Mostre di fotografia consigliate per maggio

Nuove fantastiche mostre ci aspettano a maggio. Date un’occhiata qua sotto!

Anna

FOTOGRAFIA EUROPEA 2026. XXI EDIZIONE – FANTASMI DEL QUOTIDIANO

Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital Collections
Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital CollectionsMan Ray: M for Dictionary

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.

“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.

I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.

LE MOSTRE

Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano.
Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero BeltránBravo, vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE. supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera.
Mohamed Hassan, con il suo progetto Our Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici.
In Automated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione.
La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare.
Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà.
In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva.
Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, espone Vestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini.
L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burninga cura di Francesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.

Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro.
I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.

Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.

A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa,  Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male. 

Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titolo Ghostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.

Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.

Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

Dal 30 aprile 2026 al 14 giugno 2026 – Reggio Emilia – sedi varie

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Lee Miller

Lee Miller, <em>Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England</em>, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk
Lee Miller, Modella con lampadina, Vogue Studio, London, England, Circa 1943 | © Lee Miller Archives, England 2024 / All rights reserved / leemiller.co.uk

Avviata dalla Tate Britain in collaborazione con l’Art Institute of Chicago, la mostra riunisce circa 250 stampe d’epoca e moderne, alcune delle quali mai esposte prima, offrendo una nuova prospettiva sulla sua opera.

Figura centrale dell’avanguardia internazionale, Lee Miller (1907, Poughkeepsie, Stati Uniti – 1977, Chiddingly, Regno Unito) fu di volta in volta modella di moda, artista surrealista, ritrattista, fotografa di moda e corrispondente di guerra accreditata presso l’esercito degli Stati Uniti. A lungo relegata al ruolo di musa, oggi è riconosciuta come una delle grandi fotografe del XX secolo.

La mostra ripercorre l’intera carriera dell’artista, dagli inizi a New York agli anni della guerra in Europa, includendo il periodo trascorso in Egitto e la sua vita a Londra. Il percorso mette in luce l’ampiezza di una produzione in cui sperimentazione formale, audacia visiva e impegno politico convivono.

Diciotto anni dopo l’ultima retrospettiva francese al Jeu de Paume, il Musée d’Art Moderne de Paris propone una mostra articolata in sei sezioni che combinano un approccio cronologico e tematico.

La mostra

Il percorso si apre con un gruppo di ritratti di Lee Miller realizzati da alcuni dei più importanti fotografi e registi degli anni Venti e Trenta. Lee Miller emerge nella New York della fine degli anni Venti come figura di primo piano, inizialmente grazie alla sua attività di modella. Diventa una delle modelle più richieste dalle riviste, incarnando l’archetipo della donna moderna, emancipata e attiva. Durante il soggiorno a Parigi, i suoi rapporti con i surrealisti la portano a interpretare uno dei ruoli principali nel primo film di Jean Cocteau, “Il sangue di un poeta” (1930 – 1932).

La mostra prosegue analizzando l’importanza del suo soggiorno parigino tra il 1929 e il 1932. Questo periodo è segnato dall’incontro con Man Ray, di cui diventa allieva e compagna. La loro intensa collaborazione esplora il potere erotico del mezzo fotografico e conduce alla scoperta condivisa della solarizzazione. Ciò che Lee Miller definiva “solarizzazione”, noto anche come effetto Sabatier, è una tecnica in cui una stampa o un negativo vengono brevemente riesposti alla luce durante lo sviluppo. Il risultato è un’inversione parziale dei toni dell’immagine che produce un alone dall’effetto quasi onirico. Sebbene il fenomeno fosse stato osservato già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Man Ray e Lee Miller sono spesso considerati i primi artisti ad averne fatto un uso creativo.

Lee Miller apre un proprio studio e lavora come fotografa per Vogue, affermando così la propria indipendenza artistica. Le sue fotografie, riconoscibili per l’uso di angolazioni oblique e accostamenti inattesi, vengono esposte nelle gallerie parigine accanto ai maggiori fotografi dell’epoca, tra cui Germaine Krull e Brassaï.

Questo periodo intenso si conclude nel 1932 con il suo ritorno a New York, dove apre un nuovo studio. La sua prima mostra personale è organizzata dalla Julien Levy Gallery. Non ce ne saranno altre durante la sua vita. La sua attività di ritrattista, al centro di una delle sezioni della mostra, prospera e prosegue per tutta la sua lunga esistenza, riflettendo i numerosi legami con gli ambienti artistici e letterari.

Nel 1934 Lee Miller sposa l’imprenditore egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Le fotografie di questo periodo colpiscono per la forza dei motivi, delle texture e delle inquadrature che strutturano le immagini. Lontana da ogni esotismo, Miller si concentra piuttosto sui contrasti tra materiali e forme e sugli spostamenti percettivi generati da angolazioni insolite.

Nel 1937 l’incontro con il pittore e poeta surrealista Roland Penrose la allontana progressivamente dall’Egitto. Inizia a trascorrere sempre più tempo in Europa insieme ai suoi amici surrealisti. Nel 1939, allo scoppio della guerra, decide di restare a Londra e si impegna sempre di più nell’edizione britannica di Vogue come fotografa di moda. Questa sezione mostra come abbia integrato nelle sue immagini le rovine e i bombardamenti di Londra. Contribuisce inoltre alla pubblicazione “Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire” nel maggio 1941, che documenta la vita quotidiana durante il Blitz, mescolando celebrazione patriottica e umorismo nero.

Nell’inverno del 1942 Miller diventa una delle poche fotografe a ottenere l’accreditamento come corrispondente di guerra per gli Stati Uniti. Da quel momento segue direttamente il conflitto e realizza numerosi servizi dedicati alle donne impegnate nello sforzo bellico – infermiere, membri della difesa antiaerea, aviatrici – pubblicati nelle edizioni britannica e americana di Vogue.

Poche settimane dopo lo sbarco in Normandia nel giugno 1944 attraversa la Manica per seguire l’avanzata delle truppe alleate e si ritrova in prima linea, in particolare durante la liberazione di Saint-Malo. Le sue fotografie e i suoi articoli mostrano con forza la violenza della guerra. La mostra mette in evidenza il modo in cui si distingue dal reportage bellico tradizionale grazie al tono adottato e al suo coinvolgimento profondamente personale. Il suo sguardo si concentra più sui dettagli significativi che sul vasto teatro delle operazioni militari.

Nell’aprile del 1945, insieme al fotografo di Life David E. Scherman, Lee Miller si reca a Dachau e Buchenwald subito dopo la liberazione dei campi. Accompagnate da un articolo intitolato “Credeteci – giugno 1945”, alcune delle immagini pubblicate su Vogue esprimono tutta la sua indignazione. Le fotografie di Lee Miller furono tra le prime a rivelare al grande pubblico il programma nazista di sterminio di massa.

Il 30 aprile 1945, dopo aver fotografato il campo di Dachau, Lee Miller si dirige a Monaco ed entra nell’appartamento di Adolf Hitler. In una fotografia costruita con cura e carica di simbolismo posa nella vasca da bagno del dittatore. All’epoca poco diffusa, l’immagine è oggi considerata una delle fotografie più iconiche della fine della guerra. Lee Miller continua a fotografare l’Europa e la Liberazione fino al gennaio 1946. Queste immagini raccontano il dolore e la privazione ma anche le persone rimaste indietro, come donne e bambini, nei giorni della Liberazione. Miller confida al suo editore: “Preferisco descrivere la devastazione delle città distrutte e delle persone ferite piuttosto che affrontare il morale spezzato e la fede infranta di chi pensava che le cose sarebbero tornate come prima”.

Negli anni successivi Miller fatica a superare l’esperienza della guerra. L’ultima sezione della mostra si concentra sulla sua vita a Farley Farm House, nel Sussex, dove si stabilisce con Roland Penrose e il loro figlio Antony. In un primo momento continua a realizzare reportage e fotografie di moda per Vogue, ma progressivamente abbandona il lavoro commerciale. In un contesto più intimo continua a fotografare la famiglia e gli amici, immagini che testimoniano il suo costante legame con l’avanguardia internazionale. Farley Farm House, specchio della coppia Miller-Penrose, diventa un importante luogo di incontro e scambio artistico, dove Lee Miller si dedica anche a sperimentazioni culinarie che rendono omaggio alla creatività dei suoi amici.

Dal 10 Aprile 2026 al 2 Agosto 2026 – MAM – Musée d’Art moderne de Paris

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Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

L’esposizione WERNER BISCHOF. Point of view, realizzata in collaborazione con Magnum Photos, propone, a 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero, una selezione di fotografie vintage che approfondiscono la vita e il lavoro dell’autore.

La mostra è divisa in quattro sezioni, ognuna dedicata a un periodo fondamentale dell’attività di Bischof: dagli esordi in Svizzera agli scatti realizzati durante e al termine della Seconda Guerra Mondiale, dai resoconti in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina fino ai viaggi in Nord e Sud America degli anni Cinquanta, dove morì tragicamente in un incidente d’auto.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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Sarah Moon. Orizzonte. Un giardino a Venezia

Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026
Sarah Moon, Un jardin à Venise, 2025-2026

Il prossimo 5 maggio a Venezia, presso lOrto Giardino del Redentore alla Giudecca, Venice Gardens Foundation inaugura Orizzonte. Un giardino a Venezia, mostra di Sarah Moon, dalle ore 9.30 alle ore 15.00. L’esposizione, realizzata dalla Fondazione, resterà aperta al pubblico fino al 6 ottobre 2026.

Nel corso del 2025 Venice Gardens Foundation ha invitato Sarah Moon all’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore, recentemente restaurato dalla Fondazione. Dall’incontro nasce Un giardino a Venezia, film di quattro minuti in intima risonanza con l’essenza del giardino annesso alla Basilica del Palladio, eretta a simbolo di rinascita dopo la peste del 1575. Eredità spirituale e botanica al tempo stesso, eremo di meditazione ed armonia dove il silenzio non è mera assenza di rumore, ma soffio delicato d’una pace profonda che la musica di Arvo Pärt, accompagnando le immagini, rende palpabile.
Note e miraggi si fondono con le fotografie di natura realizzate dall’artista nel corso della sua prestigiosa carriera, culminando nella mostra Orizzonte. Moon suggerisce, evoca, cattura le ombre, gli interstizi e i silenzi sospesi, echi della memoria. Nel corso del viaggio i confini vacillano, disorientano lo sguardo dischiudendo oniriche narrazioni, riflessi della complessa dialettica tra visibile ed invisibile.
L’opera di Sarah Moon s’intreccia qui con la missione di Venice Gardens Foundation, che cura e custodisce i giardini affidatile vegliando sull’eterna loro metamorfosi, inducendo l’anima irrequieta ad indugiare nel mistero.

In occasione della mostra è stato pubblicato il libro Orizzonte. Un giardino a Venezia, stampato in edizione limitata in 500 copie numerate da 1 a 500.
La mostra è stata realizzata da Venice Gardens Foundation, con il sostegno di Van Cleef & Arpels.

“La mia gratitudine ad Adele Re Rebaudengo e a Venice Gardens Foundation per avermi concesso di trascorrere alcuni giorni in solitudine nell’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore e aver reso possibile la nascita della mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia. Entrare in questo luogo, pazientemente restaurato, significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima, interrotto solamente dal rintocco delle campane che ricorda la presenza dei frati.
Vorrei ringraziare Arvo Pärt, la cui musica perpetua il mistero del tempo.Ringrazio inoltre tutti coloro che hanno concorso alla realizzazione del progetto”.
Sarah Moon

“Siamo felici e onorati di aver accolto Sarah Moon all’Orto Giardino del Redentore; la sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di “sentire” la natura, concorrendo alla sua preservazione: l’una attraverso la maestria dello scatto fotografico e le immagini in movimento, l’altro grazie al restauro, alla cura e custodia costanti.
L’intreccio tra la selezione di fotografie “Orizzonte”, il film “Un giardino a Venezia”  entrambi realizzati da Moon – e le musiche di Arvo Pärt “Fratres” – interpretata dai dodici Violoncellisti della Berlin Philharmonic Orchestra –e “Miserere” – interpretata da The Hilliard Ensemble, Paul Hillier – costituisce la trama di quest’evento che, oltre ad uno sguardo contemplativo sull’Orto, su Venezia, sulla Natura, restituisce quello del Giardino, della Città, della Natura stessi”.
Adele Re Rebaudengo, Presidente di Venice Gardens Foundation.

Dal 5 Maggio 2026 al 6 Ottobre 2026 – Orto Giardino del Redentore – Venezia

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Man Ray: M for Dictionary

Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 | Man Ray, Main Ray, 1935-1971. Bronzo dipinto e palla da biliardo in avorio su una base di plexiglass, 23.5 x 14.6 x 14.6 cm. Edition of 10. Galleria Schwarz, Milan 1971

Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi.
La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.
 
Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.
 
All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.
 
Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.
 
Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delightdevise o do, e ‘R’ per real o regret. Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. «Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio», scriveva, e «la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino».

M for Dictionary
 è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’. Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.

Dal 10 aprile 2026 al 24 luglio 2026 – GióMARCONI – Milano

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Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori. Oltre quei monti il mare – Iosonouncane

Luigi Ghirri, Modena, 1979
© Eredi Luigi Ghirri | Luigi Ghirri, Modena, 1979

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027, Palazzo dei Musei di Reggio Emilia presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. La mostra, che si apre nell’ambito della XXI edizione del festival Fotografia Europea, comprende anche un nucleo intitolato Oltre quei monti il mare, concepito grazie alla partecipazione del musicista Iosonouncane, e un focus allestito presso il Teatro Valli, visitabile fino al 14 giugno.

Nel 2021, nell’ambito del riallestimento curato da Italo Rota, nel secondo piano di Palazzo dei Musei è stata inaugurata una nuova sezione fotografica concepita come uno spazio dinamico di ricerca, pensiero e valorizzazione delle immagini. La sezione dedica uno spazio permanente all’opera di Luigi Ghirri, figura centrale per la storia della fotografia e per l’identità culturale della città. Il progetto – promosso dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici e Fototeca della Biblioteca Panizzi) in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri – vede ogni anno una nuova esposizione che racconta la complessità della produzione del grande fotografo attraverso prospettive critiche inedite e il coinvolgimento di artisti contemporanei.

Il progetto espositivo per l’anno 2026-2027, esplora quella che Luigi Ghirri definisce la “strana e misteriosa parentela tra suono e immagine” che, da sempre, lo affascina. Grande appassionato di musica, Ghirri le attribuisce un ruolo centrale: lo dimostrano la passione per l’opera di Bob Dylan, la profonda amicizia con Lucio Dalla e l’importante collezione di dischi. Ma lo rivelano anche i suoi scritti, attraversati da continui rimandi all’influenza che la musica ha avuto sul suo modo di guardare e di costruire immagini. Al pari della pittura, della filosofia, della letteratura, della fotografia e del cinema, la musica concorre infatti alla formazione di quell’“immagine dell’esterno” su cui Ghirri si interrogava costantemente, riconoscendole – come alla fotografia – una capacità narrativa in grado di attivare veri e propri “squarci visionari”

Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori intende affrontare questi diversi livelli di contatto tra fotografia e musica, articolandoli in un percorso in tre parti. Il corridoio centrale raccoglie fotografie dedicate ai luoghi della musica: disegni parietali di trombe e percussioni, interni di teatri, chiese con organi come fossero piccoli monumenti, juke-box e pianoforti, che insieme compongono un ritratto stratificato che intreccia cultura alta e popolare, mostrando la musica come presenza storica o apparizione fugace. Un secondo nucleo della mostra presenta numerosi materiali, anche inediti, che raccontano la relazione di Ghirri con i musicisti fra cui Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, i CCCP e molti altri. Questa restituzione è anche l’occasione per valorizzare il contributo ­­– ancora poco raccontato – di Paola Borgonzoni, designer e figura decisiva accanto a Ghirri (compagna di vita e di lavoro) sia nei progetti editoriali sia nell’ideazione delle copertine dei dischi. 

Il terzo nucleo intitolato Oltre quei monti il mare è concepito come uno spazio di sperimentazione e ricerca sul soundscape e sulla relazione tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro, grazie all’intervento artistico, realizzato appositamente per la mostra, del cantautore, produttore discografico e compositore Iosonouncane. L’intervento intende mettere in relazione l’ecologia dello sguardo di Ghirri e l’ecologia acustica del compositore, scrittore e ambientalista Raymond Murray Schafer, evidenziando come, negli stessi anni ma in ambiti diversi, entrambi abbiano riflettuto su una crescente difficoltà nel vedere e nel sentire, causata dalla saturazione dell’ambiente esterno. Paesaggio visivo e paesaggio sonoro emergono così come due modalità di orientamento e di relazione con l’ambiente e la natura.

Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, in occasione di Fotografia Europea, un ulteriore focus dedicato alle immagini per le copertine di musica classica della storica etichetta discografica RCA, è allestito nella sala ottagonale del Teatro Valli. La scelta richiama un luogo centrale nell’esperienza di Luigi Ghirri, che con I Teatri di Reggio Emilia ha collaborato a lungo, fotografando spettacoli e ambienti. Accanto alle copertine, sono esposte anche immagini preziose custodite nell’Archivio storico del Teatro Municipale: fotografie degli spettacoli realizzati negli anni, che restituiscono lo sguardo di Ghirri sulla scena e sul tempo teatrale. La presenza di queste opere sottolinea il valore dell’archivio come luogo vivo di conservazione e di cura, capace di custodire la memoria e la bellezza nel tempo e di renderle nuovamente accessibili e condivise. 

La mostra è accompagnata da una serie di contenuti testuali e audio originali a cura di Giulia Cavaliere: approfondimenti, dialoghi e interviste che si intrecciano al percorso e invitano a una fruizione “in ascolto”. Le voci di artisti e musicisti – alcuni dei quali hanno collaborato con Ghirri o ne hanno condiviso un tratto di strada – restituiscono, in forma diretta, il dialogo tra suono e immagine che attraversa l’intero progetto.

Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027 – Palazzo dei Musei

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Francesca Woodman. Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid

Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome
Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976 | Courtesy © Woodman Family Foundation/SIAE | Gagosian, Rome

Gagosian è lieta di annunciare Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, una mostra di fotografie di Francesca Woodman (1958–1981). Incentrata sulle sue affinità con il Surrealismo, la mostra apre il 29 aprile e propone circa cinquanta fotografie realizzate da Woodman nel corso della sua vita, molte delle quali mai esposte prima.

Raffigurando il proprio corpo e quello di altre modelle in ambienti naturali ed interni trasandati, Woodman utilizza la composizione e la mise-en-scène per trasmettere un senso di mistero e di teatralità. Destrutturando il confine tra il corpo, oggetti e ambienti, le sue fotografie mettono in scena sia l’affermazione del sé che temi di dissociazione. Nelle sue fotografie appaiono figure nude, vestite o velate; esposte o parzialmente nascoste; accompagnate da oggetti di uso quotidiano – uova, guanti, maschere, conchiglie, tazze da tè, frutta e pesce – che suggeriscono significati simbolici. Queste opere rivelano un’artista creativamente sicura di sé, giocosamente esplorativa e affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria, del linguaggio e degli oggetti comuni per esprimere il meraviglioso ed il misterioso.

Woodman ha studiato il Dadaismo e il Surrealismo alla Rhode Island School of Design (RISD) e i suoi taccuini contengono molti riferimenti alle teorie di questi movimenti. Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante nella sua formazione avendo trascorso molte estati della sua infanzia in Toscana con i genitori, entrambi artisti americani. Fluente in italiano e conoscitrice dell’arte e della cultura italiana, ha vissuto a Roma nel 1977 e nel 1978 mentre era ancora iscritta alla RISD. In città frequentava la Libreria Maldoror, una libreria e galleria specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista che ha ospitato la prima mostra personale dell’artista in Europa.

Nel 1979 scrisse all’editore italiano Alberto Piovani, citando come influenze “[Josef] Koudelka, Brassaï, [Jean-Auguste-Dominique] Ingres e Balthus” e osservando: “Vorrei che le parole fossero per le mie fotografie ciò che le fotografie sono per il testo in ‘Nadja’ di André Breton. Egli individua tutte le allusioni e i dettagli enigmatici di alcune istantanee piuttosto ordinarie e prive di mistero e li elabora in una storia. Vorrei che le mie fotografie sintetizzassero l’esperienza”.

Il titolo della mostra fa riferimento alla fotografia di Woodman dallo stesso titolo, 1975–77 circa, in cui le mani reggono un frammento di specchio al di sotto di una natura morta su un tavolo, e ha lo stesso impatto associativo delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel. In una nota scritta nel 1976, Woodman collegò l’opera ad un corso sulle fiabe che frequentò durante il suo primo anno alla RISD associando quel titolo alla favola della “Regina delle nevi”, che immagina simbolici frammenti di specchio che distorcono la percezione della bellezza e della bruttezza. Altre opere in mostra incorporano specchi, lastre di vetro e immagini fotografate, dipinte e stampate, che stravolgono le aspettative di una visione omogenea attraverso la moltiplicazione e la sostituzione.

Secondo la storica dell’arte Alyce Mahon, nel suo nuovo articolo per il Gagosian Quarterly, “Gli oggetti non sono personali ma sono plasmabili nell’opera di Woodman, servendo a portare il surreale nello spazio vissuto, che sia lo studio, una casa abbandonata o la natura. In questo modo la loro utilità assume un nuovo significato: si trasformano in veicoli per nuovi incontri tra estranei o cose strane”.

Altre fotografie ritraggono la figura femminile elaborata in modi insoliti, con anguille e lucci drappeggiati sul suo corpo nudo, la carne pizzicata con mollette da bucato, le gambe avvolte con del nastro adesivo. Questi ritratti si ricollegano all’interesse del Surrealismo per le immagini oniriche e la feticizzazione, suggerendo al contempo una parodia dei tratti distintivi dello stesso. Operando da entrambi i lati della macchina fotografica per dar vita al suo lavoro, il suo dialogo con il Surrealismo è da vedere nel contesto della fotografia contemporanea, dell’arte concettuale, del femminismo e di altri temi su cui si è imbattuta alla RISD e a Roma.

Dal 29 Aprile 2026 al 31 Maggio 2026 – Gagosian Roma

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Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello

The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026
© Bruce Gilden/Magnum Photos | The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026

La Fondazione Brescia Musei, nell’ambito delle proprie attività di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale della città, ha elaborato un progetto che ne interpreta e racconta la ricchezza artistica attraverso la fotografia.
 
Il concept si è tradotto nella installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, che sarà esposta dal 27 marzo al 12 luglio 2026 alla Pinacoteca Tosio Martinengo a Brescia. Si tratta di un dittico fotografico, commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese Bruce Gilden, in occasione della mostra – A closer look – in programma dal 27 marzo al 23 agosto al Museo di Santa Giulia, e arricchirà la collezione permanente dei Musei Civici di Brescia.

Il progetto del dittico di Bruce Gilden nasce e prende forma proprio dall’occasione della richiesta di prestito dei due capolavori di Raffaello Sanzio custoditi in Pinacoteca: l’Angelo e il Cristo Redentore benedicente. Le due tavole sono infatti protagoniste della prestigiosa mostra Raphael: Sublime Poetry presso il Metropolitan Museum of Art di New York (dal 29 marzo al 28 giugno 2026). Partendo da questa contingenza logistica, la Fondazione ha scelto di dare vita a un’operazione di committenza contemporanea che rilegge l’eredità raffaellesca, proseguendo il fortunato modello sperimentato nel 2023 con David LaChapelle (ispirato a Giacomo Ceruti), confermando una strategia precisa: utilizzare il momento del prestito internazionale — segno della reputazione globale dei musei bresciani — come volano per la produzione di nuove opere d’arte.

Nella collezione del fondatore Paolo Tosio (1775-1842), Raffaello occupava il ruolo di principe delle arti, di massimo rappresentante dell’antico, di traduttore degli ideali di armonia, grazia ed equilibrio. Principi che trovano una loro manifestazione nei corpi ideali, pacati e celesti dell’Angelo e del Cristo Redentore. Al fotografo statunitense è stata posta una sfida complessa e allo stesso tempo piena di fascinazione: compiere un salto nella storia, una sorta di ellissi, ma con nuove referenze visive.
La sfida di Bruce Gilden si è configurata come un’operazione di “messa a fuoco” contemporanea che supera la citazione iconografica per trasformare il sacro in pura presenza umana. Abbandonando gli stilemi della street photography per una costruzione dell’immagine più meditata e frontale — che riecheggia la luce zenitale di Raffaello — il fotografo spoglia le figure divine dal dogma religioso per restituire loro corporeità e coscienza. Attraverso questo “sguardo ravvicinato” (closer look), Gilden accorcia le distanze temporali e metafisiche, invitando lo spettatore a un atto di fede laico in cui la fotografia non si limita a documentare il reale, ma diventa strumento di rivelazione delle aspirazioni più profonde dell’uomo, celebrando una “grazia” che risiede nella nuda e irriducibile purezza del presente.

Il progetto Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 27 March 2026 al 12 July 2026 – Pinacoteca Tosio Martinengo – Brescia

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100 Fotografie per ereditare il Mondo

Aleksandr Rodčenko, <em>Ragazza pioniera</em>, 1930 | courtesy Paolo Clerici<br />
Aleksandr Rodčenko, Ragazza pioniera, 1930 | courtesy Paolo Clerici

La fotografia è un linguaggio che custodisce il mondo: conserva la memoria, rivela le trasformazioni, restituisce ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità. È con questa consapevolezza che nasce la mostra fotografica 100 fotografie per ereditare il Mondo, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, in programma dal 7 marzo al 28 giugno, a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti. Una mostra prodotta da 24 ORE Cultura, sostenuta da Zurich come Main Sponsor e supportata da Turisanda1924, esclusivo brand di viaggi di Alpitour World, che intreccia la grande storia della fotografia con le tensioni, le domande e le ossessioni del presente, offrendo un viaggio per immagini lungo due secoli.

L’idea di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo scelto per questa mostra, si traduce in una riflessione sul nostro tempo: un mondo complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti ibridi, multiculturalità crescente e un’eccessiva saturazione visiva. In questo scenario, la fotografia diventa un modo per orientarsi, per costruire coscienza, per trovare un posto nella memoria collettiva. È proprio da questa esigenza di leggere il presente che prende forma lo sguardo storico della mostra. Siamo entrati a pieno titolo ormai nel secondo venticinquennio degli anni Duemila, eppure il nostro modo di osservare il mondo resta ancorato al Novecento. Da qui nasce la necessità di avviare una riflessione sulla storicizzazione del presente, senza perdere di vista il passato. I criteri di selezione non rispondono a gerarchie tra valori storici, estetici, politici o culturali: tutto è parte di un unico patrimonio collettivo. La scelta delle 100 fotografie, necessaria per circoscrivere un territorio visivo immenso, riflette dunque una visione curatoriale che definisce e sostiene questo viaggio nella storia dell’uomo.

La mostra si apre con una sezione introduttiva, “Società senza immagini – società con le immagini“, che attraverso silhouette, dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi e carte de visite restituisce il passaggio epocale da un mondo in cui l’immagine era rara, preziosa e unica a un mondo in cui diventa strumento sociale, familiare e identitario. È il momento in cui il ritratto entra nella vita quotidiana e la fotografia inizia a costruire una memoria condivisa. A partire da questa soglia storica, la mostra ripercorre l’intera e globale storia della fotografia, avviando il percorso con la prima sezione, “Nascita della fotografia“, dedicata alle prime sperimentazioni visive. Qui trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti poetici e visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855. In questa sezione è presente anche Femme à la balle (1887) di Eadweard Muybridge, realizzata in Inghilterra, che introduce la fotografia come strumento di analisi del movimento e anticipa una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine.

Alla prima sezione si affianca la seconda sezione, “Fotografia: tra realtà e finzione“, che segna il passaggio decisivo verso la modernità. Qui la fotografia, ormai tecnicamente matura, comincia a esplorare nuove possibilità linguistiche: abbandona l’idea di essere soltanto uno strumento di registrazione e si apre alla sperimentazione, alla costruzione dell’immagine, alla ricerca formale. In questo panorama si inseriscono le sperimentazioni surrealiste di Man Ray, le audaci inquadrature avanguardistiche di Aleksandr Rodčenko, e l’ironia coreografata di André Kertész con la celebre Satiric dancer (1926). Accanto a loro, opere come Behind the Gare Saint-Lazare (1932) di Henri Cartier-Bresson introducono una concezione nuova di fotografia, in cui l’immagine restituisce un senso di imprevedibilità solo in apparenza spontanea, frutto invece di uno sguardo attentissimo alla composizione, mentre Dali Atomicus (1948) di Philippe Halsman sovverte ogni regola della fisica trasformando il gesto fotografico in performance. Le composizioni visionarie di Mario Giacomelli e le invenzioni concettuali di Joan Fontcuberta completano una sezione che mostra come, già nel Novecento, la fotografia avesse saputo reinventarsi, oscillando tra documento e finzione e aprendo la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.

A seguire, si aprono quattro sezioni tematiche che interpretano la fotografia come documento, diario, evocazione e, più in generale, come uno degli strumenti attraverso cui l’immagine partecipa al racconto dell’esistenza umana. Seguendo la distinzione formulata da John Szarkowski al MoMA negli anni Sessanta, la mostra entra nella sua terza sezione, “Fotografia come documento”, dedicata alla fotografia Window: quella che osserva il mondo e registra gli eventi reali. In questo capitolo trovano spazio le immagini che hanno raccontato le guerre del Novecento, lo sbarco dell’uomo sulla Luna e, più in generale, quei momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea.

Dalla Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), icona assoluta della Grande Depressione e simbolo universale della fragilità e della resilienza umana, allo storico sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), simbolo assoluto della conquista scientifica e del potere delle immagini come prova dell’impossibile. Si prosegue con la forza drammatica della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy, che documenta la gioia e la fragilità di un momento di svolta epocale, fino alle ferite dell’11 settembre, catturate da Joel Meyerowitz a Ground Zero nel 2001, unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo l’impatto emotivo e materiale dell’attacco. Sono immagini che hanno scosso coscienze e contribuito a costruire la nostra memoria collettiva: nel Novecento il fotografo era davvero l'”occhio del mondo”. La sezione accoglie anche alcune fotografie di Martín Chambi provenienti dall’archivio del MUDEC, conservato nelle collezioni del Museo. Queste immagini rappresentano una testimonianza preziosa del suo straordinario lavoro di documentazione delle comunità andine tra il 1927 e il 1944: attraverso uno sguardo rigoroso e poetico, Chambi ha saputo restituire con rara intensità la dignità, la forza culturale e l’identità dei popoli del Perù, offrendo un contributo fondamentale alla storia della fotografia documentaria latino-americana.

A questa prospettiva si affianca la quarta sezione, “Fotografia come diario”, dedicata alla fotografia Mirror, che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e quella dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile. La mostra riunisce alcuni autori che hanno saputo usare la messa in scena, il corpo e l’autorappresentazione come strumenti di indagine identitaria. Tra questi emerge Claude Cahun, che già nel 1927 mette in discussione i codici di genere attraverso autoritratti costruiti come veri e propri dispositivi psicologici; Pierre Molinier, che negli anni Sessanta esplora il desiderio e la metamorfosi del corpo in immagini volutamente trasgressive e teatrali; e Robert Mapplethorpe, la cui ricerca, esemplificata in mostra dalla fotografia Bob Love (1979), esprime una potenza formale e simbolica capace di trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Questi due emisferi, un tempo distanti, nell’ultimo quarto di secolo convergono verso un linguaggio ibrido, in cui documentazione e introspezione non sono più opposti ma coesistono in una tensione continua. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da un’iperproduzione di immagini: nel tempo necessario per pronunciare una frase si scattano più fotografie che in tutto il XIX secolo. Questo ridisegna il nostro modo di vedere e di stare nel mondo. La fotografia diventa parte costante e pervasiva delle nostre vite, influenzando la percezione, il ricordo, il modo stesso in cui interpretiamo la realtà. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, cresciute nel post-digitale, vivono un’eredità del Novecento che non è più trauma, ma sottofondo: una memoria che continua a vibrare mentre il futuro impone nuove priorità e nuovi immaginari. Molti autori contemporanei non cercano più l’evento da registrare, ma la sua risonanza emotiva: ciò che resta, ciò che si sedimenta, ciò che cambia prospettiva. La quinta sezione, “Fotografia come evocazione”, è dedicata all’ambiguità del linguaggio fotografico: un territorio in cui la fotografia diventa evocazione, metafora e costruzione simbolica. Qui le immagini reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva. Tra gli autori presenti figurano Newsha Tavakolian (Listen, 2010), Sandy Skoglund con il suo immaginario surreale, Nancy Burson e le sue sperimentazioni sull’identità (Androgyny, 1982), David LaChapelle con le sue scenografie visionarie, e Mat Collishaw, che con Last meal on death row (2012) unisce estetica, simbolismo e riflessione etica. Dalle ambiguità del linguaggio si approda alla sesta sezione, “Fotografia come bussola per il domani”, dedicata ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo, un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente. È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: la multiculturalità, le questioni di genere, le migrazioni, i conflitti civili, la crisi ambientale e i nuovi modelli di appartenenza. Tra gli autori presenti figurano Ebrahim Noroozi, che in Lake Undecided (2016) riflette sulla fragilità del rapporto tra essere umano e natura; Carlos Ayesta e Guillaume Bression, che nella serie Fukushima No-Go Zone (2011–2016) esplorano il vuoto e l’assurdità dei territori contaminati dopo il disastro nucleare; e Gohar Dashti, che in Home #8 (2017) mette in scena la casa come luogo di resistenza e memoria nelle aree colpite dalla guerra. Accanto a loro emerge il lavoro di Alba Zari, che con About the Y (2021) indaga l’identità attraverso un linguaggio visivo analitico e post-digitale, e quello di Carlos Idun-Tawiah, che con Hold Me Close (2024) restituisce con intensità il legame tra comunità, affetti e storia individuale. Insieme, queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In questo contesto, la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo. In questo intreccio di epoche, linguaggi e immaginari, “100 foto per ereditare il Mondo” ribadisce la vocazione del MUDEC come luogo dedicato alla comprensione delle culture attraverso l’immagine. Le fotografie selezionate non sono soltanto tasselli di un archivio visivo, ma frammenti di memoria che ci invitano a rallentare lo sguardo e a riconoscere, nella storia dell’immagine, una chiave per leggere più consapevolmente il nostro tempo. Attraversando la mostra, ogni visitatore è chiamato a raccogliere questa eredità: un patrimonio condiviso che non appartiene solo al passato, ma continua a trasformarsi nel presente e ad aprire nuove prospettive sul mondo che verrà.

Dal 7 marzo 2026 al 28 giugno 2026 – Mudec – Milano

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Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti

Guido Harari, David-Bowie, 1987
© Guido Harari | Guido Harari, David-Bowie, 1987

La fotografia di Guido Harari, se fosse musica, sarebbe jazz e rock insieme. Improvvisazione e struttura, libertà e rigore. Una ballata intensa che attraversa il rumore del mondo per andare dritta al cuore. Perché nei suoi ritratti – siano essi di Bob Dylan o di persone comuni – c’è un’attenzione che restituisce qualcosa di irriducibile: l’unicità di chi sta davanti all’obiettivo. In cinquant’anni di carriera Harari ha trasformato la fotografia in strumento di relazione prima ancora che di rappresentazione, costruendo un archivio di incontri che attraversa musica, cultura, scienza e umanità comune.

“Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti”, in programma alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 27 marzo al 26 luglio, non è una semplice retrospettiva. È un manifesto su cosa significa fotografare l’altro: non catturarlo, ma incontrarlo.  Presentata oggi alla Basilica Palladiana, la mostra è promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin, il fotografo Guido Harari e Shel Shapiro (musicista, produttore discografico e attore).

«Questa è una Basilica Palladiana come non l’abbiamo mai vista, grazie a un allestimento davvero pazzesco – ha detto il sindaco Giacomo Possamai -. Un percorso visivo ed emozionale che attraverso i decenni della seconda metà del Novecento arriva fino ai nostri giorni. In questo viaggio ci accompagnano le foto di tutti i più grandi musicisti contemporanei e di tanti artisti e personaggi di fama mondiale. Sono immagini che in ciascuno di noi accendono ricordi ed emozioni. Una proposta che consente tanti piani di lettura differenti, totalmente nuova e affascinante per i vicentini e per tutti coloro che verranno a Vicenza per visitare questa mostra. Ringrazio l’assessore alla cultura Ilaria Fantin e il suo staff per una scelta che conferma il nostro obiettivo di mandato di rendere la Basilica Palladiana un luogo vivo, capace di trasformarsi per accogliere proposte culturali sempre diverse. Un processo che stiamo applicando a tutto l’ecosistema dei nostri spazi espositivi, da quelli tradizionali ai più innovativi».

«Dopo moltissimi anni, la Basilica Palladiana torna ad accogliere una grande esposizione fotografica. E lo fa offrendo un allestimento che si inserisce con un approccio curato, in pieno dialogo e rispetto del monumento – spiega l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin –. Trecento fotografie capaci di attivare ricordi, suggestioni e connessioni personali. Il percorso si sviluppa attraverso i volti di artisti provenienti da mondi diversi, nei quali ciascuno può riconoscere riferimenti culturali e tracce della propria esperienza. Nelle fotografie di Guido Harari, il ritratto supera la dimensione documentaria della celebrità per assumere un valore più profondo: le immagini restituiscono storie, emozioni e aspetti autentici dei soggetti. Aspetti che il fotografo sa cogliere grazie alla sua grande sensibilità, un onore e una grande opportunità poterlo ospitare nella nostra città».

La mostra riunisce oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia che documentano tutte le fasi di un percorso eclettico: dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale fino a un lavoro che ha attraversato editoria, pubblicità, moda, reportage e, soprattutto, il ritratto come luogo di prossimità e ascolto.

LA MUSICA COME GRAMMATICA DELLO SGUARDO
Per Harari la musica non è mai stata solo un soggetto. È una grammatica, un modo di organizzare lo sguardo. Ogni ritratto nasce come variazione, improvvisazione controllata, incontro che si gioca nel tempo breve e denso dello scatto. Anche quando il soggetto non è un musicista, l’approccio resta musicale: ascolto reciproco, assenza di gerarchie, relazione viva e fisica. Non esiste un genere preciso a cui ricondurre questa pratica. Tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione intensa. «Non c’è nessun genere – osserva Harari – ma sicuramente è una fotografia da guardare ad alto volume!»

Questo legame profondo con la musica entra in risonanza anche con Vicenza e il suo territorio attraverso le immagini dedicate al jazz – diverse delle quali mai esposte prima (Jaco Pastorius e George Benson, e ancora Keith Jarrett, Miles Davis, Art Ensemble of Chicago, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jimmy Scott, Marcus Miller, Pat Metheny, Jan Garbarek, Gil Evans, Hannibal Lokumbe)– e la collaborazione con la trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 15 al 25 maggio 2026.

IL GIOCO COME METODO
Ma come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari ha scelto il gioco. Non leggerezza superficiale, ma strategia precisa: creare le condizioni perché l’altro possa smettere di recitare se stesso.«L’idea era di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé» – spiega. C’è poi l’attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. «Ci sono fisionomie che rompono gli schemi -, osserva – e da sempre ne sono attratto».

I ritratti esposti alla Basilica Palladiana si dispiegano come un grande spartito visivo. Musicisti, artisti, intellettuali, scienziati, attivisti e persone comuni non sono mai ridotti a icone. Sono restituiti in immagini che risuonano di umanità, presenza, irripetibilità. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Vasco Rossi a David Bowie – protagonista dell’immagine di copertina della mostra – da Lou Reed a Kate Bush, da Paolo Conte a Ennio Morricone. Accanto a loro, cineasti, architetti, stilisti, sportivi, scienziati e pensatori: Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago, Jane Goodall.

L’ALLESTIMENTO: UN DIALOGO CON PALLADIO
Il percorso espositivo, progettato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, nasce da un dialogo consapevole con la monumentale spazialità del Salone dei Cinquecento della Basilica Palladiana. L’allestimento organizza le sezioni della mostra come ambienti distinti ma in relazione continua tra loro e con l’architettura rinascimentale, dando vita ad atmosfere, sequenze narrative, dispositivi di visione che permettono al visitatore di attraversare mezzo secolo di pratica fotografica come si attraversa una partitura.

