Le migliori Mostre di Fotografia che vi segnaliamo a giugno

Se cercate qualcosa di diverso per occupare i vostri week-end di giugno, eccovi una selezione di mostre fotografiche da non perdere.

Anna

World Press Photo Exhibition 2026

Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year
Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year

Dal 7 maggio al 29 giugno 2026, Palazzo Esposizioni Roma ospita, come ogni anno, la mostra del World Press Photo.

Il 9 aprile 2026 sono state annunciate le fotografie vincitrici della 69ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo, mentre il 23 aprile è stata proclamata la Photo of the Year insieme ai finalisti. La mostra di Amsterdam ha inaugurato il 24 aprile, dando avvio al consueto tour internazionale. Dal 1955, il concorso premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo contemporaneo.

La Photo of the Year 2026 è Separati dall’ICE di Carol Guzy (ZUMA Press, iWitness per il Miami Herald). L’immagine, scattata all’interno del Jacob K. Javits Federal Building di New York, documenta il momento in cui un uomo viene fermato dagli agenti dell’immigrazione dopo un’udienza, separandolo dalla sua famiglia. La fotografia è stata premiata per la sua capacità di rendere visibile, in modo diretto e umano, l’impatto delle politiche migratorie: non un caso isolato, ma una condizione sistemica che colpisce persone che si presentano alle istituzioni in buona fede.

Accanto alla vincitrice, sono stati selezionati due finalisti. Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin (EPA Images) mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti nel tentativo di procurarsi cibo. La fotografia è stata scelta per la sua forza compositiva e per la capacità di restituire l’urgenza della carestia, trasformando una scena di caos in una prova visiva della crisi umanitaria e delle sue implicazioni globali.

Il secondo finalista è I processi delle donne Achi di Victor J. Blue (The New York Times Magazine), un ritratto collettivo di donne indigene Maya Achi sopravvissute a violenze durante la guerra civile guatemalteca. L’immagine, realizzata all’esterno di un tribunale, è stata premiata per il suo approccio misurato e per la capacità di restituire dignità e autorevolezza alle protagoniste, documentando un momento storico di giustizia dopo decenni di impunità.

Le immagini premiate nel concorso 2026 rappresentano una selezione tra oltre 57.000 fotografie inviate da fotografi provenienti da 141 Paesi, offrendo uno sguardo complesso e stratificato sul presente. La mostra, come ogni anno, si configura non solo come esposizione, ma come dispositivo critico capace di interrogare il ruolo dell’immagine nella costruzione della memoria collettiva e nella comprensione delle tensioni contemporanee.

Dal 7 Maggio 2026 al 29 Giugno 2026 – Palazzo Esposizioni Roma

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Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1945 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1948 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.

Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 –  Museo Diocesano Carlo Maria Martini

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Harry Gruyaert

Cabine da spiaggia colorate disposte in fila su una spiaggia sabbiosa con cielo nuvoloso.
Berck, Francia, 2007 © Harry Gruyaert / Magnum Photos

ra gli anni Settanta e Ottanta Harry Gruyaert (Belgio, 1941), membro di Magnum Photos, è stato uno dei pochi fotografi europei a conferire al colore una dimensione puramente creativa: una percezione emotiva, non narrativa, e una visione del mondo radicalmente grafica. Alcuni fotografi americani, tra cui Saul Leiter e William Eggleston, avevano già intrapreso questo percorso; le loro opere portarono Gruyaert a cogliere le potenzialità espressive che stavano emergendo in un momento storico in cui la fotografia era ancora prevalentemente celebrata in bianco e nero.

Oggi, il successo di Harry Gruyaert è internazionale. La mostra presentata a CAMERA Torino rappresenta la sua prima grande retrospettiva in Italia. Costruita secondo un percorso cronologico, l’esposizione si apre con i TV shots, un’esperienza unica di dialogo tra le prime televisioni a colori e la fotografia. Il percorso illustra l’evoluzione del suo linguaggio grafico, influenzato dai numerosi viaggi, nei quali ogni Paese si distingue, ai suoi occhi, per specifiche qualità cromatiche. La sua ricerca artistica ha inoltre beneficiato dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, dal film Kodachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo fino alle ampie possibilità offerte dal digitale nel XXI secolo.

«Il colore è più fisico del bianco e nero […] con il colore si deve essere immediatamente colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione», afferma l’artista. Non perdetevi questo viaggio alla scoperta del lavoro di Gruyaert e lasciatevi affascinare dalla sua esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale! 

La mostra è curata da François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino.

18 giugno – 4 ottobre 2026 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria

Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947
© Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock | Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947

Protagonista indiscusso della fotografia del Novecento, Alfred Eisenstaedt è al centro di La fotografia era nell’aria, un ampio progetto espositivo a cura di Monica Poggi, prodotto da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, e organizzato dal Comune di Abano Terme e da D’Uva, gestore del MUNAV, che propone una rilettura articolata in due mostre complementari articolate su due musei, a pochi chilometri di distanza: Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (Padova) e al Museo Storico Navale di Venezia.
 
Il progetto invita il pubblico a riscoprire un autore che ha contribuito in modo decisivo alla definizione del linguaggio del fotogiornalismo. Il titolo riprende una riflessione dello stesso Eisenstaedt sulla Germania del primo dopoguerra, attraversata da una straordinaria vitalità culturale: è in questo contesto che il fotografo si forma e avvia la propria attività.
 
Cresciuto in un clima di grande fermento, sospeso tra l’eredità della pittura e le nuove possibilità del reportageEisenstaedt è attivo tra l’Europa degli anni Venti e gli Stati Uniti degli anni Trenta, dove si stabilisce nel 1935. Qui diventa una delle firme più autorevoli della rivista Life: una collaborazione durata oltre trent’anni, che lo porta a realizzare più di 2.500 servizi fotografici e oltre 90 copertine, contribuendo in maniera determinante alla costruzione dell’immaginario visivo del Novecento.
 
Celebre soprattutto per lo scatto realizzato il 14 agosto 1945 a Times Square – V-J Day in Times Square – che ritrae l’improvviso bacio tra un marinaio e un’infermiera durante i festeggiamenti per la fine della Seconda guerra mondiale, Eisenstaedt affronta nel corso della sua carriera una straordinaria varietà di temi, costruendo un racconto visivo che attraversa i principali snodi storici e culturali del secolo.
 
Dalla documentazione lucida dell’Europa tra le due guerre – nel momento di massima tensione che precede l’ascesa del nazismo, testimoniata anche dal celebre ritratto di Joseph Goebbels – a soggetti più intimi e lirici, come la danza e il teatro, osservati con una sensibilità quasi pittorica, negli Stati Uniti Eisenstaedt si concentra sulla società contemporanea, restituita con crescente ironia e dinamismo. I reportage realizzati in Etiopia Giappone ampliano ulteriormente la portata della sua ricerca, portandolo a confrontarsi con conflitti, ricostruzioni e profonde trasformazioni. Completano il suo percorso i celebri ritratti di protagonisti della politica, della scienza e dello spettacolo – da Albert Einstein J. Robert Oppenheimer fino a Marilyn Monroe e Sophia Loren – che testimoniano la sua capacità di instaurare un rapporto diretto e immediato con i soggetti.
 
Articolata in due sedi, la mostra nasce da un progetto condiviso che valorizza il dialogo tra istituzioni e territori: un’iniziativa che riporta al centro la grande fotografia internazionale, facendo rivivere ancora oggi quel clima di energia e innovazione che, come suggerisce il titolo, continua a essere “nell’aria”.

16 maggio – 20 settembre 2026
Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD)
www.museovillabassiabano.it
 
22 maggio – 22 novembre 2026
Museo Storico Navale di Venezia
www.munav.it

Lisetta Carmi. Erotismo e autoritarismo a Staglieno

Lisetta Carmi, <em>Erotismo e Autoritarismo a Staglieno,</em> Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi
Lisetta Carmi, Erotismo e Autoritarismo a Staglieno, Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi

La mostra presenta l’ingresso di un corpus di fotografie di Lisetta Carmi nella collezione della GAM, nell’ambito del progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Le opere acquisite, tratte dalla serie “Erotismo e autoritarismo a Staglieno”, del 1966-76, saranno esposte in dialogo con quattro sculture della collezione GAM, scelte dalla raccolta di statuaria del secondo Ottocento e di primo Novecento. Il dialogo è volto a sottolineare i due temi ricercati da Carmi nelle sculture del cimitero monumentale di Staglieno: la sensuale rappresentazione delle figure angeliche o delle anime di donne defunte nell’arte simbolista e l’atmosfera di severa autorità genitoriale tipica delle famiglie borghesi di fine Ottocento. Il raffronto tra scultura e fotografia consente inoltre di aprire una più ampia riflessione sull’antico intreccio, sottolineato da Roland Barthes, tra immagine fotografica e morte.

Dal 21 Maggio 2026 al 1 Novembre 2026 – GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

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PHIL PENMAN / A STREET DIARY

Un uomo in giacca scura cammina davanti a una scala mentre un personaggio mascherato di peluche siede su un gradino, in un ambiente ben illuminato.

All’interno degli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, A Street Diary, mostra di Phil Penman dedicata a oltre 25 anni di street photography a New York e nel mondo. Le immagini raccontano le città come un organismo vivo fatto di contrasti, ombre e improvvisi momenti di umanità. Il progetto, a ingresso libero, trasforma la quotidianità urbana in un diario visivo essenziale e poetico. 

Il fotografo britannico Phil Penman (Briantspuddle, Dorset, 1977) vive a New York e ha dedicato gli ultimi due decenni a documentare il continuo mutamento della città, affermandosi come una delle voci più autorevoli della street photography contemporanea.

