Le mostre di fotografia da non perdere a ottobre!

Ciao,

questo mese vi presentiamo mostre importanti, da non perdere!

Date un’occhiata!

Anna

Life’s a beach – Martin Parr

La Fondazione Carlo Laviosa porta a Livorno la mostra “Life’s a beach” di Martin Parr, uno dei giganti della fotografia contemporanea, internazionalmente noto per aver trasformato la foto documentaristica in foto d’arte attraverso un punto di vista originalissimo e un uso del colore esasperato.

Grazie alla collaborazione col Comune di Livorno la mostra sarà al Museo civico Giovanni Fattori – Granai di Villa Mimbelli (via San Jacopo in Acquaviva, 65) dal 25 settembre al 12 dicembre 2021.

“Martin Parr – spiega Serafino Fasulo, curatore della mostra – è un reporter della quotidianità, lavoratore dello sguardo, che fotografa abitudini e costumi che raccontano l’animo umano, smascherando i luoghi comuni dietro ai quali spesso si nascondono trivialità, grottesco, cultura degradata. È capace di vedere ciò a cui siamo assuefatti e metterci davanti a uno specchio che rimanda un’immagine tutt’altro che gratificante. Riesce a trovare grandi temi di riflessione sulla condizione umana con un umorismo che rasenta il sarcasmo, ponendoci, per una volta, non di fronte ai vizi degli altri ma ai nostri”.

In esposizione ai Granai di Villa Mimbelli 56 scatti di Parr, fotografo della prestigiosa agenzia Magnum di Parigi, che raccontano il mondo dei bagnanti nel loro tempo libero, mentre stanno distesi al sole, senza “difese”, in costume da bagno, mentre si rilassano. La mostra “Life’s a beach” assume significati molteplici per Livorno, città che del rapporto col mare e la balneazione ha fatto la sua cifra esistenziale.

“La vita è una spiaggia o la spiaggia è la vita – ha dichiarato Giovanni Laviosa, presidente della Fondazione Carlo Laviosa – Se gli umani tendessero a ricercare la propria comunità, intesa come individui che si assomigliano, potrebbero farlo anche sulla spiaggia. Grazie a Martin Parr per darci uno spunto di riflessione mostrandoci quel che spesso ci sfugge”. 

dal 25 settembre al 12 dicembre 2021 – Museo civico Giovanni Fattori – Granai di Villa Mimbelli – Livorno

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IRVING PENN

Considered to be one of the greatest photographers of the 20th century, Irving Penn (1917–2009) radically modernised photography as a medium, creating a canon that would manifest a rich and influential legacy of commercial and personal work. Mentored by the legendary photographer and art director Alexey Brodovitch, Penn began working as a commercial artist for Harper’s Bazaar in the late 1930s and later for American Vogue in the early 1940s. Encouraged by Alexander Liberman, editorial director at Vogue, he committed to professional photography in 1943.

Over the next sixty years, Penn photographed more than 150 covers for Vogue and produced thousands of ground-breaking editorials celebrated for their formal simplicity and use of natural light. Penn’s artistic contributions for Vogue formed an unprecedented legacy which, in the words of the magazine’s Editorin-
Chief Anna Wintour, “changed the way people saw the world and our perception of what is beautiful”. Breaking all conventions, Penn approached photography as an artist, expanding the medium’s creative potential at a time when the photograph was primarily understood as a means of communication.

The exhibition brings together remarkable masterpieces that situate Penn’s work in the context of various artistic, social, and political subjects. On display are some of his most iconic motifs, ranging from captivating portraits of celebrities and cultural groups, to imposing images of street debris and surreal still-lifes. On a constant quest for authenticity, IRVING PENN introduces the artist as one who took inspiration from familiar objects, that sought beauty in environments of reduced noise and minimal aesthetic, resulting in a distilled visual language characterised by arresting elegance.

September 09 – December 22, 2021 – Cardi Gallery Milan

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LE MOSTRE DEL COLORNO PHOTO LIFE

ITALY, Sicily, Randazzo: italian Writer Leonardo SCIASCIA. (c) Ferdinando Scianna/Magnum Photos
Per informazioni sulle mostre nello spazio museale del MUPAC
Ingresso gratuito  
orari: sabato e domenica 10,00 12,30  – 15,00 18,00
Spazio MUPAC
Tel. 3493512737  
Email: info@colornophotolife.it 
Sito web: www.colornophotolife.it www.mupac.it

Per informazioni sulle mostre della Reggia di Colorno

Per maggiori informazioni: www.reggiadicolorno.it
Reggia di Colorno Piazza Garibaldi, 26 – 43052 Colorno Parma
Tel. +39. 0521.312545

Orari di visita guidata alla Reggia con prenotazione obbligatoria
10.00 -13.00; 15-18.00
Orari
Dal martedì al venerdì 10 – 13.00 / 15.00 -18.00

Biglietto di ingresso mostra

Biglietto intero € 8,00; Biglietto ridotto € 7,00
Biglietti online http://reggiadicolorno.it/?p=3118

Biglietto ingresso con visita guidata al complesso della Reggia di Colorno + mostre
€. 10,00 – ridotto €. 9,00 – gruppi min. 15 pax €. 8.00

LE MOSTRE DEL FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI

Oltre venti mostre per raccontare il mondo in cui viviamo.

Un grande affresco fotografico realizzato dai migliori fotogiornalisti ti accompagnerà per chiostri, parchi, musei e piazze.

Come al solito le mostre sono organizzate in sezioni:

UNO SGUARDO SUL NUOVO MONDO

Nel Festival del fotogiornalismo italiano non può mancare uno spazio dedicato agli avvenimenti internazionali più importanti che negli ultimi anni hanno segnato la cronaca e le vite di così tante persone in un mondo globale e interconnesso.
Un’area espositiva per conoscere la realtà, per comprenderla e cambiarla.

SPAZIO APPROFONDIMENTO

È lo spazio dedicato a capire a fondo una storia, una tematica, con il dettaglio e il tempo necessario per problemi complessi e delicati. Storie individuali che diventano un fenomeno sociale di grande impatto collettivo. Quest’anno la sezione accoglie la mostra di Eugene Richards.

World.Report Award 2021

Il World.Report Award è il concorso internazionale del Festival di Lodi, che ha lo scopo di dare voce e supporto all’impegno sociale dei fotografi e si rivolge a tutti, italiani e stranieri, professionisti e non.
Il soggetto è l’umanità con le sue vicende pubbliche e private, le sue piccole e grandi storie; i fenomeni sociali, i costumi, le civiltà, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane, i cambiamenti e l’immutabilità.

SPAZIO NO PROFIT

La sezione storica del Festival prende spunto dai reportage commissionati dalle organizzazioni No Profit sui territori e sulle tematiche in cui operano.
Voci e testimonianze che possiamo conoscere solo grazie allo sforzo di fotografi impegnati direttamente sul campo.
Ancora una volta, l’immagine è motore per il cambiamento.

PREMIO VOGLINO

Come ogni anno, il Festival continua la collaborazione con il Premio Voglino, dedicato alla figura di Alessandro per la dedizione e passione investite nella divulgazione della cultura fotografica italiana.

SPAZIO CORPORATE FOR FESTIVAL

Lo spazio Corporate for Festival è dedicato alle mostre realizzate in collaborazione e sostenute dal mondo delle aziende profit, che attraverso lo sviluppo di progetti di responsabilità sociale d’impresa vogliono gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico.

SPAZIO OUTDOOR

Un’area all’aperto dove immergersi nelle storie attraverso i racconti per immagini di grandi fotografi del National Geographic. Uno spazio per tutti coloro che vogliono scoprire il nostro pianeta.

SPAZIO RESET

I vincitori di RESET, la open call promossa da Sistema Festival Fotografia e incentrata sulla rigenerazione urbana e umana.

SPAZIO FREEDOM

I vincitori della call FREEDOM, la open call promossa e organizzata dall’associazione Roma Fotografia in collaborazione con la rivista IL FOTOGRAFO, TWM Factory, Bresciani Visual Art, Camera Service Centro Autorizzato Canon Roma e The Walkman Magazine, con il supporto del nostro Festival e della Biennale di Fotografia Femminile di Mantova.

dal 25 settembre al 24 ottobre 2021 – Lodi – Sedi Varie

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LE MOSTRE DI CASTELNUOVO FOTOGRAFIA

Fotografia di Sara Munari

Ritorna anche quest’anno con la IX edizione, il Festival Castelnuovo Fotografia, che ha per tema PAESAGGIO FUTURO
Rappresentazione / Immaginazione.

Numerose mostre e molti eventi, quali Workshop e letture portfolio, si terranno a Castelnuovo di Porto (Roma) dal 2 al 10 ottobre.

Qua trovate il programma completo della manifestazione.

Le mostre sono aperte al pubblico nei due weekend: 2-3 ottobre e 9-10 ottobre

Castelnuovo di Porto – sedi varie

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GUS POWELLFAMILY CAR TROUBLE

Venerdì 8 ottobre inaugura da Micamera la mostra Family Car Trouble. Per l’occasione, Micamera non esporrà le sole opere a parete, ma ha in progetto uno speciale allestimento che coprirà anche le vetrine della galleria e arriverà in strada, dove una Volvo simile a Jimmy sarà protagonista dell’inaugurazione.

Family Car Trouble è una narrazione intima della vita in famiglia che racchiude immagini scattate nei mesi precedenti alla morte del padre dell’autore, avvenuta nel 2015. Protagonisti sono la moglie e le figlie – Townes e Maude  – che crescono e una vecchia Volvo 940 Turbo station wagon del 1993 soprannominata Jimmy.

Il lavoro di Powell parla della vita e del suo procedere, dell’intrecciarsi di gioia e malattia. Jimmy segue, accoglie, accompagna la famiglia fino alla morte del padre e ancora dopo, mostrando i vetri appannati e infine, le due bambine che sedute sul cofano guardano verso l’orizzonte.

9 ottobre – 7 novembre 2021 – MiCamera – MIlano

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MULATTIERE ACQUASANTA – AUTORI VARI

L’esposizione conclude il progetto di residenza d’artista Mulattiere Acquasanta, curato da Serena Marchionni per ikonemi, centro indipendente per la fotografia e le immagini di paesaggio. Sette sono stat* gli artist* coinvolt, in ordine alfabetico, Andrea Alessandrini, Daniele Cinciripini, il duo Nicola Domaneschi / Marco Verdi, Francesca Iovene, Iacopo Pasqui e Arianna Sanesi. L’inaugurazione sarà venerdì 24 settembre alle ore 16, mentre sabato 2 ottobre dalle ore 16 è previsto un incontro con gli artist che a seguire accompagneranno il pubblico in visita. L’esposizione sarà visitabile fino al 10 ottobre, gli orari di apertura sono i seguenti: martedì e giovedì 10-13, mercoledì e venerdì 15-18, festivi e prefestivi 10-13 e 15 -18, lunedì chiuso.
In mostra saranno presentate per la prima volta le opere realizzate durante il periodo di residenza a Fornara di
Acquasanta Terme tra il 16 e il 31 ottobre 2020. Gli artist* , hanno condiviso tempi e spazi di lavoro ed esplorato insieme i 140km di sentieri e mulattiere oggetto del ripristino e valorizzazione ad opera del progetto Le antiche vie Mulattiere dell’Acquasantano. Indispensabili per la buona riuscita della residenza sono stati i resident, custod e conoscitor* espert* di questi luoghi, che nonostante il difficile periodo pandemico e le relative zonizzazioni, ci hanno accolto e guidato.
L’arte in questa residenza è stata interpretata come un modo di agire polifonico. Sono stat* coinvolt* artist* divers* per
poetica e professione e invitat* a produrre un lavoro individuale condividendo metodi e fasi di produzione. Questa
comunione di tempi, prassi e spazi -insieme alla guida dei residenti- sono stati fattori essenziali per scongiurare ogni
possibile forma di narcisismo solipsistico, e fondamentali per legare nella relazione coi luoghi ogni opera.
Il fine ultimo di questa esperienza è quello di contribuire a rigenerare l’immaginario dell’Acquasantano attraverso l’arte
quale forma libera di conoscenza intuitiva.

Tutt* gli artist* coinvolt* lavorano principalmente con il medium fotografico. Il duo Marco Verdi e Nicola Domaneschi,
che abitualmente concentra la propria ricerca su fotografia documentaria e sound art, in questa occasione ha deciso
creare un’opera sonora fruibile in quadrifonia (allestita nella sala di Santa Maria del Lago) dal titolo “memorie sfiorate”; il montaggio di suoni materici, registrati sul campo e voci invita a intraprendere un percorso intimo di ricordo. Arianna
Sanesi ha costruito un percorso visuale che lega i simboli e gli attributi dell’antico carnevale degli Zanni di Pozza e Umito agli elementi misteriosi naturali di questi luoghi. Francesca Iovene presenta una serie fotografica in cui ogni immagine è uno stato d’animo, un movimento interiore di ricerca di familiarità e prossimità con lo spazio che diventa “casa”. Al centro dell’opera di Daniele Cinciripini una riflessione sulla relazione tra corpo paesaggio, percezione e
rappresentazione, incarnata tra le valli e le creste dell’Acquasantano. Andrea Alessandrini ha creato un’opera fotografica che come una moderna wunderkammer presenta una collezione di meraviglie immortalate lungo i sentieri. Iacopo Pasqui trae ispirazione da una fantasia di noir per indagare il rapporto uomo/natura e il sentimento di paura che si manifesta nel contatto con l’elemento naturale

Dal 24 settembre al 10 ottobre – Forte Malatesta – Ascoli Piceno

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Marina Alessi +D1 – Ritratti corali

Carlo Gallerati è lieto di presentare +D1 – Ritratti corali, una mostra personale di Marina Alessi a cura
di Manuela De Leonardis. L’evento si inserisce da lunedì 25 a sabato 30 ottobre nel programma della
sesta edizione di RAW (Rome Art Week).
Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità,
protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene
una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori:
davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono
due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un
campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La
camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si
deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere,
quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far
mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere
sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello
sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui
si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale
proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma
nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali
entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a
implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto.
La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale,
Daniele Di Gennaro, Luca Briasco, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena

Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti
dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso
il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che
sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di
un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma
anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o
meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente,
naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e
rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la
complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento,
nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in
libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici,
non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i
soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non
è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In
questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la
volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama
“dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il
tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo
apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia,

dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un
luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione
del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione
della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice
stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni
che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni,
riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo
del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto
fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione
è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato
nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei
personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura
di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel
mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’
(ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che
garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur
conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In
fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto
breve”. (Manuela De Leonardis)


Dal 14 ottobre al 12 novembre – Galleria Gallerati – Roma

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SULLA TUA PELLE – ALESSANDRO DIDONI

Le cicatrici testimoniano che un evento doloroso è stato superato. Rappresentano l’ultimo gradino di un percorso spesso lungo e difficile. Dimostrano la potenza rigeneratrice della carne, che appena viene deturpata inizia il suo processo di guarigione. Finché il cuore batte e il sangue scorre nelle vene, il corpo non smetterà mai di cicatrizzare le ferite. Metaforicamente simboleggiano la vita e la capacità di superare gli ostacoli. Solamente dopo la morte, una ferita non si rimarginerà e una cicatrice non verrà mai generata.
Le cicatrici raccontano sempre una storia. Offrono un pretesto per affrontare temi importanti come l’identità sessuale, l’accettazione di sé, il bullismo, l’autolesionismo, la violenza (nelle sue varie declinazioni), oppure sono la conseguenza di un incidente stradale o di un’operazione chirurgica non sempre finita bene. Ci ricordano che la carne umana è uguale per tutti: il colore della pelle, il ceto sociale e il sesso non influiscono sul destino di una ferita.
Le cicatrici contribuiscono al crollo dei pregiudizi e meritano rispetto.
In questo progetto il fotografo funge da veicolo, da “mezzo di trasporto” che percorre un viaggio durante il quale invita a salire a bordo i soggetti che incontra. La loro intimità, la loro personalità, le loro storie vissute sono il fulcro del racconto. Le Persone, seppur differenti, entrano a far parte di un coro compatto e armonico, al quale l’autore lascia tutto lo spazio, restando fuori scena.
Ogni virtuosismo stilistico è categoricamente bandito. Il fondale nero, la nudità e il tipo di inquadratura cancellano qualsiasi gerarchia tra i protagonisti ed evidenziano un’autentica semplicità compositiva. L’assenza di post-produzione (soprattutto per quanto riguarda il ritocco della pelle) e di luce “costruita” (quasi sempre naturale) è coerente con questa linea. Le fotografie vogliono essere sincere, crude e dirette.

Dal 24 settembre al 13 ottobre – Spazio Raw – Milano

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Mostre fotografiche da non perdere a settembre

Ciao ben ritrovati!

Vi siete rilassati in queste vacanze?

Eccoci quindi di ritorno con le mostre che vi segnaliamo per il mese di settemreb.

Ciao

Anna

CAPA IN COLOR

La mostra Capa in color presenta, per la prima volta in Italia, gli scatti a colori di Robert Capa, fotografo di fama mondiale. Internazionalmente noto come maestro della fotografia in bianco e nero, lavorò regolarmente con pellicole a colori dal 1941 fino alla morte, nel 1954.

Capa in color
 offre la possibilità unica di esplorare il forte e decennale legame del maestro con la fotografia a colori, attraverso un affascinante percorso che illustra la società nel secondo dopoguerra. L’esposizione mostra oltre 150 immagini a colori, lettere personali e appunti dalle riviste su cui furono pubblicate.

Della produzione di Robert Capa sono molto noti i reportage della seconda guerra mondiale, le poche immagini a colori ritraggono soprattutto le truppe americane e il corpo francese a cammello in Tunisia, nel 1943. Dopo il secondo conflitto mondiale, l’attività di Capa si orientò esclusivamente verso l’uso di pellicole a colori, soprattutto per fotografie destinate alle riviste dell’epoca come Holiday e Ladies’Home Journal (USA), Illustrated (UK), Epoca (Italia), un interessante ritratto dell’alta società, dalle stazioni sciistiche delle Alpi alle affascinanti spiagge francesi, dalle fotografie di moda, lungo la Senna ai set cinematografici con Ingrid Bergman, Orson Welles e John Huston.

Dal 11 Settembre 2021 al 13 Febbraio 2022 – Gallerie Estensi – Modena

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IRVING PENN

Cardi Gallery Milano è lieta di presentare IRVING PENN.
Dedicata interamente a Irving Penn, questa ampia e completa mostra rappresenta per il pubblico milanese la prima occasione in oltre trent’anni di incontrare la complessità dell’opera dell’artista americano.
 
La mostra si sviluppa su due piani della galleria, abbracciando non solo la fotografia di moda per cui Penn è conosciutissimo, ma sottolineando il legame speciale dell’artista con l’Italia, capitolo a cui è interamente dedicato il primo piano. L’esposizione, che comprende opere prodotte dall’artista tra gli anni Quaranta e gli anni Novanta, percorre momenti salienti della quasi totalità della carriera artistica di Penn. Curata in collaborazione con The Irving Penn FoundationIRVING PENN avrà luogo dal 9 settembre al 22 dicembre 2021.
 
Considerato uno dei maggiori fotografi del Novecento, Irving Penn (1917-2009) è conosciuto per il suo radicale contributo alla modernizzazione del mezzo fotografico, grazie alla creazione di un canone concretizzatosi attraverso le sue opere sia commerciali che personali. Figlio di migranti ebrei russi, Penn emerse a New York in un’epoca turbolenta dal punto di vista sociopolitico. In seguito a studi di pittura, verso la fine degli anni Trenta iniziò a lavorare come artista per la rivista di moda Harper’s Bazaar, all’epoca guidata proprio dal suo ex insegnante, il leggendario Alexey Brodovitch, per poi passare ad American Vogue negli anni Quaranta. Incoraggiato da Alexander Liberman, direttore editoriale di Vogue, Penn focalizzò la propria attenzione professionale sulla fotografia, coltivando al contempo una pratica artistica personale. Nel corso dei successivi sessant’anni, scattò oltre 150 copertine per Vogue, producendo editoriali all’avanguardia, celebrati per la loro semplicità formale e l’uso della luce. Il contributo artistico di Penn formò per Vogue un’eredità senza precedenti; la direttrice Anna Wintour descrive come egli “cambiò radicalmente il modo in cui la gente vedeva il mondo, e la nostra percezione del bello”.  Rompendo con le convenzioni, Penn utilizzava la fotografia come un artista, espandendo il potenziale creativo del mezzo in un’era in cui l’immagine fotografica era vista principalmente come mezzo di comunicazione.

Dal 09 Settembre 2021 al 22 Dicembre 2021 – Cardi Gallery – MILANO

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Le mostre del SIFEST

Quella del 2021 è un’edizione speciale per il SI FEST che a settembre celebrerà i suoi primi 30 anni con una grande festa della fotografia: le immagini, le storie e le parole raccolte nel lungo cammino dal più longevo festival italiano di fotografia sono il trampolino di lancio di una tappa che segna il passo, non si accontenta di guardare al passato, ma punta il suo obiettivo al futuro. 
A sottolineare l’indirizzo del trentennale del Festival il titolo che il direttore artistico Denis Curti ha coniato per questo straordinario compleanno: FUTURA. I domani della fotografia.

Come accade dal 1992, il SI FEST ancora una volta chiama in piazza tutto il mondo della fotografia facendo dialogare la storia col presente attraverso nuovi modi di raccontare per immagini. Perché ora più che mai, in un periodo storico così incerto e mutevole, questo resta il mezzo più efficace per fissare e trasmettere emozioni.

Tra le varie mostre, vi segnaliamo Arno Rafael Minkkinen, Elena Givone, Lorenzo Zoppolato e la consueta mostra di Marco Pesaresi, ma date un’occhiata al programma, quanto mai ricco.

Dal 10 Settembre 2021 al 26 Settembre 2021 – Savignano sul Rubicone (FC) – sedi varie

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FRANCESCO CITO. WIDE GAZE (UN AMPIO SGUARDO)

La sezione dedicata alla fotografia del Festival Internazionale Isole che Parlano diretto da Paolo e Nanni Angeli – la cui XXV edizione si svolgerà dal 5 al 12 settembre nel nord della Sardegna, tra Palau, Arzachena, Luogosanto e La Maddalena – sarà quest’anno dedicata a Francesco Cito, vincitore di due World Press Photo e considerato oggi uno dei più importanti reporter italiani a livello internazionale.

La mostra ospitata a Isole che Parlano di fotografia – dal titolo Wide Gaze (Un ampio sguardo) – sarà un progetto originale che presenterà una selezione di oltre settanta immagini che racconteranno un viaggio lungo trent’anni, dal 1978 al 2009, e festeggerà il ritorno di Cito al Festival di Palau a distanza di quattordici anni dalla sua mostra Frammenti di Guerra. Il percorso espositivo, prevalentemente bianco e nero ma con un’appendice a colori, si presenterà con un ampio sguardo composto da circa quaranta immagini tratte da alcuni tra i reportage più importanti nella carriera del fotografo e tre focus monotematici: Coma, Palio di Siena e Sardegna.
L’esposizione, ospitata presso il Centro di Documentazione del territorio di Palau (SS), inaugurerà giovedì 9 settembre e resterà aperta al pubblico fino al 9 ottobre 2021.

