Mostre consigliate a settembre

Bentornati!

Una nuova stagione di mostre vi aspetta a partire da settembre.

Date un’occhiata!

Anna

Dorothea Lange

Dorothea Lange, Raccoglitore migrante di cotone, Eloy, Arizona, 1940 I Courtesy Camera - Centro Italiano per la Fotografia
Dorothea Lange, Raccoglitore migrante di cotone, Eloy, Arizona, 1940 I Courtesy Camera – Centro Italiano per la Fotografia

Dal 30 luglio al 1° novembre 2026, i suggestivi ambienti sotterranei del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona, accolgono una grande mostra dedicata a Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), tra le figure più significative della fotografia documentaria del Novecento e autrice di alcune delle immagini che hanno segnato in maniera indelebile l’immaginario del XX secolo.
 
Organizzata dal Comune di Verona e prodotta da CAMERA Torino, la mostra, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, riunisce circa 200 fotografie e ripercorre il periodo più intenso della ricerca di Lange, dagli anni della Grande Depressione all’internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Migrazionidisuguaglianze socialidiscriminazioni crisi ambientali attraversano un percorso che restituisce tutta la straordinaria attualità di uno sguardo capace di osservare i grandi mutamenti della storia a partire dalle vite delle persone.
 
Conosciuta soprattutto per Migrant Mother, una delle fotografie più celebri del Novecento, Dorothea Lange è stata una protagonista assoluta della fotografia sociale americana. Come scrisse John Szarkowski, fu «per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista»: una definizione che sintetizza la sua capacità di coniugare il rigore della documentazione con una profonda partecipazione umana, facendo della fotografia uno strumento di conoscenza e testimonianza civile.

Dal 30 Luglio 2026 al 1 Novembre 2026 –  Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri – Verona

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SI Fest 2026 – Still Standing – Restare in piedi per continuare a guardare

Il SI Fest in collaborazione con il comune di Savignano sul Rubicone raggiunge il traguardo della sua trentacinquesima edizione.

Organizzata dall’associazione Savignano Immagini, la manifestazione torna ad animare la città nel fine settimana dall’11 al 13 settembre 2026, mantenendo le mostre accessibili al pubblico anche nei due fine settimana successivi. Sotto la direzione artistica di Manila Camarini, il festival riprende e approfondisce il percorso intrapreso nell’edizione precedente: uno sguardo rivolto alle fratture e alle trasformazioni del mondo contemporaneo, capace di andare oltre la superficie delle cose per osservare la realtà con rigore e profondità.

Il cuore concettuale di questo capitolo è sintetizzato nella formula Still Standing. Più che un semplice titolo, si tratta di un manifesto che riconosce nell’atto fotografico uno spazio di resistenza, un punto di ancoraggio saldamente piantato nel presente di fronte all’instabilità e ai compromessi dell’epoca attuale. Still Standing è un elogio della verticalità e della presenza, un’affermazione sommessa e al contempo radicale di chi sceglie di non farsi da parte, dimostrando che la fotografia stessa continua a rimanere salda di fronte alle mutazioni della storia.

Il percorso espositivo dell’edizione 2026 si snoda attraverso progetti che esplorano la permanenza, l’identità e la capacità di adattamento in geografie e contesti umani molto differenti tra loro.

Nel lavoro VinterLars Tunbjörk ritrae la quotidianità dei lunghi mesi invernali in Scandinavia, raccontando una resistenza silenziosa fatta di solitudine, perseveranza e gesti ordinari capaci di attraversare il tempo e il buio.

L’esplorazione delle radici e dei rituali prosegue con Robbie Lawrence che, in Long Walk Home, segue gli Highland Games tra la Scozia e gli Stati Uniti, trasformando una tradizione popolare in un’indagine sull’evoluzione dell’identità culturale e sulla forza della memoria collettiva.

La memoria assume invece un valore personale e liberatorio in Occult di Alba Zari, progetto in cui l’autrice ripercorre la storia della propria famiglia all’interno della setta Children of God. Attraverso immagini, documenti e materiali d’archivio, la ricerca affronta i temi del controllo e della costruzione della verità, dimostrando come la consapevolezza del passato possa farsi strumento di riscatto e di emancipazione.

I confini dell’identità e delle aspettative sociali vengono interrogati da Andi Gáldi Vinkó nel progetto Sorry I Gave Birth I Disappeared But Now I’m Back, dove il tema della resistenza si sposta nel territorio della maternità, misurandosi con il corpo, il tempo e i modelli culturali consolidati.

In Black Stone BurnsOlga Sokal viaggia attraverso i paesaggi segnati dall’industria estrattiva e dal carbone, soffermandosi sulla convivenza tra le comunità locali e le conseguenze delle trasformazioni ambientali ed economiche, alla ricerca di nuove possibilità di futuro.

Lo sguardo sull’essere umano prosegue con Robin de Puy, che in AMERICAN compone un ritratto corale degli Stati Uniti contemporanei attraverso i volti di persone comuni. Le sue fotografie restituiscono dignità e centralità a esistenze spesso invisibili, raccontando la resilienza quotidiana in una società segnata da profonde disparità.

A chiudere questa panoramica sugli archivi dello sguardo è Index di Christopher Anderson, un’opera che raccoglie oltre trent’anni di lavoro in una sequenza fluida e aperta. Guerre, vita familiare, politica e viaggi si intrecciano per testimoniare la capacità delle immagini di sopravvivere agli eventi e continuare a generare significati nel presente.

Ad impreziosire la proposta espositiva del festival si aggiunge un’importante mostra collettiva che riunisce i lavori di Alfredo BoscoPietro Masturzo e Jack Califano, tre autori impegnati a raccontare comunità messe a dura prova da oppressivi sistemi di potere. Bosco documenta le ferite della guerra in Ucraina e la determinazione della popolazione a ricostruire la propria vita tra le macerie; Masturzo osserva la Palestina quotidiana, dove la semplice sopravvivenza e la riaffermazione della propria presenza assumono una valenza politica; Califano si concentra sulle comunità migranti negli Stati Uniti colpite dalle politiche dell’ICE, raccontando la difesa del diritto all’esistenza di famiglie ristrette nell’incertezza.

Ma la mappa espositiva del SI Fest si arricchisce ulteriormente con i progetti legati ai riconoscimenti fotografici: Carlos Folgoso Sueiro che sposta l’attenzione sui luoghi in Beyond the lake, indagine sulla capacità di conservare la memoria e resistere al tempo che gli è valsa il Premio Marco Pesaresi 2025Fabio Domenicali presenta Nowhere, opera vincitrice del Premio Portfolio Italia 2025, con cui conduce il pubblico in un viaggio intimo tra paesaggi sconfinati e atmosfere silenziose, per dare forma a un luogo della mente dove lo spazio domina su un tempo sospeso; Camilla Pedretti espone Lucinete, progetto premiato con il Premio Portfolio Werther Colonna,  un progetto in cui Camilla ha documentato la vita in una delle comunità più vulnerabili del Paese  con una narrazione visiva che mette al centro la dignità umana, la resistenza e la speranza nonostante le avversità.

L’offerta espositiva include anche due preziose mostre collaterali: In Studio di Mario Cresci, una mappa visiva della scena artistica contemporanea romagnola e la collettiva Zvanì, il backstage fotografico del film su Giovanni Pascoli come spazio di racconto di ciò che normalmente rimane fuori dall’inquadratura.

11-12-13, 19-20, 26-27 settembre 2026 – Savignano sul Rubicone (FC) – sedi varie

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MAN RAY: tutto

“Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza.” Con queste parole Man Ray sintetizzava un’intera filosofia dell’arte, nella quale i confini tra le discipline non esistevano e ogni mezzo espressivo era al servizio di un’unica, inesauribile visione creativa.

A cinquant’anni dalla scomparsa di uno degli artisti più geniali e versatili del XX secolo, avvenuta a Parigi il 18 novembre 1976, la mostra “Man Ray: tutto” alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma – a pochi passi dalle sale che ospitano opere capitali di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Renoir, Monet, Cézanne, de Chirico, Morandi, Burri e molti altri – riunisce oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, oggetti, sculture, grafiche, libri e film: la più completa retrospettiva mai dedicata a Man Ray in Italia. Se infatti le grandi mostre che lo hanno celebrato hanno privilegiato di volta in volta la pittura o la fotografia, “Man Ray: tutto” abbraccia con pari dignità tutte le discipline praticate dall’artista: fotografia, pittura, scultura, design, grafica, editoria, cinema.

Tra le opere esposte figura Le Violon d’Ingres (1924), l’iconico ritratto fotografico di schiena dell’amica e musa Kiki de Montparnasse con le effe di violino sulla schiena nuda. Accanto a essa sono esposti capolavori come LacrimeLa preghieraAnatomiaNoire et Blanche e i celebri ritratti delle muse e modelle Lee Miller e Nusch Éluard.

La mostra segue l’evoluzione del linguaggio di Man Ray, nato a Philadelphia nel 1890, a partire dai primi anni americani, segnati dall’adesione al movimento Dada e dalla scoperta della fotografia, il medium che lo accompagnerà lungo tutta la carriera e al quale deve la parte più cospicua della sua fama. Il momento dadaista si concretizza nella realizzazione delle prime sculture, come By Itself del 1918, qui presentata nella versione in bronzo del 1966, e la celeberrima Ostruzione del 1920, composta da 63 grucce di legno appese al soffitto in una struttura che moltiplica un singolo oggetto fino a trasformarlo in installazione.

Il trasferimento a Parigi nel 1921 segna la svolta definitiva. Accolto da Marcel Duchamp, il mentore con il quale interesserà un’amicizia destinata a protrarsi per decenni, generando opere straordinarie presenti in mostra, Man Ray si inserisce nel vivacissimo ambiente dell’avanguardia parigina, divenendone ben presto il fotografo ufficiale, come dimostrano i numerosi ritratti dei protagonisti di questo mondo. Al lavoro su commissione per la moda si affiancano le sperimentazioni autonome: i rayographs e le solarizzazioni, autentiche icone dell’arte dada e surrealista, e la cartella Électricité del 1931, un portfolio di dieci photogravure realizzato con la collaborazione di Lee Miller, la grande fotografa statunitense prima sua assistente, divenuta poi sua musa e compagna, infine affrancatasi per seguire una carriera del tutto autonoma.

La vena pittorica non viene mai abbandonata. Ne sono prova i dipinti esposti soprattutto a partire dagli anni Trenta nelle grandi mostre del Surrealismo: tra questi, il celeberrimo À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux (1932–1934), in cui le labbra cremisi di Lee Miller fluttuano giganti nel cielo sopra l’Osservatorio di Parigi, opera nella quale il tormento della separazione si trasforma in visione cosmica. Alcuni dipinti vengono presentati in mostra a Mamiano.

Accanto alla pittura prosegue la produzione grafica, che risponde alla volontà di diffondere il più possibile la propria opera, prescindendo dai concetti di unicità e di originale che per Man Ray sembrano perdere di significato.

Gli oggetti d’affezione (ready-made trasformati dall’intervento dell’artista) incarnano con forza questa attitudine. Cadeau (Regalo), il ferro da stiro con i chiodi attaccati sotto, nasce il 3 dicembre 1921, giorno di apertura della prima personale parigina di Man Ray alla Librairie Six di Philippe Soupault: l’originale viene rubato lo stesso giorno, ma l’artista lo replicherà più volte a partire dal 1963; o L’oggetto indistruttibile del 1931, un metronomo con l’occhio di Lee Miller che diventerà poi Un oggetto da distruggere al termine della relazione con la fotografa), nascono sempre con l’idea di poter essere replicati, manipolati, rivisti secondo le occasioni.

L’unione tra pittura e design si trova poi ad esempio in Palettable, un tavolo a forma di tavolozza, ideato nel 1941 e poi edito nel 1971, o nel Monumento al pittore sconosciuto del 1955. Artista tra i più attuali del XX secolo, fu elevato a icona da Andy Warhol, che negli ultimi anni fu in rapporto con lui e ideale prosecutore delle premesse della sua ricerca nella nuova America del dopoguerra.

La mostra offre anche la testimonianza di momenti capitali della storia delle avanguardie: Résurrection des Mannequins (La resurrezione dei manichini) documenta una delle sale più affascinanti dell’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938 alla Galerie Beaux-Arts di Parigi, dove alcuni artisti tra cui Dalí, Ernst, Miró, Duchamp e lo stesso Man Ray, decorarono manichini femminili in un allestimento che resta tra i più leggendari del Novecento.

Non mancano le rare ma significative prove cinematografiche, film entrati nella storia del cinema d’avanguardia, capitolo autonomo della creatività dell’artista ma inscindibile dalla sua intera visione, che concepiva l’arte come esperienza totale di vita, priva di barriere disciplinari, stilistiche, tematiche.

La mostra si avvale di prestiti provenienti da importanti istituzioni museali, da celebri gallerie e collezioni private italiane ed estere, ed è curata da Walter GuadagniniMauro CarreraStefano Roffi. Con “Man Ray: tutto” la Villa dei Capolavori – che negli anni ha dedicato grandi mostre a figure che con Man Ray hanno condiviso il palcoscenico delle avanguardie, da Miró a de Chirico, da Cocteau a Warhol, dal Surrealismo a Munari – porta a convergenza quei percorsi nella figura dell’artista che più di ogni altro li ha attraversati tutti.

12 settembre – 13 dicembre 2026 – Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori

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Robert Doisneau

Robert Doisneau, <em>Le baiser de l’Hôtel de Ville</em>, 1950
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, 1950

La mostra Robert Doisneau riunisce circa 150 fotografie in bianco e nero provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge. È in questo atelier che il fotografo ha stampato e archiviato le sue immagini per oltre cinquant’anni, ed è lì che si è spento nel 1994, lasciando un’eredità di quasi 450.000 negativi.

Le fotografie, selezionate dal curatore in stretto rapporto con l’Atelier, sono state scattate tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, prevalentemente a Parigi e nella sua banlieue, territori privilegiati dal fotografo. Scatti imprescindibili e rappresentativi della sua opera, come Le Baiser de l’Hôtel de Ville – scatto celebre, ritenuto tra i più riprodotti al mondo, nel quale una giovane coppia si bacia davanti al municipio di Parigi – si mescolano a immagini meno note; ma in tutte le fotografie, indipendentemente dalla forma e dal soggetto, sono sempre la visione del fotografo e il suo personalissimo spirito ad attirare l’attenzione e a suscitare emozioni.

Gran parte delle fotografie di Robert Doisneau sono riconoscibili a colpo d’occhio dal soggetto: un territorio privilegiato, nella fattispecie i quartieri popolari di Parigi e la sua periferia. Un paesaggio urbano e una società che il fotografo ha esplorato fin dal suo debutto, e che negli anni non ha mai perso di vista: anche il suo appartamento-atelier di Montrouge, al sud della capitale, in qualche modo trova posto all’interno dello scenario delle sue immagini. Al contrario di molti fotografi della sua generazione, Doisneau ha viaggiato poco, preferendo perdersi nella sua amata Parigi. Ha persino confessato di essersi sentito a disagio quando, per soddisfare qualche richiesta, ha dovuto allontanarsi dal suo universo.

Dal 24 Settembre 2026 al 24 Gennaio 2027 – Palazzo dei Musei – Modena

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FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI 2026. XVII EDIZIONE

Il Festival della Fotografia Etica di Lodi si prepara a tagliare il traguardo della sua diciassettesima edizione, in programma dal 26 settembre al 25 ottobre 2026.

Al centro della manifestazione si conferma il World Report Award – Documenting Humanity, giunto quest’anno alla sua sedicesima edizione. Il premio rappresenta il vero e proprio cuore pulsante del festival e si consolida come l’unico riconoscimento in Italia specificamente dedicato al fotogiornalismo, capace di puntare i riflettori sulle grandi questioni umane e sociali del nostro tempo attraverso lo sguardo dei più importanti reporter internazionali.

I vincitori di questa edizione offrono una panoramica di straordinario impatto visivo ed emotivo sulle crisi umanitarie, le ferite storiche e le trasformazioni ambientali che segnano il pianeta. Nella categoria MASTER, l’iconica fotografa Carol Guzy propone con “ICE – Broken Families” una testimonianza delle deportazioni di massa avviate dall’amministrazione Trump, catturando il trauma dei minori e delle famiglie tra giugno e dicembre 2025.

Per la sezione SPOTLIGHT, il progetto a lungo termine di Chinky Shukla intitolato “When Buddha Stopped Smiling” restituisce voce e memoria alle comunità desertiche del Rajasthan, che ancora oggi mostrano una silenziosa resilienza di fronte alle conseguenze umane e ambientali dei test nucleari indiani del 1974 e 1998.

Il racconto dei conflitti contemporanei prosegue con Abdulmonam Eassa, vincitore della categoria SHORT STORY con “Sudan War, a Nation Trapped”, una cronaca della devastante guerra civile esplosa nel 2023 che ha intrappolato la popolazione in una spirale di inaudita violenza.

