Diane Arbus, i libri da avere!

Buongiorno a tutti!

Continua la nostra selezione di libri da avere. Ecco quella dedicata a Diane Arbus.

Ciao

Giovanni

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Diane Arbus – Diane Nemerov, nasce a New York nel 1923 – sposò Allan Arbus all’età di diciotto anni. Ha iniziato a fotografare nei primi anni ’40, studiato fotografia con Berenice Abbott alla fine degli anni ’40 e con Alexey Brodovitch negli anni ’50. Furono i laboratori fotografici di Lisette Model, intorno al 1957,  ad ispirarla e convincerla seriamente a  perseguire il lavoro per il quale è diventata famosa.

Le sue prime fotografie pubblicate apparvero su Esquire nel 1960. Durante il decennio successivo, lavora per Esquire, Harper’s Bazaar e altre importanti riviste, pubblicò più di un centinaio di fotografie, inclusi ritratti e saggi fotografici, molti dei quali nati come progetti personali.

Nel 1963 e nel 1966 è stata premiata con il Guggenheim Fellowship per il suo progetto su “American Rites, Manners and Customs”. Ha viaggiato attraverso il paese, fotografando le persone, i luoghi e gli eventi che ha descritto come “le notevoli cerimonie del nostro presente”. “Questi sono i nostri monumenti”, ha scritto. “Voglio semplicemente salvarli, per quello che è cerimonioso, curioso e il luogo comune sarà leggendario.”

Un insieme selezionato di queste fotografie ha attirato molta attenzione critica e popolare quando è stato presentato, insieme al lavoro di altri fotografi, nella mostra “Nuovi documenti” del Museum of Modern Art del 1967. L’audacia del suoi soggetti e l’approccio fotografico, sono stati riconosciuti come rivoluzionari.

 

Diane Arbus: An Aperture Monograph   Editore: Aperture


 

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Diane Arbus è un icona della fotografia moderna. Amata in tutto il mondo da una nutrita schiera di appassionati. Conosciuta non solo nell’ambito fotografico, i suoi lavori sono diffusi e riprodotti in tutti gli ambiti della ricerca artistica o politica legata al concetto di “differenza” nella società moderna. Questo libro è uno studio sull’opera della fotografa americana. Il volume è accompagnato da alcune foto originali dell’artista, stampate in bianco e nero a tutta pagina.

 

Della fotografia trasgressiva               Editore: Nda Press

Qui un interessante articolo apparso sul nostro blog


 

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Diane Arbus: Untitled       Editore: SCHIRMER/MOSEL VERLAG GMBH


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Una straordinaria retrospettiva sull’intera carriera di Diane Arbus, presenta moltissime immagini, alcune mai viste prima, accompagnate da un saggio sul lavoro dell’artista, una discussione sulle sue tecniche di stampa, una cronologia definitiva. Oltre trecento illustrazioni a colori, estratti inediti di lettere, quaderni e altri scritti.

 

Diane Arbus: Revelations   Editore: Random House


 

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Una delle artiste più originali della fotografia, esamina le celebrità del suo tempo in una notevole collezione di ritratti. Diane Arbus Magazine Work presenta oltre cento ritratti e profili che Arbus ha scritto per accompagnare le sue foto. Diana Arbus Magazine Work rivela la crescita di un artista che non ha posto un confine tra l’arte e il lavoro retribuito, e ci è riuscita, utilizzando il proprio timbro indiscutibilmente originale.

 

Diane Arbus: Magazine Work     Editore: Aperture


 

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La biografia definitiva della seducente Diane Arbus, una  delle più influenti e importanti autori del XX secolo, una raccolta brillante e coinvolgente, che collega lo straordinario arco della sua vita, alle sue iconiche fotografie.

 

Diane Arbus: Portrait of a Photographer      Editore: Ecco pr


 

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Nel 1967, il Museum of Modern Art ha presentato New Documents, una mostra storica organizzata da John Szarkowski che ha riunito una selezione di opere di tre fotografi i cui risultati individuali hanno segnato il potenziale artistico del medium negli anni ’60 e oltre: Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand. Sebbene in gran parte sconosciuti al momento, questi tre fotografi sono ormai universalmente riconosciuti come artisti di talento nella storia della fotografia. La mostra ha innescato un profondo cambiamento nel panorama della fotografia del XX secolo, e l’interesse per la mostra ha continuato a espandersi. Eppure, fino ad ora, non esisteva nessuna pubblicazione che ne catturasse il contenuto. Pubblicato in occasione del 50 ° anniversario della mostra, Arbus Friedlander Winogrand presenta riproduzioni a piena pagina delle 94 fotografie incluse nella mostra, insieme al testo originale di Szarkowski, al comunicato stampa, alle viste dell’installazione e materiale d’archivio.

