Mostre di fotografia consigliate per novembre

Ciao, non perdetevi queste bellissime mostre nel mese di novembre!

Anna

Richard Avedon, In the American West, 1979-1984

Richard Avedon, Ronald Fischer, beekeeper, California, May 9, 1981
© The Richard Avedon Foundation | Richard Avedon, Ronald Fischer, beekeeper, California, May 9, 1981

La mostra presenta In the American West, la storica serie di ritratti del fotografo americano Richard Avedon (1923-2004), nata nel 1979 da una commissione dell’Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth (Texas).
La serie fu esposta per la prima volta nel museo di Fort Worth nel 1985 e pubblicata nello stesso anno nel volume edito da Harry N. Abrams (New York).
Alla fine degli anni Settanta Richard Avedon era noto principalmente per le fotografie di moda pubblicate su riviste come Harper’s Bazaar e Vogue, e aveva già avuto una retrospettiva allo Smithsonian Institution di Washington nel 1962 e una mostra personale al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1978.

Tra il 1979 e il 1984, il fotografo viaggiò, durante i mesi estivi, in tutto l’Ovest nordamericano, alla ricerca di aree di sosta per camionisti, di fiere, di rodei, di luna park, di giacimenti petroliferi, di accampamenti minerari e di mattatoi. Davanti a un fondale bianco, appeso all’aperto, all’ombra e senza luci artificiali, fotografò oltre mille persone: braccianti di ranch, minatori, cameriere, vagabondi, giostrai, disoccupati. Avedon volle ampliare il suo ritratto degli Stati Uniti includendo persone non celebri che egli descrisse come la forza nascosta del Paese.

La mostra raccoglie la serie completa di 110 stampe realizzate per il libro, esposte insieme ai materiali d’archivio provenienti dalla Richard Avedon Foundation, che documentano il metodo di lavoro di Avedon: manoscritti, polaroid di lavoro e altri documenti provenienti dai fascicoli che raccoglieva sui singoli soggetti, compresa la corrispondenza intercorsa con le persone fotografate.

A cura di Clément Chéroux, Direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson
Mostra, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, organizzata dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, con opere in prestito da The Richard Avedon Foundation, in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo.

Dal 9 Ottobre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Esposizioni Roma

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MAN RAY. Il maestro del Surrealismo

Una fotografia in bianco e nero che mostra una donna di spalle, senza vestiti, con un turbante decorato in testa. Sulla schiena della donna sono presenti due simboli musicali di 'f'.
Le Violon d’Ingres, 1924, stampa ai sali d’argento, 39×30 cm. Collezione privata
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 Image: Telimage, Paris

L’autunno di Palazzo Roverella rinnova la sua tradizionale e attesa vocazione per la grande fotografia proseguendo nel solco delle grandi rassegne dedicate ai maestri internazionali. Dal prossimo 13 novembre al 31 gennaio 2027, gli spazi espositivi rodigini ospiteranno una straordinaria monografica focalizzata su Man Ray.

Con Man Ray. Il maestro del Surrealismo prende infatti avvio il nuovo biennio espositivo 2027-2028 presentato da Fondazione Cariparo nelle scorse settimane. La grande monografica dedicata al maestro americano non rappresenta soltanto uno degli eventi più attesi della prossima stagione culturale, ma inaugura un programma che conferma l’ambizione del Roverella di consolidare ulteriormente il proprio ruolo nel panorama espositivo nazionale ed europeo.

Dopo aver annunciato un percorso che comprenderà grandi mostre d’arte, fotografia e storia, con partnership di prestigio internazionale, la Fondazione apre dunque il nuovo ciclo con uno dei fotografi più influenti e innovativi dell’intero Novecento.

L’appuntamento conferma il ruolo di primo piano del Roverella nella valorizzazione dei grandi protagonisti storici della fotografia mondiale, proponendo un evento espositivo di assoluto rilievo nazionale ed europeo.

L’esposizione celebra l’universo anticonvenzionale di un autore cardine del Novecento, capace di tracciare percorsi visivi inediti che ancora oggi offrono spunti preziosi al linguaggio visivo contemporaneo. Curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, la mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e la produzione di Silvana Editoriale.

La vera forza e la novità del progetto risiedono nel carattere scientifico e nella caratura delle partnership internazionali coinvolte, che rendono la tappa rodigina un evento di eccezionale rilievo nel panorama culturale nazionale ed europeo. Il percorso espositivo può vantare la sinergia diretta con istituzioni come il Man Ray Trust di New York e la Photothèque Man Ray di Parigi, garantendo così una selezione dai rigorosi standard conservativi e conoscitivi.

A ciò si affianca una curatela d’eccezione, affidata a due dei massimi specialisti dell’opera del maestro surrealista, la cui lunga esperienza garantisce un’interpretazione originale e aggiornata del suo lavoro.

Dal punto di vista della proposta espositiva, la rassegna si distingue per una qualità collezionistica raramente accessibile al grande pubblico. Il corpus esposto comprende infatti un consistente insieme di preziose stampe vintage, realizzate direttamente negli anni degli scatti o sotto il controllo diretto del maestro. Tra queste spicca, per eccezionalità e peso documentario, la preziosa selezione di stampe originali provenienti dal Musée Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône, testimonianza diretta e insostituibile del lavoro di camera oscura che ha rivoluzionato la fotografia del XX secolo.

Sperimentatore poliedrico — pittore, regista e designer oltre che fotografo — Emmanuel Radnitsky sceglie lo pseudonimo Man Ray per unire l’elemento umano al raggio di luce, sviluppando la propria ricerca nell’ambito delle avanguardie d’oltreoceano e dell’ambiente surrealista parigino a fianco di Marcel Duchamp. La ricognizione biografica lascia tuttavia subito il posto al cuore propulsore dell’evento: l’impatto dirompente delle sue invenzioni visive, prime fra tutte le celebri rayografie realizzate senza obiettivo e le solarizzazioni messe a punto con Lee Miller, capaci di trasformare la materia fotografica in pura poesia visiva.

Attraverso una selezione di circa trecento opere tra fotografie originali, disegni, litografie, oggetti iconici e documenti storici, la mostra offre un’immersione completa nei nuclei fondamentali della creatività dell’artista. Il percorso guida il visitatore tra la riflessione sull’identità e l’ambiguità degli autoritratti, le celebri gallerie di volti dei grandi intellettuali dell’epoca e l’esplorazione incessante del corpo femminile, declinato sia nella purezza formale dei nudi sia negli innovativi scatti realizzati per l’alta moda. Un focus di particolare rilievo è riservato alle sperimentazioni tridimensionali e ai ready-made di matrice dadaista, unitamente alla proiezione integrale dei quattro cortometraggi d’avanguardia ideati dal maestro.

A completare la portata culturale e scientifica della mostra interviene il catalogo edito da Silvana Editoriale, curato dagli stessi Butzbach e Rocca e impreziosito dai contributi critici di Raffaella Perna, che integra e suggella un appuntamento destinato a segnare la stagione espositiva.

Dal 13 Novembre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Roverella – Rovigo

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William Klein. Le mie città

William Klein, Bikini, Moscow 1959
© William Klein Estate | William Klein, Bikini, Moscow 1959

“Nella sua lunga vita di artista, grafico, fotografo, regista, credo che più di tutto William Klein abbia cercato di far questo: cogliere il ritmo delle città in cui si trovava e 
racchiuderlo in quelle straordinarie immagini perennemente in movimento che realizzava”
Alessandra Mauro
 
Considerato uno dei protagonisti più innovativi della fotografia del Novecento, William Klein ha radicalmente cambiato il modo di immortalare le città: non le osserva da lontano, ma entra nella scena realizzando immagini fisiche, veloci e ironiche che sembrano catturare la realtà nel momento stesso in cui prende forma.
 
Da questo punto di osservazione nasce la mostra “Le mie città”, presentata da M77 Gallery negli spazi di via Mecenate a Milano dal 22 settembre al 14 novembre 2026. Un’esposizione che si inserisce in una doppia ricorrenza: il 2026 segna infatti il centenario della nascita di William Klein, oltre a inaugurare il biennio (2026/2027) dedicato al bicentenario dell’invenzione della fotografia.
Curata da Alessandra Mauro, la monografica ripercorre il rapporto dell’artista con le città che hanno segnato la sua vita e la sua ricerca: Milano, dove nei primi anni Cinquanta iniziò la sua carriera; Roma, dove nel 1956 si scoprì effettivamente fotografo, invitato da Fellini come assistente per un film in preparazione; New York, dove nacque e dove realizzò il primo, straordinario “diario visivo”; Parigi, città d’adozione dove scelse di vivere, e poi ancora Mosca e Tokyo. Luoghi diversi, abitati in momenti differenti della sua lunga esperienza, diventano così tappe di uno stesso viaggio. Quello di un fotografo capace di immergersi nel caos urbano e seguirne il ritmo, per restituirlo attraverso immagini dinamiche e profondamente personali.
William Klein nasce a New York nel 1926 per poi approdare, intorno ai vent’anni, a Parigi, dove “tutto” avviene: l’incontro con Jeanne, la compagna della sua vita, la scelta di diventare artista e di frequentare, dal 1948, l’atelier di Fernand Léger. Nei primi anni Cinquanta si sposta a Milano debuttando con la prima personale di opere astratte nel foyer del Piccolo Teatro e poi alla Galleria Il Milione. Nel capoluogo meneghino entra in contatto con l’architetto Angelo Mangiarotti che gli commissiona dei grandi pannelli girevoli decorati. Sarà proprio per documentare questo lavoro che Klein prende in mano per la prima volta una macchina fotografica.
Nel 1954 torna a New York chiamato dall’allora art director di Vogue Alexander Lieberman. “Life is good and good for you in New York”, diario visivo del suo ritorno, diventa uno dei libri più celebri nella storia della fotografia.
 
Forte di questo successo, Klein viene invitato a Roma da Federico Fellini come assistente per “Le notti di Cabiria”. Nasce così il secondo dei suoi diari visivi in cui l’artista racconta per immagini una città sconosciuta, osservando chi la abita ed entrando all’interno del flusso esistenziale che la percorre.
 
Come poi accade anche nelle altre città, con le sue realizzazioni siamo lontanissimi dal mito del fotografo-testimone. Quando scende in strada, Klein è presente, quasi ingombrante, e interagisce con i soggetti, ci parla, li provoca, sperimentando di tutto: immagini accidentali, mosse, deformate.
 
Con oltre 60 di queste immagini, la mostra “Le mie città” espone, al piano terra della galleria, una selezione di visioni urbane in bianco e nero che restituiscono il rapporto dell’artista con le “sue” città, mentre il primo piano è interamente dedicato al suo lavoro nella moda, personalissimo e pieno di colori. Un mondo, quello del fashion, comunque soggetto allo stesso approccio: Klein porta le modelle fuori dallo studio e le immerge nella vita di tutti i giorni, mettendole in relazione con taxi, semafori, passanti e architetture. La fotografia di moda diventa così un’altra forma di racconto in cui dialogano il quotidiano e la messa in scena.
Il primo piano ospita anche un video – realizzato dallo stesso Klein nel 2005 per accompagnare la sua mostra al Centre Pompidou – con una selezione dei suoi corti e dei suoi film, dal primissimo Broadway by light (1958) alla Trilogia sui neri d’America: un montaggio che mischia temi e stili, dialoghi veloci e un uso sapiente della musica, per restituire al pubblico uno sguardo radicale e critico nei confronti della società mediatica.

Dal 22 Settembre 2026 al 14 Novembre 2026 – M77 Gallery – Milano

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So Many Windows In Time: Frozen Features – Jason Fulford

Jason Fulford torna da Micamera con una selezione di fotografie tratte dall’ultimo libro e realizzate sovrapponendo immagini scattate nell’arco di trent’anni, dal 1996 al 2026.

Fulford costruisce il proprio lavoro a partire da una convinzione: il significato di una fotografia non è mai del tutto contenuto nell’immagine, ma si modifica attraverso ciò che le viene messo accanto e lo sguardo dell’osservatore. Nei libri, nelle mostre, nelle performance e nel lavoro editoriale, le fotografie entrano continuamente in relazione tra loro, producendo rime, cortocircuiti, dissonanze e associazioni impreviste.

In Frozen Features questo principio entra direttamente nell’immagine. Due fotografie appartenenti a tempi e luoghi lontani vengono sovrapposte e così Tamara, mentre disegna Lucrezia Borgia sulla parete di Micamera, si ritrova improvvisamente al centro di una highway americana. O alcuni mobili ammucchiati ricordano la serie Mobili nella valle di De Chirico. Scala, tempo e spazio smettono di essere coordinate stabili.

Il processo è governato dal caso: una sorta di slot machine metafisica che rimescola la memoria e ne restituisce frammenti a due a due, lasciando all’intuizione e al senso della composizione il compito di riconoscere quando un accostamento funziona. A volte è l’ironia, o una questione di forme. Alcune sovrapposizioni sembrano scontate ma a pensarci un attimo sono inspiegabili.

Il titolo, Frozen Features, conserva la stessa ambiguità delle fotografie. Features può indicare i tratti di un volto, ma anche caratteristiche, elementi, particolari e Frozen suggerisce qualcosa di immobile, congelato nel tempo. Fulford parte da immagini congelate nelle fotografie per trent’anni e le rimette in movimento, accostandole e sovrapponendole fino a far emergere qualcosa che prima non c’era.

Il rapporto tra Jason Fulford e Micamera dura da quasi quindici anni e ha preso, nel tempo, forme molto diverse. Siamo stati la cantina dei vini di Hotel Oracle e abbiamo ospitato libri, mostre, performance, workshop e progetti costruiti dentro e fuori dallo spazio della galleria, fino alle 684 fotografie di Everything (LOL), riunite nel 2025 in un’unica grande installazione. Cambiano i formati, gli spazi e le regole del gioco: So Many Windows In Time aggiunge un’altra possibilità, perché immagini separate da anni e chilometri finiscono nello stesso spazio, come finestre aperte contemporaneamente su tempi diversi.

Dal 5 novembre al 5 dicembre – MiCamera – Milano

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Tamaki Yoshida – Unfolding

All’interno dello spazio espositivo “Die Gelbe Wand” nei Mercati Culturali Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese.

Dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026, Die Gelbe Wand, il nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia contemporanea presente all’interno del centro culturale Mercati Culturali Pordenone, ospita Tamaki Yoshida. Unfolding, la prima grande mostra europea dedicata alla fotografa giapponese. Curata da Marco Minuz, l’esposizione presenta due importanti nuclei della ricerca dell’artista, Negative Ecology e Himizu, attraverso i quali Yoshida indaga il rapporto tra essere umano e mondo naturale, interrogando le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sull’ambiente.

L’esposizione rappresenta un appuntamento di rilievo nella programmazione culturale cittadina e si inserisce nel percorso di avvicinamento a Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027, essendo Die Gelbe Wand uno dei progetti del Dossier di Pordenone 2027, contribuendo a rafforzare il dialogo della città con la scena artistica internazionale. Un progetto che prosegue il percorso di analisi della scena fotografica contemporanea giapponese e dei paesi di lingue tedesca, avviato con le precedenti mostre dedicate a Stephanie Moshammer e Gak Yamada.

Come afferma Alberto Parigi, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone “I Mercati Culturali Pordenone, che accolgono il progetto di Pordenone 2027 “Die Glebe Wand”, raccontano meglio di ogni altro luogo che cosa significhi per la città essere Capitale italiana della Cultura. Qui pubblico e privato hanno collaborato proficuamente e uno spazio rimasto a lungo chiuso è diventato oggi un luogo vivo per l’arte e la fotografia contemporanea. Nel percorso verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027 la rigenerazione urbana sta cambiando il profilo della città: Villa Cattaneo ospita il Polo del Futuro Musicale gestito da giovani, la Casa del Mutilato accoglierà esposizioni e mostre, l’ex area Tomadini diventerà un ecomuseo. In questo panorama “Die Glebe Wand” si afferma come nuovo punto di riferimento culturale per la città, un segno visibile di ciò che la Capitale sta portando a Pordenone: un respiro più metropolitano, nuovi spazi culturali e collaborazioni internazionali.”

Il titolo Unfolding deriva dal verbo inglese to unfold, che significa dispiegare, aprire qualcosa che era ripiegato, far emergere gradualmente ciò che prima non era visibile. La parola indica anche lo svolgersi di un processo, lo sviluppo di una situazione e la progressiva rivelazione di qualcosa di ignoto. Un termine che restituisce efficacemente la natura della ricerca di Tamaki Yoshida, nella quale la fotografia diventa uno spazio di trasformazione, in cui ciò che appare familiare si fa enigmatico e ciò che sembrava sfuggire alla comprensione prende forma, diventando visibile. È un passaggio da uno stato all’ altro, nel quale non tutto viene rivelato e una parte rimane affidata all’immaginazione e alla sensibilità di chi osserva.

Le immagini di Yoshida sembrano abitare una soglia, evocando la sensazione provata durante l’infanzia davanti a una porta socchiusa, quando da una stanza filtravano una luce o una voce, lasciando intuire l’esistenza di un mondo che non era possibile conoscere interamente. È proprio in questo spazio sospeso tra apparizione e oscurità che la fotografia si sottrae alla semplice registrazione del reale per diventare esperienza percettiva, interrogazione e scoperta. Una riflessione che trova una suggestiva risonanza nelle parole dello scrittore giapponese Yukio Mishima: «In fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell’arte, e il motivo di ciò è che il mistero è necessario all’arte». Il mistero, nella ricerca di Yoshida, non è qualcosa da risolvere, ma una dimensione da attraversare, capace di mettere in discussione le nostre certezze e dare spazio a incertezze del nostro passato.

Nella prima sezione presente in mostra, Negative Ecology, l’artista affronta le contraddizioni di un mondo plasmato dall’antropocentrismo, interrogandosi sul modo in cui l’essere umano definisce, organizza e trasforma l’ambiente in funzione delle proprie necessità. Al centro del progetto ci sono animali selvatici capaci di adattarsi a contesti profondamente modificati dall’attività umana. In Giappone, queste creature vengono spesso classificate come “animali nocivi”, perché considerati una minaccia per lo stile di vita umano. Eppure la loro straordinaria capacità di resistenza e sopravvivenza mette in discussione l’idea che il dominio tecnologico e scientifico dell’uomo coincida necessariamente con una posizione di superiorità nel mondo naturale.

L’origine del progetto è legata a un incidente avvenuto durante lo sviluppo di un rullino fotografico. Sul negativo erano comparse ampie aree di sviluppo irregolare, simili a una forza corrosiva che sembrava minacciare le immagini. Quell’alterazione accidentale ha assunto per Yoshida un significato più ampio, diventando una metafora delle trasformazioni e delle aggressioni che investono gli ecosistemi. Da questa intuizione è nata una sperimentazione diretta sulla materia fotografica: l’artista ha iniziato a trattare i negativi con sostanze provenienti dalla quotidianità, come detersivi, shampoo, cosmetici, dentifricio, salsa di soia, condimenti e residui alimentari, materiali che, attraverso gesti ordinari e spesso inconsapevoli, finiscono negli scarichi e vengono immessi nell’ambiente.

Le immagini si alterano, i colori mutano e le forme sembrano consumarsi, come se il mondo ritratto fosse sottoposto a un processo di erosione. Eppure, gli animali continuano a emergere da questa superficie instabile. La fotografia diventa così il luogo in cui rendere visibili effetti normalmente impercettibili: l’accumulo delle conseguenze delle nostre azioni, la contaminazione diffusa e la fragilità di un ambiente che tendiamo a considerare una risorsa a nostra disposizione. Negative Ecology invita a riconsiderare i valori attraverso cui abbiamo posto l’umanità al centro del mondo, aprendo una riflessione sulla capacità della natura di resistere anche agli ambienti che l’uomo ha profondamente trasformato.

Con la serie Himizu, Tamaki Yoshida sposta la sua ricerca sulle strade che attraversano le pendici del Monte Fuji, dove nel corso delle sue ricerche si è imbattuta ripetutamente nei corpi di animali selvatici uccisi dal traffico stradale. Le strade sono infrastrutture essenziali per la vita contemporanea: trasportano persone e merci, sostengono l’economia e rendono accessibili luoghi di lavoro, viaggio e svago. Allo stesso tempo attraversano gli habitat naturali e interrompono i percorsi degli animali che li abitano. Quando un animale muore nel proprio ambiente, il suo corpo entra normalmente in un ciclo di trasformazione, decomposizione e restituzione alla terra. La morte sulla strada interrompe questo processo, separando il corpo dal territorio al quale apparteneva.

Nell’area intorno alla città di Fujiyoshida, alle pendici del Monte Fuji, vengono segnalate e recuperate in media circa 130 carcasse di animali selvatici ogni anno, un numero che potrebbe essere superiore se si considerano gli animali che non vengono mai ritrovati. Con la collaborazione dell’organizzazione non profit Mount Fuji Outdoor Museum, Yoshida ha condotto una ricerca sul fenomeno, sviluppando un progetto che non intende soffermarsi sull’impatto viscerale della morte, ma su ciò da cui quei corpi sono stati separati.

La ricerca si traduce in un confronto tra due procedimenti fotografici e due diverse modalità di rappresentare la relazione con il territorio. Per evocare la foresta in cui gli animali vivevano, l’artista raccoglie piante e terra dai luoghi interessati e ne ricava pigmenti naturali utilizzati nella stampa alla gomma su carta di cotone. Per rappresentare i corpi degli animali sceglie invece il dagherrotipo, una delle prime tecniche fotografiche sviluppate nel XIX secolo, storicamente utilizzata anche per conservare le immagini dei defunti. Le immagini degli animali uccisi vengono fissate su lastre metalliche lucidate a specchio, cercando di mantenere una scala il più possibile vicina alle loro dimensioni reali.

Da una parte, dunque, la foresta prende forma attraverso i materiali della terra; dall’altra, il corpo rimane impresso su una superficie metallica. Due presenze distinte che restituiscono visivamente una separazione prodotta dall’attività umana: il paesaggio a cui l’animale apparteneva e il corpo che da quel paesaggio è stato strappato. Il titolo Himizu deriva dal nome di un piccolo mammifero endemico del Giappone, affine alla talpa, che vive prevalentemente sottoterra e possiede occhi rudimentali. Il nome richiama l’idea di un animale che non vede il sole, legato a un’esistenza lontana dalla luce del giorno.  La sua presenza diventa emblematica di una condizione più ampia: quella degli animali che vivono accanto agli esseri umani, ma i cui corpi, dopo la morte, vengono spesso ignorati e rimossi. Osservare quei corpi significa allora interrogarsi non soltanto sulla morte degli animali, ma anche sul mondo che abbiamo costruito, sulle conseguenze delle nostre infrastrutture e sul rapporto che intratteniamo con gli altri esseri viventi.