La sezione STUDENT vede invece l’affermazione di Mashruk Ahmed con “Broken Promises: July of Memory”, un lavoro incentrato sulle conseguenze dell’insurrezione studentesca del luglio 2024 in Bangladesh e sulla lotta per la giustizia dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime.

“Boy with kippah”, con cui Gianluca Panella ha vinto la categoria SINGLE SHOT, racconta l’atmosfera carica d’attesa della liberazione degli ostaggi ancora detenuti a Gaza, in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

Infine, le sezioni in collaborazione con The Alexia, partnership siglata quest’anno tra il Festival e la S.I. Newhouse School Of Public Communications di Syracuse,  arricchiscono il palmarès con due sguardi di profonda riflessione territoriale.

Per la sezione SPOTLIGHTCarlos Folgoso Sueiro firma “Alén do Lago (Beyond The Lake)”, un’epopea contemporanea che intreccia la storia personale del fotografo con il declino della Galizia, sua terra natale, segnata da incendi, siccità, abbandono e collasso ambientale.

Per la categoria STUDENTJubair Ahmed Arnob esplora con un linguaggio visivo surreale l’impatto dell’inarrestabile urbanizzazione a Dhaka, in Bangladesh, documentando in “The Place Where I Used to Play…” la perdita di memoria e di senso di appartenenza delle comunità fragili.

Pilastro fondamentale di questa diciassettesima edizione è lo spazio dedicato alle organizzazioni non governative attraverso l’Open Call Nonprofit World 2026, una sezione speciale che mette in luce il potere della fotografia come strumento di supporto e denuncia per le ONG globali.

Il percorso espositivo si arricchisce così di sei straordinari progetti documentari: si parte da “Out for Blood”, in cui Ginevra Bonina documenta per Pinkishe Foundation la povertà mestruale in India come violazione dei diritti umani e stigma sociale tra le comunità indù, musulmane e adivasi.

La collaborazione con l’UNHCR porta in mostra “Nothing But Courage” di Antoine Tardy, un reportage sul riscatto sociale e l’accesso all’istruzione superiore per i rifugiati in contesti complessi.

L’inclusione è anche al centro di “Like a Fairy Tale” di Stefania Carraturo per Abracadown ODV, che racconta il dietro le quinte di un musical interpretato da giovani con la sindrome di Down per scardinare i pregiudizi attraverso l’arte.

Dalle sfide sociali si passa agli scenari di guerra con “Classroom Below Ground” di Antti Yrjönen per Finn Church Aid, che testimonia la tenacia della scuola in Ucraina, costretta a trasferirsi nei rifugi antiaerei.

Il legame tra comunità e tutela del territorio è invece descritto da Andrea Zanenga in “The Second First Flight” per la SPEA, incentrato sulla mobilitazione degli abitanti dell’isola di Corvo nelle Azzorre per salvare i giovani uccelli disorientati dall’inquinamento luminoso.

Infine, lo sguardo si sposta sulle emergenze del Mediterraneo con “ACQUAINTANCE – Search and Rescue in the Mediterranean Sea” di Max Cavallari per SOS Humanity, un reportage immersivo sulle delicate operazioni di salvataggio in mare aperto e sul loro profondo impatto emotivo.

Tutte le mostre dei vincitori saranno visitabili durante i fine settimana del festival, offrendo al pubblico un’occasione unica di riflessione e approfondimento.

dal 26 settembre al 25 ottobre 2026 – Lodi – Sedi Varie

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FAN HO. Il maestro della fotografia di Hong Kong

Fan Ho, Coolies and Hawkers, 1958
© Fan Ho Estate, Blue Lotus Gallery | Fan Ho, Coolies and Hawkers, 1958

Palazzo Falletti di Barolo di Torino ospita, dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, la mostra FAN HO. Il maestro della fotografia di Hong Kong, antologica inedita in Italia dedicata al maestro cinese della street photography.
Prodotta e organizzata da Ares in collaborazione con Blue Lotus Gallery (Hong Kong), l’esposizione, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, si compone di cento fotografie, perlopiù in bianco e nero, che ripercorrono la carriera di Fan Ho (1931–2016), autore che attraverso una ricerca estetica in bilico tra realismo e astrazione ha rappresentato lo scenario e la vita urbana di Hong Kong.

Fan Ho ha saputo cogliere una visione suggestiva della brulicante metropoli cinese, trasformando le sue strade e i suoi vicoli affollati in quadri meditativi popolati da figure solitarie. “Ogni foto offre una piccola finestra attraverso la quale si vede e si prova ciò che il fotografo ha visto e provato”, affermava l’autore, dichiarando la sua predilezione per una fotografia dove la resa artistica è sempre coniugata al rispetto della sensibilità dei soggetti rappresentati e di chi li immortala.
Facchini, venditori ambulanti e bambini che giocano tra le strade sono tra le figure più ricorrenti nella sua opera, intesa a catturare lo spirito più autentico della città, descrivendo la fatica e la resilienza dei suoi abitanti, piuttosto che documentare gli anni tumultuosi di una città in transizione.

Sotto l’aspetto formale, i lavori di Fan Ho si distinguono per l’applicazione dei principi di composizione pittorica alla fotografia, in particolare l’attitudine alla sintesi geometrica. Immerso nel contesto urbano, l’artista non si limitava a cogliere l’istante di una scena, ma cercava di costruirgli attorno una cornice strutturale in grado di trasformare gli elementi architettonici circostanti in trame astratte. Parallelamente, dal punto di vista tecnico, Fan Ho sfruttava sapientemente gli effetti di controluce e i chiaroscuri, così da accentuare l’atmosfera fumosa delle strade e far emergere misteriose sagome bianche o silhouette scure dalla penombra.

Il fotografo operava sul doppio binario della “composizione di prima mano”, da realizzare al momento dello scatto, e della “composizione di seconda mano” in camera oscura. Il fotoritocco, e in particolare il ritaglio del negativo, sono pratiche che Fan Ho considerava vitali per ricomporre l’immagine, esaltando linee e volumi a scapito degli elementi superflui, o per manipolarne i toni e conferire alle scene un’aria di mistero. La fotografia, come il cinema, a cui dedicherà la sua lunga carriera, nasce non solo durante le riprese, ma anche in camera oscura.

Scatti come Pattern e A Play of Light and Shadow, per esempio, mostrano la contrapposizione tra direttrici verticali e orizzontali, evocando un ritmo quasi musicale, dove la realtà fisica della città diviene pretesto per una pura costruzione formale. In Different Directions, la gestione della luminosità trasfigura la strada in un palcoscenico urbano, mentre in Controversy la tonalità scura riduce le persone a sagome, accentuando il rigore geometrico dei binari e della composizione. In mostra, tra le altre opere, anche due delle fotografie più note di Fan Ho, Approaching Shadow e Street Scene, sintesi della sua ricerca formale ed estetica e capaci di cristallizzare l’universalità dell’esperienza umana nella cornice di una Hong Kong senza tempo.

Dal 11 Settembre 2026 al 10 Gennaio 2027 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino

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COLORNO PHOTO LIFE 2026: L’INFINITO VIAGGIARE, GEOGRAFIE DELL’ALTERITA’

Dal 25 al 27 settembre il weekend inaugurale con workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF) e una nuova edizione di Read Zine con il Premio Leica. I 15 progetti fotografici dedicati al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità” inaugureranno negli spazi dell’Aranciaia e della Reggia di Colorno, proseguendo fino all’8 novembre Colorno (PR).

Torna il ColornoPhotoLife, festival di fotografia e cultura visiva che raggiunge la sua diciassettesima edizione con il programma espositivo più ricco di sempre.

Dal 25 settembre all’8 novembre 2026, gli storici ambienti dell’Aranciaia, anche sede del Museo MUPAC, e gli spazi prestigiosi dell’Appartamento del Principe nella Reggia di Colorno accoglieranno 15 progetti fotografici, firmati da autori affermati ed emergenti, in un percorso curatoriale unitario dedicato al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità”.

Il festival si apre con un weekend intenso, dal 25 al 27 settembre, vero cuore pulsante della manifestazione: oltre alle grandi mostre, sono in calendario workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF), proiezioni audiovisive dell’AV LAB, presentazioni editoriali, la nuova edizione di Read Zine, con il premio nuovo “Premio Leica Akademie Italy”, dedicata alle fanzine fotografiche indipendenti.

Il percorso espositivo in Aranciaia con sette mostre al piano terra e sette al primo piano – sede del Museo MUPAC – per un totale di quattordici esposizioni che fanno dell’Aranciaia il cuore espositivo del festival. Mostra di punta dell’edizione è “Mosaico Europa” di Monika Bulaj, a cura di Ascanio Kurkumelis: 80 immagini di grandi dimensioni che raccontano le complessità dell’Europa contemporanea attraverso i suoi confini, le migrazioni e le minoranze culturali. Fujifilm Italia ha creduto nell’idea producendo la mostra, che si inserisce nel progetto di ricerca “Broken Songlines”, sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Il festival rende omaggio a Folco Quilici con la mostra “Testimone del mondo”, a cura di Roberto Mutti: un tributo al grande documentarista e autore, capace di coniugare rigore scientifico e sensibilità narrativa nel racconto del rapporto tra uomo e natura.

“In questa edizione abbiamo voluto esplorare la fotografia come strumento di indagine antropologica e di contatto profondo. Il tema dell’alterità non è solo geografico, ma strettamente umano, e gli autori in mostra rappresentano l’eccellenza di questo approccio documentario. Accanto alle esposizioni, il weekend di settembre con le letture della Tappa Portfolio Italia, le masterclass, l’editoria indipendente di Read Zine e le sperimentazioni audiovisive dell’AV LAB vuole essere un momento di confronto professionale e crescita per l’intera community fotografica italiana”, sottolinea Gigi Montali, presidente del Gruppo Color’s Light di Colorno e direttore artistico del festival. Completano il piano terra: “Armenia, Alfabeto Umano”, mostra collettiva di Silvia Camporesi, Antonella Monzoni e Gigi Montali, curata da Laura Manione e realizzata con il patrocinio del Console Onorario della Repubblica d’Armenia di Milano, che affronta il viaggio come memoria storica, identità e diaspora; “Hope Amid Destruction” di Italo Rondinella, a cura di Ascanio Kurkumelis, con uno sguardo diretto sulla Siria nei mesi successivi alla caduta del regime; l’antologica “Il viaggio dentro” di Ivano Bolondi e “Crossing in the Road” di Silvano Bicocchi, che cura entrambe le esposizioni; e la collettiva “Winners”, a cura di Angelo Cucchetto, con le opere vincitrici del concorso internazionale Travel Tales Award (TTA).

Al primo piano il percorso si arricchisce con 7 esposizioni focalizzate sui grandi premi e su sguardi curatoriali contemporanei: “TRA-ME” di Luciana Trappolino (vincitrice Premio Musa 2025), “NOWHERE” di Fabio Domenicali (vincitore Portfolio Italia 2025), “NOTTE, GIORNO, SERA… E ANCORA NOTTE” di Daniele Ferrini (vincitore Premio Maria Luigia 2025), “UN PASSO INDIETRO” di Nicola Vinciguerra (vincitore Premio Umane Tracce 2025), le opere vincitrici della sezione “ALTRI VIAGGI” del Travel Tales Award 2026, la collettiva “HOT POT” a cura di Sara Munari e “TEHRAN in 100 scenes” di Hamed Yaghmaeian, a cura di Ascanio Kurkumelis.

Le mostre diffuse e il legame con il territorio, elementi importanti del festival per la loro dimensione legata all’identità del luogo, sono realizzate grazie alla collaborazione con i comuni limitrofi a Colorno, che ospiteranno parte delle esposizioni e delle attività culturali. (Sorbolo, Mezzani e Torrile). Questa rete di enti locali e altre associazioni del territorio consente di ampliare la forza dell’evento, favorendo la valorizzazione dei luoghi, la partecipazione delle comunità e la fruizione culturale su scala sovracomunale. Il pubblico è invitato a spostarsi tra le diverse sedi espositive, vivendo il festival come un percorso culturale integrato nel territorio, in grado di promuovere mobilità, turismo culturale e conoscenza dei contesti locali.

L’edizione 2026 del ColornoPhotoLife si apre anche al linguaggio del cinema del reale, includendo la proiezione di due film documentari italiani premiati a livello nazionale e internazionale, che trattano il tema del viaggio da prospettive diverse. Il film “Il Labirinto” (2026) del regista Alberto Gemmi, ricostruisce la storia del cimitero militare germanico della Futa e dei personaggi che oggi lo rendono un luogo attivo di memoria, di narrazione e di incontro. Un film che è un’indagine sui luoghi, sul tempo, sull’uomo e su ciò che resta della guerra, in un’epoca che continua ad essere piena di conflitti. (proiezione venerdì 2 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC). Il film “I fratelli Segreto” (2025) dei registi Federico Ferrone e Michele Manzolini, racconta invece la storia di tre fratelli che abbandonano l’Italia povera di fine Ottocento e approdati in Brasile avviano una carriera da cineasti, inaugurando così la stagione del cinema brasiliano. Un film sulla nascita del cinema che assomiglia a una fiaba. (proiezione venerdì 9 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC).

Dal 25 settembre all’8 novembre 2026 – Colorno (PR) – sedi varie

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Araki appartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Il visibile e l’invisibile: Jerzy Lewczyński e Henryk Waniek

“Visibile e invisibile” è un incontro tra le fotografie di Jerzy Lewczyński (Tomaszów Lubelski, 1924 – Gliwice, 2014) tratte dalla serie della “fotografia soggettiva” degli anni ’50, una pratica in evidente contrasto con la fotografia del realismo socialista, e i disegni automatici che l’amico Henryk Waniek (Auschwitz, 1942), pittore e scultore con radici surrealiste e metafisiche, realizzò a partire dagli anni ’70.

“Definisco l’archeologia della fotografia un’attività il cui obiettivo è scoprire, esaminare e commentare eventi, fatti e situazioni verificatisi nel cosiddetto passato fotografico” – affermò Lewczyński negli anni ’70. I disegni di Henryk Waniek, invece, sono nati «quasi» automaticamente durante delle conversazioni telefoniche. Waniek era interessato alla magia e all’alchimia e trascorse gran parte della sua vita a raccontare la controversa regione della Slesia, che lottò per l’autonomia culturale contro il predominio delle tradizioni tedesche, polacche e ceche.

Il filo conduttore che unisce i due lavori è un titolo tratto da una poesia di Michał Fostowicz, artista, filosofo dell’arte, poeta e pittore, che visse a Międzygórze, in Slesia, e fu cultore di William Blake.

In mostra ogni disegno incontra una fotografia su pannelli realizzati appositamente, rivelando le connessioni e le costellazioni di due diverse archeologie: quella di Lewczyński, che esplora il cosiddetto passato fotografico, e quella di Henryk Waniek, che in realtà è un’anti-archeologia che penetra nel mondo della fantasia e della magia.

La mostra verrà introdotta da un incontro con Francesco M. Cataluccio e Rafał Lewandowski martedì 8 settembre alle 18.30

La Galleria Asymetria, fondata nel 2007 da Rafał Lewandowski in un appartamento di un vecchio palazzo nel centro di Varsavia, è stata la prima dedicata alla fotografia storica polacca, in particolare degli anni ’50, ’60 e ’70. Il nome è un riferimento alla celebre serie fotografica e al testo di Zbigniew Dłubak, in cui l’artista esprimeva la convinzione che «il mondo è costituito da cose diverse, uniche, ovvero asimmetriche».

Dall’8 settembre al 26 settembre – Micamera – Milano

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Festival Nazionale Voghera Fotografia 2026

In un’epoca dominata da immagini di guerra, conflitti, violenza e paura, c’è ancora spazio per la meraviglia.
Nasce da questa riflessione il tema della settima edizione del Festival Nazionale Voghera Fotografia, promossa dall’Associazione Spazio 53 in collaborazione con il Comune di Voghera e in programma dal 12 al 27 settembre 2026 nelle sale del Castello Visconteo di Voghera.

Universi Paralleli – La bellezza degli altri Mondi” è il titolo scelto per un’edizione che intende proporre al pubblico un viaggio attraverso realtà straordinarie che convivono quotidianamente accanto a noi ma che raramente riusciamo a percepire.
Lontano dalla cronaca dominata dall’ansia e dall’incertezza, il festival invita infatti a riscoprire la Bellezza come elemento fondante dell’esistenza, attraverso il linguaggio universale della fotografia.

Per tre fine settimana consecutivi – 12 e 13, 19 e 20, 26 e 27 settembre
 – Voghera diventerà così un punto di riferimento per appassionati di fotografia, viaggiatori, naturalisti, studenti e semplici curiosi.
Cuore della manifestazione saranno sette grandi mostre fotografiche che, attraverso circa duecento immagini spettacolari, racconteranno altrettanti “universi paralleli”.

