Peter Lindbergh, documentario sul suo lavoro.


Peter Lindbergh è un autore riconosciuto in tutto il mondo e ha segnato la storia della moda e della fotografia.
Negli anni Ottanta contribuisce a “costruire” il fenomeno delle top model scattando alcuni dei ritratti più forti della propria carriera con soggetti come: Nadja Auermann, tra le più amate delle sue muse, Naomi Campbell e Kate Moss, Julianne Moore e Meghan Markle.
Peter Lindbergh ha lavorato per le più importanti riviste di moda e per riviste di caratura internazionale, Nel corso degli anni i suoi lavori sono apparsi su prestigiosi magazine come Vogue, Harper’s Bazaar, New Yorker, Vanity Fair, W Magazine, Allure, Rolling Stone.
Assistente del fotografo tedesco Hans Lux, ha subito successo per il suo linguaggio e la sua interpretazione della moda distanti dalle tendenze dell’epoca.
Del suo lavoro e di sé dice: “Quando si crea qualcosa: un dipinto, un poema, una fotografia, la creatività viene da un’idea, da una sensazione, da un’emozione o dalla combinazione di idee, sensazioni ed emozioni che, in un qualche modo, ‘rinascono’ dalle nostre esperienze e prospettive. La creatività è il desiderio di esprimersi”.
Lindbergh è legato all’espressionismo tedesco del cinema e delle arti figurative e tenta quindi di parlare del mondo contemporaneo mostrandone incertezze e angosce.
La copertina di Vogue di gennaio 1990 è una delle più celebri e vi sono ritratte in bianco e nero, tutte le top model più famose di quel periodo, Cindy Crawford, Naomi Campbell, Tatjana Patitz, Christy Turlington e Linda Evangelista.

La copertina di Vogue di gennaio 1990 (Fonte Instagram @britishvogue)

Il suo stile si riconosce per il realismo e per una veridicità simile al reportage.

Come abbiamo detto, il suo lavoro è ispirato al cinema tedesco della sua infanzia e ai paesaggi industriali di Duisburg, dov’è nato.

Sicuramente è valutato come uno dei fotografi di moda più influenti del XXI secolo.

Uno  dei calendari Pirelli più celebrati è quello scattato da lui nel 2017.

Qui la sua storia completa, pubblicata dalla sua fondazione

Qui alcuni dei suoi ritratti più interessanti

Ciao

Sara

Sabisha Friedberg & Jessica Stam for Vogue Italy, Paris, France. Fotografia di Peter Lindbergh

Mostre di fotografia segnalate per Aprile

Ciao a tutti,

un mese così ricco di mostre fantastiche non credo di averlo mai visto. Vi faccio solo qualche nome: Cartier-Bresson, Bourke-White, Doisneau.

Non aggiungo altro. Date un’occhiata e sono certa troverete qualcosa che non vorrete perdervi.

Compatibilmente con le conseguenze legate alla situazione, le mostre saranno visitabili anche quando potremo visitarle.

Anna

Massimo Vitali – Costellazioni Umane

La mostra si articola in circa 30 opere scelte in venticinque anni di produzione dell’artista. Il percorso espositivo non scandito in ordine cronologico è, a tutti gli effetti, una sorta di mostra antologica.
Per chi conosce l’opera di Vitali sarà importante ritrovare le spiagge italiane assolate e gremite di gente in vacanza (1995), ma sarà anche una sorpresa vedere, per la prima volta in assoluto, gli scatti dei concerti di Jovanotti nel suo ultimo tour italiano del 2019.
L’opera di Massimo Vitali attinge esteticamente alla storia dell’arte e non solo a quella della fotografia.

Italiano d’origine, anglosassone di formazione e con una visione internazionale e attenta all’evolversi della ricerca d’avanguardia a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale, l’artista appare come un fotografo incline a non lasciare tracce nelle sue opere di momenti legati a fatti storici identificabili. Il suo mondo estremamente raggelato e cristallizzato, appare come sospeso in un fermo immagine cinematografico. Non vi sono mai dettagli identificabili con fatti storici attuali, se non per i titoli che, talvolta, rimandano a raduni affollati o a serate di divertimento in discoteca.

La sua opera appare come conseguente a un periodo “illuminista”, dove vengono registrati luoghi che, al di là del loro interesse geografico, paesaggistico o atmosferico, sono immortalati per ciò che sono e “catturati” da un occhio algido e preciso per quantità di dettagli e particolari illustrati fino al parossismo. Le costruzioni vengono restituite in tutta la loro identità e fisicità architettonica; le montagne sono riprese, per quanto impossibile, fino all’ultima roccia e lichene; le spiagge e le dune di sabbia, ammorbidite dai riflessi e dalle ombre percepibili fino all’orizzonte. Come Canaletto e molta della pittura settecentesca, il suo occhio capta ogni minimo dettaglio e lo trasferisce sulla carta fotografica in modo realistico e analitico.
L’atmosfera – per intenderci quella leonardesca dello sfumato e della percezione spaziale della nebulizzazione nell’aria dell’acqua e della polvere – è inesistente nelle sue fotografie. Tutto è definito. Come in Canaletto le figurine poi recitano parti di una commedia scritta in modo corale, le persone appaiono come dirette da un regista fuori scena e obbediscono a dettami predefiniti anche se in modo ovviamente inconscio.
Tutto è proiettato su uno schermo in cui i protagonisti recitano, come attori istruiti, parti a loro destinate dai fatti contingenti.
I titoli delle opere tendono a confondere lo spettatore come se l’artista avesse destinato, alle persone ritratte, parti precise e ruoli da primo attore.
In opere come De Haan Kiss (2001), in cui due ragazzi in primo piano si scambiano un bacio, o in Cefalù Orange Yellow Blue (2008), dove vi sono costumi da bagno colorati, è il caso che determina il titolo dell’opera deciso in post produzione dopo un attento riesame della fotografia.