IL PERCORSO: SETTE SEZIONI E UN PANTHEON SOSPESO
La mostra si articola in sette sezioni che seguono la cronologia della carriera di Harari senza ridursi a semplice successione temporale. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto. Si parte dalla stanza dell’adolescenza, ricostruita come luogo originario: poster alle pareti, riviste musicali, fotografie, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia. È qui che musica e immagini iniziano a intrecciarsi come strumenti di conoscenza del mondo. Non un archivio nostalgico, ma la mappa di una formazione dello sguardo. Gli anni Sessanta, il suono del rock come annuncio di un mondo nuovo. E poi i fotografi: Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Art Kane, Cesare Monti, Luca Greguoli.

Dal privato si passa al pubblico: il palco, il cuore pulsante della musica dal vivo. I concerti diventano rivelazioni visive: David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, Prince, Tina Turner emergono in immagini scattate a ridosso della scena, nel punto esatto in cui l’energia del suono si trasforma in presenza fotografabile. Poi lo sguardo arretra e scivola dietro le quinte. Nel backstage delle tournée, lontano dalla spettacolarità, Harari cerca un tempo diverso: più lento, più vicino, più vero. È qui che l’incontro diventa possibile.  Seguendo l’esempio di Annie Leibovitz, allestisce il suo piccolo studio portatile ovunque: negli alberghi come nei backstage dei palasport, persino in strada.

Molte fotografie sono improvvisate in pochi minuti nei frangenti più improbabili. Come ha scritto Laurie Anderson, è davvero un “kamikaze”, una cartina di tornasole che preferisce lasciare campo aperto all’immaginazione e all’imprevisto. Con Fabrizio De André, Paolo Conte, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Vasco Rossi: nonpiù l’artista sul palco, ma la persona nel momento in cui abbassa la guardia.

La sezione successiva segna un passaggio cruciale: il ritratto come risultato di frequentazioni, ritorni, relazioni costruite nel tempo. Si instaura quello che Harari chiama “il buon tempo” della fotografia: un livello di massima concentrazione, un silenzio gravido di intenzioni, carico di desiderio e curiosità. Una modalità di incontro non intellettuale, totalmente emozionale, assai vicina a una specie di innamoramento.

Progressivamente la musica cessa di essere l’unico orizzonte. La fotografia si apre ad altri mondi, altri linguaggi. Scrittori, cineasti, coreografi, pensatori, attivisti entrano nell’inquadratura non come personaggi ma come interlocutori.  Alle soglie del Duemila, sentendo l’urgenza di fotografare le eccellenze che avevano reso grande l’Italia nel mondo, Harari avvia il progetto “Italians”: un censimento che è anche scommessa sul futuro. Da Beppe Severgnini a Margherita Hack, da Ennio Morricone a Roberto Benigni, da Giorgio Armani a Rita Levi Montalcini, il progetto si rivela un work in progress inarrestabile che continua ad espandersi da trent’anni.

A completare il percorso, una sezione inedita rispetto agli allestimenti precedenti: una sorta di Pantheon personale composto da 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio. Sono i ritratti del cuore, i volti che hanno accompagnato l’intera carriera di Harari e che oggi dialogano tra loro in una costellazione sospesa: George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Bebe Vio, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago.

La visita può essere fruita anche attraverso un’audioguida con la voce narrante dello stesso fotografo, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.

Il percorso è accompagnato da filmati d’epoca, videointerviste e dal documentario di Sky Arte dedicato a Harari –  “Guido Harari. Sguardi randagi”, diretto da Daniele Cini e prodotto da Tekla Films per RaiDoc – che verrà proiettato questa sera alle ore 20.30 al cinema Odeon, presentato da Guido Harari (biglietti: https://odeonvicenza.18tickets.it/film/74543)

LA CAVERNA MAGICA: TORNARE UMANI
Èil cuore esperienziale della mostra:  in un ambiente separato, appositamente allestito, prende forma la Caverna Magica. Un dispositivo relazionale pensato per sospendere il rumore del mondo e riattivare un rapporto diretto, reale, con l’altro. In giornate dedicate, su prenotazione, chiunque può farsi ritrarre da Harari. Le persone entrano senza copione da rispettare, senza immagine da difendere. «Le persone si liberano di tutte le sovrastrutture e giocano con la propria immagine: correggono, inventano, sabotano la percezione che hanno di sé, quella che offrono a sé stessi e agli altri» –  racconta Harari. Il gioco, ancora una volta, non è evasione: è condizione di libertà. Ciò che accade nella Caverna non è la produzione di un’immagine standardizzata, ma la costruzione di una relazione. Uno sguardo che accoglie senza invadere. Un’attenzione autentica che cambia radicalmente il senso del fotografare. «Ho creato l’ambiente ideale perché si rimanga umani», dice Harari.

Chi lo desidera riceve una stampa Fine Art firmata dall’autore nel formato 30×42 cm. Ma c’è di più: i ritratti realizzati vengono esposti in tempo reale lungo il perimetro esterno delle pareti dell’esposizione, dando vita a una mostra nella mostra intitolata “Occhi di Vicenza”. Il pubblico non è più solo spettatore: diventa parte dell’opera.

“Guido Harari. Incontri” arriva alla Basilica Palladiana non come celebrazione di una carriera conclusa, ma come riaffermazione di un principio: fotografare è incontrare. In un’epoca in cui l’immagine è diventata merce di scambio e performance, Harari rivendica il valore del tempo, della relazione, dell’ascolto. Una fotografia che, come Harari ha letto su una parete della camera oscura di Mario Giacomelli, non nasce per dare risposte, ma per sollevare nuove domande. Continuare a guardare, a incontrare, a interrogarsi. A fotografare.

La mostra è organizzata da Comune di Vicenza, Musei civici di Vicenza, Basilica Palladiana di Vicenza, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of Sound Gallery.

Dal 27 marzo 2026 al 26 luglio 2026 – Basilica Palladiana – Vicenza

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MONICA BIANCARDI – Il capitale che cresce

Due donne in abiti tradizionali con velo, in piedi su un terreno roccioso con un paesaggio desertico sullo sfondo.
Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2023

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026, il MAN ospita la mostra Il capitale che cresce di Monica Biancardi, progetto vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

La mostra, a cura di Chiara Gatti, nasce dall’acquisizione di undici fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle gemelle beduine Sara e Sarah, incontrate dall’artista durante uno dei suoi numerosi viaggi in Palestina. Nel corso di diciassette anni, Biancardi ha seguito con costanza, rispetto e straordinaria sensibilità le giovani protagoniste, costruendo con loro un rapporto di fiducia silenziosa e presenza discreta. Realizzate con macchine analogiche di medio formato, le fotografie restituiscono con forza poetica e rigore documentario non solo la trasformazione fisica delle due gemelle, ma anche le metamorfosi più profonde legate all’identità, ai ruoli sociali e alla progressiva riduzione di libertà e prospettive. Ogni ritratto racchiude la tensione tra permanenza e cambiamento, restituendo la resilienza silenziosa delle due giovani donne.

Il percorso espositivo si amplia con una serie di opere a corredo che ne amplificano la portata: sette mappe incise su plexiglas raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 — Palestina storica — a oggi; un video di viaggio ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen; una selezione di disegni, realizzati dai bambini della comunità, esplora il tema del mare, luogo vicino ma inaccessibile, e quindi immaginato.

La mostra è accompagnata dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma giovedì 23 aprile. L’incontro vedrà la Direttrice Chiara Gatti in dialogo con Monica Biancardi e approfondirà la genesi del progetto e i suoi temi principali — il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà — offrendo al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo e umano che lo ha reso possibile.

Il capitale che cresce si inserisce nella mission del MAN di promuovere l’arte contemporanea come strumento di testimonianza e consapevolezza, contribuendo a una lettura critica delle trasformazioni in atto nelle geografie umane e culturali.

Il progetto è sostenuto dal PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 24 aprile al 14 giugno 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

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The Wild Horses of Sable Island

Due cavalli che si avvicinano, con criniere mossi dal vento, in un'atmosfera calda e nostalgica.
© Roberto Dutesco | Roberto Dutesco, Love

La mostra 30 years. The Wild Horses of Sable Island scopre la sopravvivenza e fragilità in un mondo che cambia. A Venezia presenta 36 fotografie di grande formato, tra bianco e nero e colore, dedicate ai cavalli selvaggi di Sable Island, un lembo di terra remoto nell’Atlantico del Nord. In dialogo ideale con la fragilità della Laguna, le immagini di Roberto Dutesco raccontano un ecosistema in bilico, dove la bellezza nasce dalla resistenza e dalla capacità di adattamento.

Allestita presso Le Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio Maggiore, la mostra si inserisce nel contesto simbolico della Biennale di Venezia 2026, proponendo un racconto immersivo in tre atti che accompagna il visitatore tra origine, adattamento e futuro. I cavalli, ritratti senza intervento umano, diventano metafora di una dignità silenziosa e di un equilibrio fragile, minacciato dai cambiamenti climatici e dall’erosione degli habitat naturali.

Le immagini e i filmati invitano a uno sguardo lento e partecipe: non semplice documentazione naturalistica, ma un’esperienza emotiva che mette in relazione la vulnerabilità dell’isola con quella di Venezia stessa, città sospesa tra acqua, memoria e resistenza.

La fotografia di Roberto Dutesco nasce da un rapporto diretto e prolungato con Sable Island, costruito in oltre trent’anni di ritorni, attese e ascolto del paesaggio. Il suo sguardo non cerca l’eccezionale, ma la presenza: corpi che resistono al vento, alla sabbia mobile, alle maree, restituendo un’idea di bellezza che coincide con la sopravvivenza.

Attraverso un linguaggio visivo essenziale e cinematografico, Dutesco costruisce immagini in cui il tempo sembra rallentare. Il movimento dei cavalli, la vastità dell’orizzonte e la precarietà dell’ambiente diventano elementi di una narrazione visiva che unisce intimità e vastità, fragilità e forza.

Il percorso espositivo, articolato in tre ambienti immersivi, evita la didascalia per privilegiare l’esperienza emotiva: un invito a sentire, prima ancora che a comprendere, il legame profondo tra esseri viventi e territorio.

Artista e filmmaker attivo a livello internazionale, Roberto Dutesco ha dedicato oltre tre decenni alla documentazione dei cavalli selvaggi di Sable Island, realizzando il più ampio corpus visivo mai prodotto su questa popolazione equina. Il suo lavoro ha contribuito in modo determinante alla tutela dell’isola, sensibilizzando l’opinione pubblica fino al riconoscimento dell’area come parco naturale.

Per Dutesco, l’arte è uno strumento di responsabilità: un mezzo per generare consapevolezza, cura e senso di appartenenza verso gli ecosistemi più vulnerabili. Le sue immagini non si limitano a mostrare un luogo remoto, ma attivano una riflessione più ampia sul nostro rapporto con la natura e sul futuro della convivenza tra uomo e ambiente.

Presentata da IAMWILD Foundation e curata da Denis Curti, la mostra propone l’arte come gesto di custodia: un invito a riconoscere nella fragilità una forma di forza e nella resilienza un possibile orizzonte comune.

Dal 15 Aprile 2026 al 5 Luglio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia

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À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen

Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap
Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap

Nel 1974, Hervé Gloaguen, membro della prestigiosa agenzia fotografica Viva, è uno dei rari fotografi francesi a esprimersi a colori, mentre la maggior parte dei suoi colleghi utilizza il bianco e nero nella tradizione degli umanisti, cioè i fotografi che pongono al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nei suoi vari contesti sociali.

Durante un viaggio in Italia, che percorre da nord a sud con sua moglie e la loro bambina di pochi mesi, fa tappa a Roma e parcheggia il suo pulmino Volkswagen nel camping a Monte Antenne, da dove domina la città. Cercando di essere sempre il più vicino possibile al suo soggetto, cattura le immagini dei giovani intorno alle fontane, nelle terrazze dei caffè e nei ristoranti, mostrando angoli esclusivi della città eterna. Immediatamente ha l’intuizione di dover cogliere i misteri della vita notturna e delle sue luci.

Su un nucleo di 68 fotografie a colori, scattate in diversi viaggi tra il 1975 e il 1995, si fonda À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen, l’esposizione ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 25 marzo al 6 settembre 2026.
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è organizzata dalla Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) del Ministère de la Culture francese e curata da Hervé Gloaguen ed Emmanuel Marguet, con la cura tecnica di Giulia Frache. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

L’esposizione è parte di un articolato programma culturale che dal 29 gennaio al 31 dicembre 2026 celebra il 70° Anniversario del gemellaggio Roma – Parigi, valorizzando il patrimonio artistico, storico e creativo delle due Capitali.

“In occasione di un breve soggiorno – racconta Hervé Gloaguen – ero stato colpito dalla febbre e dalla bellezza delle serate a Roma, d’estate. Dal tramonto in poi, i romani si recano in massa verso le piazze che picchettano il cuore della città. Dopo le giornate torride, vengono a cercare il fresco nei pressi delle fontane monumentali che si innalzano a Piazza di Spagna, Piazza del Popolo, Piazza Navona, o Piazza della Rotonda. Lì, sullo sfondo di chiese e palazzi oscurati dalla notte, i Romani recitano il “loro” teatro. Sono nello stesso tempo attori e spettatori dello spettacolo che la città offre a sé stessa.”

Per Gloaguen quell’incontro con la città è un colpo di fulmine. Fotografa Roma di notte a colori senza flash, attratto dal clamore di voci, dallo scorrere dell’acqua, dalle scenografie costruite su strati di secoli: il nero della notte come sipario, palazzi rinascimentali, chiese barocche e il popolo di Roma. Il suo obiettivo si concentra in particolare sui volti e i corpi che popolano la notte romana: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche e turisti. Gloaguen torna a Roma negli anni ’80, guidato dai consigli di colleghi giornalisti e dalle parole di Alberto Moravia, che lo indirizza verso il quartiere EUR, i suoi viali larghi e i colonnati bianchi che brillano al sole, per conoscere un’altra faccia della città. Negli ultimi viaggi a metà degli anni ’90, Gloaguen scopre Trastevere e la sua vitalità, e in una lettera al figlio Loïc racconta questa Roma rumorosa, golosa, agitata, concludendo: “Quello che vorrei fissare nelle mie fotografie è qualcosa di meraviglioso, qualcosa di eterno. Forse il meraviglioso è proprio questo: la vita vera.”

Dal 25 Marzo 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo di Roma in Trastevere

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Annabella Rossi. La poetica della realtà

Due giovani partecipano a una celebrazione, impugnando bastoni decorati con fiori e nastri, in un contesto urbano con muri di pietra.

Un racconto per immagini colte da una giovanissima Annabella Rossi che, appena venticinquenne, si misura con la Roma lontana dal centro storico

L’esposizione ripercorre l’attività di Annabella Rossi (1933-1984), figura centrale dell’etnografia e dell’antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d’indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi (ICPI-MuCIV).
Il percorso espositivo delinea un’indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosità popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l’imponente ricerca sul Carnevale. Quest’ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all’Università di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un’esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensità sulla Roma periferica della fine degli anni ‘50 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. 
Annabella Rossi ha così restituito dignità a un’umanità segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte.
Ad arricchire l’esperienza sensoriale, il percorso ospita il film fotoritmico “Serenata d’arte varia” di Francesco De Melis: una musicalizzazione per voce e pianoforte delle sequenze di strada della studiosa, che trasforma l’immagine statica in un flusso vitale, restituendo il ritmo di una “vita anteriore” fatta di artisti di strada e numeri d’arte varia.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi Francesco Quaranta dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civiltà (MuCIV). 

Dal 2 aprile al 31 maggio – Museo di Roma in Trastevere

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Toni Thorimbert. Donne in vista

Una donna muscolosa in costume da bagno, con occhiali da sole, posa sulla spiaggia con il mare sullo sfondo.
Toni Thorimbert © Toni Thorimbert Janice Ragain, Los Angeles, 1988

In occasione di EXPOSED Torino Photo Festival, dal 9 aprile al 2 giugno la Project Room ospita la mostra Toni Thorimbert. Donne in vista.

Il progetto, ideato da Luca Beatrice, nasce come omaggio di Toni Thorimbert e Walter Guadagnini all’amico e critico d’arte scomparso prematuramente lo scorso anno.

La mostra riunisce circa sessanta fotografie selezionate dall’archivio di Thorimbert, tutte dedicate alla figura femminile. Realizzati nell’arco di oltre trent’anni di attività, gli scatti ritraggono donne celebri e figure anonime, evidenziando la capacità del fotografo di muoversi tra registri diversi: dal ritratto ufficiale a quello più intimo, dall’estetica della fotografia di moda a immagini nate al di fuori di committenze.

Il percorso espositivo è un viaggio nella fotografia e nella rappresentazione della donna. Il titolo Donne in vista allude sia alla presenza di figure pubbliche – tra cui Victoria Abril, Francesca Neri, Natalia Ginzburg, Inge Feltrinelli, Ornella Vanoni, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli e Monica Bellucci – sia alla volontà del fotografo di mettere in primo piano volto e corpo femminile.

Al centro della mostra due immagini: i ritratti della madre e della figlia del fotografo. Due fotografie che condensano il senso del progetto e suggeriscono una riflessione sulla fotografia come spazio in cui esperienza personale e ricerca della bellezza si incontrano, indipendentemente dal contesto o dal soggetto ritratto.

La mostra continua con un suo spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina.

9 aprile – 2 giugno 2026 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Mostre fotografiche da non perdere in Aprile

Approfittiamo delle lunghe giornate di primavera per goderci qualche mostra di fotografia!

Anna

Bruce Gilden. A closer look

Bruce Gilden, <em>Amber</em>, Kensington, Philadelphia, Pennsylvania, USA, 2023. © Bruce Gilden/Magnum Photo
Bruce Gilden, Amber, Kensington, Philadelphia, Pennsylvania, USA, 2023. © Bruce Gilden/Magnum Photo

Un unico progetto, presentato per la prima volta in Italia a Brescia, composto da una mostra – A closer look, al Museo di Santa Giulia – e una installazione site specific – Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello alla Pinacoteca Tosio Martinengo – rende omaggio alla carriera di uno dei pionieri della Street Photography, attraverso un importante progetto espositivo concepito in stretto dialogo con l’artista stesso.

L’iniziativa espositiva è uno degli appuntamenti più attesi della IX edizione del Brescia Photo Festival.

A cura di Denis Curti

Dal 27 marzo al 23 agosto 2026, Brescia diventa la prima città italiana a ospitare un progetto espositivo dedicato a Bruce Gilden (New York, 1946), membro effettivo dell’agenzia Magnum Photos e conosciuto come uno dei pionieri della Street Photography, con un unico progetto composto da una mostra e da una installazione site specifc, allestite al Museo di Santa Giulia e alla Pinacoteca Tosio Martinengo, per la prima volta in Italia.

L’iniziativa, curata da Denis Curti sviluppata in collaborazione diretta con l’artista, organizzata dalla Fondazione Brescia Musei in collaborazione con Magnum Photos, rappresenta un progetto di respiro internazionale e uno degli appuntamenti più significativi della IX edizione del Brescia Photo Festival (dal 26 al 29 marzo 2026) promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza- centro della fotografia italiana, e prosegue il filone d’indagine sui fotografi contemporanei statunitensi, iniziato dall’Istituzione bresciana nel 2023 con David La Chapelle e proseguita lo scorso anno con Joel Meyerowitz.

L’esposizione, dal titolo A closer look, la prima grande monografica dedicata a Bruce Gilden e mai presentata in Italia, ospitata dal Museo di Santa Giulia, presenta un corpus di 80 fotografie; il percorso ruota attorno a Faces (2013-2024), ritratti di persone caratterizzati dall’accento dinamico, dalle particolari qualità grafiche e dal modo originale e diretto con il quale Gilden fotografa i volti con l’ausilio del flash; sono scatti realizzati come cronaca figurativa di città in giro per il mondo: dagli Stati Uniti all’Inghilterra, passando per il Messico, la Grecia e la Colombia; sono opere che nascono da una relazione e da un dialogo fortemente cercato con i soggetti, ma che non rinunciano a un approccio diretto e senza sconti, tipico della sua cifra espressiva.

Accanto ad esse, sarà presentata una serie di fotografie in bianco e nero degli esordi (1968), realizzate in Giappone con alcuni rappresentanti della Yakuza (1996-1999), ad Haiti (1985-1995), in Europa, tra Francia (1994-2015), Irlanda (1996-1997) e Inghilterra (2000-2012), ma soprattutto nella sua città natale: New York (1969-1995). Completano la rassegna due contributi audiovisivi: il primo è una intervista del fotografo e reporter britannico Martin Parr, nella quale Bruce Gilden racconterà le sue vicende biografiche e la sua carriera professionale; il secondo sarà un video realizzato dall’Agenzia Magnum Photos.

L’installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, realizzata appositamente per questa prima presentazione italiana, vede esposto il dittico fotografico commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese per arricchire la collezione dei Musei Civici di Brescia. L’opera reinterpreta il concetto di “grazia”, esemplificato dalle due opere di Raffaello in prestito alla mostra Raffaello: Sublime Poetry al Metropolitan Museum of Art di New York dal 29 marzo, ed è allestita dal 27 marzo al 12 luglio presso la Pinacoteca Tosio Martinengo.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’intento è stato quello di affermare la fotografia come principale mezzo artistico della contemporaneità, capace di confrontarsi con i grandi temi dell’arte del passato, attraverso il coinvolgimento diretto di uno dei suoi protagonisti più autorevoli.

Le due mostre saranno accompagnate da un catalogo unico, edito da Skira.

Dal 27 Marzo 2026 al 23 Agosto 2026

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Back to peace? La guerra vista dai grandi fotografi Magnum

David Seymour, Venice, Italy, 1950 courtesy © David Seymour/Magnum Photos
David Seymour, Venice, Italy, 1950 courtesy © David Seymour/Magnum Photos

Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia ospita una nuova e grande mostra del cartellone di eventi di GO! 2025, Nova Gorica – Gorizia Capitale europea della Cultura: Back to Peace? La guerra vista dai grandi fotografi Magnum, un progetto espositivo di eccezionale valore simbolico e storico. Una mostra-evento unica nel suo genere, in esclusiva per l’Italia, che racconta il secolo della guerra e della pace attraverso gli sguardi dei più grandi maestri della fotografia mondiale.

Organizzata da Erpac – Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, prodotta da Suazes in collaborazione con Magnum Photos, la mostra è curata da Andrea Holzherr e Marco Minuz. Per la prima volta viene presentata la più ampia raccolta di fotografie dei grandi autori della storica agenzia Magnum Photos dedicate ai reportage realizzati durante la Seconda guerra mondiale e nei primi anni del dopoguerra.

Oltre 200 fotografie, accompagnate da installazioni video e paesaggi sonori, conducono il visitatore in un percorso emozionante che attraversa i fronti, le città distrutte, i volti dei sopravvissuti e la difficile ricostruzione della pace. Un itinerario che acquista un significato ancora più profondo nella città di Gorizia, simbolo dei confini e delle ferite del Novecento, oggi cuore del progetto GO! 2025 Nova Gorica–Gorizia Capitale europea della Cultura.

Il percorso espositivo si apre con le celebri immagini di Robert Capa, tra cui le iconiche fotografie dello sbarco in Normandia (D-Day), e con gli scatti di George Rodger che documentano la liberazione dei campi di concentramento che verranno per l’occasione messi in dialogo con i celebri disegni di Zoran Music sui campi di concentramento di Dachau. Segue il toccante reportage di Wayne Miller sugli effetti delle bombe atomiche in Giappone, accanto al film Le Retour di Henri Cartier-Bresson, che racconta il ritorno dei prigionieri di guerra in Francia.

La mostra prosegue con le fotografie di Werner Bischof, testimone della devastazione in Europa tra Olanda, Italia, Romania, Grecia, Francia, Germania, Slovacchia, Polonia e Finlandia; e con gli scatti di David Seymour (Chim) dedicati ai bambini vittime della guerra, in un progetto realizzato con il sostegno dell’UNICEF. Tra le sezioni più suggestive, le immagini di Herbert List sulle macerie del dopoguerra, e il progetto Generazione X, Lavoro commissionato da una rivista tedesca per raccontare le speranze e la ricostruzione della gioventù europea. Il percorso si conclude con le fotografie dedicate alla costruzione del Muro di Berlino, simbolo delle nuove divisioni che ancora segnavano l’Europa – un tema che trova in Gorizia un’eco potente e attuale.

Back to Peace? non è solo una mostra fotografica: è una riflessione collettiva sulla memoria, sulla fragilità dell’uomo e sulla ricerca della pace. Realizzarla a Gorizia, città che ha vissuto in prima persona le lacerazioni del Novecento, significa restituire voce e immagine a un passato che ancora ci interroga, e al tempo stesso lanciare un messaggio di speranza per il futuro.

La mostra sarà accompagnata da installazioni multimediali che permetteranno al visitatore di entrare emotivamente nella storia di questi reportage. Nell’occasione sono state commissionate anche due colonne sonore a due importanti compositori italiani.

Il percorso sarà arricchito anche dall’esposizione di pezzi storici militari collegati alle fotografie che verranno esibite.

Il progetto è realizzato con Magnum Photos Parigi, ICP International Center of Photography New York, Fondazione Henri Cartier-Bresson Parigi, Estate Werner Bischof Zurigo, Musée de La Libération Parigi.

Dal 20 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Palazzo Attems Petzenstein – Gorizia

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EYES ON THE STREET – AA VV

Due uomini in abiti formali camminano per strada, uno con una sigaretta in bocca e l'altro indossa una cravatta colorata. Una scimmia è seduta sulla spalla di uno di loro.

Leica Camera Italia inaugura la sua nuova casa nel cuore di Milano, in piazza Duomo: un punto di riferimento, aperto a tutti e dedicato alla promozione della cultura fotografica, tra tradizione e innovazione con uno sguardo sempre rivolto al futuroUno spazio completamente ripensato, ampliato su due livelli, concepito come un luogo di incontro, conoscenza e condivisione. Un vero hub dedicato all’immagine, capace di accogliere appassionati, professionisti, collezionisti e curiosi in un ambiente accessibile e sempre animato anche grazie a mostre, presentazioni editoriali, talk e attività formative.

Per celebrare il nuovo spazio Leica Camera Italia presenta Eyes on the street. The eyes that meet, in the magic of the street, una mostra collettiva con oltre 40 opere di 26 fotografi, a cura di Giada Triolafino al 9 maggio 2026. Diverse generazioni e diversi mondi: dagli scatti degli anni ’60 di William KleinThomas Hoepker e Joel Meyerowitz, alla New York degli anni ’90 di Jeff Mermelstein, la Bosnia di Edward Serotta, l’India di Alex Webb e l’Islanda di Ragnar Axelsson. Con loro Stefano Guindani,  l’intensità di Paolo Pellegrin nel documentare lo sguardo che attraversa il dolore, l’ironia e la poetica delle scene urbane di Stefano Mirabella, la verità di Andrea Boccalini, il surrealismo di Robbie McIntosh fino all’empatia di Gianni Berengo Gardin.

Curiosità, attesa, sfida, allegria, dolore negli occhi di chi guarda: immagini iconiche dell’Archivio Leica di Wetzlar e opere di 9 fotografi italiani contemporanei scrivono un racconto visivo composito, tra colore e bianco e nero. 

dal 5 marzo 2026 al 9 maggio 2026 – Leica Store & Galerie – Milano

Exposed Photo Festival

Manifesto del Torino Photo Festival intitolato 'Mettersi a nudo' con data dal 09.04 al 02.06.2026 e immagine di un uomo in posa.

Dal 9 aprile al 2 giugno vi attende un grande viaggio intorno alla fotografia, dall’Ottocento a oggi, con protagonisti artisti e istituzioni nazionali e internazionali: 18 mostre, incontri, eventi speciali e iniziative in tutta la città –  visitabili gratuitamente o a prezzo ridotto con il PASS EXPOSED – che animeranno musei, sedi culturali, gallerie, strade, portici, cancellate e persino un parcheggio, dando vita a una costellazione di sguardi e prospettive in dialogo fra loro

Tanti spazi e tante visioni, intrecciate dal tema Mettersi a nudo: un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, a interrogare la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile. 

E a guidarvi sarà il “miglio della fotografia”, un percorso diffuso tra i luoghi espositivi del Festival che metterà in relazione autrici e autori celebri e sconosciuti, giovani emergenti e maestri del passato. Un itinerario da attraversare a piedi, in bicicletta o come preferite, lasciandovi sorprendere, tappa dopo tappa, dalle molte forme della fotografia.

Dal 9 aprile al 2 giugno – Torino – sedi varie

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Sono le braci di un’unica stella. Fotografie di Lisetta Carmi e Jacopo Benassi

Manifesto dell'esposizione di Lisetta Carmi con titoli e nomi dei curatori.

A oltre cinquant’anni dalla pubblicazione de I Travestiti (1972), lavoro fondamentale di Lisetta Carmi, il Museo ne riattualizza la forza poetica e civile attraverso un percorso che intreccia opere storiche e nuove acquisizioni. In mostra sedici opere dell’autrice — vintage in bianco e nero (1965–1972), già presenti in collezione, e stampe a colori acquisite recentemente — che restituiscono uno sguardo partecipe sui temi dell’identità, della marginalità e del diritto all’esistenza. In dialogo con esse, otto opere in bianco e nero che Jacopo Benassi ha realizzato nel 2015 come omaggio diretto, personale e contemporaneo, al lavoro di Carmi.

Il percorso costruisce un confronto interno all’opera di Carmi — tra vintage e nuove acquisizioni — e un dialogo esplicito tra due autori profondamente differenti come estetica ma accomunati dalla stessa sincerità e da una sintonia con le fragilità dell’altro che prende forma attraverso l’immagine.

Si ringraziano le gallerie Martini&Ronchetti, Genova Francesca Minini, MilanoLe acquisizioni sono state rese possibili grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nell’ambito dell’avviso pubblico Strategia Fotografia 2022.

22.03.2026 > 07.06.2026 – MUSEO NAZIONALE DI FOTOGRAFIA – Cinisello Balsamo (MI)

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Dayanita Singh. Archivio

Dayanita Singh, Mahmoodabad, 2025
© Dayanita Singh/Archivio | Dayanita Singh, Mahmoodabad, 2025

Per la prima volta nella sua storia, l’Archivio di Stato di Venezia aprirà al pubblico come sede espositiva, con ARCHIVIO di Dayanita Singh.
ARCHIVIO è il tributo di Singh sia agli archivi italiani che ha fotografato negli ultimi 10 anni, che al proprio archivio di immagini realizzate in Italia negli ultimi 25. La mostra inaugura il 16 aprile 2026 presso l’Archivio di Stato di Venezia e presenta l’intrecciarsi di due nuclei del lavoro dell’artista: il lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali e il suo dialogo visivo pluridecennale con l’architettura, gli spazi interni, le opere d’arte, gli amici, gli archivisti, i fiori e altro ancora.

La mostra è curata da Andrea Anastasio e, dopo l’Archivio di Stato di Venezia, si sposterà al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino e all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi.

In ARCHIVIOl’atto di fotografare diventa una forma di catalogazione, un tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Singh rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90, mettendole in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi realizzati in India e altrove. Attraverso questo incontro, l’esposizione mostra l’archivio non come un magazzino statico, ma come un organismo vivente, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista, le strutture espositive e la variazione di sequenza delle immagini.

Il curatore Andrea Anastasio colloca la pratica di Singh all’interno di una riflessione più ampia su come si costruisce la memoria culturale. L’allestimento riflette il suo interesse per la risonanza poetica e filosofica del lavoro di archiviazione – ordinare, contenere, proteggere –, e al contempo consente alle fotografie di Singh di rimanere aperte e porose, mutevoli in ogni nuovo contesto.

ARCHIVIO prosegue l’esplorazione intrapresa da Singh sul tema del museo come libro e del libro come museo: architetture portatili e ricomponibili per la conoscenza. La mostra evidenzia la convinzione dell’artista che l’archivio non sia soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio generativo capace di plasmare le storie che raccontiamo, e quelle che restano ancora da scoprire.

La mostra, che sarà aperta durante la 19^ edizione di Incroci di civiltà, sarà accompagnata da un Public Program di incontri, conferenze e presentazioni di libri, ideato dall’artista e da Chiara Spangaro, in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia – Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Iuav di Venezia, e altre istituzioni, che si svolgeranno dal 18 aprile al termine della mostra.
Inoltre, l’artista sarà impegnata in un programma di mentoring per studentesse e studenti universitari, ideato e diretto con la collaborazione di Università Iuav di Venezia in occasione del centenario dell’istituzione, e con i dipartimenti di Filosofia e Beni Culturali e di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia.

La tappa veneziana dell’esposizione ARCHIVIO ha il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, India, e dall’Archivio di Stato di Venezia. La mostra è realizzata anche con la collaborazione di Università Iuav di Venezia e Università Ca’ Foscari Venezia.

Si ringrazia lo Studio Sonnoli per il progetto grafico dell’identità della mostra, a cura di Irene Bacchi e Leonardo Sonnoli.

Dal 17 Aprile 2026 al 31 Luglio 2026 – Venezia – Archivio di Stato

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Nick Brandt. The Day May Break

Una donna seduta a un tavolo sott'acqua, con due sedie vuote intorno.

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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AGNÈS VARDA. QUI E LÀ TRA PARIGI E ROMA

Agnès Varda, Autoritratto davanti a un dipinto di Gentile Bellini, Venezia, 1959
© Succession Agnès Varda – Fonds Agnès Varda déposé à l’Institut pour la photographie | Agnès Varda, Autoritratto davanti a un dipinto di Gentile Bellini, Venezia, 1959

Dal 25 febbraio al 25 maggio 2026, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici rende omaggio all’opera fotografica dell’artista e regista Agnès Varda (1928-2019) attraverso la prima grande retrospettiva a lei dedicata in Italia, e in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra invita a un’immersione nella Parigi del dopoguerra e, in particolare, nel cortile-atelier di rue Daguerre, luogo di vita, creazione e sperimentazione di Agnès Varda per quasi sette decenni, inscindibile dalla sua opera. Agli anni parigini fanno eco le fotografie realizzate dall’artista durante i suoi viaggi in Italia, da Venezia a Roma, nelle ville e nei giardini rinascimentali o sui set cinematografici. Attraverso i luoghi e le figure che l’hanno ispirata, la mostra traccia il percorso di un’artista prolifica e singolare. Il suo lavoro sarà inoltre protagonista di Viva Varda (6 marzo 2026 – 7 febbraio 2027), un’esposizione alla Galleria Modernissimo della Cineteca di Bologna realizzata in collaborazione con la Cinémathèque française. La mostra ripercorrerà l’intera opera della prima cineasta ad aver ricevuto l’Oscar onorario per l’intero arco della sua carriera.

La Parigi di Agnès Varda
La mostra a Villa Medici mette in dialogo l’opera della fotografa con quella della cineasta attraverso un insieme di 130 stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti, manifesti, fotografie di scena e oggetti appartenuti all’artista. Ideata dal musée Carnavalet – Histoire de Paris e a cura di Anne de Mondenard e di Paris Musées, è stata presentata a Parigi dal 9 aprile al 24 agosto 2025. L’esposizione è il frutto di un lavoro di ricerca durato oltre due anni e si basa sul fondo fotografico di Agnès Varda, nonché sugli archivi di Ciné-Tamaris, la società di produzione da lei fondata, oggi diretta dai figli Rosalie Varda e Mathieu Demy.

Il percorso traccia gli esordi di Agnès Varda come fotografa e il suo insediamento all’inizio degli anni cinquanta nel cortile-atelier di rue Daguerre, trasformato in studio di posa, laboratorio fotografico e sede della sua prima mostra nel 1954. Quel cortile, condiviso più tardi con il suo compagno, il regista Jacques Demy, diventa il cuore pulsante del suo universo. Fotografie ed estratti di film mettono in risalto lo sguardo anticonvenzionale, venato di umorismo e di singolarità, che l’artista rivolge alle strade della capitale e ai suoi abitanti. Attraverso opere come Cléo de 5 à 7 (1962) o Daguerréotypes (1975), la mostra evidenzia in particolare la sua attenzione costante per le donne e per le vite marginali.

La mostra riunisce le opere di diversi artisti presentate in dialogo con le fotografie e i film di Agnès Varda: Giancarlo Botti, Michaële Buisson, Alexander Calder, Martine Franck, Dominique Genty, JR, Liliane de Kermadec, Michèle Laurent, Claude Nori, Laurent Sully-Jaulmes, Robert Picard, Valentine Schlegel, Collier Schorr.

L’Italia di Agnès Varda
In continuità con la mostra, L’Italia di Agnès Varda illumina i legami profondi che unirono l’artista all’Italia attraverso una selezione di fotografie inedite realizzate durante due soggiorni, nel 1959 e nel 1963. All’epoca Agnès Varda era conosciuta come fotografa teatrale e lavorava su numerose commissioni di reportage per la stampa in Francia e in Europa.

Nel 1959 esplora Venezia e la sua regione alla ricerca di luoghi di ripresa per La Mélangite (ou Les Amours de Valentin), un film che non vedrà mai la luce. Le sue fotografie testimoniano la scoperta dell’Italia e il suo gusto per il pittoresco. Le vedute di Venezia e dei suoi abitanti rispecchiano pienamente il suo spirito. Alla pratica spontanea della fotografia si affianca l’attrazione per scene grafiche che giocano con ombre e contrasti. Alla Villa della Torre, nei pressi di Verona, e nei Giardini di Bomarzo nel Latio, i materiali e la singolarità delle sculture la affascinano.
Nel maggio 1963, la rivista francese Réalités le commissiona un ritratto di Luchino Visconti, appena insignito della Palma d’oro per Il Gattopardo. Parte per Roma con tre macchine fotografiche. Provini a contatto e fotografie a colori documentano la sessione con quello che la stampa definiva il “principe taciturno del cinema italiano”. Nello stesso periodo Jean-Luc Godard gira Il disprezzo negli studi Titanus: Varda si reca sul set e fotografa il suo amico mentre dirige Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.

Una cinquantina di stampe originali della collezione di Rosalie Varda, nonché documenti provenienti dai suoi archivi e dal fondo depositato presso l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France raccontano per la prima volta il rapporto di Agnès Varda con l’Italia.

Agnès Varda in 9 capitoli
 
Prima di rue Daguerre
Giunta a Parigi nel 1943, Agnès Varda frequenta l’École du Louvre e sceglie di dedicarsi alla fotografia, una pratica che le consente di coniugare dimensione manuale e riflessione intellettuale. Durante gli anni di apprendistato condivide un appartamento nei pressi di Pigalle con tre altre giovani donne. Le coinquiline diventano i primi soggetti dei suoi ritratti, mentre le rive della Senna si impongono come i suoi primi paesaggi parigini. In questa fase iniziale si affermano già il suo stile — caratterizzato da una sottile qualità enigmatica di matrice surrealista — e la sua identità artistica.
 
Il cortile di rue Daguerre
Nel 1951 Agnès Varda si trasferisce al numero 86 di rue Daguerre, uno spazio dal carattere singolare. Riconverte due ex negozi, separati da una corte-vicolo, in atelier, studio e laboratorio. Questo luogo di lavoro e di creazione diventa anche uno spazio di vita condivisa con la scultrice Valentine Schlegel e con una famiglia di rifugiati spagnoli. Nella corte organizza la sua prima esposizione nel 1954 e vi realizza i suoi primi film.

Drôle de Paris
Negli anni cinquanta Agnès Varda ricopre il ruolo di fotografa ufficiale del Théâtre national populaire di Jean Vilar e del Festival di Avignone. Questa esperienza le apre le porte del mondo artistico parigino: realizza numerosi ritratti e servizi fotografici, immortalando figure quali Calder, Brassaï, Suzanne Flon, Giulietta Masina e Fellini. Unendo ironia e una sottile qualità enigmatica, fino a toccare talvolta una dimensione più cupa, si afferma progressivamente come una voce singolare della scena intellettuale del dopoguerra.

Foto-scrittura
Agnès Varda eccelle nel reportage, affermando al contempo, in alcuni soggetti, un’estetica e un metodo segnati dal linguaggio cinematografico. Come farebbe un regista, mette in scena le sue riprese e dirige i suoi modelli: una bambina travestita da angelo o giovani attori che mimano diversi comportamenti amorosi.

La città in eco
Nel 1961, con Cléo de 5 à 7, Agnès Varda firma insieme un ritratto femminile e un documentario su Parigi, in cui la città diventa specchio degli stati d’animo della protagonista, turbata dal timore del cancro. Nel 1967 torna a filmare Parigi in risonanza con le emozioni che attraversano una giovane madre, angosciata dalla guerra in Vietnam. Vicina ai cineasti della Nouvelle Vague, Agnès Varda inscrive il suo sguardo sulla città in un dialogo continuo tra sfera intima e dimensione politica.

