Una nuova autrice Mu.Sa: Chiara De Masi

Ciao, abbiamo selezionato per voi questa giovane autrice che ci presenta SA-MUE-LE, un lavoro sull’identità di genere, molto intimo e delicato.

Fateci avere le vostre impressioni.

SA-MUE-LE

Il percorso di transizione per i soggetti la cui condizione emotiva di malessere è legata al proprio sesso psichico, comincia con la consapevolezza di sè stessi.

A questo segue un iter di terapia psicologica, medica, giuridica e chirurgica.

Il progetto prende in esame un tempo che si trova perfettamente al centro, dopo l’inizio e prima della fine.

Un continuo mutare del corpo, continuo e costante.

Un puzzle di dettagli, di cambiamenti visibili e invisibili, che diventano forma.

La transessualità (il DIG, Disforia di Genere) non è più considerata dall’OMS una patologia psichiatrica.

Chiara de Masi

Nata in provincia di Lecce nel 1992.
Ha conseguito il Master triennale presso la Scuola Romana di Fotografia.
Attualmente vive e lavora a Roma come fotografa Freelance.

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Ecco le mostre di fotografia da non perdere a ottobre!

Ciao a tutti!

Eccoci, come tutti i mesi, al consueto appuntamento con le mostre. Di seguito trovate le mie segnalazioni per il mese di ottobre. Le mostre sono davvero tante e una più bella dell’altra!

Sulla pagina dedicata, trovate tutte le mostre in corso.

Anna

Sguardi (Dinamiche del volto) – AAVV

Dall’iconico ritratto di Marella Agnelli, il Cigno di Richard Avedon, all’ironia degli scatti di Gianni Berengo Gardin e Piergiorgio Branzi, ai miti dello spettacolo immortalati nelle fotografie di Federico Garolla ed Elliott Erwitt, alle interpretazioni più contemporanee e misteriose del tema nelle coloratissime opere di Bill Armstrong e Janet Sternburg, la mostra propone inoltre alcuni scatti di Sebastião Salgado e Marco Gualazzini, oltre a Martin Schoeller, quest’ultimo noto per i suoi a volte impietosi “close up”.

Il titolo della mostra è preso a prestito da un interessante saggio sull’argomento dello scrittore Paolo Donini, che si sofferma sull’etimologia della parola volto: “Viso deriva da visum, participio passato del verbo videre, e sta per cosa vista, immagine, visione apparizione. L’etimo è illuminante: visum è nella sua radice ciò che è visto; l’immagine. Il pittore nel dipingere il viso, dipinge il visum. Egli dichiara in arte ciò che è visto e l’immagine-volto diviene la sua dichiarazione di poetica. (…)

Volto deriva dal latino voltum, con una corrispondenza che alcuni studiosi allegano al gotico *uel che è vedere. (…) il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva. Un’ultima ricognizione lessicale rimanda poi a volto come participio passato del verbo volgere.

Volto sta per rivolto, girato. In questa accezione, la pittura del volto è l’arte di ciò che è rivolto, girato, voltato. Legando infine le accezioni delle parole viso e volto nel loro disvelamento etimologico complessivo, ecco che la pittura di viso e di volto diverrà la pittura di ciò che è in vista e, ad un tempo, girato: la pittura del mistero di portare alla vista ciò che è voltato.(…) Ancora il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva”.

Il ritratto inteso dunque come chiave di lettura delle specificità di un artista, pittore o fotografo,  come forma espressiva del sé attraverso il volto dell’altro.

dal 19 settembre al 23 dicembre 2019 – Forma Meravigli – Milano

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ELLIOTT ERWITT. FAMILY

Niente è più assoluto e relativo, mutevole, universale e altrettanto particolare come il tema della famiglia. La famiglia ha a che fare con la genetica, il sociale, il diritto, la sicurezza, la protezione e l’abuso; la felicità e l’infelicità. Mai come oggi è tutto ed il suo contrario, e niente è capace di scaldare di più gli animi, accendere polemiche, unire e dividere come il senso da attribuire al termine famiglia. Solido, eppure così delicato. Là, dove la parola si ferma o si espande a dismisura, può intervenire la fotografia, che sin dalla sua nascita tanto fu legata proprio a questo tema.
Il suo diffondersi nelle classi sociali della media borghesia accompagnava il desiderio di un racconto privato e personale degli eventi che ne segnavano le tappe: i ritratti degli avi, le nascite, i matrimoni, le ricorrenze, tutto condensato in quei volumi che nelle prime decadi dello scorso secolo arredavano il salotto buono. Gli album di famiglia.
Abbiamo chiesto ad uno dei più importanti fotografi viventi, che ha attraversato quasi un secolo, di crearne uno personale e pubblico, storico e contemporaneo, serissimo ed ironico e di dedicarlo in una anteprima assoluta al Mudec Photo. Questa la genesi della mostra, Elliott Erwitt. Family.
Elliott Erwitt, ha acconsentito e selezionato personalmente con Biba Giacchetti, curatrice della mostra, le immagini che a suo sentire avrebbero potuto illustrare alcune delle sfaccettature di questo inesprimibile e totalizzante concetto.

Elliott, che ha attraversato la storia del mondo, ci offre istanti di vita dei potenti della terra come Jackie al funerale di JFK, accanto a scene privatissime, come la celebre foto della bambina neonata sul letto, che poi è Ellen, la sua primogenita. La collezione selezionata per Mudec Photo alterna immagini ironiche a spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate, o molto singolari, metafore e finali aperti come la fotografia del matrimonio di Bratsk.
Come sempre Elliott Erwitt ci racconta i grandi eventi che hanno fatto la storia e i piccoli accidenti della quotidianità, ci ricorda che possiamo essere la famiglia che scegliamo, quella americana, ingessata e rigida che posa sul sofà negli anni Sessanta, o quella che infrange la barriera della solitudine eleggendo a membro l’animale prediletto. Famiglie diverse, in cui riconoscersi, o da cui prendere le distanze con un sorriso.
Un tema universale, che riguarda l’umanità, interpretato da Elliott Erwitt con il suo stile unico, potente e leggero, romantico o gentilmente ironico, cifra che ha reso questo autore uno dei fotografi più amati e seguiti di sempre.

Dal 16 ottobre 2019 al 15 marzo 2020 – Mudec Milano

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Le mostre del Festival della Fotografia Etica

Come di consueto, ormai da diversi anni, ad ottobre ci aspetta il Festival della Fotografia Etica a Lodi. Quest’anno ci proporranno ben 23 mostre con oltre 600 foto esposte ed il programma è quanto mai ricco.

Le sezioni proposte sono :

Spazio tematico con le mostre di Letizia Battaglia, Mariano Silletti e Terraproject, tra gli altri

Spazio approfondimento con la mostra di Monica Bulaj, Broken Songlines

Uno sguardo sul mondo, con le mostre dei fotografi AFP, Marco Zorxanello e Nick Hannes, tra gli altri

Il consueto Spazio No profit, quest’anno dedicato al vincitore della sezione dedicata del World Report Award, Giulio Piscitelli per Emergency

World Report Award che include tutti i vincitori delle varie categorie del concorso

Corporate for festival, per festeggiare i suoi 20 anni Banca Etica propone un’esposizione di immagini liberamente tratte dal proprio archivio storico

Spazio Ludesan Life, indagine sulla realtà degli immigrati nel territorio Lodigiano attraverso il potere delle immagini.

Potete comunque trovare tutto il programma del festival qua

Dal 5 al 27 ottobre – Lodi

WO | MAN RAY. Le seduzioni della fotografia

Dal 17 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia rende omaggio al grande maestro con la mostra WO | MAN RAY. Le seduzioni della fotografia che racchiuderà circa duecento fotografie, realizzate a partire dagli anni Venti fino alla morte (avvenuta nel 1976), tutte dedicate a un preciso soggetto, la donna, fonte di ispirazione primaria dell’intera sua poetica, proprio nella sua declinazione fotografica.

In mostra alcune delle immagini che hanno fatto la storia della fotografia del XX secolo e che sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di Man Ray di reinventare non solo il linguaggio fotografico, ma anche la rappresentazione del corpo e del volto, i generi stessi del nudo e del ritratto. Attraverso i suoi rayographs, le solarizzazioni, le doppie esposizioni, il corpo femminile è sottoposto a una continua metamorfosi di forme e significati, divenendo di volta in volta forma astratta, oggetto di seduzione, memoria classica, ritratto realista, in una straordinaria – giocosa e raffinatissima – riflessione sul tempo e sui modi della rappresentazione, fotografica e non solo.

Assistenti, muse ispiratrici, complici in diversi passi di questa avventura di vita e intellettuale sono state figure come quelle di Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar, con la costante, ineludibile presenza di Juliet, la compagna di una vita a cui è dedicato lo strepitoso portfolio “The Fifty Faces of Juliet” (1943-1944) dove si assiste alla sua straordinaria trasformazione in tante figure diverse, in un gioco di affetti e seduzioni, citazioni e provocazioni.

Ma queste donne sono state, a loro volta, grandi artiste, e la mostra si concentrerà anche su questo aspetto, presentando un corpus di opere, riferite in particolare agli anni Trenta e Quaranta, vale a dire quelli della loro più diretta frequentazione con Man Ray e con l’ambiente dell’avanguardia dada e surrealista parigina.

Una mostra unica, dunque, sia per la qualità delle fotografie esposte, sia per il taglio innovativo nell’accostamento insieme biografico e artistico dei protagonisti di queste vicende. Un grande repertorio di immagini a disposizione del pubblico reso possibile grazie alla collaborazione con numerose istituzioni e gallerie nazionali e internazionali dallo CSAC di Parma all’ASAC di Venezia, dal Lee Miller Archive del Sussex al Mast di Bologna alla Fondazione Marconi di Milano. Realtà che hanno contribuito, tanto con i prestiti quanto con le proprie competenze scientifiche, a rendere il più esaustiva possibile tale ricognizione su uno dei periodi più innovativi del Novecento, con autentici capolavori dell’arte fotografica come i portfoli “Electricitè” (1931) e il rarissimo “Les mannequins. Résurrection des mannequins” (1938), testimonianza unica di uno degli eventi cruciali della storia del surrealismo e delle pratiche espositive del XX secolo, l’Exposition Internationale du Surréalisme di Parigi del 1938.

Dal 17 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020-  CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Le mostre di Colorno Photo Life

Ritorna ad ottobre il festival di Colorno Photo Life, giunto alla sua decima edizione.

Numerose le mostre proposte, tra cui vi segnaliamo in particolare:

LUIGI GHIRRI – IL LABIRINTO E LA SUA MAPPA, Luoghi dispersi salvati dalla bellezza, dalle collezioni CSAC

SARA MUNARI – POLVERE

FRANCESCO COMELLO – YO SOY FIDEL

LORENZO ZOPPOLATO – LA LUCE NECESSARIA

e nella location collegata di Palazzo Pigorini a Parma

MARCO GUALAZZINI – RESILIENT

Dal 18 al 20 ottobre 2019 – Reggia di Colorno (PR)

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Gerry JohanssonAmerica so far, 1962-2018

Mettete su un disco jazz, qualcosa come Kind of Blue di Miles Davis con il sassofono contralto di Cannonball Adderley, immaginate di essere nei primi anni ’60.