Invece, in opere come Carcavelos Pier Paddle (2016), il ragazzino – che sulla sinistra dell’opera è immortalato per sempre nel suo tuffo acrobatico, riprendendo la grande storia delle immagini sportive, dal tuffatore del notissimo affresco di epoca romana a Paestum fino al Tuffatore (1951) di Nino Migliori – non dà nessun titolo all’opera, pur avendone “pieno diritto”. Ciò non significa comunque che le opere di Vitali siano dei “d’après” ma, al contrario, sono degli originali che continuano la storia della fotografia in modo innovativo e personale.
L’opera di Vitali è – dopo oltre trent’anni di lavoro – quella di un grande autore classico, totalmente immerso nella storia dell’arte italiana e internazionale, che lo colloca fra i maggiori artisti dei nostri tempi.
Due volumi antologici, editi da Steidl, documentano il lavoro dell’artista con le riproduzioni di tutte le opere esposte.

dal 26 febbraio al 5 luglio 2020 – Museo Ettore Fico di Torino

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HENRI CARTIER-BRESSON: LE GRAND JEU

Palazzo Grassi presenta “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu”, realizzata con la Bibliothèque nationale de France e in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson.

Il progetto della mostra, ideato e coordinato da Matthieu Humery, mette a confronto lo sguardo di cinque curatori sull’opera di Cartier-Bresson (1908 – 2004), e in particolare sulla “Master Collection”, una selezione di 385 immagini che l’artista ha individuato agli inizi degli Settanta, su invito dei suoi amici collezionisti Jean e Dominique de Menil, come le più significative della sua opera.

La fotografa Annie Leibovitz, il regista Wim Wenders, lo scrittore Javier Cercas, la conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas, il collezionista François Pinault, sono stati invitati a loro volta a scegliere ciascuno una cinquantina di immagini a partire dalla “Master Collection” originale, della quale esistono cinque esemplari.

Attraverso la loro selezione, ognuno di loro condivide la propria visione personale della fotografia, e dell’opera di questo grande artista. Rinnovare e arricchire il nostro sguardo sull’opera di Henri Cartier-Bresson attraverso quello di cinque personalità diverse è la sfida del progetto espositivo “Le Grand Jeu” a Palazzo Grassi.

La mostra “Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu” sarà presentata alla Bibliothèque nationale de France, a Parigi, nella primavera 2021.

Dal 22 Marzo 2020 al 10 Gennaio 2021 – Venezia Palazzo Grassi

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YOUSSEF NABIL. ONCE UPON A DREAM

Insieme alla mostra dedicata a Henri Cartier-Bresson, a cui sarà riservato il primo piano espositivo, Palazzo Grassi presenta una mostra monografica dedicata all’artista Youssef Nabil (Il Cairo, 1972), dal titolo “Once Upon a Dream” curata da Matthieu Humery Jean-Jacques Aillagon.

Realizzate con la tecnica tradizionale egiziana largamente utilizzata per i ritratti fotografici di famiglia e per i manifesti dei film che popolavano le strade de Il Cairo, le fotografie successivamente dipinte a mano da Youssef Nabil restituiscono la suggestione di un Egitto leggendario tra simbolismo e astrazione.

La ricerca dei reperti identitari, le preoccupazioni ideologiche, sociali e politiche del XXI secolo, la malinconia di un passato lontano sono i soggetti che Nabil predilige nella sua ricerca artistica. L’esposizione intende invitare a un’immersione libera nella carriera dell’artista attraverso sezioni tematiche che riproducono i suoi primi lavori fino alle opere più recenti. Ad arricchire il percorso la produzione video di Nabil con i suoi tre video Arabian Happy Ending, I Saved My Belly Dancer e You Never Left.

22/03/2020 – 10/01/2021 – Palazzo Grassi Venezia

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PRIMA, DONNA. MARGARET BOURKE-WHITE

La mostra raccoglie, in una selezione del tutto inedita, le più straordinarie immagini realizzate da Margaret Bourke-White – tra le figure più rappresentative ed emblematiche del fotogiornalismo – nel corso della sua lunga carriera. Accanto alle fotografie, una serie di documenti e immagini personali, video e testi autobiografici, raccontano la personalità di un’importante fotografa, una grande donna, la sua visione e la sua vita controcorrente.

