Takeshi Mizukoshi, che paesaggi!

Ciao,

oggi vorremmo farvi conoscere questo fantastico fotografo paesaggista giapponese. Io lo trovo bravissimo nel genere, al pari di suoi colleghi più conosciuti, tipo Ansel Adams o Michael Kenna.

Purtroppo online non si trovano tantissime informazioni che lo riguardano, la biografia è striminzita.

Date un’occhiata alle immagini, sebbene anche su questo fronte non si trovi un granchè in rete! Ho visto alcuni libri suoi, ma a prezzi proibitivi…

Accontentiamoci.

Anna

Takeshi Mizukoshi è nato in Giappone nel 1938. Ha iniziato la sua carriera studiando silvicoltura alla facoltà di agraria dell’Università di Tokyo. Si sa che poi ha abbandonato gli studi, per dedicarsi alla sua vera passione, la fotografia. Si è dedicato prevalentemente alle foto di montagne. Sembra quasi voglia dimostrarci quanto siamo piccoli di fronte all’imponenza delle montagne.

Ha vinto numerosi premi, tra cui l’Annual Award of the Photographic Society of Japan, ilKen Domon Prize, e il Minister of Education, Culture, Sports, Science and Technology’s Award for Encouragement of the Arts.

Le sue immagini si trovano in molte gallerie e musei in tutto il mondo.

Questo è il suo sito, ma ahime quasi tutto solo in giapponese.

Tutte le immagini sono coperte dal Copyright ©Takeshi Mizukoshi

Jill Freedman, una fotografa di strada a lungo ignorata

Ciao,

oggi vi presentiamo una fotografa newyorkese, che è stata lungamente ignorata e sottovalutata per gran parte della sua carriera.

New York è il suo soggetto preferito, si focalizza su ciò che accade per strada, con un’attenzione particolare a chi vive per strada, mettendo in evidenza le contraddizioni e le ambiguità della metropoli.

Purtroppo nel 2019 è mancata.

Se non la conoscevate, fateci avere la vostra opinione.

Anna

Jill Freedman era ebrea e nacque nel quartiere di Squirrel Hill a Pittsburgh nel 1939 da un venditore ambulante e da un’infermiera.

A sette anni trova in soffitta dei vecchi numeri della rivista Life: non ha mai visto nulla del genere, è sconvolta ed emozionata, ma i genitori bruciano tutte le copie per non turbarla.

Tuttavia questo gesto non serve a molto perché la bambina non dimentica.

Nel 1961, Freedman si è laureata in sociologia presso l’Università di Pittsburgh. Ha riscoperto la fotografia solo casualmente, sperimentando con la fotocamera di un amico.

Dopo il college, la Freedman è andata in Israele, dove ha lavorato in un kibbutz. Ha finito i soldi e ha cantato per guadagnarsi da vivere; ha continuato a cantare a Parigi e in un varietà televisivo a Londra.
La Freedman è arrivata a New York City nel 1964, ha lavorato nella pubblicità e come copywriter. Come fotografa, è stata autodidatta, influenzata da André Kertész, idolatrando W. Eugene Smith, ma aiutata principalmente dal suo barboncino Fang: “Quando camminavo per strada con Fang vedevo tutto, sentivo tutto. Aveva un grande istinto. Mi ha insegnato a guardare, perché non si perdeva mai nulla”.

Dopo aver saputo dell’assassinio di Martin Luther King, la Freedman lasciò il suo lavoro e andò a Washington, DC. Ha vissuto a Resurrection City, una baraccopoli gestita dalla Poor People’s Campaign nel Washington Mall nel 1968, e lì ha fotografato. Le fotografie della serie furono pubblicate all’epoca su Life e raccolte nel suo primo libro, Old News: Resurrection City.

La Freedman ha poi vissuto in una Volkswagen kombi, seguendo il Clyde Beatty-Cole Brothers Circus. Per due mesi, ha fotografato “due spettacoli al giorno e uno ogni domenica. Sette settimane di una notte” e si è spostata attraverso New York, Massachusetts, New Jersey, Rhode Island, New Hampshire, Vermont, Pennsylvania e Ohio. Il suo intento era di fotografare gli artisti come persone.

Il lavoro è stato pubblicato come libro, Circus Days, nel 1975.
La Freedman ha fotografato l’allora squallida area della 42nd Street e la scena artistica di Studio 54 e SoHo.
Nel 1975, la Freedman iniziò a fotografare i vigili del fuoco ad Harlem e nel Bronx. Ci sono voluti due anni; viveva con i vigili del fuoco, dormiva nell’auto del capo e sul pavimento. Ne risultò un libro, Firehouse, pubblicato nel 1977 – secondo una recensione un libro “imperfetto … da riproduzione scadente e layout inetto”.
Alcuni dei vigili del fuoco erano stati precedentemente poliziotti e suggerirono che la Freedman potesse fotografare il lavoro della polizia. Lei non amava la polizia, ma pensava che tra loro dovevano esserci buoni poliziotti. Per la sua serie Street Cops (1978-1981), ha accompagnato la polizia in una zona di New York City tra cui Alphabet City e Times Square, trascorrendo del tempo con quelli che sembravano buoni poliziotti. Il lavoro ha portato al libro Street Cops.

Negli anni Settanta, la Freedman è stata brevemente associata a Magnum Photos, ma non ne è diventata membro. Voleva raccontare storie tramite la fotografia, ma voleva anche evitare i compromessi richiesti per ottenere commissioni; e quindi ha preferito rimanere indipendente. Aveva difficoltà a guadagnarsi da vivere, ma vendeva stampe in uno stand allestito fuori dall’edificio del Whitney Museum. Nel 1983, il critico del New York Times Andy Grunberg ha riconosciuto la sua fotografia di strada in bianco e nero a New York, assimilandola con Lee Friedlander, Fred R. Conrad, Bruce Davidson, Roy DeCarava, Bill Cunningham, Sara Krulwich e Rudy Burckhardt.
Nel 1988, Freedman ha scoperto di essere malata. Le spese mediche significavano che doveva lasciare il suo appartamento sopra la Sullivan Street Playhouse; nel 1991 si è trasferita a Miami Beach; lì era insoddisfatta ma riusciva leggere molto. A volte ha lavorato per il Miami Herald. È anche riuscita a pubblicare un fotolibro di cani che è stato elogiato per “[sfidare] le immagini cliché” della fotografia di cani. Ha anche pubblicato il secondo di due libri fotografici d’Irlanda, uno che secondo Publishers Weekly “cattura con amore gli aspetti duraturi della tradizione irlandese”.
Intorno al 2003, la Freedman è tornata a New York. Era scioccata e rattristata dalla ripulitura della città durante la sua assenza: “Quando ho visto che avevano trasformato la 42esima Strada in Disneyland, … sono rimasta lì e ho pianto”.
Durante la prima parte della sua carriera, Freedman è stata affascinata dal processo della stampa fotografica. Scattava Kodak Tri-X e amava usare un obiettivo da 35 mm e luce disponibile, e stampare su carta Agfa Portriga Rapid. Alla fine del 2016, non aveva né una camera oscura né ne sntiva la mancanza. Ha sottolineato che la fotocamera, sia essa cinematografica o digitale, è solo uno strumento. Quando le è stato chiesto in un’altra occasione, ha citato Elliott Erwitt per non essere noioso e per aver tentato di fare un lavoro eccellente; le questioni tecniche e persino i posteri non dovrebbero essere una preoccupazione

