Mostre di fotografia da non perdere ad ottobre

Ciao a tutti,

con ottobre riprende a pieno ritmo la stagione delle mostre. Ce ne sono di veramente interessanti, non fatevele scappare!

Qua tutte le mostre in corso sempre aggiornate!

Ciao

Anna

NAN GOLDIN – THE BALLAD OF SEXUAL DEPENDENCY

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Un diario visivo autobiografico e universale sulla fragilità degli esseri umani, che racconta di vita, sesso, trasgressione, droga, amicizia, solitudine. Un work in progress avviato agli inizi degli anni Ottanta, riconosciuto tra i capolavori della storia della fotografia.
Il Museo di Fotografia Contemporanea, per la prima volta in Italia, presenta The Ballad of Sexual Dependencydella fotografa statunitense Nan Goldin (Washington, 1953), a cura di François Hébel.

Lo sguardo di Nan Goldin abbraccia ogni momento della propria quotidianità e del proprio vissuto. L’artista fotografa se stessa e le travagliate vicende dei suoi compagni, nella downtown di Boston, New York, Londra, Berlino, tra gli anni ’70 e ’80. La sua è una fotografia istintiva, incurante della bella forma, che va oltre l’apparenza, verso la profonda intensità delle situazioni, senza mediazione alcuna. Nella totale coincidenza del percorso artistico con le vicende di una biografia sofferta e affascinante, Nan Goldin ha indubbiamente creato un genere: studiate, utilizzate e imitate in tutto il mondo, le sue immagini sono un modello rimasto intatto fino a oggi.

L’installazione è costituita da una scenografia ad anfiteatro che accoglie il pubblico e consente la visione dell’opera, un video che viene proiettato ogni ora. Completano l’esposizione materiali grafici e alcuni manifesti originali, utilizzati per le prime performance di Nan Goldin nei pub newyorkesi.

19 SET – 26 NOV 2017 – La Triennale Milano

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WERNER BISCHOF FOTOGRAFIE 1934-1954

VENEZIA/TRE OCI
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Dal 22 settembre 2017 al 25 febbraio 2018, Casa dei Tre Oci di Venezia ospita una grande antologica dedicata a Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento, tra i fondatori dell’agenzia Magnum.

La mostra, curata dal figlio Marco Bischof, organizzata da Fondazione di Venezia e Civita Tre Venezie, in collaborazione con Magnum Photos e con la Werner Bischof Estate, media partner Radio Montecarlo, presenterà 250 fotografie, in larga parte vintage, tratte dai più importanti reportage di Werner Bischof, che consentiranno di ripercorrere i lunghi viaggi che portarono l’artista svizzero negli angoli più remoti del mondo, dall’India al Giappone, dalla Corea all’Indocina fino ad arrivare a Panama, in Cile ed in Perù.

Per la prima volta, sarà esposta una selezione di 20 fotografie in bianco e nero inedite che hanno nell’Italia il suo soggetto privilegiato. In essa si coglie l’originalità dello scatto che rivela l’occhio ‘neorealista’ di Werner Bischof.

Il percorso espositivo trasporterà il visitatore nell’età dell’oro del fotogiornalismo, conducendolo sulle tracce di Werner Bischof.Sarà un itinerario che, partendo dall’Europa, appena uscita devastata dalla seconda guerra mondiale, giungerà in India dove ci si troverà di fronte a un paese attanagliato dalla povertà e dalla miseria, ma in cui si iniziano a intravvedere gli sviluppi industriali che la porteranno a essere uno delle nazioni leader del nuovo millennio.Quindi, il confronto spietato tra gli elementi della cultura tradizionale giapponese e il dramma della guerra di Corea introdurrà all’analisi del continente americano. Il viaggio di Bischof, infatti, proseguirà nelle città statunitensi, di cui coglierà lo sviluppo metropolitano, anche con una serie di fotografie a colori, e si chiuderà idealmente tra i villaggi del Perù e sulle cime andine dove trovò la morte.

Bischof, considerato uno dei migliori fotogiornalisti, non si limitò a documentare la realtà con il suo obiettivo, quanto si fermò a riflettere di fronte ai soggetti, cercando di raccontare quelle dicotomie tra sviluppo industriale e povertà, tra business e spiritualità, tra modernità e tradizione.

Non mancherà una sezione dedicata alle fotografie di paesaggio e di natura morta, realizzate in Svizzera, tra la metà degli anni trenta e quaranta del Novecento.
Accompagna la mostra un catalogo aperture (in inglese).

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ARAKI

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Con la mostra ARAKI, a cura di Filippo Maggia, la Fondazione Bisazza rende omaggio al celebre artista – fotografo contemporaneo, Nobuyoshi Araki.

In mostra, da giovedì 21 settembre a domenica 3 dicembre 2017, l’universo del maestro giapponese, dai nudi femminili, alle composizioni floreali qui diventate quasi sensuali, agli scorci cittadini e ai cieli di Tokyo, ritratti nella loro massima esplosione di luminosità. Più di sessanta fotografie inducono l’osservatore ad una profonda riflessione sull’universo femminile, sull’eros e sulla morte, facendogli rivivere anche tutti quegli stati d’animo ad essi correlati.

Le immagini, appartenenti a diverse serie – Sentimental Journey, Painting Flowers, Suicide in Tokyo, Hana Kinbaku, Erotos, Bondages, 67 Shooting Back…. – raccontano indirettamente le esperienze che hanno maggiormente segnato la vita dell’autore nel corso degli anni. Un esempio è la raccolta più recente “Love on the Left Eye”, le cui fotografie tutte volutamente oscurate nella parte destra rispetto a quella ben visibile di sinistra, testimoniano la perdita della vista nel suo occhio destro.

Tema, di grande impatto, spesso rincorrente nelle sue opere è l’antica arte giapponese del bondage, Kinbaku. In questi scatti, in assoluto i più famosi e controversi di tutto il lavoro di Araki, delle figure femminili nude e legate con delle corde esprimono una sensualità, dove è sottile il confine tra piacere e sofferenza. Attraverso la bellezza del corpo che reagisce alla corda, Araki accompagna l’osservatore in una riflessione e in un’esperienza immersiva unica. Impossibile non farsi coinvolgere emotivamente.

La capacità di tradurre in fotografia questa arte antica è visibile anche negli scatti realizzati da Araki per la campagna pubblicitaria BISAZZA nel 2009. In mostra tredici fotografie inedite appartenenti a questa serie. Arte, tradizione e raffinatezza trovano qui la loro massima espressione, grazie a quell’armonioso connubio tra i preziosi decori in mosaico e il fascino della cultura giapponese, qui fortemente enfatizzato.