Alberto Ghizzi Panizza
 accompagnerà il pubblico nei “Micromondi“, svelando la sorprendente bellezza nascosta tra insetti, flora, gocce d’acqua e minuscoli dettagli della natura.

Luca Fornaciari
 guiderà invece i visitatori nei “Macromondi” dell’universo, tra nebulose, galassie, aurore boreali e fenomeni astronomici che sfuggono normalmente allo sguardo umano.

Milko Marchetti racconterà i “Mondi Paralleli” della natura e della fauna selvatica, mentre Francesco Turano porterà il pubblico nei “Mondi Sommersi” dei nostri mari.

Davide Camisasca
 presenterà i suoi “Mondi di Ghiaccio“, Marco Cavazza i “Mondi di Pietra” scolpiti dalla forza della natura e Erminio Annunzi accompagnerà i visitatori nei “Mondi sospesi tra cielo e terra“.

La direzione del Festival è affidata, sin dalla prima edizione, ad Arnaldo Calanca, presidente dell’Associazione culturale Spazio 53, mentre la direzione artistica e la curatela delle mostre portano la firma di Michele Dalla Palma, tra i più autorevoli reporter e divulgatori fotografici italiani.

Accanto alle esposizioni il programma proporrà workshopincontri con gli autori, presentazione di libri, demo tecniche, conferenze, attività didattiche, visite guidate presso aziende e luoghi simbolo dell’Oltrepò Pavese appuntamenti dedicati alla storia della fotografia.

Tra le attrazioni più attese tornerà la Camera Obscura ospitata nella torre del Castello Visconteo, l’installazione originale più grande e apprezzata del panorama fotografico italiano, capace di riportare il pubblico alle origini stesse della fotografia.
Con oltre 5.000 visitatori attesi, Voghera Fotografia si conferma uno degli appuntamenti indipendenti più interessanti del panorama fotografico nazionale e un importante strumento di promozione culturale e turistica per l’intero territorio dell’Oltrepò Pavese.

L’inaugurazione ufficiale è prevista per sabato 12 settembre alle ore 11 presso il Castello Visconteo di Voghera.

Dal 12 Settembre 2026 al 27 Settembre 2026 – Voghera | Pavia 

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Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta

Rosalie D’Hérin Seris, Sposi e invitati, Valle d’Aosta, anni 1920. Negativo b/n gelatina-bromuro, su lastra di vetro, 18x13 cm.
© Archivio BREL – Fondo Seris | Rosalie D’Hérin Seris, Sposi e invitati, Valle d’Aosta, anni 1920. Negativo b/n gelatina-bromuro, su lastra di vetro, 18×13 cm.

L’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta comunica che venerdì 24 luglio 2026alle ore 18, sarà inaugurata l’esposizione Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta, allestita presso la Chiesa di San Lorenzo di Aosta, curata da Daria Jorioz e realizzata dalla Struttura Attività culturali, espositive e Politiche identitarie nell’ambito della valorizzazione degli archivi del Bureau Régional Ethnologie et Linguistique.

Il pubblico è invitato a conoscere la vicenda poco nota di un’autrice che ha documentato la storia della Valle d’Aosta attraverso la ritrattistica fotografica negli anni Venti del Novecento ed è stata la prima donna professionista in questo settore nella nostra regione.

Il percorso espositivo si compone di una pregiata antologia di opere selezionate dalla curatrice tra i settecento fototipi originali negativi in bianco e nero alla gelatina-bromuro su lastra di vetro che compongono il Fondo Seris, con l’intento di ripercorrere l’importante contributo della fotografa valdostana alla storia della fotografia. Le ventinove immagini presentate in mostra, riprodotte in grande formato, sono state stampate filologicamente da Enrico Peyrot, alcune con procedimento ai sali d’argento, altre con tecnologia digitale. 

La mostra dedicata alla fotografa di Saint-Vincent – dichiara l’Assessore Erik Lavevaz – sottolinea il valore collettivo degli archivi fotografici e multimediali della Valle d’Aosta. Il loro patrimonio, accompagnato dalle preziose energie delle donne e degli uomini che ci lavorano, è un tassello fondamentale della nostra coscienza storica: sono luoghi che conservano la memoria della nostra comunità, che in essi può trovare percorsi in cui riconoscersi e cogliere allo stesso tempo l’evoluzione della nostra comunità”.

Marie Rosalie D’Hérin Seris è una figura atipica nella storia della fotografia in Valle d’Aosta. Nata nel 1871 in un villaggio di Montjovet, in un contesto contadino, nel suo destino sembra non esserci posto per grandi ambizioni. Il primo contatto con la fotografia avviene quando, poco più che ventenne, incontra un fotografo ambulante piemontese specialista in ritratti. La giovane decide di seguirlo per imparare l’utilizzo dell’apparecchio fotografico e poco più tardi trascorre alcuni mesi a Torino per apprendere e perfezionare la tecnica fotografica e di stampa, facendo poi ritorno in Valle d’Aosta, dove si specializza nel ritratto in studio e in esterno. I suoi clienti sono gli abitanti del luogo e i villeggianti della Fons Salutis di Saint-Vincent, agiati borghesi che amano farsi ritrarre in gruppo nell’ambiente termale.

Rosalie D’Hérin Seris, la cui prima attestazione come fotografa è contenuta in un documento del 1899, – sottolinea la curatrice Daria Jorioz – può essere considerata una figura pionieristica non solo in Valle d’Aosta, ma anche in ambito italiano. La sua predilezionedella luce naturale che accarezza i volti, la scelta di pose e ambientazioni non convenzionali, la prospettiva leggermente ribassata adottata per i ritratti singoli, l’inserimento nell’inquadratura di piante e scorci architettonici, rendono le sue immagini riconoscibili e il suo stile personale e mai scontato”.

Questa prima esposizione monografica a lei dedicata e il volume che l’accompagna sono un omaggio alla determinazione e alla passione di una donna che ha saputo con le sue sole forze farsi strada sin dai primi anni del Novecento in un settore considerato prevalentemente maschile.

Dal 24 Luglio 2026 al 28 Febbraio 2027 – Chiesa di San Lorenzo – Aosta

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Cristina Mittermeier. La grande saggezza

 Cristina Mittermeier, Qaanaaq, Greenland. 2015
© Cristina Mittermeier | Cristina Mittermeier, Qaanaaq, Greenland. 2015

Dal 14 luglio 2026 al 10 gennaio 2027, il Castello di Brescia, nello spazio espositivo del Museo del Risorgimento Leonessa d’Italia, nel Grande Miglio, ospita la mostra di Cristina Mittermeier (Città del Messico, 1966) dal titolo La Grande Saggezza, a cura di Lauren Johnston.

La rassegna, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e National Geographic Society prosegue il percorso intrapreso lo scorso anno, sempre presso il Grande Miglio, con la mostra Elogio della Diversità. Viaggio negli ecosistemi italiani, a cura di Isabella Saggio e Fabrizio Rufo (25 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026) dedicato alla scoperta della straordinaria varietà della vita sul nostro pianeta e alla complessità degli equilibri che la sostengono.

La retrospettiva La Grande Saggezza, a ingresso gratuito per tutti e per l’intero periodo, vista la rilevanza sociale e morale dei contenuti proposti dalla mostra, presenta oltre 80 scatti che rivelano l’importante lavoro di ricerca della fotografa, biologa marina e attivista messicana che, nel corso degli anni, ha celebrato la bellezza del nostro pianeta, dai paesaggi alla fauna selvatica in continua evoluzione, alle diverse culture e tradizioni delle popolazioni che vivono in simbiosi con la natura.

In un momento storico segnato dall’emergenza climatica e dalla crescente fragilità degli equilibri ambientali, La Grande Saggezza invita il pubblico a riconoscere nella natura un patrimonio di conoscenze costruito in milioni di anni di evoluzione. La “saggezza” evocata dal titolo è quella degli ecosistemi, della loro capacità di adattamento, cooperazione e rigenerazione, ma anche quella delle comunità che ancora oggi vivono in profonda relazione con gli ambienti naturali, custodendone i saperi e rispettandone i ritmi. Attraverso la forza narrativa della fotografia, Cristina Mittermeier conduce i visitatori in un viaggio che attraversa mondi remoti e paesaggi sorprendentemente vicini, mostrando come ogni ambiente, dall’oceano alle foreste, dai ghiacci alle coste, sia parte di un unico sistema interconnesso. Le sue immagini non documentano soltanto la straordinaria bellezza del pianeta, ma restituiscono una riflessione urgente sulla responsabilità collettiva di preservare quella grande saggezza che la natura continua a offrirci e che rappresenta una delle risorse più preziose per affrontare le sfide del nostro tempo.

Il percorso espositivo si articola attorno a tre grandi temi – il mondo sottomarino, il mondo terrestre e i popoli tribali – e traduce in immagini il concetto, elaborato dalla stessa Mittermeier, di enoughness (quanto basta). Questo assunto inviterà il pubblico a interrogarsi sul proprio ruolo all’interno dell’ecosistema e su cosa significhi davvero avere “abbastanza”. Un’occasione per riflettere sui modelli di vita contemporanei e sulla possibilità di adottare un approccio più sostenibile e consapevole nei confronti della Terra.

Cristina Mittermeier collabora con comunità di tutto il mondo, di cui tramanda tradizioni, rituali e conoscenze, per raccontare la solida relazione che ancora le lega alla natura e la loro comprensione del delicato equilibrio che sostiene l’ecosistema dell’intero pianeta.

Le fotografie di Cristina Mittermeier mettono in luce il profondo sentimento tra esseri umani, comunità e ambiente, evidenziando come ogni elemento sia parte di un sistema interconnesso. L’utilizzo responsabile delle risorse limitate del globo rappresenta una delle questioni centrali per il futuro dell’umanità; in questo contesto, la salute degli oceani riveste un ruolo fondamentale per l’equilibrio climatico, la qualità dell’aria e la sicurezza alimentare. Ogni comunità contribuisce all’ecosistema terrestre e le decisioni assunte nel presente influenzeranno il futuro dell’umanità. Le immagini richiamano, inoltre, il valore delle conoscenze tradizionali e dei saperi tramandati nel tempo, offrendo spunti di riflessione per affrontare le sfide contemporanee e di quelle a venire.

Cristina Mittermeier è co-fondatrice e presidente dell’associazione SeaLegacy, nata nel 2014 dall’unione tra fotografi, registi e scrittori di fama internazionale impegnati da quasi due decenni nella sensibilizzazione per la difesa degli oceani, dalla cui salvaguardia dipende la vita sulla Terra.

Dal 14 Luglio 2026 al 10 Gennaio 2027 – Castello di Brescia

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Teatralità. Architetture per la meraviglia – Patrizia Mussa

Dopo una prima presenza a Bormio in occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, Teatralità. Architetture per la meraviglia di Patrizia Mussa si rinnova con un Secondo Atto e torna al Meublé Sertorelli Reit da Luglio a Settembre 2026.
Da alcuni anni Patrizia Mussa compie un personale Grand Tour attraverso l’Italia, esplorando alcuni dei più straordinari teatri e le architetture di palazzi principeschi: luoghi nei quali arte, architettura e musica hanno contribuito a costruire nei secoli una parte fondamentale del patrimonio culturale italiano. Un patrimonio che l’artista non si limita a documentare, ma interpreta attraverso una visione contemporanea.

Alla fotografia Mussa affianca infatti un paziente intervento manuale di coloritura con pastelli e acquerelli, eseguito direttamente sulla stampa. Il gesto dell’artista attenua la precisione documentaria dell’immagine e introduce una dimensione di memoria, atmosfera e visione: la luce diventa materia, il colore atmosfera, l’architettura si trasforma.
Teatralità. Architetture per la meraviglia è stato presentato in importanti sedi italiane e internazionali, tra cui Palazzo Reale di Milano e l’Hôtel de Galliffet, sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.
La nuova tappa si inserisce a Bormio, la storica “Magnifica Terra”, dove natura, cultura e bellezza convivono da secoli. Ad accogliere il progetto è l’Hotel Meublé Sertorelli Reit, piccolo hotel di charme nel centro storico che, fin dalla sua apertura, ha intuito quanto l’incontro tra arte e ospitalità potesse arricchire l’esperienza dell’accoglienza, scegliendo
di dedicare i propri spazi a un programma di mostre fotografiche e progetti di arte contemporanea ideati e curati da Paola Sosio Contemporary Art Milan.

da Luglio a Settembre 2026 – Hotel Meublé Sertorelli Reit – Bormio (SO)

Claudio Barontini. Uno sguardo

Claudio Barontini, Patti Smith
© Claudio Barontini | Claudio Barontini, Patti Smith

“Claudio Barontini, Uno sguardo” è la mostra fotografica che si svolgerà da sabato 29 Agosto a sabato 26 Settembre 2026 a Lucca, nella sede del Palazzo delle Esposizioni

La mostra, realizzata dalla Fondazione Banca del Monte Lucca e dalla Fondazione Lucca Sviluppo, presenta una selezione di fotografie in bianco e nero di Claudio Barontini, autore che nel corso della sua carriera ha ritratto alcune tra le personalità più celebri del panorama internazionale della cultura, del cinema, della moda e dello spettacolo.
In mostra entreranno dunque una selezione di ritratti storici che hanno contribuito a definire l’identità autoriale del fotografo: immagini caratterizzate da intensità, costruzione formale e capacità di restituire la personalità del soggetto attraverso un rigoroso bianco e nero. 

Tra i soggetti ritratti figureranno, per esempio, Patti Smith, Vivien Westwood, Franco Zeffirelli, Re Carlo III, Susan Sarandon, Vittorio Gassman, Sylvester Stallone, Lina Wertmuller, Lindsay Kemp…E molti altri.
In un mix tra fotografie inedite ed altre già pubblicate all’interno di progetti editoriali, saranno proposte anche una serie di “impressioni” che l’autore ha scattato con uno spirito da flâneur viaggiando tra Liverpool e New York, la Costa Azzurra e le bellezze della penisola italiana…

Non mancherà, in particolare, un omaggio al territorio lucchese. Oltre a un nucleo di ritratti ad artisti e personaggi realizzati nel corso degli anni nella provincia lucchese – come quello a Mario Monicelli, a Nicole Kidman, a Fernando Botero, a Pietro Cascella, a Gabriella Ferri e molti altri – per la prima volta saranno presentate alcune foto del ciclo flâneur scattate tra Viareggio, Pietrasanta, Torre del Lago, il centro storico di Lucca…: un territorio entro il quale il fotografo si muove come osservatore attento, registrando frammenti di realtà con il suo sguardo inconfondibile.

A fare da filo rosso nel percorso espositivo è, del resto, proprio la cifra stilistica riconoscibile e coerente di Claudio Barontini, il cui sguardo attento ai dettagli e allo scavo psicologico è volto a creare un dialogo intimo e sempre nuovo tra fotografo, soggetto ritratto e spettatore. Uno sguardo capace di misurarsi con la celebrità internazionale e con la dimensione autentica del territorio. 

Nelle sale dell’esposizione sarà proiettato il documentario artistico Kemp-Barontini: Drawings and Pictures(2020), diretto da Cristiana Cerrini e prodotto da Lucia Manganaro Morelli. 

Dal 29 Agosto 2026 al 26 Settembre 2026 – Palazzo delle Esposizioni – Lucca

Mostre di fotografia da non perdere ad agosto!

Se vi siete stancati di poltrire sotto l’ombrellone, qua trovate una serie di mostre da non perdere

Dai!

Anna

Diana Markosian. Replaced

Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes, un progetto della giovane artista dedicato al sentimento della “sostituzione”.

La mostra è inserita nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Partner Istituzionale ed è stata committenza originale da Intesa Sanpaolo.

Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale. Il progetto Replaced prende avvio da alcune domande intime e universali: cosa accade quando una storia d’amore finisce? Cosa significa osservare sè stessi mentre si viene silenziosamente sostituiti, non solo nella vita di qualcuno, ma anche negli stessi luoghi che un tempo sembravano sacri? 


L’opera nasce dalla consapevolezza che l’amore può continuare anche in nostra assenza e che gesti, luoghi e ricordi un tempo ritenuti esclusivi possono essere condivisi con un’altra persona. Come una forma di dislocazione emotiva e psicologica, il dolore persistente esplorato in questo progetto non risiede soltanto nella fine della relazione, ma anche nella consapevolezza che l’intimità può essere rapidamente condivisa e che nuovi ricordi possono essere costruiti con qualcun altro.

L’artista ingaggia un attore per rivivere momenti del passato e ricostruire scene di tenerezza accanto a momenti di rottura. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria, dove il desiderio modifica, abbellisce e cancella. Rivivendo quei frammenti, Markosian prolunga e insieme interroga l’intimità che li attraversava, trattenendo la sensazione dell’innamoramento ancora per un istante.

Più che un racconto del passato, Replaced è un esercizio di presenza: un modo per guardare direttamente ciò che è stato finché il ricordo, da ferita aperta, si trasforma in parte della propria esperienza.