Freedman è stata uno dei 13 fotografi ripresi a fotografare New York in Everybody Street, un film del 2013 di Cheryl Dunn. Insieme a Richard Kalvar, Alex Webb, Rebecca Norris Webb, Maggie Steber e Matt Stuart, è stata ospite del Miami Street Photography Festival 2016 allo HistoryMiami Museum durante la settimana di Art Basel.

Il 9 ottobre 2019, la Freedman è morta in una struttura di cura a Manhattan.

Fonte: libera traduzione da Wikipedia

Questo è il sito dove trovate tutti i suoi lavori, e qua trovate un articolo apparso sul NYT in occasione della sua morte.

Tutte le immagini sono coperte da copyright ©Jill Friedman

Godiamoci la fotografia online!

Ciao a tutti!

Dopo il breve spiraglio di febbraio, siamo di nuovo in lockdown e quindi musei chiusi e niente mostre di fotografia, quanto meno in persona.

Vi segnaliamo quindi alcune iniziative online, sperando siano di vostro interesse per non perdere i contatti con la fotografia, in attesa di poter ricominciare a visitare mostre e musei.

Anna

Stay Apart Together

Questa non è una mostra, ma un’iniziativa del famoso artista Spencer Tunick, che, non potendo riunire le persone per le sue installazioni, ha pensato di farlo in maniera virtuale.

Il progetto, come succede solitamente per i suoi lavori, si compone di volontari che scelgono di posare completamente nudi ed essere immortalati dall’artista. In questo caso però il set degli scatti – la cui scelta solitamente per Tunick è molto significativa – è costituito dalla propria casa, in cui i partecipanti vengono fotografati tramite screenshot dal pc di Tunick.

L’artista si serve infatti di programmi di videochiamate che supportano un massimo di 50 persone per riunire volontari di diversi Paesi, cosa che permette di rappresentare i corpi nella maniera più realistica ed eterogenea possibile. Dopo che questi si sono collegati gli viene chiesto di spogliarsi ed assumere una stessa posa indicatagli dall’artista. Quest’ultimo non compare però nell’inquadratura dello schermo ma si occupa di immortalare l’azione.

Il progetto, attualmente ancora in corso, è attualmente fruibile sul profilo Instagram di Tunick. Questi, oltre a chiedere ai partecipanti di non mostrare il proprio viso coprendolo con mascherine o sciarpe, ha dovuto quindi censurare alcune parti del corpo, per non violare la policy della piattaforma.

Tour virtuale della mostra “Paolo Ventura. Carousel”

Nonostante l’altalenarsi di aperture e chiusure della mostra Paolo Ventura. Carousel – che ha aperto a metà settembre 2020 per chiudere a novembre, riaprire a febbraio 2021 e infine chiudere la scorsa settimana – siete stati oltre 10.000 ad oltrepassare la soglia di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia per scoprire la poesia dei mondi immaginari di Ventura!

Per ringraziare chi è venuto in mostra e chi avrebbe voluto ma non ha potuto farlo, anche a causa degli impedimenti che noi tutti abbiamo sperimentato in questi mesi, eccovi il tour virtuale di Carousel, fruibile da computer e da cellulare!
Questo, con l’augurio di conservare l’esperienza di visita e la bellezza delle opere di Ventura, in attesa di scoprire assieme le prossime mostre in programma dedicate a Lisette Model e Horst P. Horst.

TOUR VIRTUALI DEI MUSEI CIVICI DI ROMA CAPITALE

Sono online i nuovi Tour Virtuali dei musei civici di Roma Capitale, viaggi virtuali per scoprire e vivere la bellezza del patrimonio museale attraverso un’esperienza digital che supera i limiti spaziali, da pc e smartphone. Dotati di nuove potenzialità tecnologiche, nuovi contenuti multimediali e più accessibili nella fruizione, sono stati aggiornati e ampliati rispetto alla versione precedente, secondo un progetto promosso da Roma CultureSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, prodotto da Zètema Progetto Cultura con la direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzato da Skylab Studios.
 
In questo periodo segnato dalla pandemia globale i Tour Virtuali costituiscono una risorsa preziosa per consentire la fruizione museale a distanza. Ma al di là del momento storico offrono l’occasione, unica nel suo genere, di una visita a distanza inedita e altamente immersiva del patrimonio museale.
Con oltre 300 sale e migliaia di opere, sono 8 i musei civici che offrono gratuitamente un percorso virtuale a tutto schermo e arricchito da immagini, video, audio e testi informativi.
 

 Tour Virtuali sono disponibili ai seguenti indirizzi web:
 
Musei Capitolini https://tourvirtuale.museicapitolini.org
 
Museo dell’Ara Pacis https://tourvirtuale.arapacis.it
 
Museo Napoleonico https://tourvirtuale.museonapoleonico.it
 
Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali https://tourvirtuale.mercatiditraiano.it
 
Casino Nobile di Villa Torlonia https://tourvirtuale.museivillatorlonia.it

Centrale Montemartini https://tourvirtuale.centralemontemartini.org
 
Museo delle Mura https://tourvirtuale.museodellemuraroma.it/
 
Museo di Roma https://tourvirtuale.museodiroma.it

Intervista al fotografo Larry Fink, allievo di Lisette Model

In attesa di poter riaprire le porte di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia per svelare al pubblico le nuove fotografie delle mostre Lisette Model. Street Life e Horst P. Horst. Style and Glamour, si apre il ciclo di approfondimenti, in versione online, de “I Giovedì in CAMERA” per avvicinare il pubblico allo sguardo e allo stile dei due importanti fotografi del Novecento Lisette Model e Horst P. Horst, protagonisti nei prossimi mesi delle sale di via delle Rosine 18 a Torino.