 

Arbus Friedlander Winogrand: New Documents, 1967      Editore: Museum of Modern Art

Mostre di fotografia da non perdere a novembre!

Quale miglior modo per trascorrere una piovosa domenica di novembre, se non godersi una di queste mostre di fotografia? Ce ne sono davvero tantissime, non lasciatevele sfuggire!

E altre ne trovate anche sulla pagina dedicata!

Buona visione! Ciao.

Anna

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Mostre per settembre

Ciao a tutti!

Avete trascorso buone ferie? Rilassati?
Eccoci pronti a ripartire con nuove mostre fotografiche da non perdere!

E ricordatevi di dare sempre un’occhiata alla nostra pagina dedicata alle mostre.

Anna

Ferdinando Scianna, il viaggio il racconto la memoria

“Non sono più sicuro, una volta lo ero, che si possa migliorare il mondo con una fotografia. Rimango convinto, però, del fatto che le cattive fotografie lo peggiorano”

Ferdinando Scianna

Con circa 200 fotografie in bianco e nero stampate in diversi formati, la rassegna attraversa l’intera carriera del fotografo siciliano e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo, costruito su diversi capitoli e varie modalità di allestimento.

Ferdinando Scianna è uno tra i più grandi maestri della fotografia non solo italiana. Ha iniziato ad appassionarsi a questo linguaggio negli anni Sessanta, raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine, la Sicilia. Il suo lungo percorso artistico si snoda attraverso varie tematiche – l’attualità, la guerra, il viaggio, la religiosità popolare – tutte legate da un unico filo conduttore: la costante ricerca di una forma nel caos della vita. In oltre 50 anni di racconti non mancano di certo le suggestioni: da Bagheria alle Ande boliviane, dalle feste religiose – esordio della sua carriera – all’esperienza nel mondo della moda, iniziata con Dolce & Gabbana e Marpessa. Poi i reportage (fa parte dell’agenzia foto giornalistica Magnum), i paesaggi, le sue ossessioni tematiche come gli specchi, gli animali, le cose e infine i ritratti dei suoi grandi amici, maestri del mondo dell’arte e della cultura come Leonardo Sciascia, Henri Cartier-Bresson, Jorge Louis Borges, solo per citarne alcuni.

Avendo deciso di raccogliere in questa mostra la più ampia antologia dei suoi lavori fotografici, con la solita e spiccata autoironia, Ferdinando Scianna, in apertura del percorso espositivo, sceglie un testo di Giorgio Manganelli: “Una antologia è una legittima strage, una carneficina vista con favore dalle autorità civili e religiose. Una pulita operazione di sbranare i libri che vanno per il mondo sotto il nome dell’autore per ricavarne uno stufato, un timballo, uno spezzatino…”

Ferdinando Scianna del suo lavoro scrive: “come fotografo mi considero un reporter. Come reporter il mio riferimento fondamentale è quello del mio maestro per eccellenza, Henri Cartier-Bresson, per il quale il fotografo deve ambire ad essere un testimone invisibile, che mai interviene per modificare il mondo e gli istanti che della realtà legge e interpreta. Ho sempre fatto una distinzione netta tra le immagini trovate e quelle costruite. Ho sempre considerato di appartenere al versante dei fotografi che le immagini le trovano, quelle che raccontano e ti raccontano, come in uno specchio. Persino le fotografie di moda le ho sempre trovate nell’azzardo degli incontri con il mondo.”

22 settembre 2018 – 6 gennaio 2019 – Forlì, Musei San Domenico

Qua tutti i dettagli

Eliott Erwitt: i cani sono come gli umani, solo con più capelli

Suazes, in collaborazione con Fondazione Cassamarca di Treviso e Magnum Photos, organizza, presso gli spazi di Casa dei Carraresi, una grande mostra dedicata ad uno dei più importanti fotografi contemporanei, Elliott Erwitt.
Qui interpretato da un percorso espositivo originale, che esplora una delle parti più curiose ed interessanti, nonché note, della produzione del fotografo franco-americano, ovvero quella dedicata ai cani.
Una selezione che viene, con tali dimensioni, per la prima volta esposta in Italia, raggruppando oltre ottanta fotografie accompagnate da video, documenti e altro materiale dedicato al tema.

La mostra intitolata “Elliott Erwitt: i cani sono come gli umani, solo con più capelli”, curata da Marco Minuz, raccoglie una straordinaria selezione di fotografie dedicate a questo tema. In un percorso che spazia dagli anni cinquanta fino ai giorno nostri e che documenta la profondità e l’acutezza del lavoro fotografico di Erwitt su questo specifico tema. Le sue sono tutte immagini realizzate “dal punto di vista dei cani”. Spesso il fotografo pone il suo obiettivo ad altezza di cane, lasciando ai suoi padroni, il solo spazio di un piede o dei polpacci.

