Mostre da non perdere a novembre

Ciao,

come di conseueto, vi segnaliamo le principali mostre da non perdere a novembre.

L’elenco di tutte le mostre in corso, sempre aggiornato, lo trovate qua.

Ciao

Anna

Jacques Henri Lartigue Fotografo. Il tempo ritrovato

Il Museo Bagatti Valsecchi torna ad ospitare la fotografia contemporanea: l’arte di Jacques Henri Lartigue sarà infatti protagonista, dal 29 settembre fino al 26 novembre 2017, di una piccola ma importante mostra internazionale – a cura di Angela Madesani – che racconta attraverso i suoi scatti il fotografo francese.

Trentatre immagini, tra vintage e modern print, narrano la vita dell’alta borghesia francese a partire dalla Belle Époque: la famiglia, i viaggi, la passione per le corse automobilistiche, gli intellettuali e i personaggi – da Pablo Picasso a Jean Cocteau – che hanno segnato la storia dei primi decenni del Novecento. La mostra presenta materiali originali provenienti dalla Donation Jacques Henri Lartigue e costituisce una rara occasione di conoscenza e divulgazione della ricerca dell’artista, i cui scatti sono custoditi nelle collezioni permanenti di noti musei quali le Galeries Nationales del Grand Palais di Parigi.

L’importanza del lavoro di Lartigue non è solo di natura fotografica ma più ampiamente culturale: le sue immagini offrono un ritratto dell’alta società dall’allure inconfondibilmente francese ma anche incredibilmente vicino ai riti e ai costumi dell’aristocrazia internazionale, fatti propri dagli stessi Bagatti Valsecchi, nei medesimi anni.
Le atmosfere sono quelle della Recherche di Proust: le spiagge, gli ippodromi, gli incontri mondani. Si tratta di foto in grado di suscitare emozioni, rimandi iconografici e non solo a un mondo definitivamente scomparso.

Pittore e fotografo, Jacques Henri Lartigue (Courbevoie 1894 – Nizza 1986), rivela con chiarezza nei suoi diari cosa lo abbia spinto a fotografare: il desiderio di fissare le immagini e i momenti felici che il tempo inevitabilmente porta via. Lo fa per tutta la vita, scrivendo e fotografando il proprio mondo. Viene finalmente riconosciuto come grande fotografo a 70 anni, con la prima mostra fotografica personale al MoMA di New York.
Nel 1979 dona l’intera sua opera fotografica allo stato francese che istituisce l’Association des Amis de Jacques Henri Lartigue denominata poi Donation Jacques Henri Lartigue.

Un catalogo edito da Scalpendi accompagnerà la mostra.
Immagini: per gentile concessione dalla °CLAIR Gallery di Saint-Paul-de-Vence (FR).

29 settembre – 26 novembre 2017 – Museo Bagatti Valsecchi – Milano

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Kuwait. Un deserto in fiamme. Fotografie di Sebastião Salgado

“Non ho mai visto, né prima né dopo quel momento, un disastro innaturale così enorme.”

Sebastião Salgado

 In mostra a Forma Meravigli, per la prima volta a livello internazionale, le fotografie del Kuwait in fiamme di Sebastião Salgado.

Era il 1991 e la crisi in Medio Oriente e la Guerra del Golfo erano al centro del dibattito mondiale. Quando in Kuwait i soldati iracheni incendiarono oltre 600 pozzi di petrolio per ostacolare l’avanzata della coalizione militare guidata dagli statunitensi, Salgado fu tra i primi fotografi a intuire la reale portata e la gravità di questa situazione.

Era in corso un disastro ambientale e Sebastião Salgado decise di documentarlo seguendo l’operato dei vigili del fuoco e dei tecnici specializzati chiamati da tutto il mondo per limitare i danni e arginare le perdite.

Nelle sue fotografie ritroviamo un paesaggio infernale, una luce apocalittica causata dal contrasto dei pozzi in fiamme e dalla coltre scura di petrolio che copriva le persone e le cose.

Dopo 25 anni Salgado ha deciso di tornare su queste fotografie, oggi come allora attuali, e di ampliarne la selezione arricchendola di immagini inedite.

Kuwait al pari di Genesi, La mano dell’uomo, In cammino e Bambini è un importantissimo documento di storia moderna e una straordinaria opera fotografica.

La mostra è organizzata da Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con Amazonas Images.

Dal 21 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018 – Forma Meravigli – Milano

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MONIKA BULAJ – Nur. Appunti afghani

Un viaggio solitario nella terra degli Afghani. Dividendo il cibo, il sonno, la fatica, la fame,il freddo, i sussurri, il riso, la paura. Spostandosi con bus, taxi, cavalli, camion, a dorso di yak. Dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armata soltanto di un taccuino e una Leica. Balkh, Panjshir, Samanghan, Herat, Kabul, Jalalabad, Badakshan, Pamir Khord, Khost wa Firing. Uno slalom continuo per evitare i banditi targati Talib, seguendo la complicata geografia della sicurezza che tutti gli afghani conoscono. Parlando con gli afghani, ho scoperto che la guerra è una macchina miliardaria che si autoalimenta e che pur di funzionare arriva al punto di pagare indirettamente tangenti?allo stesso nemico. Rifiutando di viaggiare con un’unita’ militare – ‘embedded’ -protetti da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che dalla Maillart a Bouvier gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere. La culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina a ignorare. La terra dei poeti odiata dai Taliban e minacciata dal nostro schema dello scontro bipolare. Un Paese nudo e minerale, dove un albero ha una maestà senza eguali e l’individuo on ha spazio per l’arroganza. Deserti dove il richiamo “Dio è grande” suona più puro che altrove. Una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi nell’ombra interni, albe e crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo.? Un Paese disperato, dove la donna è schiacciata dal tribalismo e l’oppio è la sola medicina dei poveri, ma dove una straniera può essere accolta in una moschea e l’incantamento dello straniero è vissuto come una benedizione. Una terra dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie disperate bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini. Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, erfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini. Nel giardino luminoso dell’Afghanistan ho seguito d’istinto i suoi sentieri, trovando focolai di speranza nei luoghi più insperati, nel fondo più nero della disperazione. 2009-2016

Dal 3 al 19 novembre – Reggia di Colorno (Parma)

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Stephen Shore

Stephen Shore encompasses the entirety of the artist’s work of the last five decades, during which he has conducted a continual, restless interrogation of image making, from the gelatin silver prints he made as a teenager to his current engagement with digital platforms.

