Giovani fotografi che hanno successo!

Alcuni giovani fotografi che stanno riscuotendo molto successo!

 Ann He
Specializzata nella fotografia di moda, Ann vanta importanti pubblicazioni su Vogue Girl Korea, Ache Magazine e Vision Magazine. Ha anche lavorato con Next Top Model d’America e Nike.

Fotografia di Ann He

Zev Hoover 
Zev Hoover è diventato famoso con la sua serie “Littlefolk”, è stato anche nominato uno dei 20 fotografi di maggior successo di Flickr con meno di 20 anni nel 2014. Si è sempre divertito a ritrarre piccole figure in ambienti naturali trasformandole in straordinariamente grandi, dimostrando il suo amore per gli elementi giocosi e surreali della fotografia.

Photo by zev hoover taken with edge 80 optic

David Uzochukwu
David Uzochukwu è un fotografo autodidatta che vive a Bruxelles. Ha scoperto il suo amore per la fotografia (e l’autoritratto in particolare) alla tenera età di tredici anni. Con oltre 40.000 fan sulla sua pagina Instagram e Facebook ciascuno, è sicuramente un talento!

Fotografia di David Uzochukwu www.daviduzochukwu.com

Berta Vicente
A soli 23 anni, Berta Vicente è un’altra giovane fotografa che si è già affermata nel settore. Specializzata in ritratti emotivi e scene suggestive. Il suo viaggio nella fotografia è iniziato quando aveva solo 14 anni, quando ha scoperto che le piaceva particolarmente ritrarre i suoi amici. Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, tra cui città come Barcellona, ​​Londra e Parigi.

Fotografia di Berta Vicente

Alecsandra Dragoi 
Alecsandra Dragoi è nata in Romania e ora risiede a Londra dove lavora come freelance e vanta pubblicazioni sul Guardian e National Geographic Traveler UK. La sua fotografia gli è valsa numerosi premi ed è il vincitrice di prestigiosi concorsi come Sony Awards, Youth Category 2013, Getty Images + SCA Academy Photography Competition 2014 e National Geographic Traveler 2015.

Fotografia di Alecsandra Dragoi

Olivia Bee
Olivia Bee ha ricevuto il premio “20 Under 20” di Flickr. È una fotografa e regista di Portland, Oregon, ora vive a Brooklyn, New York, e anche a Los Angeles, in California. La biografia della fotografa spiega: “È incuriosita dalla bellezza della vita di tutti i giorni e da come la bellezza dei ricordi (reali o immaginati) ci tocca”. La fama di Olivia come fotografa ha ottenuto incredibili pubblicazioni, mostre, clienti e opportunità. Alcuni di questi includono: tenere conferenze TED sia ad Atene che ad Amsterdam, avere la sua personale a New York, pubblicazioni sul New York Times Magazine e lavorare con marchi come Apple, Nike, Disney e YouTube Music.

Portrait of The American West, 2017 Olivia Bee

Spero vi siano piaciuti, buona giornata, Sara

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Intervista a MariaGrazia Beruffi, vincitrice del Premio Musa

Buongiorno, oggi per voi un’intervista della vincitrice della prima edizione del Premio Musa per donne fotografe.

Appassionatevi anche voi allo splendido lavoro di Mariagrazia Beruffi e ascoltate cosa ha da dirci, sul suo approccio alla fotografia.

Qui inoltre trovate una presentazione scritta da Ylenia Bonacina, giovane curatrice

Il lavoro di Mariagrazia Beruffi Chinese Whispers cerca di andare ad indagare quel particolare stato d’animo che le nuove generazioni di ragazzi cinesi stanno affrontando. Una sottile linea divide la loro identità tra un presente frettoloso e distratto ed un passato ancora ancorato alle tradizioni su cui si basa la loro cultura millenaria.

Le immagini, realizzate tra Nanchino, Shanghai, Xiamen e le montagne di Huangshan, nascono da incontri casuali nei bar, nei centri commerciali ed in metropolitana. Qui l’autrice immortala volti nitidi ed incisivi che vengono resi in maniera quasi distorta. I primi piani di questi giovani ragazzi risultano essere assordanti per colui che li osserva: la ripresa ravvicinata usata dall’autrice spinge l’osservatore ad un’analisi personale ed intima di questa realtà che i protagonisti di questo racconto stanno vivendo. I loro sguardi sono sfuggenti, non diretti e persi così come è la loro vita in questo momento: indefinita, confusa, oscura.