Il suo lavoro si muove lungo una sottile linea di equilibrio tra ombra e luce, tra l’intensità della città e l’imprevedibile leggerezza dell’umano. Quasi sempre in bianco e nero perché, secondo Penman, “la fotografia in bianco e nero cattura l’essenza più pura e grezza della strada”, con alcuni esempi in cui il colore definisce dettagli e distingue momenti. Le sue immagini, di cui 34 esposte nella mostra ospitata negli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, raccontano New York e il mondo come un organismo vivo, attraversato da contrasti: atmosfere urbane dense, fatte di persone, nebbie, riflessi insieme a momenti di spontaneità e ironia che emergono come improvvise aperture di luce.

“È questo passaggio – dall’oscurità alla vitalità – a costituire il filo conduttore di A Street Diary che accompagna il pubblico a scoprire il dialogo delle due anime del lavoro di Penman: da un lato la dimensione più introspettiva, a tratti cinematografica, dall’altro quella immediata, empatica e luminosa”. Giada Triola, curatrice

Ogni immagine in mostra, pur autonoma, si inserisce in un flusso continuo di relazioni, dettagli e intuizioni visive, il percorso espositivo è così un diario urbano, in cui lo sguardo del fotografo tende a trasformare l’ordinario in universale. 

“La parte che preferisco della giornata è conversare con persone di ogni estrazione sociale e imparare qualcosa di nuovo che non sapevo il giorno prima. Mi dà anche l’opportunità di catturare qualcosa di autentico, in un momento in cui praticamente tutto ciò che ci circonda sta diventando finto (dal punto di vista fotografico). Persone che modificano il proprio corpo per i social media o fotografi che creano immagini con l’intelligenza artificiale. Per me, il senso stesso della fotografia è stare all’aria aperta con altre persone.” Phil Penman

dal 15 maggio al 12 settembre 2026 – Leica Galerie Milano

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza

Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985
© Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission | Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985

Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026, il Museo dell’Ara Pacis ospita la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza:una selezione di circa 200 fotografie, che esplorano il concetto di bellezza come perfezione assoluta e rigore formale.
 
L’esposizione, curata da Denis Curti, è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della MemoriaSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Marsilio Arte, organizzata con Zètema Progetto Cultura Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York.
 
Robert Mapplethorpe (New York,1946-1989) non fotografa soggetti, ma scolpisce lo spazio attraverso l’obiettivo della sua Hasselblad, conferendo ad ogni scatto un’auradi assoluta classicità, con visione geometrica e ricerca della perfezione.
La mostra, che si distingue per una serie di contenuti inediti, si concentra sulla ricerca della forma pura, dove il corpo umano, i volti e le nature morte vengono trattati con la stessa maniacale attenzione alla luce e alle geometrie.
 
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza è il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale.

Dal 29 Maggio 2026 al 4 Ottobre 2026 – Museo dell’Ara Pacis – Roma

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Elliott Erwitt. Icons

Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40x50
© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40×50

Il JMUSEO a Jesolo (VE), avveniristico polo espositivo e culturale di quattro piani, pensato non solo come museo tradizionale, ma come luogo di incontro, eventi e mostre della città lagunare, ospita dal 13 giugno al 18 ottobre 2026, una grande mostra dedicata a Elliott Erwitt (1928-2023), uno dei più importanti fotografi del XX secolo, capace di raccontare il mondo con ironia, sensibilità e uno sguardo profondamente umano.
L’esposizione, dal titolo Elliott Erwitt. Icons, prodotta e promossa dal Comune di Jesolo, dal JMuseo di Jesolo, in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, è curata da Biba Giacchetti con il project management e l’assistenza tecnica di Gabriele Accornero e Valentina Bruno, presenta una selezione di 80 immagini tra le più celebri della carriera di Elliott Erwitt diventate vere e proprie icone della fotografia contemporanea.
Attraverso scatti in bianco e nero di straordinaria eleganza visiva, la rassegna accompagna il visitatore in un viaggio tra momenti storici, scene di vita quotidiana, ritratti di personalità celebri e situazioni osservate con quell’ironia sottile che ha reso Erwitt uno dei fotografi più amati al mondo.
 
“Con la mostra dedicata a Elliott Erwitt – commenta Christofer De Zotti, sindaco di Jesolo -, il JMuseo conferma la propria vocazione a ospitare i protagonisti della fotografia internazionale. Le sue immagini, celebri in tutto il mondo, raccontano con ironia e straordinaria sensibilità un secolo di storia, restituendo momenti di vita quotidiana, eventi e volti che sono entrati nell’immaginario collettivo. Accogliere questa esposizione a Jesolo significa offrire a cittadini e visitatori un’esperienza culturale di grande valore e continuare a rafforzare il ruolo del JMuseo come spazio aperto alla cultura contemporanea, capace di arricchire l’offerta della nostra città durante tutto l’anno”.
 
“Elliott Erwitt – commenta Biba Giacchetti, co-curatrice della mostra, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale – non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l’istante in storia, il quotidiano in arte, l’ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all’età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva “The Art of Observation””.
 
La mostra si colloca nell’ambito del bicentenario della prima fotografia della storia, conosciuta come “Vista dalla finestra a Le Gras”, rappresenta una pietra miliare nel campo della fotografia e della tecnologia dell’immagine. Realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce, questa immagine segna l’inizio della possibilità di catturare e conservare permanentemente una scena reale su un supporto fisico.
 
“Elliott Erwitt – aggiunge uno dei due project manager della mostra Gabriele Accornero – è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. II valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla storia dell’arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; Le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose, ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti di pensiero, anche di rivendicazione sociale”.
 
Già presidente della Magnum Photos – l’agenzia fondata nel 1947 da Robert Capa e Henri Cartier-Bresson -, Elliott Erwitt sintetizza nelle sue opere l’interesse per l’uomo e il gusto dell’attimo che sa catturare con ineguagliabile maestria.
Tra i suoi soggetti preferiti figurano i cani di cui Erwitt apprezzava l’atteggiamento irriverente, libero e svincolato dalle comuni regole che condizionano gli esseri umani.
Moltissimi sono gli scatti “dal punto di vista dei cani”, nei quali lascia comparire solo le scarpe o una parte delle gambe dei loro padroni; Erwitt voleva che queste fotografie risultassero buffe e per questo metteva in atto ingegnose strategie, come suonare una trombetta o emettere una specie di latrato, per ottenere dagli animali una reazione il più naturale possibile.
 
Nel percorso espositivo s’incontrano alcuni dei ritratti a famose personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della politica, da Ernesto Che Guevara a Jack Kerouac, da Marlene Dietrich a Fidel Castro, da Sophia Loren ad Arnold Schwarzenegger. A questi, si aggiunge il celeberrimo scatto a Marilyn Monroe con la gonna del vestito bianco che si solleva, realizzata sul set del film Quando la moglie è in vacanza, diretto da Billy Wilder, e altre fotografie che documentano alcuni degli avvenimenti storici più famosi del Novecento, come il funerale di John Fitzgerald Kennedy, o il diverbio tra Nixon e Krusciov, nel quale il presidente americano punta un dito accusatore verso il petto dell’omologo russo.
 
Non mancano alcune delle icone visive più amate dal pubblico per la loro forza romantica, come il California Kiss, il romantico bacio rubato nel riflesso di uno specchietto retrovisore di un’automobile, o quelle più intime e private, come la fotografia alla sua figlia primogenita neonata sul letto, osservata dalla mamma e dal gatto, o ancora l’apoteosi di Parigi, città nella quale era nato; è nella capitale francese che Erwitt produce alcune delle sue immagini più famose, come Umbrella Jump, considerata un simbolo del romanticismo parigino, che mostra la silhouette di un uomo con un ombrello che salta sopra una pozzanghera al Trocadéro, davanti alle figure di due amanti che si abbracciano con la Tour Eiffel a fare da sfondo. O ancora la poetica scena del nonno e del nipotino in bicicletta, commissionata dall’ente turistico francese per promuovere la Francia.
Su tutte, Erwitt posa uno sguardo tagliente e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità.
Completa il percorso, una selezione di autoritratti, in cui lui stesso diventa il soggetto preferito della propria autoironia.
 
Accompagna la rassegna un catalogo edito da Orion57 / Elliott Erwitt Studio.

Dal 13 Giugno 2026 al 18 Ottobre 2026 – JMuseo – Jesolo (VE)

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Francesca Todde: IUZZA. Goliarda Sapienza

Uccelli impagliati all'interno di una campana di vetro, con un ramo e foglie decorative.

Goliarda Sapienza compirebbe 102 anni il dieci maggio: chissà che questo anniversario non venga coronato dall’assegnazione di almeno uno (o tutti!) degli otto David di Donatello a cui è candidato il film Fuori di Mario Martone, a lei dedicato.

Prima del clamore cinematografico che ne ha rinnovato la fama, Francesca Todde l’ha cercata per diversi anni: almeno sette sono quelli dedicati alla realizzazione di questo meraviglioso lavoro nato dalla parola scritta. Infatti, tutto ha avuto inizio con un libro che Francesca Todde lesse in francese: Moi, Jean Gabin. E’ stato l’inizio di un viaggio che l’ha vista attraversare più volte i libri, le poesie e le lettere di Sapienza – e poi attraversare i luoghi: Catania, Roma, la costiera amalfitana… e infine, cercare le persone a lei vicine, a cominciare dal marito, Angelo Pellegrino.

Tutti questi elementi hanno composto la mappatura di un itinerario, un viaggio sulle tracce di Goliarda Sapienza, “Iuzza”, come veniva chiamata da bambina nella Sicilia dove nacque.