I cani sono tra i soggetti più amati dal fotografo. Non perché egli ne sia particolarmente affascinato (come lui sostiene), ma perché con il loro atteggiamento naturale e irriverente, fungono da perfetto contraltare alla pomposità ed alla ricercata compostezza dei loro padroni. E soprattutto, a differenza degli uomini, non hanno la pessima abitudine di pretendere una stampa delle foto che viene loro fatta!
Il titolo, tratto da una sua dichiarazione rilasciata in un’intervista, è già una guida per questa mostra che vuole essere un’opportunità per analizzare, con ironia e a volte cinismo, l’essenza profonda di questa ricerca che, attraverso il quadrupede peloso, mira all’essere umano.

Molte di queste immagini sono buffe e ritraggono animali che saltano o si mostrano sorpresi. Pose che sono ottenute, a volte, da Erwitt con un metodo preciso, ovvero suonando, poco prima di fotografare, una trombetta che spaventava i cani. Oppure, ricorrendo ad un unico forte latrato, emesso dallo stesso fotografo, che scatena la reazione dei cani che, all’improvviso, saltano, abbaiano, ringhiano, consentendogli di coglierli nella loro naturalezza. Escono così immagini di forte spontaneità, che fissano l’espressione animata degli animali.

Nelle fotografie di Erwitt non c’è un’attenzione particolare per il paesaggio; il suo occhio s’indirizza alla figure umane e sugli animali, per lui riflessi inconsapevoli delle abitudini degli uomini.

Nel corso della mostra sono in programma eventi dedicati al tema, con il coinvolgimento delle principali realtà territoriali del territorio.

Dal 22 settembre 2018 al 3 febbraio 2019 – Casa dei Carraresi – Treviso

Altre info qua

Le mostre del SIFEST

Ritorna a settembre l’appuntamento con Si Fest 2018 a Savignano sul Rubicone.  Alla sua 27esima edizione il festival – promosso come ogni anno dal Comune di Savignano sul Rubicone, Assessorato alla cultura, e organizzato dall’Associazione Savignano Immagini – indagherà su un nuovo tema, On Being Now, con una nuova direzione artistica composta da Roberto Alfano, Laura De Marco e Christian Gattinoni.

Tra le varie mostre, due che non mi perderei per niente al mondo sono quelle di Max Pinckers e di Carolyn Drake, oltre a tante altre. Trovate il programma del festival qua.

Dal 14 al 30 settembre – Savignano sul Rubicone (FO)

SUGGESTIONI D’ITALIA

La GAM di Torino presenta una mostra di oltre 100 fotografie, realizzate dalla fine del secondo dopoguerra ai primi anni Duemila, che raccontano l’Italia per immagini: il paesaggio e le città della nostra penisola esplorati da 14 grandi fotografi, sia nell’architettura sia nella loro dimensione umana e sociale. Le foto, in bianco nero e a colori, sono selezionate con l’intento di scandagliare l’interpretazione degli ‘esterni’, dall’arco alpino e le grandi città come Torino e Milano, per proseguire lungo la dorsale emiliana fino a scendere verso il Sud, tra Napoli, Matera, e infine toccare la Sicilia.

Paesaggi, luoghi, e anche i cosiddetti non-luoghi fanno parte di questa carrellata.

La decisione di presentare questa esposizione alla GAM nasce dalla volontà di tornare a focalizzare l’attenzione del museo sul tema della fotografia, tralasciato dalla programmazione da circa dieci anni, ma che costituisce un indubbio supporto di valore per le nostre collezioni. A cavallo del 2000 infatti, la GAM prima, e la Fondazione CRT per l’Arte Contemporanea in seguito, avevano costituito una ragguardevole collezione di fotografia dal secondo dopoguerra in avanti. Quasi tutti i grandi nomi di questo linguaggio sono entrati a far parte delle nostre collezioni.

Ai primi ‘reportage’ in ambito di Neorealismo e alle documentazioni politiche si affiancano distillati di paesaggio italiano e letture di alto formalismo, come di ricerca di una apparentemente semplice verità ottica di documentazione dell’architettura. Questa mostra ha l’intento di trasportare il visitatore in un continuo alternarsi di sensibilità e di atmosfere, intense e differenti, facendo emergere in filigrana una prospettiva storica-temporale delle interpretazioni del soggetto-paesaggio. Narrazioni antiretoriche che lasciano spazio a nuove retoriche dell’immagine, senza distinzione tra fotogramma catturato al volo e situazioni accuratamente studiate.

