Incontro con Simone Cerio

Il 13 dicembre da Musa fotografia!

Vi aspettiamo per l’incontro gratuito con Simone Cerio, fotoreporter italiano.

Simone ci racconterà la sua esperienza sul campo e ci presenterà il suo progetto “Religo”.

Ore 19.00 Musa fotografia, Via Mentana 6 Monza

Fotografia di Simone Cerio

Religo è un viaggio tra le comunità LGBT credenti italiane, con lo scopo di analizzare il tema dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere all’interno delle Chiese Cristiane. Un progetto del fotografo documentarista Simone Cerio, finanziato dall’Associazione Cammini di Speranza tramite il supporto di Open Society Foundation.Religo è una mostra interattiva ideata per creare una connessione diretta e accessibile tra le comunità LGBT credenti italiane ed internazionali. Nel corso di 5 anni di ricerca sono stati raccolti materiali audio, video, foto e documenti con la finalità di offrire una visione approfondita sul tema. Chi vive questa chiamata, chi si sente isolato o escluso, può trovare all’interno della mostra storie personali in cui immedesimarsi, approfondimenti da leggere e visioni di esperti da ascoltare.” Ho scelto un’atmosfera raccolta nelle fotografie, perché questo è stato il mio percorso nelle loro vite. Gianni, Andrea e Dario, Fabio, Edoardo, Matteo, Giulia, Franchina, Valentina e tutti i miei Virgilio hanno mostrato prima di ogni cosa il lato delicato, intimo, e fragile della loro vita da credenti LGBT. “Simone Cerio

Fotografia di Simone Cerio
Annunci

La follia delle fotografie pre-matrimonio cinesi.

Non è lo scenario che potrebbe anche apparire romantico, piuttosto i risultati finali – post-Photoshop sono, in qualche caso, allucinanti. In Cina, se se ne hanno le possibilità, i matrimoni arrivano a costare cifre astronomiche, investite anche sui fotografi, che si impegnano a ricreare situazioni, impossibili, surreali e talvolta assurde. questo avviene prima del giorno del matrimonio.

L’industria del pre-matrimoniale è in un momento florido, e dato che il 90% dei cinesi non ha il passaporto, lo sfondo di molte foto imita un ambiente occidentale.

Se invece lo sfondo non è il fulcro dell’immagine, le situazioni in cui i soggetto volano, nuotano ecc. ecc. raggiunge apici impensabili!

Vi invito a dare un’occhiata a questo breve video per capire di cosa sto parlando!

Ciao

Sara

Edward Steichen, geniale fotografo e artista! Da conoscere.

Buongiorno, ho guardato questo video con tanto interesse! Lui, Edward Steichen, è una figura magnifica della storia della fotografia, spesso, purtroppo, messo in ombra dalla figura di Alfred Stieglitz, più prorompente.

Edward Steichen ~ Fashion shoot for Vogue, 1930’s

Amo le immagini di Steichen, eleganti e raffinate, che fossero nel settore della moda, dove ha molto operato o più semplicemente di ricerca personale e legate in qualche caso al pittorialismo.

The Flatiron, 1904, stampato nel 1909. Edward J. Steichen

Edward Steichen era un artista, fotografo e gallerista americano di origine lussemburghese, figura chiave della fotografia a cavallo del ‘900. Steichen è stato direttore della fotografia del Museo di arte moderna dal 1945 al 1962. Nelle sue fotografie, come The Flatiron (1904), ha sperimentato tecniche di colorazione sviluppate in Francia.

Gloria Swanson, New York by Edward Steichen

Nato a Éduard Jean Steichen il 27 marzo 1879 a Bivange, in Lussemburgo, la sua famiglia emigrò negli Stati Uniti nel 1880. Durante gli anni ’90 dell’800, Steichen lavorò come apprendista litografo, iniziando a sperimentare con la fotografia. Diventa cittadino americano nel 1900, e le fotografie attirano l’attenzione di Alfred Stieglitz, nello stesso anno. Fonda con Stieglitz, appunto, la rivista Camera Work, e diventa direttore dell’Istituto di fotografia navale statunitense durante la seconda guerra mondiale. Durante il suo mandato al Museo di arte moderna, ha allestito la famosa mostra “La famiglia dell’uomo”. Oggi, le opere dell’artista si trovano nelle collezioni dell’Art Institute di Chicago, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles e della National Gallery of Art di Washington, DC.