10 aprile – 06 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Fondazione MAST ospita la mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, un’ampia retrospettiva dedicata alla coppia di artisti tedeschi,figure centrali nella storia della fotografia del Novecento. Attraverso l’elaborazione di un linguaggio visivo fondato su una rigorosa sistematicità metodologica, i Becher hanno esercitato un’influenza ancora oggi riconoscibile nella fotografia contemporanea. 

La mostra, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel presenta per la prima volta in Europa la ricchezza e l’ampiezza tematica dell’opera dei due artisti. 
Nelle Galleries del MAST sono esposte oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, affiancate da un ampio corpus di materiali di approfondimento, tra cui disegni, libri e poster, che contribuiscono a restituire la complessità e la coerenza del loro metodo di lavoro.

Bernd & Hilla Becher. History of a Method offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere l’evoluzione di una ricerca artistica che ha ridefinito i canoni della fotografia, influenzando generazioni di autori e contribuendo in modo determinante alla costruzione di un nuovo paradigma visivo. L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni.

La mostra History of a Method è articolata in 10 sezioni, che analizzano in modo approfondito i temi e i metodi alla base dell’opera dei Becher. 

In dialogo con la mostra, il Foyer del MAST ospita un’esposizione dedicata ai fotografi della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz provenienti dalla Collezione MAST, che mette in luce l’eredità e l’attualità del metodo dei Becher attraverso le ricerche delle generazioni successive.

23 APRILE – 27 SETTEMBRE 2026 – MAST.Galleries – MAST.Foyer

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Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso

Letizia Battaglia – Domenica di Pasqua . Ribera, 1984 © Archivio Letizia Battaglia

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 Villa La Colombaia di Forio d’Ischia ospita la mostra Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso, dedicata a una delle figure più importanti della fotografia italiana del Novecento.

Curata da Chiara Arturo e sostenuta dal Comune di Forio, programmata e finanziata dalla Regione Campania attraverso Scabec (Fondi Coesione Italia 21/27), l’esposizione presenta 35 fotografie realizzate tra gli anni Settanta e Novanta a Palermo e in Sicilia. Un percorso che restituisce la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia, andando oltre le immagini più note legate alla mafia e alla cronaca per raccontare anche la vita quotidiana, le relazioni, l’infanzia, le feste popolari e gli spazi condivisi.

Le fotografie esposte attraversano le contraddizioni sociali e politiche della Sicilia, ma raccontano anche la forza della comunità, la vitalità dei luoghi e la dignità delle persone. Un lavoro che ha trasformato la fotografia in uno strumento di testimonianza civile e di partecipazione.

La mostra si apre simbolicamente con uno scatto realizzato nel 1976 a Palazzo Gangi Valguarnera di Palermo, scenario della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un omaggio che crea un dialogo ideale tra l’opera della  fotografa palermitana e la storica residenza ischitana del regista, oggi restituita alla comunità come spazio culturale.

Nel percorso espositivo trovano spazio anche immagini dedicate a figure centrali della storia civile italiana come Pier Paolo PasoliniGiovanni FalconePeppino Impastato e Piersanti Mattarella, in una narrazione che intreccia memoria, impegno e responsabilità collettiva.

L’inaugurazione della mostra coincide con una nuova fase del percorso di valorizzazione e rifunzionalizzazione di Villa La Colombaia, sostenuto negli ultimi anni da Regione CampaniaMinistero della CulturaCittà Metropolitana di Napoli e Scabec. L’apertura degli spazi restaurati del primo piano e il recupero dell’anfiteatro rappresentano nuovi tasselli nel rilancio di uno dei luoghi culturali più significativi dell’isola d’Ischia.

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 –  Villa La Colombaia di Forio d’Ischia

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Arakiappartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Nato a Tokyo nel 1940Nobuyoshi Araki ha costruito nel corso di oltre mezzo secolo un linguaggio unico, capace di fondere documentazione autobiografica, erotismo, osservazione urbana e sperimentazione visiva. La fotografia, per lui, non è mai stata soltanto uno strumento di rappresentazione, ma una forma di esistenza, un modo per abitare il tempo, trattenerlo prima che scompaia. La sua pratica travolgente e compulsiva di fotografare per non perdere il momento e fermare la vita che gravita intorno a lui, trasforma ogni scatto in una testimonianza dell’istante, in un gesto di resistenza contro l’oblio.

Pietro Molinas Balata«Con la sua genialità, Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, dalle quali fa emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche: visioni immaginali che nobilitano lo spirito.»

In questo percorso, la Polaroid occupa un posto privilegiato. Quando Araki ne scopre le possibilità espressive, l’istantanea diventa molto più di un supporto tecnico, trasformandosi in un’estensione della memoria e del corpo, in una forma immediata di scrittura visiva, il mezzo ideale per un artista che ha sempre cercato di catturare il flusso continuo della vita senza filtri.

Le 122 opere fotografiche esposte in Secret Pages restituiscono la complessità di uno sguardo che oscilla costantemente tra intimità domestica e provocazione, tra delicatezza e trasgressione. Fioricorpidettagli quotidianipresenze femminili e visioni sospese convivono in un universo poetico in cui il reale si carica di simboli e ogni immagine sembra custodire un racconto non del tutto svelato. Una narrazione fatta di allusioni, silenzi, rivelazioni improvvise.

La fotografia di Nobuyoshi Araki nasce, difatti, da una concezione profondamente diaristica dell’arte, dove ogni immagine è una traccia dell’esistenza. Dai momenti condivisi con la moglie Yōko ai celebri ritratti femminili, dalle composizioni floreali alle vedute urbane, Araki ha trasformato la propria vita in materia artistica, rendendo universale ciò che è personale e trasformando l’esperienza individuale in un racconto collettivo sulla caducità del tempo, sull’impermanenza della vita stessa, concetto che da sempre persiste nella società giapponese.

Uno degli aspetti più radicali e discussi della ricerca di Araki, che hanno contribuito a consacrarlo sulla scena internazionale, riguarda l’erotismo e la sessualità, declinati in immagini ispirate alla pratica del kinbaku, l’arte tradizionale giapponese della legatura (letteralmente “legatura stretta”, il kinbaku è forma d’arte e pratica erotica che trascende il semplice atto fisico, riconosciuta per la sua capacità di generare un’intimità unica e una profonda connessione). In questi lavori, donne avvolte e legate dalle corde vengono ritratte all’interno di ambienti fortemente connotati dalla cultura giapponese, tra stanze rivestite di tatami, interni essenziali e atmosfere sospese che evocano una dimensione quasi teatrale.

La forza di queste immagini, nella loro intensa drammaticità, sta nel contrasto tra la carica emotiva della scena e l’apparente impassibilità delle modelle, la cui presenza, enigmatica e monumentale, amplifica il senso di sospensione narrativa. Scene che sembrano riflettere lo sguardo stesso di Araki, che osserva con attenzione estrema, ma al tempo stesso con distanza contemplativa, quasi a registrare il fluire degli eventi senza intervenire.

«Quello che sembra sfoggio erotico è però riflessione sul tempo, sulla caducità e, ancor più, sull’inafferrabilità» – sottolinea la curatrice Sonia Borsato – «Le sue immagini sembrano affermare: tutto è effimero – la bellezza, l’amore sfumano nel tempo – eppure proprio per questo vale la pena guardare e ricordare. Con le sue fotografie Araki tenta di accettare l’impermanenza del desiderio e, allo stesso tempo, sondare il mistero del nostro esistere.»

Dietro la forza provocatoria che spesso ha alimentato il dibattito intorno alla sua opera, emerge una riflessione costante sulla vulnerabilità umana. Erotismo e mortedesiderio e assenzabellezza e dissoluzione convivono nelle sue immagini come aspetti inseparabili della stessa esperienza. Consapevolezza che rende il suo lavoro potente, capace di trovare poesia laddove tutto appare destinato a scomparire.

L’eredità e la grandezza di Araki risiedono proprio nella sua capacità di trasformare l’attimo in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente. Attraverso l’uso delle Polaroid, del colore, delle manipolazioni manuali e delle sequenze narrative, il fotografo giapponese ha contribuito a ridefinire il modo stesso di guardare le immagini.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Ed van der Elsken. Up Close

Ed van der Elsken, Woman on a Bicycle, 1983, Amsterdam. Gift from a private donor.

The exhibition Ed van der Elsken. Up Close takes you into his studio. Since 2019, the Rijksmuseum and the Nederlands Fotomuseum have looked after his personal archive together, and for the first time the material has been examined in full.

Alongside his best-known photographs, you’ll see his handwritten notes, contact sheets covered in red marks, darkroom experiments and newly discovered book dummies.

Across nine galleries you follow him from his first reportages in the early 1950s to the making of his last photo book in the late 1980s. You see him searching, refining, starting over. Travelling to Cuba and Japan with the same curious gaze as in Amsterdam. Mulling over books that sometimes came into being, and sometimes never did.

In film fragments you hear him speak in his own words. Free-spirited, headstrong, and at times unsure.

What remains is the picture of a maker who was never quite done. Someone who didn’t just record what was happening, but kept searching for a form that matched what he felt. He changed Dutch photography for good. Not through one perfect picture, but through a thousand attempts.

From 19 June till 13 September 2026 –  Rijksmuseum – Amsterdam

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Sara Munari – Arkone

Se la sopravvivenza diventasse un modello di business, quanto saresti disposto a pagare per la tua memoria?

Sono felice di annunciarti che Arkone, l’ultimo mio progetto , è stato selezionato per la nuova edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno esplora mondi straordinari nella splendida cornice di Monopoli, in Puglia.

Il Progetto: Un archivio distopico tra realtà e finzione

Una reliquia decifrata, una catastrofe annunciata, un futuro su cui negoziare.

In Arkone, la narrazione visiva si sviluppa attorno al mistero della Stele dell’Ararat: un’antica reliquia il cui messaggio decifrato rivela l’imminenza di una catastrofe geologica senza precedenti.

Da questa premessa prende vita la fittizia corporazione ArkOne Inc., un gigante industriale che trasforma l’istinto di sopravvivenza in un lussuoso e spietato modello economico. In questo scenario distopico:

La memoria individuale viene catalogata e monetizzata.

Il tempo residuo diventa la valuta più preziosa sul mercato.

L’identità stessa si trasforma in una merce di scambio negoziabile.

Attraverso un archivio fotografico e documentale denso e inquietante, Sara Munari ci costringe a specchiarci in un futuro che assomiglia terribilmente al nostro presente.

Dal 7 agosto al 1 novembre 2026 – Monopoli (Bari)

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Lisetta Carmi. Cinque strade

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966. © Martini Ronchetti, Cortesia Archivio Lisetta Carmi

Dal 29 aprile al 27 settembre 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, omaggia Lisetta Carmi, con la mostra Cinque strade, curata da Alessandra Mauro.

L’esposizione, e il catalogo che l’accompagna, riecheggia nel titolo quelle cinque diverse vite professionali vissute dall’autrice, ma ripercorre nello specifico, attraverso 23 opere, il periodo in cui Lisetta Carmi, abbandonata d’improvviso la musica, ha scelto la fotografia come mezzo espressivo. Si tratta di diciotto intensi anni di lavoro, in cui Carmi è riuscita a toccare argomenti scottanti sempre con uno sguardo nuovo e ad aprire cammini di comprensione, con un’originalità di approccio che colpisce e appassiona.

Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa e partecipe, una donna votata alla spiritualità e, sempre, una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo, coraggiosa al punto da compiere scelte radicali nel giro di poche ore e senza apparenti rimpianti.

dal 29 aprile al 27 settembre 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Mimmo Jodice. Mediterraneo

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 Palazzo Lanfranchi, uno dei Musei Nazionali di Matera, ospita la mostra Mimmo Jodice. Mediterraneo, grande progetto espositivo dedicato a uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea italiana ed europea.

La mostra, curata da Carlo Sala, arriva a Matera nell’ambito del programma Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo la tappa materana, il progetto sarà infatti presentato anche al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, tra dicembre 2026 e febbraio 2027, rafforzando idealmente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.

Si tratta della prima grande mostra monografica istituzionale dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2025. Un omaggio importante, ma anche una occasione per rileggere una delle ricerche più intense dell’artista: quella dedicata al Mediterraneo, alle sue rovine, ai suoi miti, alla sua memoria sospesa.

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 – Palazzo Lanfranchi – Matera

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Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno

Serafina at Table, Fiji, 2023, © Nick Brandt, dettaglio

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce

Luigi Ghirri, dalla serie Blu Infinito, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta all’interno della Project Room la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2025

L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri (Scandiano, 5 gennaio 1943 – Roncocesi, 14 febbraio 1992), fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati (Sondrio, 10 gennaio 1937 – Brighton, 3 gennaio 2022), critico, traduttore, scrittore e cineasta.
Al centro del percorso espositivo un ampio corpus di fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991, durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada Provinciale delle Anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana.

Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco SironiGabriele Gimmelli Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.

L’iniziativa ha come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri e per la sua realizzazione si ringrazia il MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin / Rete Museale Marche Nord.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 –  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte

Immagine dalla serie What to do with a million years ©Juno Calypso

Prenderà il via il prossimo 7 agosto a Monopoli, in provincia di Bari, l’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte. La rassegna in programma nella cittadina pugliese fino al 1° novembre ruoterà quest’anno attorno a un tema aperto, sintetizzato dall’interrogativo che dà il titolo alla manifestazione: What if?. Gli autori che prenderanno parte al festival sono così chiamati a indagare sulle infinite possibilità che riserva il futuro e su come queste siano determinate dalle visioni attuali.

Attraverso eventi e mostre diffuse nel centro storico di Monopoli, la rassegna delinea un percorso visivo tra memoria e ricerca, coinvolgendo importanti esponenti della fotografia internazionale dell’ultimo secolo e talenti emergenti della scena contemporanea; tra loro: Vivian Maier, Sara Munari e Joan Fontcuberta. Accanto al medium fotografico, il programma di PhEST 2026 accoglierà un’ampia gamma di linguaggi creativi, dal cinema alle arti visive, per riflettere su temi universali come il legame tra immagine e identità da una prospettiva multidisciplinare.

L’XI edizione di di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte rende omaggio a due centenari particolarmente rilevanti: quello degli scatti realizzati da Horst von Harbou sul set del film capolavoro di Fritz LangMetropolis, e quello della nascita di Vivian Maier. La fotografa statunitense è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra monografica che raccoglie una selezione di oltre 50 scatti che raccontano la ricerca di sé attraverso le ombre e i riflessi presenti nei suoi celebri autoritratti.

Sono invece le visioni artistiche sul mondo naturale il tema centrale della mostra su Joan Fontcuberta, fotografo spagnolo che nelle sue immagini mette in discussione il confine tra scienza e finzione partendo dallo studio dei coralli marini delle Galapagos e dei mari pugliesi. Seguendo il solco tracciato dal focus di questa edizione, PhEST non manca poi di indagare le possibili visioni del futuro immaginate nel recente passato, come testimoniato dalle fotografie scattate da Juno Calypso Las Vegas, all’interno di un bunker atomico degli anni Settanta.

Tra le iniziative che contraddistinguono il festival fin dal suo esordio, nel 2016, un’attenzione particolare la meritano le residenze d’artista, restituite quest’anno dai progetti di Sara Angelucci Giuseppe De Mattia. La prima ha immortalato la biodiversità della Riserva Naturale di Torre Guaceto con scansioni notturne ad alta definizione, mentre l’artista barese è autore di una serie di installazioni urbane partendo proprio dalle voci degli abitanti di Monopoli.

Spazio infine anche alle testimonianze fotografiche offerte dai tre vincitori della Pop-up Call, la cui ricerca spazia dall’impatto del cambiamento climatico sulle coste pugliesi, alle prospettive sui principali fronti di guerra dei nostri giorni, come la Palestina e l’Ucraina. Attraverso questi progetti, PhEST si conferma una realtà ormai consolidata nel panorama culturale italiano, nonché un osservatorio privilegiato sui linguaggi visivi di oggi e di domani.

7 AGOSTO – 1 NOVEMBRE 2026 – MONOPOLI (BA) – Sedi varie

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Gibellina Photoroad 2026

©Erik Kessels

Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice GrassiTeresa GiannicoJacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

04/07/2026 – 06/09/2026 – Gibellina, percorso espositivo a cielo aperto

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Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago

Ottonella Mocellin, The long and winding road, 1998 © l’artista

Uno sguardo intenso riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile diretta verso la cittadina californiana di Independence introduce il visitatore a “Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago”, la nuova mostra in programma dal 22 maggio al 23 agosto 2026 alla Palazzina dei Giardini ducali.

L’esposizione, promossa da Fondazione Ago e curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, raccoglie oltre sessanta fotografie realizzate da 32 autrici italiane, tra nuove acquisizioni e opere riscoperte provenienti dalle collezioni della Fondazione.