Nel 2024 Iuzza è diventato un libro, finalista ai premi di Arles e PhotoEspaña, menzione speciale al Premio Bob Calle 2025. Le opere, dopo essere state esposte in una mostra personale presso il Centre Photographique Rouen Normandie a cura di Raphaëlle Stopin, a Lugano presso Artphilein e a Los Angeles presso The Reef arrivano a Milano da Micamera, dove saranno esposte in un allestimento a cura di Luca Reffo.

Francesca Todde e Luca Reffo saranno presenti all’inaugurazione giovedì 21 maggio, l’ingresso è libero, per acquistare una stampa è possibile inviare una richiesta via mail o chiedere in galleria. E nel frattempo consigliamo a tutti di leggere questa intervista fatta da Gaia Giani all’autrice nel 2025.

22 maggio – 27 giugno 2026 – MICamera – Milano

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How Kids Roll

© Melissa McClaren
© Melissa McClaren

In tutto il mondo, i bambini stanno affrontando livelli record di violenza, sfollamento e privazioni. Solo nel 2024 le Nazioni Unite hanno verificato oltre 41.000 gravi vio-lazioni ai danni dei più piccoli (fonte UNICEF). Nelle guerre, così come in ogni emergenza, sono fra i gruppi i più vulnerabili esposti a gravi rischi e perdite.
Attualmente, oltre 520 milioni di bambini e adolescenti vivono in aree di conflitto attivo, un dato record che rappresenta più di 1 minore su 5 a livello globale (fonte Save the Children). Proprio ai bambini che vivono quotidianamente sotto assedio è dedicata la mostra How Kids Roll a cura di Loris Lai e Joseph Lefevre, che
Palazzo Merulana ospita dal 14 maggio al 28 giugno 2026.

Promossa con il patrocinio del Dicastero per la Comunicazione, del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, dell’UNICEF Italia e di Save the Children, e prodotta da B-Roll Production e Ramon Pictures, l’esposizione si foca-lizza in particolare sull’esperienza dei bambini di Gaza, restituendo la forza, la dignità e la resilienza di chi cresce in un contesto segnato da un conflitto che continua
a ridefinire la quotidianità, l’immaginario e il futuro delle nuove generazioni.

Qui lo sguardo sull’infanzia diventa chiave per comprendere le contraddizioni del presente. Palazzo Merulana accoglie il progetto come spazio di mediazione culturale, educazione allo sguardo e riflessione sui diritti dei bambini.
Cuore del percorso è il lavoro fotografico di Melissa McClaren, realizzato durante le riprese del film How Kids Roll (2022–2023). Le sue immagini costruiscono un racconto intimo e privo di retorica: frammenti di vita, gesti quotidiani, attese e giochi sospesi tra normalità e trauma.
Accanto alle fotografie, le poesie scritte dai bambini di Gaza — raccolte dall’inizio del conflitto a oggi — entrano nello spazio espositivo come voci dirette, non filtrate. Parole che amplificano la forza del racconto visivo, trasformandolo in una testimo-nianza emotiva e linguistica. A queste si affiancano gli scatti di
Mahmoud Abu Hamda, che documentano la realtà di Gaza dall’inizio del conflitto fino a oggi. Immagini e testi dialogano come elementi installativi e sonori, restituen-do la complessità dell’infanzia attraverso paura, rabbia, speranza e immaginazione.

L’UNICEF Italia, in occasione dell’80° anniversario della nascita dell’Organizzazio-ne, patrocina la mostra “How Kids Roll” per il valore educativo e sociale, in linea con la sua missione di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “Attraverso uno sguardo autentico sull’infanzia in contesti di guerra, l’iniziativa promuove valori di pace, dialogo e convivenza, restituendo speranza in un periodo storico di forte drammaticità”.
«Ogni guerra è una guerra contro i bambini»: è il principio su cui Save the Chil-dren è stata fondata oltre 100 anni fa, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e che purtroppo conserva ancora oggi una drammatica attualità. Il patrocinio concesso dall’Organizzazione nasce dalla volontà di sostenere il valore di questa mostra come strumento di sensibilizzazione sulla condizione dei bambini a Gaza e di riconoscerne la capacità di creare ponti, trasmettendo un messaggio universale di pace e di umani-tà, affinché—come recita la missione fondativa di Save the Children—l’umanità dia ai bambini il meglio di ciò che può offrire.

Il progetto si completa con il film How Kids Roll, attualmente in distribuzione inter-nazionale. La pellicola racconta l’incontro tra due ragazzi — Mahmud, palestinese, e Alon, israeliano — uniti dalla passione per il surf durante la seconda intifada del 2003. Una storia di amicizia che attraversa il conflitto e apre uno spazio possibile di pace e fraternità. Disponibile da marzo su Canal+ e in distribuzione nel resto del mondo, il film conferma la forza universale del progetto. Liberamente ispirato al li-bro Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti edito da Ragazzi Mondadori, porta al centro lo sguardo dei bambini come alternativa concreta all’odio.
How Kids Roll non è solo una mostra: è un atto di testimonianza. E una chiamata a guardare — davvero — attraverso gli occhi dei bambini.

Un ambiente immersivo in cui immagini, parole e suoni, attraverso fotografie, testi poetici e contributi sonori (a cura di Maurizio Cascella), si intrecciano e costringono lo sguardo a fermarsi. Qui il visitatore non assiste soltanto alla violenza del conflitto: entra in contatto con ciò che resiste — la capacità dei bambini di reinventare il quoti-diano, di immaginare, di sperare.
How Kids Roll non si limita a documentare una condizione, ma assume le pratiche artistiche e documentarie come strumenti di responsabilità culturale, capaci di creare connessioni tra memoria, presente e urgenze globali, ponendo l’infanzia al centro di una riflessione necessaria sul nostro tempo.
Lo spazio espositivo è costruito per rallentare. Per obbligare a guardare davvero. Lightbox e fotografie in formati diversi — dalle grandi immagini immersive alle piccole stampe — si alternano in un ritmo visivo che passa dall’impatto immediato all’intimità. Le composizioni a mosaico invitano ad avvicinarsi, a sostare, a entrare nei dettagli. È un continuo slittamento tra visione d’insieme e incontro personale.
Accanto alle immagini, le poesie dei bambini di Gaza — scritte dall’inizio del con-flitto a oggi — attraversano lo spazio come presenze vive. Non didascalie, ma voci. Dirette, fragili, potentissime. Offrono una seconda soglia di accesso al racconto: quella della parola che non media, ma espone.

Il percorso si arricchisce delle opere pittoriche di Simone Legno, ispirate al film, e di un video che documenta la sua live performance. A queste si affiancano schermi su cui scorrono in loop le sequenze oniriche tratte da How Kids Roll: immagini che aprono uno spazio interiore, restituendo la dimensione invisibile dell’infanzia in
guerra. L’audiovisivo non sovrasta, ma espande — amplifica il racconto fotografico e
ne approfondisce la risonanza emotiva.
L’allestimento, nel suo insieme, costruisce una condizione precisa: prossimità. Nessuna spettacolarizzazione, nessuna distanza di sicurezza.
Solo un invito netto all’ascolto. Le immagini, le parole e i suoni chiedono tempo, attenzione, responsabilità.
Musica e progetto sonoro a cura di Maurizio Cascella

Dal 14 Maggio 2026 al 28 Giugno 2026 – Palazzo Merulana – Roma

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GAK YAMADA, The Cosmic Prayer

Manifesto per l'esposizione 'The Cosmic Prayer' di Gak Yamada, che mostra elementi astratti con colori vivaci e decorazioni scintillanti, date dell'evento dal 10 maggio al 14 giugno 2026 presso Mercati Culturali di Pordenone.

Die Gelbe Wand nasce con una vocazione internazionale e un’identità ibrida, puntando i propri riflettori sulla fotografia contemporanea con una predilezione per le sperimentazioni che fioriscono nei paesi di lingua tedesca e in Giappone, e non poteva esserci battesimo migliore se non quello affidato alla potenza visiva di Gak Yamada (Ehime, Giappone 1973), protagonista della sua prima personale europea proprio qui a Pordenone dal titolo “The Cosmic Prayer” e curata da Marco Minuz.

“Inaugurare Die Gelbe Wand con una mostra di tale densità significa dichiarare apertamente la missione di questo spazio: non un semplice contenitore, ma un luogo di collisione tra culture e linguaggi. Qui l’immagine diventa linguaggio vivo, capace di interrogare la realtà, raccontare trasformazioni e aprire nuovi orizzonti percettivi. Vogliamo rendere questo spazio, geograficamente decentrato, un generatore di ricerca attraverso collaborazioni internazionali.” spiega Marco Minuz, direttore artistico di Die Gelbe Wand.

La selezione delle opere curata per l’occasione non è una semplice serie di scatti, ma un viaggio sinestetico che Yamada ha costruito per offrire una visione d’insieme del proprio percorso artistico, una parabola che parte dalla fotografia per atterrare in uno spazio terzo, un altrove che non è più pittura e non è ancora scultura, ma che vibra di un’autonomia propria. L’artista ci conduce per mano attraverso un’evoluzione che vede la fotografia come rappresentazione del mondo esterno e il dipinto astratto come espressione del mondo interiore, cercando però costantemente quel punto di rottura, quel processo di creazione in cui le categorie si fondono l’una dentro l’altra. Entrando nella prima sala dell’esposizione, ci si imbatte nella serie HIGAN, che rappresenta la linea più marcatamente fotografica della ricerca di Yamada, qui presentata in un allestimento che copre un’intera parete; l’ispirazione dichiarata è ”Addio alla fotografia” di Daido Moriyama, un punto di svolta che Yamada rielabora trasformando quella che era nata come un’opera editoriale da sfogliare in un’esperienza visiva simultanea, capace di sprigionare un’intensità diversa quando colta in un unico sguardo d’insieme.