Sarà possibile ammirare oltre 100 immagini, provenienti dall’archivio Life di New York e divise in 10 gruppi tematici che, in una visione cronologica, rintracciano il filo del percorso esistenziale di Margaret Bourke-White e mostrano la sua capacità visionaria e insieme narrativa, in grado di comporre “storie” fotografiche dense e folgoranti.

L’esposizione rientra ne “I talenti delle donne”, un palinsesto promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’universo delle donne, focalizzando l’attenzione di un intero anno – il 2020 – sulle loro opere, le loro priorità, le loro capacità. Si vuole  rendere visibili i contributi che le donne nel corso del tempo hanno offerto e offrono in tutte le aree della vita collettiva, a partire da quella culturale ma anche in ambito scientifico e imprenditoriale, al progresso dell’umanità.

L’obiettivo è non solo produrre nuovi livelli di consapevolezza sul ruolo delle figure femminili nella vita sociale ma anche aiutare concretamente a perseguire quel principio di equità e di pari opportunità che, dalla nostra Costituzione, deve potersi trasferire nelle rappresentazioni e culture quotidiane.

Dal 18 Marzo 2020 al 28 Giugno 2020 – Palazzo Reale MILANO

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ROBERT DOISNEAU

Dal 6 marzo al 21 giugno 2020 Palazzo Pallavicini ospita un’importante retrospettiva dedicata al grande fotografo parigino  Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1º aprile 1994), celebre per il suo approccio poetico alla street photography, autore di Le baiser de l’hôtel de ville, una delle immagini più famose della storia della fotografia del secondo dopoguerra.

La mostra è curata dall’Atelier Robert Doisneau, creato da Francine Deroudille e Annette Doisneau per conservare e rappresentare le opere del fotografo, ed è organizzata da Pallavicini s.r.l. di Chiara CampagnoliDeborah Petroni e Rubens Fogacci in collaborazione con diChroma photography.

Sono 143 le opere in mostra nelle prestigiose sale di Via San Felice, tutte provenienti dall’Atelier. L’esposizione è il risultato di un ambizioso progetto del 1986 di Francine Deroudille e della sorella Annette – le figlie di Robert Doisneau – che hanno selezionato da 450.000 negativi, prodotti in oltre 60 anni di attività dell’artista, le immagini della mostra che ci raccontano l’appassionante storia autobiografica dell’artista.

I sobborghi grigi delle periferie parigine, le fabbriche, i piccoli negozi, i bambini solitari o ribelli, la guerra dalla parte della Resistenza, il popolo parigino al lavoro o in festa, gli scorci nella campagna francese, gli incontri con artisti e le celebrità dell’epoca, il mondo della moda e i personaggi eccentrici incontrati nei caffè parigini, sono i protagonisti del racconto fotografico di un mondo che “non ha nulla a che fare con la realtà, ma è infinitamente più interessante”. Doisneau non cattura la vita così come si presenta, ma come vuole che sia. Di natura ribelle, il suo lavoro è intriso di momenti di disobbedienza e di rifiuto per le regole stabilite, di immagini giocose e ironiche giustapposizioni di elementi tradizionali e anticonformisti.

Influenzato dall’opera di André Kertész, Eugène Atget e Henri Cartier-Bresson, Doisneau conferisce importanza e dignità alla cultura di strada, con una particolare attenzione per i bambini, di cui coglie momenti di libertà e di gioco fuori dal controllo dei genitori, trasmettendoci una visione affascinante della fragilità umana.

Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti;
nessun regista può ricreare l’inaspettato che trovi per strada.
Robert Doisneau

Dal 06 Marzo 2020 al 21 Giugno 2020 – Palazzo Pallavicini – Bologna

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PETER LINDBERGH. HEIMAT. A SENSE OF BELONGING

In occasione della settimana della moda di Milano, Giorgio Armani inaugura negli spazi di Armani/Silos la nuova mostra dedicata al lavoro del fotografo Peter Lindbergh. Intitolata Heimat. A Sense of Belonging, la mostra presenta un’ampia selezione dell’opera di Lindbergh, percorrendo vari decenni del lavoro del fotografo, pubblicato come inedito.

Curata personalmente da Giorgio Armani in collaborazione con la Fondazione Peter Lindbergh, la mostra evidenzia le straordinarie affinità tra due figure visionarie, il cui originale senso di identità ha definito standard molto personali e molto alti, tanto nell’arte quanto nella vita. Giorgio Armani e Peter Lindbergh hanno condiviso valori che hanno permeato tutta la loro estetica. In particolare, l’apprezzamento per la verità e l’anima che da essa emana, e la ricerca dell’onestà in opposizione all’artificio, hanno dato vita a una stretta collaborazione iniziata negli anni Ottanta e proseguita nel corso delle rispettive carriere.

Incentrata sugli aspetti noti e meno noti del lavoro di Lindbergh e allestita al piano terra di Armani/Silos, Heimat. A Sense of Belonging si sviluppa come un movimento in tre sezioni. Il punto di vista unico del fotografo, la sua idea di spazio e di bellezza, la sua estetica inconfondibile e le sue fonti di ispirazione si svelano in un viaggio che va oltre l’idea della fotografia di moda. Si parte dai ritratti di The Naked Truth, si prosegue con le possenti atmosfere di Heimat, si conclude con la sorprendente schiettezza delle immagini di The Modern Heroine.