E’ mattina presto e seduto su un pullman dal New Jersey a New York c’è un adolescente svedese di nome Gerry Johansson. È qui che inizia il nostro viaggio.
È prima delle fotografie quadrate che conosciamo. Con le immagini di Paul Strand in mente, un adolescente Gerry Johansson trascorre le giornate vagando per la Grande Mela e scattando foto. Frequenta il Village Camera Club e ha portato dalla Svezia un ingranditore per sviluppare e stampare in camera oscura – cosa che fa e ama fare tutt’ora, sperimentando con diverse carte per trovare sempre il supporto perfetto per ogni immagine. (Allo stesso modo, costruisce da sé anche le cornici, dipingendole in tonalità di bianco leggermente diverse per abbinarle alle stampe)

Ma ora siamo nei primi anni settanta. Nel corso del tempo, Johansson assimila il lavoro di Lee Friedlander e Garry Winogrand, cui seguono William Eggleston e Robert Adams.
Gli Stati Uniti, la musica jazz e la cultura di questo paese, avranno una grande influenza su di lui. Tornerà a vivere in Svezia, viaggiando qui comunque spesso: sarà a Chicago nel 1976, attraverserà il paese dalla costa occidentale a quella orientale nel 1983. Nel 1993 è negli stati del sud. E altre visite seguiranno nel corso degli anni, scattando immagini che verranno pubblicate in diversi libri. L’ultimo, American Winter (MACK, 2018) raccoglie fotografie realizzate negli stati centro-occidentali tra il 2017 e il 2018: Kansas, Nebraska, South Dakota, North Dakota, Montana, Wyoming e Colorado.

Per la mostra di Milano, abbiamo chiesto all’autore di ripartire dal principio e di percorrere, appunto, un lungo viaggio, presentando una selezione di 32 immagini scattate negli Stati Uniti nell’arco di quasi 60 anni. E’ un viaggio incredibile e prezioso che comprende diversi formati e persino immagini a colori; dalla street photography dei primi anni ’60 ai paesaggi quadrati dove, pur mancando le persone, la presenza umana è fortemente percepita, perché Johansson fotografa l’effetto che gli uomini hanno sull’ambiente circostante. Come dice l’autore, “Tutto quello che fotografo è creato dall’uomo“.

La fotografia di Johansson è in gran parte guidata dall’intuizione ma poi organizzata con logica e un ordine rigorosi. In genere evita di creare storie, considera ogni immagine a sé stante, individuale. Questa mostra è una sorta di eccezione, ha un certo sottofondo jazz, evidente nella selezione che scorre armoniosamente attraverso una carriera straordinaria, includendo liberamente toni diversi che fanno risuonare in noi le immagini di Lee Friedlander o Mark Steinmetz, o di Robert Adams, per arrivare a un chiaro e definito stile Gerry Johansson.

Come diceva Charles Mingus: “Rendere complicato il semplice è cosa banale; trasformare ciò che è complicato in qualcosa di semplice, incredibilmente semplice: questa è creatività“.

20 settembre – 19 ottobre 2019 – Micamera – Milano

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Tutte le immagini dormono – Kensuke Koike

La poliedrica ricerca dell’artista giapponese Kenuske Koike (Nagoya, 1980) è protagonista di una mostra personale a Palazzo Zuckermann dove verranno esposti oltre trenta lavori realizzati manipolando delle fotografie vintage di gusto vernacolare come ritratti d’epoca, cartoline di paesaggi e immagini di famiglia. Il risultato è suggestivo, e a tratti destabilizzante, perché l’autore con un intervento minimale sovverte il senso originario delle fotografie rendendole surreali, ironiche e talvolta inquietanti. Il processo dell’artista è mosso – per citare le sue parole – dalla volontà di «scoprire dove nasce l’immaginazione e quando si manifesta». L’autore, attraverso la sua ricerca, rivela come ogni immagine «nasconde la potenzialità di diventare qualcosa d’altro, basta che ci si confronti con essa. Fino a quel momento tutte le immagini dormono attendendo l’occasione per rivivere modificate».
Le opere di Kensuke Koike entreranno in dialogo con Palazzo Zuckermann – pregiato museo di arti applicate e decorative – attraverso un allestimento che sfrutta una serie di teche che usualmente contengono manufatti e documenti antichi. Il visitatore si troverà così di fronte ad un display sospeso tra passato e presente, come le opere dell’artista che conferiscono una nuova ‘vita’ e delle suggestioni contemporanee a immagini prima dimenticate in cassetti domestici e mercatini d’antiquariato.

dal 21/09 al 27/10/2019 – Palazzo Zuckermann – Padova

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OBSOLETE & DISCONTINUED: THE EXHIBITION

Il 20 settembre 2019 alle 19:00 Magazzini Fotografici dà il via ad una nuova grande stagione di mostre portando nelle sue sale Obsolete & Discontinued, un progetto che attraverso la raccolta di materiali fotografici di scarto, restituisce nuova vita alla fotografia analogica considerata obsoleta.

Nel marzo 2015 il fotografo e stampatore inglese Mike Crawford riceve in regalo da un cliente una grossa quantità di carta e film fotografici obsoleti: numerose scatole e pacchetti, la maggior parte dei quali vecchi oltre i 20-30 anni, andati da molto tempo fuori produzione. La carta fotografica ha una durata di conservazione solitamente limitata ma con grande stupore, dopo aver effettuato alcuni test, Crawford si rende conto che i risultati ottenuti sono invece incoraggianti. Le carte che sembravano inutilizzabili e degradate rispondevano bene alle tecniche di stampa moderne.

Ed è per questo motivo che decide di dare il via al progetto Obsolete&Discontinued: Crawford chiama a raccolta oltre 50 grandi nomi della fotografia e dell’arte, affinché accettassero la sfida di produrre nuovi lavori usando quella carta destinata al macero.

Tra i fotografi partecipanti:  Melanie King, Jaden Hastings, Yaz Norris, Joan Teixidor ,Angela Easterling, Peter Moseley, Tina Rowe, Helen Nias, Andrew Whittle, Brian Griffin, Robin Gillanders, Hiro Matsuoka, Gabriela Mazowiecka, Rosie Holtom, David Bruce, Andrew Firth, Borut Peterlin, Guillaume Zuili, Jim Lister, Nicola Jane Maskrey, Andy Billington, Asya Gefter, Beth Dow, Wolfgang Moersch, Anna C. Wagner and Tobias D. Kern, Andres Pantoja, Morten Kolve, Debbie Sears, Keith Taylor, Tanja Verlak, Joakim Ahnfelt, Sheila McKinney, Joachim Falck-Hansen, Laura Ellenberger, Sebnem Ugural, Anna C. Wagner, Laurie Baggett, Douglas Nicolson, Andrew Chisholm, Angela Easterling, Constanza Isaza Martinez, Molly Behagg, Mike Crawford, Claus Dieter Geissler, Ky Lewis, Myka Baum, Hannah Fletcher, Holly Shackleton, Madaleine Trigg, Brittonie Fletcher, Daniel P. Berrange, Andrej Lamut, Jacqueline Butler, Evan Thomas, Guy Paterson, Almudena Romero. Le opere riconsegnate erano state sviluppate con i processi più disparati come gelatina d’argento, litografia, collodio umido, carta negativa e diverse tecniche ibride analogiche e digitali, componendo un progetto che esalta totalmente il potenziale unico della fotografia analogica.

Dal 20 settembre al 3 novembre 2019 – Magazzini Fotografici – Napoli

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Leggere – Steve McCurry

L’esposizione presenta 70 immagini del fotografo statunitense, dedicate alla passione universale per la lettura, che ritraggono persone, còlte in ogni angolo del mondo, nell’intimo atto di leggere.

Dal 13 settembre 2019 al 6 gennaio 2020, la Sala Mostre delle Gallerie Estensi di Modena ospita la mostra Leggere di Steve McCurry, uno dei fotografi più celebrati a livello internazionale per la sua capacità d’interpretare il tempo e la società attuale.

L’esposizione, promossa dalle Galleria Estensi Modena, organizzata da Civita Mostre e Musei, curata da Biba Giacchetti, con i contributi letterari dello scrittore Roberto Cotroneo, presenta 70 immagini, dedicate alla passione universale per la lettura, realizzate dall’artista americano (Philadelphia, 1950) in quarant’anni di carriera e che comprendono la serie che egli stesso ha riunito in un volume, pubblicato come omaggio al grande fotografo ungherese André Kertész, uno dei suoi maestri.

Gli scatti ritraggono persone di tutto il mondo, assorte nell’atto intimo di leggere, còlte dall’obiettivo di McCurry che testimoniano la sua capacità di trasportarle in mondi immaginati, nei ricordi, nel presente, nel passato e nel futuro e nella mente dell’uomo.

I contesti sono i più vari, dai i luoghi di preghiera in Turchia, alle strade dei mercati in Italia, dai rumori dell’India ai silenzi dell’Asia orientale, dall’Afghanistan a Cuba, dall’Africa agli Stati Uniti. Sono immagini che documentano momenti di quiete durante i quali le persone si immergono nei libri, nei giornali, nelle riviste. Giovani o anziani, ricchi o poveri, religiosi o laici; per chiunque e dovunque c’è un momento per la lettura.

In una sorta di percorso parallelo, le fotografie sono accompagnate da una serie di brani letterari scelti da Roberto Cotroneo. Un contrappunto di parole dedicate alla lettura che affiancano gli scatti di McCurry, coinvolgendo il visitatore in un rapporto intimo e diretto con la lettura e con le immagini.

La mostra è completata dalla sezione Leggere McCurry, dedicata ai libri pubblicati a partire dal 1985 con le foto di Steve McCurry, molti dei quali tradotti in varie lingue: ne sono esposti 15, alcuni ormai introvabili, insieme ai più recenti, tra cui il volume edito da Mondadori che ha ispirato la realizzazione di questa mostra. Tutti i libri sono accompagnati dalle foto utilizzate per le copertine, che sono spesso le icone che lo hanno reso celebre in tutto il mondo.

Dal 13 settembre 2019 al 6 gennaio 2020 – Gallerie Estensi di Modena

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La battaglia di Mosul di Emanuele Satolli
Life, Still di Alessio Romenzi

Syria, Raqqa: A totally destroyed by airstrike building in front of the National Hospital. Alessio Romenzi

Rovine di cemento e colonne di fumo disegnano il paesaggio della guerra più assurda e incomprensibile che 
avremmo mai potuto immaginare: Mondo contro Stato Islamico.  
Renata Ferri

Osservare la guerra oggi significa declinare una nuova grammatica dell’atto del guardare. 
Porsi in una relazione intima tra chi guarda e il mondo guardato.
Tenere insieme la cronaca e la storia.
Francesca Mannocchi

Emanuele Satolli

Si inaugura martedì 10 settembre alle 18.30 a Forma Meravigli, Milano, la mostra Di fronte a una guerra che presenta i lavori dei due fotografi che hanno vinto le ultime edizioni del Premio Amilcare Ponchielli: “La battaglia di Mosul” di Emanuele Satolli (2017) e “Life; Still” di Alessio Romenzi (2018). L’esposizione promossa e organizzata dal GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale), a cura di Renata Ferri, è a ingresso gratuito e resterà aperta fino al 20 ottobre 2019. Forma Meravigli è una iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto. Il Premio Amilcare G. Ponchielli, riservato a fotografi italiani o residenti in Italia, è stato creato dal GRIN nel 2004 e premia ogni anno un progetto fotografico pensato per la pubblicazione su un giornale, un sito web o di un libro.

Le fotografie di Satolli e Romenzi – simili per formazione ed esperienza, differenti per scelta linguistica e formale – che hanno documentato con profonda sensibilità e grande professionalità la guerra alla brama di un assurdo califfato del terzo millennio, la guerra dell’Isis. Un conflitto che ha cambiato per sempre l’immaginario dei conflitti contemporanei, imprimendo drammaticamente nei nostri occhi scene di apocalisse cinematografica colme di echi di guerre passate.