Donne, persone
Nelle sue fotografie e, in seguito, nei suoi film, Agnès Varda interroga il modo in cui le donne vengono guardate e rappresentate, in particolare in L’une chante, l’autre pas, dove prende posizione a favore dei diritti femminili e della contraccezione. Il suo femminismo si inscrive in un’attenzione più ampia rivolta all’umano: già negli anni cinquanta porta alla luce la popolazione impoverita che anima il mercato di rue Mouffetard (L’Opéra-Mouffe, 1958). Più tardi, in Daguerréotypes (1975), si concentra sui commercianti di rue Daguerre, da lei definiti la “maggioranza silenziosa”. Ne registra gesti, volti e narrazioni della vita quotidiana con una poetica sincerità, in bilico tra documentario sociale e omaggio surrealista.

L’Italia
Focus speciale per Villa Medici
Nel 1959, durante una ricognizione a Venezia e nei dintorni, Agnès Varda coglie scene di vita quotidiana e motivi ricorrenti come il bucato alle finestre e i passaggi in ombra. In occasione di questo viaggio realizza uno dei suoi celebri autoritratti davanti a una tela di Gentile Bellini, giocando con umorismo sulla sua acconciatura ormai divenuta iconica. Inviata a Roma nel 1963 per fotografare Luchino Visconti, fa visita a Jean-Luc Godard sul set del Disprezzo e ritrae Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.

La corte-giardino
Fino alla metà degli anni Sessanta, Agnès Varda realizza nella sua corte ritratti di giovani attrici e attori, tra cui Delphine Seyrig e Gérard Depardieu. Dopo aver reso celebri i commercianti del vicinato in Daguerréotypes (1975), si identifica sempre più con la sua strada, al punto da definirsi “daguerréotipista”. Nel corso degli anni, la corte-atelier si trasforma in una corte-giardino, che talvolta si estende fino a rue Daguerre, come nell’“autodocumentario” Les Plages d’Agnès (2008). È anche il luogo in cui Agnès Varda si racconta, si mette in scena e dal quale la sua opera si diffonde e prende forma.
 
Viaggio in città
A Parigi, Agnès Varda non si lascia sedurre dagli aspetti più pittoreschi della capitale. Rivolge invece lo sguardo a ciò che passa inosservato e ai luoghi che le sono più familiari: il suo quartiere e le rive della Senna. Gli estratti presentati in mostra rivelano il modo in cui la sua macchina da presa attraversa lo spazio urbano. Essi attingono a tutti i generi — finzione, documentario, pubblicità — e a una pluralità di formati, dai lungometraggi ai cortometraggi, fino ai frammenti di prova.

Dal 25 Febbraio 2026 al 25 Maggio 2026 – Accademia di Francia a Roma – Villa Medici


Anne Geene e Arjan de Nooy: Bestiary

Foglie verdi disposte in modo artistico, alcune con lettere o numeri scritti sopra, su sfondo bianco.
l Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noiAlfabeto creato dai morsi degli insetti

I bestiari sono antichi manoscritti che intrecciano racconti di creature reali e immaginarie con storie di pietre e alberi. Non descrivono questi elementi in modo oggettivo: li usano invece per rappresentare il mondo come riflesso di una verità divina. Attraverso la natura e le vicende di esseri grandi e piccoli, i bestiari trasmettono insegnamenti morali; hanno tutti origine da un’opera greca nota come Physiologus. Scritta tra il II e il IV secolo d.C. da un autore sconosciuto, questa raccolta divenne uno dei libri più letti e amati del Medioevo.

In Bestiary, Anne Geene e Arjan de Nooy realizzano un bestiario fotografico contemporaneo ispirato a quella fonte antica. Prendendo spunto da citazioni tratte da una traduzione recente e mescolando immagini trovate con fotografie proprie, danno nuova vita a questo testo mistico. Pur non adottando un approccio né cristiano né didattico, i comportamenti messi in scena dalle creature di Bestiary continuano a suggerire narrazioni da cui possono affiorare, in modo indiretto, intuizioni morali.

Dal 18 marzo al 18 aprile – MICamera – Milano

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Non sono più lì – Cristian Iacono

Mostra vincitrice del concorso Idee Photo Contest con una fotografia che mostra mani che tengono un pezzo di vetro trasparente tra il verde dell'erba, sotto un cielo blu con nuvole bianche. Dettagli sulla mostra sono inclusi.

Università degli Studi di Milano ospita la mostra vincitrice di Idee Photo Contest: “Non sono più lì” con la serie fotografica omonima di Cristian Iacono (primo premio), l’esposizione è a cura di Anna Mola.

Idee Photo Contest è un concorso fotografico ideato dall’agenzia AM PhotoIdeas di Anna Mola. Giunto alla sua sesta edizione, ha visto l’iscrizione di centinaia di partecipanti.

Gli altri vincitori del concorso sono: Veronica Benedetti, vincitrice del premio speciale Unimi, con la serie “Ofelia”; Mara Scampoli con il progetto “Mixed”, vincitrice del premio speciale Il Fotografo. Sono state infine assegnate tre menzioni d’onore a Giulio Brega, Nicole Danelli e Carlos Fulgoso Sueiro.

“Le cose esistono e persistono soltanto perché perdono”

Tim Ingold

Il progetto di Cristian, che è anche il suo lavoro di tesi, è intriso di concetti filosofici, antropologici, letterari, sulla base di un linguaggio fotografico con una fortissima impronta personale.

Si potrebbe dire – già dal titolo – che il tema è la perdita ma questo comporterebbe una lettura unicamente negativa della serie mentre l’intenzione dell’autore è quella di offrire anche una lettura positiva di questa circostanza della vita, da cui possono derivare un senso di rinascita e di positività.

Il denominatore comune di questo progetto è la natura: uno sfondo su cui si stagliano e prendono vita i pensieri e le percezioni dell’autore. Vediamo quindi l’impressione luminescente di un albero, una candela bruciante in una grotta, mani che cercano di afferrare una distesa d’acqua.

Tutto quello che vediamo non deve essere “preso alla lettera” ma come un simbolo o un’interpretazione; prendiamo per esempio la foto delle braccia tese al di sopra di un campo erboso che distendono verso il sole un foglio di carta riflettente: non è solo un’immagine esteticamente elegante ma potrebbe anche essere un riferimento a quel “pensiero magico” definito da Joan Didion nel celebre libro scritto dopo la morte del marito. La scrittrice parla, per esempio, del suo voler trattenere le scarpe del defunto compagno perché – irrazionalmente – potrebbe averne bisogno al suo impossibile ritorno; allo stesso modo il gesto nella foto descritta è un tentativo di trattenere la luce per produrne qualcosa di alchemico, forse, di energico e potente.

Con questa chiave di lettura, invitiamo i visitatori a esplorare la mostra, condividendo i loro pensieri.


Testo critico di Anna Mola

Dal 15 aprile al 6 maggio – Università degli Studi di Milano – Atrio della Facoltà di beni culturali

61° Wildlife Photographer of the Year

© Bence Máté, Wildlife Photographer of the Year
© Bence Máté, Wildlife Photographer of the Year

La mostra Wildlife Photographer of the Year, giunta al suo sessantunesimo anno, promossa dal Museo di Storia Naturale di Londra, arriva al Forte di Bard dal 21 marzo al 12 luglio 2026, presentando alcune delle più eccezionali fotografie naturalistiche scattate oggi nel mondo. L’esposizione accende i riflettori su immagini potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali poco noti, specie spettacolari e contesti naturali molto diversi tra loro. Utilizzando l’esclusivo potere emotivo della fotografia, le immagini condividono storie e specie da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di difesa del pianeta. 
 
Il concorso di quest’anno ha registrato oltre 60.000 candidature da parte di fotografi di ogni età e livello di esperienza, provenienti da 113 Paesi. Le opere sono state giudicate in forma anonima per creatività, originalità ed eccellenza tecnica da una giuria internazionale di esperti del settore. L’inquietante scena di una iena bruna tra i resti scheletrici di una città mineraria di diamanti abbandonata da tempo a Kolmanskop, in Namibia, del fotografo sudafricano Wim van den Heever è l’immagine vincitrice del Wildlife Photographer of the Year 2025. Uno scatto davvero eccezionale: per realizzare Ghost Town Visitor (Visitatore della città fantasma), con la tecnologia delle foto-trappole, il fotografo naturalista sudafricano ha atteso un decennio dopo aver notato per la prima volta le tracce dell’animale. Il titolo di Young Wildlife Photographer of the Year 2025 è stato vinto da Andrea Dominizi, il primo italiano in assoluto a vincere il prestigioso premio per fotografi naturalisti di età pari o inferiore a 17 anni. La sua immagine After the Destruction (Dopo la distruzione) racconta una toccante storia di perdita di habitat, quella di un coleottero delle specie Cerambycidae in un’area disboscata sui Monti Lepini, nell’Italia centrale.
 
Gli altri italiani che si sono distinti al concorso sono: il sudtirolese Philipp Egger, vincitore nella categoria “Ritratti di Animali” con lo scatto Shadow Hunter (Cacciatore di ombre), un gufo reale nelle montagne di Naturno (Bolzano) che emerge dal buio con il luccichio arancione degli occhi e la luce della sera sulle piume, e tre finalisti con menzione d’onore: Fortunato Gatto con The frozen swan (Il cigno congelato) nella categoria “Arte della natura”, Roberto Marchegiani con The calm after the storm (La calma dopo la tempesta) e Shadowlands (Terre d’ombra) nella categoria “Animali nel loro ambiente” e Gabriella Comi con Wake-up call (Sveglia) nella categoria “Comportamento: Mammiferi”.
 
Kathy Moran, presidente della giuria del Wildlife Photographer of the Year: «Come sostenitrice del potere della fotografia, non c’è nulla di più gratificante o emozionante che vedere il nostro rapporto con il mondo naturale, in tutta la sua complessità e splendore, condiviso sulla più grande piattaforma mondiale dedicata alla fotografia naturalistica». 
 
Doug Gurr, direttore del Natural History Museum: «Giunti al sessantunesimo anno, siamo entusiasti di continuare a fare del Wildlife Photographer of the Year una potente piattaforma di narrazione visiva, mostrando la diversità, la bellezza e la complessità del mondo naturale e il rapporto dell’umanità con esso. Grazie all’inclusione del Biodiversity Intactness Index, la mostra di quest’anno rappresenta la migliore combinazione tra grande arte e scienza all’avanguardia, ispirando i visitatori a diventare difensori del nostro pianeta». 
 
Ornella Badery, presidente del Forte di Bard: «Widlife Photogtapher of the Year è uno dei cardini dell’offerta espositiva del Forte, atteso ogni anno da migliaia di appassionati di fotografia. La potenza delle immagini e delle storie che ognuna porta con sé è il modo migliore per sensibilizzare il pubblico sulle tematiche legate all’ambiente, alla flora e alla fauna sempre più in pericolo in ogni parte del mondo».

Dal 21 marzo 2026 al 12 luglio 2026 – Forte di Bard – Aosta

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Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero

Gianni Berengo Gardin, Venezia 1958 - Campo Santa Margherita: bambini giocano al salto della corda, <span class="content-dipinti">Collezione della Fondazione di Venezia, courtesy  © Archivio Gianni Berengo Gardin</span>
Gianni Berengo Gardin, Venezia 1958 – Campo Santa Margherita: bambini giocano al salto della corda, Collezione della Fondazione di Venezia, courtesy  © Archivio Gianni Berengo Gardin

Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.

Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.

Curata da Denis Curti, è la prima esposizione organizzata dalla Fondazione nella nuova sede di Palazzo Flangini, dove sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 30 giugno 2026: un momento simbolico, in cui la Fondazione di Venezia apre le porte della sua nuova casa alla città mettendo in mostra le opere di Gianni Berengo Gardin, che ha intessuto con la Fondazione un legame di profonda intesa artistica culminato con la donazione, nel 2021, di trentasei stampe fotografiche in bianco e nero, parte del progetto “La più gioconda veduta del mondo” ed entrate a fare parte della collezione fotografica permanente della Fondazione di Venezia.

Dal 27 febbraio 2026 al 30 giugno 2026 – Palazzo Flangini – Venezia

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Mezzogiorno by Marco Zanella

Uomo che cammina lungo una strada sterrata, indossando un completo scuro e una maschera facciale, mentre tiene un giornale in mano.

Mezzogiorno is a photographic exploration that has unfolded over more than a decade across Southern Italy. The title is an italian word that carries a double meaning, “noon” and “the South” as a cardinal point, and is commonly used to refer to the southern region of Italy. It evokes a dual tension between time and place, light and shadow, myth and reality.
It is a investigation into landscapes, social fragility, religion and traditions, shaped through errancy, encounters, and quiet presence. Resisting nostalgia and folklore, the work documents a landscape marked by economic uncertainty, unfinished architecture, and complex social layers. Rituals, ruins, and rhythms of abandonment become signs of broader transformations.
Mezzogiorno seeks to question dominant narratives, offering a lens through which to reinterpret the present. It attempts to move beyond postcard clichés, portraying Southern Italy not as a fixed memory, but as a fractured and living reflection of contemporary dynamics. The project aims to shape a new visual language, politically aware, anthropologically grounded, and emotionally resonant.

Dal 21 marzo al 17 maggio – Festival Circulation(s) – Le CENTQUATRE – PARIS

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Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways. Fotografie di Francesco Conversano

John King, Mayor of Lewistown, Illinois 2014
John King, Mayor of Lewistown, Illinois 2014

Il Museo di Roma in Trastevere presenta la mostra fotografica “Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways”, una selezione di novanta scatti in bianco e nero e a colori realizzati negli Stati Uniti dal regista di cinema del reale Francesco Conversano fra il 1999 e il 2017, durante le riprese che portarono alla realizzazione di vari film documentari girati insieme a Nene Grignaffini e prodotti con RAI CINEMA e per Rai Radiotelevisione Italiana/ Rai 3. 

La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è curata dalla Fondazione Massimo e Sonia Cirulli in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina, Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Il viaggio lungo le “strade blu” è un viaggio di scoperta, di conoscenza e di rivelazioni, un viaggio geografico e antropologico, un viaggio nel meraviglioso quotidiano e nell’immaginario collettivo di un Paese complesso che a volte sembra fermo nelle mitologie e negli stereotipi e che intreccia la vita delle persone e gli avvenimenti storici. Europa, Asia e America sono stati raccontati nei momenti di trasformazione sociale attraversando macrocosmi e microcosmi, villaggi e megalopoli, paesaggi geografici e umani fatti di scambi, relazioni e solitudine. Lo scatto ferma l’attimo delle connessioni tra l’uomo e il paesaggio, l’umano e ciò che lo circonda, nutrendosi della potenza della memoria e dell’incanto della poesia. Questo modo di interpretare il cinema del reale che segue una visione di tipo antropologico, si intreccia con il cinema della memoria e il cinema di poesia, grazie all’esplorazione degli infiniti spazi e dei territori compresi tra la realtà e immaginario.

La mostra fotografica si sviluppa secondo questa visione. Realtà, memoria e poesia si intrecciano lungo le strade blu della provincia americana, rielaborando percorsi dell’immaginario collettivo e rievocando inevitabilmente luoghi e storie: la poesia di Walt Whitman e gli epitaffi di Edgar Lee Masters, la letteratura epica di John Steinbeck, l’universo minimalista dell’ordinary people di Raymond Carver, l’America di Truman Capote di “A sangue freddo”, primo romanzo-reportage, paradigma assoluto e geniale invenzione di un nuovo genere letterario; il Texas e i racconti di frontiera di Joe R. Lansdale, l’umanità precaria e surreale dei personaggi di Barry Gifford; i silenzi inquietanti e sospesi, la solitudine e l’attesa dei paesaggi umani dei dipinti di Edward Hopper; la fotografia sociale di Walker Evans e Dorothea Lange del progetto del Presidente Roosevelt della Farm Security Administration e lo sguardo sui volti dei farmers e dei pionieri durante la Grande Depressione; il riecheggiare di suoni e di canzoni del soundtrack della nostra vita, una colonna sonora immortale, dal western swing al blues, dal rock al folk passando da Pete Seeger e Woody Guthrie per finire a Bob Dylan; il filo che lega l’esperienza visionaria di David Lynch, le sue rappresentazioni oniriche dell’inconscio e dell’invisibile nascosto nella quotidianità al cinema della memoria dei luoghi e delle storie di Peter Bogdanovich. Come non ricordare “The Last Picture Show”, sintesi assoluta e moderna del cinema dei grandi Maestri, sospesa tra paesaggi, drammi interiori e memoria, riti di iniziazione e maturità.

Dal 18 marzo 2026 al 4 ottobre 2026 – Museo di Roma in Trastevere

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Mostre di fotografia consigliate a gennaio

Iniziamo il nuovo anno godendoci una bella mostra di fotografia, tra quelle che vi consigliamo di seguito.

Anna

Magnum America. The United States

Un uomo vestito in abito formale sorridente, mentre si avvicina a un gruppo di mani protesi verso di lui in un evento affollato.
Foto. © Raymond Depardon/Magnum Photos, 1968

Che cos’è l’America? Attingendo dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos la mostra Magnum America pone al visitatore questa domanda. Organizzata in capitoli decennali che vanno dagli anni ’40 ai giorni nostri, l’esposizione promossa da Forte di Bard e Magnum Photos nel solco di una consolidata collaborazione sul fronte della fotografia storica e di costume, mette a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro.
La mostra si basa sull’ampia pubblicazione “Magnum America” edita da Thames & Hudson nel 2024.

Fin dalla sua fondazione nel 1947, Magnum Photos è stata profondamente intrecciata con la storia dell’America: i suoi ideali, le sue contraddizioni e le sue trasformazioni. Per molti dei fondatori europei di Magnum, l’America rappresentava sia una nuova frontiera che un banco di prova per la narrazione fotografica. Robert Capa ha catturato il glamour di Hollywood e l’ottimismo della vita del dopoguerra, mentre l’occhio attento di Henri Cartier-Bresson ha analizzato i rituali e i ritmi del Paese con uno sguardo distaccato e antropologico. Con la crescita dell’agenzia, fotografi americani come Eve Arnold, Elliott Erwitt e Bruce Davidson hanno contribuito con prospettive privilegiate, documentando tutto: dal movimento per i civili e le proteste contro la Guerra del Vietnam, ai ritratti intimi della vita quotidiana nelle piccole città e nelle grandi metropoli.

Nel corso dei decenni, l’obiettivo di Magnum ha seguito i trionfi e i traumi dell’America: il V-day, la Marcia su Washington, Woodstock, l’11 settembre, le campagne presidenziali, gli eventi sportivi, le manifestazioni culturali, i disastri naturali e le profonde cicatrici della disuguaglianza razziale ed economica. Insieme, queste immagini formano un mosaico a volte celebrativo, a volte critico, sempre alla ricerca e che continua ad interrogarsi su cosa sia l’America, e cosa potrebbe diventare.

08/12/2025 – 08/03/2026 – Forte di Bard – Aosta

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Tina Modotti. L’opera

Locandina della mostra 'Tina Modotti. L'opera' con un'immagine di una figura che tiene un bambino in braccio, su sfondo arancione.

Fortemente voluta dalla Sindaca Vittoria Ferdinandi e dall’Assessore alle Politiche culturali Marco Pierini, la mostra si presenta come l’esito di un viaggio alla scoperta di un’artista che sviluppò uno stile unico, caratterizzato da sperimentazione e una forte sensibilità sociale, denso di immagini, documenti, video e oggetti personali che ricostruiscono ed evocano il lavoro e la vita di una delle più emblematiche fotografe del Novecento.
L’esposizione “Tina Modotti. L’opera”, curata da Riccardo Costantini, nasce da uno straordinario progetto di ricerca, frutto di decenni di viaggi, contatti e scoperte in vari luoghi del mondo, seguendo la vita errante della fotografa, che approda a Palazzo della Penna dove viene offerta ai visitatori un’esperienza unica, emozionante ed estremamente ricca, che può contare anche su alcuni scatti inediti, frutto delle ultime ricerche svolte dello stesso curatore, in Messico e negli Stati Uniti.

Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, detta Tina (1896-1942) è stata una figura poliedrica – attrice, modella, attivista, autrice di saggi, pittrice e fotografa – la cui vista si intreccia con la storia politica e culturale del Novecento, e le cui vicende di vita hanno spesso fatto dimenticare la sua opera e le sue eccelse capacità artistiche.

In mostra oltre 200 immagini che raccontano l’intensa attività di questa grande fotografa, moltissimi documenti rari, video e audio, e la possibilità di poter ammirare la macchina fotografica che usava all’epoca e alcuni oggetti personali appartenuti a Tina Modotti, come la sua preziosa borsa “istoriata” da viaggio. Tutto questo fa della mostra perugina il ritratto più completo, mai offerto prima in Italia, di quella che è stata definita “la più famosa artista sconosciuta del 20° secolo”.

Dalle prime esperienze a Hollywood, dove recita in film muti e si avvicina alla fotografia grazie a Edward Weston, fino alla maturità artistica in Messico, Modotti sviluppa il suo stile unico di “fotografie oneste”, libere da virtuosismi, attente all’immediatezza e alla sperimentazione. Le sue immagini raccontano la bellezza e la dignità del lavoro, la condizione femminile, le contraddizioni del progresso e il fervore politico di un’epoca segnata da grandi trasformazioni.

Tra i nuclei più significativi, spiccano gli scatti dedicati alle donne di Tehuantepec (1929), testimonianza dell’impegno sociale e antropologico, nonché di profonda attualità in una mostra che, fin dal manifesto scelto per raccontarla in sintesi, parla con grande attualità della dignità delle donne, della loro nobiltà, della loro capacità di essere protagoniste, o nella storia (con l’attivismo politico) o nella società (lavoratrici ma al contempo madri).

Una sezione speciale ricostruisce la prima e unica esposizione realizzata da Modotti nel 1929, offrendo una chiave di lettura unica sulla sua poetica, ricostruendo – in un atto di rispetto commovente, accompagnato da rare musiche d’epoca – una “mostra nella mostra”, come l’aveva immaginata allora la stessa Tina.

La mostra monografica è promossa dal Comune di Perugia in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino e Cinemazero di Pordenone, che custodisce l’archivio Modotti più ampio al mondo, e con il gestore dei servizi per il pubblico e delle attività di valorizzazione del circuito museale comunale, Le Macchine Celibi soc. Coop.

dal 19 Dicembre 2025 al 12 Aprile 2026 – Palazzo della Penna Centro per le arti contemporanee – Perugia

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Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67

Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967
© Archivio Franco Pinna, Roma/Bologna tutti i diritti riservati | Franco Pinna, Manifestazione dei pastori, 1967

Con Franco Pinna. Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953–67, il MAN prosegue la riflessione sul linguaggio fotografico e il suo rapporto con la Sardegna, territorio di ispirazione e sperimentazione per generazioni di artisti. La mostra, che celebra il centenario della nascita del fotografo maddalenino (La Maddalena 1925 – Roma 1978), maestro della fotografia italiana del Novecento, riporta alla luce un corpus a lungo dimenticato, restituendo una dimensione nuova e sorprendente del suo sguardo: quella del colore. In dialogo con le recenti ricerche del museo su autori e visioni del paesaggio sardo, l’esposizione amplia la nostra percezione di un fotografo che molti hanno conosciuto solo attraverso il bianco e nero.

Il percorso della mostra, composto da circa ottanta opere tra stampe fotografiche a colori — in larga parte raramente esposte – e materiali d’archivio, propone un viaggio nella storia visiva e professionale di Pinna, offrendo nuovi elementi di valutazione critica della sua opera. Le immagini scelte, frutto di un lungo lavoro di recupero e restauro digitale delle cromie originali, sono accompagnate da fotografie di raffronto dello stesso soggetto in bianco e nero, oltre a diapositive, strumenti di lavoro provenienti dall’Archivio Franco Pinna, a testimonianza della complessità del suo approccio documentario. Una selezione di pubblicazioni d’epoca, fra cui “Vie Nuove”, “Noi Donne”, “L’Espresso” e “Panorama”, spiega la ragione del suo impegno con il colore, destinato alle riviste del tempo e alle loro pagine patinate, che richiedevano un senso di attualità e non la storicizzazione tipica del classico bianco e nero.

La mostra prende avvio da Orgosolo 1953, prima campagna fotografica a colori realizzata da Pinna in Sardegna, per poi attraversare le tappe più significative della sua produzione isolana: Canne al vento (1958), Argia a Tonara (1960) immagini per il celebre volume Sardegna. Una civiltà di pietra (1961), fino alle cronache sul banditismo e le proteste dei pastori del 1967. Le sequenze, disposte come un racconto di lunga durata, restituiscono l’evoluzione di un linguaggio che trova nel colore una dimensione autonoma e poetica, capace di cogliere la materia viva della Sardegna arcaica e modernissima insieme.

A emergere è la tensione tra documento e rito, che percorre tutta la sua opera: un modo di attraversare la realtà che, come scriveva Federico Fellini nel 1976, rivela in Pinna “una lentezza da ierofante”, sospesa tra lo sguardo dello scienziato e quello del sacerdote.
È proprio in questa dimensione sospesa tra documento e rito che la mostra del MAN invita a rileggere la sua opera: come un attraversamento della realtà che diventa rivelazione.

Dal 5 Dicembre 2025 al 1 Marzo 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro

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GRANDI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA. LÁSZLÓ MOHOLY NAGY

László Moholy‑Nagy, Untitled
László Moholy‑Nagy, Untitled

Giovedì 27 novembre 2025 alle ore 19.00, presso la Galleria del Palazzo Falconieri in via Giulia, si inaugura il nuovo appuntamento della serie Grandi Maestri della Fotografia promossa dall’Accademia d’Ungheria in Roma. Dopo Robert Capa e André Kertész, la rassegna rende omaggio a un altro illustre artista di origine ungherese: László Moholy‑Nagy, uno dei protagonisti più versatili e influenti del Novecento.

La mostra, realizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center di Budapest e con il sostegno del Ministero della Cultura e Innovazione ungherese, presenta circa sessanta opere selezionate dalla Collezione della Fondazione Moholy‑Nagy. L’esposizione è arricchita da fotografie legate alla sua vita, estratti dei suoi film e installazioni che ne raccontano la ricerca artistica.

La struttura dell’allestimento si ispira al linguaggio formale del Bauhaus: un grande pannello luminoso retrostante illumina le immagini stampate su superfici trasparenti. Saranno visibili il suo studio (con Lucia Moholy‑Nagy) a Dessau nel 1926, il suo ufficio di Chicago nel 1937, l’allestimento di una mostra a Brno nel 1935, scenografie e bozzetti per spettacoli teatrali, nonché un copione cinematografico disegnato. L’esposizione mostra come la “nuova visione” da lui creata si manifesti in diversi ambiti e attraversi tutta la sua vita, rivelando quanto l’universo visivo dei suoi film coincida con la composizione delle sue fotografie e come l’astrazione dei suoi fotogrammi conduca al mondo delle sue fotografie e dei suoi collage.

L’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2026 e sarà accompagnata, al Piano Nobile del Palazzo Falconieri, dalla mostra Risonanza – in omaggio a László Moholy‑Nagy, a cura di Pál Németh, che presenta opere di sei artisti contemporanei – Zsolt Gyenes, Anita Egle, Ferenc Forrai, Olívia Zséger, Márta Krámli Balázs Veres – spontaneamente sintonizzati con l’eredità del maestro, generando una risonanza creativa che ne rinnova la presenza.

Dal 27 Novembre 2025 al 28 Febbraio 2026 – Accademia d’Ungheria in Roma – Palazzo Falconieri – Roma

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Walter Rosenblum. Il mondo e la tenerezza

Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938
Walter Rosenblum, Boy on Roof, Pitt Street, N.Y.C., 1938

Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) figura cardine della fotografia del XX secolo approda al Centro Culturale di Milano con una mostra di rilevo internazionale dal titolo “Il mondo e la tenerezza”, che presenta più di 110 fotografie vintage dell’Autore provenienti da New York insieme a rare documentazioni d’epoca.
Curata da Roberto Mutti e prodotta da SUAZES, con il Patrocinio del Comune di Milano, la mostra raccoglie opere scattate tra il 1938 e il 1990, la maggior parte delle quali esposte per la prima volta in Italia. Un’opportunità senza precedenti per conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso.
 
Rosenblum rappresenta un punto di congiunzione tra la fotografia sociale di Lewis Hine e la nascita del reportage umanistico di Paul Strand, a sua volta in dialogo con figure centrali come Alfred Stieglitz ed Edward Steichen, quando anche la street photography iniziava a delineare un nuovo percorso espressivo, che avrebbe influenzato profondamente le generazioni successive fino ai nostri giorni.
La cifra di Rosenblum, rivelata dalle tante icone che ci ha lasciato, è rendere inscindibile l’arte e il racconto con intento giornalistico, mentre la sua composizione rivela la maestria unica nel saper rivelare l’immagine interiore dell’umano dai luoghi dove esso vive, si esprime, lavora, genera, lotta
 
Come suggerisce il titolo della mostra, Il mondo e la tenerezza, si intrecciano due dimensioni spesso considerate distanti: da un lato “il mondo”, con le sue tensioni sociali, urbane e umane, dall’altro “la tenerezza”, ovvero uno sguardo empatico e intimo che attraversa anche le realtà più dure.
 
«La mia fotografia è un omaggio alla persona che fotografo» e «il senso della vita deriva dalle persone che si sono conosciute e amate» sono frasi che raccontano il cuore del suo lavoro e della visione del mondo di Rosenblum, tratte dal film pluripremiato In Search of Pitt Street. La pellicola, realizzata da sua figlia Nina Rosenblum, regista affermata nel panorama del cinema indipendente, sarà proiettata giovedì 4 dicembre nell’auditorium del Centro Culturale di Milano e introdotta da un intervento della regista stessa.
 
Sono altrettante sezioni del percorso espositivo della mostra – sette –  i principali temi attraversati dalla carriera fotografica di Rosenblum, che ha documentato alcuni degli eventi più significativi del ventesimo secolo con sguardo precursore: l’esperienza degli immigrati in America, nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita quotidiana a East Harlem, Haiti, in Europa, le generazioni del South Bronx.
 
Sottolinea Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano: “Rosenblum era anche lui figlio di immigrati ebrei romeni di inizio secolo, poveri e accolti. Usa la fotografia esprimere la dignità dell’essere umano, per dare notizia dell’uomo che vive, della sua appartenenza, mai semplici vittime, una umanità che sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse. La fotografia li riconsegna protagonisti reali e ignoti della vita, eroi umani delle contraddizioni della convivenza”.
 
Il suo primo coinvolgimento con la fotografia iniziò all’età diciassette anni, quando si unì alla Photo League, collettivo americano nato ad inizio anni ’30 con l’intento di fare luce sulle problematiche umane e sociali ignorate dalla politica. Ai fondatori Paul Strand e Berenice Abbott aderirono nel tempo Helen Levitt, Robert Frank, Eugene Smith, Ruth Orkin, Dorothea Lange, Aaron Siskind, lo svizzero Rudy Burckhardt, Lisette Model, Fred Stein, Sid Grossman, Arthur Leipzig e Weegee. Lì si plasmarono le varie strade del reportage umanistico.
Decisivi per Rosenblum sono gli incontri con Lewis Hine (che gli diede in consegna tutta la sua opera), Lewis Hine, l’artefice della fotografia sociale da Ellis Island (contribuendo a cambiare le leggi sul lavoro minorile) all’Empire State Building, e Paul Strand, suo mentore e poi amico indissolubile (bellissimo un suo ritratto in mostra) già autore nel 1921 del celebre film-reportage sulla città ManHatta proiettato in modo permanente al MOMA e autore con Cesare Zavattini del libro cult che segna un nuovo modo di raccontare un evento urbano e umano, Un Paese. Suzzara).
Il movimento della Photo League e i suoi locali poveri ma pieni di vita divennero la sua casa e ne diventò poi uno dei principali animatori, Presidente del comitato espositivo e come direttore dei Photo Notes, fino allo scioglimento forzato di questa esperienza avvenuta nel 1952 nel giro di vite del maccartismo.
 
Rosenblum era sulla spiaggia Omaha Beach la mattina del D-Day. La passione per la fotografia lo portò a servire come fotoreporter nell’esercito americano. Si unì al battaglione anticarro che attraversò Francia, Germania e Austria, realizzando le prime riprese cinematografiche del campo di concentramento di Dachau. Uno dei fotografi della Seconda Guerra Mondiale più decorati, ricevendo la Silver Star, la Bronze Star, cinque Battle Stars, un Purple Heart e una Presidential Unit Citation. Il Centro Simon Weisenthal lo ha onorato come liberatore di Dachau.
 
Le fotografie di Walter Rosenblum sono rappresentate in oltre 40 musei e collezioni internazionali, tra cui il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, la Library of Congress di Washington D.C., la Bibliothèque Nationale di Parigi, Museo Reina Sophia, il Museum of Modern Art di New York.
 
Alla professione di fotografo, esercitata per più di cinquant’anni, Rosenblum ha affiancato quella dell’insegnamento e della affermazione della fotografia del secondo novecento, con una carriera quarantennale al Brooklyn College di New York dal 1947 ed alla Yale Summer School of Art per venticique anni e alla Cooper Union, al Rencontre de La Photographie ad Arles, in Francia e a San Paolo, in Brasile.
 
Insieme a sua moglie, la famosa storica della fotografia Naomi Rosenblum, ha curato mostre internazionali, tra cui la Lewis Hine Retrospective.
Nel 1999 l’International Center of Photography ha conferito a Walter e Naomi Rosenblum l’Infinity Award fo Lifetime Achievement.
 
Accompagna la mostra il libro catalogo ed. SilvanaEditoriale curato da Angelo Maggi dello IUAV di Venezia.

Dal 2 Dicembre 2025 al 19 Febbraio 2026 – Centro Culturale di Milano

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EDEN. Il giardino dell’anima – Anna Caterina Masotti

Silhouette di una persona in profilo che interagisce con un fiore, proiettata su uno sfondo bianco.

Dopo Thea Maris. Risonanze del MareAnna Caterina Masotti torna a Bologna nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, organizzato da Laura Frasca Art Manager della fotografa. La mostra sarà accompagnata da un testo di Benedetta Donato, curatrice e critica della fotografia.

Il suo nuovo lavoro si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro.

Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie.

Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione.

L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo.

La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista.

Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all’interno dell’immagine.

La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi.

Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale.

Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura.

Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione.

L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d’inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all’interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra.

Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici.

Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra.

Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia.

“Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.”

Dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 – Bologna, Palazzo Tubertini

Corpus – Autori Vari

Una mano aperta con gocce d'acqua che scorrono, su sfondo scuro.
Camilla di Bella Vecchi. Alluvione, Corpus – Galleria Leòn

In occasione del suo primo anniversario, dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026, Galleria Leòn presenta “Corpus“, una mostra collettiva curata da Leonardo Iuffrida – fondatore e direttore della galleria – che riunisce 5 artisti, le cui opere sono state esposte nel corso del primo anno di attività dello spazio.

In un’epoca dominata da selfie, social media e ostentazione dell’io, il corpo è divenuto uno strumento privilegiato nella costruzione dell’identità individuale e collettiva. La galleria ha posto questo tema al centro della sua ricerca, con l’obiettivo di diventare un luogo di riflessione e confronto.

A partire da venerdì 5 dicembre, questo spazio ospiterà “Corpus“, un’indagine visiva che riunisce Camilla Di Bella Vecchi, Marco Gualdoni, Lulù Withheld, Ettore Moni e Serafino, ciascuno con una visione distintiva, accomunati dalla capacità di esplorare le modalità con cui il corpo si fa specchio della nostra contemporaneità. Le loro traiettorie si intrecciano in una narrazione che offre mondi ideali, reale contatto e atti di resistenza nel buio oscurantista del presente.

NUDITÀ COME MISTERO E UTOPIA
Camilla Di Bella Vecchi & Marco Gualdoni
Ciò che viene offerto dai due artisti è un mondo utopico, immaginifico e pieno di mistero, che solo un mezzo come la fotografia può rendere credibile. Uno sguardo sul corpo privo di nostalgia, che si fa ponte di memoria verso il futuro. La visione fotografica di Camilla Di Bella Vecchi e Marco Gualdoni attinge all’immaginario della pittura fiamminga, in cui l’uso di una luce epidermica e analitica era simbolo di progresso, equità e sapere. Una luce che, scivolando su ogni più piccolo dettaglio del reale, eliminava gerarchie tra le cose e suscitava sete di conoscenza.

NUDITÀ COME RIAPPROPRIAZIONE DI SÉ, OLTRE LE BARRIERE DIGITALI
Lulù Withheld
La realtà e i nostri corpi sono ogni giorno esperiti attraverso uno schermo tecnologico che espone e dà visibilità, promette protezione e connessione, ma invece isola, filtra e crea visioni anestetizzate. In un pulviscolo di pixel, i corpi fotografati da Withheld recuperano la loro fisicità e materialità perduta, con l’intento di abbattere le barriere e ritrovare un reale contatto con sé stessi e gli altri.

NUDITÀ COME LEGAME COMUNITARIO E ATTO DI RESISTENZA
Ettore Moni
I ritratti fotografici realizzati da Ettore Moni trasformano l’osservazione in un’esperienza vissuta sulla propria pelle. Un’esplorazione di identità libere, outsider e non conformiste con cui ritrovare, attraverso la loro nudità, il coraggio di essere sé stessi e il senso profondo di una comune appartenenza. Ogni scatto permette di rispecchiarsi nell’altro, ampliare i nostri orizzonti e trovare legami condivisi.

NUDITÀ COME FIORITURA EMOTIVA
Serafino
Francesco Esposito, in arte Serafino, si ispira alla natura per ripensare le relazioni, l’amore e l’ordine sociale. Fotografa corpi, abbracci e connessioni umane, affiancandoli a scatti di elementi naturali. L’invito è a ridefinire i legami sentimentali ed affettivi non solo come una strada a senso unico, ma come una rete infinita di possibilità.

dal 5 dicembre 2025 al 24 gennaio 2026 – Galleria Leòn – Bologna

Mostre di fotografia consigliate per maggio

Sono tante e super interessanti le mostre che vi segnaliamo per maggio, non perdetevele!

Anna

Hot Pot – Autori Vari

“Hot Pot” (l’Hot pot consiste in molte varietà di stufato dell’est asiatico) prende il nome da un diffuso piatto che si consuma in Cina, simbolo di condivisione e fusione di sapori, riflettendo l’idea di un melting pot culturale e sociale. Otto autori diversi, otto prospettive uniche, un’unica narrazione visiva: quella della cultura contemporanea cinese e delle sue trasformazioni. Il lavoro si presenta come un affascinante mosaico di immagini che esplorano i cambiamenti sociali, culturali e architettonici delle città moderne. Ciascuno degli otto fotografi coinvolti ha scelto un tema specifico, fornendo un contributo personale e originale che si inserisce nel quadro complessivo della mostra. Gli autori hanno esplorato il concetto di fluidità nella vita urbana, documentando i mutamenti nei flussi di persone all’interno delle metropoli, catturando l’essenza del movimento costante e della trasformazione, raccontando storie di individui che vivono e lavorano negli ambienti urbani, offrendo uno spaccato della diversità dell’esperienza umana segnata da vita che potrebbe essere considerata comune in più luoghi del mondo per arrivare agli eccessi di cui la società cinese è intrisa. Sono state raccontate le nuove forme architettoniche che stanno ridefinendo lo skyline urbano, mettendo in luce l’innovazione e la creatività che caratterizzano la progettazione degli spazi contemporanei per arrivare al racconto di angoli dimenticati immortalando edifici e spazi che raccontano storie che evocano sensazioni di nostalgia e dando ampio spazio a riflessioni e sentimenti contrastanti. Il dialogo tra tradizione e modernità, documenta come le pratiche culturali tradizionali si integrano e si trasformano nella società contemporanea, celebrando la resilienza e l’adattabilità delle culture urbane così come l’impatto della tecnologia sulla vita quotidiana, mostrando come dispositivi digitali e connessioni virtuali stiano ridisegnando le interazioni umane e gli spazi pubblici, offrendo uno sguardo critico sulle nuove dinamiche sociali. Interessante l’esplorazione del concetto di identità collettiva e il ruolo degli spazi pubblici come luoghi di aggregazione e confronto, evidenziando l’importanza di questi spazi nel favorire la coesione sociale e il senso di comunità. “Hot Pot” è una sinfonia visiva che invita il pubblico a riflettere sulle molteplici dimensioni della vita urbana contemporanea in Cina. Ogni fotografo contribuisce con il proprio linguaggio visivo, creando un’esperienza ricca e stratificata che rispecchia la complessità della società odierna. Questa mostra rappresenta un’opportunità unica per immergersi nei cambiamenti che stanno ridisegnando le città cinesi e, attraverso gli occhi degli otto autori, si possono esplorare le molteplici sfaccettature della cultura attuale, un piccolo viaggio attraverso il tempo e lo spazio urbano, un dialogo visivo che invita alla contemplazione e alla scoperta della Cina contemporanea.