La comprensione della femminilità dimostrata da Lindbergh, il suo interesse per la personalità e la sua propensione per la verità, lo hanno sempre distinto dai suoi colleghi. C’è un’onestà intrinseca nel lavoro di Lindbergh che è strettamente legata alla sua stessa Heimat. La parola Heimat, in tedesco, significa qualcosa di più di casa: è un luogo del cuore, il luogo a cui si appartiene. Per Lindbergh, Heimat é il background industriale di Duisburg, con le sue fabbriche, la nebbia, il metallo e il cemento. L’estetica della Berlino degli anni ’20 ha lasciato un’altra indelebile impronta nel suo lavoro. Attraverso il filtro di uno sguardo pieno di umanità, tali spunti hanno generato un senso di cruda bellezza che connota l’intera opera del fotografo.

Il cuore della mostra ospitata nell’Armani/Silos ruota intorno a immagini in cui l’espressivo ambiente industriale è qualcosa di più di un semplice sfondo: un protagonista narrativo, splendidamente nudo nella sua verità, così come lo sono i ritratti di Lindbergh, sempre spogli da qualsiasi artificio, insieme alla sua idea di eroina moderna come donna piena di potere, che mostra con orgoglio i segni dell’età e del tempo. All’interno di questi tre movimenti, Heimat descrive la complessità e l’immediatezza dell’opera di Lindbergh, e la sua atemporalità.

“Ho sempre ammirato Peter per la coerenza e l’intensità del suo lavoro. Essere senza tempo è una qualità a cui aspiro personalmente, e che Peter sicuramente possedeva. Con questa mostra all’Armani/Silos voglio rendere omaggio a un compagno di lavoro meraviglioso il cui amore per la bellezza rappresenta un contributo indelebile per la nostra cultura, non soltanto per la moda” afferma Giorgio Armani.

Noto per le sue immagini cinematografiche, Peter Lindbergh (1944-2019) nasce a Leszno, in Polonia, e trascorre l’infanzia a Duisburg (Renania Settentrionale-Vestfalia). Studia belle arti a Berlino e pittura a Krefeld, rivolgendo il suo interesse alla fotografia dopo essersi trasferito a Düsseldorf nel 1971. Entrato a far parte della famiglia della rivista Stern insieme a leggende della fotografia quali Helmut Newton, Guy Bourdin e Hans Feurer, si trasferisce a Parigi nel 1978 per proseguire la carriera. In poco tempo Lindbergh introduce una forma di nuovo realismo, dando priorità all’anima e alla personalità dei suoi soggetti, modificando così in modo definitivo gli standard della fotografia di moda, e allontanandosi dagli stereotipi riguardanti età e bellezza. Il suo lavoro è conosciuto soprattutto per i ritratti semplici e rivelatori, e per le forti influenze esercitate su di esso dal cinema tedesco e dall’ambiente industriale della sua infanzia.

Dalla fine degli anni Settanta, Peter Lindbergh ha collaborato con prestigiose riviste, tra cui l’edizione americana e italiana di Vogue, Rolling Stone, Vanity Fair, l’edizione americana di Harper’s Bazaar, Wall Street Journal Magazine, Visionaire, Interview e W. Ha realizzato le foto di tre calendari Pirelli, rispettivamente nel 1996, 2002 e 2017, e i suoi lavori sono presenti nelle collezioni permanenti del Victoria & Albert Museum (Londra), del Centre Pompidou (Parigi), del MoMA PS1 (New York). Sue mostre personali sono state ospitate all’Hamburger Banhof (Berlino), al Bunkamura Museum of Art (Tokyo), al Pushkin Museum of Fine Arts (Mosca) alla Kunsthal di Rotterdam, alla Kunsthalle di Monaco di Baviera, alla Reggia di Venaria (Torino) e al Kunstpalast (Düsseldorf).

Peter Lindbergh ha diretto una serie di film e documentari acclamati dalla critica: Models, The Film (1991); Inner Voices (1999), che si è guadagnato il premio Best Documentary al Toronto International Film Festival (TIFF) nel 2000; Pina Bausch, Der Fensterputzer (2001) e Everywhere at Once (2007), con la voce narrante di Jeanne Moreau, presentato a Cannes e al Tribeca Film Festival.

Dal 22 Febbraio 2020 al 02 Agosto 2020 – Armani/Silos – Milano

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ELLIOTT ERWITT. ICONS

Inaugura venerdì 21 febbraio al WeGil, l’hub culturale della Regione Lazio a Trastevere, ELLIOTT ERWITT ICONS, la mostra a cura di Biba Giacchetti che celebra uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea. In programma dal 22 febbraio al 17 maggio 2020, la retrospettiva, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da LAZIOcrea in collaborazione con SudEst57, raccoglie settanta degli scatti più celebri di Erwitt: uno spaccato della storia e del costume del Novecento visti attraverso lo sguardo tipicamente ironico del fotografo, specchio della sua vena surreale e romantica.
 
