Colpire Robert per educare tutti…

(di quanto sia difficile diventare un’icona, ma soprattutto rimanere tale!)

Una foto di cui si è parlato e si continua a parlare tanto; una foto che, vera o “falsa” essa sia, ormai è un’icona e ricorda un uomo diventato un’icona della fotografia.

Dunque è stata la copertina a catturare la mia attenzione e poi il titolo: “(qui il link per l’acquisto

Mi sono chiesta banalmente: “ a chi mai verrebbe in mente di processare un’icona? È un’icona, è immortale, non si può fare nulla contro di lei, anche nel caso in cui ci si dovesse rendere conto che era qualcosa di diverso da quello che si pensava fosse!”

Così è stata stimolata la mia curiosità.

Un libro di facile lettura, veloce e molto chiaro, che racconta le vicissitudini di un’immagine, del suo autore e della caccia alla verità. Il testo è suddiviso in tre parti, attraverso le quali Vincent Lavoie spiega come sia cambiato il metodo di analisi delle immagini e quali siano stati, nel tempo, gli strumenti utilizzati per verificare l’autenticità o meno di uno scatto, ma racconta più ancora come, attraverso l’ossessione per un’immagine, sia cambiato l’approccio al concetto di autenticità, agli strumenti di verifica della stessa e al concetto di etica  nel fotogiornalismo.

Le tre parti in cui viene suddiviso il testo raccontano in sostanza tre diversi metodi di verifica di autenticità: il ricorso alle prove testimoniali, il ricorso alle prove documentali e infine il ricorso alle perizie criminalistiche sull’immagine, e attraverso l’analisi di questi tre metodi e della loro fallibilità racconta il travagliato destino di un’immagine diventata icona, ma anche gli scossoni che hanno fatto traballare la credibilità di uomo che si pensava non potesse essere messo in discussione, meno che mai utilizzando il suo stesso lavoro.

Chi era Robert Capa, come sono stati realizzati i suoi scatti migliori, quanto fosse onesto intelletualmente, tutto sembra dover passare attraverso l’autenticità di un singolo scatto, il Miliziano colpito a morte, uno degli scatti più discussi e noti della storia del fotogiornalismo.

Da parte mia, mi chiedo se sia davvero così importante quanto un’immagine sia reale, e se non sia invece più importante che rappresenti il reale: di miliziani morti ce ne saranno sicuramente stati tanti in quel giorno del 1936, se anche la sola che ne rappresenta una fosse stata costruita a tavolino, per raccontare quello che accadeva ogni giorno, sarebbe davvero così aberrante eticamente?

Che quanto accada venga raccontato attraverso immagini “costruite” piuttosto che reali, è davvero così eticamente scorretto?

Sicuramente la domanda avrebbe risposte diverse nel momento in cui dovesse cambiare il soggetto a cui venisse sottoposta, in base soprattutto al tipo di approccio alla fotografia e in base all’esperienza personale, ma di fatto è questa la vera domanda a cui cerca di rispondere il testo e tutto il lavoro di ricerca fatto attorno allo scatto di Capa: “Cos’è autentico e cosa non lo è nel fotogiornalismo? Cos’è etico e cosa invece non lo è nel fotogiornalismo? Ciò che è autentico, necessariamente è anche etico e viceversa?”

Se risponde alla domanda?

Se guardate alla domanda da fotogiornalisti, probabilmente si!

Quindi, leggetelo, sbattete la testa contro il muro e trovate la vostra risposta, perché in realtà una risposta sola non c’è, nemmeno se siete fotogiornalisti a mio modo di vedere!

E voi che pensavate parlasse della foto di Capa, leggetelo lo stesso, perché parla anche di quello!

Di Annalisa Melas

Robert Capa, il miliziano
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Bruce Gilden: ecco cosa rende buona una fotografia di strada.

