Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari

Viviamo in un tempo in cui la fotografia è onnipresente (l’ho scritto 20000 volte, che palle!), circola in maniera virale e viene consumata alla velocità di uno scroll. In questo contesto, a dominare non è tanto l’idea, quanto la trovata: l’espediente visivo che stupisce, l’elemento inaspettato, l’astuzia che riesce a fermare lo sguardo per pochi secondi. La trovata funziona bene nel sistema dell’attenzione rapida perché non richiede decodifica, non chiede tempo né profondità; si offre come una battuta ironica, per farti due risate e poi via…
L’idea, al contrario, vive di un respiro più ampio. È il frutto di un processo creativo che implica ricerca, sedimentazione, connessioni. È meno spettacolare nell’immediato, ma porta con sé una forza che si manifesta nel tempo, perché l’idea non è solo ciò che vediamo nello scatto: è il mondo che lo sostiene, la riflessione che lo attraversa, il linguaggio che lo rende riconoscibile in una narrativa ben costruita.
Oggi, però, chi cerca di muoversi sul terreno dell’idea si trova spesso “fuori”. Fuori dai tempi rapidi di produzione che il digitale impone, fuori dalle dinamiche di un mercato che premia l’istantaneità, fuori dai radar di una comunicazione che privilegia la leggerezza rispetto alla profondità. La complessità – sia nella costruzione dell’immagine, sia nel contenuto che essa veicola – sembra non avere spazio.
Qui entra in gioco una distinzione cruciale e spesso fraintesa: quella tra facilità e semplicità.
- La facilità è immediata, ma superficiale. È ciò che si ottiene senza processo, senza attraversare fasi di ricerca, senza mettere in discussione la propria visione. È la scorciatoia che conduce a un risultato pronto all’uso ma privo di radici. La facilità è spesso ciò che vediamo nelle “trovate”: immagini che colpiscono, ma che evaporano rapidamente perché non hanno un nucleo solido a sostenerle. Eppure sono veicolate ovunque…
- La semplicità, invece, non è mai ingenua né banale. È il punto d’arrivo di un lavoro che ha conosciuto la complessità e ha scelto di ridurla, di selezionare, di lasciare andare ciò che è superfluo per arrivare a un’essenza. La semplicità è conquista: è il linguaggio che si affina, l’immagine che si alleggerisce senza perdere profondità, anzi acquistandone.
In fotografia questa differenza è decisiva. Un autore che lavora con facilità produce immagini “leggere” perché prive di radici, e proprio per questo destinate a un rapido consumo. Un autore che lavora con semplicità, al contrario, consegna immagini che sembrano leggere ma che portano dentro di sé il peso della ricerca, della riflessione, del tempo. È il paradosso della vera semplicità: apparire immediata pur essendo frutto di un lungo cammino.
La sfida per la fotografia contemporanea non è dunque inventare nuove trovate, ma ritrovare il coraggio della semplicità, che non è sinonimo di facilità. Significa accettare la complessità del processo creativo, lavorare sul tempo lungo, affinare lo sguardo e poi, solo alla fine, ridurre tutto a un minimo necessario che non impoverisce, ma amplifica.
Forse la fotografia che resiste, quella che resta nella memoria e nella storia, non è quella che sorprende per un istante, ma quella che sa tenere insieme profondità e chiarezza, complessità ed essenzialità. In altre parole: non la trovata, ma l’idea. Non la facilità, ma la semplicità.
Ciao
Sara Munari




