L’obiettivo di Erwitt ha catturato alcuni degli istanti fondamentali della storia del secolo scorso che, grazie alle sue fotografie, sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo. Tra le foto in mostra, non mancheranno i celebri ritratti di Che Guevara, Marlene Dietrich e la famosa serie dedicata a Marilyn Monroe. Il pubblico potrà ammirare alcuni degli scatti più iconici e amati di Erwitt come il “California Kiss” in cui emerge la vena più romantica del maestro.
 
Completa l’esposizione il catalogo della mostra a cura di SudEst57 in cui ogni fotografia è accompagnata da un dialogo tra Elliott Erwitt e Biba Giacchetti attraverso cui scoprire i segreti, le avventure e il senso di ognuna di esse.

Dal 21 Febbraio 2020 al 17 Maggio 2020 – WeGil – Roma

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Dorothea Lange –  Words & Pictures

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Toward the end of her life, Dorothea Lange (1895–1965) reflected, “All photographs—not only those that are so called ‘documentary’…can be fortified by words.” A committed social observer, Lange paid sharp attention to the human condition, conveying stories of everyday life through her photographs and the voices they drew in. Dorothea Lange: Words & Pictures, the first major MoMA exhibition of Lange’s in 50 years, brings iconic works from the collection together with less seen photographs—from early street photography to projects on criminal justice reform. The work’s complex relationships to words show Lange’s interest in art’s power to deliver public awareness and to connect to intimate narratives in the world.

In her landmark 1939 photobook An American Exodus—a central focus of the show—Lange experiments with combining words and pictures to convey the human impact of Dust Bowl migration. Conceived in collaboration with her husband, agricultural economist Paul Taylor, the book weaves together field notes, folk song lyrics, newspaper excerpts, and observations from contemporary sociologists. These are accompanied by a chorus of first-person quotations from the sharecroppers, displaced families, and migrant workers at the center of her pictures. Presenting Lange’s work in its diverse contexts—photobooks, Depression-era government reports, newspapers, magazines, poems—along with the voices of contemporary artists, writers, and thinkers, the exhibition offers a more nuanced understanding of Lange’s vocation, and new means for considering words and pictures today.

Through May 9 2020 – MOMA – New York
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At Home In Sweden, Germany And America – Gerry Johansson

Nelle fotografia di Johansson l’uomo è traccia, è ciò che fa e che ha fatto, ciò che resta nel paesaggio. E il paesaggio è ovunque arrivi lo sguardo del fotografo, camminatore e osservatore attento a quel microcosmo di elementi che fanno la differenza una volta individuati e contenuti nel perimetro dell’immagine. – Laura De Marco

At home in Sweden, Germany and America è la mostra personale del fotografo svedese Gerry Johansson nata dalla collaborazione tra Spazio Labo’ e OMNE – Osservatorio Mobile Nord Est di Castelfranco Veneto che con i curatori Stefania Rössl e Massimo Sordi si occupa di progetti di fotografia contemporanea con particolare attenzione al tema del paesaggio. 

La mostra è una retrospettiva della celebre trilogia di libri Amerika (1998), Sverige (2005) e Deutschland (2012) che raccolgono fotografie realizzate da Johansson nel corso di svariati viaggi compiuti tra il 1993 e il 2018 in Svezia, Germania e America. 

Oltre vent’anni di campagne fotografiche sul paesaggio americano, svedese e tedesco: paesaggi urbani e agricoli, città e piccoli centri urbani, poca presenza umana ma molte tracce dell’uomo. Uno sguardo sul paesaggio antropizzato che ricorda quello dello storico gruppo dei New topographics – da Lewis Baltz ai coniugi Becher per limitare le citazioni ai nomi più noti – a cui sicuramente Johansson si è ispirato all’inizio della sua carriera ma da cui successivamente si è mosso per costruire uno sguardo proprio, all’apparenza distaccato ma in cui l’occhio attento riscontra una certa intimità e una ricorrenza di temi e simbologie propri dell’autore svedese.

Nelle fotografia di Johansson l’uomo è traccia, è ciò che fa e che ha fatto, ciò che resta nel paesaggio. E il paesaggio è ovunque arrivi lo sguardo del fotografo, camminatore e osservatore attento a quel microcosmo di elementi che fanno la differenza una volta individuati e contenuti nel perimetro dell’immagine. 

Ogni immagine vive di vita propria e chiede di essere letta nella sua individualità, svincolata da una narrazione rigida o premeditata. Ma allo stesso tempo Johansson tesse le fila di un discorso più ampio, ci riporta a casa ovunque ci troviamo, sia in Svezia, Germania o America. La sua casa, quella del suo sguardo.

Pur appartenendo a luoghi geograficamente distanti, le fotografie in mostra possiedono la capacità di restituire i frammenti di un universo che trova il modo di ricomporsi attraverso la dimensione autoriale del fotografo svedese. 

Comparabili a molte realtà appartenenti al territorio italiano,  le immagini presentate possiedono un valore iconico e invitano l’osservatore a decifrare, attraverso ogni singolo dettaglio, la visione d’insieme che avvicina al presente.