Emanuele Satolli, vincitore dell’edizione 2017, ha ricevuto il riconoscimento per il lavoro “La battaglia di Mosul”: una straordinaria documentazione della guerra che ha visto Mosul, seconda città più popolosa dell’Iraq, cadere nelle mani dello Stato Islamico nel giugno del 2014. Due anni dopo è iniziata la battaglia dell’esercito iracheno, affiancato dai curdi pashmerga e dalle forze speciali americane, per liberarla. Un anno di guerra che si è concluso il 10 luglio 2017 con un bilancio terrificante di migliaia di vittime civili, non a caso definito il più duro conflitto urbano dalla fine della Seconda guerra mondiale. Satolli durante questo periodo ha compiuto sei viaggi, spesso embedded con le forze irachene, alcuni su commissione di testate internazionali, altri come freelance. Il suo lavoro esposto è una sintesi di questo impegno, coraggioso e paziente, che trova negli sguardi degli innocenti la denuncia dell’orrore. Si avvicina ai prigionieri, catturati ovunque e ammassati sul selciato, segue le milizie per testimoniare le deflagrazioni, fotografa i soccorsi ai feriti, la fuga delle donne con i bambini in braccio.

Alessio Romenzi ha vinto l’ultima edizione del Premio Ponchielli con il lavoro “Life, Still”. Il teatro di guerra è lo stesso o meglio, è ancora più ampio, comprende la Libia, la Siria e l’Iraq. La battaglia si è appena conclusa e il nemico, l’Isis, forse è sconfitto. Romenzi realizza questa serie tra dicembre 2018 e aprile 2019. Abbandona la sua lunga e significativa esperienza di fotoreporter per una fotografia più lenta e riflessiva. Il corpo immobile, il cavalletto, il formato panoramico a dilatare la scena, la ricerca e l’attesa per la migliore inquadratura. Il fotografo non corre più tra i sibili dei proiettili e il fragore delle granate. Nel silenzio dell’apocalisse si guarda intorno. Davanti ai suoi occhi cumuli di macerie, Mosul, Raqqa e Sirte, città fantasma in cui piccole tracce di vita si manifestano con timore: un semaforo acceso, due ragazzi sullo scooter, un negozio di vernici circondato da edifici ridotti in polvere.

Dal 10 settembre al 20 ottobre – Forma Meravigli – Milano

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Lorenzo Castore «A Beginning »

Exhibited for the first time in Paris, the series 1994-2001 | A Beginning is the first chapter of a life-story that is a hybrid between a memoir and a literary autobiography, where reality and fiction merge. This deeply personal series consists of photographs taken around the world between 1994 and 2001 and it is about a boy becoming a young man, childhood memories and brotherhood, rites of passage and discovering.

September 13 – October 26 – Galerie Folia – Paris

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Contatti e contrasti – AAVV

South Ossetia, 2008. A woman celebrating the recognition of independence by Russia. Claimed by Georgia, and de facto independent, South Ossetia, is recognized Sovereign state by Russia in the August 26th 2008, followed by Nicaragua and Venezuela.

S’intitola ‘Contatti & contrasti‘ la mostra di Maestri della fotografia edizione 2019, appuntamento che galleria Valeria Bella organizza dal 2012, a cura di Michele Bella.

Una collettiva con fotografie – tra gli altri – di Ugo Mulas, Luigi Ghirri, Carlo Orsi, Toni Thorimbert, Davide Monteleone e Guido Guidi.

dal 4 al 24 ottobre 2019 – Galleria Valeria Bella – Milano

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Viaggio, Racconto, Memoria. Ferdinando Scianna 

Non sono più sicuro, una volta lo ero, che si possa migliorare il mondo con una fotografia. Rimango convinto, però, del fatto che le cattive fotografie lo peggioranoFerdinando Scianna

La mostra ripercorre oltre 50 anni di carriera del fotografo siciliano, attraverso 180 opere in bianco e nero, divise in tre grandi temi – Viaggio, Racconto, Memoria. Per l’occasione, verrà esposta una serie d’immagini di moda che Scianna ha realizzato a Venezia come testimonianza del suo forte legame con la città lagunare.

Ferdinando Scianna ha iniziato ad appassionarsi alla fotografia negli anni sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine, la Sicilia.

Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.

In oltre 50 anni di narrazioni, non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose – esordio della sua carriera – all’esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e con la sua modella icona Marpessa. Poi i reportage (è il primo italiano a far parte, dal 1982, dell’agenzia fotogiornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi amici, maestri del mondo dell’arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Dotato di grande autoironia, Scianna ha scelto un testo di Giorgio Manganelli per sintetizzare questa sua mostra: “Una antologia è una legittima strage, una carneficina vista con favore dalle autorità civili e religiose. Una pulita operazione di sbranare i libri che vanno per il mondo sotto il nome dell’autore per ricavarne uno stufato, un timballo, uno spezzatino…“.

Come fotografo – ha affermato lo stesso Scianna, parlando del suo lavoro – mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo“.

Dal 31/08/19 al 02/02/20 Casa dei Tre Oci – Venezia

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Le mostre di Phest

See Beyond the Sea.

“Noi siamo una grande penisola gettata nel Mediterraneo e certe volte ce ne dimentichiamo.”

Franco Cassano, Il pensiero meridiano, 1996

PhEST è fotografia, cinema, musica, arte, contaminazioni dal Mediterraneo.

Torna dal 6 settembre al 3 novembre il festival internazionale di fotografia di Monopoli, con un’edizione a tema Religioni e Miti, quanto mai ricca di spunti interessanti.

Tra gli altri, vi segnaliamo le mostre di Giulia Bianchi, Sanne De Wilde, Michela Benaglia e Alinka Echeverria, ma date un’occhiata al programma completo che trovate qua

Dal 6 settembre al 3 novembre – Monopoli (BA) Sedi Varie

Cristina Vatielli Sin Hombre

La Galleria del Cembalo propone fino al 30 novembre 2019 Sin Hombre, una mostra di fotografie di Cristina Vatielli dedicate alle vicende di due donne realmente vissute in Galizia, nel nord della Spagna, alla fine dell’Ottocento. Dopo Le donne di Picasso, Cristina Vatielli prosegue la sua personale ricerca su emblematiche figure femminili vissute a cavallo dei due secoli passati. Sin Hombre è, infatti, la prima tappa di un nuovo progetto, ampio e complesso, che vuole indagare storie di donne che nell’ombra hanno lasciato un segno nella storia. Sin Hombre è la libera ricostruzione di un amore difficile, impossibile, in un ambiente dominato da una cultura prevalentemente maschile, ispirata al libro biografico di Narciso de Gabriel, che narra le vicende di Elisa Sánchez Lorica e Marcela Gracia Ibeas che ebbero luogo in Galizia all’inizio del 1900, a La Coruña. Cristina Vatielli per rappresentare la storia adotta lo stile che più le è congeniale: la messa in scena. Sceglie Antonella, attrice di teatro e Maria, illustratrice e tarologa. La casa di un’anziana guaritrice in Abruzzo diventa l’ambiente perfetto per riprodurre il periodo in cui le donne vivevano insieme in povertà. A fare da sfondo, i paesaggi forti della Galizia, metafora del rapporto tra le protagoniste. Lavora prevalentemente in inverno, ricreando le atmosfere di una storia dura, ricca di ombre, profondamente intense. 
dal 25 settembre al 30 novembre 2019 – Galleria Del Cembalo – Roma

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Ladies – Lady Tarin

L’esposizione, curata da Denis Curti, propone 25 scatti, tra cui molti inediti, provenienti dai nuovi progetti ‘Untitled (The Fight)’ e ‘Girls Love Bar Basso’.

«Ladies è il titolo della mia mostra – afferma l’autrice -, dove attraverso le mie immagini voglio esorcizzare la sensazione della colpa che accompagna troppo spesso la vita di una donna e vorrei anche lo spettatore si astenesse dal giudizio, non attribuisse colpe, per riuscire a vedere una figura femminile sensuale e libera». 

La volontà di Lady Tarin è quella di liberare la donna da una bellezza costruita per compiacere l’uomo e quasi mai se stessa, di restituire all’eros femminile la spontaneità e la consapevolezza troppo spesso negata.

Le ragazze che Lady Tarin immortala sembrano raggiungere l’obiettivo, forse proprio perché accompagnate da uno sguardo femminile e quindi complice, in grado di coglierne e interpretare i desideri più intimi.

“In questi scatti, in particolare, ho cercato di catturare la massima espressione di libertà anche grazie alla sinergia con le “Ladies”.  Consapevolezza e spontaneità sono elementi necessari nel mio lavoro, uniti alla forte energia che si crea sul set “

11 ottobre – 10 novembre 2019 – Still Fotografia – Milano

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UBIF – Una breve indagine fotografica

Una mostra fotografica collettiva di giovani autori che racconta anche il disastro della tempesta di Vaia che ha colpito lo scorso anno le montagne del Triveneto. “UBIF – Una breve indagine fotografica” è una mostra collettiva che presenta sei progetti realizzati durante il percorso formativo curato da Alberto Sinigaglia e Teresa Piardi. Si terrà a Vicenza, presso lo Spazio Nadir, dal 18 settembre al 5 ottobre 2019. I lavori dei partecipanti sono stati realizzati durante un anno di formazione sui linguaggi della fotografia contemporanea, portando avanti una riflessione sul mezzo fotografico attraverso le sue evoluzioni storiche.
Lara Bacchiega (spazio libero cosmo), Valentina Gerolimetto (l’amar), Roberta Moras (RUZEN), Sacha Catalano (Ongoing project), Giovanni Ongaro (There is no elsewhere) e Stefano Pevarello (Sun Down) sono i fotografi che hanno lavorato sui diversi temi che saranno esposti e che vanno dalla costruzione di una “mitologia personale” attraverso la memoria alla recente tempesta di Vaia sulle montagne del Triveneto. Dal paesaggio dei luoghi balneari nel silenzio dell’inverno ai dialoghi sorprendenti di immagini apparentemente distanti fra loro, fino ad arrivare all’evocazione di quello “spazio di passaggio” che può rappresentare una casa di riposo.
Per ogni progetto è stato realizzato un libro in copie limitate; la mostra e tutti i libri saranno presentati dagli autori il 28 settembre presso lo Spazio Nadir alle ore 18.30. In quell’occasione sarà presentata la seconda edizione del percorso formativo di UBIF che inizierà il prossimo fine ottobre.

18 Settembre – 5 Ottobre 2019 – Spazio Nadir – Vicenza

Sulle mie ossa – Andrea Lombardo

La mostra Sulle mie ossa, di Andrea Lombardo, a cura di Emanuele Salvagno, verrà inaugurata sabato 21 settembre alle ore 11.00 negli spazi espositivi di Spazio Cartabianca, la mostra fa parte del circuito FuoriFestival di Photo Open Up.

La mostra, aperta al pubblico fino a sabato 26 ottobre 2019, prosegue il ciclo di mostre fotografiche per la promozione dei giovani fotografi emergenti che da sempre ha caratterizzato la proposta culturale della nostra galleria.

“Qui, dove il tempo non scorre, è ben naturale che le ossa recenti, e meno recenti e antichissime, rimangano, ugualmente presenti, dinanzi al piede del passeggero.” Carlo Levi

Nelle sue immagini, Andrea Lombardo rappresenta la società urbana contemporanea, la decontestualizza e la amplifica immergendola nel silenzio di una nostra futuribile assenza, priva di mezzi e persone in movimento, come se tutto fosse finito e di noi fosse rimasto soltanto il cemento. Le strade sopraelevate, ossatura di città stratificate, si fanno fossili silenziosi e imponenti della nostra civiltà al massimo del suo splendore, antiche e moderne campate che sostengono il tessuto urbano e sociale in un intreccio quasi morboso, nella ricerca di raggiungere sempre più velocemente luoghi lontani.
Grazie alle fotografie in mostra, come in un viaggio nel tempo riusciamo a fermarci e a contemplare ciò che di solito scorre ignorato al di là dei finestrini, una testimonianza architettonica e sociale di città a noi vicine e lontane, ma accomunate dalla stessa necessità sociale di ascendere verso l’utopia di un mondo più vicino.