Sara Munari

Dal 9 all’11 maggio 2025 – Spazio Raw – Milano

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Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta

Mario Giacomelli, <em>Io non ho mani che mi accarezzino il volto</em>, 1961-1963 
© Archivio Mario Giacomelli – Simone Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963

 Dal 22 maggio al 7 settembre 2025, nel primo Centenario dalla nascita di Mario Giacomelli, Palazzo Reale ospita una grande mostra retrospettiva, con oltre 300 opere fotografiche originali tra vintage e stampe d’epoca, documenti e materiali d’archivio.

In un suggestivo percorso narrativo, costruito su grandi capitoli cronologici, che si snodano attraverso le serie fotografiche ispirate alle letture dei grandi poeti, la mostra celebra il tema cardine di una fotografia come racconto, strutturato con il linguaggio dell’inconscio.

Il progetto espositivo si completa con la mostra dedicata alle metamorfosi della materia e alla sua concezione performativa della fotografia, che si terrà al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Con questa inedita collaborazione si intende documentare e rileggere criticamente l’intero percorso umano e artistico di uno dei più grandi fotografi del nostro tempo. 

Dal 22 Maggio 2025 al 07 Settembre 2025 – Palazzo Reale – Milano

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Robert Mapplethorpe. Le forme del classico

Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975
© Robert Mapplethorpe Foundation | Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1975

Robert Mapplethorpe. Le forme del classico è una mostra retrospettiva che racconta la storia del grande artista statunitense, audace protagonista nel panorama della fotografia internazionale. In particolare, le oltre 200 immagini esposte porteranno i visitatori a scoprire la dimensione classica dell’evoluzione intrapresa da Mapplethorpe e il suo dialogo con la scultura antica, ponendo l’attenzione sulla sua ricerca della perfetta sinuosità. 

Dalle fotografie di corpi maschili e femminili a quelle di fiori, dai primissimi collage ai ritratti e agli autoritratti, la poetica dell’artista emerge dirompente anche grazie ad Antartica, l’idropittura scelta per l’allestimento del progetto firmata da San Marco, brand di punta dell’omonimo Gruppo. Leader in Italia nel settore delle pitture e vernici per l’edilizia professionale e per l’interior design, San Marco Group è infatti sponsor di Fondazione Cini e partner de Le Stanze della Fotografia: ancora una volta l’azienda conferma il suo impegno verso il territorio, nonché il forte e continuo legame che unisce il mondo dei colori a quello dell’arte. 

Le nuance in cui è declinata la soluzione messa a disposizione per la mostra hanno lo scopo di accompagnare il percorso espositivo, riflettendo la fluidità della ricerca artistica intrapresa dal fotografo attraverso sfumature cromatiche che segnano le diverse sezioni: è il rosa salmone il primo colore ad accogliere gli ospiti, seguito da diverse declinazioni di lavanda che trasformano gli ambienti, immergendoli nel blu. A questo punto irrompe un rosso intenso, che ha il ruolo di enfatizzare il fulcro del viaggio nell’arte di Mapplethorpe: la sezione dedicata alla connessione tra fotografie di statuaria classica e ritratti contemporanei che ne reinterpretano pose e gesti. 

Oltre che per l’impatto estetico ideale per vestire al meglio un contesto di così alto valore, Antartica si distingue per una serie di caratteristiche tecniche che ne fanno una scelta ottimale: a partire dall’elevato potere coprente, che permette di mascherare le imperfezioni e di ottenere così finiture dall’aspetto opaco e uniforme. Inodore e facile da applicare, è priva di formaldeide e plastificanti, e assicura basse emissioni di VOC per un maggior benessere abitativo.

Non solo: la soluzione di San Marco vestirà di un elegante grigio le pareti delle sale che ospiteranno la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, valorizzando alcuni tra i più iconici mosaici fotografici dell’artista, esposti a Venezia dal 10 aprile al 10 agosto 2025. 

Dal 10 Aprile 2025 al 06 Gennaio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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World Press Photo Exhibition 2025

World Press Photo Exhibition 2025

Anche quest’anno Palazzo Esposizioni Roma ospiterà la mostra World Press Photo 2025.

Il 17 aprile saranno annunciate le foto vincitrici e la foto dell’anno della 68ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale.

Nel 2025 sono state ricevute 59.320 candidature da 3.778 fotografi di 141 Paesi. Le foto vincitrici sono state scelte da sei giurie regionali e i vincitori selezionati da una giuria globale indipendente, composta dai Presidenti delle giurie regionali e dal Presidente della giuria globale, Lucy Conticello (direttore della fotografia di M, il magazine di Le Monde) che ha dichiarato: “Per quanto il premio del World Press Photo Contest sia un immenso riconoscimento per i fotografi, che spesso lavorano in circostanze difficili, è anche un riassunto dei principali eventi mondiali, seppure incompleto. Come giuria abbiamo cercato immagini su cui le persone potessero soffermarsi a riflettere”.

Dal 06 Maggio 2025 al 08 Giugno 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63
© Archivio Mario Giacomelli | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-63

“La fotografia è un’alchimia: i materiali e i procedimenti sono simbolici e l’artista mette in gioco sé stesso, il proprio percorso esistenziale”

In occasione del centenario della nascita di Mario Giacomelli, l’Archivio Giacomelli ha promosso una serie di iniziative volte a celebrare l’eredità artistica e culturale di uno dei più grandi maestri della fotografia italiana. Il cuore delle celebrazioni sarà un importante progetto espositivo che si svolgerà simultaneamente a Roma, presso Palazzo Esposizioni, e a Milano, a Palazzo Reale, offrendo due percorsi complementari che approfondiranno le molteplici sfaccettature del lavoro di Giacomelli.
Curato da Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, il progetto espositivo proporrà una vasta selezione dell’intera opera fotografica del maestro, sottolineandone la straordinaria capacità di attraversare e contaminare diverse discipline artistiche. Entrambe le mostre saranno composte da circa 300 stampe originali, molte delle quali inedite e mai esposte. A Roma, il focus sarà sulle relazioni tra l’opera di Giacomelli e le arti visive contemporanee. Milano, invece, dedicherà la mostra al profondo legame di Giacomelli con la poesia, evidenziando come la sua ricerca si intrecci con l’universo lirico, trasformando l’immagine in una forma di narrazione poetica.

La mostra a Palazzo Esposizioni Roma Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista, si sviluppa come un percorso attraverso diverse stanze tematiche, proponendo una serie di dialoghi tra l’opera di cinque grandi maestri dell’arte e della fotografia contemporanea, Afro Basaldella e Alberto Burri, Jannis Kounellis, Enzo Cucchi, Roger Ballen, e alcune serie fotografiche di Mario Giacomelli.

Al cuore del percorso espositivo si trova una sala interamente dedicata alla celebre serie Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963), che, nei primi anni Sessanta, ha consacrato Mario Giacomelli sulla scena internazionale. Concepita come una vera e propria installazione, la sala restituisce l’energia e il movimento circolare che animano la serie, esaltandone la dimensione performativa. Le immagini dei giovani seminaristi, sospese tra gioco e spiritualità, si fanno pura poesia visiva, capaci ancora oggi di emozionare e coinvolgere lo spettatore con la loro intensità senza tempo.


Dal 20 Maggio 2025 al 03 Agosto 2025 – Palazzo Esposizioni Roma

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Dorothea Lange

Dorothea Lange, <em>Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue - Nipomo</em>, California. 1936 - The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
Dorothea Lange, Madre migrante. Raccoglitori poveri di piselli in California. Madre di sette figli. Età: trentadue – Nipomo, California. 1936 – The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Dal 13 maggio al 19 ottobre 2025, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano in collaborazione con CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino presenta la mostra Dorothea Lange, a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che attraverso un centinaio di scatti celebrano la fotografa americana a 135 anni dalla nascita.
 
Un percorso che ha inizio tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, quando la Lange si fa testimone cruciale di alcuni degli eventi epocali che avrebbero modificato l’assetto economico e sociale degli Stati Uniti, su tutti il crollo di Wall Street, e che la spingono ad abbandonare il mestiere di ritrattista per documentare l’attualità.
 
Tra questi c’è il viaggio che nel 1935 intraprende con l’economista Paul S. Taylor, che sposa alcuni anni dopo, per raccontare le drammatiche condizioni di vita in cui versano i lavoratori del settore agricolo delle aree centrali del Paese, colpito dal 1931 al 1939 da una dura siccità, il fenomeno delle Dust Bowl, le ripetute tempeste di sabbia raccontate anche da John Steinbeck nel romanzo Furore (1939) e nella sua versione cinematografica di John Ford (1940), ispiratosi proprio alle fotografie scattate da Lange.
 
L’adesione al programma governativo Farm Security Administration, nato con lo scopo di promuovere le politiche del New Deal, consente a Lange di viaggiare per gli Stati Uniti e raccontare i luoghi e i volti della povertà. Dalle piantagioni di piselli della California a quelle di cotone degli Stati del Sud, dove la segregazione razziale genera forme di sfruttamento particolarmente degradanti, Lange realizza migliaia di scatti, raccogliendo storie e racconti riportati nelle dettagliate didascalie che accompagnano le opere. È il contesto in cui nasce Migrant Mother, il ritratto di una giovane madre disperata che vive con i sette figli in un accampamento di tende e auto dismesse, immagine che diventerà poi iconica.
Un altro importante nucleo di scatti di cui si compone la mostra risale agli anni della Seconda Guerra Mondiale, che per gli Stati Uniti inizia nel 1941 con il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, ed è dedicato proprio alla popolazione americana di origine giapponese internata in campi di prigionia dal governo americano a seguito dell’entrata in guerra.
 
Anche in questo caso Lange lavora su incarico del governo, nonostante lei e il marito abbiano espresso pubblicamente il proprio dissenso: i suoi scatti documentano l’assurdità di una legge razziale e discriminatoria e di come questa abbia stravolto la vita di migliaia di persone ben inserite nella società, costringendole ad abbandonare le proprie case e le proprie attività.
Attraverso le sue eccelse qualità di reporter e ritrattista, Lange riesce ad affrontare contesti complessi e drammatici, raccontando le esperienze personali e il vissuto emotivo di ogni persona incontrata lungo il percorso, evidenziando al tempo stesso come le scelte politiche e le condizioni ambientali possano ripercuotersi sulla vita dei singoli e cambiarne drasticamente le esistenze, fornendo ancora oggi spunti di riflessione su temi come la povertà, la crisi climatica, le migrazioni e le discriminazioni.

Dal 13 Maggio 2025 al 19 Ottobre 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Saul Leiter, <em>Ana</em>, Anni '50<br />
© Saul Leiter Foundation | Saul Leiter, Ana, Anni ’50

“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.
Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”
– Saul Leiter –

Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography e con la curatela di Anne Morin, presenta dall’1 maggio al 27 luglio 2025 al Belvedere della Reggia di Monza la prima grande mostra italiana dedicata a Saul Leiter. L’esposizione, dal titolo “Saul Leiter.Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, si compone di 126 fotografie in bianco e nero40 fotografie a colori42 dipintie rari materiali d’archivio, come riviste d’epoca originali e un documento filmico.

La mostra, che include sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e fotografie di moda realizzate durante le sue collaborazioni con Harper’s Bazaar, rivela con evidenza cosa distingue nettamente Saul Leiter dai suoi contemporanei e perché la sua opera continui a influenzare la fotografia di oggi.

NEW YORK IN UN GESTO, UN DETTAGLIO, QUASI NULLA

Mentre i suoi contemporanei cercavano di catturare la grandezza e la modernità di New York, Leiter ha intrapreso una strada radicalmente diversa. Ha trasformato i momenti quotidiani in composizioni liriche e intimiste, trovando poesia nel vapore che sale dai tombini, negli ombrelli sotto la pioggia e nei riflessi delle vetrine, un realismo fiabesco composto da persone, oggetti, strade, pioggia, neve, elementi più sbirciati che osservati. La sua visione distintiva ha rifiutato lo stile documentaristico popolare della sua epoca, creando invece quello che potremmo chiamare “haiku fotografici” – scorci intimi della vita che fondono realtà e astrazione.

“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità – spiega la curatrice Anne Morin. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che giace negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

PERCHÉ QUESTA MOSTRA È STRAORDINARIA:

A differenza dei suoi colleghi che enfatizzavano la nitidezza, Leiter ha abbracciato l’ostruzione – fotografando attraverso finestre appannate, tessuti e condizioni meteorologiche che altri fotografi evitavano. Questi elementi sono diventati parte integrante del suo stile compositivo, creando immagini multistrato che sembrano più dipinti che fotografie.

Il suo uso pionieristico del colore, iniziato attorno al 1948, ha anticipato di decenni l’accettazione della fotografia a colori nell’arte. Mentre altri consideravano il colore volgare o commerciale, Leiter lo ha impiegato come elemento espressivo, saturando le sue immagini con tonalità audaci che trasformano le ordinarie scene di strada in composizioni astratte.

Questo lo distingueva dagli artisti della contemporanea Scuola di New York attirando le attenzioni del mondo della moda, con il quale iniziò a collaborare scattando per Esquire, Harper’s Bazaar e, nei successivi venti anni, per Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

UN TIMIDO PITTORE CON LA LEICA

La mostra evidenzia in modo unico la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, dimostrando come la sua sensibilità pittorica abbia influenzato il suo lavoro fotografico. La sua formazione nella pittura lo ha portato ad approcciarsi alla fotografia a colori con una sofisticazione senza precedenti, trattando ogni fotogramma come una tela.

“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica – diceva Leiter. Guardo attraverso la macchina fotografica e scatto foto. Le mie fotografie sono la minima parte di ciò che vedo che potrebbe essere fotografatoSono frammenti di possibilità infinite”. Questo approccio senza pretese gli ha permesso di catturare momenti di grazia nella vita quotidiana che altri fotografi, appesantiti dalla teoria artistica, spesso non vedevano. Il suo lavoro suggerisce che la bellezza non esiste nei grandi momenti, ma negli intervalli silenziosi della vita di tutti i giorni.

Antidivo e refrattario alla fama, Leiter – che pubblica con costanza volumi fotografici e prende parte a importanti monografiche negli Stati Uniti e in Europa – nel corso della sua carriera darà alla stampa solo una parte dei suoi lavori, lasciandone la maggior parte in negativo, come a celare l’aspetto più intimo e puramente artistico della sua produzione. Tanto che nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse un corpo di opere dell’artista poco conosciuto: nudi in bianco e nero, scattati principalmente tra la fine degli anni ‘40 e i primi anni ‘60, frutto delle collaborazioni tra Leiter e le donne della sua vita.

C’è un ordine nascosto nel lavoro di Saul Leiter che è difficile da spiegare, e questo è probabilmente ciò che lo rende un vero poeta.

SAUL LEITER SECONDO ANNE MORIN
“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni, dichiarazioni di realtà, realizzate con una maestria e una metrica che ricorda gli haiku: Il gesto di Leiter è quello di un calligrafo quando fotografa veloce, preciso, senza scuse”.

Figlio di un famoso rabbino, Saul Leiter rifiutò il percorso teologico che il padre avrebbe voluto per lui, trasferendosi a New York nel 1946 per dedicarsi alla pittura. Introdotto nel mondo dell’arte a New York da colleghi come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, Leiter continua gli esperimenti fotografici iniziati da adolescente, in bianco e nero e a colori, spesso utilizzando pellicole Kodachrome 35 mm e ritraendo la sua ristretta cerchia di amici e scene di strada intorno alla sua casa.
 
Dopo un periodo di successo nella fotografia di moda per riviste come Harper’s Bazaar, Leiter è rimasto nell’ombra per due decenni. La pubblicazione nel 2006 della monografia “Early Color” ha segnato una riscoperta internazionale del suo lavoro, confermando il suo ruolo pionieristico nella storia della fotografia a colori.
 
Le sue opere sono oggi presenti nelle collezioni dei più prestigiosi musei internazionali, dal Whitney Museum of American Art al Victoria and Albert Museum, testimoniando l’importanza duratura del suo contributo artistico.
 
Saul Leiter muore il 26 novembre 2013 nella sua casa nell’East Village di New York, lasciando un immenso archivio del suo lavoro artistico. Nel necrologio del New York Times, Margalit Fox scrisse: “Delle decine di migliaia di immagini che ha scattato—molte ora considerate tra i migliori esempi di fotografia di strada al mondo—la maggior parte rimane non stampata.
 
La Saul Leiter Foundation, fondata nel 2014, conserva il vasto archivio di fotografie, dipinti e oggetti personalii di Leiter, coltivando la sua eredità attraverso libri, mostre e attività educative. Dopo aver celebrato il centesimo anniversario della nascita di Leiter nel 2023 con le monografie The Unseen Saul Leiter e Saul Leiter: The Centennial Retrospective, la fondazione continua a scoprire e condividere la moltitudine di opere che Leiter ha lasciato.

Dal 01 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Belvedere della Reggia di Monza

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FOTOGRAFIA EUROPEA 2025 – AVERE VENT’ANNI

Thaddè Comar, It's Raining, How Was Your Dream
© Thaddè Comar | Thaddè Comar, It’s Raining, How Was Your Dream

Dal 24 aprile all’8 giugno 2025, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani esordienti con la XX edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia, con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
“AVERE VENT’ANNI” è il tema scelto dalla direzione artistica del Festival composta da Tim Clark (editor 1000 Words), Walter Guadagnini (storico della fotografia e Direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia) e Luce Lebart (ricercatrice e curatrice, Archive of Modern Conflict).

Quante volte capita, da adulti, di dire “avessi di nuovo vent’anni…”. Una frase, un modo di dire per ritrarsi idealmente dalle responsabilità e dai pesi dell’età matura, per tornare a bagnarsi nelle acque della giovinezza e della leggerezza, in un tempo in cui tutto è ancora una magnifica possibilità e il futuro è ancora interamente da scrivere.

Ma cosa vuol dire per un giovane, oggi, avere vent’anni? È un’età di contraddizioni: si è adulti, ma spesso si vive ancora a casa dei genitori; si è connessi a tutto il mondo, ma la solitudine può essere schiacciante. Si affrontano aspettative immense, sia personali che sociali: trovare un lavoro soddisfacente, costruire relazioni significative, dare un senso alla propria esistenza, immaginare un mondo migliore, per sé stessi e per gli altri.

Fotografia Europea quest’anno ha voluto percorrere questo sentiero e fare un pezzo di strada con i ragazzi della Generazione Z, cresciuta in un’epoca dove il progresso tecnologico ha aperto infinite possibilità, ma anche inedite crisi cui far fronte, individualmente e collettivamente. Una generazione che sta riscoprendo l’importanza e la necessità di lottare per i propri diritti e per un futuro più equo.

I progetti scelti parlano di questo e di molto altro ancora, portando all’attenzione storie inedite e particolari ma tutte innervate di quell’energia vitale immensa che ti porta a credere, almeno una volta nella vita, di poter cambiare il mondo.

LE MOSTRE

I CHIOSTRI DI SAN PIETRO tornano ad essere i protagonisti della città grazie alle dieci mostre che esplorano il tema di questa edizione.
Le sette sale del piano terra accoglieranno Daido Moriyama: A retrospective, un progetto a cura di Thyago Nogueira dell’Instituto Moreira Salles, che racconta il fotografo giapponese che nel corso dei suoi sessant’anni di carriera, trascorsi a documentare e ad esplorare la società giapponese del dopoguerra, ha modificato in modo decisivo la percezione della fotografia.
Con un approccio artistico all’avanguardia e visivamente potente, Daido Moriyama ha saputo raccontare il divario creatosi a seguito dell’occupazione militare del Giappone da parte degli Stati Uniti, tra l’antica tradizione giapponese e l’occidentalizzazione accelerata. Leggenda vivente della fotografia e pioniere della street photography, Moriyama, arriva a Fotografia Europea, unica tappa in Italia, con una retrospettiva, in cui oltre agli iconici scatti si potranno ammirare rari libri fotografici, riviste e installazioni di grandi dimensioni, per permettere ai visitatori di entrare completamente nel suo mondo creativo.
Al primo piano, il fotografo britannico Andy Sewell presenta per la prima volta il suo progetto Slowly and Then All at Once in cui esplora varie forme di potere e di protesta, attraverso una sequenza di immagini articolate su più pannelli. Questo ritmo, insieme alla fisicità conferita ai corpi dalle riprese ravvicinate, consente ai visitatori di immergersi nel cuore della protesta, di esserne travolti e sentirne l’intensità, stabilendo connessioni con i protagonisti della scena. In un periodo caratterizzato dal collasso ecologico, da disuguaglianze crescenti e da risposte politiche inadeguate, il progetto invita alla partecipazione contro il cinismo e la rassegnazione. Cosa si può fare per aiutare le generazioni future? Qual è l’impatto attuale del cambiamento climatico sui giovani?
Il progetto espositivo Mal de Mer di Claudio Majorana ci porta a compiere un viaggio nel delicato e complesso universo dell’adolescenza, momento in cui ci si confronta per la prima volta con certe questioni personali che spesso finiscono per plasmare le vite adulte. Mal de Mer esplora questo tema, riflettendo su gli anni di passaggio in cui si riconosce il dolore come parte di noi. I ragazzi di
Claudio Majorana sono pieni di domande, paure e dubbi, ma i loro pensieri, rapidi e frenetici, si muovono spontanei sullo sfondo di paesaggi evocativi: campi estivi, foreste, cimiteri silenziosi e altri spazi della periferia di Vilnius, in Lituania.
La mostra You don’t die, di Ghazal Golshiri e Marie Sumalla – rispettivamente giornalista iraniana e photo editor francese del quotidiano Le Monde – racconta la storica rivolta del popolo iraniano scoppiata dopo la tragica morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre 2022, quando la giovane aveva solo 22 anni. A provocare la sua morte sono state le violenze subite dopo l’arresto da parte della polizia morale, che ha ritenuto il suo modo di vestire non rispettoso dei rigidi codici imposti dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Un’ennesima ingiustizia che ha infiammato il popolo iraniano, portandolo a scendere in piazza e a sfidare le repressioni più brutali.
L’artista e fotografa britannica Vinca Petersen raccoglie nel progetto Raves and Riots Constellation scatti provenienti dai suoi viaggi in tutta Europa. Gran Bretagna, Francia, Italia e altri paesi sono i luoghi dove si racconta fotograficamente uno stato d’animo preciso, quel breve momento di totale libertà che si percepisce partecipando a un rave, a un raduno, a una manifestazione. L’illegalità di questi eventi, unita alla tensione che li caratterizza, regala quello che l’autrice chiama la “gioia sovversiva” rivelata da queste immagini.
In We Are Carver, la fotografa Jessica Ingram invita, con un linguaggio documentario di immediata evidenza, a entrare in una delle più grandi strutture militari del mondo, la George Washington Carver High School di Columbus, in Georgia, per seguire gli studenti cadetti nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta e catturare speranze e paure di una generazione in procinto di plasmare il proprio futuro.
Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Thaddé Comar espone How Was Your Dream? che esplora le nuove forme di manifestazione e insurrezione nell’era post-contemporanea dominata da metodi di controllo sociale sempre più moderni e onnipresenti. Di fronte a un sofisticato sistema di sorveglianza, i manifestanti di Hong Kong hanno sviluppato una serie di ingegnose tecniche per proteggere la propria identità con maschere, occhiali e altri accessori, che potrebbero progressivamente portare alla perdita della singolarità a favore di un’individualità collettiva. 
Control Refresh è il frutto del lavoro di Toma Gerzha, una giovane fotografa di origini russe cresciuta ad Amsterdam. La sua ricerca si concentra sulla vita e sull’ambiente della Generazione Z in Russia e nell’Europa orientale, influenzata tanto dalle tradizioni quanto dai social media e dalla politica. Il progetto è stato interrotto a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, per poi riprendere includendo i profondi cambiamenti che la guerra ha portato nella vita dei protagonisti.
La fotografa Kido Mafon cattura la frenetica vita notturna e la cultura giovanile di Tokyo in IFUCKTOKYO – DUAL MAIN CHARACTER. Utilizzando una Contax G1 e scattando su pellicola, Mafon esplora la città dopo il tramonto per documentare le notti vibranti di questa eclettica metropoli e la sua scena underground in continua evoluzione.
Il progetto Frammenti della fotografa dominicana-francese Karla Hiraldo Voleau si ispira al documentario di Pier Paolo Pasolini Comizi d’Amore (1964) e ha l’obiettivo di esplorare e documentare le relazioni della Generazione Z in Italia oggi. Attraverso interviste e ritratti fotografici, il progetto affronta temi come le relazioni affettive, la comunicazione, l’impatto dei social media e il femminismo, ponendo particolare attenzione sulle dinamiche attuali e future delle relazioni sentimentali.

Nella sede di PALAZZO DA MOSTO trovano posto una serie di progetti che caratterizzano il festival e questa edizione in particolare, quindi: la committenza di Fotografia Europea, la mostra dedicata ai libri fotografici, i due progetti vincitori della Open Call, la collettiva dello Speciale Dicottoventicinque e quella di WeWorld e infine una mostra realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Beirut.
La produzione di Fotografia Europea 2025 sarà realizzata da Federica Sasso e si concentra, con il progetto intitolato Intangibile, sulla vita dei giovani caregiver nel territorio di Reggio Emilia. Si tratta di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni che dedicano una parte importante del loro tempo alla cura di familiari, spesso sacrificando parte della loro giovinezza. Secondo studi di settore, molti giovani caregiver non si rendono conto di essere a tutti gli effetti dei prestatori di cure; vivono la loro situazione come un impegno inevitabile e imprescindibile, occupandosi delle ne-cessità quotidiane per garantire il benessere dei loro cari. Attraverso un delicato percorso di avvicinamento, Sasso è entrata in contatto con questi ragazzi e ragazze alla ricerca di pattern e differenze, per tracciare un ritratto complesso che unisce le specificità di un’età segnata da grandi cambiamenti e energie, con la consapevolezza di un ruolo di cura che spesso non viene né riconosciuto né valorizzato, ma che implica sacrifici, resilienza e responsabilità. Il progetto è in collaborazione con Area Cura della Comunità e della città sostenibile del Comune di Reggio Emilia “Progetto Giovani e Cura” e FCR – Farmacie Comunali Riunite. 
Anche quest’anno Palazzo da Mosto ospita un’importante esposizione di libri fotografici provenienti da tutto il mondo. Fluorescent Adolescent, a cura di Francesco Colombelli, esplora l’adolescenza in quanto periodo complesso e decisivo della vita, nelle sue sfumature e contraddizioni. Sebbene i libri raccontino storie radicate in culture e contesti differenti, le emozioni e le esperienze legate al percorso di crescita sono al tempo stesso universali e vissute in modi unici e irripetibili.
I progetti selezionati dalla giuria della Open Call, tra gli oltre 200 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, sono quelli di Michele Borzoni e Rocco Rorandelli del collettivo TerraProject e Matylda Niżegorodcew.
Michele Borzoni e Rocco Rorandelli presentano Silent Spring, un progetto che indaga l’attivismo ambientale in Italia, Germania, Portogallo, Belgio, Francia, Svizzera e Austria, mettendo in luce il crescente conflitto tra gli attivisti e i governi occidentali. Mentre questi ultimi trattano l’ambiente come una mera merce da sfruttare, le giovani generazioni, in particolare quelle appena entrate nell’età adulta, si ribellano, trovando nella lotta per la difesa del pianeta un nuovo e urgente terreno di espressione, un modo per incanalare le proprie frustrazioni nei confronti di un sistema che le ha deluse. Per questi giovani attivisti, la difesa dell’ambiente è diventata un potente mezzo per reclamare il proprio futuro e far sentire la propria voce.
Le fotografie di Matylda Niżegorodcew esplorano i temi dell’identità, della vulnerabilità umana e delle relazioni, alla ricerca di risposte a domande esistenziali. Gli scatti di Octopus’s Diary sono la testimonianza di un legame strettissimo che l’artista crea con i soggetti, abbracciandoli con i suoi tentacoli e rendendoli parte intrinseca del suo processo creativo. Attraverso la sua sensibilità, fa sparire la propria identità e si appropria per 48 ore della vita altrui, nell’assurda, paradossale esperienza di sentirsi qualcun altro e riuscire infine a vivere appieno la propria vita.
Lo Speciale Diciottoventicinque, il progetto formativo di Fotografia Europea, torna con la quattordicesima edizione per accompagnare i giovani amanti della fotografia in un percorso che permette di imparare, condividere e confrontarsi con il mondo dell’arte fotografica, creando un vero progetto espositivo collettivo. Il duo artistico composto da Camilla Marrese e Gabriele Chiapparini guiderà il gruppo in una serie di incontri in presenza per indagare il tema di “Avere vent’anni” attraverso il rapporto tra fotografia e testo e creare un progetto capace di raccontare una storia mantenendo nel contempo l’ambiguità e la mutevolezza tipiche della fotografia.
Il progetto fotografico Women See Many Things, raccoglie gli sguardi di oltre 30 giovani donne del Kenya, Tanzania e Mozambico, in cui ambizioni e inquietudini comuni caratterizzano gli abitanti di questa zona di confine (la Swahili Coast) tra i venti e i trent’anni. Qui WeWorld – organizzazione no profit italiana indipendente attiva in 26 Paesi – ha realizzato tre workshop di fotografia partecipativa nei mesi di febbraio e marzo 2024, diretti da Myriam Meloni e condotti da Halima Gongo (Kenya), Gertrude Malizeni (Tanzania) e Nelsa Guambe (Mozambico). Da queste attività di fotografia partecipativa nascono gli scatti di Women See Many Things, progetto condotto nell’ambito di Kujenga Amani Pamoja (Costruire la pace insieme) e cofinanziato dall’Unione Europea. Le immagini realizzate durante i workshop verranno allestite in esterna presso la sede dell’Università di Modena e Reggio Emilia in viale Allegri, mentre a Palazzo Da Mosto troverà spazio il racconto del progetto e del processo creativo che ha portato agli scatti.
La mostra Electric Whispers di Rä di Martino, a cura di Maria Rosa Sossai, esamina l’importanza del ruolo dei luoghi di aggregazione e d’incontro per i giovani che vivono in Libano, in un periodo drammatico, caratterizzato dall’acuirsi di conflitti che sembrano occupano nuovamente la vita quotidiana di questa terra e della sua popolazione. A partire dal 2023, l’artista si è avvicinata al mondo giovanile per studiare quali fossero i luoghi di incontro sia virtuali che fisici. Electric Whispers è una mostra progettata per l’Istituto Italiano di cultura di Beirut.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.

A PALAZZO DEI MUSEI, trova spazio la mostra Luigi Ghirri. Lezioni di fotografia (titolo provviso-rio) a cura di Ilaria Campioli, che parte dalle lezioni di fotografia che Luigi Ghirri tiene all’Università del Progetto di Reggio Emilia fra il 1989 e il 1990. Poco incentrate sulla parte di in-segnamento “tecnico” del medium, le lezioni sono per Ghirri l’occasione per ripercorrere la propria produzione ed affrontare tematiche a lui care, oltre ad approfondire la storia stessa della fotografia, presentata e inserita dall’autore nel contesto più ampio della storia delle im-magini. Nel 2010 le lezioni sono riunite da Paolo Barbaro e Giulio Bizzarri in un volume, edito da Quodlibet, che diventa da lì a poco un nuovo ed importante punto d’accesso per l’opera di Ghirri, oltre che un riferimento per le nuove generazioni di artisti. La mostra è occasione per re-stituire le lezioni in una nuova chiave, grazie al coinvolgimento degli artisti Luca Capuano e Ste-fano Graziani e alla collaborazione di un gruppo di studenti di ISIA Urbino. Un modo per riflet-tere sulle intenzioni e sulla poetica degli esercizi contenuti nelle lezioni di fotografia e, più in generale, sulla loro pratica e sul loro valore. Contestualmente, l’esposizione è anche occasione per riflettere sugli utilizzi del medium. Dalla sua invenzione, infatti, la fotografia è stata utilizza-ta come dispositivo privilegiato per l’insegnamento di numerose discipline, in particolare quelle artistiche. Ed è proprio nel campo dell’insegnamento, dove l’aspetto relativo alla riproduzione e alla trascrizione è centrale, che emerge quella che Monica Maffioli definisce la “doppia vita” della fotografia, in grado di mettere in evidenza quelle che sono le sue caratteristiche “autoria-li, materiche, ambigue e perturbanti”.
Mostra promossa dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici, Biblioteca Panizzi) in collaborazione Eredi Luigi Ghirri e ISIA Urbino. 
Palazzo dei Musei ospita, inoltre, la 12esima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, l’open call promossa dal Comune di Reggio Emilia, in partnership con alcuni festival internazionali, dedicata alla valorizzazione dei talenti della fotografia under 35 in Italia. Una giuria internazionale ha selezionato i sette progetti che esporranno nella collettiva Uni-re/Bridging, a cura di Ilaria Campioli e Daniele De Luigi. Si tratta di Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore con La Dote di Latera, Rosa Lacavalla con La Festa dell’Equatore, Sara Lepore con Ingre-diente pentru un tort de miere, cu dragoste, Grace Martella con Memorie del transitare, Erdiola Kanda Mustafaj con Pasqyra e Lëndës (Sommario), Serena Radicioli con Non sei più tornato e Davide Sartori con The Shape of our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know. Unire/Bridging invita a una riflessione su come le immagini possano agire da “ponti” e svolgere una funzione di colle-gamento, di avvicinamento, di dialogo e anche di cura nei confronti del mondo esterno. Non solo tra il fotografo e il soggetto, ma anche tra l’immagine e lo spettatore, per diventare un luogo e uno spazio di solidarietà. Gli artisti finalisti si contenderanno il prestigioso Premio Luigi Ghirri del valore di 4.000 euro oltre ad altri importanti riconoscimenti quali la menzione Nuove Traiettorie. GFI a Stoccolma, promossa in collaborazione con l’IIC di Stoccolma, che offre la pos-sibilità, ad un artista selezionato, di vivere un periodo di studio e ricerca durante il quale dovrà sviluppare un progetto artistico che verrà poi esposto in una mostra curata dallo stesso Istitu-to. Infine, uno dei finalisti avrà l’opportunità di ricevere una borsa di studio per partecipare al programma di letture portfolio Photo-Match di Fotofestiwal Łódź. Giovane Fotografia Italiana #12 | Premio Luigi Ghirri è realizzata con il contributo di Reire srl e la sponsorizzazione di Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia.

La fototeca della BIBLIOTECA PANIZZI partecipa all’edizione del 2025 con la mostra Attraverso la luce a cura di Monica Leoni e Elisabeth Sciarretta, con Laura Gasparini. L’esposizione raccoglie fotografie, documenti, e incisioni che riguardano i primi 20 anni della storia della fotografia nelle collezioni della Fototeca, giunti in Biblioteca tramite donazioni e acquisizioni, conservate con lo scopo di documentare la storia delle tecniche fotografiche. Il percorso espositivo presenta rari esempi di fotografie su carta salata, numerosi dagherrotipi delle collezioni Mandarino e Davoli, insieme alla prestigiosa collezione di Michael G. Jacob; un focus sarà dedicato ai preziosi astucci che custodiscono e conservano questi oggetti unici. Inoltre saranno esposti documenti che testimoniano la diffusione della fotografia nello Stato Estense, dove la nuova tecnologia arrivò pochi anni dopo che L.J.M. Daguerre rese pubblica la prima immagine catturata dalla macchina Daguerreotype, nel 1839. Una narrazione che porterà il visitatore indietro nel tempo, agli anni pionieristici della sperimentazione scientifica attraverso la luce, la chimica e la trasformazione di materiali, quali l’argento, per arrivare all’arte del ritratto e del paesaggio di quell’oggetto di culto che è stata la fotografia delle origini. 

Lo SPAZIO GERRA propone la mostra Volpe Laila Slim e gli altri. Resistere a vent’anni curata da Stefania Carretti, Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri per Spazio Gerra e e da Massimo Storchi (storico) e Marco Cerri (sociologo) per Istoreco. L’esposizione, che si espande idealmente sulla piazzetta antistante lo Spazio Gerra e sul porticato dell’Isolato San Rocco, fino a Piazza della Vittoria, si propone di esplorare la complessità dell’esperienza dei giovani partigiani durante la Resistenza italiana, nel contesto dell’80°anniversario della Liberazione. Attraverso una serie di sezioni tematiche, la mostra illustra la vita quotidiana, le sfide, l’emancipazione di genere, le scelte etiche e il contesto ambientale in cui questi giovani hanno operato, riflettendo sul significato di avere vent’anni in un’epoca di conflitto. Le storie Volpe (Francesco Bertacchini, 1926-2024), Laila (Anita Malavasi, 1921-2011), Slim (Luciano Fornaciari, 1925-1944) e di tanti ventenni che con i loro eloquenti nomi di battaglia hanno partecipato alla Resistenza offrono una comprensione più profonda e personale del significato di ribellarsi e lottare per la libertà. Accanto alle fotografie storiche provenienti dalla fototeca di Istoreco e a documenti originali, diari, lettere e manifesti dell’epoca, l’esposizione si avvale del contributo di cinque artisti e fotografi chiamati a fornire un’interpretazione visiva contemporanea dei valori e dei temi dischiusi dai documenti d’archivio: Alessandro Bartoli, Marco Belletti, Lorenzo Falletta, Alessia Leporati e Andrea Sciascia portano uno spaccato di cosa significhi resistere oggi per la GenZ.

Collegata al festival è la proposta della COLLEZIONE MARAMOTTI che presenta This Body Made of Stardust, ampia esposizione personale di Viviane Sassen composta da oltre cinquanta fotografie e un’opera video realizzate dal 2005 al 2025, alle quali si aggiungono alcuni nuovi lavori ideati specificamente per questa occasione. La mostra costituisce la più estesa presentazione del lavoro di Sassen in Italia fino ad oggi ed è curata dall’artista stessa. Riuniti intorno al concetto e all’iconografia del memento mori, gli scatti esposti tracciano ramificate traiettorie sulle infinite possibilità e sfumature della vita, feconda, intensa e traboccante quanto intrinsecamente fragile: (astrazioni di) corpi umani, paesaggi, polvere, terra, materie organiche divengono simboli e ricorrenti promemoria della morte – inevitabile passaggio di trasformazione del vivente. Sassen ci invita a entrare nel suo universo poliedrico, onirico e seducente, intriso di Surrealismo – qui in dialogo con alcune sculture della Collezione Maramotti. Intimamente legata alle arti plastiche Sassen, si definisce anche scultrice: plasma la luce, e ancor più l’ombra, giungendo a introdurre nella propria pratica anche pittura, inchiostri e collage, con cui imprime una dimensione ulteriore all’immagine fotografica.

Dal 24 Aprile 2025 al 08 Giugno 2025 – Reggio Emilia – sedi varie

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MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge

Ferdinando Scianna, Riccione, 1989
© Ferdinando Scianna/Magnum Photos | Ferdinando Scianna, Riccione, 1989

Da fotografo è soprattutto questo che mi ha affascinato delle spiagge: la vanità, l’esibizione, lo specchio sociale, le relazioni umane, la volgarità, il gioco dei corpi, il rito di massa. Ho fotografato spiagge dappertutto: lo spettacolo era sempre assicurato.” Ferdinando Scianna

Il mare e la spiaggia, simboli di evasione e libertà, si trasformano in palcoscenico per una straordinaria nuova e inedita mostra fotografica: MARE MAGNUM. Da Ferdinando Scianna a Martin Parr. I fotografi Magnum e le spiagge, che sarà allestita dal 19 aprile al 5 ottobre 2025 negli spazi espositivi di Villa Mussolini, a Riccione.

Curata da Andréa Holzherr, organizzatrice di progetti espostivi internazionali e responsabile della promozione dell’Archivio Magnum, la mostra presenta le opere di otto grandi fotografi dell’agenzia Magnum Photos: Ferdinando Scianna, Bruno Barbey, Bruce Gilden, Harry Gruyaert, Trent Parke, Olivia Arthur, Newsha Tavakolian e Martin Parr.

