Quando la fotografia diventa arte?

Buongiorno, rispondo  a questa domanda che mi ha rivolto un lettore.

Premetto che per me definire la figura dell’artista è complicato. Chi è secondo me un artista?

L’artista è colui che riesce a mostrarmi cose che non avevo ancora compreso o visto interpretate in quel modo. L’artista serve, nella mia mente a svelare i segreti del mondo.

Di qualsiasi tipo essi siano.

L’artista va distinto dall’artigiano. Molti pittori e scultori che conosco, sono artigiani, non artisti.

Insomma, nella mia esperienza, il mondo è pieno di artigiani. Gli artisti sono pochi.

Seguendo questo ragionamento, legato al proprio back ground, cultura, luogo di nascita alle proprie esperienze ecc., ognuno di noi ha una modalità differente per definire un artista.

Per molti chi produce quadri, sculture o opere definite d’arte è sempre un artista. Per me l’asticella si alza con l’evolversi della mia esperienza. E’ una figura fluida.

Per la fotografia applico lo stesso principio.

Come dice Claudio Marra in “Le idee della fotografia. La riflessione teorica dagli anni Sessanta a oggi”

fotografia e arte

Per quanto riguarda la Fotografia, se pensiamo al concetto diffuso di arte, c’è un limite intrinseco: la fotografia non può essere separata dalla realtà. Quello che fotografi deve essere di fronte a te.

Scriveva Rosalind Krauss: «Se si può dipingere un quadro a memoria o grazie alle risorse dell’immaginazione, la fotografia, in quanto traccia fotochimica, può essere condotta a buon fine solo in virtù di un legame iniziale con un referente materiale»

Per la fotografia un passaggio importante è avvenuto già dal 20 secolo, quando è nata la differenziazione tra fotografi “puri” e artisti che utilizzavano la fotografia per esprimersi nelle proprie ricerche.

Anche se già da prima i fotografi si erano mossi in tal senso. Pensate che nel 1866 Peter Henry Emerson dichiarò la fotografia arte pittorica, elogiando le tecniche che portavano la fotografia ad una lettura che fosse simile a quella utilizzata per la pittura. Ritrattò in seguito dichiarando che la fotografia non si sarebbe mai portata al livello dell’arte pittorica. Nonostante questo, la fotografia pittorica o pittorialismo conquistò una bella fetta di mondo.

La fotografia non è solo l’oggetto fotografico, se pensiamo che, lavorando concettualmente, esprimiamo idee attraverso le nostre fotografie. In questo caso, non basta più parlare di fotografia dal punto di vista tecnico.

Chi fotografa con consapevolezza, in genere, elabora una personale modalità, che permetta di esprimere la propria idea attraverso alcune regole che mettano nelle condizioni di comunicare con il mondo. Il contenuto della fotografia, in questo caso, può non essere l’idea legata a quella immagine.

In questo senso può essere considerata opera d’arte.

Come ha scritto Michele Smargiassi qui

Bisognerebbe quindi dire, meglio, che la fotografia è in prima battuta una una tecnica applicata. Si potrebbe meglio dire che la fotografia  è una pratica che si può “applicare” a tante funzioni, quindi anche all’arte.

La fotografia non è un’arte pura, per sua e nostra fortuna. Non ha nulla di puro:  evviva. È un meraviglioso ibrido, fin dall’inizio.

Fu definita “la figlia bastarda abbandonata dalla scienza sulla soglia dell’arte”. I bastardi sono sempre i migliori.

Le fotografie, di qualsiasi genere, lontanissime fra loro, hanno tutte in comune una cosa. Mettono in relazione gli esseri umani. Una foto, d’autore o senza autore, bella o brutta, professionale o banale, è uno scambio di sguardi fra umani, e arricchiesce la relazione fra gli umani.