Nel racconto, questi ritratti si alternano perfettamente con le fotografie di alberi, rami e paesaggi. Due volti molto vicini tra di loro si intrecciano come rami di un albero: rami e visi si cercano l’un l’altro. Le fotografie che Mariagrazia Beruffi inserisce tra i numerosi ritratti sfuggenti sembrano essere il mezzo attraverso cui rimanere aggrappati alle radici della propria cultura. I paesaggi sono anch’essi cupi, così come lo erano i ritratti, ma sembrano essere un ricordo lontano di un passato indefinito.

Le ultimi immagini si differenziano dal resto del racconto: è un finale leggero, quasi fiabesco. Lo spettatore sente il suo animo sollevarsi dopo tanta inquietudine provata durante la visione. I toni caldi e queste fronde leggere concludo il racconto.

Quella proposta da Mariagrazia Beruffi è sicuramente una visione enigmatica del contesto e della situazione esaminata. La sua fotografia è istintiva e soggettiva e racconta in modo personale ed intimo ciò che ha visto e vissuto attraverso la sua macchina fotografica.

Ylenia Bonacina

Buona lettura

Sara

Quando hai cominciato a fotografare e quando hai capito che questa sarebbe una grande passione per te?

Ho iniziato ad interessarmi alla macchina fotografica  solo per l’ esigenza pratica di produrre materiale pubblicitario  per una persona a me molto vicina.  Ma, nell’approdare ad un corso avanzato ho scoperto che la fotografia era qualcosa d’altro che io ho intravisto come espressione di esperienza di vita.  Mi sono buttata da subito nello studio dei grandi autori non solo classici ma anche e soprattutto contemporanei. E nel frattempo ci ho provato anch’io.

Le tue fotografie hanno richiami  quasi soprannaturali, irreali, pur essendo scattate in strada. Questo linguaggio è stato scelto per evadere la realtà o per rappresentarla oniricamente?

Nessuna delle due. Io sono fortemente legata alla realtà, non voglio, per scelta, né evadere né rappresentarla oniricamente. La mia non è una rappresentazione ma un’immersione per trovare forse l’aspetto più intimo e vero. Poi quello che succede non lo posso prevedere con il ragionamento. Non pianifico nulla. Mi lascio sorprendere poi, al computer, da quello che ho scattato. Inconsciamente opero delle scelte, ovvio. L’inquadratura, la scelta dei soggetti, la distanza, i colori o non colori. Tutto viene condizionato da una visione personale che è il risultato della conoscenza di luoghi e persone ma anche da tutte le immagini che ho fatto mie e che inevitabilmente popolano l’immaginario del fotografo. Un esempio. Il mirto è un controluce sparato con l’irrigazione che mi lava l’obbiettivo ma nella mia testa è quello dei poeti cinesi con quel sole che sembra una luna. Ma questo lo so solo io. Ognuno si fa il film che vuole partendo dal mirto che è però reale.

Quale è il messaggio che vuoi lanciare attraverso i tuoi scatti, e quanto credi dietro ci sia  principalmente la necessità di seguire un’estetica precisa?

Il mio fine è la fruizione immediata di un significante, non di un significato. La descrizione, le informazioni sono noiose se non c’è una precisa esigenza documentaristica. Tutto il resto concorre a creare un’empatia con il fruitore dell’immagine e fondamentale è la postproduzione, quindi l’estetica. Le mie immagini raw mancano di forza espressiva, non dico che non funzionerebbero, l’impatto che ottengo è calibrato dalle mie scelte estetiche.

Qual’è la difficoltà maggiore che incontri in fotografia?

 Due difficoltà. Il tempo che non basta mai per quello che vorrei fare e cioè dedicare un periodo senza scadenze ad un progetto. Mi piacerebbe anche  avere qualcuno che mi accompagna, supporta e sopporta.

Quale credi sia il futuro della fotografia e della tua fotografia?