Dal 21 settembre al 26 ottbre 2019 – Spazio Cartabianca – Albignasego (PD)

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Mostre di fotografia consigliate per settembre!

Buongiorno a tutti!

Se siete tornati dalle vacanze, eccovi una serie di mostre interessanti per riprendere contatto con il mondo della fotografia.

Buona visione, Anna.

The Art of Poise: André Kertész

One of the twentieth century’s great photographers, André Kertész (Budapest, 1894–New York, 1985) left a prolific body of work spanning more than seventy years (1912–1984), a blend of the poetic and the intimate with its wellspring in his Hungarian culture. The Art of Poise: André Kertész traces this singular career, showcasing compositions that bear the stamp of Europe’s avant-garde art movements, from the artist’s earliest Hungarian photographs to the blossoming of his talent in France, and from his New York years to ultimate international recognition.

Kertész arrived in Paris in October 1925. Moving in avant-garde literary and artistic circles, he photographed his Hungarian friends, artists’ studios, street life and the city’s parks and gardens. In 1933 he embarked on his famous Distortions series of nudes deformed by funhouse mirrors, producing anamorphic images similar in spirit to the work of Pablo Picasso, Jean Arp and Henry Moore. 

In addition to this profusion of activity, he explored the possibility of disseminating his work in publications. Between 1933 and the end of his life he had designed and published a total of nineteen books.

In 1936 Kertész and his wife Elizabeth left for New York, where he began with a brief assignment for Keystone, the world’s biggest photographic agency. He struggled, though, to carve out a place for himself in a context whose demands were very different from those of his Paris years.

Inspired by the rediscovery of his Hungarian and French negatives, from 1963 onwards he devoted himself solely to personal projects, and was offered retrospectives by the French National Library in Paris and MoMA in New York. This fresh recognition sparked a flurry of books in which he harked back to the high points of his oeuvre. In his last years, armed with a Polaroid, he returned to his earlier practice of everyday photography.

The exhibition accompanying this volume is being presented at the Château de Tours by the Jeu de Paume and the Médiathèque de l’Architecture et du Patrimoine (MAP), and draws on the collection that André Kertész bequeathed to the nation in 1984. Now housed at the MAP, this archive comprises over 100,000 negatives and contact prints, together with part of his library and prolific correspondence. In prints, original book dummies and reproductions of pages from his books, the exhibition retraces the lifelong interweaving of photography and publishing that shaped Kertész’s visual narrative of interwar Europe and almost fifty years spent in the United States.

Curators: Matthieu Rivallin et Pia Viewing

Exhibition co-produced by the Jeu de Paume and the Médiathèque de l’architecture et du patrimoine, in collaboration with the City of Tours.

du 26 juin au 27 octobre 2019 – Château de Tours

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Sony World Photography Awards

India, Tamil Nadu, May 2018. Rasathi, 56, the wife of Selvarasy, 65, a farmer who committed suicide on May 2017 by hanging himself in his field. He got into debt with a Cooperative Society. According to a study carried out by Tamma A. Carleton, the warming over the last 30 years is responsible for 59.300 suicides in India. She estimates that fluctuations in climate, particularly temperature, significantly influence suicide rates.

Per il terzo anno consecutivo torna a Monza il Sony World Photography Awards, uno dei più noti e forse il più grande concorso fotografico del mondo: è ancora la Villa reale ad assicurarsi la prima presenza internazionale della mostra che fa seguito alla proclamazione britannica dei vincitori annuali.

La mostra è in programma dal 13 settembre al 3 novembre e il contest, arrivato alla dodicesima edizione, “ha raggiunto quest’anno un nuovo record, con 326.997 candidature presentate da fotografi originari di 195 Paesi e territori” sottolineano gli organizzatori: “Il risultato è una bellissima panoramica delle migliori opere contemporanee realizzate negli ultimi 12 mesi, che il pubblico italiano potrà ammirare nella sua interezza”.

A curare il progetto espositivo monzese è ancora una volta lo storico della fotografia Denis Curti, collaboratore del concessionario Nuova Villa reale spa e presente a Monza anche per altre mostre nelle vesti di curatore, come nel caso dell’antologica di Robert Capa ospitata dall’arengario nei mesi scorsi.

«Ho visto, anno dopo anno, un incremento di partecipazione e della qualità delle proposte – ha detto – . Tre anni fa ho avuto il privilegio di essere parte della giuria e posso testimoniare della passione e della competenza dei membri dello staff e della giuria. La caratura internazionale di questa manifestazione non ha concorrenti e visitare questa mostra è per tutti l’occasione di conoscere e approfondire le tematiche più avvincenti che riguardano il nostro mondo e gli uomini e le donne che lo abitano».

L’edizione italiana della mostra degli Awards ha una ragione in più: il titolo di fotografo dell’anno è stato assegnato all’italiano Federico Borella. «La sua serie intitolata Five Degrees, presentata per la categoria Documentario, indaga la piaga dei suicidi maschili nella comunità agricola di Tamil Nadu, nel sud dell’India, colpita dalla più grave siccità degli ultimi 14 anni – ha aggiunto Curti- La potenza delle immagini di questi reportage è travolgente e stupisce per l’attenzione e la sensibilità con cui è raccontata una realtà molto complessa. Il valore documentaristico degli scatti di Federico Borella emerge non solo attraverso i soggetti, ma anche nella varietà della tecnica utilizzata che spazia dal ritratto alla natura morta alle vedute aeree e di paesaggio».

Tra gli italiani ci sono anche Alessandro Grassani, vincitore della categoria Sport con la serie “Boxing Against Violence: The Female Boxers of Goma”, il duo Jean-Marc Caimi e Valeria Piccinini nella categoria Scoperta con la serie “Güle Güle”, Massimo Giovannini secondo nella categoria Ritratto con “Henkō”, parola giapponese che significa “cambiamento” e “luce variabile e insolita”, attraverso cui affronta il tema della luce e di come possa alterare la prospettiva degli oggetti.

“Il National Award è andato a Nicola Vincenzo Rinaldi, appassionato di street photography, grazie all’immagine dal titolo The Hug che, come l’artista stesso spiega, ritrae un abbraccio avvolgente: solo i piedi sfuggono alla stretta”, aggiungono gli organizzatori.

La formula del Sony World Photography Awards è di aprire le porte in due sezioni distinte sia ai professionisti della fotografia sia ai fotoamatori di tutto il pianeta, in una lunga serie di diverse categorie. «Villa reale di Monza è senza dubbio la scenografia più preziosa entro la quale valorizzare il contenuto degli scatti fotografici premiati per aver dato espressione e interpretazione alle vite e alle problematiche che interessano l’intero pianeta attraverso generi e tematiche diverse – ha detto Attilio Navarra, presidente di Italiana Costruzioni e alla guida di Nuova Villa reale spa ha commentato con soddisfazione – . Siamo molto orgogliosi di poter ospitare per il terzo anno consecutivo la mostra dei Sony World Photography Awards, a conferma del ruolo centrale di Villa Reale nella vita culturale non solo di Monza, ma anche di Milano e provincia”.

Dal 13 settembre al 3 novembre 2019 – Villa Reale Monza

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Monica Silva – Sacro e profano

Sacro & Profano

La Fondazione Maimeri (https://www.facebook.com/fondazionemaimeri/) di Milano presenta la mostra fotografica dell’Artista Monica Silva (www.msilva.photography/) – fotografa brasiliana di fama internazionale, grande ritrattista e versatile artista – “Sacro e Profano” in esposizione presso lo spazio M.A.C. di Milano (Piazza Tito Lucrezio Caro, 1) dal 17 al 21 Settembre 2019. In esposizione 40 opere della fotografa, da quelle più famose agli ultimi scatti inediti,  tratte dai suoi famosi portraits e dai progetti “Banana Golden Pop Art” (2014), “Lux et filum – una visione contemporanea di Caravaggio” (2015), “Flower Power Series Pop Art” (2018), “Coca Cola Series” (2019) e “Sexy Pop Fruit Series” (2019).  

Il realismo magico di Monica Silva

“il titolo “Sacro e profano” – spiega Andrea Dusio, al quale è affidato il progetto di curatela della mostra – rimanda ad una dimensione intangibile che riguarda la capacità della retina di registrare qualcosa che l’obbiettivo non vede, e che appartiene a un atto magico, misterioso. [..] Quello che noi europei chiamiamo realismo magico non è altro che l’accettazione, o perlomeno la messa in discussione, di un elemento non spiegabile, irriducibile alla logica, e che però fa parte della realtà.”

Diversi i progetti in esposizione, come “Lux et filum – una visione contemporanea di Caravaggio”, lavoro che vanta il patrocinio culturale del Governo dello stato di San Paolo (Brasile) per essere “di rilevanza culturale e sociale e per contribuire in modo significativo alla diffusione della cultura”. Qui Monica Silva reinterpreta con coraggio e capacità uno dei massimi esponenti della pittura barocca, Michelangelo Merisi, partendo dalla semplice domanda “come sarebbero oggi raffigurati quegli stessi dipinti di Caravaggio”?

Andrea Dusio descrive così la reinterpretazione di Caravaggio: “[Le fotografie di Monica] s‘ispirano direttamente ad alcune delle opere più conosciute del Merisi, conservando in buona parte la composizione e l’impaginazione, il taglio e il formato, ma rinnovando radicalmente la raffigurazione, e in questo modo fuggendo al cliché seguito pedissequamente dai fotografi quando si misurano con le tele realiste del pittore lombardo”.

“Cruciale, per Monica Silva, è il riferimento alla storia dell’arte – dice Vincenzo Trione, critico e storico dell’arte – la frequentazione dei musei, il ritorno su alcuni capolavori della storia dell’arte. La fotografa brasiliana non aspira a recidere ponti o collegamenti: l’immagine, per lei, deve dischiudere sentieri inesplorati dentro gli anfratti della memoria. Vuole donare un retroterra culturale a ogni barlume poetico. Guarda soprattutto ai sontuosi artifici del Barocco, servendosi di imprimiture e velature. Una fotografia, per lei, non è una fantasticheria, né un modo per plasmare il nulla. Al contrario, è rielaborazione di motivi già consolidati nel nostro patrimonio”.

L’esposizione allo spazio M.A.C., tuttavia, non prevede solo opere del progetto “Lux et filum” ma anche opere di “Banana Golden Pop Art”, un omaggio giocoso all’estetica della Pop Art  e all’immagine iconica di Andy Warhol, e fotografie del progetto inedito “Sexy Pop Fruit Series”, dove “i rimandi iconografici sono un mero spunto per una dissacrazione praticata paradossalmente verniciando d’oro i frutti, con prepotente allusione alla metafora sessuale che appartiene sin dall’antichità alla pittura di genere. Ancora una volta, se la fotografia insiste spesso stancamente in un esercizio pleonastico di iperrealismo che è connaturato al mezzo, Monica pratica una sorta di iper-antinaturalismo. I suoi frutti sono soprattutto pensieri, provocazioni, icone sfrontate” dice il curatore della mostra.