Fotografìa come arte contemporànea. – Con l’istituzione del dipartimento di fotografia del Museum of modern art (MoMA) di New York nel 1940, è stato definitivamente sancito l’ingresso della fotografia nell’arena dell’arte contemporanea. È lo spazio discorsivo del museo, secondo la definizione di Rosalind Krauss, a determinare il passaggio della fotografia da documento a opera d’arte e, al contempo, a definirne il valore di mercato. Nel 2004 John Elderfield, allora curatore delle collezioni di pittura e scultura del MoMA, ha esposto Le baigneur di Paul Cézanne (1885), uno dei capolavori della pittura postimpressionista del museo, accanto a una grande stampa a colori di Odessa, Ukraine, 4 August 1993, opera della serie Beach portraits realizzata dalla fotografa olandese Rineke Dijkstra: il raccordo tra le due immagini era eminentemente formale poiché entrambe raffigurano un bagnante adolescente isolato nello spazio dell’inquadratura. Nell’intenso dibattito che seguì questa collocazione, sebbene temporanea, il curatore si giustificò provando che lo stesso pittore si era ispirato a una fotografia per il suo dipinto e che dunque il raccordo tra pittura e fotografia era più che lecito: l’argomento andava però a scapito della scelta curatoriale provocatoria di esporre il capolavoro di Cézanne accanto alla fotografia della giovane fotografa olandese e quindi di equiparare il dipinto alla fotografia. L’episodio ben rivela le dinamiche che regolano l’ingresso della fotografia nel tempio dell’arte, il museo: sebbene la fotografia vi abbia trovato il suo spazio istituzionale, esso è ancora regolato da dinamiche contradditorie che da un lato hanno portato alla fondazione di nuovi musei di fotografia contemporanea e dall’altro di dipartimenti dedicati alla fotografia nei musei già esistenti.

Le tappe. – Il cammino che la fotografia ha dovuto intraprendere per venire accolta nei musei è scandito da alcuni importanti momenti. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento gli artisti che lavoravano con la performance e con opere site specific – la Land art statunitense – usavano la fotografia come documentazione: in entrambi i casi la fotografia è l’unico elemento visivo disponibile e così è divenuta presto oggetto da collezionare ed esporre. Un esempio di questo nuovo valore della fotografia per l’arte contemporanea è I like America and America likes me, di Joseph Beuys (1974), performance durante la quale l’artista tedesco ha passato un’intera settimana in una gabbia di una galleria newyorkese assieme a un coyote. Sophie Calle usa la fotografia come medium prediletto delle sue performance; all’interno del padiglione francese a lei dedicato durante la Biennale di Venezia del 2007 ha presentato Take care of yourself: un’installazione di fotografie, e qualche video, che testimoniavano la volontà dell’artista di mettere in gioco la propria biografia. Dagli anni Settanta la statunitense Cindy Sherman usa la fotografia per Untitled film still, una serie di autoritratti tesi a dare forma all’immaginario americano. Se gli ultimi due esempi rivelano l’assestamento della fotografia nella dimensione artistica pura, al di là dunque di intenti di documentazione e, al contrario, come dispositivo artistico tout court, il passaggio cruciale di questo cammino verso il riconoscimento della sua qualità artistica è da legarsi alla cosiddetta scuola di Düsseldorf da un lato e all’artista canadese Jeff Wall dall’altro. Jeff Wall lavora sulla questione più delicata del medium fotografico e cioè la sua presupposta valenza documentaria che, dal suo nascere, l’ha relegata all’ambito del reportage: l’artista allestisce set cinematografici, costruiti sin nei minimi dettagli al punto da apparire del tutto realistici e li fotografa senza che necessariamente vi avvenga qualcosa di straordinario. Le sue fotografie, la cui sigla stilistica è definita staged o set photography, condensano in un singolo scatto la plurisemanticità della narrazione, così come nella pittura della tradizione occidentale la scelta di un singolo episodio riesce a sollecitare nello spettatore l’interezza della narrazione cui fa riferimento. Jeff Wall stampa le sue fotografie in grandi dimensioni e molto spesso le monta in light box, un dispositivo retroilluminato che dona una spettacolare presenza alle immagini. Inoltre Wall stampa le fotografie in un’unica copia o in bassa tiratura: ciò contribuisce in maniera determinante alla loro valutazione nel mercato dell’arte, dove vige la regola secondo cui più la tiratura è bassa più l’opera è rara e costosa. Se per Wall la dimensione e la presentazione delle stampe diventano elementi prioritari, è alla generazione dei fotografi formatisi all’Accademia di belle arti di Düsseldorf sotto la guida di Bernd Becker che conferiamo questo scarto dalla tradizione della fotografia del Novecento: Andreas Gursky, Candida Hofer, Thomas Struth, Axel Hutte – per citare alcuni degli esponenti di questa corrente artistica –, stampano le proprie fotografie in formato superiore a 2 m × 2 m. La grande dimensione ha avuto come conseguenza una maggiore visibilità della fotografia negli spazi espositivi e il suo emergere come medium artistico della contemporaneità. Dal 2000 la fotografia ha trovato dunque la sua collocazione nel circuito dell’arte contemporanea: gli spazi espositivi e i festival a essa dedicati si vanno moltiplicando, sia in Europa sia nei paesi extraeuropei; gli acquisti fatti dalle fondazioni bancarie hanno determinato l’ingresso della fotografia in spazi non legati tradizionalmente all’esposizione di opere d’arte, e sono nati magazine, produzioni editoriali self made, blog e siti internet dedicati alla fotografia d’arte.