 Vedo che la fotografia sta conoscendo una sorta di rinascimento per il grande interesse e passione che suscita ultimamente. I circoli fanno a gara per iniziative e incontri, i festival, a tutti i livelli, ormai non si contano e possiamo essere orgogliosi di avere grandi eventi internazionali  in tutta la penisola. Il risultato credo sia che l’asticella sia destinata ad alzarsi sempre di più. Per quel che mi riguarda non so. Navigo a vista e spero di continuare ad essere curiosa di scoprire cosa c’è oltre l’orizzonte.

Che consiglio daresti ad una giovane fotografa che volesse intraprendere oggi questa carriera? 

Non mi sento di dare consigli particolari anche perchè una carriera ha esigenze diverse dalle mie. In ogni caso, uno credo possa valere per tutti quelli che vogliono crescere in questo campo.  Studia (non la macchina fotografica), studia, studia e  poi scatta.

Come hai avuto l’idea di creare Chinese whispers? 

Come per tutti i miei progetti mi ci sono ritrovata in mezzo. Mio figlio vive in Cina quindi ne approfitto. Dopo alcuni approcci faticosi perchè il paese  è difficile da capire per noi occidentali, me ne sono innamorata.  Forse il silenzio, la incapacità di affrontare apertamente temi sensibili, una inevitabile accettazione e capacità di attesa di un futuro ancora molto nebuloso. Tutto così incredibile per noi che viviamo in un chiasso mediatico assordante e devastante. Sono solo all’inizio, c’è ancora tanto da dire.

Parlami del lavoro tuo che ti ha maggiormente soddisfatta dal punto di vista fotografico. 

Quando la fotografia va oltre la sperimentazione di una realtà per diventare mezzo di conoscenza e crescita stimolando affetti e bellezza interiore allora si può essere soddisfatti. Il mio lavoro “Un altro mondo” ha portato e continua a portare un messaggio importantissimo perchè gli scatti, oltre ad aver creato un legame bellissimo tra me e mio nipote Richi, fanno anche si che persone lo guardino, se ne innamorino e pensino al significato di essere Asperger. Un momento seppur breve di riflessione ma che vale tantissimo in una società tanto ignorante, frettolosa e indifferente.

Una nuova autrice Mu.Sa: Chiara De Masi

Ciao, abbiamo selezionato per voi questa giovane autrice che ci presenta SA-MUE-LE, un lavoro sull’identità di genere, molto intimo e delicato.

Fateci avere le vostre impressioni.

SA-MUE-LE

Il percorso di transizione per i soggetti la cui condizione emotiva di malessere è legata al proprio sesso psichico, comincia con la consapevolezza di sè stessi.

A questo segue un iter di terapia psicologica, medica, giuridica e chirurgica.

Il progetto prende in esame un tempo che si trova perfettamente al centro, dopo l’inizio e prima della fine.

Un continuo mutare del corpo, continuo e costante.

Un puzzle di dettagli, di cambiamenti visibili e invisibili, che diventano forma.

La transessualità (il DIG, Disforia di Genere) non è più considerata dall’OMS una patologia psichiatrica.

Chiara de Masi

Nata in provincia di Lecce nel 1992.
Ha conseguito il Master triennale presso la Scuola Romana di Fotografia.
Attualmente vive e lavora a Roma come fotografa Freelance.

Premio Musa: le vincitrici

Buongiorno!

Ad aggiudicarsi il  riconoscimento della prima edizione del Premio Musa per donne fotografe sono state Mariagrazia Beruffi con “Chinese Whispers” e  Claudia Amatruda con “Naiade”. GRAZIE a tutte le partecipanti!

La selezione attenta della giuria, composta da, Anna Luccarini, Laura Davì, Sara Munari, Shobha Battaglia e Simona Guerra, ha decretato “Chinese whispers” miglior portfolio per questa prima edizione del Premio dedicata alla fotografia al femminile.
Il lavoro di Mariagrazia Beruffi affronta con un linguaggio forte e coerente il tema dei cambiamenti di una parte della società cinese e della affermazione dei giovani in bilico tra le tradizioni e contemporaneo, caratterizzato da una “società frettolosa e distratta”, come dice l’autrice.
La sua fotografia, alterna immagini sfuocate, mosse a ritratti nitidissimi di volti ravvicinati, quasi distorti. Sebbene i volti siano riconoscibili pare che l’intento sia di raffigurare un tempo e uno spazio non definibile, in cui i soggetti ti schiaffeggiano, durante lo scorrere delle fotografie, con espressioni quasi irreali.
Mariagrazia porta una visione enigmatica e comunque ricca di significato. Uno sguardo maturo accompagnato da un linguaggio altrettanto articolato.
http://www.mariagraziaberuffi.com

