Fotografi africani interessanti, da vedere!

Se stai cercando di conoscere il lavoro di fotografi africani, Singulart è il posto giusto. E’ una galleria online che offre uno spazio pieno di creatività. Singulart rappresenta artisti contemporanei di oltre 45 nazionalità che lavorano con diversi stili.

Diamo un’occhiata ad alcuni di questi:


Yannis Davy Guibinga
Fotografo autodidatta di Libreville, Gabon, vive e lavora a Montréal, in Canada, Yannis Davy Guibinga è noto per ritratti che esaminano le diverse identità africane. Guibinga usa audaci tavolozze di colori primari e nelle sue immagini è presente un’atmosfera futuristica.

Safaa Mazirh, autodidatta, fotografa marocchina, crea fotografie in bianco e nero volte all’esplorazione del corpo e del movimento. La sua prima esperienza in fotografia, è stata fotografare i bambini piccoli in villaggi remoti del sud del Marocco. Le sue fotografie in bianco e nero sono caratterizzate da inquadrature strette e da giochi di luce che creano scene irreali.

Emeka Okereke, artista e scrittrice originaria della Nigeria, che vive e lavora tra Berlino e Lagos, usa la fotografia per esplorare il tema dei “confini” e le complessità della vita nell’Africa contemporanea. La fotografa esplora la nozione di “confine” come spazio che fornisce terreno fertile per nuovi segni di identità.

Fondatrice di Invisible Borders, un progetto di collaborazione itinerante che coinvolge artisti di vari settori, invitati a intraprendere un viaggio creativo attraverso i confini nazionali in Africa e, più recentemente, in Europa, al fine di esplorare le interazioni tra le persone e l’ambiente.

George Osodi, era un fotoreporter per il Comet Newspaper e per l’Associated Press a Lagos tra il 2001 e il 2008.

George ha coperto molti incarichi per organizzazioni locali e internazionali, e le sue fotografie sono state pubblicate su New York Times, Time Magazine, The Guardian, The Telegraph, USA Today, The International Herald Tribune, CNN, BBC Focus on Africa e molti altri .

George ha vinto numerosi importanti premi internazionali, tra cui il Fuji Africa Fotoreporter dell’anno nel 2004 (Features).

Joana Choumali (Abidjan, Costa d’Avorio, 1974) è una fotografa freelance. Ha studiato arti grafiche a Casablanca (Marocco) e, prima di iniziare la carriera come fotografa, ha lavorato come Art Director per McCann-Erickson. Nei suoi lavori più recenti ha esplorato temi complessi come la femminilità, la bellezza e la rappresentazione del corpo nella società contemporanea africana.

Eric Gyamfi nato nel 1990, è un fotografo e di Accra che lavora sulla vita sociale del Ghana. E’ stato esposto ai Rencontres De Bamako, LagosPhoto e presentato a Aperture, The New York Times e The Huffington Post. ha vinto il premio della Fondazione Open Society 2017 Grant.

Spero vi siano piaciuti e vi abbiano dato spunti per approfondire, ciao Sara

Uomo sì o uomo no nella Street photography?

New york – Sara Munari

Prima di tutto, per soggetto si intende sempre soggetto umano? In realtà no. Gli animali, anche senza la presenza di esseri umani possono essere considerati soggetti per la street. Addirittura, le ombre di esseri umani o animali sono street, se le componiamo e gestiamo con un metodo corretto.
Basti pensare al lavoro sui cani scattato da Elliott Erwitt, quasi tutto scattato per strada, basato sulla convinzione del fotografo che i cani assomigliassero fortemente ai propri padroni. Uno dei libri più belli e famosi di Garry Winogrand è proprio The Animals, del 1969, nel quale l’autore si concentra sulla vita degli animali sia all’interno di zoo che fuori. Gli zoo sono un ottimo territorio di caccia per questo genere fotografico, sono anche abbastanza semplici da affrontare, in quanto è naturale avere una fotocamera in uno zoo o in un parco divertimenti e i visitatori sono più rilassati e meno sospettosi.

Bee body be boom – Sara Munari

Se l’uomo manca del tutto e nessun elemento si riferisce al “vivere quotidiano” in termini attivi, io preferisco definire l’immagine con il termine fotografia urbana, anche se molti la definirebbero
comunque street.
Con il termine “soggetto” mi riferisco a soggetto umano o animale presente o di cui si percepisca la presenza. Se il soggetto, che sia umano oppure no, è ritratto da una distanza tanto ravvicinata da non permettere allo stesso di avere nessuna relazione con il contesto o con altri elementi umani o animali, la fotografia diventa un ritratto. Anche in questo caso, se una foto di ritratto in un contesto urbano viene inserita in un portfolio di street, verrà percepito, nella narrazione, come una virgola in un racconto.
Un piccolo fermo tra le storie delle singole fotografie all’interno del vostro portfolio. Quindi, come vedete, i limiti sono pochi. Ritratti fatti per strada, con un approccio candid, sono assolutamente da considerare street photography, anche se non possono essere l’unico linguaggio usato nel lavoro, altrimenti verrà percepito nel suo insieme come un progetto sul ritratto.
La presenza umana non è nemmeno sempre necessaria. Se pensiamo, per esempio, alle immagini di Eugène
Atget, non vi sono praticamente mai persone, eppure anche lui cercava di mostrarci la vita per strada, anche solo suggerendo la presenza umana, attraverso elementi legati alla “vita vissuta”.

Questa è una parte del mio libro sulla Street photography, l’ultimo uscito della casa editrice Emuse.

Se vi interessa l’acquisto qui per informazioni
Street photography | Attenzione! Può creare dipendenza

Di treni, di sassi e di vento – Sara Munari

Un nuovo autore Mu.sa.: Marco Castelli

Ciao, l’autore che vi presentiamo oggi è fiorentino e ci ha inviato delle immagini scattate durante il lockdown proprio a Firenze.

La città è davvero spettrale.

Italian Lockdown – The Forbidden Photographs

2020. Il coronavirus si diffonde a livello globale. L’Italia è il primo paese europeo a entrare in lockdown. È proibito a chiunque di uscire, se non per ragioni di necessità. Forse per la prima volta, ci si trova davanti a un momento storico in cui la documentazione visiva risulta intrinsecamente ed esplicitamente compromessa, collocandosi sulla linea d’ombra dei divieti contestualmente imposti. Cosa determina la legittimità della figura del fotografo, al di là di una partita IVA? Può l’occhio narrativo, in senso autoriale, riappropriarsi del diritto a un’analisi consapevole, senza dover ricorrere a letture e interpretazioni o, come sopra, a un riconoscimento legale quale il libero professionismo? In definitiva, cos’è che sancisce il discrimine tra il dovere di raccontare e la possibilità di farlo? Queste e altre riflessioni, oltre al bisogno incontenibile di documentare una fase storica – a detta di molti – senza precedenti, danno origine alla serie “Italian Lockdown – The Forbidden Photographs”.

[Le fotografie sono state scattate nel pieno rispetto dei Dpcm vigenti]

BIOGRAFIA

Marco Castelli vive e lavora a Firenze.La sua ricerca personale muove attraverso un profondo interesse per il contesto umano, cercando approcci differenti alle arti visive e alla comunicazione creativa.I suoi lavori sono stati esposti, premiati e pubblicati a livello internazionale.http://www.marco-castelli.com/

Mostre di fotografia da non perdere a Settembre

Buongiorno, eccomi a consigliarvi le mostre da non perdere a Settembre, buona giornata, Anna

Paolo Ventura. Carousel

Dal 17 settembre all’8 dicembre CAMERA ospita Carousel, un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura (Milano, 1968), uno degli artisti italiani più riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda, all’inizio degli anni Duemila si trasferisce a New York per dedicarsi alla propria ricerca artistica. Sin dalle sue prime opere unisce una grande capacità manuale a una visione poetica del mondo, costruendo scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche e surreali, immortalate poi dalla macchina fotografica. Con «War Souvenir» (2005), rielaborazione delle atmosfere della Prima Guerra Mondiale attraverso piccoli set teatrali e burattini, ottiene i primi importanti riconoscimenti, come l’inserimento all’interno del documentario della BBC «The Genius of Photography» nel 2007. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, rientra in Italia dove realizza alcuni dei suoi progetti più celebri, all’interno dei quali mescola fotografia, pittura, scultura e teatro, come ad esempio nella scenografia di «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo, frutto dell’importante collaborazione con il Teatro Regio di Torino, di cui CAMERA ha esposto alcuni lavori preparatori a gennaio 2017.

