Elian Somers, Border Theories, l’utopia socialista

Elian Somers (Sprang-Capelle, NL, 1975), è una fotografa olandese che lavora a Rotterdam. Il suo background spazia dalle arti visive all’architettura avendo completato gli studi architettonici presso la Delf University ed il Master di Fotografia a St. Joost Academy di Breda nel 2007.[1] Nelle sue immagini Elian Somers indaga paesaggi utopici ed urbani ed analizza come questi siano influenzati da fondamenti ideologici e storici. I suoi ultimi lavori hanno come comune denominatore l’essere rappresentazione fotografica di realtà e verità appositamente costruite in cui storie nascoste ed esperimenti utopici vengono sapientemente intrecciati. In questi paesaggi si mescolano molteplici realtà, storie e verità.[2]

Il suo progetto a lungo termine più celebre è Border Theories realizzato tra il 2009 e il 2013. Qui, la fotografa, si interroga sull’utopia socialista e sulla scrittura e riscrittura della storia basata sui significati che vennero associati all’architettura all’interno del paesaggio urbano. Border Theories indaga sulla costruzione identitaria e sulla storia di tre esperimenti urbani nei confini remoti dell’ex Unione Sovietica: Birobidzhan, Kaliningrad e Yuzhno-Sakhalinsk. Questi esperimenti urbani hanno avuto origine da conflitti e guerre di confine, da luoghi chiusi e da forzati a spopolamento e successivo ripopolamento. Le storie di questi tre diversi luoghi sono aperte a molteplici interpretazioni: in particolare modo la storia ebraica, prussiana e giapponese nonché la narrativa storica sovietica. Quello che Elian Somers cerca di fare in questo lavoro è quello di capire come la pianificazione urbana e l’architettura possano essere impiegate come mezzi politici utili a scrivere e manipolare la storia del paesaggio. Nell’osservazione di questi paesaggi e nell’indagine storica le domande continuano a susseguirsi. Quale è la verità? Cosa è successo e cosa sta accadendo in queste zone? Quale è la realtà dei fatti? Il progetto di Elian Somers è composto da fotografie, materiale d’archivio e frammenti di articoli di giornale. I testi inseriti supportano la storia portando alla luce la varie diverse interpretazioni e le molte verità nascoste tra Birobidzhan, Kaliningrad e Yuzhno-Sakhalinsk.[3]

Border theories Kaliningrad – Elian Somers

Oltre a Border Theories Elian Somers ha realizzato diversi progetti che indagano la natura di paesaggi prettamente urbani: A Stone from the Moon (2015-ongoing), One and Another State of Yellow (2013-2017), California City (2010-2012) e Droom als er ooit een was / A Dream if Ever There Was One (2006-2008).[4]

Border Theories – KALININGRAD

Around 1200 km west of Moscow the city of Kaliningrad was founded on the ruins of the Prussian City of Köningsberg. Kaliningrad became the capital of the Kaliningrad Region along the Soviet-Polish border. In 1943, the Soviet regime defined East Prussia as being ‘original Slavic soil’ which had been the victim of German occupation for 700 years. In 1945, the Soviet Union liberated the Prussian city of Köningsberg. The architect Dmitrii Navalikhin envisioned the new city of Kaliningrad, as the embodiment of pre-war Russian history. The city was to become a reconstruction of Moscow, based on Moscow’s ring roads, skyscrapers and mediaval monuments. As the ‘native city’ for the new Soviet settler Kaliningrad was to be deeply rooted in Russian history.[5]

IMMAGINI PRESE DA

http://eliansomers.nl/border-theories-about.html

SITOGRAFIA

https://fotografiaartistica.it

  http://eliansomers.nl


[1] https://fotografiaartistica.it/border-theories-di-elian-somers/

[2] http://eliansomers.nl/about.html

[3] http://eliansomers.nl/border-theories-about.html

[4] http://eliansomers.nl/about.html

[5] http://eliansomers.nl/border-theories-detail.html?slide=15

Articolo di Ylenia Bonacina

Tutte le fotografia sono di © Hannes Meyer, il post ha solo scopo didattico e divulgativo.