One of the most significant photographers of our time, Stephen Shore (American, b. 1947) has often been considered alongside other artists who rose to prominence in the 1970s by capturing the mundane aspects of American popular culture in straightforward, unglamorous images. But Shore has worked with many forms of photography, switching from cheap automatic cameras to large-format cameras in the 1970s, pioneering the use of color before returning to black and white in the 1990s, and in the 2000s taking up the opportunities of digital photography, digital printing, and social media.

The artist’s first survey in New York to include his entire career, this exhibition will both allow for a fuller understanding of Shore’s work, and demonstrate his singular vision–defined by an interest in daily life, a taste for serial and often systematic approaches, a strong intellectual underpinning, a restrained style, sly humor, and visual casualness–and uncompromising pursuit of photography’s possibilities.

November 19, 2017–​May 28, 2018 – The Museum of Modern Art – New York

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LUCAS FOGLIA | Human Nature

Foglia

Sono cresciuto in una piccola fattoria, cinquanta chilometri a est di New York City.  La mia famiglia viveva di ciò che coltivavamo e barattando i nostri prodotti; in questo modo si è difesa dalle aree commerciali e dalle periferie intorno. La foresta che confinava con la nostra fattoria è stata il mio territorio da esplorare, un’area selvaggia che i nostri vicini, pendolari a Manhattan, ignoravano. Nel 2012 l’uragano Sandy ha allagato i nostri campi e distrutto gli alberi più vecchi della foresta. Gli scienziati parlarono allora di cambiamenti climatici dovuti all’attività umana, ho capito che se gli esseri umani influenzano il clima, non può esistere sulla Terra un luogo che l’uomo ha lasciato intatto.
– Lucas Foglia

Il paesaggio sociale è la relazione tra le persone e il luogo che abitano. Una relazione molto stretta, come quella tra Lucas Foglia e i soggetti delle sue fotografie. La passione di Foglia ha le proprie radici nella letteratura di Cormac McCarthy, nel cinema di Terrence Malick, nella pittura di Edward Hopper. Immaginario e realtà si mescolano in fotografie che raccontano un mondo vero, nel profondo. Micamera offre la straordinaria opportunità di confrontarsi con l’opera di uno dei protagonisti della scena artistica attuale. Lucas Foglia sarà presente all’inaugurazione e terrà un workshop riservato a soli tredici studenti. Sarà inoltre ospite speciale per una conferenza al Photo Vogue Festival.

Human Nature è la sua terza monografia, appena uscita per Nazraeli Press – e accoglie una sequenza di immagini che inizia e finisce con l’interpretazione del paradiso, passando poi attraverso città, foreste, fattorie e oceani. Gli scienziati sono ritratti mentre lavorano per classificare e comprendere la nostra relazione con la natura, valutando il nostro intervento e la qualità del tempo che trascorriamo nello spazio selvaggio intorno a noi.

Il corpo di lavoro, allo stesso tempo lirico e narrativo, pone spesso l’accento su ciò che è inconsueto. A volte con ironia, altre volte con una certa tristezza, le immagini raccontano della necessità di trovare una connessione con la natura e con il lato selvatico che risiede in ciascuno di noi.
Il lavoro di Foglia nasce dall’esigenza di indagare il contrasto tra modernità e natura; come manipoliamo la Terra, esaurendone le risorse, e in che modo cerchiamo di porvi rimedio. Human Nature tratta in fondo gli stessi temi già presenti nei lavori precedenti, A Natural Order e Frontcountry, ma su una scala più ampia, globale.

Human Nature è in mostra fino al 21 ottobre presso la Michael Hoppen Gallery; il lavoro sarà poi in mostra da Foam e al Museum of Contemporary Photography in Chicago.

Da Micamera, Foglia esporrà una selezione delle immagini e terrà un workshop per un piccolo gruppo di studenti. Sempre con Micamera, Foglia terrà una conferenza presso il Photo Vogue Festival di Milano.

L’ingresso alla mostra è gratuito. Micamera è a Milano, in via Medardo Rosso 19. E’ aperta dal mercoledì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.

Dal 16 novembre al 16 dicembre – Micamera – Milano

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Piergiorgio Branzi – Parigi, 1954-2017

Trenta fotografie in bianco e nero scattate a Parigi tra il 1954 e il 2017:  uno zoom su dettagli, volti e scorci di una città che non smette mai di affascinare. L’autore è il fotografo e giornalista Piergiorgio Branzi, i suoi scatti raffinati saranno esposte, a Milano, alla Galleria Contrasto dal 5 ottobre al primo dicembre.

Il primo incontro con la fotografia di Piergiorgio Branzi è stato nella sua Toscana, nei primi anni ’50. Ben presto la macchina fotografica divenne un pretesto per girare prima l’Italia, poi il Mediterraneo, finché il suo lavoro di giornalista televisivo non lo portò in giro per il mondo, dal Nord Africa a Mosca, dove Branzi ha vissuto cinque anni in quanto inviato per la Rai.

