Di ritorno le mostre di fotografia. Cosa non perdere a Luglio.

Ciao a tutti,

pian piano si torna alla normalità ed ecco allora che vi ripropongo il nostro appuntamento fisso con le mostre di fotografia.

Spero apprezzerete…

Anna

INGE MORATH. LA VITA. LA FOTOGRAFIA

Inge Morath, <em>Audrey Hepburn sul set del film "Unforgiven"</em>, Messico, 1959 | © Fotohof archiv / Inge Morath / Magnum Photos<br />

Dal 19 giugno al 1° novembre 2020, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ospita una retrospettiva dedicata alla fotografa austriaca Inge Morath (Graz, 1923 – New York, 2002), la prima donna a essere accolta nell’agenzia Magnum Photos.

L’iniziativa è parte dei palinsesti culturali Aria di Cultura e I talenti delle donne, promossi e coordinati dal Comune di Milano.

Attraverso 150 immagini e documenti originali, l’esposizione, curata da Brigitte Blüml – Kaindl, Kurt Kaindl, e Marco Minuz, col supporto del Forum austriaco della cultura, col sostegno di Rinascente, media partner IGP Decaux, ripercorre il cammino umano e professionale di Inge Morath, dagli esordi al fianco di Ernst Haas ed Henri Cartier-Bresson fino alla collaborazione con prestigiose riviste quali Picture Post, LIFE, Paris Match, Saturday Evening Post e Vogue, attraverso i suoi principali reportage di viaggio, che preparava con cura maniacale, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni paese dove si recava, fossero essi l’Italia, la Spagna, l’Iran, la Russia, la Cina, al punto che il marito, il celebre drammaturgo Arthur Miller, ebbe a ricordare che “Non appena vede una valigia, Inge comincia a prepararla”.

Il percorso espositivo dà conto di questa sua inclinazione, presentando alcuni dei suoi reportage più famosi, come quello realizzato a Venezia nel 1953, con immagini colte in luoghi meno frequentati e nei quartieri popolari della città lagunare, che sposano la tradizione fotografica dell’agenzia Magnum di ritrarre persone nella loro quotidianità. Alcune ambientazioni surreali e alcune composizioni fortemente grafiche sono un esplicito riferimento al lavoro del suo primo mentore Henri Cartier-Bresson.
Le immagini di Inge Morath riflettono le sue più intime necessità, ma al contempo sono come pagine del suo diario di vita, come lei stessa ha scritto: “La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”.
“Nelle fotografie di Inge Morath – scrive il curatore Marco Minuz – emerge sempre una componente di vicinanza, non solamente fisica, ma soprattutto emotiva. Il suo è un lavoro diretto, privo di zone d’incertezza o di mistero. Il suo lavoro è, come il buon giornalismo, schietto, privo di compassione e ambiguità. Le sue immagini hanno sempre la capacità di non semplificare mai ciò che è complesso, e mai complicare quello che è semplice; sono fortemente descrittive e al contempo fanno trasparire una rara capacità di analisi del contesto con il quale si confrontava. Un approccio sistematico che la spingeva, prima di ogni lavoro, a studiare e approfondire le culture con cui si sarebbe rapportata, per arrivare così a conoscere sette lingue. Ma in definitiva, in piena condivisione con uno dei dogmi dell’agenzia Magnum, la vera priorità per Inge Morath è sempre stato l’essere umano”.

L’itinerario di Inge Morath prosegue in Spagna, paese che visitò spesso, fin dal 1954 quando venne incaricata di riprodurre alcuni dipinti per la rivista d’arte francese L’Oeil e di ritrarre la sorella di Pablo Picasso, Lola, spesso restia a farsi fotografare, ma anche della Romania comunista, della natia Austria, del Regno Unito.
Non poteva mancare una sezione dedicata a Parigi, uno dei ‘luoghi del cuore’ di Inge Morath, dove incontrò i fondatori dell’agenzia Magnum: Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Robert Capa. Essendo la più giovane fotografa dell’Agenzia, nella capitale francese le venivano affidati lavori minori come sfilate di moda, aste d’arte o feste locali; tuttavia, in queste immagini emerge chiaramente il suo interesse per gli aspetti bizzarri della vita quotidiana.
Il sogno di Inge Morath fu sempre quello di visitare la Russia. Si avvicinò a questo paese studiandone la cultura e imparandone la lingua prima del suo primo viaggio, avvenuto nel 1965, in compagnia di suo marito, Arthur Miller, allora presidente del PEN club – un’associazione internazionale non governativa di letterati, nel quale ebbero l’opportunità di far visita agli artisti e intellettuali russi oppressi dal regime, oltre che portare a termine programmi ufficiali. Da quel viaggio nacque un ampio lavoro fotografico che negli anni successivi si arricchì da altro materiale raccolto in altre occasioni.
L’ideale giro del mondo con Inge Morath prosegue in Iran, dove riuscì ad approfondire la conoscenza di quella regione, muovendosi all’interno della dimensione femminile e cogliendo il rapporto fra le vecchie tradizioni e le trasformazioni innescate dalla moderna società industriale in una nazione fortemente patriarcale e si chiude idealmente a New York dove nel 1957 realizza un reportage per conto della Magnum.
In questo periodo Inge realizzò fotografie sul quartiere ebraico, sulla vita quotidiana della città, oltre a ritratti di artisti con cui strinse amicizia. New York, come testimoniato dall’omonimo libro pubblicato nel 2002, rimarrà un luogo importante per tutta la sua vita.
Dopo il matrimonio con lo scrittore Arthur Miller, nel 1962, Morath si trasferì infatti in una vecchia e isolata fattoria a Roxbury, a circa due ore di auto da New York. Un luogo di campagna lontano dalla frenesia della città, dove crebbe i suoi due figli Rebecca e Daniel.
La mostra dà inoltre ampio spazio al ritratto, un tema che l’ha accompagnata per tutta la sua carriera. Da un lato era attratta da personaggi celebri, quali Igor Stravinsky, Alberto Giacometti, Pablo Picasso, Jean Arp, Alexander Calder, Audrey Hepburn, dall’altro dalle persone semplici incontrate durante i suoi reportage. Tra gli scatti più iconici, spicca la fotografia di Marilyn Monroe che esegue dei passi di danza all’ombra di un albero, realizzata sul set del film “Gli spostati” del 1960, lo stesso dove Inge conobbe Arthur Miller che all’epoca era sposato proprio con l’attrice americana.
Che si trattasse di persone comuni o artisti di chiara fama, il suo interesse era sempre rivolto all’essere umano in quanto tale. Il suo stile fotografico affonda le sue radici negli ideali umanistici del secondo dopoguerra ma anche nella fotografia del ‘momento decisivo’, così come l’aveva definita Henri Cartier-Bresson. Ogni suo ritratto si basava infatti su un rapporto intenso o anche su una conoscenza profonda della persona immortalata.
Una sezione propone, inoltre, la serie di curiosi ritratti ‘mascherati’ nati dalla collaborazione con il disegnatore Saul Steinberg che risalgono al suo primo viaggio a New York durante il quale conobbe la produzione artistica del disegnatore statunitense, rimanendone entusiasta.
Negli anni ‘60 Steinberg aveva iniziato a realizzare la sua serie di maschere e chiese a Inge Morath di trovare delle persone da fotografare con gli abiti adatti per queste maschere. Gli scatti hanno in comune il fatto di essere ambientati nella vita quotidiana newyorkese.

Dal 19 Giugno 2020 al 01 Novembre 2020 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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WORLD PRESS PHOTO 2020

Si terrà dal 16 giugno al 2 agosto al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra del World Press Photo 2020. La rassegna, inizialmente programmata per il 25 aprile e rinviata a causa dell’emergenza sanitaria, presenta in anteprima nazionale le 139 foto finaliste del prestigioso concorso internazionale di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti. L’esposizione è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography

In mostra, per la prima volta, anche una selezione delle foto iconiche che hanno vinto il premio come Foto dell’Anno dal 1955 ad oggi.

Oltre alle foto, in mostra per il secondo anno una sezione dedicata al Digital Storytelling con una serie di video che raccontano gli eventi cruciali del nostro tempo

La mostra “World Press Photo 2020” si conferma come l’appuntamento che dimostra e restituisce al mondo intero la enorme capacità documentale e narrativa delle immagini, rivelandone il fondamentale ruolo di testimonianza storica del nostro tempo.

Dal 16 Giugno 2020 al 02 Agosto 2020 – Palazzo delle Esposizioni – Roma

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REN HANG. NUDI

Tra i primi nuovi progetti a inaugurare in un museo italiano dopo la chiusura per l’emergenza sanitaria, dal 4 giugno al 23 agosto 2020 il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato presenta per la prima volta in Italia un corpus di opere dell’acclamato fotografo e poeta cinese Ren Hang (1987- 2017), tragicamente scomparso a neppure trent’anni.
 
Curata da Cristiana Perrella, la mostra Nudi raccoglie una selezione di 90 fotografie di Ren Hang provenienti da collezioni internazionali, accompagnate dalla documentazione del backstage di un suo shooting nel Wienerwald nel 2015 e da un’ampia selezione dei libri fotografici da lui realizzati.
 
Ren Hang, che non ha mai voluto essere considerato un artista politico – nonostante le sue fotografie fossero ritenute in Cina pornografiche e sovversive – è noto soprattutto per la sua ricerca su corpo, identità, sessualità e rapporto uomo-natura, che ha per protagonista una gioventù cinese nuova, libera e ribelle.
 
Per lo più nudi, i suoi soggetti appaiono su un tetto tra i grattacieli di Pechino, in una foresta di alberi ad alto fusto, in uno stagno con fiori di loto, in una vasca da bagno tra pesci rossi che nuotano oppure in una stanza spoglia, i loro volti impassibili, le loro membra piegate in pose innaturali. Cigni, pavoni, serpenti, ciliegie, mele, fiori e piante sono utilizzati come oggetti di scena assurdi ma dal grande potere evocativo. Sebbene spesso provocatoriamente esplicite nell’esposizione di organi sessuali e nelle pose, che a volte rimandano al sadomasochismo e al feticismo, le immagini di Ren Hang risultano di difficile definizione, scottanti e allo stesso tempo permeate da un senso di mistero e da un’eleganza formale tali da apparire poetiche e, per certi versi, melanconiche.
 
I corpi dei modelli – tutti simili tra loro, esili, glabri, dalla pelle bianchissima e i capelli neri, rossetto rosso e unghie smaltate per le donne – sono trasformati in forme scultoree dove il genere non è importante. Come ha ammesso l’autore: “Il genere […] per me è importante solo quando faccio sesso”. Piuttosto che suscitare desiderio, queste immagini sembrano voler rompere i tabù che circondano il corpo nudo, sfidando la morale tradizionale che ancora governa la società cinese. In Cina, infatti, il concetto di nudo non è separabile da quello di pornografia e il nudo, come genere, non trova spazio nella storia dell’arte. Le fotografie di Ren Hang sono state per questo spesso censurate. “Siamo nati nudi…io fotografo solo le cose nella loro condizione più naturale” (Ren Hang).

Dal 04 Giugno 2020 al 23 Agosto 2020 – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci – Prato

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VEDERE (il) BAROCCO: lavori in corso

In occasione della mostra Sfida al Barocco alla Reggia di Venaria, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia presenta l’esposizione VEDERE (il) BAROCCO: lavori in corso a cura di Barbara Bergaglio e Pierangelo Cavanna, visitabile dal 19 giugno al 30 agosto nella Project Room del centro di Via delle Rosine 18 di Torino.

Attraverso 70 immagini, la mostra racconta il modo in cui un nutrito gruppo di fotografi – Paolo Beccaria, Gianni Berengo Gardin, Giancarlo Dall’Armi, Pino Dell’Aquila, Giuseppe Ferrazzino, Giorgio Jano, Mimmo Jodice, Aldo Moisio, Riccardo Moncalvo, Ernani Orcorte, Augusto Pedrini, Giustino Rampazzi, Daniele Regis, Roberto Schezen – hanno “guardato” al Barocco, in particolare alle sue architetture, nella Torino del XX secolo.

Il progetto e la sfida di questa mostra – commentano i curatori – nascono dalla necessità di comprendere come e in quale misura il dialogo con le architetture barocche di cui Torino è ricca abbia sollecitato i fotografi più sensibili a verificare e mettere in campo soluzioni descrittive che, superando l’intenzione documentaria, hanno progressivamente assunto un significato diverso, più interpretativo e critico.

La mostra si concentra, quindi, sui diversi modi di descrivere fotograficamente le architetture barocche, pratica che ha accompagnato la crescita della loro fortuna critica e della loro riconoscibilità nell’immaginario collettivo. Un modo di guardare che è mutato negli anni: dalla semplice intenzione descrittiva a fini documentari sino all’elaborazione di raffinati strumenti interpretativi, segnando il passaggio dal semplice “fotografare barocco” ad un effettivo “vedere barocco”. Fotografie – continuano i curatori – solo apparentemente bizzarre, momentaneamente irriconoscibili e incommensurabili rispetto al nostro consolidato modo di vedere. Fotografie che vivono di una barocca moltiplicazione delle fughe, degli scorci, delle deformazioni proiettive conseguenti per trattenere e trasmettere l’eccitazione indotta nell’occhio dell’osservatore. Per testimoniare un’esperienza, quindi.

Il confronto con gli spazi e i volumi delle architetture di Guarini, Juvarra e Vittone ha sollecitato, e quasi imposto, a questi fotografi la necessità di ridefinire l’idea di fotografia di architettura stessa, costituendo l’occasione per una continua trasformazione delle intenzioni narrative, che mutano nel tempo passando da una funzionalità descrittiva a una esplicitamente interpretativa e critica, nella quale barocco non è più solamente l’oggetto della ripresa ma connota le modalità con cui tale oggetto è riproposto.

La mostra ospita inoltre un video racconto del progetto di ricostruzione digitale della mostra del Barocco piemontese del 1937 con il nucleo delle 1345 lastre del fotografo Paolo Beccaria (archivio Fotografico Fondazione Torino Musei) a cura di Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale.

dal 19 giugno al 30 agosto Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Gabriele Basilico – Bord de Mer

A partire dal 19 giugno 2020 Magazzini Fotografici riapre le sue porte dopo la momentanea chiusura e ha il piacere di ospitare la mostra del progetto Bord de Mer di Gabriele Basilico. 

L’esposizione dà seguito, dopo la mostra di Letizia Battaglia e il Laboratorio SISF, alla collaborazione tra Magazzini Fotografici e LAB\ per un laboratorio irregolare di Antonio Biasiucci, due realtà attive nella promozione della fotografia.

Il progetto in mostra, Bord de Mer, è il risultato di una commissione ricevuta da Gabriele Basilico nel 1984/85, per conto del governo francese. L’autore fu, infatti, in quegli anni invitato a partecipare alla Mission Photographique de la DATAR (Délégation à l’Aménegement du Territoire et à l’Action Régionale), un grande progetto che coinvolgeva 20 fotografi di fama internazionale, chiamati a documentare e a interpretare attraverso le immagini, le grandi trasformazioni vissute negli anni 80’ dai paesaggi francesi. 
È da questa commissione che nel 1990 nacque il volume Bord de mer in cui Gabriele Basilico descrive attraverso la fotografia porti, spiagge, coste e scogliere a picco sul mare del Nord. Le immagini furono scattate in tre regioni francesi, da Dunkerque nel Nord-Pas-de-Calais fino a Mont Saint Michel in Normandia, passando per la Piccardia.

Il progetto organizzato dalla D.A.T.A.R, fu, come afferma lo stesso Basilico, un’azione concreta volta a mettere in rapporto il paesaggio con la fotografia e a porre in discussione i vecchi metodi di rappresentazione geografica, che si ritennero non più adeguati a indagare la realtà. Fu proprio la fotografia il medium prescelto come erede dei vecchi sistemi di rappresentazione del paesaggio. Questo nuovo importante “passaggio” di statuto influenzò ampiamente il futuro della fotografia tra gli anni Ottanta e Novanta, rilanciando una nuova identità professionale per la figura del fotografo. 

“ Con Bord de Mer entrava in gioco un movimento nuovo e opposto, destabilizzante, rispetto alla mia identità di fotografo, basata sulla rapidità. I sei mesi di lavoro stabiliti dal contratto erano un tempo infinito, che permetteva il ritmo lento, il decondizionarsi, influendo così radicalmente sulla mia stessa percezione della fotografia… Quei luoghi del nord Europa, con il mare burrascoso, i cieli profondi, le nubi pesanti, con la pioggia insistente, il vento, il sole e la luce che cambiava continuamente, mi hanno spalancato una porta verso una nuova visione del paesaggio. Era il paesaggio di pittori come il Canaletto e il Bellotto, o come i Fiamminghi… artisti descrittivi, che tuttavia mi avevano fatto ben intuire come quel frammento di mondo minuziosamente dipinto andasse molto oltre, superasse i bordi del quadro per espandersi verso altri orizzonti, forse addirittura verso il mondo intero.”

Dal 19 giugno al 1 novembre – Magazzini Fotografici – Napoli

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ARIANNA ARCARA. CARTE DA VISITE. UN ALBUM FOTOGRAFICO DI QUARTIERE

Carte de Visite è il risultato di un progetto di fotografia partecipata realizzato da Arianna Arcara, con la curatela di Roberta Pagani, nel quartiere Crocetta di Cinisello Balsamo grazie al sostegno di AESS Regione Lombardia.

L’artista ha aperto uno studio fotografico temporaneo come servizio agli abitanti del quartiere, realizzando tra novembre 2019 e febbraio 2020 oltre 600 ritratti a persone appartenenti alle diverse comunità per indagare le relazioni, le ritualità e gli usi legati al ritratto fotografico.

L’autorialità della fotografa si è messa al servizio degli abitanti di Crocetta producendo diversi formati di rappresentazione a seconda delle richieste. Foto ritratto individuali e di gruppo, di piccole comunità o di famiglie, di centri ricreativi, giovanili e per il sociale, festività e compleanni.

Adottando criteri sia artistici sia documentari, la mostra Carte de visite si propone di raccontare questa esperienza partecipata, dove a determinare i risvolti curatoriali ed espositivi è l’autodeterminazione dei soggetti stessi. Buona parte delle fotografie esposte rispondono infatti a criteri dipendenti dal diritto alla riservatezza dei partecipanti. La mostra si confronta dunque con il tema della privacy e con il significato della fotografia che si rivolge alla ritrattistica sociale, quando un progetto di documentazione si realizza dentro uno spazio privato e per fini privati prima che artistici o divulgativi.

Quello che emerge dalla selezione di fotografie prodotte è il rapporto di fiducia instauratosi tra l’autore e il soggetto, che ha lasciato all’interno dello studio Carte de visite un po’ della sua storia e, al contempo, ha portato a casa una o più delle fotografie esposte.

20 giugno – 01 novembre 2020 – MUFOCO – Cinisello Balsamo

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ESSERE (IN)DIVISIBILE

Sabato 20 Giugno inaugura la mostra “Essere (in)divisibile” a cura di Simona Guerra, con collage fotografici e opere di Re Barbus e Nora Ciottoli.

La mostra accosta due autrici per la prima volta esposte nelle Marche che stanno facendo della propria ricerca fotografica un percorso di consapevolezza e bellezza che ha come tramite il mondo femminile e la Natura.

I corpi senza tempo di Nora Ciottoli (Milano, 1968) dialogheranno con quelli nelle opere di Re Barbus (Roma, 1971) mostrandoci due mondi creativi così diversi, entrambi rivelati tramite l’uso diverso della tecnica del collage.

Dal 20 al 28 giugno – Spazio Piktart – Senigallia

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STEVE MCCURRY. ICONS

La mostra “Steve McCurry – Icons”, promossa dal Comune di Cagliari, Servizio Cultura e Spettacolo e organizzata da Civita Mostre e Musei SpA in collaborazione con Fondazione di Sardegna e SudEst57, presenta per la prima volta in Sardegna 100 immagini che ripercorrono la carriera del grande fotografo statunitense, dagli esordi ad oggi.

Saranno presenti i l Sindaco Paolo Truzzu, l’Assessore alla Cultura, Spettacolo e Verde Pubblico Paola Piroddi, la dirigente del Servizio Cultura e Spettacolo Antonella delle Donne.

Dopo l’emergenza sanitaria globale che ha investito il mondo intero, la mostra “Steve McCurry – Icons”, curata da Biba Giacchetti, assume per la Sardegna, ma più in generale per l’Italia, un messaggio di ripartenza attraverso le immagini iconiche del grande maestro della fotografia contemporanea che con i suoi reportage racconta il nostro tempo con uno sguardo sempre rivolto all’Uomo.

Dal 12 Giugno 2020 al 10 Gennaio 2021 – Palazzo di Città – Cagliari

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PERU. LUIS ARMANDO VEGA – MUSUK NOLTE – NICOLAS VILLAUME – VICTOR ZEA

Esposizione in collaborazione con National Geographic.

06/06/2020–11/10/2020 – Museo Lumen . Plan de Corones – Brunico

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Mexico – RICARDO AZARCOYA

Esposizione in collaborazione con National Geographic.

06/06/2020–11/10/2020 – Museo Lumen . Plan de Corones – Brunico

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Giorgio Lotti – Viaggio nel ‘900

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore, ente nato per volontà della FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche,associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia su tutto il territorio nazionale, presenta la nuova mostra “Giorgio LottiViaggio nel ‘900” che inaugurerà sabato 27 giugno 2020 alle ore 18.00 presso il CIFA (Via delle Monache 2, Bibbiena, AR). Lo stesso giorno Roberto Rossi, Presidente della FIAF, con il contributo della Regione Toscana, inaugurerà a Bibbiena sei nuove opere che vanno ad aggiungersi al progetto Bibbiena Città della Fotografia – Galleria Permanente a Cielo Aperto. Le opere installate sono degli autori Mario De Biasi, Giorgio Lotti, Fulvio Roiter, Mario Cresci, Uliano Lucas, Lisetta Carmi.

“Siamo felici di poter riaprire le porte del CIFA con questa mostra di un Autore che, in un periodo come quello che stiamo vivendo, esprime con le sue immagini l’essenza del lavoro del perfetto fotogiornalista, colui che è capace di cogliere con l’occhio e ha la prontezza di fissare con il clic il senso degli eventi (le cronache), il carattere delle persone (i ritratti, appunto), la bellezza dei paesaggi e dell’arte (i reportage) – ha dichiarato Roberto Rossi, Presidente della FIAF – Tanto si potrebbe scrivere sulle fotografie di Giorgio Lotti ma vogliamo lasciare al pubblico il piacere di passeggiare tra i suoi lavori e riscoprire la grandezza di un fotografo, che occupandosi del reale, ha sempre unito alla professionalità, alla conoscenza tecnica, all’intuito nel prevedere e vedere ciò che sta per accadere, un talento naturale che va al di là di ogni spiegazione logica”.

La carriera fotografica di Giorgio Lotti, nato a Milano nel 1937, è indissolubilmente legata al settimanale Epoca, la rivista che, fra i settimanali italiani, si distinse subito per l’impostazione grafica: stampa su carta lucida ed ampio ricorso ai servizi fotografici, molti in esclusiva, oltre a un sapiente uso del colore.

In questa mostra vengono presentati, non in ordine cronologico, alcuni dei servizi più famosi realizzati e pubblicati su Epoca da Giorgio Lotti e una serie di immagini singole, molti ritratti, che riassumono, pur non esaustivamente, il suo lavoro di fotogiornalista.

Il percorso espositivo è una passeggiata immersiva nella storia del tragico e meraviglioso Novecento, superando di colpo ogni barriera dello spazio e del tempo, portando lo spettatore esattamente nel punto in cui le fotografie sono state scattate.

Sono immagini potenti che non hanno bisogno di spiegazioni, razionalizzazioni, aggiunte o sottrazioni, ma che semplicemente vanno contemplate, possibilmente con lo stesso sguardo pulito e lo stesso stupore fanciullesco che ha permesso all’Autore di realizzarle e di afferrare al volo frammenti di presente per consegnarli alla memoria e, quindi, alla Storia.

Ne è un esempio il lavoro sull’inquinamento prodotto dal tumultuoso sviluppo dell’Italia del boom economico, realizzato sul finire degli anni ‘60 e quanto mai attuale. Qui emergono due sue caratteristiche. Per prima, quando si appassiona a un tema e pensa valga la pena di svilupparlo, non scatta solo per la committenza, ma anche per sua ricerca personale. Per seconda, prima di affrontare un lavoro, Lotti approfondisce la tematica. Nel caso specifico si reca all’Università di Milano e in altri luoghi deputati alla ricerca scientifica, recupera la documentazione necessaria, legge rapporti e articoli giornalistici e, finalmente preparato, affronta fotograficamente l’argomento. Da questo lavoro durato tre anni e apparso in parte su Epoca nel ’68, vengono tratte le immagini pubblicate sul volume Venezia muore. La mostra itinerante viene curata dall’UNESCO, che la veicola nel mondo per raccogliere fondi per la salvaguardia della città lagunare.

A dimostrazione che tanti lavori di Giorgio Lotti sono di grande attualità, la serie del 1991 che, con partecipata intensità, affronta un altro tema attualissimo: gli sbarchi nei nostri porti di popolazioni che fuggono dai propri territori, resi inospitali dalle più svariate avversità. Lotti con un numero relativamente ridotto di scatti ci trasmette tutta la drammaticità dell’evento, il primo sbarco di albanesi a Brindisi. Così come accade con alcuni altri lavori sulle sciagure capitate nel nostro paese. Lotti ci comunica non solo i fatti che ci fanno entrare nel cuore degli avvenimenti, ma riesce a trasmetterci con le sue immagini i sentimenti di uomo che partecipa alle emozioni e al dolore degli altri.

Questa sua attitudine di entrare in empatia con chi è nel mirino della sua fotocamera e di fare assurgere un personaggio a simbolo di un intero evento, la possiamo cogliere in un paio di significativi esempi: due ritratti, pur molto diversi tra loro per tecnica di ripresa e di composizione scenica, che da soli riassumono questo aspetto specifico del suo talento.

Il primo è sicuramente il più noto a livello mondiale: il ritratto di Zhou Enlai scattato nel 1973. La fotografia, che probabilmente è stata la più diffusa nella storia della Cina e quella più stampata al mondo con oltre cento milioni di copie, ritrae il primo ministro seduto su una comune poltrona. Pubblicata sui libri di storia del fotogiornalismo, diviene il suo ritratto ufficiale. È pubblicato su Epoca di quell’anno nel primo di tre articoli dedicati alla Cina del dopo Rivoluzione Culturale. In quel momento storico, il grande paese asiatico ha bisogno di rassicurare i propri abitanti sulla stabilità del proprio futuro e allo stesso tempo inizia ad aprirsi agli stati occidentali da cui si era posto in isolamento. Questo scatto presenta l’uomo che in quel momento impersona il potere ufficiale della Cina. È il ritratto di una persona dallo sguardo fermo, ma rilassato. Volge gli occhi alla sua sinistra. Il volto esprime tranquillità con un sorriso appena accennato. Guarda al futuro del suo paese in modo fiducioso. Lo sfondo della fotografia è uniforme, solo una tazza di tè, inquadrata con grande intelligenza sulla sinistra, rafforza la serenità rassicurante della scena.

Il secondo non è da meno quanto a intensità espressiva. Torniamo indietro a quella che fu una drammatica sciagura umana e culturale del secondo dopoguerra: l’alluvione di Firenze del novembre 1966. Le immagini ci fanno rivivere quei momenti. La prima ci offre lo sguardo sofferente e preoccupato di una donna aggrappata su una barca in una via del centro storico di Firenze, mentre un uomo con in mano una pertica cerca disperatamente di non farla travolgere da un’auto quasi completamente sommersa dall’acqua limacciosa. Ma l’immagine simbolo del sentimento dei fiorentini in quei giorni è affidata al ritratto di un personaggio scelto non a caso. Un uomo di cultura che tutti conoscono. Tutti sappiamo che è di lì. Siamo abituati a vederlo vestito in panni eleganti e ricercati. Osservare Franco Zeffirelli, il grande regista, seduto su una sedia davanti alla Basilica di Santa Croce, i pantaloni e le scarpe intrise di fango, con lo sguardo incerto e sconsolato di chi non sa ancora se la città e i suoi tesori artistici potranno essere salvati e recuperati, ci racconta le sensazioni che tutti gli amanti dell’arte hanno avuto assistendo alle immagini dell’alluvione.

Se il ritratto, come singolo scatto che coglie l’espressione, il gesto e l’ambientazione cercata dall’autore, è molto praticato da Lotti e raggiunge sempre risultati di grande impatto emotivo, in occasioni particolari troviamo che l’insieme di più immagini viene utilizzato per raccontare l’emozione del soggetto, come nella sequenza realizzata in occasione dell’evento del secolo: lo sbarco dell’uomo sulla luna del luglio 1969. Molti di noi, mentre vivevano attaccati alla televisione in bianco e nero quei momenti, hanno pensato al valore storico dell’evento. Lotti non ha scelto di farci vedere le apparecchiature tecniche e scientifiche che hanno permesso questo passo. Ha delegato la sua rappresentazione all’entusiasmo di un uomo, Giuseppe Ungaretti, che con la scienza ha avuto poco a che fare, ma che, senza perdere i gesti del vivere quotidiano, con la sua anima di poeta riesce a trasmetterci l’entusiasmo e l’orgoglio dell’intera umanità.

Oppure nel caso della composizione multipla di nove scatti che testimonia le reazioni del poeta Eugenio Montale quando riceve la notizia di aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura.