Il titolo della mostra – Wide Gaze – assume un triplo valore. Uno strettamente tecnico legato alle ottiche grandangolari con cui Cito è solito lavorare, uno legato all’ampio arco temporale e tematico che le foto in mostra copriranno, e il terzo, il più importante, legato all’autorialità, alla profondità e alla forza delle immagini che ci restituiscono lo sguardo del fotografo sulla realtà del mondo. Uno sguardo che spazia tra società (di cui documenta rilevanti aspetti), malavita organizzata, guerre (con reportage in Afghanistan, Libano, Palestina, Golfo Persico, Balcani, etc.) e costume. Una mostra pensata ad hoc per il Festival, con un importante focus sulla Sardegna, terra che Francesco Cito frequenta da moltissimi anni, documentando aspetti legati al sociale, alle tradizioni e al lavoro, evitando gli itinerari turistici.

Il percorso si apre con un ampio sguardo e gli scatti più lontani nel tempo, 1978 e 1979, prevalentemente a colori, foto di punk e minatori (a Londra e nel Galles), di mattanza di tonni a Favignana. Dal mare rosso di sangue si passa al bianco/nero per il “miracolo” dello scioglimento del sangue di San Gennaro a Napoli, città natale di Cito, presente anche in altri scatti, realizzati tra l’87 e il ’93, che ci raccontano di sfarzosi matrimoni, fotografati con grande ironia in contesti molto differenti, con la città a fare da sfondo (da “Neapolitan Wedding story” nel 1995, premio Day in the Life del World Press Photo), di corse clandestine di cavalli a Scampia, di criminalità organizzata, di interni del palazzo della questura, ma anche del monumentale Palazzo Spagnuolo al centro del quartiere sanità. Seguono altri palazzi, Buckingham Palace, dove Papa Wojtyla passeggia con la Regina Elisabetta nel 1982, e un altro palazzo reale dove, 8 anni dopo, un marine posa mimetizzato su uno sfarzoso divano, davanti ai ritratti dei dignitari sauditi.

Passiamo così ai teatri di guerra che Cito ha documentato in prima linea per vari decenni (rischiando spesso la vita): dall’Afghanistan (1980) con i ritratti di guerriglieri, alla guerra del Libano, qui raccontata con alcuni scatti (1982/1983) a colori che ritraggono bambini che giocano con mitragliatori, Hezbollah armati, la distruzione a Beirut ovest dopo un attentato e un Arafat poco più che cinquantenne abbracciato da una donna in lacrime. Si passa quindi a uno dei temi che Francesco ha seguito, nel tempo, con particolare dedizione e trasporto, il conflitto e la questione palestinese, presente con tre scatti (1986, 1988 e 2002), e poi ancora a un soldato irakeno morto sulla strada per Bassora e i pozzi petroliferi in fiamme nella guerra del Golfo del 1991. A chiudere idealmente la sezione in un gioco di rimandi, una foto dell’Afghanistan (del 1989 ma tristemente attuale) in cui un Mullah mostra il Corano circondato da guerriglieri armati, un’immagine di Peshawar del 2008 con alcuni giovani intenti nello studio del Corano in una Madrassa, e una di Serra San Bruno in Calabria (1989) con un gruppo di frati certosini inginocchiati in preghiera.

A rompere questa lunga serie, riflesso nello specchietto, lo sguardo di un autista di pullman su un villaggio dell’Iran (2001), e ancora una donna di Peshawar col burqa che sembra essere parte integrante di un minaccioso murale alle sue spalle. Nel mentre un’anziana signora si asciuga su una spiaggia di Rimini, nel 1987, e nello stesso anno, sotto un cielo cupo uomini magrissimi che passeggiano nel cortile del manicomio di Reggio Calabria. Le fotografie di esseri umani lasciano spazio al paesaggio in una foto delle terre senesi (un omaggio a Giacomelli?), e agli animali con un gatto che gioca tra i tubi delle Terme di Petriolo e alcune candide oche in fila e marziali.
Si arriva così in Russia con tre scatti (2007/2009), in cui una statuaria incombente ci porta direttamente a segni resistenti del socialismo reale, e in Bosnia nel ’93, con un bambino che guarda dal finestrino di un pulmino malridotto, con uno sguardo troppo grande per la sua età. A chiudere la prima serie di immagini un tuffo, sospeso, immortalato a Corigliano Calabro.

Quasi un rimando alla situazione raccontata in Coma (foto dal 1990 al 2008), in cui la sospensione e l’immobilità sono presenti in ognuno dei nove scatti in mostra, negli impressionanti occhi sbarrati di giovani figli: un reportage affatto spettacolare di lungo periodo e di rara intensità umana, in cui Cito, come sempre senza pietismo, fotografa e racconta questi giovani e le loro famiglie, accendendo la luce su una situazione diffusa ma che non suscita l’attenzione che meriterebbe.

Immobilità e sospensione sono concetti che vengono, invece, completamente rovesciati nelle tredici immagini del Palio di Siena (1988/1998), dove passione e fede, umanità e istintività, reale e surreale si susseguono senza soluzione di continuità in immagini particolarmente “dinamiche” e cariche di tensione. La sequenza racconta, il Palio della contrada del Nicchio, e seppure in realtà la sequenza sembri narrare di un solo giorno, le foto sono state scattate in anni diversi, durante la lunga frequentazione di Cito a Siena (che nel 1996 valse al fotografo il primo premio al World Press Photo).

Così, al termine di questo percorso, si arriva in Sardegna (1989/2003). Sono immagini di un’Isola raccontata all’interno, lontano dalla costa, un’isola di modi e riti arcaici, in cui il cavallo è ancora una presenza importante e in cui a carnevale, nonostante rari angioletti chiari, il colore dominante è il nero. Una serie di immagini di momenti rituali, sempre in bilico tra sacro e profano, e di situazioni stranianti: una donna che imbraccia un fucile a pompa per festeggiare S’incontru, le maschere di carnevale che rimandano alle bestie della vita quotidiana, i pesanti campanacci appesi alla schiena di un Mamuthone a riposo, i funerali di fantocci. Invece ridono tre anziane ovoddesi alla finestra, durante la follia dell arcaico carnevale, e ridono anche gli Intintos di Olzai e un uomo di Orgosolo con soli tre denti così simile al murale alle sue spalle. Vola un chierichetto mentre suona le campane per S’Ardia al santuario di Santu Antinu, e poco dopo riparte la sfrenata “giostra” equestre. Poi tutto a un tratto tutto si ferma e si fa di nuovo austero, come la coppia a San Francesco di Lula, col Supramonte alle spalle, che guarda lontano, lontano ma non troppo (come tutto in Sardegna), o il pastore che conduce il suo gregge, sotto un cielo carico, in una piana che sembra amplissima: sintesi dell’ampio sguardo di un grandissimo fotoreporter.

Dal 09 Settembre 2021 al 09 Ottobre 2021 – Centro di Documentazione del territorio di Palau

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ESSERE UMANE. LE GRANDI FOTOGRAFE RACCONTANO IL MONDO

“Essere umane. Le grandi fotografe raccontano il mondo”, un percorso per immagini dedicato alle grandi fotografe donne curato da Walter Guadagnini che inaugurerà ai Musei di San Domenico a Forlì il prossimo 18 settembre e sarà visitabile fino al 30 gennaio.

Si rinnova la tradizione delle mostre fotografiche del Buon Vivere inaugurata nel 2015 con Steve McCurry, poi con Sebastiao Salgado, Elliott Erwitt, Ferdinando Scianna e infine, nel 2019, con “Cibo”, che ha visto nuovamente protagonista McCurry. La mostra, inizialmente prevista nell’autunno dello scorso anno, non ha potuto inaugurare a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia e viene ora proposta in un percorso ulteriormente arricchito.

Tra le 314 fotografie in mostra, si possono segnalare le leggendarie immagini di Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler, la strepitosa serie delle maschere di Inge Morath, realizzata con Saul Steinberg, gli iconici volti dei contadini durante la Grande Depressione di Dorothea Lange, il sorprendente servizio di Eve Arnold su una sfilata di moda ad Harlem negli anni Cinquanta e i rivoluzionari scatti di Annie Leibovitz per una epocale edizione del Calendario Pirelli.

Un viaggio per immagini nell’evoluzione del linguaggio fotografico mondiale, con una specifica attenzione allo “sguardo femminile”, a partire dagli anni Trenta del Novecento, quando grazie all’affermazione delle prime riviste illustrate la fotografia è diventata il principale linguaggio della comunicazione contemporanea.

In mostra, dunque, sarà possibile seguire questa evoluzione attraverso i grandi reportage di guerra e i cambiamenti dei costumi sociali, la ricostruzione post-bellica e le questioni di genere, l’affermarsi della società dei consumi e l’osservazione del ruolo della donna nei paesi extra-occidentali.

L’idea guida è stata, infatti, quella di allestire una mostra senza precedenti in Italia e non solo, dedicata al lavoro delle autrici che, dagli anni ’30 alla contemporaneità, hanno interpretato la fotografia come strumento di indagine e di riflessione, con registri espressivi talvolta poetici, in altri casi più crudi, sui grandi temi che hanno attraversato la società nei diversi segmenti temporali del XX e degli inizi del XXI secolo.

La selezione ampia per quantità e qualità di nomi e di opere che è stata operata in questo caso (30 autrici e 314 opere), fa si che “Essere Umane” si candidi ad essere la prima e la più importante in Italia e non solo, come ricognizione di ampio respiro internazionale e di valore storico, artistico e culturale.

Le sezioni

La prima sezione dedicata agli anni ’30-’50, va dalla serie realizzata dall’americana Dorothea Lange durante la crisi americana degli anni ’30 per la FSA (Farm Security Administration), a quelle di Lee Miller, anche lei americana, eseguite nell’appartamento di Hitler alla fine della seconda guerra mondiale, dalle serie “inglesi” della tedesca Giséle Freund alle fotografie scattate in Italia dall’americana Ruth Orkin (tra cui la celebre American Girl in Italy) nel 1951, dalle immagini della serie “Reflections” dell’austriaca Lisette Model, che indagano il tema del consumismo americano, alle fotografie del periodo messicano dell’italiana Tina Modotti, durante il quale conobbe e fotografò, tra l’altro, gli artisti Diego Rivera e Frida Kahlo.
E poi ancora, sempre nella prima sezione, saranno presenti altre tre autrici statunitensi: Berenice Abbott, già assistente di Man Ray negli anni ’20 a Parigi, Margareth Bourke-White, la prima fotografa straniera a cui fu permesso di scattare fotografie nella allora Unione Sovietica e infine la serie sulle sfilate di donne afro-americane ad Harlem dell’americana Eve Arnold (proprio queste immagini convinsero Henri Cartier-Bresson a chiamare la Arnold alla Magnum, prima donna insieme ad Inge Morath a far parte della prestigiosa agenzia fotografica parigina fondata da Robert Capa).
Da segnalare infine la recente acquisizione di 10 opere di Gerda Taro scattate durante la guerra civile spagnola degli anni ’30.
Nella seconda sezione, dagli anni ‘60 agli anni ’80, si andrà dalla “Mask series” nata dall’incontro tra l’austriaca Inge Morath e il grande disegnatore rumeno naturalizzato americano Saul Steinberg agli inizi degli anni ’60, alle immagini inquietanti e spesso controverse di personaggi singolari dell’americana di origini russe Diane Arbus, dalle fotografie  di denuncia delle condizioni degradanti delle Carnival Strippers dell’americana Susan Meiselas, alle fotografie scattate tra gli indiani dell’Amazzonia Yanomami dalla brasiliana Claudia Andujar, protagonista di una recente personale alla Fondazione Cartier di Parigi, o ancora quelle della serie dedicata negli anni ’70-’80 alla comunità matriarcale di Juchitan, in Messico, da Graciela Iturbide, fino a quelle che l’indiana Dayanita Singh ha scattato per oltre dieci anni Mona Ahmed, stringendo con lui un rapporto di profonda amicizia che traspare nelle immagini pervase di intima e spesso poetica partecipazione.
Molto importante, in questa sezione, lo spazio dedicato ad alcune tra le più autorevoli esponenti della fotografia italiana come Carla Cerati, con immagini da “Mondo cocktail”, serie dedicata alla realtà borghese dei cocktail party milanesi, Lisetta Carmi con la serie del 1965 dedicata alla comunità di travestiti che aveva occupato l’ex ghetto ebraico di Genova, Paola Mattioli con i celebri autoritratti degli anni ’70, e Letizia Battaglia, con le immagini dedicate alle bambine di Palermo e agli omicidi della mafia.
Una sezione speciale, infine, sarà dedicata ai ritratti di tredici donne di spicco di vari settori, dall’imprenditoria allo sport, dalla musica al cinema, realizzati da una delle più celebri fotografe del mondo, Annie Leibovitz, per l’iconico Calendario Pirelli 2016.
Più articolata la sezione finale dedicata agli anni tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo.
Anche in questo caso di alcune autrici saranno esposte immagini appartenenti a singoli progetti, come i ritratti della sudafricana Zanele Muholi, protagonista della Biennale di Venezia del 2019, oppure le immagini dell’iraniana Newsha Tavakolian,  membro dell’agenzia Magnum, che ritraggono le donne-guerrigliere delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), o ancora le foto della serie “Baba Yaga” della russa Nanna Heitmann dedicate agli abitanti dello Yanisei, il grande fiume siberiano ai confini con la taiga o quelle della ceca Jitka Hanzlova con la serie “Female”, una serie di ritratti femminili eseguiti tra Europa e Stati Uniti, fino alle immagini dedicate alle difficili condizioni delle donne iraniane da Shadi Ghadirian e quelle della figlia di Letizia Battaglia, Shobha.
La sezione si concluderà con una suggestiva installazione di immagini della serie “Afronauts” della spagnola Cristina De Middel, recentemente nominata membro associato di Magnum Photos, e due immagini di grandi dimensioni della cinese Cao Fei dedicate, come gran parte del suo lavoro, alla realtà quotidiana del suo Paese.
Quest’ultima sezione ospiterà infine la presenza della forlivese Silvia Camporesi, con un lavoro dal titolo “Domestica”, una installazione di 30 fotografie scattate durante il recente lockdown.

Dal 18 Settembre 2021 al 30 Gennaio 2022 – Musei San Domenico – Forlì

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ROBERT DOISNEAU

Il più bel bacio della storia della fotografia? Impossibile stabilirlo.
Ma è certo che un posto sul podio spetta all’immagine della giovane coppia, indifferente alla folla dei passanti e al traffico della place de l’Hôtel de Ville di Parigi.
L’autore è Robert Doisneau, il grande maestro della fotografia cui Palazzo Roverella renderà omaggio nell’autunno 2021 attraverso una mostra originale, capace di rivelare al pubblico delle opere la cui vocazione è, appunto, catturare momenti di felicità come questo.

Insieme a Henri Cartier-Bresson, Doisneau è considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada. Con il suo obiettivo cattura la vita quotidiana degli uomini e delle donne che popolano Parigi e la sua banlieue, con tutte le emozioni dei gesti e delle situazioni in cui sono impegnati.

Questa mostra a Palazzo Roverella abbraccia la sua opera senza distinzioni cronologiche né alcun criterio di genere o tema, affiancando fabbriche, banconi di bistrot, portinerie, cerimonie, club di jazz, scuole o scene di strada in generale. Che si tratti di fotografie realizzate su commissione o frutto del suo girovagare liberamente per Parigi, vediamo delinearsi uno stile impregnato di una particolare forma mentis, che traspare anche nei suoi scritti e nelle didascalie delle foto; uno stile che mescola fascino e fantasia, ma anche una libertà d’espressione non lontana dal surrealismo. Se lo stile è l’uomo (come dice Buffon), allo stesso modo la fotografia si identifica con alcuni dei suoi soggetti per esprimere una sorta di inquietudine o malinconia.

Un racconto – quello proposto dal curatore di questa mostra, Gabriel Bauret – condotto attraverso 130 stampe ai sali d’argento in bianco e nero, provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge. È in questo atelier che il fotografo ha stampato e archiviato le sue immagini per oltre cinquant’anni, ed è lì che si è spento nel 1994, lasciando un’eredità di quasi 450.000 negativi.
Quello di Doisneau è un raccontare leggero, ironico, che strizza l’occhio con simpatia alla gente. Che diventa persino teneramente partecipe quando fotografa innamorati e bambini.

“Quello che cercavo di mostrare era” – ricorda l’artista – “un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere. “

“Mi piacciono – continua – le persone per le loro debolezze e difetti. Mi trovo bene con la gente comune. Parliamo. Iniziamo a parlare del tempo e a poco a poco arriviamo alle cose importanti. Quando le fotografo non è come se fossi lì ad esaminarle con una lente di ingrandimento, come un osservatore freddo e scientifico. È una cosa molto fraterna, ed è bellissimo far luce su quelle persone che non sono mai sotto i riflettori.”“Il fotografo deve essere come carta assorbente, deve lasciarsi penetrare dal momento poetico. La sua tecnica dovrebbe essere come una funzione animale, deve agire automaticamente.”

Dal 23 Settembre 2021 al 31 Gennaio 2022 – Palazzo Roverella – ROVIGO

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MISA. IL FIUME – Fotografie di Federica Bizzarri – Simone Francescangeli – Giorgio Granatiero – Andrea Secco

La mostra racconta il Misa, la strada d’acqua più importante per il territorio di Senigallia (che ne viene attraversata) e che ha origine nell’entroterra, a 45 chilometri dal mare. Il risultato è un’esposizione complessa. Attraverso le 32 opere esposte, da un lato viene comunicato cosa è il fiume e come la presenza umana possa interagire in modo armonioso con esso, vivendoci a contatto, apprezzandone le sue sfumature. Dall’altro lato, il pesante sfruttamento che il Misa subisce ogni giorno affiora visibilmente dall’acqua sotto forma di reperti improbabili, mostrando una vicenda pesante di abuso, impoverimento idrico e faunistico – tra l’altro – e umiliazione della Natura.

a cura di Simona Guerra

28 agosto > 5 settembre 2021  – Spazio Piktart – Senigallia

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Edoardo Romagnoli, Tulimì

La ricerca di Edoardo Romagnoli continua e si approfondisce, sempre su un soggetto poetico, il tulipano. La cura nella composizione dell’immagine, inedita e fantastica tipica dell’artista, è ottenuta tramite l’uso sapiente del mosso e del doppio scatto. In tema con il contest del Photofestival 2021 “La natura e la città, segni di un tempo nuovo”, la mostra Tulimì, (tulipani a Milano) si sviluppa attorno alla figura del tulipano. Fiori, coltivati sul balcone con un tempo lento dettato dalla natura, attraverso la scelta dei vasi, la preparazione del terreno, la messa a dimora dei bulbi seguita da rare ma indispensabili innaffiature, fino alla scelta, durante la fioritura, dei fiori più belli che diventeranno immortali. Delicatamente disposti in vasi di vetro di Murano, osservati a lungo, quasi spiati, alla ricerca della forma e del colore assoluto, arrivando in alcuni casi al singolo pixel. L’eleganza dei fiori, la loro fragilità e caducità, insieme alla sensualità dell’esplosione della fioritura e al languore della sfioritura, vengono colti, illuminati e moltiplicati dallo sguardo disorientante e spiazzante di Romagnoli. Si rimane spaesati, stupiti e immersi in emozioni di armonia, equilibrio e attrazione, di fronte all’esaltazione della bellezza della natura più colorata, di Milano.

Questa mostra fa parte del circuito PHOTOFESTIVAL 16TH MILANO La natura e la città. Segni di un tempo nuovo

23 settembre – 22 ottobre 2021 – Studio Masiero – Milano

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La Forma è il contenutoMatteo Abbondanza

In esposizione 25 opere, stampate in 60×40 cm, tratte dai progetti “My Imagination” e “My Vision”. Tutte le opere saranno in vendita.

Dal 28/8 al 10/9 – M.A.D Mantova Arte Design – Mantova

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Andrea Borgatta – Le loro Maldive

Tutti noi conosciamo le Maldive.
Abbiamo tutti un parente o un amico che c’è stato; significano spiagge bianche, acque trasparenti e vita in costume da bagno… “le nostre Maldive”.
E invece quanti di noi sanno che sono una nazione Mussulmana, dal più alto tasso di foreign fighters tra le nazioni non arabe? Una nazione in cui ai cittadini normali non arriva nemmeno un centesimo dei 3,5 miliardi di Dollari di introiti del turismo, destinati a 5-6 faccendieri ben introdotti e vicini al Presidente.
I 100.000 abitanti di Male, un terzo del totale dei maldiviani, vivono condizioni di vita impossibili. La capitale è una piccola sovrappopolata isola di povertà, eroina, violenza di strada, in cui è comune sentirsi dire “Tutto è meglio di Male. Persino la Siria”
La qualità della vita migliora per gli abitanti delle 200 piccole isole abitate sparse negli atolli più lontani grazie alla pesca e al piccolo artigianato per il turismo.
Quel turismo che vede noi stranieri arrivare all’aeroporto di Male per correre alle partenze degli idrovolanti, seccati per quell’ora di attesa che ci separa dal nostro agognato resort … un luogo in cui l’unico contatto con i maldiviani è al momento dei pasti o nella sfida sportiva ospiti conto staff di metà settimana. Per il resto del tempo qualsiasi rapporto è severamente vietato.

Le cose non cambiano in molte delle Guesthouse, l’alternativa ai resort da 500$ a notte nata dalla volontà di Nasheed, Presidente dalla breve carriera, di distribuire la ricchezza originata dal turismo. Osteggiate dal potere più reazionario, quelle realmente gestite da maldiviani si contano sulle punte delle dita.
Arrivare in luoghi come Himandhoo, l’isola più islamizzata delle Maldive, nell’atollo di Ari, è disorientante se non sei psicologicamente preparato … selvaggia, essenziale… donne in niqab che ti guardano in tralice o rifiutano il tuo sguardo … ragazzi che giocano per le strade in sabbia battuta, bambine nemmeno teenager che già indossano il niqab … gli uomini, solo gli anziani sono seduti lungo la via, i giovani sono via, a pesca o nei resorts.
Il Muezzin che chiama alla moschea segna il passare del tempo. Tutto è così semplice e selvaggio, disorientante e affascinante, umile ma nobile… “le loro Maldive”

Dall’11 settembre al 3 ottobre – Cascina Roma – S. Donato Milanese

Passages – Tina Cosmai

8 SETTEMBRE – 6 NOVEMBRE 2021 – Alessia Paladini Gallery – Milano

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Mostre per agosto

Ciao a tutti,

prima di lasciarci per qualche giorno di meritate vacanze, vi segnalo qualche mostra per il mese di agosto e molti festival di fotografia.

Buone vacanze!

Anna

MAGNUM ON SET. IL RACCONTO DEL CINEMA NELLE IMMAGINI DEI GRANDI FOTOGRAFI MAGNUM

Apre al pubblico il 26 giugno 2021 presso il Castello di Santa Severa, spazio della Regione Lazio, gestito da LAZIOcrea in collaborazione del Comune di Santa Marinella la mostra Magnum on Set. Il racconto del cinema nelle immagini dei fotografi Magnum.
La mostra è promossa dalla Regione Lazio e organizzata da LAZIOcrea in collaborazione con Contrasto Magnum Photos, curata, in questa sua originale presentazione, da Alessandra Mauro.  L’esposizione resterà aperta fino al 17 ottobre 2021, inclusa nel biglietto di ingresso ai musei del castello e sarà visitabile dal martedì alla domenica, durante gli orari di apertura del complesso monumentale.