Immagine di Bruce Gilden

Bruce Gilden, ha trascorso decenni a perfezionare il suo stile inconfondibile. La fotografia di strada è uno dei generi più popolari al giorno d’oggi e qui ci sono alcuni consigli e pensieri di Bruce Gilden a riguardo:

  1. Crea foto con concetti precisi e ben realizzati
    “… non avrai molta credibilità se la foto sembra casuale” quindi pensa bene al concetto che vuoi esprimere nello scatto!
  2. Cerca di avere un linguaggio specifico e non cercare di emulare altri autori.
  3. Crea storie con le tue fotografie. “Quando si guarda un’immagine, si vorrebbe vedere una storia”, dai spazio alle persone di poter inventare le propria storia, guardando la tua fotografia.
  4. Crea foto ben composte. Quando hai diversi soggetti nella foto, il trucco è quello di allinearli in modo “organico” tanto da guidare gli occhi dello spettatore.
  5. I dettagli sono fondamentali così come ciò che viene escluso dallo scatto.
  6. Attento ai fondi sporchi perché possono interrompere il flusso della visione dello spettatore.
  7.  Non scattare immagini “ovvie” – perché tendono ad avere meno valore o impatto duraturo rispetto alle fotografie di semplice lettura.

Spero ti possa essere stato utile.

CORSI MUSA DI STREET PHOTOGRAPHY 2020

Street photography con Francesco Faraci

Street photography con Stefano Mirabella

Altri articoli sull’argomento:

Premio Musa: le vincitrici

Buongiorno!

Ad aggiudicarsi il  riconoscimento della prima edizione del Premio Musa per donne fotografe sono state Mariagrazia Beruffi con “Chinese Whispers” e  Claudia Amatruda con “Naiade”. GRAZIE a tutte le partecipanti!

La selezione attenta della giuria, composta da, Anna Luccarini, Laura Davì, Sara Munari, Shobha Battaglia e Simona Guerra, ha decretato “Chinese whispers” miglior portfolio per questa prima edizione del Premio dedicata alla fotografia al femminile.
Il lavoro di Mariagrazia Beruffi affronta con un linguaggio forte e coerente il tema dei cambiamenti di una parte della società cinese e della affermazione dei giovani in bilico tra le tradizioni e contemporaneo, caratterizzato da una “società frettolosa e distratta”, come dice l’autrice.
La sua fotografia, alterna immagini sfuocate, mosse a ritratti nitidissimi di volti ravvicinati, quasi distorti. Sebbene i volti siano riconoscibili pare che l’intento sia di raffigurare un tempo e uno spazio non definibile, in cui i soggetti ti schiaffeggiano, durante lo scorrere delle fotografie, con espressioni quasi irreali.
Mariagrazia porta una visione enigmatica e comunque ricca di significato. Uno sguardo maturo accompagnato da un linguaggio altrettanto articolato.
http://www.mariagraziaberuffi.com

Qui un articolo che le avevamo già dedicato sul blog per un altro lavoro

Biografia di Mariagrazia. Vivo tra Brescia, città natale, e Trieste. Dopo un periodo di insegnamento di lingue straniere ho iniziato un percorso di grafica che mi ha avvicinato alla fotografia. Da subito il mio interesse si è rivolto non tanto alla tecnica quanto alla scoperta dei grandi autori classici e contemporanei e, soprattutto, all’atto fotografico come esperienza di vita. Prediligo una fotografia del reale ma molto istintiva, imprevedibile e soggettiva. Anche se ispirata da un interesse specifico verso una situazione, fatto o stato particolare, non vuole essere reportage, né rappresentazione di un concetto. Nasce invece da incontri casuali che, pur nella loro fugacità, si tramutano spesso in esperienze di condivisione.

La vincitrice avrà diritto ad una settimana di Residenza d’artista presso Musa, a Monza, che coinciderà con l’inaugurazione della mostra prodotta dal lavoro.

Data Mostra 8 Novembre 2019 ore 19.00. La data non può essere cambiata per rispettare la programmazione di Musa.

La vincitrice ha inoltre diritto ad un tutoraggio per la produzione di progetti nuovi o in itinere, durante la settimana di soggiorno, da parte di Sara Munari e Alessia Locatelli, curatrice e critica professionista. La vincitrice si confronterà ai fini di migliorare un progetto esistente o ideare un progetto fotografico nuovo, con due professioniste del settore.