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Mostre di fotografia segnalate per Aprile

Ciao a tutti,

un mese così ricco di mostre fantastiche non credo di averlo mai visto. Vi faccio solo qualche nome: Cartier-Bresson, Bourke-White, Doisneau.

Non aggiungo altro. Date un’occhiata e sono certa troverete qualcosa che non vorrete perdervi.

Compatibilmente con le conseguenze legate alla situazione, le mostre saranno visitabili anche quando potremo visitarle.

Anna

Massimo Vitali – Costellazioni Umane

La mostra si articola in circa 30 opere scelte in venticinque anni di produzione dell’artista. Il percorso espositivo non scandito in ordine cronologico è, a tutti gli effetti, una sorta di mostra antologica.
Per chi conosce l’opera di Vitali sarà importante ritrovare le spiagge italiane assolate e gremite di gente in vacanza (1995), ma sarà anche una sorpresa vedere, per la prima volta in assoluto, gli scatti dei concerti di Jovanotti nel suo ultimo tour italiano del 2019.
L’opera di Massimo Vitali attinge esteticamente alla storia dell’arte e non solo a quella della fotografia.

Italiano d’origine, anglosassone di formazione e con una visione internazionale e attenta all’evolversi della ricerca d’avanguardia a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale, l’artista appare come un fotografo incline a non lasciare tracce nelle sue opere di momenti legati a fatti storici identificabili. Il suo mondo estremamente raggelato e cristallizzato, appare come sospeso in un fermo immagine cinematografico. Non vi sono mai dettagli identificabili con fatti storici attuali, se non per i titoli che, talvolta, rimandano a raduni affollati o a serate di divertimento in discoteca.

La sua opera appare come conseguente a un periodo “illuminista”, dove vengono registrati luoghi che, al di là del loro interesse geografico, paesaggistico o atmosferico, sono immortalati per ciò che sono e “catturati” da un occhio algido e preciso per quantità di dettagli e particolari illustrati fino al parossismo. Le costruzioni vengono restituite in tutta la loro identità e fisicità architettonica; le montagne sono riprese, per quanto impossibile, fino all’ultima roccia e lichene; le spiagge e le dune di sabbia, ammorbidite dai riflessi e dalle ombre percepibili fino all’orizzonte. Come Canaletto e molta della pittura settecentesca, il suo occhio capta ogni minimo dettaglio e lo trasferisce sulla carta fotografica in modo realistico e analitico.
L’atmosfera – per intenderci quella leonardesca dello sfumato e della percezione spaziale della nebulizzazione nell’aria dell’acqua e della polvere – è inesistente nelle sue fotografie. Tutto è definito. Come in Canaletto le figurine poi recitano parti di una commedia scritta in modo corale, le persone appaiono come dirette da un regista fuori scena e obbediscono a dettami predefiniti anche se in modo ovviamente inconscio.
Tutto è proiettato su uno schermo in cui i protagonisti recitano, come attori istruiti, parti a loro destinate dai fatti contingenti.
I titoli delle opere tendono a confondere lo spettatore come se l’artista avesse destinato, alle persone ritratte, parti precise e ruoli da primo attore.
In opere come De Haan Kiss (2001), in cui due ragazzi in primo piano si scambiano un bacio, o in Cefalù Orange Yellow Blue (2008), dove vi sono costumi da bagno colorati, è il caso che determina il titolo dell’opera deciso in post produzione dopo un attento riesame della fotografia.

Invece, in opere come Carcavelos Pier Paddle (2016), il ragazzino – che sulla sinistra dell’opera è immortalato per sempre nel suo tuffo acrobatico, riprendendo la grande storia delle immagini sportive, dal tuffatore del notissimo affresco di epoca romana a Paestum fino al Tuffatore (1951) di Nino Migliori – non dà nessun titolo all’opera, pur avendone “pieno diritto”. Ciò non significa comunque che le opere di Vitali siano dei “d’après” ma, al contrario, sono degli originali che continuano la storia della fotografia in modo innovativo e personale.
L’opera di Vitali è – dopo oltre trent’anni di lavoro – quella di un grande autore classico, totalmente immerso nella storia dell’arte italiana e internazionale, che lo colloca fra i maggiori artisti dei nostri tempi.
Due volumi antologici, editi da Steidl, documentano il lavoro dell’artista con le riproduzioni di tutte le opere esposte.

dal 26 febbraio al 5 luglio 2020 – Museo Ettore Fico di Torino

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HENRI CARTIER-BRESSON: LE GRAND JEU

Palazzo Grassi presenta “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu”, realizzata con la Bibliothèque nationale de France e in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson.

Il progetto della mostra, ideato e coordinato da Matthieu Humery, mette a confronto lo sguardo di cinque curatori sull’opera di Cartier-Bresson (1908 – 2004), e in particolare sulla “Master Collection”, una selezione di 385 immagini che l’artista ha individuato agli inizi degli Settanta, su invito dei suoi amici collezionisti Jean e Dominique de Menil, come le più significative della sua opera.

La fotografa Annie Leibovitz, il regista Wim Wenders, lo scrittore Javier Cercas, la conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas, il collezionista François Pinault, sono stati invitati a loro volta a scegliere ciascuno una cinquantina di immagini a partire dalla “Master Collection” originale, della quale esistono cinque esemplari.

Attraverso la loro selezione, ognuno di loro condivide la propria visione personale della fotografia, e dell’opera di questo grande artista. Rinnovare e arricchire il nostro sguardo sull’opera di Henri Cartier-Bresson attraverso quello di cinque personalità diverse è la sfida del progetto espositivo “Le Grand Jeu” a Palazzo Grassi.

La mostra “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu” sarà presentata alla Bibliothèque nationale de France, a Parigi, nella primavera 2021.

Dal 22 Marzo 2020 al 10 Gennaio 2021 – Venezia Palazzo Grassi

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YOUSSEF NABIL. ONCE UPON A DREAM

Insieme alla mostra dedicata a Henri Cartier-Bresson, a cui sarà riservato il primo piano espositivo, Palazzo Grassi presenta una mostra monografica dedicata all’artista Youssef Nabil (Il Cairo, 1972), dal titolo “Once Upon a Dream” curata da Matthieu Humery Jean-Jacques Aillagon.

Realizzate con la tecnica tradizionale egiziana largamente utilizzata per i ritratti fotografici di famiglia e per i manifesti dei film che popolavano le strade de Il Cairo, le fotografie successivamente dipinte a mano da Youssef Nabil restituiscono la suggestione di un Egitto leggendario tra simbolismo e astrazione.

La ricerca dei reperti identitari, le preoccupazioni ideologiche, sociali e politiche del XXI secolo, la malinconia di un passato lontano sono i soggetti che Nabil predilige nella sua ricerca artistica. L’esposizione intende invitare a un’immersione libera nella carriera dell’artista attraverso sezioni tematiche che riproducono i suoi primi lavori fino alle opere più recenti. Ad arricchire il percorso la produzione video di Nabil con i suoi tre video Arabian Happy Ending, I Saved My Belly Dancer e You Never Left.

22/03/2020 – 10/01/2021 – Palazzo Grassi Venezia

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PRIMA, DONNA. MARGARET BOURKE-WHITE

La mostra raccoglie, in una selezione del tutto inedita, le più straordinarie immagini realizzate da Margaret Bourke-White – tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo – nel corso della sua lunga carriera. Accanto alle fotografie, una serie di documenti e immagini personali, video e testi autobiografici, raccontano la personalità di un’importante fotografa, una grande donna, la sua visione e la sua vita controcorrente.

Sarà possibile ammirare oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 10 gruppi tematici che, in una visione cronologica, rintracciano il filo del percorso esistenziale di Margaret Bourke-White e mostrano la sua capacità visionaria e insieme narrativa, in grado di comporre “storie” fotografiche dense e folgoranti.

L’esposizione rientra ne “I talenti delle donne”, un palinsesto promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’universo delle donne, focalizzando l’attenzione di un intero anno – il 2020 – sulle loro opere, le loro priorità, le loro capacità. Si vuole  rendere visibili i contributi che le donne nel corso del tempo hanno offerto e offrono in tutte le aree della vita collettiva, a partire da quella culturale ma anche in ambito scientifico e imprenditoriale, al progresso dell’umanità.

L’obiettivo è non solo produrre nuovi livelli di consapevolezza sul ruolo delle figure femminili nella vita sociale ma anche aiutare concretamente a perseguire quel principio di equità e di pari opportunità che, dalla nostra Costituzione, deve potersi trasferire nelle rappresentazioni e culture quotidiane.

Dal 18 Marzo 2020 al 28 Giugno 2020 – Palazzo Reale MILANO

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ROBERT DOISNEAU

Dal 6 marzo al 21 giugno 2020 Palazzo Pallavicini ospita un’importante retrospettiva dedicata al grande fotografo parigino  Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1º aprile 1994), celebre per il suo approccio poetico alla street photography, autore di Le baiser de l’hôtel de ville, una delle immagini più famose della storia della fotografia del secondo dopoguerra.

La mostra è curata dall’Atelier Robert Doisneau, creato da Francine Deroudille e Annette Doisneau per conservare e rappresentare le opere del fotografo, ed è organizzata da Pallavicini s.r.l. di Chiara CampagnoliDeborah Petroni e Rubens Fogacci in collaborazione con diChroma photography.

Sono 143 le opere in mostra nelle prestigiose sale di Via San Felice, tutte provenienti dall’Atelier. L’esposizione è il risultato di un ambizioso progetto del 1986 di Francine Deroudille e della sorella Annette – le figlie di Robert Doisneau – che hanno selezionato da 450.000 negativi, prodotti in oltre 60 anni di attività dell’artista, le immagini della mostra che ci raccontano l’appassionante storia autobiografica dell’artista.

I sobborghi grigi delle periferie parigine, le fabbriche, i piccoli negozi, i bambini solitari o ribelli, la guerra dalla parte della Resistenza, il popolo parigino al lavoro o in festa, gli scorci nella campagna francese, gli incontri con artisti e le celebrità dell’epoca, il mondo della moda e i personaggi eccentrici incontrati nei caffè parigini, sono i protagonisti del racconto fotografico di un mondo che “non ha nulla a che fare con la realtà, ma è infinitamente più interessante”. Doisneau non cattura la vita così come si presenta, ma come vuole che sia. Di natura ribelle, il suo lavoro è intriso di momenti di disobbedienza e di rifiuto per le regole stabilite, di immagini giocose e ironiche giustapposizioni di elementi tradizionali e anticonformisti.

Influenzato dall’opera di André Kertész, Eugène Atget e Henri Cartier-Bresson, Doisneau conferisce importanza e dignità alla cultura di strada, con una particolare attenzione per i bambini, di cui coglie momenti di libertà e di gioco fuori dal controllo dei genitori, trasmettendoci una visione affascinante della fragilità umana.

Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti;
nessun regista può ricreare l’inaspettato che trovi per strada.
Robert Doisneau

Dal 06 Marzo 2020 al 21 Giugno 2020 – Palazzo Pallavicini – Bologna

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PETER LINDBERGH. HEIMAT. A SENSE OF BELONGING

In occasione della settimana della moda di Milano, Giorgio Armani inaugura negli spazi di Armani/Silos la nuova mostra dedicata al lavoro del fotografo Peter Lindbergh. Intitolata Heimat. A Sense of Belonging, la mostra presenta un’ampia selezione dell’opera di Lindbergh, percorrendo vari decenni del lavoro del fotografo, pubblicato come inedito.

Curata personalmente da Giorgio Armani in collaborazione con la Fondazione Peter Lindbergh, la mostra evidenzia le straordinarie affinità tra due figure visionarie, il cui originale senso di identità ha definito standard molto personali e molto alti, tanto nell’arte quanto nella vita. Giorgio Armani e Peter Lindbergh hanno condiviso valori che hanno permeato tutta la loro estetica. In particolare, l’apprezzamento per la verità e l’anima che da essa emana, e la ricerca dell’onestà in opposizione all’artificio, hanno dato vita a una stretta collaborazione iniziata negli anni Ottanta e proseguita nel corso delle rispettive carriere.

Incentrata sugli aspetti noti e meno noti del lavoro di Lindbergh e allestita al piano terra di Armani/Silos, Heimat. A Sense of Belonging si sviluppa come un movimento in tre sezioni. Il punto di vista unico del fotografo, la sua idea di spazio e di bellezza, la sua estetica inconfondibile e le sue fonti di ispirazione si svelano in un viaggio che va oltre l’idea della fotografia di moda. Si parte dai ritratti di The Naked Truth, si prosegue con le possenti atmosfere di Heimat, si conclude con la sorprendente schiettezza delle immagini di The Modern Heroine.

La comprensione della femminilità dimostrata da Lindbergh, il suo interesse per la personalità e la sua propensione per la verità, lo hanno sempre distinto dai suoi colleghi. C’è un’onestà intrinseca nel lavoro di Lindbergh che è strettamente legata alla sua stessa Heimat. La parola Heimat, in tedesco, significa qualcosa di più di casa: è un luogo del cuore, il luogo a cui si appartiene. Per Lindbergh, Heimat é il background industriale di Duisburg, con le sue fabbriche, la nebbia, il metallo e il cemento. L’estetica della Berlino degli anni ’20 ha lasciato un’altra indelebile impronta nel suo lavoro. Attraverso il filtro di uno sguardo pieno di umanità, tali spunti hanno generato un senso di cruda bellezza che connota l’intera opera del fotografo.

Il cuore della mostra ospitata nell’Armani/Silos ruota intorno a immagini in cui l’espressivo ambiente industriale è qualcosa di più di un semplice sfondo: un protagonista narrativo, splendidamente nudo nella sua verità, così come lo sono i ritratti di Lindbergh, sempre spogli da qualsiasi artificio, insieme alla sua idea di eroina moderna come donna piena di potere, che mostra con orgoglio i segni dell’età e del tempo. All’interno di questi tre movimenti, Heimat descrive la complessità e l’immediatezza dell’opera di Lindbergh, e la sua atemporalità.

“Ho sempre ammirato Peter per la coerenza e l’intensità del suo lavoro. Essere senza tempo è una qualità a cui aspiro personalmente, e che Peter sicuramente possedeva. Con questa mostra all’Armani/Silos voglio rendere omaggio a un compagno di lavoro meraviglioso il cui amore per la bellezza rappresenta un contributo indelebile per la nostra cultura, non soltanto per la moda” afferma Giorgio Armani.

Noto per le sue immagini cinematografiche, Peter Lindbergh (1944-2019) nasce a Leszno, in Polonia, e trascorre l’infanzia a Duisburg (Renania Settentrionale-Vestfalia). Studia belle arti a Berlino e pittura a Krefeld, rivolgendo il suo interesse alla fotografia dopo essersi trasferito a Düsseldorf nel 1971. Entrato a far parte della famiglia della rivista Stern insieme a leggende della fotografia quali Helmut Newton, Guy Bourdin e Hans Feurer, si trasferisce a Parigi nel 1978 per proseguire la carriera. In poco tempo Lindbergh introduce una forma di nuovo realismo, dando priorità all’anima e alla personalità dei suoi soggetti, modificando così in modo definitivo gli standard della fotografia di moda, e allontanandosi dagli stereotipi riguardanti età e bellezza. Il suo lavoro è conosciuto soprattutto per i ritratti semplici e rivelatori, e per le forti influenze esercitate su di esso dal cinema tedesco e dall’ambiente industriale della sua infanzia.

Dalla fine degli anni Settanta, Peter Lindbergh ha collaborato con prestigiose riviste, tra cui l’edizione americana e italiana di Vogue, Rolling Stone, Vanity Fair, l’edizione americana di Harper’s Bazaar, Wall Street Journal Magazine, Visionaire, Interview e W. Ha realizzato le foto di tre calendari Pirelli, rispettivamente nel 1996, 2002 e 2017, e i suoi lavori sono presenti nelle collezioni permanenti del Victoria & Albert Museum (Londra), del Centre Pompidou (Parigi), del MoMA PS1 (New York). Sue mostre personali sono state ospitate all’Hamburger Banhof (Berlino), al Bunkamura Museum of Art (Tokyo), al Pushkin Museum of Fine Arts (Mosca) alla Kunsthal di Rotterdam, alla Kunsthalle di Monaco di Baviera, alla Reggia di Venaria (Torino) e al Kunstpalast (Düsseldorf).

Peter Lindbergh ha diretto una serie di film e documentari acclamati dalla critica: Models, The Film (1991); Inner Voices (1999), che si è guadagnato il premio Best Documentary al Toronto International Film Festival (TIFF) nel 2000; Pina Bausch, Der Fensterputzer (2001) e Everywhere at Once (2007), con la voce narrante di Jeanne Moreau, presentato a Cannes e al Tribeca Film Festival.

Dal 22 Febbraio 2020 al 02 Agosto 2020 – Armani/Silos – Milano

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ELLIOTT ERWITT. ICONS

Inaugura venerdì 21 febbraio al WeGil, l’hub culturale della Regione Lazio a Trastevere, ELLIOTT ERWITT ICONS, la mostra a cura di Biba Giacchetti che celebra uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea. In programma dal 22 febbraio al 17 maggio 2020, la retrospettiva, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da LAZIOcrea in collaborazione con SudEst57, raccoglie settanta degli scatti più celebri di Erwitt: uno spaccato della storia e del costume del Novecento visti attraverso lo sguardo tipicamente ironico del fotografo, specchio della sua vena surreale e romantica.
 
L’obiettivo di Erwitt ha catturato alcuni degli istanti fondamentali della storia del secolo scorso che, grazie alle sue fotografie, sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo. Tra le foto in mostra, non mancheranno i celebri ritratti di Che Guevara, Marlene Dietrich e la famosa serie dedicata a Marilyn Monroe. Il pubblico potrà ammirare alcuni degli scatti più iconici e amati di Erwitt come il “California Kiss” in cui emerge la vena più romantica del maestro.
 
Completa l’esposizione il catalogo della mostra a cura di SudEst57 in cui ogni fotografia è accompagnata da un dialogo tra Elliott Erwitt e Biba Giacchetti attraverso cui scoprire i segreti, le avventure e il senso di ognuna di esse.

Dal 21 Febbraio 2020 al 17 Maggio 2020 – WeGil – Roma

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Dorothea Lange –  Words & Pictures

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Toward the end of her life, Dorothea Lange (1895–1965) reflected, “All photographs—not only those that are so called ‘documentary’…can be fortified by words.” A committed social observer, Lange paid sharp attention to the human condition, conveying stories of everyday life through her photographs and the voices they drew in. Dorothea Lange: Words & Pictures, the first major MoMA exhibition of Lange’s in 50 years, brings iconic works from the collection together with less seen photographs—from early street photography to projects on criminal justice reform. The work’s complex relationships to words show Lange’s interest in art’s power to deliver public awareness and to connect to intimate narratives in the world.

In her landmark 1939 photobook An American Exodus—a central focus of the show—Lange experiments with combining words and pictures to convey the human impact of Dust Bowl migration. Conceived in collaboration with her husband, agricultural economist Paul Taylor, the book weaves together field notes, folk song lyrics, newspaper excerpts, and observations from contemporary sociologists. These are accompanied by a chorus of first-person quotations from the sharecroppers, displaced families, and migrant workers at the center of her pictures. Presenting Lange’s work in its diverse contexts—photobooks, Depression-era government reports, newspapers, magazines, poems—along with the voices of contemporary artists, writers, and thinkers, the exhibition offers a more nuanced understanding of Lange’s vocation, and new means for considering words and pictures today.

Through May 9 2020 – MOMA – New York
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At Home In Sweden, Germany And America – Gerry Johansson

Nelle fotografia di Johansson l’uomo è traccia, è ciò che fa e che ha fatto, ciò che resta nel paesaggio. E il paesaggio è ovunque arrivi lo sguardo del fotografo, camminatore e osservatore attento a quel microcosmo di elementi che fanno la differenza una volta individuati e contenuti nel perimetro dell’immagine. – Laura De Marco

At home in Sweden, Germany and America è la mostra personale del fotografo svedese Gerry Johansson nata dalla collaborazione tra Spazio Labo’ e OMNE – Osservatorio Mobile Nord Est di Castelfranco Veneto che con i curatori Stefania Rössl e Massimo Sordi si occupa di progetti di fotografia contemporanea con particolare attenzione al tema del paesaggio. 

La mostra è una retrospettiva della celebre trilogia di libri Amerika (1998), Sverige (2005) e Deutschland (2012) che raccolgono fotografie realizzate da Johansson nel corso di svariati viaggi compiuti tra il 1993 e il 2018 in Svezia, Germania e America. 

Oltre vent’anni di campagne fotografiche sul paesaggio americano, svedese e tedesco: paesaggi urbani e agricoli, città e piccoli centri urbani, poca presenza umana ma molte tracce dell’uomo. Uno sguardo sul paesaggio antropizzato che ricorda quello dello storico gruppo dei New topographics – da Lewis Baltz ai coniugi Becher per limitare le citazioni ai nomi più noti – a cui sicuramente Johansson si è ispirato all’inizio della sua carriera ma da cui successivamente si è mosso per costruire uno sguardo proprio, all’apparenza distaccato ma in cui l’occhio attento riscontra una certa intimità e una ricorrenza di temi e simbologie propri dell’autore svedese.

Nelle fotografia di Johansson l’uomo è traccia, è ciò che fa e che ha fatto, ciò che resta nel paesaggio. E il paesaggio è ovunque arrivi lo sguardo del fotografo, camminatore e osservatore attento a quel microcosmo di elementi che fanno la differenza una volta individuati e contenuti nel perimetro dell’immagine. 

Ogni immagine vive di vita propria e chiede di essere letta nella sua individualità, svincolata da una narrazione rigida o premeditata. Ma allo stesso tempo Johansson tesse le fila di un discorso più ampio, ci riporta a casa ovunque ci troviamo, sia in Svezia, Germania o America. La sua casa, quella del suo sguardo.

Pur appartenendo a luoghi geograficamente distanti, le fotografie in mostra possiedono la capacità di restituire i frammenti di un universo che trova il modo di ricomporsi attraverso la dimensione autoriale del fotografo svedese. 

Comparabili a molte realtà appartenenti al territorio italiano,  le immagini presentate possiedono un valore iconico e invitano l’osservatore a decifrare, attraverso ogni singolo dettaglio, la visione d’insieme che avvicina al presente.

Il caratteristico uso del bianco e nero dai toni morbidi che, come un rituale, Johansson sviluppa e stampa rigorosamente in camera oscura, e la composizione precisa di ogni fotografia suggeriscono, nella loro combinazione, il superamento della dimensione soggettiva dell’immagine aperta ai molteplici aspetti del paesaggio contemporaneo. 

Accanto alle fotografie la mostra presenta una selezione della produzione editoriale di Johansson che raccoglie, ad oggi, più di trenta volumi. In mostra saranno esposte anche fotografie finora inedite. 

La mostra è organizzata in collaborazione con OMNE – Osservatorio Mobile Nord Est, Alma Mater Studiorum / Università di Bologna / Dipartimento di Architettura, Spazio HEA e Circolo Fotografico El Paveion di Castelfranco Veneto.

Dall’11 marzo al 3 aprile – Spazio Labò – Bologna

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Le mostre da non perdere a febbraio

Nuove interessanti mostre vi aspettano per questo mese di febbraio. Non perdetele.

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Anna

STEVE MCCURRY. LEGGERE

Dal 17 gennaio al 13 aprile 2020, l’Arengario di Monza ospita la mostra Leggere di Steve McCurry, uno dei fotografi più celebrati a livello internazionale per la sua capacità d’interpretare il tempo e la società attuale.
 
L’esposizione, promossa da ViDi e Comune di Monza, organizzata da Civita Mostre e Musei, in collaborazione con Sudest57, curata da Biba Giacchetti, con i contributi letterari dello scrittore Roberto Cotroneo, presenta 70 immagini, dedicate alla passione universale per la lettura, realizzate dall’artista americano (Philadelphia, 1950) in quarant’anni di carriera e che comprendono la serie che egli stesso ha riunito in un volume, pubblicato come omaggio al grande fotografo ungherese André Kertész, uno dei suoi maestri.
 
Gli scatti ritraggono persone di tutto il mondo, assorte nell’atto intimo del leggere, còlte dall’obiettivo di McCurry che testimoniano la sua capacità di trasportarle in mondi immaginati, nei ricordi, nel presente, nel passato, nel futuro e nella mente dell’uomo
 
I contesti sono i più vari, dai luoghi di preghiera in Turchia, alle strade dei mercati in Italia, dai rumori dell’India ai silenzi dell’Asia orientale, dall’Afghanistan a Cuba, dall’Africa agli Stati Uniti. Sono immagini che documentano momenti di quiete durante i quali le persone si immergono nei libri, nei giornali, nelle riviste. Giovani o anziani, ricchi o poveri, religiosi o laici; per chiunque e dovunque c’è un momento per la lettura.
In una sorta di percorso parallelo, le fotografie sono accompagnate da una serie di brani letterari scelti da Roberto Cotroneo. Un contrappunto di parole che affiancano gli scatti di McCurry, coinvolgendo il visitatore in un rapporto intimo e diretto con la lettura e con le immagini.
Anche l’allestimento, grazie a sei video con i consigli di McCurry sull’arte di fotografare, è pensato per valorizzare gli ulteriori contenuti della mostra.
 
Il percorso è completato dalla sezione Leggere McCurry, dedicata ai libri pubblicati a partire dal 1985 con le foto di Steve McCurry, molti dei quali tradotti in varie lingue: ne sono esposti 15, alcuni ormai introvabili, tra cui il volume edito da Mondadori che ha ispirato la realizzazione di questa mostra. Tutti i libri sono accompagnati dalle foto utilizzate per le copertine, che sono spesso le icone che lo hanno reso celebre in tutto il mondo.
 
«Monza fa grandi passi in avanti con la scelta di progetti culturali innovativi e di qualità, spiegano il Sindaco Dario Allevi e l’Assessore alla Cultura Massimiliano Longo. Questa mostra è un’occasione per guardare diversamente l’opera di Steve McCurry che pone al centro della propria ricerca artistica la forza della lettura come valore universale e individuale. L’esposizione ha la capacità di coniugare qualità artistica e coinvolgimento: un’opportunità importante per guardare e comprendere il piacere necessario della lettura».
 
Per tutta la durata dell’esposizione, sono in programma attività didattiche, incontri e visite guidate gratuite per bambini. Una mostra “family friendly”, un percorso studiato ad hoc, un kit didattico in omaggio da ritirare in biglietteria appositamente creato per la visita dei più piccoli. Inoltre, all’interno dell’Arengario, un’opera ad “altezza bambino” attenderà i giovani visitatori per un’esperienza immersiva a loro dedicata.

Dal 17 Gennaio 2020 al 13 Aprile 2020 – Arengario di Monza

Non ditelo a mia madre – Sara Munari a Roma e Napoli

“Don’t let My mOther Know”
Dal 21 febbraio 2020 al 6 marzo 2020

Vernissage Venerdì 21 febbraio 2020 ore 18,30

Ingresso libero

Sarà presente l’autrice

a Cura di Alessia Locatelli
CSF ADAMS | KROMART GALLERY
Via Biagio Pallai, 12
00152 Roma

Italia

La stessa mostra, dal 24 gennaio 2020 Sara Munari presenta a Magazzini FotograficiNapoli -la mostra “Non ditelo a mia madre”, il racconto di un viaggio fantastico in un lontana galassia costruito attraverso fotografie analogiche scattate per lo più in Islanda e una video installazione.

“Se il genere umano non avesse ambiziosamente progettato nel suo percorso, o non avesse sperato in eventi irrealizzabili o ancora non avesse provato a tradurre in realtà sogni fantascientifici, saremmo ancora coi piedi a terra, senza mai aver provato nemmeno a volare.
Jules Verne, ha lanciato una bella sfida, collocando, nel romanzo “Viaggio al centro della Terra”, all’interno di un vulcano (Snæfellsjökull) in Islanda, il passaggio che conduce appunto, al centro della Terra. L’Islanda è luogo dove ho scattato tutte le immagini del mio lavoro.
Sappiamo poco di quello che c’è sulla terra, figuriamoci di ciò che ne sta al di fuori.
Intravediamo, attraverso la scienza, come il nostro pianeta, sia in una periferia della galassia, di una dei miliardi di quelle presenti nel nostro universo.
Forse una civiltà di qualche centinaia o milioni di anni superiore alla nostra, ha già risolto l’incognita dei viaggi in pianeti lontani, anche se a noi potrebbe sembrare fantasioso, un po’ come per una formica percorrere il tragitto Milano-Roma.
Cosa giustifica l’intolleranza o il fastidio di molti, quando si parla di extraterrestri o di ufo?
Se la rivoluzione copernicana, ha allontanato l’uomo dal centro dell’universo, una “rivoluzione” in questo senso porterebbe la nostra civiltà, necessariamente in rapporto ad altre. Non posso essere certa dell’esistenza di civiltà extraterrestri, né effettivamente convinta di possibili visite nell’antichità, sul nostro satellite e sulla Terra, da parte di esseri alieni. Ma vi racconto cosa mi è successo…
In questo filone possibilista, si colloca <Non ditelo a mia madre>.”

Magazzini Fotografici Napoli – dal 24 gennaio 2020

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Memoria e passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero

Mostra a cura di Walter Guadagnini, con la collaborazione di Barbara Bergaglio e Monica Poggi

Con Memoria e passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero, dal 20 febbraio al 10 maggio 2020, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia si anima attraverso le storie e i racconti celati nelle immagini più significative della Collezione Bertero, raccolta unica in Italia per originalità dell’impostazione e qualità delle fotografie presenti.