Attraverso Negative Ecology e Himizu, Tamaki Yoshida affronta da prospettive diverse una questione comune: le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sul mondo naturale. Se nel primo progetto è la stessa superficie fotografica a essere aggredita e trasformata, nel secondo è il rapporto tra il corpo e la terra a diventare il centro della ricerca. In entrambi i casi, la fotografia non si limita a documentare la realtà, ma ne mette in discussione i confini, facendo emergere ciò che rischia di essere ignorato e aprendo nuove possibilità di lettura.

Unfolding diventa così un invito a osservare il mondo oltre ciò che appare immediatamente visibile, a riconoscere la fragilità degli equilibri naturali e a interrogarsi sul posto che l’essere umano occupa all’interno di essi. Le immagini non offrono risposte definitive, ma aprono domande sulla resilienza della natura, sulla responsabilità individuale e collettiva e sulla possibilità di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente. È in questa tensione tra ciò che si mostra e ciò che rimane nascosto, tra la materia che si trasforma e ciò che resiste, che la ricerca di Yoshida trova il suo significato più profondo.

Con questa esposizione, Die Gelbe Wand conferma la propria vocazione a essere un luogo di incontro tra la fotografia contemporanea e il pubblico, offrendo a Pordenone l’opportunità di confrontarsi con una ricerca artistica di respiro internazionale. La mostra contribuisce a rafforzare il ruolo di Die Gelbe Wand e Pordenone come centro di produzione e diffusione culturale, in una fase strategica per la città e per il suo percorso verso Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027.

Il progetto è organizzato da Mercati Culturali Pordenone con il contributo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del Comune di Pordenone, e con il sostegno e il supporto tecnico di Suazes e Filare.

dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026 – Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone

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World Press Photo Exhibition 2026

Chantal Pinzi, Sidi Rahal, Morocco, 6 August 2025. From the series Farīsāt: Gunpowder’s Daughters 
© Chantal Pinzi/Panos Pictures | Chantal Pinzi, Sidi Rahal, Morocco, 6 August 2025. From the series Farīsāt: Gunpowder’s Daughters 

World Press Photo Exhibition 2026, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino per il decimo anno consecutivo: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti.

L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 69ª edizione del concorso. Gli scatti portano la firma di fotografi che lavorano per le più importanti realtà dell’informazione globale, a partire dall’agenzia ZUMA Press, che ha distribuito l’immagine dell’anno firmata da Carol Guzy per il Miami Herald. Accanto ai grandi marchi delle agenzie di stampa come Reuters, Associated Press ed EPA Images, la mostra raccoglie i reportage pubblicati da quotidiani e riviste d’eccellenza quali New York Times, Time, Le Monde ed El País, insieme ai progetti a lungo termine sostenuti dalla National Geographic Society e ai lavori indipendenti distribuiti da agenzie come Panos Pictures. Immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità.

I lavori premiati raccontano conflitti globali, offrendo una potente testimonianza visiva della vita in tutto il mondo, dagli Stati Uniti e dall’Ucraina fino al Nepal, al Pakistan e alla Palestina, parlano di crisi, ma anche resistenza e tradizioni nascoste. Al centro, anche la crisi climatica, da Los Angeles alle Filippine, al Messico e alla Norvegia, le mobilitazioni e la lotta per i diritti attraverso immagini di proteste negli Stati Uniti e di movimenti femminili in Guatemala e Kenya.

Intimi e spesso toccanti, i lavori rivelano anche la fragilità della vita umana – dalla malattia all’isolamento, dal lutto alla sopravvivenza – accanto a storie di generazioni più giovani: ballerine di danza classica in Sudafrica, donne a cavallo in Marocco, famiglie colpite dalle politiche di controllo sull’immigrazione negli Stati Uniti. I ritratti ambientali, infine, avvicinano lo spettatore alla natura in modo quasi fisico: dall’abbattimento di elefanti in Zimbabwe, a un orso polare sopra una carcassa di capodoglio, fino al primo piano di un panda in un parco nazionale cinese. Insieme, questi progetti compongono un ritratto urgente del nostro mondo contemporaneo.

Le 144 immaginisono state selezionate tra 57.376 fotografie presentate da 3.747 fotografi provenienti da 141 paesi.

A Torino l’esposizione torna per il decimo anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Brand Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.

«Il decimo anno della World Press Photo Exhibition a Torino rappresenta per Cime un traguardo particolarmente importante e conferma il legame profondo che la mostra ha costruito nel tempo con il suo pubblico e con la città – afferma Vito Cramarosa, direttore di Cime – Siamo felici di celebrare questo anniversario rinnovando la collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti, partner prezioso con cui condividiamo l’impegno nel promuovere la fotografia e il fotogiornalismo come strumenti di conoscenza, consapevolezza e confronto sui grandi temi del nostro tempo. Dieci edizioni testimoniano la capacità della mostra di continuare a coinvolgere generazioni diverse, offrendo ogni anno nuovi sguardi sul mondo e sulla contemporaneità».

L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 18 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino e della Città Metropolitana di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.

Giovanni Quaglia e Salvo Bitonti, rispettivamente presidente e direttore dell’Accademia Albertina, affermano: «Lafotografia è di casa all’Accademia Albertina di Belle Arti, nelle collezioni della sua straordinaria fototeca storica come nell’oggi della formazione artistica. Con grande piacere abbiamo concesso l’ipogeo della Rotonda del Talucchi alla mostra internazionale World Press Photo 2026, permettendole di essere visitata dai nostri studenti e da tutti i cittadini».

Venerdì 25 settembre si terrà il primo importante appuntamento: alle 17,30 ci sarà l’incontro con il fotografo Pablo E. Piovano, autore del progetto a lungo termine  “Il costo umano delle agrotossine“. Nel 1996, l’Argentina ha liberalizzato l’uso della soia geneticamente modificata e resistente agli erbicidi insieme ai diserbanti a base di glifosato, una politica adottata senza ricerche indipendenti. Al centro del suo lavoro, 30 anni in cui l’uso di fitofarmaci è salito alle stelle, passando da 40 milioni a 580 milioni di litri all’anno: le immagini documentano il costo umano di un modello economico che privilegia il profitto agroindustriale rispetto alla vita dei residenti nelle zone rurali. Oggi, il 60% dei terreni coltivati in Argentina viene irrorato causando ripercussioni sulla vita di 14 milioni di persone. Nonostante studi indipendenti colleghino l’esposizione alle tossine a un aumento dei rischi di cancro e malformazioni congenite, le normative continuano a essere ridotte anche quando l’uso di prodotti agrochimici si avvicina sempre più agli insediamenti.
 
L’edizione 2026: il lavoro delle giurie

World Press Photo Contest 2026 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta da Kira Pollack, ricercatrice all’Harvard Shorenstein Center, che si occupa di innovazione negli archivi attraverso le tecnologie emergenti e, in precedenza, ha ricoperto ruoli di leadership al TIME, Vanity Fair e The New York Times Magazine.

«Questo è un momento cruciale per la democrazia, per la verità, per ciò che noi, come società, siamo disposti a vedere e a denunciare, e ciò che siamo disposti a ignorare. I fotografi qui riconosciuti hanno fatto la loro parte – spiega Pollack – Hanno creato una testimonianza. Ora tocca a noi guardarla».

Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti. Il modello di concorso articolato per aree, introdotto nel 2021, favorisce una maggiore diversità di storie, autori e autrici provenienti da tutto il mondo. Quest’anno, 31 dei 42 vincitori sono originari dei luoghi che hanno raccontato nei loro lavori. Rispetto all’edizione 2025, si è registrato un aumento dell’11 per cento dei partecipanti dal Sud America e del 14 per cento dall’area Asia-Pacifico e Oceania. Le fotografe e le persone non binarie rappresentano il 22 per cento dei partecipanti, a conferma di una crescita costante più inclusiva da quando è stato introdotto il modello per aree geografiche.

«Ho un assoluto rispetto per la profondità del processo che sta dietro ogni storia che premiamo. Credo che l’intenzionalità della giuria sia e continuerà a essere la fonte della fiducia che il pubblico ripone nel World Press Photo» afferma la direttrice generale del World Press Photo, Joumana El Zein Khoury.

I fotogiornalisti e gli autori selezionati arrivano da Argentina, Australia, Brasile, Cina, Colombia, Ecuador, Filippine, Francia, Francia/Cambogia, Germania, India, Iran/Canada, Israele, Italia, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Siria/Francia e Ucraina.
 
Tre, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie e Progetti a lungo termine.

I vincitori

A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2026 è stata la statunitense Carol Guzy con l’immagine “Separated by ICE“, che mostra una famiglia ecuadoriana disperata mentre il padre viene arrestato dagli agenti dell’immigrazione all’interno del tribunale federale di New York nell’agosto 2025. Questa fotografia è stata scattata per ZUMA Press e pubblicata sul Miami Herald. Mentre l’uomo, unico sostentamento della casa e privo di precedenti penali, viene portato via subito dopo un’udienza, la moglie Cocha e i tre figli rimangono sopraffatti dal dolore nel corridoio. L’immagine testimonia l’impatto sistemico delle politiche di repressione dell’immigrazione negli Stati Uniti proprio nei luoghi dedicati alla giustizia. Carol Guzy ha dedicato il
riconoscimento al coraggio della famiglia nell’aprire la propria storia all’obiettivo della fotocamera.
Due sono i finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo, che accendono i riflettori sulla drammatica crisi umanitaria a Gaza e sulla lunga battaglia per i diritti umani in America Latina.

Il fotografo palestinese Saber Nuraldin si è classificato finalista con “Aid Emergency in Gaza“, realizzata per EPA Images. Lo scatto ritrae la folla di civili che si arrampica disperatamente su un camion di aiuti umanitari al valico di Zikim nel luglio 2025, nel tentativo di procurarsi della farina durante una devastante carestia.

Il fotografo Victor J. Blue si è classificato finalista con “The Trials of the Achi Women“, realizzata per The New York Times Magazine. L’immagine mostra un gruppo di donne indigene Maya Achi all’esterno del tribunale di Città del Guatemala nel maggio 2025, nel giorno in cui tre ex paramilitari sono stati condannati per violenze sessuali e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile, coronando una battaglia legale durata 14 anni.

Tra i temi trattati nelle altre categorie figurano la guerra in Sudan, gli incendi devastanti a Los Angeles e in Spagna, le conseguenze del terrorismo con l’attacco a Bondi Beach e la resistenza della comunità palestinese a Gaza.

Tra i progetti a lungo termine e le storie premiate c’è il lavoro del messicano César Rodríguez sulla crisi climatica e la grave scarsità idrica che sta trasformando il Messico. William Keo ha raccontato le tensioni e le identità nelle banlieue francesi, Diego Ibarra Sánchez ha documentato l’impatto del conflitto sulle scuole e sui bambini tra Pakistan, Libano e Ucraina. La svedese Sanna Sjöswärd ha affrontato, nella categoria Singole / Europa, il delicato tema dell’anoressia grave attraverso la storia di un’ex ballerina, mentre il cinese Wu Fang ha seguito per 15 anni le vicende di una madre diventata genitore a 60 anni tramite fecondazione assistita dopo aver perso l’unico figlio.

Tra i vincitori c’è anche la fotografa italiana Chantal Pinzi, unica rappresentante del nostro paese tra i premiati. Il suo progetto “Farīsāt: Gunpowder’s Daughters” racconta le donne che in Marocco sfidano una tradizione equestre storicamente maschile, rivendicando il proprio spazio all’interno di una pratica culturale profondamente radicata.

Dal 18 Settembre 2026 al 13 Dicembre 2026 – Accademia Albertina delle Belle Arti – Torino

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Dal 25 Settembre 2026 al 8 Dicembre 2026 – Palazzo Ducale – Genova

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MARC RIBOUD. VERSO IL MONDO I ROBERT CAPA. DENTRO LA STORIA

Robert Capa, Woman and child running for shelter finding after an air-raid siren, Bilbao May 1937. Collection International Center of Photography, New York
© ICP/Magnum Photos | Robert Capa, Woman and child running for shelter finding after an air-raid siren, Bilbao May 1937. Collection International Center of Photography, New York

Sguardi sul Novecento si intrecciano negli scatti di due protagonisti indiscussi della fotografia del XX secolo: Marc Riboud e Robert Capa. Gli scatti più significativi dei due fotogiornalisti di Magnum Photos saranno al centro del nuovo doppio progetto espositivo che Fondazione Artea realizza in collaborazione con i Comuni di Caraglio e Saluzzo, articolato in due mostre inedite al Filatoio di Caraglio e alla Castiglia di Saluzzo, due luoghi simbolo del patrimonio architettonico cuneese e piemontese.

Dal 22 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 il Filatoio di Caraglio ospiterà la mostra Marc Riboud. Verso il mondo, mentre dal 23 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 la Castiglia di Saluzzo presenterà il percorso Robert Capa. Dentro la storia. Il progetto mette in relazione due grandi protagonisti della fotografia e due luoghi fortemente identitari del territorio, proseguendo il percorso di valorizzazione del patrimonio culturale della provincia di Cuneo attraverso i linguaggi della contemporaneità.
Concepite per dialogare tra loro, le due esposizioni offrono espressioni diverse del Novecento, un secolo attraversato dalla continua tensione fra caos e ordine, conflitto e ricostruzione, grandi avvenimenti storici e vita quotidiana. Due modi diversi di stare di fronte alla realtà e di raccontarne le trasformazioni: Riboud attraverso il viaggio, l’osservazione delle persone, dei gesti, del lavoro e delle società incontrate nel corso di oltre cinquant’anni di attività, Capa con la prossimità all’evento e alla storia nel suo accadere.

La mostra Marc Riboud. Verso il mondo al Filatoio di Caraglio, antico setificio seicentesco e oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, riunisce 180 fotografie ed èrealizzata in collaborazione con il Musée Guimet di Parigi, dalle cui collezioni provengono tutte le fotografie e i documenti esposti. È curata da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud, sotto la supervisione di Catherine Riboud Chaine, moglie del fotografo.La mostra ha inoltre il patrocinio del Consolato Generale di Francia a Milano e costituisce la prima grande retrospettiva in Italia dedicata all’opera di Marc Riboud dalla scomparsa del fotografo, avvenuta dieci anni fa.
L’esposizione è concepita secondo un duplice criterio cronologico e geografico per ripercorrere le principali tappe della carriera del fotografo, dai primi reportage degli anni Cinquanta fino agli ultimi viaggi, alle soglie del XXI secolo, con la Cina a occupare un posto di primo piano.

Per oltre cinquant’anni Riboud attraversa il mondo lasciandosi guidare dalla curiosità e facendo della pazienza uno strumento essenziale di conoscenza. Il suo sguardo si posa su luoghi, persone e situazioni con partecipazione, senza forzare la realtà, ma attendendo che siano gesti, volti, posture e dettagli a rivelarne la complessità. A questa disposizione all’osservazione si accompagna una particolare attenzione alla composizione dell’immagine: geometrie, linee, contrasti e rapporti tra le figure diventano elementi attraverso cui costruire una fotografia rigorosa e al tempo stesso poetica.

In questo racconto occupa un posto significativo anche il mondo del lavoro, osservato da Riboud nelle sue molteplici forme e nei diversi contesti attraversati nel corso dei suoi viaggi. Un tema che trova una particolare risonanza negli spazi del Filatoio di Caraglio, luogo nato per la produzione della seta e segnato per secoli dalla presenza di uomini e donne, macchine, tecniche e saperi.

Il percorso si completa con documenti di lavoro, tra cui corrispondenza, provini a contatto, stampe di lettura e per i giornali, riviste e materiali audiovisivi che restituiscono il contesto di produzione dei reportage e la voce e il pensiero di Marc Riboud.

La mostra Robert Capa. Dentro la storia, allestita alla Castiglia di Saluzzo
, antica fortezza e residenza marchionale, oggi spazio museale e luogo del contemporaneo, è curata da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York, dalle cui collezioni provengono le 100 fotografie esposte. La mostra documenta il lavoro del grande fotografo non solo in quanto testimonianza storica del Novecento, ma come momento decisivo nella definizione di un nuovo linguaggio del fotogiornalismo. La retrospettiva si articola in sette sezioni e comprende scatti iconici e opere meno note, offrendo una visione ampia e articolata della sua evoluzione professionale e della varietà dei contesti in cui Capa ha operato.

Il progetto assume l’opera di Capa come punto di svolta nella trasformazione del rapporto tra immagine, evento e spettatore: non più una fotografia concepita come osservazione distante, ma una pratica visiva fondata sulla prossimità, sul coinvolgimento diretto e sulla capacità di rendere il pubblico partecipe della scena rappresentata. In questa prospettiva, il lavoro di Capa appare centrale non soltanto per la storia della fotografia di guerra, ma più in generale per l’evoluzione della cultura visiva contemporanea.

Fondato nel 1974 da Cornell Capa, l’International Center of Photography nasce con l’obiettivo di preservare e promuovere l’eredità della “concerned photography”, una fotografia attenta alle questioni sociali e politiche e alla capacità delle immagini di contribuire alla conoscenza e alla comprensione del mondo.

Il dialogo tra le due mostre mette a confronto due differenti modi di attraversare e raccontare il Novecento. Marc Riboud tende a osservare ciò che precede, accompagna o segue questi momenti di rottura, soffermandosi sulle persone, sul lavoro, sulle forme di organizzazione della società e sulla quotidianità; Robert Capa, invece, si colloca spesso nel punto di massima intensità dell’evento, quando la storia irrompe nella vita degli individui. Ne emergono due sguardi differenti su un secolo continuamente attraversato dalla tensione fra caos e ordine. Il confronto risulta particolarmente evidente nei nuclei dedicati a paesi come la Cina e il Giappone, dove le due mostre presentano fotografie realizzate dagli autori negli stessi contesti geografici, ma in momenti differenti. Questo accostamento consente così di osservare, attraverso due prospettive autonome, situazioni e fasi diverse della storia del Novecento.

Marc Riboud. Verso il mondoal Filatoio di Caraglio è un progetto della Fondazione Artea, realizzato in collaborazione con il Comune di Caraglio, curato da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud.

Robert Capa. Dentro la storia alla Castiglia di Saluzzo è un progetto del Comune di Saluzzo e Fondazione Artea, curato da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York.

Marc Riboud. Verso il mondo
Caraglio (CN), Il Filatoio (via Matteotti 40)
22 ottobre 2026– 29 marzo 2027

Robert Capa. Dentro la storia
Saluzzo (CN), La Castiglia (piazza Castello, 1)
23 ottobre 2026– 29 marzo 2027

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Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968

<span>Federico Garolla, Silvana Mangano, Roma, 1959</span>
© Archivio Federico Garolla | Federico Garolla, Silvana Mangano, Roma, 1959

Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta, dal 19 novembre 2026 al 4 aprile 2027, la mostra Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968, a cura di Isabella Garolla e Uliano Lucas, dedicata a uno dei fotografi più rilevanti della storia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.

L’esposizione, realizzata in collaborazione con Suazes, riunisce un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate in Italia da Federico Garolla (Napoli, 1925 – Milano, 2012) nei vent’anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Attraverso il suo sguardo, prende forma il racconto di un Paese che, dopo la devastazione del conflitto, ritrova gradualmente fiducia e slancio, ponendo le basi di quello che sarebbe stato in seguito definito il “Miracolo italiano”. Un percorso in cui emerge la volontà di un popolo di ricostruire non solo città e infrastrutture, ma soprattutto la propria identità e il proprio futuro. Garolla immortala una nazione in bilico tra tradizione e modernità, documentando la ripartenza del nostro Paese tanto nella sua dimensione quotidiana – come si vede negli scatti in cui ritrae la vita della gente comune – quanto prestando attenzione al mondo della cultura e dello spettacolo. Dal suo lavoro scaturisce una riflessione sulla società, sull’umanità, sui cambiamenti e le contraddizioni del suo tempo.

Giornalista e fotogiornalista, dagli anni Quaranta Garolla realizza centinaia di reportage per prestigiose testate italiane e straniere. Il suo obiettivo ci restituisce paesaggi, volti di gente comune, ma anche personaggi famosi: pittori quali Renato Guttuso e Massimo Campigli, scrittori come Elsa Morante e Giuseppe Ungaretti, ma anche stilisti, musicisti, attori e attrici di cinema e teatro, con un occhio sempre discreto e sempre attento anche alle tematiche sociali.

Ad accompagnare l’esposizione, un ricco programma di iniziative collaterali, tra cui incontri di approfondimento sui temi dell’esposizione e sulla fotografia, oltre a visite guidate.

Dal 19 Novembre 2026 al 4 Aprile 2027 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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62° Wildlife Photographer of The Year

© Audun Rikardsen
© Audun Rikardsen

La mostra di fama mondiale Wildlife Photographer of the Year, giunta alla 62ª edizione e in prestito dal Natural History Museum di Londra, sarà a Milano, organizzata dall’Associazione Culturale Radicediunopercento, nella prestigiosa sede del Museo della Permanente, dal 20 novembre 2026 al 7 febbraio 2027, presentando 100 fotografie naturalistiche eccezionali, premiate quest’anno al concorso. 

Le immagini sono state selezionate tra il primato di oltre 65.000 candidature provenienti da 121 paesi e territori, e sono state valutate in forma anonima da una giuria internazionale di esperti del settore, in base a creatività, originalità ed eccellenza tecnica.

In attesa della proclamazione dei vincitori assoluti, del Grand Title e Young Grand Title, e di categoria che saranno annunciati il 13 ottobre 2026 – durante la cerimonia londinese presentata dai conduttori di programmi naturalistici Chris Packham e Megan McCubbin – sono state svelate in anteprima alcune delle meravigliose immagini in esposizione che hanno ricevuto la Menzione d’onore.

Tra queste figurano quella di un curioso orso polare che guarda attraverso il foro per respirare di una foca, nel ghiaccio marino artico, scattata da Audun Rikardsen, e quella di Ernest Porter che ritrae un beccabue mentre si pulisce il becco contro la pelle di un rinoceronte, nella morbida luce del pomeriggio. E ancora, quella del giovane Jack Crockford con una rondine in controluce sotto un aereo in arrivo all’aeroporto di Heathrow a Londra, e quella di Allegra Hutton che mostra un giovane leopardo mentre insegue uno scoiattolo su un albero, nel delta dell’Okavango in Botswana.