Qui un articolo che le avevamo già dedicato sul blog per un altro lavoro

Biografia di Mariagrazia. Vivo tra Brescia, città natale, e Trieste. Dopo un periodo di insegnamento di lingue straniere ho iniziato un percorso di grafica che mi ha avvicinato alla fotografia. Da subito il mio interesse si è rivolto non tanto alla tecnica quanto alla scoperta dei grandi autori classici e contemporanei e, soprattutto, all’atto fotografico come esperienza di vita. Prediligo una fotografia del reale ma molto istintiva, imprevedibile e soggettiva. Anche se ispirata da un interesse specifico verso una situazione, fatto o stato particolare, non vuole essere reportage, né rappresentazione di un concetto. Nasce invece da incontri casuali che, pur nella loro fugacità, si tramutano spesso in esperienze di condivisione.

La vincitrice avrà diritto ad una settimana di Residenza d’artista presso Musa, a Monza, che coinciderà con l’inaugurazione della mostra prodotta dal lavoro.

Data Mostra 8 Novembre 2019 ore 19.00. La data non può essere cambiata per rispettare la programmazione di Musa.

La vincitrice ha inoltre diritto ad un tutoraggio per la produzione di progetti nuovi o in itinere, durante la settimana di soggiorno, da parte di Sara Munari e Alessia Locatelli, curatrice e critica professionista. La vincitrice si confronterà ai fini di migliorare un progetto esistente o ideare un progetto fotografico nuovo, con due professioniste del settore.

La vincitrice potrà esporre il progetto selezionato nella galleria di Mu.Sa, la stampa professionale del progetto, sarà a carico di Musa e verrà successivamente donata alla fotografa selezionata. La mostra sarà stampata presso Fotofabbrica, laboratorio di Piacenza, specializzato nella stampa fine art di fotografie, il laboratorio offre un ottimo servizio che va dalla postproduzione fino alla consegna della mostra in galleria. Sponsor del Premio.

E-BOOK al vincitore verrà prodotto un e.book dalla casa editrice EMUSE vendibile sulle più importanti piattaforme internet.

Il secondo premio se lo aggiudica Claudia Amatruda con “Naiade”, progetto fotografico che nasce da un’esigenza personale della fotografa di raccontare, attraverso un diario personale, la realtà che la stessa ha vissuto a causa di una malattia rara da cui è stata colpita. Una malattia “invisibile” non percepibile guardando Claudia.
Durante le visite in ospedale, le cure e le difficoltà che la giovane donna ha dovuto affrontare per superare una malattia, prende corpo il suo progetto.
La fotografa dice di sé:
Gli autoritratti riescono lì dove lo specchio è un limite: guardarmi dentro. La fotografia mi sta salvando la vita.

www.claudiamatruda.com

Biografia di Claudia. Claudia Amatruda (1995, Foggia, Italy) frequenta il Master sul Progetto Fotografico(2017-2018) con il docente Michele Palazzi alla scuola “Meshroom Pescara” ed attualmente segue il corso di laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia, indirizzo Graphic Design. Nel 2015 vince una borsa di studio e una mostra al Teatro Fondazione San Carlo di Modena e nel 2016 realizza una mostra personale permanente presso l’Università di Foggia. La sua ricerca fotografica è stata completamente stravolta dalla consapevolezza di una malattia che da poco ha irrotto nella sua vita, e trova nell’utilizzo dell’autoritratto e nella descrizione fotografica degli ambienti in cui vive, la possibilità di riscatto. Un lavoro di lungo periodo che ha prodotto nel 2018, con l’aiuto di una campagna di crowdfounding e curato da Fiorenza Pinna, la produzione di ‘Naiade’, un self publishing con tiratura di mille copie, presentato la prima volta all’interno della mostra UNFOLD_Pescara e successivamente nel 2018 ‘Naiade’ è presente al Funzilla Fest 2018 – Roma. Nel 2019 presenta il libro fotografico nelle scuole di fotografia a Bari, Roma, Lecce e Pescara. Espone in collettive a Napoli, Roma e Foggia. Attualmente alla ricerca predilige la fotografia come strumento di racconto di se a partire da una nuova consapevolezza.