Tra le oltre duemila immagini che compongono la collezione, i curatori ne hanno scelte più di duecento, realizzate da circa cinquanta autori provenienti da tutto il mondo: tra i tanti, spiccano i nomi di Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Robert Capa, Lisetta Carmi, Henri Cartier-Bresson, Mario Cattaneo, Carla Cerati, Mario Cresci, Mario De Biasi, Mario Dondero, Alfred Eisenstaedt, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Jan Groover, Mimmo Jodice, William Klein, Herbert List, Duane Michals, Ugo Mulas, Ruth Orkin, Federico Patellani, Ferdinando Scianna, Franco Vimercati e Michele Zaza.

Curata da Walter Guadagnini, direttore di CAMERA, con la collaborazione di Barbara Bergaglio e Monica Poggi, la mostra racconta il nostro passato e le radici del nostro presente, oltre all’evoluzione della fotografia italiana e internazionale di un intero trentennio.

20 febbraio – 10 maggio 2020 – Camera – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Helmut Newton – Works

A cura di Matthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino

La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino apre la stagione espositiva del 2020 inaugurando la grande retrospettiva Helmut Newton. Works, promossa da Fondazione Torino Musei e prodotta da Civita Mostre e Musei con la collaborazione della Helmut Newton Foundation di Berlino.

Il progetto espositivo è di Matthias Harder, direttore della fondazione tedesca, che ha selezionato 68 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo che sin dagli inizi non ha mai smesso di stupire e far scalpore per i suoi concetti visivi veramente unici. Il risultato è un insieme di opere non solo particolarmente personali e di successo, ma che hanno raggiunto un pubblico di milioni di persone anche grazie alle riviste e ai libri in cui sono apparse, e alle mostre delle sue foto.

Nel percorso di mostra si spazia dagli anni Settanta con le numerose copertine per Vogue, sino all’opera più tarda con il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora.

Quattro sezioni che rendono visibile come in questo lungo arco di tempo, Newton abbia realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento, tra i quali Andy Warhol (1974), Gianni Agnelli (1997), Paloma Picasso (1983), Catherine Deneuve (1976), Anita Ekberg (1988), Claudia Schiffer (1992) e Gianfranco Ferré (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Thierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.

Il chiaro senso estetico di Newton pervade tutti gli ambiti della sua opera, oltre alla moda, anche nella ritrattistica e nella fotografia di nudi. Al centro di tutto le donne, ma l’interazione tra uomini e donne è un altro motivo frequente della sua opera.

Helmut Newton morì improvvisamente il 23 gennaio 2004 a Los Angeles, prima di poter assistere alla completa realizzazione della Fondazione a lui dedicata.

Helmut Newton Works è il titolo del grande volume edito da Taschen che comprende anche le foto esposte in mostra e ne rappresenta idealmente il catalogo.

da 30 Gennaio 2020 a 3 Maggio 2020 – GAM Torino

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Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray

Next Exhibition e ONO arte contemporanea sono lieti di presentare “Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray”, una mostra che offre uno sguardo intimo e privato su Frida Kahlo, l’artista più prolifica, conosciuta e amata del Messico, attraverso l’obiettivo fotografico del suo amico di lunga data e amante, Nickolas Muray.
L’incontro tra Muray e Kahlo avviene quasi per caso nel 1931. I due iniziarono una storia d’amore che continuò per i successivi dieci anni e un’amicizia che durò fino alla sua morte, nel 1954. Le fotografie che Muray realizzò nel corso di questa relazione, che coprono un periodo che va dal 1937 al 1946, ci offrono una prospettiva unica, quella dell’amico, dell’amante e del confidente, ma al tempo stesso mostrano le qualità di Muray come ritrattista e come maestro della fotografia a colori, campo pionieristico in quegli anni. Queste immagini mettono anche in luce il profondo interesse di Kahlo per la sua eredità messicana, la sua vita e le persone per lei importati con cui la condivideva. La mostra si compone di 60 fotografie ed è presentata per la prima volta in Europa alla Palazzina di Caccia di Stupinigi dal 1 febbraio fino al 3 maggio 2020.

Dal 1 febbrario al 3 maggio 2020 – Palazzina di Caccia di Stupinigi (TO)

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STEFANO DE LUIGI. TELEVISIVA

È il progetto inedito “Televisiva” del fotografo Stefano De Luigi, quattro volte vincitore del World Press Photo, a inaugurare il 5 febbraio la programmazione 2020 di Other Size Gallery by Workness di Milano, che sarà interamente dedicata alla fotografia d’autore.
Nei 32 scatti in bianco e nero – esposti fino al 10 aprile nella mostra a cura di Giusi Affronti – la narrazione si concentra sull’universo televisivo italiano degli anni Novanta, la sua storia, i backstage e i personaggi, restituendo il fermo-immagine di un’epoca che ci parla in modo drammaticamente attuale anche dell’oggi.
 
In un periodo compreso tra il 1994, anno del primo governo Berlusconi, e il 2000, segnato dalla messa in onda del Grande Fratello, primo reality show italiano, Stefano De Luigi elabora il suo progetto fotografando i set televisivi di trasmissioni emblematiche di quel periodo creando un archivio di immagini dell’entertainment – di programmi come “Domenica In”, “Non è la Rai”, “I cervelloni” o “Macao” – insieme a una galleria di ritratti di presentatori e starlette, da Mara Venier a Wendy Windham, da Paolo Bonolis a Platinette.
 
Tra satira e inquietudine, la fotografia di De Luigi scruta sotto la superficie di paillettes dello spettacolo televisivo, rappresentato come un microcosmo carnevalesco di showmen, ballerine e creature circensi nate dalla fantasia degli autori tv, e restituisce una rappresentazione umana grottesca che diviene metafora della politica e della società dell’Italia di oggi. A distanza di venticinque anni dalla sua nascita, come una profezia, “Televisiva” denuncia il sistema di parole urlate e fake news, di facile sensazionalismo e di modelli di comportamento che, tra fascinazione e demagogia, si è traslato dalla dimensione virtuale della televisione al dibattito politico e alla quotidianità del paese reale.
 
Con la mostra di Stefano De Luigi, Other Size Gallery by Workness apre un nuovo corso della sua giovane storia espositiva dedicando le quattro mostre annuali alla fotografia, con una nuova direzione artistica affidata a Nora comunicazione.
Spazio che nasce nel contesto interdisciplinare di Workness, Other Size Gallery sceglie di parlare al proprio pubblico, raffinato ed eterogeneo, con il linguaggio che più di altri sa intercettare l’attualità e restituirla in molteplici forme, dalle più patinate e rassicuranti alle più scomode.
Oltre alla centralità autoriale e alla ricerca progettuale, le mostre in programmazione – tutte monografiche, realizzate in partnership tecnica con il laboratorio Linke di Milano – si ispireranno a un’estetica che si pone all’incrocio tra bellezza, tristezza, alienazione e desiderio, cercando il punto di equilibrio tra l’inquietudine e la speranza.

Dal 05 Febbraio 2020 al 10 Aprile 2020 – Other Size Gallery by Workness – Milano

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Mario Dondero. Le foto ritrovate. Inediti dall’archivio della vita

Il Comune di Fermo omaggia il fotoreporter Mario Dondero con la mostra “Mario Dondero. Le foto ritrovate. Inediti dall’archivio della vita”. La mostra fotografica sarà allestita presso il nuovo spazio espositivo al Terminal Mario Dondero, riaperto al pubblico dopo un lungo restauro e intitolato allo stesso fotografo.
La mostra è organizzata dal Comune di Fermo in collaborazione con Regione Marche, Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Umbria e delle Marche, con la curatela della Fototeca Provinciale di Fermo e dell’associazione culturale “Altidona Belvedere”. L’organizzazione e la produzione sono della società Sistema Museo. La mostra sarà visitabile fino a domenica 1 marzo 2020.
Mario Dondero, uno dei maestri del fotogiornalismo italiano ed europeo, noto e apprezzato a livello internazionale, ha eletto Fermo a sua dimora nell’ultimo periodo di vita. La mostra intende dare una visione della vasta produzione inedita di Dondero. La maggior parte delle foto esposte è presentata al pubblico per la prima volta.
La mostra comprende circa 80 scatti scelti tra quelli che hanno segnato il suo percorso professionale, conosciuto soprattutto per i lavori in bianco e nero. Sono il risultato del lavoro di ricerca e archiviazione compiuto dai responsabili della Fototeca Provinciale di Fermo nel corso degli ultimi cinque anni.
Una scelta di fotografie a colori di disegnatori e grafici arricchisce l’allestimento di questa prima mostra nel Terminal a lui intitolato dall’Amministrazione Comunale di Fermo, che ha voluto così dare forma all’affetto, alla riconoscenza e alla stima per un uomo che ha partecipato con passione alla vita di questa città e del mondo.

21 dicembre 2019 – 1 marzo 2020 – Fermo (FM), Terminal Mario Dondero

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STARDUST BOWIE BY SUKITA

It was 1972 that I started it.
And I’m still looking for David Bowie even now”
Masayoshi Sukita

L’associazione culturale Tempi Moderni, con il supporto della Regione Campania e ONO arte contemporanea sono lieti di presentare la mostra “Stardust Bowie by Sukita”, una retrospettiva dedicata al quarantennale rapporto professionale e personale tra David Bowie, una delle più importanti icone della cultura popolare contemporanea, e il maestro della fotografia giapponese Masayoshi Sukita, probabilmente il più importante fotografo col quale David Bowie abbia mai lavorato. La mostra sarà aperta dal pubblico, presso gli spazi di Palazzo Fruscione, dal 4 gennaio al 27 febbraio 2020. L’evento è promosso con il patrocinio del Comune di Salerno e del Dipartimento degli studi politici e sociali dell’Università di Salerno.
La mostra (4 gennaio – 27 febbraio 2020), organizzata da Associazione Culturale Tempi Moderni, con la collaborazione della SCABEC Regione Campania per le attività di promozione e comunicazione, e curata da ONO arte contemporanea, si compone di oltre 100 fotografie, alcune delle quali esposte in anteprima nazionale, e ripercorre il sodalizio durato oltre quarant’anni tra la leggenda del pop e uno dei maestri della fotografia di rock. Il rapporto di collaborazione tra Bowie e Sukita nasce nel 1972 quando il fotografo arriva a Londra per immortalare Marc Bolan e i T-Rex e, sebbene ignaro su chi fosse David Bowie, decide di andare ad un suo concerto perché irresistibilmente attratto dal manifesto che lo promuoveva e raffigurava Bowie con una gamba alzata, su sfondo nero. Di quel momento Sukita ricorda: “Vedere David Bowie sul palco mi ha aperto gli occhi sul suo genio creativo. In quella circostanza osservai Bowie esibirsi con Lou Reed ed era davvero potente… Bowie era diverso dalle altre rock star, aveva qualcosa di speciale che dovevo assolutamente catturare con la mia macchina fotografica”. Sukita riesce ad incontrare Bowie di persona grazie all’aiuto dell’amica e stylist Yasuko Takahashi, pioniera di questo mestiere in Giappone nonché mente dietro alle prime sfilate di londinesi di Kansai Yamamoto, lo stilista che disegnò i costumi di scena di Bowie durante il periodo di Ziggy Stardust, ritratti anche nelle foto in mostra. La Takahashi propose un portfolio con i lavori di Sukita, all’epoca composto per lo più da campagne pubblicitarie e fotografia di moda, all’allora manager di Bowie che gli accorda uno shooting. Bowie rimane folgorato dallo stile di Sukita e, sebbene il servizio proceda nel completo silenzio a causa della barriera linguistica, tra i due scatta qualcosa, un comune sentire basato sulla continua ricerca artistica che porta alla nascita di una relazione professionale e umana tra i due che sarebbe durata fino alla scomparsa di Bowie. Nel 1973 Sukita ritrae di nuovo Bowie, sia negli Stati Uniti che durante il suo primo tour in Giappone, ma l’incontro indubbiamente più significativo avviene nel 1977 quando Bowie torna a Tokyo per la promozione dell’album “The Idiot” di Iggy Pop, che aveva prodotto. Sukita segue i due per la conferenza stampa promozionale e i concerti ma durante un day off chiede a Bowie e Iggy Pop di posare per lui in una breve sessione fotografica. In appena due ore, una per ogni artista, Sukita scatta 6 rullini e realizza anche la fotografia che non sapeva sarebbe divenuta la celebre copertina dell’album “HEROES”, una degli scatti più iconici nella storia della cultura popolare. Fu proprio Bowie infatti a contattare Sukita qualche mese dopo, quando doveva scegliere l’artwork per la copertina del suo nuovo disco, e a chiedere di poter una delle immagini di quello shooting, e nello specifico proprio quella indicata dal fotografo come la sua preferita. Durante il corso degli anni Bowie e Sukita lavorano assieme in quasi tutte le occasioni in cui il primo si trovava in Giappone o in cui il fotografo si trova negli stati uniti, ma ai servizi posati in studio seguono presto sessioni fotografiche più intime e personali, come ad esempio quella realizzata a Kyoto nel 1980, in quelle che erano giornate di pura vacanza. Il rapporto privato che si era instaurato tra i due, alimentato da un ricco interscambio culturale, ha infatti permesso la nascita di alcuni delle immagini più famose dell’artista britannico ma anche delle fotografie che ne mostrano la natura più vera.

Dal 04 Gennaio 2020 al 27 Febbraio 2020 – Palazzo Fruscione – Salerno

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GABRIELE BASILICO | METROPOLI

Dedicata a uno dei maggiori protagonisti della fotografia italiana e internazionale, la mostra è incentrata sul tema della città con 270 immagini circa datate dagli anni Settanta ai Duemila, alcune delle quali esposte per la prima volta in questa occasione.
La città è sempre stata al centro delle indagini e degli interessi di Gabriele Basilico (Milano 1944-2013). Il tema del paesaggio antropizzato, dello sviluppo e delle stratificazioni storiche delle città, dei margini e delle periferie in continua trasformazione sono stati da sempre il principale motore della sua ricerca.

Nella mostra vengono messe a confronto opere realizzate nelle numerose città fotografate, tra le quali Beirut (con le immagini del 1991 e quelle del 2011), Milano, Roma, Palermo, Napoli, Barcellona, Madrid, Lisbona, Montecarlo, Parigi, Berlino, Buenos Aires, Gerusalemme, Londra, Boston, Tel Aviv, Istanbul, Rio de Janeiro, Mosca, San Francisco, New York, Shanghai, accostate secondo analogie e differenze, assonanze e dissonanze, punti di vista diversi nel modo di interpretare e di mettere in relazione lo spazio costruito.

Il percorso espositivo si articola in cinque grandi capitoli: “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”, il primo importante progetto realizzato da  Basilico; le  “Sezioni del paesaggio italiano”, un’indagine sul nostro Paese suddiviso in sei itinerari realizzata nel 1996 in collaborazione con Stefano Boeri e presentata alla Biennale Architettura di Venezia; “Beirut“, due campagne fotografiche per la prima volta esposte insieme, realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori, la prima alla fine di una lunga guerra durata oltre quindici anni, la seconda per raccontarne la ricostruzione; “Le città del mondo”, un viaggio nel tempo e nei luoghi da Palermo, Bari, Napoli, Genova e Milano sino a Istanbul, Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora; infine  “Roma”, la città nella quale Basilico ha lavorato a più riprese, sviluppando progetti sempre diversi fino al 2010, in occasione di una stimolante quanto impegnativa messa a confronto tra la città contemporanea e le settecentesche incisioni di Giovambattista Piranesi.

Oltre alle opere in mostra, viene proposta un’ampia biografia illustrata che racconta attraverso brevi testi e immagini il percorso artistico e professionale di Basilico (più volte infatti le due sfere si sono incrociate) e tre video: il primo realizzato da Tanino Musso nel 1991 a Beirut e rimontato da Giacomo Traldi che ha rielaborato anche un’intervista del regista Amos Gitai del 2012 dedicata a Roma e a Piranesi. Il terzo video, “A proposito di Sezioni del Paesaggio italiano”, è un’intervista a Stefano Boeri realizzata da Marina Spada nel 2002.

25 gennaio > 13 aprile 2020 – Palazzo delle Esposizioni Roma

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KENRO IZU. REQUIEM FOR POMPEI

Fondazione Modena Arti Visive presenta dal 6 dicembre 2019 al 13 aprile 2020 una mostra di grande suggestione dedicata a Pompei, a cura di Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi. L’esposizione è co-promossa dal Parco archeologico di Pompei che per l’occasione presterà alcune riproduzioni dei celebri calchi in gesso delle vittime dell’eruzione e che successivamente la ospiterà nei propri spazi espositivi.

Protagonista è il fotografo giapponese Kenro Izu (Osaka, 1949), da sempre affascinato dalle vestigia delle civiltà antiche che lo hanno portato a realizzare delle serie di immagini all’interno dei siti archeologici più importanti e conosciuti al mondo, dall’Egitto alla Cambogia, dall’Indonesia all’India, dal Tibet alla Siria.

A Modena, Kenro Izu presenta Requiem for Pompei, un progetto iniziato nel 2015, in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, dedicato alla città campana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e sepolta sotto la cenere e i lapilli. Gli scavi archeologici hanno restituito non solo gli edifici, ma anche le forme esatte dei corpi degli abitanti nel momento della morte, grazie ai calchi eseguiti sui vuoti che essi hanno lasciato sotto la coltre pietrificata.

L’esposizione propone una selezione di 55 immagini inedite, donate da Kenro Izu alla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, scattate tra le rovine di Pompei, dove l’artista ha collocato, con un poetico gesto di pietà, le copie dei calchi originali dei corpi che spiccano come bianche sagome umane.

L’intenzione di Kenro Izu non è quella di documentare i resti di Pompei, quanto di trasmettere il carattere sospeso fra meraviglia e distruzione che proviene dalle rovine, insistendo sull’idea di quanto è rimasto, il giorno dopo l’eruzione del Vesuvio.

Kenro Izu, che sarà anche visiting professor del Master sull’immagine contemporanea della scuola di alta formazione di Fondazione Modena Arti Visive, sarà protagonista dell’artist talk Kenro Izu: Pompei tra storia, materia e spirito, in dialogo con i curatori della mostra, mercoledì 11 dicembre alle ore 18 negli spazi di FMAV – MATA.

06 dicembre 2019 – 13 aprile 2020 – FMAV – MATA – Modena

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SUSAN MEISELAS. INTIMATE STRANGERS

E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), fotografa tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos,arriva a Palermo sabato 14 dicembre per inaugurare la sua mostra al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia.

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti  della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse e (1992), Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion. 

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche  dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Miselan le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967.
Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile. 

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box  (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta.
Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’.
Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

La mostra (fino al s’inserisce nell’ambito della programmazione del Centro Internazionale di fotografia di Palermo dedicata ai grandi fotografi contemporanei in collaborazione con Magnum Photos, che ha già visto protagonisti Joseph Koudelka e Franco Zecchin. 
Nata nel 1948 a Baltimora, Stati Uniti, Susan Meiselas è fotografa documentarista membro dell’Agenzia Magnum sin dal 1976. Vive e lavora a New York. L’importanza della sua fotografia viene notata con il lavoro nelle zone di conflitto dell’America Centrale (1978-1983). I suoi lavori e le sue opere sono spesso di lungo periodo: i soggetti coinvolti e presenti nelle opere, spaziano la gamma degli argomenti da lei affrontati, dalla guerra alle questioni dei diritti umani, dall’identità culturale all’industria del sesso. Suoi sono i lavori di Carnival Strippers (1976), Nicaragua (1981), Kurdistan: In the Shadow of History (1997), Pandora’s Box (2001), Encounters with the Dani (2003), Prince Street Girls (2016) and A Room Of Their Own (2017).
Susan Meiselas è riconosciuta a livello internazionale soprattutto per i suoi lavori legati ai diritti umani in America Latina, tanto che le sue immagini sono presenti in mostre permanenti sia in America che in tutto il mondo. Nel 1992 viene premiata con il MacArthur Awardand, nel 2015 il Guggenheim Fellowship. Di recente è stata anche riconosciuta con il premio Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2019.

Dal 15 Dicembre 2019 al 16 Febbraio 2020 – Cantieri Culturali alla Zisa – Palermo

Prima Visione 2019 | I fotografi e Milano

Si rinnova l’incontro tra Milano e la fotografia all’appuntamento numero quindici di “Prima Visione. I fotografi e Milano”, la mostra ideata dalla Galleria Bel Vedere e dal 2010 in collaborazione con il G.R.I.N., l’associazione dei photo-editor italiani.
Queste immagini quasi tutte a colori che mostrano una Milano all’apparenza sconosciuta e addirittura misteriosa, documentano la grande evoluzione della città. Con sguardi delicati, attenti e talvolta insoliti, i quarantotto autori invitati all’edizione di quest’anno raccontano, o meglio, testimoniano, la realtà di una metropoli sempre diversa, innovativa, più vivace e vivibile e ancor oggi in continua trasformazione. Tra le proposte selezionate che svelano tratti di una città autentica e sempre più cosmopolita, accanto ai nuovi e ai vecchi edifici e ai monumenti storici, agli interni, ai musei e alle abituali periferie, spiccano i paesaggi urbani pieni di grattacieli, le visioni dall’alto, gli scorci notturni e anche qualche spicchio verde. Fanno sognare alcune fotografie, spesso romantiche e suggestive, ricche di ombre e tramonti: tanti infine i momenti di vita quotidiana con il traffico, o le automobili al drive-in e con le persone in posa, ritratte al parco, in centro, sul tram, in manifestazione, al bar o durante i giochi in acqua.
Gli autori in mostra:
Fabrizio Annibali, Enzo Arnone, Riccardo Bagnoli, Isabella Balena, Liliana Barchiesi, Giuseppe Biancofiore, Silvia Bottino, Leonardo Brogioni, Riccardo Bucci, Lorenzo Ceva Valla, Marisa Chiodo, Matteo Cirenei, Gabriele Croppi, Isabella De Maddalena, Mario Ermoli, Alessandro Ferrario, Angelo Ferrillo, Luigi Fiano, Giorgio Galimberti, Federico Guida, Giovanni Hänninen, Dimitar Harizanov, Marco Introini, Grazia Ippolito, Cosmo Laera, Saverio Lombardi Vallauri, Marzia Malli, Consiglio Manni, Andrea Mariani, Marco Menghi, Tanino Musso, Gianni Nigro, Thomas Pagani, Stefano Parisi, Stuart Paton, Paolo Perego, Simona Pesarini, Barnaba Ponchielli, Francesco Rocco, Filippo Romano, Francesca Romano, Sara Rossatelli, Luca Rotondo, Alberto Roveri, Dario Scalco, Livia Sismondi, Gianni Trevisani, Federico Vespignani

31 gennaio – 29 febbraio 2020 – Galleria Bel Vedere, Spazio miFAC – Milano

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3 Body Configurations

Dal 18 gennaio al 18 aprile 2020 la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna è lieta di presentare 3 Body Configurations a cura di Fabiola Naldi e Maura Pozzati.

Partendo dal rapporto del corpo dell’artista che agisce nello spazio pubblico e privato, la mostra offre la possibilità di vedere per la prima volta in Italia un’attenta selezione di opere fotografiche di Claude Cahun (grazie alla collaborazione con Jersey Heritage Collection), un’altrettanta e significativa selezione delle opere fotografiche di VALIE EXPORT (grazie alla collaborazione con l’Atelier VALIE EXPORT e il Museion di Bolzano) e una riproposizione di un progetto fotografico della fine degli anni Novanta di Ottonella Mocellin (grazie alla collaborazione con la galleria Lia Rumma).

L’esposizione si presenta come la possibilità di approfondire un ambito della storia dell’arte del 900 ampiamente caratterizzata dall’uso dei dispositivi extra artistici quali il corpo, la fotografia e la performance. 3 Body Configurations, infatti, prende spunto dal titolo di un progetto di VALIE EXPORT sviluppato dal 1972 al 1982.

Le tre importanti presenze sottolineano la riflessione estetica e progettuale di un’occupazione tanto fisica quanto mentale della propria identità, della propria prassi progettuale come anche della necessità di indagare i rapporti fra il corpo dell’artista e lo spazio dell’architettura, della natura e dell’illusione.

Per Claude Cahun, VALIE EXPORT, Ottonella Mocellin la fotografia si dichiara testimone infinito, immobile e indiscusso di una pratica avvenuta anche solo per un istante.

20 gennaio – 18 aprile 2020 – Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

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Mostre per chiudere l’anno in bellezza

Ciao,

ecco le ultime mostre che vi proponiamo per il 2019. Da non perdere!

Ricordatevi di dare sempre un’occhiata alla nostra pagina con le mostre in corso.

Anna

Olivo Barbieri. Mountains and Parks

Olivo Barbieri, Alps Geographies and people, 2019

L’esposizione, curata da Alberto Fiz e coordinata dalla Struttura Attività espositive dell’Assessorato regionale, presenta oltre 50 lavori esposti in un percorso ventennale che comprende una serie di grandi immagini fotografiche inedite che hanno come soggetto le montagne della Valle d’Aosta, in particolare il Cervino e il Massiccio del Monte Bianco, realizzate per l’occasione. Per la prima volta, poi, viene presentata la produzione scultorea attraverso tre monumentali lavori plastici che occupano l’ala centrale del Centro Saint-Bénin.
Le opere in mostra ripercorrono la ricerca compiuta da Barbieri dal 2002 al 2019 sottolineando l’attenzione verso le tematiche connesse con il paesaggio e l’ambiente. Non manca, poi, un ciclo d’immagini dedicato alla storia dell’arte antica e moderna e la proiezione di un video del 2005 realizzato in Cina.
Mountains and Parks, il progetto ideato per il Centro Saint-Bénin, propone l’indagine di Barbieri sui parchi naturali, siano essi le Alpi (già nel 2012 la Valle d’Aosta era stata oggetto di una specifica indagine), le Dolomiti, Capri rivisitata con i colori della memoria o le cascate più importanti del pianeta che, come afferma l’artista, “sopravvivono intatte ad uso del turismo o come luoghi fisici museali dove ammirare come potrebbe essere una natura incontaminata”. Si tratta di una rassegna spettacolare e problematica, che affronta questioni fondamentali come l’esigenza di un rinnovato equilibrio naturale associato al turismo di massa che, se da un lato “consuma” i luoghi, dall’altra ne garantisce la sopravvivenza. Le immagini di Olivo Barbieri viste dall’alto, riprese con la tecnica della messa a fuoco selettiva che evidenzia solo alcuni elementi lasciando volontariamente sfocato il resto della scena, hanno inaugurato un nuovo modo di percepire il paesaggio che, grazie all’introduzione consapevole di alcuni “errori” fotografici, ci appare in modo inedito, più simile a un modellino in scala (non manca nemmeno l’uso della pittura digitale) che a un contesto reale. Sebbene nulla di ciò che vediamo appaia contraffatto, l’indagine di Barbieri decreta l’ambiguità della rappresentazione. Sono immagini che non nascono dalla volontà di ottenere effetti speciali (non c’è post-produzione), ma dalla curiosità di verificare il comportamento del mezzo fotografico in condizioni non-idonee. Insieme ai parchi dei ghiacci e dell’acqua, il suo sguardo si estende ai Landfills, le quattro grandi discariche abitate da migliaia di persone e animali del Sud Est asiatico in Thailandia, Indonesia e Malesia. Sono i parchi tematici in negativo, la coscienza sporca dell’Occidente dove si gioca l’equilibrio del pianeta. Il paesaggio si estende anche alla storia dell’arte dove la messa a fuoco selettiva modifica la percezione di opere ormai metabolizzate con un atteggiamento ironico e dissacrante. Nel Paradiso Terreste di Nicolas Poussin sembra di vedere il Creatore che si allontana appoggiato ad un drone di controllo, mentre il mito di Mark Rothko è connesso con i simboli del fast food americano, gli hamburger. Il dialogo con i maestri del passato coinvolge anche Paolo Uccello, Caravaggio e Canaletto. Quest’ultimo, attraverso l’uso della camera ottica, sembra anticipare gli esiti della fotografia contemporanea.
Per la prima volta è presentata in mostra la produzione plastica di Barbieri con tre grandi sculture in legno realizzate per l’occasione che fanno riferimento alla mappatura simbolica dei codici Hobo, i vagabondi americani e i Rom. Ne emerge una geografia errante che crea un paesaggio segreto, accessibile solo ai membri della tribù.
A completamento della rassegna, viene proiettato il video Seascape#Night, China Shenzhen 05 del 2005, parte di un progetto artistico in divenire. In questo caso tutto parte da Shenzhen, in Cina, una delle più importanti nuove aree economiche vicino ad Hong Kong dove un’intera generazione di cinesi sta per concedersi, per la prima volta da cinquant’anni, un divertimento di massa: fare il bagno in mare al chiaro di luna.