Approdò poi a Parigi, città per la quale nutre un antico amore visivo e che ha avuto modo di ammirare e rimirare più volte. In questi anni Branzi ha gironzolato per i suoi Boulevards, cercando di cogliere quello spirito ‘femminile’ di una città senza tempo; si è seduto ai suoi cafè per afferrare l’indole del suo popolo, ha viaggiato sui suoi metrò per osservarne le abitudini: nelle sue fotografie ha immortalato la vera essenza parigina, intrisa di arte, letteratura, sogno e mistero

Dal 4 ottobre al 1 dicembre – Contrasto Galleria Milano

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KM0 – KILOMETRIZERO. L’ORDINARIO STRAORDINARIO

 

 

Otto fotografi  e otto interpretazioni personali del vivere quotidiano, del paesaggio ordinario, dell’io del nostro tempo. Dopo  la partecipazione alla manifestazione Rome Art Week e l’apertura di HOP, la nuova casa della fotografia della capitale, la mostra prosegue fino a fine novembre, con un evento di re-opening venerdì 27 ottobre.

Dopo l’interesse suscitato nelle giornate di apertura e l’ampia partecipazione all’evento inaugurale, la mostra fotografica “KM0 – KILOMETRIZERO (L’Ordinario Straordinario)” viene prorogata fino a lunedì 27 novembre presso la neonata HOP – HOUSE OF PHOTOGRAPHY,

In occasione del prolungamento del periodo di apertura, gli organizzatori annunciano un re-opening della mostra, con un nuovo evento alla presenza degli autori – il re-HOPening, in programma venerdì 27 ottobre alle ore 20.00.

La mostra “KM0” rappresenta un viaggio corale e sensibile che – attraverso la fotografia dei suoi otto autori – reinterpreta, riscopre e svela le dinamiche del nostro vivere quotidiano, le contraddizioni e i cambiamenti del paesaggio che ci circonda, le difficoltà e i pregi dell’io del nostro tempo, in qualunque periodo della vita.

I lavori di Paolo Buatti, Daniele Cametti Aspri, Paolo Fusco, Angelo Marinelli, Fabio Moscatelli, Graziano Panfili, Mauro Quirini e Michele Vittori partono tutti da un presupposto comune: l’essere umano è da sempre portato all’evasione, dai problemi, dalla quotidianità, dalla normalità. Sempre più spesso è alla ricerca di ciò che non gli appartiene e vive l’oggi nell’attesa di ciò che verrà domani. I luoghi, le persone, gli oggetti che ci circondano spariscono e perdono così la loro forma e il loro senso. “KM0” è una chiave di lettura diversa per raccontare ciò che ci circonda, quello che è scomparso dalla nostra vista. Le immagini che ne fanno parte rimandano ad una fotografia lenta, pensata, sentita intimamente, che porta ad una riscoperta del mondo, ad un recupero della dimensione straordinaria nell’ordinario, ad una fotografia lontana dal reportage, dalla cronaca o dal racconto del dolore e più vicina alla poesia e alla presa di coscienza dell’oggi.

Tra paesaggi reinterpretati e i sogni infranti, tra le visioni dell’infanzia e i problemi dell’adolescenza, tra dimensioni intime e scatti della provincia, il primo progetto è Un’estate fa di Paolo Buatti, un lavoro che documenta la comparsa e la dimenticata presenza di roulotte e camper nelle zone del Centro Italia colpite dal sisma del 24 agosto 2016. A più di un anno di distanza, molte sono scomparse, altre rimangono, come un’abitudine che non se ne va, come parte di un paesaggio che ormai testimonia le strane “vacanze” della scorsa estate.

Con lui Daniele Cametti Aspri e il suo Là, dove vivono i sogni: come un ladro che cerca la vita al calar del sole, che insegue un sogno a cui aspira da tempo, le sue fotografie raffigurano abitazioni immerse nel buio, simboli lontani di tepore familiare e di tranquillità. Immagini di un paesaggio quotidiano visto mille volte che diventano lentamente altro: vuoti da colmare, aspettative distorte dalla società, consapevolezza del fatto che la ricerca del sogno, a volte, diventa più importante dell’oggetto iniziale del desiderio.

Segue Oggi è la festa di con fotografie di Paolo Fusco. Negli ultimi anni, le feste di compleanno sono cambiate, oggi la tipica festa non è a casa, ma è all’interno di piccoli parchi gioco dove tutto è “a prova di bambino”. Abitudini diverse che porteranno ad un cambiamento nei ricordi di quegli stessi bambini: la memoria dei loro compleanni sarà legata a questi posti, ai colori e alle immagini che vengono usate al loro interno. La serie descrive l’estetica di questi parchi e le immagini che i bambini serberanno nei loro ricordi.

In Quasi altrove di Angelo Marinelli, la Roma che aveva la forza di sorprendere e di legare a sé i suoi abitanti, si mostra cambiata: abbandonata a se stessa, restituisce l’immagine di una città piena di controsensi, un po’ urbana, un po’ rurale. Le immagini della  serie raccontano una città quasi disabitata, un luogo che inizia a subire, nell’abbandono, un processo di trasformazione. Una sorta di Roma del futuro, deserta, dove monumenti e architetture tornano ad essere pietra, cemento e polvere, senza alcuna valenza storica o stilistica.

Fabio Moscatelli in Syria Chapter One ci parla di infanzia, una magica epoca di passaggio. La fiducia, l’innocenza e la spontaneità non sono ancora andate perdute e il cuore è aperto alla gioia. L’infanzia è l’epoca dell’immaginazione sfrenata che trasforma il mondo circostante in una realtà fantastica, da cui emergono il nuovo e l’inaspettato; i sensi contemplano il mondo con stupore e  meraviglia e le promesse della vita non sono ancora andate perdute.