Si inizia giovedì 8 aprile alle ore 19.00, su tutti i canali di CAMERA, con l’intervista di Monica Poggi, curatrice della mostra su Lisette Model, al grande fotografo americano Larry Fink – già ospite a CAMERA nel 2019 con la mostra antologica Unbridled Curiosity – che, nel 1958, ha iniziato a seguire i corsi tenuti privatamente dall’artista, affiancandoli all’insegnamento presso la New School of Social Research di New York. È questo incontro, che si trasformerà presto in un legame, a cambiare completamente il suo modo di guardare, portandolo a sviluppare il particolare stile per cui è conosciuto.  Attraverso le proprie immagini, Larry Fink elabora con il filtro della propria sensibilità gli insegnamenti di Model che sollecitava i suoi allievi a ‘fotografare con le viscere’ e a concentrarsi solo su soggetti da cui si sentissero realmente attratti. Nelle immagini di Fink l’empatia verso chi viene fotografato emerge chiaramente, tanto che chi le guarda ha l’impressione di essere coinvolto all’interno della scena ritratta. ­La fotografia è per lui un gesto di generosità, un incontro con l’altro, come racconta fra una suonata di armonica e uno scherzo con i propri pupazzi durante l’intervista.

L’intervista sarà diffusa gratuitamente e in contemporanea sui tutti i canali di CAMERA: Facebook, Instagram, Vimeo, sito web.

MUDEC PODCAST – Il nuovo modo di “guardare” l’arte.

L’arte si guarda, qualche volta si tocca, da oggi si ascolta.

Il nuovo canale Podcast del Mudec ospita serie originali, che raccontano appassionanti prospettive sull’arte, la fotografia, l’etnografia e le nuove idee del mondo artistico contemporaneo!

Nell’anno appena trascorso il Mudec, impossibilitato ad aprire le proprie porte fisicamente al pubblico, ha sentito la necessità di raccontarsi alla propria community in modo diverso e spesso non convenzionale. Lo ha fatto offrendo ai visitatori la possibilità di fruire di contenuti inediti emozionandosi a distanza.

È con questo spirito di innovazione che, con la nuova serie dei podcast, il museo vuole offrire la possibilità questa volta di guardare l’arte ad occhi chiusi, stimolando il più possibile l’immaginazione.

L’obiettivo sfidante del museo è quello di creare relazioni sempre più forti con il pubblico affezionato che già conosce il Museo per le sue innumerevoli attività di taglio più “tradizionale”, appassionando però l’utente questa volta a un nuovo tipo di fruizione artistica.

Mudec Podcast è disponibile su tutte le principali piattaforme podcast.

Qua tutte le informazioni

All’interno di qs iniziativa Mudec presenta una serie di dialoghi sulle donne in fotografia., 10×10

Personalità molto diverse tra loro, ma scelte perché tutte presentano un tratto distintivo comune: sono state artiste pioniere che si sono imposte con il loro obiettivo fotografico in un mondo e in un tempo in cui l’accesso per le donne era osteggiato, se non addirittura proibito, ma che con la loro arte e ‘militanza’ hanno aperto la strada a intere generazioni di fotografe.

Dorothea Lange, Cindy Sherman, Gerda Taro, Eve Arnold, Marirosa Toscani Ballo, Imogen Cunningham, Inge Morath, Lisetta Carmi, Margaret Bourke-White e infine Tina Modotti.

In ogni puntata il curatore entrerà in dialogo con alcuni testimonial d’eccezione del mondo dell’arte, della fotografia, del design, del giornalismo: Settimio Benedusi, Angela Vettese, Giampaolo Musumeci, Pier Paolo Pitacco, Fabio Ciriffino, Denis Curti, Tarin, Gianni Berengo Gardin e Alice Pasquini.

Un viaggio dunque tutto al femminile in occasione del palinsesto promosso dal Comune di Milano “I talenti delle donne”, che si concluderà ad aprile 2021.

300 documentari da vedere onine

È online Audiovisiva, la nuova piattaforma streaming on demand che riunisce e rende disponibile una selezione dei migliori documentari sui protagonisti della cultura italiana del XX e XXI secolo. 

Audiovisiva è la prima piattaforma digitale che riunisce e rende disponibili in streaming i migliori documentari sui protagonisti della cultura italiana.

Cuore della nostra ricerca sono le storie di designer, architetti, artisti, compositori, registi, scrittori, musicisti, stilisti, fotografi.

La digital library curata contiene oltre 300 documentari: una mappa inedita per immergersi nella cultura italiana attraverso le sue figure chiave ed esplorarne connessioni inaspettate. Ad ogni protagonista corrisponde una selezione di film, consultabili anche per categoria.

La nostra sfida è rendere accessibili tutti i documentari e portarli ovunque nel mondo, a casa, in aula, nei musei – sia dando maggiore visibilità a quelli già pubblicati online, sia rendendo disponibili tutti quelli che attualmente non lo sono o dei quali si è persa traccia. 

Qua trovate tutti i documentari di fotografia disponibili: https://www.audiovisiva.org/it/documentaries/photography

Mostra Fotografica Virtuale APULIA PIETAS

 l’Associazione Culturale Settimana Santa Canosa, nelle dinamiche ed alle tradizioni della nostra cittadina, vuole celebrare i riti della “settimana Santa” con una mostra fotografica virtuale con titolo “Apulia Pietas” dedicata a Riti della Settimana Santa in Puglia, per raccontare nelle foto tra le più belle e commoventi, che in quest’anno mancando le tradizionali processioni e riti nella nostra città e in tutto il territorio di Puglia, sarà in modo virtuale, ma più vicino a tutti. La Mostra Fotografica sarà visibile da Venerdì 26 Marzo alla Domenica 11 Aprile 2021, al link: https://www.facebook.com/media/set/?vanity=www.settimanasantacanosa.it&set=a.10159611182489258 , nella prima mostra fotografica virtuale che raccoglie tanti fotografi amatori, nelle tante foto pervenute.

Nella collaborazione dei Fotoamatori Puglia, e nell’apporto di fotografi amatoriali che hanno colto il profondo legame che la gente ha con le processioni del periodo pasquale, anche nella nostra città, dove ogni anno nella consueta processione della Desolata nel Sabato Santo, vi è la presenza di fotografi amatori e professionisti che immortalano tra il bianco nero e colori nelle loro fotografie. Le tradizionali processioni della Settimana Santa a Canosa di Puglia e in Puglia, che possono essere realizzate con una fotografia libera, senza pass e senza restrizioni, per fotografare in libertà la bellezza delle strade e rioni di Puglia e della nostra città.

Nelle tante fotografie presentate in questa mostra fotografica virtuale, ci sono tanti volti di uomini incappucciati, siamo stati incuriositi poi dalle persone che vi erano sotto quei cappucci, molti vi hanno partecipato, ma nessuno, davvero nessuno, può aver ignorato quella sensazione così intima e profondo che il passaggio della processione suscitava, anche in questo tempo di pandemia che mancano a tutti noi i cortei processionali che si snodano nelle tante piazze e vie pugliesi.