All’interno del percorso espositivo saranno visibili due video: il primo documenta il dietro le quinte dello shooting della campagna pubblicitaria realizzata per BISAZZA e il secondo è un breve film con un’intervista ad ARAKI.

Fondazione Bisazza – Montecchio Maggiore – dal 21 settembre al 3 dicembre 2017

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Michael Wolf – Borderlines. Città divise / Città plurali

 

La mostra personale di Michael Wolf – organizzata in collaborazione con i prestigiosi Rencontres de la photographie di Arles e con l’autorevole Fotomuseum dell’Aia racchiude perfettamente le intenzioni e i contenuti di questa decima Biennale. La poetica di questo artista globetrotter si concentra sulla vitalità della città contemporanea, cercando di coglierne gli aspetti visivamente più spiazzanti, capaci di rappresentare la complessità della società di oggi: dall’immagine della Cina come “fabbrica del mondo” agli aspetti architettonici della propria città d’adozione, Hong Kong, tra le più densamente popolata del pianeta (come per Architecture of Density), fino ai lavori più recenti, concepiti attraverso Google Street View (come per A Series of Unfortunate Events, che ha destato  un appassionante dibattito dopo il premio ricevuto al World Press Photo.

Dal 7 ottobre al 10 dicembre – Biennale dell’Immagine – Spazio Officina – Chiasso

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ROBERT DOISNEAU Pescatore di immagini

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Dal 14 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018, lo storico palazzo del XII secolo, posto nel cuore della città, ospita una mostra che celebra Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1 aprile 1994), uno dei fotografi più importanti e celebrati dell’intero Novecento.

La rassegna, dal titolo Pescatore d’immagini, curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con il Professor Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, in collaborazione con la Fondazione Teatro Fraschini e il Comune di Pavia – Settore Cultura presenta 70 immagini in bianco e nero che ripercorrono l’universo creativo del fotografo francese.

Il percorso espositivo, che mette in mostra alcune delle icone più riconoscibili della sua carriera come Le Baiser de l’Hôtel de Ville, Les pains de Picasso, Prévert au guéridon, si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i soggetti a lui più cari, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.

DAL 14 OTTOBRE 2017 AL 28 GENNAIO 2018 – Broletto di Pavia

DONNE E FOTOGRAFIA

La mostra, in collaborazione con il Comune di Udine e il Museo Ken Damy di Brescia, realizzata anche grazie al contributo di Alinari e della Scuola di Fotografia nella Natura di Roma, è dedicata alle donne protagoniste della storia della fotografia internazionale del XX secolo. Sono presenti le più importanti autrici a livello mondiale, che con impegno e passione hanno lasciato, e continuano a lasciare, impronte indelebili nell’evoluzione della fotografia. Sono presenti con un’opera ciascuna 150 autrici, da Florence Henri a Margaret Bourke White, da Tina Modotti a Imogen Cunningham e Dorothea Lange, fino alle fotografe contemporanee. Il catalogo conterrà una prefazione di Naomi Rosenblum, un testo di Ken Damy e le biografie di tutte le autrici presenti in mostra.

 30 settembre – 7 gennaio 2018 Chiesa di San Francesco, Udine

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Elliott Erwitt – Personae

La mostra Personae è la prima grande retrospettiva su Elliott Erwitt che raccoglie le sue immagini in bianco e nero e a colori.

I suoi scatti in bianco e nero sono ormai diventati delle icone della fotografia, esposti con grande successo a livello internazionale, mentre la sua produzione a colori è quasi del tutto inedita. Il percorso espositivo mette in evidenza l’eleganza compositiva, la profonda umanità, l’ironia e talvolta la comicità, tutte caratteristiche che rendono Erwitt un autore amatissimo e inimitabile, non a caso considerato il fotografo della commedia umana.

Marilyn Monroe, Che Guevara, Sophia Loren, John Kennedy, Arnold Schwarzenegger, sono alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo acuto e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge l’ironia e la complessità del vivere quotidiano. Con lo stesso atteggiamento, d’altra parte, Erwitt rivolge la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto.

Con il titolo Personae, non a caso in sintonia con quello dell’ottava edizione della Settimana del Buon Vivere, si allude proprio a questa sua adesione alla vita concreta degli individui e, nello stesso tempo, a un senso della maschera e del teatro, che caratterizza tutta la sua produzione, in particolare le foto realizzate con lo pseudonimo di André S. Solidor. A.S.S. (l’acronimo non è casuale) è la maschera che Erwitt dedica senza diplomazia al mondo dell’arte contemporanea ed a un certo tipo di fotografia.

Con Solidor, presente in mostra anche con un video, si apre la sezione dedicata al colore. Quando Erwitt inizia la sua carriera, negli anni ’40, la fotografia è sostanzialmente in bianco e nero. Le prime pellicole a colori, appena comparse, sono instabili, hanno costi molto alti, risultati poco fedeli e soprattutto non gestibili nei laboratori personali dei fotografi.

Con gli anni il colore migliora tecnicamente e i giornali lo adottano, imponendolo ai fotografi, che, per comodità e per scelta di linguaggio espressivo, rimangono ancorati al bianco e nero per le foto artistiche. Anche Erwitt vi si mantiene fedele, dedicando il colore solo ai lavori editoriali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall’architettura al cinema e alla moda.

A distanza di decenni, intorno a queste immagini Erwitt ha compiuto un vero e proprio viaggio, durato mesi, posando su di esse uno sguardo critico e contemporaneo. E’ nata così una raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2013 con il volume Kolor di teNeues e ora finalmente esposta con circa 100 scatti, che lui stesso ha selezionato con Biba Giacchetti nel suo studio di New York.

La rassegna dimostra così come la sua straordinaria sensibilità passi indifferentemente dal colore al bianco e nero e viceversa, in una totale continuità di stile e di ricerca. Membro dal 1953 della storica agenzia Magnum, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant’anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo.

23 settembre 2017 – 7 gennaio 2018 – Forlì, Musei San Domenico

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Peter Lindbergh – A different vision on fashion photography

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La mostra presenta 220 delle migliori realizzazioni di Peter Lindberg, considerato uno dei più importanti fotografi di moda viventi.