Nel febbraio del 2006, è stata battuta all’asta una copia della prima fotografia pittorialista di Steichen, “The Pond-Moonlight” (1904). L’asta ha raggiunto un prezzo record – tra i più alti mai pagati per una foto – di circa 2.9 milioni di dollari, cifra superata solo nel 2011 dalla fotografia Rhein II di Andreas Gursky.

Edward Steichen The Pond-Moonlight” (1904)

La fotografia fu scattata a Mamaroneck. Il soggetto della foto è una radura boscosa con un laghetto; il chiaro di luna che appare tra gli alberi illumina la scena riflessa sulla superficie del lago.

The Pond-Moonlight è un raro esempio di fotografia a colori realizzata tramite l’applicazione manuale su carta di alcuni strati di gomma fotosensibile. La tecnica, sperimentale, precede di qualche anno l’autocromia, il primo procedimento per la realizzazione di foto a colori, che fu reso disponibile nel 1907. Ad oggi rimangono solo tre copie di questa fotografia – incluso l’esemplare battuto all’asta – ciascuna delle quali costituisce un esemplare unico a causa della stesura manuale delle gomme; una caratteristica che ne ha giustificato, in parte, l’elevato prezzo di vendita. Da Wikipedia

Ciao, baci Sara

Le sperimentazioni di Andrè Kertèsz, da conoscere!

La fotografia è la mia sola lingua. Io non faccio semplicemente delle foto. Io mi esprimo attraverso le foto”. Andrè Kertész

La sua fotografia è pura poesia un nuovo linguaggio che reinventa la realtà. André Kertész, grande maestro della fotografia del Novecento, offre sempre il suo sguardo unico ed eccezionale. Il poliedrico estro artistico di Kertész è raro davvero!

Nato a cavallo delle avanguardie storiche tra esplosione della fotografia e l’avvento del cinema, in un incredibile sviluppo di relazioni che intersecano esperienze artistiche, movimenti poetici e rivoluzioni estetiche.

Da Parigi a New York, gli anni più tormentati e difficili, carichi di una ventata pioneristica che sarà finalmente rivelata dalla mostra retrospettiva al Museum of Modern Art (MoMa) (1964).

Con oltre 70 anni di carriera come fotografo, Kertész ha influenzato il giornalismo e molta della fotografia degli anni a venire. Sfortunatamente, è stato uno di quei fotografi che non hanno mai ottenuto merito, per gran parte della sua vita. È diventato popolare a livello internazionale solo dopo la pensione, all’età di 68 anni.
Con il sostegno della grande comunità di artisti ungheresi, una volta trasferito a Parigi, è riuscito a pubblicare alcuni dei suoi lavori su riviste di diversi paesi europei. Nel 1927 Kertész fu il primo fotografo ad avere una mostra personale a Parigi. Quell’anno è stato uno dei suoi anni più produttivi in ​​termini di fotografia.

Poco dopo la morte di sua madre nel 1933, si sposò con Elizabeth Saly. Nel 1936 emigrarono a New York, dove era stato assunto dall’agenzia Keyston. Da allora il suo talento fotografico è rimasto sopito per quasi due decenni. Solo nel 1964 Kertész, dopo che il curatore del Museum of Modern Art organizzò una sua mostra personale, il talento venne riconosciuto. Nel periodo tra il 1970 e il 1980 le sue fotografie sono esposte in tutto il mondo e riceve anche numerosi riconoscimenti.

Le Pont des Artes, Paris, 1932- Clock of the Académie Française – Andre Kertesz

Wikipedia riassume al meglio la carriera fotografica di Kertész come segue. “Per gran parte della sua carriera, Kertész, è stato descritto come il” milite ignoto “che ha lavorato dietro le quinte della fotografia, raramente citato per il suo lavoro, fino alla morte negli anni ’80. Kertész ha trascorso la sua vita, nell’eterna ricerca di accettazione e fama”.