Questo legame della mostra fotografica virtuale vuole celebrare e raccontare, con delle foto che ne ripercorrono i momenti più suggestivi, facendoli conoscere anche a chi non può vivere in prima persona quei riti come “Apulia Pietas” che sono suggestioni e riti della Settimana Santa in Puglia , è specialmente nella nostra città di Canosa di Puglia, il Sabato Santo per tutti noi è una delle più belle processioni della Settimana Santa di Puglia, che viene visitata da molti amatori e professionisti della fotografia, che fanno nella nostra città capitale mondiale nel tradizionale Inno della Desolata, molto sentito nel tempo di Pasqua.

La donna nella vasca da bagno di Hitler: Lee Miller

Ciao,

se dico Lee Miller a voi cosa viene in mente?

Immagino qualcuno penserà alla famosa immagine scattatale da David Scherman nella vasca da bagno di Hitler.

Qualcun altro all’immagine scattatale da Man Ray, in cui appare in un primo piano stretto con delle lacrime di vetro sul viso.

Paradossalmente, le immagini più conosciute di Lee Miller non sono scatti suoi. Eppure lei è stata davvero una grande fotografa e una grande donna, purtroppo spesso sottovalutata e ridotta al ruolo di musa di altri artisti.

Ho appena finito di leggere il libro “La vasca del Führer” di Serena Dandini, che ripercorre la vita di Lee Miller, partendo dalla famosa immagine (ho deciso di non pubblicare la foto di copertina, poichè fuorviante, non è un autoritratto come sembrerebbe dalla copertina del libro nda). Il libro è un romanzo, quindi non completamente e non sempre fedele alla realtà, ma è un buon modo per avvicinarsi alla conoscenza di questa fotografa. Credo che in ogni modo la Dandini abbia svolto un ottimo lavoro di ricerca e riportato anche degli aneddoti molto interessanti.

Nata nel 1907 nello stato di New York, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza furono molto travagliati. A soli 7 anni infatti fu violentata mentre era a casa di parenti e, in seguito allo stupro, contrasse la gonorrea. A quei tempi, nel 1914, quella malattia si curava in modo dolorosissimo e pericoloso. Lee urlava a tal punto che dovettero allontanare i suoi fratelli per non udirne le grida. Ma anche la sua adolescenza fu segnata da un altro trauma: mentre era in canoa con il suo ragazzo Brad, questi ebbe un malessere, probabilmente un problema cardiaco, cadde in acqua ed affogò. Da quel momento Lee fece moltissima fatica a innamorarsi.

Dopo quei primi burrascosi anni, Elisabeth Miller (questo era il suo vero nome) iniziò la sua carriera come modella per Vogue, ma la fotografia era un’arte che fin da piccola aveva esercitato un particolare fascino su di lei. Il padre infatti era un ingegnere che nel tempo libero si dilettava con la nuova arte della fotografia, emergente ad inizio 900 e fin da piccola ritraeva Lee ossessivamente, anche in pose che oggi darebbero scandalo.

Ben presto quindi si stancò della vita da modella newyorchese e si trasferì a Parigi. Disse di sé: “Preferisco fare una foto, che essere una foto”. 

La vita culturale parigina negli anni 20 era in pieno fermento, il movimento surrealista stava nascendo e la maggior parte degli artisti confluiva in questa città. Picasso, ma anche Claude Cahun, Andrè Breton, Paul Eluard, Max Ernst e tutti quelli del circolo surrealista di Montparnasse. Era una città sessualmente libera, ben diversa da New York, molto più aperta e accogliente, in particolare per le donne.

Nella città degli artisti, incontrò uno dei più famosi fotografi dell’epoca, Man Ray, con grande faccia tosta gli di poter essere la sua assistente. Lui prima si rifiutò, poi fu sorpreso dalla sua bravura. Fu l’inizio di un sodalizio artistico ed umano che segnò per sempre la vita di entrambi: in breve tempo, la stima artistica reciproca si trasformò in un amore passionale e tormentato.

Lee divenne la protagonista di alcuni dei più famosi scatti di Man Ray, alimentando il suo percorso di maturazione e ossessione per i dettagli del corpo. Per altro, non le fu mai riconosciuto il merito di aver scoperto la tecnica della solarizzazione, erroneamente attribuita proprio a Man Ray. La Dandini nel libro così ricostruisce questa scoperta “Di nuovo entra in scena il caso, e questa volta ha le sembianze di un topo che nel buio della camera oscura cammina sui piedi di Lee, o almeno lei ne è convinta. Terrorizzata da quel contatto, caccia un urlo e accende la luce mettendo a repentaglio il lavoro. È soltanto un attimo, ma è sicura di aver rovinato il prezioso materiale di Ray. Invece ha appena scoperto un nuovo procedimento di sviluppo che dona alle immagini una suggestione pittorica. Grazie all’esposizione accidentale, il nero di fondo sfuma nel grigio lasciando un profilo piú marcato intorno ai soggetti, i quali acquistano un effetto tridimensionale che richiama gli antichi bassorilievi. Quel risultato stupefacente entusiasma la coppia, che si lancia nella sperimentazione e realizza una serie di fotografie che passeranno alla storia.

Dopo tre anni di convivenza, Lee si sentì imprigionata nel ruolo di assistente e musa di Ray e forse anche il ruolo di amante le stava un po’ stretto, i due si separarono e Lee tornò a New York.

Negli USA continuò la sua collaborazione con Vogue, ma stavolta dall’altro lato della fotocamera, cominciò infatti a lavorare come fotografa di moda e ritrattista su commissione.

Ma Lee era una donna inquieta, il suo inferno dentro ben presto tornò a bruciare. Lee perse ben presto interesse per i lavori piú commerciali. Era soprattutto la routine ad annoiarla. Stanca di limitarsi a semplici ritratti, chiese di essere mandata al fronte: fu una delle prime fotoreporter donna della storia. Aggregata all’esercito americano in Europa, con una divisa su misura, che indosserà ininterrottamente per un anno e un elmetto disegnato appositamente per utilizzare una fotocamera (come si vede dall’immagine qua sotto), sperimenterà in prima persona gli orrori della guerra insieme all’amico David Scherman.

In una notte d’agosto del 1944, Lee attraversò la Manica a bordo di un tank della marina militare carico di carri armati; arrivò a Omaha Beach con l’alta marea e un marinaio si offrì di portarla a riva in braccio per evitarle
il bagno gelato nell’oceano. D’improvviso venne catapultata nel pieno dei combattimenti, e invece di cercare un rifugio sicuro abbraccia la Rolleiflex e cominciò a scattare fra lo stupore dei militari, che non avevano mai visto una fotografa in azione sul fronte. Lee immortalò in decine di scatti le esplosioni nel cielo, fiamme alte come grattacieli. Ma le immagini, una volta arrivate in patria, vennero subito sequestrate dalla censura britannica r rimasero top secret per anni, perché documentavano l’utilizzo di un’arma segreta che divenne tristemente famosa nelle guerre a venire.