Prosegue Dusio: “Il modo di fotografare di Monica Silva utilizza il linguaggio del pop e dell’immagine pubblicitaria come un dispositivo cromatico/formale rassicurante, che accontenta l’occhio distratto, per il quale la sua opera può essere assimilabile all’esuberanza di David LaChapelle, e lo fa tuttavia per aprire, io credo consapevolmente, una specie di affaccio sulla contemplazione di quello che contiene davvero un suo scatto, e che è per lo più invisibile agli occhi. Il linguaggio di Monica è infatti una forma estremamente personale di realismo magico.”

Come tutto il filone Pop Art, anche “Coca Cola Series” – sempre in esposizione al M.A.C. – è un omaggio divertente all’estetica di Warhol che il curatore del progetto descrive così: ““Coca Cola Series Pop Art”: un gioco sull’icona e sul brand che scardina la divisione tra le sezioni della mostra.Si tratta infatti di variazioni compositive e tematiche che stanno al riparo dalla decontestualizzazione del prodotto su cui si fonda la riflessione storicizzata della Pop Art.

In mostra, infine, i famosi portraits dell’Artista: “I suoi Portraits aiutano la persona ritratta a tirar fuori qualcosa di sé che ha paura di esibire. E questo è tanto più vero quanto il soggetto è una donna, perché attraverso il volto e il corpo la fotografa brasiliana racconta sempre qualcosa della propria storia, un fatto individuale che è condiviso con chi sta davanti all’obiettivo, qualcosa che ha intravisto e che sente appartenere a tutte le donne” – conclude Andrea Dusio

Dal 17 al 21 Settembre 2019 – Spazio M.A.C. – Milano

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FORME DEL VERO – Nino Migliori

Oltre 40 fotografie tra le più conosciute, tratte dalle serie: Gente, Muri e Manifesti strappati, che hanno reso famoso in tutto il mondo l’autore emiliano. Un’occasione unica, nello splendido scenario del Monastero di Astino a Bergamo, per ripercorrere l’opera di un maestro italiano vivente della fotografia contemporanea, che dal 1948, svolge uno dei percorsi più diramati e interessanti della cultura d’immagine europea.

Nino Migliori è il più autorevole e multiforme ricercatore italiano nel campo della fotografia. A una produzione vicina al cosiddetto Neorealismo, ha sempre affiancato una ricerca concettuale all’interno del versante più avanzato dell’Informale europeo, svolgendo uno dei percorsi più diramati e interessanti della cultura d’immagine europea.

Pioniere degli sconfinamenti tra fotografia e arte, ha elaborato immagini inedite attraverso la ricerca della dimensione del non visibile, partendo sempre dall’esplorazione delle superfici, quali catalizzatrici di profondità e di complessità. Un alchimista dell’immagine, dalla profonda e radicata fede nell’etica antica della fotografia, che ha contribuito con la sua opera a spingere sempre più là e più a fondo le possibilità espressive del linguaggio fotografico.

L’opera di Nino Migliori può essere letta come un unico grande poema. Come evidenzia il curatore Corrado Benigni nel saggio introduttivo del catalogo edito in occasione della mostra da Silvana Editoriale (€ 25,00): “l’opera di Nino Migliori è una riflessione sull’individuo attraverso le sue tracce. I suoi scatti non riproducono la realtà, bensì l’idea di realtà, servendosi semmai della fotografia come materiale espressivo, dalla straordinaria, inarrivabile referenzialità informativa e metaforica”.

17 maggio | 30 settembre 2019 – Monastero di Astino (BG)

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Steve McCurry – Cibo

Arriva in prima mondiale ai Musei San Domenico di Forlì, dal 21 settembre al 6 gennaio, la mostra ‘Cibo’ di Steve McCurry, un’esposizione inedita con 80 scatti del fotografo americano quattro volte vincitore del World Press Photo. Sarà una sorta di racconto per immagini sul cibo come “elemento universale eppure diverso da Paese a Paese e ponte di conoscenza tra i popoli. Un giro del mondo sui modi di produrlo, trasformarlo e consumarlo, mettendo in evidenza il suo valore, l’attenzione al non spreco”.

Il progetto scenico si sviluppa in cinque sezioni che seguono il ciclo di vita del cibo: le foto, scattate tra America Latina, Asia ed Europa nella sua ultratrentennale carriera, sono accompagnate da strutture scenografiche e video per un’esperienza “immersiva dal punto di vista fisico ed emozionale”. “Ogni fotografia di Steve McCurry – commenta la curatrice Monica Fantini – cerca l’universale nel particolare. E’ paradigmatica di una persona o di un’intera comunità”.

dal 21 settembre al 6 gennaio – Musei San Domenico di Forlì

OsmosiJuan David Galindo | Francisco Navarrete Sitja | Eduardo Ruiz | Anna Irina Russel

Il centro Sant Andreu Contemporani di Barcellona, ha il piacere di presentare a Milano la mostra collettiva dal titolo Osmosi a cura di Alessia Locatelli. Esposti i lavori di 4 artisti catalani Under35 selezionati a seguito della vittoria della curatrice di una open call internazionale per la giuria del Premi Miquel Casablancas, cui ha partecipato grazie ad una residenza curatoriale sostenuta nel maggio 2019 dal Sant Andreu Contemporani, realtà culturale con un focus nelle arti visive del contemporaneo connessa al Comune di Barcellona.

La natura ha delle sue regole che non necessariamente si trovano in condizione di favorire la presenza o creare sviluppo per l’essere umano. Come sappiamo, la nostra comparsa è avvenuta sul pianeta solo dopo parecchio tempo dalla sua genesi, non possono dunque essere destinate all’uomo le leggi che da sempre regolano gli equilibri terrestri. Eppure, questo piccolo essere vivente è l’unico che, nel breve arco della sua evoluzione, è stato capace di alterare e modificare in maniera quasi irreversibile le condizioni della natura stessa, la cui risposta spesso si traduce in un tentativo di aggressivo riequilibrio attraverso il compiersi delle catastrofi naturali.

Osmosi affronta una riflessione contemporanea sul tema dell’equilibrio Uomo-Natura. La collettiva d’arte contemporanea inaugura il 12 settembre 2019 presso gli spazi di CityArt in via Dolomiti 10 a Milano e resta aperta per un mese. I 4 artisti invitati – Juan David Galindo, Francisco Navarrete Sitja, Eduardo Ruiz e Anna Irina Russel – porteranno un’opera che riflessiona sul tema attraverso l’approccio a differenti modalità di linguaggio e materiali.

I lavori si sviluppano all’interno di City Art, luogo individuato per la sua vocazione pubblica e collaborazione con il Comune di Milano in sinergia con progetti territoriali, pubblici e giovanili.

Entrando nella sala espositiva si incontra l’installazione Strategie per una comunicazione Æfectiva di Anna Irina Russel. La potenzialità rappresentata dalla luce viene esplorata da Anna Irina Russel in funzione dei meccanismi di comunicazione/potere spesso appartenenti ad apparati militari. Meccanismi riscontrabili anche nel campo delle esplorazioni spaziali che oggi godono di una rinnovata attenzione e i cui elementi portanti sono la tecnologia ed il denaro investito e che vanno a cambiare la prospettiva romantica dell’esplorazione spaziale come desiderio di condivisione del sapere e incontro con creature aliene, tanto sostenuto del secolo precedente.

Un grande tavolo accoglie il complesso progetto di investigazione di Francisco Navarrete Sitja sulla relazione tra l’acqua e lo sviluppo della presenza umana dal titolo L’Acqua è per il Corpo, il Corpo per le Alghe, l’Alga per il Sentiero. Il lavoro si caratterizza nel tentativo di analizzare alcuni immaginari territoriali legittimati nel carattere simbolico da una certa espressione materiale dell’ambiente. In relazione a ciò, quando l’autore si interroga sui materiali trovati (rocce, minerali, acqua, falesie e alghe…) ciò che prova ad indagare sono le presenze non-umane come fattori abilitanti di nuovi orizzonti di significato rispetto a come comprendiamo, esercitiamo e ci rapportiamo all’ambiente.

Azul Abandonado di Edurado Ruiz presenta tre copie della rivista National Geographic esposte a differenti ore e livelli di radiazione solare per illustrare le perdite di colore in base alla sensibilità all’azione della luce e la forza di questa sulla nostra quotidianità. “Potremmo ancora in futuro vivere i luoghi pubblici e la socialità nella stessa maniera?” Si domanda l’autore. Una risposta che toccherà alle future generazioni. Che a noi resti almeno una consapevolezza critica degli effetti a volte inarrestabili dell’attività umana e delle sue abitudini.

In una stanza a parte il progetto installativo di Juan David Galindo dal titolo NowHere or in the Middle of the Ocean riflette – concettualmente e concretamente – sugli spazi artificiali associati all’immaginario del turismo di massa, altro tema portante nell’indagine sui mutamenti dei rapporti tra uomo e natura.

Dal 13 Settembre al 12 Ottobre 2019 – CityArt – Milano

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Images of Italy – Contemporary Photography from the Deutsche Bank Collection

Dal 26 settembre al 27 ottobre 2019, la GAM, Galleria d’Arte Moderna di Milano ospita “Images of Italy – Contemporary Photography from the Deutsche Bank Collection”, la prima mostra in Italia che presenta una selezione di opere fotografiche della Deutsche Bank Collection, una delle principali collezioni corporate d’arte contemporanea a livello mondiale.

È un percorso tra le immagini dell’Italia fermate dall’obiettivo dei più noti artisti italiani e tedeschi, quello che si snoda tra la Sala da Ballo, la Sala 29 e la Sala del Parnaso della GAM. La mostra comprende fotografie scattate a partire dagli anni Cinquanta e fino ai giorni nostri da Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Armin Linke, Candida Höfer e Heidi Specker, solo per citarne alcuni. 

I fotografi si accostano alla storia e alla cultura italiane in modo molto diverso, dedicando le loro opere al turismo di massa e al retaggio del moderno oppure riflettendo nelle immagini la bellezza classica dell’architettura e del paesaggio. Al centro dell’attenzione, oltre all’esperimento formale, si ritrova sempre una visione estetica o sociale del Paese.

Una mostra che unisce l’interesse per il contemporaneo della GAM a quello di Deutsche Bank che ha raccolto, dalla fine degli anni Settanta, opere provenienti dai diversi Paesi nei quali opera a livello globale. Sin dalla nascita della collezione, la fotografia contemporanea ha occupato un ruolo di primo piano, oggi le opere di Images of Italy sono esposte nelle tre sedi italiane del Gruppo: il quartier generale di Milano Bicocca, l’edificio milanese di via Turati e la sede di Piazza SS. Apostoli a Roma.

Images of Italy – Contemporary Photography from the Deutsche Bank Collection” è organizzata e curata da Deutsche Bank e Galleria d’Arte Moderna di Milano e ha il patrocinio del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania, Milano, e del Goethe-Institut Mailand.

26 settembre – 27 ottobre 2019 – Galleria d’Arte Moderna di Milano

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MigrationsFrancesca Di Bonito

Il 16 agosto 2019 alle 17:30 Francesca Di Bonito presenta nella sala Loft del PAN Palazzo delle Arti di Napoli il suo progetto multimediale Migrations che resterà in allestimento fino al 2 settembre 2019.

Migrations è un’esperienza artistica che analizza i fenomeni di spostamento e trasformazione degli esseri viventi. Un progetto multimediale, visivo e plastico sui flussi ciclici a cui sono sottomessi i corpi biologici e sociali.