In quest’occasione le sale di CAMERA ospitano alcune delle opere più suggestive degli ultimi quindici anni – provenienti da svariate collezioni, oltre che dallo studio dell’artista – in un’assoluta commistione di linguaggi che comprende disegni, modellini, scenografie, maschere di cartapesta e costumi teatrali. Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare né di una retrospettiva, quanto piuttosto di una messa in scena di tutti i temi ricorrenti della sua poetica, fra i quali spiccano quello del doppio e della finzione. In mostra anche due progetti inediti: «Grazia Ricevuta» e il lavoro che Paolo Ventura sta realizzando a seguito di una residenza presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, avviata grazie alla collaborazione fra CAMERA e l’ente ministeriale.

In occasione della mostra sarà pubblicato un volume edito da Silvana Editoriale che ripercorre le tappe salienti della ricerca dell’artista.

Dal 17 settembre all’8 dicembre CAMERA – Torino

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LETIZIA BATTAGLIA. STORIE DI STRADA

Arriva ad Ancona la mostra “Letizia Battaglia. Storie di strada”, in programma alla Mole Vanvitelliana, dal 25/07/2020  al 15/01/2021.

Storie di strada”, una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che ricostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di  Letizia BattagliaPromossa dal Comune di Ancona,  Assessorato alla Cultura, l’esposizione, che ha già toccato con successo Milano, propone circa  300 fotografie, molte delle quali inedite.
La mostra continua a completare un percorso espositivo che il Comune di Ancona e Civita hanno voluto dedicare ai grandi maestri della fotografia del Novecento e contemporanea.

“Ancona ospita alla Mole una mostra che era in procinto di arrivare all’inizio del 2020 – spiega l‘assessore alla Cultura e Turismo, Paolo Marasca – . L’Amministrazione ha deciso, con grande spirito di reazione e di consapevolezza, di programmarla comunque al momento della ripresa delle attività, perché è una mostra che parla di vita, di sfide, di relazioni, di tenacia e di un Paese complesso e difficile.

Ma anche perché riprendere da una grande mostra, da un grandissimo evento di portata nazionale e di altissima valenza sociale, è un segnale per tutto il territorio. Non ci sarebbe stata artista più adatta, perché Letizia Battaglia parla ai sentimenti e al cuore, e lo fa consenso critico e grande passione. Devo personalmente ringraziare tutto lo staff del Comune e della Mole che ha contribuito ad un evento così importante, in così poco tempo, e con le difficoltà di questi mesi. Davvero delle persone appassionate e meravigliose.”

L’esposizione

 
Storie di strada” attraversa l’intera vita professionale della fotografa siciliana, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull’amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce.
Come ha avuto modo di ricordare la stessa Battaglia, La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora […]. L’ho vissuta come salvezza e come verità”. “Io sono una persona – afferma ancora – non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa.”.

Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre – afferma Francesca Alfano Miglietti curatrice della mostra – del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”.

dal 25/07/2020  al 15/01/2021 – Ancona – Mole Vanvitelliana

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UNDER COVID di Gianmarco Maraviglia

Gianmarco Maraviglia


Mostra fotografica di Gianmarco Maraviglia
a cura di Chiara Oggioni Tiepolo

Inaugurazione – 15 settembre 2020, ore 19.00
In esposizione – dal 15 al 24 settembre 2020

E’ come se qualcosa si fosse inceppato e poi rotto. Rotto il tempo, la realtà, le abitudini. Il senso di libertà, la leggerezza, una certa arroganza nel dare per scontata la vita, perfino. Quella vita.
Poi è arrivato il giorno in cui è cambiato tutto. Stroncata la spensieratezza, annullata una gestualità tipicamente italica, spazzato via lo scorrere “normale” delle consuetudini e delle giornate. Ci si è scoperti vulnerabili, l’universo tutto da conquistare si è rimpicciolito fino a entrare all’interno delle pareti domestiche. Polverizzate le certezze, spogliate le impalcature, ci si è stretti alle uniche sicurezze ancora solide.
Si è aspettato, come se fossimo rinchiusi in un bunker, che un’entità altra ci desse nuovamente il via libera. Si è affidata la nostra esistenza prima a un bollettino, poi alle tecnologie. La parola “controllo” ha assunto le tinte rassicuranti di un mantello di protezione.
E infine la riapertura. Evviva. Ecco dunque tutti riversarsi in strada, con la fretta l’urgenza di riappropriarsi del tempo che fu, la necessità quasi fisica di convincersi che fosse tutto finito, passato, pronto a essere dimenticato.
Eppure. Abbiamo fatto finta che non fosse successo niente, volevamo che non fosse successo niente. Ma qualcosa continua a non funzionare. Ed è solo adesso, probabilmente, ora che le emozioni si depositano e sedimentano, che abbiamo il coraggio e la lucidità di comprendere quanto davvero quella frattura del normale si sia fissata dentro di noi in maniera irreversibile.
Gianmarco Maraviglia ha voluto raccontare il “suo” covid, in una narrazione a metà fra il racconto intimo e l’indagine fotogiornalistica, pur evitando la dimensione più dettagliata della malattia. Ma anche lui si è ritrovato di fronte al dilemma del “disallineamento”. Come rappresentare e
sintetizzare dunque visivamente il cambio di piano sequenza del reale che le nostre esistenze hanno subito? Nasce così il glitch, l’errore di sistema. Immagini di “matrixiana” suggestione che lasciano aperto un interrogativo sul nostro futuro prossimo.

Ingresso gratuito contingentato a max 20 persone contemporaneamente
ZONA K è un’associazione culturale con attività riservate ai soci. Per accedere alla mostra occorre inviare la richiesta tesseramento almeno 24 ore prima sul sito http://www.zonak.it, costo tessera € 2,00.

Dal 15 al 24 settembre – MILANO – Zona K

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OLIVO BARBIERI. EARLY WORKS 1980-1984

Dopo i mesi difficili che Bergamo ha vissuto a causa della pandemia, la Fondazione MIA, nel rispetto delle norme e dei protocolli, ha deciso di proporre per l’estate 2020 la mostra fotografica che negli anni è diventata per la città un appuntamento fisso e molto seguito, anche come segno di rinascita e di ripartenza attraverso la cultura. 

L’esposizione presenta per la prima volta insieme 35 fotografie realizzate dal grande autore emiliano agli inizi degli anni Ottanta raffiguranti prevalentemente l’Italia, dai grandi centri urbani alle piccole città, colte nei momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti

Un’occasione unica per scoprire la serie cult di immagini, quasi interamente inedita, da cui è iniziato il fortunato percorso artistico di Olivo Barbieri, che ha segnato una stagione straordinaria della fotografia italiana. Alcune delle immagini esposte hanno fatto parte di Viaggio in Italia, il progetto ideato nel 1984 da Luigi Ghirri – ancora oggi considerato un manifesto per le nuove generazioni – che, riunendo venti giovani fotografi di allora, ha lavorato alla possibile ridefinizione dell’idea di paesaggio e contemporaneamente a un ripensamento del fatto fotografico.

Viaggio in Italia ha rappresentato una svolta decisiva per la fotografia italiana, e non solo, segnando un profondo mutamento all’interno di questo linguaggio, di cui Barbieri è stato uno dei protagonisti più incisivi. 

Spiega lo stesso autore: «Queste mie immagini raccontano di luoghi fino ad allora poco rappresentati. Sono state esposte in parecchie personali e collettive ma non sono mai state raccolte e pubblicate in modo organico. Sono immagini di poco prima che tutto fosse fotografato e vorticosamente divulgato. Prima del web e dei telefonini».

«La nostra attenzione per i margini, per le periferie, fu anche una reazione esasperata da quell’attenzione istituzionale eccessiva sul centro storico come cliché, come cartolina… Si voleva uscire dal museo, dalla scenografia classica, scavalcare la quinta teatrale.»

Nelle opere in mostra si ritrovano già tutti gli elementi e i temi che nei decenni successivi Barbieri ha continuato a sviluppare con i suoi progetti: l’illuminazione artificiale nella città contemporanea, le vedute dall’alto, gli interni delle abitazioni e dei bar, i segni nel paesaggio.