Mentre era a Norimberga, dopo lo sbarco, il generale Patton la informò che sarebbero entrati a Dachau. Con una divisa su misura e non protocollare, che indosserà ininterrottamente per un anno, sarà la sola delle sei donne fotoreporter di guerra a raggiungere il fronte, seguendo l’avanzata alleata da Omaha Beach sino ai campi di sterminio. Lee fu dunque tra le prime persone a entrarvi. C’erano ancora tutti i prigionieri, le cataste di morti, i forni fumanti. Lee restò incredula. Era sconvolta. Scrisse un cablogramma alla sua redazione con queste parole: “Vi prego di credere che tutto questo è vero.” E inviò le foto.

Lee, al contrario di altri reporter, scelse di riprendere la realtà disumana dei lager «con un occhio surrealista», e grazie alla tecnica della frammentazione sperimentata negli anni parigini ritaglia inquadrature insolite che prediligono i particolari piuttosto che la visione d’insieme.

Da Dachau e Buchenwald non ne uscì più mentalmente. Dopo aver fotografato i cumuli di morti e ossa, i sopravvissuti ridotti a scheletri, i cadaveri dei kapò massacrati per vendetta, come avrebbe potuto non tenerne conto per sempre? Il suo archivio online è imperdibile: https://www.leemiller.co.uk/

Ma quei volti consunti, il pallore della neve che riempì l’Europa in quei mesi, quelle vite interrotte, quei cadaveri bianchi che fotografò, non le diedero più tregua: negli anni successivi, la depressione e l’alcol furono le costanti della sua vita. Visse gli ultimi anni in ritiro, continuando a ricevere visite dei suoi amici artisti e a pubblicare occasionalmente fotografie per Vogue. Si dedicò alla cucina, cercando di sfuggire alla depressione e dandosi un nuovo volto di madre e casalinga perfetta. Morì di cancro a settant’anni, nel silenzio di una città di provincia.

Spero di avervi fatto appassionare un po’ a questa grande donna, prima ancora che grande fotografa.

Se volete approfondire la conoscenza della Miller, vi consiglio il libro scritto dal figlio, Antony Penrose, Le vite di Lee Miller.

Anna

Torniamo a vedere qualche mostra di fotografia?

Ciao a tutti! Spero stiate bene, non ci sentiamo da un po’.

Abbiamo un po’ sospeso l’appuntamento con le segnalazioni delle mostre, a causa delle restrizioni che non consentivano ai musei e alle gallerie di ricevere visitatori.

Oggi torniamo a segnalarvi alcune mostre per il mese di marzo, sperando le cose non cambino di nuovo e riusciate ad andare a visitarle. Alcune sono mostre che vi abbiamo segnalato in passato e che sono state prorogate a causa del lockdown.

Mi raccomando, nel rispetto delle normative!

Anna

Josef Koudelka – Radici

Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Il lavoro presentato è il frutto di un progetto unico nel suo genere, durato trent’anni, e realizzato esplorando e ritraendo con tenacia e continuità alcuni dei più rappresentativi e importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Gli straordinari scatti in bianco e nero presentati in mostra sono realizzati dal fotografo ceco tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro (Nord e Sud), Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia e naturalmente Italia. Essi accompagnano il visitatore in una inedita e personalissima riflessione sull’antico, sul paesaggio, sulla bellezza che “suscita e nutre il pensiero”. I panorami senza tempo, ricchi di anima e fascino, caratterizzati da prospettive instabili, inaspettate, ambivalenti, ben rappresentano il lessico visuale e la cifra stilistica propri di Koudelka che, rifuggendo la semplice illustrazione e documentazione delle rovine, sceglie di dare respiro a ciò che resta delle vestigia delle antiche civiltà del Mediterraneo, rappresentandole in un’eterna tensione tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto, tra enigma ed evidenza.

Allestita nella cornice del Museo dell’Ara Pacis, a contatto diretto con le testimonianze monumentali della grande storia di Roma, la retrospettiva Radici vuol essere un eccezionale viaggio nell’opera di uno degli ultimi grandi maestri della fotografia moderna dedicatosi alla ricerca della bellezza caotica delle rovine e del paesaggio antico, trasformati dal tempo, dalla natura, dall’uomo. Le fotografie di Koudelka, esposte in stretto dialogo con uno dei monumenti più significativi della prima età imperiale, acquistano così, in questa speciale occasione, il valore unico, forte, di immagini memorabili, in un rapporto intenso di rimandi e di echi di una memoria che a Roma più che altrove diventa presente.

01/02 – 16/05/2021 – Museo dell’Ara Pacis – ROMA

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Sebastião Salgado – Amazônia

Per sei anni Sebastião Salgado ha viaggiato nell’Amazzonia brasiliana, fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano.

La mostra, in anteprima in Italia, con più di 200 opere ci immerge nell’universo della foresta mettendo insieme le impressionanti fotografie di Salgado con i suoni concreti della foresta. Il fruscio degli alberi, le grida degli animali, il canto degli uccelli o il fragore delle acque che scendono dalla cima delle montagne, raccolti in loco, compongono un paesaggio sonoro, creato da Jean-Michel Jarre.

La mostra mette in evidenza la fragilità di questo ecosistema, mostrando che nelle aree protette dove vivono le comunità indiane, guardiani ancestrali, la foresta non ha subito quasi alcun danno e ci invita a vedere, ascoltare e a riflettere sulla situazione ecologica e la relazione che gli uomini hanno oggi con essa.

01 ottobre 2021 – 13 febbraio 2022 – MAXXI – Roma

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PRIMA, DONNA. Margaret Bourke-White

Construction workers and taxi dancers enjoying a night out in bar room in frontier town. LIFE magazine’s first photo essay.

La mostra raccoglie, in una selezione del tutto inedita, le più straordinarie immagini realizzate da Margaret Bourke-White – tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo – nel corso della sua lunga carriera. Accanto alle fotografie, una serie di documenti e immagini personali, video e testi autobiografici, raccontano la personalità di un’importante fotografa, una grande donna, la sua visione e la sua vita controcorrente.

Pioniera dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate fino ai grandi reportage per le testate più importanti come Fortune Life; dalle cronache visive del secondo conflitto mondiale ai celebri ritratti di Stalin e Gandhi, dal Sud Africa dell’apartheid all’America dei conflitti razziali fino al brivido delle visioni aeree del continente americano.

