Le sperimentazioni di Andrè Kertèsz, da conoscere!

La fotografia è la mia sola lingua. Io non faccio semplicemente delle foto. Io mi esprimo attraverso le foto”. Andrè Kertész

La sua fotografia è pura poesia un nuovo linguaggio che reinventa la realtà. André Kertész, grande maestro della fotografia del Novecento, offre sempre il suo sguardo unico ed eccezionale. Il poliedrico estro artistico di Kertész è raro davvero!

Nato a cavallo delle avanguardie storiche tra esplosione della fotografia e l’avvento del cinema, in un incredibile sviluppo di relazioni che intersecano esperienze artistiche, movimenti poetici e rivoluzioni estetiche.

Da Parigi a New York, gli anni più tormentati e difficili, carichi di una ventata pioneristica che sarà finalmente rivelata dalla mostra retrospettiva al Museum of Modern Art (MoMa) (1964).

Con oltre 70 anni di carriera come fotografo, Kertész ha influenzato il giornalismo e molta della fotografia degli anni a venire. Sfortunatamente, è stato uno di quei fotografi che non hanno mai ottenuto merito, per gran parte della sua vita. È diventato popolare a livello internazionale solo dopo la pensione, all’età di 68 anni.
Con il sostegno della grande comunità di artisti ungheresi, una volta trasferito a Parigi, è riuscito a pubblicare alcuni dei suoi lavori su riviste di diversi paesi europei. Nel 1927 Kertész fu il primo fotografo ad avere una mostra personale a Parigi. Quell’anno è stato uno dei suoi anni più produttivi in ​​termini di fotografia.

Poco dopo la morte di sua madre nel 1933, si sposò con Elizabeth Saly. Nel 1936 emigrarono a New York, dove era stato assunto dall’agenzia Keyston. Da allora il suo talento fotografico è rimasto sopito per quasi due decenni. Solo nel 1964 Kertész, dopo che il curatore del Museum of Modern Art organizzò una sua mostra personale, il talento venne riconosciuto. Nel periodo tra il 1970 e il 1980 le sue fotografie sono esposte in tutto il mondo e riceve anche numerosi riconoscimenti.

Le Pont des Artes, Paris, 1932- Clock of the Académie Française – Andre Kertesz

Wikipedia riassume al meglio la carriera fotografica di Kertész come segue. “Per gran parte della sua carriera, Kertész, è stato descritto come il” milite ignoto “che ha lavorato dietro le quinte della fotografia, raramente citato per il suo lavoro, fino alla morte negli anni ’80. Kertész ha trascorso la sua vita, nell’eterna ricerca di accettazione e fama”.

Nel tempo prova e sperimenta, diverse tecniche e diverse attrezzature
“Distortions” è il titolo di un libro a fine carriera di André Kertész ed è diventato il nome assegnato alla serie di nudi femminili distorti che ha fotografato nel 1933. Kertész aveva più di ottant’anni quando queste immagini divennero famose. Fino ad allora erano state viste sporadicamente.

Distortion #82; André Kertész (American, born Hungary, 1894 – 1985); Paris, France, Europe; 1933; Gelatin silver print. Paul Getty

Qui sotto potete vedere un video con le distorsioni fotografiche sul nudo.

“L’uso di Kertész della Polaroid SX-70, invece è intrecciato con la morte di sua moglie Elisabetta nell’ottobre 1977. Il fotografo, sempre interessato alle nuove tecniche, ha visto le possibilità di più lavoro intimo, offerte da questo processo allora innovativo.

André Kertész September 8, 1979 Polaroid SX-70

Qui sotto potete vedere un video sul suo lavoro in Polaroid.

André Kertész ~ Broken Plate, Parigi, 1929 “In questa foto di Montmartre, stavo solo testando un nuovo obiettivo per un effetto speciale. Quando sono andato in America, ho lasciato la maggior parte del mio materiale a Parigi, e quando sono tornato, ho trovato il sessanta percento delle lastre di vetro rotte. Questo l’ho salvato, ma aveva un buco. L’ho stampato comunque. Un incidente mi ha aiutato a produrre un effetto meraviglioso “.

(Broken plate, 1929, Paris): from a portfolio “Photographs Andre Kertesz 1929

Qui un articolo sull’autore

Ecco alcuni suoi libri

Ciao Sara!

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Da un libro a un’autrice: Lisetta Carmi

Infine pensai che avesse senso e fosse molto bello soffermarsi su una signora di oltre novant’anni dallo sguardo vivace e cercare di accendere la curiosità, se mai ce ne fosse stato bisogno, sul suo lavoro dotato al tempo stesso di bellezza e sensibilità.