Una ricerca complessa, che si è sviluppata in un continuo transito di linguaggi, attraversamenti temporali di e con discipline diverse, al fine di stimolare interpretazioni e riflessioni per una lettura aperta del mondo e dell’opera stessa dell’autore.

Scrive Corrado Benigni nel testo del catalogo edito da Silvana Editoriale: «Come il concetto di paesaggio, il lavoro di Barbieri non si lascia interamente ricondurre a direzioni interpretative troppo definite, mantenendo un proprio grado di autonomia, di resistenza. Attraverso la sottile ambiguità delle sue immagini, il maestro emiliano ci insegna come sia necessario guardare moltiplicando i punti di vista dentro e fuori di noi, per vedere in modo più consapevole ciò che è indefinitamente vero».

Arricchisce l’esposizione una serie di fotografie di grandi dimensioni realizzate dall’alto su quattro grandi metropoli, Roma, Napoli, Pechino, appartenenti all’ultimo periodo della produzione di Olivo Barbieri.

Dal 26 giugno al 31 ottobre – Monastero di Astino – Bergamo

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Le mostre di PHEST 2020

Diverse e di grande effetto le location, vecchie e nuove, individuate dagli organizzatori per la V edizione di PhEST – festival internazionale di fotografia e arte a Monopoli in programma dal 7 agosto al 1° novembre. Organizzato dall’associazione culturale PhEST, il festival ha la direzione artistica di Giovanni Troilo e la curatela fotografica di Arianna Rinaldo. Un’edizione che si è immediatamente contraddistinta per la ferma volontà degli organizzatori e degli amministratori locali di rendere la fruizione delle mostre completamente sicura e gratuita per tutti, con la scelta di location tutte all’esterno per questa edizione dedicata alla Terra, nel senso di pianeta, ma anche di mondo contadino e riscoperta del suo valore, per aiutarci a ritrovare l’essenza delle cose e il contatto con la terra per ripartire da essa.
Nella nostra passeggiata virtuale abbiamo deciso di iniziare dalla zona “sud” del centro città dove si trova lo skate park a ridosso del mare con il progetto fotografico di Inka & Niclas, 4K ULTRA HD. Camminando poi verso Cala Porta vecchia si incontra l’isolotto su cui campeggiano le foto di Jan Erik Waider, North Landscapes, dedicate agli iceberg, mentre sul fondo marino è allestita la mostra subacqueaSee the sea you usually don’t see dedicata ai pesci notturni con gli scatti di David Doubilet e Jennifer Hayes e realizzata in collaborazione con National Geographic. Di fronte, l’antica muraglia è stata scelta per stupire i visitatori con la gigantografia del ghiacciaio Antartide- Il continente bianco e i suoi contrasti inaspettati di Igor Gvozdovskyy. Tornando appena indietro, andando verso la città nuova, la parete accanto al Kambusa su Largo Portavecchia è lì che aspetta i visitatori con il murale appena realizzato da Millo dal titolo Beyond the Sea. Sul Belvedere di Porta Vecchia si trovano invece Land(e)scape, progetto realizzato su commissione dell’azienda di abbigliamento di Martina Franca, Hevò, e Ciril Jazbec con il suo The Ice Stupas.
Passeggiando sul lungomare Santa Maria si incontrano invece due mostre-installazioni allestite sul muretto prima e dopo il bastione: Dillon Marsh (Gallery Momo) con il suo Counting the Costs e Solmaz Daryani con The Eyes of the Earth.
Si arriva quindi al Castello Carlo V, unica eccezione in interni sempre ad ingresso gratuito, voluta dal Comune che ne avrà in carico la gestione anche per quanto riguarda i controlli anticovid, dove PhEST ha allestito due mostre fotografiche: La nuda vita di Antoine d’Agata (Magnum Photos) e No agua, no vida di John Trotter,  cui si aggiungono le video installazioni di Endri Dani, Poiein, Simon Norfolk, When I Am Laid in Earth, e Luca Locatelli, 2050. All’interno del Castello si trova anche l’arte di Giorgio di Palma con la sua Eredità. Sui frangiflutti davanti al Castello è allestito invece il lavoro commissariato da Tormaresca a Piero Percoco: Calafuria – The Rainbow is Underestimated.
Andando verso il Porto Vecchio, sul molo Margherita arrivando fino al Faro Rosso ci sono due mostre, Imagined Homeland di Sharbendu De e Mezzogiorno di Marco Zanella, cui si aggiunge The Future of Farming di Luca Locatelli allestita sui new jersey sul  filo del mare. Sulle pareti del Porto Vecchio campeggeranno invece le fotografie di Ground Contol il lavoro di Roselena Ramistella realizzato su commissione di PhEST e dedicato ai contadini e alle contadine pugliesi.
Incamminandosi quindi dal Porto vecchio verso piazza Vittorio Emanuele si trova via Garibaldi con l’allestimento sospeso tra i balconi delle case di Earth calls PhEST con foto courtesy di Google Earth. Arrivati quindi in piazza Vittorio Emanuele si possono ammirare i coloratissimi insetti Micro Beauty in pvc calpestabile in gigantografia di Igor Siwanowicz. Per completare il circuito e non dimenticare nessuna delle 24 mostre allestite a Monopoli ci sono ancora due tappe da fare: piazza Palmieri dove su una struttura poligonale realizzata appositamente per PhEST si trova Ustica di Jacob Balzani Lööv / Premio PHMuseum Grant. In piazzetta S.Maria un grande planisfero metterà in mostra una selezione degli scatti arrivati in queste settimane da tutto il mondo da chi ha risposto alla social call internazionale #PhESTchiamaTERRA.
Infine, in piazzetta Garibaldi, all’Info point turistico del Comune di Monopoli – Sala dei pescatori, dove tra l’altro sono esposte le foto di Piero Martinello protagoniste del primo progetto speciale del festival di Monopoli, ci sarà un corner PhEST per la distribuzione dei percorsi per le mostre e la vendita di gadget PhEST .
E se avete paura di perdervi, non vi preoccupate. In giro per la città non mancherà la segnaletica stradale, orizzontale e verticale, con il giallo PhEST che indicherà ai visitatori la direzione da seguire per non perdere nessuna delle mostre, indicando anche la giusta distanza da mantenere per godere al meglio della loro visione oltre che fruirne in sicurezza rispettando la normativa anti-Covid19.
Da non perdere, poi, nelle giornate inaugurali le visite guidate con distanziamento che saranno seguite da 4 artisti che hanno garantito la loro presenza e i numerosi eventi collaterali come la proiezione su waterscreen per la serata inaugurale, la musica in filodiffusione da un peschereccio al Porto Vecchio in collaborazione con Time Zones e le performance di Music of the plants in largo castello (in allegato il programma completo). 
E per chi volesse approfondire la conoscenza degli autori e dei loro lavori PhEST ha inserito sui pannelli di presentazione di ciascuna mostra un QR code con contenuti extra in grado di raccontare le mostre ai visitatori.
 
Anche quest’anno il Festival ha ricevuto il sostegno e il patrocinio di numerosi soggetti istituzionali a partire dall’Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia nell’ambito del FESR – FSE 2014/2020 e di Teatro Pubblico Pugliese e PugliaPromozione tra le azioni realizzate d’intesa e finalizzate alla valorizzazione, promozione e comunicazione della Puglia come destinazione turistica e culturale.
E ancora di Piiil Cultura – Piano strategico della Cultura della Regione Puglia, del Comune di Monopoli e il patrocinio dell’Apulia Film Commission, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale e del Politecnico di Bari.

Dal 07 Agosto 2020 al 01 Novembre 2020 – LECCE – sedi varie

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MARIO CRESCI. LA LUCE, LA TRACCIA, LA FORMA

Fondazione Modena Arti Visive è lieta di presentare La luce, la traccia, la forma, personale di Mario Cresci (Chiavari, 1942) a cura di Chiara Dall’Olio. Per l’occasione l’artista ha ideato, all’interno della sede espositiva di Palazzo Santa Margherita, un allestimento composto da opere realizzate con linguaggi differenti e tecniche sperimentali, che da sempre connotano la sua cifra stilistica.
 
Mario Cresci è autore, fin dagli anni Settanta, di opere eclettiche caratterizzate da una libertà di ricerca che attraversa il disegno, la fotografia, il video, l’installazione, il site specific. Il suo lavoro si è sempre rivolto a una continua investigazione sulla natura del linguaggio visivo attraverso il mezzo fotografico usato come pretesto opposto al concetto di veridicità del reale.
 