La mostra mette in luce visioni potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali nascosti, specie spettacolari e la straordinaria biodiversità del mondo naturale. Sfruttando l’innata capacità emotiva della fotografia di coinvolgere e ispirare il pubblico, gli scatti raccontano storie e ritraggono specie provenienti da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di impegno per la salvaguardia del pianeta.

Nato nel 1965, il Wildlife Photographer of the Year è l’evento fotografico più prestigioso del suo genere e, a testimonianza del suo fascino intramontabile, anche quest’anno le immagini vincitrici faranno un tour internazionale e potranno essere viste da oltre un milione di persone.
Le iscrizioni alla 63ª edizione del concorso Wildlife Photographer of the Year si apriranno lunedì 19 ottobre e si chiuderanno giovedì 3 dicembre 2026.

Dal 20 Novembre 2026 al 7 Febbraio 2027 – Museo della Permanente – Milano

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Women for Women Against Violence

Women for Women Against Violence, Fabbrica del Vapore, Milano
Women for Women Against Violence, Fabbrica del Vapore, Milano

La mostra fotografica “Women for Women Against Violence”, progetto di forte impatto sociale, è approdata nello Spazio Cisterne della Fabbrica del vapore di a Milano e resterà in esposizione fino al 30 agosto 2026. L’esposizione utilizza il linguaggio universale della fotografia per accendere i riflettori su due delle principali fragilità del mondo femminile: la violenza di genere e il tumore al seno. 21 ritratti fotografici di grande formato raccontano storie vere di donne che hanno scelto di trasformare la propria esperienza personale in un messaggio pubblico di consapevolezza, responsabilità civile e rinascita. Accanto a loro, testimonial,premiati con il Camomilla Award, riconoscimento della kermesse, per l’impegno nella sensibilizzazione sulle tematiche, contribuiscono ad amplificare la forza del messaggio. Il progetto, frutto di un complesso lavorodell’Associazione Consorzio Umanitas,dall’ideazione al coinvolgimento di oltre 40 protagonisti delle storie, alla definizione delle coppie e dell’impianto narrativo, fino alsostenimento di tutti i costi produttivi,prende origine dal vissuto personale di Donatella Gimigliano, giornalista e Presidente della non profit, da anni impegnata contro la violenza sulle donne e che ha affrontato in prima persona l’esperienza del tumore al seno. Ogni opera è accompagnata da un QR code che consente ai visitatori di ascoltare direttamente la voce delle protagoniste, creando un dialogo intimo e diretto tra chi guarda e chi racconta. Gli scatti sono di Tiziana Luxardo, erede della famosa dinastia.

La scelta della Fabbrica del Vapore, nel cuore pulsante di Milano, città simbolo di innovazione, creatività e visione contemporanea, significa collocare questo progetto all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della scena culturale milanese, amplificandone il messaggio verso un pubblico eterogeneo e giovane. Women for Women against Violence supera il tradizionale concetto di esposizione fotografica e si presenta come un percorso culturale multidisciplinare, uno spazio di incontro tra linguaggi diversi nel quale fotografia, design e creatività dialogano tra loro per offrire al pubblico una riflessione più ampia e coinvolgente sui temi della violenza di genere, della malattia oncologica e della rinascita. Accanto ai ventuno ritratti fotografici, l’associazione ospita, infatti, anche due importanti percorsi espositivi speciali. Il primo è “We Say Stop. 90 manifesti per contrastare la violenza contro le donne”, progetto del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, curato dalle professoresse Valeria Bucchetti e Francesca Casnati. Un percorso composto da novanta manifesti realizzati dagli studenti e sviluppati nell’ambito della ricerca universitaria, che raccontano come il design della comunicazione possa diventare un efficace strumento di prevenzione, sensibilizzazione e cambiamento culturale, dando voce alle molteplici forme della violenza di genere.  Il secondo è “Trame di speranza, intrecci di vita”, dedicato alle creazioni in crochetdi Antonietta Tuccillo, in cura per un tumore ovarico in fase cronica e che ha trasformato un’antica tecnica artigianale in un percorso di rinascita personale e creativa. Le sue opere raccontano come la fragilità possa diventare forza, restituendo valore al tempo, alla manualità e alla capacità di ricominciare. Per la prima volta fotografia, design della comunicazione e arte tessile si incontrano in un unico percorso espositivo, dimostrando come linguaggi diversi possano concorrere a costruire una nuova cultura del rispetto, della prevenzione e della rinascita.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Fabbrica di Vapore – Comune di Milano, gode dell’alto Patrocinio del Parlamento Europeo, e del patrocinio del Senato della Repubblica, Polizia di Stato, Camera di Commercio di Milano, Lodi e Brianza, LILT (Lega Italiana Lotta contro i Tumori), Politecnico di Milano, e Fondazione Italia Giappone, con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, e della media partnership della RAI,Askanews e Milano World. Durante l’evento inaugurale della mostra, condotto da Ilaria Capponi e Ludmilla Voronkina Bozzetti, sono stati consegnati i “Women for Women against Violence – Milano Camomilla Awards” (limited edition), premio realizzato dal Maestro Michele Affidato, a Simona Ventura, Nina Zilli, Massimo Ciampa (Segretario Generale Mediafriends – Mediaset, in rappresentanza di Fedele Confalonieri), e agli agenti delleVolanti della Questura di Milano, Il Vice Ispettore Leonardo Borghetto, l’Assistente Danilo Migiani, l’agente Gabriella Santonastaso, protagonisti del salvataggio di una donna vittima di violenza di 24 anni che ha chiesto aiuto con il signal for help, che sono stati premiati dal Questore Vicario Michele Pontoriero, e a Mary Franzese, Vicepresidente di Women&Tech e owner di Neuroguard. Un momento di grande emozione è stato il defilè di tutti i protagonisti della mostra, Benedetta Rinaldi (giornalista, conduttrice, membro comitato femminile LILT), Fanny Cristina Campion (paziente oncologica metastatica), Filomena Lamberti (prima donna sfregiata con acido solforico in Italia), Nicolò Maja con i nonni Ines e Giulio Pivetta  (orfano del femminicidio, strage Samarate),  PINKY (Parvinder Aoulakh), data alle fiamme davanti a due figli minori, Antonietta Tuccillo (in cura per un tumore ovarico cronico, stilista del crochet), Maria Antonietta Rositani (sopravvissuta a un femminicidio a Reggio Calabria).  Tra gli ospiti anche Alessio Boni, tra i testimonial della Mostra. Special GuestAntonio Maggio, con “La faccia e il cuore” brano dedicato alla storia di Jessica Notaro scritto con Ermal Meta, JOIA B, che con “Un tempo per volare” racconta la sua esperienza con il tumore al seno, e il soprano internazionale spiritual Angela Loy Williams.

Dal 2 Luglio 2026 al 30 Agosto 2029 – Fabbrica del Vapore – Milano

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Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro

Mimmo Dabbrescia, Mina, Mostra internazionale di musica leggera (Venezia), 1968. Vintage, stampa ai sali d'argento, 30x20 cm.
Mimmo Dabbrescia, Mina, Mostra internazionale di musica leggera (Venezia), 1968. Vintage, stampa ai sali d’argento, 30×20 cm.

Dal 27 novembre 2026 al 17 febbraio 2027, la galleria AreaB di Milano presenta la mostra “Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro”, a cura di Giovanna Calvenzi.
L’esposizione riunisce circa sessanta fotografie, tra cui alcune inedite, in un percorso che attraversa decenni di sguardi, relazioni e attimi condivisi, restituendo una geografia di incontri con alcune delle figure più iconiche della cultura del Novecento: dagli artisti Salvador Dalí, Giorgio de Chirico, Michelangelo Pistoletto e Renato Guttuso ai grandi protagonisti della musica e dello spettacolo, da Mina a Lucio Battisti, Fabrizio De André, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Massimo Ranieri, Raffaella Carrà e Mike Bongiorno, fino ai volti del cinema come Claudia Cardinale, Federico Fellini, Clint Eastwood e Henry Fonda. Il titolo allude alla dimensione sospesa e rivelatrice dell’incontro, fulcro della ricerca di Dabbrescia, che nelle sue immagini trasforma la fotografia in un luogo di prossimità e ascolto.

La pratica di Dabbrescia (Barletta, 8 gennaio 1938) nasce nel fotogiornalismo degli anni Cinquanta, quando, appena ventenne, diventa il più giovane fotoreporter del Corriere della Sera. Per il giornale, ma anche per La Domenica del Corriere e per il nascente settimanale Amica, viaggia in diversi Paesi e realizza numerosi reportage, iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Nell’ottobre del 1963 apre una propria agenzia fotogiornalistica, continuando a collaborare con le principali testate italiane iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Entra nel mondo della musica, diventando un collaboratore fisso di Sorrisi e Canzoni, il più importante settimanale del settore. È in breve il fotografo di riferimento di molte case discografiche e, alla fine degli anni Sessanta, si avvicina al mondo dell’arte.

La mostra ripercorre questa lunga e straordinaria carriera attraverso ritratti e reportage che testimoniano un modo di fotografare fondato sulla capacità di riconoscere l’attimo e di andare oltre l’immagine pubblica dei protagonisti, cercandone il lato più intimo, quotidiano e meno conosciuto. Musicisti, attori, scrittori e pittori sono colti in momenti privati e di naturalezza, spesso nel loro ambiente o durante il processo creativo. È proprio nella dimensione dell’incontro che Dabbrescia trova la chiave per restituire una presenza autentica, lontana dalla posa e dall’immagine ufficiale.
Un mosaico di volti e situazioni che restituisce così la capacità del fotografo di cogliere la verità dei suoi soggetti, sempre osservati con uno sguardo partecipe e discreto, capace di trasformare il ritratto in una forma di relazione.

Accompagna la mostra un catalogo edito da VanillaEdizioni, con un racconto della sceneggiatrice e regista Marina Spada.

Dal 26 Novembre 2026 al 17 Febbraio 2027 – galleria AreaB – Milano

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Paolo Ventura. L’artista come funambolo

Mostra fotografica di uno dei due artisti vincitori del premio La Nuova Scelta Italiana – edizione 2026 – istituito per individuare ogni anno due fotografi affermati che BDC – Bonanni Del Rio Catalog ritiene possano essere o diventare gli eredi dei grandi Maestri della fotografia italiana. Il premio, che si avvale di una prestigiosa advisory board di esperti, è stato quest’anno assegnato a Paolo Ventura e Raffaela Mariniello.

Dal 3 ottobre al 20 dicembre 2026 – BDC – Borgo delle Colonne 28 – Parma

Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare

Gianni Berengo Gardin, Veduta della nuova ico fabbrica Olivetti ivrea. Progetto di Luigi Figini e Gino Pollini, 1957 ca.
© Gianni Berengo Gardin | Gianni Berengo Gardin, Veduta della nuova ico fabbrica Olivetti ivrea. Progetto di Luigi Figini e Gino Pollini, 1957 ca.

Il Mart dedica una grande mostra a uno tra i maggiori protagonisti della fotografia italiana, Gianni Berengo Gardin (1930-2025) indagando uno degli aspetti centrali della sua poetica: la vocazione architettonica.

Il progetto insiste infatti sullo sguardo da “urbanista” con cui Berengo Gardin ha osservato il mondo, cogliendo la disposizione geometrica dei luoghi, i volumi dei paesaggi, i giochi di pieni di vuoti che costituiscono gli spazi del vivere quotidiano, l’osmosi tra paesaggio esterno e intimo. Da un lato le costruzioni volumetriche del paesaggio e delle strutture che lo costituiscono; dall’altro il “fattore umano”, le persone che quello stesso ambiente abitano, conoscono, percorrono. I mondi da abitare, sono quindi visioni urbanistiche precise, e insieme poetiche e sognanti, degli spazi costruiti, che accolgono e, nel contempo, vengono vissuti.

Attraverso 120 immagini, provenienti dall’Archivio del fotografo, la mostra si concentra con particolare attenzione tanto sul metodo compositivo, quanto sul lungo e appassionato lavoro di documentazione svolto nei cantieri dei progetti realizzati dai grandi architetti che Gardin frequentò a lungo. Completano l’esposizione preziosi documenti, provenienti ancora dall’Archivio, e le testimonianze degli architetti con cui Gardin lavorò lungamente.

Dal 24 Ottobre 2026 al 14 Febbraio 2027 – Mart Rovereto

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Marilyn Monroe – Fragments

Marilyn Monroe posing for a cover photograph to appear in “Esquire” Magazine, Hollywood, California, USA, 1954. © Philippe Halsman/Magnum Photos

A Parma una mostra dedicata alla grande icona del Novecento nel centenario della sua nascita

Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, lo spazio espositivo di Palazzo Pigorini del Comune di Parma ospita un progetto dedicato a Marilyn Monroe, tra fotografia, cinema e memoria collettiva.

A cento anni dalla sua nascita, Marilyn Monroe continua a essere una delle figure più iconiche e affascinanti del Novecento. Il suo volto attraversa le generazioni, supera i confini del cinema e si rinnova continuamente nell’immaginario collettivo, confermandosi un’icona capace di resistere al tempo e alle trasformazioni della cultura contemporanea.

La mostra Marilyn Monroe. Fragments, in programma a Parma a Palazzo Pigorini, dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, propone un percorso attraverso celebri fotografie che hanno immortalato la diva americana, restituendone la complessità oltre all’immagine pubblica. Ideata da Suazes srl in collaborazione con il Comune di Parma – Assessorato alla Cultura e Turismo e con il sostegno di Magnum Photos, l’esposizione si arricchisce di materiali video e documenti dedicati alla vita dell’attrice, offrendo al pubblico molteplici prospettive sulla sua personalità e sulla sua storia.

Il progetto si pone in dialogo con la mostra LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre, ospitata presso Palazzo del Governatorato di Parma. Due percorsi differenti, accomunati dalla volontà di indagare la rappresentazione della donna e le molteplici forme attraverso cui un volto, uno sguardo e un’identità diventano immagini destinate a durare nel tempo. Se la pittura ha saputo raccontare la figura femminile attraverso epoche e sensibilità artistiche diverse, la fotografia ha fatto di Marilyn Monroe un soggetto privilegiato, capace di trasformarsi a ogni incontro con l’obiettivo.

In Marilyn Monroe. Fragments, le immagini firmate da grandi protagonisti della fotografia internazionale, tra cui Inge Morath, Philippe Halsman, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Eve Arnold, Dennis Stock, Erich Hartmann, Ernst Haas, Henri Cartier-Bresson e Cornell Capa, compongono un racconto fatto di frammenti, momenti e interpretazioni. Ogni fotografo restituisce una Marilyn diversa, rivelando come la sua immagine non sia mai stata soltanto il risultato di una costruzione esterna, ma anche il frutto di una consapevole capacità di interpretarsi, reinventarsi e partecipare alla creazione del proprio mito.

Come ricordò Lee Strasberg nel suo elogio funebre, Marilyn Monroe «Già in vita creò il mito di ciò che una ragazza povera, proveniente da un contesto disagiato, poteva raggiungere. Per il mondo intero divenne il simbolo dell’eterna femminilità».

Dietro questo simbolo, tuttavia, si celava una donna molto più complessa dell’immagine che Hollywood aveva costruito intorno a lei. Marilyn mal sopportava lo stereotipo della bionda svampita che gli studios le avevano assegnato e lottò per ottenere ruoli più significativi, lavorando con registi che stimava e cercando un riconoscimento autentico delle proprie capacità interpretative. La sua ambizione era quella di essere considerata un’artista, non soltanto un volto seducente. Come dichiarò: “Il cinema deve essere una forma d’arte, non una catena di montaggio”.

La fotografia rappresentò per lei uno spazio privilegiato di espressione. Come scrisse la fotografa dell’agenzia Magnum Photos Eve Arnold, che la ritrasse in numerose occasioni, Marilyn sapeva di essere «una fantastica creatrice di fotografie»: “davanti all’obiettivo poteva liberare la propria immaginazione, cambiare personaggio e dare vita a una nuova versione di sé. I fotografi diventavano suoi collaboratori, ma era lei a stabilire il ritmo e l’orientamento di ogni seduta. La sua grandezza risiedeva proprio nella capacità di trasformare ciò che aveva a disposizione in un personaggio riconoscibile e universalmente amato”.

Nelle parole della stessa Arnold emerge anche una riflessione più intima sul rapporto tra immagine ed esistenza: “Se è vero, come è stato detto, che Marilyn passò tutta la vita alla ricerca di sé stessa, allora si può anche dire che forse Marilyn, creatura di mito e illusione, si ritrovò non nelle effimere immagini cinematografiche, ma nelle fotografie, che sembrarono riuscire a fornirle prova tangibile della propria esistenza”.

È in questa tensione tra persona e personaggio, autenticità e rappresentazione, che si colloca il senso più profondo della mostra. Marilyn Monroe seppe fare della propria immagine uno strumento espressivo, trasformando il candore e la sensualità del personaggio cinematografico in una forma di consapevolezza e, talvolta, in un’arma contro gli stessi stereotipi che l’avevano resa celebre.

La sua influenza si estese ben oltre il cinema, entrando nella storia dell’arte e diventando uno dei simboli più potenti della cultura visiva contemporanea. Emblematica, in questo senso, è la rappresentazione che Andy Warhol dedicò al suo volto, trasformandolo in un’immagine seriale e interrogando il rapporto tra celebrità, riproducibilità e società dei consumi.

Ancora oggi Marilyn continua ad affascinare il pubblico. La sua immagine sopravvive, si moltiplica e viene continuamente reinterpretata, fino a diventare essa stessa un bene di consumo, un marchio riconoscibile e un’industria globale. Ma dietro la diffusione incessante del suo volto resta la domanda che accompagna ogni grande icona: quanto conosciamo davvero la persona che si nasconde dietro l’immagine?

Marilyn Monroe. Fragments invita a guardare oltre il mito, attraverso fotografie e testimonianze che restituiscono la complessità di una donna capace di influenzare profondamente il nostro modo di vedere la bellezza, la femminilità e la celebrità. Un percorso che, nel centenario della sua nascita, celebra non soltanto una stella senza tempo, ma anche la forza di una personalità che ha saputo trasformare se stessa in una delle immagini più durature della storia del Novecento.

Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027 – Parma, Palazzo Pigorini

Godiamoci la fotografia online!

Ciao a tutti!

Dopo il breve spiraglio di febbraio, siamo di nuovo in lockdown e quindi musei chiusi e niente mostre di fotografia, quanto meno in persona.

Vi segnaliamo quindi alcune iniziative online, sperando siano di vostro interesse per non perdere i contatti con la fotografia, in attesa di poter ricominciare a visitare mostre e musei.

Anna

Stay Apart Together

Questa non è una mostra, ma un’iniziativa del famoso artista Spencer Tunick, che, non potendo riunire le persone per le sue installazioni, ha pensato di farlo in maniera virtuale.

Il progetto, come succede solitamente per i suoi lavori, si compone di volontari che scelgono di posare completamente nudi ed essere immortalati dall’artista. In questo caso però il set degli scatti – la cui scelta solitamente per Tunick è molto significativa – è costituito dalla propria casa, in cui i partecipanti vengono fotografati tramite screenshot dal pc di Tunick.

L’artista si serve infatti di programmi di videochiamate che supportano un massimo di 50 persone per riunire volontari di diversi Paesi, cosa che permette di rappresentare i corpi nella maniera più realistica ed eterogenea possibile. Dopo che questi si sono collegati gli viene chiesto di spogliarsi ed assumere una stessa posa indicatagli dall’artista. Quest’ultimo non compare però nell’inquadratura dello schermo ma si occupa di immortalare l’azione.

Il progetto, attualmente ancora in corso, è attualmente fruibile sul profilo Instagram di Tunick. Questi, oltre a chiedere ai partecipanti di non mostrare il proprio viso coprendolo con mascherine o sciarpe, ha dovuto quindi censurare alcune parti del corpo, per non violare la policy della piattaforma.

Tour virtuale della mostra “Paolo Ventura. Carousel”

Nonostante l’altalenarsi di aperture e chiusure della mostra Paolo Ventura. Carousel – che ha aperto a metà settembre 2020 per chiudere a novembre, riaprire a febbraio 2021 e infine chiudere la scorsa settimana – siete stati oltre 10.000 ad oltrepassare la soglia di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia per scoprire la poesia dei mondi immaginari di Ventura!

Per ringraziare chi è venuto in mostra e chi avrebbe voluto ma non ha potuto farlo, anche a causa degli impedimenti che noi tutti abbiamo sperimentato in questi mesi, eccovi il tour virtuale di Carousel, fruibile da computer e da cellulare!
Questo, con l’augurio di conservare l’esperienza di visita e la bellezza delle opere di Ventura, in attesa di scoprire assieme le prossime mostre in programma dedicate a Lisette Model e Horst P. Horst.

TOUR VIRTUALI DEI MUSEI CIVICI DI ROMA CAPITALE

Sono online i nuovi Tour Virtuali dei musei civici di Roma Capitale, viaggi virtuali per scoprire e vivere la bellezza del patrimonio museale attraverso un’esperienza digital che supera i limiti spaziali, da pc e smartphone. Dotati di nuove potenzialità tecnologiche, nuovi contenuti multimediali e più accessibili nella fruizione, sono stati aggiornati e ampliati rispetto alla versione precedente, secondo un progetto promosso da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, prodotto da Zètema Progetto Cultura con la direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzato da Skylab Studios.
 
In questo periodo segnato dalla pandemia globale i Tour Virtuali costituiscono una risorsa preziosa per consentire la fruizione museale a distanza. Ma al di là del momento storico offrono l’occasione, unica nel suo genere, di una visita a distanza inedita e altamente immersiva del patrimonio museale.
Con oltre 300 sale e migliaia di opere, sono 8 i musei civici che offrono gratuitamente un percorso virtuale a tutto schermo e arricchito da immagini, video, audio e testi informativi.
 