E’ possibile ammirare oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 11 gruppi tematici – L’incanto delle acciaierieConca di PolvereLifeSguardi sulla RussiaSul fronte dimenticatoNei campiL’India, Sud AfricaVoci del Sud biancoIn alto e a casaLa mia misteriosa malattia – che, in una visione cronologica, rintracciano il filo del percorso esistenziale di Margaret Bourke-White e mostrano la sua capacità visionaria e insieme narrativa, in grado di comporre “storie” fotografiche dense e folgoranti.

L’esposizione rientra ne “I talenti delle donne”, un palinsesto promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’universo delle donne: “I talenti delle donne” intende far conoscere al grande pubblico quanto, nel passato e nel presente – spesso in condizioni non favorevoli – le donne siano state e siano artefici di espressività artistiche originali e, insieme, di istanze sociali di mutamento. Si vuole  rendere visibili i contributi che le donne nel corso del tempo hanno offerto e offrono in tutte le aree della vita collettiva, a partire da quella culturale ma anche in ambito scientifico e imprenditoriale, al progresso dell’umanità. L’obiettivo è non solo produrre nuovi livelli di consapevolezza sul ruolo delle figure femminili nella vita sociale ma anche aiutare concretamente a perseguire quel principio di equità e di pari opportunità che, dalla nostra Costituzione, deve potersi trasferire nelle rappresentazioni e culture quotidiane.

dal 25.09.2020 al 02.06.2021 – Palazzo Reale – MIlano

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MARIO GIACOMELLI – COLLEZIONE PERMANENTE

Questa non è una mostra temporanea, ma un riallestimento della collezione che vuole raccontare l’universo poetico ed artistico del fotografo e renderlo fruibile in maniera permanente.

Il 2020 ha segnato il ventennale della scomparsa di Mario Giacomelli e il Comune di Senigallia, Città della Fotografia, continua a rendere omaggio anche nel 2021 a uno dei maestri internazionali della fotografia del Novecento, dedicando un’ala del Palazzo del Duca ad un’esposizione permanente delle sue opere donate negli anni ‘90 dall’artista stesso al Comune.

In una porzione riqualificata di Palazzo del Duca, che ospita da anni la programmazione espositiva della città di Senigallia, saranno fruibili circa 80 fotografie selezionate e allestite in collaborazione con gli archivi Giacomelli rappresentati dai due direttori Simone Giacomelli e Katiuscia Biondi.

Non una mostra temporanea quindi, ma una vera e propria musealizzazione che vuole raccontare l’universo poetico ed artistico del grande fotografo senigalliese e renderlo fruibile in maniera permanente a cittadinanza e visitatori. Inoltre si vuole fornire una lettura innovativa dell’opera del maestro che viene proposta non in modo antologico, ossia per anni e per serie, ma ne ripercorre la poetica mettendone in luce temi e suggestioni.

Il tratto saliente della personalità – privata e fotografica – di Mario Giacomelli è il forte radicamento alla sua terra, malvolentieri si spostava da essa, ma nonostante ciò riuscì sin da subito attraverso la sua arte a superare i confini geografici essendo il suo lavoro caratterizzato da un forte spirito di sperimentazione e da una vorace volontà di ricerca

Giacomelli parte dalla realtà non per documentarla con pretesa oggettività, ma per innalzare il particolare all’universale, per dirigere il tempo verso l’infinito circolare dell’eterno ritorno.” – scrive Katiuscia Biondi – “Usa la fotografia per immergersi nel mondo, e nelle proprie viscere, riconoscendo egli stesso trattarsi di una sorta di rito purificatorio. I singoli scatti sono fotogrammi insolubili di un unico racconto, quello della sua vita e del suo rapporto con il mondo, e ogni foto rimanda alle altre in un’unità stilistica simbolica e segnica che solo un maestro sa perseguire con tanta coerenza e potenza evocativa”.

Si mosse poco da Senigallia, visitò Scanno, Lourdes, Loreto, la Puglia e la Calabria, ma fu dal paesaggio e dai personaggi della sua terra che attinse a piene mani: i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, gli anziani dell’ospizio di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, la campagna con le persone che la abitano, gli amanti ispirati dall’antologia di Spoon River, i ritratti, tutto racconta di Senigallia e del suo territorio, dal mare all’entroterra.

Giacomelli parte dalla realtà non per documentarla con pretesa oggettività, ma per innalzare il particolare all’universale, per dirigere il tempo verso l’infinito circolare dell’eterno ritorno.” – continua Biondi – “Facendo suo l’insegnamento del maestro Cavalli, per una fotografia liberata dal puro documento ché non esiste un mondo al di là del nostro sguardo, Giacomelli porta questa visione all’eccesso, nel suo modo drammatico di far risuonare il reale”.

A completare l’esposizione permanente, una mostra temporanea Le realtà del Sogno dal xx al xx a Palazzetto Baviera che vuole documentare quel “laboratorio senigalliese” di fotografia che fu il Gruppo Misa fondato da Giuseppe Cavalli nel 1954 a cui un giovane e curioso Giacomelli aderì per un breve periodo insieme a Ferruccio Ferroni: un gruppo che contribuì all’importante dibattito teorico che si svolse in Italia in quegli anni intorno alle funzioni e alle estetiche della fotografia.

Esposte opere selezionate di Giacomelli, Ferroni e Cavalli sempre provenienti dalle Civiche raccolte, accanto ai loro discepoli ed epigoni, che hanno dato vita al Gruppo Misa. Un milieu comune che produsse però risultati molto diversi, sia nella resa fotografica, nella tecnica e nella poetica dei vari autori, uno straordinario laboratorio di idee che ebbe breve ma intensa vita e da cui il genio di Mario Giacomelli si distinse e si sviluppò per tutta la seconda metà del Novecento.

Senigallia – mostra permanente

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CARLO MARI. IO MILANO

Una Milano metafisica e surreale nelle fotografie di un grande fotografo.
Una Milano deserta, senza traffico e persone.
Una Milano in cui regnano vuoto e silenzio.
Una Milano diversa, mai vista, ma sempre bellissima.

Questa è la Milano ritratta negli scatti di Carlo Mari in mostra nel chiostro delle Gallerie d’Italia di Milano dall’11 febbraio all’11 aprile 2021.

Carlo Mari. Io Milano. Aprile 2020. La città vista dai Carabinieri attraverso l’occhio di un fotografo è un suggestivo racconto del capoluogo lombardo durante il lockdown che si compone di 47 gigantografie e 2 foto fine art in bianco e nero.