Il percorso propone uno sguardo ampio e articolato sulla fotografia contemporanea italiana al femminile, attraversando linguaggi, poetiche e temi differenti: dalla denuncia sociale alla fotografia di ritratto, dalla trasformazione del paesaggio urbano alle pratiche performative, fino alla ricerca più intima e concettuale.

Le immagini in mostra raccontano storie personali e collettive, tensioni sociali, identità e mutamenti culturali, offrendo una lettura originale dell’Italia e dei suoi cambiamenti attraverso l’obiettivo di alcune delle più significative fotografe italiane del Novecento e della contemporaneità.

Tra le autrici presenti figurano Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Agosti, Gina Lollobrigida, Paola De Pietri, Luisa Lambri, Antonella Monzoni, Agnese Purgatorio e Alessandra Spranzi, insieme a numerose altre protagoniste della scena fotografica italiana.

Completano il percorso espositivo le opere di Marina Ballo Charmet, Rosangela Betti, Bruna Biamino, Domenica Bucalo, Gea Casolaro, Daniela Comani, Paola Di Bello, Giorgia Fiorio, Cristina Ghergo, Silvia Lelli, Elisa Leonelli, Brunella Longo, Rosetta Messori, Ottonella Mocellin, Luciana Mulas, Melina Mulas, Gabriella Nessi Parlato, Cristina Omenetto, Giovanna Piemonti, Donata Pizzi, Marialba Russo, Gloria Salvatori, Valeria Sangiorgi, Alberta Tiburzi, Giuliana Traverso e Cristina Zamagni.

dal 22-05-2026 al 23-08-2026 – Palazzina dei Giardini – Modena

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Piergiorgio Branzi. Verso sud

Doppio appuntamento per le opere di Piergiorgio Branzi nel quartiere roveresco di Senigallia.

Il progetto parte dalla collaborazione tra due Istituti del Ministero della Cultura (L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD e Palazzo Ducale di Urbino-Direzione regionale Musei nazionali Marche) grazie alla quale verrà esposta presso la Rocca Roveresca la mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani.

La felice proposta è stata accolta anche dal Comune di Senigallia che per l’occasione ha deciso di esporre nello stesso periodo le fotografie dell’artista in suo possesso attivando la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigallia, presso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti.

Le due mostre daranno la possibilità di approfondire il mondo dell’artista, figura rilevante della fotografia italiana del secondo Dopoguerra, artefice di quel “realismo formalista” che, attraverso intensi bianchi e neri, seppe coniugare la fotografia umanista di impronta francese con l’equilibrio compositivo di matrice toscana.

Dalla terra natia, la Toscana, al Mediterraneo, fino a Mosca e Parigi, dove ha vissuto per molti anni in qualità di inviato RAI, Branzi ha esplorato luoghi diversi, talvolta lontani sia da un punto di vista geografico che culturale, con uno stile assai personale. Partecipe dell’umanità che lo circonda, lontano dal cronachismo come pure dai toni sofferti del Neorealismo, ma capace di coniugare, con grazia e ironia, attenzione formale e partecipazione emotiva.

Il viaggio nel mondo di Branzi inizierà il 2 luglio 2026 con l’inaugurazione alle 18.30 alla Rocca Roveresca di Senigallia della mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani e continuerà alle 19.30 con la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigalliapresso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti, testo a cura di Giulia De Gregori e Mario Alberto Ratis.

Dal 3 luglio al 7 ottobre – Rocca Roveresca – Senigallia

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Ray Giubilo. Flying Racquets. Il tennis in un millesimo di secondo

Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025
© Ray Giubilo | Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025

If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same… Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di FLYING RACQUETS, la mostra fotografica di Ray Giubilo dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a Triestevenerdì 17 luglio, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, curatore Aldo Poduie.
Con il patrocinio della Federazione Italiana Tennis e PadelFederalberghi Trieste e Tennis Club Triestino; main partner AMICA, partner Imobilia, Lacoste e Trieste Trasporti, media partner Il Tennis ItalianoRai FVG e Telpress; partner tecnici Dunlop, Matras, Newlab, Valmora Damilano.

“Il titolo dell’esposizione” – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale Ray Giubilo, la cui fotografia “It’s not Halloween” ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award  come migliore fotografia sportiva del 2025 – “nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.

La mostra presenta una selezione di oltre 60 immagini di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis. Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.

“Protagonisti delle fotografie sono certamente questi grandi campioni (Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici” – afferma Ray Giubilo – “ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.

Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da una straordinaria ricchezza cromatica.

Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “Terra Rossa” dell’artista Federica Ramani, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi. “Questa combinazione” – spiega Federica Ramani – “conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un’esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”

La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo. Storie che saranno al centro anche di alcuni eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la presentazione del volume fotografico “Flying Racquets” (Allemandi Editore), in programma venerdì 17 luglio, alle 17.30, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).

Con oltre 130 tornei del Grand Slam documentati, 3 Olimpiadi coperte, 5 libri pubblicati e collaborazioni con le principali testate mondiali e famosi brand sportivi, il fotografo triestino Ray Giubilo ha costruito un archivio unico che racconta quasi quarant’anni di evoluzione del tennis contemporaneo.
La sua cifra distintiva non è l’elenco dei nomi immortalati, quanto la capacità di dare forma all’emozione. Le sue foto vanno oltre il gesto atletico: rivelano intensità, tensione, fragilità e gioia. Ray Giubilo non è solo un fotografo. È un narratore di storie attraverso immagini.
La sua  “It’s not Halloween” – che ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award come migliore fotografia sportiva – scattata durante il match tra la campionessa italiana Jasmine Paolini e Destanee Aiava, nel primo turno degli Us Open 2025 – è destinata a rimanere non soltanto nella memoria degli appassionati di tennis, ma come esempio di come un attimo, se colto con pazienza e visione, possa trasformarsi in icona globale di comunicazione.

Artista eclettica e versatile, Federica Ramani inizia da giovane il suo percorso professionale e, dopo aver conferito il diploma di Maestra d’Arte e di Maturità d’Arte Applicata, si dedica alla sperimentazione di varie tecniche di pittura. Otre a essere grafica, interior designer e restauratrice di affreschi è anche un’appassionata di fotografia e tennis.

Dal 17 Luglio 2026 al 20 Settembre 2026 – Magazzino 26 – Porto Vecchio – Trieste

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo

© Aurelio Amendola | Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009. Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm.

Aurelio Amendola torna a Palazzo Reale di Milano a trent’anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 le sale del palazzo ospiteranno Aurelio Amendola. Capolavori fotografatiBurri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, esposizione promossa da Comune di Milano  Cultura, prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING. Attraverso 85 fotografiedi grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, la mostra celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte e trasformare la luce in racconto, con uno sguardo sensibile e intenso.

Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte. Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo.
Configurandosi come un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici diversi, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati costruisce una narrazione visiva potente e stratificata che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva intima e personale, interrogando la materia, il gesto e la memoria.

Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di 41 fotografie – qui riunite anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – dedicate a tre grandi protagonisti del secondo Novecento, la cui pratica artistica è profondamente legata all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Nei loro lavori il gesto si fa segno, materia, energia e poi opera: traccia visibile dell’atto creativo. Amendola li ritrae nei rispettivi atelier, cogliendone la dimensione più intima e, al tempo stesso, dinamica, restituendo nelle immagini la forza e l’intensità della loro arte.
Tra le opere presentate, una selezione di scatti illustra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, condensando l’essenza della sua pratica in una narrazione più raccolta e inedita rispetto alla dimensione performativa e corale che caratterizza le sue azioni.
Di particolare rilievo sono le celebri Combustioni di Alberto Burri: nel 1976, a Città di Castello, Amendola realizza una sequenza fotografica in cui l’artista è colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterandone la materia. In queste immagini emerge con chiarezza un processo creativo, in cui il gesto — insieme meccanico e spontaneo — dà forma ad alcuni dei suoi esiti più iconici.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte. L’energia che attraversa le opere — in particolare i grandi tondi — si manifesta come estensione diretta di una gestualità tesa, nervosa, ma al contempo controllata: Vedova è colto mentre si muove nello spazio dell’atelier come in un campo d’azione, e il suo corpo diviene matrice del segno pittorico.

La mostra prosegue con unasala interamente dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano (2009), esposteper la prima volta al pubblico. Attraverso dettagli, prospettive e giochi di luce, la cattedrale viene riletta nella sua complessità formale e forza espressiva. Nel contesto di Palazzo Reale e della sua prossimità fisica con il Duomo, la presenza di questi scatti assume un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra immagine e luogo, rappresentazione e presenza.

Il percorso espositivo include inoltre con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo BerniniAntonio Canova e Michelangelo Buonarroti.
Attraverso eleganti giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, offrendo scorci inediti dei diversi gruppi scultorei: dalla drammaticità del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, alla delicatezza del tempo sospeso nell’abbraccio tra Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino allo sguardo profondo della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534). Il marmo conserva la traccia dell’intervento dello scultore, disvelandosi come materia viva e vibrante. La superficie, animata dai giochi di luce e chiaroscuro, viene ulteriormente riletta dallo sguardo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito daSkira, in edizione bilingue (italiano e inglese), che presenta il lavoro di Aurelio Amendola attraverso la selezione delle opere esposte in questa occasione a Palazzo Reale.

Dal 16 Giugno 2026 al 6 Settembre 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Antonio Biasiucci. Archetipi

Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021
Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021

Il 30 maggio 2026 alla Reggia di Caserta inaugura la mostra “Archetipi” di Antonio Biasiucci, a cura di Tiziana Maffei con l’organizzazione di Valeria Di Fratta e Paola Servillo. L’esposizione è stata realizzata e prodotta dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Circa 300 fotografie e installazioni offrono una riflessione sui legami tra uomo, natura e memoria, trasformando elementi della realtà in archetipi universali. Il racconto visivo è indagato dallo sguardo poetico dell’artista, uno dei più originali interpreti dello scenario contemporaneo italiano.
L’esposizione si inserisce nel percorso che la Reggia di Caserta, Istituto autonomo del Ministero della Cultura, dedica al linguaggio della fotografia come strumento di conoscenza e di formazione dello sguardo. Con “Visioni”, affidato a Luciano Romano e Luciano D’Inverno, il Museo ha invitato a superare la realtà immediata per immaginarne nuovi scenari e ulteriori possibilità di lettura. Con “Prospettive”, di Massimo Listri, lo sguardo è stato guidato a riconoscere, attraverso allineamenti, geometrie e inquadrature, l’armonia e l’ordine dello spazio. Oggi con “Archetipi” di Antonio Biasiucci si vuole condurre l’occhio del pubblico nella profondità della materia e della memoria, trasformando l’esperienza individuale in valore umano universale e condiviso.
La collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo conferma l’attenzione della Reggia di Caserta per le sinergie con istituzioni italiane e straniere. I progetti del Museo, come avvenuto per la mostra “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, valicano le mura del Palazzo reale per realizzare importanti partnership con consolidate realtà del panorama culturale nazionale ed europeo. Il sito UNESCO è oggi, più che mai, una fucina internazionale.
L’esposizione “Archetipi” restituisce alla fotografia la sua funzione più intima: essere mezzo di significazione. Biasiucci, nelle sale della Gran Galleria, ricostruisce con le sue opere un percorso, durato anni, di emersione e rivelazione. Gli antichi corpi delle vacche, il pane, il latte, i vulcani, i riti, la fede – tutti elementi fortemente radicati nel territorio campano – diventano frammenti di un racconto leggibile in ogni luogo e tempo.
L’artista insegue l’ideale di ricomporre un alfabeto dell’umanità partendo da alcuni suoi elementi, inizialmente fortemente connotati dal loro contesto di riferimento, che vengono trasformati in fondamenti transculturali, atemporali e atopici: così il pane diventa meteorite, la mozzarella cosmo, il vulcano creazione, l’uccisione di un animale mitologia. Egli attua un processo di scarnificazione, tramite una riduzione all’essenziale del soggetto, permettendo alla sua sostanza intrinseca di affiorare e di comunicare in modo trasversale.
Il percorso espositivo ha inizio nella Cappella palatina del Palazzo reale. La grande navata a pianta rettangolare, i marmi policromi del pavimento, il soffitto rivestito d’oro e le fastose decorazioni disegnate da Vanvitelli accolgono le immagini di 27 ex voto. Gli oggetti offerti in dono dai fedeli sono presenze enigmatiche e misteriose, protagonisti di una sorta di teatro dell’assurdo. Ventiquattro le tematiche lungo le quali si sviluppa la mostra, attraverso immagini singole, polittici e installazioni tra le quali “Corpo latteo”, spazio immersivo e multidimensionale che offre un cammino nel cosmo che ruota incessante, senza un punto di inizio e di fine. L’esposizione si arricchisce di dispositivi site-specific, come “Molti” che trae origine dalle immagini, realizzate nel Museo di Antropologia di Napoli, dei calchi facciali ripresi dall’antropologo Lidio Cipriani negli anni Trenta in alcuni paesi del Nordafrica. Il senso dei due monoliti nella Gran Galleria viene rivelato dai numeri disegnati da Mimmo Paladino che accompagnano le foto di Biasiucci: i migranti scomparsi in mare perdono la loro identità per diventare aride cifre.
La mostra offre, poi, un viaggio viscerale nel cuore della Real Sito di San Leucio nella ricorrenza dei 250 anni dalla fondazione della Colonia. I telai, gli ingranaggi metallici e i rocchetti del torcitoio abbandonano la loro natura meccanica per diventare protagonisti di una narrazione sospesa. Il lavoro di Biasiucci si concentra sulla materia, facendo riaffiorare i volti delle donne e gli strumenti del lavoro serico come tracce di un’identità mai perduta.
“Archetipi” è anche il titolo del volume dedicato ad Antonio Biasiucci edito da Allemandi. Sponsor Fondazione Orizzonti e Totem Digitali srl. Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si sviluppa come un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Nel 2012 fonda il Lab per un laboratorio irregolare, un percorso per giovani fotografi, a cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Attualmente insegna “Fotografia come linguaggio artistico” all’Accademia di Belle Arti di Foggia e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 a Londra il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento, nel 2021 riceve il “Premio Amato Lamberti” e il “Premio Gli Asini di Goffredo Fofi”. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico), Mart, Rovereto; Pio Monte Della Misericordia, Napoli; Fondazione Modena per la fotografia, Modena; Farnesina, Ministero degli esteri, Roma; Palazzo Reale, Caserta; Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD); Muciv, Roma; Gallerie d’Italia, Torino.

Dal 30 Maggio 2026 al 30 Novembre 2026 – Reggia di Caserta

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QUEEN The Last Tour. Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986

Torleif Svensson, Was It All Worth It
© Torleif Svensson | Torleif Svensson, Was It All Worth It

Per la prima volta in Italia, Bologna e il Museo della Musica ospitano QUEEN The Last Tour, mostra fotografica di Torleif Svensson dedicata al Magic Tour del 1986, l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, di cui quest’anno si celebrano i 40 anni. 
Il progetto espositivo affianca alle immagini una selezione di oggetti originali appartenuti a Freddie Mercury e ai Queen, tra cui alcuni materiali mai presentati prima al pubblico, offrendo un racconto ravvicinato dell’ultima grande stagione live della band.

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo dal 10 luglio all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk, realizzata in collaborazione con A Piece of His Own e con la media partnership di Radio Bruno.

L’esposizione riunisce trentasette stampe fotografiche di medio e grande formato che immortalano le esibizioni del tour, partito l’anno successivo al trionfale concerto del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra per il Live Aid.
Il tour di 26 date culminò nello storico concerto finale del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, davanti a circa 120.000 spettatori: i Queen arrivarono a bordo di un elicottero decorato con la grafica dell’album A Kind of Magic.
Grazie all’accesso diretto al palco e al dietro le quinte, Torleif Svensson riuscì a catturare momenti di straordinaria intensità: immagini che mostrano Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Attraverso il suo obiettivo emergono la potenza scenica delle performance, l’energia del pubblico e l’intensità emotiva dei concerti. 
Non semplici fotografie di scena, ma veri frammenti di storia della musica, capaci di restituire l’atmosfera di un’epoca e l’impatto culturale di una delle rock band più iconiche di sempre.

Dal Magic Tour del 1986, le fotografie sono rimaste gelosamente custodite per decenni nell’archivio personale di Svensson e mai esposte al pubblico fino al periodo tra il 2019 e il 2021, quando finalmente sono state svelate in concomitanza con l’uscita del suo libro Queen – The Last Tour e con la realizzazione della prima mostra in Svezia.
Queste circostanze conferiscono all’esposizione bolognese il valore di una vera e propria “capsula del tempo”, capace di riportare il visitatore nell’atmosfera degli anni Ottanta e di far rivivere l’emozione dell’ultimo grande tour dei Queen. QUEEN The Last Tour è quindi una celebrazione della leggenda dei Queen e alla loro eredità musicale, ma anche il racconto visivo di un addio irripetibile, capace di coinvolgere appassionati di musica, fotografia e cultura rock.