Testo preso dall’Enciclopedia Treccani.

Qui un’interessante intervista a Roberta Valtorta sull’argomento

Altro testo da leggere interessante qui

Il tempo delle dispute tra fotografia e pittura sono lontane alle mie spalle, il problema vero, quindi è stabilire in generale, cosa sia arte e cosa no.

«Vorrei che la fotografia portasse a disprezzare la pittura finché qualcos’altro a sua volta renderà insopportabile la fotografia». Marcel Duchamp ha scritto queste parole in una lettera al fotografo Alfred Stieglitz nel 1922. Mi sembra molto attuale.

Ciao Sara

 

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13 pensieri su “Quando la fotografia diventa arte?

  1. Ciao Sara,
    come sempre fornisci grandi spunti di riflessione, che conducono ad un conseguente approfondimento dell’argomento. Quando leggo un tuo articolo, commento, pensiero etc… mi ritrovo con un minimo di dieci pagine aperte in rete…
    Grazie. Dante.

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  2. Ciao Sara,
    grazie dell’articolo, mi identifico con quel lettore e quella richiesta!
    I riferimenti che ci dai sono tutti molto interessanti, e mi piace molto la tua definizione:

    “L’artista è colui che riesce a mostrarmi cose che non avevo ancora compreso o visto interpretate in quel modo. L’artista serve, nella mia mente a svelare i segreti del mondo.”

    Anche se forse cozza un po’ con quello che succede a me e quelli come me quando vanno a osservare certe opere, di cui non capiscono nulla (e pensano pure: come deve essere bravo questo artista, ha delle idee così evolute, che io neanche riesco a capirle!)

    E mi piace anche molto la distinzione tra artista e artigiano! Molto spesso di da dell’artista a chi è un buon artigiano.

    Ci sarebbero poi un’altra serie di questioni che restano aperte: come si diventa “in pratica” artista? Chi da un prezzo/valore a ciò che faccio? (caso da me conosciuto: Sgarbi vede quadri di un pittore sconosciuto, dice che è un genio, le stesse opere valgono 10 volte di più!).
    Ma queste forse sono altre storie…
    Un saluto

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  3. Il concetto di ARTISTA è sempre difficile. Come hai detto nel tuo commento che ricalca Paul Klee: L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è .
    Quindi l’Artista è colui che riesce a far vedere agli altri quello che non vedono.
    Probabilmente, la tua interpretazione di artista è quella più vera, cioè, sempre ricalcando Klee l’arte non è la semplice rappresentazione della realtà ma bensì come indagine che evidenzia i meccanismi più profondi della natura.
    In ambito fotografico non si dovrebbe pensare a una riproduzione pura e semplice del reale ma aldilà di quello che è il visibile.