Attraverso gli obiettivi di questi grandi maestri della fotografia internazionale, il pubblico potrà esplorare le molteplici sfaccettature della vita in spiaggia: momenti di felicità e gioco si alternano a istanti di isolamento e riflessione, dando vita a un racconto visivo che svela la condizione umana in uno scenario universale.

Riccione, che ha già ospitato in questi ultimi anni le mostre di alcuni dei più grandi maestri della fotografia, da Elliott Erwitt a Steve McCurry, da Robert Capa a André Kertesz e Henry Lartigue, diventa oggi il crocevia ideale di queste visioni, il luogo in cui le spiagge di tutto il mondo, ritratte dai fotografi Magnum, trovano una nuova e suggestiva dimensione. Qui, in questa mostra, i mari lontani dialogano con il mare Adriatico, le immagini raccolte in angoli diversi del pianeta si intrecciano con la storia e l’identità di una città che da sempre vive il rapporto con il mare come elemento essenziale della sua cultura. Con Mare Magnum, Riccione si trasforma in un crocevia culturale, dove le fotografie dei più grandi maestri della Magnum fissano per sempre le suggestioni, le contraddizioni e la bellezza delle spiagge di tutto il mondo. 

Non è un caso che la città abbia scelto di candidare la propria spiaggia a Patrimonio Immateriale dell’UNESCO: la sua tradizione di accoglienza e condivisione rende questo il contesto ideale per un racconto visivo che attraversa luoghi, epoche e sensibilità diverse, trovando qui una sintesi unica e significativa. Riccione, la Perla Verde dell’Adriatico, è da sempre crocevia di sguardi e suggestioni, e proprio qui, in questo luogo dove il mare ha una sua intimità profonda e accogliente – quel Mare Adriatico che Predrag Matvejević ha definito il mare dell’intimità – prende vita Mare Magnum, una mostra che trova in questo contesto il suo respiro più autentico. Perché se ogni spiaggia racconta una storia, è a Riccione che queste storie si incontrano, si fondono e si rivelano in tutta la loro potenza espressiva.

La genesi di questa esposizione nasce da un dialogo creativo tra il Comune di Riccione, Civita Mostre e Musei, Magnum Photos e Rjma Progetti Culturali, un incontro di visioni che ha permesso di portare a Riccione un progetto espositivo unico e ambizioso. Mare Magnum si inserisce perfettamente nel tessuto di questa città, che da sempre intreccia il suo legame con il mare e la sua capacità di accogliere storie provenienti da ogni angolo del mondo. La fotografia, in questo contesto, diventa uno strumento privilegiato per esplorare le molteplici sfumature della vita in spiaggia, attraverso un racconto visivo che non conosce confini.

Il mare non è solo un orizzonte geografico, ma una dimensione che appartiene all’anima. Come scrive l’autore romagnolo Fabio Fiori, «la spiaggia è un diario di sabbia su cui ogni onda scrive e cancella storie», un luogo di continua trasformazione dove ogni passaggio lascia traccia e, al contempo, si rinnova, come la risacca che modella incessantemente la riva. È proprio questo respiro, fatto di attimi fugaci e gesti che la fotografia riesce a rendere eterni, a nutrire l’esposizione. Le immagini raccolte dai grandi maestri della Magnum creano un legame profondo con l’immaginario di Riccione, facendo di questa mostra una riflessione universale sulla condizione umana, raccontata attraverso il paesaggio marino e la sua ineluttabile capacità di trasformare ogni incontro in una storia unica e irripetibile.

La mostra prende vita in un luogo emblematico, Villa Mussolini, un punto di osservazione privilegiato sul mare, che, con la sua posizione, permette di godere della vista su quello che è considerato uno dei più bei terrazzi sull’Adriatico, creando una perfetta sintonia con l’anima della mostra e il legame che la città ha da sempre con il mare.

La spiaggia è da tempo un soggetto interessante nella fotografia, in quanto palcoscenico perfetto per la grande “commedia umana”, che si riflette nel mare, eterno e impassibile. Sotto un vasto cielo indifferente, le persone vanno e vengono come attori di uno spettacolo senza fine. Quello che i fotografi trovano sulla spiaggia è il genere di spontaneità, libertà ed emozioni intense che raramente si possono trovare altrove. La spiaggia spoglia le persone, sia fisicamente che psicologicamente, dei normali strati di vita quotidiana. Quando ci si toglie i vestiti, ci si libera anche di alcune inibizioni sociali.

La mostra prende le mosse dalle foto del grande Ferdinando Scianna e in particolare da un suo omaggio alla città di Riccione, con una selezione di scatti realizzati nel 1989 proprio nella città. Prosegue quindi con le sue altre foto scattate nei siti più diversi. Le fotografie di spiaggia di Ferdinando Scianna, caratterizzate dalla sua capacità di catturare, in pari misura, momenti di tranquilla contemplazione e intensità drammatica, offrono un ritratto sfumato e profondamente umano della vita balneare. Famoso per il suo approccio documentaristico, le immagini della spiaggia di Scianna sono infuse di una ricca profondità emotiva e di un senso di atemporalità, in cui l’interazione tra persone, paesaggio e luce ci rivela qualcosa di fondamentale sulla condizione umana. La rassegna espositiva prosegue con altri grandi fotografi come Bruno Barbey. In Cina, dove la spiaggia è diventata un luogo di turismo di massa e di sviluppo urbano, le sue immagini ci trasmettono una tensione sotterranea tra il paesaggio in rapida evoluzione e la natura elementare e senza tempo del mare. Le strutture create dall’uomo, come alberghi, ombrelloni o passerelle, spesso si perdono sullo sfondo, lasciando che siano i bagnanti a dominare la composizione. Questa contiguità tra la presenza umana e la vastità della natura crea uno stato d’animo contemplativo, quasi a suggerire che, nonostante la rapida modernizzazione che ci circonda, il mare rimane pur sempre una forza costante ed eterna. Con Bruce Gilden ci troviamo nella spiaggia di Coney Island. I suoi scatti offrono uno sguardo sincero e senza filtri sull’eccentrico teatro della cultura balneare newyorchese. Noto per una fotografia di strada audace e provocatoria, Gilden porta la stessa energia sul lungomare e sulla spiaggia, fotografando bagnanti, personaggi stravaganti e figure pittoresche cariche di personalità. I suoi caratteristici scatti a distanza ravvicinata e il costante uso del flash trasformano la spiaggia in un’arena di espressioni esagerate, pelli raggrinzite dal sole e corpi distesi e provocatoriamente rilassati. Le fotografie di Harry Gruyaert nelle spiagge del Nord catturano un mondo di bellezza sommessa, dove l’interazione tra luce, colore e atmosfera trasforma paesaggi familiari in qualcosa di quasi etereo. Diversamente dalle spiagge soleggiate e vivaci del Mediterraneo, le sue immagini delle coste del Mare del Nord (Belgio, Francia o Paesi Bassi), sono caratterizzate da vaste distese battute dal vento, cieli pesanti e una luce meritevole che oscilla tra tenui pastelli e profondi blu malinconici. La mostra ci conduce poi nel mondo di uno dei fotografi che hanno dedicato più attenzione alla fotografia di spiaggia. Le foto di Martin Parr in Gran Bretagna offrono un’esplorazione vivida e talvolta umoristica della cultura balneare britannica, catturandone attimi di debolezza, goffaggine e assurdità che definiscono il rapporto di questo paese con le sue località costiere. Noto per il suo occhio attento agli aspetti sociali e per l’uso di colori saturi, Parr trasforma la spiaggia in un palcoscenico dove si esagerano e allo stesso tempo si celebrano le idiosincrasie della vita quotidiana. Nelle fotografie di Trent Parke il paesaggio è protagonista tanto quanto le persone che lo abitano. Spesso le sue spiagge sono rappresentate non come luoghi idilliaci e tranquilli, ma come ambienti puri e dinamici, ricchi di energia naturale e della complessa interazione umana. Le immagini di Parke, attratto dal gioco di luci, ombre e forma umana, sono spesso caratterizzate da forti contrasti, ad esempio da figure scure che si stagliano contro la lucentezza di un cielo assolato, sagome drammatiche sullo sfondo di un orizzonte mutevole e tempestoso. Questo estremo uso della luce nella sua fotografia, dove la tensione tra luce e buio rispecchia le correnti emotive della vita in spiaggia, le dona una qualità quasi cinematografica. La mostra presenta quindi due giovani fotografe, particolarmente interessanti. Olivia Arthur ha realizzato in India, e a Mumbai in particolare, opere fotografiche di grande impatto e profondamente umane. Il suo lavoro esplora spesso i temi dell’identità, di genere e dell’incontro tra tradizione e modernità. Arthur esplora l’idea di vite nascoste e di istanti non visti, nella cui narrazione svolgono un ruolo significativo le spiagge di Mumbai. L’artista fotografa coppie in cerca di intimità all’aperto, individui persi nei loro pensieri sullo sfondo di un orizzonte infinito e gruppi di persone intente a silenziosi rituali quotidiani. Attraverso il suo obiettivo, le spiagge diventano luoghi di transizione, dove convergono emozioni personali e realtà urbane. E infine le scene scattate da Newsha Tavakolian nelle spiagge del Mar Caspio offrono una toccante esplorazione dell’identità personale e collettiva, sullo sfondo del complesso paesaggio sociale e politico dell’ Iran. Nota per il suo approccio intimo e umanistico alla fotografia, l’opera di Tavakolian sulla costa del Mar Caspio, riflette le tensioni tra modernità e tradizione, libertà e costrizione, vita pubblica e privata in un paese in bilico tra forze culturali conflittuali.

Nel corso della storia, i fotografi di Magnum hanno catturato la spiaggia in modi sorprendentemente diversi, riflettendo sia i momenti culturali che le esperienze umane senza tempo. Che sia a colori o in bianco e nero, che ritragga gioia, solitudine o la sublime potenza della natura, la fotografia di spiaggia continua a essere un tema ricco ed evocativo, invitando gli spettatori a vedere la riva non solo come una destinazione, ma come una tela per l’espressione visiva.

Dal 19 Aprile 2025 al 05 Ottobre 2025 – Villa Mussolini – Riccione

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Storie di Puglia. Fotografie dall’Archivio Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965
Gianni Berengo Gardin, Trani, 1965

La buona stagione reca in dono le migliori iniziative. Un’altra grande mostra organizzata da Palazzo delle Arti Beltrani attende il pubblico.

Dopo il successo delle esposizioni con i lavori di Tina Modotti, Ferruccio Ferroni, Letizia Battaglia e Giuseppe Cavalli, dal 16 aprile al 30 giugno 2025 trentacinque opere del maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin saranno esposte a Trani (BT).
Per la prima volta una monografica dedicata ai territori di Puglia, esclusivamente a firma di Berengo Gardin, trova collocazione nella medesima regione, celebrandola con la sua cifra inconfondibile.

«Il colore distrae dal soggetto» – ripete sovente il fotografo -, sottolineando la sua predilezione per il reportage in bianco e nero. Ed è proprio il bianco e nero che, combinandosi magistralmente, campeggia negli scatti selezionati nel suo archivio, che conta circa due milioni di scatti.

Unanimemente annoverato tra i più grandi autori della storia della fotografia, Gianni Berengo Gardin è appassionato bibliofilo e collezionista.

Nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930 e inizia a fotografare negli anni Cinquanta.
I suoi primi lavori vengono pubblicati su “Il Mondo” di Mario Pannunzio, con cui collabora fino al 1965; in quell’anno, dopo aver vissuto tra Roma, Venezia, Lugano e Parigi, si stabilisce a Milano.
Berengo Gardin è un narratore del reale, fotografa per raccontare, organizza le proprie opere in serie tematiche e trova nel libro un formato ideale per la loro divulgazione.
Nel corso della sua carriera ha pubblicato oltre duecentosessanta volumi, ha lavorato con le principali testate della stampa italiana ed estera ed è stato tra i soci del “Circolo Fotografico La Gondola” di Paolo Monti e del “Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia” di Italo Zannier.
La sua produzione artistica spazia dal reportage d’indagine sociale alla fotografia industriale (ha collaborato con Olivetti, Alfa Romeo, IBM e Italsider) e dal paesaggio all’architettura, quest’ultima omaggiata nella decennale collaborazione con Renzo Piano.
Gianni Berengo Gardin ha tenuto oltre trecentosessanta mostre personali e tra i numerosi riconoscimenti ricevuti vi sono il “Premio Scanno” del 1981, il “Prix Brassaï” del 1990, il “Leica Oskard Barnack Award” del 1995 e il “Lucie Award” alla carriera del 2008.
I suoi lavori sono conservati, tra gli altri, presso il MoMa di New York, la Bibliothèque Nationale de France e la Maison Européenne de la Photographie di Parigi.

Le immagini di Gianni Berengo Gardin, realizzate nell’arco degli ultimi sessant’anni, rappresentano dunque un prezioso documento dell’evoluzione storico-sociale e paesaggistica del nostro paese.

Pertanto, sostiene la curatrice Alessia Venditti “la mostra di Palazzo Beltrani si pone come obiettivo il racconto di tale metamorfosi riferita alla Puglia e si configura quale prezioso strumento di riflessione sul presente. Al contempo, l’esposizione stessa celebra la terra che la ospita mediante il sapiente sguardo narratore di Berengo Gardin, che delle trasformazioni dell’intera nazione è teste incontrastato”.

Per farlo il percorso espositivo si concentra su alcuni luoghi iconici di Puglia, Trani compresa, desunti dalla serie dedicata alle regioni italiane che il fotografo realizza su commissione del Touring Club, verso la metà degli anni Sessanta.
«In Puglia molte cose sono cambiate. […] molte premesse di effettivo sviluppo sono state poste. Poi c’è il turismo. L’anno scorso ha avuto oltre seicentomila visitatori che, secondo i programmatori, fra dieci anni saranno novecentomila. Ma saranno sicuramente di più, specialmente gli stranieri: lasciate che si accorgano della Puglia, che la scoprano, che si passino la voce e poi vedrete».

Inizia così l’articolo a firma di Giuseppe Bozzini dal titolo “Un giardino d’incanti”, apparso su “Le vie d’Italia”, mensile illustrato di geografia, viaggi e fotografia del Touring Club Italiano, nel 1967. Nel numero 6 della rivista emerge lo spiccato interesse verso una regione nella quale “tutto si muove più speditamente che nel resto del mezzogiorno” e la rappresentazione visiva di questo “raffinato vitalismo” viene affidata al maestro della fotografia italiana Gianni Berengo Gardin.
Delle opere visibili a Trani, alcune sono inedite mentre altre sono state pubblicate sui volumi del Touring stesso: “Puglia” della serie “Attraverso l’Italia” e “Le vie d’Italia”.

La mostra, nella quale compaiono le città di Puglia nella loro veste dell’epoca, doverosamente dedica una sezione alla città di Trani, da Berengo Gardin visitata e ritratta in più occasioni. Egli ne rivela tutta la grazia, ammantata da un certo fascino dal sentore tardo neorealista.

Il progetto espositivo, a cura dello storico dell’arte e della fotografia Alessia Venditti, vede la partecipazione di Marcello Sparaventi (Centrale Fotografia, Fano) e dell’arch. Mariana Soricelli con due testi rispettivamente inerenti al contesto fotoamatoriale e associazionistico italiano del secolo scorso e all’assetto storico-urbanistico pugliese degli anni Sessanta, entro i quali il lavoro di Berengo Gardin, presentato nella mostra tranese, va contestualizzato.

Dal 16 Aprile 2025 al 30 Giugno 2025 – Palazzo delle Arti Beltrani – Trani (BA)

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Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino

Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina
Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le lezioni americane di Italo Calvino, Le Stanze della Fotografia, Venezia I Ph. Matteo De Fina

Le Stanze della Fotografia presentano, dal 10 aprile al 10 agosto 2025, al primo piano, la mostra Maurizio Galimberti tra Polaroid/Ready Made e le Lezioni Americane di Italo Calvino, curata da Denis Curti.

Internazionalmente noto per i ritratti di star come Lady Gaga, Robert De Niro, Johnny Depp e Umberto Eco, e per aver realizzato pubblicazioni e mostre site specific su New York, Parigi, Milano, Roma e Venezia, Maurizio Galimberti presenta a Venezia alcuni tra i più iconici mosaici di polaroid, tra i quali Johnny DeppBarbara Bouchet e Angelica Huston, in un percorso che si articola in sei sezioni: Cenacolo, Storia, Sport, Ritratti, Taylor Swift e Luoghi.

Le sue creazioni, caratterizzate da una visione sfaccettata e frammentata della realtà, sono scomposte e ricomposte come in un mosaico, offrendo una riflessione profonda sulla percezione e sulla molteplicità dei punti di vista. Le immagini sono quasi sempre manipolate durante la fase di sviluppo, esercitando pressioni con strumenti semplici – come penne e bastoncini di legno – direttamente sulla superficie del supporto, o montate in composizioni a mosaico, all’interno delle quali ogni singolo scatto concorre alla formazione di un risultato finale capace di restituire una visione d’insieme spettacolare.

Dal 10 Aprile 2025 al 10 Agosto 2025 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio (Venezia)

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DEEP BEAUTY. Il dubbio della bellezza

Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario
© Michel Comte | Michel Comte, Carla Bruni, 1996. Courtesy Collezione Ettore Molinario

Una mostra fotografica a cura di Denis Curti, ideata dal team creativo di Ogilvy Italia sotto la direzione artistica di Giuseppe Mastromatteo, Presidente e CCO, realizzata grazie al sostegno di KIKO Milano e in collaborazione con MUDEC, Comune di Milano, e 24 ORE Cultura, con il contributo straordinario dell’artista Paolo Ventura, che ha partecipato all’elaborazione grafica dell’allestimento.

Attraverso una selezione di oltre sessanta capolavori – nel campo delle arti visive dalla fotografia alla video art fino all’impiego dell’intelligenza artificiale – di grandi artisti come, tra gli altri, Marina Abramović, David Hockney, Michel Comte, David LaChapelle, Michelangelo Pistoletto, Helmut Newton, e Robert Mapplethorpe, l’esposizione presenta un excursus sul tema dell’evoluzione del concetto di bellezza.

Le opere sono inserite all’interno di un percorso diviso in sei sezioni – Trasfigurazioni, Incanti, Vertigini, Labirinti, Nuovi Mondi, Artifici – che esplorano le declinazioni della bellezza e delle sue trasformazioni contemporanee, dall’inizio del XX secolo ad oggi.
Il progetto, sostenuto da KIKO Milano e reso possibile anche grazie alla collaborazione con importanti collezionisti – Paolo Clerici, Giampaolo Paci, Ettore Molinario e Pier Luigi Gibelli – offre così l’opportunità di creare un dialogo tra la dimensione estetica e il tessuto sociale ed economico della città.
Deep Beauty sarà inoltre disponibile online con un’esperienza virtuale immersiva, sviluppata in collaborazione con AQuest, che restituisce fedelmente il percorso espositivo e la sua narrazione visiva, accessibile anche tramite QR Code per approfondire le informazioni sulle opere in mostra.

Dal 05 Aprile 2025 al 25 Maggio 2025 – MUDEC – Museo delle Culture – Milano

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MAN RAY

<em>Man Ray</em> | Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray | Courtesy Tommaso Calabro

La mostra dedicata a Man Ray, uno dei più visionari ed innovativi artisti del ventesimo secolo, presenta una selezione di oltre quaranta opere – dipinti, assemblages, fotografie, gouaches e grafiche – realizzate tra gli anni Venti e gli anni Settanta, ed offre una panoramica sulla varia e intensa produzione dell’artista americano, che fece di Parigi la sua casa per gran parte della sua vita.

Emmanuel Radnitzky (Philadelphia, 1890 – Parigi, 1976), dai più conosciuto come Man Ray, nasce negli Stati Uniti in una famiglia ebrea di origine russa. Adotta il suo pseudonimo nel 1909 dopo essersi trasferito a New York, dove si avvicina all’arte e agli ambienti dell’avanguardia.

Nel corso della sua lunga carriera artistica, Man Ray adotta diversi linguaggi, facendo della sua arte un continuo spettacolo di metamorfosi. Con i suoi rinomati oggetti come Cadeau (1921-1974), il celebre ferro da stiro con i chiodi, nega l’uso ordinario degli oggetti, spostando la fruizione dall’intelletto all’emozione, seguendo i principi di Duchamp. Ironia e iconoclastia, in una fusione di sperimentazione e arguzia, sono espressioni del suo spirito di ricerca e della sua volontà di reinventare il mondo attraverso l’arte. Il caos e il disordine di una realtà in continua evoluzione – travolta dagli eventi politici – penetrano nell’animo dell’artista, scontrandosi con la resistenza della materia e dando vita a incessanti trasformazioni creative.

Proseguendo nella valorizzazione di figure legate al movimento surrealista e al gallerista Alexander Iolas, con questa mostra Tommaso Calabro rende omaggio a un artista geniale ed unico, capace di attraversare e trasformare le avanguardie del Novecento con una visione rivoluzionaria.

Dal 29 Marzo 2025 al 21 Giugno 2025 – Tommaso Calabro – Venezia

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EXPOSED Torino Foto Festival – Beneath the surface

EXPOSED Torino Foto Festival è il festival internazionale di fotografia di Torino che reimmagina il ruolo della fotografia nel plasmare futuri sostenibili e critici. Attraverso un programma dinamico di mostre, discussioni pubbliche e una serie di eventi—sviluppati in collaborazione con le principali istituzioni culturali torinesi—EXPOSED offre uno spazio di riflessione per esaminare come la fotografia venga oggi prodotta, compresa e utilizzata. Per affrontare le urgenze del nostro tempo e costruire nuove possibilità, il festival abbraccia linguaggi visivi sperimentali e forme pionieristiche di collaborazione.

Definito dalla sua natura multidisciplinare e diffusa, EXPOSED permea il tessuto urbano torinese, attivando spazi espositivi eterogenei e molteplici modalità di interazione. Dai musei statali alle fondazioni private e agli spazi indipendenti, il festival trasforma la città in una piattaforma in cui prospettive diverse, pratiche artistiche e ricerca si incontrano. Questa convergenza di realtà pubbliche e private sottolinea l’impegno del festival nel favorire un dialogo aperto tra voci istituzionali e indipendenti.

Ciò che unisce i progetti del festival è un approccio orientato al futuro che utilizza la fotografia per interrogare dinamiche locali e globali. Ridefinendo il nostro rapporto con lo spazio e ripensando i sistemi che modellano il nostro ambiente, EXPOSED invita a nuove interpretazioni e prospettive sul ruolo delle immagini oggi. La direzione artistica del festival parte dal presupposto che la fotografia non sia solo un mezzo di documentazione, ma uno strumento di trasformazione, capace di modificare la percezione e generare nuove narrazioni. Favorendo uno scambio fluido e orizzontale tra artisti e pubblico, EXPOSED crea uno spazio di riflessione critica e immaginazione collettiva.

Sotto la Superficie esplora il modo in cui il mondo fisico si collega alle forze che plasmano le nostre vite. I materiali non sono semplici oggetti statici: si trasformano ed evolvono, modellando e rispondendo a sistemi come la natura, la politica e la tecnologia. Osservando come i materiali cambiano, possiamo cogliere le storie che portano con sé su potere, controllo e resistenza. In un mondo che spesso appare astratto e opprimente, prestare attenzione alla realtà materiale ci aiuta a comprendere queste forze e il loro impatto su di noi.

Dal 16 aprile al 2 giugno – Torino – sedi varie

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Olga Cafiero. Cultus Langarum

Olga Cafiero, dalla serie “Cultus Langarum”, 2025

CAMERA e l’Azienda Vinicola Garesio presentano Cultus Langarum, una produzione inedita realizzata nelle Langhe da Olga Cafiero, artista vincitrice della prima edizione del Garesio Wine Prize for Documentary Photography il nuovo premio, voluto dall’azienda vinicola e resort di Serralunga d’Alba, dedicato alla promozione dei giovani talenti della fotografia contemporanea internazionale.

La mostra, a cura di Giangavino Pazzola, si compone di diverse serie fotografiche che indagano il paesaggio delle Langhe del Barolo, dal punto di vista morfologico e culturale, che saranno esposte nella Project Room di CAMERA dal 16 aprile al 2 giugno 2025.

La mostra è parte del programma principale della seconda edizione di EXPOSED Torino Foto Festival dal titolo Beneath The Surface, a cura di Menno Liauw e Salvatore Vitale.

16 aprile – 2 giugno 2025 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Fotografie di un’esposizione

Martine Franck,<em> Observatoire de Meudon, France</em>, 1991 | Courtesy IKONA Gallery<br />
Martine Franck, Observatoire de Meudon, France, 1991 | Courtesy IKONA Gallery

Tutte le fotografie in mostra hanno già una loro storia con Venezia perché hanno fatto parte delle grandi esposizioni che Ikona ha curato in città dal 1979 a oggi.

È sempre la fotografia che mette noi stessi di fronte alla vita e alla realtà, di fronte alla nostra vita, al mondo e all’altro. Tutto questo è ancora più urgente in una città che è l’immagine Ikona dove tutto scorre senza il dialogo.

“Mi piace vedere questa mostra come Le fotografie di un’esposizione, citando Quadri di un’esposizione, famosissima suite per pianoforte di Modest Musorgskij e vedere il visitatore nella promenade, in ascolto e nello sguardo, nell’atto di porsi le domande di fronte alle realtà afferrate dal fotografo, nelle fotografie che ci mostrano i frammenti di ciò che è stato il passato. Ogni fotografia è definita dalla sua didascalia – autore, luogo, persona, storia, data – ma è lo sguardo del visitatore che si dà la risposta e vive il passato come il suo presente.”
Živa Kraus

Dal 23 Marzo 2025 al 30 Maggio 2025 – IKONA Gallery – Venezia

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Mostre per il mese di aprile

Non perdetevi le mostre del mese di aprile, di seguito ve ne segnaliamo diverse!

Anna

Lapilli – Sara Munari

Sara Munari esplora il vulcano tra mito, scienza e arte – Dal 5 aprile da Focus Artphilein.
Focus Artphilein presenta, dal 5 aprile, la nuova mostra di Sara Munari, co-curata da Simone Azzoni.
Da sempre i vulcani affascinano e spaventano l’umanità. Simboli di distruzione e rinascita, di forza
primordiale e mistero, hanno ispirato miti, leggende e rappresentazioni artistiche nel corso dei secoli.
Dalle leggende antiche alle rappresentazioni di Plinio il Giovane, Hokusai, Turner e Dalì, fino al
contemporaneo, il suo immaginario si rinnova tra suggestioni cinematografiche e interpretazioni
artistiche.
Il progetto di Munari intreccia visione e realtà in un percorso immersivo, dove immagini, suoni e
narrazioni si fondono, esplorando il vulcano come fenomeno naturale e metafora profonda.
Durante l’evento sarà inoltre presentata la nuova pubblicazione di Artphilein Editions, il Cahier realizzato per la mostra, con testi di Simone Azzoni e Sara Munari.

Dal 5 aprile al 12 giugno – Artphilein focus – Paradiso – Lugano (CH)

WOMEN POWER – L’universo femminile nelle fotografie dell’agenzia MAGNUM dal dopoguerra a oggi

Listen Project, Iran, 2010-2011.
© Newsha Tavakolian/Magnum Photos

Il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme presenta WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’Agenzia Magnum dal dopoguerra a oggi, una straordinaria mostra fotografica a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che esplora, attraverso immagini iconiche dell’agenzia MAGNUM Photos, il ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi, mettendo in luce la forza e la complessità del cammino femminile verso l’emancipazione e le trasformazioni sociali che hanno segnato la condizione delle donne negli ultimi settant’anni. 

Prodotta da CAMERA Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos e promossa da Comune di Abano Terme – Museo Villa Bassi Rathgeb in collaborazione con CoopCultureWOMEN POWER si concentra su due aspetti complementari, le donne fotografe che raccontano la realtà con una visione unica, e le donne ritratte che emergono come soggetti di grande valore dalle lenti di Magnum, testimoni di sfide, conquiste e ruoli in contesti intimi e pubblici. 

Il percorso della mostra si articola in sei nuclei tematici che esplorano il contesto familiare, la crescita, l’identità, i miti della bellezza e della fama, le battaglie politiche e la guerra. Ognuno di questi temi è rappresentato da lavori realizzati da alcune delle più importanti autrici di Magnum Photos, tra cui Inge MorathEve Arnold, Olivia Arthur, Myriam Boulos, Bieke Depoorter, Nanna Heitmann, Susan Meiselas, Lúa Ribeira, Alessandra Sanguinetti, Marilyn Silverstone e Newsha Tavakolian. Autrici di fama internazionale accanto a giovani fotografe contemporanee, con reportage realizzati in contesti molto diversi da un punto di vista storico e geografico, che spaziano dai ritratti di Marilyn Monroe a quelli delle combattenti delle FARC in Colombia.  

La mostra fa emergere un confronto fra stili, linguaggi e generazioni, che danno vita a un inedito dialogo di voci e sguardi mai convenzionali. Le fotografie, pur diversissime tra loro, sono legate da lotte, emozioni ed esperienze che, attraverso la loro presenza e le posture, diventano simboli di un cammino di emancipazione, sia come individui che come collettività. 

Pur celebrando il contributo femminile alla fotografia, WOMEN POWER include anche scatti di celebri fotografi come Robert Capa, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Rafal Milach, Paolo Pellegrin e Ferdinando Scianna, che hanno saputo raccontare la condizione femminile testimoniando le sfide legate ai diritti delle donne.  La mostra offre anche uno spunto di riflessione sul rapporto tra il corpo femminile e la sua rappresentazione. Le fotografie immortalano donne in momenti di intimità, ma anche nel pieno impegno pubblico, dove la loro presenza e le posture diventano simboli di una lotta verso l’emancipazione, non solo come individui, ma come collettività.

22 marzo – 21 settembre 2025 – Museo Villa Bassi Rathgeb – Abano Terme

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Italian Days – Richard Avedon

© The Richard Avedon Foundation

Gli “Italian Days” di Richard Avedon, che faranno da “apripista” ispirando alcuni degli scatti più celebri del fotografo americano, sono un ragazzo con le mani sul viso mentre rivolge lo sguardo ai sampietrini assolati di una strada di Roma, e poi Zazi, una performer di strada, e ancora la devastazione di un’Italia reduce dalla guerra, espressioni umane e di resilienza ma anche di ottimismo racchiuso tra giocose figure danzanti.
Il fotografo di New York che ha rivoluzionato la fotografia di moda con i suoi ritratti in bianco e nero, spesso di grande formato, capaci di svelare la dimensione intima e personale di celebrità altrimenti irraggiungibili, sarà in mostra nella capitale dal 12 marzo al 17 maggio. L’occasione è Italian Days, un percorso che porta alla Gagosian oltre venti fotografie scattate da Richard Avedon anche per le strade della Sicilia e di Venezia, diciotto delle quali della serie Italy (1946–48).

La mostra, che racchiude il lavoro di Richard Avedon globalmente dal 2011, è presentata qui per la prima volta nella sua interezza, in dialogo con ritratti di figure iconiche che incarnano il suo stile distintivo. Avedon compì diversi viaggi in Italia. A Roma arrivò nel 1946, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando l’Italia era ancora in gran parte inaccessibile ai visitatori.
Le serie di fotografie realizzate in questi anni sono state cruciali per lo sviluppo del suo sofisticato approccio al ritratto. Avedon era particolarmente attratto dalla potenza del belpaese e dall’enorme varietà di espressioni umane e di resilienza che osservava ovunque volgesse lo sguardo. Il suo interesse per un’interazione autentica tra fotografo e soggetto ha trasmesso ad ogni immagine una profondità di spirito e una gamma di emozioni inimitabili.  In ogni coppia di fotografie esposte alla Gagosian i visitatori vedranno riflessa una tecnica o una strategia compositiva diversa che trae origine dalle immagini italiane di Avedon. In ogni scatto sembra esserci un po’ di romanità. Persino il celebre ritratto del 1957 di una Marilyn Monroe dallo sguardo smarrito, o l’immagine del 1980 di Ruby Holden, impiegata del banco dei pegni, dell’iconica serie In the American West (1979–84), sembrano essere stati anticipati da un ritratto di strada romano scattato nel 1947. A Roma sembrano avere origine le radici di gioia e disperazione che Avedon ha catturato nella sua rappresentazione della Monroe e anche il suo autoritratto del 1963 ricorda la fotografia di un giovane siciliano fiero e simpatico, riemerso dalle ceneri della guerra per intraprendere una nuova vita. Anche i protagonisti di Italian Days manifestano ancora una volta la costante attenzione di Avedon verso un’umanità comune che trascende la tecnica o le circostanze. Lo sguardo verso il basso che caratterizza un’immagine del celebre drammaturgo in Samuel Beckett, writer, Paris, April 13, 1979, ad esempio, è preannunciato dall’antecedente Italy #6, Rome, 1946, in cui un ragazzo si porta le mani sul viso mentre rivolge lo sguardo ai sampietrini. Ci sono stati d’animo più leggeri, come quello trasmesso dalla modella americana Dorian Leigh in posa con un ciclista sugli Champs-Elysées, ma anche di Audrey Hepburn impegnata in un ballo con Fred Astaire sul set di Funny Face.
L’Italia, con il suo cuore spezzato e il suo spirito indomito, ha, nonostante tutto, illuminato la strada.

Dal 12 marzo al 17 maggio – Gagosian Gallery – Roma

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Sebastião Salgado. Ghiacciai

<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Sebastião Salgado, <em>Isole South Sandwich</em>, 2009 </span><br />
© Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto | Sebastião Salgado, Isole South Sandwich, 2009 

Nell’anno internazionale dedicato ai ghiacciai, da un’idea del Trento Film Festival, il Mart e il MUSE, insieme allo stesso Festival, uniscono le forze e portano in Trentino il nuovo grande progetto espositivo di Sebastião Salgado. Con la direzione artistica di Lélia Wanick Salgado, a cura di Gabriele Lorenzoni (Mart) e Luca Scoz (MUSE), la mostra è prodotta in collaborazione con Agenzia Contrasto e Studio Salgado.

Tra gli artisti più noti del mondo, fotografo, attivista e umanista, nel corso della sua lunga carriera Sebastião Salgado ha raccontato profondi cambiamenti sociali, ambientali ed economici, dando voce agli ultimi del pianeta. In anni recenti ha dedicato centinaia di scatti a uno degli ambienti naturali più suggestivi e allo stesso tempo uno degli ecosistemi più a rischio: quello delle nevi perenni.

A Rovereto e a Trento, Ghiacciai diventa una mostra diffusa per la quale Salgado ha selezionato una serie di scatti, in buona parte inediti. Il progetto rappresenta un’occasione unica di conoscenza e approfondimento della poetica dell’artista e, allo stesso tempo, offre la possibilità di affrontare uno dei temi più urgenti del nostro tempo, quello del cambiamento climatico. La mostra si inserisce infatti in un più ampio contesto: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha infatti adottato all’unanimità la proposta di dichiarare il 2025 Anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai. Fin dai primi monitoraggi scientifici negli anni Sessanta, è emerso con chiarezza come di decennio in decennio si possa registrare una costante, drammatica, riduzione di volume e superficie dei ghiacciai di tutto il mondo, alcuni dei quali sono già, di fatto, estinti. La scomparsa dei ghiacciai comporta in primo luogo la perdita culturale di panorami inestimabili, accecanti nella loro maestosità, capaci di affascinare generazioni di viaggiatori, artisti e poeti. Dall’altra, i ghiacciai sono elementi fondamentali nella regolazione del ciclo idrologico e del clima locale e globale, sono vivi e fautori di vita, da loro dipendono l’approvvigionamento di acqua potabile di due miliardi di persone e due terzi dell’agricoltura irrigua mondiale.

Il progetto di mostra si compone di due sezioni complementari allestite in due diversi musei i cui ambiti, l’arte e la scienza, corrispondono ai temi della mostra.

Per il Mart di Rovereto Salgado ha scelto oltre 50 fotografie in grande e grandissimo formato di ghiacciai di tutto il mondo, mentre per il MUSE ha progettato una grande installazione site specific negli spazi del “Grande Vuoto” che l’architetto Renzo Piano ha immaginato come cuore pulsante del museo. Scattate tutte in Canada, nel Parco Kluane Park, le fotografie esposte a Trento costituiscono un unico grande nucleo.
La mostra rafforza l’impegno del Trento Film Festival nella difesa dell’ambiente e degli ecosistemi naturali e arricchisce i contenuti della 73. edizione, prevista a Trento dal 25 aprile al 4 maggio.

Un progetto Mart, MUSE e Trento Film Festival. Direzione artistica Lélia Wanick Salgado.

Dal 12 Aprile 2025 al 21 Settembre 2025 –  Mart Rovereto

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Typologien: Photography in 20th-Century Germany

Candida Höfer, <em>Zoologischer Garten Washington DC IV</em>, 1992. Exhibition Prints
© Candida Höfer,by SIAE 2025 | Candida Höfer, Zoologischer Garten Washington DC IV, 1992. Exhibition Prints

Fondazione Prada presenta “Typologien”, un’estesa indagine dedicata alla fotografia tedesca del Novecento, a Milano dal 3 aprile al 14 luglio 2025 (anteprima stampa 2 aprile 2025). Il progetto, ospitato nel Podium, lo spazio centrale della sede milanese, è curato da Susanne Pfeffer, storica dell’arte e direttrice del MUSEUM MMK FÜR MODERNE KUNST di Francoforte.

Il progetto applica il principio della “tipologia”, nato nel XVII e XVIII secolo in botanica per classificare e studiare le piante, sviluppato dalla fotografia dall’inizio del Novecento e affermatosi in quella tedesca nel corso del XX secolo. Paradossalmente il principio formale proposto permette di stabilire analogie inaspettate tra artisti tedeschi di diverse generazioni e al contempo rivelare i singoli approcci alla fotografia.

Il percorso espositivo segue un ordine tipologico e non cronologico, riunendo oltre 600 opere fotografiche di 25 artiste e artisti affermati e meno noti, essenziali per ricostruire un secolo di fotografia in Germania, come Bernd e Hilla Becher, Sibylle Bergemann, Karl Blossfeldt, Ursula Böhmer, Christian Borchert, Margit Emmrich, Hans-Peter Feldmann, Isa Genzken, Andreas Gursky, Candida Höfer, Lotte Jacobi, Jochen Lempert, Simone Nieweg, Sigmar Polke, Gerhard Richter, Heinrich Riebesehl, Thomas Ruff, August Sander, Ursula Schulz-Dornburg, Thomas Struth, Wolfgang Tillmans, Rosemarie Trockel, Umbo (Otto Umbehr) e Marianne Wex. Un sistema di pareti sospese che divide lo spazio espositivo in partizioni geometriche suggerisce connessioni inaspettate tra pratiche artistiche diverse, ma accomunate da un comune principio o intenzione di classificazione.

Come afferma Susanne Pfeffer: “Solo attraverso l’accostamento e il confronto diretto è possibile scoprire cos’è individuale e cos’è universale, normativo o reale. Le differenze attestano la ricchezza della natura e dell’immaginazione umana: la felce, la mucca, l’essere umano, l’orecchio, la fermata dell’autobus, il serbatoio dell’acqua, l’impianto stereo, il museo. Il confronto tipologico lascia emergere differenze e somiglianze e coglie le specificità. Aspetti finora sconosciuti o ignorati della natura, degli animali o degli oggetti, dei luoghi e del tempo diventano visibili e riconoscibili”.

In fotografia applicare le tipologie implica affermare l’equivalenza tra le immagini e l’assenza di ogni forma di gerarchia in termini di soggetti rappresentati, temi, generi e fonti. Tuttavia, le tipologie sono un concetto estremamente problematico e complesso che opera in una condizione paradossale. Da un lato, questo approccio consente la documentazione sistematica di persone e oggetti basata su un’estrema soggettività, dall’altro, la tipologia corrisponde a una scelta individuale e arbitraria, un’azione disturbante e potenzialmente sovversiva.

L’ipotesi che la fotografia svolga un ruolo fondamentale nel definire fenomeni specifici, ma anche nell’organizzare e classificare una pluralità di manifestazioni visibili, rimane una forza vitale nelle ricerche artistiche di oggi che interpretano la complessità delle nostre realtà sociali e culturali. Con la diffusione delle immagini e delle pratiche digitali, l’idea della tipologia continua a essere messa in discussione e ridefinita da fotografi e artisti contemporanei.