Fin dal suo inizio, Magnum Photos ha sempre avuto un rapporto intenso e speciale con il mondo del cinema e i suoi protagonisti. Robert Capa e le diverse incursioni a Hollywood; Cartier-Bresson e i documentari sulla guerra di Spagna; Elliott Erwitt e gli anni trascorsi, da bambino, accanto agli studi della Columbia; Dennis Stock e il suo sodalizio con James Dean…. Una lunga storia di condivisioni, di viaggi e avventure dello sguardo ora presentati insieme nella suggestiva cornice del Castello di Santa Severa.

Magnum on Set
 propone 120 fotografie che testimoniano una serie di incontri, tra quelli più memorabili, che hanno segnato l’amicizia tra il mondo del cinema e quello della fotografia. In mostra i ritratti, i fuoriscena dei grandi film di Hollywood, il “dietro le quinte” dei set cinematografici con immagini straordinarie di personaggi sono distribuiti in sezioni dedicate alle diverse pellicole. C’è Charlie Chaplin mentre dirige Luci del varietà (fotografato da Eugene Smith), Billy Wilder e Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza (immortalati da Elliott Erwitt), James Dean in Gioventù Bruciata (nelle immagini di Dennis Stock), le grandi dive  Eizabeth Taylor e Katharine Hepburn in Improvvisamente l’estate scorsa (fotografate da Burt Glinn), l’intero cast di The Misfits – Gli Spostati ritratto da diversi autori Magnum che si sono alternati sul set, Michelangelo Antonioni in  Zabriskie Point  (ripreso da Bruce Davidson), e molto altro.

Sono immagini che rivelano un lato poco noto dell’attività dei fotografi di Magnum; testimoniano il rapporto intenso, fatto di sorpresa ed emozione, che un set cinematografico dischiude agli occhi e alla macchina di un fotografo abituato a raccontare la realtà e il suo tempo.

Dal 26 Giugno 2021 al 17 Ottobre 2021 – Castello Di S. Severa – Santa Marinella (Roma)

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VITE DI CORSA. LA BICICLETTA E I FOTOGRAFI DI MAGNUM. DA ROBERT CAPA AD ALEX MAJOLI

La Val di Sole ospiterà la grande mostra, in prima mondiale, “Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli” dal 1 luglio al 26 settembre 2021.

L’esposizione dei maestri della celebre agenzia fotografica Magnum (circa 80 immagini, molte delle quali mai prima esposte al pubblico), sarà accolta dall’antico Castello di Caldes, grazie alla collaborazione del Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali e della Rete dei castelli del Trentino.

A promuovere sia l’evento mondiale che questa originale mostra-evento è l’Azienda per il turismo Val di Sole che per la mostra – organizzata dalla società Suasez – agisce in collaborazione con il Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali e il Comune di Caldes.

Marco Minuz per “Vite di corsa. La bicicletta e i fotografi di Magnum. Da Robert Capa ad Alex Majoli” ha scelto fotografie d’autore che esplorano la dimensione umana di questa pratica sportiva che fa del ciclismo uno degli sport più popolari e amati. Raccontando le epopee dei campioni e delle grandi manifestazioni internazionali, Tour de France in primis, ma anche la quotidiana, straordinaria umanità di campioni e del grande pubblico che ai bordi delle strade e al traguardo li sostiene, immedesimandosi con loro e con il loro impegno. Sudore, fango, tenacia, imprese di uomini che macinano chilometri misurandosi innanzitutto con sé stessi, la propria forza e i propri limiti. Colpiscono le immagini di uomini stremati, che letteralmente crollano sull’asfalto o sul pavé appena superato il traguardo, la partecipazione emotiva dei loro sostenitori, l’indifferente serenità di una mandria che continua a brucare mentre gli umani sembrano impazzire per l’impresa del loro campione.

La spettacolare sequenza di immagini in mostra è aperta da una serie, poco nota, di fotografie realizzate da Robert Capa nel 1939 quando venne incaricato dalla rivista “Match” di seguire il Tour de France di quell’anno. Fotografie dove l’attenzione si sposta prevalentemente nella partecipazione del pubblico alla corsa, cogliendo sguardi ed equilibri compositivi.

Un’altra serie raccoglierà foto realizzate da Guy Le Querrec nel Tour de France del 1954; all’epoca il fotografo aveva solo 13 anni e si trovava in Bretagna per passare le vacanze estive e dove, in quell’edizione, passava la celebre corsa ciclistica. Circa 30 anni dopo, nel 1985, il fotografo venne invitato a seguire la squadra ciclistica della Renault-Elf durante gli allenamenti invernali; in questa stagione scattò fotografie del campione Laurent Fignon e seguì il campionato di ciclocross.
Il percorso proseguirà con fotografie Christopher Anderson dedicate al ciclista Lance Amstrong nel 2004 che suggeriscono il triste epilogo della carriera di questo sportivo per doping.

Una sezione sarà dedicata agli spettatori con i loro riti con foto di Mark Power, Robert Capa, Harry Gruyaert e Richard Kalvar.

Poi le immagini realizzate dal fotografo francese Harry Gruyaert nel Tour del 1982 e una sezione dedicata ai velodrom, con immagini di René Burri, Stuart Franklin e Raymond Depardon. Il fotografo italiano Alex Majoli sarà presente con delle fotografie dedicate al celebre produttore di bici milanese Alberto Masi con sede del suo laboratorio sotto le curve del Velodromo Vigorelli.

Infine una selezione di immagini di Peter Marlow dedicate a frammenti di quotidianità dei corridori impegnati nel giro della Bretagna nel 2003.

Il progetto vuole indagare, attraverso lo sguardo di celebri fotografi di Magnum, la dimensione umana di uno degli sport più seguiti dal grande pubblico. Scegliere la sensibilità degli autori di questa agenzia permette di andare oltre alle gesta sportive, e porre l’attenzione sulle alchimie del ciclismo, l’unico sport, come ripeteva Gianni Mura, dove “chi fugge non è un vigliacco”.

Dal 01 Luglio 2021 al 26 Settembre 2021 – Castello di Caldes (TN)

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GUIDO HARARI. MUSE

Guido Hararitra i più celebri fotografi italiani di musicatorna al Locus festival dopo lo straordinario successo della mostra “Sonica” nel 2020. “MUSE” è il nome di un nuovo progetto speciale, in prima esclusiva per il Locus, che metterà in mostra una selezione di celebri ritratti femminili dall’impressionante archivio fotografico di Harari.

La  mostra
, organizzata da Bass Culture srl e dall’Associazione Il Tre Ruote Ebbro in collaborazione con il Comune di Locorotondo, sarà inaugurata alla presenza dell’autore in un incontro pubblico il 31 luglioalle 18 in piazza Aldo Moro a Locorotondo e continuerà per tutta la durata del festival fino al 31 agosto.

I ritratti di PATTI SMITH, NINA SIMONE, JONI MITCHELL, LAURIE ANDERSON, FATOUMATA DIAWARA, TINA TURNER, KATE BUSH, JOAN BAEZ, SKIN, BETH GIBBONS (Portishead), DEBBIE HARRY, SADE, WHITNEY HOUSTON, NINA HAGEN con LENE LOVICH, MIRIAM MAKEBA, ANNIE LENNOX, SINEAD O’CONNOR, MAVIS STAPLES, PATTY PRAVO, GIANNA NANNINI, TRACY CHAPMAN, MERCEDES SOSA, MIA MARTINI, ALICE, CARMEN CONSOLI, RICKIE LEE JONES, SUZANNE VEGA, NOA, LOREDANA BERTÉ, MILVA, CRISTINA DONÀ, SIOUXSIE SIOUX, UTE LEMPER, MARIANNE FAITHFULL, sono solo alcune delle circa 40 immagini che saranno esposte, stampate in una speciale cromia rosso-oro, lungo un percorso nel bellissimo centro storico di Locorotondo, sulle caratteristiche mura imbiancate delle case tradizionali.

Lo stesso Guido Harari, condurrà inoltre un workshop di fotografia dal titolo “VEDERE LA MUSICA, ASCOLTARE LE IMMAGINI – Cosa e come comunicare attraverso il ritratto di musica.”

Molte opere saranno accostate ad un QR code, che attraverso i dispositivi digitali degli utenti permetterà l’ascolto di storie e musica legate all’artista ritratta, in un podcast prodotto per MUSE da Guido Harari con la voce narrante dell’attrice Licia Lanera.

La pianta delle installazioni nel centro di Locorotondo sarà visibile sul sito locusfestival.it

Dal 31 Luglio 2021 al 31 Agosto 2021 – LOCOROTONDO | BARI

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ITALIAE. DAGLI ALINARI AI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA + Pienovuoto. Massimo Vitali

Da cinque decenni il Forte di Belvedere di Firenze conferma la sua vocazione espositiva, ed è riconosciuto come uno dei più interessanti musei all’aperto a livello internazionale.  Dal 1972 ospita mostre personali di artisti contemporanei, portando in città la loro visione e facendola dialogare con i bastioni, gli spazi aperti, la città sottostante e il sublime paesaggio che lo circonda a 360 gradi. Da Henry Moore (con la storica mostra del 1972) a Beverly Pepper e Fausto Melotti, da Michelangelo Pistoletto a Mimmo Paladino, fino alle mostre più recenti di Giuseppe Penone e Antony Gormley, Jan Fabre e Eliseo Mattiacci, e poi le installazioni delle opere di Mario Merz o Luciano Fabro, Giulio Paolini o Giovanni Anselmo, così come quelle di Tony Cragg e di Anish Kapoor, di Remo Salvadori e Nancy Rubins, in occasione di mostre collettive come Belvedere dell’arte nel 2003 o di Ytalia nel 2017. Negli ultimi due anni la programmazione estiva al Forte di Belvedere si è indirizzata sulla fotografia, dalla mostra di Massimo Listri nel 2019 dedicata ai luoghi dell’arte a Firenze a quella sul paesaggio toscano, realizzata nel 2020 da Massimo Sestini.

Anche per l’estate 2021 il Forte di Belvedere punta sulla fotografia con un progetto dal titolo quanto mai evocativo e attuale: Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio, un progetto del Museo Novecento nato sotto la direzione artistica di Sergio Risaliti, direttore del museo di piazza Santa Maria Novella. Si tratta di due grandi mostre fotografiche allestite nei tre piani della palazzina del Buonatalenti. Il 25 giugno (fino al 10 ottobre 2021) aprono al pubblico in contemporanea “Italiae. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea”, nata da un’iniziativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, prodotta da Fratelli Alinari Idea SpA, promossa Fondazione Alinari per la Fotografia (organismo fondato dalla Regione Toscana per la conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio fotografico Alinari) e curata da Rita Scartoni e Luca Criscenti e “Pienovuoto” di Massimo Vitali, curata dallo stesso Risaliti. L’iniziativa Ieri, oggi, domani. Italia autoritratto allo specchio è promossa dal Comune di Firenze e organizzate da MUS.E grazie a Fondazione CR Firenze (che ha promosso le attività gratuite per bambini e ragazzi a Forte Belvedere e Villa Bardini) Unicoop Firenze, in collaborazione con Mazzoleni, e le mostre saranno eccezionalmente aperte gratuitamente al pubblico.

Il progetto “Italiae. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea” è una storia di archivio della migliore fotografia italiana dedicata al nostro Paese, dalle foto storiche di Alinari alle nuove produzioni contemporaneeItaliae è lo specchio di un’Italia “plurale”, su cui nel tempo si è posato lo sguardo di fotografi diversissimi per tono, tecnica e stile, attenti a restituire le identità mobili e complesse del Paese, le sue tradizioni così come le sue più sottili linee di evoluzione. Un ritratto eccezionale che la Farnesina porterà in tutto il mondo grazie alla sua rete di Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura: in contemporanea con la tappa fiorentina, la mostra ha inaugurato a Minsk e proseguirà poi per San Pietroburgo, prime tappe di un tour internazionale che si articolerà fra 2021 e 2022“Pienovuoto”, vede invece coinvolto il grande fotografo Massimo Vitali, noto al mondo intero per i suoi scatti ‘metafisici’. Le foto in mostra sono un ritratto della nostra società contemporanea tra solitudini, moltitudini, spazi pieni, assembramenti e spazi vuoti, dove la natura o le città sembrano aver isolato pochi sopravvissuti nel mezzo di architetture e paesaggi grandiosi, sublimi, che dominano ancora incontrastati la vita.

Dal 25 Giugno 2021 al 10 Ottobre 2021 – Forte di Belvedere – Firenze

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Nausicaa Giulia Bianchi | Women Priests Project

Nel mondo Cattolico l’ordinazione dei prete donna è ancora vietata e come tale rappresenta ancora un tabù in tutta la comunità Cattolica mondiale. Chi trasgredisce a questa regola viene punita con la scomunica. Ciò nonostante negli ultimi decenni è nato un movimento internazionale di donne che hanno deciso di disobbedire, facendosi ordinare prete e avviando un processo profondo di rinnovamento spirituale e religioso all’interno delle comunità cattoliche dove vivono. Con Women Priests Project Giulia Bianchi raccoglie i racconti e i volti delle portatrici di questo cambiamento senza precedenti. Nelle sue immagini evocative ritroviamo scorci di luoghi tanto famigliari quanto carichi di novità grazie al ruolo trasformativo della spiritualità femminile.

15 Lug – 8 Ago – Casa del Rigoletto – Mantova

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ADOLFO PORRY-PASTOREL. L’ALTRO SGUARDO. NASCITA DEL FOTOGIORNALISMO IN ITALIA

Fino al 24 ottobre la prima grande personale dedicata al padre dei fotoreporter italiani. Un pioniere dell’immagine politica, di costume, della società. La nascita del nostro modo di guardare nella notizia.

Quando parliamo di attualità, di ultim’ora, di inchieste e testimonianze su realtà scomode, e di gossip, scoop, retroscena, cronache nere o rosa, difficilmente sappiamo che questi termini per noi scontati hanno in realtà origini e atti di nascita ben più antichi di quanto immaginiamo.
Ora una grande mostra fotografica e multimediale a Roma ci racconta in che modo sia nata, in Italia, l’arte della notizia per immagini, ossia il modo più comune con cui quotidianamente ci aggiorniamo e conosciamo l’attualità che ci circonda.

Ospitata dal 2 luglio al 24 ottobre 2021 al Museo di Roma a Palazzo Braschi, Adolfo Porry-Pastorel – L’altro sguardo. Nascita del fotogiornalismo in Italia è la prima esposizione personale dedicata al ‘padre’ dei fotoreporter italiani, nonché al progenitore dei ‘paparazzi’. Il pioniere di un mestiere e un’arte grazie a cui da più di un secolo l’opinione pubblica vede ‘quello che succede’, fatti, avvenimenti, personaggi, partecipando alla vita sociale del Paese.
Un evento espositivo che regala la scoperta di un fotografo, giornalista, testimone di immenso talento, che ha forgiato un modo di raccontare il nostro tempo.

IL PERCORSO ESPOSITIVO
Oltre 80 scatti, provenienti dall’Archivio storico Luce (che conserva 1700 negativi di Pastorel e più di 180.000 immagini della sua Agenzia fotografica VEDO) e da altri importanti fondi, come l’Archivio Fotografico Storico del Museo di Roma, e gli archivi Farabola, Vania Colasanti, Fondazione Turati, illustrano, in un percorso cronologico e creativo, arricchito da preziosi filmati d’archivio, stampe originali, documenti inediti e oggetti personali, la vita, gli scatti, i rapporti e le diverse passioni di Adolfo Porry-Pastorel. Fotografo, giornalista, reporter, dagli anni Dieci ai Quaranta del Novecento con la sua macchina fotografica e alla guida della sua agenzia VEDO riuscì a essere ovunque, dando vita, con le immagini inviate a giornali e rotocalchi, a un racconto inedito e sorprendente della storia d’Italia.
Classe 1888, professionista fotografo a 20 anni prima al ‘Messaggero’ poi al ‘Giornale d’Italia’ e ‘La Voce’, sperimentatore ardito di tecniche di stampa e trasmissione delle immagini, e di stratagemmi infiniti per procacciarsi eventi e scoop, tra le due guerre Pastorel è riuscito a passare per ‘il fotografo di Mussolini’ e contemporaneamente per un fastidioso scrutatore del regime. Ha avuto accesso alle stanze più intime del governo e del potere ed è stato attenzionato dalla censura fascista. Ha dato a milioni di italiani la cronaca viva di grandi eventi storici e politici, e ha raccontato come pochi il costume, la leggerezza del tempo libero, le nuove abitudini degli italiani. Ha posto le basi del fotogiornalismo, narrando il dietro le quinte della politica e del quotidiano.
Nel 1908 a soli 20 anni fonda la sua agenzia, dal nome programmatico: V.E.D.O. – Visioni Editoriali Diffuse Ovunque. Un acronimo per comunicare la sua velocissima ubiquità. Inventore di proto-marketing, il biglietto da visita di Pastorel era uno specchio da borsetta per signore, con sul retro il telefono dell’agenzia da chiamare subito in caso di avvenimenti di cronaca. La variante maschile, un orologio da tasca, era data in regalo ai vigili urbani.

Le foto in mostra ci raccontano la doppia anima dello sguardo di Pastorel: da un lato l’attento, fulminante cronista di costume popolare, dall’altro la cronaca del potere politico. Che tra gli anni Venti e Quaranta in Italia ha un solo protagonista, Benito Mussolini. Col duce, Porry-Pastorel intrattiene un rapporto dialettico, fatto di scambio e profonde diffidenze. Era di Pastorel lo scatto celeberrimo di Mussolini arrestato nel 1915 e malamente portato via durante una manifestazione interventista, una foto che il futuro dittatore non gli perdonerà mai (e che sarà però al tempo stesso una sorta di trofeo per lui da esibire). Uno scambio di battute tra i due dà la misura‘Sempre il solito fotografo’ – ‘Sempre il solito Presidente del Consiglio’. Ma Pastorel consegna alle tipografie alcune foto che diventano emblemi della rappresentazione mussoliniana: come quelle del duce impegnato a torso nudo nella trebbiatura, durante la Campagna per il Grano, note a noi ancora oggi, oppure con il figlio Romano issato sulle spalle, iconografia pura di una propaganda familista. Il fotografo ha una tale familiarità col capo del governo da accedere nei suoi soggiorni in vacanza, o da permettersi quanto di più proibito: fotografare il duce di spalle, addirittura inquadrando con malizia il palchetto che ne solleva la statura. Oppure mostrando Mussolini che ride. Un’immagine del tutto irrituale, rarissima, che questa esposizione ci regala.
Ma Pastorel è anche l’autore di un epocale reportage sul ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, il più grave caso di omicidio politico della prima metà del ‘900 in Italia, massimo momento di crisi per il fascismo. Sono immagini di una precisione comunicativa straordinaria, da maestro del reportage.

O ancora fondamentali sono gli scatti della marcia su Roma e dell’avvento del fascismo, grazie ai quali oggi osserviamo il formarsi degli schemi comunicativi e dei riti della dittatura.
Il fotografo è presente di persona e con i collaboratori della VEDO nelle occasioni ufficiali e ufficiose che contano. Un aneddoto sulla sua capacità di penetrazione è la presenza durante la storica la visita di Hitler in Italia nel 1938, con l’esibizione a Napoli di una flotta non così numerosa come Mussolini diede a vedere all’alleato. Nell’occasione Pastorel perfeziona un audace sistema di trasmissione delle immagini all’agenzia di Roma: i piccioni viaggiatori.
Pastorel mostra le contraddizioni del regime senza riserve: smonta i trionfalismi, celebrando però i ‘backstage’. Immortala le risate dei gerarchi, la bassa statura del Re, il conformismo oceanico delle adunate di piazza, rompe il cerimoniale riprendendo i protagonisti in pose più disinvolte e inaspettate. La sua foto non giudica, ma nessun altro fa in quegli anni un tale uso di ironia, inquadrature inusuali, composizioni irrituali. Le foto in mostra ci regalano puro giornalismo, racconto vivo e scattante dello spirito dell’epoca.

Altrettanto eccezionali e vivaci sono le foto di Pastorel dedicate al costume, alla gente comune. È un’Italia non ingessata nella posa del regime, spesso in movimento, colta di sorpresa: ai bagni al mare, nei caffè, nelle inaugurazioni di gala, nelle cerimonie pubbliche, i comizi, matrimoni, funerali; il varo di un dirigibile, al circo, sul set di un film, nelle passeggiate, nelle nozze di sposini autarchici che vanno in chiesa in bici. Un filo sembra legare le foto politiche a quelle popolari, i ritratti di Primo Carnera in pantaloncini, di Mussolini
e Ciano in spiaggia in costume, delle signore al mare. Nelle foto di Pastorel con sottile sovvertimento, il potere si dissacra, mentre la vita quotidiana si fa rito. Messinscena curata, sacra e laica.

Come la tipica immagine dell’Istituto Luce tendeva a mettere in posa i concittadini, mostrando propagandisticamente come il Fascismo e Mussolini fossero dovunque, in ogni aspetto della vita e della società, in maniera simile le foto di Pastorel e dell’agenzia VEDO comunicano che il fotografo è ovunque, pronto a ritrarre il paese in contropiede. Mentre il Luce costruisce la storia, Pastorel compone una controstoria. Una versione indiscreta, viva, rivelatoria dell’Italia.

Con la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, e soprattutto con la perdita dell’amato figlio Alberto, anche lui fotografo, inviato nella tragica campagna di Russia da cui non tornerà più, Adolfo Pastorel subisce un contraccolpo. L’ambito in cui si è mosso a grande velocità è mutato, un’epoca che lui ha fissato con la macchina è conclusa. Appende la macchina al chiodo, restando tuttavia a gestire l’agenzia Vedo e i suoi collaboratori, allievi divenuti in alcuni casi affermati professionisti.
L’ultima parte della mostra ci racconta di una nuova vita di Pastorel, nel felice ritiro di Castel San Pietro Romano, borgo di cui diverrà sindaco e promotore per il cinema. È qui infatti che Pastorel consiglierà a Vittorio De Sica, protagonista del film con Gina Lollobrigida, di far girare Pane, amore e fantasia. Il successo epocale della pellicola farà tornare troupe per altri titoli celebri. Il ritratto insieme a De Sica racconta di un amore non secondario di Pastorel per il mezzo cinematografico, figlio della fotografia.
Mentre l’ultimo scatto in mostra è un testamento. La foto è di Pierluigi Praturlon, grande fotografo di scena, e ritrae Pastorel, con alle spalle e macchina alla mano Tazio Secchiaroli, altro grandissimo dell’obiettivo e prototipo del paparazzo, nonché allievo del nostro fotografo. È un passaggio di consegne avvenuto al Congresso dei Fotoreporter del 1958, categoria di cui Pastorel è in quel momento presidente. Cinquant’anni prima aveva fondato la sua agenzia, e una nuova generazione di geniali reporter, paparazzi e poi grandissimi fotografi sociali, che hanno dato immagine alla seconda parte del secolo, rendeva omaggio a un loro capostipite.

02/07 – 24/10/2021 – Museo di Roma

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Melissa Ianniello | Wish It Was a Coming Out + MC 2.8 | Opera Nostra

Progetti vincitori della tappa letture portfolio di Italy Photo Award alla Biennale della Fotografia Femminile 2020.
Le mostre si trovano in Via Pescheria, presso le Pescherie di Giulio Romano, sono all’aperto e non hanno orari di visita.