Claudia di aggiudica una fotocamera X-T30 in kit con XF18-55mm – Offerta da FUJIFILM ITALIA sponsor del premio.

Ringrazio la giuria, amici e sponsor per avermi permesso di creare questo premio.

Emusebooks

fujifilitalia

fotofabbrica

Le fotografie dei tatuaggi dei criminali russi.

Nelle carceri di tutto il mondo, i tatuaggi possono diventare parte integrativa della vita di un detenuto,mostrare il crimine commesso e sono un mezzo per comunicare con gli altri. Arkady Bronnikov è considerato il principale esperto russo di iconografia del tatuaggio e ha recentemente pubblicato una raccolta di circa 180 fotografie di criminali rinchiusi negli istituti penitenziari sovietici.

Negli anni ’30 cominciarono ad emergere le caste criminali russe e con queste una cultura del tatuaggio per definire il ranghi e reputazioni. Fino alla seconda guerra mondiale, qualsiasi tatuaggio connotava un criminale professionista, fatta eccezione per i tatuaggi sui marinai.

Per esempio i tatuaggi di un ladro rappresentano il suo “abito” e indicano il suo status all’interno della comunità e il controllo che ha sugli altri ladri. I tatuaggi mostrano successi e fallimenti, condanne detentive e il tipo di lavoro svolto da criminale. Potrebbero anche rappresentare la sua famiglia.

Dagli anni ’50 Nikita Kruscev si mosse per lo sradicamento della criminalità dalla società sovietica, posizione che continuò con altri politici negli anni a seguire. Questo rallentò il diffondersi di questi tatuaggi.

Dal 1985, con la Perestroika ci fu un nuovo aumento dei tatuaggi che diventarono quasi di moda e diluivano lo status dei tatuaggi da esclusivamente criminale a mezzo di espressione personale espresso sul proprio corpo.

Le combinazioni di immagini, come una rosa, filo spinato e un pugnale, formano significati combinati. Spesso venivano utilizzati per denigrare le autorità e i leader del Partito Comunista venivano raffigurati come diavoli, asini o maiali.

(Photo credit: Arkady Bronnikov / FUEL)

Queste fotografie dei tatuaggi dei prigionieri russi furono raccolte da Arkady Bronnikov dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’80. Arkady Bronnikov era esperto in criminalistica presso il Ministero degli affari interni dell’URSS e una delle sue funzioni consisteva nel visitare le istituzioni correzionali delle regioni degli Urali e della Siberia.

Per acquistare il libro

Ciao Sara

Un album di famiglia, tanto amore e immagini fantastiche! Da vedere.

Non deve essere facile avere sei figli! Lo scultore e fotografo francese Alain Laboile, ne ha sei. Ha scattato immagini incredibili, per raccontare la storia delle loro vite. Mentre i suoi figli crescono e scoprono il mondo, lui li riprende, e scatta queste affascinanti foto di famiglia, eccezionali!

Alain Laboile è nato il 1 maggio 1968 vicino a Bordeaux

Tutte le immagini sono di © Alain Laboile

Attraverso legno, gesso, pietra e metallo, A. Laboile ha forgiato un universo artistico basato sull’osservazione e l’istinto scientifico.

Eccolo con la sua famiglia.

Dal 2007, la fotografia diventa per lui mezzo fondamentale per raccontare storie. All’inizio preferisce la macrofotografia poi direziona il suo obiettivo verso la sua famiglia che cresce e trova particolarmente stimolante.

Gli scatti di Alain Laboile ci danno la possibilità di vedere un universo di libertà, sorprese, emozioni condivise.

Questo il suo sito

Ciao Sara

Chernobyl, reportage e video di un disastro.

Il disastro di Černobyl’ è stato il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986 alle ore 1:23 circa, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (all’epoca parte dell’Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con la Bielorussia. Le cause furono indicate variamente in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico sia dirigenziale, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell’impianto stesso e della sua errata gestione economica e amministrativa. Nel corso di un test definito “di sicurezza”, il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore n. 4 della centrale: si determinò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio.

