Mostre per febbraio

Ciao,

anche a febbraio vi segnaliamo mostre molto interessanti. Date un’occhiata!

Qua trovate la nostra pagina dedicata alle mostre, sempre aggiornata.

Ciao

Anna

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Quando la fotografia diventa arte?

Buongiorno, rispondo  a questa domanda che mi ha rivolto un lettore.

Premetto che per me definire la figura dell’artista è complicato. Chi è secondo me un artista?

L’artista è colui che riesce a mostrarmi cose che non avevo ancora compreso o visto interpretate in quel modo. L’artista serve, nella mia mente a svelare i segreti del mondo.

Di qualsiasi tipo essi siano.

L’artista va distinto dall’artigiano. Molti pittori e scultori che conosco, sono artigiani, non artisti.

Insomma, nella mia esperienza, il mondo è pieno di artigiani. Gli artisti sono pochi.

Seguendo questo ragionamento, legato al proprio back ground, cultura, luogo di nascita alle proprie esperienze ecc., ognuno di noi ha una modalità differente per definire un artista.

Per molti chi produce quadri, sculture o opere definite d’arte è sempre un artista. Per me l’asticella si alza con l’evolversi della mia esperienza. E’ una figura fluida.

Per la fotografia applico lo stesso principio.

Come dice Claudio Marra in “Le idee della fotografia. La riflessione teorica dagli anni Sessanta a oggi”

fotografia e arte

Per quanto riguarda la Fotografia, se pensiamo al concetto diffuso di arte, c’è un limite intrinseco: la fotografia non può essere separata dalla realtà. Quello che fotografi deve essere di fronte a te.

Scriveva Rosalind Krauss: «Se si può dipingere un quadro a memoria o grazie alle risorse dell’immaginazione, la fotografia, in quanto traccia fotochimica, può essere condotta a buon fine solo in virtù di un legame iniziale con un referente materiale»

Per la fotografia un passaggio importante è avvenuto già dal 20 secolo, quando è nata la differenziazione tra fotografi “puri” e artisti che utilizzavano la fotografia per esprimersi nelle proprie ricerche.

Anche se già da prima i fotografi si erano mossi in tal senso. Pensate che nel 1866 Peter Henry Emerson dichiarò la fotografia arte pittorica, elogiando le tecniche che portavano la fotografia ad una lettura che fosse simile a quella utilizzata per la pittura. Ritrattò in seguito dichiarando che la fotografia non si sarebbe mai portata al livello dell’arte pittorica. Nonostante questo, la fotografia pittorica o pittorialismo conquistò una bella fetta di mondo.

La fotografia non è solo l’oggetto fotografico, se pensiamo che, lavorando concettualmente, esprimiamo idee attraverso le nostre fotografie. In questo caso, non basta più parlare di fotografia dal punto di vista tecnico.

Chi fotografa con consapevolezza, in genere, elabora una personale modalità, che permetta di esprimere la propria idea attraverso alcune regole che mettano nelle condizioni di comunicare con il mondo. Il contenuto della fotografia, in questo caso, può non essere l’idea legata a quella immagine.

In questo senso può essere considerata opera d’arte.

Come ha scritto Michele Smargiassi qui

Bisognerebbe quindi dire, meglio, che la fotografia è in prima battuta una una tecnica applicata. Si potrebbe meglio dire che la fotografia  è una pratica che si può “applicare” a tante funzioni, quindi anche all’arte.

La fotografia non è un’arte pura, per sua e nostra fortuna. Non ha nulla di puro:  evviva. È un meraviglioso ibrido, fin dall’inizio.

Fu definita “la figlia bastarda abbandonata dalla scienza sulla soglia dell’arte”. I bastardi sono sempre i migliori.

Le fotografie, di qualsiasi genere, lontanissime fra loro, hanno tutte in comune una cosa. Mettono in relazione gli esseri umani. Una foto, d’autore o senza autore, bella o brutta, professionale o banale, è uno scambio di sguardi fra umani, e arricchiesce la relazione fra gli umani.