15 Lug – 30 Ago – Pescherie G. Romano – Mantova

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Scolpite Riflessioni fotografiche intorno alla statuaria femminile

“Bisogna essere nude per entrare nei musei?”_Venere con la mela di B. Thorvaldsen 1816. Gallerie d’Italia, Milano, 2020, statua

Attraverso lo sguardo di 35 artiste dell’Associazione Donne Fotografe, la mostra Scolpite si propone di contribuire attivamente con il linguaggio fotografico alla creazione di una visione aperta e critica della figura della donna nell’immaginario collettivo e di stimolare una riflessione sulla presenza della donna nella statuaria e, in particolare, sulla sua assenza nella statuaria pubblica.

Le artiste in mostra sono:

Vittoria Amati, Tiziana Arici, Alessandra Attianese, Lucia Baldini, Isabella Balena, Raffaella Benetti, Patrizia Bonanzinga, Marianna Cappelli, Loredana Celano, Isabella Colonnello, Antonietta Corvetti, Giovanna Dal Magro, Margherita Dametti, Colomba D’Apolito, Isabella De Maddalena, Flavia Faranda, Fulvia Farassino, Simona Filippini, Antonella Gandini, Claudia Ioan, Silvia Lelli, Sonia Lenzi, Marzia Malli, Giuliana Mariniello, Paola Mattioli, Melania Messina, Rosetta Messori, Antonella Monzoni, Bruna Orlandi, Nicoletta Prandi, Patrizia Pulga, Patrizia Riviera, Anna Rosati, Margherita Verdi, Amalia Violi

La mostra è ospite a Palazzo Reale nelle Sale degli Arazzi fino al 5 settembre 2021 e fa parte de “La Bella Estate” il palinsesto culturale estivo promosso dal Comune di Milano.

Un intento condiviso e sostenuto dalla Fondazione Terre des Hommes che, da 10 anni realizza la campagna indifesa, per i diritti delle bambine e delle ragazze e attraverso la petizione #UnaStatuaPerLeBambine, lanciata a luglio 2020, ha invitato la cittadinanza milanese a riflettere sul tema della parità di genere e sulla necessità di scegliere nuovi modelli e simboli per le bambine e le donne di domani, a cui dedicare nuovi monumenti in città. 

una mostra Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale in collaborazione con Terre des Hommes

a cura di Associazione Donne Fotografe

photo editing di Paola Riccardi

testo critico di Gigliola Foschi

dal 14 luglio 2021 al 5 settembre 2021 – Palazzo Reale MILANO


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Walter Niedermayr. Transformations

Il 29 luglio 2021, nelle sale principali di CAMERA, apre al pubblico Walter Niedermayr. Transformations, mostra personale di Walter Niedermayr (Bolzano, 1952) che, attraverso focus su un corpo di lavori creati negli ultimi vent’anni della sua carriera, approfondisce il tema dei cambiamenti dello spazio.

Curato da Walter Guadagnini, con la collaborazione di Claudio Composti e Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include gli ultimi vent’anni di ricerca artistica di uno fra i più importanti fotografi italiani contemporanei. Attraverso i temi ricorrenti della sua opera come i paesaggi alpini, le architetture e il rapporto fra lo spazio pubblico e lo spazio privato, viene evidenziato l’interesse dell’autore per l’indagine dei luoghi non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello sociale. Sebbene in continuità con l’eredità della tradizione fotografica italiana che vede il paesaggio come primaria chiave interpretativa della società, la ricerca visiva di Niedermayr è rilevante per la capacità di rileggere tale argomento e rinnovarlo sia dal punto di vista concettuale che formale. Per il fotografo altoatesino, infatti, oggi lo spazio fisico non può essere approcciato con un’esclusiva intenzione documentaria, ma appare come perno di una relazione trasformativa tra ecologia, architettura e società. In alcuni lavori della serie Alpine Landschaften (Paesaggi Alpini), ad esempio, la presenza dell’uomo nella raffigurazione di paesaggio è interpretata come un parametro di misurazione delle proporzioni dei panorami alpini, e al tempo stesso come metro politico del suo intervento nella metamorfosi degli equilibri naturali. Discorso che viene rimarcato anche in lavori come Portraits (Ritratti), dove i cannoni sparaneve ripresi durante la stagione estiva – quindi inattivi – diventano ambigue presenze che abitano il paesaggio.

Con una cinquantina di opere di grande formato, spesso presentate nella formula del dittico e del trittico e caratterizzate da tonalità poco contrastate e neutre, la mostra ci racconta una simultaneità di attività umane e non, che coesistono e trovano un equilibrio instabile in costate mutamento, come evidenzia la serie Raumfolgen (Spazi Con/Sequenze).

Sono esposti in mostra anche due dittici inediti realizzati a seguito di una committenza che ha permesso a Niedermayr di scattare, ad inizio anno, nel cantiere di Palazzo Turinetti a Torino che diventerà la quarta sede delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo. In apertura nei primi mesi del 2022, il museo sarà dedicato prevalentemente a fotografia e videoarte. La presenza di queste immagini racconta nuovamente la collaborazione tra CAMERA e Intesa Sanpaolo – Socio Fondatore e Partner Istituzionale di CAMERA – attraverso la quale nel 2019 è stata realizzata la mostra Nel mirino. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981.

29 luglio – 17 ottobre 2021 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia -Torino

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Federico Clavarino. Emergency Exit

Il 29 luglio 2021, nella Project Room di CAMERA, apre al pubblico Emergency Exit, mostra personale di Federico Clavarino (Torino, 1984) che, attraverso la rilettura e ri-significazione di venticinque fotografie e oggetti creati negli ultimi anni dall’artista, prende in esame i temi ricorrenti della sua ricerca artistica per verificare le modalità di formazione delle identità contemporanee.

Curato da Giangavino Pazzola, il percorso espositivo include immagini provenienti da tre serie di lavori ideati dall’inizio della carriera di Clavarino sino ad oggi: Italia o Italia (2010-2014), The Castle (2011-2016) e Eel Soup (2016-2020).

Emercency Exit di Federico Clavarino è il secondo appuntamento del ciclo di mostre “PassengersRacconti dal mondo nuovo”, un progetto di ricognizione ideato da CAMERA e focalizzato sull’esplorazione dello scenario artistico dei fotografi nati fra i primi anni Ottanta e metà anni Novanta.

La mostra è in collaborazione con la galleria Viasaterna di Milano.

29 luglio – 26 settembre 2021 – Project Room CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia -Torino

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Le mostre di Phest

Per il sesto anno consecutivo PhEST – See Beyond the Sea, festival internazionale di fotografia e arte, torna ad animare il centro di Monopoli, della Puglia e del Mediterraneo e da qui volge il suo sguardo a tutto il mondo. E, come ogni anno, sono molti i nomi degli artisti che, dal 6 agosto al 1 novembre 2021, andranno a popolare i 20 e più lavori in mostra: dagli scenari profetici di Phil Toledano alle forme e ai colori di Eliška Sky, ma anche i “pantoni umani” di Angélica Dass, l’ucronia di David Vintiner e la ricerca di identità di Mustafa Sabbagh. Questa sesta edizione proposta dal direttore artistico Giovanni Troilo e dalla curatrice fotografica Arianna Rinaldo, è ancora una volta una formula prevalentemente outdoor nel totale rispetto delle normative vigenti in materia di sicurezza e distanziamento sociale. L’idea dunque, anche per l’estate 2021 è quella di portare il museo tra la gente, permettendo al pubblico di ammirare le opere passeggiando per il centro storico di Monopoli o tuffandosi nelle acque cristalline del suo mare. Ma senza privarsi della magia di alcune piccole location indoor, che saranno presto rivelate.
Tema centrale dell’edizione di quest’anno: IL CORPO.
 
Oltre venti mostre consentiranno al pubblico di immergersi e scoprire il cuore della città di Monopoli e, allo stesso tempo, di stupirsi, interrogarsi e riflettere sul “Corpo”. In una fase evolutiva in cui l’uomo sembra migrare verso un nuovo pianeta, quello immateriale della rete, il corpo sembra assumere valore sempre più marginale, diventa zavorra, limite, la parte cagionevole da custodire solo ai fini della preservazione della vita. La pandemia sembra aver accelerato questa presa di coscienza, questa migrazione. E invece oggi più che mai il corpo è al centro del dibattito e diviene discrimine per la politica. Pensiamo a Minneapolis e al #BlackLivesMatter, al #MeeToo e allo stesso Covid, tutti temi in grado di spostare gli equilibri politici dell’intero pianeta e su cui si concentreranno molti dei prossimi conflitti sociali. La conquista e il controllo dei dati biometrici diventa al contempo il fattore chiave per completare il dispositivo di controllo più sofisticato mai realizzato dall’uomo (la biopolitica di Agamben) e l’ultimo miglio che resta all’Intelligenza Artificiale per avviare il Novacene, l’Età della Superintelligenza di cui parla James Lovelock, verso il suo stadio più maturo.

Dal 06 Agosto 2021 al 01 Novembre 2021 – Monopoli (BA) – Sedi varie

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Le mostre di Images Gibellina

Gibellina PhotoRoad, primo festival di fotografia e arti visive open air e site-specific in Italia e uno dei pochi al mondo, approda alla III edizione che si svolgerà dal 30 luglio al 29 agosto nella cittadina siciliana di Gibellina, nella cornice di uno dei più vasti musei di arte contemporanea en plein air del mondo.

Un’edizione speciale in cui il consueto impianto del festival sarà mantenuto ma riprogettato in una dimensione ancora più internazionale sulla scia dell’importante partnership avviata nel 2018 e rafforzata quest’anno con il festival svizzero Images Vevey – evento di arti visive all’aperto tra i più prestigiosi al mondo – e suggellata anche con il nuovo nome Images Gibellina
In continuità con il lavoro di relazione con la città e con il territorio, da sempre centrale nel progetto del Gibellina PhotoRoad, anche Images Gibellina proseguirà l’importante percorso di reinvenzione dello spazio urbano portando arte e fotografia nelle strade e nelle piazze attraverso monumentali e innovativi allestimenti “all’aperto”

Le mostre in programma quest’anno sono moltissime e davvero interessanti. Solo per citare qualche nome: Francesco Jodice, Bruce Gilden, Stephen Gill, Stefano De Luigi e Maurizio Galimberti.

Trovate il programma qua

Dal 30 luglio al 29 agosto – Gibellina (TP)

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Le mostre di Ragusa Foto Festival

Dal 23 luglio al 29 agosto in Sicilia,a Ragusa Ibla,uno dei più borghi barocchi più belli d’Italia patrimonio Unesco, si conclude l’edizione 20/21 di Ragusa Foto Festival, manifestazione internazionale dedicata ai diversi linguaggi della fotografia contemporanea e alla valorizzazione di giovani talenti provenienti da tutto il mondo.
Più di venti i progetti selezionati che saranno esposti presso gli antichi palazzi La Rocca e Cosentini, l’Auditorium (chiesa sconsacrata) San Vincenzo Ferreri e presso il Giardino Ibleo. Durante le giornate inaugurali, da venerdì 23 a domenica 25 luglio, oltre all’apertura delle mostre alla presenza di alcuni dei fotografi selezionati per questa edizione, il Festival propone un ricco programma di eventi con letture portfolio, seminari, talk, visite guidate e pranzi con esperti e autori di fama internazionale.
Il Festival è prodotto e organizzato dall’Associazione Antiruggine, sotto il patrocinio del Ministero della Cultura, MIC, con il sostegno dell’Ambasciata d’Israele, Fondazione Con il Sud, della Presidenza dell’Assemblea della Regione Sicilia, del Comune di Ragusa, Banca Agricola Popolare di Ragusa, della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia e del Libero Consorzio Comunale di Ragusa.
Dopo un anno tumultuoso, sotto la spinta della fondatrice e direttrice Stefania Paxhia, giornalista e ricercatrice sociale siciliana, molto legata al suo territorio e motivata ancora più di prima della pandemia, insieme al direttore artistico Steve Bisson, docente di fotografia, curatore e antropologo visuale, il comitato scientifico diversificato e una rete di partner culturali nazionali e internazionali, Ragusa Foto Festival, sfidando le difficoltà oggettive del momento, riprende e conclude la nona edizione dedicata al tema del desiderio declinato nelle sue diverse sfaccettature. Nel 2020, a causa della brusca interruzione dovuta all’emergenza, erano state presentate solo due mostre openair dedicate una al tema e l’altra alla bellezza del territorio ibleo.
Nella nuova epoca appena avviata, in cui nulla vieta di sognare e di continuare a programmare le aspettative per il futuro, desiderare risulta essenziale. E nell’ottica della ripartenza culturale, fondamentale per l’uscita dalla crisi economica e sociale, l’edizione 20/21 riprende con le mostre dedicate ai 13 progetti dei giovani autori emergenti provenienti da tutto il mondo che evocano il desiderio nelle diverse declinazioni, per visualizzarne e rielaborarne significati, evoluzioni ed esigenze dentro i nuovi schemi culturali che la nuova normalità ci impone.
Gli autori selezionati con una call internazionale promossa in collaborazione con Urbanautica Institute prima dell’interruzione della pandemia, sono: Frijke Coumans Gardeners of Desire, Aurore Del Mas Don’t love me I’m your toy, Alba Zari The YJonna Bruinsma Dragone, Yaakov Israel The Black Horseman, Alexis Vasilikos A Lover’s Sequence, Giacomo Alberico After The Gold RushJenia Fridlyand The leaves will fall from the sky, Francesco Levy Azimuths of Celestial BodiesFederico Arcangeli Pleasure Island, João Henriques School Affairs, Giovanni Presutti Give me liberty or give me death, Simon Van Geel Megalomania Delusions of Grandeur.
In mostra anche il We the wind stops  di““WeWe di Alessandro Scattolini, vincitore del Premio Miglior Portfolio 2019 e dei due progetti menzionati La Settimana Santa in Sicilia di Daniele Vita e Vere finzioni: Supereroi di Francesco di Robilant e Anna La Rosa.
Non sappiamo cosa ci aspetta per il futuro, ma oltre ad utopie ed evasioni, desiderare può rivelare come creare nuove opportunità di senso, cioè di riscoperta delle potenzialità umana, di comprendere come conservare la nostra specie, come prendersi cura dei nostri ambienti e dei nostri simili. E proprio partendo da queste sfide, Ragusa Foto Festival ha integrato la proposta espositiva con due iniziative ideate per offrire ulteriori occasioni di crescita e promuovere la bellezza del territorio più a Sud d’Italia e d’Europa.
A proposito di Sud per stimolare percorsi d’innovazione sociale verranno esposti presso l’auditorium San Vincenzo Ferreri due progetti dedicati ad alcuni dei lavoratori più colpiti, tra i più invisibili e più fragili già prima del coronavirus: i braccianti agricoli immigrati, venuti sin qui per realizzare il desiderio di una vita migliore. Persone che lavorano nel silenzio delle avversità dovute alle difficoltà che incontrano ogni giorno nel proteggere la propria dignità. Persone che vivono piccoli embrioni di comunità in luoghi sperduti del territorio ibleo grazie al supporto di realtà locali che fanno sistema per attenuare loro i soliti disagi e quelli imposti adesso dall’emergenza post covid19. Per incoraggiarli a desiderare un futuro migliore grazie al sostegno di Fondazione Con il Sud e Collezione Donata Pizzi, nonché con la preziosa collaborazione di Caritas Italiana attraverso le Caritas diocesane di Ragusa e di Noto, della Fondazione di Comunità Val di Noto, e del Consorzio Universitario della Provincia di RagusaMaria Vittoria Trovato e Martina Della Valle hanno realizzato due progetti dedicati ai Presidi siciliani di Caritas Italiana, a Marina di Acate e a Pachino. I lavori, insieme agli altri, verranno presentati durante le giornate inaugurali con un panel dedicato al tema dell’edizione, patrocinato dal Ministero della Cultura e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti, alla presenza degli autori e dei sostenitori dei progetti.

Dal 23 Luglio 2021 al 29 Agosto 2021 – Ragusa – sedi varie

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Mostre per il mese di luglio

Ciao a tutti,

a luglio ripartono i grandi festival estivi, e numerose mostre ci aspettano!

Non perdetevele!

Anna

Marco Pesaresi – Underground (Revisited) 

© Marco Pesaresi | Marco Pesaresi, New York, Eastern Parkway

Underground (Revisited) ripropone a distanza di quasi vent’anni la mostra Underground. Un viaggio metropolitano, il reportage svolto da Marco Pesaresi nelle metropolitane di dieci città: Berlino, New York, Londra, Calcutta, Mexico City, Mosca, Madrid, Tokyo, Parigi, Milano. La mostra curata all’epoca dall’Agenzia Contrasto in occasione della Triennale di Milano nel 2002 ed esposta, nello stesso anno, a Palazzo del Podestà di Rimini, torna nel progetto di Savignano Immagini.
L’allestimento, a cura di Denis Curti e Mario Beltrambini, è composto di 84 fotografie originarie, che sono state nel frattempo conservate presso l’archivio di Palazzo Vendemini. Accanto a queste, un percorso documentativo della storia di Underground: i negativi, il diario di viaggio – un block notes a righe in cui Marco ha appuntato pensieri e considerazioni nella fase più intensa del viaggio che è durato oltre due anni – una selezione delle oltre 300 fotografie tratte dai reportage completi, le riviste italiane e straniere
che ne pubblicarono alcune immagini, il catalogo – versione italiana e versione inglese, con prefazione di Francis Ford Coppola – fino ad Underground Story con la pubblicazione del diario completo. 
A completamento un documento video con le interviste a colleghi e amici di Marco offre pensieri critici e considerazioni il percorso sul lavoro sulle metropolitane del mondo. 
Trascorsi diversi anni, Underground (Revisited) permetterà ai numerosissimi estimatori di Marco Pesaresi di vedere la versione integrale di una delle mostre fotografiche che rinnovarono il linguaggio del fotoreportage e metà degli anni ’90 e che collocano lo stile del reporter riminese quanto mai attuale, moderno, presente.
Undeground (Revisited) è realizzata da Comune di Savignano, Savignano Immagini e SI FEST con il patrocinio del Comune di Rimini e il contributo di Caseificio Pascoli e sarà visibile presso l’ex Consorzio di bonifica, in via Garibaldi 45, a Savignano sul Rubicone (FC) dal 5 giugno all’8 agosto 2021. 

Dal 05 Giugno 2021 al 08 Agosto 2021 – ex Consorzio di bonifica – Savignano sul Rubicone

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Le mostre di Cortona On the Move

“We Are Humans” è il tema centrale di Cortona On The Move 2021. Siamo tutti protagonisti, l’essere umano torna al centro nella sua quotidianità, con le sue relazioni, gli affetti e la condivisione di esperienze, un omaggio all’ordinario e allo straordinario della nostra condizione umana tra intimità e dimensione pubblica.

Le mostre che vengono ospitate quest’anno, sono davvero straordinarie, solo per citarne qualcuna: Alec Soth, Alessandra Sanguinetti, Paolo Pellegrin, ma date un’occhiata al programma completo!

Dal 15 luglio al 3 ottobre – Cortona (AR)

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Le mostre del Festival di Arles

Dovremmo inventare un nuovo rito di passaggio per questo periodo così particolare? Ritoccare questo anno vuoto in technicolor? L’urgenza del presente richiede anzitutto un impegno, un impegno da parte dei Rencontres d’Arles nei confronti di fotografi, artisti, curatori, partner e istituzioni con cui il festival ha stretto legami così forti da tanti anni. Lungi dall’immaginare una tabula rasa che ci tenti di rompere con il tempo sospeso indotto dalla pandemia, si tratta di riflettere su come aggiornare un patrimonio: quello del festival dello scorso anno, sviluppato da Sam Stourdzé intorno al tema della resistenza, e la fotografia che nelle sue parole, “si alza, si oppone, denuncia…ri-incanta”. Ho voluto che il programma si costruisse intorno a queste premesse, portandole oltre, con variazioni ed echi, nuove aggiunte e derivazioni che ci permettessero di cogliere anche questa forza, l’urgenza dei Rencontres d’Arles di misurare il polso del mondo . Se i cieli non sono ancora limpidi, se la luce è ancora fioca quest’estate, dobbiamo comunque rendere visibili i moltiplicarsi delle esplosioni di luce prodotte dai fotografi e artisti invitati.

Se Pier Paolo Pasolini ha capito come la tensione prodotta dai feroci riflettori del potere minaccino i lampi di luce delle potenze opposte, Georges Didi-Huberman offre speranza in La sopravvivenza delle lucciole (2009). Secondo lui, dobbiamo riconoscere una resistenza nella più piccola lucciola, una luce per ogni pensiero». La fotografia continua a emettere segnali luminosi, aprendo spazi a nuovi metodi di resistenza. Arles in piena estate sarà come una costellazione di lucciole, composta da mille luci che illumineranno la diversità dei riguardi, la polifonia delle storie, e simboleggiano la sopravvivenza della speranza e la presa di coscienza attraverso l’immagine.

I luoghi scelti per il festival quest’anno offrono uno scenario tanto vario quanto un’atmosfera, in linea con la diversità del programma. Si svolgono nel patrimonio, nei siti storici del centro, all’Atelier de la Mécanique nel Parc des Ateliers, a Monoprix e Croisière e in diversi giardini cittadini.

Nell’Église Frères Prêcheurs nel centro di Arles, Emergences prende residenza quest’anno con il Louis Roederer Discovery Award in un nuovo formato. Ogni anno ormai, un nuovo curatore esprimerà la propria visione delle tendenze della giovane arte contemporanea. L’anno 2021 è stato affidato a Sonia Voss, che utilizza un nuovo concetto di design che mette in dialogo i progetti tra loro.

Una passeggiata attraverso l’edificio modernista che ospita Monoprix conduce a un universo in cui identità e fluidità si incontrano. SMITH’s Desideration è un’esplorazione multisensoriale al crocevia di pratiche diverse, in cui fotografia, narrazione, finzione e forma diventano una cosa sola; è un viaggio in un cosmo poetico, ponendo a ciascuno di noi la domanda essenziale della nostra esistenza oltre il genere e oltre i confini. Inoltre, poiché la pandemia ci porta a mettere in discussione i limiti dell’umanità, Rethink Everything ci introduce in una scena latinoamericana con una pratica femminista che sonda il corpo e la società in tutti i suoi aspetti. La questione della rappresentazione è affrontata anche con la mostra The New Black Vanguard, che celebra il corpo nero in tutta la sua diversità, scavalcando le discipline dell’arte, della moda e della cultura.

Questi molteplici punti di vista sul mondo trovano eco nell’introspettivo Essere presente di Pieter Hugo. Un focus sul ritratto ci porta in molti luoghi della terra, ma ci chiede di assumere la prospettiva dell’altro. E volgersi verso l’altro, verso orizzonti lontani, è anche ciò che offre la sezione Atlas. Anche in questo caso, siamo invitati a viaggiare e a guardare una mappa che copre geografia, storia, sociologia e psicologia. Quindi, troveremo prospettive dal Sudafrica, ma anche dal Sudan e dal Cile, per spostarci in tutto il mondo.

The Rencontres riguarda anche la rivisitazione della storia del mezzo fotografico e dei suoi attori. Pertanto, l’apertura degli archivi di Charlotte Perriand esprime come la fotografia e il fotomontaggio abbiano svolto un ruolo decisivo nel suo processo creativo, sia nel suo sviluppo estetico che nel coinvolgimento politico negli anni ’30. Poi bisogna citare Sabine Weiss, che quest’anno compie 97 anni. Il suo lavoro sarà esposto alla Chapelle des Jésuites del Museon Arlaten, una nuovissima sede dei Rencontres.