Di nuovo una dimensione temporale, ma riferita ad un’altra età della vita, con  Adolescence di Graziano Panfili. L’adolescenza rappresenta il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta e la ricerca fotografica dell’autore sul tema parte dall’analisi dell’esperienza del figlio: contestualizza l’icona di un “giovane cerbiatto” in diversi paesaggi-simbolo, rappresentando paure e incertezze, dubbi e difficoltà.

Con i lavori di Mauro Quirini e Michele Vittori, infine, si spazia da una dimensione intima ad una riflessione più ampia. In Condominium, Quirini trasmette la strana sensazione che si ha quando si attraversano degli spazi condominiali: la presenza dei condòmini, tra TV e radio accese, profumi di cucina, ascensori, automobili, è palpabile, eppure raramente si vede qualcuno, la gente si isola e non si mette in relazione. Il racconto fotografico mette in primo  piano quegli spazi che rimangono vuoti, dove nessuno si ferma e vige il silenzio. In Una provincia, invece, Vittori presenta un viaggio nel suo paesaggio quotidiano, quello dell’Alto Lazio, nei luoghi minori, dove i cambiamenti avvengono con lentezza e i legami con il passato risultano più evidenti. Questo territorio alle porte di Roma, come molte provincie italiane, ha subito diversi cambiamenti dovuti al passaggio da un modello di sviluppo agricolo ad uno di tipo industriale. La serie restituisce l’immagine di una realtà ferma agli anni Novanta che fa da contraltare alla contemporaneità.

Grazie a questa molteplicità di visioni e alla sua dimensione corale, partecipata e concreta, il progetto espositivo “KM0” ha rappresentato il perfetto punto di partenza concettuale per l’apertura ufficiale al pubblico di HOP – HOUSE OF PHOTOGRAPHY, la nuova casa della fotografia della capitale.

HOP è un progetto che nasce dall’impegno del gruppo di fotografi in mostra e da un’idea di Daniele Cametti Aspri per la creazione di un luogo nuovo dove vivere, fare e parlare di fotografia abbattendo le barriere, puntando alla condivisione e riscoprendo il valore della fotografia stampata.

Così come la mostra “KM0” offre un ventaglio di visioni sull’oggi, HOP è uno spazio con tante sfaccettature: è una casa per autori, gli HOPers, dove ritrovare la dimensione del confronto e presentare i propri lavori ad altri appassionati; è una house gallery, che punta a mostrare le opere in un contesto intimo, domestico, familiare e a diffondere il concetto di fotografia come opera collezionabile e fruibile; è un luogo di formazione, dove imparare le tecniche essenziali o avanzate dell’utilizzo della macchina fotografica, abbinandole all’affinamento della sensibilità visiva grazie a corsi e  workshop; è un luogo di produzione, dove le opere esposte vengono realizzate internamente e con cura artigianale grazie alla divisione HOPlàb e alla collaborazione con Rosini Cornici, in modo che anche la scelta di carta, stampa e cornici diventi parte integrante del processo creativo del fare fotografia; è infine un marchio di qualità e garanzia, che vuole offrire un’opportunità a chi vuole vivere di fotografia: HOP valuta gli artisti per la loro produzione e per l’inserimento nel circuito di vendita della HOP Gallery (per vendita fisica e online) e degli HOP Shop (o meglio HOPsHOP), corner all’interno di realtà commerciali già esistenti che potranno proporre al pubblico il catalogo delle opere del  circuito HOP.

27 ottobre 2017 – 27 novembre 2017 – HOP – HOUSE OF PHOTOGRAPHY – Roma

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Franco Pagetti – Tutti i confini ci attraversano

Torna al CMC la grande fotografia contemporanea. La mostra, ideata da Camillo Fornasieri, è curata da Enrica Viganò, fondatrice di MIA Milan Image Art e si svogle con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, con l’adesione di importanti partner come Arriva.Per la prima volta a Milano la rassegna di Franco Pagetti permette di incontrare da vicino la forza e l’originalità di uno dei fotogiornalisti italiani più autorevoli e stimati nel mondo. L’umanità, la persona, nel mondo attraversato da “confini” visibili e invisibili, una nuova fotografia tra ricerca e reportage, dall’Irlanda all’Afghanistan, passando per Siria, Palestina e Iraq. Alcune immagini che hanno fatto il giro del mondo e quelle potenti, inedite, di incontri, attese, di momenti di umanità vivente.

Fotogiornalista di prestigiose testate internazionali, come The New York Times, Newsweek, TIME, The New Yorker, Stern, Le Figaro, Paris Match, The Times of London, Franco Pagetti è presente – spesso per primo – nei teatri di guerra e conflitto del pianeta: dall’Afghanistan al Kosovo, da Timor Est al Kashmir; Palestina, Sierra Leone, Sudan del Sud; oltre che, con temi diversi, in altri Paesi quali Cambogia, Laos, Vaticano, Arabia Saudita, Indonesia.

Pagetti a Milano ci mostra i confini che “ci attraversano” nei monti e villaggi dell’Afghanistan, paesaggi silenziosi come quelli del pastore errante di Giacomo Leopardi; nei ritratti in bianco e nero di uomini e donne in preghiera nelle loro case, mentre fuori imperversa la battaglia, rivelandoci così quella differenza (minima) tra Sciiti e Sunniti che si manifesta nel culto; negli orizzonti dei muri di separazione di Palestina, Irlanda, Afghanistan o ancora nel paradossale confine fragile dell’amore che ha cucito le tende colorate che campeggiano nelle vie sventrate di Aleppo, dono delle donne per proteggere i loro mariti e figli dai cecchini nemici.

Con la mostra milanese dunque Qui il discorso si allarga, si incontra “il pensiero” che sta dentro ogni immagine di Pagetti, si rivela la sua preparazione e capacità di informazione che interroga il metodo dei media oggi, argomento di grande attualità insieme a quell’uso moltiplicato dell’immagine nei social.