Lindberg ha rivoluzionato la fotografia di moda, abbandonando gli scatti algidi ed in posa e proponendo un linguaggio disinibito che esprime la grazia oltre che la bellezza, ispirandosi al linguaggio cinematografico e della danza. Nei suoi raffinati scatti ha immortalato le modelle che hanno segnato la moda della fine del XX secolo: da Cindy Crawford a Naomi Campbell a Linda Evangelista, lanciando “l’era delle top-model”.

La mostra è realizzata dal Kunsthal di Rotterdam in collaborazione con il curatore Thierry-Maxime Loriot e Peter Lindbergh.

Reggia Di Venaria (TO) – Dal 7 ottobre 2017 al 4 febbraio 2018

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The beach ball and the crab – Jason Fulford & Tamara Shopsin

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MiCamera Milano – 15 settembre – 14 ottobre 2017

Questa mostra è il prodotto di un’amicizia tra i due artisti Jason Fulford e Tamara Shopsin e Micamera. E’ anche un invito a trovare il proprio ritmo armonico nella vita, convivendo allo stesso tempo con una certa tensione, come quella di due chele di granchio appoggiate su un pallone da spiaggia…

The Beach Ball and the Crab (Il Pallone da Spiaggia e il Granchio, appunto) sono anche i simboli presenti sul (vero!) stemma familiare di Jason e Tamara. Questa mostra è quindi il risultato non di una, ma di una serie più complessa di relazioni: quella tra marito e moglie, o tra la fotografia (di lui) e i disegni (di lei). Le opere sono state selezionate dal loro archivio, che copre un arco di tempo piuttosto ampio. Alcune delle opere in mostra sono state realizzate prima dell’incontro di Jason con Tamara e hanno avuto un ruolo nel loro corteggiamento. Infine, la mostra è il risultato della dialettica tra l’amore eterno e il perenne cambiamento (l’inarrestabile evoluzione della vita), esattamente come accade nelle relazioni tra le persone e come accadrà anche nel contesto espositivo.

Dopotutto, si tratta di trovare un equilibrio tra razionalità (logica) ed emozione (istinto), senza mai propendere eccessivamente per una delle due parti.

Le fotografie di Fulford sono metafore aperte che giocano con la forma e sottendono un certo umorismo. Le illustrazioni di Tamara Shopson sono tipicamente argute, simili a puzzle che, risolti, danno piacere.

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Oliviero Toscani. Immaginare

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Nell’ambito della nuova stagione espositiva 2017-2108 (il cui fil rouge è, questa volta, il tema de “I visionari”), il m.a.x. museo ospita una mostra antologica dell’opera di Oliviero Toscani, fotografo noto internazionalmente, che pone l’accento sull’atto di “immaginare” come momento di scelta consapevole del mestiere di fotografo.

 Oliviero Toscani si è sempre contraddistinto per creatività e visione; capace di spingere e spingersi nella meravigliosa ricerca della scoperta e della conquista, usa trasgressione e provocazione, forze che appartengono all’arte, e fa della diversità un valore contro l’omologazione e per una libera espressione della comunicazione.

“Oliviero Toscani. Immaginare” è la prima esposizione del fotografo in Svizzera e si concentra in particolar modo sul tema della multiculturalità.

Centro Culturale Chiasso – 08.10.2017—21.01.2018

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GIUSEPPE DE MATTIA – Dispositivi per non vedere bene Roma

Matèria è lieta di presentare Dispositivi per non vedere bene Roma, la prima personale a galleria intera di Giuseppe De Mattia.

La mostra presenta l’evoluzione progettuale del Dispositivo per non vedere bene, un’opera sperimentale realizzata da De Mattia nel 2014, che trova la sua totalità nello sguardo sulla città di Roma.

Le opere inedite, presentate all’interno delle due sale e nel cortile della galleria, sono il frutto del lavoro sul campo dell’artista. Dispositivi per non vedere bene Roma pone l’accento sull’importanza e la funzione dei materiali nel lavoro di De Mattia, mettendo in primo piano la collaborazione come strumento fondamentale per la ricerca e la produzione delle opere esposte. Nel tentativo di vedere Roma, l’artista si appoggia alla curatrice Chiara Argentino, all’artista Fabio Barile, al critico Luca Panaro, all’artista Stefano Canto, all’artista Luca Coclite e al gallerista Niccolò Fano.

La Capitale Italiana è il luogo scelto da De Mattia come emblema dell’inabilità di vedere con chiarezza e lucidità ciò che abbiamo davanti; una realtà sorretta e mitizzata dalla sua bellezza e rilevanza millenaria, in contrasto perenne con la precarietà contemporanea. È l’impossibilità di essere messa a fuoco che rende Roma l’apoteosi del paradosso che incarna il Dispositivo per non vedere bene; la cui funzione ultima è quella di mettere in discussione il ruolo controverso del mezzo fotografico come strumento storicamente eletto per la documentazione della realtà.

“Soli contro tutti”, così si legge sul fronte della cartolina, in piccolo, al centro, nello striscione. Gli artisti sono soli contro tutti. Questa la condizione per agire liberi, senza condizionamenti. Soli nel prefissarsi una meta, soli nel perseguirla, ma con qualche compagno di viaggio: Niccolò, Chiara, Fabio, Luca, Stefano, io. Non ci sono tifosi che sventolano bandiere, fumogeni che rendono variopinta la scena. C’è l’artista, Giuseppe, con la sua determinazione e il desiderio di “non vedere bene Roma”. N.B. nell’anno dell’addio al suo ultimo imperatore, Francesco. L’insieme delle opere sono un dispositivo che mostra qualcosa, ma solo in parte. Le parole che uso raccontano qualcosa, ma in modo incompiuto. Voi che osservate cogliete qualcosa, ma è vago. Dietro le immagini l’essere umano ne approfitta per scomparire. Rimangono solo tracce, oggetti, a testimoniare lo sguardo. Frammenti preziosi e irrisolti. Tessere che vanno a ricomporre un puzzle sempre diverso. Giornali, riviste, radio, televisione, web, informano. L’arte depista. Svia dalla strada più battuta. Suggerisce percorsi diversi.

Luca Panaro

14.09.2017 – 17.11.2017 – Matèria Gallery Roma

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Mustafa Sabbagh. mytho-maniac

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E l’immagine divenne Mito, la carnalità di corpi ipercontemporanei contrappunta un gesto artistico atavico. CreArte Studio è orgogliosa di presentare mytho-maniac, progetto espositivo di Mustafa Sabbagh a cura di Carlo Sala.