Questi sono solo i primi flash offerti dal festival quest’estate. Insieme alla direttrice esecutiva dei Rencontres, Aurélie de Lanlay, e all’intero team, vi invitiamo a scoprire il resto del programma che aprirà il 4 luglio ad Arles.

(traduzione della presentazione di CHRISTOPH WIESNER, direttore del festival)

Dal 4 luglio al 26 settembre – Arles – sedi varie

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Ultimate landscapes – Claudio Orlandi

Ultimate Landscapes è un long-term project partito nel 2008 attraverso il quale il fotografo romano Claudio Orlandi, appassionato di montagna, riprende in differenti sessioni annuali l’evoluzione e la tecnica di “copertura” di questi ghiacciai, in sei campagne fotografiche i cui esiti sono esposti in mostra.
Sono rappresentati il ghiacciaio del Presena sopra Ponte di Legno (BR), la Zugspitze (la vetta più alta di Germania, vicino a Garmisch-Partenkirchen) e lo Stubaier Gletscher (Austria); il paradiso dei ghiacci sopra Zermatt e il Rhonegletscher (alle sorgenti del Rodano sempre in Svizzera, nel cantone Vallese). Claudio Orlandi ha fotografato questi ghiacciai nella loro evoluzione geomorfologica e antropica.
Le fotografie colpiscono per la loro grande forza e carica estetica. Dall’impostazione teatrale della prima serie di immagini alla carica del sublime della seconda, in cui il bianco abbagliante del panneggio rievoca le sculture neoclassiche. Rivelano solo in un secondo tempo ciò che in realtà rappresentano: grandi teli che ricoprono montagne, solo avvicinandosi infatti e osservando con attenzione, si notano specchi d’acqua e altri dettagli che poco alla volta svelano la vera natura del soggetto nell’ampio paesaggio alpino.
I cambiamenti climatici – divenuti recentemente più rapidi e intensi – hanno suggerito interventi per ridurre la sempre crescente fusione dei ghiacciai.
I ghiacciai, anche nei loro settori antropizzati, costituiscono una risorsa importante sia in ambito paesaggistico naturalistico che nelle attività legate all’alta quota. Così, nei mesi tra giugno e settembre, ampie superfici di nevi e ghiacci vengono coperte con teli bianchi (geotessili) che le proteggono dalla radiazione solare. I primi esperimenti realizzati in Italia sulle tecniche di riduzione della fusione glaciale sono iniziati nel 2008 sul ghiacciaio Dosdè in alta Valtellina e poi sul ghiacciaio Presena al Passo del Tonale –dove si è arrivati a una copertura di 100.000 mq e alla conservazione di uno spessore di 50 m di ghiaccio. Dopo le prime sperimentazioni, il pluriennale utilizzo dei geotessili ha confermato la loro utilità a livello locale sia nella conservazione di neve e ghiaccio, sia nel rallentare la tendenza alla frammentazione dei ghiacciai.

2 luglio – 25 agosto 2021 – Casa della Memoria – Milano

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MILTON H. GREENE. WOMEN

© Milton H. Greene / Elizabeth Margot Collection | Milton H. Greene, Audrey Hepburn for War and Peace, 1955

L’esposizionecomprende una vasta gamma di foto, tra cui preziosi scatti a Marilyn Monroe e altre celebrities come Audrey HepburnMarlene DietrichGeraldine ChaplinKim NovakShirley MacLaineLucía BoséSusan Sarandon, ma anche attori come Cary Grant e Sir Lawrence Olivier. Si potranno inoltre ammirare polaroid originali, provini e documenti che raccontano dall’interno il processo di lavoro seguito da Milton Greene. In questi materiali, l’artista rivela infatti il modo particolarissimo con cui colloca il soggetto all’interno del mirino della sua Rolleiflex, avvicinandosi, cambiando la distanza tra loro, giocando con la luce e lo spazio per dare visibilità al soggetto reale dell’immagine. Si scopre così il modo in cui Milton Greene costruisce un linguaggio e una retorica specifici, utilizzando il proprio vocabolario e i suoi continui aggiustamenti per raggiungere il perfetto equilibrio dei suoi scatti.

Attivo peroltre quattro decenni nel mondo della fotografia e della produzione cinematografica statunitense, con numerosi riconoscimenti, medaglie, premi nazionali e internazionali ottenuti, Milton Greene è uno dei fotografi più celebrati al mondo.

Nato a New York nel 1922, ha iniziato a fotografare all’età di 14 anni e a soli 23 anni è già definito il “Wonder Boy della fotografia a colori”. Negli anni Cinquanta e Sessanta la maggior parte dei suoi lavori sono apparsi sulle principali testate nazionali tra cui LifeLookHarper’s BazaarTown & Country e Vogue. Oggi gli viene riconosciuto il merito di aver portato, insieme ad altri eminenti fotografi come Richard Avedon, Cecil Beaton, Irving Penn e Norman Parkinson, la fotografia di moda nel regno delle belle arti, ma sono soprattutto i suoi straordinari ritratti di artisti, musicisti e celebrità televisive e teatrali ad essere diventati leggendari.

Ma sono sicuramente le foto scattate a Marilyn Monroe a essere maggiormente ricordate.
Il fortunato incontro con l’attrice ebbe luogo nel 1953, grazie ad un incarico affidato a Greene per conto di Look Magazine. I due divennero presto amici intimi e nel 1956 formarono la loro compagnia, la Marilyn Monroe Productions, che produsse “Bus Stop” e “The Prince and the Showgirl”. Prima di sposare Arthur Miller nel giugno del 1956, Greene ha fotografato Marilyn Monroe in innumerevoli sessioni, scattandole alcune delle sue fotografie più belle ed iconiche, che ne colgono appieno gli stati d’animo, la bellezza, il talento e lo spirito.

La sua straordinaria abilità di regista, infatti, gli permetteva di catturare le qualità che meglio rappresentavano la persona reale, rendendo ciascuna delle sue immagini una dichiarazione eloquente e unica del soggetto ritratto e convertendo così la sua particolare visione in arte fotografica. Non a caso Marilyn affidò a Greene la sua autobiografia, chiamata semplicemente “La mia storia.

Per questo il lavoro di Milton H. Greene, come dimostrano gli scatti in mostra, continuerà a essere considerato rappresentativo di un’era, certo forse ormai finita, ma che si rifletterà sempre invariata nelle sue immagini iconiche.

Dal 17 Giugno 2021 al 26 Settembre 2021 – SENIGALLIA – Palazzetto Baviera

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VALENTINA VANNICOLA. L’INFERNO DI DANTE

Valentina Vannicola, #1 Canto III, Antinferno. L’Entrata dell’Inferno, 2011 | © Valentina Vannicola

Un racconto sintetico, serrato, ma anche sottilmente simbolico, che interpreta le parole di Dante come fossero una sceneggiatura e le restituiscono in forma di immagini. In occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante il Museo presenta Inferno di Valentina Vannicola, progetto che entra quest’anno nelle Collezioni di Fotografia.

Dall’ingresso attraverso la porta dell’Inferno, passando per le anime dei dannati in attesa sulle rive dell’Acheronte, quelle dei sospesi nel limbo, quelle dei simoniaci, condannati a ad essere capovolti nella terra, e ancora il corpo solo vegetale dei suicidi e le anime trascinate dalla bufera di Paolo e Francesca, l’autrice ci conduce in un viaggio immaginifico attraverso i Cerchi dell’inferno.

La serie si compone di quindici fotografie, ambientate nella maremma laziale e realizzate coinvolgendo come attori gli stessi abitanti.

Dal 17 Giugno 2021 al 26 Settembre 2021 – Roma – MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo

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MOLICHROM: IL FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA NOMADE

© Joey Lawrence

“La fotografia è un viaggio che ci offre l’opportunità di vedere ciò che altri hanno visto prima di noi”

“Ho voluto portare l’attenzione su degli artisti che attraverso esperienze molto diverse e punti di vista anche molto distanti, offrono un’opportunità unica di fare esperienza di quello che possiamo chiamare lo sguardo nomade.
Così il direttore artistico Eolo Perfido introduce la prima edizione di Molichrom: Festival un evento di fotografia internazionale e contemporanea che vede il Molise come centro operativo e il nomadismo come tema centrale di questa edizione. “Terra di “tratturi” e “transumanza”, il Molise ha da sempre un forte legame con il suo territorio e la sua storia. Anche per questo motivo – continua il direttore – il tema scelto per la prima edizione è quello del Nomadismo, come spunto concettuale per raccontare attraverso la fotografia quella che è una delle identità più importanti del genere umano.” 

Da giovedì 24 giugno le mostre in esclusiva di giganti della fotografia come Joey Lawrence Giuseppe Nucci, la prestigiosa selezione della Best Of London Street Photography Festival, gli incontri con Michele Smargiassi, Biba Giacchetti AugustoPieroni, guerrilla art e workshop diffusi tra CampobassoMontagano Pietrabbondante.

Molichrom: Festival della Fotografia Nomade 
nasce da un’idea costruita insieme all’associazione Tèkne, un gruppo di operatori dell’arte, spettacolo e comunicazione, che negli anni si è impegnato attivamente in Molise con passione ed entusiasmo. L’intento è promuovere in Molise la fotografia contemporanea e diffondere cultura visiva e nuove forme di comunicazione. 

Un progetto coraggioso ideato realizzato in un momento delicato della nostra storia – dichiara l’associazione – in cui la ripresa dal vivo delle attività culturali diventa un segno forte di rinascita e ripartenza del territorio e della nazione. Farlo in un territorio che negli anni si è contraddistinto per essere un punto di fuga, ma anche un punto di approdo e di arrivo è sembrata un’occasione irripetibile.

La fotografia rappresenta l’arte immediata, fruibile da tutti e arriva velocemente al cuore di ciascuno. Ci siamo dedicati al tema del “Nomadismo” per innescare un dialogo forte con il territorio. Ogni luogo sarà protagonista con mostre dedicate e un programma che, oltre alle mostre, spazia dalla guerrilla art agli incontri a tema. Molichrom: è un progetto con il sostegno e finanziamento della Regione Molise, dell’Assessorato al Turismo e Cultura.

Dal 24 Giugno 2021 al 15 Agosto 2021 – CAMPOBASSO – Sedi varie

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SERGEJ VASILIEV: UNO SGUARDO INDISCRETO SULL’URSS SCONOSCIUTA

© Sergej Vasiliev | Sergej Vasiliev, Ritratto di giovane detenuta, 1980 ca.

S’intitola “Sergej Vasiliev: uno sguardo indiscreto sull’URSS sconosciuta” la prima mostra antologica in Italia dedicata al forotoreporter russo, che verrà ospitata a Firenze al Semiottagono delle Murate, dal 23 giugno al 4 ottobre.
In un luogo di grande suggestione, un ex monastero divenuto caserma e infine struttura di detenzione fino alla metà degli anni Ottanta, si realizza un percorso che in circa settanta immagini intende riassumere e sottolineare lo sguardo penetrante di Vasiliev nel quotidiano di una metropoli negli Urali meridionali, Čelyabinsk, ai tempi dell’ex Unione Sovietica: detenuti, partorienti, ginnaste, il disastro di Ufa, è la storia nuda, vera, della gente russa, scrutata e indagata con un formalismo mai retorico, a comporre una cronaca avara di colore e di grande impatto.
Particolarmente toccante il capitolo a chiusura del percorso ideato daJan Bigazzi e curato dall’esperto di arte figurativa russa,Marco Fagioli, che racconta l’incidente ferroviario nel distretto di Iglinskiy, avvenuto il 4 giugno del 1989. Inviato dal Vecherny Čelyabinsk (Čelyabinsk Sera), il quotidiano per il quale Vasiliev ha lavorato per quarantacinque anni dal giorno della sua fondazione nel 1968, l’autore stringe sui corpi bruciati e martoriati distesi sui tavoli dell’ospedale o nelle bare sostenute per le strade del dolore, che fanno tornare alla mente alcune scene del grande cinema russo post-stalinista.
La mostra è promossa dall’AssociazioneAmici del Museo Ermitage insieme a MUS.E, MAD Murate Art District, Museo Sergej Vasiliev a Čelyabinsk e realizzata con il contributo diFondazione CR Firenze,in collaborazione conMIP Murate Idea Park. Nel 2022 sarà ospitata al Museo delle Culture di Lugano (MUSEC).

Dal 23 Giugno 2021 al 04 Ottobre 2021 – FIRENZE – Semiottagono delle Murate

Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità

Mostra del concorso Fotografia e mondo del lavoro 4° edizione

Si intitola “Torneremo a viaggiare: il lavoro nel turismo fra tradizione e nuove forme di ospitalità” il 4° concorso fotografico nazionale “Fotografia e mondo del lavoro” promosso dalla Fondazione Carlo Laviosa e dal Comune di Livorno. Si concluderà con una mostra organizzata ai Granai di Villa Mimbelli di Livorno, nel giorno dell’inaugurazione della mostra si svolgerà anche la premiazione dei vincitori. 

dal 3 luglio al 5 settembre 2021 – Museo Civico Giovanni Fattori – Granai di Villa Mimbelli – Livorno

Torniamo a visitare le mostre!

Ciao a tutti!

Dal 26 aprile gran parte dell’Italia è tornata in zona gialla. Riapriranno quindi musei e gallerie e si potrà tornare a visitare anche le mostre di fotografia.

Di seguito trovate alcune che dovrebbero tornare ad essere visitabili, molte le avevamo già segnalate negli scorsi mesi, ma poi erano state chiuse a causa del lockdown.

Mi raccomando, seguite le indicazioni di sicurezza previste da ogni luogo di esposizione!

Anna

Capa in color

Per la prima volta in Italia, i Musei Reali presentano una raccolta di oltre 150 immagini a colori di Robert Capa, lettere personali e appunti dalle riviste su cui furono pubblicate. L’esposizione è nata da un progetto di Cynthia Young, curatrice della collezione al Centro Internazionale di Fotografia di New York, per illustrare il particolare approccio di Capa verso i nuovi mezzi fotografici e la sua straordinaria capacità di integrare l’uso del colore nei reportage realizzati tra il 1941 e il 1954, anno della morte. La collezione è presentata da ICP-International Center of Photography, grazie a ICP Exhibitions Committee e ai fondi pubblici del New York City Department of Cultural Affairs in partnership con il consiglio cittadino.

Robert Capa è internazionalmente noto come maestro della fotografia in bianco e nero, ma ha lavorato regolarmente con pellicole a colori fino alla morte, nel 1954. Sebbene alcune fotografie siano state pubblicate sui giornali dell’epoca, la maggior parte degli scatti a colori non erano mai stati presentati in un’unica mostra. Dichiara Enrica Pagella, Direttrice Musei Reali: «La verità è l’immagine migliore, la miglior propaganda. Con questa frase celebre, Robert Capa afferma l’importanza del mezzo fotografico come arma di testimonianza e di denuncia. Noto universalmente come figura emblematica del fotoreporter di guerra, Capa documentò in bianco e nero i principali conflitti del Novecento, dalla guerra civile spagnola alla Seconda Guerra Mondiale, dal conflitto arabo-israeliano alla prima guerra di Indocina. Sperimentò l’uso del colore mentre si trovava sul fronte della seconda guerra sino-giapponese, nel 1938, e si avvicinò al cinema intervenendo in una pellicola prodotta da Luis Buñuel (Spagna 36) o quale fotografo di scena sul set del film Notorious, diretto da Alfred Hitchcock, che gli consentì di introdurre al neorealismo di Rossellini l’amata Ingrid Bergman. Un’estetica calata nella realtà e un uomo sempre pronto a misurarsi con le miserie, il caos e la storia, fino alla morte avvenuta nel 1954 in Vietnam, mentre scattava una foto. Capa è stato tra i fondatori della storica agenzia Magnum Photos con Henri Cartier-Bresson, David Seymour, Georges Rodger e William Vandivert nel 1947, ancora oggi tra le più importanti agenzie di fotogiornalismo mondiali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la sua poetica si concentrò soprattutto sulle pellicole a colori, ritraendo la vita decadente dell’alta società europea per le riviste, così come attori e artisti. A questa produzione meno nota, ma altrettanto affascinante e inconsueta, è dedicata la mostra Capa in color: il percorso è costituito da 150 immagini che appartengono alla collezione conservata all’International Center of Photography di New York e che sono arrivate a Torino qualche mese prima dell’emergenza sanitaria. Grazie all’accordo con la Società Ares, è ora possibile presentare per la prima volta in Italia, in un’unica mostra, un ritratto della multiforme società internazionale del dopoguerra, grazie al sapiente ed elegante uso del colore. Una mostra importante, sia per la qualità delle immagini che per l’opportunità di estendere l’offerta dei Musei Reali all’attività di un grande maestro del Novecento. Una sfida espositiva che accompagna la ripresa dopo i mesi del confinamento, un modo per “andare più vicino” al pubblico e alla vita, proprio come suggeriva uno degli insegnamenti di Capa: Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete andati abbastanza vicino».

Fino al 31 Maggio 2021 – Musei Reali Torino – Sale Chiablese

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TINA MODOTTI Donne, Messico e libertà

Tina Modotti, fotografa, attivista e attrice italiana, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fotografia contemporanea.
I suoi celebri scatti, che compongono le collezioni dei più importanti musei del mondo, sono il simbolo di una donna emancipata e moderna, la cui arte fotografica è indissolubilmente legata al suo impegno sociale.
Poverissima e costretta ad emigrare, Tina avrebbe potuto seguire la carriera di attrice, e sfruttare la sua rara bellezza per il facile ottenimento di agi economici ma la sua scelta di libertà la porta invece verso lo studio e l’approfondimento delle sue innate doti artistiche. Tina espresse la sua idea di libertà attraverso la fotografia e l’impegno civile soprattutto in Messico, Paese che l’aveva accolta e di cui divenne un’ icona, ma oltrepassò ben presto i confini delle Americhe, per essere riconosciuta sulla scena artistica mondiale.

Durante la sua breve vita, insieme al compagno Vittorio Vidali, si impegnò in prima linea per un’umanità più libera e giusta, per portare soccorso alle vittime civili di conflitti come la Guerra di Spagna.

Non potrà mai tornare nella sua amata terra natale a causa delle sue attività antifasciste e di una morte prematura avvenuta ad appena 46 anni, alla quale resero omaggio artisti come Picasso, Rafael Alberti e Pablo Neruda che le dedicò una celebre poesia.

Nell’ambito del palinsesto 2020 del Comune di Milano “I talenti delle donne”, la mostra offre un centinaio di fotografie, stampe originali ai sali d’argento degli anni Settanta, lettere, documenti e video che avvicineranno il pubblico a questo spirito libero che attraversò miseria e fama, arte e passione politica, arresti e persecuzioni, ma che suscitò ammirazione per il pieno e costante rispetto di sé stessa, del suo pensiero e della sua libertà.

Dal 1 maggio al 7 novembre 2021 – MUDEC – Milano

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“Dove il mare incontra la terra”
Fotografi marchigiani raccontano la costa
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Mostra a cura di
Simona Guerra

e degli studenti delle classi 4B e 3D
Linguistico del Liceo “E. Medi” di Senigallia

opere di

Claudio Colotti, Luca Blast Forlani, Eriberto Guidi, Alvaro Stoppani, Mario Giacomelli, Renzo Tortelli, Domenico Taddioli, Silvio Pellegrini, Studio Cingolani, Carlo Traini, Ottaviano Lasconi, Ignacio Maria Coccia, Adriana Argalia, Alìta – Rita Santanatoglia, Giorgio Granatiero, Simone Francescangeli, Archivio Storico Leopoldi, Benedetta Montini, ed altri.

La mostra in 300 caratteri
Il termine costa è sinonimo di svago e vacanza ma in realtà le coste sono – prima – aree naturali in cui regna un delicato equilibrio. Le coste delle Marche (185 km) sono cambiate nel tempo e le 27 opere in mostra – tutti autori della regione, ben noti – provano a raccontare parte di questo cambiamento.


8 febbraio – giugno 2021
Spazio Piktart per la Fotografia
Via Mamiani 14, Senigallia – AN

Catalogo sostenuto daAddpower – Gruppi Statici di Continuità
info e prenotazioni visitetel. ‪338.8048294

Lisette Model – Street Life

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia. Con una selezione di oltre 130 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri  del Novecento, come  Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Nel periodo di maggiore crescita per gli Stati Uniti, dove tutto sembrava proteso verso il più roseo futuro, ha ‘osato vedere’, la realtà in tutte le sue forme, anche in quelle meno piacevoli. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti in personaggi da osservare e indagare. La strada, gli anfratti del Lower East Side e i bar sono per lei i palcoscenici perfetti sui quali agiscono ignari attori di un’irriverente commedia umana. Questa sua rivisitazione personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967.

Il percorso di mostra prende avvio in Francia, dove Model inizia a fotografare negli anni Trenta grazie agli insegnamenti della sorella Olga. In questo periodo realizza Promenade des Anglais, una delle sue serie più note, dedicata alla borghesia pigra e decadente che passa l’estate in villeggiatura a Nizza, e racconta la vita dei parigini che trascorrono le loro giornate fra le strade della città. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti inizia sistematicamente a fotografare gli abitanti di New York con uno sguardo sprezzante e ironico, realizzando alcune delle sue immagini più iconiche. In mostra, tuttavia, saranno presenti anche progetti meno conosciuti, come il reportage dedicato alla Lighthouse di San Francisco, organizzazione che offre lavoro e assistenza a persone cieche o quello realizzato durante le gare equestri a Belmont Park. La città è presente anche nelle prime serie realizzate subito dopo il suo arrivo: Reflections e Running Legs, dove viene ritratta attraverso i riflessi creati dalle vetrine dei negozi e attraverso le gambe di frenetici passanti. Le merci e gli edifici si fondono e confondono con le persone che passeggiano, in un insieme che è al contempo surreale e documentario. Non mancano ovviamente anche i suggestivi scatti realizzati all’interno dei locali di musica Jazz, da lei stessa definiti come luoghi dove ricercare la vera essenza degli Stati Uniti. Fra i personaggi da lei ritratti in questo contesto troviamo alcuni dei grandi di questo genere, come Bunk Johnson, Count Basie, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Percy Heath, Chico Hamilton, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con la mc2gallery di Milano, la Galerie Baudoin Lebon, di Parigi e la Keitelman Gallery di Bruxelles.

Fino al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Horst P. Horst – Style and Glamour

Il percorso espositivo curato da Giangavino Pazzola si sviluppa in maniera cronologica e, con una selezione di oltre 150 opere di vario formato, prende in considerazione i principali periodi creativi di Horst, ripercorrendone la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, dagli esordi alle ultime realizzazioni.

Le diverse sezioni si articolano in maniera tale da sottolineare alcuni punti salienti dell’intera produzione artistica di Horst: il legame con l’arte classica che, tuttavia, non esclude le influenze delle avanguardie; l’indagine visiva sull’armonia e l’eleganza della figura umana impreziosita dalla perfetta padronanza dell’illuminazione della scena; la proficua e duratura collaborazione con “Vogue”, rivista per la quale il fotografo ha firmato decine di copertine; i ritratti di personaggi del mondo della moda e dell’arte, spesso ambientati nelle proprie dimore, immagini attraverso le quali l’autore rivela ancora una volta le sue indiscutibili capacità compositive.