La rassegna invita a reinterrogarsi sulla fotografia, le sue radici e sulle possibilità per il futuro, documentando questi ulteriori “confini”.

5 ottobre 2017 – 21 gennaio 2018  – CMC – Centro Culturale di Milano

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Lotte Jacobi – Alfred Eisenstaedt

L’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo inaugura, giovedì, 5 ottobre 2017, alle ore 19.30, la mostra fotografica Fotografia 4 Lotte Jacobi – Alfred Eisenstaedt. La mostra, curata dalla storica della fotografia Ute Eskildsen, è la quarta mostra di una serie espositiva che illustra l’evoluzione della fotografia tedesca dagli anni venti a oggi e che mette in dialogo o in contrasto le opere di due fotografi di un’epoca.

L’avvio della serie, nel 2014, fu con la mostra di August Sander e Helmar Lerski seguita dalla seconda, nel 2015, con Erich Salomon e Friedrich Seidenstücker
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Le prime due mostre esibirono opere di fotografi della repubblica di Weimar. La terza edizione, nel 2016, con Willi Moegle e Otto Steinert era dedicata al dopoguerra, in particolare alla fine degli anni cinquanta. Due fotografi che durante il nazionalsocialismo rimasero in Germania e dopo la seconda guerra mondiale raggiunsero la notorietà. Lotte Jacobi e Alfred Eisenstaedt, invece, conseguirono successi professionali a Berlino durante la Repubblica di Weimar, ma in quanto ebrei non poterono svilupparli ulteriormente in Germania a seguito dell’avvento al potere dei nazionalsocialisti nel 1933. Entrambi riuscirono a emigrare negli Stati Uniti nel 1935.

“Lotte Jacobi e Alfred Eisenstaedt erano entrambi ebrei. A loro successe quello che gli artisti subiscono ripetutamente anche in Germania dopo la guerra, nella Repubblica Democratica Tedesca e tutt’oggi, in molte parti del mondo: l’interruzione dello sviluppo artistico, la cesura della continuità biografica.” Secondo Joachim Blüher, Direttore di Villa Massimo, “Entrambi, […], sono rappresentanti della massima mobilità. La tecnologia di cui fanno uso si chiama Ermanox e poi Leica.”

Le fotografie di Lotte Jacobi (1896 – 1990), nonostante l’influenza della Nuova Oggettività, in cui prevalevano gli scorci della vita reale, rimandano a un linguaggio formale di transizione. I ritratti hanno ancora l’effetto flou della messa a fuoco di una camera di grande formato e richiamano la tradizionale fotografia realizzata in studio. Molto diverse sono invece le fotografie dedicate alla danza realizzate parallelamente ai ritratti, così come quelle in cui sono immortalati gli interpreti di diversi teatri berlinesi. Per Alfred Eisenstaedt (1898 – 1995) invece la ritrattistica individuale, in questo si distingueva da Lotte Jacobi, non era il suo principale ambito di attività. Il suo interesse e la sua concentrazione erano rivolti all’osservazione di situazioni. Diversamente da Lotte Jacobi, l’emigrazione forzata nel 1935 non rappresentò per Alfred Eisenstaedt una netta cesura a livello professionale, grazie alla sua pluriennale collaborazione con l’Associated Press a Berlino.

In mostra saranno presenti 18 fotografie di Lotte Jacobi e 30 fotografie di Alfred Eisenstaedt, di cui la maggior parte sono stampe vintage degli anni ’30-‘50. Le fotografie provengono dal Münchner Stadtmuseum, Museum Folkwang, Essen, Museum für Kunst und Gewerbe Hamburg, Axel Springer Syndication GmbH, ullstein Bild Berlin e la collezione del Haus der Photographie – Sammlung F.C. Gundlach, Hamburg.

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Wildlife Photographer of the Year

L’esposizione presenta le immagini premiate nelle 20 categorie in gara, a partire dal massimo riconoscimento, il Wildlife Photographer of the Year, assegnato a A tale of two foxes di Don Gutoski (Canada) nella categoria Mammiferi. Uno scatto che ritrae una volpe rossa mentre trascina la carcassa di una volpe artica, nel Wapusk National Park in Canada.
Ruffs on display, foto di Ondřej Pelánek (Repubblica Ceca, sezione junior 11-14 anni) che mostra la lotta fra due uccelli maschi per l’accoppiamento e in difesa del territorio, è invece vincitrice assoluta del Young Wildlife Photographer of the Year.
Non mancano i talenti italiani in concorso e tra questi spiccano Ugo Mellone, vincitore nella categoria Invertebrati con la foto Butterfly in Crystal, mentre un altro suo scatto, The Tunnel of Spring, è stato selezionato come finalista nella categoria Terra. Sono inoltre risultati finalisti Vincenzo Mazza con la foto Battling the Storm (categoria Uccelli) e Hugo Wassermann con lo scatto Ice Design (categoria Impressioni).
Percorso espositivo
Oltre ai due massimi riconoscimenti Wildlife Photographer of the Year e Young Wildlife Photographer of the Year, il percorso espositivo illustra tutte le immagini vincitrici e finaliste nelle categorie Mammiferi, Uccelli, Anfibi e Rettili, Invertebrati, Piante, Sott’acqua, Terra, Dal cielo, Città, Dettagli, Impressioni, Bianco e Nero, Premi Fotogiornalista di natura – singola foto e reportage, Premio Portfolio talento emergente (età 18-25 anni), Premio Portfolio (oltre i 26 anni), Premio TimeLapse (filmati, con riproduzione accelerata dei fotogrammi, che rivelano all’occhio umano processi di trasformazione altrimenti non percepibili), oltre alle sempre sorprendenti categorie dedicate ai giovani fotografi fino a 10 anni, da 11 a 14 anni e da 15 a 17 anni.
Le didascalie e i testi che accompagnano le immagini raccontano sia i requisiti tecnici della fotografia sia la storia e le emozioni che hanno motivato l’autore nella realizzazione dello scatto, insieme a dati di carattere scientifico sulle specie fotografate.