Il campo di indagine entro cui agisce Sabbagh possiede la stessa plasticità liquida di una composizione (anti)musicale di John Cage, di una performance (anti)artistica di Hermann Nitsch, di un (anti)romanzo di Jean Genet, di un’opera (anti)teatrale di Carmelo Bene. Nutrito di simbologie antiche e di distorsioni elettroniche, il campo di indagine di Mustafa Sabbagh è l’habitat di un funambolo che avanza sapiente, potente, tra l’iconoclastia di un falso mito omologato e l’iconolatria di un contemporaneo Olimpo languido – nero, carnale, crudo, ieratico, lascivo, crocifisso, imbavagliato. Patologico. Mitologico.

Tra l’ossessione emblematica del loop e il lirismo di uno sguardo in piano-sequenza, mytho-maniac è un pantheon post-umano che Sabbagh erige ponendo in un dialogo impossibile – come in ogni narrazione mitica, e in ogni autentico atto artistico – una selezione di opere tratte dalla sua serie “Onore al Nero” – un’Artemide assorta, un fauno adescatore, un Giano inquieto, sigarette come effimere Vanitas – unitamente ad un’opera inedita dal ciclo “Voyeurismo”, notturno orfico, con due tra le sue video-installazioni più celebri: “Chat Room”, connessione/confessione via chat di una complicità offline tra Cristo e Giuda, e “Anthro-pop-gonia”, dittici cinetici di vizi appartenenti tanto agli uomini, quanto a semidei nevrotici.

Come le più grandi rese artistiche del mito – dall’epopea allucinata di Matthew Barney all’epica estenuante di Jan Fabre, dall’Alcesti in viraggio blu di Robert Wilson all’Orfeo sambista, nero, di Marcel Camus – Mustafa Sabbagh infetta miti e archetipi atemporali con la cultura virale di un social network, e con quella antivirale di una mente raffinatamente indipendente. Il Mito del Buon Selvaggio di Rousseau e il Mito della Caverna di Platone si scontrano e fanno l’amore, come nel Crash di Cronenberg, con gli anti-miti di China Blue, di Birdman, di Querelle; le magnifiche creature che ne scaturiscono, come semidei, sono inevitabilmente infette, come dei1.

Alla vastità di contenuti che affolla l’abisso mitopoietico di Mustafa Sabbagh – dialoghi di Platone e chat room notturne, grandi parate militari e storiche sfilate di Alexander McQueen, il Prometeo mal incatenato di André Gide e l’Ercole culturista di Werner Herzog, campionati, mixati e rieditati attraverso l’unico filtro del suo gesto artistico, anarchicamente punk – fa da contrappunto una sintassi compositiva riconoscibilissima. Il lessico artistico di Mustafa Sabbagh è costituito, nella fotografia come nel video, da un uso rarefatto del tempo, da ottiche che indulgono nei primi piani, da gestualità plastiche mai enfatiche, da una padronanza architettonica degli spazi e delle tecnologie nell’atto installativo, da suoni composti dall’artista, distorti a partire dalla conoscenza delle partiture: bombardamenti campionati e respiro fuori-sincro per Chat Room, singole sonorità elettroniche per ognuno dei dittici di Anthro-pop-gonia che, composte in scala di mi, producono un’allucinata sinfonia corale. Miti come emblemi e come esseri umani, che chiedono e trovano asilo indipendentemente da quale olimpo, larario, vangelo o xanteria provengano. Quella di Mustafa Sabbagh è un’arte pensante, che nasce sempre da profonde riflessioni e che nelle sue effigi – dinamiche nella sua fotografia, cristallizzate nella sua videoarte – congela urgenze etiche sotto le spoglie della più raffinata forma estetica.

Muovendosi tra le cyber-vestigia di un microcosmo sempre al confine tra il distopico e l’utopico (dunque, nel più autentico umano), Mustafa Sabbagh affida infine all’osservatore, libero di attribuire alla sua arte un senso innescato ma mai fatto deflagrare, il potere supremo della dissolvenza, compendiata in mytho-maniac in una installazione a muro dei libri d’arte dedicati alla mostra: un lucido fade-out di una sua immagine che lentamente, dallo spettro cromatico, tornerà al nero assoluto, come dichiarazione simbolica « che ogni mutilazione dell’uomo non può che essere provvisoria, e che non si serve in nulla l’uomo, se non lo si serve tutto intero2 ». Come rileva Carlo Sala nel testo critico a suggello della sua curatela, « le figure de-mitizzate che popolano le installazioni di Sabbagh escono dai canoni delle narrazioni fondative e vogliono essere lo strumento per problematizzare e comprendere alcuni mutamenti che toccano l’uomo e la società del presente ». Ecco il senso ultimo della parabola del Mito nell’arte di Mustafa Sabbagh. Le sue icone, come Narciso, invitano allo sguardo; attraverso esse Mustafa Sabbagh, come Prometeo, ci dona il Fuoco.

Dal 30 settembre al 12 novembre – Crearte Studio – Oderzo (TV)

Palazzo Bentivoglio – Jacopo Benassi

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“Palazzo Bentivoglio” di Jacopo Benassi è il secondo dei quattro progetti curati da Spazio Labo’ all’interno di Bologna Fotografata. La mostra è a cura di Antonio Grulli.
Nell’ultimo anno Jacopo Benassi ha iniziato a trattenersi sempre di più a Bologna, dove lo hanno portato alcuni progetti ancora in fase di lavorazione. Proprio durante questo periodo sono nate le foto esposte in mostra. Sono state scattate durante un evento che si è tenuto a Palazzo Bentivoglio, uno dei più antichi palazzi del centro, nei giorni di Arte Fiera 2017. Il lavoro di Jacopo Benassi come fotografo non è, ovviamente, solo legato al modo in cui fotografa, ma anche alla scelta del soggetto. Il suo venire dalla scena delle sottoculture, sopratutto musicali, ha impresso in lui un tipo di attitudine che continua a essere il fulcro della sua visione. Il concetto di “scena” non ha a che fare solo con una specifica comunità, ma è stato da lui virato, in più di un’occasione, nel creare – o appropriarsi di – una vera e propria “scena”, nel senso di un luogo fisico che si fa dispositivo fotografico e in cui i suoi soggetti sono chiamati a performare in maniera più o meno consapevole per l’obiettivo. Da questa parte del suo lavoro sono emerse tutte una serie di fotografie di “spettatori”. Volti intenti ad osservare e ascoltare un avvenimento culturale o di riflessione intellettuale. Le foto in mostra fanno parte di questa serie. I soggetti ritratti nelle immagini erano arrivati a Palazzo Bentivoglio per ascoltare una discussione tra un importante scrittore e un artista di fama internazionale, ma l’oggetto della loro attenzione è presente solo in alcuni dettagli degli scatti. I veri protagonisti sono coloro che guardano, e che si fanno scena.