Ma l’omaggio ai 40 anni del Magic Tour non è l’unico anniversario relativo ai Queen: il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe celebrato i suoi 80 anni. Un’occasione ulteriore quindi per dare una nuova lettura al suo incredibile e indimenticabile personaggio. 

QUEEN The Last Tour prosegue all’interno della collezione permanente del museo con un’indagine sull’iconografia musicale che, a partire dalle collezioni storiche, mette in dialogo epoche e linguaggi diversi, esplorando la rappresentazione del musicista e della sua arte come espressione dei valori e della sensibilità del proprio tempo. 
Come accade per molte grandi figure della storia della musica, infatti, la memoria dei Queen continua a vivere a distanza di decenni attraverso immagini, racconti, oggetti che ne alimentano la presenza nell’immaginario collettivo. E il percorso al piano nobile invita il visitatore a riflettere proprio su questo processo, interrogandosi sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo dei propri protagonisti.

Le sale espositive accolgono una selezione di 5 fotografie e diversi memorabilia: strumenti, vestiti e accessori appartenuti ai membri della band che vengono messi in relazione con analoghe testimonianze conservate nelle collezioni storiche del Museo della Musica, per riflettere sulle ragioni profonde che rendono questi oggetti così importanti per il pubblico.
La storia della musica è infatti costellata di vere e proprie “reliquie laiche”, che acquisiscono valore non tanto per le loro caratteristiche materiali quanto per il legame con la figura ammirata. In questo senso, il collezionismo contemporaneo legato ai Queen appare come l’erede diretto di una lunga tradizione che attraversa l’intera storia della musica europea.

Le immagini di Torleif Svensson raccontano l’ultimo grande viaggio dei Queen; i memorabilia ne aprono alcune stanze laterali, più intime e vicine, collegando il palco allo studio, il concerto alla quotidianità, l’icona alla persona.
Per citare alcuni esempi: la passione di Mercury per l’arte e l’antiquariato, testimoniata dai libri e dai cataloghi d’asta attraverso cui continuò fino agli ultimi giorni a scegliere, desiderare e acquistare oggetti per sé e per le persone più care, si mette in dialogo con la raccolta di padre Martini, costruita nel tempo attraverso volumi, manoscritti, lettere, libretti musicali e ritratti di musicisti; la sua figura iconica, adorata dai fan durante il Magic Tour, richiama le folle urlanti ai concerti in giro per l’Europa di Farinelli; il disco d’oro Elektra Records per il milione di copie vendute del singolo We Are The Champions, conferito a Brian May, fa il pari con l’Ordine dello Speron d’oro concesso a Mozart nel 1770 da Papa Clemente XIV; gli strumenti musicali antichi esposti nelle vetrine accoglieranno il piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, la replica ufficiale della chitarra Red Special prodotta dal brand Brian May Guitars e autografata da Brian May, insieme a una sixpence effettivamente usata dal musicista come plettro durante i live. 

Alcuni oggetti permettono anche di collegare l’ultimo tour a un momento immediatamente precedente e fondamentale nella storia dei Queen: il Live Aid. Dopo il 13 luglio 1985, quando la band tornò improvvisamente al centro della scena mondiale grazie alla leggendaria esibizione a Wembley, i Queen si ritrovarono al Musicland Studios di Monaco di Baviera (fondato da Giorgio Moroder nei primi anni Settanta) con una nuova energia creativa. 
Da quelle sessioni nacque One Vision, brano firmato collettivamente dai quattro membri della band e destinato, pochi mesi dopo, ad aprire ogni concerto del Magic Tour

In questo contesto assume un valore particolare la canotta arancione Rapax C.B. n. 4, indossata da Freddie Mercury durante le sessioni di registrazione, proveniente dall’asta ufficiale dei suoi cimeli personali, messa in vendita da Mary Austin erede della collezione privata dell’artista.
Oltre alla Rapax è esposta anche la maglietta Machline, ripresa per alcuni istanti nel backstage dello stesso universo visivo: una presenza più discreta, ma capace di restituire il clima informale e operativo che circondava quelle sessioni. 
La t-shirt Champion invece ricorda l’arrivo di Freddie Mercury in Giappone durante la fase conclusiva del Works Tour del 1985 e aggiunge un ulteriore livello umano: non un capo di scena, ma una traccia di viaggio, legata agli spostamenti internazionali della band e al rapporto speciale costruito dai Queen con il pubblico giapponese.

Un contributo fondamentale all’esposizione giunge dal cantautore bolognese Cesare Cremonini, celebre appassionato e collezionista dei Queen. Grazie alla sua generosità verso la città e verso il Museo della Musica, il pubblico potrà ammirare due pezzi iconici appartenenti alla sua collezione personale: la camicia indossata da Freddie Mercury nel leggendario arrivo in elicottero a Knebworth Park il 9 agosto 1986 e la famosa canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco del concerto.

Per raccontare i tanti aneddoti nascosti dietro ogni oggetto e ogni fotografia è prevista una serie di visite guidate con il curatore Pascal Casadei van Raamsdonk e con Bernardo Lo Sterzo, divulgatore musicale e collaboratore del Museo della Musica.

In ultimo, l’organizzazione della mostra incrocia un terzo anniversario significativo per Bologna e per il museo: nel 2026 la città festeggia infatti il ventennale del suo prestigioso riconoscimento come Città Creativa della Musica UNESCO, ottenuto originariamente nel 2006, che si fonda sulle eccellenze del passato e sulla ricchezza delle proposte del presente.

La mostra fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso da Comune di Bologna e Città metropolitana di Bologna – Territorio Turistico Bologna-Modena.

L’immagine coordinata della mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986 al Museo della Musica di Bologna è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.

Dal 10 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026 – Museo internazionale e biblioteca della musica – Bologna

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Il Panda siamo noi

Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta
© Alessandro Dobici, Alberto Cambone, Roberto Isotti | Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori.
Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione.
Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani.
La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino.
Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte. Il percorso espositivo
La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali.
La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali.
La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.
L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO .

Dal 17 Luglio 2026 al 31 Agosto 2026 – Reggia di Caserta

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Mostre segnalate per luglio

Date un’occhiata alle mostre che vi proponiamo per il mese di luglio!

Anna

Le mostre di Cortona On The Move 2026

Una donna con i capelli biondi e un vestito bianco a pois rossi, affacciata su un panorama collinare. In alto, il testo "Beautiful Country" e informazioni sul festival Cortona On The Move, che si svolgerà dal 16 luglio al 1 novembre 2026.

Dal 16 luglio al 1° novembre 2026, Cortona On The Move inaugura la sua sedicesima edizione con una direzione artistica nuova e un progetto curatoriale che prende una direzione precisa: l’Italia. Renata Ferri, photo editor di lungo corso, ha costruito attorno al tema Beautiful Country un atlante visivo che non cerca la cartolina, ma la complessità — i paesaggi erosi, le periferie, i confini, i rituali, le trasformazioni urbane e sociali di un Paese che fatica a riconoscersi.

Il programma di Cortona On The Move conta trentaquattro mostre distribuite tra il centro urbano di Camucia e la Fortezza di Girifalco, con un percorso che attraversa l’intera città. Il progetto di punta è Peninsula, committenza originale prodotta in partnership con Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia e Fondazione CR Firenze: dieci artiste e artisti italiani — tra cui Arianna Arcara, Fabio Barile, Matteo De Mayda, Giorgio Di Noto e Giovanna Silva — si confrontano con territori fisici e simbolici del paesaggio contemporaneo. La presentazione è in programma il 9 giugno alle Gallerie d’Italia di Torino, prima dell’opening ufficiale del 16 luglio.

Il programma espositivo mette in dialogo generazioni e geografie molto distanti. Joel Sternfeld porta a Cortona Campagna Romana, lavoro sviluppato tra il 1989 e il 1991 sulle periferie di Roma. Candida Höfer espone Perfetta bellezza, serie di grandi spazi pubblici italiani — biblioteche, musei, teatri — fotografati tra il 2003 e il 2012 con la precisione formale che la contraddistingue. La canadese Kourtney Roy presenta Failed Postcards from Napoli, autoritratti surreali realizzati nel 2025 durante una residenza alla Spot Home Gallery. L’italiana Andrea Modica, italoamericana di terza generazione, porta Italian Story, quarant’anni di viaggi nel paese delle sue radici.

Tra i lavori più attesi, Guilty Grounds della fotografa olandese Steffi Reimers indaga i paesaggi della Calabria segnati dalla ‘Ndrangheta, usando la luce come strumento per riportare in superficie tracce di violenza invisibili a occhio nudo. Io sono confine, progetto di Francesco Anselmi realizzato con Medici Senza Frontiere, segue i migranti lungo la rotta balcanica fino al Carso e al porto di Trieste. Stella Inquieta di Mattia Balsamini e Raffaele Panizza sposta lo sguardo verso l’alto: un’indagine visiva e giornalistica sulle tempeste solari e il loro impatto sulle infrastrutture globali.

Non mancano i lavori che guardano alla cultura popolare e alla memoria collettiva: il duo Botto&Bruno presenta Songs of a Lost World, grande installazione wallpaper realizzata con 900 fotografie di periferie urbane e archeologie industriali; Paolo Ventura rilegge gli ex voto tra fede, magia e surreale; Fotoromanzo Italiano ricostruisce l’estetica del neoreality attraverso la casa del collezionista Italo Manzo. L’archivio fotografico di Eni porta invece a Cortona Oasi di sosta, un racconto dell’Italia che cambia attraverso le stazioni di servizio degli anni Venti a oggi, con firme come Luigi Ghirri e Federico Patellani.

Cortona non è solo cornice. La città partecipa alle celebrazioni degli 800 anni dalla morte di San Francesco e ospita la mostra Gino Severini — modernità come dialogo, dedicata all’artista cortonese. Come sottolinea l’assessore alla Cultura Francesco Attesti, il festival è «uno strumento di educazione, di rigenerazione urbana, di promozione internazionale» per una città che porta tremila anni di storia incontro allo sguardo contemporaneo.

16 luglio – 1° novembre 2026 – Cortona (AR) — sedi varie

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Le mostre di Les Rencontres d’Arles 2026

Gruppo di fenicotteri rosa in un ambiente scuro, con alcune silhouette in movimento.
Ming Smith, Flamingo Fandango (Painted), 1988. Courtesy of the artist.

The 57th edition of the Rencontres d’Arles offers narratives rooted in various regions of the world, including the African continent and the Mediterranean. Spanning archives, major monographic exhibitions and emerging scenes, the images examine identities, stories and representations, whilst others explore the myriad facets of life. The programme highlights what endures, what changes and what connects us, and opens up spaces of freedom and empowerment, inviting us to look at the world with greater intensity.

As everything pushes toward simplification, division and reduction, the 57th edition of the Rencontres d’Arles creates a space for complexity and attentiveness—not to artificially soften the violence of reality, but to bring out its depth, and to face a sometimes unsettling world while continuing to find beauty, connection and freedom in it. Photography has a rare ability to chart new paths. As an essential medium, it shows what goes unnoticed, what endures, what circulates, what is passed on and what connects. By bringing together history and more intimate narratives, photography makes it possible to see the world differently. 

This shift in perspective runs through the work of major figures such as William Klein, honored by the Rencontres on the centenary of his birth and known for continually challenging forms and conventions; it also allows us to rediscover Martine Barrat, whose powerful and distinctive work takes us into the marginalized neighborhoods of the Goutte d’Or in Paris and 1970s New York, from Harlem to the Bronx; Ming Smith, whose independent and poetic vision broke new ground in American photography; and finally, Harry Gruyaert, who moves us through a vibrant, color-saturated urban sequence of tightly composed images, from New York to Zanzibar, via Paris, Tokyo and Mumbai.

A new map of the world emerges from a focus on movement, routes, passages and lines of tension across these territories. Between Africa and the Mediterranean, between inherited borders and movements toward emancipation, artists reimagine geographies. Bruno Boudjelal reminds us that images can sometimes emerge from the meeting between an external landscape and inner life. His work does not document, rather it shapes an experience, bringing out something more subtle, where spirituality, memory and sensation come together. In Anne-Lise Broyer’s images, the Mediterranean appears, in turn, as a place inhabited by different layers of time, a space of waiting and projection. In Algeria, the suppressed memory of the Black Decade gradually surfaces in Katia Kameli’s long-term work. Presented as part of the Saison Méditerranée 2026, these three exhibitions show the different faces of the Mediterranean basin.

Further on across the African continent, from Ghana to the Ivory Coast and the Congo (DRC), stories of liberation, transmission and reappropriation emerge. In Ghana!, images of independence, from Paul Strand to James Barnor, feed into a collective imagination that remains active today, as in the work of Carlos Idun-Tawiah, who designed this year’s poster. With Paul Kodjo, an entire Ivorian visual culture comes into being—inventive, popular and modern, able to absorb diverse influences and develop its own language. In Sammy Baloji’s work, photography brings past and present into tension, placing family narratives alongside buried histories, suppressed memories and the ongoing consequences of extractivism.

As Achille Mbembe aptly writes: “Our crises, including ecological ones, stem from the belief that human beings are superior to other species.” The living world stands at the heart of this year’s edition as a necessity. More than an abstract theme, it compels us to recognize that the world cannot be reduced to our categories. In this regard, the exhibition Animal Model retraces two centuries of photography, showing how animals have always been present in the history of the medium: observed, studied, loved, staged, exploited, mistreated, admired and imagined. Seen in this light, photographing animals is not only about representing otherness, but also about recognizing other ways of being in the world.

The same dynamic shapes the work of Lisa Oppenheim, Meghann Riepenhoff and Lara Tabet. All three remind us that the image is a living medium, constantly evolving. In Meghann Riepenhoff’s work, natural forces act directly on the photosensitive surface, leaving their imprint. In Lisa Oppenheim’s work, a lost botanical memory re-emerges through the interpretation and combination of past and present image-making technologies. With Lara Tabet, winner of the BMW Art Makers programme, geological, archeological and organic layers underscore that nothing is fixed, that every form carries multiple temporalities and trajectories. Particular attention is also given to a more intimate aspect of Edward Steichen’s work as part of the Luxembourg Photography Award. A photographer, curator and pioneer, Steichen was also a botanist, attentive to correspondences between forms, seasons, cultures and images.

Because ways of seeing are shaped from an early age, and because a festival passes on as much as it presents, it was essential for children to be included in this edition. The remarkable collection of children’s photobooks brought together in the exhibition L is for Look reminds us, with a sense of play and invention, that photography can be a space of discovery for all ages, a place where ways of seeing can develop freely. 

This year again, the Rencontres d’Arles gives ample space to new voices on the contemporary art scene. The Louis Roederer Discovery Award returns to the Espace Monoprix, curated by Nadine Hounkpatin. It offers a reflection on truth in photography through a selection of seven international artists who use the medium as a space of exchange, connection, engagement and responsibility. The program also highlights emerging curators, including Alessandra Chiericato, recipient of the 2024 Rencontres d’Arles Curatorial Research Grant, who develops an original analysis of the cannibalistic nature of images. 

What connects these projects, different as they are in form, historical periods and geography, is perhaps a shared attention to processes of transformation: narratives that shift, memories that resurface, forms of life that persist, images that—far from freezing the world—help us see it anew.

Together with Aurélie de Lanlay and the festival team, I look forward to welcoming you to Arles for the 57th edition of the Rencontres d’Arles, opening on July 6 and sharing the full program.

from 6 July to 4 October – Arles – various venues

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Eve Arnold – Marilyn Monroe: An Appreciation

Locandina della mostra dedicata a Marilyn Monroe, con foto in bianco e nero di una donna bionda che indossa una giacca, sullo sfondo di un paesaggio desertico.