Il caratteristico uso del bianco e nero dai toni morbidi che, come un rituale, Johansson sviluppa e stampa rigorosamente in camera oscura, e la composizione precisa di ogni fotografia suggeriscono, nella loro combinazione, il superamento della dimensione soggettiva dell’immagine aperta ai molteplici aspetti del paesaggio contemporaneo. 

Accanto alle fotografie la mostra presenta una selezione della produzione editoriale di Johansson che raccoglie, ad oggi, più di trenta volumi. In mostra saranno esposte anche fotografie finora inedite. 

La mostra è organizzata in collaborazione con OMNE – Osservatorio Mobile Nord Est, Alma Mater Studiorum / Università di Bologna / Dipartimento di Architettura, Spazio HEA e Circolo Fotografico El Paveion di Castelfranco Veneto.

Dall’11 marzo al 3 aprile – Spazio Labò – Bologna

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20 libri, da avere, di fotografie su New York

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Invisible City (Inglese) Copertina rigida – 29 dic 2014
di Ken Schles
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L’anima di New York Le immagini più evocative della città che non dorme mai Ripercorrete l’epica storia di New York attraverso centinaia di fotografie emozionanti che ci mostrano i tanti volti di questa magica città dalla metà dell’Ottocento a oggi. Seguitene le mutevoli sorti dalle folli notti degli anni d’oro del jazz all’edonismo delle discoteche, dai tetri giorni della Depressione alle devastazioni dell’11 settembre e dei giorni che seguirono. Questa meravigliosa collezione di immagini rende omaggio all’architettura, all’energia e al patrimonio civile, sociale e fotografico della metropoli. Dal Brooklyn Bridge agli immigrati che sbarcavano a Ellis Island, dai bassifondi del Lower East Side ai magnificenti grattacieli art déco, le strade, i marciapiedi, il caos, l’energia, il crogiuolo di etnie, la cultura, la moda, l’architettura, la rabbia e la complessità della Grande Mela sono tutte rappresentate nella forza del loro spirito e delle loro contraddizioni. Oltre a centinaia di scatti firmati da fotografi del calibro di Alfred Stieglitz, Berenice Abbott, Weegee, Margaret Bourke-White, William Claxton, Ralph Gibson, Ryan McGinley, Steve Schapiro, Garry Winogrand, Larry Fink, Keizo Kitajima, e tanti altri, New York: Portrait of a City offre oltre un centinaio di citazioni e riferimenti provenienti da libri, film, spettacoli di vario tipo e canzoni.

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In My Taxi: New York After Hours by Ryan Weideman (1991-10-02)
di Ryan Weideman (Autore)
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Max Kozloff (Autore), Ed Grazda (a cura di), William Klein (Fotografo)
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Keizo Kitajima spent six months in New York roaming it’s gritty streets and hanging out in its clubs. He presents a vison of eighties New York, full of energy, decadence and moments of quiet desperation. Like the city the publication is full of stark juxtapositions, flaboyant dispays of outrageous behaviour live next to pictures of desolation and dejection.
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[(Naked City )] [Author: Weegee] Mar-2003 Copertina flessibile – 1 mar 2003
di Weegee  
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Cecil Beaton’s New York Hardcover – 1938
by Cecil Walter Hardy Beaton (Author)
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Harlem Stirs – 128 pages, softbound with slight edgewear and light soiling from handling to covers. text block is clean tight and bright. Wonderful black and white photos throughout. the pictures and words presents the horror of Harlem in the 1960’s. A vivid story of this powerful, tangled and much maligned region of New York City, leading to the changes and upheaval in the 1960’s. ~ Rasism, Social, Black America, Urban Blight
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Written in English and Swedish. The title is in reference to a street sign indicating traffic directions. Black and white images of “traces of life” in New York. The kind of thing you’d see when walking around, if you had your eyes open to it, Found objects, storefronts, signs, graffiti, abandoned/lost items, trash, anything that caught artist Enke Rothman’s interest. Photos by Tana Ross.
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Based on the blog with more than four million loyal fans, a beautiful, heartfelt, funny, and inspiring collection of photographs and stories capturing the spirit of a city
Now an instant #1 New York Times bestseller, Humans of New York began in the summer of 2010, when photographer Brandon Stanton set out to create a photographic census of New York City. Armed with his camera, he began crisscrossing the city, covering thousands of miles on foot, all in an attempt to capture New Yorkers and their stories. The result of these efforts was a vibrant blog he called “Humans of New York,” in which his photos were featured alongside quotes and anecdotes.
The blog has steadily grown, now boasting millions of devoted followers. Humans of New York is the book inspired by the blog. With four hundred color photos, including exclusive portraits and all-new stories, Humans of New York is a stunning collection of images that showcases the outsized personalities of New York.
Surprising and moving, printed in a beautiful full-color, hardbound edition, Humans of New York is a celebration of individuality and a tribute to the spirit of the city.
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I See a City: Todd Webb’s New York focuses on the work of photographer Todd Webb produced in New York City in the 1940s and 1950s. Webb photographed the city day and night, in all seasons and in all weather. Buildings, signage, vehicles, the passing throngs, isolated figures, curious eccentrics, odd corners, windows, doorways, alleyways, squares, avenues, storefronts, uptown, and downtown, from the Brooklyn Bridge to Harlem.
The book is a rich portrait of the everyday life and architecture of New York. Webb’s work is clear, direct, focused, layered with light and shadow, and captures the soul of these places shaped by the friction and frisson of humanity.
A native of Detroit, Webb studied photography in the 1930s under the guidance of Ansel Adams at the Detroit Camera Club, served as a navy photographer during World War II, and then went on to become a successful postwar photographer. His work is in many museum collections, including the Museum of Modern Art in New York and the National Gallery of Art in Washington.
Published on the occasion of the exhibition Todd Webb’s New York at the Museum of the City of New York, where Webb had his first solo exhibition in 1946, this book helps restore the reputation and legacy of a forgotten American artist.
150 back-and-white illustrations
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Based on the popular New York photography blog by the same name with over 2.5 million loyal fans, this coffee table photo book takes you on a dream-infused nostalgic journey through New York City featuring an exquisite collection of photographs and prose.
Street photographers will never tire of New York as a subject. It is the perfect setting for the genre, the world’s most evocative cityscape, against which candid, memorable moments play themselves out every day.
Nearly a decade ago, Vivienne Gucwa began walking the streets of the city with the only camera she could afford a sub-$100 point-and-shoot and started taking pictures. Choosing a direction and going as far as her feet would take her, she noticed lines, forms and structures that had previously gone unnoticed but which resonated, embodying a sense of home.
Having limited equipment forced her to learn about light, composition and colour, and her burgeoning talent won her blog millions of readers and wide recognition in the photographic community.
“NY Through the Lens” is a timeless photo book which showcases the stunning results of Vivienne’s ongoing quest. Filled with spectacular photographs and illuminated by Vivienne’s poetic commentary, NY Through the Lens is a quintessential New York book as well as a beautiful travel guide to the city; it will be a must-read for her many fans and for any lover of New York photography.
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Differing from other photo books about New York, New Yorkers: As Seen by Magnum Photographersintroduces a gallery of eye-catching, untamed images of the metropolis taken by members of the renowned Magnum photo agency. Known for their spirit of independence, these photographers proffer droll, enigmatic, melancholic, enchanting, perhaps even effervescent scenes of the world’s most well known city, often combining these disparate sensibilities together, against great odds, in a single image. For these pictures to have been on target, they had to be off-kilter—as charged with contradiction and nuance as the reality of their subjects. 