16 novembre 2019 – 19 aprile 2020 – Centro Saint-Bénin, Aosta

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Letizia Battaglia. Storie di strada

Una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che riscostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di Letizia Battaglia. 
Promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, la mostra anticipa con la sua apertura il palinsesto “I talenti delle donne”, promosso e coordinato dall’Assessorato alla Cultura, che durante tutto il 2020 proporrà iniziative multidisciplinari – dalle arti visive alle varie forme di spettacolo dal vivo, dalle lettere ai media, dalla moda alle scienze– dedicate alle donne protagoniste nella cultura e nel pensiero creativo. 
Con circa 300 fotografie, molte delle quali inedite, “Storie di strada” attraversa l’intera vita professionale della fotografa siciliana, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull’amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce. 
Non ha bisogno di presentazioni Letizia Battaglia (Palermo, 1935). Non solo in Italia, ma anche all’estero: nel 2017 il New York Times l’ha infatti citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno. 
Letizia Battaglia ha raccontato da insider tutta Palermo, per non parlare del contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina. È riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia. 
I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna. 
Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica e la propria movimentata vita è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

05 Dicembre 2019 – 19 Gennaio 2020 – MILANO, PALAZZO REALE

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SARA MUNARI – Don’t Let My Mother Know (Non ditelo a mia madre)

Mi chiamo Sara Munari, sono nata nel 1930 a Milano, in Italia. La mia famiglia è emigrata a New York l’anno successivo. Quasi per caso, a 18 anni, inizio a lavorare per l’Ente spaziale Americano, che allora si chiamava Naca (National Advisory Committee for Aeronautics) formata nel 1915 e nata per supervisionare e gestire gli studi scientifici legati al ‘volo’. Nel 1958 fondiamo la Nasa (National Aeronautics and Space Administration) l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America e della ricerca aerospaziale. Nel 1959 creo un settore personale la RASA (Rational Aeronautics and Space Administration e acronimo del mio nome) che si occupa solo di avvenimenti considerati realmente accaduti perché scientificamente provati (da qui Rational) Io sono quello che viene definito ‘membro occulto’ quindi il mio nome non è mai potuto comparire per ragioni di sicurezza, così come il settore RASA. Dopo innumerevoli studi, tenuti nascosti fino ad oggi, posso dire di aver scoperto la vita su un altro Pianeta. Il nome che ho dato al pianeta è Musa 23. Gli abitanti sono umanoidi e io mi sono confrontata sempre e solo con uno di loro, l’ho chiamato x23. Sono stata su musa 23 in diverse occasioni. Ho 88 anni, ho piena facoltà di intendere e di volere. Qui ci sono i miei studi e le mie scoperte. Dopo quello che vi mostrerò non avrete più dubbi.
Finalmente posso raccontare tutto.

Riccardo Costantini Contemporary è lieto di presentare a Torino il nuovo progetto fotografico di Sara Munari che si sviluppa tra fotografie analogiche e video, dal titolo Don’t Let My Mother Know (Non ditelo a mia madre). Un titolo curioso per un lavoro che, nell’anno della luna, vuole omaggiare e narrare un’avventura fantastica (o realmente accaduta?) di un viaggio analogico in una galassia lontana e l’incontro alieno con “x23”. Una serie fotografie scattate per lo più in Islanda che riportano alla mente paesaggi di galassie lontane ed ostili all’uomo, un video in cui lei – fingendosi ormai un’anziana 88enne e desegretati gli archivi di Stato – finalmente può svelare la verità sui suoi incontri “alieni”. Un cofanetto in edizione limitata che racchiude un archivio con i documenti cartacei delle missioni spaziali, con di mappe e prove segrete, invecchiati come se da oltre 50 si trovassero segregati in un logo “Top Secret”. Un lavoro che sarà esposto nelle sale di Riccardo Costantini dal 22 novembre e al Foto Festival internazionale Photolux, a Lucca.
In realtà quell’alieno è suo padre, percepito sempre più distante e lontano a causa dell’Alzheimer, contratto a seguito di un intervento ospedaliero. Un viaggio che ci racconta con delicatezza e qualità estetica un rapporto impari, in cui il genitore si sottrae alla sua famiglia e ricordi, diventando concettualmente “alieno” a se stesso ed ai suoi affetti.
50 stampe eseguite in camera oscura da Sara Munari stessa, 23 documenti d’archivio per ogni cofanetto in limited edition contenente mappe, rappresentazioni dell’alieno, lettere scritte a macchina, materiale archeologico contenente dimostrazioni di contatti alieni precedenti…E un video di 12 minuti, per un totale di 73 elementi che andranno a trasformare in un viaggio stellare la visita alla rinomata galleria torinese.
A cura di Alessia Locatelli

21 novembre 2019 – 25 gennaio 2020 – Riccardo Costantini Contemporary – Torino

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BIEKE DEPOORTER 2015-2019

How close can a photographer get to the people they portray? What is their role with regards to their subject, and what responsibility do they assume? Bieke Depoorter’s artistic work is based on her relationships with people and her own position as a photographer. From November 22, 2019 to February 16, 2020, the NRW-Forum Düsseldorf is showing the most comprehensive solo exhibition to date of the Belgian Magnum photographer’s work in Germany. Comprising five series from 2015 to 2019, the exhibition presents the photographer, who was born in Belgium in 1986, as an artist at a turning point in her career.

Depoorter explores current social issues and questions her role as a photographer, as well as the limits of her medium, across five topical projects, some of which are ongoing. The points of departure are often chance encounters with people, some of whom she then accompanies for years, exploring how and whether one can capture a person through the means of photography, as well as how to achieve true collaboration. Her various journeys have taken her to Egypt, the USA, France, Norway, and Lebanon.

NOVEMBER 22 2019 – FEBRUARY 16 2020 – NRW Forum – Duesseldorf

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Alex Prager  – Silver Lake Drive 

La Fondazione Sozzani presenta per la prima volta in Italia la mostra “Silver Lake Drive” in cui la fotografa e regista Alex Prager unisce dieci anni di lavoro. La mostra è curata da Nathalie Herschdorfer, direttore del Musée des Beaux-Arts Le Locle in Svizzera. L’opera di Prager è cinematografica e trae ispirazione da ciò che la circonda, dalle esperienze personali, dalla street photography, dalla cultura pop e dai film. Applica una serie di elementi stilistici che richiamano i film noir, i thriller, il melodramma e i polizieschi. Le donne sono spesso le protagoniste del suo lavoro, guidate dall’emotività. Attraverso l’uso di colori saturi e di un immaginario vagamente familiare, Prager è in grado di ricreare un proprio mondo originale in cui esplora temi oscuri in modo seducente e inquietante. Le sue radici nascono dalla tradizione fotografica di William Eggleston, Diane Arbus e Cindy Sherman, maestri nell’arte di “congelare” un indefinibile momento del quotidiano. Il lavoro di Prager consiste in imponenti scenografie e immagini di grande formato dai colori saturi. Le sue fotografie possono essere viste come narrazioni di un singolo fotogramma che catturano storie enigmatiche definite entro i limiti della cornice. I suoi lavori sono caratterizzati dall’assenza di una narrativa lineare.

15 settembre 2019 – 6 gennaio 2020 – Fondazione Sozzani – Milano

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Rankin: From Portraiture to Fashion

Rankin – From portraiture to fashion

Unico nel suo genere – dopo tre anni dalla presentazione di Outside In durante la Fashion Week di Milano del 2016 –, lo show Rankin: From Portraiture to Fashion rappresenta uno dei progetti più ambiziosi e complessi mai concepiti in collaborazione con una galleria. Rankin: From Portraiture to Fashion vuole essere un vero e proprio tour nell’archivio del fotografo con l’obiettivo di dare visibilità non solo ai suoi lavori più iconici, ma anche alle opere più concettuali, presentando così la contemporaneità dell’artista a una nuova generazione di collezionisti. La proposta espositiva, rivelandosi compiutamente nell’arco di quattro mesi, prevede cambi di opere e di interi allestimenti al fine di celebrare alcuni degli eventi distintivi del calendario milanese come il Vogue Photo Festival, il Fashion Film Festival (entrambi a novembre) e la Milano Fashion Week di febbraio, creando così un’originale occasione di dialogo tra l’autore e le proposte culturali di una delle capitali del design e della moda in Europa.

«Non sono una persona che fugge di fronte alle sfide, quindi questa è per me una grande opportunità su innumerevoli fronti: mostrare alcuni tra i miei lavori migliori, partecipare a eventi interessanti e diventare davvero parte del tessuto culturale di questa città.» – RANKIN

18 ottobre 2019 – 24 febbraio 2020 – 29 Arts in Progress, Milano

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KATE CRAWFORD | TREVOR PAGLEN: TRAINING HUMANS

“Training Humans”, concepita da Kate Crawford, professoressa e studiosa nell’ambito dell’intelligenza artificiale, e Trevor Paglen, artista e ricercatore, è la prima grande mostra fotografica dedicata a immagini di training: repertori di fotografie utilizzate dagli scienziati per insegnare ai sistemi di intelligenza artificiale (IA) come “vedere” e classificare il mondo.

In questa mostra Crawford e Paglen esplorano l’evoluzione delle collezioni di immagini di training dagli anni Sessanta a oggi. Come afferma Trevor Paglen, “quando abbiamo iniziato a elaborare l’idea della mostra, oltre due anni fa, volevamo raccontare la storia delle immagini utilizzate per il ‘riconoscimento’ di esseri umani nel settore della computer vision e dei sistemi di intelligenza artificiale. Non ci interessavano né la versione inflazionata dell’IA applicata al marketing né le favole distopiche sui robot del futuro”. Kate Crawford aggiunge, “volevamo trattare direttamente le immagini che formano i sistemi di intelligenza artificiale e prenderle sul serio come parte di una cultura in rapida evoluzione. Questi materiali visivi rappresentano la nuova fotografia vernacolare che guida la visione artificiale. Per verificare il loro funzionamento, abbiamo analizzato centinaia di set di immagini di training per capire i processi interni di questi ‘motori del vedere’”.

Sabato 26 ottobre alle ore 14.30, nell’ambito della mostra, si è svolto “Training Humans Symposium”. L’evento ha coinvolto i professori Stephanie Dick (Università della Pennsylvania), Eden Medina (MIT), Jacob Gaboury (Università della California, Berkeley) e i curatori del progetto Kate Crawford e Trevor Paglen. Analizzando i concetti affrontati nella mostra in relazione con i loro studi innovativi, i relatori si sono confrontati con due interrogativi principali: quali sono i confini tra scienza, storia, politica, pregiudizio e ideologia nell’intelligenza artificiale? Chi ha il potere di costruire questi sistemi e di trarne beneficio?

“Training Humans” esplora due tematiche chiave: la rappresentazione, l’interpretazione e la codificazione degli esseri umani attraverso dataset di training e le modalità con cui i sistemi tecnologici raccolgono, etichettano e utilizzano questi materiali. Quando la classificazione di esseri umani attraverso l’intelligenza artificiale diventa più invasiva e complessa, i pregiudizi e le implicazioni politiche presenti al loro interno appaiono più evidenti. Nella computer vision e nei sistemi di IA i criteri di misurazione si trasformano facilmente, ma in modo nascosto, in strumenti di giudizio morale.

Un altro centro d’interesse per Crawford e Paglen sono i sistemi di classificazione basati sugli affetti e le emozioni e supportati dalle teorie molto criticate dello psicologo Paul Ekman, secondo il quale la varietà dei sentimenti umani può essere ridotta a sei stati emotivi universali. Queste tecnologie d’intelligenza artificiale misurano le espressioni facciali delle persone per valutare una molteplicità di fattori: la loro salute mentale, la loro affidabilità come possibili nuovi assunti o la loro tendenza a commettere atti criminali. Esaminando le immagini di questa raccolta e i criteri con cui le fotografie personali sono state classificate, ci si confronta con due interrogativi essenziali: quali sono i confini tra scienza, storia, politica, pregiudizio e ideologia nell’intelligenza artificiale? Chi ha il potere di costruire questi sistemi e di trarne benefici? Come sottolinea Crawford, ‘’un’asimmetria di potere è propria di questi strumenti. La nostra speranza è che “Training Humans” segni il punto di partenza per iniziare a ripensare questi sistemi e per comprendere in modo scientifico come ci vedono e ci classificano”.

La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione illustrata della serie Quaderni, pubblicata da Fondazione Prada, che include una conversazione tra Kate Crawford e Trevor Paglen sui complessi temi affrontati nel loro progetto.

12 Set 2019 – 24 Feb 2020 – Fondazione Prada Osservatorio

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MATTEO DI GIOVANNI – I WISH THE WORLD WAS EVEN

I wish the world was even è un diario di viaggio.
 Matteo Di Giovanni procede in auto verso nord, tagliando l’Europa in verticale e attraverso l’inverno. Nel suo racconto non compaiono mai persone.
Ovviamente ne ha incontrate molte nei due mesi di viaggio, lungo la strada, e in verità non era nemmeno partito
 solo. Ma nei quattro anni che separano questa mostra 
e la pubblicazione del libro dal viaggio fisico che lo ha portato da Milano a Capo Nord e ritorno, ha messo mano al materiale più volte e le persone sono progressivamente scomparse.
Lui, un banco ottico, una 6×7: l’attrezzatura necessaria
a scattare in condizioni piuttosto estreme – per le temperature, sempre più basse, e le ore di luce, sempre più brevi. Nella cassetta sul sedile posteriore, il fornello e l’immancabile caffettiera, protagonista di ogni sosta.

Guardare il mondo con gli occhi di Matteo significa innanzitutto essere sempre immersi nel paesaggio, e vederlo scorrere ai lati della strada. Impariamo ad adottare una certa distanza dalle cose che si manifestano davanti a noi.
Né troppo lontano, né troppo vicino. Una sorta di distanza di sicurezza che tiene a considerare un quadro d’insieme piuttosto ampio mentre, allo stesso tempo, rivela un’irresistibile curiosità a guardare meglio e avvicinarsi. Si incontrano e si superano barriere e ostacoli che tornano con immancabile certezza.

Ripartire cercando una nuova direzione, reinventarsi un percorso: è chiaro che il viaggio è tutto interiore e il paesaggio un pretesto.

I wish the world was even è il risultato del viaggio in cui Matteo si è messo alla prova ed è tornato a fare il fotografo.

– Giulia Zorzi, dal testo che accompagna il libro

27 Novembre 2019 – 4 Gennaio 2020 – Micamera Milano

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Giacomelli e Leopoldi: storie celate di fotografia aerea

La storia e il ritrovamento

Terminato il riordino dell’Archivio dello Studio Fotografico Leopoldi di Senigallia (330.000 immagini sulla città e le Marche) fra gli album e i negativi sono state trovate delle cartelle molto speciali: 220 immagini – tra stampe a contatto, fogli di provinatura e negativi – con soggetti chiaramente riconducibili all’opera di Mario Giacomelli.

Enormi campi arati, case e vigne lavorate: erano tutte vedute aeree della campagna marchigiana, diverse delle quali cancellate a penna, tracciate con prove di inquadratura oppure contenenti appunti.

Perché queste fotografie erano conservate fra il materiale prodotto da Edmo Leopoldi?

Quando dal fondo di una busta è uscito un appunto scritto a penna con la calligrafia inconfondibile di Mario la risposta è parsa più chiara.

Il messaggio diceva: “Edmo, se non andiamo oggi per i paesaggi ho l’impressione che non ci andiamo più. Dobbiamo farli ad ogni costo – almeno 30 rullini -”

Così, da questa piccola annotazione, è iniziata una ricerca che ha permesso la ricostruzione di una vicenda sconosciuta alla maggior parte di noi. Una storia che ha come oggetto il coinvolgimento attivo di Leopoldi alla produzione di una serie specifica di opere del maestro Giacomelli: i paesaggi aerei. Dalle ricerche è infatti emerso che Leopoldi, ottimo fotografo e appassionato di volo, sia stato l’esecutore delle fotografie aeree di Mario Giacomelli.

Il senso della mostra

“La rilevanza di questa ricerca” afferma la curatrice Simona Guerra “sta nel fatto che ci permette di arricchire gli elementi conoscitivi su certi percorsi mentali messi in atto da Giacomelli, di conoscere un’attività del fotografo Edmo Leopoldi di cui fino ad oggi non è stato mai scritto e soprattutto di capire la relazione creativa che si era instaurata fra i due autori nonché dell’iter progettuale che ha portato Giacomelli a raggiungere – nella pratica – i suoi obiettivi compositivi anche grazie al contributo di Edmo. Certamente si tratta di un rapporto costruito su una grande fiducia che Giacomelli nutriva nei confronti di Leopoldi, oltre che di amicizia e complicità”.

Le opere in mostra

Il cuore della mostra è dato da 143 provini e 10 fogli di provinatura scattati da Edmo Leopoldi su indicazione di Mario Giacomelli provenienti dall’Archivio Storico Leopoldi. Ci sono poi altre immagini e testi autografi scritti da Mario a Edmo che aiutano a comprendere la ricerca.

Non mancano poi alcune opere di Mario Giacomelli originali provenienti dall’Archivio Mario Giacomelli di Senigallia, ovviamente riferite ai provini esposti.

Dal 23 novembre al 5 gennaio – Spazio Piktart Senigallia

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CHILDRENErwitt – McCurry – Mitidieri

USA. Pittsburgh, Pennsylvania. 1950.

l gioco, il divertimento, lo studio, la salute, ma anche i diritti negati, lo sfruttamento, la povertà, la guerra. Mercoledì 20 novembre a Bologna, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, inaugura la mostra fotografica “Children”, in programma all’Auditorium Enzo Biagi della biblioteca Salaborsa (piazza del Nettuno 3) fino a domenica 6 gennaio. Promossa da Legacoop Bologna e da Legacoopsociali, e curata da Monica Fantini e Fabio Lazzari con fotografie a cura di Biba Giacchetti, la mostra presenta, per la prima volta insieme, gli scatti di Steve McCurry, Elliott Erwitt e Dario Mitidieri: 3 autori profondamente diversi dal punto di vista espressivo, ma accomunati dalla volontà di testimoniare in prima persona la partecipazione emotiva alle vicende dei bambini che hanno incontrato negli angoli più remoti del mondo, laddove il diritto primario all’esistenza e quelli irrinunciabili all’uguaglianza, alla giustizia, alla libertà e alla pace, vengono calpestati nel silenzio e nell’oblio.

Il gioco e la negazione del gioco sono il tema della mostra, in cui le fotografie di McCurry, Elliott e Mitidieri, in dialogo con la scenografia di Peter Bottazzi, ci conducono a riflettere sul primario diritto di spensieratezza dei bambini e sul nostro dovere come adulti di garantire loro un ‘tempo buono’ in cui possano crescere uguali – dicono i curatori –. Una mostra che guarda l’universale della popolazione per riposizionarla proprio all’altezza dei più piccoli: ossia al futuro”.

20 novembre 2019 – 6 gennaio 2020 – Auditorium Enzo Biagi – Biblioteca Salaborsa – Bologna

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Dauðalogn – Andrea Roversi

Trentino Impact Hub ospita Andrea Roversi e il suo progetto Dauðalogn Dauðalogn è un viaggio attraverso un paese ricco di contrasti, ma anche il romanzo di formazione di un bambino, Andry, che diventa adulto in un dialogo aperto con una natura estrema.

After being hardly hit by the global economic crisis in 2008, Iceland has been the protagonist of a miraculous recovery. The island has chosen to take a step back (or forward?) returning to land and betting on a green and sustainable economy based on natural resources. Dauðalogn – which means ‘dead calm’ in icelandic – is a journey through a country of sharp contrasts, but also the bildungsroman of a child, Andry, becoming an adult in an open dialogue with an extreme nature.

Dal 4 dicembre 2019 al 14 gennaio 2020 – Impact Hub Trentino – Trento

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NATURA IN POSA – AAVV

CAPOLAVORI DAL KUNSTHISTORISCHES MUSEUM DI VIENNA
IN DIALOGO CON LA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA

Un percorso alla scoperta di un genere pittorico, la Natura morta, attraverso oltre 50 capolavori – presentati per la prima volta in Italia – provenienti dalla collezione del Kunsthistorisches Museum di Vienna. La mostra, curata da Francesca Del Torre con Gerlinde Gruber e Sabine Pénot, documenta come questo soggetto si sia sviluppato tra la fine del Cinquecento e lungo tutto il XVII secolo a livello europeo, invitandoci a guardare sotto una nuova luce uno dei generi più suggestivi della pittura europea.
Il termine Natura morta, nato in Francia nel Settecento e poi adottato anche in Italia, indica una categoria di opere d’arte che ha come soggetto scene di mercato e di cucina, mazzi di fiori, frutta, strumenti musicali, accessori per la caccia. La cultura “nordica” descrive queste composizioni come still leffen – still leben e still life in tedesco e in inglese – a significare pitture che ritraggono oggetti immobili al naturale.

Il termine nordeuropeo mette in rilievo la dimensione contemplativa di queste rappresentazioni che invitano lo spettatore alla meditazione sulla caducità delle cose umane. La ricchezza delle invenzioni, la varietà dei soggetti, la creatività dei diversi artisti e la preziosità di esecuzione caratterizzano tale genere di pittura che conquistò il rango di rappresentazione autonoma nei Paesi Bassi intorno al 1600.

Il percorso, al tempo stesso tematico e cronologico, muove i primi passi dalla seconda metà del Cinquecento, con un’accurata selezione di scene di mercato e rappresentazioni delle stagioni di Francesco Bassano e di Lodovico Pozzoserrato, ancorando solidamente il tema nel contesto geografico del Veneto. Il confronto con i mercati fiamminghi di Frederik van Valckenborch e Jan Baptist Saive il vecchio conduce il visitatore Oltralpe. È qui soprattutto, nel contesto geografico, culturale e politico dei Paesi Bassi, che tali creazioni si perfezionano e specializzano, declinandosi in alcune categorie, come le nature morte scientifiche con i mazzi di fiori, le vanitas o allegorie della caducità, le tavole apparecchiate, le nature morte religiose, le scene di caccia.

Artisti quali Jan Brueghel, Pieter Claesz, Willem Claesz Heda, Jan Weenix, Gerard Dou realizzano capolavori che incantano per fasto, creatività e perfezione di esecuzione. Un gruppo di nature morte italiane illustra, poi, attraverso le opere di Evaristo Baschenis, Gasparo Lopez dei Fiori, Elisabetta Marchioni la diffusione del genere nei vari centri artistici a sud delle Alpi.

Completa la mostra la sezione, a cura di Denis Curti, dedicata alla fotografia contemporanea che testimonia come il tema della natura morta sia presente negli scatti di alcuni degli artisti più importanti e celebrati a livello internazionale. La selezione di queste immagini parte dall’assunto che la fotografia è sempre il risultato di una messa in scena: ogni scatto è il punto di arrivo di un’azione consapevole che vuole declinare con forza la necessità di penetrare la realtà e di andare oltre le apparenze. Si passa quindi dalle Vanitas, capaci di trarre in inganno, di David LaChapelle ai crudi e ironici reportages di Martin Parr sul consumo di massa, dai magnifici e sensuali fiori di Robert Mapplethorpe ai Flowers di Nobuyoshi Araki, dalla serie dedicata alle zuppiere di Franco Vimercati all’idea di classicità pittorica di Hans Op De Beeck.

30-11-2019 – 31-05-2020 – CONVENTO DI SANTA CATERINA – TREVISO

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The Consequences | Stefania Prandi

Dal 14 novembre al 7 dicembre 2019, La Quadreria di ASP Città di Bologna ospiterà la mostra The consequences, con le foto del reportage della fotografa Stefania Prandi, a cura dell’Associazione Culturale Dry-Art.

L’inaugurazione avrà luogo giovedì 14 novembre alle ore 17.30, presso la Sala delle Mappe della Quadreria.
Interverranno
Anna Pramstrahler – Casa delle donne per non subire violenza
Giovanna Ferrari – Scrittrice, attivista, madre di Giulia Galiotto
Renza Volpini – Madre di Jessica Poli, attivista
Marisa Golinucci – Presidente Associazione Penelope Emilia-Romagna, madre di Cristina Golinucci
Stefania Prandi – Autrice della mostra
L’inaugurazione della mostra sarà preceduta dalla presentazione del libro
Susana Chávez, Primera tormenta. Ni una mujer menos, ni una muerta más, a cura di Chiara Cretella, Gwynplaine, con un saggio di Diana Fernández Romero e una prefazione di Silvia Saccoccia, Camerano, 2019

Stefania Prandi ha raccolto, nel corso di tre anni, immagini di volti, oggetti, luoghi che raccontano lo sguardo di chi sopravvive al femminicidio e non si arrende alla violenza di genere.
A vivere le conseguenze del femminicidio – termine con cui si intende l’uccisione oppure la scomparsa di una donna per motivi di genere, di odio, disprezzo, piacere o senso del possesso – sono madri, padri, sorelle, fratelli, figli. A loro restano i giorni del dopo, i ricordi immobili trattenuti dalle cornici, le spese legali, le umiliazioni nei tribunali, i processi mediatici, la vittimizzazione secondaria.
Sono sempre di più le famiglie delle vittime di femminicidio che intraprendono battaglie quotidiane: scrivono libri, organizzano incontri nelle scuole, lanciano petizioni, raccolgono fondi per iniziative di sensibilizzazione, fanno attivismo online. Lo scopo è fare capire alla società che ciò che si sono trovate a vivere non è dovuto né alla sfortuna né alla colpa, ma ha radici culturali e sociali precise.
Un lavoro mai tentato prima, quello di raccontare i giorni di chi resta, per testimoniare che l’assenza può tramutarsi in presenza attiva contro la violenza di genere. Stefania Prandi riesce ad entrare in questo dolore senza spettacolarizzazioni e estetizzazioni, per ricordarci di ricordarle.

Dal 14 novembre al 7 dicembre 2019 – La Quadreria. Palazzo Rossi Poggi Marsili – Bologna

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On Assignment, una vita selvaggia. Fotografie di Stefano Unterthiner

Sulawesi crested black macaque (Macaca nigra)

La mostra presenta, in un inedito progetto, le immagini dei reportage realizzati dal fotografo Stefano Unterthiner nel periodo dal 2006 al 2017 su commissione del National Geographic Magazine. Ben 77 le fotografie esposte, articolate in dieci reportage: pinguino, Crozet; cigno, Giappone; entello, India; fauna andina, Cile; sterne, Seychelles; varano Komodo, Indonesia; fauna alpina, Italia; macaco, Indonesia; grillaio, Italia; canguri, Australia. A questi si aggiunge una parte dal titolo Uno sguardo al futuro, che presenta l’anteprima fotografica del progetto Una famiglia nell’Artico, dedicato al soggiorno di un oltre un anno, dal 2019 al 2021, che il fotografo e la sua famiglia stanno effettuando alle Isole Svalbard, arcipelago del Mar Glaciale Artico, con l’intento di documentare e comunicare il fenomeno del cambiamento climatico.

Sarà inoltre presentato il documentario Una vita selvaggia, della durata di 26 minuti, che racconta il lavoro di campo di Stefano Unterthiner attraverso il materiale inedito girato nel corso di alcuni assignment realizzati dal fotografo e presentati in mostra.

L’esposizione si inserisce a pieno titolo nella linea culturale che il Forte di Bard dedica all’esplorazione e alla documentazione fotografica dell’ambiente naturale attraverso artisti di livello nazionale e internazionale.
dal 14 dicembre 2019 al 2 giugno 2020 – Forte di Bard – Aosta

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FUORI LE ZERO – AAVV

Una sola immagine, mai pubblicata. Appunto la numero zero. Autori diversi, formati differenti, colore, bianco e nero, analogico e digitale. 40 foto tutte in mostra e tutte in vendita diretta. Questi sono gli ingredienti dell’inedita collettiva FUORI LE ZERO che si inaugura il 29 novembre 2019, alle ore 17, presso lo storico Laboratorio Fotografico Corsetti di Via dei Piceni 5/7.

Nella consuetudine storica del Laboratorio, che da sempre lavora con i più grandi nomi della fotografia mentre continua a ricercare e supportare giovani promesse, si inquadra un dialogo complesso e articolato che mette in relazione icone della fotografia, professionisti e nuovi nomi.

La società dell’immagine ha ormai modificato lo sguardo e l’immaginario, estendendo la portata della vista oltre i margini del confine fra visibile e invisibile: è la nascita di un nuovo ordine visivo “postottico”, spesso disancorato dal dato percettivo naturale. A partire da questa situazione, FUORI LE ZERO mira a recuperare il significato della fotografia innanzitutto come pratica sociale, trasmissione dello sguardo ed evocazione emotiva, incessantemente diretta ad arricchire un vero e proprio ecosistema delle immagini, dove ogni segno trova il suo posto e rimanda a ulteriori aperture.

Le immagini di Vittorugo Contino, Mario Dondero, Franco Pinna, Gianfranco Salis, Sergio Strizzi, Vezio Sabatini e molti altri diventano punti focali, snodi di rotte potenziali che portano lo sguardo a vagare tra rispecchiamenti ed eredità, ribellioni e adorazioni, in un percorso che ricollega la grande tradizione visuale italiana al mondo contemporaneo e ai fotografi che navigano tra i flussi delle immagini.

A cura di Eugenio Corsetti e Fabio Benincasa

Dal 29 novembre al 13 dicembre – Laboratorio Fotografico Corsetti – Roma

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Mostre di fotografia da non perdere a novembre

Ciao a tutti,

anche questo mese l’appuntamento con le mostre è quanto mai ricco.

E non dimenticate di dare un’occhiata alla nostra pagina dedicata, sempre aggiornata.

Anna

MIMMO JODICE | OPEN CITY/OPEN WORK

‘Il mio mestiere non è fotografare. Il mio mestiere è vedere.’ Mimmo Jodice

Vistamarestudio è lieta di presentare Mimmo Jodice: Open City/ Open Work, a cura di Douglas Fogle, la prima personale dell’artista in galleria a Milano.

La mostra traccia un collegamento fra i primi esperimenti di Mimmo Jodice con la fotografia negli anni ’60 e le prime incursioni nella sua Napoli.