 Tour Virtuali sono disponibili ai seguenti indirizzi web:
 
Musei Capitolini https://tourvirtuale.museicapitolini.org
 
Museo dell’Ara Pacis https://tourvirtuale.arapacis.it
 
Museo Napoleonico https://tourvirtuale.museonapoleonico.it
 
Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali https://tourvirtuale.mercatiditraiano.it
 
Casino Nobile di Villa Torlonia https://tourvirtuale.museivillatorlonia.it

Centrale Montemartini https://tourvirtuale.centralemontemartini.org
 
Museo delle Mura https://tourvirtuale.museodellemuraroma.it/
 
Museo di Roma https://tourvirtuale.museodiroma.it

Intervista al fotografo Larry Fink, allievo di Lisette Model

In attesa di poter riaprire le porte di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia per svelare al pubblico le nuove fotografie delle mostre Lisette Model. Street Life e Horst P. Horst. Style and Glamour, si apre il ciclo di approfondimenti, in versione online, de “I Giovedì in CAMERA” per avvicinare il pubblico allo sguardo e allo stile dei due importanti fotografi del Novecento Lisette Model e Horst P. Horst, protagonisti nei prossimi mesi delle sale di via delle Rosine 18 a Torino.

Si inizia giovedì 8 aprile alle ore 19.00, su tutti i canali di CAMERA, con l’intervista di Monica Poggi, curatrice della mostra su Lisette Model, al grande fotografo americano Larry Fink – già ospite a CAMERA nel 2019 con la mostra antologica Unbridled Curiosity – che, nel 1958, ha iniziato a seguire i corsi tenuti privatamente dall’artista, affiancandoli all’insegnamento presso la New School of Social Research di New York. È questo incontro, che si trasformerà presto in un legame, a cambiare completamente il suo modo di guardare, portandolo a sviluppare il particolare stile per cui è conosciuto.  Attraverso le proprie immagini, Larry Fink elabora con il filtro della propria sensibilità gli insegnamenti di Model che sollecitava i suoi allievi a ‘fotografare con le viscere’ e a concentrarsi solo su soggetti da cui si sentissero realmente attratti. Nelle immagini di Fink l’empatia verso chi viene fotografato emerge chiaramente, tanto che chi le guarda ha l’impressione di essere coinvolto all’interno della scena ritratta. ­La fotografia è per lui un gesto di generosità, un incontro con l’altro, come racconta fra una suonata di armonica e uno scherzo con i propri pupazzi durante l’intervista.

L’intervista sarà diffusa gratuitamente e in contemporanea sui tutti i canali di CAMERA: Facebook, Instagram, Vimeo, sito web.

MUDEC PODCAST – Il nuovo modo di “guardare” l’arte.

L’arte si guarda, qualche volta si tocca, da oggi si ascolta.

Il nuovo canale Podcast del Mudec ospita serie originali, che raccontano appassionanti prospettive sull’arte, la fotografia, l’etnografia e le nuove idee del mondo artistico contemporaneo!

Nell’anno appena trascorso il Mudec, impossibilitato ad aprire le proprie porte fisicamente al pubblico, ha sentito la necessità di raccontarsi alla propria community in modo diverso e spesso non convenzionale. Lo ha fatto offrendo ai visitatori la possibilità di fruire di contenuti inediti emozionandosi a distanza.

È con questo spirito di innovazione che, con la nuova serie dei podcast, il museo vuole offrire la possibilità questa volta di guardare l’arte ad occhi chiusi, stimolando il più possibile l’immaginazione.

L’obiettivo sfidante del museo è quello di creare relazioni sempre più forti con il pubblico affezionato che già conosce il Museo per le sue innumerevoli attività di taglio più “tradizionale”, appassionando però l’utente questa volta a un nuovo tipo di fruizione artistica.

Mudec Podcast è disponibile su tutte le principali piattaforme podcast.

Qua tutte le informazioni

All’interno di qs iniziativa Mudec presenta una serie di dialoghi sulle donne in fotografia., 10×10

Personalità molto diverse tra loro, ma scelte perché tutte presentano un tratto distintivo comune: sono state artiste pioniere che si sono imposte con il loro obiettivo fotografico in un mondo e in un tempo in cui l’accesso per le donne era osteggiato, se non addirittura proibito, ma che con la loro arte e ‘militanza’ hanno aperto la strada a intere generazioni di fotografe.

Dorothea Lange, Cindy Sherman, Gerda Taro, Eve Arnold, Marirosa Toscani Ballo, Imogen Cunningham, Inge Morath, Lisetta Carmi, Margaret Bourke-White e infine Tina Modotti.

In ogni puntata il curatore entrerà in dialogo con alcuni testimonial d’eccezione del mondo dell’arte, della fotografia, del design, del giornalismo: Settimio Benedusi, Angela Vettese, Giampaolo Musumeci, Pier Paolo Pitacco, Fabio Ciriffino, Denis Curti, Tarin, Gianni Berengo Gardin e Alice Pasquini.

Un viaggio dunque tutto al femminile in occasione del palinsesto promosso dal Comune di Milano “I talenti delle donne”, che si concluderà ad aprile 2021.

300 documentari da vedere onine

È online Audiovisiva, la nuova piattaforma streaming on demand che riunisce e rende disponibile una selezione dei migliori documentari sui protagonisti della cultura italiana del XX e XXI secolo. 

Audiovisiva è la prima piattaforma digitale che riunisce e rende disponibili in streaming i migliori documentari sui protagonisti della cultura italiana.

Cuore della nostra ricerca sono le storie di designer, architetti, artisti, compositori, registi, scrittori, musicisti, stilisti, fotografi.

La digital library curata contiene oltre 300 documentari: una mappa inedita per immergersi nella cultura italiana attraverso le sue figure chiave ed esplorarne connessioni inaspettate. Ad ogni protagonista corrisponde una selezione di film, consultabili anche per categoria.

La nostra sfida è rendere accessibili tutti i documentari e portarli ovunque nel mondo, a casa, in aula, nei musei – sia dando maggiore visibilità a quelli già pubblicati online, sia rendendo disponibili tutti quelli che attualmente non lo sono o dei quali si è persa traccia. 

Qua trovate tutti i documentari di fotografia disponibili: https://www.audiovisiva.org/it/documentaries/photography

Mostra Fotografica Virtuale APULIA PIETAS

 l’Associazione Culturale Settimana Santa Canosa, nelle dinamiche ed alle tradizioni della nostra cittadina, vuole celebrare i riti della “settimana Santa” con una mostra fotografica virtuale con titolo “Apulia Pietas” dedicata a Riti della Settimana Santa in Puglia, per raccontare nelle foto tra le più belle e commoventi, che in quest’anno mancando le tradizionali processioni e riti nella nostra città e in tutto il territorio di Puglia, sarà in modo virtuale, ma più vicino a tutti. La Mostra Fotografica sarà visibile da Venerdì 26 Marzo alla Domenica 11 Aprile 2021, al link: https://www.facebook.com/media/set/?vanity=www.settimanasantacanosa.it&set=a.10159611182489258 , nella prima mostra fotografica virtuale che raccoglie tanti fotografi amatori, nelle tante foto pervenute.

Nella collaborazione dei Fotoamatori Puglia, e nell’apporto di fotografi amatoriali che hanno colto il profondo legame che la gente ha con le processioni del periodo pasquale, anche nella nostra città, dove ogni anno nella consueta processione della Desolata nel Sabato Santo, vi è la presenza di fotografi amatori e professionisti che immortalano tra il bianco nero e colori nelle loro fotografie. Le tradizionali processioni della Settimana Santa a Canosa di Puglia e in Puglia, che possono essere realizzate con una fotografia libera, senza pass e senza restrizioni, per fotografare in libertà la bellezza delle strade e rioni di Puglia e della nostra città.

Nelle tante fotografie presentate in questa mostra fotografica virtuale, ci sono tanti volti di uomini incappucciati, siamo stati incuriositi poi dalle persone che vi erano sotto quei cappucci, molti vi hanno partecipato, ma nessuno, davvero nessuno, può aver ignorato quella sensazione così intima e profondo che il passaggio della processione suscitava, anche in questo tempo di pandemia che mancano a tutti noi i cortei processionali che si snodano nelle tante piazze e vie pugliesi.

Questo legame della mostra fotografica virtuale vuole celebrare e raccontare, con delle foto che ne ripercorrono i momenti più suggestivi, facendoli conoscere anche a chi non può vivere in prima persona quei riti come “Apulia Pietas” che sono suggestioni e riti della Settimana Santa in Puglia , è specialmente nella nostra città di Canosa di Puglia, il Sabato Santo per tutti noi è una delle più belle processioni della Settimana Santa di Puglia, che viene visitata da molti amatori e professionisti della fotografia, che fanno nella nostra città capitale mondiale nel tradizionale Inno della Desolata, molto sentito nel tempo di Pasqua.

Mostre di fotografia da non perdere a Settembre

Buongiorno, eccomi a consigliarvi le mostre da non perdere a Settembre, buona giornata, Anna

Paolo Ventura. Carousel

Dal 17 settembre all’8 dicembre CAMERA ospita Carousel, un percorso all’interno dell’eclettica carriera di Paolo Ventura (Milano, 1968), uno degli artisti italiani più riconosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Dopo aver lavorato per anni come fotografo di moda, all’inizio degli anni Duemila si trasferisce a New York per dedicarsi alla propria ricerca artistica. Sin dalle sue prime opere unisce una grande capacità manuale a una visione poetica del mondo, costruendo scenografie all’interno delle quali prendono vita brevi storie fiabesche e surreali, immortalate poi dalla macchina fotografica. Con «War Souvenir» (2005), rielaborazione delle atmosfere della Prima Guerra Mondiale attraverso piccoli set teatrali e burattini, ottiene i primi importanti riconoscimenti, come l’inserimento all’interno del documentario della BBC «The Genius of Photography» nel 2007. Dopo dieci anni negli Stati Uniti, rientra in Italia dove realizza alcuni dei suoi progetti più celebri, all’interno dei quali mescola fotografia, pittura, scultura e teatro, come ad esempio nella scenografia di «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo, frutto dell’importante collaborazione con il Teatro Regio di Torino, di cui CAMERA ha esposto alcuni lavori preparatori a gennaio 2017.

In quest’occasione le sale di CAMERA ospitano alcune delle opere più suggestive degli ultimi quindici anni – provenienti da svariate collezioni, oltre che dallo studio dell’artista – in un’assoluta commistione di linguaggi che comprende disegni, modellini, scenografie, maschere di cartapesta e costumi teatrali. Non si tratta, tuttavia, di un percorso lineare né di una retrospettiva, quanto piuttosto di una messa in scena di tutti i temi ricorrenti della sua poetica, fra i quali spiccano quello del doppio e della finzione. In mostra anche due progetti inediti: «Grazia Ricevuta» e il lavoro che Paolo Ventura sta realizzando a seguito di una residenza presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, avviata grazie alla collaborazione fra CAMERA e l’ente ministeriale.

In occasione della mostra sarà pubblicato un volume edito da Silvana Editoriale che ripercorre le tappe salienti della ricerca dell’artista.

Dal 17 settembre all’8 dicembre CAMERA – Torino

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LETIZIA BATTAGLIA. STORIE DI STRADA

Arriva ad Ancona la mostra “Letizia Battaglia. Storie di strada”, in programma alla Mole Vanvitelliana, dal 25/07/2020  al 15/01/2021.

“Storie di strada”, una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che ricostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di  Letizia Battaglia. Promossa dal Comune di Ancona,  Assessorato alla Cultura, l’esposizione, che ha già toccato con successo Milano, propone circa  300 fotografie, molte delle quali inedite.
La mostra continua a completare un percorso espositivo che il Comune di Ancona e Civita hanno voluto dedicare ai grandi maestri della fotografia del Novecento e contemporanea.

“Ancona ospita alla Mole una mostra che era in procinto di arrivare all’inizio del 2020 – spiega l‘assessore alla Cultura e Turismo, Paolo Marasca – . L’Amministrazione ha deciso, con grande spirito di reazione e di consapevolezza, di programmarla comunque al momento della ripresa delle attività, perché è una mostra che parla di vita, di sfide, di relazioni, di tenacia e di un Paese complesso e difficile.

Ma anche perché riprendere da una grande mostra, da un grandissimo evento di portata nazionale e di altissima valenza sociale, è un segnale per tutto il territorio. Non ci sarebbe stata artista più adatta, perché Letizia Battaglia parla ai sentimenti e al cuore, e lo fa consenso critico e grande passione. Devo personalmente ringraziare tutto lo staff del Comune e della Mole che ha contribuito ad un evento così importante, in così poco tempo, e con le difficoltà di questi mesi. Davvero delle persone appassionate e meravigliose.”

L’esposizione

 
“
Storie di strada” attraversa l’intera vita professionale della fotografa siciliana, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull’amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce.
Come ha avuto modo di ricordare la stessa Battaglia, “La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora […]. L’ho vissuta come salvezza e come verità”. “Io sono una persona – afferma ancora – non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa.”.

“Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre – afferma Francesca Alfano Miglietti curatrice della mostra – del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”.

dal 25/07/2020  al 15/01/2021 – Ancona – Mole Vanvitelliana

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UNDER COVID di Gianmarco Maraviglia

Gianmarco Maraviglia


Mostra fotografica di Gianmarco Maraviglia
a cura di Chiara Oggioni Tiepolo

Inaugurazione – 15 settembre 2020, ore 19.00
In esposizione – dal 15 al 24 settembre 2020

E’ come se qualcosa si fosse inceppato e poi rotto. Rotto il tempo, la realtà, le abitudini. Il senso di libertà, la leggerezza, una certa arroganza nel dare per scontata la vita, perfino. Quella vita.
Poi è arrivato il giorno in cui è cambiato tutto. Stroncata la spensieratezza, annullata una gestualità tipicamente italica, spazzato via lo scorrere “normale” delle consuetudini e delle giornate. Ci si è scoperti vulnerabili, l’universo tutto da conquistare si è rimpicciolito fino a entrare all’interno delle pareti domestiche. Polverizzate le certezze, spogliate le impalcature, ci si è stretti alle uniche sicurezze ancora solide.
Si è aspettato, come se fossimo rinchiusi in un bunker, che un’entità altra ci desse nuovamente il via libera. Si è affidata la nostra esistenza prima a un bollettino, poi alle tecnologie. La parola “controllo” ha assunto le tinte rassicuranti di un mantello di protezione.
E infine la riapertura. Evviva. Ecco dunque tutti riversarsi in strada, con la fretta l’urgenza di riappropriarsi del tempo che fu, la necessità quasi fisica di convincersi che fosse tutto finito, passato, pronto a essere dimenticato.
Eppure. Abbiamo fatto finta che non fosse successo niente, volevamo che non fosse successo niente. Ma qualcosa continua a non funzionare. Ed è solo adesso, probabilmente, ora che le emozioni si depositano e sedimentano, che abbiamo il coraggio e la lucidità di comprendere quanto davvero quella frattura del normale si sia fissata dentro di noi in maniera irreversibile.
Gianmarco Maraviglia ha voluto raccontare il “suo” covid, in una narrazione a metà fra il racconto intimo e l’indagine fotogiornalistica, pur evitando la dimensione più dettagliata della malattia. Ma anche lui si è ritrovato di fronte al dilemma del “disallineamento”. Come rappresentare e
sintetizzare dunque visivamente il cambio di piano sequenza del reale che le nostre esistenze hanno subito? Nasce così il glitch, l’errore di sistema. Immagini di “matrixiana” suggestione che lasciano aperto un interrogativo sul nostro futuro prossimo.

Ingresso gratuito contingentato a max 20 persone contemporaneamente
ZONA K è un’associazione culturale con attività riservate ai soci. Per accedere alla mostra occorre inviare la richiesta tesseramento almeno 24 ore prima sul sito http://www.zonak.it, costo tessera € 2,00.

Dal 15 al 24 settembre – MILANO – Zona K

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OLIVO BARBIERI. EARLY WORKS 1980-1984

Dopo i mesi difficili che Bergamo ha vissuto a causa della pandemia, la Fondazione MIA, nel rispetto delle norme e dei protocolli, ha deciso di proporre per l’estate 2020 la mostra fotografica che negli anni è diventata per la città un appuntamento fisso e molto seguito, anche come segno di rinascita e di ripartenza attraverso la cultura. 

L’esposizione presenta per la prima volta insieme 35 fotografie realizzate dal grande autore emiliano agli inizi degli anni Ottanta raffiguranti prevalentemente l’Italia, dai grandi centri urbani alle piccole città, colte nei momenti di vita quotidiana dei suoi abitanti. 

Un’occasione unica per scoprire la serie cult di immagini, quasi interamente inedita, da cui è iniziato il fortunato percorso artistico di Olivo Barbieri, che ha segnato una stagione straordinaria della fotografia italiana. Alcune delle immagini esposte hanno fatto parte di Viaggio in Italia, il progetto ideato nel 1984 da Luigi Ghirri – ancora oggi considerato un manifesto per le nuove generazioni – che, riunendo venti giovani fotografi di allora, ha lavorato alla possibile ridefinizione dell’idea di paesaggio e contemporaneamente a un ripensamento del fatto fotografico.

Viaggio in Italia ha rappresentato una svolta decisiva per la fotografia italiana, e non solo, segnando un profondo mutamento all’interno di questo linguaggio, di cui Barbieri è stato uno dei protagonisti più incisivi. 

Spiega lo stesso autore: «Queste mie immagini raccontano di luoghi fino ad allora poco rappresentati. Sono state esposte in parecchie personali e collettive ma non sono mai state raccolte e pubblicate in modo organico. Sono immagini di poco prima che tutto fosse fotografato e vorticosamente divulgato. Prima del web e dei telefonini».

«La nostra attenzione per i margini, per le periferie, fu anche una reazione esasperata da quell’attenzione istituzionale eccessiva sul centro storico come cliché, come cartolina… Si voleva uscire dal museo, dalla scenografia classica, scavalcare la quinta teatrale.»

Nelle opere in mostra si ritrovano già tutti gli elementi e i temi che nei decenni successivi Barbieri ha continuato a sviluppare con i suoi progetti: l’illuminazione artificiale nella città contemporanea, le vedute dall’alto, gli interni delle abitazioni e dei bar, i segni nel paesaggio.

Una ricerca complessa, che si è sviluppata in un continuo transito di linguaggi, attraversamenti temporali di e con discipline diverse, al fine di stimolare interpretazioni e riflessioni per una lettura aperta del mondo e dell’opera stessa dell’autore.

Scrive Corrado Benigni nel testo del catalogo edito da Silvana Editoriale: «Come il concetto di paesaggio, il lavoro di Barbieri non si lascia interamente ricondurre a direzioni interpretative troppo definite, mantenendo un proprio grado di autonomia, di resistenza. Attraverso la sottile ambiguità delle sue immagini, il maestro emiliano ci insegna come sia necessario guardare moltiplicando i punti di vista dentro e fuori di noi, per vedere in modo più consapevole ciò che è indefinitamente vero».

Arricchisce l’esposizione una serie di fotografie di grandi dimensioni realizzate dall’alto su quattro grandi metropoli, Roma, Napoli, Pechino, appartenenti all’ultimo periodo della produzione di Olivo Barbieri.

Dal 26 giugno al 31 ottobre – Monastero di Astino – Bergamo

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Le mostre di PHEST 2020

Diverse e di grande effetto le location, vecchie e nuove, individuate dagli organizzatori per la V edizione di PhEST – festival internazionale di fotografia e arte a Monopoli in programma dal 7 agosto al 1° novembre. Organizzato dall’associazione culturale PhEST, il festival ha la direzione artistica di Giovanni Troilo e la curatela fotografica di Arianna Rinaldo. Un’edizione che si è immediatamente contraddistinta per la ferma volontà degli organizzatori e degli amministratori locali di rendere la fruizione delle mostre completamente sicura e gratuita per tutti, con la scelta di location tutte all’esterno per questa edizione dedicata alla Terra, nel senso di pianeta, ma anche di mondo contadino e riscoperta del suo valore, per aiutarci a ritrovare l’essenza delle cose e il contatto con la terra per ripartire da essa.
Nella nostra passeggiata virtuale abbiamo deciso di iniziare dalla zona “sud” del centro città dove si trova lo skate park a ridosso del mare con il progetto fotografico di Inka & Niclas, 4K ULTRA HD. Camminando poi verso Cala Porta vecchia si incontra l’isolotto su cui campeggiano le foto di Jan Erik Waider, North Landscapes, dedicate agli iceberg, mentre sul fondo marino è allestita la mostra subacqueaSee the sea you usually don’t see dedicata ai pesci notturni con gli scatti di David Doubilet e Jennifer Hayes e realizzata in collaborazione con National Geographic. Di fronte, l’antica muraglia è stata scelta per stupire i visitatori con la gigantografia del ghiacciaio Antartide- Il continente bianco e i suoi contrasti inaspettati di Igor Gvozdovskyy. Tornando appena indietro, andando verso la città nuova, la parete accanto al Kambusa su Largo Portavecchia è lì che aspetta i visitatori con il murale appena realizzato da Millo dal titolo Beyond the Sea. Sul Belvedere di Porta Vecchia si trovano invece Land(e)scape, progetto realizzato su commissione dell’azienda di abbigliamento di Martina Franca, Hevò, e Ciril Jazbec con il suo The Ice Stupas.
Passeggiando sul lungomare Santa Maria si incontrano invece due mostre-installazioni allestite sul muretto prima e dopo il bastione: Dillon Marsh (Gallery Momo) con il suo Counting the Costs e Solmaz Daryani con The Eyes of the Earth.
Si arriva quindi al Castello Carlo V, unica eccezione in interni sempre ad ingresso gratuito, voluta dal Comune che ne avrà in carico la gestione anche per quanto riguarda i controlli anticovid, dove PhEST ha allestito due mostre fotografiche: La nuda vita di Antoine d’Agata (Magnum Photos) e No agua, no vida di John Trotter,  cui si aggiungono le video installazioni di Endri Dani, Poiein, Simon Norfolk, When I Am Laid in Earth, e Luca Locatelli, 2050. All’interno del Castello si trova anche l’arte di Giorgio di Palma con la sua Eredità. Sui frangiflutti davanti al Castello è allestito invece il lavoro commissariato da Tormaresca a Piero Percoco: Calafuria – The Rainbow is Underestimated.
Andando verso il Porto Vecchio, sul molo Margherita arrivando fino al Faro Rosso ci sono due mostre, Imagined Homeland di Sharbendu De e Mezzogiorno di Marco Zanella, cui si aggiunge The Future of Farming di Luca Locatelli allestita sui new jersey sul  filo del mare. Sulle pareti del Porto Vecchio campeggeranno invece le fotografie di Ground Contol il lavoro di Roselena Ramistella realizzato su commissione di PhEST e dedicato ai contadini e alle contadine pugliesi.
Incamminandosi quindi dal Porto vecchio verso piazza Vittorio Emanuele si trova via Garibaldi con l’allestimento sospeso tra i balconi delle case di Earth calls PhEST con foto courtesy di Google Earth. Arrivati quindi in piazza Vittorio Emanuele si possono ammirare i coloratissimi insetti Micro Beauty in pvc calpestabile in gigantografia di Igor Siwanowicz. Per completare il circuito e non dimenticare nessuna delle 24 mostre allestite a Monopoli ci sono ancora due tappe da fare: piazza Palmieri dove su una struttura poligonale realizzata appositamente per PhEST si trova Ustica di Jacob Balzani Lööv / Premio PHMuseum Grant. In piazzetta S.Maria un grande planisfero metterà in mostra una selezione degli scatti arrivati in queste settimane da tutto il mondo da chi ha risposto alla social call internazionale #PhESTchiamaTERRA.
Infine, in piazzetta Garibaldi, all’Info point turistico del Comune di Monopoli – Sala dei pescatori, dove tra l’altro sono esposte le foto di Piero Martinello protagoniste del primo progetto speciale del festival di Monopoli, ci sarà un corner PhEST per la distribuzione dei percorsi per le mostre e la vendita di gadget PhEST .
E se avete paura di perdervi, non vi preoccupate. In giro per la città non mancherà la segnaletica stradale, orizzontale e verticale, con il giallo PhEST che indicherà ai visitatori la direzione da seguire per non perdere nessuna delle mostre, indicando anche la giusta distanza da mantenere per godere al meglio della loro visione oltre che fruirne in sicurezza rispettando la normativa anti-Covid19.
Da non perdere, poi, nelle giornate inaugurali le visite guidate con distanziamento che saranno seguite da 4 artisti che hanno garantito la loro presenza e i numerosi eventi collaterali come la proiezione su waterscreen per la serata inaugurale, la musica in filodiffusione da un peschereccio al Porto Vecchio in collaborazione con Time Zones e le performance di Music of the plants in largo castello (in allegato il programma completo). 
E per chi volesse approfondire la conoscenza degli autori e dei loro lavori PhEST ha inserito sui pannelli di presentazione di ciascuna mostra un QR code con contenuti extra in grado di raccontare le mostre ai visitatori.
 