Il 4 giugno 2026, alle ore 19, Milano apre una riflessione su Marilyn Monroe. Negli spazi di Opificio della Fotografia, in Via Niccolò Jommelli 24, prende forma “Marilyn Monroe: An Appreciation”: un gesto di cura, un corpo restituito alla complessità.
Una mostra esclusiva dell’Eve Arnold Estate che offre un ritratto intimo, che si sottrae alla molteplicità degli sguardi per concentrarsi su una relazione sola, prolungata nel tempo.
Nello stesso giorno, a Londra, la National Portrait Gallery inaugura “Marilyn Monroe: A Portrait”, ampia retrospettiva dedicata alla diva.
La mostra di Milano nasce da una domanda: perché continuiamo a guardare Marilyn Monroe? Cosa cerchiamo, quando cerchiamo il suo volto?
«Marilyn Monroe è stata un corpo che ha lavorato, sofferto, riso, atteso; non è mai stata solo un’immagine.»
La risposta curatoriale di Federicapaola Capecchi parte da un’intuizione mitologica: Marilyn Monroe è per il nostro tempo una Proserpina. La dea che trascorre metà dell’anno nel mondo dei vivi, luminosa, desiderata, onnipresente, eterna primavera, e l’altra metà nell’oltretomba. Come Proserpina, anche Marilyn è stata rapita: dal cinema, dallo sguardo maschile, dall’industria dell’immagine, dai suoi amori. Creata dal sistema come dea della luce, solare, viene al contempo inghiottita dallo stesso sistema nell’oscurità: la fragilità psichica, la dipendenza, l’isolamento, la morte a trentasei anni.
La sua immagine pubblica è eterna primavera. La sua vita reale è discesa agli inferi. Non è una coincidenza, forse, che il suo ultimo film si chiami The Misfits, i disadattati, e sia girato nel deserto del Nevada: paesaggio inaridito, terra di morte lenta. È lì, in quel deserto, che la mostra trova il suo nucleo più profondo e più vero.
La mostra non ha la pretesa di “liberarla” da questo destino. Ha la lucidità di renderlo visibile, restituendo complessità là dove c’è stata troppo spesso solo icona.
Le 40 fotografie in mostra sono il frutto di una relazione decennale. Eve Arnold, pioniera di Magnum Photos, prima donna ad essere ammessa nell’agenzia, figlia di immigrati russi cresciuta a Philadelphia, ha fotografato Monroe tra il 1950 e il 1960 con un metodo radicalmente diverso da quello dei suoi colleghi: la vicinanza di chi guadagna fiducia nel tempo, di chi sa aspettare.
Eve Arnold ha visto Marilyn lavorare, aspettare, ridere, crollare, rialzarsi. L’ha fotografata nei camerini e nei bagni degli aeroporti, sul set di The Misfits e nei parchi di Bement, Illinois. Ha avuto l’intelligenza di non trasformare mai nulla in giudizio. Le sue immagini sono semplicemente vicine. Nessuna agiografia, nessuna crudeltà.
«C’è una donna che guarda un’altra donna con la pazienza di chi sa che la verità non si coglie in un attimo, ma si costruisce nel tempo, senza distanza di sicurezza, senza eroizzazione.»
Questa vicinanza è ciò che rende unico l’archivio di Arnold, oltre 250.000 immagini in cui i grandi della storia convivono con gli anonimi, le celebrity con i migranti, i potenti con gli invisibili. La selezione per questa mostra porta in luce una parte preziosa di quell’archivio: quella in cui il soggetto più fotografato del Novecento smette di posare.
Quaranta fotografie, sei blocchi di senso, ciascuno ancorato a una citazione dalla sinossi curatoriale:
MARILYN / PROSERPINA
La dualità luce/ombra, vita pubblica/vita reale. Il corpo solare e il corpo inghiottito.
IL CORPO CHE LAVORA
L’attesa, la concentrazione, la fatica, il crollo, la risata. Non l’icona: la persona.
LA RELAZIONE ARNOLD / MONROE
Vicinanza, sguardo tra donne. La verità che si costruisce nel tempo.
THE MISFITS COME UNDERWORLD
Il deserto, il casinò, il controllo, la fine imminente. Il Nevada come oltretomba.
IL CORPO VS L’IMMAGINE
La tensione tra essere guardate e guardarsi dentro. Il corpo che prova a riprendersi il controllo.
EPILOGO
Il corpo quando l’immagine non basta più. La soglia finale.
Come filo conduttore costante, attraverso tutti e sei i nuclei, la fisicità della stampa: superfici, texture, contrasti estremi e bianchi e neri profondi che sulla carta baryta cotone diventano anche esperienza tattile, presenza fisica, materia.
Le stampe in mostra sono opera di Danny Pope, lo stampatore di fotografia che ha lavorato direttamente con Eve Arnold per anni, portando nel suo lavoro l’eco della sua voce, le annotazioni sulle prove approvate, le intenzioni originali. Questo gli conferisce un vantaggio che nessun altro stampatore al mondo possiede: gli echi della voce dell’autrice nell’orecchio.
«In un’epoca in cui profili e perfezione orientata alla macchina aspirano all’uniformità e alla ripetizione tediosa, Pope crede che una stampa possa essere creata fedelmente solo ricominciando dall’inizio, creando un artefatto unico e splendidamente lavorato del processo fotografico.»
Ne legge l’intenzione originale e la reincarna nel presente. La sua posizione è quasi una dichiarazione politica: in un’era di immagini infinitamente replicabili e manipolate, la stampa unica è un atto di resistenza, di presenza.
Entrare nel mondo di Danny Pope significa varcare la soglia del laboratorio di un alchimista della luce. La mostra svela l’anima del suo lavoro anche attraverso una serie esclusiva di prove di stampa e cartoline da collezione, che raccontano la ricerca ossessiva della perfezione. Poi c’è l’emozionante Cibachrome con dedica a Danny da Eve Arnold stessa: ‘a un grande stampatore’ che racchiude in poche parole una vita spesa a interpretare lo sguardo dei più grandi maestri del Novecento. Un’opportunità magica per scoprire come un negativo diventa leggenda grazie a mani sapienti.
Delle fotografie in mostra, alcune fanno parte della “accesible edition” – 250 copie per ogni immagine-, su carta baryta cotone di qualità museale, sono concepite come un punto di accesso privilegiato all’opera di Eve Arnold, per permettere a un pubblico più ampio di vivere con le sue fotografie, preservando la qualità, la cura e la provenienza di un’edizione autorizzata dall’Estate. È una scelta etica, coerente con la missione di Eve Arnold: credeva profondamente che le sue immagini dovessero circolare, non essere rinchiuse in caveau.
“Marilyn Monroe: An Appreciation” desidera usare lo sguardo di Marilyn, e lo sguardo di Eve Arnold su di lei, per parlare di noi.
Il corpo non è mai neutrale. È spazio politico, luogo di resistenza, di trasformazione, di conflitto. Mai come oggi il corpo è oggetto tanto di rivendicazione quanto di contestazione. E Marilyn Monroe, suo malgrado, è diventata il territorio su cui si è combattuta gran parte di quella battaglia: il corpo desiderabile, il corpo controllato, il corpo che prova a riprendersi il controllo, il corpo che alla fine cede, ma non del tutto.
Fermarsi davanti a una foto di Marilyn, quella che Eve Arnold ha colto mentre riposa o si concentra, è un atto di resistenza. È rallentare. È ricordarsi che dietro ogni icona c’è stato un corpo, e che quel corpo ha sudato, pianto, desiderato.
«Cosa succede quando un corpo diventa immagine? E cosa succede quando un’immagine, finalmente, torna a essere un corpo?»
Il 4 giugno 2026, nel centenario di Marilyn Monroe, Milano e Londra aprono simultaneamente due mostre che guardano la stessa donna con sguardi differenti. A Milano, la vicinanza, la cura; alla National Portrait Gallery di Londra, il grande ritratto istituzionale.
La mostra milanese chiuderà il 31 agosto 2026, due mesi e mezzo in cui Marilyn tornerà a essere, finalmente, un corpo e una persona, grazie allo sguardo di Eve Arnold.

Dal 04/06/2026 al 31/08/2026 – OPIFICIO DELLA FOTOGRAFIA – Milano

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FRAGILE BEAUTY – Photographs from the Sir Elton John and David Furnish Collection

© Harley Weir

Marking over thirty years of collecting, Fragile Beauty celebrates Sir Elton John and David Furnish’s passion for photography, reflecting their personal taste and unique eye as collectors. Across five thematic sections, the exhibition explores themes such as desire, celebrity, fashion, reportage, and affirmation of identity.

Sir Elton John began collecting photography in 1991. Today, with over 7,000 images, the private collection he shares with David Furnish is considered one of the largest in the world. Renowned for its exceptional quality, scope, and remarkable depth, the collection spans the 20th and 21st centuries, and includes many works considered pivotal in the history of photography.

Produced by London’s Victoria and Albert Museum, the exhibition showcases over 300 prints covering the period from 1950 to the present day, celebrating the work of over 90 international photographers. The Paris show at the Jeu de Paume offers a selection of images that tell the story of modern and contemporary photography, including work by Robert Mapplethorpe, Herb Ritts, Nan Goldin, Diane Arbus, William Klein, Ryan McGinley, Ai Weiwei, Irving Penn, and Richard Avedon.

From 12 June to 27 September 2026 – Jeu de Paume – Paris

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IL MONTE ANALOGO – Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri

Locandina dell'evento 'Il Monte Analogico' con i nomi di Alan Fabbri, Marco Gulinelli e Vittorio Sgarbi.

L’esposizione esplora le affinità profonde tra l’opera di Michelangelo Antonioni e quella di Luigi Ghirri, indagando il modo in cui i due grandi artisti riflettono sul silenzio, sull’invisibile e sui vuoti dell’esistenza. Attraverso una selezione di opere tratte dalle serie delle Montagne incantate di Antonioni e dalle immagini di Ghirri, il progetto costruisce un “catalogo di analogie” che trasforma la montagna nella metafora di un’idea, di una ricerca mai conclusa.

13 giugno – 1 novembre 2026 – Ferrara, Spazio Antonioni

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Ila Bêka. Fotoni

Ila Bêka, Fotoni
© Ila Bêka 2026 | Ila Bêka, Fotoni

Dal 27 giugno all’11 ottobre 2026 il Magazzino delle Idee di Trieste presenta FOTONI, la prima personale, a cura di Barbara Casavecchia, che rivela al pubblico la ricerca fotografica di Ila Bêka, artista e regista friulano riconosciuto a livello internazionale per il lavoro filmico sviluppato insieme a Louise Lemoine. Prodotta e organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC, la mostra raccoglie per la prima volta una selezione di 300 fotografie provenienti dall’ampio e inedito archivio personale di Ila Bêka, composto da circa 300.000 immagini realizzate nell’arco di quarant’anni di pratica artistica.

Il titolo FOTONI rimanda alla passione di Ila Bêka per la meccanica quantistica e alle particelle di luce al centro delle ricerche di Albert Einstein. Più di un secolo fa, il fisico formulò l’ipotesi che l’energia di un raggio luminoso non si distribuisse in modo continuo nello spazio, ma fosse composta da “quanti” localizzati e in movimento, successivamente denominati fotoni. Una volta riflessi dalla materia, questi vengono percepiti e interpretati dal nostro cervello. Da qui il titolo della mostra, che l’artista sintetizza così: “Vedere significa tradurre i fotoni in esperienza”.

Come spiega Carlo Rovelli, la fisica quantistica ci invita a vedere il mondo come una rete di relazioni, in cui gli oggetti non hanno proprietà assolute, ma le acquisiscono attraverso le interazioni. Tutto ciò che ci circonda emette, riflette o trasmette luce. Quando la luce entra nei nostri occhi, la retina la trasforma in segnali nervosi, e il cervello li interpreta come forme e colori.

La parola “fotoni” suggerisce anche una sottile dose di autoironia dell’artista per la scala di grande formato che alcune fotografie assumono in mostra, rispetto alla dimensione tascabile del repertorio d’immagini da lui scattate in maggior parte con il suo cellulare. Per Ila Bêka, infatti, il cellulare assume la funzione di un taccuino di schizzi e annotazioni, uno strumento spesso in uso dagli artisti per sviluppare e affinare la propria grammatica del guardare, ancor prima del raffigurare. Vagando per le strade l’artista registra attese, piccoli eventi e il suo sguardo si cala nella quotidianità, rimanendo vigile e curioso, senza imporsi l’obbligo della perfezione formale o della completezza.

Il percorso espositivo ripercorre un arco di quarant’anni di pratica artistica senza seguire un ordine cronologico. Le fotografie si susseguono liberamente, seguendo associazioni, intuizioni, emozioni e ricordi,come fossero pensieri in libertà dello stesso artista, spesso accompagnate da sue brevi annotazioni, simili a frammenti tratti dal suo diario. Affiorano in mostra due grandi filoniil corpo e la luce. La tematica del corpo s’incontra nelle serie fotografiche emerse dall’adolescenza a Latisana (dove Ila – all’anagrafe Filippo Clericuzio – è nato nel 1967) e dalla vicina spiaggia di Lignano Sabbiadoro, dove le inquadrature giocano con i volumi dei corpi dei bagnanti. La luce, invece, è il fil rouge che unisce la selezione di immagini più astratte e rarefatte, incentrate su di essa come materia primaria della visione e delle nostre esperienze percettive. Buio, tenebre, riflessi, baluginii diventano simili ad apparizioni “…capaci di riempirci dello stesso stupore che, da piccoli, ci ha colti nello scoprire un raggio di luce che danza tra la polvere, o un micro arcobaleno che s’imprime sul palmo aperto”, scrive nel suo testo critico la curatrice.

Molte delle fotografie esposte prendono corpo qui per la prima volta, stampate su carta fotografica. Le immagini non sono pensate secondo dimensioni prestabilite, ma possono assumere forme e formati diversi, così come sono tanti e diversi i possibili mondi simultanei ipotizzati dalla fisica quantistica. Anche per questo, come osserva Barbara Casavecchia, FOTONI è“una delle tante mostre che avrebbero potuto emergere da quel ricchissimo e assai intimo archivio personale, fin qui inedito”.

La selezione delle opere esposte al pubblico nasce, nelle parole di Bêka, “dalla volontà di capire, all’interno di questo flusso di immagini, quali siano in grado di riattivare lo sguardo e far emergere nuove percezioni”. L’analogia più efficace per raccontare questo processo è suggerita da Louise Lemoine: un montaggio cinematografico, capace di far nascere un racconto dalla massa informe del girato. Anche nei film di Bêka & Lemoine il racconto non si fonda su una sceneggiatura strutturata, ma resta sempre aperto all’esperienza emotiva e all’incontro. Proprio questa speciale sensibilità ha portato nel 2016 all’acquisizione da parte del MoMA di New York dell’intera opera prodotta dal duo fino a quella data, oggi parte della collezione permanente del museo.

Dal 27 Giugno 2026 al 11 Ottobre 2026 – Magazzino delle Idee – Trieste

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Voci Nascoste a Emarèse

Un volto con trucco scuro e ornamenti floreali, indossando abiti tradizionali. Testo promozionale per un evento culturale.

Dopo l’esposizione a Torino nel 2024, la mostra realizzata da CAMERA e Chora Media, in partnership culturale con Lavazza, verrà inaugurata al centro Le Milieu di Emarèse nel contesto di Mine Festival.

Da venerdì 12 giugno, sarà possibile visitare la mostra che presenta tre progetti fotografici commissionati ad Arianna ArcaraAntonio Ottomanelli e Roselena Ramistella dedicati al tema delle minoranze linguistiche nelle aree interne italiane. Un percorso multidisciplinare che unisce fotografia contemporanea, materiali raccolti nei territori e nelle comunità coinvolte e una serie di podcast realizzati da Chora Media, dando vita a un archivio in divenire sulle marginalità linguistiche e sulle questioni culturali, sociali e identitarie ad esse collegate.

Voci Nascoste. Le lingue che resistono costruisce un paesaggio visivo e sonoro in cui la fotografia incontra la storia, la memoria, la vitalità delle persone e la dimensione simbolica dei luoghi, delle feste e dei miti. Al centro del progetto vi è un patrimonio di conoscenze, pratiche e storie in continua trasformazione: il risultato di migrazioni, coesistenze, dispersioni linguistiche, marginalità numeriche e centralità culturali che restituiscono la diversità come valore identitario.

La mostra è inserita all’interno del Mine Festival – nuovo festival partecipativo che dal 12 al 14 giugno 2026 porterà nel comune valdostano tre giorni di arte, musica, fotografia, parole, laboratori e convivialità – e invita il pubblico a riflettere sul valore delle lingue minoritarie non come tracce del passato, ma come presenze vive, fragili e necessarie, capaci di raccontare un’Italia plurale, complessa e profondamente legata ai propri territori.
Il progetto è organizzato dall’Associazione La Clé sur la Porte ETS è sostenuto dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta.

12 giugno – 5 settembre 2026 – Centro Le Milieu – Emarèse (AO)

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DEGREE SHOW 2026

Un ponte abbandonato sopra un'autostrada, con vegetazione circostante e segnali stradali visibili.
© Manfredi Almiro Calabrò — La Prima Pietra

Il Degree Show è la mostra collettiva finale del Corso Triennale in Fotografia 2023-26 che inaugurerà giovedì 25 giugno alle ore 19 presso la galleria di Spazio Labo’ in Strada Maggiore 29 a Bologna.

Il percorso espositivo restituisce al pubblico l’esito di un intenso anno di lavoro, configurandosi come la sintesi perfetta di un triennio dedicato alla formazione, alla ricerca e alla crescita stilistica. Durante gli studi, ciascun partecipante ha potuto metabolizzare stimoli diversi, traducendoli in un proprio linguaggio fotografico personale.

Dopo la tappa del Degree Show, la classe si propone oggi all’esterno non più solo sul piano studentesco, ma come un gruppo di nuovi professionisti dell’immagine, pronti a contribuire al dibattito fotografico contemporaneo attuale con sguardi lucidi e metodologie progettuali innovative.