Come sottolinea Susanne Pfeffer: “La qualità unica, l’elemento individuale sembrano confluire in una massa globale, nell’onnipresente universalità delle cose. Internet consente di creare tipologie nell’arco di pochi secondi. È proprio il momento chiave, per gli artisti, di osservare questi fenomeni più da vicino”. Come spiega ulteriormente Pfeffer: “Quando il presente sembra aver abbandonato il futuro, bisogna osservare il passato con maggiore attenzione. Quando tutto sembra gridare e diventare sempre più brutale, è fondamentale prendersi una pausa e usare il silenzio per vedere e pensare con più chiarezza. Quando le differenze non sono più percepite come qualcosa di altro, ma vengono trasformate in elementi di divisione, è necessario riconoscere ciò che abbiamo in comune. Le tipologie ci permettono di individuare innegabili somiglianze e sottili differenze”.

All’inizio del Novecento, Karl Blossfeldt (1865-1932) è tra i primi artisti ad applicare alla fotografia il sistema di classificazione degli studi botanici, dando vita a un vasto e rigoroso atlante vegetale. Si tratta di un momento chiave per la Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività), movimento artistico e fotografico tedesco emerso negli anni Venti durante il periodo della Repubblica di Weimar. La Neue Sachlichkeit promuoveva, infatti, l’importanza di categorizzare e distinguere oltre che evidenziare la notevole capacità della fotografia di esplorare il concetto stesso di tipologia.

Un’altra figura chiave è August Sander (1876-1964) che nel 1929 pubblica il suo libro Antlitz der Zeit (Il volto del tempo), un estratto del suo progetto seminale Menschen des 20. Jahrhunderts (Uomini del Ventesimo secolo). Descritto da Walter Benjamin come un “atlante di formazione” della percezione fisiognomica, Antlitz der Zeit è un ambizioso tentativo di ritrarre la diversità e la struttura della società tedesca usando categorie distinte, come classe, genere, età, occupazione e contesto sociale, parte di un sistema di classificazione rigido e neutrale.

Sul finire degli anni Cinquanta, le tipologie di Karl Blossfeldt e August Sander esercitano un ruolo fondamentale per Bernd Becher (1931-2007) e Hilla Becher (1934-2015), che in quel periodo avviano un progetto di documentazione e conservazione dell’architettura industriale. Nel 1971 descrivono le “costruzioni industriali” come “oggetti, non motivi”. Come dichiarano: “L’informazione che vogliamo trasmettere si crea solo per mezzo di una sequenza, da una giustapposizione di oggetti simili o diversi accomunati dalla stessa funzione”. I loro monumenti in bianco e nero, definiti anche “sculture anonime”, isolati su cieli monocromi, centrali, inquadrati in un identico formato e disposti su una griglia, si rivelano riferimenti essenziali per gli artisti post-minimalisti e concettuali americani ed europei, nonché un’eredità imprescindibile per gli artisti e i fotografi tedeschi delle generazioni successive, fra i quali Andreas Gursky (1955), Candida Höfer (1944), Simone Nieweg (1962), Thomas Ruff (1958) e Thomas Struth (1954), che frequentano i corsi tenuti, a partire dal 1976, da Bernd e Hilla Becher all’Accademia di Düsseldorf.

Hans-Peter Feldmann (1941-2023), riconosciuto a livello internazionale per il suo contributo fondamentale all’arte concettuale, segna una traiettoria complementare nella fotografia tedesca. Nei suoi lavori documenta oggetti quotidiani ed eventi storici e combina un umorismo impassibile con un approccio sistematico all’accumulo, alla catalogazione e alla riorganizzazione degli elementi della cultura visiva contemporanea. Nelle sue serie fotografiche elabora tipologie personali e politiche adottando un approccio simile all’istantanea e scegliendo un’estetica commerciale. Per Alle Kleider einer Frau (Tutti gli indumenti di una donna, 1975) fotografa in scatti di formato 35mm biancheria intima, collant, magliette, abiti, pantaloni, gonne, calze o scarpe posizionati su grucce appese al muro o su uno sfondo di tessuto scuro. Con le immagini che compongono Die Toten 1967-1993 (I morti 1967-1993, 1996-98), Feldmann commemora le persone uccise nell’ambito dei movimenti politici e terroristici della Germania del dopoguerra. Secondo Susanne Pfeffer: “Con le sue tipologie, Feldmann ha evidenziato l’equivalenza di tutte le fotografie, delle loro fonti e dei loro motivi iconografici, sottolineando la de-gerarchizzazione intrinseca a ogni tipologia.”

Gerhard Richter (1932) sembra negare o sfidare il concetto stesso di tipologia nella sua collezione apparentemente casuale di immagini trovate, personali o pornografiche, ritagli e foto storiche dei campi di concentramento nazisti, della RAF (Rote Armee Fraktion) o della Riunificazione Tedesca riuniti in un “album privato” intitolato Atlas (1962-in corso). Al contrario, Richter spinge al limite il principio dell’equivalenza tra le immagini e il loro processo di banalizzazione, dando vita a uno stridente contrasto e un’acuta presa di coscienza della repressione della memoria collettiva.

Negli anni Settanta e Ottanta, in un rapporto dialettico con gli insegnamenti dei Becher, Gursky, Höfer, Ruff e Struth abbandonano progressivamente il radicalismo e il purismo in bianco e nero dei loro maestri. Nelle loro serie fotografiche di ritratti individuali o di famiglia, nelle monumentali e dettagliate vedute urbane, nella spettacolare documentazione di siti culturali o turistici esplorano l’irruzione colorata dell’ordinario dando vita a una pluralità di tipologie contemporanee in contrasto tra loro.

Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, l’artista multimediale Isa Genzken (1948) avvia un confronto diretto con il mezzo della fotografia. Nel 1979 crea una serie fotografica intitolata Hi-Fi, in cui presenta pubblicità di dispositivi stereo giapponesi all’avanguardia organizzati in un immaginario catalogo commerciale. In un’altra serie, Ohr (Ear) (1980), l’artista ritrae, in primi piani a colori di grande formato, le orecchie di donne sconosciute che cattura nelle strade di New York. Genzken trasforma la ritrattistica tradizionale in un dettaglio fisiognomico e indaga con ironia l’assoluta singolarità e le infinite differenze individuali che il ritratto fotografico è in grado di registrare.

In occasione della mostra “Typologien: Photography in 20th-Century Germany”, Fondazione Prada pubblica un volume illustrato progettato da Zak Group. I

Dal 03 Aprile 2025 al 14 Luglio 2025 – Fondazione Prada – Milano

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LAMPI DI GENIO – PHILIPPE HALSMAN

Philippe Halsman, Dalí Atomicus, con Salvator Dalí, Stati Uniti, 1948
© Philippe Halsman Archive 2025 / image rights of Salvador Dali reserved Fundacio Gala-Salvador Dali | Philippe Halsman, Dalí Atomicus, con Salvator Dalí, Stati Uniti, 1948

Si intitola “LAMPI DI GENIO” ed è la mostra fotografica diffusa dedicata alla fotografia di Philippe Halsman. L’esposizione, che si terrà dal 8 marzo al 2 giugno a Salerno, intende mettere in dialogo alcuni siti storico-artistici della città antica con l’arte fotografica di uno tra i più originali ritrattisti del Novecento. Dopo il successo dello scorso anno a Palazzo Reale di Milano, gli scatti di Halsman arrivano a Salerno con una mostra organizzata dall’Associazione Tempi Moderni e curata da Alessandra Mauro in collaborazione con Contrasto e l’Archivio Halsman di New York.
 
Il corpo centrale della mostra, che, in tutto, prevede l’esposizione di 106 opere di cui 7 inedite in Italia oltre a postcards della famiglia Halsman -anche queste inedite- libri e riviste d’epoca, sarà allestito nei saloni di Palazzo Fruscione, storico fabbricato del XIII Secolo. A questo si aggiungono la Corte di Palazzo Guerra, sede del Comune di Salerno; la Sala Esposizioni e la Cappella di San Ludovico dell’Archivio di Stato di Salerno; il Foyer del Teatro Municipale “Giuseppe Verdi”; la Cappella di Sant’Anna e l’Ipogeo di San Pietro a Corte; il Chiostro del Monastero di San Nicola della Palma, sede della Fondazione Ebris e, a far data dal giorno della sua inaugurazione prevista per il 25 Marzo 2025, lo scalone monumentale di Palazzo Ruggi d’Aragona, sede della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, interessato da un lungo lavoro di restauro.
 
Le opere fotografiche di Philippe Halsman sono il perfetto equilibrio quasi alchemico di forze opposte tra soggetto e personaggio. Per ogni sessione di posa riesce a mettere in campo intense e folgoranti drammaturgie, piccole e grandi, che ancora oggi colpiscono per intelligenza e freschezza” spiega la curatrice della mostra Alessandra Mauro. “Pochi – prosegue – come Philippe Halsman hanno impresso alla fotografia di ritratto un impulso così importante al punto da istituire un suo stile, inaugurare una cifra e un metodo, che è poi quello del ritratto psicologico, da cui non è più possibile derogare”.
 
Unitamente all’esposizione, tornano I Racconti del contemporaneo, arrivati alla loro nona edizione. Una rassegna, anch’essa denominata “Lampi di Genio”, che ancora una volta è un percorso corale che procede tra creatività e visioni, ma anche un importante spazio di riflessione sul processo culturale e sulla sua importanza nella storia dell’umanità. Tra gli ospiti di quest’anno: Luca Briasco, Andrea Tarquini, Michele Smargiassi, Paola Farinetti, Manù Squillante, Elisa Ridolfi, Paolo Talanca, Antonello Cossia, Valerio Piccolo, Simone Carolei, Stefano Pistolini, Chiara e Diego De Silva, Vincenzo Costantino Cinaski, Mimmo Locasciulli, Irvine Welsh, Setak, Joe Barbieri, Federico Pace, Alberto Bentoglio, Francesco Casetti.
 
Rassegna che entra immediatamente nel vivo sabato 8 marzo con il live a Palazzo Fruscione (ore 20.30 – ingresso a prenotazione fino a esaurimento posti) del duo composto da Roberto Musolino (piano e voce) e Salvatore Cauteruccio (fisarmonica). A loro toccherà raccontare, in note, l’incedere di questa rassegna, in un concerto che vuole essere un viaggio attraverso tutto quello che Tempi Moderni ha immaginato intorno all’opera di Philippe Halsman.
 
La mostra Lampi di Genio,a cura di Alessandra Mauro, è organizzata dall’Associazione Tempi Moderni in collaborazione con Contrasto e l’Archivio Halsman di New York, il Comune di Salerno, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, l’Archivio di Stato di Salerno; è promossa e finanziata da Regione Campania, Comune di Salerno con il Teatro “Giuseppe Verdi”. La rassegna “I Racconti del Contemporaneo IX Edizione” Lampi di genio è ideata e organizzata dall’Associazione Tempi Moderni, promossa e finanziata da Regione Campania, Comune di Salerno con il Teatro “Giuseppe Verdi”.

Dal 08 Marzo 2025 al 02 Giugno 2025 – Palazzo Fruscione – Salerno

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Jason Fulford: Everything (LOL)

Dopo le performance sul tempo, il riciclo e la vita on the road, il Lots of Lots world tour di Jason Fulford arriva in Italia e fa tappa a Micamera, che esporrà, in prima assoluta, un’unica grande stampa contenente tutte le 684 immagini del libro presentate in una sequenza inedita. Everything (LOL) inaugura giovedì 3 aprile alla presenza dell’autore, che terrà anche un workshop nel fine settimana.

Lots Of Lots (LOL) è l’ultima opera di Fulford: quasi 700 immagini che hanno trovato una prima collocazione nel libro d’artista pubblicato a dicembre da MACK. Lots Of Lots è una rivisitazione di PhotoGrids dell’artista concettuale americano Sol LeWitt. Uscito nel 1977, PhotoGrids presentava 414 fotografie disposte nelle caratteristiche griglie di nove immagini per pagina. Lots Of Lots è una citazione, un omaggio a LeWitt: stesse dimensioni e stessa grafica per un volume che compone, attraverso le 684 fotografie di Fulford, una sequenza di forme interconnesse e giustapposte.

Everything (LOL) è una singola opera, una sequenza inedita che presenta tutte le 684 immagini in una cornice. Anche questa una nuova griglia non risponde a un principio di luogo o tempo; l’ordine e la rigidità fanno da contrappunto al disordine intrinseco al nostro mondo e le immagini, appunti sulla bellezza e la poesia del quotidiano, lasciano all’osservatore la libertà di scoprire o creare simboli e significati.

Questa mostra è inserita nel programma di Milano Art Week

Dal 3 Aprile al 3 Maggio – MICamera – Milano

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Wildlife Photographer of the Year 60

Arriva al Forte di Bard la 60esima edizione di Wildlife Photographer of the Year, il più importante riconoscimento dedicato alla fotografia naturalistica promosso dal Natural History Museum. Le immagini vincitrici saranno esposte dal 21 marzo al 6 luglio 2025.

Il concorso quest’anno ha registrato un record di candidature, pari a 59.228 realizzati da fotografi di tutte le età e livelli di esperienza provenienti da 117 paesi.
Il fotoreporter canadese per la conservazione marina, Shane Gross, è stato premiato come fotografo naturalista dell’anno 2024 per l’immagine “The Swarm of Life”, un racconto magico nel mondo sottomarino dei girini di rospo. La fotografia è stata catturata mentre faceva snorkeling tra tappeti di ninfee nel Cedar Lake sull’isola di Vancouver, nella Columbia Britannica, assicurandosi di non disturbare i sottili strati di limo e alghe che ricoprono il fondo del lago. Una specie quasi minacciata a causa della distruzione dell’habitat e dei predatori.

Alexis Tinker-Tsavalas, fotografo tedesco, si è aggiudicato invece il Young Wildlife Photographer of the Year 2024 per la sua immagine ravvicinata “Life Under Dead Wood”, che raffigura i corpi fruttiferi della muffa melmosa e un minuscolo collembolo.

Dal 21 marzo al 6 luglio 2025 – Forte di Bard – Aosta

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Pierpaolo Mittica, Chernobyl

©Pierpaolo Mittica, Chernobyl

WSP Photography è lieta di presentare “Chernobyl” la mostra fotografica di Pierpaolo Mittica che inaugurerà sabato 15 marzo alle ore 19 presso la nostra sede in Via Costanzo Cloro 58, Roma. In occasione dell’inaugurazione interverrà̀ l’autore che presenterà anche il libro fotografico “Chernobyl”.

Il 26 aprile 1986, all’1:24, si verificò la peggiore catastrofe tecnologica dell’era moderna. Quella notte esplose il reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl. L’esplosione liberò nell’aria tonnellate di polvere radioattiva che, trasportata dai venti, contaminò entrambi gli emisferi del pianeta, depositandosi ovunque piovesse. Quasi tutta l’Europa fu contaminata: sessantacinque milioni di persone furono colpite. Oggi, nove milioni di persone in Bielorussia, Ucraina e Russia occidentale continuano a vivere in aree con livelli di radioattività molto elevati e consumano cibo e acqua contaminati. L’80% della popolazione di Bielorussia, Russia occidentale e Ucraina settentrionale soffre di numerose malattie legate alle radiazioni. Dopo l’incidente di Chernobyl, è stata creata una zona di esclusione intorno alla centrale nucleare con un raggio di trenta chilometri. Tutti gli abitanti dell’area furono evacuati. Ma l’area che doveva essere una zona di esclusione non lo è mai stata. Nella zona c’è molta vita e più di 4.000 persone fanno parte della comunità della zona di esclusione di Chernobyl.

La mostra fotografica “Chernobyl” di Pierpaolo Mittica, raccoglie gli ultimi sei anni di lavoro del fotografo a Chernobyl, dal 2014 al 2019 dove ha documentato la vita all’interno e all’esterno della zona di esclusione di Chernobyl, in particolare storie che non erano mai state raccontate prima, come gli Stalkers di Chernobyl, il pellegrinaggio degli ebrei Chassidi o il riciclo dei metalli radioattivi. Non meno si parla anche delle conseguenze del disastro di Chernobyl sulle persone e sull’ambiente.

Questo progetto è stato pubblicato nelle maggiori testate internazionali tra cui National Geographic, Newsweek, Die Zeit, Der Spiegel. Inoltre oggi è pubblicato anche in un libro dall’editore inglese Gost Books intitolato “Chernobyl”.

Questa mostra è una testimonianza del più grande disastro tecnologico dell’era moderna, un ricordo di una delle più grandi ingiustizie mai accadute contro le persone, ma anche una raccolta di storie di umanità e di amore eterno per una terra persa per sempre.

Con l’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio 2022, proprio attraverso la zona di esclusione di Chernobyl, tutto è cambiato per l’Ucraina e anche per la zona di esclusione. Il movimento degli stalker è finito, non c’è più turismo e molto probabilmente non esisterà più in futuro dopo la fine della guerra, perché l’intera zona è stata minata per prevenire una nuova invasione russa. Gli ebrei Chassidi non possono più andare in pellegrinaggio alle tombe dei fondatori della loro religione e hanno perso le loro radici. I pochi anziani che ancora vivono nei villaggi abbandonati della zona di esclusione hanno dovuto spostarsi, alcuni sono stati deportati dai russi in Russia e Bielorussia, altri resistono e vivono completamente isolati, contando sulle poche forze rimaste e sugli aiuti umanitari che arrivano di tanto in tanto. Nonostante sia uno dei luoghi più contaminati della Terra, la zona morta di Chernobyl era piena di vita prima della guerra.

Oggi, la zona di alienazione di Chernobyl è diventata davvero una zona di esclusione totale, poiché si tratta di un’area di confine con la Bielorussia, e ogni accesso esterno è vietato. Tutto cambia e tutto muta nella zona, non solo la natura, non solo il genoma umano. Con la guerra in Ucraina, tutte queste storie sono cambiate o non esistono più.
Questa mostra rimane l’ultima testimonianza di quello che era la zona di esclusione prima della guerra.

Dal 15 marzo al 12 maggio 2025 – WSP Photography – Roma

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Festival Fotografico Europeo 2025

Terra madre ©Peter Caton, courtesy of Action Against Hunger, Sud Sudan, resilienza

Il festival, giunto alla 13^ edizione, organizzato dall’Archivio Fotografico Italiano con il patrocinio della Commissione Europea, il contributo e il patrocinio di Regione Lombardia, delle Amministrazioni comunali di Legnano, Busto Arsizio, Castellanza e Olgiate Olona. in partnership con: Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano, Archivio Tiziano Terzani, Centro Studi di Civiltà e Spiritualità Comparate,
Fondazione Giorgio Cini, Venezia, Rivista Africa, Istituto Italiano di Fotografia, 29Art Gallery Milano, Istituto Superiore “Giovanni Falcone” – Gallarate, gallerie e realtà private tra cui: Galleria Boragno Busto A., Albè&Associati Studio Legale Busto A. e Milano, Spazio Immagine Busto Arsizio, Andreella Photo si pone l’obiettivo di promuovere la fotografia d’autore e il linguaggio espressivo, attraverso
percorsi visivi articolati, aperti alle più svariate esperienze autoriali e professionali.

23 mostre, conferenze, proiezioni, presentazione di libri.
Un programma espositivo articolato che muove dalla fotografia storica al reportage d’autore, dalla fotografia d’arte all’architettura, dalle ricerche creative alla documentazione del territorio.

Le sedi espositive hanno luogo grazie e tra i comuni di Legnano, Busto Arsizio, Castellanza e Olgiate Olona.

ra i grandi nomi esposti a Busto Arsizio figurano Lee Jeffries con Portraits, Fulvio Roiter con Primi sguardi e la serie Luoghi della fede di Claudio Argentiero, curatore del festival. Segnaliamo inoltre Unveiled, il progetto al femminile di Farnaz Damnabi, ed Emil Gataullin con Moscow 2017-2024. E ancora, Oriella Montin in RicAmare il tempoElisa Mercadante col progetto Mi dispiace devo andare e Laura Giorgia Boracchi con Il mondo nella mente.

Gli studenti dell’Istituto Italiano di Fotografia, invece, presentano il progetto Paesaggi come stati dell’anima, rivolto all’esplorazione di sé attraverso il paesaggio circostante. Infine, le opere collettive raccolte in Silenzi di terra, celebrando la bellezza, valorizzano la ricchezza paesaggistica dell’Italia.

In mostra a Milano Malpensa vediamo invece EnergETICA di Marco Garofalo, dedicata alla sostenibilità energetica e alla difficoltà, in alcune parti del mondo, di approvvigionamento.

A seguire, animano Legnano gli scatti architettonici di Massimo Siragusa in Teatro Italia, Giovanni Hänninen con Layered MumbaiHashem Shakeri con Cast out of Heaven / Cacciato dal paradiso. Troviamo inoltre il reportage di viaggio Des Vies Traversées di Marie DorignySu quale sponda la felicità? di Tiziano Terzani, la celebre serie Dom di Stefano MirabellaCrisalidi di Ilaria Sagaria e gli scatti iconici di Francesca Chiacchio con Napolism.

Castellanza, il delicato conflitto palestinese diventa fulcro espositivo in Gaza. “I Grant You Refuge“. Al progetto hanno partecipato i fotografi Jihad Al-Sharafi, Mahdy Zourob, Mohammed Hajjar, Omar Naaman, Saeed Mohammed, Jaras Shadi Al-TabatibiJerome Barbosa prosegue quindi la rassegna “No War” con Ucraina. Nonostante l’oscurità, spostando il focus sul conflitto russo-ucraino. Proseguono poi le mostre con Kamisaraki – 72 ore nelle altitudini di Nicole Pecoitz.

Infine, a Olgiate OlonaTerra madre espone le fotografie di autori noti ed emergenti inerenti i disastri causati dal cambiamento climatico nel continente africano. Fotografie di Petrut Calinescu, Luca Catalano Gonzaga, Peter Caton, Yasuyoshi Chiba, Stefano De Luigi, Andrea Frazzetta, Marco Garofalo, Alessandro Gandolfi, Marco Gualazzini, Alessandro Grassani, Luca Locatelli, Robin Hammond, Pascal Maitre, Steve McCurry, Frederic Noy, Tony Karumba, Andrew McConnell, Alessio Perboni, Kris Pannecoucke, Sumy Sadurni, George Steinmetz, Luis Tato, Sven Torfinn, Tommy Trenchard, Bruno Zanzottera.

Dal 15 marzo al 27 aprile 2025 – sedi varie

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Contrasti, racconti di un mondo in bilico

Si rinnova la collaborazione tra il Forte di Bard e l’Agence France-Presse, una delle principali e più autorevoli agenzie di stampa al mondo. Dopo il successo di Non c’è più tempo che ha indagato nel 2024 le conseguenze dei cambiamenti climatici sul Pianeta, la mostra Contrasti. Racconti di un mondo in bilico punta nuovamente a scuotere le coscienze e a offrire spunti di riflessione sul mondo contemporaneo.

La mostra si compone di 84 fotografie che intendono evidenziare le contrapposizioni e le disuguaglianze che segnano la società e i Paesi di tutto il mondo. Dall’economia alla guerra, dalle tradizioni culturali al mondo dell’arte e dello spettacolo, senza tralasciare l’emergenza climatica e l’inarrestabile urbanizzazione. Questi sono alcuni dei temi portanti del progetto espositivo che mette in parallelo non solo contesti diversi e lontani ma anche situazioni di contrasto interne alle stesse realtà sociali, dalle Americhe all’Europa, dall’Asia all’Africa, fornendo un grande affresco di un mondo sempre più in bilico: il nostro.

dall’8 marzo al 20 luglio 2025 – Forte di Bard – Aosta

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Oasis Photocontest Tour

Torna la Primavera, e le associazioni GF Color s Light Colorno APS e Pro Loco Colorno,
presentano una bellissima mostra fotografica naturalistica. La mostra, un’esperienza di grande emozione! Lo spettacolo della natura congelato in scatti unici selezionati tra i migliori lavori dei grandi fotografi del mondo.
Su 25 mila immagini selezionate solo 55 entrano a far parte della mostra Oasis Photocontest Tour.
Una spietata selezione perchè sono tante le foto di alto livello che rimangono escluse.
Le foto vengono stampate su grande formato (100×70) per rendere al meglio la loro bellezza. Il
pubblico ne rimane affascinato dai primi sguardi, vuole vedere e vuole capire. Interessanti didascalie raccontano la foto, i soggetti, e le tecniche utilizzate per realizzarla.
La mostra è intelligibile, un interesse che accomuna adulti, ragazzi e bambini, ognuno dal suo punto di vista. La mostra è prodotta e curata dalla rivista OASIS.

Dal 1985, Oasis è la più conosciuta e diffusa rivista italiana di viaggi, natura e fotografia. Diretto
da Alessandro Cecchi Paone, il magazine ha tra i suoi punti di forza i reportage realizzati dai più
grandi maestri internazionali della fotografia natura listica e le più prestigiose firme della
divulgazione scientifica. Tra gli altri: Folco Quilici, Piero Angela, Fulco Pratesi, Reinhold
Messner, Ermete Realacci, Piergiorgio Odifreddi, Roberto Giacobbo, Mario Tozzi, Licia Colò,
Raffaele Morelli, Francesco P etretti e Donatella Bianchi.
Il Premio Internazionale di Fotografia Naturalistica
Considerato come il “Premio Oscar” della fotografia naturalistica, l’Oasis Photocontest è il più
importanti evento italiano legato alla fotografia natural istica e uno dei più conosciuti a livello
internazionale. Un successo sottolineato dal prestigioso riconoscimento ricevuto nel 2003
dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Nell’ultima edizione erano in gara
30.000 immagini realizzate da fotografi di 68 nazioni di tutto il mondo. Il risultato è una
straordinaria selezione di fotografie che ritraggono animali, popoli, piante e paesaggi di tutto il
mondo.

Dal 29 Marzo al 27 Aprile 2025 – MUPAC – ARANCIAIA – Colorno (PR)

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Lunga strada di sabbia – Daniele Cinciripini e Serena Marchionni

In mostra una parte delle fotografie realizzate in cammino, da Ancona a Pescara, sempre sulla sabbia, tra l’autunno del 2023 e quello del 2024, fotografie che fanno parte di un archivio ampio e complesso del paesaggio infra-ordinario della città adriatica. Un palinsesto di cose quotidiane, palazzi, hotel, lidi, e spazio pubblico demaniale lasciato aperto, indeterminato, esposto ed eroso perché di tutti e di nessuno.

Camminare è stato lo strumento principale di indagine e ricerca. Rallentando per sospendere ogni giudizio preconcetto e provare a comprendere cosa accade allo spazio pubblico demaniale. Camminare equivale a guadagnare tempo, a uscire dalle logiche frettolose di produttività e consumo esasperati, a costruire uno spazio di condivisione e osservazione non in vendita. Camminare serve a ridare interezza al mondo che si abita.

Lunga strada di sabbia è anche un progetto più ampio, a cura di ikonemi, il cui obiettivo principe è di aggregare energie ed esperienze per rianimare il demanio marittimo dalla mortifera monocultura turistica, cercando alternative non consumistiche per restare e abitare la lunga strada di sabbia anche attraverso le arti visive.

22 marzo – 6 aprile 2025 – GALLERIA SOTTO L’ARCO – Altidona (FM)

Mostre di fotografia consigliate per marzo

Anche a marzo mostre interessantissime ci aspettano, non perdetele!

Anna

JOEL MEYEROWITZ – A Sense of Wonder Fotografie 1962-2022

A Joel Meyerowitz (New York, 1938), uno dei protagonisti della scena fotografica contemporanea, Brescia dedica un’ampia retrospettiva – la prima vera antologica mai organizzata in Italia – in grado di ripercorrere l’intera sua carriera, lungo sei decenni di attività, dagli anni Sessanta del secolo scorso ai nostri giorni.

La mostra, in programma al Museo di Santa Giulia a Brescia da marzo ad agosto 2025, a cura di Denis Curti, è promossa dalla Fondazione Brescia Musei. L’iniziativa è l’appuntamento più atteso dell’VIII edizione del Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Ma.Co.f – Centro della Fotografia Italiana.

A cominciare dagli anni Sessanta, Meyerowitz emerge come uno tra i giovani fotografi d’avanguardia più interessanti di New York. La sua ricerca corre in parallelo con quella di altri grandi autori quali Robert Frank, Gerry Winogrand, Diane Arbus. La rassegna presenta oltre 90 immagini organizzate per capitoli tematici e propone molte delle immagini che hanno contribuito a ridefinire il concetto di Street photography, all’interno del quale Joel Meyerowitz fa il suo ingresso introducendo l’uso del colore per interpretare e cogliere appieno la complessità del mondo moderno.

Per la prima volta in Italia, saranno presentati gli autoscatti realizzati dal fotografo durante il periodo del lockdown. Anche in queste opere più recenti, Joel Meyerowitz ricorda quanto la fotografia possa essere un mezzo di riflessione sul vissuto del singolo e della collettività, un dispositivo per riscoprire il presente in ogni suo aspetto.

Dal 25 marzo al 24 agosto – Museo di Santa Giulia – Brescia

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WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’agenzia MAGNUM dal dopoguerra a oggi

© Newska Tavakolian//MagnumPhotos
© Newska Tavakolian//MagnumPhotos

Dal 22 marzo al 21 settembre 2025, il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme presenta WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’Agenzia Magnum dal dopoguerra a oggi, una straordinaria mostra fotografica a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi, che esplora, attraverso immagini iconiche dell’agenzia MAGNUM Photos, il ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi, mettendo in luce la forza e la complessità del cammino femminile verso l’emancipazione e le trasformazioni sociali che hanno segnato la condizione delle donne negli ultimi settant’anni.
 
Dopo DONNA MUSA ARTISTA – la mostra che attraverso i ritratti di Cesare Tallone indagava il ruolo delle donne nella società italiana tra Ottocento e Novecento – WOMEN POWER offre uno sguardo più contemporaneo e internazionale sul tema, proseguendo, dal punto di vista della fotografia, la riflessione avviata dal Museo sui cambiamenti sociali e culturali del mondo femminile.
 
Prodotta da CAMERA Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos e promossa da Comune di Abano Terme – Museo Villa Bassi Rathgeb in collaborazione con CoopCultureWOMEN POWER si concentra su due aspetti complementari, le donne fotografe che raccontano la realtà con una visione unica, e le donne ritratte che emergono come soggetti di grande valore dalle lenti di Magnum, testimoni di sfide, conquiste e ruoli in contesti intimi e pubblici.
 
Il percorso della mostra si articola in sei nuclei tematici che esplorano il contesto familiare, la crescita, l’identità, i miti della bellezza e della fama, le battaglie politiche e la guerra. Ognuno di questi temi è rappresentato da lavori realizzati da alcune delle più importanti autrici di Magnum Photos, tra cui Inge MorathEve Arnold, Olivia Arthur, Myriam Boulos, Bieke Depoorter, Nanna Heitmann, Susan Meiselas, Lúa Ribeira, Alessandra Sanguinetti, Marilyn Silverstone e Newsha Tavakolian. Autrici di fama internazionale accanto a giovani fotografe contemporanee, con reportage realizzati in contesti molto diversi da un punto di vista storico e geografico, che spaziano dai ritratti di Marilyn Monroe a quelli delle combattenti delle FARC in Colombia.
 
La mostra fa emergere un confronto fra stili, linguaggi e generazioni, che danno vita a un inedito dialogo di voci e sguardi mai convenzionali. Le fotografie, pur diversissime tra loro, sono legate da lotte, emozioni ed esperienze che, attraverso la loro presenza e le posture, diventano simboli di un cammino di emancipazione, sia come individui che come collettività.
 
Pur celebrando il contributo femminile alla fotografia, WOMEN POWER include anche scatti di celebri fotografi come Robert Capa, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Rafal Milach, Paolo Pellegrin e Ferdinando Scianna, che hanno saputo raccontare la condizione femminile testimoniando le sfide legate ai diritti delle donne.
 
La mostra offre anche uno spunto di riflessione sul rapporto tra il corpo femminile e la sua rappresentazione. Le fotografie immortalano donne in momenti di intimità, ma anche nel pieno impegno pubblico, dove la loro presenza e le posture diventano simboli di una lotta verso l’emancipazione, non solo come individui, ma come collettività.
 
Il catalogo della mostra, edito da Dario Cimorelli Editore, accompagna il visitatore in un approfondimento critico sulle immagini esposte, attraverso testi curati da Walter Guadagnini e Monica Poggi.
 
Prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos.

Dal 22 Marzo 2025 al 21 Settembre 2025 – Museo Villa Bassi Rathgeb – Abano Terme | Padova

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Oltre il Reale: David LaChapelle a Bologna

David LaChapelle, After the Deluge: Cathedral, Los Angeles, 2007
© David LaChapelle | David LaChapelle, After the Deluge: Cathedral, Los Angeles, 2007

Dal 1 febbraio al 15 marzo 2025 Galleria Cavour 1959 presenta la mostra “Oltre il Reale: David LaChapelle a Bologna”, una straordinaria mostra personale dedicata a uno dei fotografi e artisti più influenti e visionari del nostro tempo. L’esposizione è curata da Deodato Arte in collaborazione con Contemporary Concept.

La mostra propone un percorso immersivo attraverso le opere più iconiche di LaChapelle, offrendo al pubblico un’occasione unica per esplorare i molteplici filoni della sua produzione artistica: dalla riflessione spirituale all’analisi sociale, dai ritratti delle celebrità al dialogo con la moda, fino alle tematiche legate al cambiamento climatico. Con oltre 30 opere esposte, tra cui una inedita mai presentata al pubblico, lultimo capolavoro dellartista, la mostra celebra il genio di un artista che ha ridefinito i confini della fotografia contemporanea.

Il titolo “Oltre il Reale” è stato scelto per rappresentare la capacità unica di David LaChapelle di trascendere la realtà, trasformando ogni immagine in un mondo visionario. Le sue opere superano i confini del visibile, creando universi onirici che invitano lo spettatore a esplorare dimensioni simboliche, emotive e immaginative. In questa prospettiva simbolica anche lo spazio che ospita la mostra non è casuale. Il palazzo razionalista che dà vita a Galleria Cavour 1959 nasce infatti a fine Anni 60 già improntato a una visione sostenibile e avveniristica per l’epoca. Situato nel cuore della città, ha rappresentato la storia della moda a Bologna, il luogo dove da sempre si incontrano brand che rappresentano l’avanguardia per stile ed innovazione, crocevia di cultura e creatività, sede di mostre d’arte e di eventi culturali prestigiosi. 

Sono orgogliosa di ospitare la straordinaria mostra di David LaChapelle qui in Galleria Cavour 1959 – afferma l’Ingegnere Paola Pizzighini Benelli, Amministratore Unico di Magnolia Srl,  a cui fa capo Galleria Cavour 1959 – un luogo che nasce da una visione architettonica innovativa e che oggi si conferma come crocevia di cultura, arte e creatività. LaChapelle, con la sua capacità unica di trasformare la realtà in universi onirici e suggestivi, si integra perfettamente con l’anima visionaria di questo spazio. Fin dalle sue origini, Galleria Cavour 1959 è stata pensata come un ambiente capace di connettere tradizione e futuro, estetica e funzionalità, moda e arte. Le opere di LaChapelle dialogano con questa eredità, amplificandone la vocazione a essere un punto di riferimento per l’avanguardia artistica. Questa esposizione rappresenta non solo un evento culturale di rilievo, ma anche un’opportunità per continuare a valorizzare l’identità di Galleria Cavour 1959 come luogo di incontro tra visioni artistiche e architettoniche che guardano oltre il presente”.

Attraverso una selezione curata con attenzione, il visitatore sarà invitato a immergersi nell’universo visivo di LaChapelle, dove fotografia, simbolismo e narrazione si intrecciano in modo unico. Tra le opere esposte, spiccano: After the Deluge: Cathedral” e “After the Deluge: Statue”, che reinterpretano temi biblici in chiave contemporanea, esplorando il rapporto tra uomo, natura e spiritualità; “Snow Day”, un ritratto surreale che incarna la fragilità e la bellezza della natura; “Jesus is Condemned to Death”, una rilettura visivamente potente della Via Crucis; “Leonardo di Caprio”, un ritratto pop di una celebrità che fonde cultura contemporanea e critica sociale; “Earth Laughs in Flowers: Springtime”, una celebrazione del ciclo della vita ispirata alle nature morte fiamminghe; “Collapse in a Garden”, un invito alla riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente. Come in ogni fotografia di David La Chapelle, anche in questo caso ogni opera non fa testo a se ma racconta una storia, conducendo lo spettatore in un viaggio emozionante tra sogno e realtà. Un viaggio che vedrà il suo culmine nell’opera inedita “Tower of Babel” (2024), per la prima volta presentata al pubblico nella mostra di Bologna. 

La Torre di Babele era originariamente intesa per avvicinarsi a Dio. Ma gli esseri umani hanno fallitoOggi ci troviamo di fronte a Internet, a persone che parlano tutto il giorno, a influencer, podcast, politici… Ognuno ha un’opinione e vuole gridarla dai tetti. Tutti parlano, ma nessuno ascolta – dichiara David LaChapelle a proposito della sua nuova opera – Tower of Babel è un’opera reale, realizzata in studio. Abbiamo costruito il set e un modello della torre. Le nuvole sono state fatte di cotone e dipinte per armonizzarsi con lo sfondo. Il panorama della città è una proiezione di Los Angeles. Abbiamo fatto esplodere la torre in modo che si sgretolasse sui personaggi sottostanti. Ho curato attentamente questa scena con attori scelti specificamente per riflettere culture diverse provenienti da ogni angolo del pianeta” 

Dal 01 Febbraio 2025 al 15 Marzo 2025 – Galleria Cavour 1959 – Bologna

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DA CINDY SHERMAN A FRANCESCO VEZZOLI. 80 artisti contemporanei.

Cindy Sherman, Untitled
Cindy Sherman, Untitled

DA CINDY SHERMAN A FRANCESCO VEZZOLI. 80 artisti contemporanei” verrà presentata in anteprima internazionale a Palazzo Reale, una mostra che mette in dialogo più di 140 opere e  80 grandi artisti contemporanei di tutto il mondo. 

Da Cindy Sherman a Lynette Yiadom-Boakye, da Nan Goldin a Nicole Eisenman, da Kiki Smith a Marc Quinn, da Lisetta Carmi a Francesco Vezzoli; tutti artisti presenti nell’inedita e prestigiosa sezione contemporanea della Collezione Giuseppe Iannaccone che, saranno legati e collegati da un dialogo sui più importanti temi sociali come il rapporto con il corpo, l’identità in continua evoluzione, il multiculturalismo e le complesse interazioni tra Oriente e Occidente.

Un’esperienza che attraversa confini temporali e spaziali, proponendo un dialogo tra visioni geograficamente distanti ma convergenti su temi sensibili e imprescindibili per la contemporaneità. La mostra rappresenta un’occasione unica per esplorare, attraverso gli occhi degli artisti che hanno sempre dimostrato di saper vedere oltre, i cambiamenti sociali e culturali che plasmano il nostro presente.

Dal 07 Marzo 2025 al 04 Maggio 2025 – Palazzo Reale Milano

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Dina Goldstein. Un’artista tra fiaba e realtà

© Dina Goldstein, Courtesy Tallulah Studio Art, Italy | Dina Goldstein, In the Dollhouse, Passed Out

Tallulah Studio Art, in collaborazione con Fabbrica Eos, presenta la mostra personale di Dina Goldstein, l’artista visiva contemporanea israelo-canadese, residente a Vancouver, che attraverso il suo occhio fotografico invita a riflettere sulla bellezza e sull’ironia della vita. Nata nel 1969 a Tel Aviv, Dina Goldstein ha saputo crearsi un percorso che ha lasciato un segno nel panorama dell’arte contemporanea, distinguendosi per i suoi lavori che fondono il surrealismo pop con una critica sociale profonda.

Il percorso espositivo presenta una selezione dei suoi progetti più celebri, tra cui spicca In the Dollhouse, in cui Dina Goldstein esplora le tematiche della bellezza, del potere e della sessualità attraverso le immagini iconiche di Ken e Barbie. Queste due bambole, simboli di perfezione e aspirazioni irrealistiche, diventano protagoniste di scenari che mettono in discussione le nostre percezioni sulla vita reale. Dina Goldstein riesce a stravolgere l’idea di felicità perfetta per mostrarci che anche le figure più luminose possono nascondere ombre e insoddisfazione.
Il genio creativo di Dina Goldstein esplode in maniera ancora più audace con Fallen Princesses progetto in cui l’artista reinterpreta le amiche principesse dei nostri sogni infantili, presentandole in contesti che sfidano il tradizionale racconto delle favole. Le principesse Disney, spesso avvolte nella loro aura di incanto e serenità, vengono catturate in momenti crudi e reali, costringendoci a confrontarci con le difficoltà che la vita presenta. La sua visione ironica e provocatoria trasmette un messaggio potente: le favole non devono sempre avere un finale felice.