Nelle fotografie di Nino Migliori (Bologna, 1926) prevalgono i luoghi e i segni dell’uomo. Le sue immagini sui soggetti deboli sono costruite con una intenzione sapientemente narrativa. È forse il fotografo che prima di tutti ha saputo interpretare la forza del Neorealismo.

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, GE, 1930) sembra appartenere allo stesso ordine di attenzioni: nel condurre l’obiettivo della macchina fotografica sui temi del disagio, della arretratezza sociale, in una dimensione di straordinaria epica popolare.

Sui temi di un ritardo arcaico, sulla soglia dell’umiltà, si cimenta anche in seguito Mario Cresci (Chiavari, GE, 1942) sia pure in una investigazione più marcatamente concettuale. Territorio e memoria sono indagati dal punto di vista dell’uomo come dei luoghi di lavoro, le cave.

Mimmo Jodice (Napoli, 1934) ha saputo interpretare, in bianco e nero, in maniera al contempo semplice e intensa, sia paesaggi minori sia luoghi ad alta intensità culturale e monumentale. Ciò è avvenuto nella proposizione di temi del sud e anche nelle incursioni nel nord dell’Italia.

Anche Mario Giacomelli (Senigallia, AN,1925 – 2000) fissa l’attenzione sulla cultura ‘bassa’, collegandosi soprattutto alla indagine sulla campagna. Da qui si innesta però una stupefacente rilettura formale, ad altissimo potenziale, dei campi governati dall’uomo, sfruttando al massimo le capacità del bianco e nero.

Sullo stesso orizzonte paesaggistico si è cimentato Franco Fontana (Modena, 1933), solo portando la sua ricerca sul versante di un colore trionfante, forte, di alta – per l’epoca – eccitazione cromatica. Un colore che è stato tuttavia letto in chiave mentale, inteso a portare la naturalità dei soggetti in una dimensione astraente.

Di tutt’altro segno è la fotografia a colori inaugurata da Luigi Ghirri (Scandiano, RE, 1943 – Roncocesi, RE, 1992). I suoi paesaggi ‘vuoti’, quasi non sfiorati dalla presenza umana, ci impongono un nuovo sguardo sulle cose, architetture e paesaggi. Dai suoi scatti emerge un sentimento invincibile di mistero, che ci proietta in una nuova dimensione di interpretazione del mondo.

Questa considerazione vale anche per le straordinarie fotografie – ma in bianco e nero – di Ugo Mulas (Pozzolengo, BS, 1928 – Milano, 1973). I suoi paesaggi ci obbligano a guardare in maniera diversa i soggetti, ci danno la vertigine per quel che non avevamo saputo vedere in essi prima di adesso. Ciò vale anche per la sua indagine sulle periferie brumose della città industriale, che assumono, paradossalmente un forte, inedito, fascino.

Il bianco e nero è strumento necessario anche per dare forza alle immagini di Uliano Lucas (Milano, 1942).  La sua è una fotografia, infatti, di denuncia, perché riguarda la dimensione urbana e industriale, dove però è l’uomo a costituire il dato prevalente: la sua fotografia registra lotte e sofferenze, collocate in una dimensione collettiva.

Sono in bianco e nero anche le fotografie di Ferdinando Scianna (Bagheria, PA, 1943). Le persone che ritrae ci inducono a considerare i luoghi in una dimensione antropologica. Queste immagini, come quelle di paesaggio, vivono di contrasti: sole-luce /buio, in una visione quasi abbacinante.

Di Gabriele Basilico (Milano, 1944 – 2013) colpisce la oggettività concettuale del suo bianco e nero in cui emergono dai suoi scatti le architetture e il vuoto. La dimensione è urbana, periferica ma non solo. La regola delle geometrie, specialmente perfette, ci introduce a un nuovo ordine di considerazioni sulla natura dell’architettura e del suo potenziale connotante il paesaggio contemporaneo.

Anche le fotografie dedicate all’Abbazia di San Galgano di Aurelio Amendola (Pistoia, 1938) sono consapevoli del significato di volumi e pesi dell’elemento architettonico.  Esterni, Interni, dettagli sono interpretati con religiosa semplicità.

Enzo Obiso (Campobello di Mazara, TP, 1954) lavora sul potenziale del bianco e nero. La sua Sicilia solare non ne esce affatto ridimensionata, ma anzi i suoi luoghi aumentano il potenziale di mistero, di apparizioni sorprendenti.

Il colore controllato degli scatti di Bruna Biamino (Torino, 1956) ci porta lontano, in una sorta di sogno lattiginoso. Architetture, paesaggi disadorni, luoghi d’acqua, alludono alla sospensione e al vuoto e contengono, al contempo, uno stato di concentrazione e di spaesamento indissolubili.