Prokudin-Gorskii e lo zar Nicola II

La collezione Sergei Mikhailovich Prokudin-Gorskii contiene fotografie a colori dell’impero russo realizzate tra ca. 1905 e 1915. Il fotografo Prokudin-Gorskii (1863-1944) con il sostegno dello zar Nicola II ha scattato queste immagini in tutta la regione. Utilizzava una fotocamera alla quale aggiungeva filtri rosso, verde e blu, che ricombinati in un secondo momento e proiettati con lanterne mostravano immagini a colori quasi reali. Sembra impossibile che queste fotografie abbiano 100 anni.
Dal 1905, Prokudin-Gorsky utilizzò tutti i progressi tecnologici a disposizione.

I permessi forniti dallo zar Nicola II gli garantivano l’accesso alle aree riservate e la cooperazione con la burocrazia dell’impero.

Le sue fotografie offrono un ritratto vivido di un mondo perduto: l’impero russo alla vigilia della prima guerra mondiale e della prossima rivoluzione russa.

Immagine di Prokudin-Gorsky (Photo credit: Library of Congress).

Prokudin-Gorsky, prima di lasciare la Russia, collezionò circa 3500 negativi. Quandò lasciò il paese portò con sé tutto il suo materiale fotografico, ma circametà delle foto vennero confiscate dalle autorità russe.

Le scatole con album di foto e fragili lastre di vetro furono conservate nel seminterrato di un condominio parigino. La Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti acquistò il materiale dagli eredi di Prokudin-Gorsky nel 1948 per $ 3500- $ 5000 su iniziativa di un ricercatore che indagava sulla loro ubicazione. La libreria contava 1.902 negativi e 710 stampe senza i corrispondenti negativi nella collezione.

Quello che mi colpisce è la modernità del suo lavoro, sebbene sia stato ripreso più di cento anni fa!

Ciao Sara

Scopri chi è su Wikipedia

(Photo credit: Library of Congress).

(Photo credit: Library of Congress).

Paola Agosti, sulla sua fotografia.

 Il padre, Giorgio Agosti, magistrato e in seguito dirigente d’azienda, svolse la sua attività politica all’interno del Partito d’Azione piemontese di cui fu tra i fondatori nel 1942. Antifascista fin dai tempi dell’Università, aderì clandestinamente a Giustizia e Libertà, partecipando alla lotta partigiana. Il fratello Aldo, intellettuale di spessore, professore di Storia contemporanea all’Università di Torino, ha prodotto numerosi studi relativi alla storia dei movimenti socialisti e comunisti. In questa famiglia ricca di ideali e valori profondamente democratici,  Paola Agosti nacque a Torino nel 1947; a ventuno anni, nel 1968, si trasferì a Roma iniziando con passione la sua attività di fotografa che la spinse a viaggiare in Italia, Europa, America del Sud, Africa, paesi che raccontò attraverso dettagliati reportages rigorosamente in bianconero. Particolarmente interessata a problematiche riguardanti il mondo femminile, alle donne ha dedicato importanti libri fotografici, quali “Riprendiamoci la vita” del 1977 e “La donna e la macchina” del 1983, con splendide immagini rivolte alle operaie nelle fabbriche del nord Italia. Nel 1984 pubblicò nel libro “Firmato donna”, con sessanta incisivi ritratti di scrittrici e poetesse italiane.

Fotografie di Paola Agosti

Particolarmente importante dal punto di vista sociale  l’opera “Come eravamo, il movimento delle donne nelle immagini di Paola Agosti, 1974 – 1982”: con intensa partecipazione la fotografa documenta le battaglie condotte dalle donne per la loro emancipazione, anni di lotte, di manifestazioni e cortei per urlare al mondo la necessità di liberarsi dalle pastoie a loro imposte da secoli. Essere vive al di là della triade, religione, patria e famiglia!