Fotografìa come arte contemporànea. – Con l’istituzione del dipartimento di fotografia del Museum of modern art (MoMA) di New York nel 1940, è stato definitivamente sancito l’ingresso della fotografia nell’arena dell’arte contemporanea. È lo spazio discorsivo del museo, secondo la definizione di Rosalind Krauss, a determinare il passaggio della fotografia da documento a opera d’arte e, al contempo, a definirne il valore di mercato. Nel 2004 John Elderfield, allora curatore delle collezioni di pittura e scultura del MoMA, ha esposto Le baigneur di Paul Cézanne (1885), uno dei capolavori della pittura postimpressionista del museo, accanto a una grande stampa a colori di Odessa, Ukraine, 4 August 1993, opera della serie Beach portraits realizzata dalla fotografa olandese Rineke Dijkstra: il raccordo tra le due immagini era eminentemente formale poiché entrambe raffigurano un bagnante adolescente isolato nello spazio dell’inquadratura. Nell’intenso dibattito che seguì questa collocazione, sebbene temporanea, il curatore si giustificò provando che lo stesso pittore si era ispirato a una fotografia per il suo dipinto e che dunque il raccordo tra pittura e fotografia era più che lecito: l’argomento andava però a scapito della scelta curatoriale provocatoria di esporre il capolavoro di Cézanne accanto alla fotografia della giovane fotografa olandese e quindi di equiparare il dipinto alla fotografia. L’episodio ben rivela le dinamiche che regolano l’ingresso della fotografia nel tempio dell’arte, il museo: sebbene la fotografia vi abbia trovato il suo spazio istituzionale, esso è ancora regolato da dinamiche contradditorie che da un lato hanno portato alla fondazione di nuovi musei di fotografia contemporanea e dall’altro di dipartimenti dedicati alla fotografia nei musei già esistenti.

Le tappe. – Il cammino che la fotografia ha dovuto intraprendere per venire accolta nei musei è scandito da alcuni importanti momenti. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento gli artisti che lavoravano con la performance e con opere site specific – la Land art statunitense – usavano la fotografia come documentazione: in entrambi i casi la fotografia è l’unico elemento visivo disponibile e così è divenuta presto oggetto da collezionare ed esporre. Un esempio di questo nuovo valore della fotografia per l’arte contemporanea è I like America and America likes me, di Joseph Beuys (1974), performance durante la quale l’artista tedesco ha passato un’intera settimana in una gabbia di una galleria newyorkese assieme a un coyote. Sophie Calle usa la fotografia come medium prediletto delle sue performance; all’interno del padiglione francese a lei dedicato durante la Biennale di Venezia del 2007 ha presentato Take care of yourself: un’installazione di fotografie, e qualche video, che testimoniavano la volontà dell’artista di mettere in gioco la propria biografia. Dagli anni Settanta la statunitense Cindy Sherman usa la fotografia per Untitled film still, una serie di autoritratti tesi a dare forma all’immaginario americano. Se gli ultimi due esempi rivelano l’assestamento della fotografia nella dimensione artistica pura, al di là dunque di intenti di documentazione e, al contrario, come dispositivo artistico tout court, il passaggio cruciale di questo cammino verso il riconoscimento della sua qualità artistica è da legarsi alla cosiddetta scuola di Düsseldorf da un lato e all’artista canadese Jeff Wall dall’altro. Jeff Wall lavora sulla questione più delicata del medium fotografico e cioè la sua presupposta valenza documentaria che, dal suo nascere, l’ha relegata all’ambito del reportage: l’artista allestisce set cinematografici, costruiti sin nei minimi dettagli al punto da apparire del tutto realistici e li fotografa senza che necessariamente vi avvenga qualcosa di straordinario. Le sue fotografie, la cui sigla stilistica è definita staged o set photography, condensano in un singolo scatto la plurisemanticità della narrazione, così come nella pittura della tradizione occidentale la scelta di un singolo episodio riesce a sollecitare nello spettatore l’interezza della narrazione cui fa riferimento. Jeff Wall stampa le sue fotografie in grandi dimensioni e molto spesso le monta in light box, un dispositivo retroilluminato che dona una spettacolare presenza alle immagini. Inoltre Wall stampa le fotografie in un’unica copia o in bassa tiratura: ciò contribuisce in maniera determinante alla loro valutazione nel mercato dell’arte, dove vige la regola secondo cui più la tiratura è bassa più l’opera è rara e costosa. Se per Wall la dimensione e la presentazione delle stampe diventano elementi prioritari, è alla generazione dei fotografi formatisi all’Accademia di belle arti di Düsseldorf sotto la guida di Bernd Becker che conferiamo questo scarto dalla tradizione della fotografia del Novecento: Andreas Gursky, Candida Hofer, Thomas Struth, Axel Hutte – per citare alcuni degli esponenti di questa corrente artistica –, stampano le proprie fotografie in formato superiore a 2 m × 2 m. La grande dimensione ha avuto come conseguenza una maggiore visibilità della fotografia negli spazi espositivi e il suo emergere come medium artistico della contemporaneità. Dal 2000 la fotografia ha trovato dunque la sua collocazione nel circuito dell’arte contemporanea: gli spazi espositivi e i festival a essa dedicati si vanno moltiplicando, sia in Europa sia nei paesi extraeuropei; gli acquisti fatti dalle fondazioni bancarie hanno determinato l’ingresso della fotografia in spazi non legati tradizionalmente all’esposizione di opere d’arte, e sono nati magazine, produzioni editoriali self made, blog e siti internet dedicati alla fotografia d’arte.