La prima sezione funge da introduzione all’autore e ai suoi interessi di ricerca: il rapporto natura-cultura, il ritratto ambientato e la grande cura del dettaglio, elementi riscontrabili sia nelle fotografie nelle quali immortala il milieu intellettuale della Parigi degli anni Trenta che negli autoritratti e nelle nature morte. Nella seconda sezione, trovano spazio le opere realizzate durante la fase parigina e quella newyorchese, periodi molto prolifici, influenzati dal romanticismo e dal surrealismo, durante i quali realizza immagini iconiche quali Mainbocher Corset, Paris, 1939, e Hand, Hands, New York, 1941. L’uso del colore nella fotografia di moda è il soggetto che apre la sezione nella quale vengono ospitate le più celebri copertine di “Vogue”. A fare da trait d’union troviamo le sorprendenti immagini d’interni realizzate a partire dagli anni Quaranta e divenute presto una delle occupazioni principali del fotografo, anche grazie all’interesse di Diana Vreeland (direttrice di “Vogue” dal 1962), che commissiona ad Horst una serie di servizi su case e giardini degli artisti e delle celebrità. Tra tanti realizzati dall’autore, un focus viene dedicato all’Italia, con l’appartamento romano dell’artista Cy Twombly, adornato di proprie opere e sculture classiche, e con il fascino senza tempo della tenuta di Villar Perosa, all’interno della quale posa un’elegantissima Marella Agnelli.

A completare la mostra, che si muove sempre a cavallo tra le opere più note dell’autore e una serie sorprendenti inediti, le immagini tratte dalla rinomata serie Round the clock, New York, 1987, ultima sintesi di radicalità, talento e visione di una delle figure di spicco della fotografia del XX secolo.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con l’Horst P. Horst Estate e Paci contemporary gallery di Brescia.

Fino al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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CAPOLAVORI DELLA FOTOGRAFIA MODERNA 1900-1940

Gutmann, John

Mai come durante il periodo fra le due guerre, caratterizzato da un impareggiabile fervore immaginativo, le possibilità creative offerte dalla fotografia furono esplorate in modo così ricco e diversificato. In questo particolare momento storico si delinea infatti un approccio innovativo nell’affrontare soggetti documentari, astratti e architettonici, restituito in modo straordinario dalle oltre trecentocinquanta fotografie appartenenti alla collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art di New York. Il MoMA ha acquisito queste fotografie dalla collezione privata di Thomas Walther, comprendente straordinarie immagini realizzate dai protagonisti della storia della fotografia accanto a preziose opere di oltre cento altri autori meno conosciuti. Questa mostra, inoltre, mette in evidenza l’opera di artisti a cui Walther dedicò particolare attenzione, fra cui André Kertész, Germaine Krull, Franz Roh, Willi Ruge, Maurice Tabard, Umbo e Edward Weston.

Realizzate sia all’esterno sia in studio, destinate a mostre d’avanguardia e alla carta stampata, queste fotografie offrono una panoramica eccezionale sui propositi radicalmente innovativi perseguiti dai loro autori. La circolazione transatlantica di idee, immagini, oggetti e persone stimolava dibattiti animati sulla trasformazione della visione, oltre che sui vari usi e possibilità offerti dal medium fotografico. La mostra, organizzata in sezioni tematiche che sottolineano le connessioni tra le opere, riflette il dinamismo della modernità, aspetto particolarmente evidente nei ritratti e negli scatti che documentano l’esperienza urbana, così come nella scelta di espedienti tecnici sperimentali quali punti di vista inusuali e distorsioni. Presentando per la prima volta questa collezione in Europa, “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940. La collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art, New York” racconta la storia di questo capitolo innovativo nella storia della fotografia.

25.04–01.08.2021 – MASI Lugano

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Josef Koudelka. Radici

Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Il lavoro presentato è il frutto di un progetto unico nel suo genere, durato trent’anni, e realizzato esplorando e ritraendo con tenacia e continuità alcuni dei più rappresentativi e importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Gli straordinari scatti in bianco e nero presentati in mostra sono realizzati dal fotografo ceco tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro (Nord e Sud), Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia e naturalmente Italia. Essi accompagnano il visitatore in una inedita e personalissima riflessione sull’antico, sul paesaggio, sulla bellezza che “suscita e nutre il pensiero”. I panorami senza tempo, ricchi di anima e fascino, caratterizzati da prospettive instabili, inaspettate, ambivalenti, ben rappresentano il lessico visuale e la cifra stilistica propri di Koudelka che, rifuggendo la semplice illustrazione e documentazione delle rovine, sceglie di dare respiro a ciò che resta delle vestigia delle antiche civiltà del Mediterraneo, rappresentandole in un’eterna tensione tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto, tra enigma ed evidenza.

Allestita nella cornice del Museo dell’Ara Pacis, a contatto diretto con le testimonianze monumentali della grande storia di Roma, la retrospettiva Radici vuol essere un eccezionale viaggio nell’opera di uno degli ultimi grandi maestri della fotografia moderna dedicatosi alla ricerca della bellezza caotica delle rovine e del paesaggio antico, trasformati dal tempo, dalla natura, dall’uomo. Le fotografie di Koudelka, esposte in stretto dialogo con uno dei monumenti più significativi della prima età imperiale, acquistano così, in questa speciale occasione, il valore unico, forte, di immagini memorabili, in un rapporto intenso di rimandi e di echi di una memoria che a Roma più che altrove diventa presente.

La retrospettiva è accompagnata dal volume Radici pubblicato da Contrasto

Fino al 29 agosto 2021

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Pangea Photo Festival

© Lucas Foglia | Lucas Foglia, Maddie with Invasive Water Lilies

A Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, è nato un festival di fotografia dedicato a tematiche contemporanee cruciali per il futuro della società e del pianeta. Penalizzato alla sua inaugurazione in febbraio 2021 dal lockdown, Pangea Photo Festival è stato ideato e organizzato da un gruppo informale di giovani abitanti dell’Appennino Reggiano, insieme al Comune di Castelnovo ne’ Monti e con il sostegno di A.S.C. Teatro Appennino. Attraverso il linguaggio diretto delle immagini, il festival vuole portare consapevolezza e aumentare la soglia di attenzione su importanti temi che troppo spesso passano inosservati nelle nostre vite, ma che hanno un forte impatto sul nostro presente e sul nostro futuro.

La prima edizione di Pangea Photo Festival ospita sei mostre, in diverse sedi outdoor e indoor, di fotografi nazionali e internazionali che affrontano grandi tematiche dell’attualità globale, come il cambiamento climatico, i conflitti, le migrazioni, la relazione uomo/natura e uomo/potere, e che accendono domande su come questi temi impattino sulle comunità locali e sulla vita di ciascuno di noi. “Crediamo fortemente – dicono gli ideatori – che la narrazione attraverso la fotografia d’autore possa aiutare a riconnettersi profondamente con storie all’apparenza lontane, ma che riguardano tutti e talvolta possono anche essere determinate dalle piccole scelte quotidiane di ciascun individuo”.

Pangea è tutta la terra. Tutto il mondo, o almeno una sua parte rilevante, che arriva e viene ospitato in un piccolo paese al centro dell’Appenino reggiano” sottolinea Emanuele Ferrari, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Castelnovo ne’ Monti, che ha creduto fin da subito nell’iniziativa proposta dagli organizzatori. “Storie scritte in immagini che raccontano il nostro tempo, che si possono incontrare camminando per il paese, o salendo alla Pietra di Bismantova, cantata da Dante nel Purgatorio. Altre invece si potranno visitare nella sala mostre delle ex scuderie di Palazzo Ducale. Una molteplicità di sguardi e storie che hanno un orizzonte comune: quello della sostenibilità, della visione di un futuro possibile, declinato in una prospettiva di ecologia integrale, di dialogo tra le culture, valorizzazione delle differenze”.

La mostra “Human Nature // Frontcountry” del fotografo Lucas Foglia, esposta a Palazzo Ducale, in via Roma 12, su gentile concessione di Micamera, consta di due progetti che indagano la relazione fra l’uomo e l’ambiente. Dopo che l’uragano Sandy è entrato nella vita del giovane fotografo americano, Foglia sente che è necessario occuparsi dell’argomento come un problema diventato ormai globale. “Human Nature” ci trasporta in diversi e meravigliosi ambienti, fra città, foreste, deserti, paesaggi ghiacciati e oceani, attraverso immagini accomunate dal desiderio di investigare le complesse e confittuali forze che intercorrono fra uomo e natura. “Frontcountry” racconta le più remote pieghe dell’ovest americano, fra cowboy e minatori, raccoglie le storie di una trasformazione sociale che vede il costante avanzamento dell’industria mineraria ed energetica e un contestuale sconvolgimento dei paesaggi rurali e degli abitanti che ad essi si relazionano organizzando la propria sopravvivenza. Lucas Foglia, nato in una piccola fattoria a New York nel 1983, è un fotografo di fama internazionale e insegna fotografia presso il San Francisco Art Institute. Le sue opere appartengono a diverse collezioni permanenti, presso il Denver Art Museum, il Museum of Fine Arts Houston, il Philadelphia Museum of Art e il Victoria & Albert Museum.

Sempre a Palazzo Ducale è allestito un altro progetto dell’agenzia NOOR, “Occupied Pleasures” della fotografa Tanya Habjouqa, che narra la quotidianità nei territori palestinesi. Le sue fotografie presentano un ritratto sfumato e multidimensionale della capacità umana di trovare momenti di benessere in circostanze difficili nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme e a Gaza.

La Pietra di Bismantova è palcoscenico di eccellenza per la mostra open air “Arctic New Frontier” di Khadir Van Lohuizen e Yuri Kozirev (in collaborazione con NOOR e Fondation Carmignac), per la prima volta in Italia. Le suggestive immagini, che testimoniano i 15 mila km percorsi dai fotografi per raccontare i cambiamenti climatici nel circolo polare artico, sono esposte sui muri che dal piazzale Dante conducono all’Eremo di Bismantova.

La Corte Campanini, il cortile interno della Biblioteca Crovi dell’Istituto Merulo, in via Roma 4, ospita la mostra “Future Studies” di Luca Locatelli, finalista al World Press Photo 2018, che racconta di pratiche agricole innovative e soluzioni per ridurre il problema della la fame nel mondo. Accessibile negli orari di apertura della Biblioteca, racconta un viaggio di sette anni, ancora in corso, per esplorare nuovi modi di vivere sul nostro Pianeta.

Altre sedi in centro accoglieranno due fotografi reggiani: tra piazza Peretti e piazza Martiri della Libertà è esposta la mostra di Piergiorgio Casotti “Sometimes I cannot smile”, un viaggio intimo e personale nel difficile mondo giovanile groenlandese, mentre in via Roma 7 nell’ex Pretura,  l’indagine fotogiornalistica “Fulani” di Michele Cattani, che ritrae la complessa società maliana nelle sue varie sfaccettature.

Mai come in questo periodo, proprio a causa della pandemia di Covid-19, abbiamo avuto l’occasione di riflettere su quale dovrebbe essere il nostro atteggiamento in futuro, nello sforzo di ristabilire un sano rapporto con la natura e la Terra” concludono gli organizzatori. In un periodo difficile per il settore culturale, Pangea Photo Festival cerca così di portare un segno di speranza e inclusione, garantendo un accesso alle mostre in totale sicurezza e in conformità alle normative anti-covid vigenti.

Le mostre indoor di Luca Locatelli, Tanya Habjouqa e Lucas Foglia sono aperte fino al 28 maggio. Le mostre outdoor “Arctic New Frontier” di Khadir Van Lohuizen e Yuri Kozirev e quelle di Michele Cattani e Piergiorgio Casotti si potranno visitare in qualsiasi orario fino al 27 giugno 2021, compatibilmente con i DPCM in vigore.

Il progetto è finanziato dal bando Shaping Fair Cities della Regione Emilia Romagna, per la diffusione dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Con la volontà di collaborare, per quanto possibile in questo periodo di distanziamento sociale, con istituti scolastici e insegnanti per la realizzazione di progetti educativi legati al Festival.

Pangea Photo Festival è anche un’importante occasione di promozione del territorio, anche grazie al coinvolgimento di varie associazioni locali in attività di animazione culturale e sensibilizzazione: collaborano al progetto Associazione Al Bayt, Associazione Centro Storico di Castelnovo ne’ Monti, Associazione Maliana Badegna, Condotta Slow Food Appennino Reggiano, Extinction Rebellion Reggio Emilia, Fa.Ce. Famiglie Cerebrolesi Associazione Provinciale di Reggio Emilia, Gaom, Vogliamo La Luna e CGIL.

Dal 22 Aprile 2021 al 27 Giugno 2021 – CASTELNOVO NE’ MONTI (REGGIO EMILIA) – Sedi varie

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Brescia Photo Festival

Alfred Seiland, Il Capitolium di Brixia, Brescia, Italia, 2019
Alfred Seiland, Il Capitolium di Brixia, Brescia, Italia, 2019

Brescia Photo Festival, curato da Renato Corsini, è promosso dal Comune di Brescia e da Fondazione Brescia Musei con la collaborazione di MaCof – Centro della fotografia italiana.
Il tema di quest’anno, Patrimoni, si collega alle celebrazioni per il ritorno a Brescia della Vittoria Alata, una delle più straordinarie statue in bronzo di epoca romana, dopo due anni di restauro, attraverso un programma di mostre ed eventi fotografici interamente dedicato ai patrimoni culturali, archeologici e storici interpretati dall’obiettivo di autori quali Elio Ciol, Donata Pizzi, Bruno Cattani, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Maurizio Galimberti, Giovanni Gastel, Franco Fontana, Federico Veronesi e molti altri.
Tra gli appuntamenti più attesi, vi è ALFRED SEILAND. IMPERIVM ROMANVM. Fotografie 2005-2020, la prima retrospettiva italiana del fotografo austriaco.

dal 08.05.2021 al 17.10.2021 – Brescia Sedi varie (anche online)

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MARIO DE BIASI. FOTOGRAFIE 1947-2003

La Casa dei Tre Oci di Venezia presenta l’ampia retrospettiva “Mario De Biasi. Fotografie 1947-2003”, dedicata a uno dei più grandi fotografi italiani, instancabile narratore del mondo, Mario De Biasi. La rassegna, che ripercorre l’intera produzione del fotoreporter, dagli esordi della sua collaborazione con la rivista Epoca fino agli ultimi lavori, inizialmente programmata dal 12 marzo al 31 luglio 2021, aprirà al pubblico dal 13 maggio al 9 gennaio 2022. E’ curata da Enrica Viganò in collaborazione con l’Archivio Mario De Biasi, organizzata da Civita Tre Venezie con Admira e promossa dalla Fondazione di Venezia.

Frutto di un’immensa ricerca nell’archivio De Biasi, l’esposizione raccoglie 216 fotografie, metà delle quali inedite, e procede diacronicamente per nuclei tematici attraverso dieci sezioni, passando per il racconto dei grandi eventi storici, i viaggi esotici, i ritratti di personaggi potenti e famosi, le scene di vita quotidiana, i volti anonimi, sfociando poi nel concettuale e nell’astratto. “Era il momento! – osserva la curatrice Enrica Viganò. Si sentiva la necessità di una mostra antologica che celebrasse il talento di Mario De Biasi in tutte le sue sfaccettature. Il fotoamatore neorealista, il fotoreporter di Epoca, il testimone della storia, il ritrattista di celebrità, l’esploratore di mondi vicini e lontani, l’artista visuale, l’interprete di madre natura, il disegnatore compulsivo e creativo. Tutto il suo lavoro è un inno alla vita”.

Tra i tantissimi inediti, la Casa dei Tre Oci espone, per la prima volta, l’intera sequenza della fotografia più celebre e probabilmente più amata di De Biasi: Gli Italiani si voltano, realizzata nel 1954 per il settimanale di fotoromanzi Bolero Film e scelta da Germano Celant come immagine guida della sua mostra al Guggenheim Museum di New York, “The Italian Metamorphosis 1943-1968”. Una splendida Moira Orfei vestita di bianco passeggia per il centro di Milano, attirando lo sguardo di un gruppo di uomini.

Gli anni ’50 del Novecento costituiscono uno dei fulcri del percorso espositivo con le immagini di un’Italia devastata dalla guerra, dove si coglie, tuttavia, la voglia di rinascita e di ricostruzione; gli scorci memorabili di New York; o ancora la prospettiva ravvicinata dell’insurrezione ungherese del 1956, sotto il tiro delle pallottole, che feriscono De Biasi e gli fanno guadagnare il titolo di Italiano Pazzo. Sono brani visivi “di un ‘900 che oggi appare lontano – precisa Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci – ma che non smette di muovere curiosità”.

Al 1964 risalgono due incredibili servizi, che testimoniano l’ostinazione di De Biasi: quello in Siberia, con temperature sotto i 65 gradi, e quello tra le lingue di lava dell’Etna in eruzione. Non mancano momenti di leggerezza e quotidiana intimità, che De Biasi ha indagato in tutti e cinque i contenti, con le foto dei baci, dei barbieri di strada e delle pause pranzo realizzate da Londra a Parigi, da Roma a Vienna, dal Cairo a Teheran, dalla Tailandia al Brasile, da Israele al Nepal.

In mostra anche le immagini dello sbarco sulla luna, i suoi più famosi ritratti, tra i quali quelli di Sofia Loren, Brigitte Bardot, Fellini, Maria Callas; alcuni degli innumerevoli viaggi, in particolare a Hong Kong, in Sud America e in India. L’ultima sezione si concentra sull’amore per la natura, di cui sono rivisitati forme e segni, resi in foto come una sorta di “poesia visiva”.

Accanto alle fotografie verranno esposti molti materiali, volumi, i numeri originali della rivista Epoca, alcuni telegrammi, tra i quali quelli di Enzo Biagi e Arnoldo Mondadori, quaderni e due approfondimenti audiovisivi. L’intervista di Laura Leonelli in cui Mario De Biasi racconta la sua esperienza di fotografo e una proiezione di immagini, selezionata dalla figlia e responsabile dell’Archivio, Silvia De Biasi, con i servizi per la collana di Epoca intitolata Le meraviglie del mondo.

Oltre a essere un grande fotografo, Mario De Biasi, appassionato di arte e di pittura, era anche un originale disegnatore. Un universo di tinte forti e infinita fantasia “rivestirà” la Casa dei Tre Oci, restituendo continuità stilistica all’allestimento lungo i tre piani del palazzo neogotico con la raffigurazione di soli, occhi, teste e cuori.  “La Casa dei Tre Oci è una meraviglia per gli occhi, già di per sé – dichiara Enrica Viganò. E la sua struttura complessa e versatile stimola noi curatori a inventare nuove soluzioni per il percorso espositivo. La mostra su De Biasi è spettacolare in tutta la sua originalità e ricchezza di contenuti.”

DAL 13 MAGGIO 2021 AL 9 GENNAIO 2022 –  Casa dei Tre Oci di Venezia

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THE CULT OF RIFO – A BLOODY BEETROOTS JOURNEY

© Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots)

La mostra fotografica “THE CULT OF RIFO – A Bloody Beetroots Journey” inaugurerà alla Leica Galerie Milano, il 20 aprile per proseguire fino al 15 maggio 2021, con le immagini scattate dall’artista, musicista e produttore Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots).  25 scatti d’autore impressi nel suo viaggiare, o a volti sconosciuti o molto conosciuti, come Steve Jones dei Sex Pistols, Jimmy Webb ( icona punk della scena Newyorkese, mancato nel 2020), Jay Buchanan dei Rival Sons, Penny Rimbaud dei CRASS ( nonché  mentore  dell’artista),  Tommy Lee,  o il  frontman dei  Refused,  Dennis  Lyxzén, tra i più straordinari festival internazionali come l’Austin SXSW o il Burning Man, tra lavoro e ricerca, guardando il mondo oltre al suo apparire superficiale.
Volti sconosciuti o molto conosciuti, come Steve Jones dei Sex Pistols, Jimmy Webb ( icona punk della scena Newyorkese, mancato nel 2020), Jay Buchanan dei Rival Sons, Penny Rimbaud dei CRASS ( nonché  mentore  dell’artista),  Tommy Lee,  o il  frontman dei  Refused,  Dennis  Lyxzén, si mostrano  all’obbiettivo dell’artista con struggente sincerità. “THE CULT OF RIFO – A Bloody Beetroots Journey” è la nuova mostra curata da Denis Curti, critico ed esperto di collezionismo fotografico, per Leica Galerie Milano ed è composta da 25 immagini che l’artista Sir Bob Cornelius Rifo (The Bloody Beetroots) ha impresso Panorami, dettagli e ritratti che emergono dal buio, per mostrare la propria anima più profonda, segnati e trasfigurati da sentimenti potenti, ma spesso invisibili e disturbanti come lastre di vetro trasparenti. Un bianco e nero che pare illuminato solo dalla luce di passaggio tra la notte e l’alba, uno spazio onirico dove è sufficiente uno scatto per raccontare tutta una storia. Un intenso e personale percorso di ricerca e in un certo senso di guarigione, come dichiara l’autore stesso, ma che non esclude l’osservatore, anzi lo porta con sé anche nei panorami più oscuri.
“Vivo di musica dal 2006 “ dichiara l’artista “e da allora non ho mai smesso di girare il mondo. A un certo punto del 2012 iniziai a sentirmi davvero male, triste e con un’incredibile rabbia interiore. Stavo dimenticando il tempo e lo spazio, stavo creando nella mia mente una versione distopica e alienata del mondo. Quindi, piuttosto che perdermi nel cliché rock and roll di destino votato all’autodistruzione, provai un modo diverso per curarmi, facendo foto. Solo per ricordare, solo per mantenere in una forma visiva persone, luoghi, ricordi.”
“Le fotografie di Sir Bob Cornelius Rifo” commenta il curatore Denis Curti “sono la somma di una enorme quantità umana e di un desiderio preciso di raccontare le cose del mondo senza mediazioni. I suoi ritratti arrivano dritti al cuore e i suoi  pochi paesaggi sono sentimenti sospesi nel tempo. Il suo bianco e nero è concentrazione. Il suo merito è quella indiscutibile capacità di operare per sottrazione. In questi scatti ritrovo il rigore di una grammatica, questa volta non per le parole, ma per le immagini.”

Dal 20 Aprile 2021 al 15 Maggio 2021 MILANO – Leica Galerie

“Sguardi oltre”: giovani fotografi di IIF in mostra

Istituto Italiano di Fotografia inaugura la IIFWALL online, la galleria virtuale che permette di fruire le proprie esposizioni fotografiche anche da remoto per consentire un più facile ed ampio accesso alle mostre in questo periodo così complesso. IIFWALL online rappresenta quindi una nuova ed ulteriore vetrina per valorizzare il talento ed il punto di vista originale dei talentuosi fotografi che hanno recentemente concluso il Corso Professionale Biennale di Fotografia.

L’attività espositiva di IIF riprende proponendo una rassegna di cinque mostre fotografiche dal titolo “Sguardi Oltre: giovani fotografi di IIF in mostra” a cura di Sanni Agostinelli, dall’8 aprile al 23 giugno 2021. La rassegna sarà comunque visitabile anche fisicamente presso la IIFWALL (via Enrico Caviglia 3, Milano) nel rispetto del protocollo di sicurezza.

Originali visioni sul contemporaneo per andare al di là dei rigidi schemi e dei banali preconcetti grazie alla capacità, non comune, di utilizzare il mezzo fotografico con grande sensibilità ed efficacia.