Ma basta voltarsi verso le altre pareti per accorgersi che la pittura reclama il suo spazio: ogni superficie corrisponde a un periodo specifico della sperimentazione dell’artista, come avviene in Threshold, dove l’immagine fotografica viene aggredita dall’introduzione di elementi testuali, parole che scorrono rapide nella mente dell’autore e che si trasformano in sottili linee nere, segni che sembrano leggibili ma che sfuggono alla comprensione, diventando pura energia calligrafica.

Il lavoro di Yamada è un corpo a corpo con la materia: egli non esita a immergere le stampe in acqua per giorni, scoprendo come le carte Fujifilm si dissolvano rapidamente mentre le Kodak si sfaldino strato dopo strato, come accade nella serie Red, dove il blu svanisce lasciando emergere un rosso dominante e inquietante che l’artista lavora ulteriormente con lo sfregamento delle dita, quasi a voler denunciare un certo eccesso del capitalismo attraverso la decomposizione cromatica.

In Threshold, invece, la distruzione dell’immagine è affidata agli agenti atmosferici: le stampe vengono abbandonate in giardino, esposte al vento e alla pioggia per un mese affinché si deteriorino in modo organico, fuori dall’intenzione umana, per poi essere riportate in studio e sottoposte a un trattamento quasi sciamanico tra nastro adesivo, inchiostri acrilici, oro, argento e l’uso del fuoco, che brucia la carta fino a lacerarla lasciando intravedere il buio retrostante.

È qui che nasce il concetto di soglia, un confine dove tutto converge: superficie e retro, visibile e invisibile, fotografia e pittura. Spostandosi nella seconda sala, l’esperienza si trasforma ulteriormente, accogliendo il visitatore nello stato attuale della ricerca di Yamada, dominato da light box e suono; qui il light box diventa una forma compiuta, una sorta di kata, termine che nelle arti tradizionali giapponesi come il teatro Nō o l’haiku indica una forma definita che non limita l’artista ma ne abilita la libertà creativa e il salto immaginativo. La musica, per Yamada, è un motore fondamentale: è la vibrazione che fa emergere le immagini interiori, e in questo spazio suono e visione appaiono insieme, risuonando in un’unica frequenza emotiva. Particolarmente affascinante è l’opera Ku (Cielo), nata dall’uso dello scanner come strumento di cattura dello spazio, un metodo che si discosta radicalmente dalla lente fotografica tradizionale; se l’obiettivo implica una gravità stabile, legata all’occhio umano piantato a terra, lo scanner libera l’immagine dal peso, creando una sensazione di sospensione misteriosa, come se gli oggetti — dalla carta washi a piccoli elementi quotidiani — danzassero in un vuoto sconosciuto.

L’evoluzione più recente di questo percorso è rappresentata dalla serie Kankō, dove le stampe deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore, tracciando segni che richiamano la forza primordiale della scrittura cuneiforme o dei caratteri oracolari cinesi. Yamada è profondamente colpito dalla materialità delle antiche incisioni su argilla o osso, vedendo in quel gesto umano così fragile e transitorio lo stesso impulso primordiale che ha dato vita alla pittura e alla fotografia: una ricerca di certezza, una preghiera laica che cerca di lasciare un segno nel mondo.

In Kankō, la sovrapposizione tra pittura rupestre, scrittura arcaica e fotografia punta a trascendere i media stessi per evocare una presenza sacra, un oggetto che accolga la tensione umana in un unico punto di condensazione.

La città di Pordenone si arricchisce di una finestra affacciata sull’asse culturale che lega l’Europa di lingua tedesca al Giappone, offrendo al pubblico l’opportunità unica di confrontarsi con un artista come Gak Yamada, capace di bruciare l’immagine per farne risplendere l’essenza più profonda e spirituale.

10 maggio – 14 giugno 2026 – Spazio Espositivo Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone

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ROLAND DUFAU Scultore di luce

Manifesto della mostra fotografica 'Roland Dufau: scultore di luce' con un'immagine di un gruppo di bambini e un uomo con il viso dipinto da clown. La mostra si tiene al Palazzetto Bru Zane a Venezia dal 23 maggio al 12 settembre 2026.

Nell’ambito del suo impegno a sostegno della fotografia, la Fondation Bru presenta dal 23 maggio 2026 la mostra “Roland Dufau, scultore di luce”. Nel corso di una carriera durata 37 anni, Roland Dufau ha valorizzato le fotografie di centinaia di appassionati e professionisti, realizzando, a partire dalle loro diapositive, stampe eccezionali, grazie al procedimento svizzero noto come Cibachrome, sviluppato dall’azienda Ilford.

Dufau ha costituito una collezione unica composta da oltre mille immagininotevole non solo per la fama dei fotografi, ma soprattutto per l’eccezionale qualità delle stampe in Cibachrome, la cui durata – se conservate al riparo dalla luce diretta e dall’umidità – è stimata fino a trecento anni.Questa la frase del fotografo americano Robert J. Steinberg che lo ha accompagnato per tutto il suo percorso professionale: “Per me, l’oggetto artistico più sensuale è una stampa fotografica realizzata alla perfezione”.

Durante la Biennale d’arte di Venezia 2026, la Fondation Bru rinnova il proprio impegno per la valorizzazione del patrimonio culturale presentando al Palazzetto Bru Zane una selezione di stampe fotografiche curata dal fotografo Reza provenienti dalla collezione di Dufau. La mostra invita il pubblico a scoprire il talento di un artigiano esigente al servizio della fotografia.

La Fondation Bru ha incontrato Roland Dufau nel 2014 grazie alla Fondation Gilles Caron. Dopo il fallimento della Ilford nel 2013, Dufau aveva messo da parte una scorta di carta Cibachrome; grazie al sostegno della Fondation Bru, ha potuto utilizzarla per realizzare sessanta stampe a colori a partire dalle diapositive di Gilles Caron. Una selezione di queste opere è stata esposta a Venezia in occasione della Biennale d’arte del 2015 e, nel febbraio 2016, alla Galerie de la Muse di Plainpalais, a Ginevra.

Il fotografo di fama internazionale Reza ha fatto realizzare a sua volta le proprie stampe in Cibachrome da Roland Dufau, l’ultima delle quali è l’iconico ritratto del comandante Massoud. A testimonianza della grande complicità tra i due, il fotografo ha dedicato a Dufau un episodio della serie Square Artiste; è stato proprio questo profondo legame a spingere la Fondation Bru ad affidargli la curatela della mostra, con il difficile compito di selezionare, tra oltre mille stampe, le opere da esporre a Venezia.

23 maggio – 12 settembre 2026 – Palazzetto Bru Zane, Venezia

Mostre di fotografia da non perdere a giugno

Nuove mostre ci aspettano a giugno, date un’occhiata!

Anna

Chi sei, Napoli? – JR

Le Gallerie d’Italia – Napoli, dal 22 maggio al 5 ottobre 2025, presentano la mostra dell’artista francese JR ‘Chi sei, Napoli?’, dedicata all’ottavo capitolo delle della serie ‘Chronichles’ , che dopo Dopo Clichy-Montfermeil (2017),  San Francisco (2018), New York (2018), Miami (2022), Kyoto (2024), tre città americane (Dallas, Saint Louis e Washington DC) per un murale sul tema delle armi in America (2018), e quindici città di Cuba (2019) giunge nella città partenopea con la prima installazione di questo tipo in Italia, realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli.

L’opera site-specific di JR verrà svelata sulla facciata del Duomo di Napoli, trasformata in un mosaico di volti locali, incarnando lo spirito comunitario, la resilienza, l’energia e l’anima polimorfa della città.

Nel settembre 2024, l’artista francese JR ha iniziato a Napoli un’esplorazione profonda dell’identità culturale complessa della città. In una settimana, dal 23 al 29 settembre, sono stati protagonisti  i cittadini di sette quartieri, attraverso set fotografici allestiti presso Piazza Sanità, Piazza Dante, Fuorigrotta, Mergellina, San Giovanni a Teduccio, Piazza Cavour e Borgo Sant’Antonio Abate.
Durante questo periodo intenso, sono stati raccolti i ritratti e le storie di 606 napoletani provenienti da diversi background sociali e culturali, catturando così l’essenza di Napoli.

Il risultato del lavoro di JR è un collage fotografico monumentale sulla facciata del Duomo e raccontato nella sua composizione in una mostra alle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, dove si potrà rivivere anche il ‘dietro le quinte’. In mostra verranno presentati anche tre murali della serie ‘Chronicles’, realizzata in Francia (Chroniques de Clichy-Montfermeil), a Cuba (Las Crónicas de Cuba) e in USA (The Gun Chronicles: A Story of America), per mostrare come l’arte di JR possa stimolare conversazioni creando un potente impatto visivo.

Dal 22 maggio al 5 ottobre 2025 – Gallerie d’Italia – Napoli

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Vivian Maier. The exhibition

Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40x50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
© Estate of Vivian Maier | Vivian Maier, Armenian woman fighting on East 86th Street, New York, NY, September 1956. Gelatin silver print, 2012, 40×50 cm. Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Dal 25 aprile al 28 settembre 2025 arriva a Padova, al Centro Culturale Altinate | San GaetanoVIVIAN MAIER. The exhibition, la più grande mostra mai dedicata alla celebre fotografa americana, con più di 200 fotografie a colori e in bianco e nero, scatti iconici, oggetti personali, documenti inediti, sale esperienziali e immersive, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.

Dopo il grande successo conseguito con la mostra di Monet, che ha segnato un nuovo record, il Comune di Padova e Arthemisia tornano a proporre insieme una straordinaria iniziativa.