La Milano di Carlo Mari è una città inedita, lenta e riflessiva, quasi metafisica, ben lontana dai ritmi frenetici che l’avevano definita fino a un paio di mesi prima. E da questi luoghi conosciuti – come Piazza Duomo, Piazza della Scala e lo Stadio di San Siro – emerge una presenza discreta, ma sempre presente e rassicurante: quella dei Carabinieri che hanno accompagnato la città in un periodo storico così difficile e delicato.

11 febbraio – 11 aprile 2021 – Gallerie d’Italia – Milano

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FOTOGRAFIA. NUOVE PRODUZIONI 2020 PER LA COLLEZIONE ROMA

Fotografia. Nuove produzioni 2020 per la collezione Roma è una mostra nata dalla volontà dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale di dare seguito al progetto sorto in seno a Fotografia Festival Internazionale di Roma che aveva istituito, già dal 2003, la residenza per un fotografo di fama internazionale. Sono state così raccolte per l’Archivio Fotografico del Museo di Roma le immagini di 15 grandi protagonisti della fotografia contemporanea che raccontano la Capitale attraverso il loro sguardo.

Nel 2019 è stato proposto a Francesco Zizola di curare la ripresa della pratica delle residenze temporaneamente interrotte, e così arricchire la collezione permanente. Zizola ha invitato a Roma 5 artisti noti nel mondo della produzione artistica e fotografica internazionale. Sono esposte al Mattatoio circa 130 immagini di Nadav KanderMartin KollarAlex MajoliSarah Moon (presente anche con un video) e Tommaso Protti. Tutti hanno lavorato in residenza a Roma nel corso del 2019, tranne Kollar che ha scelto di viaggiare a piedi e di elaborare il proprio lavoro attraverso un percorso di avvicinamento a Roma partendo dal Danubio.

Gli scatti di Alex Majoli rinnovano il linguaggio di espressione della documentazione del reale, quelli di Sarah Moon invece guardano al ruolo della memoria e del ricordo nel suo rapporto con la materia che la città di Roma offre. Nadav Kander, maestro riconosciuto nel panorama fotografico internazionale, ha esplorato con i suoi scatti il volto della Roma antica e secolare, che tramanda la sua essenza da una generazione alla successiva, mentre Tommaso Protti analizza il presente duro e ruvido delle periferie. Un discorso a parte va fatto per il lavoro di Kollar, che ha scelto di lavorare sull’antica collocazione di Roma al centro del mondo, camminando per 42 giorni da Bratislava alla Città Eterna su quelle strade che un tempo erano le arterie principali dell’Impero romano.

Attraverso la varietà di approcci visuali e concettuali, queste nuove produzioni offrono uno sguardo sfaccettato e profondo sulle molteplici anime della Città, e rappresentano un lascito importante per la collezione dell’Archivio Fotografico.
 

23 FEBBRAIO – 16 MAGGIO 2021 – Mattatoio di Roma

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Lisette Model. Street Life

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia.
Con una selezione di oltre 100 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri  del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti nei personaggi di un’irriverente commedia umana.
Questa rivisitazione così personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967. 

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con la mc2gallery di Milano e la Galerie Baudoin Lebon di Parigi.

Dal 24 marzo al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Horst P. Horst. Glitter and Gold

l percorso espositivo curato da Giangavino Pazzola si sviluppa in maniera cronologica e, con una selezione di oltre 120 opere di vario formato, prende in considerazione i principali periodi creativi di Horst, ripercorrendone la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, dagli esordi alle ultime realizzazioni.

Le diverse sezioni si articolano in maniera tale da sottolineare alcuni punti salienti dell’intera produzione artistica di Horst: il legame con l’arte classica che, tuttavia, non esclude le influenze delle avanguardie; l’indagine visiva sull’armonia e l’eleganza della figura umana impreziosita dalla perfetta padronanza dell’illuminazione della scena; la proficua e duratura collaborazione con “Vogue”, rivista per la quale il fotografo ha firmato decine di copertine; i ritratti di personaggi del mondo della moda e dell’arte, spesso ambientati nelle proprie dimore, immagini attraverso le quali l’autore rivela ancora una volta le sue indiscutibili capacità compositive.

La mostra è realizzate grazie alla collaborazione con l’Horst P.Horst Estate e Paci contemporary gallery di Brescia.

Dal 24 marzo al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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A Palazzo Zuckermann la mostra Gino Santini, fotografie 1937-1970

Omaggio al fotografo padovano che ha formato un’intera generazione

Il fotografo padovano Gino Santini ha lasciato una grande eredità artistica, il cui valore sarà possibile scoprire nella retrospettiva a lui dedicata a Palazzo Zuckermann dal 2 marzo al 5 aprile 2021 (orario 10-19, chiuso sabato e domenica; ingresso libero).

Sono passati oramai quarantaquattro anni da quando a Palazzo della Ragione, a due anni dalla sua scomparsa, venne organizzata una mostra in ricordo di questo importante autore della fotografia italiana, che con le sue foto ha formato una generazione di fotografi. Da allora poco si è sentito parlare o scritto di lui. Finalmente quest’anno, grazie all’impegno del nipote Marco Fogarolo, anch’egli valido fotografo, e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, si è potuta concretizzare una nuova ampia esposizione per presentare il suo lavoro. La retrospettiva, curata da Gustavo Millozzi, sarà un’occasione per ammirare la produzione in bianco e nero di Gino Santini e cogliere il suo stile personale e l’originalità delle sue immagini.

Gino Santini (1907-1974) è stato un fotografo molto apprezzato: con le sue opere, citate e riprodotte in moltissimi cataloghi di mostre, esposte e premiate in gran numero, ottenne nel 1969 l’ambito riconoscimento di EFIAP, ovvero Excellence de la FIAP, Fédération Internationale de l’Art Photographique, dalla quale già nel 1964 aveva ricevuto l’onorificenza di AFIAP Artiste de la FIAP.

Accompagna la mostra una monografia, edita dalla FIAF-Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

La fotografia in poltrona

Ciao a tutti, normalmente in questo periodo comincio a documentarmi sulle mostre per il mese successivo, per proporvi qualcosa di interessante.

Ma ahime il lockdown ci ha tolto la possibilità di visitare le mostre di persona. Che fare? Come restare in contatto con la fotografia anche in momenti in cui dobbiamo restare in casa?

Io, personalmente, mi dedico ai libri. Come ho già avuto modo di raccontarvi, ho una vera e propria passione per la carta stampata.

E allora, ecco che affronto la mia libreria alla ricerca del volume che ho acquistato e che poi ho infilato tra gli altri, dicendomi, ma si poi lo guarderò con calma, ma il momento non è mai arrivato. Ecco, ora è il momento adatto. Immagino che sia successo anche a voi, quindi forza!