Nel tempo prova e sperimenta, diverse tecniche e diverse attrezzature
“Distortions” è il titolo di un libro a fine carriera di André Kertész ed è diventato il nome assegnato alla serie di nudi femminili distorti che ha fotografato nel 1933. Kertész aveva più di ottant’anni quando queste immagini divennero famose. Fino ad allora erano state viste sporadicamente.

Distortion #82; André Kertész (American, born Hungary, 1894 – 1985); Paris, France, Europe; 1933; Gelatin silver print. Paul Getty

Qui sotto potete vedere un video con le distorsioni fotografiche sul nudo.

“L’uso di Kertész della Polaroid SX-70, invece è intrecciato con la morte di sua moglie Elisabetta nell’ottobre 1977. Il fotografo, sempre interessato alle nuove tecniche, ha visto le possibilità di più lavoro intimo, offerte da questo processo allora innovativo.

André Kertész September 8, 1979 Polaroid SX-70

Qui sotto potete vedere un video sul suo lavoro in Polaroid.

André Kertész ~ Broken Plate, Parigi, 1929 “In questa foto di Montmartre, stavo solo testando un nuovo obiettivo per un effetto speciale. Quando sono andato in America, ho lasciato la maggior parte del mio materiale a Parigi, e quando sono tornato, ho trovato il sessanta percento delle lastre di vetro rotte. Questo l’ho salvato, ma aveva un buco. L’ho stampato comunque. Un incidente mi ha aiutato a produrre un effetto meraviglioso “.

(Broken plate, 1929, Paris): from a portfolio “Photographs Andre Kertesz 1929

Qui un articolo sull’autore

Ecco alcuni suoi libri

Ciao Sara!

Da un libro a un’autrice: Lisetta Carmi

Infine pensai che avesse senso e fosse molto bello soffermarsi su una signora di oltre novant’anni dallo sguardo vivace e cercare di accendere la curiosità, se mai ce ne fosse stato bisogno, sul suo lavoro dotato al tempo stesso di bellezza e sensibilità.

Ma, onore al merito, la ragione per cui lo farò risiede in un libro dal titolo “A tu per tu. Fotografi a confronto” di Manuela De Leonardis edito da Postcard. (Qui il link per l’acquisto )

Il libro è formato da una serie di interviste ad autori contemporanei realizzate dall’autrice fra il 2011 e il 2016, e rappresenta un buon punto di partenza per approfondire la conoscenza dei personaggi coi quali si svolgono le conversazioni; ma più ancora un buon punto dal quale muovere riflessioni più o meno serie attorno alla fotografia, prendendo spunto dalle conversazioni raccolte.

Reso onore al testo dal quale sono partita, adesso posso parlare di lei, Lisetta Carmi, che ha dedicato solo vent’anni della sua vita alla fotografia, degli oltre novanta vissuti fino ad oggi, facendolo però totalmente, sfruttando lo strumento che teneva in mano nel modo migliore possibile, appoggiandosi alle possibilità espressive che metteva a sua disposizione e piegandolo alle sue necessità.

Ph Manuela De Leonardis

Disse di lei Pino Bertelli, in un saggio in cui analizzava il suo lavoro sui travestiti:  “ e’ una fotografa della diversità e la luce e la grazia delle sue fotografie sulle Drag Queens di Genova le hanno permesso di mostrare “un mondo nascosto”, ghettizzato o respinto […]. dalla lettura di queste immagini nessuno esce mai come prima […]”.

Il lavoro sui travestiti menzionato da Bertelli, quello per cui viene ricordata maggiormente, è stato parzialmente ripreso, in un volume dal titolo “La bellezza della verità” a cura di Giovanni Battista Marina che riprende aspetti diversi della fotografia della Carmi

La raccolta comprende infatti Sicilia, con immagini estratte da un lavoro realizzato su richiesta di un’azienda metallurgica di Dalmine, che le permetterà di lavorare con Leonardo Sciascia, accostando ai suoi testi immagini dei corsi d’acqua dell’isola, dei suoi abitanti e del lavoro che svolgeva la società che le commissionò il lavoro.

Un altro volume che raccoglie immagini scattate all’interno della metropolitana di Parigi: immagini che rimasero ad allietare il solo sguardo della donna che le creò per anni; Lisetta infatti, dopo averle raccolte in un libro col quale partecipò ad un solo concorso dove si classificò seconda, chiuse quello stesso libro in un cassetto per anni.