La vincitrice potrà esporre il progetto selezionato nella galleria di Mu.Sa, la stampa professionale del progetto, sarà a carico di Musa e verrà successivamente donata alla fotografa selezionata. La mostra sarà stampata presso Fotofabbrica, laboratorio di Piacenza, specializzato nella stampa fine art di fotografie, il laboratorio offre un ottimo servizio che va dalla postproduzione fino alla consegna della mostra in galleria. Sponsor del Premio.

E-BOOK al vincitore verrà prodotto un e.book dalla casa editrice EMUSE vendibile sulle più importanti piattaforme internet.

Il secondo premio se lo aggiudica Claudia Amatruda con “Naiade”, progetto fotografico che nasce da un’esigenza personale della fotografa di raccontare, attraverso un diario personale, la realtà che la stessa ha vissuto a causa di una malattia rara da cui è stata colpita. Una malattia “invisibile” non percepibile guardando Claudia.
Durante le visite in ospedale, le cure e le difficoltà che la giovane donna ha dovuto affrontare per superare una malattia, prende corpo il suo progetto.
La fotografa dice di sé:
Gli autoritratti riescono lì dove lo specchio è un limite: guardarmi dentro. La fotografia mi sta salvando la vita.

www.claudiamatruda.com

Biografia di Claudia. Claudia Amatruda (1995, Foggia, Italy) frequenta il Master sul Progetto Fotografico(2017-2018) con il docente Michele Palazzi alla scuola “Meshroom Pescara” ed attualmente segue il corso di laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia, indirizzo Graphic Design. Nel 2015 vince una borsa di studio e una mostra al Teatro Fondazione San Carlo di Modena e nel 2016 realizza una mostra personale permanente presso l’Università di Foggia. La sua ricerca fotografica è stata completamente stravolta dalla consapevolezza di una malattia che da poco ha irrotto nella sua vita, e trova nell’utilizzo dell’autoritratto e nella descrizione fotografica degli ambienti in cui vive, la possibilità di riscatto. Un lavoro di lungo periodo che ha prodotto nel 2018, con l’aiuto di una campagna di crowdfounding e curato da Fiorenza Pinna, la produzione di ‘Naiade’, un self publishing con tiratura di mille copie, presentato la prima volta all’interno della mostra UNFOLD_Pescara e successivamente nel 2018 ‘Naiade’ è presente al Funzilla Fest 2018 – Roma. Nel 2019 presenta il libro fotografico nelle scuole di fotografia a Bari, Roma, Lecce e Pescara. Espone in collettive a Napoli, Roma e Foggia. Attualmente alla ricerca predilige la fotografia come strumento di racconto di se a partire da una nuova consapevolezza.

Claudia di aggiudica una fotocamera X-T30 in kit con XF18-55mm – Offerta da FUJIFILM ITALIA sponsor del premio.

Ringrazio la giuria, amici e sponsor per avermi permesso di creare questo premio.

Emusebooks

fujifilitalia

fotofabbrica

Ecco i corsi Musa in partenza – Ottobre

Ecco tutti i corsi in partenza ad ottobre, affrettati, ancora alcuni posti disponibili! Ciao Sara

Marketing per fotografi

La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro verso il basso su un tappeto nuovo è proporzionale al valore di quel tappeto. Legge di Murphy

TI SENTI SCONFITTO DALLA GUERRA DEI PREZZI?
Quante volte ti è capitato di dover fare compromessi sul tuo lavoro? E di essere preoccupato per la presenza di una moltitudine di fotografi sul mercato? Per non parlare dei prezzi sempre più bassi della concorrenza… Ti piacerebbe fare la tua proposta, senza compromessi e vendere i tuoi servizi alla cifra che decidi tu?
Definisci il tuo posizionamento differenziante, conosci il tuo pubblico e il modo in cui generare nuovi clienti!
Data corso:
12 – 13 Ottobre 2019
Orario: 10.00-18,00 circa Per informazioni