Anche quest’anno il Festival ha ricevuto il sostegno e il patrocinio di numerosi soggetti istituzionali a partire dall’Assessorato all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia nell’ambito del FESR – FSE 2014/2020 e di Teatro Pubblico Pugliese e PugliaPromozione tra le azioni realizzate d’intesa e finalizzate alla valorizzazione, promozione e comunicazione della Puglia come destinazione turistica e culturale.
E ancora di Piiil Cultura – Piano strategico della Cultura della Regione Puglia, del Comune di Monopoli e il patrocinio dell’Apulia Film Commission, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale e del Politecnico di Bari.

Dal 07 Agosto 2020 al 01 Novembre 2020 – LECCE – sedi varie

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MARIO CRESCI. LA LUCE, LA TRACCIA, LA FORMA

Fondazione Modena Arti Visive è lieta di presentare La luce, la traccia, la forma, personale di Mario Cresci (Chiavari, 1942) a cura di Chiara Dall’Olio. Per l’occasione l’artista ha ideato, all’interno della sede espositiva di Palazzo Santa Margherita, un allestimento composto da opere realizzate con linguaggi differenti e tecniche sperimentali, che da sempre connotano la sua cifra stilistica.
 
Mario Cresci è autore, fin dagli anni Settanta, di opere eclettiche caratterizzate da una libertà di ricerca che attraversa il disegno, la fotografia, il video, l’installazione, il site specific. Il suo lavoro si è sempre rivolto a una continua investigazione sulla natura del linguaggio visivo attraverso il mezzo fotografico usato come pretesto opposto al concetto di veridicità del reale.
 
Fondazione Modena Arti Visive ha invitato l’artista a creare un dialogo con la mostra L’impronta del reale. W. H. Fox Talbot alle origini della fotografia che contemporaneamente le Gallerie Estensi, in collaborazione con FMAV, dedicano al noto fotografo inglese, inventore della fotografia su carta, e ai procedimenti di riproduzione delle immagini. Mario Cresci si è ispirato alle origini della fotografia come traccia creata dalla luce e ha selezionato per La luce, la traccia, la forma una serie di opere che evidenziano il suo interesse per l’incisione e più in generale per il “segno” che fin dal primo momento è stato, in senso più ampio, un tema costante della sua ricerca artistica. Come sottolinea Cresci, prima dell’invenzione della fotografia, le immagini venivano diffuse attraverso l’uso della tecnica calcografica, ovvero attraverso delle lastre di rame incise con le tecniche dell’acquaforte e del bulino. Con l’avvento del dagherrotipo è la luce che impressiona la lastra metallica sostituendosi alla mano dell’artista e, poco tempo dopo, sarà Talbot a inventare il negativo su supporto cartaceo.
 
In occasione della mostra, l’artista riprende un lavoro fatto nel 2011 per l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma, che si focalizzava in parte sui segni incisi da Giovanni Battista Piranesi, Annibale Carracci e Luigi Calamatta, analizzati attraverso opere video e scatti fotografici capaci di disvelarne la matericità nel rapporto con la lastra di rame. In mostra, Cresci espone i Rivelati (Roma 2010), tre inclinazioni diverse della lastra che rivelano tre “diverse” immagini modificate dalla luce della “Madonna della Seggiola” di Raffaello, incisa al bulino da Calamatta nel 1863. Integra la serie con macro prelievi estratti dalle fotografie (realizzate ad hoc da Alfredo Corrao all’inizio 2020) delle lastre dei tre incisori. Queste elaborazioni di Cresci manifestano la loro natura di opere d’arte autonome generando, attraverso tracce e segni, altre opere, utilizzando riproduzioni di riproduzioni della realtà, in un continuo circolo interpretativo e creativo. Nel video Tre focus su Piranesi (Roma 2011-Bergamo 2020), l’artista ha invece operato per sottrazione isolando, a partire da una macrofotografia, i solchi del bulino incisi da Piranesi intorno al 1745 sulle lastre di rame dalla serie “Le Carceri”. Cresci trasforma i segni incisi in segni luminosi in movimento che si sommano ridefinendo il disegno originario, operando così un’analisi della percezione visiva attraverso i suoi componenti elementari: le linee.
 
Al centro dello spazio espositivo, la grande teca retroilluminata contiene l’opera Alterazione del quadrato, dalla serie “Geometria non euclidea” (Venezia, 1964), sequenza di immagini su pellicola auto-positiva, dove la riflessione di Cresci si concentra sullo spostamento del punto di vista, sull’esperienza della percezione e sulla sua ambiguità, e lo fa ricorrendo ancora una volta alla geometria, struttura elementare dell’analisi, punto di partenza di molti dei suoi lavori.
 
Tra le opere in mostra è significativo anche il dittico Autoritratto, dalla serie “Attraverso la traccia” (Bergamo, 2010) realizzato usando la superficie specchiante del retro di un “grande rame” che, modificata dall’ossidazione del tempo, restituisce un’immagine alterata della figura. Un gesto simbolico quello dell’intervento di Mario Cresci perché in questo caso è la fotografia a “incidere” la lastra di rame: un omaggio a quello sperimentalismo che caratterizzò l’invenzione della fotografia fin dalla sua comparsa nel mondo dell’arte.
 
dal 12 settembre 2020 al 10 gennaio 2021 – Modena Sala Grande di Palazzo Santa Margherita.

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JACOPO BENASSI. VUOTO

Venticinque anni di fotografia al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, nella prima personale in un museo dedicata a Jacopo Benassi: con la mostra Vuoto, a cura di Elena Magini, dall’8 settembre al 1 novembre 2020 il museo di Prato offre uno sguardo sul lavoro potente, personalissimo, privo di mediazioni, del fotografo spezzino.
 
Dallo studio dell’artista parzialmente ricreato all’interno della mostra alle sale del Centro Pecci, il progetto espositivo si sviluppa in una spazialità dilatata che accoglie alcune delle serie e dei lavori più significativi dell’autore, e si riversa anche negli spazi cittadini, in cui la mostra viene annunciata da un progetto site specific di affissioni.
 
La sua prima fotografia è quella di un gruppo punk in un centro sociale: dalla fine degli anni Ottanta Jacopo Benassi si forma nell’alveo della cultura underground spezzina, sviluppando nel tempo uno stile particolare fatto di mancanza di profondità di campo e flash; una fotografia cruda, vera, pur nella totale mancanza di luce reale: un atto forzato, un evento creato dall’artista in cui lo scatto perfetto non esiste.
 
I soggetti di Benassi sono i più disparati, dall’umanità che abita la cultura underground e musicale internazionale (a partire dall’esperienza del club Btomic, gestito dallo stesso fotografo con alcuni amici) a ritratti di modelle, attrici, artisti, stilisti pubblicati nelle più importanti riviste italiane, fino all’indagine sul corpo, che varia dalla documentazione autobiografica di incontri sessuali, allo sguardo intenso sulla statuaria antica e che può essere considerato il “filo rosso” della sua produzione pantagruelica.
Un posto speciale nell’opera di Benassi è occupato dall’autoritratto, spesso legato al suo percorso performativo: la sperimentazione sulla performance, sua o di altri, si lega costantemente alla musica e viene sempre mediata dall’immagine fotografica, soggetto e oggetto della sua ricerca.
 
In mostra vengono presentate anche opere inedite legate all’interesse di Benassi per l’editoria e la produzione di libri; proprio da un lavoro editoriale in via di pubblicazione nasce la serie The Belt, progetto sul distretto industriale di Prato in collaborazione con l’Archivio Manteco, che oltre a essere esposto è protagonista delle affissioni pubbliche in città nei giorni precedenti alla mostra.
Con The Belt,dal 31 agosto le attività, gli strumenti, gli uomini e le donne che animano il distretto tessile pratesediventano i soggetti delle immagini esposte su grandi cartelloni pubblicitari in vari punti della città. La scelta di anticipare la mostra con una campagna di affissioni pubbliche che presenta il lavoro di Benassi su Prato e le sue fabbriche, risponde all’interesse del museo ad uscire dalle sue mura e a cercare un rapporto più dinamico e diretto con la comunità cittadina.
 
Il titolo della mostra – Vuoto – richiama la specifica sensazione dell’autore rispetto alla sua produzione, un desiderio di mettersi a nudo, tirando fuori da sé tutto, in un percorso di auto-esposizione pubblica.
In questa mostra il fotografo si concede interamente allo spettatore, consegnando il suo studio, i suoi strumenti, il panorama creativo che l’accompagna nella gestazione del lavoro, l’insieme degli scatti che danno vita a un’indagine ventennale sui temi dell’identità, della notte, del lavoro.
Un atto di apertura verso l’esterno che costituisce un punto zero nella carriera dell’artista e, di contro, una possibile rinascita. 

Dal 08 Settembre 2020 al 01 Novembre 2020 – Prato – Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci

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Fase Gardaland – Giulia Mozzini

“Fase Gardaland”: è il titolo della serie di 12 fotografie pensate, scattate ed editate da Giulia Mozzini, vincitrice del Concorso Europeo di Fotografia “Ginko Raw Edition”, ed. 2020 La serie viene presentata nell’omonima mostra, curata da Anna Mola, che si tiene presso lo Spazio Raw di Milano dal 3 al 15 settembre.
Dopo interminabili mesi di lockdown, necessari e dovuti al coronavirus, l’Italia comincia a riaprirsi lentamente. E in un caldo sabato di metà giugno, riapre anche il luogo concettualmente più lontano dalla morte, dalla malattia, dall’isolamento, cioè Gardaland: il parco divertimenti tra i più conosciuti al mondo, un luogo topico nell’infanzia di ognuno di noi.
Un posto simbolico e caro a Giulia durante tutta la sua crescita. Quel sabato lei non poteva mancare, accompagnata dalla sua fedele compagna di vita: la macchina fotografica.
In poche ore realizza l’intera serie – di cui abbiamo selezionato le 12 immagini in esposizione. Con il suo stile pulito ed evocativo e una palette di colori caldi e brillanti, l’autrice coglie perfettamente l’atmosfera di quella particolare giornata e ce la descrive così: “Le lunghe ore di fila per salire sulle attrazioni sono ormai un lontano ricordo: si prenota il proprio turno in coda con l’app per evitare gli assembramenti. Ogni attrazione viene disinfettata alla fine di ogni corsa. Sul pavimento e sui sedili delle giostre sono attaccati tanti piccoli bollini gialli, sulle panchine è stato fissato un divisorio, giallo anche lui, per garantire l’allontanamento sociale. Le strade del parco, un tempo affollate di gente e riempite dalle grida di gioia e adrenalina, ora sono deserte. C’è un silenzio assordante e troppo spazio vuoto, si può sentire il rumore echeggiante delle ruote delle montagne russe
che corrono sui binari”.
Questo servizio fotografico ci restituisce una visione quasi surreale di questo luogo così conosciuto anche per le grandi folle di pubblico che è in grado di attirare. Le immagini raccontano tutta la solitudine, l’immobilità e la desolazione della prima metà del 2020 e stridono ideologicamente con le giostre, i fast food a tema e le statue di personaggi fantastici. Oltre a tutto questo, però, troviamo anche qualcos’altro: la voglia di ricominciare, con le dovute precauzioni ma anche con un ritrovato desiderio di svago e di relax.
Il titolo “Fase Gardaland” ha l’intento di richiamare alla mente le varie fasi” di uscita dal lockdown con l’aggiunta del nome del famoso parco: protagonista di queste foto e simbolo del graduale ritorno alla normalità e – perché no? – di un nuovo weekend di puro divertimento e spensieratezza anche se coperti con le mascherine e muniti di gel igienizzante.

dal 3 al 15 settembre 2020 – Spazio Raw – Milano

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MILANO PHOTOFESTIVAL 2020. XV EDIZIONE – SCENARI, ORIZZONTI, SFIDE. IL MONDO CHE CAMBIA

E’ un inedito palcoscenico autunnale quello pronto ad accogliere  la quindicesima edizione di Photofestival, la rassegna di fotografia d’autore che tradizionalmente anima la primavera culturale milanese: dopo la decisione di rinviare la manifestazione dal 7 settembre al 15 novembre 2020 a causa dell’emergenza coronavirus, questa edizione assume un significato importante, perché rappresenta un’occasione di ripartenza per la città e per la sua linfa vitale culturale.

Il titolo della rassegna – “Scenari, orizzonti, sfide. Il mondo che cambia.”– è imprevedibilmente il grande tema di questo momento storico così unico e straordinario, che ha lasciato un segno indelebile nelle nostre vite, cambiando approcci e percezioni.

In questi mesi l’organizzazione di Photofestival, sotto la direzione artistica di Roberto Mutti, si è impegnata per offrire una proposta all’altezza delle aspettative, nonostante le molte difficoltà organizzative e finanziarie legate a questo periodo così complesso, e grazie al lavoro collettivo svolto con operatori, galleristi e autori, che hanno creduto nel progetto, è ora in grado di annunciare un programma di ottimo livello, per numeri e qualità delle proposte.

Sono 140 le mostre fotografiche previste in oltre due mesi di programmazione, inserite in un circuito capillare che abbraccia l’intera Città Metropolitana di Milano, sino a toccare alcune Province lombarde: Lecco, Monza, Pavia e Varese.
Gli spazi espositivi del festival includono gli ambiti ufficiali di gallerie d’arte, musei, biblioteche e sedi municipali, ma anche spazi non istituzionali come negozi e show-room. Caposaldo del circuito è – ancora una volta – il “Palazzo della Fotografia” di Photofestival, Palazzo Castiglioni di Confcommercio Milano, che ospiterà alcune mostre del programma.

All’insegna dell’inclusività, come di consueto,anche il programma espositivo della manifestazione, che spazia tra personali e collettive di autori di fama e talenti emergenti.

Dal 07 Settembre 2020 al 15 Novembre 2020 – Sedi varie

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SINE DIE. LA FOTOGRAFIA NEL TEMPO DELL’ISOLAMENTO CREATIVO

La mostra SINE DIE, promossa e realizzata dalla Fondazione OELLE Mediterraneo antico e co-organizzata dal Comune di Catania nelle sale del Palazzo della Cultura, ripercorre attraverso lo sguardo di oltre 100 autori le complesse dinamiche sociali che il mondo sta vivendo quotidianamente al tempo del Coronavirus.

Stampate in formato 50×70 cm e ciascuna abbinata a un testo dell’autore, le 122 fotografie selezionate in mostra si susseguono nelle sale del Palazzo della Cultura di Catania tra immagini iconiche ed emozionanti. A partire dalla testimonianza da Bergamo di Mario Cresci (Chiavari, 1942), un maestro che la fotografia l’ha reinventata, elevandola al rango di arte visiva. Fino ad arrivare allo scatto di Michael Christopher Brown (Skagit Valley, Washington, 1978), il famoso fotoreporter americano per National Geographic, Time, New York Times Magazine.

“Tra gli scatti più toccanti in mostra c’è l’autoscatto di un mio caro amico, Fabio Pagliara (Segretario Generale della Federazione Italiana di Atletica Leggera) che ha contratto il Covid-19, e si è voluto mostrare senza filtri durante la sua malattia, trasmettendo con il suo sguardo, dolcemente spaventato, l’essenza di un tempo senza fine” afferma Ornella Laneri. 

Ogni autore in è in mostra con una fotografia e un proprio scritto (una poesia, un pensiero, un saggio breve), entrambi scaturiti dal tempo per la riflessione che ha portato con sé il lockdown. Con esiti sorprendenti, gli autori coinvolti (molti artisti professionisti) hanno prodotto dei lavori fuori dai tradizionali schemi, ricorrendo a sperimentazioni dagli esiti sorprendenti, con uno sguardo obliquo sull’attualità stra-ordinaria che stiamo vivendo. “Paradossalmente i lavori più ordinati li hanno prodotti gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania, invitati nella sezione Academy Young”, dichiara Carmelo Nicosia.

La scelta di esporre fotografie e testi intende sottolineare lo stretto legame che intercorre, sin dalla loro invenzione, tra questi due linguaggi. Un grande esempio, al riguardo, fu offerto dal grande fotografo e regista Robert Louis Frank (1924-2019), con opere memorabili nelle quali il segno e la parola determinavano nella fotografia un flusso spazio-temporale assolutamente tipico di quella sua generazione.

La mostra è aperta dal 18 luglio al 04 ottobre 2020, tutti i giorni, orario 09.00-19.00, a ingresso libero, ed è accompagnata da un catalogo, a cura di Carmelo Nicosia, edito dalla Fondazione OELLE.

Gli autori in mostra sono: Abati Andrea, Alessandra Noemi, Allia Erika, Antoci Rosario, Arcoria Antonio, Argentino Gabriele, Attanasio Sergio, Bagalà Miriana, Baldaro Roberta, Barbagallo Ignazio, Barone Giulia, Bella Sara, Biasini Selvaggi Cesare, Blanco Tiziana, Bonanno Alfio, Borzì Bernasconi Fabrice, Brogna Sonnino Giovanna e Aldo Premoli, Bronzino Mario, Brown Michael Cristopher, Calabrese Ramona, Caramma Cristina Rita, Cardillo Carmen, Carlino Ilaria, Carracchia Francesco, Cassaro Giulia, Castilletti Claudio, Chiara Federica, Chindemi Giuseppe, Clienti Kiki, Condorelli Giuseppe, Costanzo Ezio, Costanzo Stefania, Cremona Paolo, Cresci Mario, Crostella Elisa, Currò Cecilia, Cuscunà Martina, Daddabbo Laura, Del Zoppo Annita, Di Fini Giorgio, Di Giovanni Francesco, Distefano Marzio, Donetti Marta, Emmanuele Marco, Faia Monica, Fazio Nicolò, Feoli Ilaria, Ferrara Paolo, Foti Andrea, Frazzetto Giuseppe, Gentiluomo Noemi, Grasso Roberta, Gualtieri Davide, Guarnera Roberta, Gucciardello Enrico, Ilaria Francesco, Iodice Angelo, Kong Filippo, Labozzetta Antonia, Lanzo Melissa, Lawaert Koen, Li Greci Valentina, Liggera Egidio, Lisi Paolo, Lo Monaco Agata, Luciano Maria, Lucifora Francesco,Maffi Maria Chiara e Giancamilli Chiara, Magagnin Luca, Magrì Irene, Mangione Contarini Carmelo, Mariani Michela, Massimi Arianna, Mendoza Ryan, Merendino Teresa, Militello Alice, Miroddi Valentina, Nicosia Carmelo, Nicotra Giovanni, Nicotra Simona, Nobile Irene, Pagliara Fabio, Paladino Luana, Papa Filippo, Pascale Giorgia con Introduzione del Prof. Bruno Cacopardo, Piano Ivan, Piccari Virgilio, Pirri Alfredo, Platania Saverio, Praticò Anna, Privitera Roberto, Ranno Samuele, Reale Gianluca, Ricca Letizia, Rizzo Alessandro, Roccaro Andrea, Rossano Mainieri Tiziano, Salomone Claudia, Sangiorgio Chiara, Santarlasci Andrea, Scala Fabiana, Scavo Simona, Scudero Vincenzo, Severini Giuliano, Sofi Annalisa, Spitale Alessandro, Tabellini Alex, Tabita Alessia, Terranova Ivan, Testa Iannilli Lucrezia, Tittaferrante Futura, Torrisi Simona, Tripiciano Pietro, Tudisco Tracy, Tusa Anna, Valisano Andrea, Vecchio Miriam, Villa Fabrizio e Antonello Piraneo, Zamparo Roberto, Zangarella Simona, Zucco Aldo.  

Dal 18 Luglio 2020 al 04 Ottobre 2020 – Catania – Palazzo della Cultura

D’ESTATE

Hanno aperto i loro archivi. Inseguito memorie e ricordi di estati lontane, visioni perdute, atmosfere dimenticate: spiagge solitarie e campagne battute dal sole; l’esuberanza dei fiori selvaggi e il rassicurante raccolto di un campo di zucche, il profilo dei vulcani all’orizzonte e al tramonto, lo scatto onirico di palme e pini marittimi che, con la loro ombra allungata, quasi accarezzano il blu del mare.