Il suo modo semplice ed estremamente efficace di raccontare per immagini, colpisce per i toni asciutti e sobri che non indulgono a facili sentimentalismi anche quando si tratta di immortalare il mondo degli umili, come le figure femminili che popolano il libro “L’anello forte” di  Nuto Revelli. Si tratta per lo più di donne piemontesi anziane ritratte nei campi o nelle loro cucine, con i capelli non curati, i volti solcati da reticolati di rughe profonde, riprese nella fatica del loro vivere quotidiano: pilastri della società contadina, condannate però ad essere dimenticate, relegate nel loro umile e ristretto mondo. “… Anelli forti e insieme deboli le donne ritratte da Paola Agosti e raccontate da Nuto Revelli… Tenaci custodi della memoria, capaci di far fruttare campi stentati e  l’allevamento delle bestie in tempo di guerra e , ancora di salvare le trame incerte della comunità durante le periodiche emigrazioni che producevano tante fabbriche di vedove “ . (Antonella Tarpino, introduzione al libro di Paola Agosti “ Il destino era già lì “, Cuneo 2015 ).

Paola Agosti con uno dei suoi cani, fotografia dal sito Maledetti fotografi.

Ricordiamo infine l’amore della fotografa per gli animali, soprattutto i cani, suoi fedeli compagni di vita Nel  libro “Caro cane” edito nel 1997 da La Tartaruga edizioni, magnifiche fotografie delle più varie razze canine immortalate in pose spontanee, vengono affiancate a riflessioni personali e  ironiche dettate da un animo partecipe e attento a cogliere particolari sottili del rapporto degli animali con il genere umano: “In fin dei conti la maggior parte dei padroni arriva ben presto ad obbedire al proprio cane… Io non so se ci sia il Paradiso, ma mi piace credere che per quanto siano i nostri santi umani e degni di essere esaltati, sarebbe difficile trovare tra loro un santo più completo di un buon cane” ( P.A.)

Articolo di Giovanna Sparapani

Paola Agosti, Caro cane, La Tartaruga edizioni, Milano 1997

Paola Agosti, Il destino era già lì, Araba Fenice, Cuneo 2015

Paola Agosti biografia completa http://www.paolaagosti.com/pdf/biografia.pdf

www.paolagosti.com

https://patrimonio.archivioluce.com

www.fiaf.net ˃ gallerie ˃ torino

Nan Goldin “All the Beauty and the Bloodshed”

Nan Goldin alla mostra del cinema di Venezia

“ Io credo che uno dovrebbe creare da ciò che conosce e parlare della sua tribù… Tu puoi parlare solamente della tua reale comprensione ed empatia con ciò di cui fai esperienza” ( N G.)

 La regista Laura Poitras che vanta notevole esperienza nel campo di film/documentari, ha ottenuto quest’anno il Leone d’oro alla 79° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia conclusasi recentemente, per la regia della pellicola “All the Beauty and the Bloodshed” che  affronta  con sensibilità un tema assai complicato, come quello di raccontare la vita controversa e discussa della fotografa americana Nancy “Nan” Goldin.

 Laura e Nancy hanno iniziato a collaborare nel 2019 condividendo molte giornate a parlare della delle molteplici esperienze personali dell’irrequieta fotografa, ma anche del suo costante impegno  in ambito sociale, come ad esempio  la sua battaglia contro la ricchissima e potente famiglia Sackler, proprietaria della casa farmaceutica Purdue Pharma produttrice dell’ossicodone, un farmaco a base di oppiacei che induce alla dipendenza, molto diffuso negli Stati Uniti dove ha causato innumerevoli morti per overdose. Il gruppo P.A.I.N fondato da Nan si è impegnato a mettere in atto una serie di proteste per indurre i musei e le istituzioni culturali statunitensi a rifiutare i fondi elargiti dalla famiglia Sackler che in questo modo perseguiva una politica di risparmio fiscale dopo i lauti guadagni ottenuti con la commercializzazione massiccia del farmaco suddetto.