Fondazione Modena Arti Visive ha invitato l’artista a creare un dialogo con la mostra L’impronta del reale. W. H. Fox Talbot alle origini della fotografia che contemporaneamente le Gallerie Estensi, in collaborazione con FMAV, dedicano al noto fotografo inglese, inventore della fotografia su carta, e ai procedimenti di riproduzione delle immagini. Mario Cresci si è ispirato alle origini della fotografia come traccia creata dalla luce e ha selezionato per La luce, la traccia, la forma una serie di opere che evidenziano il suo interesse per l’incisione e più in generale per il “segno” che fin dal primo momento è stato, in senso più ampio, un tema costante della sua ricerca artistica. Come sottolinea Cresci, prima dell’invenzione della fotografia, le immagini venivano diffuse attraverso l’uso della tecnica calcografica, ovvero attraverso delle lastre di rame incise con le tecniche dell’acquaforte e del bulino. Con l’avvento del dagherrotipo è la luce che impressiona la lastra metallica sostituendosi alla mano dell’artista e, poco tempo dopo, sarà Talbot a inventare il negativo su supporto cartaceo.
 
In occasione della mostra, l’artista riprende un lavoro fatto nel 2011 per l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, che si focalizzava in parte sui segni incisi da Giovanni Battista Piranesi, Annibale Carracci e Luigi Calamatta, analizzati attraverso opere video e scatti fotografici capaci di disvelarne la matericità nel rapporto con la lastra di rame. In mostra, Cresci espone i Rivelati (Roma 2010), tre inclinazioni diverse della lastra che rivelano tre “diverse” immagini modificate dalla luce della “Madonna della Seggiola” di Raffaello, incisa al bulino da Calamatta nel 1863. Integra la serie con macro prelievi estratti dalle fotografie (realizzate ad hoc da Alfredo Corrao all’inizio 2020) delle lastre dei tre incisori. Queste elaborazioni di Cresci manifestano la loro natura di opere d’arte autonome generando, attraverso tracce e segni, altre opere, utilizzando riproduzioni di riproduzioni della realtà, in un continuo circolo interpretativo e creativo. Nel video Tre focus su Piranesi (Roma 2011-Bergamo 2020), l’artista ha invece operato per sottrazione isolando, a partire da una macrofotografia, i solchi del bulino incisi da Piranesi intorno al 1745 sulle lastre di rame dalla serie “Le Carceri”. Cresci trasforma i segni incisi in segni luminosi in movimento che si sommano ridefinendo il disegno originario, operando così un’analisi della percezione visiva attraverso i suoi componenti elementari: le linee.
 
Al centro dello spazio espositivo, la grande teca retroilluminata contiene l’opera Alterazione del quadrato, dalla serie “Geometria non euclidea” (Venezia, 1964), sequenza di immagini su pellicola auto-positiva, dove la riflessione di Cresci si concentra sullo spostamento del punto di vista, sull’esperienza della percezione e sulla sua ambiguità, e lo fa ricorrendo ancora una volta alla geometria, struttura elementare dell’analisi, punto di partenza di molti dei suoi lavori.
 
Tra le opere in mostra è significativo anche il dittico Autoritratto, dalla serie “Attraverso la traccia” (Bergamo, 2010) realizzato usando la superficie specchiante del retro di un “grande rame” che, modificata dall’ossidazione del tempo, restituisce un’immagine alterata della figura. Un gesto simbolico quello dell’intervento di Mario Cresci perché in questo caso è la fotografia a “incidere” la lastra di rame: un omaggio a quello sperimentalismo che caratterizzò l’invenzione della fotografia fin dalla sua comparsa nel mondo dell’arte.
 
dal 12 settembre 2020 al 10 gennaio 2021 – Modena Sala Grande di Palazzo Santa Margherita.

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JACOPO BENASSI. VUOTO

Venticinque anni di fotografia al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, nella prima personale in un museo dedicata a Jacopo Benassi: con la mostra Vuoto, a cura di Elena Magini, dall’8 settembre al 1 novembre 2020 il museo di Prato offre uno sguardo sul lavoro potente, personalissimo, privo di mediazioni, del fotografo spezzino.
 
Dallo studio dell’artista parzialmente ricreato all’interno della mostra alle sale del Centro Pecci, il progetto espositivo si sviluppa in una spazialità dilatata che accoglie alcune delle serie e dei lavori più significativi dell’autore, e si riversa anche negli spazi cittadini, in cui la mostra viene annunciata da un progetto site specific di affissioni.
 
La sua prima fotografia è quella di un gruppo punk in un centro sociale: dalla fine degli anni Ottanta Jacopo Benassi si forma nell’alveo della cultura underground spezzina, sviluppando nel tempo uno stile particolare fatto di mancanza di profondità di campo e flash; una fotografia cruda, vera, pur nella totale mancanza di luce reale: un atto forzato, un evento creato dall’artista in cui lo scatto perfetto non esiste.
 
I soggetti di Benassi sono i più disparati, dall’umanità che abita la cultura underground e musicale internazionale (a partire dall’esperienza del club Btomic, gestito dallo stesso fotografo con alcuni amici) a ritratti di modelle, attrici, artisti, stilisti pubblicati nelle più importanti riviste italiane, fino all’indagine sul corpo, che varia dalla documentazione autobiografica di incontri sessuali, allo sguardo intenso sulla statuaria antica e che può essere considerato il “filo rosso” della sua produzione pantagruelica.
Un posto speciale nell’opera di Benassi è occupato dall’autoritratto, spesso legato al suo percorso performativo: la sperimentazione sulla performance, sua o di altri, si lega costantemente alla musica e viene sempre mediata dall’immagine fotografica, soggetto e oggetto della sua ricerca.
 
In mostra vengono presentate anche opere inedite legate all’interesse di Benassi per l’editoria e la produzione di libri; proprio da un lavoro editoriale in via di pubblicazione nasce la serie The Belt, progetto sul distretto industriale di Prato in collaborazione con l’Archivio Manteco, che oltre a essere esposto è protagonista delle affissioni pubbliche in città nei giorni precedenti alla mostra.
Con The Belt,dal 31 agosto le attività, gli strumenti, gli uomini e le donne che animano il distretto tessile pratesediventano i soggetti delle immagini esposte su grandi cartelloni pubblicitari in vari punti della città. La scelta di anticipare la mostra con una campagna di affissioni pubbliche che presenta il lavoro di Benassi su Prato e le sue fabbriche, risponde all’interesse del museo ad uscire dalle sue mura e a cercare un rapporto più dinamico e diretto con la comunità cittadina.
 
Il titolo della mostra – Vuoto – richiama la specifica sensazione dell’autore rispetto alla sua produzione, un desiderio di mettersi a nudo, tirando fuori da sé tutto, in un percorso di auto-esposizione pubblica.
In questa mostra il fotografo si concede interamente allo spettatore, consegnando il suo studio, i suoi strumenti, il panorama creativo che l’accompagna nella gestazione del lavoro, l’insieme degli scatti che danno vita a un’indagine ventennale sui temi dell’identità, della notte, del lavoro.
Un atto di apertura verso l’esterno che costituisce un punto zero nella carriera dell’artista e, di contro, una possibile rinascita. 