Corso base in un weekend

Il corso, parte da zero per arrivare a fornire una serie di concetti basilari per realizzare una foto tecnicamente corretta. Il corso, teorico- pratico parte mira a trasmettere la conoscenza delle attrezzature fotografiche fino ad ottenere una completa padronanza della tecnica e ripresa fotografica. L’obiettivo del corso è accendere, negli animi dei partecipanti, uno spirito fotografico volto non solo alla conoscenza tecnica, ma anche culturale. Una volta in possesso delle conoscenze base verranno approfondite le tematiche relative alla fotografia. Tutti i trucchi e le tecniche che permettono di ottenere immagini di maggiore impatto. L’obiettivo del corso è quello di fornire tecniche e strumenti per ampliare le conoscenze nel campo dell’immagine.
Informazioni
Data corso:
12-13 ottobre 2019
Per una serata ulteriore di confronto e scioglimento dubbi vari, il docente è a disposizione in data: lunedì 4 Novembre 2019 dalle 19.00 alle 21.00. Se dopo il weekend, qualcosa non è chiaro, si potrà rivedere!Per informazioni

Linguaggio fotografico
Come saper scattare e saper leggere una fotografia

Per poter capire il valore di una fotografia, sia essa prodotta da noi o di autori già affermati, è necessario comprenderne il valore e le qualità. Come per la scrittura, nelle immagini fotografiche si asseconda una grammatica, che spesso non si conosce, che possiamo seguire o stravolgere. Abbiamo l’opportunità di produrre un gran numero di immagini, sembra che ogni istante della nostra vita debba essere fotografato.
Proprio perché il potere delle immagini è sempre più rafforzato e presente, dobbiamo essere in grado di conoscerne i principi, le caratteristiche e gli elementi principali, per usarle e leggerle con più consapevolezza. Il corso si pone come obiettivo quello di mettervi nelle condizioni di sapere quali siano gli elementi utili per una corretta analisi di un’immagine.Ricordate un blocco per gli appunti e la macchina fotografica carica.
Prove pratiche in esterni.
Informazioni
Data: 26 ottobre 2019 chiedere per disponibilità posti. Per informazioni

Lo stile fotografico, come trovarlo
Come capire il nostro linguaggio

Vi piacciono molti fotografi e di ognuno avete provato a copiare lo stile, nonostante questo le foto prodotte vi sembrano solo brutte copie. Nessuno le distinguerebbe da altre e non riuscite a trovare uno stile che vi contraddistingua? Vuoi provare ad acquisire uno stile personale? Partendo dal presupposto che questo è un percorso lungo e difficile, durante il corso cercherò di farti capire quali sono i generi per cui sei più portato e come sfruttare al meglio le tue capacità espressive al fine di prendere una direzione in termini di stile.
Informazioni
Data corso: 27 ottobre 2019
Orario: 10.00-18,00 circa Per informazioni

Masterclass reportage
Trovare e saper raccontare storie

La masterclass di fotogiornalismo e reportage fotografico, ha come scopo la formazione di fotografi che posseggano una preparazione teorica, tecnica, pratica e professionale del fotogiornalismo e del reportage. Il corso fornisce le necessarie conoscenze finalizzate alla realizzazione di un racconto fotografico. Si svolge in 4 incontri, uno al mese. Gli studenti durante il corso dovranno realizzare un reportage su una tematica a propria scelta e discusso con il docente. Il corso è aperto a tutti coloro che vogliono realizzare un reportage a lungo termine sotto la guida di un insegnante e che abbiano almeno una cognizione base della tecnica fotografica e una buona conoscenza tecnica del mezzo fotografico.
Informazioni
Date corso:
26 ottobre 2019
23 novembre 2019
11 gennaio 2020
8 Febbraio 2020 Per informazioni

Il giudizio utile…oppure no!

Sara Munari, Mongolia

Siete disposti ad ascoltare le critiche che vengono fatte alle vostre fotografie?

Quando ha senso farlo e quando no?