Il tema delle migrazioni, al centro del progetto, è osservato da un punto di vista antropologico, come condizione evolutiva necessaria all’adeguamento umano in un mondo in continuo divenire, composto dagli inesorabili cicli naturali della vita ma anche dai costanti e mutevoli flussi geo-politici dettati dalle condizioni socio-economiche mondiali. I cicli biologici (corpi viventi) e gli spostamenti delle popolazioni (corpi sociali) si ritrovano in uno stesso movimento, mossi da pulsioni naturali e imperative che si interpenetrano.

La ricerca artistica espressa attraverso il progetto è quindi finalizzata a una riforma dei modelli di pensiero rispetto alla tematica dell’immigrazione che viene osservata come espressione temporale di una contingenza.

Al fine di trascrivere la nozione stessa di flusso e migrazione, il ritmo della narrazione scelto dall’artista, si costruisce intorno a composizioni visive in cui si alternano documenti scientifici, immagini documentarie, allegoriche, oniriche e simboliche. Allo stesso modo anche i formati scelti variano continuamente e alternano tagli monumentali a immagini molto piccole o di medio formato.

In occasione della mostra sarà possibile consultare il libro del progetto, pubblicato a giugno 2019.

Dopo la tappa napoletana il progetto sarà in mostra ad ottobre 2019 presso L’Angle Galerie di Hendaye e a novembre 2019 in occasione del FOTOFEVER al Carrousel du Louvre di Parigi.

Qui il link all’opera video “Lampedusa, ma(d)re mia” che sarà presentata nella sala video del PAN: https://www.francescadibonito.com/works/migration.php

16 agosto / 2 settembre 2019 – PAN Palazzo delle Arti Napoli

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Conoscete questa fotografa belga? Sanne De Wilde

Di Anna Brenna

Ciao, oggi vi voglio presentare una fotografa belga, Sanne De Wilde, che personalmente mi piace davvero tanto.

Il primo dei suoi lavori che ho avuto modo di apprezzare è The Island of the colorblind, che è stato esposto ad Arles un paio d’anni fa e che mi ha subito affascinato. Ho cominciato a cercare il libro, ma ahimè tutte le copie sono state vendute in un batter d’occhio e dopo poco era già fuori catalogo. Dopo aver invano setacciato il web alla ricerca, mi sono presa pure la briga di contattare la De Wilde per capire se ce ne fosse qualche copia ancora disponibile, ma ahimè a meno di 300 euro non c’era nulla di disponibile. :-/ Speriamo che prima o poi lo ristampino…

Date un’occhiata a tutti i suoi lavori, perchè secondo me merita davvero. Questo è il suo sito e questo è il suo profilo su Lensculture

Anna

Sanne De Wilde (Belgio, 1987) nella sua fotografia esplora il ruolo della genetica nelle vite della gente e quanto questo contribuisca a formare e influenzare le comunità. Le sue fotografie raffigurano persone che soffrono di una condizione che le rende vulnerabli agli occhi della società.

Si è laureata con lode con un Master in Fine Arts al Kask a Gand nel 2012. La sua serie fotografica “The dwarf empire” (L’impero dei nani ndt) è stata premiata con il Photo Academy Award 2012 e con l’International Photography Award Emergentes DST nel 2013. La serie Snow White (Biancaneve ndt) si è aggiudicata il 16° Prix National Photographie Ouverte e il NuWork Award for Photographic Excellence. Sanne si è inoltre aggiudicata il Nikon Press Award nel 2014 e nel 2016 come giovane fotografa più promettente.

Il British Journal of Photography ha selezionato la De Wilde come uno dei “migliori talenti emergenti del mondo” nel 2014. Inoltre ha recentemente ricevuto il Firecracker Grant 2016, il PHmuseum Women’s Grant e il de Zilveren Camera award per “The Island of the Colorblind” (L’isola dei daltonici ndt) e ancora più recentemente, nel 2019, ha vinto il World Press Photo per il suo progetto “Land of Ibeji” (La terra di Ibeji ndt) in collaborazione con la fotografa di Noor Benedicte Kurzen. I suo lavori sono stati pubblicati su tutte le maggiori testate internazionali (Guardian, New Yorker, Le Monde, CNN, Vogue) e messi in mostra in varie occasioni (Voies OFF, Tribeca Film Festival, Circulations, Lagos Photo, Lodz Fotofestiwal, IDFA, STAM and EYE).

Dal 2013, Sanne De Wilde lavora per il giornale olandese De Volkskrantm, ad Amsterdam e dal 2017 è membro di Noor.

Fonte (libera traduzione dal sito della fotografa)

The Island of the colorblind

Qui anche un video con lo sfogliato del libro (se per caso ne vedete una copia ad un prezzo accettabile, mi avvertite per favore? :-))

The dwarf empire

Snow White

Land of Ibeji

Qua trovate anche un’intervista all’autrice pubblicata su Lensculture:

Mostre di fotografia da non perdere a luglio

Ed eccoci anche questo mese al nostro appuntamento fisso con le mostre per il mese di luglio. Davvero interessanti.

E non dimenticate di dare un’occhiata alla nostra pagina sempre aggiornata.

Ciao, Anna

Larry Fink “Unbridled Curiosity” e Jacopo Benassi “Crack”

Con la programmazione estiva, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia lancia il nuovo format espositivo CAMERA DOPPIA: due mostre allestite in contemporanea negli spazi della galleria principale di Via Delle Rosine 18 a Torino che mettono in dialogo e a confronto due autori, diversi per generazioni e formazione, accomunati dall’approccio al linguaggio. In questo modo gli artisti in mostra riflettono dunque sulle sfumature e sugli utilizzi del mezzo fotografico e delle sue potenzialità di osservazione dei fenomeni che caratterizzano la società odierna.

Per il primo appuntamento di CAMERA DOPPIA, che aprirà al pubblico giovedì 18 luglio 2019, il direttore di CAMERA Walter Guadagnini ha curato la mostra antologica di Larry Fink (Brooklyn, New York, 1941), Unbridled Curiosity e il progetto di Jacopo Benassi (La Spezia, 1970) intitolato Crack. Le mostre – entrambe prodotte da “Fotografia Europea” di Reggio Emilia – presentano diversi aspetti comuni, sia dal punto di vista tematico che da quello specificamente fotografico: gli autori, infatti, utilizzano unicamente il bianco e nero e adottano l’uso del flash per focalizzare l’attenzione sul soggetto della rappresentazione, esaltandone atmosfera, forma e contenuto.

Nell’antologica del fotografo americano Larry Fink sono presentate oltre novanta immagini, realizzate tra gli anni Sessanta e oggi, che saranno esposte nelle prime cinque sale di CAMERA. La selezione in bianco e nero e di grande potenza estetica, mira a evidenziare quei legami tra le persone e tra le persone e i luoghi che Fink, nel corso di tutta la sua carriera, ha saputo immortalare con occhio attento e “sfrenata curiosità”, mischiandosi ai contesti, rubando momenti di intimità e mettendo in evidenza l’anima dei soggetti ritratti. Le grandi battaglie civili, i party esclusivi tra Hollywood e i grandi musei, la vita rurale, le palestre pugilistiche: nulla sfugge all’obiettivo di Fink. La mia vita è una cascata di rivelazioni empatiche – commenta Larry Fink. Una vita spesa cercando di costruire ponti tra le classi, le fatiche, i piaceri e le paure del dolore. Una vita trascorsa ad accumulare immagini che attestano un senso di meraviglia sensuale e sociale. Questo spettacolo è un viaggio sconnesso attraverso molte esperienze e sensazioni. È una testimonianza di curiosità sfrenata (Unbridled Curiosity).

Nella Sala Grande e nel lungo corridoio di CAMERA, invece, verranno allestite le sessanta immagini che compongono Crack, progetto che Jacopo Benassi ha realizzato mettendo al centro della sua riflessione il rapporto tra classicità e contemporaneità nei corpi e nei legami che gli individui instaurano con uomini e ambienti. Crack – commenta Walter Guadagnini – è un atlante del corpo, elaborato tra gli estremi della plastica antica e della flagranza fisica contemporanea. Il risultato è la sottolineatura non solo della decadenza in agguato tanto per il corpo umano quanto per il corpo scolpito, ma anche, e forse più, della possibilità di ricomposizione delle fratture, delle rotture e del fascino che anche questi elementi assumono nella nostra lettura del corpo e della forma. A tale visione concorrono anche l’incorniciatura delle singole opere e l’intero, sorprendente allestimento della mostra, che sono parte integrante del progetto espositivo e caricano le immagini di un’ulteriore, vitale tensione.  

La mostra è prodotta in collaborazione con Fondazione Nazionale della Danza – Aterballetto.

Le due mostre – commenta Walter Guadagnini, curatore delle mostre e direttore di CAMERA – segnano la costante attenzione di CAMERA alla produzione artistica contemporanea e la sua capacità di guardare sia alla scena italiana che a quella internazionale.

18 luglio 2019 – 29 settembre 2019 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Emiliano Mancuso. Una diversa bellezza. Italia 2003 – 2018

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale -Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è prodotta e organizzata da Officine Fotografiche con Zona, PCM Studio, Postcart edizioni in accordo con la famiglia di Emiliano Mancuso, ed è realizzata con il supporto di Digital Imaging partner di Canon.

La mostra è a cura di Renata Ferri che ha selezionato quattro differenti corpi di lavoro realizzati lungo l’arco di quindici anni in cui emerge un’umanità dolente, un’Italia ferita alla costante ricerca della sua identità in un perenne oscillare tra la conferma dello stereotipo e la cartolina malinconica.

Emiliano Mancuso ha usato tecniche e linguaggi diversi: bianco e nero, colore, immagini digitali o analogiche. E le polaroid, importanti poiché nella loro immediatezza accompagnano il passaggio dell’autore dall’immagine fissa a quella in movimento che lo porterà, nell’ultima parte della sua vita, a essere regista. Senza abbandonare il suo terreno d’indagine, semmai amplificandolo grazie all’audio e al video, Emiliano Mancuso traccia un paese intessuto di microstorie, di esperienze che ci appaiono nude nella loro sincerità.

In mostra saranno esposti i principali lavori di Emiliano Mancuso:

Terre di Sud (2003-2008): un progetto fotografico sul Mezzogiorno che, nell’epoca della globalizzazione, si trova ancora a fare i conti con i vecchi termini della “questione meridionale”. Dal lavoro è stato realizzato un libro, Terre di Sud, pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Postcart.

Stato d’Italia (2008-2011): un viaggio lungo tre anni attraverso l’Italia, alla ricerca di storie, cronache e volti della crisi economica e sociale: gli sbarchi di Lampedusa, Rosarno e la rivolta dei braccianti africani, i ragazzi di Taranto assediati dai fumi delle acciaierie Ilva. Anche questo lavoro è diventato un libro, Stato d’Italia, pubblicato nel 2011 da Postcart.

Il Diario di Felix (2016): è un lavoro realizzato a Casa Felix, la casa famiglia di Roma dove vengono ospitati sia minori del circuito penale che scontano misure alternative al carcere, sia minori civili. Il Diario di Felix racconta l’ultimo anno di permanenza all’interno della struttura di un gruppo di otto ragazzi.

Le Cicale (2018, co-regia di Federico Romano): è un viaggio intimo della vita di quattro persone, già andate in pensione o in procinto di andarci, e il loro barcamenarsi per riuscire ad avere delle condizioni di vita dignitose nonostante una vita di lavoro.

In esposizione circa 150 fotografie.

I differenti capitoli della mostra sono accompagnati dai testi di Lucia Annunziata, Domenico Starnone e di Mimmo Lombezzi, oltre che della curatrice Renata Ferri, con le traduzioni in inglese di Francesca Povoledo.