Una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l’evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336 000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l’Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America. Da Wikipedia

Danny Cooke (classe 1985) ha girato questo video per la Cbs. Il video riprende Chernobyl, a 30 anni dall’esplosione del reattore della nucleare.

Dal 2002 Pierpaolo Mittica, frequenta la zona di esclusione di Chernobyl e fino ad oggi ha effettuato più di 20 viaggi realizzando diversi servizi fotografici pubblicati su riviste internazionali tra le quali National Geographic Usa, Der Spiegel, Wired Usa, Panorama etc. e diretto un documentario su Chernobyl “The zone, post atomic Journey”.

Afferma di aver girato tutta la zona di esclusione, sia legalmente che illegalmente, per poterci raccontare cosa rimane e cosa è avvenuto.

L’oro radioattivo di Chernobyl (Ucraina 2015-2016)
I “dead men walking” caricano metallo arrugginito tutto il giorno, e non basta una doccia calda la sera per ripulirsi. Il metallo è quello radioattivo di Chernobyl: a oggi sono ancora un milione le tonnellate di materiale abbandonato nella zona di esclusione, proveniente dal reattore Uno ma anche da navi, automezzi, binari. Il riciclo di questo metallo rappresenta un business dal valore di circa un miliardo di dollari, rimasto per decenni in mano ai contrabbandieri e solo dal 2007 (oltre trent’anni dopo il disastro nucleare, avvenuto nel 1986) regolato e legalizzato dallo stato ucraino. I “dead men walking” sono una dozzina in tutto, guidati da Victor e dipendenti di una delle tre ditte ufficiali autorizzate da Kiev. Lavorano con scarse protezioni (anche se sono obbligatorie) e camminano per ore in mezzo a nubi tossiche, generate dal processo di sabbiatura per la decontaminazione dei metalli che vengono poi rivenduti all’estero a circa 10 centesimi di euro al chilo (un trenta per cento in meno rispetto al prezzo di mercato). L’attività è pericolosissima, quasi una lenta condanna a morte che obbliga gli operai a respirare in continuazione particelle radioattive come il Cesio, lo Stronzio, il Plutonio. Ma questo non basta a dissuaderli dal continuare. Forti del vitto e alloggio gratuiti, di uno stipendio più alto della media (si arriva a 8000 grivnie al mese, circa 280 euro) e di una certezza purtroppo falsa, sintetizzata da Sasha: “E poi c’è la vodka che, pulisce tutto…

Ecco alcune fotografie del progetto:

reattore numero cinque e magazzino per il riciclo dei metalli radioattivi
Pavel mentre ripara il motore del sistema di ventilazione all’interno del magazzino per il riciclo dei metalli radioattivi
Un cane randagio a Chernobyl città

Per vedere il lavoro completo vai al sito di Pierpaolo Mittica

Chernobyl 30 anni dopo (Ucraina 2014-2016)

Era il 26 aprile del 1986. All’una e ventiquattro di notte un evento disastroso, definito come la più grande catastrofe tecnologica dell’era moderna, entrò nella storia segnando la vita di milioni di persone. Quella notte esplose il reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl.  L’esplosione sprigionò nell’aria tonnellate di sostanze radioattive che trasportate dal vento contaminarono entrambi gli emisferi del nostro pianeta, depositandosi dove il caso ha voluto che piovesse. L’emissione di radioattività durò per 10 giorni e dal reattore esploso uscirono non meno di 2 miliardi di Curie di sostanze radioattive (contro i 200 milioni di Curie stimati dall’AIEA e dall’Unione Sovietica). Fu investita quasi tutta l’Europa: sulla base dei rilevamenti venne registrato un alto livello di radioattività il 29 aprile 1986 in Polonia, Germania, Austria, Romania, Finlandia e Svezia, il 30 aprile in Svizzera e Italia, il 2 maggio in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Grecia. La dispersione delle sostanze radioattive fu globale: il 2 maggio vennero registrate in Giappone, il 3 maggio in Israele, Kuwait e Turchia, il 4 maggio in Cina, il 5 maggio in India, il 6 maggio negli Stati Uniti ed in Canada. 65 milioni di persone furono contaminate. In meno di due settimane Chernobyl diventò un problema per il mondo intero. Lo stato più colpito fu la Bielorussia con il 30% del territorio reso inutilizzabile per millenni. È stato calcolato che le zone contaminate, 260 mila km2 di terra, (quasi quanto la superficie dell’Italia) ritorneranno ai livelli normali di radioattività solamente tra centomila anni. Sono passati trent’anni, ne mancano solo novantanovemilanovecentosettanta…