Una piccola parte della mia libreria dedicata ad arte e fotografia

Oppure è il momento di darsi alle riviste fotografiche, ce ne sono tante anche di altissimo livello, alcune sembrano quasi libri. Io prediligo le riviste senza recensioni di fotocamere, obiettivi ecc…, semplicemente progetti fotografici con un testo di presentazione.

Per esempio, in Italia Gente di Fotografia e EyesOpen!, oppure a livello internazionale, British Journal of Photography, Foam, Aperture, sole per citarne alcune.

Tra l’altro sui siti di questi magazine, trovate anche delle versioni online dei contenuti e un sacco di cose interessanti.

Se ne conoscete altre, segnalate pure!

Oppure, sempre per restare sul digitale, ci sono tante iniziative di vario genere.

Per esempio la presentazione di un libro, in questo caso di Suite n. 5, organizzata dall’Associazione culturale 36° fotogramma, in collaborazione con Palazzo Ducale di Genova.

Con i fotografi Lorenzo Cicconi Massi, Francesco Comello, Francesco Faraci, Sara Munari, Lorenzo Zoppolato e con Grazia Dell’Oro. Introduce e modera Federico Montaldo.

L’evento è venerdì 27 novembre alle 21 su piattaforma Zoom.

Link: https://us02web.zoom.us/j/83064359403?pwd=cUFFb3E3dHpLQitzOVhkdFVBcHd2dz09#success 

Un altro esempio: Camera – Centro Italiano per la Fotografia, propone la visione in streaming gratuito del documentario Gianni Berengo Gardin’s Tale of Two Cities. Per vedere il film sarà sufficiente accedere alla piattaforma Streen.org. Il film sarà in streaming dalle 18.30 alle 24.00 di giovedì 19 novembre (OGGI!!!). Sulla piattaforma poi trovate anche altri film o documentari davvero interessanti.

Altra alternativa sono le letture portfolio, che pure ormai tutti offrono online. Le letture di Musa sono il 29/11, per esempio.

Sul canale Youtube @madeintomorrowoff trovate un tour on line di mostre fotografiche, ospitate nelle settimane scorse in spazi espositivi ormai non accessibili a causa dell’emergenza sanitaria.

Vi segnalo inoltre questa mostra virtuale LA BELLEZZA CAMBIA IL MONDO? A cura di Riccardo Costantini, con lavori di Ilaria Abbiento, Maura Banfo, Gianpiero Fanuli, Pierluigi Fresia, Patrizia Musso, Claudio Orlandi, Giorgio Racca, Edoardo Romagnoli. Trovate tutto qua!

Un’iniziativa originale è anche quella organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio, OPERE AL TELEFONO, un progetto che, sulla scia delle fiabe raccontate al telefono del celebre Gianni Rodari, darà la possibilità di “visitare” le mostre “True Fictions, Fotografia visionaria dagli anni ‘70 ad oggi” e “Atlanti, ritratti e altre storie”, chiacchierando con uno degli esperti della Fondazione, a cui si potranno porre domande sulle tecniche utilizzate, sulla vita degli artisti e sui loro progetti, parlando degli aneddoti legati alle immagini, delle idee che sottendono ogni lavoro, e di tutte le verità e le finzioni che queste fotografie nascondono

E non dimentichiamo la DAD, acronimo che ormai è entrato far parte del nostro dizionario. Ormai tutte le scuole di fotografia hanno una vasta offerta di corsi online. Qua trovate per esempio i corsi di Musa. Imparare un sacco di cose seduti comodamente in poltrona, ma vuoi mettere?

Inoltre, grande fonte d’ispirazione per la fotografia è anche l’arte in genere, in qualunque sua forma, quindi sbizzarritevi sui siti dei musei, che ormai in molti propongono online!

Per esempio, la triennale di Milano, propone l’iniziativa Triennale Upside Down, con un articolato palinsesto in continua evoluzione di video, podcast, visite guidate, attività didattiche, incontri e performance online, masterclass.

Oppure la Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia , lancia il museo online, sul sito e su FacebookInstagramTwitterLinkedIn e YouTube dove troverete vivaci Art Talk dedicati ai capolavori e agli artisti della Collezione, brevi tutorial che portano ogni domenica i Kids Day direttamente nelle vostre case, curiosità su opere del museo meno conosciute, aneddoti sugli artisti più amati da chi ci segue, le tante mostre che hanno segnato i primi 40 anni del museo e molto altro ancora.

Non mi voglio dilungare oltre, credo che ci siano sufficienti fonti d’ispirazione per tenervi occupati per un po’ .

Continuerò comunque a cercare cose interessanti per voi e ve le proporrò in seguito.

Ciao a tutti e mi raccomando, rimanete in casa!

Anna


Mostre di fotografia da non perdere a Novembre

Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁

Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.

Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.

Anna

Paolo Pellegrin – Un’antologia

Durante il periodo di quarantena in famiglia. Svizzera, 2020. ©Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin

Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo. 

Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.

La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.

Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria

01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)

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Roma. Massimo Siragusa

Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.

Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive.
Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica.
Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere

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Alec Soth – I Know How Furiously Your Heart Is Beating

Renata, Bucharest, Romania, 2018, Courtesy Eidos Foundation © Alec Soth / Magnum Photos.

Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.

The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.

11 September – 6 December 2020 – FOAM – Amsterdam

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ZANELE MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

© Zanele Muholi
© Stevenson, Cape Town_Johannesburg / Yancey Richardson, New York | © Zanele Muholi

Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. 
I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.
Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.
Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica. 
 
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.
Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano

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China Goes Urban

Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.

Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi.
Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia.
China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.

da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino

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LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari

Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico di Francesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità.
Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo.
La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.

8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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MOTEL – AA. VV.

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.

La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org). 

MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020 – FMAV – MATA

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True Fictions

Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi

Opere di James Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo

La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.

La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.

17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia

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Americans Parade – George Georgiou

Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.

Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.

Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.

«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare».
La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.

Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.

Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.

David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019

28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna

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Nino Migliori. Stragedia

Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. 
Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica.
In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.

27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna
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GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI

Guido Guidi, Cesena, 1968
© Guido Guidi | Guido Guidi, Cesena, 1968

Guido Guidi. Lunario
Sala fotografia. 1° piano
A cura di Andrea Simi

Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999 (Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.

Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.

Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate.
Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.

Luca Nostri. Quattro cortili
Ingresso sala bachi.  1°piano

Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche.
La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.

17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE

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Ritratti corali – Marina Alessi

Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)

Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020

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Claudia Andujar, la lotta Yanomami

La giovane Susi Korihana thëri mentre nuota, pellicola a infrarossi.Catrimani, Roraima, 1972-74. © Claudia Andujar

La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.

17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano

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PAOLO ROVERSI – STUDIO LUCE

La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.

In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna

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