendo fisicamente e metaforicamente la linea geografica della costa del Mediterraneo per ricavarne una melodia, riportandone la cartografia su di un pentagramma al fine di trasporre in note la morfologia sinuosa e frastagliata della costa. Un progetto ambizioso che si presenta come un’installazione sonora composta da undici scatti fotografici realizzati in diversi tratti costieri che, come tanti piccoli spartiti, raccontano il viaggio fisico e melodico condotto dall’artista, portandone a galla le note della melodia. Una composizione musicale, poi suonata e registrata in studio dall’artista con strumenti di origine mediterranea come l’arpa, la marimba e altre percussioni, cui si sovrappongono altre tracce sonore registrate nei luoghi costieri visitati. La trasposizione musicale di una visione poetica che si configura come una narrazione sinestetica condotta dall’artista servendosi di diversi medium: la musica, la fotografia, il colore.

Durante il periodo espositivo, Matteo Nasini offrirà al pubblico di LABottega la possibilità di partecipare ad uno Sleep Concert, una performance durante la quale sarà possibile ascoltare per una notte intera i suoni generati dal pensiero di una persona addormentata durante le varie fasi del sonno: quei sogni preziosi che l’artista cattura e traduce in forma bidimensionale nelle sue sculture in porcellana. La forma dei nostri sogni.

La performance è parte del progetto Sparkling Matter: il risultato di una complessa indagine tra suono, tecnologie e neuroscienze, vincitore del Talent Prize 2016 e presentato al Museo MACRO di Roma nel 2017.

dal 21 Aprile al 14 Luglio 2019 – La Bottega – Marina di Pietrasanzta (LU)

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