Dal 13 Luglio 2018 a 23 Settembre 2018 – GAM Torino

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Le mostre di Visa pour l’Image – Perpignan

 

Anche quest’anno la città di Perpignan, nel sud della Francia, ospita il festival di fotogiornalismo Visa pour l’image, giunto alla 29^ edizione. In mostra una selezione delle migliori storie d’attualità raccontate dai fotografi di tutto il mondo.

Le mostre saranno oltre 25, tra cui vi segnaliamo il lavoro di Daniel Berehulak per il New York Times sulla guerra alla droga nelle Filippine condotta dal presidente Rodrigo Duterte. E il lavoro di Lu Guang, che per dodici anni ha attraversato la Cina per raccontare la crescita economica che minaccia l’ambiente.

Una retrospettiva ricorda la carriera di Stanley Greene, morto il 19 maggio, che per quasi dieci anni ha raccontato il conflitto in Cecenia tra i separatisti e le forze armate russe.

Isadora Kosofsky ha documentato le storie di alcuni giovani detenuti ad Albuquerque, New Mexico, e i rapporti con le loro famiglie, per indagare il sistema giudiziario statunitense. Darcy Padilla presenta il progetto con cui ha vinto il Canon female photojournalist award 2016, Dreamers, sulla riserva di nativi americani Pine Ridge, uno dei luoghi più poveri degli Stati Uniti, dove il tasso di disoccupazione è dell’85 per cento.

Sul sito ufficiale trovate il programma completo.

Dal 2 al 17 settembre – Perpignan (Francia)

HOTEL BEL SIT, STORIE DI MIGRANTI

“Ai ragazzi… quelli che in quel mare, non hanno più visto le stelle”

Giovanni Mereghetti

“Ci vogliono mesi, a volte anni per avere il permesso definitivo di rifugiato. Molti migranti restano inermi in attesa, qualcuno scappa senza meta, altri inevitabilmente finiscono nelle grinfie dei caporalati del sud Italia e diventano schiavi. Sono tante le vicende che quotidianamente vivono i migranti. In determinate circostanze si intrecciano, a volte invece viaggiano su binari diversi. Ma ognuno di loro ha la sua triste storia da raccontare. C’è chi sbarca direttamente sulle coste italiane e si ricongiunge a parenti o conoscenti. C’è chi prosegue, tra mille peripezie, verso il nord Europa. C’è chi finisce “standed” quando è quasi finita, nelle stazioni di qualche grande città. C’è anche chi trova un lavoro in nero nell’edilizia o nell’agricoltura nel nord-est del nostro Paese. C’è chi si limita a sognare una vita migliore, bukra inshallah! C’è chi si innamora e si sposa. C’è chi riceve un saluto, 2

Salam Aleikum, e una mano sul cuore. C’è chi decide di ritornare in Africa, per sempre. C’è chi dorme per qualche notte in un giardinetto della stazione di Catania, poi sale su un autobus con destinazione e capolinea Milano. C’è chi a Milano non si ferma e prosegue, nonostante la nebbia e il freddo pungente.

C’è chi è fortunato e trova una “casa” in uno dei tanti alberghi gestiti dalle cooperative. A Mortara ce n’è uno: Hotel Bel Sit, una stella.”

Così scrive Giovanni Mereghetti, fotogiornalista, per presentare “Hotel Bel Sit, Storie di Migranti”. Un progetto nato dalla frequentazione di questa realtà di accoglienza a Mortara gestita dalla Cooperativa Faber che lo appassiona da quasi cinque anni; da quando l’incontro con questi ragazzi ha acceso in lui la necessità di una narrazione che potesse abbracciare le differenti storie di questi “Ulisse contemporanei”.

Le fotografie di Giovanni Mereghetti diventano così un’opportunità concreta per coinvolgere direttamente i protagonisti che vi accompagneranno attraverso questa mostra fotografica in un viaggio all’interno delle loro storie, delle esperienze vissute per arrivare nel nostro paese.

Un’occasione unica in cui l’arte visiva si offre quale strumento al servizio dello scambio, della comunicazione per abolire le distanze – individuali e collettive – alla ricerca del senso che lega l’umanità intera.

La mostra sarà accompagnata dal libro “Hotel Bel Sit, storie di migranti” con testi e foto di Giovanni Mereghetti. Il ricavato della vendita di questo libro finanzierà le attività e i progetti della Cooperativa Faber.