Testo preso dall’Enciclopedia Treccani.

Qui un’interessante intervista a Roberta Valtorta sull’argomento

Altro testo da leggere interessante qui

Il tempo delle dispute tra fotografia e pittura sono lontane alle mie spalle, il problema vero, quindi è stabilire in generale, cosa sia arte e cosa no.

«Vorrei che la fotografia portasse a disprezzare la pittura finché qualcos’altro a sua volta renderà insopportabile la fotografia». Marcel Duchamp ha scritto queste parole in una lettera al fotografo Alfred Stieglitz nel 1922. Mi sembra molto attuale.

Ciao Sara

 

MU.SA. Vi consiglia queste mostre.

Ecco le mostre da non perdere in questo periodo. 

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Wildlands and Cityscapes, Luca Campigotto in mostra a Roma

La Galleria del Cembalo, in collaborazione con Bugno Art Gallery, apre al pubblico dal 28 marzo al 27 giugno 2015 una mostra dedicata alla fotografia di paesaggio di Luca Campigotto, proponendo un confronto tra spettacolari scenari naturali e contesti profondamente urbanizzati, spesso ripresi di notte. “Amo la dimensione eroica dei paesaggi. La forza spudorata delle atmosfere, la bellezza delle luci. Rimesto in un confuso immaginario mitico e fisso il mio stesso stupore. Determinato a inseguire la meraviglia”, scrive Luca Campigotto. Quelle di Campigotto sono fotografie di un viaggiatore che rivive le emozioni vissute nei racconti di altri grandi viaggiatori del passato, alternate, o sovrapposte, alle suggestioni immaginifiche del cinema e dei fumetti. Dallo Stretto di Magellano alle sconfinate pianure della Patagonia, dal Marocco alla Strada degli Eroi sul Monte Pasubio, dall’isola di Pasqua ai ghiacci della Lapponia – Campigotto presenta la quiete e la dimensione contemplativa di luoghi appartati e selvaggi. L’intensità delle luci proietta scenari scabri e severi in vedute eroiche, trasformando ogni prospettiva documentaria in lettura poetica. Le immagini evocano lo spirito dei luoghi e, con intensità quasi catartica, ci ricordano l’urgenza di un’autentica coscienza ecologica. Le fotografie di New York e Chicago, invece, si fondono in una Gotham City ricostruita dalla memoria, spesso intrisa di una luce vitrea e di un’atmosfera a volte smagliante di colori vivaci, altre volte avviluppata in sfumature tenui. Come in un viaggio sentimentale e visionario, dai ponti sull’East River all’Empire State Building, dalla metropolitana sopraelevata al teatro “Chicago”, ognuna di queste immagini scintillanti sembra lo scenario di un film. La mostra Wildlands and Cityscapes si inaugura in concomitanza con la presentazione in Campidoglio del libro Roma. Un impero alle radici dell’Europa (edito da FMR) e dell’esposizione, presso l’Istituto Nazionale della Grafica, di una selezione di fotografie di Luca Campigotto tratte dal volume.