Nan Goldin ” The other side”

 Il documentario della Poitras inizia con il focus sull’attività del gruppo P.A.I.N. per poi intrecciarsi con le vicende personali  passate e presenti della Goldin; il suo titolo “All the Beauty and the Bloodshed” (“Tutta la bellezza e il massacro”) si riferisce ad una frase pronunciata dal medico della sorella Barbara  suicida all’età di 18 anni.. Nan undicenne subì da questa disgrazia un profondo trauma che si portò dietro per tutta la vita, condizionando pesantemente alcune sue scelte.

Nata a Washington nel 1953, ultima di quattro figli di genitori ebrei appartenenti alla middle class, sentì  ben presto il desiderio di liberarsi dalle convenzioni di rigido perbenismo della sua famiglia e nel 1968 uscì definitivamente dalla casa paterna, iniziando un percorso di vita precario e disagiato. Dopo varie peregrinazioni si recò per studiare a Boston, alla School of Museum Fine Arts dove ebbe modo di avvicinarsi e ben presto innamorarsi della fotografia.

 Il suo obiettivo si sofferma ad indagare aspetti e situazioni marginali della società, ritraendo persone che vivono in condizioni degradate. Il  senso di disperazione e abbandono che traspare dalle sue immagini si deve anche alle imperfezioni dei suoi scatti, alle sgrammaticature che esprimono in modo autentico e diretto le schegge di un’umanità emarginata e sofferente. La critica ufficiale non comprese il valore profondo del suo lavoro, disprezzando aspramente la presa diretta senza filtri della sua vita e degli amici della cerchia da lei frequentata. Nel 1978 la Goldin si trasferì a Londra e poi a New York dove, per sopravvivere, accettò lavoretti di ogni tipo: la sua vita diviene sempre più sregolata con eccessi costanti riguardo al sesso, alle droghe, all’alcool, ma la fotografia rimase sempre un punto di solido ancoraggio e la sfera intima e privata della sua vita e degli strani amici che frequentava,  diventò la maggiore protagonista di scatti a colori che vengono esaltati e qualche volta violentati dall’uso del flash.

Nan non si sottrae dal mettere il dito nella piaga della violenza domestica: sono immagini crude, sbattute in faccia all’osservatore che ne rimane indubbiamente turbato.

Nel 1986 esce il suo lavoro più famoso, il provocatorio “The ballad of Sexual Dependency” – titolo tratto da una canzone di Kurt Weil – che contiene settecento fotografie ( dal 1979 al 1986 ) a colori, presentate nel formato di un ‘slide show musicato’, trasformato successivamente in un libro fotografico. La maggior parte degli amici protagonisti di queste immagini avrà una morte precoce per droga o Aids. Anche Nancy  non si sottrasse  agli eccessi, seguì la corrente intensificando l’uso di droghe pesanti, per arrivare a toccare il fondo alla fine degli anni ottanta quando, disperata, decise di intraprendere un programma di riabilitazione, grazie anche alla vicinanza e al sostegno della scultrice Siobhan Liddell, il suo nuovo amore.

Trixie on the cot, New York City, 1979 © Nan Goldin

La Goldin seguì con partecipazione il problema della diffusione dell’AIDS in alcuni strati della società statunitense e fu tra i promotori, a New York nel 1989, di una grande mostra incentrata su questa tragica malattia.

Il suo interesse si rivolge anche al cinema che la vede nel ruolo di regista nel film “I’ll be your mirror”in cui mette a fuoco con racconti e interviste il  dramma di un’intera generazione giovanile falcidiata dall’AIDS e dalla droga sulla scena della cultura underground, dagli anni settanta alla fine degli anni ottanta del Novecento.

BIBLIOGRAFIA

 Pino Bertelli, La fotografia ribelle, ed. Interno 4, Rimini 2022.