‘Mimmo Jodice crea ciò che comunemente viene chiamata fotografia. Ma lo si può davvero considerare un fotografo? Forse sarebbe meglio definirlo un visionario che utilizza la macchina fotografica nella sua esplorazione del mondo. Jodice ha trascorso buona parte degli ultimi sessant’anni utilizzando la macchina fotografica per guardare il mondo da molteplici e diverse prospettive. I suoi primissimi esperimenti risalgono agli anni Sessanta e rivelano un’attrazione rivoluzionaria per l’aspetto materico della fotografia – le proprietà quasi alchemiche della carta fotografica, le soluzioni reagenti, l’ingranditore e tutta l’attrezzatura della camera oscura. Infatti, le sue prime immagini non sono altro che sperimentazioni, volte a creare quello che, nel 1962, Umberto Eco definì “Opera aperta”, piuttosto che convenzionali riproduzioni documentaristiche del mondo.

Questa loro apertura, sia formale sia contenutistica, permette molteplici interpretazioni e lascia spazio a una poetica sperimentale d’avanguardia e, al tempo stesso, inaspettatamente umana. Mimmo Jodice: Open City/Open Work traccia un collegamento fra i primi esperimenti con la fotografia – i paesaggi architettonici strappati e ricomposti – e il primo tentativo di Jodice di “guardare” Napoli, la sua città natale, nella serie Teatralità quotidiana a Napoli, dell’inizio degli anni Settanta. Queste fotografie si avvicinano all’antropologia – immagini di feste popolari, manicomi, fabbriche, ecc.- per poi virare e aprirsi verso una poetica fatta di architetture e delle persone che vi abitano. Forma e contenuto si legano e si intrecciano nello sguardo di Jodice sulla città come organismo vivente e vitale, dagli angoli e i materiali più svariati: poesia visiva della vita di ogni giorno.’
Douglas Fogle

9 SETTEMBRE – 9 NOVEMBRE 2019 – Vistamarestudio – Milano

Le mostre di Photolux

L’edizione 2019 del famoso festival internazionale di fotografia, quest’anno a tema Mondi e che ogni due anni si tiene a Lucca, si preannuncia più ricca che mai.

Tra le innumerevoli mostre distribuite nelle varie location della città, ve ne segnaliamo alcune, ma date un occhiata all’intero programma, perchè ne vale davvero la pena.

2:56 am |To The Moon And Back

VP AGNEW AND LYNDON JOHNSON FOLLOWING LIFTOFF

Abbas | The Iranian Revolution 1979

IRAN: TEHRAN January 25, 1979. After a demonstration at the Amjadiyeh Stadium in support of te Constitution and of Shapour BAKHTIAR, who was appointed Prime Minister by the Shah before the left the country, a woman, believed to be a supporter of the Shah is mobbed by a revolutionary crowd. See also ABA1979006W00011/05AR

Magnum Revolution

CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Warsaw Pact troops invasion.

Davide Monteleone – The April Theses

Sassnitz, Germany – November 2016. From here Lenin embarked on a ferry to reach Sweden. The ferry to Trolleborg, iLENIN#4. *** GENERAL CAPTION: In March 1917 Vladimir Ilych Ulyanov (LENIN) was leaving exiled and in poverty in Zurich. Within eight months he assumed the leadership on 16000000 people occupying one sixth of inhabited surface of the world. On April 9th 1917, with the support of German authorities, at that time in war with Russia, he travelled back to his own country on a train across Germany, Sweden and Finland to reach Finland Station in St. Petersburg on April 17th where he started the first step to Soviet Power. 100 year later I recreated and reacted on a real non-invented trip Lenin’s epic journey, on the base of archival documents and historical books including “To Finland Station” by Edmund Wilson and “The sealed train” by Michael Pearson. ***ALL THE PICTURES OF THIS PROJECT REFERS TO HISTORICAL EVENTS HAPPENED 100 YEARS AGO BUT I TOOK THE LIBERTY TO INTERVENE ON SOME OF THE PICTURES DIGITALLY AND ANALOGICALLY TO BETTER REPRESENT THE HISTORICAL FACT AND MY PERSONAL PHOTOGRAPHIC VISION.

Joan Fontcuberta | Gossan: Mars Mission

Dal 16 novembre all’8 dicembre – Lucca – Sedi varie

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VIVIAN MAIER. A COLORI

Senza dubbio, Vivian Maier può essere
considerata una delle prime poetesse della
contemporanea fotografia a colori. Joel Meyerowitz

A partire dal 24 ottobre 2019 arriva a Forma Meravigli, Milano, la mostra Vivian Maier. A colori a cura di Alessandra Mauro, realizzata in collaborazione con la Howard Greenberg Gallery di New York. Resterà aperta fino al 19 gennaio 2020. Forma Meravigli è una iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Per la prima volta in mostra un’inedita selezione di scatti a colori della ormai celeberrima “tata fotografa”, molti dei quali mai esposti al pubblico, che raccontano il quotidiano americano tra gli anni Cinquanta e la metà dei Settanta. L’ironia, il calore umano, il paesaggio urbano, i ritratti, i bambini: Maier ha il dono di essere l’obiettivo invisibile per le strade di Chicago e New York, componendo un racconto che ha il carattere di una rivelazione.

Accompagna l’esposizione un libro pubblicato da Contrasto.

24 ottobre 2019 – 19 gennaio 2020 – Forma Meravigli – Milano

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Life’s a Beach” Martin Parr

Domenica 27 ottobre 2019 alle 12 sarà inaugurata presso il Civico Museo Revoltella l’imperdibile mostra Life’s a Beach di Martin Parr, promossa dal Comune di Trieste in collaborazione con il festival Trieste Photo Days 2019 e Magnum Photos. Martin Parr in persona sarà presente all’inaugurazione, subito dopo l’incontro con il pubblico che terrà alle 11 presso l’Auditorium del Museo.

Sul suolo del Regno Unito è impossibile trovarsi a più di 120 chilometri di distanza dal mare. Con un tale sviluppo costiero, non sorprende il fatto che in Gran Bretagna le foto in spiaggia rappresentino una tradizione ben radicata. Sulle spiagge britanniche le persone si rilassano, si sentono sé stesse e fanno sfoggio di tutti quei segnali del comportamento vagamente eccentrico che viene associato agli abitanti di quel paese. Se negli Stati Uniti vi è una tradizione consolidata di street photography, nel Regno Unito c’è… la spiaggia.
Da diversi decenni le fotografie di Martin Parr documentano tutti gli aspetti di questa tradizione, con primi piani di bagnanti intenti a prendere la tintarella, ma anche immagini che raccontano i tuffi in mare o l’immancabile picnic.
La carriera internazionale di Parr è stata lanciata dal suo noto libro del 1986, The Last Resort (titolo che suona più o meno come “l’ultima spiaggia”), che ritraeva la decadenza delle spiagge di New Brighton, località turistica vicino a Liverpool. Tuttavia, meno noto è il fatto che la sua ossessione si sia estesa al resto del mondo. In questa nuova collezione troviamo fotografie scattate anche in paesi lontani quali Cina, Argentina e Tailandia. Pubblicato nel 2012 in occasione di una mostra presentata per la prima volta al Lyon Photo Festival, questo libro dimostra l’impegno di Parr nei confronti del suo soggetto preferito, in cui le assurdità e bizzarrie dei comportamenti nazional-popolari si fondono perfettamente. Ci diletteremo nel vedere come i vari paesi dell’America Latina presentino un senso della moda da spiaggia completamente differente, dai costumi succinti del Brasile alle riserve naturali del Messico, fino al momento dell’infuso chiamato “mate” che si beve in Uruguay.
Non poteva mancare l’aspetto commerciale, dal momento che la spiaggia è da sempre uno dei luoghi dove si può trovare in vendita praticamente qualsiasi cosa, dai servizi di un “pulitore di orecchie” a Goa, India, al pesce grigliato in Cile, ma anche gli spaghetti precotti in Cina. In questo libro Parr dà il meglio di sé, confermando i cliché, sorprendendoci con immagini che catturano istanti di assurdità, ma sempre traendo godimento dai rituali e dalle tradizioni che si associano alla vita da spiaggia in giro per il mondo.

Dal 27 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020 – Museo Revoltella – Trieste

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#DRAFT #RUSSIA – Dmitry MARKOV

La VisionQuesT 4rosso è lieta di iniziare la stagione 2019-2020 presentando per la prima volta in Italia #DRAFT #RUSSIA di Dmitry MARKOV a cura di Nicolas Havette.

Markov nasce nel 1982 a Pušhkin, una piccola città nella giurisdizione di San Pietroburgo, è fotografo, assistente sociale, giornalista, e ha lavorato come volontario e tutore nella regione di Pskov in un collegio per bambini mentalmente disabili e nel villaggio per bambini Fedkovo.

La fotografia arriva tardi nella sua vita ma da allora è diventata un partner, una compagna quotidiana, un punto di riferimento in tutta la sua vita fatta di alti e bassi.

Le oltre trenta immagini in mostra sono la continua documentazione di Markov della vita quotidiana nella provincia russa attraverso la quale egli intreccia una narrazione di vulnerabilità umana, dipendenza, candore e pathos. Dmitry lancia il suo flusso costante di immagini usando, come specchio, le popolazioni sottorappresentate in Russia.

Markov usa consapevolmente la fotografia sicuramente non solo come testimonianza, ma anche per se stesso. Con un’onestà a volte disarmante, condivide con noi le sue contraddizioni e le sue debolezze. Osserva il mondo, cercando di trovare il proprio posto e con la forza delle sue immagini riesce a farci conoscere la sua vita. Le persone che fotografa diventano immediatamente parte della sua storia, della sua famiglia.

Osserva come osserva se stesso, senza condiscendenza e senza giudizio morale. Documenta la sua vita come figlio del suo tempo e condivide su Instagram tutte le immagini scattate con lo smartphone. Solo un uomo solo può, con le sue affascinanti immagini quotidiane creare un autoritratto così a lungo termine, cercando se stesso attraverso la presenza degli altri L’apertura e la mancanza di moralismo su un argomento cosi complicato – la vita delle persone che, per vari motivi, si sono trovate dall’altra parte, quelle che di solito vengono chiamate marginali -, è ammirevole. Questo progetto proviene da lì, dal passato collettivo della Russia con le sue gioie e i suoi problemi comuni.

8 ottobre 2019 – 30 novembre 2019 – VisionQuesT 4rosso – Genova

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Tommaso Bonaventura. 100 marchi – Berlino 2019

Mercoledì 30 ottobre apre al pubblico nella Project Room di CAMERA la mostra “Tommaso Bonaventura. 100 marchi – Berlino 2019”, un progetto artistico del fotografo Tommaso Bonaventura, sviluppato in collaborazione con la curatrice Elisa Del Prete, in occasione dei 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989).

La mostra propone il racconto del Begrüssungsgeld, il denaro di benvenuto che dal 1970 al dicembre 1989 i cittadini della DDR ricevevano quando entravano nella Germania Ovest per la prima volta. Questa vicenda offre un pretesto per interrogarsi su un grande cambiamento epocale a partire da un punto di osservazione che privilegia le storie private e familiari, restituendole attraverso un duplice racconto: fotografico e video.

La mostra è frutto di una collaborazione tra diverse istituzioni e si articola in più sedi: a Torino, a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e al Museo del Risparmio, a Trento, nella sede Le Gallerie della Fondazione Museo storico del Trentino e a San Vito al Tagliamento nella chiesa di San Lorenzo grazie alla collaborazione con il CRAF – Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia.

Il catalogo è stato realizzato grazie al sostegno dell’Archivio Storico Istituto Luce.

30 ottobre – 6 gennaio 2020 | Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Torino

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Anna Brenna – Secondo Capitolo

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“Secondo capitolo è un progetto che sto seguendo da qualche anno e che mi ha consentito di conoscere persone meravigliose. Persone provenienti da altre nazioni, che hanno scelto più o meno consapevolmente, di vivere in Italia.

Ho scelto di cominciare a raccontare le storie di queste persone circa due anni fa, momento in cui l’emergenza migranti sembrava aver raggiunto il culmine. Le notizie delle migliaia di morti nel Mediterraneo entravano con la forza di una sofferenza pervasiva nel mio quotidiano “quieto vivere”, un vero pugno nello stomaco. Ovunque anche molto lontano dai punti di ingresso dei migranti nel nostro Paese, venivano creati dei campi di accoglienza ed improvvisate soluzioni per ospitare questa gente in fuga. In fuga dalle guerre, da conflitti etnici, persecuzioni o mancato riconoscimento di diritti essenziali, in cerca di un futuro.

 Mi piace pensare al futuro in termini di miglioramento, di civiltà e di opportunità. Da qui la decisione di rappresentare storie positive, a testimonianza di una possibilità concretamente realizzata, e la scelta di mostrare queste persone nei loro luoghi di lavoro o nello svolgimento delle attività di cui si occupano.

Akolé, Arsène, Edda, Edo, Florentin, Gentiana, Imad, Kossi, Léon, Momo, Paul, Sun An Chi e Vicky sono originari di diverse parti del mondo, ma stanno scrivendo il secondo capitolo della loro vita in Italia. Qualcuno ci è arrivato per scelta, qualcun altro per pura casualità, qualcuno da clandestino, qualcun altro con sistemi meno rischiosi. Ma tutti loro hanno deciso di restare, ritagliandosi un proprio spazio e ognuno a modo suo sta contribuendo a far crescere e rendere migliore il nostro paese, scrivendo il secondo capitolo della propria vita in Italia.

 La forza positiva di queste immagini vuole sovrapporsi al pregiudizio e alla pigra consuetudine, cieca davanti al valore silenzioso delle persone di buona volontà.” Anna Brenna

Dal 14 novembre all’8 dicembre 2019 – Museo Plessi – Brennero

Peter Hujar – Speed of Life

The life and art of Peter Hujar (1934–1987) were rooted in downtown New York. Private by nature, combative in manner, well-read, and widely connected, Hujar inhabited a world of avant-garde dance, music, art, and drag performance. His mature career paralleled the public unfolding of gay life between the Stonewall uprising in 1969 and the AIDS crisis of the 1980s.

In his loft studio in the East Village, Hujar focused on those who followed their creative instincts and shunned mainstream success. He made, in his words, “uncomplicated, direct photographs of complicated and difficult subjects,” immortalizing moments, individuals, and subcultures passing at the speed of life.

From 15 October 2019 until 19 January 2020 – Jeu de Paume, Paris
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TRA CIELO E TERRA. Il paesaggio lombardo attraverso gli occhi dei santi

Grazie alle 2.921 fotografie raccolte nel corso del progetto di fotografia partecipata Tra cielo e terra, promosso dal Museo di Fotografia Contemporanea, la mostra presenta un variegato spaccato del paesaggio contemporaneo, da scorci urbani a panorami da cartolina. Lo sguardo, immutato forse anche da secoli, è quello dei santi che dimorano nelle edicole votive, mentre lo scenario che si presenta loro di fronte è mutevole: alcuni di essi hanno ancora oggi come orizzonte campagne estese, fiumi e colline, altri si trovano invece a sorvegliare rotonde, parcheggi o cantieri.

Avviato nella primavera 2019, il progetto Tra cielo e terra – dell’artista Claudio Beorchia (Vercelli, 1979), ideato e curato da Matteo Balduzzi – ha invitato tutti gli abitanti della Lombardia a osservare e fotografare il paesaggio dal punto di vista dei santi che sui quei territori vigilano da tempo. Grazie all’attivazione di 9 poli culturali che hanno consentito di raggiungere in maniera capillare l’intero territorio regionale, oltre 200 persone hanno risposto caricando sulla piattaforma ideata e gestita da Fondazione Rete Civica di Milano (tracieloeterra.opendcn.org) le fotografie delle rispettive città o dei luoghi che hanno visitato tra fine maggio e i primi di settembre.

Oggi quasi 3 mila coppie di immagini – i santi e le viste che hanno di fronte – assumono la forma di una mostra e di un libro che saranno presentati con una serata di festa al Museo di Fotografia Contemporanea proprio il giorno di Ognissanti, venerdì 1 novembre dalle 16.30.

Si ringraziano per la collaborazione: Accademia di Belle Arti “G. Carrara” di Bergamo; Casa Museo Cerveno (BS); Ecomuseo della Postumia (MN); Ecomuseo della Prima Collina (PV); Ecomuseo di Valle Trompia (BS); EUMM – Ecomuseo Urbano Metropolitano Milano Nord; MUMI – Ecomuseo Milano Sud; Museo Diocesano di Arte Sacra di Lodi; Museo Ma*GA di Gallarate (VA); il Consorzio Brianteo Villa Greppi.

Il progetto, sostenuto da Fondazione Cariplo, è stato realizzato in collaborazione con AESS – Archivio di Etnografia e Storia Sociale e Fondazione Ente dello Spettacolo.

2 novembre 2019 – 1 marzo 2020 Museo di Fotografia Contemporanea – Cinisello Balsamo (MI)

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ALESSANDRA CALO’ – SECRET GARDEN

studiofaganel presenta Secret Garden di Alessandra Calò, un progetto che mette in relazione la fotografia e la letteratura. 

Secret Garden è un’installazione di una serie di scatole nere in cui, all’interno sono collocate antiche lastre negative, raffiguranti ritratti femminili, e piccoli giardini.

Alcune scrittrici contemporanee sono state invitate dall’artista a confrontarsi con una lastra fotografica, con l’immagine di una donna sconosciuta, anonima, e a inventare un racconto che ne immaginasse e tracciasse l’identità. 

L’unica indicazione data dall’artista era di sviluppare una narrazione in prima persona, nella forma di un diario che, pertanto, risulta unico ed estremamente attuale per la diversa provenienza, formazione, espressione artistica delle autrici. 

L’immagine, di ognuna di queste donne, delineata nella lastra negativa, trasparente, è arricchita dalle ombre del piccolo giardino retrostante che definisce e fa percepire la reale tridimensionalità della scatola. 

Secret Garden è la metafora di un paesaggio interiore, un giardino segreto, che si nasconde a prima vista ma che può essere scoperto da chi è capace di andare oltre l’apparenza. 

Il progetto viaggia su un doppio binario temporale, poiché le protagoniste sono donne che arrivano dal passato, ri-immaginate nel presente. Ma attraverso queste esistenze frammentarie intende stimolare una riflessione anche su un percorso futuro, da intraprendere o meglio rimarcare, e che coinvolge tutte le donne, verso una maggiore indipendenza ed emancipazione.

A Gorizia presso la galleria studiofaganel sarà esposto per la prima volta un giardino segreto che vede la collaborazione di Alessandra Calò con l’attrice e autrice di teatro Marta Cuscunà. Il giardino di Marta e Alessandra si ispira alla storia di un personaggio realmente vissuto, una donna della resistenza partigiana isontina di nome Ribella Fontanot. 

Secret Garden è diventato anche un libro in edizione limitata, pubblicato da Danilo Montanari, con un testo di introduzione di Erik Kessels, che sarà disponibile presso la galleria. 

11 ottobre – 29 novembre 2019 – Galleria Studiofaganel – Gorizia

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WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR 2019

Il Wildlife Photographer of the Year, la mostra di fotografie naturalistiche più prestigiosa al mondo, va in scena anche quest’anno a Milano nei suggestivi spazi della Fondazione Luciana Matalon in Foro Buonaparte 67, dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019.

Organizzato dall’Associazione culturale Radicediunopercento di Roberto Di Leo, l’evento è sempre attesissimo e presenta le 100 immagini premiate alla 54a edizione del concorso di fotografia indetto dal Natural History Museum di Londra.

Arrivati da 95 paesi, in competizione 45.000 scatti realizzati da fotografi professionisti e non, che sono stati selezionati, alla fine dello scorso anno, da una giuria internazionale di esperti, in base a creatività, valore artistico e complessità tecnica.

Da ammirare le foto finaliste e vincitrici delle 17 categorie del premio che ritraggono animali rari nel loro habitat, comportamenti insoliti e immagini di sorprendente introspezione psicologica, un incredibile esperienza visiva, composizioni e colori che trafiggono gli occhi da un remoto angolo del deserto, dagli abissi del mare o dall’intricato verde della giungla.

4 OTTOBRE / 22 DICEMBRE – Fondazione Luciana Matalon – Milano

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Dialoghi – Joan Fontcuberta e Paolo Gioli

La Galleria del Cembalo propone dal 25 ottobre 2019 al 18 gennaio 2020 la mostra Dialoghi – Joan Fontcuberta e Paolo Gioli nella quale, per la prima volta, le opere dei due artisti vengono poste in relazione fra loro.

Paolo Gioli (Sarzano, Rovigo, 1942) e Joan Fontcuberta (Barcellona, 1955) sono artisti che da sempre condividono un approccio sperimentale all’indagine della natura e della storia dell’immagine fotografica. Adottando procedure e tecniche diverse, entrambi mettono in discussione la concezione convenzionale della fotografia, approccio che li porta alla realizzazione di opere dai contenuti concettuali profondi e dall’innovativa qualità estetica. In questa mostra, di cui è anche curatore, Joan Fontcuberta desidera rendere omaggio a Paolo Gioli, stabilendo legami tra i rispettivi processi creativi al fine di consentire al visitatore la lettura di uno stimolante dialogo.
Il percorso espositivo, sviluppato in tre ampie sale, è concepito in modo da consentire il confronto ravvicinato tra produzioni analoghe per assonanza concettuale, metodo, e in alcuni casi, per coincidenza del soggetto.
La prima sala si apre con l’omaggio a due opere emblematiche della Storia dell’Arte che vengono riproposte dal fotografo catalano nella forma di mosaico digitale ‘Googlegram’: View from a Window di Nicéphore Nièpce (1816) e L’origine du monde di Gustave Courbet (1866). Accanto ad esse, sempre in omaggio a Nièpce, vengono presentate alcune polaroid di Gioli trasferite su carta da disegno della “finestra” di Les Gras, mentre in relazione all’opera di Courbetsono proposte tre Autoanatomie di analogo contenuto.
Nelle sale successive il gioco di relazioni fra i due artisti prosegue con opere tratte dalle serie Herbarium, Trauma, Deletrix di Fontcuberta confrontate con Lastre, XSconosciuti e Vessazioni di Gioli. Per entrambi gli artisti, si tratta di opere dedicate, nell’ordine, a elementi del mondo vegetale, all’utilizzo e alla rivitalizzazione di vecchie immagini fotografiche, al tema della cancellazione e all’autoritratto. In mostra sono proposti anche alcuni noti video dei due artisti.

dal 25 ottobre 2019 al 18 gennaio 2020 – Galleria del Cembalo – Roma

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JEFF MERMELSTEIN: HARDENED

Lancio del libro e mostra, prima mondiale

Un mondo di nevrosi quotidiane, piccole catastrofi, panico, fascino, goffaggine, rivelazioni, orgoglio perduto, finta spavalderia, irritante narcisismo e inaspettata benevolenza. In una cultura in cui tutto sembra esistere solo allo scopo di essere tradotto in immagini, è confortante e allo stesso tempo terribile vedere come questo mondo appare quando non sa di essere fotografato – o perlomeno, com’è nello sguardo di Jeff Mermelstein.
– David Campany, da HARDENED

Jeff Mermelstein vive a New York ed è un’icona della street photography.
Dopo una lunga carriera di successo con la mitica Leica, negli ultimi anni Mermelstein ha scattato solo con il telefono cellulare (che dichiara abbia consentito una “reinvenzione dello snapshot, una vera svolta”), postando poi le immagini sul suo profilo Instagram.

HARDENED, pubblicato dalla casa editrice britannica Mörel Books sarà lanciato da Micamera in anteprima mondiale il 25 ottobre 2019. Il volume raccoglie 305 immagini scelte e messe in sequenza dal curatore, scrittore e artista David Campany, che le ha selezionate da un corpus di lavoro di oltre 700 fotografie scattate in due anni.

Il libro è una rappresentazione travolgente, piena e cruda della condizione umana, con sullo sfondo le strade di New York. Mermelstein è un voyeur con un sorprendente senso dell’umorismo, capace di cogliere lo straordinario e la bellezza nel banale e il quotidiano.

Grazie alla riflessione intrinseca sulla facilità e superficialità delle connessioni con i social media, HARDENED è un libro di svolta, che mostra il lavoro di un fotografo-antropologo nella nostra era digitalizzata.

Il lancio del libro sarà accompagnato da un’installazione di tutte le 305 fotografie sulle pareti della galleria.
Jeff Mermelstein sarà presente all’inaugurazione venerdì 25 ottobre e firmerà le copie del libro. 

25 ottobre – 23 novembre, 2019 – Micamera, Milano

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Paolo Novelli – Vita brevis, Ars longa

In occasione della XIII edizione del Festival “Il Rumore del Lutto”, dedicato quest’anno al tema Passaggi, Antica Farmacia + presenta il progetto “Vita brevis, Ars longa” del fotografo di ricerca Paolo Novelli (Italia, 1976), con inaugurazione sabato 26 Ottobre alle ore 19.
La mostra, a cura di Chiara Canali, presenta negli spazi cinquecenteschi dell’Antica Farmacia di San Filippo Neri una selezione di dieci scatti tratti dal progetto Vita brevis, Ars longa (2002), una singolare ricognizione visiva di Paolo Novelli all’interno dei camposanti monumentali di mezza Italia, da Venezia a Genova, da Milano a Roma.
Un progetto che va oltre la semplice documentazione delle sculture, per proporre immagini in cui le opere perdono la loro natura marmorea per assumere intensità ed espressioni incredibilmente vivide e reali. L’intento è quello di “umanizzare” le statue, portando alla luce i moti espressivi dell’anima attraverso un gioco di contrasti chiaroscurali che incide le masse plastiche e rende i volti estremamente icastici e penetranti.

Lo stesso utilizzo dello stile sfocato trasforma l’immagine in un ritratto dai chiari connotati pittorici, che confonde i confini tra i vari medium e rimanda alla vera natura del linguaggio fotografico, che è quello di essere una “scrittura con la luce”.
Questo significa, per il fotografo, acquisire la consapevolezza del ruolo della luce, che è in grado di restituire enfasi emotiva a chi guarda le immagini. Paolo Novelli ha atteso con pazienza, in luoghi semibui, la luce naturale sufficiente ad ottenere i contrasti necessari ad uno sguardo eloquente e profondamente partecipato.

L’esposizione, attraverso ritratti di forte impatto, richiama l’attenzione verso lo stato di abbandono e di degrado, presente in molti camposanti italiani, di questo prezioso patrimonio artistico, vittima dei tabù più sterili della contemporaneità dovuti alla sua collocazione: il camposanto.
Paolo Novelli opera dal 1997 attenendosi rigorosamente alla ripresa analogica in bianco e nero e alla stampa a mano su pellicola, senza uso di flash o filtri.
Il suo percorso artistico affronta una fotografia essenziale, senza tempo e senza luogo, sintetizzata, non a caso, da Giovanni Gastel come “fotografia della solitudine”.
Il progetto all’Antica Farmacia + di Parma si sviluppa in concomitanza con l’importante esposizione di Paolo Novelli “La Fotografia come differenza”, in corso alla Triennale Milano fino al 3 novembre 2019; una selezione di 40 scatti appartenenti a cinque progetti del fotografo e si concentra sul periodo 2002-2013 con l’intento di evidenziare la nascita e il consolidamento dello stile personale di Novelli.

ANTICA FARMACIA + – Parma – 26 Ottobre – 10 Novembre 2019

TECNOSFERA: L’UOMO E IL COSTRUIRE – FOTO / INDUSTRIA 2019

L’unica Biennale al mondo dedicata alla fotografia dell’Industria e del Lavoro propone al pubblico per questa edizione 11 mostre: 10 allestite in luoghi storici della città e Anthropocene al MAST.
Protagonista di Foto/Industria 2019 è il tema del costruire: un‘azione cruciale, intimamente radicata nella natura della specie umana che viene qui esplorata a tutto tondo, dalle sue radici storiche e filosofiche agli inevitabili risvolti scientifici. È questa attività che dà forma alla tecnosfera: l’insieme di tutte le strutture che gli esseri umani hanno costruito per garantire la loro sopravvivenza sulla terra. Con un peso stimato di decine di miliardi di miliardi di tonnellate, questo strato artificiale al di sopra della crosta terrestre è stato definito Tecnosfera dal geologo Peter Haff. La Fondazione MAST ha affidato la direzione artistica a Francesco Zanot per portare avanti il progetto della Biennale iniziato nel 2013 da François Hébel.
La Fondazione MAST rinnova il suo impegno nel coinvolgere la città e la comunità in questo progetto culturale che permette attraverso la forza narrativa delle immagini di moltiplicare gli sguardi sul mondo.

La quarta edizione di Foto/Industria presenta celebri protagonisti della storia della fotografia, le cui immagini fanno ormai parte di un patrimonio iconico condiviso, grandi artisti contemporanei e giovani autori affermati sulla scena internazionale, alternando tecniche che vanno dagli usi più puri e tradizionali della fotografia alle sperimentazioni più innovative.

Fotografi in mostra: Yosuke Bandai, Lisetta Carmi, David Claerbout, Matthieu Gafsou, Luigi Ghirri, Délio Jasse, André Kertész, Armin Linke, Albert Renger-Patzsch.

Dal 24/10/19 al 24/11/19 – Bologna sedi varie

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HUGS – abbracci – Luca Zampini

Il giorno 2 novembre 2019, alle ore 18, nelle sale della Gallery Annunziata, presso l’Hotel Annunziata, avrà luogo l’inaugurazione della mostra personale “HUGS / abbracci” di Luca Zampini. Saranno in parete 23 fotografie inedite, stampe fine art in grande formato, che narrano per immagini il suo rapporto affettivo con gli alberi.