Sembra che tutti abbiano opinione su tutto e naturalmente, opinione assoluta…tutti hanno pareri specifici di economia, fotografia, balli africani e cucina tailandese. E tu, fotografo da 20 anni, sei un cretino che non ha colto il punto delle cose.

Internet è il luogo perfetto dove espletare la propria tuttologia. Inoltre, da dietro lo schermo, con nickname falsi, siamo tutti fortissimi e sicuri.

Certo, direte, non ascoltare le critiche, soprattutto se costruttive, è da stupidi.

Tra l’altro abbiamo a disposizione tutorial, dimostrazioni, pareri di altrettanti esperti, che ci fanno essere sicuri delle nostre ragioni.

Poi c’è Aranzulla, lui sa tutto… effettivamente! 😁

Questa semplicità di accesso alle informazioni, fa credere a molti che la conoscenza acquisita sia più che sufficiente per avere un parere autorevole.

E giù giudizi a destra e a manca.

Ogni tanto mi rammarico, se esprimo un parere (cosa che faccio raramente) sui social e compare il solito commento: ma chi ti credi di essere? Oppure cose del tipo: è arrivato il genio!

Mi chiedo sempre se i miei 18 anni di esperienza in teoria e in pratica, nella fotografia siano effettivamente bastanti ad avere opinioni specifiche. Tra l’altro la risposta, in qualche caso è NO.

Così mi ritrovo ad approfondire l’argomento, cercando anche di capire chi sia la persona intervenuta, se ha senso che lo abbia fatto e se potenzialmente, ne sa più di me.

So che questo discorso non è nuovo, ma rimango talmente sconvolta ogni tanto, che non saprei se trasferirmi in Polinesia o rispondere in aramaico.

Quando una persona, sui social, critica le vostre immagini, andate sempre a vedere di chi si tratta, potrebbe essere un incompetente leone da tastiera…quindi il giudizio è inutile, ma controllate di chi si tratta, perché in qualche caso potrebbe intendersene e voi state facendo la figura dei cretini!

Ciao Sara

Teju Cole “L’estraneo e il noto”

Non conoscendo l’autore la scelta è stata un salto nel vuoto provocato dal titolo che, non potrete negare, ha il suo bel fascino. Questa volta a differenza delle ultime, però, si tratta di un bel volume di 167 pagine, nota della traduttrice compresa, stampato su carta semi opaca bianchissima, per nulla impolverato.

Teju Cole “L’estraneo e il noto”


Il libro in questione è “L’estraneo e il noto” di Teju Cole edito da Contrasto, un insieme di articoli scritti dall’autore in varie occasioni raccolti in unico volume per il piacere di menti curiose.
Ma ecco la sorpresa, ne leggo circa la metà e di fotografia niente, solo un accenno verso la sessantesima pagina.
Quasi rassegnata continuo a leggere e finalmente a pagina 61 e 62 mi accolgono due pagine nere, da un lato il titolo della sezione del libro “Vedere”, dall’altro l’immagine di un vecchio cafè dell’Alabama scattata da William Christemberry.

Di Annalisa Melas

Chernobyl, reportage e video di un disastro.

Il disastro di Černobyl’ è stato il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986 alle ore 1:23 circa, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (all’epoca parte dell’Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con la Bielorussia. Le cause furono indicate variamente in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico sia dirigenziale, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell’impianto stesso e della sua errata gestione economica e amministrativa. Nel corso di un test definito “di sicurezza”, il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore n. 4 della centrale: si determinò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore e di conseguenza causò un vasto incendio.

Una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l’evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336 000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l’Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America. Da Wikipedia

Danny Cooke (classe 1985) ha girato questo video per la Cbs. Il video riprende Chernobyl, a 30 anni dall’esplosione del reattore della nucleare.

Dal 2002 Pierpaolo Mittica, frequenta la zona di esclusione di Chernobyl e fino ad oggi ha effettuato più di 20 viaggi realizzando diversi servizi fotografici pubblicati su riviste internazionali tra le quali National Geographic Usa, Der Spiegel, Wired Usa, Panorama etc. e diretto un documentario su Chernobyl “The zone, post atomic Journey”.