Qui tutte le info

ICONIC GEOGRAPHY – In mostra a Roma le immagini fotografiche di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Ambiguo, derivazione dal latino ambigĕre: un doppio senso che può essere variamente interpretato, perciò non chiaro, equivoco, di significato incerto. D’altro canto però dubbio e incertezza ci stimolano ad attivare un comportamento critico su ciò che ci viene incontro e così, positivamente, ci aiutano a migliorare la nostra comprensione.

Per alcune analogie e motivi che svilupperemo in seguito, la mostra fotografica Iconic Geography degli autori Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer proposta presso lo spazio espositivo Anteprima D’Arte Contemporanea di Roma a cura di Camilla Boemio, ci sostiene nel percorrere delle riflessioni proprio sulla questione delle doppie identità.

Ed eccone una prima: entrando nella sede dello spazio espositivo ci accorgiamo di essere in uno studio di avvocati al cui interno sono dedicate due sale espositive alla mostra in questione. In tutto vi sono ospitate dieci immagini fotografiche, sei nella prima, quattro nella seconda, tutte di grande formato e attraverso le quali ci addentriamo nella ricerca degli autori. Aerei in rottamazione abbandonati in luoghi sperduti e desertici; impianti industriali che ridisegnano con le loro strutture i paesaggi in cui sono inseriti; grandi sale con pannelli di controllo di sofisticata tecnologia dove non c’è più posto per la presenza umana; uno scalo ferroviario illuminato da luci artificiali ha l’aspetto di un grafico intreccio di ferro e acciaio immerso nelle tenebre; una prospettiva su un incrocio stradale di una città asiatica dove auto e persone sono congelate nell’istante come i palazzi che li circondano.

La luce, naturale o artificiale, viene colta dai due autori con sapiente sensibilità per restituirci immagini algide, tecnicamente ineccepibili: osserviamo nel dettaglio particolari infinitesimali, pur trattandosi perlopiù di scorci di ampio respiro e di paesaggi. Nel testo che accompagna la mostra, ci imbattiamo in chiari segnali di come sussistano doppi aspetti legati alla lettura del lavoro di Scanderbeg e Sauer. Se da un lato queste fotografie esaltano l’operosità e il progresso umano, dall’altro ce ne consegnano una prospettiva decisamente dirompente sugli equilibri e gli spazi che si trovano ad occupare e a condividere. E non solo con le persone che vi abitano.

Un’altra questione ambivalente è posta sul come prendere in considerazione questo tipo di lavoro che, in questo caso, ha impegnato gli autori nell’ultimo decennio. Infatti viene evidenziato che le immagini esposte erano per lo più destinate a rappresentare e a descrivere le varie attività aziendali e commerciali delle società che ne facevano richiesta. Mentre ora possono essere considerate anche di ricerca e quindi poste sul mercato del collezionismo d’arte. E’ qui evidente la forte ambiguità dell’argomento in questione: sarà allora utile quel dubbio e quell’incertezza che aiuta ognuno di noi ad osservare in maniera critica ciò che ci viene incontro, proprio per cercare di migliorare la nostra comprensione. Possiamo pensare allora, oltre le nostre individuali valutazioni sulle opere, che è l’ambiguità (ma potremmo considerarla anche una coerenza) del mercato dell’arte, all’interno delle proprie aspettative, a sancirne una determinata collocazione.

Una riflessione è stimolata dall’accostamento che viene fatto, a proposito di queste immagini fotografiche, con il lavoro cinematografico di Michelangelo Antonioni e più precisamente con il film Deserto Rosso. Che vi sia in Scanderbeg e Sauer un parallelismo immaginativo che prende spunto dal potente sguardo di Antonioni è evidente, e questo dimostra di quanto è forte, a tutt’oggi, l’impatto visionario del regista italiano sui fotografi e i cineasti contemporanei.

Andreana Scanderbeg è nata nel 1969 a Los Angeles, ha conseguito un diploma in comunicazione oltre a quello in economia; Alexander Sauer è nato nel 1971 a Francoforte sul Meno e ha studiato fotografia a Monaco. Vivono a Zurigo, dal 2005 collaborano con aziende e industrie documentando le loro attività anche in luoghi impervi e sperduti del mondo. Tra le varie esposizioni citiamo la partecipazione a VOLTA, fiera d’arte, nel 2014 a Basilea.