14 giugno – 6 ottobre 2019 – Museo di Roma in Trastevere

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Sally Mann – A Thousand Crossings

For more than forty years, Sally Mann (born 1951) has been taking hauntingly beautiful experimental photographs that explore the essential themes of existence: memory, desire, mortality, family, and nature’s overwhelming indifference towards mankind. What gives unity to this vast corpus of portraits, still lifes, landscapes and miscellaneous studies is that it is the product of one place, the southern United States.

Sally Mann was born in Lexington, Virginia. Many years ago she wrote about what it means to live in the South; drawing on a deep love for that area and a profound awareness of its complex historical heritage, she raised bold, thought-provoking questions – about history, identity, race and religion – that went beyond geographical and national boundaries.

This exhibition is the first major retrospective of the eminent artist’s work; it examines her relationship with her native region and how it has shaped her work. The retrospective is arranged in five parts and features many previously unknown or unpublished works. It is both an overview of four decades of the artist’s work and a thoughtful analysis of how the legacy of the South – at once, homeland and cemetery, refuge and battlefield – is reflected in her work as a powerful and disturbing force that continues to shape the identity and the reality of an entire country.

from 18 June 2019 until 22 September 2019 – Jeu de Paume Concorde, Paris

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FEDERICO PATELLANI. DA MONZA VERSO IL MONDO

Una ragazza sorridente che «sbuca» dalla prima pagina del Corriere della Sera il giorno della proclamazione della Repubblica, nel giugno 1946. Una foto-icona che racconta la speranza di un Paese che guarda avanti dopo il fascismo e la guerra. L’autore è monzese, Federico Patellani, classe 1911, maestro del fotogiornalismo italiano.

In Arengario dal 26 maggio. A lui è dedicata la mostra «Federico Patellani. Da Monza verso il mondo», a cura di Giovanna Calvenzi e Kitti Bolognesi, all’Arengario dal 26 maggio al 28 luglio (inaugurazione sabato 25 maggio alle ore 18).

La storia della costruzione dell’identità italiana. Il suo lavoro, commentano il Sindaco e l’Assessore alla Cultura, a oltre quarant’anni dalla sua morte, conserva ancora uno sguardo attuale e testimonia gli sforzi compiuti dagli italiani per la costruzione di un’identità comune, fatta di molti intrecci, sfumature culturali e di costume. La mostra consentirà ai monzesi di scoprire un fotografo eccezionale e, nel contempo, di presentare in Arengario un evento di altissima qualità culturale.

Il «giornalista nuova formula». Federico Patellani, uno dei più importanti fotografi italiani del XX secolo, è stato il primo fotogiornalista italiano. Già nel 1943 aveva indicato come doveva essere il «giornalista nuova formula»: un giornalista che, oltre a scrivere i testi, sapesse anche realizzare immagini «viventi, attuali, palpitanti». Patellani si avvicina alla fotografia dopo la laurea in Legge, durante il servizio militare in Africa nel 1935, quando documenta con una Leica le operazioni del Genio Militare italiano. Dal 1939 collabora con il settimanale “Tempo” di Alberto Mondadori che si rifaceva all’esperienza dell’americano «Life» adattato alla realtà italiana. Sensibile e colto narratore, testimone puntuale della società italiana, Patellani (scomparso a Milano nel 1977) racconta senza retorica l’Italia nel dopoguerra, che cerca di dimenticare il passato recente e di ritrovare le proprie radici, ma narra anche la ripresa economica di un Paese che sta cambiando pelle, passando da contadino a industriale, la moda, il costume e la vita culturale.

L’Italia in cento scatti. Le curatrici hanno selezionato dal Fondo conservato presso il Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo, costituito da quasi 700 mila immagini tra stampe originali, negativi, diapositive e provini a contatto, un centinaio di fotografie in bianco e nero che meglio rappresentano le tappe fondamentali della carriera di Patellani dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Sessanta, quando il fotografo si dedicò soprattutto alla fotografia di viaggio. Il percorso espositivo è suddiviso in sezioni che rappresentano i temi più importanti della sua produzione: la distruzione delle città italiane alla fine della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione e la ripresa economica, il sud Italia e la Sardegna, la nascita dei concorsi di bellezza e la ripresa del cinema italiano, i ritratti dei più importanti intellettuali del Novecento come Benedetto Croce, Thomas Mann, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Bruno Munari. E grazie all’amicizia con registi e produttori come Carlo Ponti, Mario Soldati, Dino De Laurentiis e Alberto Lattuada, realizza servizi fotografici sui set di importanti film italiani e internazionali e ritrae alcuni tra i volti più noti del cinema: da Totò ad Anna Magnani, da Gina Lollobrigida a Silvana Mangano, da Vittorio De Sica a Luchino Visconti e da Sophia Loren a Roberto Rossellini.

La Monza del dopoguerra. Una sezione è dedicata alle fotografie di Monza. Alcune immagini inedite, che raccontano la città, le gite domenicali al Canale Villoresi, il Parco e l’Autodromo negli anni del dopoguerra, eleganti servizi di moda in Villa Reale e l’amico e artista monzese Leonardo Spreafico, ritratto nel suo studio

L’omaggio a «Stromboli». Infine un omaggio al film di Roberto Rossellini «Stromboli. Terra di Dio», a quasi settant’anni dalla sua uscita: a fianco degli straordinari ritratti di Ingrid Bergman e del regista, una bacheca con le pagine del servizio pubblicato da «Tempo» nel 1949, che documentano la realizzazione del film, i luoghi e i protagonisti, insieme ai provini delle immagini che raccontano il metodo di lavoro di Patellani.

Dal 25 Maggio 2019 al 28 Luglio 2019 – Arengario Monza

Le mostre di Cortona On The Move

Torna anche quest’anno il famoso festival di Cortona con una nuova edizione e dun nuovo tema.  Il focus di quest’anno si muove attorno al rapporto tra gli umani e il paesaggio. La natura e l’ambiente sono parole chiavi ai giorni nostri. Sia nell’ambito delle problematiche ecologiche e urgenti che vanno affrontate, che in relazione alla situazione economico-sociale mondiale, il territorio è un protagonista centrale del vivere umano.

Il festival quest’anno ospita mostre di Simon Norfolk, Paolo Verzone, Diana Markosian, Gideon Mendel e Nadia Bseiso, tra le altre. Trovate il programma completo e con tutte le location qua.

Dall’11’luglio al 29 settembre – Cortona sedi varie

The Red Road Project – Carlotta Cardana e Danielle SeeWalker

Sage Honga, 22 (at time of photograph), of the Hualapai tribe, earned the title of 1st attendant in the 2012 Miss Native American USA pageant. From that point forward, she has been encouraging Native youth to travel off the reservation to explore opportunities. In Native American culture, knowledge is power and the youth are encouraged to leave the reservations, receive an education and then come home to give back to your people. Sage continues to speak to youth focusing on four fundamental principles: traditionalism, spirituality, contemporary issues and education. Sage stands at the base of the Grand Canyon in waters that are sacred to her people. She wears a traditional, hand-made dress and natural make-up on her face.

Il Museo del Paesaggio di Verbania presenta presso gli spazi di Villa Giulia a Verbania Pallanza The Red Road Project”, un progetto della fotografa Carlotta Cardana e dell’artista Lakota Danielle SeeWalker.

La mostra, curata e prodotta da Fonderia 20.9 di Verona, mette al centro il rapporto tra identità della comunità, cultura e paesaggio, nello specifico con una rilettura del complesso legame odierno dei nativi d’America con la loro terra e la cultura tradizionale. Circa 70 opere, tra immagini d’archivio e fotografie realizzate appositamente per il progetto, esplorano e documentano il rapporto tra la cultura tradizionale dei nativi americani e l’identità delle popolazioni tribali di oggi, in un viaggio tra diversi stati USA.

IL PROGETTO DI RICERCA ARTISTICA SECONDO LE AUTRICI

Costituendo appena l’1% della popolazione americana totale, i nativi americani vivono spesso ai margini e la loro voce non viene ascoltata. Hanno subito, e subiscono tuttora, una sorta di segregazione forzata occupando gli ultimi posti della società americana secondo tutti gli indicatori, dal tasso di disoccupazione dell’88 per cento, alla seconda più bassa aspettativa di vita al mondo. Non è azzardato affermare che le riserve indiane siano “isole di Terzo mondo” all’interno della più grande potenza economica mondiale. Tossicodipendenza, alcolismo, abusi sessuali, povertà, criminalità e i più alti tassi di suicidio nel Paese sono solo alcune delle conseguenze di secoli di oppressione e continui tentativi di assimilazione.

The Red Road Project  (La Strada Rossa) vuole esplorare il rapporto tra la cultura tradizionale dei nativi americani e l’identità delle popolazioni tribali di oggi, attraverso un viaggio in North Dakota, South Dakota, Wyoming, Nevada, Colorado, Arizona, New Mexico, California, Louisiana, North Carolina.

Il titolo di questo progetto si riferisce agli insegnamenti che incoraggiano a seguire “la strada rossa”, ovvero procedere verso un cambiamento positivo nonostante un contesto avverso, ed è per questo ancora più sorprendente lo sforzo dei nativi per migliorare le condizioni delle comunità e riconquistare la propria identità. Il legame con la terra, con la lingua e le tradizioni sono solo alcuni degli strumenti utilizzati per il processo di legittimazione e di miglioramento.

La mostra, oltre a guardare alla condizione attuale dei nativi americani, racconta anche alcuni fatti storici come quello delle “boarding schools”, i collegi in cui venivano mandati i bambini indiani, tra la fine del diciottesimo e inizio del diciannovesimo secolo, fino al compimento della maggiore età. Operando in base al motto “uccidi l’indiano, ma salva l’uomo”, queste scuole hanno causato la quasi totale perdita delle tradizioni e della lingua.

DAL 09/06/2019 AL 29/09/2019 – Museo del Paesaggio – Verbania

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SOTTO LA TENDA DI ABRAMO – DEIR MAR MUSA EL-HABASCI – Ivo Saglietti

La mostra racconta, attraverso le immagini di Ivo Saglietti, la vita e le giornate all’interno dell’antico monastero siro antiocheno Deir Mar Musa el-Habasci (San Mosè l’Abissino), un luogo dove tutte le comunità religiose si possono incontrare, creando dei momenti comuni di dialogo e di preghiera. Alla ricostruzione del monastero, voluto fortemente da Padre Paolo Dall’Oglio, hanno partecipato sia musulmani che cristiani.

“Il tuo modo di fotografare è un vivere assieme, nella luce normale del quotidiano, dal mattino, alla sera, alle candele della notte, senza schermi, riflettori e lampi. La tua macchina fotografica è discreta, rumore quasi zero. Ma non è per rubare le immagini; è piuttosto per riceverle con cortesia e affetto. I tuoi scatti non sono quelli d’un fotoreporter, ma quelli d’un compagno di strada che diventa amico”.

Questo breve passo tratto da una lettera di Padre Paolo Dall’Oglio a Ivo Saglietti, ci fa capire pienamente il rapporto venutosi a creare tra l’autore e la comunità presente nel Monastero.

Orario mostra tutti i giorni 10-18

dal 13 luglio all’08 agosto 2019 – Forte di Santa Tecla – Sanremo

Il mondo nell’obiettivo – I fotografi delle Ong

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra fotografica “Il Mondo nell’obiettivo. I fotografi delle Ong” curata da Claudio Pastrone in collaborazione con Giovana Calvenzi e Giuseppe Frangi. L’esposizione si terrà da sabato 15 giugno a domenica 8 settembre 2019 presso il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2) con inaugurazione il 15 giugno alle ore 17.30 e preceduta, alle ore 16.00, da un incontro-dibattito presieduto da Giuseppe Frangi della rivista VITA, organo di informazione di riferimento per le maggiori Ong italiane, con la partecipazione di rappresentanti delle Ong, dei fotografi e dei curatori per parlare delle opere esposte e delle motivazioni che le hanno fatte nascere.