2 novembre 2019 – 6 gennaio 2020 – Gallery Annunziata Ferrara

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Ecco le mostre di fotografia da non perdere a ottobre!

Ciao a tutti!

Eccoci, come tutti i mesi, al consueto appuntamento con le mostre. Di seguito trovate le mie segnalazioni per il mese di ottobre. Le mostre sono davvero tante e una più bella dell’altra!

Sulla pagina dedicata, trovate tutte le mostre in corso.

Anna

Sguardi (Dinamiche del volto) – AAVV

Dall’iconico ritratto di Marella Agnelli, il Cigno di Richard Avedon, all’ironia degli scatti di Gianni Berengo Gardin e Piergiorgio Branzi, ai miti dello spettacolo immortalati nelle fotografie di Federico Garolla ed Elliott Erwitt, alle interpretazioni più contemporanee e misteriose del tema nelle coloratissime opere di Bill Armstrong e Janet Sternburg, la mostra propone inoltre alcuni scatti di Sebastião Salgado e Marco Gualazzini, oltre a Martin Schoeller, quest’ultimo noto per i suoi a volte impietosi “close up”.

Il titolo della mostra è preso a prestito da un interessante saggio sull’argomento dello scrittore Paolo Donini, che si sofferma sull’etimologia della parola volto: “Viso deriva da visum, participio passato del verbo videre, e sta per cosa vista, immagine, visione apparizione. L’etimo è illuminante: visum è nella sua radice ciò che è visto; l’immagine. Il pittore nel dipingere il viso, dipinge il visum. Egli dichiara in arte ciò che è visto e l’immagine-volto diviene la sua dichiarazione di poetica. (…)

Volto deriva dal latino voltum, con una corrispondenza che alcuni studiosi allegano al gotico *uel che è vedere. (…) il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva. Un’ultima ricognizione lessicale rimanda poi a volto come participio passato del verbo volgere.

Volto sta per rivolto, girato. In questa accezione, la pittura del volto è l’arte di ciò che è rivolto, girato, voltato. Legando infine le accezioni delle parole viso e volto nel loro disvelamento etimologico complessivo, ecco che la pittura di viso e di volto diverrà la pittura di ciò che è in vista e, ad un tempo, girato: la pittura del mistero di portare alla vista ciò che è voltato.(…) Ancora il volto si radica nel visum: in ciò che è visto, nel suo atto – il vedere – e nel suo oggetto – l’immagine. Vale a dire nel luogo e nell’atto specifici dell’arte visiva”.

Il ritratto inteso dunque come chiave di lettura delle specificità di un artista, pittore o fotografo,  come forma espressiva del sé attraverso il volto dell’altro.

dal 19 settembre al 23 dicembre 2019 – Forma Meravigli – Milano

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ELLIOTT ERWITT. FAMILY

Niente è più assoluto e relativo, mutevole, universale e altrettanto particolare come il tema della famiglia. La famiglia ha a che fare con la genetica, il sociale, il diritto, la sicurezza, la protezione e l’abuso; la felicità e l’infelicità. Mai come oggi è tutto ed il suo contrario, e niente è capace di scaldare di più gli animi, accendere polemiche, unire e dividere come il senso da attribuire al termine famiglia. Solido, eppure così delicato. Là, dove la parola si ferma o si espande a dismisura, può intervenire la fotografia, che sin dalla sua nascita tanto fu legata proprio a questo tema.
Il suo diffondersi nelle classi sociali della media borghesia accompagnava il desiderio di un racconto privato e personale degli eventi che ne segnavano le tappe: i ritratti degli avi, le nascite, i matrimoni, le ricorrenze, tutto condensato in quei volumi che nelle prime decadi dello scorso secolo arredavano il salotto buono. Gli album di famiglia.
Abbiamo chiesto ad uno dei più importanti fotografi viventi, che ha attraversato quasi un secolo, di crearne uno personale e pubblico, storico e contemporaneo, serissimo ed ironico e di dedicarlo in una anteprima assoluta al Mudec Photo. Questa la genesi della mostra, Elliott Erwitt. Family.
Elliott Erwitt, ha acconsentito e selezionato personalmente con Biba Giacchetti, curatrice della mostra, le immagini che a suo sentire avrebbero potuto illustrare alcune delle sfaccettature di questo inesprimibile e totalizzante concetto.

Elliott, che ha attraversato la storia del mondo, ci offre istanti di vita dei potenti della terra come Jackie al funerale di JFK, accanto a scene privatissime, come la celebre foto della bambina neonata sul letto, che poi è Ellen, la sua primogenita. La collezione selezionata per Mudec Photo alterna immagini ironiche a spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate, o molto singolari, metafore e finali aperti come la fotografia del matrimonio di Bratsk.
Come sempre Elliott Erwitt ci racconta i grandi eventi che hanno fatto la storia e i piccoli accidenti della quotidianità, ci ricorda che possiamo essere la famiglia che scegliamo, quella americana, ingessata e rigida che posa sul sofà negli anni Sessanta, o quella che infrange la barriera della solitudine eleggendo a membro l’animale prediletto. Famiglie diverse, in cui riconoscersi, o da cui prendere le distanze con un sorriso.
Un tema universale, che riguarda l’umanità, interpretato da Elliott Erwitt con il suo stile unico, potente e leggero, romantico o gentilmente ironico, cifra che ha reso questo autore uno dei fotografi più amati e seguiti di sempre.

Dal 16 ottobre 2019 al 15 marzo 2020 – Mudec Milano

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Le mostre del Festival della Fotografia Etica

Come di consueto, ormai da diversi anni, ad ottobre ci aspetta il Festival della Fotografia Etica a Lodi. Quest’anno ci proporranno ben 23 mostre con oltre 600 foto esposte ed il programma è quanto mai ricco.

Le sezioni proposte sono :

Spazio tematico con le mostre di Letizia Battaglia, Mariano Silletti e Terraproject, tra gli altri

Spazio approfondimento con la mostra di Monica Bulaj, Broken Songlines

Uno sguardo sul mondo, con le mostre dei fotografi AFP, Marco Zorxanello e Nick Hannes, tra gli altri

Il consueto Spazio No profit, quest’anno dedicato al vincitore della sezione dedicata del World Report Award, Giulio Piscitelli per Emergency

World Report Award che include tutti i vincitori delle varie categorie del concorso

Corporate for festival, per festeggiare i suoi 20 anni Banca Etica propone un’esposizione di immagini liberamente tratte dal proprio archivio storico

Spazio Ludesan Life, indagine sulla realtà degli immigrati nel territorio Lodigiano attraverso il potere delle immagini.

Potete comunque trovare tutto il programma del festival qua

Dal 5 al 27 ottobre – Lodi

WO | MAN RAY. Le seduzioni della fotografia

Dal 17 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia rende omaggio al grande maestro con la mostra WO | MAN RAY. Le seduzioni della fotografia che racchiuderà circa duecento fotografie, realizzate a partire dagli anni Venti fino alla morte (avvenuta nel 1976), tutte dedicate a un preciso soggetto, la donna, fonte di ispirazione primaria dell’intera sua poetica, proprio nella sua declinazione fotografica.

In mostra alcune delle immagini che hanno fatto la storia della fotografia del XX secolo e che sono entrate nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di Man Ray di reinventare non solo il linguaggio fotografico, ma anche la rappresentazione del corpo e del volto, i generi stessi del nudo e del ritratto. Attraverso i suoi rayographs, le solarizzazioni, le doppie esposizioni, il corpo femminile è sottoposto a una continua metamorfosi di forme e significati, divenendo di volta in volta forma astratta, oggetto di seduzione, memoria classica, ritratto realista, in una straordinaria – giocosa e raffinatissima – riflessione sul tempo e sui modi della rappresentazione, fotografica e non solo.

Assistenti, muse ispiratrici, complici in diversi passi di questa avventura di vita e intellettuale sono state figure come quelle di Lee Miller, Berenice Abbott, Dora Maar, con la costante, ineludibile presenza di Juliet, la compagna di una vita a cui è dedicato lo strepitoso portfolio “The Fifty Faces of Juliet” (1943-1944) dove si assiste alla sua straordinaria trasformazione in tante figure diverse, in un gioco di affetti e seduzioni, citazioni e provocazioni.

Ma queste donne sono state, a loro volta, grandi artiste, e la mostra si concentrerà anche su questo aspetto, presentando un corpus di opere, riferite in particolare agli anni Trenta e Quaranta, vale a dire quelli della loro più diretta frequentazione con Man Ray e con l’ambiente dell’avanguardia dada e surrealista parigina.

Una mostra unica, dunque, sia per la qualità delle fotografie esposte, sia per il taglio innovativo nell’accostamento insieme biografico e artistico dei protagonisti di queste vicende. Un grande repertorio di immagini a disposizione del pubblico reso possibile grazie alla collaborazione con numerose istituzioni e gallerie nazionali e internazionali dallo CSAC di Parma all’ASAC di Venezia, dal Lee Miller Archive del Sussex al Mast di Bologna alla Fondazione Marconi di Milano. Realtà che hanno contribuito, tanto con i prestiti quanto con le proprie competenze scientifiche, a rendere il più esaustiva possibile tale ricognizione su uno dei periodi più innovativi del Novecento, con autentici capolavori dell’arte fotografica come i portfoli “Electricitè” (1931) e il rarissimo “Les mannequins. Résurrection des mannequins” (1938), testimonianza unica di uno degli eventi cruciali della storia del surrealismo e delle pratiche espositive del XX secolo, l’Exposition Internationale du Surréalisme di Parigi del 1938.

Dal 17 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020-  CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Le mostre di Colorno Photo Life

Ritorna ad ottobre il festival di Colorno Photo Life, giunto alla sua decima edizione.

Numerose le mostre proposte, tra cui vi segnaliamo in particolare:

LUIGI GHIRRI – IL LABIRINTO E LA SUA MAPPA, Luoghi dispersi salvati dalla bellezza, dalle collezioni CSAC

SARA MUNARI – POLVERE

FRANCESCO COMELLO – YO SOY FIDEL

LORENZO ZOPPOLATO – LA LUCE NECESSARIA

e nella location collegata di Palazzo Pigorini a Parma

MARCO GUALAZZINI – RESILIENT

Dal 18 al 20 ottobre 2019 – Reggia di Colorno (PR)

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Gerry JohanssonAmerica so far, 1962-2018

Mettete su un disco jazz, qualcosa come Kind of Blue di Miles Davis con il sassofono contralto di Cannonball Adderley, immaginate di essere nei primi anni ’60.

E’ mattina presto e seduto su un pullman dal New Jersey a New York c’è un adolescente svedese di nome Gerry Johansson. È qui che inizia il nostro viaggio.
È prima delle fotografie quadrate che conosciamo. Con le immagini di Paul Strand in mente, un adolescente Gerry Johansson trascorre le giornate vagando per la Grande Mela e scattando foto. Frequenta il Village Camera Club e ha portato dalla Svezia un ingranditore per sviluppare e stampare in camera oscura – cosa che fa e ama fare tutt’ora, sperimentando con diverse carte per trovare sempre il supporto perfetto per ogni immagine. (Allo stesso modo, costruisce da sé anche le cornici, dipingendole in tonalità di bianco leggermente diverse per abbinarle alle stampe)

Ma ora siamo nei primi anni settanta. Nel corso del tempo, Johansson assimila il lavoro di Lee Friedlander e Garry Winogrand, cui seguono William Eggleston e Robert Adams.
Gli Stati Uniti, la musica jazz e la cultura di questo paese, avranno una grande influenza su di lui. Tornerà a vivere in Svezia, viaggiando qui comunque spesso: sarà a Chicago nel 1976, attraverserà il paese dalla costa occidentale a quella orientale nel 1983. Nel 1993 è negli stati del sud. E altre visite seguiranno nel corso degli anni, scattando immagini che verranno pubblicate in diversi libri. L’ultimo, American Winter (MACK, 2018) raccoglie fotografie realizzate negli stati centro-occidentali tra il 2017 e il 2018: Kansas, Nebraska, South Dakota, North Dakota, Montana, Wyoming e Colorado.

Per la mostra di Milano, abbiamo chiesto all’autore di ripartire dal principio e di percorrere, appunto, un lungo viaggio, presentando una selezione di 32 immagini scattate negli Stati Uniti nell’arco di quasi 60 anni. E’ un viaggio incredibile e prezioso che comprende diversi formati e persino immagini a colori; dalla street photography dei primi anni ’60 ai paesaggi quadrati dove, pur mancando le persone, la presenza umana è fortemente percepita, perché Johansson fotografa l’effetto che gli uomini hanno sull’ambiente circostante. Come dice l’autore, “Tutto quello che fotografo è creato dall’uomo“.

La fotografia di Johansson è in gran parte guidata dall’intuizione ma poi organizzata con logica e un ordine rigorosi. In genere evita di creare storie, considera ogni immagine a sé stante, individuale. Questa mostra è una sorta di eccezione, ha un certo sottofondo jazz, evidente nella selezione che scorre armoniosamente attraverso una carriera straordinaria, includendo liberamente toni diversi che fanno risuonare in noi le immagini di Lee Friedlander o Mark Steinmetz, o di Robert Adams, per arrivare a un chiaro e definito stile Gerry Johansson.

Come diceva Charles Mingus: “Rendere complicato il semplice è cosa banale; trasformare ciò che è complicato in qualcosa di semplice, incredibilmente semplice: questa è creatività“.

20 settembre – 19 ottobre 2019 – Micamera – Milano

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Tutte le immagini dormono – Kensuke Koike

La poliedrica ricerca dell’artista giapponese Kenuske Koike (Nagoya, 1980) è protagonista di una mostra personale a Palazzo Zuckermann dove verranno esposti oltre trenta lavori realizzati manipolando delle fotografie vintage di gusto vernacolare come ritratti d’epoca, cartoline di paesaggi e immagini di famiglia. Il risultato è suggestivo, e a tratti destabilizzante, perché l’autore con un intervento minimale sovverte il senso originario delle fotografie rendendole surreali, ironiche e talvolta inquietanti. Il processo dell’artista è mosso – per citare le sue parole – dalla volontà di «scoprire dove nasce l’immaginazione e quando si manifesta». L’autore, attraverso la sua ricerca, rivela come ogni immagine «nasconde la potenzialità di diventare qualcosa d’altro, basta che ci si confronti con essa. Fino a quel momento tutte le immagini dormono attendendo l’occasione per rivivere modificate».
Le opere di Kensuke Koike entreranno in dialogo con Palazzo Zuckermann – pregiato museo di arti applicate e decorative – attraverso un allestimento che sfrutta una serie di teche che usualmente contengono manufatti e documenti antichi. Il visitatore si troverà così di fronte ad un display sospeso tra passato e presente, come le opere dell’artista che conferiscono una nuova ‘vita’ e delle suggestioni contemporanee a immagini prima dimenticate in cassetti domestici e mercatini d’antiquariato.

dal 21/09 al 27/10/2019 – Palazzo Zuckermann – Padova

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OBSOLETE & DISCONTINUED: THE EXHIBITION

Il 20 settembre 2019 alle 19:00 Magazzini Fotografici dà il via ad una nuova grande stagione di mostre portando nelle sue sale Obsolete & Discontinued, un progetto che attraverso la raccolta di materiali fotografici di scarto, restituisce nuova vita alla fotografia analogica considerata obsoleta.

Nel marzo 2015 il fotografo e stampatore inglese Mike Crawford riceve in regalo da un cliente una grossa quantità di carta e film fotografici obsoleti: numerose scatole e pacchetti, la maggior parte dei quali vecchi oltre i 20-30 anni, andati da molto tempo fuori produzione. La carta fotografica ha una durata di conservazione solitamente limitata ma con grande stupore, dopo aver effettuato alcuni test, Crawford si rende conto che i risultati ottenuti sono invece incoraggianti. Le carte che sembravano inutilizzabili e degradate rispondevano bene alle tecniche di stampa moderne.

Ed è per questo motivo che decide di dare il via al progetto Obsolete&Discontinued: Crawford chiama a raccolta oltre 50 grandi nomi della fotografia e dell’arte, affinché accettassero la sfida di produrre nuovi lavori usando quella carta destinata al macero.

Tra i fotografi partecipanti:  Melanie King, Jaden Hastings, Yaz Norris, Joan Teixidor ,Angela Easterling, Peter Moseley, Tina Rowe, Helen Nias, Andrew Whittle, Brian Griffin, Robin Gillanders, Hiro Matsuoka, Gabriela Mazowiecka, Rosie Holtom, David Bruce, Andrew Firth, Borut Peterlin, Guillaume Zuili, Jim Lister, Nicola Jane Maskrey, Andy Billington, Asya Gefter, Beth Dow, Wolfgang Moersch, Anna C. Wagner and Tobias D. Kern, Andres Pantoja, Morten Kolve, Debbie Sears, Keith Taylor, Tanja Verlak, Joakim Ahnfelt, Sheila McKinney, Joachim Falck-Hansen, Laura Ellenberger, Sebnem Ugural, Anna C. Wagner, Laurie Baggett, Douglas Nicolson, Andrew Chisholm, Angela Easterling, Constanza Isaza Martinez, Molly Behagg, Mike Crawford, Claus Dieter Geissler, Ky Lewis, Myka Baum, Hannah Fletcher, Holly Shackleton, Madaleine Trigg, Brittonie Fletcher, Daniel P. Berrange, Andrej Lamut, Jacqueline Butler, Evan Thomas, Guy Paterson, Almudena Romero. Le opere riconsegnate erano state sviluppate con i processi più disparati come gelatina d’argento, litografia, collodio umido, carta negativa e diverse tecniche ibride analogiche e digitali, componendo un progetto che esalta totalmente il potenziale unico della fotografia analogica.

Dal 20 settembre al 3 novembre 2019 – Magazzini Fotografici – Napoli

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Leggere – Steve McCurry

L’esposizione presenta 70 immagini del fotografo statunitense, dedicate alla passione universale per la lettura, che ritraggono persone, còlte in ogni angolo del mondo, nell’intimo atto di leggere.

Dal 13 settembre 2019 al 6 gennaio 2020, la Sala Mostre delle Gallerie Estensi di Modena ospita la mostra Leggere di Steve McCurry, uno dei fotografi più celebrati a livello internazionale per la sua capacità d’interpretare il tempo e la società attuale.

L’esposizione, promossa dalle Galleria Estensi Modena, organizzata da Civita Mostre e Musei, curata da Biba Giacchetti, con i contributi letterari dello scrittore Roberto Cotroneo, presenta 70 immagini, dedicate alla passione universale per la lettura, realizzate dall’artista americano (Philadelphia, 1950) in quarant’anni di carriera e che comprendono la serie che egli stesso ha riunito in un volume, pubblicato come omaggio al grande fotografo ungherese André Kertész, uno dei suoi maestri.

Gli scatti ritraggono persone di tutto il mondo, assorte nell’atto intimo di leggere, còlte dall’obiettivo di McCurry che testimoniano la sua capacità di trasportarle in mondi immaginati, nei ricordi, nel presente, nel passato e nel futuro e nella mente dell’uomo.

I contesti sono i più vari, dai i luoghi di preghiera in Turchia, alle strade dei mercati in Italia, dai rumori dell’India ai silenzi dell’Asia orientale, dall’Afghanistan a Cuba, dall’Africa agli Stati Uniti. Sono immagini che documentano momenti di quiete durante i quali le persone si immergono nei libri, nei giornali, nelle riviste. Giovani o anziani, ricchi o poveri, religiosi o laici; per chiunque e dovunque c’è un momento per la lettura.

In una sorta di percorso parallelo, le fotografie sono accompagnate da una serie di brani letterari scelti da Roberto Cotroneo. Un contrappunto di parole dedicate alla lettura che affiancano gli scatti di McCurry, coinvolgendo il visitatore in un rapporto intimo e diretto con la lettura e con le immagini.

La mostra è completata dalla sezione Leggere McCurry, dedicata ai libri pubblicati a partire dal 1985 con le foto di Steve McCurry, molti dei quali tradotti in varie lingue: ne sono esposti 15, alcuni ormai introvabili, insieme ai più recenti, tra cui il volume edito da Mondadori che ha ispirato la realizzazione di questa mostra. Tutti i libri sono accompagnati dalle foto utilizzate per le copertine, che sono spesso le icone che lo hanno reso celebre in tutto il mondo.

Dal 13 settembre 2019 al 6 gennaio 2020 – Gallerie Estensi di Modena

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La battaglia di Mosul di Emanuele Satolli
Life, Still di Alessio Romenzi

Syria, Raqqa: A totally destroyed by airstrike building in front of the National Hospital. Alessio Romenzi

Rovine di cemento e colonne di fumo disegnano il paesaggio della guerra più assurda e incomprensibile che 
avremmo mai potuto immaginare: Mondo contro Stato Islamico.  
Renata Ferri

Osservare la guerra oggi significa declinare una nuova grammatica dell’atto del guardare. 
Porsi in una relazione intima tra chi guarda e il mondo guardato.
Tenere insieme la cronaca e la storia.
Francesca Mannocchi

Emanuele Satolli

Si inaugura martedì 10 settembre alle 18.30 a Forma Meravigli, Milano, la mostra Di fronte a una guerra che presenta i lavori dei due fotografi che hanno vinto le ultime edizioni del Premio Amilcare Ponchielli: “La battaglia di Mosul” di Emanuele Satolli (2017) e “Life; Still” di Alessio Romenzi (2018). L’esposizione promossa e organizzata dal GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale), a cura di Renata Ferri, è a ingresso gratuito e resterà aperta fino al 20 ottobre 2019. Forma Meravigli è una iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto. Il Premio Amilcare G. Ponchielli, riservato a fotografi italiani o residenti in Italia, è stato creato dal GRIN nel 2004 e premia ogni anno un progetto fotografico pensato per la pubblicazione su un giornale, un sito web o di un libro.

Le fotografie di Satolli e Romenzi – simili per formazione ed esperienza, differenti per scelta linguistica e formale – che hanno documentato con profonda sensibilità e grande professionalità la guerra alla brama di un assurdo califfato del terzo millennio, la guerra dell’Isis. Un conflitto che ha cambiato per sempre l’immaginario dei conflitti contemporanei, imprimendo drammaticamente nei nostri occhi scene di apocalisse cinematografica colme di echi di guerre passate.

Emanuele Satolli, vincitore dell’edizione 2017, ha ricevuto il riconoscimento per il lavoro “La battaglia di Mosul”: una straordinaria documentazione della guerra che ha visto Mosul, seconda città più popolosa dell’Iraq, cadere nelle mani dello Stato Islamico nel giugno del 2014. Due anni dopo è iniziata la battaglia dell’esercito iracheno, affiancato dai curdi pashmerga e dalle forze speciali americane, per liberarla. Un anno di guerra che si è concluso il 10 luglio 2017 con un bilancio terrificante di migliaia di vittime civili, non a caso definito il più duro conflitto urbano dalla fine della Seconda guerra mondiale. Satolli durante questo periodo ha compiuto sei viaggi, spesso embedded con le forze irachene, alcuni su commissione di testate internazionali, altri come freelance. Il suo lavoro esposto è una sintesi di questo impegno, coraggioso e paziente, che trova negli sguardi degli innocenti la denuncia dell’orrore. Si avvicina ai prigionieri, catturati ovunque e ammassati sul selciato, segue le milizie per testimoniare le deflagrazioni, fotografa i soccorsi ai feriti, la fuga delle donne con i bambini in braccio.

Alessio Romenzi ha vinto l’ultima edizione del Premio Ponchielli con il lavoro “Life, Still”. Il teatro di guerra è lo stesso o meglio, è ancora più ampio, comprende la Libia, la Siria e l’Iraq. La battaglia si è appena conclusa e il nemico, l’Isis, forse è sconfitto. Romenzi realizza questa serie tra dicembre 2018 e aprile 2019. Abbandona la sua lunga e significativa esperienza di fotoreporter per una fotografia più lenta e riflessiva. Il corpo immobile, il cavalletto, il formato panoramico a dilatare la scena, la ricerca e l’attesa per la migliore inquadratura. Il fotografo non corre più tra i sibili dei proiettili e il fragore delle granate. Nel silenzio dell’apocalisse si guarda intorno. Davanti ai suoi occhi cumuli di macerie, Mosul, Raqqa e Sirte, città fantasma in cui piccole tracce di vita si manifestano con timore: un semaforo acceso, due ragazzi sullo scooter, un negozio di vernici circondato da edifici ridotti in polvere.

Dal 10 settembre al 20 ottobre – Forma Meravigli – Milano

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Lorenzo Castore «A Beginning »

Exhibited for the first time in Paris, the series 1994-2001 | A Beginning is the first chapter of a life-story that is a hybrid between a memoir and a literary autobiography, where reality and fiction merge. This deeply personal series consists of photographs taken around the world between 1994 and 2001 and it is about a boy becoming a young man, childhood memories and brotherhood, rites of passage and discovering.

September 13 – October 26 – Galerie Folia – Paris

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Contatti e contrasti – AAVV

South Ossetia, 2008. A woman celebrating the recognition of independence by Russia. Claimed by Georgia, and de facto independent, South Ossetia, is recognized Sovereign state by Russia in the August 26th 2008, followed by Nicaragua and Venezuela.

S’intitola ‘Contatti & contrasti‘ la mostra di Maestri della fotografia edizione 2019, appuntamento che galleria Valeria Bella organizza dal 2012, a cura di Michele Bella.

Una collettiva con fotografie – tra gli altri – di Ugo Mulas, Luigi Ghirri, Carlo Orsi, Toni Thorimbert, Davide Monteleone e Guido Guidi.

dal 4 al 24 ottobre 2019 – Galleria Valeria Bella – Milano

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Viaggio, Racconto, Memoria. Ferdinando Scianna 

Non sono più sicuro, una volta lo ero, che si possa migliorare il mondo con una fotografia. Rimango convinto, però, del fatto che le cattive fotografie lo peggioranoFerdinando Scianna

La mostra ripercorre oltre 50 anni di carriera del fotografo siciliano, attraverso 180 opere in bianco e nero, divise in tre grandi temi – Viaggio, Racconto, Memoria. Per l’occasione, verrà esposta una serie d’immagini di moda che Scianna ha realizzato a Venezia come testimonianza del suo forte legame con la città lagunare.

Ferdinando Scianna ha iniziato ad appassionarsi alla fotografia negli anni sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine, la Sicilia.

Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita.

In oltre 50 anni di narrazioni, non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose – esordio della sua carriera – all’esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e con la sua modella icona Marpessa. Poi i reportage (è il primo italiano a far parte, dal 1982, dell’agenzia fotogiornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi amici, maestri del mondo dell’arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Dotato di grande autoironia, Scianna ha scelto un testo di Giorgio Manganelli per sintetizzare questa sua mostra: “Una antologia è una legittima strage, una carneficina vista con favore dalle autorità civili e religiose. Una pulita operazione di sbranare i libri che vanno per il mondo sotto il nome dell’autore per ricavarne uno stufato, un timballo, uno spezzatino…“.

Come fotografo – ha affermato lo stesso Scianna, parlando del suo lavoro – mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo“.

Dal 31/08/19 al 02/02/20 Casa dei Tre Oci – Venezia

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Le mostre di Phest

See Beyond the Sea.

“Noi siamo una grande penisola gettata nel Mediterraneo e certe volte ce ne dimentichiamo.”

Franco Cassano, Il pensiero meridiano, 1996

PhEST è fotografia, cinema, musica, arte, contaminazioni dal Mediterraneo.

Torna dal 6 settembre al 3 novembre il festival internazionale di fotografia di Monopoli, con un’edizione a tema Religioni e Miti, quanto mai ricca di spunti interessanti.

Tra gli altri, vi segnaliamo le mostre di Giulia Bianchi, Sanne De Wilde, Michela Benaglia e Alinka Echeverria, ma date un’occhiata al programma completo che trovate qua

Dal 6 settembre al 3 novembre – Monopoli (BA) Sedi Varie

Cristina Vatielli Sin Hombre

La Galleria del Cembalo propone fino al 30 novembre 2019 Sin Hombre, una mostra di fotografie di Cristina Vatielli dedicate alle vicende di due donne realmente vissute in Galizia, nel nord della Spagna, alla fine dell’Ottocento. Dopo Le donne di Picasso, Cristina Vatielli prosegue la sua personale ricerca su emblematiche figure femminili vissute a cavallo dei due secoli passati. Sin Hombre è, infatti, la prima tappa di un nuovo progetto, ampio e complesso, che vuole indagare storie di donne che nell’ombra hanno lasciato un segno nella storia. Sin Hombre è la libera ricostruzione di un amore difficile, impossibile, in un ambiente dominato da una cultura prevalentemente maschile, ispirata al libro biografico di Narciso de Gabriel, che narra le vicende di Elisa Sánchez Lorica e Marcela Gracia Ibeas che ebbero luogo in Galizia all’inizio del 1900, a La Coruña. Cristina Vatielli per rappresentare la storia adotta lo stile che più le è congeniale: la messa in scena. Sceglie Antonella, attrice di teatro e Maria, illustratrice e tarologa. La casa di un’anziana guaritrice in Abruzzo diventa l’ambiente perfetto per riprodurre il periodo in cui le donne vivevano insieme in povertà. A fare da sfondo, i paesaggi forti della Galizia, metafora del rapporto tra le protagoniste. Lavora prevalentemente in inverno, ricreando le atmosfere di una storia dura, ricca di ombre, profondamente intense. 
dal 25 settembre al 30 novembre 2019 – Galleria Del Cembalo – Roma

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Ladies – Lady Tarin

L’esposizione, curata da Denis Curti, propone 25 scatti, tra cui molti inediti, provenienti dai nuovi progetti ‘Untitled (The Fight)’ e ‘Girls Love Bar Basso’.