Afferma di aver girato tutta la zona di esclusione, sia legalmente che illegalmente, per poterci raccontare cosa rimane e cosa è avvenuto.

L’oro radioattivo di Chernobyl (Ucraina 2015-2016)
I “dead men walking” caricano metallo arrugginito tutto il giorno, e non basta una doccia calda la sera per ripulirsi. Il metallo è quello radioattivo di Chernobyl: a oggi sono ancora un milione le tonnellate di materiale abbandonato nella zona di esclusione, proveniente dal reattore Uno ma anche da navi, automezzi, binari. Il riciclo di questo metallo rappresenta un business dal valore di circa un miliardo di dollari, rimasto per decenni in mano ai contrabbandieri e solo dal 2007 (oltre trent’anni dopo il disastro nucleare, avvenuto nel 1986) regolato e legalizzato dallo stato ucraino. I “dead men walking” sono una dozzina in tutto, guidati da Victor e dipendenti di una delle tre ditte ufficiali autorizzate da Kiev. Lavorano con scarse protezioni (anche se sono obbligatorie) e camminano per ore in mezzo a nubi tossiche, generate dal processo di sabbiatura per la decontaminazione dei metalli che vengono poi rivenduti all’estero a circa 10 centesimi di euro al chilo (un trenta per cento in meno rispetto al prezzo di mercato). L’attività è pericolosissima, quasi una lenta condanna a morte che obbliga gli operai a respirare in continuazione particelle radioattive come il Cesio, lo Stronzio, il Plutonio. Ma questo non basta a dissuaderli dal continuare. Forti del vitto e alloggio gratuiti, di uno stipendio più alto della media (si arriva a 8000 grivnie al mese, circa 280 euro) e di una certezza purtroppo falsa, sintetizzata da Sasha: “E poi c’è la vodka che, pulisce tutto…

Ecco alcune fotografie del progetto:

reattore numero cinque e magazzino per il riciclo dei metalli radioattivi
Pavel mentre ripara il motore del sistema di ventilazione all’interno del magazzino per il riciclo dei metalli radioattivi
Un cane randagio a Chernobyl città

Per vedere il lavoro completo vai al sito di Pierpaolo Mittica

Chernobyl 30 anni dopo (Ucraina 2014-2016)

Era il 26 aprile del 1986. All’una e ventiquattro di notte un evento disastroso, definito come la più grande catastrofe tecnologica dell’era moderna, entrò nella storia segnando la vita di milioni di persone. Quella notte esplose il reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl.  L’esplosione sprigionò nell’aria tonnellate di sostanze radioattive che trasportate dal vento contaminarono entrambi gli emisferi del nostro pianeta, depositandosi dove il caso ha voluto che piovesse. L’emissione di radioattività durò per 10 giorni e dal reattore esploso uscirono non meno di 2 miliardi di Curie di sostanze radioattive (contro i 200 milioni di Curie stimati dall’AIEA e dall’Unione Sovietica). Fu investita quasi tutta l’Europa: sulla base dei rilevamenti venne registrato un alto livello di radioattività il 29 aprile 1986 in Polonia, Germania, Austria, Romania, Finlandia e Svezia, il 30 aprile in Svizzera e Italia, il 2 maggio in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Grecia. La dispersione delle sostanze radioattive fu globale: il 2 maggio vennero registrate in Giappone, il 3 maggio in Israele, Kuwait e Turchia, il 4 maggio in Cina, il 5 maggio in India, il 6 maggio negli Stati Uniti ed in Canada. 65 milioni di persone furono contaminate. In meno di due settimane Chernobyl diventò un problema per il mondo intero. Lo stato più colpito fu la Bielorussia con il 30% del territorio reso inutilizzabile per millenni. È stato calcolato che le zone contaminate, 260 mila km2 di terra, (quasi quanto la superficie dell’Italia) ritorneranno ai livelli normali di radioattività solamente tra centomila anni. Sono passati trent’anni, ne mancano solo novantanovemilanovecentosettanta…