“Mai come in questi tempi il tema delle Organizzazioni non governative è stato al centro dell’attenzione pubblica- scrive Giuseppe Frangi, che ha realizzato l’opera di scouting dei lavori in mostra -. È un’attenzione che spesso ha assunto toni polemici e verbalmente violenti, che finisce con il relegare in secondo piano il lavoro capillare e sistematico che la cooperazione italiana continua a svolgere in contesti difficili e marginali.

È un’azione meritoria, sia a livello sociale che culturale, che tra le sue ricadute ha anche quella di tenere aperti canali di conoscenza con aree dimenticate del mondo. In molti casi questo è anzi un impegno prioritario di cui le Ong si fanno carico, come dimostra la mostra proposta dal Centro italiano di fotografia. Sono decine i fotografi che in questi anni recenti, grazie all’appoggio delle organizzazioni, hanno documentato contesti ed emergenze dimenticati. Non si tratta semplicemente di testimoniare con le immagini i progetti che gli enti di cooperazione hanno realizzato. L’obiettivo è sempre più largo, al punto che questi reportage finiscono con lo svolgere quasi una funzione di supplenza rispetto ad una grande informazione, sia carta stampata che televisiva, che hanno sempre più ridotto impegno ed investimenti rispetto all’informazione internazionale. Il risultato è stato quello di ridurre le conoscenze e di alimentare inevitabilmente una cultura dell’indifferenza.

Le Ong invece hanno continuato ad investire, pur in tempi non semplici, nella documentazione soprattutto visiva, mostrando in particolare una grande fiducia nello strumento fotografico. La fotografia nella sua oggettività garantisce uno sguardo ravvicinato e fedele; è anche coinvolgente e quindi capace di mobilitare le coscienze rispetto a situazioni che richiedono un impegno diffuso. I fotografi delle Ong infatti mettono in campo professionalità, passione e anche un’adesione solidale agli obiettivi delle Ong, ben riconoscibile nei lavori presentati a Bibbiena.”

La mostra vede coinvolte le Ong e i fotografi:

•             ActionAid (fotografi Alessandro Serranò e Marco Gualazzini)             Amref (fotografe Diana Bagnoli e Valentina Tamborra)

             Amref (fotografe Diana Bagnoli e Valentina Tamborra)

•             AVSI (fotografi Stefano Schirato e Andrea Signori)

•             AVSI  – CHE ARTE (fotografo Tanino Musso)

•             CIAI (fotografi Studio14photo: Marco Sartori, Andrea Arcidiacono e dei fotografi Massimiliano Pescarolo e Alessandro Castiglioni)

•             COOPI ( fotografo Abdoulaye Barry)

•             Emergency ( fotografo Mario Dondero)

•             Fondazione Francesca Rava – Nph Italia (fotografo Stefano Guindani)

•             Funima International (fotografo Giovanni Marrozzini)

•             Save the Children (fotografi Francesco Alesi e Giancarlo Ceraudo)

•             WeWorld (fotografa Isabella Balena)

15 giugno – 8 settembre 2019  – CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore

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A CERTAIN BLOOM – Kristina Bengtsson

A certain bloom è una mostra di Kristina Bengtsson presso Fonderia 20.9 a Verona. La mostra è a cura di Paola Paleari ed è la prima presentazione personale dell’artista svedese in Italia.
Nella sua pratica, Bengtsson spesso esplora lo spazio residuo tra le categorie razionali prestabilite che adottiamo per orientarci nella nostra vita quotidiana. La mostra indaga nozioni quali il romanticismo, il tempo, la natura e l’artificio – concetti creati dall’uomo, e quindi altamente soggettivi e aperti all’interpretazione.
Presso Fonderia 20.9 viene presentata una selezione di lavori, in origine realizzati individualmente e in momenti diversi, che qui si uniscono in un concerto di voci orchestrate per l’occasione. Combinando fotografia, scultura, scrittura e suono, A certain bloom suggerisce che il modo in cui definiamo le cose non dovrebbe influenzare ciò che esse sono realmente.

21.6 – 13.7.2019 – Fonderia 20.9 – Verona

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Nicholas Dominic Talvolta – Model 3255

Fotografia in pellicole 35mm, registrazioni analogiche, musica dal vivo.
Installazione con tromba, synth analogico e anni di registrazioni con micro-cassette che si mescolano per creare una colonna sonora dal vivo e permettere agli ospiti di vedere le fotografie durante l’inaugurazione della mostra.

Dal 15 giugno al 5 luglio – Spazio Raw – Milano
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La serialità in fotografia

Ciao, oggi vorrei mostrarvi qualche esempio di fotografi seriali, a dimostrazione che la serialità in fotografia ha un suo preciso significato e non è affatto banale. Vi segnalo alcuni lavori che a me sono particolarmente piaciuti. Sicuramente mi sarò persa qualcuno, ma nel caso segnalatemelo. Alcuni lavori sono davvero eccezionali. Spero piacciano anche a voi.

Anna

Per cominciare, ecco una citazione dal film Smoke – Le fotografie del mio angolo, che vi può aiutare a meglio comprendere ed apprezzare il significato della serialità. Se non lo avete visto, lo consiglio caldamente.

Ogni mattina, alle otto in punto, Auggie Wren, gestore di una tabaccheria piazza il cavalletto e la macchina davanti al suo negozio e scatta una foto all’angolo fra la Terza Strada e la Settima Avenue: “E’ per questo che non vado in vacanza – dichiara – , devo stare qui ogni mattina, alla stessa ora, ogni mattina nello stesso posto alla stessa ora. E’ il mio progetto. Quello che puoi chiamare il lavoro della mia vita. E’ la documentazione del mio angolo”. L’amico scrittore è un po’ sconcertato nel vedere tante fotografie che sembrano tutte uguali.  Questo il dialogo che ne scaturisce:

“PAUL Ma sono tutte uguali.
AUGGIE Il posto è lo stesso, ma ogni foto è diversa dall’altra. Ci sono le mattine col sole e quelle con le nuvole, c’è la luce estiva e quella autunnale. Ci sono i giorni feriali e quelli festivi. C’è la gente con cappotto e stivali e gente in calzoncini e maglietta. Qualche volta la gente è la stessa, qualche volta è diversa. E talvolta la gente diversa diventa la stessa mentre quella di prima scompare. La terra gira intorno al sole e ogni giorno la luce del sole colpisce la terra con un’inclinazione diversa. “

Ma cominciamo con gli esempi pratici.

Come primo esempio di serialità, anche da un punto di vista storico/cronologico, comincerei con i coniugi Becher, che  alla fine degli anni Cinquanta cominciano a fotografare strutture industriali nella valle della Ruhr. Nei decenni seguenti fotografano fabbriche e strutture affini in Europa e negli Stati Uniti, ordinandole per tipologie. Ecco qualche esempio:

Immagino che i Becher siano piuttosto conosciuti ai più di voi e avrete visto più o meno tutti queste immagini. Oggi vorrei quindi, mostrarvi qualcosa di più nuovo e moderno. E magari a voi sconosciuto.

Ad esempio, Peter Funch, che con 42nd and Vanderbilt, in sostanza replica in chiave più moderna, il lavoro del nostro Auggie in Smoke: scatta immagini ogni giorno tra le 8.30 e le 9.30, dal 2007 al 2016, all’angolo sud tra la 42 strada e la Vanderbilt Avenue a New York. Le immagini sono veramente tantissime ed è proprio questa la forza del lavoro. Addirittura, si vedono alcuni personaggi abitudinari che si rivedono, sempre uguali a se stessi o che invecchiano e cambiano il proprio aspetto o atteggiamento nel corso degli anni. Davvero interessante. Qua sotto qualche esempio.

Un altro fotografo che si è cimentato con alcuni progetti seriali è Nick Turpin. In particolar modo a me sono piaciuti i suoi due lavori Phone Nation, che raffigura immagini di persone su sfondo neutro, di spalle con un telefonino in mano. Straniante.

e Through a glass darkly, fatto di immagine di persone riprese attraverso i vetri di un bus notturno. Che ne pensate? A me vien voglia di vederne all’infinito.

Facciamo ora un salto geografico in Italia, con l’amico Alex Liverani, anche se le fotografie di questo progetto sono state scattate a Londra. Il lavoro si chiama Break into Break. I soggetti sono impiegati della City o comunque lavoratori londinesi, ripresi da Alex durante le loro pause (break) dal lavoro. L’elemento geometrico è fondamentale e il bianco e nero crea una sorta di texture con gli sfondi, che trovo molto interessante.

Il prossimo lavoro seriale che mi ha colpito si chiama Shadows (titolo originale in spagnolo De entre las sombras), del fotografo spagnolo Rodrigo Roher, che ha ritratto figure umane (o parti di esse) che emergono dal buio, illuminati solo parzialmente da una lama di luce. Suggestive.

E che dire di Tanztee di Andrea Gruetzner? La fotografa tedesca si è divertita a riprendere il dettaglio delle braccia e dell’abbinamento degli abiti – un incontro scontro di fantasie – in coppie di ballerini (probabilmente tedeschi e di una certa età). Immaginatevi la serie appesa al muro, una foto accanto all’altra. Davvero potente come effetto visivo.

Mi raccomando, se avete qualche “serial photographer” da segnalare, fatelo nei commenti a questo articolo, che magari ne facciamo una seconda puntata. Grazie! Ciao, Anna

Gregor Sailer e le sue architetture evanescenti

Ciao, normalmente non vado matta per la fotografia di architettura, ma devo dire che questo autore austriaco mi ha davvero colpito. Che ne pensate?

Anna

Gregor Sailer (1980, Schwaz, Austria) vive e lavora in Tirolo, Austria.        Tra il 2002 e il 2007, Gregor Sailer ha studiato comunicazione e design, con un focus sulla fotografia e il cinema sperimentale, all’università di Dortmund di scienze applicate e arti. Nel 2015 ha ottenuto un master in studi fotografici dallo stesso istituto. Gregor ha ricevuto numerosi premi internazionali e ha avuto varie pubblicazioni e mostre a New York, Washington, Parigi, Berlino, Francoforte, Colonia, Monaco, Perth, Arles, Salisburgo, Krasnoyarsk, New Delhi, Barcellona, Vienna, Praga e Budapest. 

Il suo lavoro più conosciuto è The Potemkin Village. L’espressione “villaggi Potemkin” arriva da lontano. Secondo la leggenda, nel 1787, durante la visita dell’imperatrice russa Caterina II in Crimea, il governatore della Russia meridionale Grigory Aleksandrovich Potemkin fece costruire dei palazzi in cartapesta per nascondere le condizioni di degrado del paese. Da allora, “villaggi Potemkin” è usato per convincere qualcuno a pensare che una situazione sia migliore della realtà.

Gregor Sailer è andato alla ricerca di tutti i villaggi Potemkin esistenti oggi, viaggiando in Russia, Svezia, Germania, Francia, Stati Uniti e Cina alla ricerca di questi luoghi artificiali. Gregor Sailer fonda le sue immagini sul rapporto tra autenticità e illusione, costringendo chi osserva a interrogarsi sulla sua capacità di discernimento e conoscenza tra ciò che è vero e ciò che è falso.

Da questo progetto è nato un libro edito da Kehrer Verlag, che al momento ahimè risulta fuori catalogo. Se siete interessati, provate a cercarlo su Amazon o su altri siti. Qua sotto vi allego un video prodotto dall’editore.

Qua il suo sito personale, se volete dare un’occhiata a tutti i suoi lavori.