Ma, onore al merito, la ragione per cui lo farò risiede in un libro dal titolo “A tu per tu. Fotografi a confronto” di Manuela De Leonardis edito da Postcard. (Qui il link per l’acquisto )

Il libro è formato da una serie di interviste ad autori contemporanei realizzate dall’autrice fra il 2011 e il 2016, e rappresenta un buon punto di partenza per approfondire la conoscenza dei personaggi coi quali si svolgono le conversazioni; ma più ancora un buon punto dal quale muovere riflessioni più o meno serie attorno alla fotografia, prendendo spunto dalle conversazioni raccolte.

Reso onore al testo dal quale sono partita, adesso posso parlare di lei, Lisetta Carmi, che ha dedicato solo vent’anni della sua vita alla fotografia, degli oltre novanta vissuti fino ad oggi, facendolo però totalmente, sfruttando lo strumento che teneva in mano nel modo migliore possibile, appoggiandosi alle possibilità espressive che metteva a sua disposizione e piegandolo alle sue necessità.

Ph Manuela De Leonardis

Disse di lei Pino Bertelli, in un saggio in cui analizzava il suo lavoro sui travestiti:  “ e’ una fotografa della diversità e la luce e la grazia delle sue fotografie sulle Drag Queens di Genova le hanno permesso di mostrare “un mondo nascosto”, ghettizzato o respinto […]. dalla lettura di queste immagini nessuno esce mai come prima […]”.

Il lavoro sui travestiti menzionato da Bertelli, quello per cui viene ricordata maggiormente, è stato parzialmente ripreso, in un volume dal titolo “La bellezza della verità” a cura di Giovanni Battista Marina che riprende aspetti diversi della fotografia della Carmi

La raccolta comprende infatti Sicilia, con immagini estratte da un lavoro realizzato su richiesta di un’azienda metallurgica di Dalmine, che le permetterà di lavorare con Leonardo Sciascia, accostando ai suoi testi immagini dei corsi d’acqua dell’isola, dei suoi abitanti e del lavoro che svolgeva la società che le commissionò il lavoro.

Un altro volume che raccoglie immagini scattate all’interno della metropolitana di Parigi: immagini che rimasero ad allietare il solo sguardo della donna che le creò per anni; Lisetta infatti, dopo averle raccolte in un libro col quale partecipò ad un solo concorso dove si classificò seconda, chiuse quello stesso libro in un cassetto per anni.

L’ultimo volume, che da poi il titolo all’intera raccolta : “La bellezza della verità” raccoglie una serie di ritratti di personaggi del mondo della cultura che lavorarono negli anni cui la Carmi fotografò ed è introdotto da un’intervista nella quale quest’ultima racconta cos’è stata la fotografia per lei, cosa le ha permesso di fare e scoprire, ma anche il ruolo che ebbe nella sua crescita personale, nel momento in cui le permise di avvicinarsi alle persone così tanto da poterle guardare davvero da vicino e liberamente.

L’insieme dei 4 libri alla fine, riesce a mostrarci chi era Lisetta Carmi fotografa, qual’era il suo stile e cosa cercava quando scattava; ma ci permette anche di scoprire il doppio mondo davanti al quale ci troviamo: quello rappresentato e quello di colei che lo rappresenta, l’esterno e l’interno, chi o cosa veniva rappresentato e raccontato, ma anche la persona che stava dietro la macchina fotografica.

Nel lavoro sui travestiti soprattutto, questa doppia possibilità si realizza, perché gli sguardi, la vicinanza ai soggetti, la voglia stessa di raccontarli in modo così onesto e sincero, parlano degli esseri umani che vediamo certo, ma ricordano anche che quella vicinanza al soggetto non è da tutti, ed è possibile solo attraverso una spiccata capacità empatica e una curiosità che spinga a scavare ben oltre la superficie delle vite che si stanno raccontando.

Potete acquistare a questo link la raccolta e dopo averlo acquistato potete mettervi comodamente sul divano, e sfogliare i quattro volumi lentamente, godendo della bellezza delle immagini che vi troverete davanti.

Biografia su wikipedia al seguente link

Potete leggere anche:

Ho fotografato per capiredi Lisetta Carmi

Le cinque vite di Lisetta Carmi di Calvenzi Giovanna

Arnold Newman, il ritratto ambientato.

Arnold Newman ( 3 marzo 1918, New York ) è considerato uno dei più grandi ritrattisti della seconda metà del ‘900. Assistente del fotografo ritrattista Leon Perskie, apre uno studio nel 1946. Beaumont Newhall ne riconosce subito il talento e Newman ottiene importanti riconoscimenti, fino a lavorare per la rivista LIFE.