The photographers in this book come from many countries and, armed with a wide range of purposes, are united only by their membership in Magnum Photos. Though best known for reportage of global wars and crises, they have created a New York archive of great magnitude documenting the last sixty years of New York’s—and Magnum’s—history. Of the more than one hundred and fifty photographs in New Yorkers, only a fraction have ever been published. 

Leafing through New Yorkers, edited by the acclaimed art critic Max Kozloff, is like walking the streets of New York City, beguiled by its implausible and mixed energies, renewed at each turn of a corner. Throughout the city’s sidewalks, bars, subways, rooftops, bridges, street corners, diners, barbershops, boardwalks, and empty lots, and inside its ball games, parks, protests, parades, society events, and myriad trade districts, these photographers have roamed freely, snapping its denizens with a realism that smarts and a wit that sparkles, featuring never-before-seen work by Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Inge Morath, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Leonard Freed, Raymond Depardon, Eve Arnold, Dennis Stock, Ferdinando Scianna, Richard Kalvar, Burt Glinn, Eli Reed, René Burri, Susan Meiselas, and more. 

New Yorkers: As Seen by Magnum Photographers emphasizes the color work of the Magnum photographers, much of it surprisingly early, and contains an essay by Kozloff, who tackles his offbeat selection with relish.
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Danish-born Jacob A. Riis (1849–1914) found success in America as a reporter for the New York Tribune, first documenting crime and later turning his eye to housing reform. As tenement living conditions became unbearable in the wake of massive immigration, Riis and his camera captured some of the earliest, most powerful images of American urban poverty.
This important publication is the first comprehensive study and complete catalogue of Riis’s world-famous images, and places him at the forefront of early-20th-century social reform photography. It is the culmination of more than two decades of research on Riis, assembling materials from five repositories (the Riis Collection at the Museum of the City of New York, the Library of Congress, the New-York Historical Society, the New York Public Library, and the Museum of South West Jutland, Denmark) as well as previously unpublished photographs and notes. In this handsome volume, Bonnie Yochelson proposes a novel thesis—that Riis was a radical publicist who utilized photographs to enhance his arguments, but had no great skill or ambition as a photographer. She also provides important context for understanding how Riis’s work would be viewed in turn-of-the-century New York, whether presented in lantern slide lectures or newspapers.
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Presents a thorough study of the artist’s candid photographs of urban life in New York City, and the connection between his painting and his photography.
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Nearly 100 classic images by noted photographer: Rockefeller Center on the rise, Bowery restaurants, dramatic views of the City’s bridges, Washington Square, old movie houses, rows of old tenements laced with laundry, Wall Street, Flatiron Building, waterfront, and many other landmarks.