L’ultimo volume, che da poi il titolo all’intera raccolta : “La bellezza della verità” raccoglie una serie di ritratti di personaggi del mondo della cultura che lavorarono negli anni cui la Carmi fotografò ed è introdotto da un’intervista nella quale quest’ultima racconta cos’è stata la fotografia per lei, cosa le ha permesso di fare e scoprire, ma anche il ruolo che ebbe nella sua crescita personale, nel momento in cui le permise di avvicinarsi alle persone così tanto da poterle guardare davvero da vicino e liberamente.

L’insieme dei 4 libri alla fine, riesce a mostrarci chi era Lisetta Carmi fotografa, qual’era il suo stile e cosa cercava quando scattava; ma ci permette anche di scoprire il doppio mondo davanti al quale ci troviamo: quello rappresentato e quello di colei che lo rappresenta, l’esterno e l’interno, chi o cosa veniva rappresentato e raccontato, ma anche la persona che stava dietro la macchina fotografica.

Nel lavoro sui travestiti soprattutto, questa doppia possibilità si realizza, perché gli sguardi, la vicinanza ai soggetti, la voglia stessa di raccontarli in modo così onesto e sincero, parlano degli esseri umani che vediamo certo, ma ricordano anche che quella vicinanza al soggetto non è da tutti, ed è possibile solo attraverso una spiccata capacità empatica e una curiosità che spinga a scavare ben oltre la superficie delle vite che si stanno raccontando.

Potete acquistare a questo link la raccolta e dopo averlo acquistato potete mettervi comodamente sul divano, e sfogliare i quattro volumi lentamente, godendo della bellezza delle immagini che vi troverete davanti.

Biografia su wikipedia al seguente link

Potete leggere anche:

Ho fotografato per capiredi Lisetta Carmi

Le cinque vite di Lisetta Carmi di Calvenzi Giovanna

Alessia Santambrogio, lo spazio e i corpi

Proseguiamo con la presentazione di alcune brave partecipanti al premio Musa. Oggi è il turno di Alessia Santambrogio. Con il suo lavoro, ambientato nei teatri, Alessia ricerca la profondità del rapporto tra spazio e corpi che popolano la scena con un perfetto equilibrio..

Vi lascio alle sue immagini.

Lo spazio e i corpi

Le immagini di questo progetto mettono in luce la volontà di ricercare un rapporto profondo fra i corpi dei personaggi presenti sulla scena e lo spazio in cui si muovono.

Con l’obiettivo di ricreare immagini complesse, che vadano al di là della pura dimensione teatrale, ho voluto ricercare in ognuna delle immagini che appartengono a questo progetto un’affascinante armonia al cui interno l’occhio dello spettatore è portato a muoversi con meraviglia e curiosità.

Ho voluto inscrivere ogni elemento, sia scenico sia umano, all’interno di uno spazio in cui geometria e una rigorosa composizione sono le parole chiave.

I cromatismi controllati con precisione dominano in queste immagini, insieme all’ampio respiro dato alle scene, in cui si possono cogliere le interessanti relazioni tra i cantanti e gli attori, presenti sia singolarmente sia in gran numero sulla scena.

La bellezza della fotografia di spettacolo, in particolare di opera lirica, e l’uso dei tableaux vivants, che partono da elementi assolutamente reali per arrivare ad immagini surreali, diventa il mezzo per evocare suggestioni, coinvolgendo e sorprendendo lo spettatore con il suo fascino e la sua armonia.

Biografia

Alessia Santambrogio (Monza, 1981), fotografa di scena professionista e archivista editoriale, deve la sua formazione artistica e professionale all’Accademia Teatro alla Scala e all’Istituto Cfp Bauer.

Collabora con vari enti lirici e di prosa del panorama italiano, per i quali ha documentato importanti produzioni ed eventi.

Ha partecipato ad innumerevoli mostre tra le quali “Album di compleanno – 1813-2013, La Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala”, promossa da Fondazione Bracco ed Accademia Teatro alla Scala e “Il km della danza” all’interno della manifestazione On dance di Roberto Bolle.

Numerose sono le pubblicazioni su quotidiani nazionali come Il corriere della sera, La Repubblica, Il Giorno e su riviste specializzate del settore teatrale.