Dal 08 Settembre 2020 al 01 Novembre 2020 – Prato – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci

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Fase Gardaland – Giulia Mozzini

“Fase Gardaland”: è il titolo della serie di 12 fotografie pensate, scattate ed editate da Giulia Mozzini, vincitrice del Concorso Europeo di Fotografia “Ginko Raw Edition”, ed. 2020 La serie viene presentata nell’omonima mostra, curata da Anna Mola, che si tiene presso lo Spazio Raw di Milano dal 3 al 15 settembre.
Dopo interminabili mesi di lockdown, necessari e dovuti al coronavirus, l’Italia comincia a riaprirsi lentamente. E in un caldo sabato di metà giugno, riapre anche il luogo concettualmente più lontano dalla morte, dalla malattia, dall’isolamento, cioè Gardaland: il parco divertimenti tra i più conosciuti al mondo, un luogo topico nell’infanzia di ognuno di noi.
Un posto simbolico e caro a Giulia durante tutta la sua crescita. Quel sabato lei non poteva mancare, accompagnata dalla sua fedele compagna di vita: la macchina fotografica.
In poche ore realizza l’intera serie – di cui abbiamo selezionato le 12 immagini in esposizione. Con il suo stile pulito ed evocativo e una palette di colori caldi e brillanti, l’autrice coglie perfettamente l’atmosfera di quella particolare giornata e ce la descrive così: “Le lunghe ore di fila per salire sulle attrazioni sono ormai un lontano ricordo: si prenota il proprio turno in coda con l’app per evitare gli assembramenti. Ogni attrazione viene disinfettata alla fine di ogni corsa. Sul pavimento e sui sedili delle giostre sono attaccati tanti piccoli bollini gialli, sulle panchine è stato fissato un divisorio, giallo anche lui, per garantire l’allontanamento sociale. Le strade del parco, un tempo affollate di gente e riempite dalle grida di gioia e adrenalina, ora sono deserte. C’è un silenzio assordante e troppo spazio vuoto, si può sentire il rumore echeggiante delle ruote delle montagne russe
che corrono sui binari”.
Questo servizio fotografico ci restituisce una visione quasi surreale di questo luogo così conosciuto anche per le grandi folle di pubblico che è in grado di attirare. Le immagini raccontano tutta la solitudine, l’immobilità e la desolazione della prima metà del 2020 e stridono ideologicamente con le giostre, i fast food a tema e le statue di personaggi fantastici. Oltre a tutto questo, però, troviamo anche qualcos’altro: la voglia di ricominciare, con le dovute precauzioni ma anche con un ritrovato desiderio di svago e di relax.
Il titolo “Fase Gardaland” ha l’intento di richiamare alla mente le varie fasi” di uscita dal lockdown con l’aggiunta del nome del famoso parco: protagonista di queste foto e simbolo del graduale ritorno alla normalità e – perché no? – di un nuovo weekend di puro divertimento e spensieratezza anche se coperti con le mascherine e muniti di gel igienizzante.

dal 3 al 15 settembre 2020 – Spazio Raw – Milano

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MILANO PHOTOFESTIVAL 2020. XV EDIZIONE – SCENARI, ORIZZONTI, SFIDE. IL MONDO CHE CAMBIA

E’ un inedito palcoscenico autunnale quello pronto ad accogliere  la quindicesima edizione di Photofestival, la rassegna di fotografia d’autore che tradizionalmente anima la primavera culturale milanese: dopo la decisione di rinviare la manifestazione dal 7 settembre al 15 novembre 2020 a causa dell’emergenza coronavirus, questa edizione assume un significato importante, perché rappresenta un’occasione di ripartenza per la città e per la sua linfa vitale culturale.

Il titolo della rassegna – Scenari, orizzonti, sfide. Il mondo che cambia.”– è imprevedibilmente il grande tema di questo momento storico così unico e straordinario, che ha lasciato un segno indelebile nelle nostre vite, cambiando approcci e percezioni.

In questi mesi l’organizzazione di Photofestival, sotto la direzione artistica di Roberto Mutti, si è impegnata per offrire una proposta all’altezza delle aspettative, nonostante le molte difficoltà organizzative e finanziarie legate a questo periodo così complesso, e grazie al lavoro collettivo svolto con operatori, galleristi e autori, che hanno creduto nel progetto, è ora in grado di annunciare un programma di ottimo livello, per numeri e qualità delle proposte.

Sono 140 le mostre fotografiche previste in oltre due mesi di programmazione, inserite in un circuito capillare che abbraccia l’intera Città Metropolitana di Milano, sino a toccare alcune Province lombarde: Lecco, Monza, Pavia e Varese.
Gli spazi espositivi del festival includono gli ambiti ufficiali di gallerie d’arte, musei, biblioteche e sedi municipali, ma anche spazi non istituzionali come negozi e show-room. Caposaldo del circuito è – ancora una volta – il “Palazzo della Fotografia” di Photofestival, Palazzo Castiglioni di Confcommercio Milano, che ospiterà alcune mostre del programma.

All’insegna dell’inclusività, come di consueto,anche il programma espositivo della manifestazione, che spazia tra personali e collettive di autori di fama e talenti emergenti.

Dal 07 Settembre 2020 al 15 Novembre 2020 – Sedi varie

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SINE DIE. LA FOTOGRAFIA NEL TEMPO DELL’ISOLAMENTO CREATIVO

La mostra SINE DIE, promossa e realizzata dalla Fondazione OELLE Mediterraneo antico e co-organizzata dal Comune di Catania nelle sale del Palazzo della Cultura, ripercorre attraverso lo sguardo di oltre 100 autori le complesse dinamiche sociali che il mondo sta vivendo quotidianamente al tempo del Coronavirus.

Stampate in formato 50×70 cm e ciascuna abbinata a un testo dell’autore, le 122 fotografie selezionate in mostra si susseguono nelle sale del Palazzo della Cultura di Catania tra immagini iconiche ed emozionanti. A partire dalla testimonianza da Bergamo di Mario Cresci (Chiavari, 1942), un maestro che la fotografia l’ha reinventata, elevandola al rango di arte visiva. Fino ad arrivare allo scatto di Michael Christopher Brown (Skagit Valley, Washington, 1978), il famoso fotoreporter americano per National Geographic, Time, New York Times Magazine.

“Tra gli scatti più toccanti in mostra c’è l’autoscatto di un mio caro amico, Fabio Pagliara (Segretario Generale della Federazione Italiana di Atletica Leggera) che ha contratto il Covid-19, e si è voluto mostrare senza filtri durante la sua malattia, trasmettendo con il suo sguardo, dolcemente spaventato, l’essenza di un tempo senza fine” afferma Ornella Laneri. 

Ogni autore in è in mostra con una fotografia e un proprio scritto (una poesia, un pensiero, un saggio breve), entrambi scaturiti dal tempo per la riflessione che ha portato con sé il lockdown. Con esiti sorprendenti, gli autori coinvolti (molti artisti professionisti) hanno prodotto dei lavori fuori dai tradizionali schemi, ricorrendo a sperimentazioni dagli esiti sorprendenti, con uno sguardo obliquo sull’attualità stra-ordinaria che stiamo vivendo. “Paradossalmente i lavori più ordinati li hanno prodotti gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania, invitati nella sezione Academy Young”, dichiara Carmelo Nicosia.

La scelta di esporre fotografie e testi intende sottolineare lo stretto legame che intercorre, sin dalla loro invenzione, tra questi due linguaggi. Un grande esempio, al riguardo, fu offerto dal grande fotografo e regista Robert Louis Frank (1924-2019), con opere memorabili nelle quali il segno e la parola determinavano nella fotografia un flusso spazio-temporale assolutamente tipico di quella sua generazione.

La mostra è aperta dal 18 luglio al 04 ottobre 2020, tutti i giorni, orario 09.00-19.00, a ingresso libero, ed è accompagnata da un catalogo, a cura di Carmelo Nicosia, edito dalla Fondazione OELLE.