«Ladies è il titolo della mia mostra – afferma l’autrice -, dove attraverso le mie immagini voglio esorcizzare la sensazione della colpa che accompagna troppo spesso la vita di una donna e vorrei anche lo spettatore si astenesse dal giudizio, non attribuisse colpe, per riuscire a vedere una figura femminile sensuale e libera». 

La volontà di Lady Tarin è quella di liberare la donna da una bellezza costruita per compiacere l’uomo e quasi mai se stessa, di restituire all’eros femminile la spontaneità e la consapevolezza troppo spesso negata.

Le ragazze che Lady Tarin immortala sembrano raggiungere l’obiettivo, forse proprio perché accompagnate da uno sguardo femminile e quindi complice, in grado di coglierne e interpretare i desideri più intimi.

“In questi scatti, in particolare, ho cercato di catturare la massima espressione di libertà anche grazie alla sinergia con le “Ladies”.  Consapevolezza e spontaneità sono elementi necessari nel mio lavoro, uniti alla forte energia che si crea sul set “

11 ottobre – 10 novembre 2019 – Still Fotografia – Milano

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UBIF – Una breve indagine fotografica

Una mostra fotografica collettiva di giovani autori che racconta anche il disastro della tempesta di Vaia che ha colpito lo scorso anno le montagne del Triveneto. “UBIF – Una breve indagine fotografica” è una mostra collettiva che presenta sei progetti realizzati durante il percorso formativo curato da Alberto Sinigaglia e Teresa Piardi. Si terrà a Vicenza, presso lo Spazio Nadir, dal 18 settembre al 5 ottobre 2019. I lavori dei partecipanti sono stati realizzati durante un anno di formazione sui linguaggi della fotografia contemporanea, portando avanti una riflessione sul mezzo fotografico attraverso le sue evoluzioni storiche.
Lara Bacchiega (spazio libero cosmo), Valentina Gerolimetto (l’amar), Roberta Moras (RUZEN), Sacha Catalano (Ongoing project), Giovanni Ongaro (There is no elsewhere) e Stefano Pevarello (Sun Down) sono i fotografi che hanno lavorato sui diversi temi che saranno esposti e che vanno dalla costruzione di una “mitologia personale” attraverso la memoria alla recente tempesta di Vaia sulle montagne del Triveneto. Dal paesaggio dei luoghi balneari nel silenzio dell’inverno ai dialoghi sorprendenti di immagini apparentemente distanti fra loro, fino ad arrivare all’evocazione di quello “spazio di passaggio” che può rappresentare una casa di riposo.
Per ogni progetto è stato realizzato un libro in copie limitate; la mostra e tutti i libri saranno presentati dagli autori il 28 settembre presso lo Spazio Nadir alle ore 18.30. In quell’occasione sarà presentata la seconda edizione del percorso formativo di UBIF che inizierà il prossimo fine ottobre.

18 Settembre – 5 Ottobre 2019 – Spazio Nadir – Vicenza

Sulle mie ossa – Andrea Lombardo

La mostra Sulle mie ossa, di Andrea Lombardo, a cura di Emanuele Salvagno, verrà inaugurata sabato 21 settembre alle ore 11.00 negli spazi espositivi di Spazio Cartabianca, la mostra fa parte del circuito FuoriFestival di Photo Open Up.

La mostra, aperta al pubblico fino a sabato 26 ottobre 2019, prosegue il ciclo di mostre fotografiche per la promozione dei giovani fotografi emergenti che da sempre ha caratterizzato la proposta culturale della nostra galleria.

“Qui, dove il tempo non scorre, è ben naturale che le ossa recenti, e meno recenti e antichissime, rimangano, ugualmente presenti, dinanzi al piede del passeggero.” Carlo Levi

Nelle sue immagini, Andrea Lombardo rappresenta la società urbana contemporanea, la decontestualizza e la amplifica immergendola nel silenzio di una nostra futuribile assenza, priva di mezzi e persone in movimento, come se tutto fosse finito e di noi fosse rimasto soltanto il cemento. Le strade sopraelevate, ossatura di città stratificate, si fanno fossili silenziosi e imponenti della nostra civiltà al massimo del suo splendore, antiche e moderne campate che sostengono il tessuto urbano e sociale in un intreccio quasi morboso, nella ricerca di raggiungere sempre più velocemente luoghi lontani.
Grazie alle fotografie in mostra, come in un viaggio nel tempo riusciamo a fermarci e a contemplare ciò che di solito scorre ignorato al di là dei finestrini, una testimonianza architettonica e sociale di città a noi vicine e lontane, ma accomunate dalla stessa necessità sociale di ascendere verso l’utopia di un mondo più vicino.

Dal 21 settembre al 26 ottbre 2019 – Spazio Cartabianca – Albignasego (PD)

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Mostre per giugno

Mostre fantastiche vi aspettano a giugno. Ce n’è davvero per soddisfare ogni palato. Non perdetevele!

E qua trovate anche tutte le altre mostre in corso.

Anna

Paolo Pellegrin – Confini di Umanità

La mostra fotografica, realizzata appositamente per Pistoia – Dialoghi sull’uomo, propone sessanta scatti, in parte inediti, di uno dei fotografi più apprezzati nel panorama mondiale, grazie al suo impegno e all’innovativa estetica documentaria. Realizzate in Algeria, Egitto, Kurdistan, Palestina, Iraq e Stati Uniti, le immagini sono accompagnate da un video dello stesso Paolo Pellegrin, realizzato in America per indagare le linee razziali che ancora dividono il Paese, confini invisibili ma ancor più insormontabili di quelli fisici. Le immagini coprono un arco temporale di quasi trent’anni, sviluppando, per sottrazione e opposizione, l’impervio percorso della convivenza, ostacolata da muri, guerre, mari in tempesta e deserti, ovvero tutte le frontiere, naturali e artificiali, visibili e invisibili, che dividono, imprigionano e isolano gli esseri umani. La mostra ci conduce dunque lungo i confini dell’umanità, per mostrare lo sforzo continuo, ma necessario, alla base della convivenza. Catalogo edito da Contrasto.

dal 24 maggio al 30 giugno – Palazzo Comunale Pistoia

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David La Chapelle

La mostra è una grande monografica di David LaChapelle, uno dei più noti fotografi e registi contemporanei a livello mondiale.

I suoi soggetti sono celebrities (i fratelli Michael e Janet Jackson, Hillary Clinton e Muhammad Ali, Jeff Koons e Madonna, Uma Thurman e David Bowie…), insieme agli scatti delle sue recentissime ricerche che lo hanno portato a sviluppare una dimensione più privata e filosofica, i valori assoluti.

La religione, la sensualità e la sessualità, il passare del tempo, il rispetto per la natura: il tutto è svolto nella maniera onirica, linguaggio tipico del fotografo americano, ma che sempre fa i conti con la dimensione reale perché, al contrario delle apparenze, tutto ciò che compare in queste immagini è il frutto di una ricostruzione reale, molto lontana dalle ricostruzioni digitali.

Dal 14 giugno al 6 gennaio 2020 – Citroniera delle Scuiderie Juvarriane – Reggia di Venaria (TO)

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Giostre! Storie, immagini, giochi

Completamente dedicata alla fantasiosa iconografia delle giostre, questa mostra, sfaccettata e divertente, è anche pensosa, e vuole suscitare nel pubblico un vero e proprio effetto-giostra, tra il gioco più semplice e genuino che rimanda all’infanzia e la riflessione sulla vita, sul tempo che passa, sul mondo che gira, sul destino.

A proporla (Palazzo Roverella, dal 23 marzo al 30 giugno 2019) è la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme al Comune di Rovigo e all’ Accademia dei Concordi, per la cura di Roberta Valtorta, con la collaborazione di Mario Finazzi per il percorso riservato alla pittura.

“Il Polesine, anticipa il Presidente della Fondazione, prof. Gilberto Muraro, è da sempre terra di giostre e giostrai. Qui, e in particolare nel territorio di Bergantino, vengono realizzate giostre destinate ai parchi di divertimento e agli spettacoli viaggianti di tutto il mondo. Ed è con il Museo della Giostra e dello Spettacolo Popolare di Bergantino che questa nostra mostra idealmente si coniuga. In una unione complementare: il Museo indaga il passato di una grande tradizione. La mostra legge il tema della giostra in chiave soprattutto sociale, affidandosi a grandi fotografi e a grandi artisti che l’hanno declinato nelle loro opere”.
In mostra, infatti, vengono proposte immagini di giostre grandi e piccole, così come sono state raffigurate soprattutto in fotografia, ma anche in pittura, grafica, nei numerosissimi giocattoli, nei modellini, fino ai carillon. Presenti in mostra anche “pezzi” di antiche giostre come organi e cavalli di legno.
La struttura della giostra è stata infatti ampiamente rappresentata in mille forme di straordinari giocattoli meccanici per bambini ma anche per adulti, dalle forme articolate e varie, talvolta carillon, talvolta orologi e soprammobili, divenuti nel tempo oggetto di collezionismo.

L’ampia sezione di fotografie comprende opere di più di sessanta importanti fotografi dall’Ottocento a oggi. Tra questi, le immagini ottocentesche di Celestino Degoix e di Arnoux; quella della Parigi dell’inizio del Novecento di Eugène Atget e dei Frères Seeberger; le fotografie degli anni Quaranta-Sessanta di Henri Cartier Bresson, Mario Cattaneo, Cesare Colombo, Bruce Davidson, Robert Doisneau, Eliot Erwitt, Izis, Mario Giacomelli, Paolo Monti, Willy Ronis, Lamberto Vitali, David Seymour; per l’epoca contemporanea, le immagini di Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, John Batho, René Burri, Stefano Cerio, Raymond Depardon, Luigi Ghirri, Paolo Gioli, Guido Guidi, Jitka Hanzlovà, Guy Le Querrec, Raffaela Mariniello, Bernard Plossu, Pietro Privitera, Francesco Radino, Ferdinando Scianna.

La mostra è arricchita da una selezione di importanti opere pittoriche e da manifesti di fiere di paese e sagre popolari. Importante l’installazione dell’artista contemporanea Stephen Wilks “Donkey Roundabout” e il film di Adriano Sforza “Jodi delle giostre”, vincitore del David di Donatello 2011.

dal 23 marzo al 30 giugno 2019 – Palazzo Roverella – Rovigo

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Jessica Backhaus – A trilogy

Mutty, in collaborazione con Micamera presenta la mostra A Trilogy di Jessica Backhaus.
Una mostra che investiga i temi universali delle origini, dei desideri, dell’identità e del destino. Basandosi sulla sua storia personale, l’autrice si fa domande sull’importanza di conoscere le radici della propria esistenza e su quanto sia possibile rielaborarle.

Jessica Backhaus è nata nel 1970 a Cuxhaven, in Germania, in una famiglia di artisti. A sedici anni si  trasferisce a Parigi dove studia fotografia e comunicazione visiva. Qui nel 1992 incontra Gisèle Freund, fotografa della Magnum e grande personaggio della cultura, che diventa sua grande amica e affezionata maestra. Nel 1995, la passione per la fotografia la porta a New York, dove lavora come assistente di diversi fotografi, sviluppa i propri progetti personali e vive fino al 2009. E’ considerata una delle voci più originali nel panorama della fotografia contemporanea.

Gli ultimi due libri di Jessica Backhaus segnano due momenti fondamentali nella carriera dell’autrice. Six Degrees of Freedom è l’espressione della ricerca delle proprie radici. Dopo il rientro in Europa dagli Stati Uniti, Backhaus decide di scoprire l’identità del padre biologico. Ne ha origine un lavoro particolarmente intenso: l’uso del colore carico di sentimenti, tipico di tutta la sua produzione, vero e proprio segno distintivo, assume qui una valenza particolarmente drammatica, seguendo l’autrice nel percorso di ricostruzione delle proprie origini.

Avviene in questo lavoro un passaggio fondamentale: Backhaus (che usa solo luce naturale) inizia a intervenire spostando gli oggetti nello spazio. Ricollocando gli oggetti, sembra voler riprendere in mano il proprio destino.

E’ l’inizio di una trasformazione che A Trilogy conferma, procedendo verso una sempre maggiore astrazione. Il volume contiene tre serie differenti: Beyond Blue, Shifting Clouds e New Horizon che saranno in mostra nello spazio espositivo di Mutty.

L’artista sarà presente all’inaugurazione della mostra venerdì 24 maggio alle ore 19.30 

25 maggio – 21 giugno – Mutty – Castiglione delle Stiviere (MN)

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Roger Ballen – The Body, the Mind, the Space

In occasione di Milano Photoweek la Fondazione Sozzani dedica una grande mostra alla fotografia di Roger Ballen, uno tra i fotografi contemporanei più originali che indaga l’invisibile. Roger Ballen sarà presente all’inaugurazione della sua mostra

dal 9 giugno 2019 al 8 settembre 2019 – Fondazione Sozzani – Milano

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EVE ARNOLD. Tutto sulle donne – All about women

USA. New York. American actress Marlene DIETRICH at Columbia records’s studios. Part of a sequence showing Marlene Dietrich during a recording session when she was 51 years old, with her famous World War II songs including Lilli Marlene. 1952 Images for use only in connection with direct publicity for the exhibition “Women” by Eve Arnold presented at Abano Terme, Italy, from May 17th to December 8th 2019.

Che si tratti delle donne afroamericane del ghetto di Harlem, dell’iconica Marylin Monroe, di Marlene Dietrich o delle donne nell’Afghanistan del 1969, poco cambia. L’intensità e la potenza espressiva degli scatti di Eve Arnold raggiungono sempre livelli di straordinarietà. La fotografa americana ha sempre messo la sua sensibilità femminile al servizio di un mestiere troppo a lungo precluso alle donne e al quale ha saputo dare un valore aggiunto del tutto personale.

A questa intensa interprete dell’arte della fotografia, la Casa-Museo Villa Bassi, nel cuore di Abano Terme, dedica un’a ampia retrospettiva, interamente centrata sui suoi celebri ed originali ritratti femminili. Quella proposta in Villa Bassi dal Comune di Abano Terme e da Suasez, con la curatela di Marco Minuz, è la prima retrospettiva italiana su questo tema dedicata alla grande fotografa statunitense.

Eve Arnold, nata Cohen, figlia di un rabbino emigrato dalla Russia in America, contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna ad essere entrata a far parte della Magnum. Furono infatti loro due le prime fotografe ad essere ammesse a pieno titolo nell’agenzia parigina fondata da Robert Capa nel 1947. Un’agenzia prima di loro, riservata a solo grandi fotografi uomini come Henri Cartier Bresson o Werner Bischof.

Ed è un caso fortunato che le due prime donne di Magnum siano protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia entrambe promosse per iniziativa di Suazes: la Morath a Treviso, in Casa dei Carraresi, e ora la Arnold ad Abano Terme in questa mostra.

A chiamare Eve Arnold In Magnum fu, nel 1951, Henri Cartier -Bresson, colpito dagli scatti newyorkesi della fotografa. Erano le immagini di sfilate nel quartiere afroamericano di Harlem, a New York. Quelle stesse immagini rifiutate in America per essere troppo “scandalose”, vennero pubblicate dalla rivista inglese Picture Post.

Nel 1952 insieme alla famiglia Eve Arnold si trasferisce a Long Island, dove realizza uno dei reportage più toccanti della sua carriera: “A baby’s first five minutes”, raccontando i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson. Nel 1956 si reca con un amica psicologa ad Haiti per documentare i segreti delle pratiche Woodoo.

Chiamata a sostituire il fotografo Ernst Haas per un reportage su Marlene Dietrich, inizia la frequentazione con le celebreties di Hollywood e con lo star system americano. Nel 1950 l’incontro con Marylin Monroe, inizio di un profondo sodalizio che fu interrotto solo dalla morte dell’attrice. Per il suo obiettivo Joan Crawford svela i segreti della sua magica bellezza. Nel 1960 documenta le riprese del celebre film ”The Misfits”, “Gli spostati”, con Marylin Monroe e Clark Gable, alla regia John Houston e alla sceneggiatura il marito dell’epoca di Marylin Arthur Miller.

Trasferitasi a Londra nel 1962, Eve Arnold continua a lavorare con e per le stelle del cinema, ma si dedica anche ai reportage di viaggio: in molti Paesi del Medio ed Estremo Oriente tra cui Afghanistan, Cina e Mongolia.

Fra il 1969 e il 1971 realizza il progetto “Dietro al velo”, che diventa anche un documentario, testimonianza della condizione della donna in Medio Oriente.

«Paradossalmente penso che il fotografo debba essere un dilettante nel cuore, qualcuno che ama il mestiere. Deve avere una costituzione sana, uno stomaco forte, una volontà distinta, riflessi pronti e un senso di avventura. Ed essere pronto a correre dei rischi.» Così Eve Arnold definisce la figura del fotografo. Benché il suo lavoro sia testimonianza di una lotta per uscire dalla definizione limitante di “fotografa donna”, la sua fortuna fu proprio quella capacità di farsi interprete della femminilità, come “donna fra le donne”.

17 Maggio 2019 – 08 Dicembre 2019 – Abano Terme (Pd), Casa Museo Villa Bassi

MAGNUM’S FIRST. LA PRIMA MOSTRA DI MAGNUM

La mostra Gesicht der Zeit (Il volto del tempo) venne presentata tra il giugno 1955 e il febbraio 1956 in cinque città austriache ed è la prima mostra indipendente organizzata dal gruppo Magnum. Se ne era persa completamente la memoria sino al 2006, quando nella cantina dell’Istituto Francese di Innsbruck vennero ritrovate due vecchie casse, contenenti i pannelli colorati della mostra su cui erano montate ottantatre fotografie in bianco e nero di alcuni  fotografi della Magnum, insieme al testo di presentazione, ai cartellini con i nomi dei fotografi, alla locandina originale e alle istruzioni dattiloscritte per il montaggio della mostra stessa.
I responsabili di Magnum Photos, prontamente avvisati del ritrovamento, si sono immediatamente resi conto dell’eccezionalità della scoperta. Si trattava di una rassegna collettiva ordinata e omogenea di otto tra i più grandi maestri del fotogiornalismo. Gli autori delle foto erano tra i più celebri fotoreporter dell’agenzia: Robert Capa, Marc Riboud, Werner Bischof, Henri Cartier-Bresson, Erns Haas, Erich Lessing, Jean Marquis e Inge Morath.
Gli scatti fotografici sono stati sottoposti ad un intervento di pulitura e tutti i materiali originali sono stati restaurati. Dopo oltre cinquant’anni la prima mostra Magnum è tornata così visibile al pubblico ed è stato possibile ricostruirne la storia.

Probabilmente la mostra fu organizzata dopo che il gruppo Magnum, nel maggio 1955, aveva preso parte alla Biennale Photo Cinéma Optique al Grand Palais a Parigi, che aveva suscitato un notevole gradimento. Dopo quel primo successo, l’agenzia decise di collaborare con l’Università di Parigi per organizzare una mostra indipendente. Nacque forse così l’idea di Gesichte der Zeit (Il volto del tempo).
La mostra divenne itinerante: dopo la prima tappa tenutasi all’Istituto Francese di Innsbruck si è spostata a Vienna, a Bregenz e poi a Graz. Tappa finale è stata probabilmente la Neue Galerie a Linz. Da qui le foto della mostra sono state restituite a Innsbruck nel febbraio del 1956, forse in vista di una tappa ulteriore, ma li sono rimaste sino al ritrovamento nel 2006.

Insieme all’esposizione di Werner Bischof presso la Galleria St. Annahof di Zurigo del 1953 e a quella dei fotografi Magnum alla fiera Photokina di Colonia del 1956, delle quali nulla è rimasto, la mostra Gesichte der Zeit (Il volto del tempo) è la prova che, sin dall’inizio, la Magnum era diversa dalle altre agenzie fotografiche. Con il fitto programma di mostre ed eventi, la Magnum mostrò infatti chiaro l’intento di difendere sia il valore della foto come documento sia il valore artistico degli scatti dei fotografi dell’agenzia.

Dal ritrovamento del 2006 la rassegna, con il titolo Magnum’s First, è stata allestita in diverse città europee, e viene anche oggi riproposta qui nel suo allestimento originario.

L’esposizione è realizzata in collaborazione con Magnum Photos, col patrocinio del Comune di Milano e il sostegno di Rinascente.

08-05-2019/ 06-10-2019 – Museo Diocesano – MIlano

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13 STORIE DALLA STRADA

Una mostra che risveglia le coscienze e fa riflettere: questo è il proposito di 13 storie dalla strada. Fotografi senza fissa dimora, visitabile dal 28 maggio fino al 1 settembre alle Gallerie d’Italia di Milano.

Un viaggio dalla periferia al cuore della città

Tutto nasce dai workshop di fotografia per senzatetto organizzati dalla onlus Ri-scatti in collaborazione con Fondazione Cariplo: tra di loro c’era chi teneva in mano la macchina fotografica per la prima volta e chi, dopo tanto tempo, ritornava a usarla, ne ritrovava i segreti e la potenza espressiva.

Il passo successivo è stato chiedere ai fotografi che avevano partecipato ai workshop di documentare la realtà di Fondazione Cariplo – un patrimonio di persone e di progetti in continua evoluzione – e di affidare a loro il racconto della propria identità.

Puoi vederne i risultati nel nostro museo di Milano: 52 immagini inedite scelte tra i 9.800 scatti che i 13 autori hanno realizzato nel corso di un anno, fotografando 13 progetti scelti fra i 1.500 che Fondazione Cariplo porta avanti ogni anno (la comunità allegra di un orto urbano, il volo di un acrobata, un appartamento dove vivono ragazzi disabili, il volto di una scienziata).

Qualcuno dei fotografi senza fissa dimora è arrivato fino alla fine di questo percorso, qualcuno si è perso per strada, lasciandoci solo le sue immagini: è stato un percorso emozionante che ha incrociato fragilità e speranze, paure e orizzonti.

Una prospettiva che ha unito l’atto del raccontare a quello del raccontarsi: oltre alle immagini saranno proiettate nella mostra le video-interviste ai fotografi. Una testimonianza che illumina le vite di persone che ogni giorno attraversano l’anima periferica, fragile, marginale di Milano. Vincendo la loro ritrosia, i 13 protagonisti hanno accettato di svelare chi sono, dove trascorrono la giornata, dove mangiano, come si lavano, chi hanno perso per strada, quali luoghi chiamano casa, che cosa desiderano e che cosa hanno ritrovato osservando il mondo con la macchina fotografica.

Dal 28 maggio fino al 1 settembre 2019 – Gallerie d’Italia – Milano

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Chris Steele-Perkins – Japan

Il 14 giugno 2019 alle h19:00 il fotografo Magnum Photos Chris Steele-Perkins presenta a Magazzini Fotografici il suo progetto _JAPAN_ Una mostra a cura di Laura Noble, direttrice della L A Noble Gallery.

Il forte legame che il fotografo Chris Steele-Perkins ha con il Giappone è nato molti anni fa e si è consolidato con le sue 48 visite al paese. In questi suoi numerosi viaggi si sono susseguite esperienze ed avvenimenti di varia natura, tra cui il tragico tsunami del Tōhoku del 2011.

Il Giappone è un luogo di contraddizione, molto legato alle antiche tradizioni ma allo stesso tempo artefice costante di nuove tendenze, che vanno dalla moda alla tecnologia, adottate da tutto il paese con un entusiasmo sfrenato.

Per noi occidentali le usanze giapponesi risultano essere completamente estranee al nostro modo di vivere e di conseguenza assumono un fascino particolare.

Le città e le comunità rurali regalano al paese atmosfere e ambienti completamente diversi tra loro. Le luci al neon sempre accese di Tokyo sono vivaci e sorprendenti ma nel frastuono della città, la silenziosa maestà del Monte Fuji appare sempre presente, immobile e senza tempo.

Steele-Perkins, con il suo progetto Japan, celebra questa deliziosa combinazione di bello e bizzarro e racconta i molti strati di una cultura ricca di tradizione e nuove tendenze.

Abitudini, sport, modi di vestire diversi si alternano tra la radicata cultura conservatrice e il moderno culto della stravaganza. Questo strano e particolare equilibrio ci permette di godere della peculiare natura di una nazione molto diversa dall’Occidente e della sua immensa ricchezza culturale.

Dal 14 giugno al 13 luglio – Magazzini Fotografici – Napoli

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Tommaso Clavarino – Confiteor

A partire dal 2004 più di 3.500 casi di abusi su minori commessi da preti e membri della Chiesa sono stati riportati al Vaticano. Nel 2014 un report delle Nazioni Unite ha accusato il Vaticano di adottare sistematicamente azioni che hanno permesso a preti e membri della Chiesa di abusare e molestare migliaia di bambini in tutto il mondo.

Centinaia di casi sono stati registrati, e continuano ad essere registrati, in Italia, dove l’influenza del Vaticano è più forte che altrove, e pervade vari livelli della società.

Spesso gli abusi cadono nel silenzio, i casi vengono nascosti, le vittime hanno paura di far sentire la loro voce. Hanno paura della reazione delle persone, dei loro cari, dei loro amici, delle comunità nelle quali vivono. Le vittime sono barricate in un silenzio agonizzante, non vogliono far sapere nulla delle violenze subite.

Costrette a vivere con un peso che si porteranno dietro tutta la vita, incapaci di dimenticare il passato.

Le ferite sono profonde, le memorie pesanti, i silenzi assordanti.

“Confiteor (Io Confesso)” è un viaggio di due anni in queste memorie, in queste ferite, in questi silenzi.

Dal 24 maggio al 14 giugno – Officine Fotografiche Roma

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Mussolinia or how Sicilians cheated Fascism – Filippo M. Nicoletti

How Sicilians cheated Fascism
«Mussolinia non esistiva. O meglio, esistiva ma in fotografia» (Andrea Camilleri, Privo di Titolo).

Mussolinia è il progetto di una città che doveva nascere nei pressi di Caltagirone, ma che non venne mai realizzata se non tramite fotomontaggio per ingannare il Duce. Photo book e mostra di Filippo M. Nicoletti, a cura di Laura Davì.

Inauguriamo la mostra MUSSOLINIA or How Sicilians cheated Fascism e celebriamo la Festa della Repubblica italiana con un confronto fra giovani generazioni su immagini e parole. Filippo M. Nicoletti, con un lavoro molto attuale, rimette in discussione il concetto di fake news in relazione a un passato collettivo recente. L’inaugurazione di Mussolinia è fissata per domenica 2 giugno dalle 11.30 alle 13.00, quando è previsto un confronto tra giovani generazioni su un passato che non passa, sulle fake news e sul ruolo delle immagini piegate a usi utilitaristici secondo convenienza; dialogano con l’autore Filippo M. Nicoletti, Irene Guandalini, curatrice indipendente esperta di fotografia e immaginari contemporanei, e Simone Pisano di Lapsus – Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo. Modera la curatrice Laura Davì. 

dal 3 al 9 giugno – SGallery – Milano

ZAKHEM | FERITE | WOUNDS. LA GUERRA A CASA | WHEN WAR COMES HOME

In occasione del suo venticinquesimo compleanno, EMERGENCY organizza ‘Zakhem|Ferite|Wounds. La guerra a casa|When war comes home’, una mostra fotografica di Giulio Piscitelli, realizzata da EMERGENCY con il supporto di Contrasto.

Piscitelli (Napoli, 1981), che ha visitato i nostri Centri chirurgici per vittime di guerra a Kabul e Lashkar-gah, ha dato a quelle vittime un volto e un nome, ha scoperto le loro storie. Storie che parlano di una violenza che irrompe nella vita quotidiana, senza preavviso. Storie che mostrano la ferita – zakhem, si dice in dari – provocata dalla guerra.

Le ferite fisiche causate dai proiettili e dalle schegge sono al centro del racconto fotografico, ma si vedono anche le ferite più profonde, quelle psicologiche. I dittici di Giulio Piscitelli mostrano la forza del popolo afgano e trasportano i soggetti in un mondo quasi irreale, illuminato, in una fissità senza tempo né spazio, nella verità della guerra di sempre e ovunque. Il suo lavoro ha reso queste ferite comprensibili, semplici, potenti ed eloquenti.

La mostra sarà inaugurata mercoledì 15 maggio alle ore 19.00, con una conversazione tra Giulio Piscitelli, fotografo, Gino Strada, fondatore di Emergency, Rossella Miccio, Presidente di Emergency e Giulia Tonari, curatrice della mostra e direttrice Contrasto. L’evento sarà moderato da Fabrizio Foschini, analista Afghanistan Analyst Network.

Dal 16 maggio al 9 giugno – Casa Emergency – Milano

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Irene Kung. Monumenti

Irene Kung. Monumenti – CAMERA

Nella Project Room di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, verrà inaugurata giovedì 30 maggio, alle ore 18.00, la mostra personale di Irene Kung (Berna, 1958) intitolata Monumenti, curata dal direttore dell’istituto torinese, Walter Guadagnini.

A partire dalla giustapposizione di immagini appartenenti a due serie fotografiche precedenti, Le città invisibili (2012) e Trees (2014), Kung compie una selezione visiva che ricompone un’indagine al tempo stesso introspettiva e sociale sul paesaggio, sia esso urbano, archeologico o naturale. Tali elementi sono per l’autrice svizzera come fondamenti puri della visione che, spogliati dal disturbo visivo generato dalle forme di progresso e dall’incuria umana, si presentano allo spettatore come ritratti aulici che emergono dall’oscurità. Nelle diciotto opere di grande formato esposte in questa occasione, alberi, antiche rovine e architetture contemporanee assumono un carattere salvifico, diventano monumenti contemporanei che – grazie al potere dell’estetica e alla forza dell’immagine – annullano il tempo e ordinano il caos con la loro armonia costruttiva.