La serie Gods of Suburbia offre una profonda analisi del ruolo della religione e della fede nel mondo contemporaneo, mentre in Last Supper, East Vancouver, la Goldstein prende ispirazione dal celeberrimo dipinto di Leonardo da Vinci per ricreare L’Ultima Cena in un contesto urbano e moderno. Questa reinterpretazione non solo omaggia un capolavoro artistico, ma ci porta anche a riflettere sulle dinamiche sociali attuali e sui luoghi di marginalità, come il Downtown Eastside di Vancouver, dove storie di redenzione e caduta si intrecciano.
Dina Goldstein rappresenta una voce unica e potente nel panorama artistico contemporaneo. Con il suo approccio coinvolgente, esorta a vedere oltre la superficie delle immagini e a riflettere su temi complessi che riguardano la nostra società. Ogni scatto è un invito a esplorare non solo la bellezza, ma anche le sfide quotidiane che ciascuno di noi affronta. Una vera e propria artista visionaria, capace di trasformare la percezione comune della realtà in un’opera d’arte vivente. Il suo lavoro è stato riconosciuto da importanti premi, tra cui il premio speciale Arte Laguna nel 2012 e il gran premio del Prix Virginia nel 2014.

La mostra è organizzata in collaborazione con Fabbrica Eos Arte Contemporanea.

Inaugurazione giovedì 20 febbraio 2025 ore 18.00 – 21.00

Dal 20 Febbraio 2025 al 23 Marzo 2025 – Fabbrica Eos – Milano

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Passaggi Paesaggi

Rachele Maistrello, The island, 2016. Courtesy Comune di Modena. Collezione Galleria Civica–Fondazione Ago
© Rachele Maistrello | Rachele Maistrello, The island, 2016. Courtesy Comune di Modena. Collezione Galleria Civica–Fondazione Ago

Un viaggio nella fotografia italiana: dal 14 febbraio a Palazzo Santa Margherita una mostra dalle collezioni di Fondazione AGO: 80 autori e 115 opere.

La mostra, a cura di Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, riunisce ottanta autori e 115 opere da una delle raccolte di fotografia più significative nel panorama istituzionale italiano, patrimonio di Fondazione di Modena e del Comune , e offre un quadro del panorama artistico della fotografia italiana dedicata al paesaggio degli ultimi 70 anni.
Visitabile fino al 4 maggio, spazia dai maestri del Novecento alla generazione degli artisti emergenti e propone quattro declinazioni dell’idea di paesaggio: dall’urbano al naturale, dall’umano all’immaginario. I paesaggi urbani dei maestri (Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Guido Guidi, Olivo Barbieri) scorrono accanto alle immagini dominate dalla natura, in una difficile e complessa relazione con l’uomo (Franco Fontana, Walter Niedermayr, Paola De Pietri, Mario Giacomelli, Luca Andreoni), mentre i paesaggi umani spaziano dal reportage (Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna) all’indagine antropologica (Mario Cresci, Franco Vaccari), ai ritratti e al cinema (Tazio Secchiaroli, Marcello Geppetti). Sono poi i paesaggi d’invenzione a racchiudere le ricerche sperimentali sul linguaggio fotografico che conducono lo spettatore sul terreno dell’immaginario (Rachele Maistrello, Paolo Gioli, Cesare Leonardi). 

Partendo dalla tradizione della veduta del territorio – tema che caratterizza la storia della fotografia italiana nonché le stesse collezioni, per il ruolo storicamente esercitato da Modena e dall’Emilia-Romagna nell’evoluzione di questo genere – è poi possibile, come spiegano i curatori, rintracciare una serie di passaggi: dalla generazione dei maestri alle ultime, dall’analogico al digitale, da un genere all’altro fino al loro superamento, valorizzando le riflessioni sul medium e le ricerche di confine. Tali passaggi accompagnano il visitatore della mostra nella ricchezza del panorama artistico della fotografia italiana, lasciando la possibilità di delineare evoluzioni passate e future. 
Artisti in mostra: Claudio Abate, Giampietro Agostini, Luca Andreoni, Enrico Appetito, Vasco Ascolini, Olivo Barbieri, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Paolo Bernabini, Davide Bertocchi, Bruna Biamino, Antonio Biasiucci, Fabio Boni, Andrea Botto, Pamela Breda, Luca Campigotto, Vincenzo Castella, Bruno Cattani, Fabrizio Ceccardi, Francesco Cocco, Giorgio Colombo, Mario Cresci, Mario De Biasi, Paola De Pietri, Irene Fenara, Giorgia Fiorio, Franco Fontana, Antonio Fortugno, Vittore Fossati, Massimiliano Gatti, Marcello Geppetti, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Luca Gilli, Paolo Gioli, Claudio Gobbi, Stefano Graziani, William Guerrieri, Guido Guidi, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Emilio Lari, Cesare Leonardi, Uliano Lucas, Rachele Maistrello, Tancredi Mangano, Eva e Franco Mattes, Marzia Migliora, Nino Migliori, Filippo Minelli, Simone Mizzotti, Paolo Monti,  Ugo Mulas, Pino Musi, Paolo Mussat Sartor, Carmelo Nicosia, Walter Niedermayr, Enzo Obiso, Cristina Omenetto, Paola Pasquaretta, Paolo Pellion Di Persano, Robert Pettena, Agnese Purgatorio, Francesco Radino, Laura Renna, Marialba Russo, Roberto Salbitani, Ferdinando Scianna, Marco Scozzaro, Tazio Secchiaroli, Paolo Simonazzi, Valentina Sommariva, Annalisa Sonzogni, Marco Tagliafico, George Tatge, Toni Thorimbert, Angelo Turetta, Franco Vaccari, Jacopo Valentini, Fulvio Ventura, Lorenzo Vitturi, Beppe Zagaglia, Virginia Zanetti, Marco Maria Zanin, Martina Zanin, Marco Zanta. 

Dal 14 Febbraio 2025 al 04 Maggio 2025 – Palazzo Santa Margherita – Modena

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WALTER ROSENBLUM – Master of Photography

Walter Rosenblum rappresenta una figura importante della fotografia del XX secolo. Questa mostra vuole dare completezza al suo straordinario percorso espressivo attraverso un’importante raccolta di sue fotografie vintage, molte delle quali mai esposte prima. Verrà così offerta l’opportunità di conoscere il lavoro di questo straordinario autore, uno dei più importanti fotografi americani del secolo scorso. In Italia, dopo la grande mostra del 1999 a Padova, ritorna il suo lavoro con un percorso di oltre 110 fotografie e documentazione d’epoca.

Walter Rosenblum (New York City, 1919-2006) ha esercitato la professione di fotografo per più di cinquant’anni contribuendo notevolmente all’affermazione della fotografia nel corso del ventesimo secolo. A 18 anni entrò a far parte della Photo League, dove conobbe Paul Strand, suo mentore e amico, altri significativi fotografi, tra i quali Berenice Abbott e Lewis Hine.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Rosenblum prestò servizio come fotografo e cineoperatore nell’esercito americano e partecipò allo sbarco in Normandia a Omaha Beach. Si trovò tra i primi a filmare l’interno del campo di concentramento di Dachau. Rosenblum è stato uno dei fotografi più decorati della Seconda Guerra Mondiale.

Rosenblum ha fotografato alcuni dei più significativi eventi del ventesimo secolo: l’esperienza degli immigrati nella Lower East Side di New York, la Seconda Guerra Mondiale, i rifugiati della guerra civile spagnola in Francia, la vita del quartiere di Harlem, del sud Bronx e di Haiti. Eventi che saranno tutti documentati all’interno del percorso espositivo.

La sua carriera è stata arricchita da un’intensa attività didattica, e le sue fotografie sono presenti in oltre 40 collezioni internazionali, incluso il J. Paul Getty Museum, la Library of Congress, la Bibliothèque Nationale di Parigi e il Museum of Modern Art di New York.

Le sue fotografie riescono ad immortalare le qualità umane dei quartieri e dei loro residenti che affermano la vita e riflettono l’approccio socialmente consapevole che è stato il fondamento della sua carriera.

Come scrive Angelo Maggi, curatore della mostra: “Attraverso i suoi scatti, Rosenblum ha saputo immortalare l’autenticità dell’esperienza umana, regalando a noi tutti un messaggio di speranza e resilienza. Il suo lavoro, quindi, non si limita a essere una testimonianza del passato, ma continua a essere una fonte di ispirazione, invitandoci a vedere il mondo con occhi nuovi e a cogliere la luce nelle situazioni più oscure. L’opera del fotografo è ampia e ha dato un contributo importante alla storia della fotografia sia per il suo impegno e rilevanza teorica, sia per l’eccellenza artistica delle immagini”.

Andrea Colasio, Assessore alla Cultura del Comune di Padova: “Siamo particolarmente lieti di aver messo a disposizione la centralissima e prestigiosa Galleria civica Cavour e il supporto organizzativo e di comunicazione, per rendere omaggio a Walter Rosenblum, uno dei maggiori fotografi del Novecento, che per oltre cinquant’anni ha documentato gli eventi più significativi del secolo scorso. La mostra rientra nel progetto “30 Migno”, ideato dallo storico Gruppo fotografico per celebrare i trent’anni di attività, indissolubilmente connessa sia al magistero compositivo del fotografo americano, sia al suo umanista, rivolto alle persone comuni, ai poveri, agli ultimi. Nel corso della sua vita, Rosenblum ha incontrato molte persone malvagie e conosciuto le atrocità che ero state capaci di compiere – era presente alla liberazione del campo di concentramento di Dachau – ma ha continuato a credere che entro una società altruista solo le persone migliori prosperino. Grazie alla sinergia con l’impresa culturale Suazes, in mostra avremo centododici fotografie vintage – un numero che rende l’iniziativa la più estesa mai realizzata sulla sua opera, in Europa -, e un percorso espositivo che tocca le principali esperienze del grande fotografo e accademico americano.”

Da quest’immensa ricchezza di esperienze e dal prolungato rapporto con le diverse culture, la visione fotografica di Rosenblum si è caratterizzata per essere testimone della condizione umana come di una comunità globale in cui i bisogni fondamentali, i valori e le aspirazioni esistenziali sono universalmente condivisi.

Rosenblum cercò così di sottolineare la dignità dell’essere umano, con i suoi soggetti mai semplici vittime, ma persone integre e complesse, la cui umanità sopravvive intatta malgrado le circostanze avverse.

La mostra di Padova permetterà di approfondire tutte le principali esperienze del lavoro di questo autore riportando al grande pubblico un’opera che, pur essendo ben radicata nel suo tempo, continua a trasmetterci forza ed emozioni.

Il progetto è prodotto da SUAZES, in collaborazione con il Comune – Assessorato alla Cultura di Padova, con il supporto delle eredi Lisa e Nina Rosenblum e dell’associazione MIGNON in occasione delle celebrazioni dei suoi cinquant’anni di attività. La mostra è curata dal prof. Angelo Maggi dell’Università Iuav di Venezia.

Main sponsor è Insurance Opportunity S.r.l.

Il progetto sarà accompagnato da un volume del prof. Angelo Maggi, prodotto da SUAZES e edito da Silvana editoriale.

22 febbraio – 4 maggio 2025 – Padova, Galleria Civica Cavour

The Subject Matters – AA.VV.

Vanessa Winship, Frozen Marshland with Tendril, Holmes County, Ohio, U.S.A, 23.02.2020, 2020, stampa a pigmenti, cm 60 x 50 © Vanessa Winship, courtesy Viasaterna e Huxley-Parlour

Viasaterna is pleased to present The Subject Matters, group exhibition curated by Luca Fiore, which will open on Monday 20 January, from 6 to 9pm. 

The exhibition explores the potential of photographic language when confronted with subjects considered ordinary and of minimal importance, bringing together 45 works taken between 1992 and 2023 by five authors of different nationalities, histories and experiences: Gerry Johansson (Sweden, 1945), Guido Guidi (Italy, 1941), Takashi Homma (Japan, 1962), Terri Weifenbach (USA, 1957) and Vanessa Winship (England, 1960).

With the advent of photography, narrative capacity and verisimilitude, once fundamental to art as understood within that hierarchical framework, gradually lost their centrality. And it is in the 20th century that photography becomes the privileged medium for telling stories, starting with American photojournalism, and constructing myths, such as those of celebrities. However, art photography increasingly chooses to focus on subjects that the old hierarchy considers minor. Thus, landscapes, ordinary objects and fragments of everyday life appear, and become, subjects of extraordinary poetic power.

On view until 4th April 2025 – Viasaterna – Milano

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Alessandro Grassani. Emergenza climatica. Un viaggio ai confini del mondo

Il Museo Diocesano presenta la mostra fotografica Alessandro Grassani. Emergenza climatica. Un viaggio ai confini del mondo, che attraverso una quarantina di scatti, articolati in quattro capitoli – Mongolia, Kenya, Bangladesh, Haiti – si focalizza sulla migrazione climatica che condiziona la vita nelle aree rurali e urbane di tutto il pianeta, influenzando le sorti dei loro abitanti, costretti a migrazioni forzate dovute a situazioni ambientale insostenibili.

Le fotografie qui esposte diventano quindi una testimonianza diretta e irrinunciabile dell’epoca in cui viviamo e suscitano inquietudine, ponendo domande sulle contraddizioni della nostra contemporaneità. Ci mostrano persone che inseguono il miraggio di una vita migliore: un’illusione che si infrange drammaticamente al loro arrivo nei grandi centri urbani. Qui questi uomini si scontrano con una dimensione cruda e respingente, nella quale le logiche del profitto li spingono sempre più ai confini della società, costringendoli a riversarsi in baraccopoli e nelle aree più degradate delle periferie cittadine.

Nella recente esortazione apostolica Laudate Deum (2014) Papa Francesco ha espresso preoccupazione su questi temi. Già nel 2015, nella lettera enciclica Laudato si’ sottolineava che “Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti”, e denunciava una generale indifferenza di fronte a tragedie come quelle raccontate in questi scatti. Il pontefice rileva come dietro alla crisi energetica si celi una crisi sociale ed umana che non possiamo non vedere: “non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali”. Papa Francesco indica nell’“esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore” la via per la cura della nostra casa comune.

Le fotografie di Alessandro Grassani spingono dunque ad aprire gli occhi di fronte a fatti troppo spesso dimenticati, e soprattutto richiamano il senso di responsabilità di ciascuno di noi, chiedendo di non restare indifferenti.

Dal 18 Febbraio 2025 al 27 Aprile 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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I 30 ANNI DI MIGNON A PADOVA

Per celebrare questi 30 anni di attività, in collaborazione con il Comune – Assessorato alla Cultura
di Padova Mignon organizza tre mostre in altrettanti spazi importanti della città: le Scuderie di
Palazzo Moroni, la Sala della Gran Guardia in Piazza dei Signori e la Galleria Samonà. Tre
occasioni per ammirare una selezione del lavoro di 30 anni del gruppo.
Presso le Scuderie di Palazzo Moroni sarà ospitata la mostra “Jordan” (22 febbraio – 6 aprile) con
fotografie di Fatima Abbadi, Ferdinando Fasolo, Giovanni Garbo, Giampaolo Romagnosi, Davide
Scapin.
All’interno della Sala della Gran Guardia si terrà la mostra “Riconosco me stesso negli occhi di ogni
sconosciuto” (22 febbraio – 4 maggio) con foto di Fatima Abbadi, Ferdinando Fasolo, Alessandro
Frasson, Giovanni Garbo, Mauro Minotto, Giampaolo Romagnosi, Davide Scapin.

Presso la Galleria Samonà si terrà la terza mostra “30 MIGNON fotografia. Trent’anni di passione
(22 febbraio – 30 marzo) che descriverà il percorso espressivo di questo gruppo.
Tutte le iniziative saranno gratuite e si integreranno ad un programma di iniziative.
Il progetto dedicato ai 30 anni di MIGNON gode della collaborazione dell’Assessorato alla Cultura
del Comune di Padova e di Suazes. Main sponsor è Insurance Opportunity S.r.l.

Dal 22 febbraio al 4 maggio 2025 – Sedi varie – Padova

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SHIRIN NESHAT

Shirin Neshat, Rebellious Silence, 1994. Courtesy l'artista e Gladstone Gallery
© Shirin Neshat | Shirin Neshat, Rebellious Silence, 1994. Courtesy l’artista e Gladstone Gallery

Prima ampia mostra personale in Italia dell’artista iraniana Shirin Neshat, che attraverso le sue opere filmiche e fotografiche esplora le rappresentazioni identitarie del femminile e del maschile nella sua cultura.
Nelle tormentate fotografie di donne, con il volto segnato da calligrafie in farsi o che indossano l’hijab impugnando pistole, lo sguardo della donna diventa uno strumento di comunicazione potente e pericoloso.
Tramite la poesia e la calligrafia vengono esaminati concetti come il martirio, lo spazio dell’esilio e le questioni di identità.
Nella sua pratica l’artista utilizza un immaginario poetico per affrontare i temi del genere e della società, dell’individuo e della collettività e del rapporto dialettico tra passato e presente, attraverso la lente delle sue esperienze di appartenenza e di esilio.

Dal 18 Marzo 2025 al 08 Giugno 2025 – PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea – Milano

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CHROMOTHERAPIA. La fotografia a colori che rende felici

Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, Toiletpaper. Courtesy of Toiletpaper
Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, Toiletpaper. Courtesy of Toiletpaper

Giallo limone, blu intenso, rosso vivo e arancione brillante: i colori come terapia. Ecco il programma vitaminico della nuova mostra dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, CHROMOTHERAPIA. La fotografia a colori che rende felici.
 
Di scena dal 28 febbraio al 9 giugno 2025, la mostra che vede come curatori Maurizio Cattelan e Sam Stourdzé, ripercorre la storia della fotografia a colori lungo tutto il XX secolo attraverso lo sguardo acuto di 19 artisti. L’itinerario espositivo, articolato in 7 sezioni, ci trasporta in mondi vibranti e saturi in cui il colore colpisce la retina e mette in gioco l’intelletto.
 
Spesso denigrata e raramente presa sul serio, la fotografia a colori ha in realtà permesso agli fotografi di sbizzarrirsi, di mettere mano alla loro tavolozza per ridipingere il mondo. Sono in tanti a essersi liberati dai vincoli documentaristici del mezzo fotografico per esplorare le comuni radici dell’immagine e dell’immaginario, flirtando con il pop, il surrealismo, il bling, il kitsch e il barocco.
 
La conquista del colore in fotografia segue di poco l’invenzione del mezzo con i primi esperimenti a scopo scientifico a metà del XIX secolo. Nel 1907 fu messo a punto il primo procedimento fotografico industriale a colori grazie all’autochrome, creato dai fratelli Lumière. È l’inizio di un secolo di sperimentazione cromatica: dalle scene ordinarie alle riflessioni filosofiche e politiche, il colore trascende il semplice strumento per diventare elemento narrativo essenziale.
 
Tutte queste innovazioni del quotidiano rivelano un’immagine surreale, iperreale che reinventa i generi – dalla natura morta al ritratto – offrendo una visione gioiosa e colorata del mondo. Tra gli artisti in mostra, William Wegman (1943, Holyoke, USA) immortala con tenerezza i suoi cani, trasformando i simpatici amici a quattro zampe in icone artistiche, Juno Calypso (1989, Londra, UK) stravolge le convenzioni visive del cinema e della pubblicità per mettere in discussione le imposizioni che affliggono la femminilità, mentre Arnold Odermatt (1925, Oberdorf – 2021, Stans, CH), fotografo poliziotto, documenta gli incidenti stradali in composizioni meticolose, dove la poesia si sostituisce al dramma; e Walter Chandoha (1920, Bayonne – 2019, Annandale, USA), soprannominato “The Cat Photographer”, rivela una qualità umana nei gatti che fotografa su sfondi saturi, trasformando questi animali domestici in icone fotografiche. Ouka Leele (1957-2022, Madrid), dal canto suo, utilizza toni vibranti per cogliere la liberazione dei corpi nel contesto della rivoluzione culturale e sociale della Movida, e Martin Parr (1952, Epsom, UK), grande testimone dei nostri paradossi contemporanei, dirige il suo obiettivo su vassoi di patatine fritte, suggerendo ironicamente la bulimia del mondo moderno. Negli anni dieci del Duemila, il magazine Toiletpaper, ideato da Maurizio Cattelan (1960, Padova, IT) e Pierpaolo Ferrari (1971, Milano), al tempo stesso erede e precursore, degno discendente di questi artisti e assolutamente trasgressivo, dialoga e si nutre di questa piccola storia sfavillante e cromatica.
 
Che si tratti di amplificare i dettagli di una scena quotidiana, di ridefinire i codici di bellezza delle riviste o di immortalare soggetti impegnati, la fotografia a colori offre una visione intensamente cromatica del mondo. Tale varietà di sguardi e di pratiche rivela un comune filo conduttore: la volontà di mostrare le cose in modo diverso, infondendo nelle immagini la vita e l’emozione che solo il colore può trasmettere.

Dal 28 Febbraio 2025 al 09 Giugno 2025 – Accademia di Francia a Roma – Villa Medici

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IL MATTO È IL MONDO – TAROCCHI – Anna Luna Astolfi

I Tarocchi sono un’arte che non si lascia imprigionare da nessun genere di rigidità: gli Arcani che li compongono sono uno specchio e non una verità di per sé. Sono camaleonti, si trasformano per adattarsi a chi li osserva. Se in essi ci sembra di vedere la nostra vita, è perché l’accostamento delle loro immagini può contenere ogni storia, dunque anche la nostra.

Le fotografie che compongono Il Matto è Il Mondo – Tarocchi sono state create camminando attraverso ogni Arcano col fine di restare fedeli e insieme tradire costantemente l’iconografia originaria dei Tarocchi unendo tarologia, stage-photography e diario fotografico.

I Trionfi, o Arcani Maggiori, formano una narrazione che condensa in sé tutte le esperienze che un essere umano può vivere nell’arco della propria esistenza poiché espressione di un completo cammino iniziatico. In questo lavoro, attraverso l’immagine fotografica, ci si appropria delle fasi di tale cammino immaginando i Trionfi al di fuori della loro stessa carta. Sono qui resi vivi e fatti di carne, vengono osservati dentro i loro stessi abiti ed oltre il riquadro del foglio che li contiene.

Dall’11 marzo al 17 aprile 2025 – Spazio Labò – Bologna

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Italia al lavoro

Operaia sorridente tiene in mano dei rotoli di carta nella fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, Pozzuoli, 1960-1970 | Foto: © Giancarlo Scalfati, Fondazione Gramsci | Crediti fotografici: Foto Giancarlo Scalfati. Archivio Fondazione Gramsci
Operaia sorridente tiene in mano dei rotoli di carta nella fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, Pozzuoli, 1960-1970 | Foto: © Giancarlo Scalfati, Fondazione Gramsci | Crediti fotografici: Foto Giancarlo Scalfati. Archivio Fondazione Gramsci

Palazzo Esposizioni Roma ospita la mostra Italia al lavoro, a cura di Sara Gumina, che ripercorre, attraverso fotografie e video d’archivio, l’evoluzione del mondo del lavoro in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi.

Le immagini testimoniano i profondi cambiamenti intervenuti a seguito delle grandi rivoluzioni tecnologiche, che hanno portato non solo alla nascita di nuovi modelli produttivi e industriali e di nuovi mestieri, ma anche a consistenti trasformazioni nella vita delle persone, della società e nell’organizzazione del lavoro.

Protagonisti di questa storia sono le lavoratrici e i lavoratori che con passione, impegno, forza e creatività hanno contribuito al successo del Made in Italy nel mondo, determinando così l’evoluzione e la competitività del nostro Paese.

Organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo.
Realizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Invitalia – Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo di Impresa, patrocinata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e con il supporto di Confindustria.

Dal 06 Febbraio 2025 al 23 Marzo 2025 – Palazzo delle Esposizioni Roma

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Alzheimer – Paolo Saracco

Mercoledi 26 Febbraio alle ore 19:00, si inaugura la mostra Alzheimer: mostra fotografica di Paolo Saracco,  all´Under factory in via Gran Paradiso 9 a Segrate – Milano. Mostra di 15 ritratti fatti a persone affette dalla malattia neurodegenerativa Alzheimer. A cura di Giuseppe Ferraina, direttore artistico della giovane fucina di talenti emergenti della fotografia di Segrate – Milano.

“Siddhartha visse nell’agio e nella spensieratezza, ma arrivato ai 29 anni cominciò a sentirsi annoiato da quella vita chiusa all’interno dei palazzi. Suddhodana, suo padre, non voleva che vedesse persone anziane o peggio ancora vecchie e ammalate. Non voleva che il suo futuro re si raffrontasse con la morte. Voleva difenderlo dall´angoscia del senso della scomparsa e dalla visione della sofferenza fisica. A questo modo di eludere le paure dell´esserci, se ne aggiunge un altro, opposto e ostentato: quello di aggirarsi per i camposanti e gioire (senza manifestarlo o esternarlo ovviamente, siamo persone dabbene, no?) del fatto di essere vivi e stare addirittura bene, trovando un certo ristoro nell´animo, dinanzi alle visioni funerarie. Potremmo citare un particolare ironico scritto sulla lapide della tomba del famoso artista Marcel Duchamp, su cui fece scrivere: “D’altronde sono sempre gli altri a dover morire”. Oppure il sarcasmo con cui si espresse anche  Sigmud Freud, dicendo che il giorno del suo funerale non poteva esserci perche´ sarebbe stato in vacanza. Insomma, una cosa e´ certa, noi amiamo fingerci perenni e funzionali e per questo crederci anche forti… (continua nel testo presente in mostra)”.

Dal 26 febbraio al 3 marzo – Under Factory – Segrate (MI)

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CHE GUEVARA tú y todos

CHE GUEVARA A LAS VILLAS ESCAMBRAY PRIMA DELLA BATTAGLIA DI SANTA CLARA, 1958
CHE GUEVARA A LAS VILLAS ESCAMBRAY PRIMA DELLA BATTAGLIA DI SANTA CLARA, 1958

Il Museo Civico Archeologico di Bologna ospiterà, dal 27 marzo al 30 giugno 2025la mostra CHE GUEVARA tú y todos, un viaggio nella storia e nella vita di un uomo che ha segnato profondamente l’immaginario collettivo di intere generazioni, divenendo l’icona stessa del rivoluzionario: Ernesto Guevara de la Serna, universalmente conosciuto come Che Guevara.
 
Gli spazi del museo bolognese accoglieranno una significativa parte del vasto repertorio fotografico e documentaristico inedito dell’archivio del Centros de Estudios Che Guevara a L’Avana. La mostra offrirà al pubblico l’opportunità di esplorare, grazie a strumenti digitali e interattivi, i momenti cruciali della vita di Che Guevara, permettendo di scoprire la sua umanità, i suoi ideali e i suoi legami affettivi. Saranno contestualizzati gli eventi storici e geopolitici di un periodo cruciale, dagli inizi degli anni ’50 alla fine degli anni ‘60 che ha profondamente influenzato più generazioni.
 
La mostra, ideata e realizzata da SIMMETRICO Cultura, è curata da Daniele ZambelliFlavio AndreiniCamilo Guevara e Maria del Carmen Ariet Garcia, con una colonna sonora originale composta da Andrea Guerra. È prodotta da Alma e dal Centro de Estudios Che Guevara, il cui archivio è riconosciuto patrimonio di interesse “Memoria del Mondo” dell’UNESCO nel 2013, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, l’Università IULM e il Settore Musei Civici | Museo Civico Archeologico Bologna, con il patrocinio del Comune di Bologna.
 
La realizzazione del progetto ha visto la stretta collaborazione della moglie di Che Guevara, Aleida March, e del figlio Camilo Guevara, scomparso nel 2022, a cui l’intero progetto espositivo è dedicato.
 
Il significato del titolo: tú y todos
 
Il titolo della mostra, tú y todos, riprende un verso intenso e toccante di una poesia che Che Guevara scrisse alla moglie Aleida prima della sua partenza per la Bolivia, dove fu catturato e assassinato il 9 ottobre 1967, dopo un lungo interrogatorio.
Questo titolo sottolinea l’intento della mostra: restituire una dimensione intima e consapevole alla figura di Ernesto Che Guevara, distaccandola dal mito del guerrigliero intransigente e senza paura, costruito dai media dell’epoca, sia a favore che contro a seconda dello schieramento politico di appartenenza. La mostra racconterà l’uomo, il personaggio politico e il contesto storico in cui visse, attraverso oltre 2.000 documenti inediti, tra cui lettere, appunti, diari, fotografie scattate da lui stesso, immagini ufficiali e private, scritti autografi e video dell’epoca.
 
Un progetto per tutti
 
CHE GUEVARA tú y todos si rivolge a un pubblico ampio e trasversale, con l’obiettivo di raccontare una figura iconica e contemporanea come quella di Che Guevara. La mostra pone il visitatore al centro, coinvolgendolo direttamente e rendendolo parte attiva dell’esperienza, attraverso un approccio innovativo alla divulgazione, il percorso mira a creare una connessione emotiva con i visitatori, proponendo una riflessione su tematiche ancora attuali. La visita non sarà un percorso passivo, ma un’esperienza vissuta attivamente, in cui il pubblico si sentirà parte integrante del racconto.
 
Il percorso espositivo
 
Il percorso della mostra è strutturato in tre livelli narrativi, ciascuno dei quali utilizza soluzioni multimediali specifiche e mirate, di particolare efficacia comunicativa:
 
Contesto storico e geopolitico
Il primo livello narrativo, di stampo giornalistico, introduce immediatamente il visitatore al quadro geopolitico dell’epoca, ponendo le basi per comprendere il contesto in cui Che Guevara ha vissuto e agito.
 
Biografia
Il secondo livello, di natura biografica, presenta materiali d’archivio inediti che ripercorrono gli eventi pubblici e privati della vita di Che Guevara: dai suoi celebri discorsi ufficiali alle riflessioni sull’educazione, la politica estera, l’economia, il significato della rivoluzione e la speranza nell’“Uomo Nuovo”.
 
Dimensione intima
Il terzo livello, più intimistico, si sviluppa attraverso frammenti dei suoi scritti personali, come diari e lettere ai familiari e agli amici, fino alle registrazioni inedite delle poesie che Guevara compose per la moglie Aleida. Questo livello rivela i dubbi, le contraddizioni e le riflessioni che caratterizzavano l’uomo dietro il mito.
 
Una narrazione immersiva
 
La mostra si apre con una sfida simbolica per il visitatore: superare una “linea gialla”. Una parete a fasce mobili, retroproiettata, mostra immagini edulcorate degli anni ’50 – provenienti da Hollywood, dalla moda e dalla pubblicità delle grandi imprese consumistiche – che all’avvicinarsi del pubblico si dissolvono, rivelando un’altra realtà: quella della povertà, delle malattie, delle ingiustizie sociali e della mancanza di libertà, con un semplice passo riviviamo lo sconcerto del giovane Ernesto di fronte alla sofferenza degli ultimi e degli emarginati nei suoi viaggi in America Latina prima di diventare “Il Che”.
 
Rientrando in Argentina, Ernesto annota: “Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina li ripulisce: “io”, non sono io; perlomeno non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra “Maiuscola America” mi ha cambiato più di quanto credessi”. (Ernesto Guevara in Notas de viaje. 1952)
 
Superata questa soglia, il visitatore intraprende un viaggio nella vita di Ernesto Guevara, divenuto “El Che”. Centinaia di pensieri, diari e lettere permetteranno di esplorare in modo approfondito una delle personalità più complesse e influenti del XX secolo.
La narrazione si snoda lungo una linea temporale arricchita da immagini storiche, filmati e registrazioni di discorsi, dal 1959 – “Anno della Liberazione” di Cuba – fino al 1967, l’anno della missione in Bolivia, l’ultima avventura.
Tre installazioni speciali, disseminate lungo il percorso, permettono al pubblico di incontrare non solo il personaggio storico, ma anche l’uomo, con le sue riflessioni e le sue emozioni.
 
 
Un finale stra-ordinario
 
La mostra si conclude con un’installazione multidimensionale, realizzata dall’artista americano Michael Murphy, pioniere della Perceptual Art. L’opera, intitolata Che: ritratto di Ernesto Guevara, è una ricostruzione tridimensionale del celebre ritratto del Che, capace di trasformarsi nella sua altrettanto iconica firma.
 
Il direttore artistico e curatore della mostra, Daniele Zambelli, racconta:
 
“Dopo due anni di lavoro, ciò che mi rimane di questo dialogo ideale con Ernesto Che Guevara è la scoperta di un uomo intenso, che ha dedicato tutto sé stesso al servizio di un’idea ‘stramba’: un’umanità che ha come imperativo morale l’evoluzione verso una società più giusta. Un intellettuale che ha trasformato l’utopia dell’‘uomo nuovo’ in azione concreta, lavorando per costruire una società orientata al bene comune, una società che non dimentica gli ultimi. Un uomo che sentiva davvero, sul proprio volto, il bruciare dello schiaffo dato dal potere a una moltitudine di uomini e donne privati di speranza e dignità.
Dietro l’intellettuale e il rivoluzionario, però, ho scoperto anche la persona: fedele ai propri ideali, certo, ma anche attraversata da dubbi e incertezze. Le sue scelte, talvolta compiute con piena partecipazione, altre volte con sofferenza, sono sempre state una risposta a un imperativo morale di giustizia sociale, un impegno pagato sempre in prima persona.
Possiamo non essere completamente d’accordo con le sue idee o con i metodi adottati, ma resta per me profondo il rispetto per un uomo che non si è mai nascosto con ipocrisia dietro le parole, ma ha dato forma alle sue convinzioni attraverso le azioni, contribuendo a dare voce a chi non ne aveva.
Spero che la mostra permetta al pubblico, soprattutto ai più giovani, di instaurare un proprio dialogo ideale con il personaggio e con quel periodo storico così cruciale. Comprendere meglio il passato è essenziale per interpretare il presente che oggi viviamo”.

Dal 27 Marzo 2025 al 30 Giugno 2025 – Museo Civico Archeologico – Bologna

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Contemplazioni naturali, in viaggio verso la meraviglia – Sabrina Tomasella

Sabato 1 marzo 2025 ore 16.00 inaugura la mostra fotografica dal  titolo:   “Contemplazioni naturali, in viaggio verso la meraviglia” di  Sabrina Tomasella.

Le immagini in bianco e nero nascono dall’ urgenza dell’autrice di visitare luoghi meravigliosi naturali e selvaggi, partendo da piccole camminate nei sentieri nel bosco, trekking in montagna, viaggi in paesi lontani.

Quello che contraddistingue tutto il lavoro è la ricerca di ambienti montani, poco antropizzati, dove la Natura esprime la sua forza e bellezza. La contemplazione di paesaggi sconfinati ci porta ad una pacificazione, eleva il  nostro benessere interiore. Spazi da preservare per la biodiversità, luoghi vitali per innumerevoli forme vegetali e animali.

dal 1 marzo al 16 marzo – Saletta Valentini – Prato

Mostre di fotografie consigliate per novembre

Anche a novembre sono tantissime le mostre interessanti, non perdetevele!

Anna

MAGNUM SUL SET. Lo sguardo dei grandi fotografi sui divi di Hollywood

John Wayne mentre dirige una scena del film The Alamo – La battaglia di Alamo, Texas, USA, 1959
© Dennis Stock/Magnum Photos/Contrast | John Wayne mentre dirige una scena del film The Alamo – La battaglia di Alamo, Texas, USA, 1959

Con 116 fotografie, 18 grandi fotografi e 12 set dei più celebri film hollywoodiani, la mostra “Lo sguardo dei grandi fotografi sui divi di Hollywood” si appresta a diventare l’evento espositivo di richiamo di fine estate a Pordenone, offrendo un’ampia retrospettiva sull’incontro “magico” tra i maestri della fotografia e quelli del cinema. 
L’inaugurazione ufficiale, prevista per sabato 14 settembre alle ore 17, è stata preceduta oggi da un’anteprima stampa alle ore 11 presso la sede espositiva, la Galleria civica Harry Bertoia, al n. 60 di Corso Vittorio Emanuele II, dove la mostra sarà visitabile al pubblico dal 15 settembre all’8 dicembre, insieme al Vicesindaco Assessore alla Cultura di Pordenone, Alberto Parigi, la co-curatrice Suleima Autore, Riccardo Costantini, per Cinemazero e da remoto la curatrice Alessandra Mauro.
Proposta dal Comune di Pordenone, con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e in collaborazione con Contrasto, Pordenonelegge, Cinemazero, Craf, Magnum e Versicherungskammer Kulturstiftung celebra l’intenso legame tra il mondo della fotografia e quello del cinema, mostrando il “dietro le quinte” di alcune leggendarie pellicole hollywoodiane, da “Improvvisamente l’estate scorsa” (1959) a “Zabriskie Point” (1970) e “Morte di un commesso viaggiatore” (1975), solo per citarne alcune. 
“Un’occasione imperdibile per tutti gli appassionati di cultura visiva e cinematografica, perché offre un viaggio affascinante e uno sguardo inedito sui protagonisti e le atmosfere del cinema”, sottolinea il vicesindaco e assessore alla Cultura di Pordenone Alberto Parigi. “È un onore – aggiunge – poter ospitare nella nostra città un evento culturale di tale rilievo, che rende omaggio alla storia del cinema attraverso l’occhio dei grandi fotografi della Magnum”. 
Grazie alla collaborazione con Cinemazero di Pordenone, l’esposizione presenta anche una selezione di poster e locandine promozionali dei film hollywoodiani proveniente dalle prestigiose collezioni “La Cineteca del Friuli”, “La Cineteca del Friuli – Fondo Gianni Da Campo”, e “Collezione Isidoro Brizzi”, arricchendo ulteriormente l’esperienza immersiva.
Dalla storica collaborazione tra l’agenzia Magnum Photos e il mondo del cinema, l’esposizione presenta ritratti e scene che catturano momenti irripetibili: Charlie Chaplin mentre dirige “Luci della ribalta” (fotografato da Eugene Smith), Billy Wilder e Marilyn Monroe in “Quando la moglie è in vacanza” (scatti di Elliott Erwitt), e James Dean in “Gioventù bruciata” (fotografato da Dennis Stock). Le grandi dive come Elizabeth Taylor e Katharine Hepburn in “Improvvisamente, l’estate scorsa” (fotografate da Burt Glinn) e l’intero cast di “The Misfits – Gli Spostati”, immortalato da diversi autori Magnum, rappresentano solo alcune delle straordinarie immagini in mostra.
Tanti i grandi fotografi della Magnum Photos presenti in mostra, da Henri Cartier Bresson a Eugene Smith, Inge MorathDennis StockElliot ErwittDavid HurnPeter MarlowGuerogui Pinkhassov.

Curata da Alessandra Mauro di Contrasto, questa nuova edizione della mostra mette in risalto il profondo legame tra Magnum e il cinema attraverso 12 reportage dettagliati che esplorano i retroscena di altrettante pellicole iconiche. Ogni sezione sarà accompagnata da pannelli informativi che racconteranno la storia del film, il suo impatto culturale e curiosità inedite, offrendo ai visitatori una narrazione completa e coinvolgente. 
“Non si tratta di una mera esposizione fotografica – spiega la curatrice –, ma di un vero e proprio viaggio nelle emozioni e nelle sorprese che un set cinematografico può riservare agli occhi di un fotografo. Come sottolineava Elliott Erwitt, ‘quel che la vita ha di meraviglioso sono le sorprese. Non vedo perché dimenticarsene quando si fa un film”.
Inoltre, dal 18 settembre al 17 novembre, al 2° piano di Galleria Bertoia, sarà allestita la mostra fotografica “Il tempo di una fotografia”, in cui saranno esposte le opere dei giovani dai 15 ai 30 anni che hanno partecipato al concorso indetto dal Comune, assieme alle associazioni SOMSI e Panorama. Questa “mostra nella mostra”, che proporrà le opere selezionate da una giuria tecnica, sarà ad ingresso gratuito e visitabile secondo gli orari di “Magnum sul set”. Tutti i visitatori potranno esprimere una preferenza e votare la fotografia preferita. Gli autori delle 3 foto più votate saranno premiati in una cerimonia ufficiale a dicembre.