Palazzo Bentivoglio (Bologna)  7 settembre-16 ottobre 2017

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Claude Iverné: Bilad es Sudan

 

In 1999, Claude Iverné first set off along the Darb al Arba’ïn (Forty Days Trail), the ancient caravan route linking Egypt and the sultanate of Darfur. Ever since, Iverné has been working in the region, focusing on North Sudan in particular, wandering through the country to create a body of work. His photographs use an anthropological approach while simultaneously creating space for the viewer’s imagination.

In 2015, with the support of the HCB Award, Iverné continued his project, this time traveling through South Sudan. Bilad es Sudan records the precipitous transformation of South Sudan, mapping its historical details and contemporary landscape. This second phase mirrors his previous body of work, but while he depicted the North in black and white, the South is shown in color.

As a result of the political climate in South Sudan at the time, many Sudanese citizens fled to France. Iverné followed them there, exploring this journey from the nomadic tents and deserts of Sudan to the outskirts of French cities. Iverné’s photographs investigate the economic, cultural, and environmental changes of this country, concluding his Sudanese epic.

This exhibition, first shown at the Fondation Henri Cartier-Bresson, is one “draft” of this immense work, one of the strata of this collection, in collaboration with the Fondation d’entreprise Hermès, partner of the HCB Award. The book Claude Iverné – Bilad es Sudan, published by Éditions Xavier Barral, accompanies the exhibition, providing a different reading, a transformed essay, a friable stone in the fragile edifice of history.

Aperture Gallery  – September 15 – November 09, 2017

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Danila Tkachenko e Davide Monteleone – The April Theses, In The Russian East, Ritual

Dal 22 settembre all’11 novembre, presso la Galleria del Cembalo a Roma, le mostre The April Theses e In the Russian East di Davide Monteleone, Ritual di Danila Tkachenko – in maniera apparentemente documentali le prime due, visionario-metaforica la terza – saranno dedicate al ricordo della “Rivoluzione d’ottobre”.

Davide Monteleone – The April Theses

Nel Marzo del 1917, Vladimir Ilyich Ulyanov (Lenin), leader del partito rivoluzionario Bolscevico lasciò la Svizzera, dove era stato esiliato. Otto mesi dopo assunse la leadership di 160 milioni di persone occupando 1/6 della superficie abitata del globo. Il 9 aprile 1917, con il supporto delle autorità Tedesche, all’epoca in guerra con la Russia, tornò nel paese natio su un treno, attraverso Germania, Svezia e Finlandia fino a raggiungere la Stazione Finlandese di San Pietroburgo il 16 aprile dove, dopo un decennio in esilio, prese in mano le redini della Rivoluzione Russa.

Un mese prima, lo Zar Nicola II era stato estromesso dal potere quando le Armate Russe si erano unite alla rivolta dei lavoratori a Pietrogrado, la capitale russa. In un documento a punti, conosciuto come “Le Tesi di Aprile”, Lenin chiede il rovesciamento del governo provvisorio e delinea la strategia che, nei sette mesi successivi, porterà alla Rivoluzione d’ottobre e darà il potere ai Bolscevichi. 100 anni dopo, Davide Monteleone ricrea la cronologia delle due settimane di vita di Lenin prima degli eventi che hanno cambiato per sempre la Russia e il resto del mondo.

Alla ricerca del documento originale de “Le Tesi di Aprile”, Monteleone ricostruisce, e a volte ricrea, in un viaggio fisicamente reale, il viaggio epico di Lenin, inspirato dai documenti d’archivio trovati al R.G.A.S.P.I. (Russian State Archive of Soviet Political History) e a libri storici che includono “To Finland Station” di Edmund Wilson e “The Sealed Train” di Michael Pearson. Il risultato finale è una collezione di paesaggi contemporanei, fotografia forense di archivio e auto-ritratti posati che ripercorrono un viaggio nel tempo e nello spazio. La mostra è composta da una selezione di stampe dal libro “The April Theses” (Postcart 2017) presentata sotto forma di installazione.

Davide Monteleone – In the Russian East

Ispirato al capolavoro di Richard Avedon “In the American West” (1985) e al continuo fascino della Transiberiana, Monteleone guarda alla Russia per interrogarsi sul futuro del paese. Emulando Avedon nella tecnica e nei contenuti, Monteleone crea un parallelismo geografico e temporale tra Stati Uniti e Russia in un momento storico incerto nelle relazioni tra i due paesi. Come Avedon, si concentra sulle persone semplici, lontane dai centri del potere e, come moderni Oblomov, disinteressati ad esso. I protagonisti dei ritratti (discendenti di cacciatori d’oro e di pellicce, figli di sopravvissuti ai gulag, Ebrei dell’Israele Siberiana e, persino, eredi di imperi millenari come i Buriati o i mongoli di Gengis Khan) diventano icone della Russia contemporanea.

Le mostre “The April Theses” e “In the Russian East” sono realizzate in collaborazione con la galleria Heillandi di Lugano.

Danila Tkachenko – Ritual

Il nuovo progetto di DanilaTkachenko nasce da una riflessione sul centenario dalla Rivoluzione Russa (1917-2017). L’autore rende tangibile e concreta la metafora di “bruciare tutto ciò che è caro” e, letteralmente, brucia i simboli dell’era che si lascia alle spalle, creando spazio libero per un futuro promettente.

Già gli artisti delle avanguardie all’inizio del ventesimo secolo misero in risalto e anticiparono i drammatici cambiamenti che si venivano a creare nella struttura sociale. Da ciò, la necessità di costruire il futuro sulla base di nuovi ideali: per raggiungere questa utopia, sembra suggerire Tkachenko, è indispensabile bruciare, cancellare, tutto ciò che è statico, legato al mondo precedente e che ostacola il nuovo modo di pensare.

Le strutture in fiamme sono fotografate in zone rurali, in un iconico “campo libero”, e la luce del crepuscolo lascia a chi osserva la domanda irrisolta se si tratti del tramonto del vecchio mondo o dell’alba della nuova era. Otto immagini sono presentate in anteprima assoluta.