Formatasi in ambito pittorico, Kung ha adottato la fotografia come medium privilegiato della propria produzione artistica da circa un decennio, sfruttando la sua formazione non solo per impreziosire la componente lirica ed emotiva della sua ricerca artistica, ma anche quella gestuale ed istintiva.  L’essenzialità delle inquadrature e la capacità di far emergere i suoi soggetti dall’oscurità, infatti, esprimono una vicinanza stilistica e concettuale al Rinascimento pittorico italiano: i suoi lavori evidenziano il desiderio razionale di individuare nuove strade possibili per un futuro sostenibile e la rinnovata attenzione all’equilibrio tra umano e naturale. Allo stesso tempo le composizioni di Kung evidenziano per contrasto l’ambiguità dell’urbanizzazione e della negligenza umana, facendo emergere dalla bellezza una sottile inquietudine. Descrivere la sofferenza attraverso una rappresentazione raffinata e onirica è – dichiara la Kung – un tentativo di generare un nuovo significato a partire dalle percezioni di un’esperienza emotiva, è un’astrazione che mi conduce dalle zone più in ombra alla dimensione meditativa, fino agli spazi inconsci dell’anima.

30 maggio – 28 luglio 2019 – CAMERA Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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L’ARIA DEL TEMPO – Massimo Sestini

Inaugura martedì 7 maggio 2019 alle 18.30 la mostra di Massimo Sestini “L’aria del tempo” presso Forma Meravigli a Milano. In contemporanea sarà presentato il libro a cui la mostra si ispira, edito da Contrasto. L’esposizione, a cura di Alessandra Mauro, resterà aperta fino al 4 agosto. 

Come fotogiornalista tra i più importanti e apprezzati del nostro paese, Massimo Sestini è in grado di realizzare sensazionali scoop da prima pagina. In tanti anni di lavoro Sestini ha puntato molte volte l’obiettivo sulla nostra penisola e, col tempo, ha realizzato un preciso e appassionato itinerario alla scoperta del nostro paese.  A Forma Meravigli saranno esposte circa 40 fotografie di grande e medio formato, che l’autore ha realizzato immortalando l’Italia in modo inusuale e accattivante. Dall’alto. 

Fatti di cronaca, bellezze naturali, drammi, avvenimenti politici, tragedie e momenti di svago: è riuscito a raccontare tutto con la sua macchina fotografica e tutto con un punto di vista nuovo e diverso.

Le immagini in mostra, alcune di grande formato, permettono di vivere e di sentire le visioni aeree ed eteree dei luoghi che l’autore ci propone. Sempre alla ricerca della “foto diversa”, nel corso degli anni Sestini ha perfezionato il suo metodo fino alla ripresa perpendicolare che gli permette di ottenere un impatto dimensionale amplificato. Con la visione zenitale il fotografo gioca nel capovolgere le nostre percezioni visive, fa navigare la Concordia spiaggiata, ribalta cielo e terra inseguendo un Eurofighter, osa nelle proiezioni delle ombre animate. 

Dall’alto di un elicottero o di un aereo, attraverso la visione completa di un fatto di cronaca (il barcone dei migranti fotografato dal cielo: un’immagine che ha fatto storia e ha vinto numerosi premi come il prestigioso World Press Photo, o ancora l’affondamento della Costa Concordia all’isola del Giglio), di una consuetudine (il ferragosto sulla spiaggia di Ostia), di un dramma naturale (il terremoto del Centro-Italia), di avvenimenti storici e culturali (dalla strage di Capaci al funerale del Papa), nelle immagini di Sestini l’Italia svela in un modo unico le sue bellezze, le sue fragilità, la sua grandiosa complessità.

Nato a Prato nel 1963, Massimo Sestini è considerato tra i migliori fotoreporter italiani. I primi scoop arrivano a metà anni Ottanta, da Licio Gelli ripreso a Ginevra mentre è portato in carcere, all’attentato al Rapido 904 nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. Sarà il solo a riprendere il primo, clamoroso, bikini di Lady D; ma sarà anche testimone della tragedia della Moby Prince, e autore delle foto dall’alto degli attentati a Falcone e a Borsellino. Nel 2014 è testimone delle operazioni di salvataggio “Mare Nostrum”, al largo delle coste libiche. Dopo dodici giorni di tempesta, riesce a riprendere dall’elicottero un barcone di migranti tratto in salvo. La foto vince il WPP nel 2015, nella sezione General News.

Dall’8 maggio al 4 agosto – Forma Meravigli – Milano

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Gian Paolo Barbieri – POLAROIDS AND MORE

Dal 10 maggio al 27 luglio 2019, 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano (Via San Vittore 13) presenta in prima assoluta la più vasta retrospettiva sulla fotografia istantanea di Gian Paolo Barbieri intitolata “Polaroids and more”, a pochi mesi dal premio ricevuto ai Lucie Awards 2018 di New York come miglior Fotografo di Moda Internazionale.

La mostra, curata da Giovanni Pelloso, riunisce una selezione di oltre 120 Polaroid inedite e traccia per la prima volta l’uso della fotografia istantanea di Gian Paolo Barbieri negli ultimi trent’anni; un percorso articolato che abbraccia i ritratti e gli studi di figura, la moda e i suoi protagonisti, svelandone i segreti e i retroscena.
Per quanto aderente alla realtà possa essere, la fotografia di moda per Barbieri è scenario, spettacolo, teatro, bellezza, metafora e realtà.
Al centro di questa scena, animata spesso da una ludica e irriverente ironia, c’è la donna. Non mitizzata, la sua immagine rispecchia la profonda convinzione dell’autore che il mistero dell’universo femminile non debba mai essere completamente rivelato.
In questo atteggiamento vi sono il rispetto e l’ammirazione per l’eterna e, nello stesso tempo, mutevole bellezza, ma anche la consapevolezza della ricchezza della sua personalità e delle sue innumerevoli metamorfosi.
Le immagini risultano fantastiche e magiche, oniriche e ludiche, ironiche e teatrali.
Sono istantanee seducenti. La superficie bidimensionale della stampa fotografica diventa, grazie alla sensibilità del fotografo milanese, un “oggetto di fascino”, uno stimolante invito all’immaginazione e alla fantasia, un territorio che cattura lo sguardo e che richiama il lettore a decifrarne i misteri.

Le Polaroid di Gian Paolo Barbieri non solo raccontano il making of della fotografia di moda per le più grandi maison di sempre, ma lasciano trasparire sguardi intimistici rivolti a soggetti diversi, dalla più iconica top model all’autoctono polinesiano. Un secondo corpo di opere è dedicato, infatti, agli indigeni colti nel loro habitat naturale, a nudi audaci concepiti spesso come lavori preparatori, e ai fiori, grande passione dell’artista.

Molte di queste piccole icone trasferiscono tenerezza e vulnerabilità, altre, durezza e immediatezza. A differenza delle immagini rigorosamente ideate e concepite in studio e per le quali Barbieri è diventato famoso nel mondo, queste disarmanti fotografie sono contrassegnate dalla spontaneità e dall’invenzione, offrendo nell’insieme un’inedita visione della sua straordinaria carriera.

Un’altra anteprima assoluta in mostra sarà una selezione di nuovi lavori ispirati all’opera di William Shakespeare, a cui Barbieri lavora da circa tre anni, nel quarto centenario della sua scomparsa: «Come mi è sempre piaciuto fare – ricorda l’autore – attingo dal passato per guardare al futuro».

Dal 10 maggio al 27 luglio 2019 – 29 ARTS IN PROGRESS gallery – Milano

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LA PRESUNZIONE DELLO SGUARDO – UMBERTO VERDOLIVA

Luigi Ghirri ci ricorda che il non vedere nitidamente crea una incertezza e distrugge ogni presunzione dello sguardo. Un vetro, una superficie opaca trasparente, un velo, le ombre chiuse, offrono anche la possibilità di non vedere, ed è grazie a questo diaframma che l’occhio può ritrovare quella veggenza negata dall’eccesso di visibilità. Uno schermo trasparente che separa creando dubbi così come i volti nascosti nella oscurità delle ombre, possono restituire senso alle immagini con il vantaggio di alludere ed illudere lasciando immaginare. Le fotografie esposte portano con sé tale ricerca. L’intento è quello di far soffermare l’osservatore sul mistero e sul fascino ambiguo che le immagini trasmettono già al primo sguardo, suggerendo, attraverso una stratificazione visuale, una sorte di incanto.

Dal 18 maggio al 7 giugno – Spazio Raw – Milano

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J’AI PLUS DE SOUVENIRS QUE SI J’AVAIS MILLE ANS – Pietro Baroni

La Mostra Fotografica “J’AI PLUS DE SOUVENIRS QUE SI J’AVAIS MILLE ANS” di Pietro Baroni, dopo essere stata a New York, Firenze e Bologna, viene presentata da Leica Camera Italia per la prima volta anche a Roma.

Emozioni, pensieri e desideri nascosti di persone comuni messe a nudo davanti all’obiettivo.

“Ho dentro più ricordi che se avessi mille anni” scrisse Baudelaire né “I Fiori del Male”. Il titolo della mostra vuole indicare che nella vita si provano emozioni così intense, che ci sembra di aver vissuto più della nostra vera età.

Grazie a questa ispirazione, Baroni è riuscito a far emergere i pensieri inconfessabili, le paure e le insicurezze più profonde che ci portiamo dentro tutti i giorni, senza rendercene conto. Tutti abbiamo paure e insicurezze che non abbiamo voglia che gli altri vedano. O che ci piacerebbe possano vedere per poter essere aiutati. Sono così profondamente intime che non sono visibili al mondo esterno. Ma ce le portiamo dietro tutti i giorni, addosso, sulla pelle.

Con questo lavoro Pietro Baroni ha reso leggibile ciò che ci è tatuato addosso ma che solitamente non viene visto. Ha chiesto alle persone che ha ritratto di entrare in empatia con queste paure, insicurezze e pensieri per catturarli in un instante.

Con questo lavoro Baroni ha vinto numerosi premi e menzioni internazionali tra cui si segnalano IPOTY – International Photographer of the Year, PX3 Prix de la Photographie Paris, Black&White International Award Rome, MonoVision Photography Awards. Lens Culture lo ha eletto nel 2017 come Emerging Photographer of the Year premiando questo progetto.

Dal 5 giugno al 7 luglio – Leica Store Roma

London Street Photography

In esposizione una collezione di immagini, inedite in Italia, opera di giovani street photographer internazionali selezionati nel 2018 nell’ambito dell’importante rassegna londinese.
In collaborazione con Camera Work London.
La mostra resterà aperta fino al 19 giugno e sarà visitabile durante gli eventi del calendario di Spazio Lomellini 17, il mercoledì alle ore 18 su prenotazione a lasettimanale@gmail.com e per gruppi di almeno 10 persone in orario da definirsi su prenotazione a lasettimanale@gmail.com

Dal 30 maggio al 19 giugno 2019 – Spazio Lomellini 17, Genova

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NOTTURNO PIÙ

C’è chi vede il notturno nella cometa di Giotto, o chi ne la Liberazione di San Pietro di Raffaello, oppure chi quasi in tutta l’opera di Tintoretto, o anche nei Due uomini che contemplano la luna di David Caspar Friedrich o poeticamente in Alla Luna di Giacomo Leopardi, quando non nella cromia blu dorata di Whistler, oppure chi nelle stelle solari di Van Gogh, o nelle opere dei futuristi Balla e Boccioni. Potremmo andare ancora avanti e indietro dall’alba al tramonto e da lì nella notte di nuovo verso l’alba nello stendere la lista delle opere d’arte che hanno come soggetto o ambientazione la notte dall’alba dell’umanità a oggi. Certamente la notte è stata molto corteggiata dai romantici, epoca in cui nasce il notturno (nocturne en français), come opera per prima musicale, una forma di musica libera, dolce e moderata che si riallacciava alla serenata: Chopin ne scrisse 21, Beetohoven ci allieta con la sonata Chiaro di luna, anche Satie e Debussy non si sottrassero all’impresa. Ma anche la letteratura non si è fatta mancare la notte e il notturno come Theodor Amadeus Hoffmann oppure ancora Leopardi con il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e, per chi non lo sa, l’invito della presente mostra Notturno Più è mutuato dalla prima copertina del libro Notturno una raccolta di pizzini intimistici scritti a mano con gli occhi bendati a causa di ferite dal Vate Gabriele D’Annunzio. È in questa grafica evocativa che abbiamo inscritto informazioni e nomi degli artisti della mostra Notturno Più. Sono sulle cui opere poter tornare con l’immaginazione e il ricordo nella notte, in quello spazio tempo di confine in cui l’immaginazione si allarga confidenzialmente con le poetiche di Mario Airò, Atelier Biagetti, Laura Baldassari, Bertozzi & Casoni, Michel Courtemanche, Meriella Bettineschi, Tommaso Binga, Stefano Cerio, CTRL ZAK, Eteri Chkadua, Jan Fabre, Patrick Jacobs, Ugo La Pietra, Lorenzo Marini, Maria Teresa Meloni, Alessandro Mendini, Aldo Mondino, Francesca Montinaro. Fabio Novembre, Maurizio Orrico, OVO, Paola Pivi, Sarah Revoltella, Jonathan Rider, Andrea Salvatori, Denis Santachiara, Federico Solmi, Giuseppe Stampone, Patrick Tuttofuoco, Vedovamazzei, Alice Visentin.

Ma il nostro non è solo notturno è Notturno Più, in quanto la notte e il notturno sono intesi anche nella forma del Blues e del Jazz; non soltanto perché musica dell’anima, ma per la possibilità di jam session che offre soprattutto la seconda. Dunque, si tratta di una mostra che è di forma libera e dolcemente moderata, intesa come uno spartito musicale e allestita in modalità di scrittura di scena come amava dire Carmelo Bene. Una scrittura – mostra in cui  ogni artista entra ed è mostrato con la sua e per la sua opera differente e diversa per componimento di una visione collettivamente diversificata con le proprie poetiche uniche  e complesse come quelle originarie di Mario Airò,  del lusso ospitale dell’Atelier Biagetti, o i ritratti dalla fisiognomica nascosta della pittura lisergica di Laura Baldassari, il realismo ceramico di Bertozzi & Casoni, l’abilità plastica di Michel Courtemanche, il doppio sguardo femminile di Mariella Bettineschi, l’alfabeto femminista di Tomaso Binga, i non luoghi fotografici di Stefano Cerio, il progetto rovesciato di CTRL ZAK, la pittura testimonianza dei miti e della quotidianità della Georgia di Eteri Chkadua, la malinconica metamorfica ora blu di Jan Fabre, i minuziosi e silenti diorami  lillipuziani di Patrick Jacobs, le critiche riflessioni architettoniche paesaggistiche di Ugo La Pietra, gli alfabeti cromaticamente e futuristicamente mobili di Lorenzo Marini, i dettagliati e studiati all’antica ritratti fotografici di Maria Teresa Meloni, i segni-decoro astratto-futuristi di Alessandro Mendini, le illuminanti ironiche sculture di Aldo Mondino, le piante in vaso che nascondono sculture di ambienti migranti di Francesca Montinaro. La progettualità tirata verso l’inutile di Fabio Novembre, i dipinti astratto-informali di Maurizio Orrico, il progetto precariamente cartonato di OVO, l’energia espansivamente segnica di Paola Pivi, i ritratti scultorei delle famiglie polarizzate di Sarah Revoltella, le discrete e quasi invisibili sculture ambientali di Jonathan Rider, i vasi cosmici di Andrea Salvatori, il progetto animato-figurato di Denis Santachiara, le esuberanti, chiassose e ironiche opere di Federico Solmi,  i disegni responsabilmente etici di Giuseppe Stampone, la rilettura dei codici visivi quotidiani alla luce della multidisciplinarità di Patrick Tuttofuoco, gli ironici e strafottenti paesaggi di Vedovamazzei,  le pitture giocosamente sciamaniche di  Alice Visentin.

Con queste diversità di trentuno artisti la mostra è una coralità espressiva di poetiche, tecniche, materiali che formano quel Notturno Più, dove quel più che non è più solo quello della notte, ma del giorno e della notte insieme che, come la nostra vita, non possono essere più solo solitari, anche perché questo è un group show, una pratica espositiva in cui bisogna essere almeno in due, l’uno e l’altro, per dirsi tale, iniziando quella comunità dell’arte che qui conta 31 altri, 31 artisti dalle innumerevoli opere a noi, come a loro, necessarie sia di giorno che di notte da trovare nel Notturno Più.

8 Maggio-15 Giugno 2019 – THE POOL NYC a PALAZZO CESARI MARCHESI – Venezia

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Milano – Arte Pubblica – Matteo Cirenei

Inaugura martedì 4 giugno 2019 alla Galleria Anna Maria Consadori la mostra “Milano – Arte Pubblica” inserita all’interno della terza edizione di Milano Photo Week, la rassegna interamente dedicata alla fotografia che coinvolgerà tutta la città.

Coerentemente all’indirizzo artistico della galleria, che promuove l’arte e il design del XX secolo, l’esposizione presenta il lavoro di Matteo Cirenei, fotografo di architettura e paesaggio urbano, che negli ultimi quattro anni si è dedicato a un progetto che indaga la costituzione dell’immaginario culturale rispetto a ciò che è “spazio pubblico”, e cos’è “arte pubblica”.

L’ambito in cui sono collocate le opere è parte della città, per questo motivo Il progetto vuole porre in risalto il dialogo con l’ambiente che le circonda: le opere d’arte infatti aggiungono qualità visiva a un ambiente costruito, e un’attenta strategia di progettazione urbana promuove un più alto livello di integrazione tra arte, architettura e paesaggio. Milano negli ultimi anni sta riqualificando molto il proprio tessuto urbano, migliorando notevolmente gli spazi pubblici promuovendo la mobilità alternativa e come conseguenza valorizzando le aree verdi e quelle pedonali.

dal 4 al 8 giugno 2019 – Galleria Anna Maria Consadori – Milano

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IL SILENZIO DELLA LUCE – Alessandra Calò

Giovane artista tra le più interessanti del panorama italiano, Alessandra Calò porta alla galleria Artesì una mostra in cui i suoi tre progetti più recenti si ricollegano uno all’altro in un unico racconto intorno alla ricerca dell’identità e al recupero delle memorie del passato.

Parlare di fotografia per definire il lavoro di Alessandra Calò è sempre un po’ riduttivo, perché se dalla fotografia parte, il risultato va molto oltre, attingendo agli ambiti della scultura e dell’installazione. Come accade nel progetto Secret garden, presentato al pubblico come un paesaggio di scatole nere illuminate: una serie di lightbox dedicati a figure femminili del passato. Per la realizzazione, l’artista parte da lastre negative originali, recuperate nei mercatini, raffiguranti donne, bambine e ragazze. Persone sconosciute e consegnate all’oblio a cui Alessandra decide di restituire una storia anche grazie alla collaborazione di poetesse e scrittrici che dedicano a ogni figura un breve scritto. L’abbinamento con l’elemento vegetale (da cui l’ispirazione per il titolo), posto all’interno dei lightbox e visibile solo in trasparenza, dona nuove letture all’immagine, spezzando la continuità della visione ed enfatizzando la tridimensionalità di quei piccoli solidi scuri che si trasformano in vere e proprie “scatole nere” delle memorie perdute.

Ancora al passato – e in particolare a due pioniere della fotografia come Constance Talbot e Anna Atkins – fa riferimento il progetto Les inconnues. Qui, però, il percorso dell’artista è a ritroso. Partendo da volti femminili vintage trovati sul web, Alessandra costruisce lei stessa delle lastre in negativo, per poi stamparle su cristallo. L’elemento vegetale torna qui sotto una forma diversa, e duplice. Da un lato, isolato, va a sovrapporsi al viso; dall’altro, enormemente ingrandito, funge da pattern su cui la figura si appoggia, una figura che ingaggia con lo spettatore un suggestivo gioco di sguardi.

Kochan, infine, è il più strettamente fotografico tra i progetti in mostra, e anche il più autobiografico, anche se il viso e il corpo dell’artista – che qui si autoritrae per dettagli – è simbolo di un corpo universale. Ispirato alla dolorosa scoperta del proprio sé più autentico condotta dal protagonista delle Confessioni di una maschera di Yukio Mishima – da cui la serie prende il nome – il progetto vede la sovrapposizione dei frammenti della figura a una serie di vecchie carte topografiche dalla collezione della Public Library di New York. Mappe, però, che l’artista parzialmente cancella, di cui rende incerte le collocazioni e i confini, comunicandoci un senso di incertezza e di spaesamento. (Alessandra Redaelli)

dal 18.05.2019 al 16.06.2019 – Galleria ArteSI – Modena

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Luci del Nord-est – Cig Harvey

Le foto di Cig Harvey, per la prima volta in mostra in Italia presso la Galleria del Cembalo dal 30 maggio al 6 luglio, sono visioni reali, istantanee della sua vita nel Maine.

Nonostante i soggetti delle sue foto siano persone e luoghi a lei familiari, gli scatti li ritraggono nel momento in cui risultano quasi irriconoscibili all’artista. È una fotografia che guarda al reale ma crede fermamente ci sia in ‘una luce particolare o nella sfumatura di un tramonto qualcosa di nuovo da scoprire’. In questi scatti predomina la convinzione che il medium fotografico catturi già di per sé una componente magica e inaspettata e che l’uso del colore la restituisca nella realtà – per come la vediamo.

Se il marito Doug, la figlia Scout, i suoi amici, i vicini di casa e la loro vita quotidiana siano i soggetti di questi scatti o tasselli di un puzzle più grande che restituisce un autoritratto della fotografa stessa è una domanda su cui il suo lavoro pone fortemente l’accento.

Per Cig Harvey, l’immagine è una dicotomia tra forma e contenuto che non può essere scissa, e la fotografia non riproduce, ma racconta. La storia è il susseguirsi di persone della comunità a lei cara e del Maine, le sue stagioni e le ombre dei suoi rami, i quadrifogli verdeggianti e le farfalle colorate. C’è una scelta accurata e meditata di ciò che viene posto davanti l’obiettivo ma Cig Harvey lavora nell’immediatezza di quello che accade, con la consapevolezza che tutto può accadere.

L’atto del fotografare è sentito ed irripetibile, un espediente che l’artista utilizza, quasi in modo catartico, per bilanciare ciò che accade nella sua vita. Ecco il motivo per cui questi lavori, realizzati in momenti di serenità, possono risultare a tratti drammatici, come l’immagine che ritrae una donna con un cappotto rosso in un piccolo giaciglio in una distesa di neve bianchissima oppure lo sguardo compassionevole di Scout di fronte al cormorano senza vita.

I lavori presenti appartengono a progetti differenti, tra cui You Look At Me Like An Emergency (2012), Gardening at Night (2015), You an Orchestra You a Bomb (2017) e quello più recente, ancora in corso, Pink is a Touch. Red is a Stare.

dal 30 maggio al 6 luglio – Galleria del Cembalo – Roma

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Tempo e Sospensione

“Tempo e Sospensione” è il titolo della mostra che vede sei artisti presentare una decina circa di lavori ciascuno tra pittura e fotografia in un serrato dialogo e confronto tra loro e lo spazio che li ospita. La mostra inaugura il 12 giugno e si conclude il 15 ottobre 2019 presso Annunciata galleria d’arte che, presente dal 1939 sul territorio milanese e non solo, (Milano è stata infatti un centro propulsivo di idee progettiste e artistiche e luogo privilegiato di scambi culturali fecondi a livello internazionale, oggi nuovamente in ripresa) racconta da allora il pensiero dell’arte ad opera di maestri di culture diverse, tenuti insieme dallo stesso periodo storico, quello del XX secolo. Ciò che caratterizza la migliore arte del XX secolo è essenzialmente la necessità di riflettere su se stessa e di fondare l’elaborazione dell’oggetto artistico su basi intellegibili: l’oggetto richiede allo spettatore di partecipare con la sua sensibilità, con il suo personale pensiero al gioco dell’arte e per ottenere questo risultato deve mostrare agli altri com’è fatto. Avanguardie che come tali si sono fatte tradizione, per lasciare posto a nuove leve, ad altre posizioni, capaci di consolidare il risultato ottenuto e di perpetuare quello stato di eccitazione innovatrice. La storia dell’Annunciata dunque, portavoce di un Tempo senza tempo, di una memoria continua, di uno stato di eterna Sospensione creativa, chiama a sé sei artisti emergenti che con la loro personale visione e cifra linguistica raccontano del loro intimo sguardo sul nostro tempo, il XXI secolo. Ciascuno esprime un interesse sincero verso quegli aspetti della condizione umana che possiedono validità universale, contribuendo a stabilire in certa misura un continuum con ciò che è stato nella storia dell’arte ed ognuno dando al linguaggio un proprio peso ed incidenza. Tra loro c’è chi si sofferma maggiormente sulla ricerca di un linguaggio inedito e fortemente personale (Elena Santoro; Luisa Pineri), raccontando quindi più di sé, del proprio mondo interiore, altri che, mettendo meno in risalto la questione del linguaggio, si orientano a rivelare dimensioni della realtà che riguardano tutti (Pietro di Girolamo; Donata Zanotti); altri, infine, che mescolano queste due componenti, linguaggio audacemente personale e realtà (Francesca Giraudi; Francesca Meloni). “Il percorso così proposto si apre all’ascolto. Sulla superficie, nelle forme, è impressa la traccia di un gesto ispirato e capace di un’istantaneità che pesca nel profondo senza l’obbligo di “dare a vedere”. Alla memoria si guarda non come forma nostalgica rivolta a un passato da mitizzare, ma come esperienza e vissuto, come formula, a volte ossessiva, di scoperta di un sé molteplice. Nessuna forma esclude l’altra, anche quando, in apparenza, risulta oppositiva. L’unica fedeltà è qui legata a una dimensione di ricerca mai completamente esaustiva perché mai definitiva”. (G. Pelloso*: dal testo critico “Fratture surmoderne”)

La fotografia, declinata in sperimentale, d’architettura, narrativa, la pittura informale e la performance,  sono legate da un unico filo rosso: la traccia dell’Assente. Assenza di una presenza in una corrente artistica predominante e omologante; assenza di un desiderio di frapporsi fra l’opera ed il pubblico, assenza di frastuono, quanto, invece, desiderio di vivere e donare Sospensione, di un Tempo che ha a che fare con la profondità.

dal 13 Giugno al 15 Ottobre 2019 – Annunciata Galleria d’Arte – Milano
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Le montagne del castello – Alberto Battarelli

“Questa mostra è il frutto di numerosi anni di esplorazione e osservazione delle montagne intorno al Castello.
Durante le giornate passate a percorrere sentieri e creste per raggiungere valli e cime, la macchina fotografica mi ha sempre accompagnato, permettendomi di interpretare il paesaggio davanti ai miei occhi. Un paesaggio declinato in bianco e nero, per coglierne l’essenza, l’aspetto più intimo ed essenziale.
L’attesa del momento e della luce giusta è stata spesso la parte più importante oltre al semplice scatto.

L’intento di questa esposizione è quello di trasmettere le stesse emozioni e gli sguardi vissuti da me nel momento dello scatto”.

L’autore, Alberto Battarelli, è nato e vissuto a Trento ed è molto legato alle zone del Livinallongo: il nonno materno, Giacomo Crepaz, maestro elementare, nato a Larzonei, ha vissuto ad Andraz.

Dal 15 giugno al 21 luglio – Castello di Andraz – Livinallongo del Col di Lana (Belluno)

MUHAMMAD ALI

HOUSTON,TX – NOVEMBER 14,1966: Muhammad Ali celebrates after knocking out Cleveland Williams during the fight at the Astrodome in Houston, Texas. Muhammad Ali won the World Heavyweight Title by a TKO 3. (Photo by: The Ring Magazine/Getty Images)

100 fotografie immortalano la carriera e la vita del “Re del Mondo” a cura di Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi

“Non c’è bisogno di stare in un ring di pugilato per essere un grande combattente. Finché si resterà fedeli a se stessi, si avrà successo nella propria lotta, per quello in cui si crede.”

Napoli rende omaggio a Muhammad Ali, una delle icone sportive più famose e celebrate del XX secolo, con una mostra in programma dal 22 marzo al 16 giugno 2019, al PAN – Palazzo delle Arti Napoli.

La rassegna, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, organizzata da ViDi – Visit Different, curata da Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, presenta 100 immagini, provenienti dai più grandi archivi fotografici internazionali quali New York Post Archives, Sygma Photo Archives, The Life Images Collection che colgono Ali in situazioni e momenti fondamentali della sua vita non solo sportiva.

Ogni sala è dedicata a uno dei “doni” che Ali ha offerto a ogni singola persona come un tesoro senza prezzo e senza tempo: doni agli appassionati di boxe, al linguaggio, alla dignità umana, ai compagni di viaggio, ai bambini, al coraggio, alla memoria.

Nelle sale del PAN va in scena un lungo racconto per immagini di una tra le più straordinarie personalità del Novecento; il ritratto a 360° di un uomo che è stato capace di battersi con successo su ring diversi tra loro. Quelli che gli hanno dato per tre volte il titolo mondiale dei pesi massimi, quello della lotta per i diritti civili dei neri americani, quello dell’integrazione, quello della comunicazione.

Dal 22 marzo al 16 giugno – PAN Palazzo delle Arti Napoli

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