SITOGRAFIA

www.fotografiaartistica.it

www.palazzograssi.it

FOTO

1-https://losbuffo.com

2-https://fiaf.net

3 –https://www.abebooks.it

4 -https://www.ilgiornaleditalia.it

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

L’articolo ha scopo didattico divulgativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere vendute.

Fotografia e pittura: l’espressionismo e l’abbandono delle regole

All’inizio del secolo scorso in pittura, in contrapposizione all’impressionismo, in cui era la realtà oggettiva a imprimersi nella coscienza soggettiva dell’artista, sorse una nuova corrente artistica, che si definì come espressionismo, in cui la creazione artistica seguiva la direzione opposta: dall’interno all’esterno, dall’anima dell’artista direttamente nella realtà, senza ulteriori mediazioni.

E. Munch – L’urlo

Nel primo ventennio del Novecento l’espressionismo vide nascere le opere di artisti del calibro di Edward Munch, Egon Schiele e in Italia di Renato Guttuso, Bruno Cassinari, Aligi Sassu, solo per citare gli artisti più noti. Dagli anni ‘40 si sviluppò inoltre una corrente che si riconosceva nel termine “espressionismo astratto”, termine utilizzato per la prima volta nel 1946 dal critico Robert Coates, che, in realtà, riprese questo termine dallo storico dell’arte Alfred Hamilton Barr, il quale lo aveva coniato nel 1919 per commentare un quadro di Vassily Kandinsky. Questo nuovo movimento si affermò inizialmente a New York con opere di grandi dimensioni caratterizzate da superfici piatte e dall’abolizione della profondità e della prospettiva, in sostanza dal declino di tutto ciò che era accademia. Inoltre assunse importanza fondamentale il gesto dell’artista che dipingeva. Harold Rosenberg nel 1952 nel suo saggio “The American Action Painters” introdusse appunto il termine Action Painting, che derivava dalla tecnica utilizzata da Pollock nelle sue opere, il drip painting, stile che si diffuse tra gli anni ’40 e ’60. Jackson Pollock infatti affermava: “L’artista moderno, mi pare, lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini esprime il movimento, l’energia e le altre forze interiori”, concetti che ben si adattavano all’espressionismo ma anche a buona parte dell’arte moderna. Da rilevare che in quegli anni questa corrente venne anche appoggiata dalla C.I.A. (Congresso per la libertà culturale attivo dal 1950 al 1967), che ci vide un’utile contrapposizione con lo stile realista prevalente nel blocco socialista: libertà (ma anche libero mercato) versus gestione oppressiva da parte dello stato.

Foto, Ernst Haas

In tempi di poco successivi cominciarono a manifestarsi le prime esperienze espressioniste anche nell’ambito della fotografia. Ciò che accomunava i fotografi e i pittori era l’abbandono delle regole codificate, oltre naturalmente al fatto che la creazione artistica seguiva la direzione che andava dall’anima dell’artista direttamente nella realtà esterna. I fotografi cercarono quindi a loro volta nuove strade per esprimere il loro sentire: dalle profonde manipolazioni in camera oscura (Roger Catherineau, ma anche Mario Giacomelli, perlomeno con le sue ricerche sul paesaggio agricolo coltivato) alla realizzazione del “fotogramma” realizzato senza utilizzare la fotocamera (Luigi Veronesi) alla ricerca sulle forme astratte in  muri, manifesti, rocce (Paolo Monti) per arrivare infine al mosso abbinato ai forti toni cromatici di Ernst Haas. John Szarkowski, curatore del Museo di Arte Moderna di New York nel 1962 gli dedicò la prima mostra personale mai realizzata per un’opera fotografica a colori. Per Haas l’importanza del colore derivava anche dal particolare momento storico, il dopoguerra. Affermò infatti: “In qualche modo, forse simbolicamente, ora volevo dire che il mondo e la vita erano cambiati, come se tutto all’improvviso fosse stato ridipinto di fresco. I tempi grigi erano finiti. Come all’inizio di una nuova primavera, volevo celebrare col colore i tempi nuovi, colmi di nuove speranze.”