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A re-release of an acclaimed volume features definitive images of 1930s New York, in a deluxe edition that features more than three hundred duotones as taken with the support of the WPA’s Federal Art Project documenting Depression-era changes throughout the city. Reissue.
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Timing, skill, and talent all play an important role in creating a great photograph, but the most primary element, the photographer’s eye, is perhaps the most crucial. In The Eyes of the City, Richard Sandler showcases decades’ worth of work, proving his eye for street life rivals any of his generation.

From 1977 to just weeks before September 11, 2001, Richard regularly walked through the streets of Boston and New York, making incisive and humorous pictures that read the pulse of that time. After serendipitously being gifted a Leica camera in 1977, Sandler shot in Boston for three productive years
and then moved back home to photograph in an edgy, dangerous, colicky New York City.

In the 1980s crime and crack were on the rise and their effects were socially devastating. Times Square, Harlem, and the East Village were seeded with hard drugs, while in Midtown Manhattan, and on Wall Street, the rich flaunted their furs in unprecedented numbers, and “greed was good.”

In the 1990s the city underwent drastic changes to lure in tourists and corporations, the result of which was rapid gentrification. Rents were raised and neighborhoods were sanitized, clearing them of both crime and character. Throughout these turbulent and creative years Sandler paced the streets with his native New Yorker’s eye for compassion, irony, and unvarnished fact.

The results are presented in The Eyes of the City, many for the first time in print. Overtly, they capture a complex time when beauty mixed with decay, yet below the picture surface, they hint at unrecognized ghosts in the American psyche.
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New York at Night: Photography after Dark, showcases images of New York City’s legendary nightlife by the leading photographers of the 20th and 21st centuries, from Joseph Byron and James Van Der Zee to Henri Cartier-Bresson, Diane Arbus, Elliott Erwitt, Larry Fink, and more. As diverse and complicated as the city itself, New York’s nightlife is glamorous and grungy, lonely and dangerous, highbrow and lowbrow. These images are complimented by writing from some of New York’s most respected contemporary authors, adding depth, context, and personal stories of their own experiences to those presented by the photographers. This engaging book captures the energy of the New York night and the city’s evolving hotspots, building a history of how New Yorkers play after dark and how that helps make this city a cultural and entertainment powerhouse.

Photographers featured within the book include: Berenice Abbott, Apeda Studio, Amy Arbus, Diane Arbus, Eve Arnold, Richard Avedon, John Baeder, Frank Bauman, Guy Bourdin, Bonnie Briant, Paul Brissman, René Burri, Joseph Byron, Cornell Capa, Drew Carolan, Henri Cartier-Bresson, Bob Colacello, John Cohen, Ted Croner, Bruce Davidson, Philip-Lorca diCorcia, Elliott Erwitt, Walker Evans, Louis Faurer, Donna Ferrato, Larry Fink, Robert Frank, Lee Friedlander, Paul Fusco, Ron Galella, William Gedney, Bruce Gilden, Burt Glinn, Nan Goldin, William P. Gottlieb, Samuel H. Gottscho, Charles Harbutt, Phillip Harrington, Paul B. Haviland, Thomas Hoepker, Evelyn Hofer, Jenny Holzer, Peter Hujar, Douglas Jones, Sid Kaplan, William Klein, Stanley Kubrick, Collin LaFleche, Elliott Landy, Annie Leibovitz, Joan Liftin, Peter Lindbergh, Roxanne Lowit, Alex Majoli, Fred McDarrah, Ryan McGinley, Susan Meiselas, Lisette Model, Inge Morath, Helmut Newton, Toby Old, Paolo Pellegrin, Iriving Penn, Gilles Peress, Anton Perich, Hy Peskin, Jean Pigozzi, Sylvia Plachy, Robin Platzer, Eli Reed, Jacob Riis, Arthur Rothstein, Damien Saatdjian, Lise Sarfati, Paule Saviano, Norman Seeff, Neil Selkirk, Sam Shaw, Aaron Siskind, Dennis Stock, Erika Stone, Christopher Thomas, Peter Van Agtmael, James Van Der Zee, Weegee, and Garry Winogrand.
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Brooklyn Photographs Now reflects the avant-garde spirit of the city’s hippest borough, containing previously unpublished work by well-known and emerging contemporary artists. The book presents 250 images by more than seventy-five established and new artists, including Mark Seliger, Jamel Shabazz, Ryan McGinley, Mathieu Bitton, and Michael Eastman, among many others. The book documents the physical and architectural landscape and reflects and explores an off-centered—and therefore a less-seen and more innovative—perspective of how artists view this borough in the twenty-first century. This is the “now” Brooklyn that we have yet to see in pictures: what might seem to be an alternative city but is actually the crux of how it visually functions in the present day. This unique collection of images is the perfect book for the photo lover and sophisticated tourist alike.

Mostre di fotografia da non perdere ad ottobre

Ciao a tutti,

con ottobre riprende a pieno ritmo la stagione delle mostre. Ce ne sono di veramente interessanti, non fatevele scappare!

Qua tutte le mostre in corso sempre aggiornate!

Ciao

Anna Continua a leggere