400 mila persone furono costrette all’evacuazione perdendo la casa, i propri beni, il lavoro, insieme ai loro legami economici, sociali e familiari. Furono evacuati 500 villaggi e piccole cittadine, di questi più di cento sono stati interrati per sempre. Il costo sociale di questa catastrofe è incalcolabile e, in un trentennio, è stimato in migliaia di miliardi di dollari. Attualmente nove milioni di persone in Bielorussia, Ucraina  e Russia occidentale continuano a vivere in terre con livelli di radioattività altissimi mangiando cibi e bevendo acqua avvelenati. L’ 80% della popolazione della Bielorussia, della Russia occidentale e dell’Ucraina del nord è colpita da varie patologie. Dopo Chernobyl nelle zone contaminate c’è stato un aumento dell’incidenza dei tumori alla tiroide e delle anemie di 100 volte e di altri tumori legati alle radiazioni, quali leucemie, tumori delle ossa e del cervello di 50 volte. L’incidenza delle malformazioni dovute a mutazioni genetiche, delle patologie cardio – vascolari, degli organi sensoriali, dei sistemi ossei, muscolari e tessuti connettivali, delle malattie del sistema nervoso e turbe psichiche, è aumentata di 30 volte. L’incidenza dei bambini nati prematuri è aumentata di 20 volte. E il peggio arriverà adesso, quando inizieranno a partorire le ragazze che all’epoca avevano meno di sei anni, solo ora si inizieranno a capire quali saranno gli effetti delle mutazioni genetiche sulle generazioni future.

E oggi che cosa succede dentro la zona di esclusione?
Dopo l’incidente nucleare di Chernobyl, fu creata una zona di esclusione di 30 km di raggio intorno alla centrale nucleare. Tutti gli abitanti dell’area furono evacuati.
Ma la zona, che doveva essere di esclusione, alla fine non lo è mai stata. C’è vita dentro la zona e migliaia di persone ogni giorno varcano il confine delle radiazioni.
A Chernobyl città oggi vivono 4 mila persone, sono gli addetti alla sicurezza della zona e dei reattori ancora non dismessi.Lavorano 15 giorni dentro la zona e poi fanno 15 giorni di decontaminazione nelle loro case fuori dalla zona di esclusione. Chernobyl appare come una normale cittadina con i principali servizi come market, cafè, un hotel per i turisti, una chiesa con il pope che celebra la messa.
A questi 4 mila lavoratori e abitanti di Chernobyl se ne sono aggiunti altri 2 mila negli ultimi anni, e sono i lavoratori addetti alla costruzione del nuovo sarcofago che sarà completato nel novembre 2017. Altre 2000 lavoratori ogni giorno arrivano dalla vicina città di Slavutich, città di servizio per la zona di esclusione creata subito dopo l’incidente di Chernobyl.
In mezzo alle radiazioni scorre una vita normale come in qualsiasi altra cittadina dell’ex unione sovietica, fatto salvo che qui è una zona di esclusione, che qui ci sono le radiazioni, che qui rimarrà così per millenni. Una vita normale in un luogo totalmente anormale.

Ma oggi, dopo 30 anni, come è la situazione dei reattori nucleari più pericolosi del pianeta?
Il sarcofago del reattore numero 4 è al collasso, 2.000 lavoratori stanno costruendo il nuovo sarcofago per seppellire il reattore numero 4. La società è una società Internazionale – ucraina, e il nuovo contenitore è alto 110 metri, largo 164 metri, e lungo 257 metri. E’ stato completato nel novembre 2016 con un costo di 1,5 miliardi di euro. La sua durata è prevista per un centinaio di anni.
I reattori 1-2-3 continuarono a lavorare fino al 2000 quando furono chiusi e 2.000 lavoratori sono coinvolti nella sicurezza di questi reattori, fino al momento in cui possono essere smantellati. Questo sarà solo nel 2065, quando saranno diminuiti i livelli di radioattività all’interno del reattore e sarà possibile avviare i lavori di disattivazione.
Oggi, dopo 30 anni le condizioni di lavoro sono ancora molto difficili, perché i livelli di radiazioni fuori dai reattori e anche all’interno degli edifici sono molto elevati e rappresentano un grave rischio per la salute dei lavoratori.