Vivian Maier (1926 – 2009) è una delle artiste più amate al mondo. La sua incredibile storia ha commosso e continua a commuovere milioni di visitatori.
La Maier faceva la tata di mestiere, si è occupata per tutta la vita di accudire i bambini, coltivando segretamente una grande passione per la fotografia.
Dopo la sua morte sono stati ritrovati per caso, in un magazzino venduto ad un’asta fallimentare, migliaia di rullini accumulati durante l’intera vita, che hanno svelato al mondo un’artista intelligente, acuta, ironica e sensibile, che ha documentato per decenni la vita quotidiana americana tra Chicago e New York, osservando con incredibile sensibilità le persone, i bambini, le donne, gli anziani, fermando nel tempo attimi eterni.

Curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – l’esposizione è suddivisa in sezioni tematiche che esplorano i soggetti e gli aspetti distintivi del suo stile: dagli intensi autoritratti alle scene di vita urbana, dai ritratti di bambini alle immagini di persone ai margini della società.

Da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale.
Il catalogo è realizzato da 
Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palais Musée du Luxembourg, Paris.

“Questa non è solo una grande mostra di fotografia è anche l’occasione per conoscere, per quanto possibile, la figura di una donna, certamente straordinaria, che solo dopo la sua scomparsa, ha visto riconosciuto il grande valore documentaristico, storico e soprattutto artistico della propria attività di fotografa. Vivian Maier, rimarrà per sempre un personaggio misterioso, e forse il fascino attorno a lei si deve anche alla storia quasi incredibile della sua vita e delle sue fotografie. Era certamente una donna colta che si mimetizzava col suo umile lavoro di babysitter, un’osservatrice raffinata e attentissima che ci ricorda il personaggio della portinaia intellettuale creato da Muriel Barbery nello straordinario romanzo “L’eleganza del riccio”. Per tutte queste ragioni la mostra che dedichiamo a Vivian Maier, splendidamente curata da Anne Morin e prodotta da Arthemisia arte e cultura con la collaborazione fondamentale di Vivian Maier’s Estate e della John Maloof’s Collection si inserisce fra i principali eventi culturali dell’estate padovana confermando il ruolo centrale della nostra città come meta di un turismo culturale di qualità, che spazia dagli affreschi del ‘300 dell’Urbs picta, all’arte contemporanea, fino alla fotografia, alla musica e al teatro” – dichiara l’Assessore alla Cultura Andrea Colasio.

“Per il 25esimo anniversario di Arthemisia – dice Iole Siena, Presidente di Arthemisia – non potevamo per nessuna ragione mancare l’appuntamento con quella che considero una delle artiste più appassionanti del Novecento. Vivian Maier emoziona, commuove, fa al contempo sorridere e riflettere sulla natura umana; tengo molto a questa mostra, e tanto più mi fa piacere che sia proprio a Padova, città che ci ha già regalato grandi soddisfazioni con la mostra di Monet.”

“È nel cuore della società americana, a New York dal 1951 e poi a Chicago dal 1956, che Vivian, osserva meticolosamente il tessuto urbano che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia. È il tempo del sogno americano e della modernità sovraesposta, il cui dietro le quinte costituisce l’essenza stessa del lavoro di Vivian Maier”, spiega la curatrice Anne Morin“Vivian Maier, il mistero, la scoperta e il lavoro: queste tre parti insieme sono difficili da separare”“La mostra”, aggiunge Morin, “vuole concentrarsi sull’opera dell’artista piuttosto che sul suo mistero, evitando di cavalcare la curiosità sulla sua particolare vicenda umana e professionale, ma contribuendo invece ad elevare il nome della Maier. La sua storia è la storia di una donna che ha fatto della fotografia la sua ragione di vita, senza mai esporsi, ma nascondendosi dietro l’obbiettivo, con il quale catturava immagini indimenticabili, spaccati di vita quotidiana che ha reso eterni”.

Dal 25 Aprile 2025 al 28 Settembre 2025 – Centro Alinate San Gaetano – Padova

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Steve McCurry – Cibo

Simbolo di memoria, cultura, resilienza, il cibo ha da sempre ricoperto un significato profondo nell’esistenza dell’uomo.
Mentre le culture occidentali ne fanno il centro di una narrazione che intreccia arte, competizione, spettacolo, la fotografia di Steve McCurry si colloca in controtendenza, restituendo al cibo la sua accezione più autentica e universale.
Dal 24 maggio al 28 settembre la mostra fotografica “Steve McCurry – Cibo” trasformerà il Museo Civico Archeologico di Vieste in un caleidoscopio di umanità a colori.
Settanta immagini, selezionate dal fotografo statunitense e da Biba Giacchetti, sua storica collaboratrice e curatrice della mostra in collaborazione con Peter Bottazzi, Orion57 e Giuseppe Benvenuto per il Comune di Vieste, saranno i filo conduttore di un viaggio che restituisce il cibo nella sua accezione primaria, quella che fonda e rinnova i rapporti tra gli esseri umani, intorno a un piatto, seduti a terra in strada.

Da sempre sensibile alle storie dei fragili, dai bambini vittime dei conflitti agli emarginati, agli animali, la fotografia umanista di McCurry incrocia il tema del cibo ritraendo il pane come elemento essenziale, insinuandosi tra i mercati come luoghi di energia e bellezza, immortalando i pasti consumati intorno al focolare, momenti di conforto, legame, dignità.

“In luoghi torturati da guerre o da calamità naturali o più semplicemente da una natura impervia – ricorda Biba Giacchetti – il cibo ha un valore profondo che sconfina nel sentimento, lenisce paure e accomuna gli esseri umani. Nelle immagini di Steve ritroviamo infine l’antica dolcezza del focolare domestico, tanto consolatoria in situazioni estreme”.
Così attraverso la fotografia raggiungiamo luoghi devastati dai conflitti, dove il cibo assume un valore quasi sacro, riscoprendo il sorriso di un bambino con un frutto in mano, tuffandoci nella vitalità dei mercati, scoprendo l’ingegno umano che trasforma ciò che la terra offre in nutrimento e bellezza.
Da maggio a settembre la mostra sarà aperta dal martedì alla domenica dalle 18 alle 22; nei mesi di luglio e agosto da martedì a domenica dalle 18:30 alle 23:30.

Dal 24 maggio al 28 settembre – Museo Civico Archeologico di Vieste

Alfred Eisenstaedt

Alfred Eisenstaedt, George Balanchine's School American Ballet. New York, USA, 1936
© Alfred Eisenstaedt_The LIFE Picture Collection | Alfred Eisenstaedt, George Balanchine’s School American Ballet. New York, USA, 1936

Il programma espositivo del 2025 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino prosegue con una grande mostra ineditadal 13 giugno al 21 settembre, che celebra in Italia il fotografo Alfred Eisenstaedt. Autore della famosa immagine “V-J Day in Times Square“, in cui un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante al termine della Seconda Guerra Mondiale, Eisenstaedt è stato uno dei principali fotografi della rivista “Life”, per la quale ha raccontato il mondo e la sua contemporaneità attraverso uno sguardo divertito e indagatore.

A trent’anni dalla sua morte 
a ottanta dalla realizzazione del celebre scatto, l’esposizione curata da Monica Poggi presenta una selezione di 150 immagini, molte delle quali mai esposte, a partire dai primi scatti nella Germania degli anni Trenta, dove realizzò le inquietanti fotografie ai gerarchi nazisti, tra cui quella celeberrima a Joseph Goebbels. La mostra a CAMERA – la prima in Italia del 1984 – ripercorre tutto l’arco della sua carriera, passando dalla vita vertiginosa degli Stati Uniti del boom economico, al Giappone post-nucleare, fino alle ultime opere realizzate negli anni Ottanta.
Davanti al suo obiettivo ritroviamo anche personaggi come Sophia Loren, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer.
 
Due sezioni della mostra sono inoltre dedicate all’importante reportage che Eisenstaedt realizza in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale e a quello realizzato in Italia nel dopoguerra, dove i cartelloni stradali iniziano a cambiare le prospettive e i paesaggi, riflettendo le trasformazioni sociali ed economiche in corso.
 
Lo stile di Eisenstaedt si inserisce nella grande tradizione documentaria americana, ma si arricchisce talvolta di visioni poetiche, che richiamano la pittura dell’Ottocento – come negli scatti dedicati alle ballerine di danza classica dove risuona l’eco delle opere di Degas – oppure di arguta ironia, costruita tramite scenari stranianti che richiamano gli espedienti dell’arte surrealista europea. «Quando scatto una fotografia – affermava Alfred Eisenstaedt – cerco di catturare non solo l’immagine di una persona o di un evento, ma anche l’essenza di quel momento».
 
Nato nel 1898 a Dirschau, nella Prussia Occidentale (oggi Polonia), il suo primo approccio con la fotografia avviene durante l’adolescenza, quando uno zio gli regala una Eastman Kodak Nr. 3, che lo accompagna durante tutti gli anni di studio. Alla fine degli anni Venti, inizia a lavorare per l’Associated Press, a cui segue nel 1929 la pubblicazione delle prime immagini sulla rivista tedesca “Berliner Illustrirte Zeitung”. Nel 1935, per fuggire alle leggi razziali, emigra negli Stati Uniti dove l’anno seguente inizia a collaborare con la celebre rivista americana “Life” con cui firmerà alcuni dei suoi servizi più conosciuti. Eisenstaedt muore nel 1995, all’età di novantasette anni, nella casa di villeggiatura sull’amata isola di Martha’s Vineyard.

Dal 13 Giugno 2025 al 21 Settembre 2025 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Guido Guidi. Da un’altra parte

© Guido Guidi
© Guido Guidi

10 Corso Como presenta Da un’altra parte, una mostra personale di Guido Guidi, a cura di Alessandro Rabottini e allestita nella Galleria di 10 Corso Como dal 7 maggio al 27 luglio 2025. Concepita come un’ampia indagine sulla sua opera fotografica, la mostra si concentra sul tema dell’ombra, intesa come il risultato dell’incontro tra la luce, lo spazio e il tempo, ossia tre delle principali coordinate della ricerca di Guidi.