Nella stagione più incerta e inquieta di quest’epoca contemporanea, sei fotografi – Giuseppe Cuttitta, Nino Giaramidaro, Melo Minnella, Giovanni Pepi, Carmelo Petrone e Angelo Pitrone – sei straordinari “pittori di luce” ci consegnano “D’Estate”, mostra fotografica della FAM Gallery di Agrigento, dal 7 agosto e fino al 4 ottobre. 
Inaugurazione sabato 7, ore 20.

Da un’idea di Paolo Minacori, patron della galleria di Agrigento, una piccola mostra che è un pretesto per guardarci indietro e guardarci dentro, scoprendo – forse – come fossero perfettamente straordinari i banali giorni qualunque di appena qualche mese fa. “Queste foto – scrive nella presentazione Giovanni Pepi – esprimono le pulsioni di un tempo imprevisto, forse un’epoca nuova. Quello del Covid. Misterioso e despota. Ignoto e predatore. Quanti non si chiedevano, ancora pochi mesi fa, nell’incertezza, che cosa sarebbe stata la nostra estate? Delle loro estati gli autori di questi fanno vedere quanto avrebbero voluto vivere. Hanno ripescato visioni perdute, atmosfere dimenticate, paesaggi e colori, folle e solitudini di mare, spiagge fascinose, colori di campagne battute dal sole, paesaggi ora smaglianti ora ombrosi, fiori coltivati e selvaggi, alberi possenti ed esili rami, rossi, tramonti infuocati e grigi pomeriggi, giochi notturni di luci e riflessi. Nel tempo buio la fotografia rivelava il suo valore. Facendo vivere e rivivere desideri impediti”.

Per accedere alla sala espositiva occorre essere muniti di mascherina e seguire il percorso obbligatorio – indicato dalla segnaletica – in ossequio alle norme anti-covid.

Dal 07 Agosto 2020 al 04 Ottobre 2020 – AGRIGENTO –  FAM Gallery

L’ADIEU DES GLACIERS, IL MONTE ROSA: RICERCA FOTOGRAFICA E SCIENTIFICA

Un viaggio iconografico e scientifico tra i ghiacciai dei principali Quattromila della Valle d’Aosta per raccontare la storia delle loro trasformazioni. E’ questo il cuore del progetto L’Adieu des glaciers: ricerca fotografica e scientifica, prodotto dal Forte di Bard, che si traduce in un approfondito lavoro di studio attorno al Monte Rosa, al Cervino, al Gran Paradiso e al Monte Bianco. Il progetto si sviluppa nell’arco di quattro anni, uno per ciascuna realtà fisica e culturale connotativa della piccola regione alpina. Coinvolti nella realizzazione numerosi enti ed istituzioni. Prima tappa di questo tour sarà il massiccio del Monte Rosa. Nel 2021 sarà la volta del Cervino, nel 2022 toccherà al Gran Paradiso per concludere nel 2023, con il Monte Bianco.

Per la mostra Il Monte Rosa: ricerca fotografica e scientifica, che sarà aperta al pubblico nelle sale delle Cannoniere dal 1° agosto 2020 al 6 gennaio 2021, il Forte di Bard si è affidato per la cura degli aspetti fotografici a Enrico Peyrot, fotografo e ricercatore storico-fotografico e, per la cura degli aspetti scientifici, a Michele Freppaz, professore del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino. L’apporto dei contenuti scientifici è stato condotto in  collaborazione con il Comitato Glaciologico Italiano, la Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani, la Fondazione Montagna Sicura, l’Arpa Valle d’Aosta, l’Archivio Scientifico e Tecnologico Università Torino (Astut), il Centro Interdipartimentale sui rischi naturali in ambiente montano e collinare, il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino e con il professor Marco Giardino, segretario generale del Comitato Glaciologico Italiano e il professor Piergiorgio Montarolo, direttore dell’Istituto Scientifico Angelo Mosso.

«Crediamo profondamente che il Forte di Bard debba diventare il luogo in cui la ricerca e le tematiche che a vario titolo ruotano attorno alla montagna, si incontrano per trovare una  originale espressione anche attraverso la declinazione delle arti – spiega la Presidente del Forte di Bard, Ornella Badery -. Le prospettive per il Forte di Bard sono di essere un vero e proprio laboratorio di analisi delle trasformazioni climatiche, ambientali e antropiche in atto sulle  principali aree d’alta quota  della Valle. Il progetto si tradurrà in quattro grandi mostre e in occasioni di incontro e approfondimento aperti al territorio, al mondo scientifico e artistico, e al grande pubblico oltre che alle scuole. Un progetto complesso, frutto di un lavoro di squadra tra studiosi ed esperti, che consente al Forte di recuperare la sua originaria vocazione di centro internazionale di studio e interpretazione sulla montagna».

La mostra Il Monte Rosa: ricerca fotografica e scientifica, che gode del patrocinio della FAO-Mountain Partnership, presenta 100 opere fotografiche connotative di documentazioni scientifiche e/o artistiche. Un dialogo iconografico nel sedimento della cultura fotografica alpina, carico di suggestioni tra passato e presente. L’identità glaciale del Monte Rosa viene presentata attraverso un corpus di fotografie inedite che raffigurano ambienti naturali e antropizzati, contesti e sodalizi storico-culturali, imprese scientifiche.
Il progetto si avvale di opere di autorevoli autori e selezionate fotografie realizzate nel corso degli ultimi 150 anni e attualmente collezionate presso Enti pubblici, Università, Centri di ricerca, Associazioni, Fondazioni e privati. L’esposizione offre l’opportunità di apprezzare la qualità materico-fotografica delle stampe sia storiche che contemporanee, frutto di specifiche procedure, strumentazioni e materiali messi in opera – in ripresa – nelle alte valli che nascono dal Monte Rosa.

«Il duplice binario scientifico e fotografico della mostra descrive il fascino degli ambienti glaciali, unici e straordinari, ma anche la loro estrema fragilità – evidenzia il Direttore del Forte di Bard, Maria Cristina Ronc –. L’osservazione che ci siamo posti e che proponiamo all’attento pubblico del Forte attraverso un panorama di immagini straordinarie e inedite, è una riflessione tramite la bellezza sullo scenario fisico e naturale di un mondo che cambia, si depaupera dei suoi elementi fondanti per l’arco alpino e che presuppone un’umanità senza mondo rispetto al principio di sentirsi “a casa propria nel mondo”. E’ stato un appassionante e complesso lavoro di ricerca, condotto anche nel recupero dell’altrettanto fragile patrimonio fotografico».

I ghiacciai rispondono in modo diretto e rapido al cambiamento climatico modificando la propria massa e le proprie caratteristiche morfologiche e dinamiche: progressivo arretramento delle fronti glaciali, incremento delle zone crepacciate, formazione di depressioni e di laghi sulla superficie, aumento dell’instabilità di seracchi pensili. Dal termine della Piccola Età Glaciale (fase di espansione dei ghiacciai Alpini protrattasi dal 1300 al 1850 circa), la superficie dei ghiacciai dell’arco alpino si è ridotta di circa 2/3. In 30 anni (dagli anni ’80 ad oggi) la superficie dei ghiacciai italiani si è ridotta del 40%, mentre il numero dei ghiacciai è aumentato a causa dell’intensa frammentazione dei ghiacciai più grandi che riducendosi si dividono in singoli ghiacciai più piccoli. Monitorare le variazioni glaciali, consente da un lato di documentare l’impatto dei cambiamenti climatici e dall’altro di valutarne gli effetti sul territorio, con particolare attenzione agli elementi di fragilità che contraddistinguono le aree montane.

Dal 01 Agosto 2020 al 06 Gennaio 2021 – AOSTA Forte di Bard

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Il lavoro a Livorno NONOSTANTE il COVID 19

In una doppia mostra le foto selezionate del concorso fotografico.

Le immagini saranno esposte in formato macro, 24 ore su 24, in piazza Anita Garibaldi (anche nei week end di Effetto Venezia) e poi in piazza del Luogo Pio e, in formato più piccolo, negli spazi espositivi della Fondazione Carlo Laviosa in via della Posta, 44.

“Il lavoro a Livorno nonostante il Covid 19” era il titolo del concorso fotografico promosso dalla Fondazione Carlo Laviosa e dal Comune di Livorno. Si trattava del terzo concorso fotografico, ma quello di quest’anno era davvero particolare perché si svolgeva poco dopo la fine del lockdown e rappresentava uno dei primissimi eventi dedicati alla cultura a Livorno. Il concorso era rivolto a tutti: fotoamatori e professionisti, e gli scatti dovevano raccontare il lavoro di tutti coloro che in tanti settori non si sono mai fermati, consentendo alla città di andare avanti.

Il progetto espositivo si svolgerà in due modalità e con una nota speciale, anche perché una parte sarà all’aperto, quindi non nella consueta sede museale di Villa Mimbelli, ma in piazza Anita Garibaldi (adiacente a piazza del Luogo Pio). Le foto, in questa prima modalità, saranno in grande formato su pannelli fissi e visitabili per il periodo di Effetto Venezia 24 ore su 24  e dal 31 agosto al 4 ottobre in piazza del Luogo Pio sempre 24 ore su 24.

Le stesse immagini (in formato più piccolo) saranno oggetto di una mostra che aprirà il 21 agosto (ore 21.30) negli spazi espositivi della Fondazione Carlo Laviosa (via della Posta, 44). In questa sede l’esposizione proseguirà, a ingresso gratuito, fino al 4 ottobre (solo il venerdì, sabato e domenica).

Dal 21 agosto al 4 ottobre – LIVORNO

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Mostre per ottobre

Ciao! Anche ad ottobre vi consigliamo mostre molto interessanti, un po’ ovunque.

Fateci un giro!

Ciao

Anna

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Mostre segnalate per il mese di aprile

Ciao a tutti,

ecco le mostre imperdibili che vi proponiamo per aprile.

Anna

Frank Horvat. Storia di un fotografo

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La fotografia è l’arte di non premere il bottone – Frank Horvat

Celebre per le sue fotografie di moda, pubblicate dagli anni ‘50 su riviste quali Vogue e Harper’s Bazaar, Frank Horvat è un fotografo eclettico che, nel corso della sua lunga carriera, ha affrontato a livello altissimo svariati temi: il reportage sociale e di viaggio anche per l’Agenzia Magnum, il paesaggio, i ritratti, il rapporto con l’arte.

Fotoreporter attento a un’umanità sconosciuta di mondi lontani, fotografo di moda che immerge le sue modelle nei fatti quotidiani, è artista sensibile alla storia dell’arte, pronto a confrontarsi con la pittura e affascinato dalla scultura. Un fotografo di paesaggi attratto dal rapporto tra uomo e natura, che si dedica anche a esplorazioni interiori, a virtuosismi digitali e a una ricerca fotografica improntata alla libertà del suo sguardo.

Nell’esposizione “Frank Horvat. Storia di un fotografo”, prodotta dai Musei Reali e curata da Horvat stesso, l’artista rintraccia una chiave interpretativa del suo lavoro, frutto di una carriera lunga settant’anni. Accanto alle sue opere, l’artista presenta per la prima volta in assoluto una parte della sua collezione privata, immagini che rappresentano in modo iconico la storia della fotografia, proponendo scatti di Irving Penn, Edward Weston, Henri Cartier Bresson, Sebastiao Salgado, Edouard Boubat, con alcuni dei quali ha instaurato un vero e proprio dialogo.

28/02/2018 – 20/05/2018 – Musei Reali di Torino

Tutti i dettagli qua

Paolo Ventura – Racconti Immaginari

Per questa mostra all’Armani/Silos, Paolo Ventura racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà. Con ‘Racconti Immaginari’ il fotografo trasformista propone un importante gruppo di opere, oltre cento, accuratamente selezionate per rappresentare il suo percorso evolutivo.

Il fotografo trasformista racconta un mondo immaginato, tra narrazione e gioco, dove le diverse forme espressive sono il mezzo per trasformare il sogno in realtà.

Dall’8 Marzo al 29 Luglio – Armani Silos – Milano

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Kyle Thompson – Retrospettiva

La Reggia di Caserta accoglierà dal 28 marzo al 4 giugno 2018 la prima retrospettiva italiana di Kyle Thompson, fotografo staunitense.

I suoi scatti sono concettuali: nelle sue fotografie persone e luoghi raccontano storie, situazioni surreali e oniriche.
In atmosfere singolari con case abbandonate, foreste vuote, fiumi, laghi, è lui l’unica presenza: sono autoritratti surreali  e bizzarri.
Lui stesso esplora in tali contesti le proprie emozioni e sensazioni e interviene sulla scena con acqua, fumo, effetti di luce.

“Avevo una terribile difficoltà nel rapportarmi con le persone, quindi ho finito per usarmi in quasi tutte le mie foto, passando parecchie ore ogni giorno nel girovagare da solo attraverso foreste vuote facendomi autoritratti grazie al timer delle mie fotocamere” ha dichiarato.

Per la mostra di Caserta Thompson ha ideato un apposito progetto in cui si esplorano il contesto e l’ambiente intorno alle sue immagini.
Lo spazio naturale circostante è da lui considerato una sorta di palcoscenico e le sue immagini divengono dittici: una di grandi dimensioni è l’autoritratto dell’artista immerso in questi spazi naturali ma all’interno di aree urbane, l’altra di piccole dimensioni presenta il vero ambiente in cui questa natura è immersa. Ci si renderà conto di come la città modifichi la natura.

La rassegna è curata da Gabriela Galati.

dal 28 marzo al 4 giugno 2018  – Reggia di Caserta

Tutte le info qua

Sally Mann: A Thousand Crossings

For more than forty years, Sally Mann (American, born 1951) has made experimental, elegiac, and hauntingly beautiful photographs that explore the overarching themes of existence: memory, desire, death, the bonds of family, and nature’s magisterial indifference to human endeavor. What unites this broad body of work is that it is all bred of a place, the American South. A native of Lexington, Virginia, Mann has long written about what it means to live in the South and be identified as a southerner. Using her deep love of her native land and her knowledge of its fraught history, she asks provocative questions—about history, identity, race, and religion—that reverberate across geographic and national boundaries. Sally Mann: A Thousand Crossings considers how Mann’s relationship with this land has shaped her work and how the legacy of the South—as both homeland and graveyard, refuge and battleground—continues to permeate American identity.Organized into five sections—Family, The Land, Last Measure, Abide with Me, and What Remains—and including many works not previously published or publicly shown, the exhibition is the first major survey of the artist’s work to travel internationally. Featuring some 110 photographs, the exhibition is curated by Sarah Greenough, senior curator and head of the department of photographs, National Gallery of Art, and Sarah Kennel, the Byrne Family Curator of Photography, Peabody Essex Museum.

March 4 – May 28, 2018 – National Gallery of Art – Washington DC

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Martha Cooper: On the Street

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia propone, nella sua Project Room, una sezione della mostra “Martha Cooper: On the Street”, curata da Enrico Bisi, che si inserisce nel programma del Sottodiciotto Film Festival & Campus (Torino, 16-23 marzo 2018).

La mostra, la più ampia mai dedicata in Italia alla storica fotografa del movimento hip hop, è articolata in tre sedi – CAMERA, il Cortile del Rettorato e la Biblioteca del Rettorato dell’Università degli Studi di Torino – ed è concepita come un percorso che segue l’evoluzione temporale e artistica di Martha Cooper che sarà ospite a CAMERA mercoledì 21 marzo, alle ore 18.30, per raccontare la sua fotografia.

La parte iniziale, allestita a CAMERA ospita circa quarantacinque scatti in bianco e nero risalenti alla metà degli anni Settanta e agli esordi di carriera dell’autrice, quando, giovane fotoreporter del New York Post, raccontava con le immagini la Grande Mela prima dell’avvento dell’hip hop, dedicandosi al paesaggio metropolitano e, soprattutto, ai giochi di strada dei giovanissimi.

“Martha – commenta il curatore Enrico Bisi – punta l’occhio sulla vita di New York. Nelle sue fotografie ci sono i sorrisi sdentati di ragazzini in mezzo alle macerie del Bronx, ci sono ‘Carrie’, ‘Super Fly’ e ‘Saturday Night Fever’ al cinema. I suoi soggetti sembravo volare, per saltare una pozzanghera e non infangarsi le scarpe, per tuffarsi in acqua, per lanciarsi dalle scale antincendio su un materasso sgualcito, per fare capriole, saltare con lo skate oppure volteggiare aggrappati a una fune che funge da altalena. Attraverso l’obiettivo, Martha Cooper cerca sempre qualcosa di vitale, che si muove, che respira, cerca quel battito, quel ‘beat’, che un momento c’è e quello dopo non c’è già più. È l’effimero che si respira in ogni fotografia della Cooper e si ha la sensazione di guardare qualcosa che non esiste già più. “

Dal 14 marzo all’8 aprile, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia Torino

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Henri Cartier-Bresson Fotografo

La mostra – curata in origine dall’amico ed editore Robert Delpir e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson – è composta da 140 scatti che ci aiuteranno ad immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.

“Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” (cit. Henri Cartier Bresson).

Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.

Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.

Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme. “Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.

L’obiettivo del curatore della rassegna Denis Curti è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.

8 Marzo – 17 Giugno 2018 – La Mole Vanvitelliana  Ancona

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Seydou Keïta, Bamako Portraits

In the 1950s and 60s, a colourful collection of inhabitants of Bamako, capital of Mali, posed for Seydou Keïta (1921-2001, Mali).
People visited Keïta’s studio to have their picture taken at their best: wearing extravagant dresses made from wonderful textiles with splendidly formed headdresses, or posing in a modern Western suit with a bow tie, leaning against a motorcycle, or with a radio tucked under their arm. His oeuvre reflects a portrait of an era that captures Bamako’s transition from a cosmopolitan city in a French colony to the proud capital of independent Mali.

Keïta’s remarkable archive of over 10.000 negatives came to light in 1992 after a discovery by André Magnin, the then-curator of Jean Pigozzi’s contemporary African art collection. Modern prints were printed from the negatives with Keïta’s collaboration, allowing his work to be introduced to the art world. International fame quickly followed. The exhibition in Foam consists of signed modern prints, and a large selection of unique vintage prints.

Seydou Keïta – Bamako Portraits is part of an exhibition series about photo studios, presented by Foam in recent years. This series is based on the growing interest in ‘vernacular photography’ and its acknowledgement of social-historical and artistic value.The exhibition was developed in collaboration with the Contemporary African Art Collection (CAAC) – The Pigozzi Collection.

06 April 2018 – 20 June 2018 – Foam – Amsterdam

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ROBERT DOISNEAU – Pescatore d’immagini

Dal 23 marzo al 17 giugno 2018 il Museo della Grafica dell’Università di Pisa ospita la mostra “Robert Doisneau. Pescatore d’immagini”.

Curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille e Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography, ViDi – Visit Different, l’esposizione offre l’occasione di ammirare, attraverso una suggestiva selezione di 70 immagini in bianco e nero, l’universo creativo del grande fotografo francese.

Robert Doisneau (1912-1994), che amava paragonarsi a Eugène Atget, uno dei padri della fotografia del Novecento, percorre fotograficamente le periferie di Parigi per “impossessarsi dei tesori che i suoi contemporanei trasmettono inconsciamente”. È una Parigi umanista e generosa ma anche sublime che si rivela nella nudità del quotidiano; nessuno meglio di lui si avvicina e fissa nell’istante della fotografia gli uomini nella loro verità quotidiana, qualche volta reinventata. Il suo lavoro di intimo spettatore appare oggi come un vasto album di famiglia dove ciascuno si riconosce con emozione.

Noto oggi al grande pubblico, Doisneau, dopo essersi diplomato all’École Estienne, scopre la fotografia da giovane, mentre lavora in uno studio di pubblicità specializzato in prodotti farmaceutici. Nel 1931 è operatore da Vigneau e, nel 1934, fotografo per le officine Renault da cui viene licenziato cinque anni più tardi per assenteismo. Nel 1939 diviene fotografo-illustratore free-lance e nel 1946 entra definitivamente nell’agenzia Rapho. Nel 1974 la Galleria Chateau d’Eau di Toulouse espone le sue opere e, a partire dagli anni Settanta, ottiene i primi importanti riconoscimenti. Da allora le sue fotografie vengono pubblicate, riprodotte e vendute in tutto il mondo.

Autore di un grande numero di opere (gli archivi di Robert Doisneau comprendono circa 450.000 fotografie), Doisneau è diventato il più illustre rappresentante della fotografia “umanista” in Francia. Le sue immagini sono oggi conservate nelle più grandi collezioni in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e sono esposte in tutto il mondo.

23 marzo / 17 giugno 2018 – Museo della Grafica – Pisa

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Izumi Miyazaki, There’s no place like home

Izumi Miyazaki is a young Japanese photographer who captivates her fans on the web by her self-portraits that seem to come out of another world. Story of a phenomenon.

Japan is a country full of paradoxes, that does not stop surprising by its traditions and by its hybrid culture that ranges from “Kawai” to excess. It is fascinating to observe its ability to get out of the most dramatic events as two atomic bombs, a major economic and identity crisis, repeated earthquakes and tsunamis with the irreversible damage we know.

When you are in your twenties in Japan, it is unlike anything comparable. When your name is Izumi Miyazaki, even the people of Tokyo are faced with a kind of alien. Close encounter of the third kind. A classic bob haircut, fine black hair, a dark look into the eyes of a doll face whose emotions have been erased. Immersed in the Surrealist masters like René Magritte, Izumi Miyazaki, coming from prestigious Musashino Art University in Tokyo, confesses a passion for Alfred Hitchcock and David Lynch. Her self-portraits practice cold humor and often feature absurd performances. The young photographer is not afraid to slice her head, adorning it with fresh tomatoes or fish in a human interpretation of sushi. If she never smiles in her photographs, it is probably to express her loneliness and maybe the difficulty of a connected youth to live in a real world. Izumi enjoys creating poetic and moving sceneries. Her work surprises as much as it fascinates, playing the codes of life 2.0. Addiction is close, Izumi Miyazaki, plays with an expression both poetic and deeply moving

Renaud Bergonzo

March 9 to April 30, 2018 –  bergonzofirstfloor – Paris

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Figure Contro – Fotografie della differenza.