Dal 08 Aprile 2021 al 23 Giugno 2021 – MILANO – Istituto Italiano di Fotografia

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Torniamo a vedere qualche mostra di fotografia?

Ciao a tutti! Spero stiate bene, non ci sentiamo da un po’.

Abbiamo un po’ sospeso l’appuntamento con le segnalazioni delle mostre, a causa delle restrizioni che non consentivano ai musei e alle gallerie di ricevere visitatori.

Oggi torniamo a segnalarvi alcune mostre per il mese di marzo, sperando le cose non cambino di nuovo e riusciate ad andare a visitarle. Alcune sono mostre che vi abbiamo segnalato in passato e che sono state prorogate a causa del lockdown.

Mi raccomando, nel rispetto delle normative!

Anna

Josef Koudelka – Radici

Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Il lavoro presentato è il frutto di un progetto unico nel suo genere, durato trent’anni, e realizzato esplorando e ritraendo con tenacia e continuità alcuni dei più rappresentativi e importanti siti archeologici del Mediterraneo.

Gli straordinari scatti in bianco e nero presentati in mostra sono realizzati dal fotografo ceco tra Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro (Nord e Sud), Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania, Croazia e naturalmente Italia. Essi accompagnano il visitatore in una inedita e personalissima riflessione sull’antico, sul paesaggio, sulla bellezza che “suscita e nutre il pensiero”. I panorami senza tempo, ricchi di anima e fascino, caratterizzati da prospettive instabili, inaspettate, ambivalenti, ben rappresentano il lessico visuale e la cifra stilistica propri di Koudelka che, rifuggendo la semplice illustrazione e documentazione delle rovine, sceglie di dare respiro a ciò che resta delle vestigia delle antiche civiltà del Mediterraneo, rappresentandole in un’eterna tensione tra ciò che è visibile e ciò che resta nascosto, tra enigma ed evidenza.

Allestita nella cornice del Museo dell’Ara Pacis, a contatto diretto con le testimonianze monumentali della grande storia di Roma, la retrospettiva Radici vuol essere un eccezionale viaggio nell’opera di uno degli ultimi grandi maestri della fotografia moderna dedicatosi alla ricerca della bellezza caotica delle rovine e del paesaggio antico, trasformati dal tempo, dalla natura, dall’uomo. Le fotografie di Koudelka, esposte in stretto dialogo con uno dei monumenti più significativi della prima età imperiale, acquistano così, in questa speciale occasione, il valore unico, forte, di immagini memorabili, in un rapporto intenso di rimandi e di echi di una memoria che a Roma più che altrove diventa presente.

01/02 – 16/05/2021 – Museo dell’Ara Pacis – ROMA

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Sebastião Salgado – Amazônia

Per sei anni Sebastião Salgado ha viaggiato nell’Amazzonia brasiliana, fotografando la foresta, i fiumi, le montagne e le persone che vi abitano.

La mostra, in anteprima in Italia, con più di 200 opere ci immerge nell’universo della foresta mettendo insieme le impressionanti fotografie di Salgado con i suoni concreti della foresta. Il fruscio degli alberi, le grida degli animali, il canto degli uccelli o il fragore delle acque che scendono dalla cima delle montagne, raccolti in loco, compongono un paesaggio sonoro, creato da Jean-Michel Jarre.

La mostra mette in evidenza la fragilità di questo ecosistema, mostrando che nelle aree protette dove vivono le comunità indiane, guardiani ancestrali, la foresta non ha subito quasi alcun danno e ci invita a vedere, ascoltare e a riflettere sulla situazione ecologica e la relazione che gli uomini hanno oggi con essa.

01 ottobre 2021 – 13 febbraio 2022 – MAXXI – Roma

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PRIMA, DONNA. Margaret Bourke-White

Construction workers and taxi dancers enjoying a night out in bar room in frontier town. LIFE magazine’s first photo essay.

La mostra raccoglie, in una selezione del tutto inedita, le più straordinarie immagini realizzate da Margaret Bourke-White – tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo – nel corso della sua lunga carriera. Accanto alle fotografie, una serie di documenti e immagini personali, video e testi autobiografici, raccontano la personalità di un’importante fotografa, una grande donna, la sua visione e la sua vita controcorrente.

Pioniera dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate fino ai grandi reportage per le testate più importanti come Fortune Life; dalle cronache visive del secondo conflitto mondiale ai celebri ritratti di Stalin e Gandhi, dal Sud Africa dell’apartheid all’America dei conflitti razziali fino al brivido delle visioni aeree del continente americano.

E’ possibile ammirare oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 11 gruppi tematici – L’incanto delle acciaierieConca di PolvereLifeSguardi sulla RussiaSul fronte dimenticatoNei campiL’India, Sud AfricaVoci del Sud biancoIn alto e a casaLa mia misteriosa malattia – che, in una visione cronologica, rintracciano il filo del percorso esistenziale di Margaret Bourke-White e mostrano la sua capacità visionaria e insieme narrativa, in grado di comporre “storie” fotografiche dense e folgoranti.

L’esposizione rientra ne “I talenti delle donne”, un palinsesto promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’universo delle donne: “I talenti delle donne” intende far conoscere al grande pubblico quanto, nel passato e nel presente – spesso in condizioni non favorevoli – le donne siano state e siano artefici di espressività artistiche originali e, insieme, di istanze sociali di mutamento. Si vuole  rendere visibili i contributi che le donne nel corso del tempo hanno offerto e offrono in tutte le aree della vita collettiva, a partire da quella culturale ma anche in ambito scientifico e imprenditoriale, al progresso dell’umanità. L’obiettivo è non solo produrre nuovi livelli di consapevolezza sul ruolo delle figure femminili nella vita sociale ma anche aiutare concretamente a perseguire quel principio di equità e di pari opportunità che, dalla nostra Costituzione, deve potersi trasferire nelle rappresentazioni e culture quotidiane.

dal 25.09.2020 al 02.06.2021 – Palazzo Reale – MIlano

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MARIO GIACOMELLI – COLLEZIONE PERMANENTE

Questa non è una mostra temporanea, ma un riallestimento della collezione che vuole raccontare l’universo poetico ed artistico del fotografo e renderlo fruibile in maniera permanente.

Il 2020 ha segnato il ventennale della scomparsa di Mario Giacomelli e il Comune di Senigallia, Città della Fotografia, continua a rendere omaggio anche nel 2021 a uno dei maestri internazionali della fotografia del Novecento, dedicando un’ala del Palazzo del Duca ad un’esposizione permanente delle sue opere donate negli anni ‘90 dall’artista stesso al Comune.

In una porzione riqualificata di Palazzo del Duca, che ospita da anni la programmazione espositiva della città di Senigallia, saranno fruibili circa 80 fotografie selezionate e allestite in collaborazione con gli archivi Giacomelli rappresentati dai due direttori Simone Giacomelli e Katiuscia Biondi.

Non una mostra temporanea quindi, ma una vera e propria musealizzazione che vuole raccontare l’universo poetico ed artistico del grande fotografo senigalliese e renderlo fruibile in maniera permanente a cittadinanza e visitatori. Inoltre si vuole fornire una lettura innovativa dell’opera del maestro che viene proposta non in modo antologico, ossia per anni e per serie, ma ne ripercorre la poetica mettendone in luce temi e suggestioni.

Il tratto saliente della personalità – privata e fotografica – di Mario Giacomelli è il forte radicamento alla sua terra, malvolentieri si spostava da essa, ma nonostante ciò riuscì sin da subito attraverso la sua arte a superare i confini geografici essendo il suo lavoro caratterizzato da un forte spirito di sperimentazione e da una vorace volontà di ricerca

Giacomelli parte dalla realtà non per documentarla con pretesa oggettività, ma per innalzare il particolare all’universale, per dirigere il tempo verso l’infinito circolare dell’eterno ritorno.” – scrive Katiuscia Biondi – “Usa la fotografia per immergersi nel mondo, e nelle proprie viscere, riconoscendo egli stesso trattarsi di una sorta di rito purificatorio. I singoli scatti sono fotogrammi insolubili di un unico racconto, quello della sua vita e del suo rapporto con il mondo, e ogni foto rimanda alle altre in un’unità stilistica simbolica e segnica che solo un maestro sa perseguire con tanta coerenza e potenza evocativa”.

Si mosse poco da Senigallia, visitò Scanno, Lourdes, Loreto, la Puglia e la Calabria, ma fu dal paesaggio e dai personaggi della sua terra che attinse a piene mani: i seminaristi di “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”, gli anziani dell’ospizio di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, la campagna con le persone che la abitano, gli amanti ispirati dall’antologia di Spoon River, i ritratti, tutto racconta di Senigallia e del suo territorio, dal mare all’entroterra.

Giacomelli parte dalla realtà non per documentarla con pretesa oggettività, ma per innalzare il particolare all’universale, per dirigere il tempo verso l’infinito circolare dell’eterno ritorno.” – continua Biondi – “Facendo suo l’insegnamento del maestro Cavalli, per una fotografia liberata dal puro documento ché non esiste un mondo al di là del nostro sguardo, Giacomelli porta questa visione all’eccesso, nel suo modo drammatico di far risuonare il reale”.

A completare l’esposizione permanente, una mostra temporanea Le realtà del Sogno dal xx al xx a Palazzetto Baviera che vuole documentare quel “laboratorio senigalliese” di fotografia che fu il Gruppo Misa fondato da Giuseppe Cavalli nel 1954 a cui un giovane e curioso Giacomelli aderì per un breve periodo insieme a Ferruccio Ferroni: un gruppo che contribuì all’importante dibattito teorico che si svolse in Italia in quegli anni intorno alle funzioni e alle estetiche della fotografia.

Esposte opere selezionate di Giacomelli, Ferroni e Cavalli sempre provenienti dalle Civiche raccolte, accanto ai loro discepoli ed epigoni, che hanno dato vita al Gruppo Misa. Un milieu comune che produsse però risultati molto diversi, sia nella resa fotografica, nella tecnica e nella poetica dei vari autori, uno straordinario laboratorio di idee che ebbe breve ma intensa vita e da cui il genio di Mario Giacomelli si distinse e si sviluppò per tutta la seconda metà del Novecento.

Senigallia – mostra permanente

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CARLO MARI. IO MILANO

Una Milano metafisica e surreale nelle fotografie di un grande fotografo.
Una Milano deserta, senza traffico e persone.
Una Milano in cui regnano vuoto e silenzio.
Una Milano diversa, mai vista, ma sempre bellissima.

Questa è la Milano ritratta negli scatti di Carlo Mari in mostra nel chiostro delle Gallerie d’Italia di Milano dall’11 febbraio all’11 aprile 2021.

Carlo Mari. Io Milano. Aprile 2020. La città vista dai Carabinieri attraverso l’occhio di un fotografo è un suggestivo racconto del capoluogo lombardo durante il lockdown che si compone di 47 gigantografie e 2 foto fine art in bianco e nero.

La Milano di Carlo Mari è una città inedita, lenta e riflessiva, quasi metafisica, ben lontana dai ritmi frenetici che l’avevano definita fino a un paio di mesi prima. E da questi luoghi conosciuti – come Piazza Duomo, Piazza della Scala e lo Stadio di San Siro – emerge una presenza discreta, ma sempre presente e rassicurante: quella dei Carabinieri che hanno accompagnato la città in un periodo storico così difficile e delicato.

11 febbraio – 11 aprile 2021 – Gallerie d’Italia – Milano

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FOTOGRAFIA. NUOVE PRODUZIONI 2020 PER LA COLLEZIONE ROMA

Fotografia. Nuove produzioni 2020 per la collezione Roma è una mostra nata dalla volontà dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale di dare seguito al progetto sorto in seno a Fotografia Festival Internazionale di Roma che aveva istituito, già dal 2003, la residenza per un fotografo di fama internazionale. Sono state così raccolte per l’Archivio Fotografico del Museo di Roma le immagini di 15 grandi protagonisti della fotografia contemporanea che raccontano la Capitale attraverso il loro sguardo.

Nel 2019 è stato proposto a Francesco Zizola di curare la ripresa della pratica delle residenze temporaneamente interrotte, e così arricchire la collezione permanente. Zizola ha invitato a Roma 5 artisti noti nel mondo della produzione artistica e fotografica internazionale. Sono esposte al Mattatoio circa 130 immagini di Nadav KanderMartin KollarAlex MajoliSarah Moon (presente anche con un video) e Tommaso Protti. Tutti hanno lavorato in residenza a Roma nel corso del 2019, tranne Kollar che ha scelto di viaggiare a piedi e di elaborare il proprio lavoro attraverso un percorso di avvicinamento a Roma partendo dal Danubio.

Gli scatti di Alex Majoli rinnovano il linguaggio di espressione della documentazione del reale, quelli di Sarah Moon invece guardano al ruolo della memoria e del ricordo nel suo rapporto con la materia che la città di Roma offre. Nadav Kander, maestro riconosciuto nel panorama fotografico internazionale, ha esplorato con i suoi scatti il volto della Roma antica e secolare, che tramanda la sua essenza da una generazione alla successiva, mentre Tommaso Protti analizza il presente duro e ruvido delle periferie. Un discorso a parte va fatto per il lavoro di Kollar, che ha scelto di lavorare sull’antica collocazione di Roma al centro del mondo, camminando per 42 giorni da Bratislava alla Città Eterna su quelle strade che un tempo erano le arterie principali dell’Impero romano.

Attraverso la varietà di approcci visuali e concettuali, queste nuove produzioni offrono uno sguardo sfaccettato e profondo sulle molteplici anime della Città, e rappresentano un lascito importante per la collezione dell’Archivio Fotografico.
 

23 FEBBRAIO – 16 MAGGIO 2021 – Mattatoio di Roma

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Lisette Model. Street Life

La mostra dedicata a Lisette Model, a cura di Monica Poggi, è la prima antologica realizzata in Italia.
Con una selezione di oltre 100 fotografie, l’esposizione ripercorre la carriera dell’artista sottolineandone l’importanza avuta negli sviluppi della fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Il suo nome è spesso associato al periodo di insegnamento, durante il quale ha avuto come allievi diversi autori che sarebbero poi diventati a loro volta fotografi fra i più celebri  del Novecento, come Diane Arbus e Larry Fink. La sua influenza, tuttavia, ha avuto un raggio d’azione ben più vasto, anche grazie a una spiccata capacità nel cogliere con ironia e sfrontatezza gli aspetti più grotteschi della società americana del dopoguerra. Le inquadrature ravvicinate, l’uso ricorrente del flash, i contrasti esasperati sono tutti espedienti volti ad accentuare le imperfezioni dei corpi, gli abiti appariscenti, la gestualità sguaiata. Non c’è interazione fra Model e i suoi soggetti, colti tendenzialmente all’improvviso, mentre mangiano, cantano o gesticolano goffamente, trasformati dai suoi scatti nei personaggi di un’irriverente commedia umana.
Questa rivisitazione così personale all’approccio documentario la rende, di fatto, precorritrice di un modo di utilizzare la fotografia che troverà poi piena realizzazione con gli autori dell’epocale mostra “New Documents” al MoMA nel 1967. 

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione con la mc2gallery di Milano e la Galerie Baudoin Lebon di Parigi.

Dal 24 marzo al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Horst P. Horst. Glitter and Gold

l percorso espositivo curato da Giangavino Pazzola si sviluppa in maniera cronologica e, con una selezione di oltre 120 opere di vario formato, prende in considerazione i principali periodi creativi di Horst, ripercorrendone la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, dagli esordi alle ultime realizzazioni.

Le diverse sezioni si articolano in maniera tale da sottolineare alcuni punti salienti dell’intera produzione artistica di Horst: il legame con l’arte classica che, tuttavia, non esclude le influenze delle avanguardie; l’indagine visiva sull’armonia e l’eleganza della figura umana impreziosita dalla perfetta padronanza dell’illuminazione della scena; la proficua e duratura collaborazione con “Vogue”, rivista per la quale il fotografo ha firmato decine di copertine; i ritratti di personaggi del mondo della moda e dell’arte, spesso ambientati nelle proprie dimore, immagini attraverso le quali l’autore rivela ancora una volta le sue indiscutibili capacità compositive.

La mostra è realizzate grazie alla collaborazione con l’Horst P.Horst Estate e Paci contemporary gallery di Brescia.

Dal 24 marzo al 4 luglio 2021 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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A Palazzo Zuckermann la mostra Gino Santini, fotografie 1937-1970

Omaggio al fotografo padovano che ha formato un’intera generazione

Il fotografo padovano Gino Santini ha lasciato una grande eredità artistica, il cui valore sarà possibile scoprire nella retrospettiva a lui dedicata a Palazzo Zuckermann dal 2 marzo al 5 aprile 2021 (orario 10-19, chiuso sabato e domenica; ingresso libero).

Sono passati oramai quarantaquattro anni da quando a Palazzo della Ragione, a due anni dalla sua scomparsa, venne organizzata una mostra in ricordo di questo importante autore della fotografia italiana, che con le sue foto ha formato una generazione di fotografi. Da allora poco si è sentito parlare o scritto di lui. Finalmente quest’anno, grazie all’impegno del nipote Marco Fogarolo, anch’egli valido fotografo, e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, si è potuta concretizzare una nuova ampia esposizione per presentare il suo lavoro. La retrospettiva, curata da Gustavo Millozzi, sarà un’occasione per ammirare la produzione in bianco e nero di Gino Santini e cogliere il suo stile personale e l’originalità delle sue immagini.

Gino Santini (1907-1974) è stato un fotografo molto apprezzato: con le sue opere, citate e riprodotte in moltissimi cataloghi di mostre, esposte e premiate in gran numero, ottenne nel 1969 l’ambito riconoscimento di EFIAP, ovvero Excellence de la FIAP, Fédération Internationale de l’Art Photographique, dalla quale già nel 1964 aveva ricevuto l’onorificenza di AFIAP Artiste de la FIAP.

Accompagna la mostra una monografia, edita dalla FIAF-Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Mostre di fotografia da non perdere a Novembre

Mentre scrivo quest’articolo, si sta discutendo di nuove restrizioni e chiusure a causa del Covid. 🙁

Mi auguro che ciò non vi impedisca di andare a vedere qualcuna delle mostre in programma a novembre, perchè sono davvero molte e tutte super interessanti.

Cerco di concentrare la mia attenzione sulle mostre che si tengono in Italia (tranne quella di Alec Soth, ma lui è il mio preferito 😉 ), visto che andare all’esetro al momento può risultare un po’ difficoltoso.

Anna

Paolo Pellegrin – Un’antologia

Durante il periodo di quarantena in famiglia. Svizzera, 2020. ©Paolo Pellegrin/Magnum Photos

Una mostra antologica del noto fotografo Paolo Pellegrin

Dopo un accurato lavoro sul suo archivio, nel 2018 nasce la mostra antologica di Paolo Pellegrin, noto fotografo della storica agenzia Magnum Photos. Vincitore di numerosi premi internazionali, con esposizioni che negli anni hanno scandito la sua crescita autoriale, lo ritroviamo adesso nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria in un percorso immersivo. 

Tra il buio e la luce, le oltre 200 fotografie ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica di cui è protagonista la Natura, e noi con lei. Ma anche tra le pareti del suo studio, “ripensato” ad ogni successiva tappa della mostra, per permettere all’osservatore di entrare nel mondo dell’Autore e di indagare con maggiore profondità le scelte, le intuizioni, le urgenze di uno sguardo inarrestabile e onnivoro.

La mostra presenta inoltre una sezione speciale ed inedita dedicata ad un racconto personale ed intimo di Pellegrin: le fotografie realizzate in Svizzera con la propria famiglia durante il periodo della quarantena per il lockdown del coronavirus.

Progetto di Germano Celant, a cura di Annalisa D’Angelo per la Reggia di Venaria

01 Ottobre 2020 – 31 Gennaio 2021 – La Reggia di Venaria (TO)

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Roma. Massimo Siragusa

Progetto fotografico dedicato all’area urbana intorno a Roma: le periferie.

Attorno alla Roma celebrata dall’iconografia classica, alla città della grande bellezza dal fascino monumentale e un po’ decadente, con i suoi luoghi iconici invidiati dal mondo intero, sorge un’altra città. Nascosta e estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica, spesso abusiva. Con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica. In questo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, ho cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Un viaggio nelle periferie romane, che Massimo Siragusa (Catania, 1958) conosce e studia da tempo, narrate attraverso lo sguardo attento della sua macchina fotografica: quasi un documentario, con paesaggi in cui reperti del passato e dell’antico splendore di Roma coesistono con le palazzine degli anni Sessanta, con le strade trasformate in parcheggi e con le costruzioni abusive.
Vincitore di quattro World Press Photo (2009 – 3° Premio Contemporary Issues – World Press Photo, 2008 – 2° Premio Arts Stories – World Press Photo, 1999 -1° Premio Arts Stories – World PressPhoto, 1997 – 2° Premio Daily Life – World Press Photo) Massimo Siragusa ha scelto come soggetto per la sua mostra una Roma meno riconoscibile e, come lui stesso spiega, una Roma nascosta ed estranea ai flussi turistici. Un’area abitata e vissuta da oltre la metà dei cittadini romani. Una città caotica con i suoi cancelli, ringhiere, muri, alberi, reperti archeologici, auto, che si sovrappongono e si confondono in un caos visivo straordinario e unico. È la periferia. Anzi, le periferie. Diverse tra loro ma accomunate tutte dalla stessa anarchia visiva e architettonica.
Nel suo lavoro, che si è snodato per oltre due anni lungo il perimetro della città, l’artista ha cercato relazioni, passaggi, dialoghi, quasi a volere tentare di mettere in ordine il caos della realtà.

Dal 16 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 – Museo di Roma in Trastevere

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Alec Soth – I Know How Furiously Your Heart Is Beating

Renata, Bucharest, Romania, 2018, Courtesy Eidos Foundation © Alec Soth / Magnum Photos.

Magnum photographer Alec Soth (1969) has become known as the chronicler of life at the American margins of the United States. He made a name as a photographer with his 2004 series Sleeping by the Mississippi, encountering unusual and often overlooked places and people as he travelled along the river banks. A major retrospective in 2015 was followed by a period of seclusion and introspection, during which Soth did not travel and barely photographed. His most recent project, I Know How Furiously Your Heart Is Beating, is the result of this personal search, and marks a departure from Soth’s earlier work. The photographer slowed down his work process and turned the lens inward. Foam presents the first museum exhibition of his new series, consisting of portraits of remarkable people in their habitat, and still-lifes of their personal belongings.

The starting point was a portrait Soth made in 2017 of the then-97-year-old choreographer Anna Halprin in her home in California. The interaction with this exceptional woman in her most intimate surroundings meant a breakthrough for Soth. Instead of focusing on a place, a community or demography, he concentrated on individuals and their private settings. Unlike many of Soth’s previous visual narratives, the choice of geographical location was not preconceived, but the result of a series of chance encounters.

11 September – 6 December 2020 – FOAM – Amsterdam

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ZANELE MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

© Zanele Muholi
© Stevenson, Cape Town_Johannesburg / Yancey Richardson, New York | © Zanele Muholi

Sonnyama Ngonyama, letteralmente, Ave Leonessa Nera, è il proclama sociale e politico di Zanele Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism. 
I più importanti riconoscimenti internazionali quali Lucie Award, Chevalier des Arts et Des lettres, ICP Infinity Award, hanno premiato il suo lavoro per l’impegno artistico e sociale, le mostre i più prestigiosi musei del mondo celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere.
Nel lavoro portato al Mudec Photo curato da Biba Giacchetti, Muholi firma una serie di autoritratti che mettono in scena nella loro composizione una vera e propria denuncia, a cui l’artista del Sudafrica presta il suo corpo.
Muholi ha conosciuto gli anni dell’Apartheid, ed è oggi un esponente di spicco della comunità LGBTQI che si espone in prima persona: ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista inquieta, commuove e denuncia, mentre oggetti di uso comune usati in maniera fortemente simbolica sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista, sono per Muholi solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica. 
 
Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografia come armi per affermarsi e combattere.
Nelle sue parole: “… siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento agli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità, perché prima di tutto tu sei”.

Dal 28 Ottobre 2020 al 28 Febbraio 2021 – MUDEC – Museo delle Culture di Milano

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China Goes Urban

Il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers, in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e Intesa Sanpaolo.

Nel 1978, il 18% della popolazione cinese abitava nelle aree urbane. Da allora, gli abitanti delle città sono aumentati al ritmo di circa l’1% all’anno e sono attualmente il 60% del totale della popolazione. Nuove infrastrutture e nuovi insediamenti hanno progressivamente cambiato il paesaggio, trasformando i diritti di proprietà, travolgendo i confini amministrativi, “mangiando” gli spazi rurali e i villaggi.
Davanti ai nostri occhi scorre il veloce e dirompente processo di urbanizzazione cinese. Capirlo non è semplice: le categorie e i modelli che abbiamo a disposizione non servono. Ridurre l’urbanizzazione cinese all’esagerazione e al difetto porta a nascondere un cambiamento epocale che ridefinisce ruoli e relazioni, non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche dal punto di vista culturale, dell’immaginazione e delle possibilità. Un cambiamento reso ancora più acuto da questi tempi incerti, segnati dalla pandemia.
China Goes Urban propone di cambiare punto di vista, di guardare alla realtà più che inserirla in categorie e modelli prestabiliti. È un invito a ritornare a esplorare il mondo, un viaggio nella città e nell’architettura del presente e del futuro e intorno al concetto di città: un concetto apparentemente semplice, che tutti pensiamo di conoscere e di capire, ma che si frantuma nella molteplicità che caratterizza l’urbano del nostro tempo.

da 16 Ottobre 2020 a 14 Febbraio 2021 – MAO Museo d’Arte Orientale – Torino

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LIMINAL. Ritratti sulla soglia. Di Francesca Cesari

Limen è una parola latina che significa “soglia”, un confine che segna il passaggio tra due diversi spazi, anche identitari, per avventurarsi in qualcosa di percepito ancora come sconosciuto. Il progetto fotografico di Francesca Cesari (Bologna, 1970) è un viaggio alla scoperta di un’affascinante terra di mezzo, di quella particolare fase della crescita in bilico tra la tarda infanzia e l’adolescenza. Un’età ambigua, senza un nome proprio, portatrice di quelle grandi e piccole rivoluzioni che condurranno alla metamorfosi del proprio aspetto esteriore, all’elaborazione della propria identità e a una più profonda consapevolezza della propria interiorità.
Le immagini della serie Liminal ritraggono ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, durante questo lungo e delicato processo di cambiamento, interiore ed esteriore, che li porterà a sviluppare, con la pubertà, un nuovo aspetto fisico, che potrà essere tanto promettente quanto inquietante, e al tempo stesso a maturare una nuova e più personale visione del mondo.
La mostra è arricchita da alcuni lavori inediti dell’artista della serie Liminal – Metamorfosi, ritratti delle stesse ragazze e ragazzi ripresi a distanza di tempo, ormai usciti dalla pre-adolescenza. I volti e i corpi osservati nello spazio esterno alla luce naturale del giorno, lasciano trapelare una diversa e più matura consapevolezza di giovani adulti, in cammino verso la propria identità.

8 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021 – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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MOTEL – AA. VV.

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020, Fondazione Modena Arti Visive presenta negli spazi del MATA la collettiva MOTEL, che riunisce, attraverso fotografie, video e installazioni, gli esiti delle ricerche degli studenti del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV.

La mostra, inizialmente pensata per essere parte della rassegna annuale The Summer Show di Fondazione Modena Arti Visive, dedicata alle nuove tendenze della fotografia e dell’immagine in movimento, a seguito dell’emergenza Covid-19, è stata posticipata all’autunno 2020 insieme agli altri due appuntamenti previsti: POSTcard, esposizione ideata dagli studenti di ICON Corso per curatori dell’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione, alla scoperta delle opere dalle collezioni gestite da FMAV (al MATA dal 21 novembre 2020 al 10 gennaio 2021), e Broken Secrets, mostra virtuale curata da Javiera Luisina Cádiz Bedininell’ambito di PARALLEL – European Photo Based Platform (sul sito parallelplatform.org). 

MOTEL accoglie i lavori degli studenti che terminano il biennio 2018/2020 del Master sull’immagine contemporanea della Scuola di alta formazione di FMAV: Luna Belardo (1998, Pavullo nel Frignano – MO), Leonardo Bentini (1994, Roma), Nicola Biagetti (1995, Bologna), Sara Sani (1984, Modena), Manfredi Zimbardo (1993, Palermo).

Dal 10 ottobre all’8 novembre 2020 – FMAV – MATA

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True Fictions

Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi

Opere di James Casebere, Bruce Charlesworth, Eileen Cowin, Bernard Faucon, Joan Fontcuberta, Samuel Fosso, Julia Fullerton Batten, Alison Jackson. David Lachapelle, David Levinthal, Hiroyuki Masuyama, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Nic Nicosia, Lori Nix, Erwin Olaf, Jiang Pengyi, Andres Serrano, Cindy Sherman, Laurie Simmons, Sandy Skoglund, Hannah Starkey, Hiroshi Sugimoto, Paolo Ventura, Jeff Wall, Gillian Wearing, Miwa Yanagi e Jung Yeondoo

La prima retrospettiva mai realizzata in Italia sul fenomeno della staged photography, la tendenza che a partire dagli anni Ottanta ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Attraverso oltre cento opere di grandi dimensioni, la mostra dimostra come la fotografia abbia saputo raggiungere fra fine del XX e inizi del XXI secolo vertici di fantasia e di invenzione prima affidate quasi esclusivamente al cinema e alla pittura. Pesci rossi che invadono le stanze, cascate di ghiaccio nei deserti, città inventate, Marilyn Monroe e Lady D. che fanno la spesa insieme, tutto questo può accadere anche davanti a una macchina fotografica, o forse dentro a una macchina fotografica o a un computer, trasformando lo strumento nato per essere lo specchio del mondo in una macchina produttrice di sogni e inganni.

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento la fotografia assume un nuovo ruolo all’interno del contesto artistico e una nuova identità. Alcuni autori iniziano a mettere in scena, a costruire veri e propri set cinematografici per costruire una realtà parallela, spesso indistinguibile da quella rivelata tradizionalmente dalla fotografia diretta: è la fotografia che si mescola alla performance e alla scultura, che può anche prendere la forma di un teatrale reenactement. Altri artisti invece, seguendo l’evoluzione delle nuove tecnologie, intervengono sull’immagine dando vita a situazioni surreali, di volta in volta inquietanti o divertenti, elaborando collages digitali attraverso l’uso sempre più sofisticato di Photoshop, messo in commercio nel 1990.

La fotografia, regno della documentazione e dell’oggettività (presunte) diventa il regno della fantasia, dell’invenzione e della soggettività, compiendo l’ultima decisiva evoluzione della sua storia.

17 Ott 2020 – 10 Gen 2021 – Palazzo Magnani – Reggio Emilia

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Americans Parade – George Georgiou

Americans Parade | Spazio Labo’: Scuola di fotografia che organizza: Corsi e Workshop di fotografia a Bologna, Mostre, Presentazioni, Eventi, Incontri con autori, Biblioteca.

Sullo sfondo delle elezioni presidenziali del 2016, George Georgiou ha ritratto una delle principali usanze americane, la parata, o meglio, le community che assistono alle parate. Americans Parade è una parata di americani, uno dopo l’altro, da una comunità all’altra, che costruiscono insieme un ritratto degli Stati Uniti nel loro periodo più instabile.

Durante il 2016, Georgiou visita ventisei parate, in ventiquattro città attraverso quattordici stati: da grandi folle a New York o a Laredo, in Texas, a piccoli gruppi familiari a Baton Rouge, Louisiana o a Ripley, West Virginia.

«Osservavo il paesaggio e i gruppi di persone che attiravano la mia attenzione,» – dichiara Georgiou – «i momenti fugaci, ma ho anche abbracciato la generosità del medium fotografico, la sua capacità di registrare e fermare molto più di quanto io potessi captare».
La folla dona alla fotografia quell’elemento casuale da cui la fotografia stessa si può generare.

Attraverso dettagli, gesti e interazioni, Americans Parade esplora l’individuo, la comunità e le fratture sociali e politiche che hanno separato gli americani l’uno dall’altro dietro confini razziali, sociali e geografici. Il risultato è una narrazione piena di complessità e ambiguità, come una serie di tableaux della modernità, un ritratto di gruppo degli Stati Uniti, di identità multiple, in cui le persone stanno insieme, in un gruppo di sconosciuti.

Human vision cannot take in all of a complex scene in the moment, but a camera can.

David Campany, dalla prefazione del libro Americans Parade, BB Editions, 2019

28 ottobre -12 dicembre 2020 – Spazio Labò – Bologna

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Nino Migliori. Stragedia

Il progetto – ideato da Nino Migliori con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli, audiovisual design di Paolo Barbieri, a cura di Lorenzo Balbi – viene presentato fino al 7 febbraio 2021 nella sede della Ex Chiesa di San Mattia, a ingresso libero con prenotazione. 
Stragedia è un’installazione immersiva che nasce da una rielaborazione delle immagini scattate dal fotografo nel 2007, durante l’allestimento dei resti del velivolo negli spazi del Museo per la Memoria di Ustica. Gli 81 scatti, corrispondenti al numero di vittime della strage, sono eseguiti a “lume di candela” tecnica utilizzata da Migliori dal 2006 per la serie Lumen.Stragedia interpreta l’evento tramite immagini che sconfinano nell’astratto, in cui dettagli e frammenti permettono una perdita di scala, la stessa che inevitabilmente entra in gioco quando si tratta di dare voce ad una tragedia storica.
In occasione della mostra, Edizioni MAMbo pubblica un catalogo a cura di Lorenzo Balbi, che contiene la riproduzione della serie completa delle 81 immagini.

27 giugno 2020 – 7 febbraio 2021 – Ex Chiesa di San Mattia Bologna
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GUIDO GUIDI. LUNARIO / LUCA NOSTRI. QUATTRO CORTILI

Guido Guidi, Cesena, 1968
© Guido Guidi | Guido Guidi, Cesena, 1968

Guido Guidi. Lunario
Sala fotografia. 1° piano
A cura di Andrea Simi

Lunario di Guido Guidi è un viaggio fotografico lungo trent’anni sul tema della Luna, con il suo carico di significati filosofici, letterari e mitologici. Presso l’Ospitale di Rubiera (RE), Linea di Confine presenta, arricchita da materiali inediti, la serie fotografica che compone il volume Guido Guidi. Lunario 1968-1999 (Mack, Londra 2019), una delle edizioni più recenti della sistematica opera di pubblicazione dell’archivio che il fotografo porta avanti da da anni.

Guidi veste i panni dello scienziato, richiamando alla mente i procedimenti descritti nel Sidereus Nuncius da Galileo Galilei. Registra così questa serie di apparizioni lunari misurandosi con gli aspetti tecnologici del mezzo fotografico, con la sua natura meccanica e la sua vocazione all’indagine dei fenomeni ottici, fisici e naturali. È la ricerca di un rapporto diretto con la fotografia degli albori, con la sua attitudine alla verifica anche autoriflessiva, meta-fotografica: una costante in tutto il suo lavoro.

Guidi ha la stessa predisposizione alla meraviglia e allo stupore che animava Galileo nelle osservazioni con il cannocchiale, la stessa ansia di inatteso ma anche la stessa disponibilità a modificare i propri assunti, mai categorici. Come lui, opera affidandosi non ai processi dell’immaginazione ma solo alla “sensata esperienza”. Anche i limiti degli strumenti vengono considerati con spirito metodico: provando il suo cannocchiale “centomila volte in centomila stelle et altri oggetti” Galileo poté “conoscere quegli inganni”; Guidi attraverso la reiterazione e l’associazione per via metaforica, crea un sistema in cui assumono concretezza persino il fantastico e il metafisico, ma dove non c’è spazio per verità trasparenti e irrelate.
Fra le analogie anche la comune percezione del “brivido ancestrale”, del “notturno orrore”, riflesso del mistero ultimo della condizione umana. In Lunario si manifesta con una costante nota di tragicità che avvicina la serie alla dimensione epica, suggerendone, fra le altre possibili, una lettura come poema fotografico. Un teso intreccio di vicende in cui il protagonista si trova di volta in volta alle prese con eroine, (l’amica Mariangela, la moglie Marta, la figlia Anna), figure spaventose (i Giganti, ai cui piedi la Terra appare minuscola), benevoli paladini (il maestro Italo Zannier che lo avvia ai primi esperimenti) e, sulle orme di Astolfo, compie un viaggio sulla Luna alla ricerca del senno del fotografo. Come nell’episodio ariostesco, la ricerca è stata fruttuosa.

Luca Nostri. Quattro cortili
Ingresso sala bachi.  1°piano

Negli ultimi anni Luca Nostri ha indagato alcuni fondi fotografici locali, nell’ambito di un progetto di dottorato presso la Plymouth University. La serie Anselmo, di recente pubblicata nelle edizioni Linea di Confine, è parte di una più ampia ricerca di Nostri nel territorio della Bassa Romagna, che il fotografo ha esplorato nel tempo con diversi progetti, sia artistici che curatoriali. Per rendere conto della ricerca nel suo insieme, verrà quindi allestita in una project room la mostra Quattro cortili, che presenta quattro serie fotografiche (due curatoriali, e due autoriali) che si sviluppano a partire da alcuni cortili nel territorio di Lugo e nella campagna circostante, in diverse epoche storiche.
La prima serie di fotografie, a cura di Nostri, presenta un eclettico album di famiglia di due sorelle fotografe, Giulia e Veronica Visani, appartenenti a una famiglia di artisti tra ‘800 e inizio ‘900. La seconda serie, curata da Nostri assieme a Giacomo Casadio, presenta una serie di ritratti realizzati dal fotografo Paolo Guerra tra il 1946 e il 1955, all’interno delle due case di tolleranza esistenti a Lugo fino all’introduzione della legge Merlin nel 1958, che ne sancì la chiusura. La terza serie è appunto quella costruita attorno al cortile di Anselmo, il nonno del fotografo. Infine, la quarta serie presenta una sequenza di fotografie di Nostri che si sviluppa a partire dal giardino pensile della Rocca di Lugo.

17 Ottobre – 6 Dicembre 2020 – L’Ospitale, Rubiera, RE

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Ritratti corali – Marina Alessi

Un ritratto (fotografico) è fatto di tante ‘p’: posa, psicologia, pazienza, professione e professionalità, protagonisti, punctum… È il risultato dell’attimo in cui si consuma una performance che contiene una discreta varietà di emozioni e di sfaccettature prismatiche, riflesso della personalità degli attori: davanti e dietro l’obiettivo. C’è anche chi lo paragona a un passo di danza, quando i soggetti sono due, presupponendo l’abbraccio, l’armonia, il trasporto e la complicità. Per Roland Barthes è un campo chiuso di forze. Il noto critico e semiologo francese ne parla in uno dei suoi saggi più noti, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980). “Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. Parole che sono la sintesi eloquente di come la fotografia debba essere sempre considerata la traccia visibile della soggettività di uno sguardo. Per Marina Alessi quello sguardo traduce innegabilmente una scelta professionale che risale alla fine degli anni Ottanta, in cui si è delineato sempre più chiaramente l’orientamento di ricerca nell’ambito autoriale. Ideale proseguimento della performance fotografica della Black Room, realizzata al MACRO Asilo di Roma nel novembre 2019, con Legàmi e il precedente Legàmi al femminile, il progetto +D1 – Ritratti corali entra nello spazio della Galleria Gallerati con una nuova serie di ritratti fotografici che va a implementare un repertorio che contempla donne, uomini, coppie, famiglie, generazioni a confronto. La fotografa ha ritratto tra gli altri, solo per citarne alcuni operando una selezione del tutto casuale, Andrea Delogu, Francesco Montanari, Daniele Di Gennaro, Luca Briasco della casa editrice Minimun Fax, Umberto Ambrosoli, Elisa Greco, Amanda Sandrelli, Serena Iansiti, Emiliano Ponzi, Stefano Cipolla, Chicco Testa, Marco Tardelli, Mario Tronco con tre musicisti dell’Orchestra di piazza Vittorio, e Sonia (Zhou Fenxia) con la sua famiglia. Volti e corpi che attraverso il body language – si sfiorano, si abbracciano, si baciano – si fanno portavoce di storie personali che sconfinano nelle dinamiche psicologiche e sociali, restituendo al contempo il riflesso di un’idea (o di un ideale) che in parte è anche la traduzione di un dato reale. Ansie, trepidazioni, insicurezze, ma anche felicità, amore, condivisione, unione… in questi ritratti leggiamo stati d’animo, emozioni più o meno sfuggenti come raggi proiettati oltre una distanza di grandezze omogenee. È presente, naturalmente, anche la complicità nell’interazione della fotografa con il suo occhio intransigente e rigoroso, ma in fondo anche un po’ indulgente. “Ho sempre fotografato persone: “mi piace la complicità che si crea quando le ritraggo e questa maniera di entrare in punta di piedi nel sentimento, nel legame. Soprattutto quando si tratta di ritratti di gruppo – famiglie con figli – ragiono molto in libertà. Non c’è la finzione della messa in posa. Anche per questo i miei ritratti rimangono classici, non di maniera: ritratti di cuore”. Cercare il punto d’incontro vuol dire mettersi in gioco, sia per i soggetti che per l’autrice. L’imprevisto è altrettanto importante, perché il momento – l’incontro – non è mai lo stesso. Può anche capitare che le persone recitino un ruolo, interpreti di un’idea di sé. In questi casi, pur nella consapevolezza delle strategie che sono in atto, la fotografa asseconda la volontà altrui. Inizia a fotografare e via via prova a lasciarsi andare in una direzione che chiama “dimensione di rotondità, di equilibrio geometrico e anche affettivo”. Quello di Alessi non è il tradizionale affanno nel cogliere illusoriamente ‘l’anima’ del soggetto che è di fronte a lei e al suo apparecchio fotografico, piuttosto a intercettare il suo sguardo è il momento che, come un’alchimia, sintetizza l’essenza dell’incontro tra gli esseri umani. Decisiva è la scelta di utilizzare un fondale neutro dove la presenza (o l’assenza) della gestualità pone gli attori su un unico piano. “L’incontro è un luogo neutro per tutti. Usciamo dalla messinscena e dal mostrare”. Diversamente dalla costruzione del ritratto di famiglia di cui parla anche Annie Ernaux nel romanzo Gli anni (2008), in cui la descrizione della foto che “inscrive la ‘famigliola’ all’interno di una stabilità di cui lei (quella ‘lei’ è la scrittrice stessa, immersa nel flusso di ricordi) ha predisposto la prova rassicurante a uso e consumo dei nonni che ne hanno ricevuto una copia”, il fondale a cui ricorre Marina Alessi, oltre a evitare distrazioni, riconduce l’immagine all’interno di confini atemporali in cui la sospensione è enfatizzata dall’utilizzo del linguaggio del bianco e nero. Eppure, alla dilatazione temporale prodotta dall’oggetto-ritratto fotografico corrisponde la necessità di tempi di lavoro piuttosto veloci, soprattutto quando l’azione è performante e la tensione del momento incalzante. Un procedimento che la fotografa ha affinato nel tempo, attraverso l’esperienza quasi decennale dei ritratti fotografici degli scrittori e dei personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo realizzati per Vanity Fair al Festivaletteratura di Mantova con la Polaroid Giant Camera 50×60 (banco ottico costruito in soli 5 esemplari nel mondo) e con la Linhof Technika dotata di lastrine 4×5. Marina Alessi porta fuori la sua ‘scatola vuota’ (ovvero lo studio), munita della fotocamera, del cavalletto, del fondale e del bank (o soft box) che garantisce una diffusione omogenea della luce e restituisce maggiore dettaglio al soggetto, pur conservando la qualità luminosa di morbidezza. È lì, in quella zona neutra, che avviene l’incontro. In fondo, come diceva Irving Penn, “fotografare una persona è avere una storia d’amore, per quanto breve”. (Manuela De Leonardis)

Galleria Gallerati – Roma – 9 novembre – 2 dicembre 2020

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Claudia Andujar, la lotta Yanomami

La giovane Susi Korihana thëri mentre nuota, pellicola a infrarossi.Catrimani, Roraima, 1972-74. © Claudia Andujar

La mostra Claudia Andujar, la lotta Yanomami inaugura la partnership della durata di otto anni tra Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain. L’esposizione è la più grande retrospettiva dedicata al lavoro e all’attivismo di Claudia Andujar, che ha trascorso oltre cinquant’anni a fotografare e proteggere gli Yanomami, uno dei più grandi gruppi indigeni del Brasile oggi minacciato dai cercatori d’oro illegali e dai rischi di contagio. Frutto di molti anni di ricerca negli archivi della fotografa, l’esposizione, curata da Thyago Nogueira, Direttore del Dipartimento di fotografia contemporanea dell’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta l’opera di Claudia Andujar attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero o a colori – tra cui numerosi inediti –, una installazione audiovisiva, documenti storici, nonché i disegni e un filmato realizzati dagli artisti yanomami. La mostra, oltre a riflettere i due aspetti indissolubili del percorso di Claudia Andujar – uno artistico, l’altro politico – rivela l’importante contributo che l’artista brasiliana ha dato alla fotografia e il ruolo essenziale che ha svolto, e continua a svolgere, in difesa degli Yanomami e della foresta in cui vivono.

17 ottobre 2020 – 7 febbraio 2021 – La Triennale – Milano

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PAOLO ROVERSI – STUDIO LUCE

La mostra Paolo Roversi – Studio Luce, a cura di Chiara Bardelli Nonino, con le scenografie di Jean-Hugues de Chatillon e con il progetto esecutivo di Silvestrin & Associati, realizzata dal Comune di Ravenna, Assessorato alla Cultura e MAR, con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo il lavoro del grande fotografo ravennate. Dal 1973 Paolo Roversi lavora a Parigi, nel suo atelier in Rue Paul Fort (lo Studio Luce che dà il titolo alla mostra), ma nelle opere esposte sono numerosi i rimandi a Ravenna, città natale e luogo che più di ogni altro ha influenzato il suo immaginario.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti.Ad aprire il percorso espositivo le sue prime fotografie di moda e una serie di ritratti di amici e artisti che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada o a quelli della Deardorff, la macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre.

In mostra anche alcuni dei lavori più recenti dell’ artista, dagli scatti per il Calendario Pirelli 2020 a immagini di moda mai esposte, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e Comme des Garçons e per magazine come Vogue Italia.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante, è presente un’ampia selezione di scatti provenienti dall’archivio dell’artista che celebrano e reinventano la figura della “musa”, un rimando ideale alla Beatrice della Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne iconiche come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

10 Ottobre 2020 – 10 Gennaio 2021 – MAR Museo d’Arte della città di Ravenna

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