Guido Guidi (Cesena, 1941) è un autore internazionalmente riconosciuto per il suo contributo al campo della fotografia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, celebrato per una visione sul paesaggio, l’architettura e le cose che è insieme lirica e analitica. Le sue immagini distillano una riflessione sulle forme più quotidiane, marginali e antimonumentali che abitiamo e che ci circondano, rendendo tattile e sospeso nel tempo ciò che spesso siamo propensi a trascurare. Nei decenni, Guidi ha affermato la
necessità di una “poetica dell’attenzione”: nelle sue opere l’atto stesso del vedere non è mai dato per scontato ma, al contrario, analizzato da molteplici punti di vista, da quello esistenziale fino ai suoi significati formali e teorici. Attraverso la costanza con cui ha scrutato e scruta gli aspetti più laterali della realtà, Guidi ha influenzato generazioni di fotografi, attraverso un linguaggio che è tanto sottile quanto seminale.

Da un’altra parte raccoglie un’ampia selezione di fotografie realizzate tra i primi anni Settanta e il 2023, in un allestimento incentrato sulla persistenza e la ricorrenza di certi temi attraverso i decenni. Nonostante Guidi concepisca, pubblichi e mostri il proprio lavoro attraverso il formato della serie fotografica, in questa mostra le opere sono state selezionate concentrandosi su singole immagini, estrapolate dalle serie di appartenenza. Le opere sono poste in dialogo le une con altre secondo un principio di tensione poetica e formale, al di là della successione cronologica e della separazione tra i generi del ritratto, della natura morta e della fotografia di architettura.

Dal 07 Maggio 2025 al 27 Luglio 2025 – Galleria 10 Corso Como – Milano

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Daniele Tamagni. Style Is Life

Daniele Tamagni, "Willy Covary", 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
Daniele Tamagni, “Willy Covary”, 2008, stampa 2024, © Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni

Il Mart dedica una mostra-omaggio a Daniele Tamagni. Negli spazi della Galleria Civica, a cura di Chiara Bardelli Nonino, Gabriele Lorenzoni, Aïda Muluneh e in collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, l’esposizione ripercorre la breve carriera dell’artista.

Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017) inizia a fotografare in età adulta e fin da subito ottiene ottimi riscontri e riconoscimenti come il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity e il World Press Photo Awards. Noto negli ambienti della fotografia della moda, profondamente legato al Trentino, dove ha trascorso parte della sua infanzia e l’adolescenza, Tamagni utilizza la fotografia come strumento di indagine sociale. I suoi scatti nelle megalopoli africane o dal Sud America mostrano la gioia di vivere, la capacità di adattamento, l’orgoglio e la gioia delle comunità urbane per l quali la moda è uno strumento per posizionarsi in una società reinventata. Le immagini dei sapeur congolesi, degli afrometals del Botswana, delle lottatrici boliviane, dei giovani gruppi di danza di Johannesburg ci ricordano il valore sovversivo e politico della moda.

Dal 17 maggio 2025 al 6 luglio 2025 – Galleria Civica Trento

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In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi

©Gianni Berengo Gardin, Bologna, 1990
©Roselena Ramistella, Deepland, 2016-2021

Cosa accade quando due sguardi, radicalmente diversi per tempo e traiettoria, si mettono in ascolto l’uno dell’altro, raccontando lo stesso Paese? Non un confronto, né una sfida. Ma un dialogo. O meglio: una conversazione.

Leica Galerie Milano ospita dal 4 giugno a fine luglio 2025 la mostra In conversation. Un dialogo fotografico tra ieri e oggi: tra Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Roselena Ramistella (Gela, 1982). Con oltre 40 immagini esposte, In conversation mette in relazione due visioni che si muovono lungo binari differenti, eppure non opposti: non per accostare due generazioni ma per esplorare modi distinti di abitare il mondo con la fotografia. Gianni Berengo Gardin, maestro del bianco e nero, ha attraversato il Novecento con l’urgenza di restituire un’Italia autentica: quella del lavoro, dei riti quotidiani, delle marginalità e della bellezza inattesa. Roselena Ramistella, artista raffinata e profondamente contemporanea, parla invece di un’Italia interiore, frammentata, fatta di attese, memorie, corpi e paesaggi che raccontano identità complesse e stratificate.

Dopo Los Angeles, Madrid, Monaco di Baviera e New York, arriva a giugno la tappa italiana di In conversation, il progetto, parte del palinsesto internazionale di celebrazioni per i 100 anni della Leica I, che comprende una serie di 12 mostre ospitate in 12 Leica Galerie nel mondo per mettere a confronto un fotografo Leica Hall of Fame con un giovane talento.

Attraverso le mie fotografie ho sempre cercato di documentare i diversi aspetti della “commedia umana”: i piccoli gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro, i legami tra le persone e gli ambienti in cui vivono, gli interni domestici, gli emarginati, le piccole e le grandi storie. La Leica, con la sua maneggevolezza, la qualità eccezionale delle ottiche e la portabilità, è stata la mia compagna fedele per tutti questi anni. Le ho usate tutte, restando sempre fedele all’analogico. La mia prima M3, acquistata nel 1954, funziona ancora perfettamente e non è mai stata revisionata.

Gianni Berengo Gardin In conversation, in occasione delle celebrazioni del centenario della Leica I, non è solo un omaggio alla macchina che ha rivoluzionato il mondo della fotografia ma è un invito ad ascoltare due voci distinte, autentiche, che si sfiorano, si interrogano, si rispettano. Due fotografie che non cercano di somigliarsi, ma che si riconoscono. Una conversazione che continua.

4 giugno – 30 luglio 2025 – Leica Galerie Milano

Giorgio Lotti. Photographer of an ERA + Maria Vittoria Backhaus

Maria Vittoria Backhaus, Collage Icon #01, Filicudi, 2008 © Maria Vittoria Backhaus

A Brescia la nuova casa della fotografia ha i colori della Cavallerizza, il nuovo spazio espositivo, a disposizione della collettività, destinato ad accogliere mostre, laboratori di fotografia e attività culturali, mirate alla valorizzazione e alla promozione dell’arte fotografica, soprattutto italiana.
Il Centro ha aperto i battenti lo scorso 12 aprile con due personali dedicate a Giorgio Lotti e Maria Vittoria Backhaus, maestri della fotografia contemporanea italiana, parte integrante del programma dell’ottavo appuntamento con il Brescia Photo Festival, promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini.

Giorgio Lotti. Fotografo di un’Epoca è il titolo della rassegna in corso alla Cavallerizza fino all’8 giugno, curata da Renato Corsini e Laura Tenti. Fulcro del percorso è il racconto della carriera del fotografo milanese, classe 1937, tra i migliori interpreti del fotogiornalismo, una lunga collaborazione con riviste, da Epoca a Paris Match, e scatti prestigiosi conservati in importanti musei americani, ma anche a Tokyo, Pechino, al Royal Victoria and Albert Museum di Londra, al Cabinet des Estampes di Parigi.

Anticipando le più urgenti tematiche sociali degli ultimi anni, con le inchieste sull’inquinamento e sul fenomeno dell’immigrazione, realizzate negli anni Settanta, Lotti ha sempre raccontato con sguardo lucido quell’Italia che, dopo il boom economico, andava scoprendo un nuovo modo di intendere la vita. È proprio durante uno dei suoi innumerevoli viaggi che realizza una delle fotografie più iconiche del secolo scorso: il ritratto del capo di governo della Repubblica Popolare Cinese, Zhou Enlai. Uno scatto emblematico che ha dato il via al viaggio ventennale alla scoperta di una terra allora ancora lontana dall’Italia del Dopoguerra, una Cina dal volto nuovo, con la sua vita politica, le tradizioni, la quotidianità.
In mostra circa cento fotografie in bianco e nero e a colori ripercorrono la carriera di Lotti, dall’alluvione di Firenze del 1966 al disastro del Vajont del 1963, dal primo arrivo degli albanesi a Brindisi nel 1991 ai ritratti dei grandi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura.
Una sezione ricorda i funerali di due figure emblematiche del Novecento, san Padre Pio a San Giovanni Rotondo, ed Enrico Berlinguer.

La seconda protagonista della Cavallerizza – Centro della Fotografia italiana è Maria Vittoria Backhaus, milanese, classe 1942, al centro della personale curata da Margherita Magnino e Carolina Zani.
Fino all’8 giugno il viaggio artistico di Backhaus scorre attraverso un centinaio di fotografie, dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage di ambito sociale e di costume, realizzati per testate come Tempo Illustrato, ABC e Il Mondo, alla moda, fino all’introduzione del colore e del digitale. A fare capolino sono la Milano degli anni Sessanta, ma anche il circo, i concorsi per cani, i ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci, e poi i gioielli o i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro.

Una pagina importante nella carriera di Maria Vittoria Backhaus è dedicata alla fotografia di moda, affrontata con iniziale diffidenza. Fu Walter Albini a farle cambiare atteggiamento insegnandole quanto la moda fosse complessa, ben lontana dall’essere solo un capriccio estetico. D’altra parte Maria Vittoria Backhaus più che il vestito della modella privilegiava la narrazione, considerando la fotografia come un mezzo per realizzare un progetto, per creare immagini che catturassero lo sguardo, che restituissero lo spirito dell’epoca e il contesto storico, portando il linguaggio del reportage all’interno della fotografia di moda.

I due progetti arricchiscono il corpus di mostre personali del Brescia Photo Festival, organizzate attorno al palinsesto Archivi, inaugurato con la prima vera antologica italiana di Joel Meyerowitz, in corso fino al 24 agosto al Museo di Santa Giulia, e che proseguirà alla Cavallerizza dal 13 giugno al 7 settembre con l’esposizione di Sandy Skoglund e l’omaggio a Tinto Brass.