Apre sabato 21 aprile, negli spazi dell’Abbazia di Valserena, sede dello Csac di Parma, la mostra Figure contro. Fotografia della differenza, nell’ambito dell’edizione 2018 di Fotografia Europea dal titolo Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie. La mostra, a cura di Paolo Barbaro, Cristina Casero e Claudia Cavatorta, è interamente costruita con materiali provenienti dagli archivi del Csac e consente di “vedere” con chiarezza come la fotografia, soprattutto nel corso degli anni Settanta, abbia avuto un ruolo importante nel sensibilizzare le coscienze intorno a questioni nascoste, dimenticate, se non censurate, anche al di là di esplicite intonazioni di denuncia. Le “figure contro” evocate dal titolo sono quelle immortalate in questi scatti: persone escluse dal racconto sociale, letteralmente spinte ai margini, in quanto la loro stessa esistenza è in contrasto con le logiche imperanti nella moderna società. In altri casi, sono protagoniste figure che rispetto a queste logiche si pongono in contrasto, contro –  appunto – che protestano, manifestano, non si rassegnano, affermando un modello alternativo. Ma figure contro sono anche quelle delle fotografe e dei fotografi che hanno realizzato queste immagini: Giordano Bonora, Anna Candiani, Carla Cerati, Mario Cresci, Uliano Lucas, Paola Mattioli e Giuseppe Morandi. Ciascuno secondo la propria sensibilità e con il proprio linguaggio hanno contribuito a tradurre la fotografia da strumento di pura constatazione a strumento critico, di denuncia ma anche più sottilmente di riflessione.

21/04/2018 : 30/09/2018 – Abbazia di Valserena (PR)

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ELLIE DAVIES, Nebulae

Il termine latino nebula ha la capacità di evocare, ancora nella lingua corrente, un senso di mistero che avvolge e cela come la foschia. Allo stesso tempo, in ambito scientifico per nebula si intende “un oggetto celeste dall’ aspetto diffuso, simile a una piccola nube”. I due valori di questo termine trovano sintesi nelle serie di fotografie selezionate per la mostra.

Ellie Davies ambienta i propri scatti nella foresta inglese, luogo in cui confluiscono natura e cultura, ambiente e attività umana, esplorando la complessa interrelazione tra il paesaggio e l’individuo.

Come dichiara l’artista: “Le foreste britanniche sono state plasmate dal processo di intervento umano per migliaia di anni. Sono un simbolo potente nella cultura popolare, nelle favole e nei miti, luoghi di incanto e magia così come di pericolo e mistero. Nella storia più recente sono state associate agli stati psicologici relativi all’ inconscio”.

Oggi la maggior parte delle persone risiede in ambienti urbani o semi-urbani, vivendo il paesaggio da una posizione distanziata, filtrata dalla tecnologia e dai vari media. Da questa considerazione, la natura in tutta la sua sensuale materialità e il nostro essere al suo interno piuttosto che al di fuori di essa, sembra irraggiungibile. Ellie Davies affronta questo allontanamento attirando lo spettatore nel cuore della foresta, che conserva ancora mistero e offre il potenziale per la scoperta e l’esplorazione.

Il processo creativo la porta a isolarsi per lunghe ore nel silenzio della foresta. Questo stato, inizialmente disorientante, porta l’artista a sviluppare una percezione più sottile dell’universo attorno a sé, arrivando a coglierne in modo profondo lo spazio circostante e gli elementi che lo compongono, così da evidenziarne le potenzialità e coinvolgere lo spettatore. Come afferma l’artista: “Voglio che il mio lavoro faccia provare allo spettatore la sensazione di essere solo nella foresta. C’è una tensione e una quiete, una consapevolezza intensificata che si verifica: è ciò che voglio trasmettere nel mio lavoro e il motivo per cui sono da sola quando realizzo le immagini“.

Parte del fascino magnetico racchiuso dagli scatti della fotografa, sta nell’ immobilità cristallina degli elementi presenti in esso. Lo spazio maestoso e profondo è disseminato da elementi suggestivi e magici, che invitano alla contemplazione dell’universo naturale e sembrano alludere a un evento imminente. Per accentuare tale effetto, la fotografa dispone gli spazi come scenari pronti ad accogliere lo scatto, attraverso interventi site-specific: “Questi paesaggi modificati agiscono su svariati livelli. Sono il riflesso della mia personale relazione con la foresta e proiettano lo spettatore al suo interno, domandandogli di considerare come la loro propria individualità sia plasmata dall’ambiente in cui vivono”.

Per la mostra Nebulae presso la Galleria Patricia Armocida viene presentata una selezione di fotografie che sono parte di tre serie emblematiche della produzione dell’artista inglese.

In Between the Trees (2014), il processo di composizione di nubi artificiali tra gli alberi consente all’artista di trasmette l’esperienza personale di stare da soli nei boschi. Il fumo riempie gli spazi tra gli alberi, riflettendo questa esperienza fisica: la conoscenza palpabile e cupa della foresta, il suono attutito e appiattito, il senso pungente della consapevolezza accresciuta.

Ad essa si accosta la serie Stars (2014-2015), nata dalla combinazione di antichi paesaggi boschivi con immagini catturate dal Telescopio Hubble della NASA tra cui la Via Lattea e la Nebulosa NGC 346. Qui la relazione tipica spettatore-soggetto e paesaggio-oggetto è scardinata per rendere il paesaggio protagonista in modo assoluto e senza limiti, fonte di stupore e sopraffazione.

Infine nell’opera della serie Smoke and Mirrors (2010) l’artista esplora la complessa interrelazione tra paesaggio e bellezza, e la modalità in cui la nostra cognizione del paesaggio è costruita. Nel far ciò, si viene a sovvertire la nozione di bellezza come verità, e si riallaccia a più ampie questioni quali l’autenticità nella fotografia.

Come dichiara l’artista: “Il mio lavoro colloca lo spettatore nel divario tra realtà e fantasia, creando spazi che incoraggiano l’osservatore a rivalutare il modo in cui si forma il proprio rapporto con il paesaggio, la misura in cui è un prodotto del patrimonio culturale o esperienza personale e come questo è stato determinante nella propria identità”.

Le composizioni oniriche delle fotografie di Ellie Davies incoraggiano questa introspezione e offrono lo spazio e la calma necessari per meditare sulla nostra condizione umana.

Fino al 15 Aprile 2018 –  GALLERIA PATRICIA ARMOCIDA – Milano

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2018 Sony World Photography Awards

This April, contemporary photography returns to Somerset House with the 2018 Sony World Photography Awards Exhibition.

Featuring inspirational works by more than 600 artists, the exhibition will showcase winning and shortlisted works from the 2018 Sony World Photography Awards, the world’s most diverse photography competition.  Curated by Mike Trow – ex-Picture Editor of British Vogue – the images are specially selected from a record-breaking number of submissions. The 2018 Awards will cover a wide variety of genres, from architecture to landscape, street photography to wildlife, portraiture to travel.

The exhibition will also include an exclusive selection of unique works by a renowned international artist who will win the celebrated Outstanding Contribution to Photography Award.

20 Apr – 06 May 2018 – Somerset House – London

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August Sander – PERSECUTED / PERSECUTORS, PEOPLE OF THE 20TH CENTURY

“We can tell from a facial expression the work someone does or does not do, if they are happy or troubled, for life leaves its trail there unavoidably. A well-known poem says that every person’s story is written plainly on their face, although not everyone can read it.”* – August Sander

From March 8 to November 15, The Shoah Memorial is holding a major exhibition dedicated to a series of portraits taken during the 3rd Reich by one of German photography’s leading figures, August Sander (1876- 1964). Internationally recognized as one of the founding fathers of the documentary style, August Sander is the man behind many iconic 20th century photographs. Towards the end of the First World War, while working from his studio in Cologne, August Sander began what would become his life’s work: a photographic portrait of German society under the Weimar Republic.

He called this endeavor “People of the 20th Century”. While his first publication was banned from sale in 1936 by the National Socialist government, in around 1938 Sander began to take numerous identity photographs for persecuted Jews. Later, during the Second World War, he photographed migrant workers. August Sander included these images, and some taken by his son Erich from the prison where he would die in 1944, in “People of the 20th Century”, along with portraits of national socialists taken before and during the war. Sander was unable to publish his monumental work during his lifetime, but his descendants still champion his vision to this day.

These photographs are exhibited here together for the first time, along with contact prints, letters and details about the lives of those photographed. They are portraits of dignified men and women, victims of an ideology, taking their rightful place as ”People of the 20th Century” in defiance of Nazi efforts to ostracize them.

The exhibition is organized with the assistance of the August Sander Foundation and the NS-Documentation Center of the City of Cologne, the largest commemorative site for the victims of Nazism in Germany, founded in 1988.

March 8 to November 15, 2018 – The Shoah Memorial – Paris

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Viaggio nella fotografia Italiana

Il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’autore di Bibbiena (AR), ente nato per volontà della FIAF, la storica Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, presenta la mostra “Viaggio nella fotografia italiana” che si terrà da sabato 7 aprile a domenica 3 giugno 2018 presso il CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2) con inaugurazione il 7 aprile a partire dalle ore 15.00.

Il 19 dicembre 1948 veniva fondata a Torino da otto associazioni fotografiche la “Federazione Italiana Associazioni Fotografiche”. Lo scopo di tale federazione era ed è quello di divulgare e sostenere la fotografia amatoriale su tutto il territorio nazionale e di operare attivamente per la diffusione dell’arte fotografica. La mostra creata per ricordare la vita della Federazione si offre al visitatore come una riflessione sulle principali attività svolte in questi settant’anni, viste attraverso le immagini e i progetti fotografici prodotti dai Soci.

La struttura architettonica del CIFA, composta da due piani di celle e da un ampio corridoio baricentrico, contribuisce a scandire le varie fasi dell’esposizione. Al piano superiore, in una coppia di celle, viene proposto un estratto dell’editoria libraria composta dalle Monografie, la collana I grandi Autori della Fotografia Italiana, i volumi delle Grandi Opere e quelli relativi ai progetti nazionali. Alle pareti una serie di immagini che si riferiscono a queste pubblicazioni. In una seconda coppia di celle troviamo le riviste della FIAF a cominciare dal primo numero de Il Fotoamatore, organo ufficiale della Federazione fino alla versione più recente del mensile: Fotoit. Nello stesso spazio trova posto la serie di Riflessioni, il quaderno-catalogo delle mostre del CIFA e infine la serie degli Annuari. Anche in questo caso sulle pareti troviamo una scelta di fotografie tratte da queste pubblicazioni.

La terza coppia di celle è dedicata a quello che può definirsi il più significativo fenomeno sviluppatosi negli ultimi anni: il portfolio fotografico, come prodotto della creatività autoriale del fotografo. Un omaggio viene reso ai primi tentativi di proporre sequenze organiche di fotografie ricordando le esposizioni realizzate dal Fotocineclub Fermo e pubblicate nel volume Racconto e reportage Fotografico del 1973. A fianco un esempio di portfolio contemporaneo e la serie dei cataloghi della manifestazione Portfolio Italia.

La quarta coppia di celle è dedicata al mondo dei concorsi FIAF che, fin dalla nascita, hanno sempre avuto largo seguito tra gli associati.

La serie di celle al piano terreno è dedicato alle immagini prodotte dagli appassionati in questi settant’anni suddivisi per generi: si va dal ritratto al reportage al paesaggio fino alla foto concettuale e creativa e al nudo.

Infine, nel corridoio vi sono una serie di tabelloni, ognuno dedicato ai Grandi Progetti Nazionali della FIAF, a cominciare da E’ l’Italia del 1995 fino ad arrivare ai più recenti 17 MARZO 2011 UNA GIORNATA ITALIANA Passione Italia e a Tanti per Tutti , Viaggio nel volontariato italiano del 2017. Nella parte bassa del corridoio, sulla parete di fondo una proiezione ricorda e presenta il mondo degli Audiovisivi FIAF, mentre lungo le pareti un’installazione ripercorre la partecipazione della Federazione alle ultime frontiere del web, proiettando l’attività dell’associazione verso il proprio futuro.

“Per la prima volta nella sua storia la FIAF cerca di presentare in modo strutturato un’immagine delle proprie attività, realizzando anche una verifica della propria vivacità culturale –  ha affermato Claudio Pastrone, Direttore del Centro Italiano della Fotografia d’Autore – il percorso temporale della nostra Federazione è stato scandito da una miriade di attività e di avvenimenti, di cui qui cerchiamo di presentare i più significativi anche attraverso l’obiettivo primario dello stimolo alla creatività degli autori e alla promozione delle loro opere. Uno sguardo sul nostro passato, ma con gli occhi e la volontà rivolti al futuro.”

7 aprile – 3 giugno 2018  – Centro Italiano della Fotografia d’Autore – Bibbiena

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I believe – mostra di fotografia narrativa

“I Believe, costruttori di comunità” è un progetto di fotografia narrativa e una mostra fotografica ideati e prodotti dalla comunità bahá’í della Martesana, in occasione del bicentenario della nascita di Bahá’u’lláh, fondatore della Fede bahá’í.

“I Believe, costruttori di comunità” vuole raccontare, attraverso i ritratti dei soggetti fotografati e le loro testimonianze, l’energia che anima la comunità bahá’í. Attraverso il mezzo fotografico la comunità parla di sé e del proprio desiderio di promuovere il benessere della società, perché ogni singolo individuo è essenziale, prezioso. Per la comunità bahá’í chiunque lo desideri può portare il suo contributo. È sufficiente infatti ascoltare con attenzione per cogliere, nascosto nell’assordante frastuono del mondo, il lamento di persone, famiglie, paesi e nazioni. Ma chiudere gli occhi e ascoltare col cuore fa nascere anche una nuova energia. In questo stato di quiete si creano legami, progetti, nuove idee per generare cambiamento, trasformazione. Il caos diventa ordine. Costruire diventa lo scopo; speranza, impegno e sforzo per sanare le ferite del mondo diventano la meta; l’unità, la vittoria finale. Costruire insieme significa guardare con l’occhio interiore, ascoltare attentamente, esprimersi con saggezza, per agire in accordo come le note di una melodia che porta nuovo calore al cuore del mondo. Quando le persone, anche se diverse tra loro, agiscono all’unisono, possono generare il cambiamento.

Dal 7 al 28 aprile – Biblioteca di Vimercate (MB)

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Mostre di fotografia da non perdere ad ottobre

Ciao a tutti,

con ottobre riprende a pieno ritmo la stagione delle mostre. Ce ne sono di veramente interessanti, non fatevele scappare!

Qua tutte le mostre in corso sempre aggiornate!

Ciao

Anna Continua a leggere →

Mostre da non perdere a febbraio

Rieccoci con alcune mostre che vi consigliamo per il mese di febbraio.
Io quasi quasi faccio ua capatina a Parigi… 🙂

Ricordatevi di consultare la pagina delle mostre sempre aggiornata.

Ciao

Anna

Joel Meyerowitz – Taking My Time – Part II

Polka Galerie – Parigi – dal 14 gennaio 2017 al 4 marzo 2017

La galerie Polka présente le second volet de l’expoistion « Taking My Time », un cycle rétrospectif en deux tableaux consacré au grand photographe américain Joel Meyerowitz. Autobiographique et méditative, l’exposition plonge dans la mémoire d’un artiste spectateur qui a traversé l’histoire récente de la photographie. La deuxième partie du voyage se consacre aux paysages et à la lumière, laissant les rues de New York de la « Part. I » derrière elle.

A la  fin des années 1960, l’auteur de Bystanders (1994) interroge les secrets de la couleur, en explorant sa finesse, ses tonalités, ses contrastes et ses saturations veloutées. Le bouleversement sémantique que présuppose l’abandon du noir et blanc conduit Meyerowitz vers le contexte de ses images. Le grand format joue ici un rôle prépondérant. En 1976, l’artiste fait l’acquisition d’une chambre photographique grand format, une Deardorff 8×10. C’est à Cape Cod, où il passe ses vacances, que Meyerowitz l’utilise pour la première fois. Avec sa lumière, ses paysages vides, plats, silencieux voire figés, la presqu’île balnéaire du Massachusetts est à l’exact opposé de l’énergie new-yorkaise qu’il photographie à ses débuts, au 35mm. Mécaniquement et symboliquement, la vision change. Le dispositif et les règles aussi.

L’expérience de la chambre photographique permet à Joel Meyerowitz de résoudre un paradoxe esthétique et artistique auquel il s’est confronté dès ses débuts, au moment où la photographie couleur, médium de masse par excellence, gagnait son statut d’œuvre d’art. Là où Fred Herzog ou Stephen Shore, pour s’en libérer, neutralisent les nuances, Meyerowitz fait le contraire, assumant la richesse et la puissance des pigments. La couleur n’est plus seulement un procédé, elle devient un langage. Et la photographie un métabolisme, un théâtre, un lieu de contemplation qui se joue des hors-champs et des harmonies chromatiques. « L’action n’est plus au cœur, elle devient presque accessoire. Mon image a d’autres ambitions. » En 1979, paraît Cape Light, son livre culte, clin d’œil au passé et pré guration de ses futures séries.

Après les piscines de Cape Cod viendront d’autres paysages, d’autres formes, d’autres architectures. Des forêts de Toscane aux ruines du World Trade Center en passant par les ateliers du grand peintre italien Giorgio Morandi. Le voyage de Meyerowitz devient alors intérieur.

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William Klein – Paris+Klein

Polka Galerie – Parigi – dal 14 gennaio 2017 al 4 marzo 2017

« Paris+Klein » est une installation originale où l’artiste raconte son goût pour le désordre et sa fascination pour Paris, sa ville d’adoption. Construite comme un hommage à la capitale, l’exposition s’organise autour d’une mosaïque de 33 tirages à laquelle répondent une épreuve grand format d’un mannequin salué par des marines américains sur le Pont Alexandre III et des contacts- peints réalisés par l’artiste au début des années 90.

Klein le new-yorkais, à propos de Paris, raconte : « J’ai constaté qu’en général le Paris des photographes, même celui des plus grands, était romantique, brumeux et surtout mono-ethnique : une ville grise peuplée par des blancs. Or, pour moi, Paris était – autant et peut-être plus que New York – un melting-pot. Une ville cosmopolite, multi-culturelle et totalement multi-ethnique, n’en déplaise à Le Pen. Puis si je parle de New York, ma ville natale, je suis frappé par combien Paris est une ville moderne en comparaison, qui se transforme et où les choses marchent : le métro, le RER, et même le trafic, contrairement aux idées reçues.  Et puis Paris est drôle. Evidemment, pas pour tout le monde, mais, comparé à l’angoisse de New York… ».

De New York à Tokyo et de Rome à Paris en passant par Moscou, William Klein a toujours aimé la ville. Ses rues, ses trottoirs, ses cafés et terrasses, les passants, les amoureux, les manifestants. Il la photographie toujours dans la vérité de l’instant, de l’inattendu et de l’accident. Son credo: «No rules, no limits». Tout lui est permis. Il prend ce que l’on lui refuse, brise les interdits comme il casse les angles et néglige les réglages. Sa frénésie à se saisir de tout ce qui bouge et frétille provoque chez lui une transe créatrice. C’est sa danse.

« Pourquoi tant de rassemblements, de manifestations de fêtes et de foules. D’abord parce qu’il y en a. Et puis, il est vrai que j’ai toujours adopté une façon de cadrer basée sur le bordel des corps qui s’entremêlent, les regards qui s’entrecroisent et qui finissent par s’ordonner. Mais en réfléchissant, je me demande s’il n’y a pas autre chose. Je vis ici depuis un bon moment, mais je me sens toujours étranger. Mêlé aux foules, je me demande si ce n’est pas un désir d’appartenir. ».

L’exposition « Paris +Klein » à la galerie Polka est présentée en parallèle de « 5 Cities », une rétrospective du travail de William Klein, à découvrir jusqu’au 5 février 2017 au Centre Culturel Le Botanique de Bruxelles.

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JESSICA BACKHAUS –  SIX DEGREES OF FREEDOM

Six Degrees of Freedom è l’ultimo lavoro di Jessica Backhaus. Il titolo è un riferimento alla libertà di movimento di un corpo nello spazio, in ogni direzione possibile.
Sei gradi di libertà è una definizione mutuata dalla scienza. Allo stesso tempo esprime perfettamente l’idea che siamo il risultato delle nostre scelte in un dato contesto.

In questo lavoro autrice ha guardato alla propria vita; nel suo complesso, questa serie di immagini esprime il desiderio della Backhaus di indagare le proprie radici. Jessica Backhaus ha visitato i luoghi della propria infanzia e adolescenza, cercando di esprimere simbolicamente il senso di questa ricerca e le diverse fasi della vita.

Allo stesso tempo, le fotografie sono aperte all’interpretazione dell’osservatore. In Six Degrees of Freedom i temi ricorrenti sono la memoria, il contesto, il desiderio, l’identità e il destino. La ricerca delle nostre radici, nel lavoro dell’artista, è il desiderio di trovare la nostra vera identità e infine un invito a vivere secondo le nostre convinzioni, senza compromessi.

Tutto questo, attraverso meravigliosi still life.

Come ha scritto Jean Christoph Amman nell’introduzione a un precedente lavoro (Once, Still and Forever, pubblicato da Kehrer Verlag nel 2012)
‘A volte, comprendere il significato del lavoro di un artista richiede tempo. Quante volte l’attenzione è catturata da un tratto evidente. Nel caso di Jessica Backhaus, tale caratteristica evidente rappresenta anche l’occasione per contemplare ‘i modi del mondo, l’ordine delle cose (che il disordine rende necessario), in quanto luce e colore diventano, nel suo lavoro, generatori di vita. Ma non è tutto qui, c’è anche una sottile malinconia, a suggerirci che non possiamo cambiare il flusso delle cose. In altre parole, che dovremmo piuttosto seguirlo.’

Six Degrees of Freedom è anche un libro, pubblicato da Kehrer Verlag nel 2015

20 gennaio 2017–25 febbraio 2017
Micamera – lens based arts Milano

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CONTEMPORARY CLUSTER #02 FEAT. MUSTAFA SABBAGH

sabbagh

Reduce dal recente successo della sua prima mostra antologica, che gli è valsa il conferimento della cittadinanza onoraria di Palermo, e dal trionfo della pièce teatrale dedicatagli dalla trentennale compagnia performativa NèonTeatro, Mustafa Sabbagh (Amman, 1961) sceglie Roma – e la Fluxhall intermediale di Contemporary Cluster, concept espositivo che eleva l’Arte e ne esalta il Feticcio – per consacrare Onore al Nero, serie fotografica che lo ha reso celebre nel panorama artistico internazionale, e per scavare più a fondo del suo Nero, iniettandolo di lavori inediti e concepiti ad hoc per Cluster.