A cura di Alessia Locatelli

Dal 26 settembre al 9 ottobre 2018 – Ex-Fornace Alzaia Naviglio Pavese 16 Milano

AMATA BELLEZZA, fiori e visioni – Mario Carrieri

Villa Carlotta chiude la sua stagione di mostre con Mario Carrieri. Amata bellezza, fiori e visioni a Villa Carlotta (15 settembre- 4 novembre 2018) un’esposizione fotografica dedicata al mondo floreale riletto attraverso l’obiettivo di un maestro del XX secolo.

Una serie di opere di grandi dimensioni allestite in vari ambienti della villa offre la possibilità di accostarsi alla incessante ricerca fotografica portata avanti da Carrieri negli ultimi decenni concentrandosi unicamente su un soggetto: i fiori.

Lo sguardo di questo artista rilegge un soggetto tradizionale della pittura e della fotografia in una chiave totalmente inedita, componendo grandi palcoscenici di una visionaria opera teatrale senza tempo, nella quale innocenti fiori-attori recitano una tragedia shakesperiana sull’eterna fragilità della bellezza e sul suo dolore senza fine.

Con la sua luce spietata Mario Carrieri fa emergere dai fiori l’incanto e il dramma che animano ogni creatura.  Le opere di grande formato colpiscono dritte la sensibilità dell’osservatore, coinvolgendolo nel sentimento del pathos universale.

15 settembre- 4 novembre 2018 – Villa Carlotta – Tremezzo (CO)

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CAMERA POP. La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co

La mostra CAMERA POP. La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co ripercorre la storia della trasformazione del documento, fotografico nello specifico, in opera d’arte, giunta al culmine negli anni ’60. Dal 21 settembre al 13 gennaio a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia saranno esposte oltre 120 opere tra quadri, fotografie, collages, grafiche, che illustrano la varietà e la straordinaria vivacità di questa grande vicenda.

La Pop Art è stata un fenomeno mondiale, esploso negli anni Sessanta negli Stati Uniti e in Europa, e diffusosi rapidamente anche nel resto del mondo “che ha rivoluzionato – è l’opinione di Walter Guadagnini, direttore di CAMERA e curatore della mostra –  il rapporto tra creazione artistica e società, registrando l’attualità in modo neutro, fotografico, adottando gli stessi modelli della comunicazione di massa per la realizzazione di opere d’arte. In questo senso, la fotografia è stata, per gli artisti Pop, non solo una fonte di ispirazione, ma un vero e proprio strumento di lavoro, una parte essenziale della loro ricerca”.

Allo stesso tempo, l’affermazione della cultura Pop ha liberato energie sorprendenti anche all’interno del mondo dei fotografi, che si sono misurati direttamente non solo con il panorama visivo contemporaneo, ma anche con le logiche della trasformazione del documento in opera d’arte.

Tra i protagonisti presenti in mostra si possono citare gli americani Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jim Dine, Ed Ruscha, Joe Goode, Ray Johnson, Rosalyn Drexler; gli inglesi Richard Hamilton, Peter Blake, Allen Jones, Joe Tilson, David Hockney, Gerald Laing, Derek Boshier; i tedeschi Sigmar Polke, Wolf Vostell; gli italiani Mimmo Rotella, Michelangelo Pistoletto, Franco Angeli, Umberto Bignardi, Gianni Bertini, Claudio Cintoli, Sebastiano Vassalli e tanti altri.

Tra i fotografi, si sottolinea la presenza di Ugo Mulas – cui viene dedicata un’intera sala, dove verranno esposte le serie realizzate negli Stati Uniti e quella della Biennale di Venezia del 1964 – e di Tony Evans, fotografo dei protagonisti della Swinging London dei primissimi anni Sessanta.

Dal 21 settembre al 13 gennaio – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

Tutti i dettagli qua

#rasoterra – Silvia Bottino

Lo spazio “Looking at Art” Associazione Culturale è lieto di presentare la mostra personale della fotografa Silvia Bottino dal titolo: #rasoterra. Un progetto che la fotografa porta avanti da circa un paio d’anni- un work in progress – che desidera accompagnare in modo scanzonato e divertente verso una riflessione più profonda sulle nuove tecnologie al servizio dell’immagine fotografica. Il desiderio di ritornare agli elementi basilari della fotografia, la luce ed il tempo, si legano in maniera inedita alle nuove  ecnologie attraverso la sperimentazione, che da sempre muove Silvia Bottino nell’ideazione dei suoi progetti, di appoggiare letteralmente il cellulare all’altezza del suolo e scattare.