Igor Stravinsky – New York, 1946
L’immagine del compositore seduto al pianoforte, fu rifiutata da Harper’s Bazaar, la rivista che gliela aveva commissionata.

Ritrae i volti dei maggiori esponenti nel mondo della letteratura, del cinema, della musica e della politica internazionale. Newman è considerato un maestro nel “ritratto ambientato”.

Ricordiamo fra i più famosi: Marilyn Monroe, Pablo Picasso, Marc Chagall, David Hockney, Georgia O’ Keeffe, Salvador Dalì e Andy Warhol, e tutti i presidenti americani a partire da Harry S. Truman.

Le sue immagine sono conservate in varie collezioni private e istituzioni.

Qui la sua biografia completa su Wikipedia

Qui il suo sito web

Per acquistare i suoi libri:

Storia di una fotografia: Il Ku Klux Klan in giostra.

Il 27 aprile 1926, il Cañon City Daily Record pubblicò una sorprendente immagine in prima pagina.

Effettivamente stonano un po’ questi uomini incappucciati su una giostra. La fotografia ha un impatto quasi grottesco.

Ku Klux Klan in giostra Photo di Rolfe

La foto è venuta poi alla luce più di 65 anni dopo, è servita a ricordare la storia di Ku Klux Klan.

Cañon City è stata la capitale del KKKlan dal 1924 al 1928: il governatore del Colorado Clarence Morley era un militante del gruppo, il senatore del Colorado Rice Means pure, così come il sindaco di Denver Benjamin Stapleton. Un po’ tutti insomma erano collegati.

Quando questa foto fu scattata nel 1926, il potere del Klan era al suo apice. Secondo il Daily Record, i soggetti furono invitati a posare per il ritratto dal proprietario della piccola ruota panoramica, il suo nome era William Forsythe, e portò le sue giostre a Fort Collins.

Il Ku Klux Klan si opponeva ai cattolici, agli ebrei, ai neri e ai nuovi immigrati.

Al culmine della metà degli anni ’20, l’organizzazione dichiarò di includere circa il 15% della popolazione della nazione, circa 4-5 milioni di uomini.

Ciao Sara

Dal sito rarehistoricalphotos

Giovani fotografi che hanno successo!

Alcuni giovani fotografi che stanno riscuotendo molto successo!

 Ann He
Specializzata nella fotografia di moda, Ann vanta importanti pubblicazioni su Vogue Girl Korea, Ache Magazine e Vision Magazine. Ha anche lavorato con Next Top Model d’America e Nike.

Fotografia di Ann He

Zev Hoover 
Zev Hoover è diventato famoso con la sua serie “Littlefolk”, è stato anche nominato uno dei 20 fotografi di maggior successo di Flickr con meno di 20 anni nel 2014. Si è sempre divertito a ritrarre piccole figure in ambienti naturali trasformandole in straordinariamente grandi, dimostrando il suo amore per gli elementi giocosi e surreali della fotografia.

Photo by zev hoover taken with edge 80 optic

David Uzochukwu
David Uzochukwu è un fotografo autodidatta che vive a Bruxelles. Ha scoperto il suo amore per la fotografia (e l’autoritratto in particolare) alla tenera età di tredici anni. Con oltre 40.000 fan sulla sua pagina Instagram e Facebook ciascuno, è sicuramente un talento!

Fotografia di David Uzochukwu www.daviduzochukwu.com

Berta Vicente
A soli 23 anni, Berta Vicente è un’altra giovane fotografa che si è già affermata nel settore. Specializzata in ritratti emotivi e scene suggestive. Il suo viaggio nella fotografia è iniziato quando aveva solo 14 anni, quando ha scoperto che le piaceva particolarmente ritrarre i suoi amici. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, tra cui città come Barcellona, ​​Londra e Parigi.

Fotografia di Berta Vicente

Alecsandra Dragoi 
Alecsandra Dragoi è nata in Romania e ora risiede a Londra dove lavora come freelance e vanta pubblicazioni sul Guardian e National Geographic Traveler UK. La sua fotografia gli è valsa numerosi premi ed è il vincitrice di prestigiosi concorsi come Sony Awards, Youth Category 2013, Getty Images + SCA Academy Photography Competition 2014 e National Geographic Traveler 2015.