400 mila persone furono costrette all’evacuazione perdendo la casa, i propri beni, il lavoro, insieme ai loro legami economici, sociali e familiari. Furono evacuati 500 villaggi e piccole cittadine, di questi più di cento sono stati interrati per sempre. Il costo sociale di questa catastrofe è incalcolabile e, in un trentennio, è stimato in migliaia di miliardi di dollari. Attualmente nove milioni di persone in Bielorussia, Ucraina  e Russia occidentale continuano a vivere in terre con livelli di radioattività altissimi mangiando cibi e bevendo acqua avvelenati. L’ 80% della popolazione della Bielorussia, della Russia occidentale e dell’Ucraina del nord è colpita da varie patologie. Dopo Chernobyl nelle zone contaminate c’è stato un aumento dell’incidenza dei tumori alla tiroide e delle anemie di 100 volte e di altri tumori legati alle radiazioni, quali leucemie, tumori delle ossa e del cervello di 50 volte. L’incidenza delle malformazioni dovute a mutazioni genetiche, delle patologie cardio – vascolari, degli organi sensoriali, dei sistemi ossei, muscolari e tessuti connettivali, delle malattie del sistema nervoso e turbe psichiche, è aumentata di 30 volte. L’incidenza dei bambini nati prematuri è aumentata di 20 volte. E il peggio arriverà adesso, quando inizieranno a partorire le ragazze che all’epoca avevano meno di sei anni, solo ora si inizieranno a capire quali saranno gli effetti delle mutazioni genetiche sulle generazioni future.

E oggi che cosa succede dentro la zona di esclusione?
Dopo l’incidente nucleare di Chernobyl, fu creata una zona di esclusione di 30 km di raggio intorno alla centrale nucleare. Tutti gli abitanti dell’area furono evacuati.
Ma la zona, che doveva essere di esclusione, alla fine non lo è mai stata. C’è vita dentro la zona e migliaia di persone ogni giorno varcano il confine delle radiazioni.
A Chernobyl città oggi vivono 4 mila persone, sono gli addetti alla sicurezza della zona e dei reattori ancora non dismessi.Lavorano 15 giorni dentro la zona e poi fanno 15 giorni di decontaminazione nelle loro case fuori dalla zona di esclusione. Chernobyl appare come una normale cittadina con i principali servizi come market, cafè, un hotel per i turisti, una chiesa con il pope che celebra la messa.
A questi 4 mila lavoratori e abitanti di Chernobyl se ne sono aggiunti altri 2 mila negli ultimi anni, e sono i lavoratori addetti alla costruzione del nuovo sarcofago che sarà completato nel novembre 2017. Altre 2000 lavoratori ogni giorno arrivano dalla vicina città di Slavutich, città di servizio per la zona di esclusione creata subito dopo l’incidente di Chernobyl.
In mezzo alle radiazioni scorre una vita normale come in qualsiasi altra cittadina dell’ex unione sovietica, fatto salvo che qui è una zona di esclusione, che qui ci sono le radiazioni, che qui rimarrà così per millenni. Una vita normale in un luogo totalmente anormale.

Ma oggi, dopo 30 anni, come è la situazione dei reattori nucleari più pericolosi del pianeta?
Il sarcofago del reattore numero 4 è al collasso, 2.000 lavoratori stanno costruendo il nuovo sarcofago per seppellire il reattore numero 4. La società è una società Internazionale – ucraina, e il nuovo contenitore è alto 110 metri, largo 164 metri, e lungo 257 metri. E’ stato completato nel novembre 2016 con un costo di 1,5 miliardi di euro. La sua durata è prevista per un centinaio di anni.
I reattori 1-2-3 continuarono a lavorare fino al 2000 quando furono chiusi e 2.000 lavoratori sono coinvolti nella sicurezza di questi reattori, fino al momento in cui possono essere smantellati. Questo sarà solo nel 2065, quando saranno diminuiti i livelli di radioattività all’interno del reattore e sarà possibile avviare i lavori di disattivazione.
Oggi, dopo 30 anni le condizioni di lavoro sono ancora molto difficili, perché i livelli di radiazioni fuori dai reattori e anche all’interno degli edifici sono molto elevati e rappresentano un grave rischio per la salute dei lavoratori.