Ma altre persone vivono ancora all’interno della zona, e fin dall’inizio. Al momento dell’esplosione, gli abitanti della zona furono evacuati e trasferiti alla periferia di Kiev. Ma alcuni di loro, circa 1.200 persone, decisero che la vita della città non era per loro, troppo difficile vivere in una grande città con una misera pensione e senza i prodotti della terra. E troppo forte il legame con la loro terra.
Dopo qualche mese ritornarono a vivere nelle loro case, sfidando il divieto del governo sovietico. Hanno resistito e il governo ha dovuto riconoscerli come residenti della zona di esclusione. Diventarono quello che oggi chiamiamo i coloni.
Per 30 anni hanno resistito al governo e alle radiazioni, perché prima avevano resistito alla seconda guerra mondiale e alla fame. Ed è per questo che non hanno paura delle radiazioni. Hanno deciso di vivere nelle loro case, nella loro terra, per non dimenticare le proprie origini. Sono l’ultimo esempio di una resistenza pacifica.
Gli ultimi sopravvissuti sono ormai ottuagenari. Oggi sono meno di cento, il tempo e le radiazioni li ha portati via. Con gli ultimi si concluderà una cultura, la cultura della sopravvivenza a Chernobyl. I pochi villaggi abitati della zona di esclusione spariranno definitivamente e le loro case e gli oggetti personali, che li hanno accompagnati per tutta la vita, saranno inghiottiti dalla vegetazione e distrutti dal tempo.

E quale è la situazione intorno alla zona di esclusione?

Radinka è un villaggio altamente contaminato situato a 300 metri dal confine con la zona di esclusione di Chernobyl. A 30 anni dal peggior disastro nucleare della storia, Radinka è l’esempio di cosa c’è intorno alla zona di esclusione di Chernobyl, una zona altamente contaminata e abitata, totalmente dimenticata.
Un combattente solitario, Lo scienziato bielorusso Yuriy Bandazhevsky, da anni sta studiando le conseguenze di questa contaminazione sui bambini residenti a Radinka e neila provincia di Ivankov e combatte contro le autorità locali, internazionali e la lobby atomica per far conoscere la verità, rischiando la propria vita come è successo in passato. Oggi la popolazione delle terre contaminate da Chernobyl continua a soffrire e a morire per le conseguenze del disastro nucleare di Chernobyl.
L’80% degli oltre 3700 bambini esaminati, e che vivono in queste terre ai confini con la zona di esclusione, ha turbe del ritmo cardiaco, in relazione diretta con la quantità di cesio incorporata. Inoltre il 30% presenta una contaminazione interna da cesio 137 sopra i 50 Bq/kg, livello in cui si sviluppano tutte le patologie.
Chernobyl dopo 30 anni è solo all’inizio della sua storia.

Ecco alcune fotografie del lavoro:

la volpe radioattiva nella piazza principale di Pripyat. Gli animali selvatici, grazie all’assenza degli esseri umani, hanno preso possesso dell'ambiente. Nella zona ora c’è abbondanza di animali selvatici come volpi, lupi, cinghiali, alci e persino orsi
Vladik, 7 anni e Igor, 6 anni, vivono a Radinka, uno dei villaggi più contaminati intorno alla zona di esclusione di Chernobyl.
L'addetto alle relazioni pubbliche mentre spiega le regole di sicurezza per i lavoratori all'interno del reattore numero 4. Centrale nucleare di Chernobyl

Per vedere il lavoro completo vai al sito di Pierpaolo Mittica

SE vi interessa l’argomento, Pierpaolo ha affrontato altri reportage che potete trovare qui

Ricordo che Pierpaolo è docente di un Master in Reportage presso Musa Fotografia, a Monza, se siete interessati, ecco il LINK

Ciao Sara!