22 settembre / 11 novembre 2017 – Galleria del Cembalo – Roma

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Human Nature – Lucas Foglia

Foglia

13 Sep – 21 Oct 2017 – Michael Hoppen Gallery – London

“I grew up on a small farm, thirty miles east of New York City. Growing our food and bartering, my family felt shielded from the strip malls and suburbs around us. The forest that bordered the farm was my childhood wilderness, a wild place to play that was ignored by our neighbors who commuted to Manhattan. In 2012, Hurricane Sandy flooded our fields and blew down the oldest trees in the woods. On the news, scientists linked the storm to climate change caused by human activity. I realized that if humans are changing the weather, then there is no place on Earth unaltered by people.” – Lucas Foglia

Human Nature leads us through Foglia’s journey in sequences of photographs. It begins and ends with interpretations of paradise, moving through cities, forests, farms, deserts, ice fields, and oceans in between. Scientists are pictured as they work to quantify and understand our relationship with the natural world, measuring how we change nature and how spending time in wild spaces changes us.

Both factual and lyrical, the series is a celebration of the curious. At times funny, at others, sad or sensual, the images illuminate the human need to connect with nature and to the wildness in ourselves.

Foglia’s work is driven by a desire to understand the conflicting forces of modernity and nature; how we manipulate the earth to sap its resources, and how some seek to restore it. Human Nature revisits themes established in previous projects A Natural Order and Frontcountry, but on a broader, global scale.

A monograph published by Nazraeli Press will accompany the exhibition. Solo exhibitions are forthcoming at Foam in Amsterdam and at Museum of Contemporary Photography in Chicago.

Lucas Foglia’s photographs are held in major collections in Europe and in the United States, including; Art Collection Deutsche Börse, David Winton Bell Gallery of Brown University, Denver Art Museum, Foam, International Center of Photography, Kunstmuseum Magdeburg, Museum of Contemporary Photography, Museum of Fine Arts Houston, Victoria and Albert Museum, Philadelphia Museum of Art, Pier 24, Portland Art Museum and San Francisco Museum of Modern Art.

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Darko Labor – Edna S.

 

Con il termine “number stations” veniva identificato il modo bizzarro con il quale durante la Guerra Fredda, i governi inviavano messaggi segreti ai loro agenti che facevano le spie in paesi stranieri. Ci si serviva di emittenti radiofoniche con trasmettitori potentissimi in onde corte che trasmettevano il codice identificativo del messaggio, seguito da una sequenza di numeri letta da voci a seconda dei casi maschili, femminili o anche di bambini, spesso trasformate in timbri paurosi oppure computerizzati, che rendevano il discorso, già misterioso di suo, ancora più drammatico: Nessun governo ha mai ammesso l’esistenza delle number stations. In pratica, le radio mandavano in onda a un orario prestabilito dei messaggi numerici. Le spie accendevano la radio del paese nel quale erano in missione e tramite le istruzioni in codice riuscivano ad identificare il messaggio: nessuno era in grado di farlo, eccetto coloro ai quali era rivolto. Oggi le number stations esistono ancora, ma sono sempre più rare. Tutti siamo sempre connessi grazie alla tecnologia, che si basa sempre più rare. Tutti siamo sempre connessi grazie alla tecnologia, che si basa sempre su numeri e codici: ognuno di noi, quindi con tutto quanto facciamo comperse le nsotre fotografie, potrebbe essere utilizzato come metodo di trasmissione di messaggi segreti, se qualcuno volesse farlo. Ognuno di noi, come i soggetti di queste fotografie, può diventare number station.

Su questo sospetto ha lavorato Darko Labor, allestendo una sequenza di “messaggi cifrati” che attingono ai materiali più vari: fotografie in presa diretta, fotografie prese dalla rete, ritratti di persone defunte, ricostruzioni attraverso montaggi, sovrapposizioni, ridondanze, una sorta di saturazione del codice che lascia aperta la strada a interpretazioni e rimandi. La fotografia smette di essere rappresentazione del mondo o di sè, diventa pura traccia che lo spettatore, come un investigatore o un agente oltrecortina, può provare a decrittare. A suo rischio e pericolo.

Ma chi era Edda Sednitzer, ovvero Edna S. Non si è mai scoperto, ma alcuni esperti sostengono fosse una number station che trasmetteva dalla Bulgaria. Una voce femminile automattizata. Probabilmente una spia, o almeno una catena di numeri che erano in realtà messaggi segreti in onde corte. Quasi tutti gli amici di Edna S. sono morti.

Ancora oggi però si può ascoltare la sua voce: http://www.numbers-stations.com/ns/german/g22/

Baretto Beltrade – Milano  dal 28 settembre al 29 ottobre

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Il mio nome è Giulia – Giulia Efisi

invito mostra efisi_vichi

Dopo due tappe a Berlino, la mostra fotografica dell’artista toscana Giulia Efisi dal titolo Il mio nome è Giulia / My name is Giulia torna nella terra d’origine dell’autrice per dar vita a un evento inedito in cui il linguaggio della visione incontra quello delle parole. In occasione della mostra presso la Galleria fiorentina Casa Abitata, lo scrittore Marco Vichi ha composto un testo per ognuna delle immagini esposte, offrendo una lettura personale delle suggestioni all’origine dei frammenti visivi raccolti da Giulia Efisi con l’ausilio del mezzo fotografico. “Queste brevi frasi non sono vere didascalie, non raccontano la verità sugli scatti di Giulia Efisi, sono soltanto suggestioni scaturite dalla vista delle immagini, pensieri personali che invitano chi visita la mostra a fare altrettanto, o a non fare niente”, commenta Vichi.

Un’originale esperienza asincrona, quella dei due artisti, elaborata attraverso alfabeti, motivazioni e vissuti diversi, convergenti in una narrazione che scorre su un avvincente e imprevedibile percorso binario.

dal 29 settembre al 26 ottobre – Galleria Casa Abitata – Firenze

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mustafa sabbagh –  XI comandamento: non dimenticare

«Uno schizofrenico non dimentica. Uno schizofrenico accumula». Il corpus della mostra antologica itinerante di Mustafa Sabbagh “XI Comandamento: Non dimenticare” prende forma su una riflessione che è insieme confessione dell’uomo, e anelito dell’artista. Un progetto espositivo il cui battesimo, avvenuto a Palermo, è valso a Sabbagh il conferimento della Cittadinanza Onoraria del capoluogo siciliano. La sua seconda meta – su invito dell’Assessorato alla Cultura e con il prezioso supporto della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì – sarà il Complesso dei Musei San Domenico con la chiesa di San Giacomo, in cartellone dal 14 Ottobre 2017 (in concomitanza con la Tredicesima Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI) al 14 Gennaio 2018. Satelliti dell’antologica, con inaugurazione il 21 Ottobre, due interventi site-specific dell’artista negli spazi espositivi della Fondazione Dino Zoli e della Galleria Marcolini (Forlì).