Ri-leggendo così gli ambienti attraverso lo sguardo attuale e fresco fornito da prospettive mai attuate prima: nascono così gli scatti di paesaggi naturali, di neve e mare, o antropizzati al massimo come accade per lo skyline di New York. La tecnica è quella della ripresa con il cellulare, strumento ormai indispensabile nella nostra quotidianità, che – grazie anche alla tecnologia applicata alle fotocamere – permette oggi senza l’ingombro dell’obiettivo della macchina fotografica di scattare davvero a Raso Terra, catturare la trama, la matericità di quello che si trova in primo piano, in dialogo con l’immagine sullo sfondo.

Anche le stampa fotografica in piccola dimensione – con montaggio in cornice in legno – ne permette la fruizione immediata e si lega all’idea di selfmade, di velocità e capacità di cogliere il momento, concettualmente alla base della nuova ricerca della fotografa milanese. Ma non si tralascia l’attenzione alla Fine Art: nasce così la tiratura di stampa limited edition firmata dall’autrice per i collezionisti che desiderano avere su carta archivio e con durabilità museale le stampe del progetto #rasoterra.

Silvia Bottino nasce in “camera oscura” a Milano. Figlia d’arte cresce sul set dove, terminati gli studi artistici, inizia la carriera lavorativa prima come assistente di suo padre, Franco Bottino, e poi come professionista. Si occupa di vari linguaggi della fotografia come: still-life, ritratti, beauty, foto industriale, pubblicità, interagendo direttamente con il cliente o tramite agenzie di pubblicità o di pubbliche relazioni.

A cura di Alessia Locatelli.

Dal 28 settembre al 12 ottobre 2018 – Looking at Art | Via Tommaso Salvini n.2, 20122 Milano

Zoe Strauss, street photography al femminile

 

 

 

Zoe Strauss è una fotografa americana ed un candidato membro di Magnum Photos. Utilizza Philadelphia come ambientazione primaria e soggetto del suo lavoro. Il curatore Peter Barberie la identifica come street photographer, come Walker Evans o Robert Frank e ha detto “la donna e l’uomo della strada, desiderosi di essere ascoltati, sono alla base della sua arte”.

Il suo libro America è stato pubblicato nel 2008 da Ammo Books.

Nel 2006 il suo lavoro è stato incluso nella biennale del Whitney e la sua personale Ramp Project: Zoe Strauss è stata in mostra all’Institute of Contemporary Art, Philadelphia Nel 2012 le è stata dedicata una retrospettiva di metà carriera, Zoe Strauss: 10 Years, in mostra al Philadelphia Museum of Art e a New York, accompagnata a Philadelphia da un’esposizione di 54 manifesti con le sue fotografie.

La Strauss ha ricevuto un  Seedling Award dalla Leeway Foundation nel 2002 e una Pew Fellowship nel 2005, nel 2007 è stata nominata USA Gund Fellow e ha ricevuto un grant da $50,000 dalla United States Artists ed infine nel 2017 le è statta assegnata una Guggenheim Fellowship.

La Strauss è nata nel 1970 a Philadelphia. Suo apdre morì quando lei aveva 5 anni. E’ stata il primo componente della sua famiglia a diplomarsi alla High School. Per il suo trentesimo compleanno le venne regalata una macchina fotografica e cominciò a fotografare i quartieri della periferia di Philadephia.

Zoe Strauss tipicamente fotografa dettagli trascurati (o intenzionalmente evitati) con una prospettiva umanista e occhio per la composizione.

Nel 1995 ha dato inizio al Philadelphia Public Art Project, un’organizzazione la cui missione è di fornire accesso all’arte ai cittadini di Philadeplhia nella loro vita quotidiana. Lei definisce il preogetto “una narrazione epica” del suo vicinato. “Quando ho iniziato a fotografare, è stato come se da qualche parte nascosto nella mia mente, io stessi aspettando proprio quello”, ha affermato.

Tra il 2000 e il 2011, il lavoro fotografico della Strauss è culminato nello show “Under I-95”, che si tenne sotto la Interstate a South Philadelphia. Esibì le sue fotografie  su pilastri di cemento sotto l’autostrada e le vendette a $5 l’una.

Frequentemente scatta fotografie vicino a quella che era la casa dei suoi nonni. Le sue fotografie includono edifici abbandonati, parcheggi vuoti e sale congressi inutilizzate a South Philadelplhia, La Strauss definisce il suo lavoro come “una narrazione  sulla bellezza e la difficoltà della vita di tutti i giorni”.

Nel Luglio 2012 è stata nominata candidata dall’agenzia Magnun Photos.

Fonte: libera traduzione da Wikipedia

Questo è il suo sito personal.

Qua trovate un articolo apparso sul New Yorker all’epoca della retrospettiva 10 Years all’International center of Photography a NY.

Zoe Strauss (born 1970) is an American photographer and a nominee member of Magnum Photos. She uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Curator Peter Barberie identifies her as a street photographer, like Walker Evans or Robert Frank, and has said “the woman and man on the street, yearning to be heard, are the basis of her art.”