Dal 6 ottobre al 10 dicembre 2017 – Fondazione Matalon Milano

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Henri Cartier-Bresson Fotografo

140 scatti di Henri Cartier – Bresson, in mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo dal 21 ottobre 2017 al 25 febbraio 2018, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

Quando scatta l’immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita a Palermo, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. È incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. “Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.
Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.

Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.

“Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale”.
I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.
Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.

“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

Per parlare di Henri Cartier-Bresson – afferma Denis Curti, curatore della mostra a Palermo – è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra “postuma”, credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda,insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum Photos. Insomma, Cartier – Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.

A proposito della creazione Magnum Photos, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico membro italiano ha scritto: Magnum continua a sopravvivere secondo l’utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.

La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall’amico ed editore Robert Delpire e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2003 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. L’allestimento attuale è curato da Denis Curti e Andrea Holzherr per conto di Magnum.

Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.

Promossa dalla Galleria d’Arte Moderna di Palermo e organizzata da Civita in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi, la mostra è il secondo appuntamento espositivo con i grandi maestri della Fotografia, dopo quello che è stato dedicato a Steve McCurry, chiuso con grande successo alla fine di febbraio di quest’anno.

Dal 21 Ottobre 2017 al 25 Febbraio 2018 – Palermo  Galleria d’Arte Moderna

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Cronache dal set: il cinema di Paolo Sorrentino – Fotografie di Gianni Fiorito

In concomitanza con la mostra “Arrivano i Paparazzi! Fotografi e divi dalla Dolce Vita a oggi”, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia propone una selezione di scatti di Gianni Fiorito, fotografo di scena di Paolo Sorrentino.

A partire dall’11 ottobre nella Project Room del Centro di via delle Rosine 18 a Torino, “Cronache dal set: il cinema di Paolo Sorrentino. Fotografie di Gianni Fiorito”, curata da Maria Savarese, presenta circa quaranta fotografie che raccontano il cinema del premio Oscar partenopeo.

In una carrellata di immagini si alternano, tra scenografie e pause di set, il giovane Papa Jude Law della serie The Young Pope, il protagonista de La Grande Bellezza Jep Gambardella interpretato da Toni Servillo, presente in mostra anche nei panni de Il Divo Giulio Andreotti, e Sean Penn, la rock star Cheyenne di This Must Be the Place.

“Nella sua ricerca fotografica – commenta la curatrice Maria Savarese – Gianni Fiorito non si accontenta di restituire una o più immagini che siano rappresentative dei film, ma da ciascuna di esse cerca di trarre una visione ulteriore che mai si pone a commento di quella già data dal cinema. Ciò che tenta di fare la sua fotografia è ’vedere oltre’, ragionando sugli elementi fondamentali della scena: l’attore, il regista, la troupe, i luoghi. Fotografare il cinema non è semplice: meno frequente è trovarsi di fronte a risultati che valicano il limite della documentazione per produrre visioni portatrici di senso.

La narrazione di Fiorito non si riferisce solo al ‘dietro le quinte’, ma con la sua macchina fotografica, racconta il cinema colto, sincopato di Sorrentino mettendo in atto la perenne lotta fra la narrazione che scorre e l’interruzione del tempo. E poi c’è l’empatia con il ‘bagaglio’ professionale del regista: il suo particolare modo di lavorare sul set, la ricerca della concentrazione, della giusta inquadratura, del confronto continuo con gli attori e il personale tecnico sulla scena, il controllo maniacale di ogni particolare del trucco, dei vestiti, dei volti di ogni comparsa, degli oggetti in scena, raccontato alla maniera di un fotoreporter costantemente presente, ma invisibile e attento, al centro del set.”

11 ottobre 2017 – 7 gennaio 2018 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

Foto/Industria – Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro

 

FOTO/INDUSTRIA è la prima biennale nel mondo dedicata alla fotografia dell’industria e del lavoro. Alla sua terza edizione, dal 12 ottobre al 19 novembre 2017 “FOTO/INDUSTRIA – Etica ed estetica al lavoro”  propone al pubblico 14 mostre di grandi fotografi internazionali ospitate al MAST e in luoghi simbolo della storia e della cultura cittadina, palazzi e residenze di grande rilevanza artistica, offrendo l’occasione di esplorare nuovi scenari della creazione fotografica e al tempo stesso di scoprire una città che sorprende e affascina.
Attraverso FOTO/INDUSTRIA, la Fondazione MAST vuole portare avanti una duplice azione: promuovere la cultura della fotografia nella sua dimensione storica e contemporanea e raccontare attraverso una molteplicità di sguardi la straordinaria rilevanza dell’industria e la sua capacità di trasformare comunità geografiche e umane.

Il programma espositivo è accompagnato da un calendario di incontri e visite guidate con gli artisti, tavole rotonde con protagonisti del mondo della fotografia e della cultura contemporanea, performance teatrali e concerti, docufilm in collaborazione con la Cineteca di Bologna. L’accesso è gratuito ed è richiesta la prenotazione

Ecco i fotografi dell’edizione 2017:

THOMAS RUFF
MACCHINA & ENERGIA
Fondazione MAST, via Speranza, 42 – Bologna

JOSEF KOUDELKA
PAESAGGI INDUSTRIALI
Museo Civico Archeologico, Via dell’Archiginnasio, 2 – Bologna

LEE FRIEDLANDER
AL LAVORO
Fondazione Del Monte, Via delle Donzelle, 2 – Bologna

JOAN FONTCUBERTA
SPUTNIK: L’ODISSEA DEL SOYUZ 2
Palazzo Boncompagni, Via del Monte, 8 – Bologna