Fino all’8 giugno nell’ambito del Brescia Photo Festival – Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana

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Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi

© Gianni Berengo Gardin
© Gianni Berengo Gardin

Dal 23 maggio al 28 settembre 2025, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio CAMERA OSCURA dedicato alla fotografia, allestito all’interno del percorso del museo perugino, ospita la mostra “Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi”, a cura di Alessandra Mauro.

L’esposizione raccoglie 21 dei più significativi scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) nel 1993, quando viene chiamato per documentare i luoghi dove ha lavorato il grande pittore emiliano, in occasione dell’apertura a Palazzo d’Accursio a Bologna del Museo Morandi. Prima di smantellare lo studio, era necessario che lo si immortalasse per sempre.

L’obiettivo di uno dei più importanti fotografi del Novecento penetra così negli ambienti dove sono nati i capolavori di Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964), per raccontare la stratificazione di luoghi tanto vissuti, l’usura e la familiarità evidente con quelle stanze che sono state abitate ogni giorno per anni.

Gianni Berengo Gardin entra così nell’intimità di Giorgio Morandi; si ferma sugli oggetti tante volte osservati e ritratti nelle tele. Con attento pudore, il fotografo registra lo spazio del pittore: il cappello lasciato sul letto, il materasso che sembra riportare ancora l’impronta del suo corpo, per proporre un piccolo grande “viaggio in una stanza” che ha la portata di una vera avventura esistenziale. Ma soprattutto Berengo Gardin fissa attraverso l’obiettivo i vasi, le bottiglie, i piatti, le caffettiere e tutte le cose che Morandi ha disposto con sapienza e ordine, prima e dopo averle riprodotte nei suoi quadri. All’interno di CAMERA OSCURA, osserviamo quindi il dietro le quinte del lavoro del maestro, con la possibilità di comprendere ancora meglio il segreto dei suoi dipinti.

Gianni Berengo Gardin fotografa lo studio di Giorgio Morandi” anche nella sua ‘spazialità’ intende omaggiare l’arte di Berengo Gardin, evocando, nella mente del visitatore, lo studio, il luogo raccolto, intimo, della creazione artistica.

Grazie a due eccezionali prestiti dal Museo Morandi di Bologna – Giorgio Morandi, Natura morta, 1951, olio su tela; Giorgio Morandi, Natura morta con oggetti bianchi su fondo scuro, 1930, incisione all’acquaforte da matrice di rame – l’esposizione perugina crea un inedito confronto tra le immagini di Berengo Gardin, nel loro impeccabile bianco e nero, e i colori delicatissimi di Morandi, che ha trasformato un’ossessione in pura poesia: la documentazione fotografica diventa evocazione poetica, registrazione puntuale di una pratica artistica fatta di misura e contemplazione.

La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Morandi di Bologna, con lo Studio Berengo Gardin di Milano e con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo.
Catalogo Silvana Editoriale.

Dal 22 maggio 2025 al 28 settembre 2025 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Karel Chotek. I viaggi italiani di un fotografo dal sangue blu

Dal 17 maggio al 22 giugno 2025 è possibile scoprire l’opera fotografica di Karel Chotek (Velké Březno, CZ 1853-1926). Appartenente ad una delle famiglie aristocratiche più importanti dell’Impero austro-ungarico, si dedicò alla fotografia dal 1885 quando, dopo la morte del padre, abbandonò le cariche diplomatiche per dedicarsi alla gestione dei patrimoni familiari. In particolare, in mostra è presentata un’ampia raccolta di scatti realizzati durante i frequenti viaggi in Italia, che l’autore aveva cominciato a compiere almeno fin dal 1895. Tra le sue mete preferite, oltre al Tirolo meridionale, c’era la Riviera Ligure. Una fotografia scattata nella località di villeggiatura di Nervi, ad esempio, fu pubblicata con il titolo An der Riviera nel 1895 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. Per gran parte delle fotografie che Karel Chotek ha realizzato in Italia, è stato possibile identificare il luogo in cui sono state scattate. Tuttavia, alcune immagini restano avvolte nel mistero. I curatori invitano il pubblico italiano a riconoscere le località ritratte e contribuire così alla loro identificazione.

Le sue foto venivano di consueto pubblicate sulle riviste di settore. Tra quelle pervenute fino a noi ne troviamo una del 1897 sulla rivista Wiener Photographische Blätter. L’immagine raffigura una donna durante la mungitura del bestiame, lo scatto ci suggerisce un’attenzione di Chotek per lo stile dei pittori realisti.

Nei primi gruppi di fotografie, dedicati ai ritratti, il conte si serviva di tecniche specifiche, come la gomma bicromata e la stampa al carbone. Siccome la maggior parte del materiale a noi pervenuto è costituito da negativi su vetro, non possiamo affermare con certezza quale stile o tecnica di stampa avrebbe poi sviluppato maggiormente.L’opera fotografica di Karel Chotek era, di fatto, rimasta nell’oblio soprattutto durante gli anni del regime comunista. Fu solo nel 1999 che vennero scoperti, nella soffitta dell’ex scuola dei borghesi di Velké Březno, una macchina per proiettare fotografie e un pacco contenente negativi di vetro. Nel gennaio del 2001, poi, nel castello di Líčkov, vennero ritrovate diverse valigie piene di fotografie, che erano state spostate lì, intorno al 1962, dal castello di Velké Březno. Nel gennaio 2025, in un edificio vicino al castello di Velké Březno, è stata ritrovata un’altra valigia contenente negativi su vetro, molti dei quali danneggiati dal tempo. Ora si attende il lavoro dei restauratori per scoprire nuovi dettagli sul mondo fotografico di Karel Chotek.

17 maggio – 22 giugno 2025 – Casa Toesca – Rivarolo Canavese (TO)

Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti

Franco Zampetti, Campanile di Giotto
© Franco Zampetti | Franco Zampetti, Campanile di Giotto

Mercoledì 7 maggio 2025, alle ore 15.00, negli spazi della Libreria Brunelleschi (Piazza San Giovanni 7, Firenze) si inaugura la mostra “Vertigine. Fotografie zenitali | Franco Zampetti” organizzata dall’Opera di Santa Maria del Fiore e a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari.
 
All’inaugurazione interverranno Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore,  l’autore Franco Zampetti e i due curatori dell’esposizione.
 
Si tratta della quarta mostra realizzata nello spazio espositivo della Libreria Brunelleschi che ha come tema i monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore questa volta visti attraverso le spettacolari immagini zenitali realizzate da Zampetti.
 
In mostra una selezione di sette immagini di grande formato, scelte tra quelle che Zampetti ha dedicato al complesso monumentale della Cattedrale di Firenze, che hanno come soggetto il Battistero con i matronei e i mosaici della cupola, il Campanile di Giotto con una visione del suo interno e il Duomo con la controfacciata, l’abside e la Sacrestia delle Messe. Infine una ripresa esterna, realizzata tra la facciata del Duomo e il Battistero, nella zona chiamata “Paradiso”. In mostra è possibile vedere anche un video che presenta quattordici immagini zenitali, organizzate seguendo la successione cronologica di realizzazione dei monumenti della Cattedrale di Firenze.
 
Zampetti, architetto, fotografo, cultore della storia dell’architettura e di vari interessi nel campo della fotografia, a partire dal 2008 ha realizzato 820 foto zenitali (visibili nel suo sito web) di soggetti architettonici in Italia e nel mondo. La fotografia zenitale consente di sintetizzare da un unico punto di ripresa centrale sia la visione planimetrica che quella prospettica dello spazio. Zampetti ottiene queste immagini mediante una fotocamera progettata e fatta realizzare appositamente, un apparecchio unico nel suo genere che permette di produrre fotografie prive di distorsioni geometriche e con visione complessiva più ampia di quanto si potrebbe osservare ad occhio nudo.
 
“Franco Zampetti non si accontenta di riprese usuali – spiega Vincenzo Vaccaro, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore –  ma con una visione non comune trasporta l’osservatore al centro dell’immagine. L’ampiezza del cono ottico dell’obiettivo ipergrandangolare supera il campo visivo fisiologico umano aprendo nuovi orizzonti. La fotocamera da lui stesso ideata è infatti realizzata in modo da riprendere tutto l’ambiente e far dilatare lo spazio, l’immagine così ottenuta si tramuta in un’opera d’arte che trascende l’architettura. L’osservatore che guarda queste immagini realizzate in spazi sacri, è preso da vertigine per la straordinaria visione che percepisce e viene proiettato verso l’infinito. La visione oggettiva dell’architettura diventa quindi momento soggettivo godibile come poesia pura”.
 
“Nell’osservare le fotografie zenitali di Franco Zampetti mi è immediatamente venuta in mente la prima volta che varcai la soglia di due monumenti molto famosi, il Museo Guggenheim di Bilbao e Palazzo Borromeo all’Isola Bella sul Lago Maggiore,   afferma Vincenzo Circosta co-curatore della mostra. La verticalità dei due ingressi con il loro ascendere prospettico dalle reminiscenze bizantine, credo, rispecchino perfettamente la “Vertigine” zenitale orchestrata dal fotografo. Una sorta di sublimazione verso l’Empireo che, nelle immagini scattate da Franco al Complesso Monumentale di Santa Maria del Fiore, si tramuta da fotografia d’Architettura in una sorta di testimonianza iconografica sospesa tra terreno e divino”.
 