In [contemporary cluster #02 feat. mustafa sabbagh], l’artista coniuga il delirio visionario del Demiurgo al rigore clinico del Chirurgo, nella perfetta economia di un post-barocco sorprendentemente, sapientemente minimal. L’unico senso possibile è il non-sense dell’ossessione: la morbosità del dettaglio diventa padronanza di ogni fase della creazione, dalla raffinata ossatura scenica nella cui composizione è maestro, alla capacità di immergersi e fare suoi, attraverso il gesto artistico che lo connota, territori inesplorati o mai rivelati – scent, jewel, furniture e sound design, in collaborazione diretta con eccellenze di ognuno dei settori di appartenenza.

Contemporary Cluster #02 – Roma – Dal 28 gennaio 2017 al 15 aprile 2017

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Mario Cresci

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10 Febbraio 2017 to 17 Aprile 2017 – 7:00pm— A cura di: M. Cristina Rodeschini e Mario Cresci
Inaugurazione: giovedì 9 febbraio, ore 19:00

Dal 10 febbraio al 17 aprile 2017 la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo presenta la prima grande mostra antologica dedicata al lavoro fotografico di Mario Cresci (Chiavari, 1942), la cui figura artistica può essere considerata tra le più ricche e complete, per intenti ed esiti, della scena italiana del dopoguerra.

A cura di M. Cristina Rodeschini e Mario Cresci, la mostra offre una panoramica completa della poetica dell’artista, dalle origini del suo lavoro fino a oggi, evidenziandone l’attualità della ricerca nel contesto delle tendenze artistiche contemporanee.

Cresci utilizza il linguaggio della fotografia per approfondire aspetti legati alla memoria, alla percezione, alle analogie, in un’analisi suggestiva che diventa un invito a confrontarsi in modo inedito con la realtà, con i luoghi, intesi come deposito di relazioni, memorie, tracce.

La mostra attraversa la produzione dell’artista dalle prime sperimentazioni sulle geometrie alle indagini di carattere antropologico sulla cultura lucana della fine degli anni Sessanta, ai progetti dedicati alla ricerca della scrittura fotografica e all’equivocità della percezione, in un percorso espositivo articolato in dodici sezioni capace di mettere in risalto analogie formali e correlazioni concettuali fra le diverse opere, privilegiando, così, uno sviluppo non necessariamente cronologico della sua produzione e poetica.

Sarà inoltre presentata la rivisitazione di alcune sue famose installazioni poste in dialogo con opere più recenti, attraverso la ricerca di un’articolazione studiata per i diversi spazi espositivi; installazioni che presenteranno materiali eterogenei, non appartenenti unicamente allo specifico della tecnica fotografica, poiché, fin dagli esordi, Cresci è autore di opere composite caratterizzate da una libertà che attraversa il disegno, la fotografia, le installazioni e l’esperienza video.

La mostra si propone, infatti, di presentare il lavoro dell’artista mettendo in risalto questo continuo e proficuo scambio tra l’arte, la grafica e la fotografia, intesa quest’ultima come medium della ricerca artistica e al tempo stesso come riflessione teorica connessa con altri saperi e discipline. La profonda riflessione condotta da Cresci sulle potenzialità del linguaggio fotografico si è sviluppata, da sempre, in dialogo stringente con la più aggiornata ricerca artistica.

Il titolo della mostra, La fotografia del no, si rifà al libro di Goffredo Fofi Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società (Elèuthera, 2015), che rispecchia in gran parte il pensiero dell’artista riguardo alla fotografia, intesa come mezzo privilegiato, ma non unico, per le sue scelte di vita e di relazioquane con gli altri. Per Cresci, infatti, la fotografia è un “atto globale, non circoscrivibile al singolo scatto”, che si contamina, diventando argomento di testi e oggetto di docenza, nella ricerca di un dialogo con le giovani generazioni, per lui cruciale.

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Joel Sternfeld  – Colour Photographs: 1977-1988

 

Beetles+Huxley is pleased to present Colour Photographs: 1977-1988, the first solo exhibition in the UK by the American photographer, Joel Sternfeld for 15 years. Featuring 30 vintage dye transfer and chromogenic prints, the exhibition will include well known images by the artist as well as works that have never been seen before.

The exhibition will showcase several examples of vintage dye transfer prints from one of Sternfeld’s best-known bodies of work, “American Prospects”. Sternfeld traversed the United States with his 8 x 10 inch camera, in order to capture the essential character of the country. First exhibited at the Museum of Modern Art, New York and then published in book form in 1987, “American Prospects” is regarded as one of the most influential bodies of photographic work from this period.

“American Prospects” is seen as a continuation of the American documentary tradition established in the 1930s by Walker Evans and continued by Robert Frank twenty years later. Sternfeld expanded the trajectory of the medium by photographing scenes rich with implied narrative, which were also distinct in their colour and composition. Pictures included in the exhibition demonstrate early experiments with colour and conceptual strategies that the artist would develop later on into complete bodies of work.

Sternfeld’s work is characterised by its attention to societal issues, delicately balanced by subtle irony and humour. “McLean, Virginia, December 1978” is an example of this; here we see a fire fighter shopping for a pumpkin at a farm market whilst a house on fire blazes in the background. Despite appearances, the scene that Sternfeld had captured was a controlled training exercise, and a chief who was able to leave his post when the house was allowed to burn to the ground. The hidden story of this photograph shows Sternfeld to be engaging with the problematic ‘truth value’ of photography.

Born in 1944 in New York City, Sternfeld earned a BA in Art from Dartmouth College in 1965. His work has been the subject of multiple exhibitions in museums and galleries worldwide, including the Museum of Modern Art, New York, The Art Institute of Chicago, the Museum Folkwang Essen, the Albertina Museum of Vienna and C/O Berlin. He has received numerous awards including two Guggenheim fellowships, a Prix de Rome and the Citibank Photography Award. He holds the Noble Foundation Chair in Art and Cultural History at Sarah Lawrence College.

Giles Huxley-Parlour, director of Beetles+Huxley, has stated: “Sternfeld’s work has become an influential part of art history and has shaped the way that the world looks at American life and culture. His pioneering early colour photographs present a country of immense beauty and opportunity, but one seemingly stuck at a turning point: proud of its past as a noble experiment in democracy, but fraught with various new and disturbing forces. His work resonates strongly today at a time of such upheaval in American politics and society.”

27 January – 18 February  – Beetles+Huxley  – London

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Henri Cartier-Bresson – Images à la Sauvette

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From January 11 to April 23, 2017, the Foundation devotes an exhibition to Cartier-Bresson’s famous publication Images à la Sauvette. Initated by the French publisher Tériade, the project is finally achieved on October 1952 as a French-American co-edition, with the contribution of Matisse and the American publishers Simon and Schuster. The latter chose “The Decisive Moment” as the title of the American version, and unintentionally imposed the motto which would define Cartier-Bresson’s work. Since its publication in 1952, Images à la Sauvette has received an overwhelming success. It is considered as “a Bible for photographers” according to Robert Capa’s words. The innovative design of the publication stroke the art world with its refine format, the heliogravure quality and the strength of the image sequences. The publication reveals the inherent duality of Cartier-Bresson’s work; between the photographer’s intimate interpretation and his documentary approach.

Images à la Sauvette is the fruit of joined efforts of a famous art publisher, Tériade, a talented photographer, a painter at the peak of his career, Matisse, and two American publishers, Simon and Schuster. From his beginnings, Cartier‑Bresson considers the book as the outcome of his work. In the thirties, he met the publisher of Verve, Tériade, who he would later likely acknowledge to be his mentor. They plan, at the time, to carry out a book project on large cities rough areas together with Eli Lotar, Bill Brandt and Brassaï, but this ambitious project will never see the light of day.

Images à la Sauvette established itself as an extremely pioneering work by its wish to claim the images strength as the unique narrative form and the emphasis on the photographer text. It proposes a daring purity, allowing the 24 x 36 to spread out on its very large format pages. A model of its kind with the heliogravure printing by the best craftsmen of the era, the Draeger brothers, and the splendid Matisse cover has been called “A bible for photographers” by Robert Capa. In Spring 1951, Cartier-Bresson explains, “While our prints are beautiful and perfectly composed (as they should be), they are not photographs for salons […] In the end, our final image is the printed one”. This affirmation definitely proclaims Images à la Sauvette as an artist’s book.

The exhibition presents a selection of vintage prints as well as numerous archival documents to recount the history of this publication, until its facsimile reprint by Steidl Verlag, in 2014. This edition comes with an additional booklet containing an essay by Clément Chéroux.

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Paolo Ventura. I pagliacci

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Per la prima volta, il Teatro Regio e CAMERA collaborano alla presentazione di un progetto artistico importante per la città. Si tratta del lavoro studiato e realizzato per il Teatro Regio da Paolo Ventura, autore delle scene, dei costumi e dei video di Pagliacci, l’opera di Ruggero Leoncavallo in scena al Teatro Regio dall’11 al 22 gennaio. Contemporaneamente il Regio e CAMERA esporranno il materiale artistico prodotto da Ventura: il Regio alcuni bozzetti delle scene e dei costumi, che saranno visibili durante le recite nel Foyer d’ingresso del Teatro; CAMERA, le fotografie, altri bozzetti e le sculture realizzate dall’artista, a testimoniare l’approccio originale di Ventura al mondo dell’immagine nella sua interezza, di cui la fotografia è parte fondamentale.

Ventura si è imposto all’attenzione internazionale grazie alle sue fotografie di mondi ricostruiti, malinconici e talvolta ironici ai quali egli dà una nuova vita. Simili a teatrini, dove si aggirano personaggi solitari, misteriosi, in un tempo come sospeso, difficilmente identificabile, le sue opere trasportano gli spettatori in un universo onirico, con atmosfere irreali e al contempo famigliari. Costruendo egli stesso  le scene e i costumi, Ventura ricrea un immaginario dove i protagonisti, le scene e i costumi mescolano il reale alla finzione, la suggestione al sogno. Sembra così naturale un suo passaggio al mondo del teatro e della scenografia: l’artista nel 2014 viene chiamato dal Teatro dell’Opera di Chicago per realizzare le scenografie dell’opera Carousel di Rodgers e Hammerstein, che riscuotono un grande successo. Nel 2015 il regista Gabriele Lavia  e il Teatro Regio di Torino lo invitano alla realizzazione delle scenografie dell’opera Pagliacci di Ruggero Leoncavallo.

Il progetto delle scenografie, prevede da parte dell’artista un lungo studio e la realizzazione di molte opere, che diverranno infine la scenografia teatrale vera e propria. Paolo Ventura realizza numerosi bozzetti dei paesaggi e dei costumi dei personaggi;  successivamente, coerentemente con il suo metodo di lavoro e la sua poetica, crea alcune sculture di piccole dimensioni, che diventano protagoniste assieme ai fondali da lui dipinti, di fotografie, tutti materiali che il teatro utilizza poi per costruire le sue scenografie praticabili.

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Broomberg & Chanarin: Trace Evidence

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20 January – 17 March 2017 – Lisson Gallery Milano

Broomberg & Chanarin’s first solo exhibition at Lisson Gallery Milan provides a broad overview of the artists’ work through eight different photographic series from 2006 to 2016, presented alongside a new work created especially for the show.
Trace evidence is created when objects collide or connect and some material is transferred by friction between them. The term is associated with forensic science and the reconstruction of crimes, often describing how people, places and inanimate things interact with each other. An examination of Broomberg & Chanarin’s work over the past decade unearths an approach to photography that is both anthropological and political in nature, characterised by an inherently investigative quality. The artists use photography as a form of conceptual ethnography, immersing themselves into spaces and situations that reveal evidence, residue or traces of past human presence. With abstracted imagery deliberately lacking a central subject or focal point, their refusal to depict or narrativise has become one of their primary tools for communicating the ineffable in war and conflict.
Works on display bring to the fore the duo’s constructions of identity and human behaviour and can be understood as surrogates for missing objects or persons. The exhibition title draws directly from a recent work by Broomberg & Chanarin, created in 2015 for the Freud Museum in London, in which they commissioned a police forensics team to gather DNA samples of hairs and other fibres from the rug covering Freud’s couch. These findings were transformed into a large woven tapestry, mirroring the scale and texture of the original, as well as a number of high-resolution radiographic quartz images, all collated under the rubric of Trace Evidence. When the artists were embedded with the British Army in Afghanistan, rather than photographing the landscape or soldiers in combat, they unrolled lengths of photographic paper to ‘record’ abstract moments. Only the titles the artists later assigned to these compositions – The Day Nobody Died or Repatriation (all 2008) – allude to a time, place or death, combining to create an alternative war diary.

The idea of staging, rehearsal and artifice relates to the artists’ on-going interest in German poet Bertold Brecht and his experiments in poetry and theatre, an influence that is also evident in Portable Monuments (2012). Here the artists use coloured blocks as stand-ins for significant events or characters from newspaper photographs, the resulting fictions are vehicles to explore the documentation, dissemination and currency of media imagery.
Subversive investigations into the mainstream continue in American Landscapes (2009), which spotlight the interiors of commercial photography studios across the USA where images are manufactured, again in opposition to the rules of representation. Physical restriction and personal expression are more closely observed in Red House (2006) – photos of marks and drawings made on the walls of a building in Iraq by Kurdish prisoners – the recorded traces of oppression.

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Diane arbus – in the beginning

January 21–April 30, 2017 – San Francisco Museum of Modern Art

diane arbus: in the beginning considers the first seven years of the photographer’s career, from 1956 to 1962. A lifelong New Yorker, Arbus found the city and its citizens an endlessly rich subject for her art. Working in Times Square, the Lower East Side, and Coney Island, she made some of the most powerful portraits of the twentieth century, training her lens on the pedestrians and performers she encountered there. This exhibition highlights her early and enduring interest in the subject matter that would come to define her as an artist. It also reveals the artist’s evolution from a 35mm format to the now instantly recognizable and widely imitated look of the square format she adopted in 1962. Bringing together over 100 photographs from this formative period, many on display for the first time, diane arbus: in the beginning offers fresh insights into the distinctive vision of this iconic American photographer

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Attraverso – Lia Pasqualino

 

È stato Walter Benjamin a notare come l’osservatore, il protagonista del racconto di Edgar Allan Poe intitolato L’uomo nella folla, guardando attraverso i vetri di un locale pubblico, cioè da un’apparente posizione di sicurezza, finisca per “soccombere a un’attrazione che lo trascinerà nel vortice della folla”.Attraverso è il titolo scelto per la mostra di Lia Pasqualino che si terrà alla Galleria del Cembalo da sabato 14 gennaio a sabato 1 aprile 2017. Saranno esposte venti fotografie inedite in bianco e nero della fotografa palermitana che ritraggono persone in posa o in situazioni viste attraverso la superficie di un vetro. Foto in cui il vetro svolge la funzione di filtro da cui partire per creare ciò che si realizza nell’inquadratura, ossia quel legame speciale e irripetibile tra la persona, l’emozione, la memoria, e il silenzio, coagulato nel tempo dello scatto.

Come l’osservatore di Poe, Lia Pasqualino ritaglia la visibilità del mondo nella distanza imposta da una finestra e, come lui, ne estrae la misura incandescente di una relazione essenziale con la vita. Dietro il vetro tutto appare senza tempo, allucinatorio, e ricorrente.

Se è vero che c’è uno strano silenzio quando si guarda il mondo attraverso una parete di vetro, è anche vero che si tratta del silenzio più ammaliante e catturante che esista. La finestra è un dispositivo usato da sempre, e che la pittura, la fotografia, il cinema hanno variamente celebrato.

Leon Battista Alberti definiva il quadro “come una finestra onde si possa vedere l’historia”. E Ortega y Gasset scriveva che “un angolo di città o di paesaggio, visto attraverso il riquadro della finestra, sembra distaccarsi dalla realtà e acquistare una straordinaria palpitazione ideale”. Anche Luigi Ghirri definiva la fotografia “una finestra aperta sul mondo”. E infatti le sue immagini sono piene di finestre.

La finestra e il vetro svolgono da sempre una funzione essenziale: esaltano la relazione tra il dentro e il fuori. E gli sguardi che Lia Pasqualino scopre o mette in posa sembrano nello stesso tempo rivolgersi all’interno e all’esterno, sempre trasognati o impegnati a guardare oltre se stessi, verso quel punto fermo del mondo che ruota di cui parla in una sua celebre poesia T. S. Eliot.

La finestra ritratta da Lia Pasqualino è il confine per far passare nello sguardo, simultaneamente, quello che siamo e quello che vorremmo essere, quello che sembriamo e quello che pensiamo, la cornice, sospesa nel vuoto, attraverso cui catturare uno stato di coscienza, l’attimo infinito in cui lo sguardo oscilla indeciso tra l’opacità e la trasparenza – un punto di trasmigrazione dell’anima.

Non è un caso che nella mostra sia dedicato uno spazio speciale a una sequenza di scatti che ritraggono un grande attore di Tadeusz Kantor, Roman Siwulak, uno dei leggendari protagonisti de La Classe Morta, lo spettacolo in cui la scena diviene per la prima volta il luogo di una esperienza di metamorfosi totale. Kantor diceva che non si può recitare a teatro, bisogna prima trovare il luogo della vita, e il suo teatro della morte era infatti concepito come una grande finestra da cui lasciar spiare agli spettatori sogni e ricordi, incarnati nel viaggio dei suoi attori, manichini sospesi tra la vita e la morte.

Come scrive Cortazar a proposito della fotografia, l’insolito non si inventa. Lo si incoraggia aspettando che si manifesti senza che lo si debba separare con violenza dal consueto. Era questa la ragione per cui il grande scrittore argentino preferiva definire le fotografie come finestre verso l’insolito.

Dal 14/1/2017 al 1/4/2017 – Galleria del Cembalo – Roma

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ALIX MARIE – La Femme Fontaine e MAIJA TAMMI – White Rabbit Fever

La galleria Matèria è lieta di inaugurare, sabato 14 gennaio, il programma espositivo 2017/2018 con una doppia mostra: ‘La Femme Fontaine’, la prima personale in Italia dell’artista francese Alix Marie (Parigi, 1989) e ‘White Rabbit Fever’ dell’artista Finlandese Maija Tammi (Helsinki , 1985) anche questa un’anteprima in Italia.

Fino al prossimo 25 febbraio, presso le sale della galleria romana, Alix Marie e MaijaTammi presentano al pubblico una combinazione di opere fotografiche e scultoree, stratificando un dialogo dai labili confini tra arte e scienza, dai tratti quasi ossessivi, accademici e profondamente autobiografici.

Ripercorrendo la storia della fotografia stessa, che nel suo primo decennio di vita fu mero strumento a servizio della scienza, realtà tangibile e visione si fondono nell’opera delle due artiste in mostra.

Tra mito e introspezione si colloca l’istallazione scultorea di Alix Marie, realizzata con  calchi in cemento del suo corpo; mentre i confini tra la vita e la morte, il bello e il rivoltante diventano labili nel lavoro di Maija Tammi, in dialogo con la fascinazione umana alla ricerca della vita eterna.

La Femme Fontaine e White Rabbit Fever offrono visioni dissonanti e una profonda  riflessione sulla  costante e inviolabile azione del tempo, valore universale, cui si contrappone la nostra umana, inesausta ricerca utopica dell’invincibilità.

La mostra sarà visitabile fino al 25 febbraio 2017, dal martedì al sabato dalle 11.00 alle 19.00, presso Matèria Gallery, via Tiburtina, 149-Roma.

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Paolo Ventura – Early works and rare prints + Danila Tkachenko – Restricted area /rurals

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In concomitanza con Arte Fiera, la Galleria del Cembalo presenta a collezionisti e appassionati, una selezione di opere di Paolo Ventura e Danila Tkachenko. Diversi per generazione, per stile, per provenienza, per cultura familiare, i due artisti traggono ispirazione per i loro progetti dal passato, dalla memoria storica della propria nazione, dalla tragedia. Il rigore storiografico si traduce in visione, in teatro.

 Paolo Ventura. Early Works and Rare Prints

Una scatola ritrovata. All’interno, work print di progetti inediti e delle ormai rare immagini di War Souvenir. Il sorprendente contenuto è all’origine della mostra che sarà aperta al pubblico all’inizio di febbraio nelle sale della Galleria del Cembalo a Roma. Una selezione di polaroid di Civil War, de L’automa, e dieci pezzi unici tratti da War Souvenir sono presentati in anteprima a Bologna.

 Danila Tkachenko. Restricted Areas

Una scoperta, un successo globale. Difficile trovare espressioni diverse per definire il fenomeno “Danila Tkachenko” e di Restricted Areas.

Il lavoro propone i simboli dell’utopia e oggi rovine di una potenza che voleva conquistare il mondo, dal sottosuolo allo spazio. Per tre anni Danila Tkachenko (Mosca, 1989), giovanissimo e straordinario talento della fotografia russa, in linea con le istanze più internazionali e contemporanee, ha viaggiato il suo paese, dal Kazakistan alla Bulgaria, al Circolo Polare Artico, alla ricerca di quelle restricted areas, che dalla seconda guerra mondiale alla caduta dell’Urss, sono rimaste segrete, mute persino sulle carte geografiche.

Danila Tkachenko. Ritual

Il nuovo progetto di Danila Tkachenko nasce da una riflessione sul centenario dalla Rivoluzione Russa (1917-2017). L’autore rende tangibile e concreta la metafora di “bruciare tutto ciò che è caro” e letteralmente brucia i simboli dell’era che si lascia alle spalle, creando spazio libero per un futuro promettente.

Già gli artisti delle avanguardie all’inizio del ventesimo secolo misero in risalto ed anticiparono i drammatici cambiamenti che si venivano a creare nella struttura sociale. Da ciò, la necessità di costruire il futuro sulla base di nuovi ideali: per raggiungere questa utopia, sembra suggerire Danila, è indispensabile bruciare, cancellare tutto ciò che è statico, legato al mondo precedente e che ostacola il nuovo modo di pensare.

Le strutture in fiamme sono fotografate in zone rurali, in un iconico “campo libero”, e la luce del crepuscolo lascia a chi osserva la domanda irrisolta se si tratti del tramonto del vecchio mondo o dell’alba della nuova era. Otto immagini sono presentate in anteprima assoluta.

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