Ha una solida conoscenza informatica relativa alle più recenti tecniche di post-produzione digitale e segue periodicamente corsi professionali di aggiornamento. Ha conoscenze dei social media per la condivisione e pubblicazione di immagini.

Contatti

Telefono: +39 348 4289639

Sito web: www.alessiasantambrogio.com

E-Mail: info@alessiasantambrogio.com     

Che cavolo ne sa un giudice, di fotografia?

La fotografia ha faticato a lungo per essere considerata “arte”…

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sara Munari, Cuba

Basti pensare alle discussioni tra addetti ai lavori che con estrema difficoltà, sono riusciti a tutelare la sua rilevanza autore alla fine degli anni settanta del ‘900 (d.p.r. 8 gennaio 1979, n. 19) .

Solo da quel momento si prese in considerazione la distinzione tra “semplice fotografia” e fotografia di carattere creativo.

Ma come facciamo a stabilire davvero una differenza?

Bisogna innanzitutto chiedersi quali siano i requisiti di tutela del diritto d’autore.

Sono protette quindi “le opere dell’ingegno di carattere creativo”.

Qui cominciano i problemini.

Ci scontriamo con due direzioni giuridiche:

Uno che prevede un limite di creatività basso (l’autore opera una selezione delle possibilità espressive e dà luogo alla sua idea).

Il secondo prevede un traguardo di creatività più “specifico” (l’opera riflette la personalità dell’autore).

Subentra poi il “merito estetico” e se questo debba o meno essere protetto.

In generale però, per evitare parallelismi e discriminazioni tra tutte le opere dell’ingegno, si preferisce estromettere il giudizio estetico.

L’autore, perché la sua fotografia venga considerata “opera” non dovrebbe esclusivamente riprodurre la realtà, piuttosto osservarla, capirla e interpretarla.

Ma in quanti si rendono conto di trovarsi di fronte ad un progetto che va oltre la riproduzione “meccanica” della realtà?

Che cavolo ne sa un giudice?

Stabilirá il valore creativo, in base a criteri soggettivi?

Fortunatamente non succede spesso di trovarsi di fronte ad un giudice in questi termini.

In Italia la corte di giustizia ha sentenziato che sono opere quelle “che rispecchiano la personalità dell’autore” e quando avviene questo?

Avviene se l’autore ha espresso sè stesso con scelte libere e creative” (Corte Giust. UE, 1° gennaio 2011, causa C 145/10).

Sembra abbastanza chiaro

Peccato che metà dei lavori in circolazione, anche di autori molto affermati, metterebbe in crisi qualsiasi giudice.

Quante fotografie appese nelle più importanti gallerie sembrano riprese asettiche della realtà?

Il fotografo sembra un mero riproduttore oggettivamente impassibile, in tanti casi.

Come farebbe ‘sto povero giudice a capire la differenza?

E allora ecco che compare il “pregio artistico che considera la “rilevante fama” del fotografo (Trib. Roma, 20 dicembre 2006) e/o l’apparizione delle sue opere su “pubblicazioni di pregio artistico” (Pret. Torino, 27 maggio 1996).

Denis Curti ha affermato che “la galleria è uno spazio per l’affermazione dell’ autoralità del fotografo e della qualità della sua produzione che si distingue da quella massa di utenti e amatori conquistati dalla semplicità dello strumento fotografico, ma privi di qualsiasi interesse nei confronti della ricerca e della riflessione sul linguaggio” (Collezionare fotografia in Italia, Denis Curti e Sara Dolfi Agostini, 2014) Quindi se l’autore ha esposto in musei, gallerie, cataloghi, aste, fiere è più probabile la sua valenza artistica (per un giudice).

Probabile, appunto, perché a me, invece, viene un dubbio, che è più fotografico/critico che giuridico:

– Quanti autori di fama internazionale, hanno avuto queste opportunità per conoscenze, per soldi, per capacità imprenditoriali piuttosto che per talento “artistico”?

Eppure il mondo dell’arte sembra attenersi a criteri simili a quelli dei giudici piuttosto che a parametri da esperti del settore, dei quali dovrebbe essere composto.

Vediamo dove si va a parare.

Gli autori hanno vita breve, con tutta probabilità, dal mio punto di vista.