Fotografia di Alecsandra Dragoi

Olivia Bee
Olivia Bee ha ricevuto il premio “20 Under 20” di Flickr. È una fotografa e regista di Portland, Oregon, ora vive a Brooklyn, New York, e anche a Los Angeles, in California. La biografia della fotografa spiega: “È incuriosita dalla bellezza della vita di tutti i giorni e da come la bellezza dei ricordi (reali o immaginati) ci tocca”. La fama di Olivia come fotografa ha ottenuto incredibili pubblicazioni, mostre, clienti e opportunità. Alcuni di questi includono: tenere conferenze TED sia ad Atene che ad Amsterdam, avere la sua personale a New York, pubblicazioni sul New York Times Magazine e lavorare con marchi come Apple, Nike, Disney e YouTube Music.

Portrait of The American West, 2017 Olivia Bee

Spero vi siano piaciuti, buona giornata, Sara

Intervista a MariaGrazia Beruffi, vincitrice del Premio Musa

Buongiorno, oggi per voi un’intervista della vincitrice della prima edizione del Premio Musa per donne fotografe.

Appassionatevi anche voi allo splendido lavoro di Mariagrazia Beruffi e ascoltate cosa ha da dirci, sul suo approccio alla fotografia.

Qui inoltre trovate una presentazione scritta da Ylenia Bonacina, giovane curatrice

Il lavoro di Mariagrazia Beruffi Chinese Whispers cerca di andare ad indagare quel particolare stato d’animo che le nuove generazioni di ragazzi cinesi stanno affrontando. Una sottile linea divide la loro identità tra un presente frettoloso e distratto ed un passato ancora ancorato alle tradizioni su cui si basa la loro cultura millenaria.

Le immagini, realizzate tra Nanchino, Shanghai, Xiamen e le montagne di Huangshan, nascono da incontri casuali nei bar, nei centri commerciali ed in metropolitana. Qui l’autrice immortala volti nitidi ed incisivi che vengono resi in maniera quasi distorta. I primi piani di questi giovani ragazzi risultano essere assordanti per colui che li osserva: la ripresa ravvicinata usata dall’autrice spinge l’osservatore ad un’analisi personale ed intima di questa realtà che i protagonisti di questo racconto stanno vivendo. I loro sguardi sono sfuggenti, non diretti e persi così come è la loro vita in questo momento: indefinita, confusa, oscura.

Nel racconto, questi ritratti si alternano perfettamente con le fotografie di alberi, rami e paesaggi. Due volti molto vicini tra di loro si intrecciano come rami di un albero: rami e visi si cercano l’un l’altro. Le fotografie che Mariagrazia Beruffi inserisce tra i numerosi ritratti sfuggenti sembrano essere il mezzo attraverso cui rimanere aggrappati alle radici della propria cultura. I paesaggi sono anch’essi cupi, così come lo erano i ritratti, ma sembrano essere un ricordo lontano di un passato indefinito.

Le ultimi immagini si differenziano dal resto del racconto: è un finale leggero, quasi fiabesco. Lo spettatore sente il suo animo sollevarsi dopo tanta inquietudine provata durante la visione. I toni caldi e queste fronde leggere concludo il racconto.

Quella proposta da Mariagrazia Beruffi è sicuramente una visione enigmatica del contesto e della situazione esaminata. La sua fotografia è istintiva e soggettiva e racconta in modo personale ed intimo ciò che ha visto e vissuto attraverso la sua macchina fotografica.

Ylenia Bonacina

Buona lettura

Sara

Quando hai cominciato a fotografare e quando hai capito che questa sarebbe una grande passione per te?

Ho iniziato ad interessarmi alla macchina fotografica  solo per l’ esigenza pratica di produrre materiale pubblicitario  per una persona a me molto vicina.  Ma, nell’approdare ad un corso avanzato ho scoperto che la fotografia era qualcosa d’altro che io ho intravisto come espressione di esperienza di vita.  Mi sono buttata da subito nello studio dei grandi autori non solo classici ma anche e soprattutto contemporanei. E nel frattempo ci ho provato anch’io.

Le tue fotografie hanno richiami  quasi soprannaturali, irreali, pur essendo scattate in strada. Questo linguaggio è stato scelto per evadere la realtà o per rappresentarla oniricamente?

Nessuna delle due. Io sono fortemente legata alla realtà, non voglio, per scelta, né evadere né rappresentarla oniricamente. La mia non è una rappresentazione ma un’immersione per trovare forse l’aspetto più intimo e vero. Poi quello che succede non lo posso prevedere con il ragionamento. Non pianifico nulla. Mi lascio sorprendere poi, al computer, da quello che ho scattato. Inconsciamente opero delle scelte, ovvio. L’inquadratura, la scelta dei soggetti, la distanza, i colori o non colori. Tutto viene condizionato da una visione personale che è il risultato della conoscenza di luoghi e persone ma anche da tutte le immagini che ho fatto mie e che inevitabilmente popolano l’immaginario del fotografo. Un esempio. Il mirto è un controluce sparato con l’irrigazione che mi lava l’obbiettivo ma nella mia testa è quello dei poeti cinesi con quel sole che sembra una luna. Ma questo lo so solo io. Ognuno si fa il film che vuole partendo dal mirto che è però reale.