Gli autori in mostra sono: Abati Andrea, Alessandra Noemi, Allia Erika, Antoci Rosario, Arcoria Antonio, Argentino Gabriele, Attanasio Sergio, Bagalà Miriana, Baldaro Roberta, Barbagallo Ignazio, Barone Giulia, Bella Sara, Biasini Selvaggi Cesare, Blanco Tiziana, Bonanno Alfio, Borzì Bernasconi Fabrice, Brogna Sonnino Giovanna e Aldo Premoli, Bronzino Mario, Brown Michael Cristopher, Calabrese Ramona, Caramma Cristina Rita, Cardillo Carmen, Carlino Ilaria, Carracchia Francesco, Cassaro Giulia, Castilletti Claudio, Chiara Federica, Chindemi Giuseppe, Clienti Kiki, Condorelli Giuseppe, Costanzo Ezio, Costanzo Stefania, Cremona Paolo, Cresci Mario, Crostella Elisa, Currò Cecilia, Cuscunà Martina, Daddabbo Laura, Del Zoppo Annita, Di Fini Giorgio, Di Giovanni Francesco, Distefano Marzio, Donetti Marta, Emmanuele Marco, Faia Monica, Fazio Nicolò, Feoli Ilaria, Ferrara Paolo, Foti Andrea, Frazzetto Giuseppe, Gentiluomo Noemi, Grasso Roberta, Gualtieri Davide, Guarnera Roberta, Gucciardello Enrico, Ilaria Francesco, Iodice Angelo, Kong Filippo, Labozzetta Antonia, Lanzo Melissa, Lawaert Koen, Li Greci Valentina, Liggera Egidio, Lisi Paolo, Lo Monaco Agata, Luciano Maria, Lucifora Francesco,Maffi Maria Chiara e Giancamilli Chiara, Magagnin Luca, Magrì Irene, Mangione Contarini Carmelo, Mariani Michela, Massimi Arianna, Mendoza Ryan, Merendino Teresa, Militello Alice, Miroddi Valentina, Nicosia Carmelo, Nicotra Giovanni, Nicotra Simona, Nobile Irene, Pagliara Fabio, Paladino Luana, Papa Filippo, Pascale Giorgia con Introduzione del Prof. Bruno Cacopardo, Piano Ivan, Piccari Virgilio, Pirri Alfredo, Platania Saverio, Praticò Anna, Privitera Roberto, Ranno Samuele, Reale Gianluca, Ricca Letizia, Rizzo Alessandro, Roccaro Andrea, Rossano Mainieri Tiziano, Salomone Claudia, Sangiorgio Chiara, Santarlasci Andrea, Scala Fabiana, Scavo Simona, Scudero Vincenzo, Severini Giuliano, Sofi Annalisa, Spitale Alessandro, Tabellini Alex, Tabita Alessia, Terranova Ivan, Testa Iannilli Lucrezia, Tittaferrante Futura, Torrisi Simona, Tripiciano Pietro, Tudisco Tracy, Tusa Anna, Valisano Andrea, Vecchio Miriam, Villa Fabrizio e Antonello Piraneo, Zamparo Roberto, Zangarella Simona, Zucco Aldo.  

Dal 18 Luglio 2020 al 04 Ottobre 2020 – Catania – Palazzo della Cultura

D’ESTATE

Hanno aperto i loro archivi. Inseguito memorie e ricordi di estati lontane, visioni perdute, atmosfere dimenticate: spiagge solitarie e campagne battute dal sole; l’esuberanza dei fiori selvaggi e il rassicurante raccolto di un campo di zucche, il profilo dei vulcani all’orizzonte e al tramonto, lo scatto onirico di palme e pini marittimi che, con la loro ombra allungata, quasi accarezzano il blu del mare.

Nella stagione più incerta e inquieta di quest’epoca contemporanea, sei fotografi – Giuseppe Cuttitta, Nino Giaramidaro, Melo Minnella, Giovanni Pepi, Carmelo Petrone e Angelo Pitrone – sei straordinari “pittori di luce” ci consegnano “D’Estate”, mostra fotografica della FAM Gallery di Agrigento, dal 7 agosto e fino al 4 ottobre. 
Inaugurazione sabato 7, ore 20.

Da un’idea di Paolo Minacori, patron della galleria di Agrigento, una piccola mostra che è un pretesto per guardarci indietro e guardarci dentro, scoprendo – forse – come fossero perfettamente straordinari i banali giorni qualunque di appena qualche mese fa. “Queste foto – scrive nella presentazione Giovanni Pepi – esprimono le pulsioni di un tempo imprevisto, forse un’epoca nuova. Quello del Covid. Misterioso e despota. Ignoto e predatore. Quanti non si chiedevano, ancora pochi mesi fa, nell’incertezza, che cosa sarebbe stata la nostra estate? Delle loro estati gli autori di questi fanno vedere quanto avrebbero voluto vivere. Hanno ripescato visioni perdute, atmosfere dimenticate, paesaggi e colori, folle e solitudini di mare, spiagge fascinose, colori di campagne battute dal sole, paesaggi ora smaglianti ora ombrosi, fiori coltivati e selvaggi, alberi possenti ed esili rami, rossi, tramonti infuocati e grigi pomeriggi, giochi notturni di luci e riflessi. Nel tempo buio la fotografia rivelava il suo valore. Facendo vivere e rivivere desideri impediti”.

Per accedere alla sala espositiva occorre essere muniti di mascherina e seguire il percorso obbligatorio – indicato dalla segnaletica – in ossequio alle norme anti-covid.

Dal 07 Agosto 2020 al 04 Ottobre 2020 – AGRIGENTO –  FAM Gallery

L’ADIEU DES GLACIERS, IL MONTE ROSA: RICERCA FOTOGRAFICA E SCIENTIFICA

Un viaggio iconografico e scientifico tra i ghiacciai dei principali Quattromila della Valle d’Aosta per raccontare la storia delle loro trasformazioni. E’ questo il cuore del progetto L’Adieu des glaciers: ricerca fotografica e scientifica, prodotto dal Forte di Bard, che si traduce in un approfondito lavoro di studio attorno al Monte Rosa, al Cervino, al Gran Paradiso e al Monte Bianco. Il progetto si sviluppa nell’arco di quattro anni, uno per ciascuna realtà fisica e culturale connotativa della piccola regione alpina. Coinvolti nella realizzazione numerosi enti ed istituzioni. Prima tappa di questo tour sarà il massiccio del Monte Rosa. Nel 2021 sarà la volta del Cervino, nel 2022 toccherà al Gran Paradiso per concludere nel 2023, con il Monte Bianco.

Per la mostra Il Monte Rosa: ricerca fotografica e scientifica, che sarà aperta al pubblico nelle sale delle Cannoniere dal 1° agosto 2020 al 6 gennaio 2021, il Forte di Bard si è affidato per la cura degli aspetti fotografici a Enrico Peyrot, fotografo e ricercatore storico-fotografico e, per la cura degli aspetti scientifici, a Michele Freppaz, professore del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino. L’apporto dei contenuti scientifici è stato condotto in  collaborazione con il Comitato Glaciologico Italiano, la Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani, la Fondazione Montagna Sicura, l’Arpa Valle d’Aosta, l’Archivio Scientifico e Tecnologico Università Torino (Astut), il Centro Interdipartimentale sui rischi naturali in ambiente montano e collinare, il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino e con il professor Marco Giardino, segretario generale del Comitato Glaciologico Italiano e il professor Piergiorgio Montarolo, direttore dell’Istituto Scientifico Angelo Mosso.

«Crediamo profondamente che il Forte di Bard debba diventare il luogo in cui la ricerca e le tematiche che a vario titolo ruotano attorno alla montagna, si incontrano per trovare una  originale espressione anche attraverso la declinazione delle arti – spiega la Presidente del Forte di Bard, Ornella Badery -. Le prospettive per il Forte di Bard sono di essere un vero e proprio laboratorio di analisi delle trasformazioni climatiche, ambientali e antropiche in atto sulle  principali aree d’alta quota  della Valle. Il progetto si tradurrà in quattro grandi mostre e in occasioni di incontro e approfondimento aperti al territorio, al mondo scientifico e artistico, e al grande pubblico oltre che alle scuole. Un progetto complesso, frutto di un lavoro di squadra tra studiosi ed esperti, che consente al Forte di recuperare la sua originaria vocazione di centro internazionale di studio e interpretazione sulla montagna».

La mostra Il Monte Rosa: ricerca fotografica e scientifica, che gode del patrocinio della FAO-Mountain Partnership, presenta 100 opere fotografiche connotative di documentazioni scientifiche e/o artistiche. Un dialogo iconografico nel sedimento della cultura fotografica alpina, carico di suggestioni tra passato e presente. L’identità glaciale del Monte Rosa viene presentata attraverso un corpus di fotografie inedite che raffigurano ambienti naturali e antropizzati, contesti e sodalizi storico-culturali, imprese scientifiche.
Il progetto si avvale di opere di autorevoli autori e selezionate fotografie realizzate nel corso degli ultimi 150 anni e attualmente collezionate presso Enti pubblici, Università, Centri di ricerca, Associazioni, Fondazioni e privati. L’esposizione offre l’opportunità di apprezzare la qualità materico-fotografica delle stampe sia storiche che contemporanee, frutto di specifiche procedure, strumentazioni e materiali messi in opera – in ripresa – nelle alte valli che nascono dal Monte Rosa.

«Il duplice binario scientifico e fotografico della mostra descrive il fascino degli ambienti glaciali, unici e straordinari, ma anche la loro estrema fragilità – evidenzia il Direttore del Forte di Bard, Maria Cristina Ronc –. L’osservazione che ci siamo posti e che proponiamo all’attento pubblico del Forte attraverso un panorama di immagini straordinarie e inedite, è una riflessione tramite la bellezza sullo scenario fisico e naturale di un mondo che cambia, si depaupera dei suoi elementi fondanti per l’arco alpino e che presuppone un’umanità senza mondo rispetto al principio di sentirsi “a casa propria nel mondo”. E’ stato un appassionante e complesso lavoro di ricerca, condotto anche nel recupero dell’altrettanto fragile patrimonio fotografico».