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  4. Ragionamenti molto interessanti. Mi piace moltissimo il discorso dell’asticella che si alza con l’evolversi della propria esperienza e che ognuno ha una propria definizione di arte/artista. Aggiungerei però che se sotto sotto non c’è l’artigiano non è facile che emerga l’artista: prima di approdare al cubismo Picasso era un fior di pittore, e così tanti altri. E infine una questione: i pittori del ‘300 o del ‘400 erano artisti o artigiani? Mah . . . Purtroppo non ci sono regole a cui appellarsi, ma solo la propria cultura e sensibilità. Penso che sia così anche nella fotografia: un lavoro scartato in un concorso vince poi il primo premio in un altro (fatto capitato a un amico bravissimo fotografo), a dimostrazione che l’argomento è terribilmente fluido e inafferrabile.

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  5. https://polldaddy.com/js/rating/rating.jsComplimenti per l’articolo! Sono dubbi sui quali anche io spesso cerco di muovermi, senza trovare un’apparente verità. Vorrei aggiungere qualche osservazione e/o domanda: sono stato preso per scemo da amici/fotografi per aver detto che secondo me la fotografia non è arte, o semplicemente lo è ma in maniera molto ma molto rara. Forse per la sua natura, come scritto nell’articolo “la fotografia non può essere separata dalla realtà”, e quindi di fatto la creatività per quanto possa esprimersi sottoforma di tecnicismi (composizione, variazione della prospettiva nel passaggio da 3d a 2d, tempi lunghi o brevi, ecc), è comunque fortemente limitata: non possiamo creare da 0 come invece fa un pittore. Al tempo stesso, potrebbe soffrire il paragone con ad esempio il cinema, dove sì abbiamo sempre un artista che ci vuole comunicare qualcosa, ma inevitabilmente nella fotografia la narrazione è molto più complessa e “statica”.
    A questo punto vorrei poter dire qualcosa che può far rabbrividire i puristi………quanto la postproduzione può aiutarci ad avvicinarci a qualcosa definibile come arte? E’ probabilmente lì che potremmo dare il maggior sfogo alla nostra creatività e al nostro desiderio di far apparire l’immagine in un modo piuttosto che in un altro: basti pensare ad esempio l’aumentare del contrasto di una foto in controluce per dar vita alle silhouette, di fatto sagome nere che hanno un ben diverso valore narrativo rispetto ad elementi chiaramente visibili, ma che l’occhio umano nella realtà non vedrà mai perchè dotato di una gamma dinamica migliore della fotocamera (a questo proposito credo che ci sia troppa gente che confonde l’occhio umano con il sensore della fotocamera, ma questo è totalmente un altro discorso). E fino a che punto poi ci si potrebbe spingere a modificare la nostra immagine fino a farle perdere la definizione di foto stessa?
    Credo che se tagliamo, aggiungiamo pezzi, scuriamo o illuminiamo zone a seconda dell’interesse, potremmo rischiare di entrare più nel mondo dell’arte ma allontanarci da quello della fotografia “pura”.
    Di fatto, ciò che si valuta di un artista è l’opera finita: non ci interessa se Michelangelo dipingeva con un pennello sottile o spesso, di giorno o di notte; ci interessa vedere solo l’opera e giudicarla in base a quello che ci comunica. E allora perchè tanto accanimento contro la postproduzione quando l’obiettivo è avere la miglior immagine possibile?
    Ovviamente da non trascurare il genere fotografico: fare fotogiornalismo o reportage, non permetterebbe sgarri eccessivi a livello di postproduzione ma…..nel resto dei generi?
    E’ l’opera finale l’unica cosa che conta, non il come, il perchè o il quando, che ci darebbero dei filtri attraverso i quali influenzeremo inevitabilmente il nostro giudizio.
    Complimenti ancora per l’articolo ed anche per il blog, sempre molto interessante e mai banale.
    Saluti!

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    • Ciao Mauro, forse, io per esempio, non mi sento di postprodurre troppo, non mi piace, sono una fotografa, fare postproduzione è un altro mestiere. Molti fotografi manco lo fanno da soli, hanno persone che per loro, postproducono. L’unica cosa che però ritengo davvero importante è che il fruitore dell’immagine sia messo nelle condizioni di capire di fronte a che tipo di fotografia si trova (in termini di realtà) e quanta postproduzione ha concorso alla realizzazione dello scatto finale.

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