In epoca più recente, l’avvento del digitale favorì un ulteriore sviluppo dell’espressionismo fotografico, mettendo a disposizione del fotografo nuovi mezzi tecnici. Naturalmente rimaneva essenziale la capacità da parte dell’artista di infondere nell’opera la propria impronta stilistica, mantenendosi fedele alla sua personale e originale visione.

Rick Doble, fotografo professionista da oltre 30 anni è un convinto esponente di questa corrente. Le sue fotografie digitali e le sue elaborazioni al computer sono presenti in vari musei. Nel 1999 affermava: “Vorrei proporre un nuovo termine per questa fotografia. Il termine è “foto-espressionismo”. Con questo intendo immagini fotografiche che siano personali ed espressive come i dipinti di questa corrente pittorica del passato recente…Ho derivato questo termine da due movimenti artistici: l’espressionismo, come praticato soprattutto da pittori tedeschi (Kirchner, Klee, Kandinsky) all’inizio del secolo, e l’espressionismo astratto come praticato da artisti a New York nel 1940 e 1950 (Pollock, Rothko, Frankenthaler) insieme con altri in tutto il mondo. Clay Riley, direttore del Carteret Arts Council, guardando i miei lavori ha detto che io sono action painting”. Queste affermazioni sembrerebbero ribadire i numerosi punti di contatto esistenti fra fotografi digitali di oggi e pittori nonchè fotografi espressionisti del secolo passato.

Scopri di più su Ernst Hass

Scopri di più su E. Munch

Articolo di Lorenzo Vitali

Annie Leibovitz, dagli anni ottanta a oggi

Annie Leibovitz

Sul finire del 1988 la trentanovenne fotografa statunitense, Annie Liebovitz, incontrò la famosa scrittrice Susan Sontag, considerata un “simbolo della sinistra americana” e fu subito amore: un amore che le condurrà ad una relazione di quindici anni, fino alla morte di Susan per cancro nel 2004.

Annie ama le provocazioni e non mostra alcuno scrupolo nel mostrare le immagini agghiaccianti della sua compagna sdraiata sul letto, consumata dalla malattia e dalla terapie, ritraendola anche subito dopo la morte adagiata nel feretro.

 Anche in questi giorni il suo ultimo lavoro fa parlare di sé, attirando elogi, ma anche forti critiche. La fotografa si  è recata in Ucraina e, su commissione della famosa rivista di moda Vogue, ha ritratto il Presidente e la moglie Olena che campeggia sulla copertina patinata con i suoi pantaloni neri e camicia bianca, mentre siede sugli scalini del palazzo presidenziale attrezzato a rifugio. In altri scatti gli sfondi parlano direttamente della  guerra, dei soldati armati, delle rovine: le immagini della Liebowitz sono magnifiche, curate nella composizione, nel taglio e nei particolari, ma il cappotto azzurro indossato dalla giovane donna con atteggiamento disinvolto da modella navigata, ha fatto il giro del mondo, suscitando aspre critiche e reazioni sull’opportunità di occhieggiare alla moda in un momento tragico come quello che sta vivendo l’Ucraina e di conseguenza anche l’Europa.

Ma Annie non si scompone, è molto coraggiosa e sa gestire anche le sfide più difficili. In una serie di video sul web, la vediamo ad esempio camminare  per ore sopra lande ghiacciate in condizioni climatiche assai complicate, alla ricerca della giusta inquadratura.

 Eccellente ritrattista, ha seguito i Rolling Stones nel loro importante tour del 1975 attraverso gli Stati Uniti, realizzando splendide fotografie dei back stage e degli spettacoli in cui musicisti della celebre band vengono immortalati in tutta la loro prorompente vitalità. Rimanendo in ambito musicale non si può non ricordare uno scatto ormai diventato iconico, dedicato a John Lennon e sua moglie Oko Ono sdraiati abbracciati sul loro letto, foto realizzata cinque ore prima che il musicista venisse ucciso l’8 dicembre 1980.