I ghiacciai rispondono in modo diretto e rapido al cambiamento climatico modificando la propria massa e le proprie caratteristiche morfologiche e dinamiche: progressivo arretramento delle fronti glaciali, incremento delle zone crepacciate, formazione di depressioni e di laghi sulla superficie, aumento dell’instabilità di seracchi pensili. Dal termine della Piccola Età Glaciale (fase di espansione dei ghiacciai Alpini protrattasi dal 1300 al 1850 circa), la superficie dei ghiacciai dell’arco alpino si è ridotta di circa 2/3. In 30 anni (dagli anni ’80 ad oggi) la superficie dei ghiacciai italiani si è ridotta del 40%, mentre il numero dei ghiacciai è aumentato a causa dell’intensa frammentazione dei ghiacciai più grandi che riducendosi si dividono in singoli ghiacciai più piccoli. Monitorare le variazioni glaciali, consente da un lato di documentare l’impatto dei cambiamenti climatici e dall’altro di valutarne gli effetti sul territorio, con particolare attenzione agli elementi di fragilità che contraddistinguono le aree montane.

Dal 01 Agosto 2020 al 06 Gennaio 2021 – AOSTA Forte di Bard

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Il lavoro a Livorno NONOSTANTE il COVID 19

In una doppia mostra le foto selezionate del concorso fotografico.

Le immagini saranno esposte in formato macro, 24 ore su 24, in piazza Anita Garibaldi (anche nei week end di Effetto Venezia) e poi in piazza del Luogo Pio e, in formato più piccolo, negli spazi espositivi della Fondazione Carlo Laviosa in via della Posta, 44.

“Il lavoro a Livorno nonostante il Covid 19” era il titolo del concorso fotografico promosso dalla Fondazione Carlo Laviosa e dal Comune di Livorno. Si trattava del terzo concorso fotografico, ma quello di quest’anno era davvero particolare perché si svolgeva poco dopo la fine del lockdown e rappresentava uno dei primissimi eventi dedicati alla cultura a Livorno. Il concorso era rivolto a tutti: fotoamatori e professionisti, e gli scatti dovevano raccontare il lavoro di tutti coloro che in tanti settori non si sono mai fermati, consentendo alla città di andare avanti.

Il progetto espositivo si svolgerà in due modalità e con una nota speciale, anche perché una parte sarà all’aperto, quindi non nella consueta sede museale di Villa Mimbelli, ma in piazza Anita Garibaldi (adiacente a piazza del Luogo Pio). Le foto, in questa prima modalità, saranno in grande formato su pannelli fissi e visitabili per il periodo di Effetto Venezia 24 ore su 24  e dal 31 agosto al 4 ottobre in piazza del Luogo Pio sempre 24 ore su 24.

Le stesse immagini (in formato più piccolo) saranno oggetto di una mostra che aprirà il 21 agosto (ore 21.30) negli spazi espositivi della Fondazione Carlo Laviosa (via della Posta, 44). In questa sede l’esposizione proseguirà, a ingresso gratuito, fino al 4 ottobre (solo il venerdì, sabato e domenica).

Dal 21 agosto al 4 ottobre – LIVORNO

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Óscar Monzón, autore spagnolo interessante

Óscar Monzón nato a Màlaga in Spagna nel 1981 ha studiato fotografia alla scuola Arte 10 di Madrid e ha completato la sua formazione assistendo a seminari con Stephen Shore, Martin Parr e Joan Fontcuberta.

Il lavoro che lo rese celebre fu Karma che, nel 2013, vinse il First Book Award a Paris Photo. In questo progetto, sviluppatosi tra il 2009 e il 2013 a Madrid, Óscar Monzón immortala persone nelle proprie auto ferme al se-maforo. Lo scopo di questo lavoro era quello di catturare l’illusione della privacy che si crea all’interno della propria auto e, per enfatizzare ancora di più il senso di intrusione da parte dell’osservatore, fotografava sempre ser-vendosi di un flash e di un teleobiettivo.

“I always shoot when the cars are stopped at traffic lights,” disse al British Journal of Photography, “It’s very important for me to work at night because the privacy we have within the vehicle is reinforced by the darkness, and the invasion of light and the light from the flash is more obvious.”


Il risultato è un lavoro in cui le immagini sono spesso invasive: ci sono per-sone che litigano, altre che sniffano cocaina ed altre ancora che tengono in mano un vibratore. Óscar Monzón si serve della tattica aggressiva di street photography di Bruce Gilden o Gary Winogrand applicata però alle mac-chine in transito ed ai loro passeggeri inconsapevoli.

Óscar Monzón propone inoltre un concetto di macchina come mezzo di tra-sporto che, in verità, non è completamente distinto dalla persona che lo possiede ed abita . Il linguaggio utilizzato dal fotografo elimina ogni illusione di profondità in modo da rendere sulla stessa superficie la carrozzeria dell’auto e la pelle umana quasi ad anticipare la futura fusione definitiva delle due componenti. Óscar Monzón oltre a prendere ispirazione da testi e film di impronta futuristica sul tema uomo-macchina ha cercato di rendere in fotografia l’estetica della musica techno creata a Detroit dai figli degli operai dell’industria automobilistica. Questa influenza è chiara se si consi-dera l’illuminazione stroboscopica, la presenza dei colori primari e il fatto che i soggetti sono avvolti nell’oscurità. Il rimando alla musica techno è pa-lesato nell’opera audiovisiva, consultabile sul sito di Óscar Monzón, in cui le video, immagini e musica si intrecciano nel mostrare auto e città .

Óscar Monzón Karma

Nel 2017 Óscar Monzón ha pubblicato il suo secondo fotolibro chiamato ÉXTASIS. Anche questo lavoro è incentrato sull’analisi della tecnologia che questa volta è messa in relazione con il turismo di massa. Il lavoro di Mon-zón è costituito da una raccolta di paesaggi realizzati in una delle più popo-lari destinazioni turistiche del mondo: la Cascate di Iguazù in Brasile ed in Argentina. In tutti questi paesaggi sono però presenti delle linee diagonali che interferiscono con la visione dell’intero paesaggio. Viene poi svelata la vera natura di queste diagonali: sono i selfie-stick dei turisti. Attraverso tale meccanismo il fotografo è in grado di creare una sintesi grafica che mostra perfettamente il nostro progressivo allontanamento della realtà ed il conseguente nostro avanzare verso una fruizione solamente tecnologica di ciò che ci circonda. Il simulacro delle immagini ha la meglio sulla realtà .

Óscar Monzón ha esposto i suoi progetti in diverse occasioni tra cui il Lian-zhou Photo Festival in Cina; Rencontres d’Arles; Fondation Cartier a Parigi; e ha preso parte a Photo Festival in tutto il mondo.

RECENT EXHIBITIONS
• 2017
ÉXTASIS. Your Selfie Stick and You. Lianzhou Photo Festival. CHINA
Blank Paper, Stories of the Immediate Present. Rencontres d’Arles, FRANCE
AutoPhoto. Fondation Cartier. Paris, FRANCE
• 2016
ÉXTASIS -screening- La Nuit de l’Anée, Rencontres d’Arles, FRANCE
• 2015
Gd4PhotoArt Award. Biennal FOTO/INDUSTRIA. MAST Gallery. Bologna, ITALY
Under 35. IvoryPress, Madrid, SPAIN
Photography Now! Vol.2 – Spanish New Horizon. IMA Gallery, Tokyo, JAPAN
KARMA. GetxoPhoto Festival. Bilbao, SPAIN
• 2014
KARMA. Breda Photo Festival, HOLLAND
KARMA. PHotoEspaña Off. Fresh Gallery, Madrid, SPAIN
Fotolibros. Aquí y Ahora. Fotocolectania, Barcelona, SPAIN

SELECTED AWARDS
• 2015
GD4PhotoArt Award. Foto/Industria Biennal, MAST Foundation
Nominated at Prix Pictet
• 2013
First PhotoBook Award, Paris Photo-Aperture Foundation
Finalist at First Book Award. National Media Museum / MACK
• 2007
Art and Photography Creation grant from the Spanish Ministry of Culture.
Residency at Colegio de España in Paris

SELECTED PUBLICATIONS
ÉXTASIS. Dalpine 2017
AutoPhoto. Éditions Xavier Barral 2017
Under 35. IvoryPress 2015
Photography Now! Vol.2 – Spanish New Horizon. IMA 2015
KARMA. RVB Books / Dalpine 2013

SITOGRAFIA
http://oscarmonzon.net/#
https://www.dalpine.com/products/karma-oscar-monzon
https://www.theguardian.com/artanddesign/2013/nov/18/oscar-monzon-karma-book-photography-cars
https://fotografiaartistica.it/oscar-monzon-karma/

Di Ylenia Bonacina

Una nuova autrice Mu.Sa.: Giorgia Bisanti

Ciao! L’autrice che vi presentiamo oggi ci ha molto colpito per l’originalità della sua idea e per l’estetica delle immagini.