Gli autori e le autrici in mostra sono Stefano Amigoni, Manfredi Almiro Calabrò, Caterina Cecere, Mara Giammattei e Francesca Raspanti.

All’interno della mostra saranno esposti tutti i libri fotografici realizzati dalla classe e la nuova collana di approfondimenti teorici legati alla ricerca e ai processi delle singole progettualità.

Dal 25 giugno al 23 luglio 2026 – Spazio Labò – Bologna

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Ferdinando Scianna al Ghetto di Venezia

<em>Ferdinando Scianna al Ghetto di Venezia</em> | Courtesy IKONA Venezia<br />
Ferdinando Scianna al Ghetto di Venezia | Courtesy IKONA Venezia

La prima volta fu nel 2007, a fine maggio, quando varcai la porta in vetro di Ikona Photo Gallery, soglia che invita lo sguardo a entrare. C’era una mostra allestita in galleria, Watermark di Robert Morgan: un accrochage il cui titolo riprendeva l’originale del saggio di Joseph Brodsky – Fondamenta degli Incurabili – di cui Morgan è il destinatario della dedica scritta in apertura del libro. Di quella mia prima volta ricordo, tra i numerosi dettagli, il silenzio all’interno dello spazio e il riflesso della luce a terra. Una luce proveniente dalla scala luminosa realizzata da Federica Marangoni, sopra la quale è posta l’insegna IKONA VENEZIA in vetro color turchese. E seduta alla scrivania, Živa Kraus, presenza incisiva e laterale. Iniziò così il mio costante far visita a una camera posta al centro di un campo che è “isola nell’isola”, il Campo del Ghetto Nuovo.
Dopo diciannove anni ancora ritorno a varcare quella porta in vetro che conduce a un temporaneo incontro con la grafia dello sguardo di un fotografo.

Il lavoro di Ferdinando Scianna sarà esposto alle pareti di Ikona Gallery. Dal prossimo 31 maggio 2026 si potranno riscoprire le immagini raccolte dal fotografo siciliano per un progetto realizzato nel 2016, in occasione del cinquecentenario della nascita del Ghetto: fotografie allora presentate al pubblico con la mostra Ferdinando Scianna Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo presso la Casa dei Tre Oci alla Giudecca. Questa testimonianza ritrae una memoria e un campo che ancora recano in sé una forte specificità.
Soffermarsi di fronte a questi scatti consente al visitatore di percorrere i masegni del campo, di oltrepassare uno dei tre ponti che ne permettono l’accesso e di sollevare lo sguardo fino alla cima degli edifici, qui fitti e alti più del normale. E, ancor di più, significa interrogarsi sulla Fotografia e sull’andatura che permette all’autore di abitare gli istanti fino a renderli visibili.

Un progetto, questo di Scianna, che non è stato solo la risposta a una commissione di reportage da parte di Fondazione Venezia, ma un atto di conoscenza: un inoltrarsi fino a riconoscere, a registrare e a pronunciarsi su un confine che è ben di più dell’ala esclusiva di una città.
Queste fotografie contengono anche molto di qualcosa che sta in filigrana. C’è nel loro bianco e nero la dedizione, l’attenzione dell’osservare, lo sporgersi fino al punto di comprendere.

Vi è inscritto un tempo di passi e di parole, di indicazioni e di punti visitati insieme, di confronti e scambi tra persone che in un campo hanno condiviso un’azione comune. Alludo a Ferdinando Scianna e a Živa Kraus che, amici, hanno percorso insieme il Ghetto nei giorni di ripresa. Il primo in qualità di autore, la seconda in qualità di persona che dal 2003 ha scelto questo luogo per attuare il suo gesto curatoriale verso la Fotografia. Questa mostra afferma la visione personale di un maestro sul Ghetto di Venezia e sottolinea quanto il linguaggio fotografico, oggi apparentemente alla portata di tutti, sia il risultato dell’applicazione di una vita intera; di quanto sia necessario immergersi nell’esercizio dello sguardo e della compartecipazione. Me lo testimoniano le immagini di Scianna e la presenza incisiva e fedele di Živa Kraus.

Dal 31 Maggio 2026 al 22 Novembre 2026 – IKONA Gallery – Venezia

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ORIRI – FRANCESCO BELLINA

Spiaggia con diverse persone, alcune sedute sulla sabbia e altre che camminano lungo la riva, con un'insegna che annuncia un'esposizione.

Oriri, di Francesco Bellina, è un lungo viaggio a ritroso dalla Sicilia alla Nigeria, che ricalca la tratta delle migliaia di vittime che a partire da Benin City sono trafficate in tutto il mondo. Donne ricattate e legate ai loro sfruttatori sia da un vincolo fisico, ma anche spirituale: emerge dal progetto che è attraverso la partecipazione a riti iniziatici delle religioni locali che le vittime sono obbligate a condurre vite di sfruttamento, diventando oriri ovvero “incubi”.

Le fotografie, i video e le testimonianze dirette di Francesco Bellina emergono come una denuncia. Attraverso il linguaggio etico ed estetico dell’arte, le opere mostrano la reciproca dipendenza tra le reti criminali di sfruttamento e i culti religiosi, rappresentati nella loro duplice presenza di vincolo e possibile salvezza, dove politica, economia e spiritualità si manifestano nella collettiva partecipazione rituale.

Dal 27 maggio al 30 settembre 2026 – IIC MARSIGLIA

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Storia di una fotografia – Thomas Ruff dalla serie “Stars”

FOTOGRAFIA di Thomas Ruff dalla serie “Stars”, 1989-1992 – Anni ’80/’90

“Stars”, realizzato tra il 1989 e il 1992 da Thomas Ruff, è una serie che esplora la natura della fotografia e la sua capacità di rappresentare il mondo. In questa serie, Ruff utilizza fotografie astronomiche per creare immagini di stelle e galassie che sembrano al tempo stesso familiari e aliene. Le sue opere, con la loro precisione e la loro oggettività, mettono in discussione le nostre nozioni di realtà e di rappresentazione.

Il tema centrale di “Stars” è l’esplorazione dei limiti della fotografia e della nostra capacità di comprendere il mondo che ci circonda. Ruff utilizza la fotografia per creare immagini che sono al tempo stesso scientifiche e poetiche. Le sue immagini, con la loro precisione e la loro oggettività, ci invitano a riflettere sulla natura della conoscenza e sulla nostra percezione del cosmo.

FOTOGRAFIA di Thomas Ruff dalla serie “Stars”, 1989-1992 – Anni ’80/’90

Thomas Ruff è una figura chiave della cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”, un gruppo di fotografi tedeschi che, a partire dagli anni ’80, ha rivoluzionato il linguaggio fotografico, mettendo in discussione i concetti tradizionali di rappresentazione e di autore. La sua opera si caratterizza per un approccio concettuale e per l’utilizzo di diverse tecniche e formati, spaziando dal ritratto al paesaggio, dall’architettura alla fotografia scientifica.

La serie “Stars” (1989-1992) rappresenta un esempio emblematico della sua ricerca. Ruff utilizza immagini astronomiche preesistenti, provenienti da archivi scientifici e da osservatori, per creare fotografie di stelle e galassie che appaiono al tempo stesso familiari e stranianti. Attraverso un processo di ingrandimento e di manipolazione digitale, Ruff elimina ogni elemento di contesto, isolando le stelle in uno spazio infinito e uniforme.

Temi Chiave

  • La Natura della Rappresentazione: Ruff mette in discussione la capacità della fotografia di rappresentare la realtà in modo oggettivo. Le immagini di “Stars” non sono “fotografie” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto riproduzioni di immagini preesistenti, manipolate e decontestualizzate.
  • La Percezione del Cosmo: Ruff esplora la nostra percezione del cosmo, un luogo infinito e incomprensibile. Le immagini di “Stars” ci pongono di fronte alla vastità dell’universo, invitandoci a riflettere sulla nostra posizione all’interno di esso.
  • Il Ruolo della Tecnologia: Ruff utilizza la tecnologia digitale per manipolare e trasformare le immagini, evidenziando il ruolo della tecnologia nella costruzione della nostra visione del mondo.
  • Fotografia concettuale: Il lavoro di Ruff si allontana dalla fotografia come semplice riproduzione della realtà, per abbracciare un approccio concettuale, dove l’immagine diventa veicolo di riflessione e indagine.

La serie “Stars” ha avuto un impatto significativo sulla fotografia contemporanea, influenzando numerosi artisti e fotografi. Ruff ha dimostrato che la fotografia può essere un potente strumento di indagine concettuale, capace di mettere in discussione le nostre certezze e di aprire nuove prospettive sulla realtà.

Biografia di Thomas Ruff:

Thomas Ruff, nato nel 1958 a Zell am Harmersbach, è un fotografo tedesco noto per le sue fotografie concettuali e sperimentali. Dopo aver studiato fotografia alla Kunstakademie Düsseldorf, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica rigorosa e da un’attenzione alla ricerca. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandolo come uno dei fotografi più influenti della nostra epoca.

Storia di una fotografia – Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”

Oggi un classico della fotografia, Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”…buona lettura!

Sara Munari

FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80

“Untitled Film Stills”, realizzato tra il 1977 e il 1980 da Cindy Sherman, è una serie iconica che esplora i cliché e gli stereotipi femminili nel cinema e nella cultura popolare. In questa serie, Sherman si trasforma in diversi personaggi femminili, creando immagini che sembrano fotogrammi di film immaginari. Le sue opere, con la loro ambiguità e la loro ironia, mettono in discussione le rappresentazioni convenzionali delle donne e il ruolo della fotografia nella costruzione dell’identità.

FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80

Il tema centrale di “Untitled Film Stills” è l’esplorazione della costruzione sociale dell’identità femminile. Sherman utilizza la fotografia per svelare i meccanismi di potere e di controllo che si celano dietro le immagini apparentemente innocenti. Le sue immagini, con la loro teatralità e la loro ambiguità, ci invitano a riflettere sulla natura della rappresentazione e sulla nostra capacità di interpretare le immagini.

FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80

L’approccio di Sherman si distingue per la sua capacità di trasformarsi e di creare personaggi complessi. Le sue opere, che sono spesso realizzate in studio con l’ausilio di costumi, di trucco e di scenografie, sono caratterizzate da un’estetica teatrale e da un’attenzione alla narrazione. La sua tecnica, che combina fotografia e performance, le consente di creare immagini che sono allo stesso tempo personali e universali.

Dal punto di vista visivo, “Untitled Film Stills” è una serie di grande impatto emotivo. Le immagini, con la loro atmosfera cinematografica e i loro personaggi enigmatici, creano un’esperienza visiva coinvolgente e stimolante. Sherman ci invita a interrogare le nostre certezze e a mettere in discussione le narrazioni dominanti.

Biografia di Cindy Sherman:

Cindy Sherman, nata nel 1954 a Glen Ridge, è un’artista americana nota per le sue fotografie concettuali. Dopo aver studiato arte al Buffalo State College, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica teatrale e da un’attenzione alla narrazione. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandola come una delle artiste più influenti della nostra epoca.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Storia di una fotografia – Taryn Simon “A Living Man Declared Dead and Other Chapters I-XVIII”

Buongiorno, cosa ne dite di questo autore? Ciao Sara

FOTOGRAFIA di Taryn Simon “A Living Man Declared Dead and Other Chapters I-XVIII”, 2011 – Anni 2010

“A Living Man Declared Dead and Other Chapters I-XVIII”, realizzato nel 2011 da Taryn Simon, è un progetto fotografico monumentale che esplora la complessità dei sistemi di classificazione e di controllo. In questa serie, Simon documenta le genealogie di individui e oggetti, rivelando le strutture nascoste che governano il nostro mondo. Le sue immagini, spesso accompagnate da testi dettagliati, creano un archivio visivo che sfida le nostre nozioni di identità e di verità.

Il tema centrale di “A Living Man Declared Dead and Other Chapters I-XVIII” è l’esplorazione del potere delle istituzioni e delle convenzioni sociali. Simon utilizza la fotografia per svelare le contraddizioni e le ambiguità che si celano dietro le facciate della normalità. Le sue immagini, con la loro precisione e la loro oggettività, ci invitano a riflettere sulla natura della conoscenza e sulla nostra capacità di comprendere il mondo che ci circonda.

L’approccio di Simon si distingue per la sua ricerca meticolosa e la sua attenzione ai dettagli. Le sue opere, che richiedono anni di indagine e di documentazione, sono realizzate con l’ausilio di archivi, di esperti e di collaboratori in tutto il mondo. La sua tecnica, che combina fotografia documentaria e concettuale, le consente di creare immagini che sono allo stesso tempo informative e evocative.

Dal punto di vista visivo, “A Living Man Declared Dead and Other Chapters I-XVIII” è una serie di grande rigore formale. Le immagini, con la loro composizione precisa e la loro illuminazione neutra, creano un’esperienza visiva che è al tempo stesso analitica ed emotiva. Simon ci invita a interrogare le nostre certezze e a mettere in discussione le narrazioni dominanti.

Biografia di Taryn Simon:

Taryn Simon, nata nel 1975 a New York, è un’artista americana nota per i suoi progetti fotografici concettuali. Dopo aver studiato arte alla Brown University, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica rigorosa e da un’attenzione alla ricerca. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandola come una delle artiste più influenti della nostra epoca.

chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

I giovani fotografi e il museo: un’ascesa troppo rapida e un’eclissi annunciata?

Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari
Un'immagine di un'opera d'arte che rappresenta una montagna bianca in un paesaggio con una grande luna sullo sfondo, circondata da un'atmosfera dai toni caldi e neutri.
Da Lapilli – Sara Munari – Strombolicchio (in Sicilian, Struognulicchiu, ‘little Stromboli’) is a small volcanic island in the Aeolian Islands

Il mondo dell’arte e della fotografia è in continua evoluzione, ma negli ultimi anni stiamo assistendo a un fenomeno che merita una riflessione approfondita: la rapidissima ascesa dei giovani fotografi, che passano dal desktop alla parete di un museo senza una vera e propria stratificazione che da lo scorrere del tempo, in termini di pensiero e produzione.

Se fino a qualche decennio fa l’ingresso in un museo rappresentava l’apice di una carriera, un riconoscimento che arrivava dopo anni di ricerca, sperimentazione e, soprattutto, vita vissuta, oggi sembra essersi innescata una “caccia al nuovo”. Il mercato, i media e le stesse istituzioni sono alla costante ricerca di talenti emergenti, quasi a voler bruciare le tappe e saltare il processo di maturazione che è fondamentale per qualsiasi forma d’arte.

Questa accelerazione ha un costo: la perdita della storia e del contesto. L’opera fotografica, invece di nascere da un lungo processo di vita nella società e di interazione con il mondo, spesso viene creata e consumata principalmente online. I social network e le piattaforme digitali diventano l’unico banco di prova, il luogo in cui l’immagine viene validata e “certificata” attraverso like e condivisioni. L’opera non respira, non si confronta con il mondo reale, ma rimane confinata in un ambiente virtuale che, per sua natura, è effimero.

Ma il problema non riguarda solo i fotografi, ma anche il ruolo degli “specialisti”. Critici, galleristi, curatori e musei hanno sempre avuto il compito di analizzare, contestualizzare e valorizzare il lavoro degli artisti. Hanno costruito la storia dell’arte, identificando i movimenti, le poetiche e le innovazioni. Oggi, in un’epoca in cui questo processo è spesso bypassato, il loro ruolo sembra essersi indebolito. Come si può certificare una storia che non esiste ancora? Come si può contestualizzare un lavoro che non ha avuto il tempo di sedimentare nel contesto e nella società che lo fruisce? Spesso si finisce per avallare tendenze effimere, senza la possibilità di fare una vera e propria analisi critica.

E la conseguenza più amara di questa corsa all’ultimo grido è il fenomeno dei “bruciati”. Giovani talenti, spesso poco più che ventenni, vengono idolatrati, spinti sui palcoscenici più prestigiosi, esposti in musei e gallerie di fama internazionale. Vengono celebrati come le nuove stelle nascenti, figure destinate a rivoluzionare il linguaggio. Ma questa ascesa vertiginosa è spesso seguita da un’altrettanto rapida eclissi. Non avendo avuto il tempo di costruire una base solida, di sviluppare una poetica profonda e di maturare una visione autentica, molti di questi fotografi si ritrovano presto dimenticati, superati dalla prossima “scoperta”. Il meccanismo della “caccia al nuovo” li eleva per un istante, per poi abbandonarli non appena l’attenzione si sposta altrove, lasciandoli senza gli strumenti per sostenere una carriera a lungo termine.

È un paradosso: la fotografia sembra vivere una stagione di grande vitalità, con una visibilità senza precedenti. Ma questa visibilità rischia di essere un’illusione. La vera sfida, per i giovani fotografi e per l’intero sistema dell’arte, è recuperare il valore del tempo. Il tempo per sbagliare, per crescere, per confrontarsi, per stratificare. Il tempo per la vita artistica, che per esperienza personale, vale la pena di essere vissuta.

Ciao

Sara Munari