XI Comandamento, monito laico che sacralizza l’arte, è «la collettiva di un unico artista», come Sabbagh stesso la definisce. Memoria come comandamento e schizofrenia come metodo. Storia dell’arte, e storia dell’artista. Accumulatore seriale di urgenze sociali restituite attraverso la sapienza di un gesto – declinato in una coralità di medium espressivi tra i quali, per la prima volta, un inedito ciclo pittorico – il dovere cui più profondamente si attiene Mustafa Sabbagh, ravvisabile in ogni tappa del progetto antologico così come in ogni suo singolo progetto in mostra, è quello della celebrazione dell’uomo, della sua pelle come urna, della sua dissociazione come urgenza di non-allineamento. XI Comandamento è il Vaso di Pandora, il cui scoperchiamento è catarsi. XI Comandamento è la Sospensione del Tragico, mentre tutto intorno brucia.

La nuova rassegna, oltre a presentare il nucleo essenziale delle opere più iconiche di Mustafa Sabbagh, consterà di due percorsi specifici all’interno del complesso museale, e di una triangolazione espositiva all’interno di una città capace di fare sistema attorno all’arte e alla cultura. Il primo percorso espositivo occuperà in toto la chiesa di San Giacomo, dove – accanto ai cicli fotografici che lo hanno reso celebre quali “About Skin” (2010), “Memorie Liquide” (2012) e “Onore al Nero” (2014 – cont.), alla video-installazione “anthro-pop-gonia” (2015) e alle due opere multimediali “Das Unheimliche” (2016) e “Dark Room” (2016) – prenderà forma l’installazione ambientale che, come prevede l’essenza del florilegio dedicato a Sabbagh, muterà a seconda dello spazio espositivo che, di volta in volta, accoglierà l’antologica dell’artista. Laddove a Palermo Sabbagh ha installato due enormi vasche contenenti l’acqua del mare che bagna la città, contaminata prima di nero (fase alchemica della nigredo), poi di bianco (fase finale dell’albedo), per Forlì Sabbagh ha progettato, con il prestigioso supporto di Antonio Ravalli, due nuove, imponenti strutture: l’una in legno trattato secondo l’antica tecnica giapponese dello shou-sugi-ban, a sostegno della sua memoria fotografica, l’altra in carbon coke, a contenere l’inedito ciclo pittorico dell’artista, nuova declinazione della serie “Onore al Nero” attraverso il medium della pittura. «Man, be my metaphor»: un’installazione ambientale come metafora di uno stato dell’arte e della cultura che, nella visione dell’artista, si porrà come Fenice del contemporaneo.

Il secondo progetto vede la prosecuzione del percorso di mostra all’interno dei Musei San Domenico, condividendone le sale con l’antologica di Elliott Erwitt. Rinnovando la collaborazione con la Fondazione Antonio Canova – Museo Gipsoteca Antonio Canova, in occasione delle celebrazioni intercorrenti per il bicentenario della creazione dell’ Ebe (1816-1817), la città di Forlì ha invitato Sabbagh a risemantizzare attraverso il suo riconoscibile gesto la celebre scultura, acme del Neoclassicismo e simbolo artistico della città, ivi conservata ed esposta. Nel percorso che accompagna alla visione del capolavoro della classicità statuaria, Sabbagh occuperà la sala sospesa e la sala antistante quella dell’Ebe per installare una selezione da ciclo inedito di opere fotografiche, ritraenti attraverso i suoi raffinati stilemi i modelli originali delle sculture del Canova conservati nella gipsoteca ad egli dedicata a Possagno – sua città natale – alcuni dei quali seriamente danneggiati durante i bombardamenti della prima guerra mondiale. Tali “Ferite” (da cui il titolo del suo nuovo progetto fotografico), come per l’installazione site-specific in San Giacomo e come per l’antica tecnica orientale del kintsugi, portano in luce attraverso il gesto dell’artista uno dei leitmotiv dell’opera sabbaghiana: quello della ferita come magnificat dell’unicità, connaturata ad ogni essere umano. Flash schizoidi del suo corpus fotografico anteriore, in ideale continuum con il suo florilegio in San Giacomo, un’opera di video-mapping proiettata su uno dei gessi originali del Canova e l’opera fotografica inedita dedicata all’Ebe – che Sabbagh donerà alla città per l’esposizione permanente all’interno dei Musei, grazie al prezioso supporto della Fondazione Dino Zoli – chiuderanno il percorso all’interno del San Domenico.

Percorso che vedrà infine un richiamo, al di fuori dalle mura museali, in una città pronta a fare sistema attorno all’arte contemporanea, nelle sale della Fondazione Dino Zoli e all’interno della Galleria Marcolini. Il primo spazio, celebre per la sua eccellente collezione di arte contemporanea e pronto ad inaugurare la sua stagione espositiva, vedrà l’installazione del celebre ciclo fotografico sabbaghiano “Made in Italy© – Handle with Care” (2015, già acquisito dalla collezione permanente di arte contemporanea del MAXXI di Roma), a coronamento di un potente intervento site-specific dell’artista, riflessione personale sull’urgenza di accoglienza e sulla capacità di integrazione a partire dalle proprie uniche, fortemente simboliche, peculiarità. Le sale della Galleria Marcolini accoglieranno infine la video-installazione dell’artista “Chat Room” (2014), lettera d’amore tra un Cristo e un Giuda figli di una contemporaneità che chiede resurrezione.

La potenza, tanto artistica quanto umana, di “XI Comandamento: Non dimenticare” risiede dunque nella capacità di innesco di innumerevoli link filologici – uno per ognuno dei visitatori, e per ciascuno dei percorsi di mostra – tra video e fotografia, tra suono e silenzio, tra acqua e fuoco, tra il nero di una vita consumata e il bianco di un marmo offeso. Ed è nella ripetizione di un corpo nero, di un mare nero, di una sigaretta che brucia, di una Vesperbild de-genere, di una vita alla frontiera, che Mustafa Sabbagh – pur di non dimenticare – confessa la serialità di un delitto attraverso la sua riconoscibilissima, efferata bellezza.

musei san domenico, forlì
14 10 2017 – 14 01 2018

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ANDY WARHOL DA NEW YORK ALLE STELLINE

Torna alla Fondazione Stelline la grande fotografia internazionale con una mostra dei 20 celebri ritratti realizzati da Aurelio Amendola a Andy Warhol. Per l’occasione verrà esposta la versione virata in magenta dell’opera “The Last Supper” del maestro della Pop Art.