ALEXANDER RODCHENKO
IL MONDO INDUSTRIALE NELLA COLLEZIONE DEL MUSEO DI ARTE MULTIMEDIALE DI MOSCA (MAMM)
Fondazione Cassa di Risparmio – Casa Saraceni, Via Farini, 15 – Bologna

MIMMO JODICE
GLI ANNI MILITANTI
Santa Maria della Vita, Via Clavature, 8 – Bologna

MITCH EPSTEIN, AMERICAN POWER / THE MAKING OF LYNCH
THE WALTHER COLLECTION
Pinacoteca Nazionale, Via delle Belle Arti, 56 – Bologna

JOHN MYERS
LA FINE DELLE MANIFATTURE
Museo della Musica, Strada Maggiore, 34 – Bologna

MICHELE BORZONI
FORZA LAVORO
Palazzo Pepoli Campogrande, Via Castiglione, 7 – Bologna

MÅRTEN LANGE
MACHINA & MECHANISM
Centro di ricerca musicale ­– Teatro San Leonardo, Via San Vitale 63 – Bologna

VINCENT FOURNIER
FUTURO PASSATO
MAMbo, Via don Minzoni, 14 – Bologna

CARLO VALSECCHI
SVILUPPARE IL FUTURO
Ex Ospedale dei Bastardini, Via D’Azeglio, 41 – Bologna

MATHIEU BERNARD-REYMOND
TRANSFORM
Spazio Carbonesi, Via de’ Carbonesi, 11 – Bologna

YUKICHI WATABE
DIARIO DI UN’INDAGINE
Museo di Palazzo Poggi, Via Zamboni, 33 – Bologna

Tutti i dettagli qua

 

ROBERT DOISNEAU. Pescatore d’immagini

Al Broletto di Pavia, dal 14 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018, 70 scatti ripercorrono la vicenda artistica di uno dei più importanti fotografi del Novecento.
Esposte alcune delle sue opere più conosciute, tra cui Il bacio (Le Baiser de l’Hotel de Ville), la sua immagine più famosa e amata.

Il Broletto di Pavia si apre alla grande fotografia. Dal 14 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018, lo storico palazzo del XII secolo, posto nel cuore della città, ospita una mostra di Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1 aprile 1994), uno dei fotografi più importanti e celebrati dell’intero Novecento.

La rassegna, dal titolo Pescatore d’immagini, curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con il Professor Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, in collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e il Comune di Pavia – Settore Cultura presenta 70 immagini in bianco e nero che ripercorrono l’universo creativo del fotografo francese.

Il percorso espositivo, che mette in mostra alcune delle icone più riconoscibili della sua carriera come Le Baiser de l’Hotel de Ville, Les pains de Picasso, Prevert au gueridon, si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i soggetti a lui più cari, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.

Altre info qua

Vivian Maier

Dal 27 ottobre gli spazi espositivi della Fondazione Puglisi Cosentino ospiteranno una delle più complete rassegne dedicate alla grande fotografa statunitense: con oltre 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta e alcuni filmati in super 8.

Dal 27 ottobre al 18 febbraio Fondazione Puglisi Cosentino – Catania

I light U / Frames for underground stories

Una mostra di fotografia narrativa di Baretto Beltrade

 

 

Di nuovo visitabile dal 14 ottobre al 26 novembre 2017
Galleria Artepassante, Passante ferroviario di Porta Venezia, Milano

Fotografia narrativa sviluppato dal collettivo fotografico Baretto Beltrade e presentato all’edizione 2017 di Milanophotofestival.
La mostra, allestita presso la Galleria Artepassante, presenta una selezione di 44 ritratti e storie di viaggio raccolte tra i passanti che sono transitati, durante alcuni mesi, nel corridoio sotterraneo che collega metropolitana e ferrovia, a Porta Venezia, a Milano. Questa selezione è stata operata a partire dai 126 ritratti raccolti nel blog che ha seguito l’evoluzione del progetto: http://ilightu.blogspot.it/

La finalità del progetto è di affrontare il tema della perdita e il ruolo della fotografia come suo parziale antidoto, attraverso ritratti e frammenti di narrazioni. Il luogo in cui si è svolto – un corridoio di passaggio della metropolitana – non è casuale. Anonimi, seriali, senza una precisa identità, i luoghi di transito come stazioni o autogrill sono ricchi di uno strano fascino. Ci si passa in fretta, distrattamente, ma a volte qualcosa ci colpisce: un volto, un gesto, lo sguardo di una persona che ci passa accanto. Senza volerlo immaginiamo una storia. Da dove viene, dove sta andando, cosa ha fatto, cosa farà? Per un attimo incrociamo una vita, in forma di promessa, ma è solo un attimo perché quel volto è già scomparso tra la folla.

Questa paradossale “nostalgia dello sconosciuto” è il sentimento che guida il progetto. Le persone che passavano in quel punto erano invitate a fermarsi per farsi fotografare e per raccontare brevemente il proprio viaggio: da che punto della città stai arrivando, dove vai, chi hai lasciato, e chi ti aspetta dall’altra parte? Ogni viaggio traccia una linea tra un punto di partenza e una destinazione che unisce di volta in volta persone, lavori, amori, amicizie, impegni, passioni, doveri e mille altre cose. Infiniti punti, infinite linee: un tessuto sterminato che non si può misurare o descrivere, si può solo immaginare, anzi si può riassumere per immagini, o per frammenti di racconti inconclusi. “I light U / Frames for underground stories” è uno degli infiniti riassunti possibili, allestito e messo in mostra proprio nel punto in cui ritratti e racconti sono stati illuminati per un momento. La memoria, anche quella tecnologica, è solo un riflesso dentro un riflesso. Ma questo è uno dei modi in cui la fotografia può esserci utile: non per illuderci di trattenere, ma per ricordarci che non possiamo mai farlo del tutto.