Si chiama Giorgia Bisanti e il progetto che ci propone è World is not as I used to know.

World is not as I used to know è un progetto fotografico realizzato durante la fase di quarantena, nato da una riflessione sulle trasformazioni che abbiamo vissuto in questo contesto storico. Dal momento in cui ci siamo ritrovati a dover immaginare un “nuovo mondo” ho ripensato a quando da piccola, immaginavo il mondo attraverso delle immagini viste su un’enciclopedia ricevuta in regalo. Ho fotografato quelle pagine, poi ho chiesto ad amici e conoscenti di condividere con me delle immagini che li ritraessero in dei momenti della loro nuova routine quotidiana. Grazie alla tecnica del collage ho unito queste due realtà, decontestualizzando le figure dal loro spazio originario e facendole dialogare con nuovi paesaggi. Quello che ne risulta è la creazione di uno spazio alterato, frammento di un mondo immaginario che è fatto di memorie, di incontri ironici, di ricerca di un’armonia dell’essere umano con lo spazio che lo circonda.

Biografia

Nasce a Napoli nel 1994. Si laurea nel 2020 all’Accademia di Belle Arti di Napoli specializzandosi in fotografia. La sua ricerca artistica spazia tra i temi della memoria personale e collettiva, la percezione, il rapporto tra l’uomo e il paesaggio. Nella sua visione, la fotografia è un linguaggio che non è mai realistico ed oggettivo, ma un mezzo per arrivare ad una verità che si trova all’interno di noi stessi.

Nel 2017 fa parte della mostra collettiva Moments of Color alla Blank Wall Gallery di Atene. Nel 2018 la sua prima mostra personale con il progetto Impossible Places ad Area 35 mm.

L’anno successivo è parte della mostra collettiva Vesuvio. La nuova Alba, esposta al MAV di Ercolano, coordinata dal docente di fotografia Fabio Donato.

Ancora nel 2019: fa parte degli artisti selezionati per il festival di arte contemporanea Survival presso il CAM di Casoria diretto da Antonio Manfredi, è tra i 12 artisti vincitori del concorso NANA Onlus, è parte della mostra collettiva “I colori dell’Anima” organizzata da Carmine Ciccone presso lo storico Palazzo Alloca a Saviano.

Seguitela su Instagram o sul suo profilo Behance

Diario di Musa – Interviste ai fotografi – Edoardo Agresti

Fotografia di Edoardo Agresti

Buongiorno a tutti, eccomi a proporvi una serie di piccole interviste fatte a fotografi più o meno giovani e conosciuti, italiani.

Ho pensato fosse un buon momento per riflettere e capire la fotografia e i suoi utilizzi.
Alla domanda: cosa sta significando, per te, fare il fotografo/a, poterti esprimere con la fotografia, in questo periodo così complicato?

-Che vantaggi, quali frustrazioni (se ci sono), a che scoperte ha portato?
Ognuno di loro ha risposto differentemente e ha mosso dubbi e consapevolezze che possono essere interessanti da capire.
Cercherò di farveli conoscere e apprezzare per il loro lavoro e per quello che hanno detto nelle interviste!
Ringrazio i fotografi e tutti quelli che vorranno seguirci in questa piccola avventura.
Per la pagina Instagram @fotografiamusa Su facebook Musa Fotografia
Pagina Instagram di Edoardo @edoardoagrestiph

Link al lavoro di cui parla Edoardo

EDOARDO AGRESTI

Nato a Firenze, eredita dal padre la passione al viaggio e alla fotografia al punto da farne una professione. L’essere viaggiatore fin dall’età di 9 anni (ha al suo attivo oltre 130 spedizioni in altrettanti paesi) gli ha permesso di maturare una sensibilità particolare affinando la mente e il cuore in modo da riuscire a cogliere la realtà nella sua bellezza, profondità ed interiorità.

La sua fotografia è reportage, sia questo un viaggio, un matrimonio o un backstage di un evento. L’incontro con importanti fotografi internazionali, gli ha dato modo di confrontarsi e crescere nel modo di fotografare e nel relazionarsi con i soggetti. I consigli e gli insegnamenti di  Steve McCurry  sullo studio della luce sono stati veramente molto preziosi e hanno dato un’impronta indelebile nel suo modo di scattare. Da alcuni anni la sua fotografia sta subendo un nuovo cambiamento sotto l’influenza di nuovi fotografi quali  Paolo Pellegrin, per il suo modo di raccontare storie,  Ackerman e Sobol  per la loro percezione della realtà.

Membro di importanti associazioni internazionali:  Wedding PhotoJournalistic  Association, Artistic Guild WPJA, tra le più importanti associazioni americane e inglesi che accolgono, dopo un attento screening, selezionati  fotografi internazionali  legati alla fotografia di matrimonio in stile reportagistico. Fondatore della  Best of Wedding Photography. Membro di ANFM, Associazione Nazionale Fotografi di Matrimonio.

Relatore sulla  fotografia di reportage, documentaria  e di  matrimonio  in numerose manifestazioni, seminari e workshop in Italia,  in Spagna e in Brasile in alcune tra le più importanti convention sulla fotografia di  matrimonio nel mondo.

I suoi servizi  fotografici di matrimonio  sono stati richiesti un po’ da tutto il mondo: Perth (Australia), San Pietroburgo (Russia), New Orleans, New York, Bozeman (USA), Puerto Vallarda (Messico), Londra, Brighton, Oxford (UK), Parigi (Francia), Edimburgo (Scozia),  Lagos (Nigeria) e altri ancora.

AWARDS E RICONOSCIMENTI

Fotogiornalismo e reportage
Nel corso degli ultimi 10 anni ha avuto numerosi riconoscimenti sia nella fotografia di matrimonio che in quella di viaggio e reportagistica. Tra i più importanti si ricordano: il  primo premio assoluto  nella categoria People nel contest inglese  Black and White Spider,  vincitore del National Geographic Contest,  primo premio  assoluto nel  Master Cup Color  americano;  primo premio  assoluto  nella  categoria Fotogiornalismo degli  International Color Awards  americani;  silver medal  nel  One Eyeland Photography  nonché menzioni d’onore negli  IPA  (Lucie Awards) nelle sezioni ‘feauture essay’ e ‘wedding’ e nel  TPOY  della  Royal Geographic Society  inglese. Vincitore del  SIPA  nel 2017 e una delle 4 menzioni d’onore nel  Human World – Photography competition  nel 2018.

Nel  2019  entra a far parte del team di fotografi del  National Geographic Expedition.

Matrimonio
Edoardo Agresti è stato eletto nel 2008, nel 2009 e nel 2011  “Fotografo dell’anno” dall’associazione nazionale  fotografi di matrimonio  www.anfm.it. Sempre nel 2011 è stato eletto  POY – Photographer Of the Year  – dalla associazione americana  AgWPJA,  www.agwpja.com. Entrato nell’elenco dei più  importanti 50 fotografi di matrimonio  al mondo della prestigiosa associazione  Junebug  nel 2009, 2011 e 2014.

Nel 2015 è stato selezionato come  giurato per il CPA  (China International Photographic Art) Festival insieme ad altri fotografi internazionali.

Nel 2016 vincitore del  primo premio assoluto  per  ‘Album di  matrimonio  dell’anno (fotografo singolo)’  al  WPPI  di Las Vegas

Nel 2017  first runner  nella  AgWPJA, prestigiosa associazione di fotografi di matrimonio americana.

Il sito dell’autore www.edoardoagresti.it