Her book America was published in 2008 by AMMO Books.

In 2006 her work was included in the Whitney Biennial and her solo exhibition, Ramp Project: Zoe Strauss, was shown at the Institute of Contemporary Art, Philadelphia. In 2012 a mid-career retrospective, Zoe Strauss: 10 Years, was shown at Philadelphia Museum of Art and in New York, accompanied in Philadelphia by a display of 54 billboards showing her photographs.

Strauss received a Seedling Award from the Leeway Foundation in 2002 and a Pew Fellowship in 2005, was named a 2007 USA Gund Fellow with a grant of $50,000 by United States Artists, and was awarded a Guggenheim Fellowship in 2017.

Strauss was born in 1970 in Philadelphia. Her father died when she was 5. She was the first member of her immediate family to graduate from high school. For her 30th birthday she was given a camera and started photographing in the city’s marginal neighborhoods. She is a photo-based installation artist who uses Philadelphia as a primary setting and subject for her work. Strauss typically photographs overlooked (or purposefully avoided) details with a humanist perspective and eye for composure.

In 1995, Strauss started the Philadelphia Public Art Project, a one-woman organization whose mission is to give the citizens of Philadelphia access to art in their everyday lives. Strauss calls the Project an “epic narrative” of her own neighborhood. “When I started shooting, it was as if somewhere hidden in my head I had been waiting for this,” she has said.

Between 2000 and 2011, Strauss’s photographic work culminated in a yearly “Under I-95” show which took place beneath the Interstate in South Philadelphia. She displayed her photographs on concrete pillars under the highway and sold them for $5 each.

She frequently photographs near her grandparents’ former home at 16th and Susquehanna. Her photographs include shuttered buildings, empty parking lots and vacant meeting halls in South Philadelphia. Strauss says her work is “a narrative about the beauty and difficulty of everyday life.”

In July 2012 Strauss was elected into the Magnum Photos agency as a nominee.

Source: Wikipedia

Un’altra rappresentante femminile tra gli autori Mu.Sa.: Isabella Sommati

Ciao,

oggi vi presentiamo Isabella Sommati, che ci ha inviato un bel reportage su una squadra di calcio femminile.

Speriamo apprezzerete.

Se volete inviarci anche voi un vostro progetto, seguite le istruzioni alla pagina “portfolio submission”

 

ALVEARE

Attraverso scatti in bianco e nero, ho cercato di raccontare la squadra di calcio  femminile Alveare: muscoli contratti, vene gonfie sotto pelli giovani, segni di sbucciature sulle ginocchia, tatuaggi che si mescolano negli abbracci.
Il risultato è un universo femminile composto da interessi, cultura ed età diverse, che trovano un punto di incontro in uno sport convenzionalmente considerato maschile. Il gioco del calcio, per Alveare, ha il valore di solidarietà, anche solamente nel gioire per un goal fatto o piangerne uno subito, con la semplice volontà di divertirsi, di sentirsi squadra. Si litiga, si ride, si fatica, si ascolta… e finalmente si gioca.

BIO

Livornese di nascita, conseguita la maturità artistica, decido di vivere a Firenze per diplomarmi in Grafica e Comunicazione. La passione per l’immagine e la comunicazione mi indurranno a spostarmi a Milano, città dove attualmente risiedo, svolgendo il lavoro di art director per clienti del mondo della moda e del design. Dopo aver visionato foto per anni, decido di fotografare e fotografarmi, cominciando un percorso di ricerca e di conoscenza del proprio Io. Attraverso la fotografia cerco di raccontare il mio mondo di cui sono consenzientemente prigioniera, trovando così una comunicazione con il reale, che spesso risulta difficile causa la mia introversione.
L’elemento “acqua” è spesso presente nei miei scatti, sotto forma di pioggia, lacrime o semplici piscine comunali: l’acqua pulisce, lenisce oppure ingoia diventando l’unica via di fuga.
Mi ritrovo molto in questa frase di Michael Ackerman: “Cerco di sfuggire alle trappole della realtà, conservando però un legame con il reale. Perché le immagini non sono invenzioni ma punti di incontro.”

www.isabellasommati.com

Mostre per luglio

Ciao,

nuove bellissime mostre vi aspettano anche per il mese di luglio.

Fateci un giro!

E qua trovate tutte le mostre in corso sempre aggiornate!

Anna

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Una nuova autrice Mu.Sa. da scoprire: Camilla Biella

Ciao,

oggi vi presentiamo questa fotografa emiliana, incontrata ad una lettura portfolio.
Ci ha colpito. Speriamo piaccia anche a voi!

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