La fotografia di Franco Zampetti potrebbe essere letta come un’asettica fotografia di documentazione. Non è così –  dichiara Giuseppe Giari, co-curatore della mostra – l’occhio perfettamente zenitale del fotografo è funzionale ad una operazione umanistica: la traslazione dei piani, da orizzontale a verticale, la ricerca finissima dell’equilibrio e dell’armonia delle linee e delle forme, il posizionamento delle architetture monumentali, quando anche non simmetriche, in un cerchio a sua volta inscritto in un quadrato, in un formato vitruviano, producono l’effetto di collocare noi osservatori al centro esatto dell’immagine, di rendere possibile a chi guarda, in questa inconsueta prospettiva, il misurarsi e il confrontarsi con la scala sovrumana delle architetture sacre”.

Dal 7 maggio 2025 al 31 agosto 2025 – Libreria Brunelleschi – Firenze

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Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

Guido Rey. Un amateur tra alpinismo, fotografia e letteratura

A quarant’anni di distanza, il Museomontagna dedica una nuova mostra a Guido Rey, figura poliedrica al crocevia tra alpinismo, fotografia e letteratura. I nuovi studi si sono basati sul riordino e la catalogazione, condotti nel 2024 grazie al sostegno della Regione Piemonte, del complesso di fondi Guido Rey – conservato al Centro Documentazione Museomontagna. Grazie a questo accurato lavoro, è emerso materiale fotografico e documentale inedito, finora poco valorizzato.

Un nuovo sguardo ha dunque consentito di rivalutare l’identità di un personaggio che in passato è stato confinato entro schemi fin troppo rigidi e che, invece, meriterebbe di essere riconsiderato  nella molteplicità delle sue manifestazioni, valorizzando il suo legame con la cultura piemontese e la sua apertura verso contesti più ampi: attraverso viaggi e relazioni con figure internazionali dell’alpinismo e dell’arte, Rey ha saputo, infatti, assimilare e rielaborare le suggestioni offerte dalle sue molteplici esperienze.

Il titolo della mostra richiama la definizione di Rey come amateur, ossia dilettante, termine che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo indicava chi si dedicava a un’attività per puro passatempo. Eppure, gli esiti alpinistici, fotografici e letterari di Rey sembrano far pensare a un professionista, se si considerano anche i premi e i riconoscimenti in Italia e all’estero di cui ha goduto in vita. D’altronde, l’essere un dilettante gli ha consentito la libertà espressiva per passare con naturalezza dal disegno alla scrittura e dalla scrittura alla fotografia, «libero di inseguire le proprie aspirazioni e di realizzare i propri ideali», come ha felicemente sintetizzato Giuseppe Garimoldi, curatore della precedente mostra del 1986.

Dal 18 April 2025 al 19 October 2025 – Museo Nazionale della Montagna- Torino

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Storia di una fotografia. Alfred Eisenstaedt – The sailor’s kiss, 1945.

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La seconda guerra mondiale era finita e i soldati tornavano a casa il 14 agosto 1945.

L’atmosfera era euforica.

George Mendonsa, un marinaio, baciò uno  infermiera, Greta Zimmer Friedman , i due non si conoscevano.

Il luogo è Times Square, a New york.

Il momento è stato catturato da Alfred Eisenstaedt.

La fotografia si intitolerà “il bacio del marinaio” e simboleggia la fine della seconda guerra mondiale.

Il 27 agosto 1945 la fotografia in bianco e nero divenne la copertina della rivista LIFE. Fu scattata alle 17 e 51 minuti del il 14 agosto 1945 dal fotografo Alfred Eisenstaedt .

La sua macchina fotografica era una Leica IIIa.

“Ero felice, stavo correndo per le strade e ho visto l’infermiera, ci siamo guardati sorridendo … Sono andato verso di lei e l’ho baciata, non abbiamo condiviso una parola! “. afferma Mendonsa (in molti si sono fatti avanti dicendo di essere loro i protagonisti dell’immagine, ma sembra il marinaio in questione fosse proprio George Mendonsa)

E ancora: “Ho visto un uomo che correva verso di noi, ho temuto fosse il fidanzato, ma poi ho visto che stava scattando una foto, così ho continuato a baciare l’infermiera per aiutarlo a prendere la fotografia, ero anche un po’ brillo”.

Il ricordo dell’infermiera non è proprio romantico:» Non era proprio un bacio, stavamo festeggiando, non era un evento romantico. Un modo per ringraziare Dio che la guerra fosse finita». E poi: «’Quell’uomo era molto forte. Io non lo stavo baciando. Fu lui a baciare me». Disse che non avrebbe potuto impedirgli di baciarla: aveva combattuto anche per lei.

Ci sono voluti molti anni per riconoscere le due persone nella fotografia.

Greta Zimmer Friedman inviò una lettera a Alfred Eisenstaedt dicendo che la donna nella fotografia era lei.  La rivista LIFE ha successivamente invitato il marinaio a rivelare anche la propria identità.

Alcuni ricercatori hanno studiato gli scatti e sono riusciti a scoprire che si sono baciati alle 17.51  e che l’immagine è stata ripresa sulla 45° strada, dove Broadway e la Settima Strada convergono.

Che storia carina!

Ciao Sara

 

 

 

 

 

Mostre da non perdere a novembre

Ciao,

come di conseueto, vi segnaliamo le principali mostre da non perdere a novembre.

L’elenco di tutte le mostre in corso, sempre aggiornato, lo trovate qua.

Ciao

Anna

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“Il bacio del marinaio”, la storia dietro lo scatto. Alfred Eisenstaedt

Il bacio del marinaio

Il bacio del marinaio

La seconda guerra mondiale era finita e i soldati rientravano nelle loro città.
Alfred Eisenstaedt riuscì a fermare l’attimo in cui un marinaio bacia un’infermiera per strada.
Io ricordo di aver letto da qualche parte che il primo scatto non riuscì e il fotografo chiese loro di ripetere il bacio.
Il 27 agosto 1945, la fotografia in bianco e nero è diventata la copertina della rivista Life.
La foto si chiamerà “Il bacio del marinaio”.

Ci sono voluti molti anni prima che le due persone nella fotografia si riconoscessero. Molti fingevano di essere i protagonisti della fotografia .
Alla fine degli anni ’70, Eith Shain ha inviato una lettera a Alfred Eisenstaedt dicendo che la donna nella fotografia era lei.

Dal momento che la donna della fotografia aveva ottenuto identità certa, LIFE ha invitato il marinaio a rendere pubblica la sua identità.
Nel 2008 Glenn McDuffie si è riconosciuto nella fotografia, aveva 81 anni!

Chi era

Biografia

Gli inizi

Eisenstaedt nacque da una famiglia ebrea a Dirschau (Tczew) nella Prussia dell’ovest. La sua famiglia si trasferì a Berlino nel 1906. Eisenstaedt combatté nell’artiglieria dell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale, rimanendo ferito il 9 aprile 1918. Mentre lavorava come venditore di cinture e bottoni nel 1920, Eisenstaedt iniziò a scattare fotografie come freelancer per il Berliner Tageblatt.

Fotografo professionista

Eisenstaedt ebbe abbastanza successo da diventare un fotografo a tempo pieno nel 1929. Dopo 4 anni fotografò un incontro fra Adolf Hitler e Benito Mussolini in Italia. Altre famose fotografie di Eisenstaedt agli inizi della sua carriera comprendono un cameriere che fa pattinaggio su ghiaccio a St. Moritz nel 1932 e Joseph Goebbels alla Società delle Nazioni a Ginevra nel 1933. Quest’ultima foto è citata per la sua capacità di cogliere l’attimo dello scatto che rivela la ferocia del Ministro della Propaganda nascosta sotto l’apparenza delle buone maniere.

A causa dell’oppressione tedesca durante la Germania nazista di Hitler, Eisenstaedt emigrò negli Stati Uniti nel 1935, e visse a Jackson Heights nel Queens (New York) per il resto della sua vita. Lavorò come fotografo per la rivista Life dal 1936 al 1972. Le sue foto di eventi di cronaca e celebrità, come quella che ritraeva Sophia Loren e Ernest Hemingway, apparvero in oltre 86 copertine della rivista.[senza fonte]

Martha’s Vineyard

Eisenstaedt, conosciuto come “Eisie” dai suoi amici, ha trascorso le sue vacanze estive durante il mese di agosto nell’isola di Martha’s Vineyard per 50 anni. Durante un breve lavoro nelle Isole Galapagos,Template:Vague Eisenstaedt lasciò le Galapagos prima che il suo lavoro fosse finito in modo da arrivare in tempo per le sue vacanze estive nell’isola.[senza fonte] È proprio durante le sue vacanze estive a Vineyard che conduesse esperimenti fotografici. “Lavorando con varie lenti, filtri e prismi, ma sempre con luce naturale. Eisenstaedt era affascinato dai fari (nautici) dell’isola di Martha’s Vineyard’s, e fu il fulcro della raccolta fondi per il “Vineyard Environmental Research Institute (VERI)” (Istituto di ricerca per l’ambiente di Vineyard). Una delle raccolte di fondi è stata intitolata “Eisenstaedt Day” ed è stato un evento internazionale. L’ultima raccolta fondi è stata tenuto nel 1995, ad agosto, nel mese della sua morte nell’isola di Martha’s Vineyard.

L’ultima fotografia scattata da Eisenstaedt ritraeva il Presidente Bill Clinton con sua moglie, Hillary, e la figlia, Chelsea, nell’agosto del 1993, alla Granary Gallery nel West Tisbury dell’isola di Martha’s Vineyard. Questa foto storica “privata”, insieme ad altre, fu scattata in una zona protetta dai servizi segreti americani per oltre un’ora, ed è stata documentata da William E. Marks.[2] Marks, che scatto centinaia di fotografie di Eisenstaedt in ogni possibile situazione e per oltre 10 anni,[senza fonte] fotografò anche Eisenstaedt durante la sua famosa fotografia del giorno V-J.