Continua l’attenzione della Fondazione Stelline per la grande fotografia, questa volta con una mostra dedicata ad Aurelio Amendola, e al suo lavoro su Andy Warhol.
Un percorso espositivo come omaggio al maestro della Pop Art proprio per i 30 anni dalla sua scomparsa, attraverso l’ormai celebre serie di 20 ritratti che Amendola – il grande fotografo dell’arte e degli artisti – ha realizzato a New York, nella Factory, in due sessioni nel 1977 e nel 1986 e attraverso l’opera di Andy Warhol The Last Supper (1986), la cui versione virata in magenta, appartenente alle collezioni del Credito Valtellinese, sarà fulcro visivo e ideale della mostra.
Per la scelta delle fotografie esposte sono state individuate queste celebri serie di scatti che da un lato evidenziano la capacità di Amendola di testimoniare lo scorrere dell’arte del nostro tempo attraverso i volti e i corpi dei suoi protagonisti, dall’altro coincidono con il momento di realizzazione di The Last Supper e delle sue infinite declinazioni.
The Last Supper è l’ultimo grande ciclo di Andy Warhol, quasi una sorta di testamento pittorico della figura più influente dell’arte della seconda metà del XX secolo. Quest’opera ha naturalmente un legame fortissimo con la città di Milano e con il nostro Palazzo: da qui è partita non solo la suggestione iconografica, ma anche la stessa idea di commissionare al maestro americano un lavoro ispirato al capolavoro leonardesco, conservato a pochi passi dalla sede della Fondazione Stelline, da quella del Credito Valtellinese, proprietario dell’opera e lugo dove venne esposta per la prima volta, e dalla sede milanese di ICE – Agenzia, che ha contribuito alla realizzazione di questa mostra.

La mostra, curata da Walter Guadagnini e Alessandra Klimciuk, è accompagnata da un catalogo Skira è stata realizzata, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, grazie al contributo dell’Associazione Pellettieri Italiani Aimpes in occasione dell’edizione 112 di Mipel, che quest’anno ha come tema la Pop Art e di cui questa mostra è il fulcro di Mipel in città, il Fuorisalone della Fiera, e al prezioso supporto di ICE – Agenzia e del Ministero dello Sviluppo economico nell’ambito del Piano straordinario per la promozione del Made in Italy e l’attrazione degli investimenti in Italia, finalizzato ad ampliare il numero delle imprese che operano nel mercato globale, ad espandere le quote italiane nel commercio internazionale e a valorizzare l’immagine del Made in Italy nel mondo.

19 settembre – 29 ottobre 2017 – Fondazione Stelline – Milano

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PhotoMilano Mostra Collettiva Numero 1

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Milano sopra e sotto, nascosta o da inseguire, ruvida e vellutata, vissuta attraverso gli occhi dei fotografi di PhotoMilano.
PhotoMilano è un progetto inedito. E’ il club fotografico che ha Milano nel cuore, la città più mutevole al mondo. Ma è anche luogo speciale dove si racconta, si fa e si raccoglie la cultura della grande fotografia metropolitana.
Con quella speciale attitudine milanese per il fare, sotto la regia di Francesco Tadini che ne cura personalmente mostre ed eventi, PhotoMilano raccoglie in sé centinaia di fotoamatori e fotografi professionisti, creando un laboratorio artistico unico nel suo genere, officina delle immagini e delle idee della nostra città.

In parallelo alla mostra collettiva – allestita nel salone di Spazio Tadini – al piano inferiore la Mostra sulla Milano del Gruppo 66 e la fotografia di documento a Milano. Gli autori: Ernesto Fantozzi, Virgilio Carnisio, Valentino Bassanini. – da un’idea di Francesco Tadini, in collaborazione con il Circolo Fotografico Milanese e a cura di Federicapaola Capecchi e Lucia Laura Esposto.

PhotoMilano mostra collettiva N°1 è aperta dal 19 settembre al 15 ottobre 2017 alla Casa Museo

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Paolo Ventura

Edwynn Houk Gallery is pleased to announce our representation of Paolo Ventura and the artist’s inaugural exhibition with the gallery. The exhibition opens on 21 September and continues through 11 November, 2017.

Paolo Ventura, born in Milan in 1968, grew up with storytellers. His father was a popular author of children’s books, while his grandmother told memorable tales of living in the Italian countryside during World War II. Ventura has developed his own inventive approach to narrative, blending two forms of storytelling—one inspired by historical events and the other entirely fictive—with a creative technical approach that has earned him widespread recognition.

Each of Ventura’s photographs involves multiple steps. The process includes building and painting simple sets, dressing and directing actors, and combining photographs of the two in a unique topographic reality. Lovers, soldiers, and jesters are some of the recurring characters, often played by family members, including his twin brother, son, wife, and himself. In this present exhibition, Ventura collages and hand-paints over every image. The resulting tableaus engage each other in dialogue, but each exists as its own imaginative world.
Ventura’s work is characterized by a delicate and complex balance. His images are photographic yet appear painterly; familiar yet dream-like; historical yet modern. Even his artistic inspirations, which are as varied as surrealist painting and Neorealist cinema, find equilibrium in his work. Most importantly, Ventura’s sense of genuine curiosity is contagious. When Ventura hears a story, he is known to exclaim with excitement, “No way! Really?”, as curator Bill Hunt wrote in an essay on Ventura’s work for Aperture Magazine. His photographs invite viewers to share in this spirit of discovery. Seen collectively, the series of images loosely tells a story, as if the artist is drifting from dream to dream, enveloped in the theatrical sets of his own imagination.

Ventura’s work has been exhibited in museums and private galleries worldwide, including at the Italian Pavilion of the 2011 Venice Biennale. Solo exhibitions include Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Rome; The Hague Museum of Photography; Halsey Institute of Contemporary Art, Charleston, SC; and MACRO Museum of Contemporary Art, Rome. His work is included in notable public collections including the Boston Museum of Fine Arts; the Lowe Art Museum, Miami; and the Museum Het Valkhof, Nijmegen, The Netherlands.

New York – Edwynn Houk Gallery
21 September – 11 November 2017
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2 pensieri su “Mostre di fotografia da non perdere ad ottobre

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