Ma altre persone vivono ancora all’interno della zona, e fin dall’inizio. Al momento dell’esplosione, gli abitanti della zona furono evacuati e trasferiti alla periferia di Kiev. Ma alcuni di loro, circa 1.200 persone, decisero che la vita della città non era per loro, troppo difficile vivere in una grande città con una misera pensione e senza i prodotti della terra. E troppo forte il legame con la loro terra.
Dopo qualche mese ritornarono a vivere nelle loro case, sfidando il divieto del governo sovietico. Hanno resistito e il governo ha dovuto riconoscerli come residenti della zona di esclusione. Diventarono quello che oggi chiamiamo i coloni.
Per 30 anni hanno resistito al governo e alle radiazioni, perché prima avevano resistito alla seconda guerra mondiale e alla fame. Ed è per questo che non hanno paura delle radiazioni. Hanno deciso di vivere nelle loro case, nella loro terra, per non dimenticare le proprie origini. Sono l’ultimo esempio di una resistenza pacifica.
Gli ultimi sopravvissuti sono ormai ottuagenari. Oggi sono meno di cento, il tempo e le radiazioni li ha portati via. Con gli ultimi si concluderà una cultura, la cultura della sopravvivenza a Chernobyl. I pochi villaggi abitati della zona di esclusione spariranno definitivamente e le loro case e gli oggetti personali, che li hanno accompagnati per tutta la vita, saranno inghiottiti dalla vegetazione e distrutti dal tempo.

E quale è la situazione intorno alla zona di esclusione?

Radinka è un villaggio altamente contaminato situato a 300 metri dal confine con la zona di esclusione di Chernobyl. A 30 anni dal peggior disastro nucleare della storia, Radinka è l’esempio di cosa c’è intorno alla zona di esclusione di Chernobyl, una zona altamente contaminata e abitata, totalmente dimenticata.
Un combattente solitario, Lo scienziato bielorusso Yuriy Bandazhevsky, da anni sta studiando le conseguenze di questa contaminazione sui bambini residenti a Radinka e neila provincia di Ivankov e combatte contro le autorità locali, internazionali e la lobby atomica per far conoscere la verità, rischiando la propria vita come è successo in passato. Oggi la popolazione delle terre contaminate da Chernobyl continua a soffrire e a morire per le conseguenze del disastro nucleare di Chernobyl.
L’80% degli oltre 3700 bambini esaminati, e che vivono in queste terre ai confini con la zona di esclusione, ha turbe del ritmo cardiaco, in relazione diretta con la quantità di cesio incorporata. Inoltre il 30% presenta una contaminazione interna da cesio 137 sopra i 50 Bq/kg, livello in cui si sviluppano tutte le patologie.
Chernobyl dopo 30 anni è solo all’inizio della sua storia.

Ecco alcune fotografie del lavoro:

la volpe radioattiva nella piazza principale di Pripyat. Gli animali selvatici, grazie all’assenza degli esseri umani, hanno preso possesso dell'ambiente. Nella zona ora c’è abbondanza di animali selvatici come volpi, lupi, cinghiali, alci e persino orsi
Vladik, 7 anni e Igor, 6 anni, vivono a Radinka, uno dei villaggi più contaminati intorno alla zona di esclusione di Chernobyl.
L'addetto alle relazioni pubbliche mentre spiega le regole di sicurezza per i lavoratori all'interno del reattore numero 4. Centrale nucleare di Chernobyl

Per vedere il lavoro completo vai al sito di Pierpaolo Mittica

SE vi interessa l’argomento, Pierpaolo ha affrontato altri reportage che potete trovare qui

Ricordo che Pierpaolo è docente di un Master in Reportage presso Musa Fotografia, a Monza, se siete interessati, ecco il LINK

Ciao Sara!