Sebastião Salgado – Genesi

Genesi è l’ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentario del nostro tempo. Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro.

La mostra è nata da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta, durato 8 anni.

Il frutto di questa curiosità sono le oltre 200 fotografie esposte in mostra, che ci raccontano con sguardo straordinario ed emozionante luoghi che vanno dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia.

Il mondo come era, il mondo come è. La terra come risorsa magnifica da contemplare, conoscere, amare. Questo è lo scopo e il valore dello straordinario progetto di Sebastião Salgado.

18 ottobre – 28 gennaio 2017 – PAN Palazzo Arti Napoli

Tutte le info qua

Luca Zampini – Alberi

locandinem[1]

Sabato 28 Ottobre alle ore 18.00 alla Galleria del Carbone inaugura la mostra personale di Luca Zampini dal titolo ” TREES Alberi” con testo in catalogo di Lucia Boni. La rassegna che ha per sottotitolo: “Immagina se gli alberi fornissero il WiFi gratis a tutti, ne pianteremmo ovunque. E’ davvero un peccato che diano soltanto l’ossigeno”,  presenta un ciclo di immagini fotografiche frutto della sensibile elaborazione di Luca Zampini sul tema della natura, degli alberi visti come soggetti portatori di umanità come scrive Lucia Boni: “[…] Degli alberi quindi riprende la forma, il volume, la sagoma, il portamento, la flessuosità addirittura, si potrebbe dire, le essenze olfattive. Non si tratta di foreste o boschi, frutteti o giardini, essi sono colti nella posa di individui isolati, fieri ed eroici nel loro mutevole stare.”

Conoscere non è solo un’attività mentale, non è cognizione. La conoscenza avviene anche e soprattutto attraverso le esperienze sensoriali, ma non solo, non avverrebbe vera conoscenza se non ci fosse anche il coinvolgimento emotivo. L’esperienza del conoscere, gli alberi nella fattispecie, non è solo cosa da botanico o da analista di laboratorio. Occorre entrare in relazione, proprio per amare, attività che comporta la disponibilità alla mutevolezza delle forme e della sostanza.

Chi decide di dedicare la propria attenzione all’albero, deve esserne attratto, ci deve essere già stato un innamoramento e questo avviene per indole, già dall’infanzia. Ci si dispone, come lo spettatore nel teatro di fronte ad un effettivo spettacolo, pronti a farsi coinvolgere fino a divenirne parte integrante, con il proprio respiro dentro il respiro dell’attore. La scena per la quale recita l’albero è incantevole: ‘lui’, sebbene sempre diverso, è ordinato in senso geometrico e matematico e al tempo stesso sorprendente per le capacità trasformistiche, si presenta con il “gioco matematicamente misurato dei rami che vanno moltiplicandosi ad ogni primavera di una mano, che si apre”. Così dice Le Corbusier, in Quando le cattedrali erano bianche, “gli alberi sono un tetto su di noi, tra la terra e il cielo” e pare, con questa frase, voler suggerire uno sguardo non consueto, non frontale, ma orientato verso l’alto, rimanendo ben sotto alle chiome.

Luca Zampini, si pone proprio con questo atteggiamento di rispetto, nella relazione con il soggetto delle sue rappresentazioni. La scena delle sue fotografie, vissuta da lontano o più da vicino, attorno e accanto, sotto e di fronte è spazio da percorrere, da vivere, da avvolgere. Solo in questo modo l’immagine che Luca ricrea, non rappresenterà l’apparenza dell’albero, ma la sua sostanza stessa. Ciò di cui si preoccupa Luca non è l’effetto estetico, ma l’idea della dedizione, il senso dell’abbraccio.

Degli alberi quindi riprende la forma, il volume, la sagoma, il portamento, la flessuosità addirittura, si potrebbe dire, le essenze olfattive. Non si tratta di foreste o boschi, frutteti o giardini, essi sono colti nella posa di individui isolati, fieri ed eroici nel loro mutevole stare. Con ciascuno di essi l’amorevole fotografo entra in un’empatia che si carica di affetto avvolgente, pieno di evocazioni, di memorie provocate dal profumo intenso caratteristico della specie, del clima e delle situazioni attraversate durante la loro lunga vita.  Il gelso, il pino loricato, la farnia, l’ulivo e gli altri sono monumenti, sculture.

Il fascino dell’albero e la sua ‘trascrizione’ in immagine, è stato il tema portante di tanti artisti, come Mondrian e Camille Corot, solo per citarne un paio, quest’ultimo, con “Il colpo di vento” al Musée des Beaux-arts de Reims, ha fatto realmente innamorare Luca Zampini e forse generato il suo interesse per questo soggetto.

Nelle opere esposte alla Galleria del Carbone si evidenzia come l’artista possa concorrere a formare e ricreare, in questo caso sulla superficie stampata, una nuova rarefatta tridimensione. L’abbraccio degli sguardi è rappresentato dalla sovrapposizione dei diversi scatti, effetti delle infinite trasformazioni nei possibili punti di vista, in una sola immagine. Dell’albero risulta un ritratto che diviene un’icona, un simbolo.

L’uomo si identifica con l’albero, si rispecchia in esso. Per contro l’albero si identifica con l’uomo, gli va  incontro, lo guarda, lo conosce, lo interroga e lo rimprovera. Gli alberi di Luca Zampini si nascondono tra le loro proprie fronde e si espongono con i loro sguardi. In ambedue le versioni rappresentano vita, respirano, sopra e sotto il diaframma della terra. Lucia Boni

dal 28 OTTOBRE al 12 NOVEMBRE 2017 alla galleria “del carbone” – Ferrara

 

 

 

 

 

 

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6 pensieri su “Mostre da non perdere a novembre

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