Il Presidente Zelensky con la moglie Olena – da Vogue
Olena ZELENSKY sul campo di battaglia – Da Vogue

Molti personaggi famosi sono stati da lei immortalati e tra questi ne ricordiamo solo alcuni, come Merlyn Streep, Angiolina Jolie, Demi Moore, Hoko Ono, Patty Smith, il Presdente Obama e famiglia e la regina Elisabetta II nell’occasione della sua visita del 2007 negli Stati Uniti. Per un lungo periodo ha avuto l’incarico di ritrattista ufficiale della celebre rivista Vanity Fair, distinguendosi per lo stile asciutto, le inquadrature originali , le ricercate sfumature tonali e la stretta collaborazione con i suoi modelli di cui sa cogliere alcuni dei loro aspetti più intimi.

 Il suo talento di fotografa è ampiamente riconosciuto anche fuori dagli Stati Uniti: in Italia ha avuto commissioni importanti dalla Lavazza e dalla Pirelli realizzando calendari di cui il più famoso è quello del 2016 per la famosa fabbrica di pneumatici, calendario dedicato a dodici magnifiche figure femminili che si impongono davanti all’obiettivo di Annie con la loro prorompente personalità.

Per renderle onore ricordiamo che è stata la prima donna fotografa ad esporre alla National Portrait Gallery di Washington.

Annie Liebowitz, Photographs Thames & Hudson,1984

Annie Liebowitz, Photographs1970-1990, Harper Collins Publishers, 1991

Annie Liebowitz & Susan Sontag, Women, Random House

Annie Liebowitz, Portraits 2005-2016, White Star, 2017

Sorgi Marcello, C’eravamo tanto amate, La Stampa, Torino 2009

 GrandiFotografi.com ( blog di cultura fotografica )

 Nel 2006 Barbara Liebowitz da realizzato un documentario sulla sorella Annie, dal titolo Annie Liebovitz:Life Through a Lens  ( In Italia proiettato nel 2012)

Qui un documentario su di lei:

Articolo di Giovanna Sparapani

L’articolo ha solo uno scopo didattico e divulgativo, le immagini sono dell’autore e non sono vendibili o scaricabili per scopi differenti.

Antony Crossfield, tra il corpo e l’identità.

Attraverso la sua arte cerca di mettere in discussione le concezioni tradizionali della corporeità esplorando la relazione tra il corpo e l’identità. Il pensiero occidentale ha tradizionalmente visto il soggetto umano in modo dualistico, come costituito da due entità separate: mente e corpo. Questa visione insiste sul fatto che “essere” significa soprattutto essere distinto dall’altro, essere sicuri e definiti entro i confini del corpo.

Fotografia di Antony Crossfield

Attraverso la sua fotografia cerca di sfidare queste concezioni sollevando il soggetto da interrogativi su chiusura e integrità. L’autore presenta il corpo non come un involucro protettivo che definisce i nostri limiti, ma come un organo di interscambio fisico e psichico tra corpi, una sorta di intersoggettività che produce identità. Il corpo si presenta come instabile, ambiguo, fluido e costantemente in movimento.

Molte delle sue immagini hanno come soggetto uomini proprio per sfidare la tradizione dell’oggettivazione delle donne, lavorando contro un discorso stereotipato sulla mascolinità. I suoi soggetti sono vistosamente carnosi, imperfette, soggetti a decadimento e vulnerabili. Ciò si traduce in una sorta di frammentazione del corpo che non è più lo spazio che assicura l’idea di sé, è il dominio in cui il sé viene contestato e messo in discussione.

Ho trovato interessante questo video https://www.celesteprize.com/artwork/ido:424542/

Classe 1972, Antony Crossfield lavora a Londra ed era il favorito di Charles Saatchi, il “super collezionista” d’arte.

Date un’occhiata al suo sito che è pieno di cose interessanti, ciao

Sara

Antony Crossfield