Quale è il messaggio che vuoi lanciare attraverso i tuoi scatti, e quanto credi dietro ci sia  principalmente la necessità di seguire un’estetica precisa?

Il mio fine è la fruizione immediata di un significante, non di un significato. La descrizione, le informazioni sono noiose se non c’è una precisa esigenza documentaristica. Tutto il resto concorre a creare un’empatia con il fruitore dell’immagine e fondamentale è la postproduzione, quindi l’estetica. Le mie immagini raw mancano di forza espressiva, non dico che non funzionerebbero, l’impatto che ottengo è calibrato dalle mie scelte estetiche.

Qual’è la difficoltà maggiore che incontri in fotografia?

 Due difficoltà. Il tempo che non basta mai per quello che vorrei fare e cioè dedicare un periodo senza scadenze ad un progetto. Mi piacerebbe anche  avere qualcuno che mi accompagna, supporta e sopporta.

Quale credi sia il futuro della fotografia e della tua fotografia?

 Vedo che la fotografia sta conoscendo una sorta di rinascimento per il grande interesse e passione che suscita ultimamente. I circoli fanno a gara per iniziative e incontri, i festival, a tutti i livelli, ormai non si contano e possiamo essere orgogliosi di avere grandi eventi internazionali  in tutta la penisola. Il risultato credo sia che l’asticella sia destinata ad alzarsi sempre di più. Per quel che mi riguarda non so. Navigo a vista e spero di continuare ad essere curiosa di scoprire cosa c’è oltre l’orizzonte.

Che consiglio daresti ad una giovane fotografa che volesse intraprendere oggi questa carriera? 

Non mi sento di dare consigli particolari anche perchè una carriera ha esigenze diverse dalle mie. In ogni caso, uno credo possa valere per tutti quelli che vogliono crescere in questo campo.  Studia (non la macchina fotografica), studia, studia e  poi scatta.

Come hai avuto l’idea di creare Chinese whispers? 

Come per tutti i miei progetti mi ci sono ritrovata in mezzo. Mio figlio vive in Cina quindi ne approfitto. Dopo alcuni approcci faticosi perchè il paese  è difficile da capire per noi occidentali, me ne sono innamorata.  Forse il silenzio, la incapacità di affrontare apertamente temi sensibili, una inevitabile accettazione e capacità di attesa di un futuro ancora molto nebuloso. Tutto così incredibile per noi che viviamo in un chiasso mediatico assordante e devastante. Sono solo all’inizio, c’è ancora tanto da dire.

Parlami del lavoro tuo che ti ha maggiormente soddisfatta dal punto di vista fotografico. 

Quando la fotografia va oltre la sperimentazione di una realtà per diventare mezzo di conoscenza e crescita stimolando affetti e bellezza interiore allora si può essere soddisfatti. Il mio lavoro “Un altro mondo” ha portato e continua a portare un messaggio importantissimo perchè gli scatti, oltre ad aver creato un legame bellissimo tra me e mio nipote Richi, fanno anche si che persone lo guardino, se ne innamorino e pensino al significato di essere Asperger. Un momento seppur breve di riflessione ma che vale tantissimo in una società tanto ignorante, frettolosa e indifferente.

Una nuova autrice Mu.Sa: Chiara De Masi

Ciao, abbiamo selezionato per voi questa giovane autrice che ci presenta SA-MUE-LE, un lavoro sull’identità di genere, molto intimo e delicato.

Fateci avere le vostre impressioni.

SA-MUE-LE

Il percorso di transizione per i soggetti la cui condizione emotiva di malessere è legata al proprio sesso psichico, comincia con la consapevolezza di sè stessi.

A questo segue un iter di terapia psicologica, medica, giuridica e chirurgica.

Il progetto prende in esame un tempo che si trova perfettamente al centro, dopo l’inizio e prima della fine.

Un continuo mutare del corpo, continuo e costante.

Un puzzle di dettagli, di cambiamenti visibili e invisibili, che diventano forma.

La transessualità (il DIG, Disforia di Genere) non è più considerata dall’OMS una patologia psichiatrica.

Chiara de Masi

Nata in provincia di Lecce nel 1992.
Ha conseguito il Master triennale presso la Scuola Romana di Fotografia.
Attualmente vive e lavora a Roma come fotografa Freelance.