Parallelamente, saranno organizzati diversi eventi collaterali. Durante l’esposizione internazionale SICAM, il m° Francesco Tizianel si esibirà in alcuni concerti dedicati alle colonne sonore dei film rappresentati nelle foto dei grandi maestri. Prevista anche la proiezione di alcune pellicole relative alle foto esposte, in collaborazione con Cinemazero. Inoltre saranno organizzate visite guidate didattiche per i ragazzi delle scuole.

In occasione dell’apertura di “Magnum sul set”, sarà attivato il biglietto unico che consentirà ai visitatori l’ingresso ad un prezzo speciale per ammirare le opere esposte in Galleria Bertoia, al Museo civico Palazzo Ricchieri e al Paff!.

Dal 15 Settembre 2024 al 08 Dicembre 2024 – Galleria civica Harry Bertoia – Pordenone

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Tina Modotti. L’opera

Tina Modotti, <em>Donna con bandiera</em>, 1927, Paladiotipo, stampato da Richard Benson nel 1976, 24.9 × 19.7 cm, The Museum of Modern Art, New York ​
Tina Modotti, Donna con bandiera, 1927, Paladiotipo, stampato da Richard Benson nel 1976, 24.9 × 19.7 cm, The Museum of Modern Art, New York ​

La più completa mostra mai proposta in Italia sull’opera di Tina Modotti (1896-1942) arriva a Torino dopo il successo raccolto nella tappa di Palazzo Roverella a Rovigo.

Dal 16 ottobre 2024 al 2 febbraio 2025 gli spazi di CAMERA accolgono la mostra Tina Modotti. L’opera, a cura di Riccardo Costantini – promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e realizzata in collaborazione con Cinemazero – dedicata a una delle figure più rilevanti della fotografia del XX secolo.

Le 300 opere esposte a Torino raccontano la poliedricità, le peculiarità artistiche, l’indole curiosa, partecipe e libera di Modotti, che durante la sua breve ma intensa carriera è riuscita a catturare l’intensità e i contrasti dei mondi che ha attraversato, espressi con ritratti di vita quotidiana, ma anche e soprattutto raccontando l’ingiustizia, il lavoro, l’attivismo politico, la povertà, le contraddizioni del progresso e del passaggio alla modernità.

La mostra ha una rilevanza dal punto di vista documentale, in quanto raccoglie diversi materiali inediti, video, riviste, documenti, ritagli di quotidiani, ritratti dell’artista, nonché fotografie che risalgono alla prima e unica esposizione che realizzò Tina Modotti nel 1929 e che testimoniano e rendono giustizia all’arte della fotografa.

La mostra è accompagnata dal catalogo edito da Dario Cimorelli Editore.

Dal 16 Ottobre 2024 al 02 Febbraio – Camera Centro Italiano per la Fotografia Torino

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Mimmo Jodice. Oasi

Mimmo Jodice, Oasi Zegna, 2008. Fondazione Ermenegildo Zegna
© Mimmo Jodice | Mimmo Jodice, Oasi Zegna, 2008. Fondazione Ermenegildo Zegna

Dal 16 ottobre 2024 fino al 2 febbraio 2025, la Project Room di CAMERA ospiterà Mimmo Jodice. Oasi, mostra in collaborazione con Fondazione Zegna.

Curata da Walter Guadagnini, con la collaborazione di Barbara Bergaglio, la mostra presenta per la prima volta 40 immagini appartenenti alla serie realizzata dal fotografo napoletano, tra la primavera e l’inverno del 2008, per una committenza ricevuta dalla Fondazione. Uno straordinario corpus all’interno del quale è possibile ritrovare tutta la poetica di Jodice, la sua capacità di trasformare gli elementi della realtà, naturali o artificiali, paesaggi o interni, piante o macchinari industriali, in visioni metafisiche, sospese nel tempo e nello spazio.

In anteprima, in occasione delle Giornate FAI, il 12 ottobre presso Casa Zegna e il Lanificio Ermenegildo Zegna di Trivero (Biella), verranno presentate quattro stampe di grandi dimensioni dell’artista della stessa serie. Per l’occasione, Walter Guadagnini terrà un talk dal titolo La trama e la neve. Mimmo Jodice a Trivero.
La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Dario Cimorelli Editore, introdotto da una testimonianza di Anna Zegna, presidente di Fondazione Zegna, con un saggio del curatore Walter Guadagnini, un testo di Ilaria Bonacossa e la riproduzione della serie completa, composta da oltre 60 opere.

Dal 16 Ottobre 2024 al 02 Febbraio 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Giovanni Chiaramonte. Realismo infinito

Giovanni Chiaramonte, Geraci Siculo, 1997
© Eredi di Giovanni Chiaramonte | Giovanni Chiaramonte, Geraci Siculo, 1997

–          40 fotografie ripercorrono due decenni fondamentali (1980-2000) del percorso artistico di Giovanni Chiaramonte, scomparso nel 2023, figura centrale della fotografia italiana degli ultimi decenni, che come pochi altri ha contribuito alla ridefinizione poetico-concettuale dell’immagine del paesaggio contemporaneo.
–          Tre sezioni – Italia, Europe, Americas – compongono un viaggio lungo le origini della civiltà occidentale e lo sviluppo che ha intrapreso nel corso dei secoli.
–          Il titolo, Realismo infinito, fa riferimento tanto alla linea dell’orizzonte, elemento centrale della fotografia paesaggistica, quanto alle molteplici possibilità rappresentative che ogni scenario reca in sé.

Dal 16 novembre 2024 al 9 febbraio 2025, il Museo Diocesano di Milano dedica una mostra a Giovanni Chiaramonte (Varese 1948 – Milano 2023), autore considerato tra i più grandi maestri della fotografia italiana, che con la sua opera ha contribuito come pochi altri alla ridefinizione poetico-concettuale dell’immagine del paesaggio contemporaneo. La rassegna, curata da Corrado Benigni con il sostegno di Fondazione Banca Popolare di Milano e Fondazione Fiera Milano, celebra l’artista a un anno dalla sua scomparsa, avvenuta il 18 ottobre 2023.

Il percorso espositivo si compone di 40 immagini, suddivise in tre sezioni-capitoli (Italia, Europe, Americas) che ripercorrono oltre due decenni, dal 1980 ai primi anni del 2000, di ricerca intorno ai diversi modi di percepire il paesaggio e la veduta urbana, da sempre al centro della fotografia e della riflessione teorica di Chiaramonte.

Un’esplorazione che si sviluppa lungo i punti chiave della storia e dell’identità occidentale, a partire dall’Italia, il cui paesaggio, che porta i segni di una lunga stratificazione di culture e costumi, diviene la matrice per leggere e comprendere l’intero Occidente, il suo carattere e il suo destino. In un pellegrinaggio che tocca Atene e Roma, passa da Berlino e arriva fino al Bosforo e Gerusalemme, il fotografo ha ritratto le vestigia del Vecchio Continente alla ricerca delle origini della nostra civiltà.

Il viaggio, che si spinge fino agli Stati Uniti e l’America Centrale per rintracciare lo sviluppo del cammino dell’Occidente, legato alla tradizione ma inevitabilmente proiettato verso un futuro differente, diviene al contempo una riflessione teorica sull’atto del fotografare e sulla natura dell’oggetto rappresentato, evocando anche una riflessione sull’atto stesso del vedere.
Per Chiaramonte non esiste un punto di vista preordinato per osservare il paesaggio, pensa  invece che sia un luogo suscettibile di differenti interpretazioni, le quali seguono le dinamiche dell’esperienza individuale. Il titolo, Realismo infinito, fa riferimento tanto alla linea dell’orizzonte, elemento centrale della fotografia paesaggistica, quanto alle molteplici possibilità rappresentative che ogni scenario reca in sé.

“La sua arte, da sempre legata a un’esplorazione esistenziale e spirituale, è un ‘testo’ stratificato che narra il lungo e difficile cammino dentro le immagini per costruire un discorso che va oltre la dimensione del racconto del mondo, rivelando piuttosto i fondamenti del vedere umano…”, scrive Corrado Benigni nel testo del libro che accompagna la mostra. “Chiaramonte sa bene che non c’è nessuna armonia nel mondo, nessuna totalità̀, nessuna compiutezza. La sua non è una fotografia consolatoria. L’ultima resistenza – sembra suggerirci – è solo quella dell’immagine che mostrando le cose le fa esistere in una luce nuova, come fa la parola nominandole”.

L’esposizione sarà completata da un omaggio al contributo di Giovanni Chiaramonte alla realizzazione dell’Evangeliario Ambrosiano del 2011, per il quale la Diocesi di Milano ha commissionato al maestro alcuni scatti che vengono presentati in un’apposita sezione.

In programma una serie di iniziative collaterali, quali incontri di approfondimento sui temi della mostra e sulla fotografia, visite guidate e laboratori didattici per scuole, famiglie con bambini e visitatori adulti.

Dal 16 Novembre 2024 al 09 Febbraio 2025 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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La Puglia vista dai fotografi dell’Agenzia Magnum

Burt Glinn, <em>Taranto</em>, 1963, 50 x 40 cm © Burt Glinn/Magnum Photos
Burt Glinn, Taranto, 1963, 50 x 40 cm © Burt Glinn/Magnum Photos

Sabato 19 ottobre 2024, alle ore 18.00, la Fondazione Biscozzi | Rimbaud di Lecce inaugura la mostra La Puglia vista dai fotografi dell’Agenzia Magnum, a cura di Walter Guadagnini, storico della fotografia e Direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino.

35 scatti di 12 fotografi 
 Ian Berry, Bruno Barbey, Stuart Franklin, Burt Glinn, Harry Gruyaert, David Hurn, Guy Le Querrec, Herbert List, Martin Parr, David Seymour, Ferdinando Scianna, Patrick Zachmann – raccontano la Puglia, il suo territorio e i suoi abitanti, attraverso la lente e l’obiettivo di alcuni dei più grandi protagonisti della più nota agenzia fotografica del mondo, Magnum Photos.

All’interno del percorso, il bianco e nero di David Seymour, tra gli storici fondatori di Magnum nel 1947 insieme a Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, lascia il posto agli scatti, tra Bari e Lecce, di Herbert List, il grande fotografo tedesco particolarmente legato al Mediterraneo, e alle difficoltà del dopoguerra raccontate da David Hurn accanto alla rinascita degli anni Cinquanta e Sessanta.

Il colore di Ian Berry e Burt Glinn tradurrà il fascino della natura di Alberobello e le singolarità architettoniche della regione, mentre il bianco e nero di Bruno Barbey Stuart Franklin, Guy Le Querrec si ripropone per ripercorrere in tempi diversi i mestieri legati al mare e alla terra. In tempi più recenti il turismo di massa irrompe con l’ironia di Martin Parr, mentre la quotidianità contemporanea è catturata con poetica nostalgia da Patrick Zachmann, nella “sua” Gallipoli, e da Harry Gruyaert.

A vegliare idealmente su questi autori è lo sguardo di Ferdinando Scianna che per oltre trent’anni ha immortalato le città e le campagne pugliesi raccontando le persistenze, architettoniche e ideali, e i cambiamenti di una delle regioni più affascinanti del nostro paese. La mostra è corredata da un catalogo illustrato in tre lingue (italiano, francese e inglese), pubblicato da Dario Cimorelli Editore, con una introduzione del curatore Walter Guadagnini, contenente la riproduzione di tutte le opere esposte ed essenziali note biografiche degli autori.

Dal 19 Ottobre 2024 al 05 Gennaio 2025 – Fondazione Biscozzi | Rimbaud – Lecce

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UNSEEN. Le foto mai viste di Vivian Maier

Vivian Maier, <em>Chicago, IL, n.d</em>., Gelatin silver print, 2014 © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
Vivian Maier, Chicago, IL, n.d., Gelatin silver print, 2014 © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Unseen, le foto mai viste di Vivian Maier è il titolo della mostra che la Villa Reale di Monza dedica, dal 17 ottobre 2024 al 26 gennaio 2025, a una delle pioniere e massime esponenti della street photography.
 
Realizzata da Vertigo Syndrome in collaborazione con diChroma photography, Unseen, le Foto Mai Viste di Vivian Maier è la più importante esposizione mai fatta in Italia su questa straordinaria, riservatissima artista. 220 fotografie, divise in 9 sezioni, che esplorano i temi e i soggetti caratteristici del suo stile: dagli autoritratti alle scene di strada, dalle immagini di bambini alle persone ai margini della società, avventurandosi anche in aspetti sconosciuti o poco noti di una vicenda umana e artistica non convenzionale.
La mostra si compone di un nucleo di fotografie in bianco e nero e a colori, molto rare e fino a pochi anni fa mai viste in pubblico, alle quali si aggiungono filmati in formato Super 8, provini a contatto, audio con la sua voce e vari oggetti che le sono appartenuti, come le macchine fotografiche Rolleiflex e Leica. Parte di questo è materiale inedito di Vivian Maier che la curatrice Anne Morin presenta per la prima volta in questa mostra alla Villa Reale di Monza.
Come tutte le esposizioni realizzate da Vertigo Syndrome la mostra è arricchita da una serie di eventi collaterali che comprendono workshop artistici, conferenze sulla storia della fotografia, laboratori per i bambini e altre varie iniziative strettamente collegate al mondo della fotografia e dell’immagine in generale.
Per completare la conoscenza della fotografa e del suo lavoro, i visitatori della mostra saranno invitati ad accedere a una sala speciale, ideata appositamente da Vertigo Syndrome, dove proveranno la coinvolgente esperienza di  Essere Vivian Maier…

Dal 17 Ottobre 2024 al 26 Gennaio 2025 – Belvedere Reggia di Monza

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BRASSAÏ. L’OCCHIO DI PARIGI

Brassaï, “Coppia di amanti in un piccolo caffè in place d’Italie”, 1932 c. © Estate Brassaï Succession – Philippe Ribeyrolles

Dal 16 novembre 2024 al 21 aprile 2025 il Museo Civico, in collaborazione con Silvana Editoriale e con l’Estate Brassaï Succession, presenta al pubblico un nuovo grande capitolo della storia della fotografia con la mostra Brassaï. L’occhio di Parigi, a cura di Philippe Ribeyrolles e Barbara Guidi.

Ungherese di nascita ma parigino d’adozione, Brassaï (1899-1948) è stato uno dei grandi maestri della storia della fotografia, autore di immagini che tutt’oggi identificano nell’immaginario collettivo il volto della capitale dell’arte moderna, Parigi. Attraverso quasi 200 stampe d’epoca, la retrospettiva bassanese offrirà al pubblico l’occasione di conoscere e approfondire l’opera di uno dei più innovativi e sorprendenti artisti del secolo scorso.

“L’occhio vivo della fotografia”, così lo definisce l’amico scrittore Henry Miller. Una definizione calzante per quell’acuto osservatore che, trasferitosi a Parigi nel 1924, sarà in grado di immortalare come nessun altro i mille volti della capitale francese e i suoi abitanti: dai monumenti simbolo ai quartieri operai, dalla gente di strada agli amici artisti e intellettuali, dalle serate di alta moda alla Parigi segreta dei club e delle “case delle illusioni”.

Ma è soprattutto l’amicizia con personaggi del calibro di Picasso, Prévert e Dalí, e la vicinanza al movimento surrealista, che permetterà a Brassaï di partecipare allo straordinario fermento culturale che investì Parigi in quegli anni.

Genio poliedrico dal multiforme talento – si è cimentato con il disegno, la pittura, la scultura ma anche con la scrittura – Brassaï trova nella fotografia il mezzo perfetto con cui affrontare il reale. L’obiettivo è un filtro che gli permette di depurare il mondo che lo circonda dalle convenzioni e dalle consuetudini, trasformando anche l’oggetto più banale in qualcosa di sorprendente: “Se tutto può diventare banale, tutto può ridiventare meraviglioso: che cos’è il banale se non il meraviglioso impoverito dall’abitudine?” afferma infatti l’artista.

Le sue più celebri immagini, come la serie Parigi di notte e le foto che hanno ispirato la nascente poetica del Surrealismo, accompagnate da una selezione di sculture, un arazzo tessuto a partire dalle foto dei graffiti di Brassaï, documenti e oggetti appartenuti all’artista, si articoleranno in un percorso espositivo di undici sezioni tematiche che immergeranno il visitatore nelle sofisticate e misteriose atmosfere della capitale francese della prima metà del Novecento, meta di artisti e intellettuali, “città spettacolo” che seduce e rapisce.

La mostra sarà inoltre accompagnata dall’omonima pubblicazione in lingua italiana e inglese a cura di Philippe Ribeyrolles, studioso nonché nipote del grande fotografo, e da una ricca offerta didattica pensata per tutte le tipologie di visitatori. Tra le attività in programma anche uno

speciale workshop dedicato alla fotografia organizzato in collaborazione con il Liceo Artistico “Michele Fanoli” di Cittadella, articolato in quattro appuntamenti condotti dal prof. Dario Antonini, che consentirà al pubblico di cimentarsi, in prima persona, nell’arte della stampa su carta fotografica in camera oscura e al termine del quale potrà portare a casa l’immagine realizzata.

La mostra Brassaï. L’occhio di Parigi è patrocinata dalla Regione del Veneto.

16 novembre 2024 – 21 aprile 2025 – Bassano del Grappa (Vi), Musei Civici

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SeiMilano – Racconto di una metamorfosi

Isabella Sassi Farìas, Aprile 2019. Il cantiere visto dall’esterno
© Isabella Sassi Farìas | Isabella Sassi Farìas, Aprile 2019. Il cantiere visto dall’esterno

Un’opera di rigenerazione urbana realizzata nel territorio di Milano viene raccontata attraverso le fotografie del collettivo Urban Reports: Alessandro Guida, Davide Curatola Soprana, Isabella Sassi Farìas, Viviana Rubbo.

La mostra raccoglie una selezione di scatti, tratta da una campagna fotografica durata cinque anni, in cui gli autori hanno ripreso i momenti salienti della trasformazione del paesaggio, prestando attenzione continua allo spazio del cantiere e alla nascita del nuovo parco abitato.

Con le fotografie esposte assistiamo al racconto di un’evoluzione, che parte dal potenziale del luogo, incontra la genialità creativa dei due progettisti coinvolti – l’architetto Mario Cucinella e il paesaggista Michel Desvigne – e ci restituisce prospettive inedite del sito rinnovato.

Le immagini raccontano la complessità del cambiamento di un’ampia porzione del territorio di una città che ha saputo recepire i principi sottesi alle politiche e agli interventi di rigenerazione urbana e umana.

Dal 08 Ottobre 2024 al 27 Ottobre 2024 – Triennale Milano

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Letizia Battaglia: Life, Love and Death in Sicily

Photography changes nothing. Violence continues, poverty continues. Children are still being killed in stupid wars. Letizia Battaglia

The Photographers’ Gallery presents a solo show of work by Italian photographer.

Letizia Battaglia: Life, Love and Death in Sicily is the first major exhibition in the UK following her death in 2022. The exhibition is curated by Paolo Falcone, in collaboration with Archivio Letizia Battaglia and Fondazione Falcone Per Le Arti and supported by the Fondazione Candido Speroni e Carla Fendi Speroni, The Italian Cultural Institute, London and Ambra & Antonio Gatti.

09 Oct 2024 – 23 Feb 2025 – The Photographers’ Gallery – London

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Photo Grant di Deloitte

Photo Grant di Deloitte, MUDEC Museo delle Culture, Milano

Dal 7 novembre al 15 dicembre 2024 il MUDEC ospita la mostra fotografica delle vincitrici o dei vincitori del prestigioso riconoscimento fotografico Photo Grant di Deloitte, promosso da Deloitte Italia con il patrocinio di Fondazione Deloitte e in collaborazione con 24 ORE Cultura, la direzione artistica di Denis Curti e il team di BlackCamera.

Il tema proposto per la seconda edizione del Photo Grant di Deloitte è Possibilities: quest’anno fotografe e fotografi sono chiamati a guardare al futuro con l’obiettivo di cogliere le possibilità di cambiamento e di trasformazione che il tempo presente, personale e storico, offre.

In mostra saranno esposte le opere della vincitrice o del vincitore dell’edizione 2024 (che sarà proclamato il prossimo settembre) e “Dust From Home” della fotografa brasiliana Fernanda Liberti (Rio de Janeiro, 1994) vincitrice della OpenCall 2023. L’artista ha lavorato tutto l’anno al suo progetto grazie al contributo del grant. Al Museo delle Culture di Milano verrà presentato, per la prima volta, il progetto inedito ispirato dalle storie migratorie della sua famiglia di origine siriana, italiana e albanese in un viaggio attraverso il tempo e lo spazio.

Partendo dal prezioso archivio fotografico familiare, l’artista ha infatti creato un incredibile ponte iconografico che unisce paesaggio, memoria storica, nostalgia, eredità e politica territoriale. Il percorso espositivo sarà poi completato da un’anteprima dell’idea progettuale della vincitrice o del vincitore dell’Open Call 2024, dedicata a fotografe e fotografi Under 35.

Dal 07 Novembre 2024 al 15 Dicembre 2024 – MUDEC Museo delle Culture – Milano

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MONFEST 2024 – ON STAGE – Cinema Teatro Musica

Marcello Mastroianni ©Mimmo Cattarinich

Casale Monferrato torna a parlare di fotografia con la seconda edizione di MonFest, il festival a cadenza biennale che ha visto il proprio felice esordio nel 2022, confermato con il Middle MonFest 2023 incentrato sull’antologica di Maria Vittoria Backhaus.

La nuova edizione si svolgerà dal 30 novembre 2024 al 4 maggio 2025.

Realizzato con il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Alessandria,  grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, con la direzione artistica di Mariateresa Cerretelli e promosso dalla Città di Casale Monferrato, il MonFest continua il proprio percorso nel segno di un’identità tracciata fin da subito all’insegna del confronto della fotografia con le altre arti, e della contaminazione tra passato e presente.

Il tema di questa seconda edizione sarà ON STAGE e le parole chiave saranno Cinema Teatro Musica, attorno a cui sarà costruito un ricco caleidoscopio di inedite visioni fotografiche articolate in 14 mostre, che andranno ad occupare alcuni dei luoghi più belli e simbolici di Casale Monferrato.

A partire dal suggestivo Castello del Monferrato, sede principale del festival dove trovano accoglienza ben 12 esposizioni.

A partire dal foyer, dove sarà esposta una selezione di foto di Maria Vittoria Backhaus realizzate negli anni Settanta durante la tournee dei Beatles in Italia.

LA SETTIMA ARTE di Mimmo Cattarinich a cura di Armando Cattarinich e Maurizio Presutti, che vuole offrire un’immersione nella magia totalizzante del cinema fino agli anni Duemila. Dai divi come Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Pedro Almodovar, la grande Maria Callas, ai dietro le quinte di grandi protagonisti come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini o John Cassavetes e i ritratti più incisivi di attori come Roberto Benigni, Gigi Proietti fino, Monica Bellucci e Penelope Cruz. 

CINEMA ON THE ROAD di Fiorella Baldisserri a cura di Elena Givone e Mariateresa Cerretelli è invece una mostra/reportage. Nel 2009, Francesca Truzzi e Davide Bortot hanno fatto una straordinaria scelta di vita: hanno comprato un vecchio camion e lo hanno trasformato in una casa mobile, con l’intenzione non solo di viverci ma di viaggiare per il mondo e proiettare film, equipaggiandola con pannelli solari e dotandola di tutte le attrezzature necessarie per creare un cinema sotto le stelle ovunque andassero. Questa mostra, accolta negli spazi del Castello, racconta i loro spostamenti e la loro vita quotidiana dal 2022 sia in Italia che all’estero.

CLAUDIO ABBADO di Cesare Colombo a cura di Sabina e Silvia Colombo, che presentano una selezione di fotografie del Maestro Claudio Abbado. La prima parte lo ritrae durante le prove di un concerto al teatro alla Scala nel 1965. Nella sezione seguente è raccolta una serie di immagini relative alla tournée europea di Abbado con i Berliner Philharmoniker nel 1996. Sono presenti anche fotografie del 2008 relative alla rappresentazione di Pierino e il lupo, con Abbado alla direzione dell’Orchestra Mozart e con la voce recitante di Roberto Benigni.

LA PASSIONE PER LA SCENA – IL LIVING THEATRE di CARLA CERATI  (1967-1984) di Carla Cerati (1967-1984) a cura di Elena Ceratti, è un tuffo negli anni Sessanta in cui la Cerati inizia a interessarsi al lavoro della compagnia newyorkese, fondata da Julian Beck e Judith Malina nel 1947. Tra il 1967 e il 1968 il Living propone in Europa tre degli spettacoli più iconici del suo repertorio e sono Antigone, Frankenstein Paradise Now che Carla Cerati fotografa a Milano Modena e Avignone. 

PRIMA CHE ACCADA di Luca Canonici, TEATRALITA’ di Patrizia Mussa, AL PUNTO FERMO DEL MONDO CHE RUOTA di Lia Pasqualino a cura di Andrea Elia Zanini sono tre tappe di una riflessione visiva sul tema del teatro. Luca Canonici propone un’indagine in bianco e nero sui momenti che precedono l’inizio della rappresentazione. Patrizia Mussa racconta, con la sua straordinaria tecnica che mescola fotografia e acquarello, i teatri italiani che sta indagando da oltre un decennio. Lia Pasqualino costruisce una serie di formidabili quadri che fermano alcuni momenti delle rappresentazioni teatrali.

VISIONI di Gabriele Croppi a cura di Susanna Scafuri, è un lavoro che parte dai fotogrammi di quattro caposaldi della Storia del cinema, Metropolis di Fritz Lang (1927), Quarto Potere di Orson Welles (1941), Stalker di Andrej Tarkovskij (1979), Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987), per arrivare ad una elaborazione digitale personale e emozionale. Nel solco della sua poetica che si incentra sull’indagine del rapporto tra la fotografia e le altre arti, realizza un corpus di opere trasfigurate in una sintesi estetica pittorialista.

SOUNDING PICTURES di Roberto Polillo a cura di Marco Pennisi. Da Miles Davies a Cecil Taylor, da Duke Ellington a Count Basie, Roberto Polillo a partire dal 1962 fotografa i giganti del jazz nei concerti di Milano e dintorni, al seguito di suo padre Arrigo Polillo. Continua fino al 1975 e le sue immagini di grande impatto riflettono la documentazione delle performance ma rappresentano una magica rappresentazione visiva della musica stessa.  

SPB di Ando. In questa performance, SPB è l’acronimo di Sensitive Portrait Box: una cabina nera, una sorta di scatola in cui una volta entrati ci si isola dal mondo esterno. La persona che partecipa alla performance deve solo entrare, sedersi e sentirsi libera. Di fronte al viso un foro e l’obiettivo della macchina fotografica. Due scatti, due pose: una in silenzio, l’altra con la musica. Due pose che verranno messe insieme in un’unica foto stampata immediatamente in formato 10×15 in bianco e nero.

JAZZ SPIRIT di Pino Ninfa è un altro bel viaggio all’interno del mondo del jazz. Storie su e giù dal palco, fra luoghi sacri e architetture profane, in mezzo alla natura o in riva al mare, inseguendo un gesto o un riflesso, aspettando il momento decisivo, sempre e comunque all’insegna di un racconto.

TEN YEARS OF ROCK AND ROLL di Mathias Marchioni a cura di Luciano Bobba. 
Marchioni festeggia al MonFest i 10 anni di carriera con l’esposizione di ritratti di big indimenticabili ed eventi seguiti da folle oceaniche. Dal palco di Bruce Springsteen nel tour italiano The River tour a Lenny Kravitz, da Liam Gallagher agli Iron Maiden, Red Hot Chili Peppers e molti altri ancora.

PICTURES OF YOU di Henry Ruggeri a cura di Mattia Priori, una raccolta di immagini memorabili e di ricordi, estrapolati dalla storia di concerti ed eventi partecipati da Ruggeri. Attraverso una app gratuita, l’iconica voce del giornalista e dj radiofonico Massimo Cotto sarà messa al servizio di questa mostra spettacolare, a raccontare quegli attimi di gloria grazie al contributo di una memoria orale indimenticabile.

Palazzo Gozzani Treville, splendida sede dell’Accademia Filarmonica di Casale, ospita invece FAVOLOSOTEATRO di Giovanni Hänninen a cura di Renata Ferri. Questa mostra celebra i teatri come luogo vivo, magico ed eterno. Contengono storie, raccontano epoche e costumi, protagonisti di capoluoghi o di piccole città di provincia, sono forzieri ricchi di bellezza che diventa storia identitaria, affidata a questo viaggio visivo realizzato dalla fotografia d’architettura in purezza di Hänninen.

Sempre nell’Accademia Filarmonica, nello spazio della Balconata, sarà esposto SUL FILO di Laura Marinelli, fotografa, e Dado Bargioni, cantautore. È estratto da SINESTESIA, progetto fotografico-musicale che unisce canali comunicativi e sensoriali differenti: fotografie e canzoni che raccontano diverse storie e affrontano diverse tematiche.

Nel Chiostro del Complesso di Santa Croce, sede del Museo Civico e Gipsoteca Bistolfi, in questo che è l’anniversario di Francesco Negri  (Tromello, 1841 – Casale Monferrato, 1924) le sue foto saranno messe a confronto con le immagini di Marc Ferrez, maestro della fotografia brasiliana contemporaneo di Negri. A cura di Elena Givone e Ilenio Celoria.

Emanuele Capra, Sindaco di Casale Monferrato, sottolinea: “Con la seconda edizione del MonFest, dopo il successo della prima e della speciale Middle MonFest, Casale Monferrato conferma il suo ruolo di polo culturale che concilia divulgazione e ricerca attraverso manifestazioni di ampio respiro che hanno risonanza ben oltre i limiti territoriali consueti. Un’attività intensa che si conferma e consolida la scelta intrapresa di puntare in modo deciso sulla fotografia, una disciplina che nella nostra città ha visto operare Francesco Negri, del quale ricorrono i cento anni dalla morte, e che oggi ha un seguito rilevante contribuendo al successo di una manifestazione culturale che cresce e coinvolge tutta la città, valorizzandola e consentendo al pubblico di scoprirne la bellezza e la storia. Grandi Maestri e talenti riconosciuti, con parentesi storiche, si affiancano in un percorso stimolante che darà continuità qualitativa, soddisfacendo le aspettative del pubblico e degli addetti ai lavori”.

30 novembre 2024 – 4 maggio 2025 – Casale Monferrato – sedi varie

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FOTOGRAFIA E FEMMINISMI. Storie e immagini dalla Collezione Donata Pizzi

Lisetta Carmi, dalla serie I Travestiti, 1965-1970. Stampa gelatina bromuro d’argento, 18x24 cm.  Martini & Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi
Lisetta Carmi, dalla serie I Travestiti, 1965-1970. Stampa gelatina bromuro d’argento, 18×24 cm. Martini & Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi

Sabato 5 ottobre 2024 alle ore 11, la Fondazione Sabe per l’arte presenta FOTOGRAFIA E FEMMINISMI. Storie e immagini dalla Collezione Donata Pizzi, mostra collettiva a cura di Federica Muzzarelli, realizzata in collaborazione con il Gruppo di Ricerca FAF/Dipartimento delle Arti, Università di Bologna, all’interno del Progetto PRIN 2020 “La Fotografia Femminista Italiana”. Fondazione Sabe per l’arte, nata nel 2021 quale punto di riferimento per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea, con una particolare attenzione alla scultura, nel 2024 si è aperta infatti alla fotografia esplorando le sue relazioni con la ricerca plastica, il paesaggio e lo spazio, fisico e mentale. Il suo programma espositivo ha ottenuto il patrocinio del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna – Campus di Ravenna ed è realizzato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.  
A partire da una selezione di immagini provenienti dalla Collezione Donata Pizzi, la mostra FOTOGRAFIA E FEMMINISMI mette in dialogo il lavoro di diverse generazioni di fotografe e artiste operanti nel panorama italiano degli ultimi cinquant’anni. In particolare, la collettiva focalizza la persistenza ideale, l’eredità culturale e, insieme, lo sviluppo e i mutamenti dell’immagine e della presenza delle donne attraverso gli snodi offerti da quattro nuclei tematici principali: Album di famiglia, Identità di genere, Stereotipi e spazi domestici, Ruoli e censure sociali. Lo fa accostando, secondo un montaggio parallelo che ne rivela concretamente continuità e dissonanze, i lavori di artiste storicizzate quali Liliana Barchiesi, Lisetta Carmi, Lucia Marcucci, Paola Mattioli e Tomaso Binga, a quelli di Martina Della Valle, Giulia Iacolutti, Moira Ricci, Alessandra Spranzi e Alba Zari. Ma la mostra è anche un racconto nel racconto: quello di un’iniziativa pionieristica e lungimirante che ha portato Donata Pizzi a iniziare un percorso di valorizzazione del lavoro delle donne artiste e fotografe italiane che oggi assume i contorni di un patrimonio storico e culturale eccezionale. Completano la mostra una riproduzione anastatica di alcune maquette dell’iconico volume collettivo femminista Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo(1978), e una selezione di pubblicazioni e cataloghi che tracciano la storia espositiva e progettuale della Collezione Donata Pizzi.  

Dal 05 Ottobre 2024 al 15 Dicembre 2024 –  Fondazione Sabe per l’arte – Ravenna

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Miracoli a Milano. Carlo Orsi fotografo

Carlo Orsi, Milano, 1999. Campagna Krizia
© Archivio Carlo Orsi | Carlo Orsi, Milano, 1999. Campagna Krizia

Dal 31 ottobre 2024 al 2 febbraio 2025, Palazzo Morando | Costume Moda Immagine ospiterà la mostra Miracoli a Milano. Carlo Orsi fotografo, curata da Giangiacomo Schiavi e Giorgio Terruzzi con la consulenza di Silvana Beretta e organizzata da Vertigo Syndrome, in collaborazione con l’Archivio Carlo Orsi e il Comune di Milano.

Realizzata grazie al supporto del main sponsor Dils, azienda leader nel Real Estate, l’esposizione rende omaggio a Carlo Orsi (1941-2021), autore, con le sue Leica, di un percorso professionale iniziato nell’Italia del dopoguerra con il Bar Jamaica a Brera come fosforico luogo di appartenenza, frequentato da pittori, scrittori, poeti. Figure ispirate e ispiratrici per la sua intera carriera.
 
140 opere in bianco e nero, quasi tutte vintage provenienti dall’archivio personale dell’autore, stampate sotto la sua supervisione. Fotografie che seguono le tematiche care a Orsi, dagli esordi, come reporter per il Corriere della Sera, Panorama, Settimo Giorno, Il Mondo e Oggi, prima di diventare assistente di Ugo Mulas per poi definire uno stile dissidente e ironico da applicare a diversi ambiti della fotografia.


La mostra è divisa in 4 sezioni: una è dedicata a Milano, indagata senza sosta per sessant’anni; un’altra presenta i ritratti di artisti, designer, stilisti e attori che hanno segnato il secondo Novecento. Una terza area riguarda i lavori svolti per il mondo della moda e della pubblicità per alcuni marchi importanti come Omsa, La Perla, Catellani&Smith, American System, Swatch, Philip Morris, Ducati, Alias, Baleri, Nemo, Cassina, Fedeli. La quarta sezione è riservata ai reportage. Dalle scuole

per i toreri in Spagna alle sculture dell’amico Arnaldo Pomodoro; dai paesaggi iconici degli Stati Uniti alla caduta del muro di Berlino fino alle missioni umanitarie, accompagnate come volontario, in Tibet, Cina, Uganda, Bangladesh e Bolivia.

Come tutte le esposizioni curate da Vertigo Syndrome, la mostra si completa con una serie di eventi collaterali. Sono previsti a Palazzo Morando, tra novembre 2024 e gennaio 2025, cinque incontri dedicati ai rapporti tra Milano e la musica, la letteratura, il giornalismo, la comicità, il sociale. Conferenze aperte ai visitatori della mostra, animate da ospiti d’eccezione. 

MILANO
L’anima esposta
Carlo Orsi ha perlustrato ogni strada di Milano, componendo un racconto per immagini che spazia dai suoi punti più alti (Lombra del Pirellone, 1961; Un mondo nuovo, 2015) a quelli sotterranei (Metropolitana in bianco e nero, 1965); dai Beatles al Vigorelli, 1965 agli emarginati di oggi (Invisibile, 2014).  
Orsi ha dedicato due libri a Milano. Il primo, pubblicato nel 1965, con i testi di Dino Buzzati e la celebre foto del vigile in divisa bianca in copertina; un secondo volume realizzato nel 2015, con i testi di Aldo Nove.
È datata 1997 l’ideazione di Città, una rivista fuori misura in ogni senso, pensata per esplorare le energie in circolo a Milano con il contributo di grandi fotografi, da Francesco Cito a Ferdinando Scianna; da Francesco Zizola a Elliott Erwitt. Città continua a essere stampata fino al 2001. Le pubblicazioni verranno riprese nel 2019 e continuano tuttora, sostenute dall’Associazione Amici di Città.

RITRATTI         
Teste fini e facce toste
Per Carlo hanno posato grandi artisti del secondo Novecento (Lucio Fontana, Valerio Adami, Emilio Tadini, Jannis Kounellis, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano), cantanti (Luciano Pavarotti, Gino Paoli, Mina, Loredana Bertè), personaggi del cinema e dello spettacolo (Mariangela Melato, Ornella Muti, Dario Argento, Cochi e Renato, Dario Fo), ma anche politici (Sandro Pertini) e sportivi (Michael Schumacher, Marco Simoncelli, Valentino Rossi). Che i ritratti siano il risultato di un lavoro nello studio
oppure frutto del momento manifestano la capacità di abbinare interpretazione personale e carattere di ogni soggetto.

MODA E PUBBLICITÀ
Dammi l’idea
Alla moda e alla pubblicità Orsi ha dedicato molti anni di lavoro. Modelle e modelli, così come alcuni “complici” occasionali, sono attivi, in movimento, portatori di una necessaria naturalezza. Anticonformismo e umiltà corrispondenti al suo modo di vivere: “Macché artista, sono un semplice artigiano”.

REPORTAGE
Luoghi del cuore
Dal 2004 Orsi si è occupato di sofferenza e speranza, accompagnando i medici, gli infermieri e i volontari di Interplast, associazione umanitaria attiva in luoghi disagiati del mondo. Due libri documentano cinque missioni organizzate in Tibet, Cina, Uganda, Bangladesh e Bolivia.  Un ritorno al reportage, a distanza di molti anni dai primi viaggi fotografici organizzati in Italia, Spagna, negli Stati Uniti, nei deserti africani e in Europa. Viaggi sentimentali per invitare al viaggio ogni fruitore. 

Dal 31 Ottobre 2024 al 02 Febbraio 2025 – Palazzo Morando | Costume Moda Immagine – Milano

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Forests seen from space – Echoes of the Vaia storm –  Alessandro Cinque

© Alessandro Cinque

Cos’è una foresta vista dallo spazio? E come si può raccontare per immagini un evento naturale che impatta il nostro Pianeta? In che modo la tecnologia spaziale può aiutare a comprendere le calamità naturali? Come si vede da lontano e da vicino lo stesso fenomeno? 

Su un concept proposto da Fiorella Coliolo e Benoit Delplanque, nasce una nuova collaborazione tra Leica Camera Italia e ESA – Agenzia Spaziale Europea. Grazie alle immagini satellitari dell’ESA e alle fotografie realizzate da Alessandro Cinque (Orvieto, 1988) nei territori trentini colpiti dalla tempesta Vaia nel 2018, Forests seen from space – Echoes of the Vaia storm prova a rispondere a queste domande.

Esplorando i boschi a più di cinque anni di distanza, il progetto cerca di capire quale possa essere l’impatto di un evento meteorologico estremo sull’ambiente naturale e sulle comunità che lo abitano: unendo dati scientifici, visioni e storie di chi è stato colpito dalla deforestazione, la lente della tecnologia spaziale rende più consapevoli dell’urgenza del monitoraggio, della risposta a eventi estremi ambientali e dell’importanza di proteggere la Terra.

Questa mostra nasce dalle necessità di unire le immagini “dell’occhio nel cielo” di ESA con le fotografie “dell’occhio in terra” di Leica, per mezzo dello sguardo di Alessandro Cinque. Con questo progetto, Leica Galerie Milano ribadisce il proprio impegno nel dar voce a quei fotografi che lavorano incessantemente sul rapporto tra uomo e ambiente, come confermano gli oltre 40 anni del premio Leica Oskar Barnack Award di cui Cinque è già stato finalista nel 2022.

Maurizio Beucci, Senior Manager Global Leica Akademie

17 ottobre – 1 dicembre 2024 – Leica Galerie Milano