INFORMAZIONI Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer – Iconic Geography / A cura di Camilla Boemio Dal 25 febbraio al 5 maggio 2015 Anteprima D’Arte Contemporanea / Piazza Mazzini 27 (Scala A, terzo piano), Roma / tel: +06.37500282 / info@anteprimadartecontemporanea.it Orario: martedì – venerdì / sabato su appuntamento

SUL WEB Il sito di Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer Anteprima D’Arte Contemporanea, Roma Le immagini contenute nell’articolo sono © Andreana Scanderbeg e Alexander Sauer

Elliott Erwitt. Retrospective a Lucca

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A cura di Maurizio Vanni

In collaborazione con MAGNUM PHOTOS

Una produzione di MVIVA

dal 18 Aprile al 30 Agosto 2015

Che cosa significa raccontare la storia di un grande fotografo attraverso 136 scatti legati a oltre 60 anni di carriera? Ripercorrerne la vita, intercettare le sue passioni, percepire la sua filosofia esistenziale e comprenderne la grandezza attraverso la professionalità e l’originalità dei suoi scatti. Pur avendo avuto come mentori Robert Capa, Edward Steichen e Roy Stryker, la fotografia di Erwitt ha assunto uno stile proprio, al tempo stesso intimista, ironico, sorprendente, certe volte impertinente e dolcemente irriverente, ma sempre tecnicamente impeccabile. Anche gli scatti più evocativi, però, sono legati all’occasionalità del momento, al qui e ora di un luogo e di un tempo, al sorriso spontaneo di fronte a una scena atipica o a un ossimoro visivo. Tutti i suoi lavori sono stati filtrati dall’emisfero destro del cervello, tutte le sue immagini sono frutto di un’elaborazione cerebrale istantanea che, attraverso un generoso utilizzo di più scatti, bloccano un momento che colpisce la sua attenzione creativa. Tra tutti i negativi ce n’è sempre uno che corrisponde a un compiuto equilibrio tra struttura compositiva e visione. “Tutte le immagini dovrebbero essere – afferma Erwitt rispondendo a una domanda di Angela Madesani –, se non perfette, per lo meno bilanciate, graficamente e geograficamente corrette. La composizione è assolutamente fondamentale e basilare per qualsiasi fotografia”. Non deve sorprendere la sua dimestichezza con il mondo del cinema: a New York frequenta corsi di cinematografia alla New School for Social Research e, successivamente, si trasferisce a Hollywood dove starà sul set di molti film. Erwitt dichiarerà più volte di amare il cinema neorealista italiano, che considera tuttora il migliore, e di aver imparato molto dalle pellicole di Rossellini e Visconti, o quantomeno di aver cercato illuminazione dal bianco e nero e dal “realismo senza artificio”. “Un professionista per mestiere e un dilettante per vocazione” che ama la sottile ironia: il senso dell’umorismo è qualcosa di innato in un fotografo. È possibile affinare la tecnica, educare il senso estetico e compositivo, ma di certo non si può migliorare l’acutezza percettiva, la sagacia di spirito, la fantasia e l’estro intellettivo che determina la creazione di scatti unici. Erwitt, oltre ad avere una fervida immaginazione, possiede una grande capacità di osservare le persone, gli animali, le cose e la vita attraverso ironia e disincanto, perspicacia e intelligenza, spirito ludico e raffinatezza mentale. Potremmo parlare di ironia esistenziale che corrisponde al desiderio di prendere le distanze dal consueto e dal convenzionale per concepire un confine tra se stesso e tutte le cose che lo circondano.

Biglietto Intero: 9€ Biglietto Ridotto: 7€ Da martedi alle domenica dalle 10 alle 19 La biglietteria è aperta fino ad un’ora prima della chiusura Lunedì chiuso

Info

Racconti privati. Interni 1967-1978. Mario Cresci a Cinisello Balsamo

FOTOGRAFIE DI MARIO CRESCI DALLE COLLEZIONI DEL MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA a cura di Roberta Valtorta inaugurazione: sabato 14 marzo ore 17, fino al 6 settembre 2015 La mostra presenta una selezione di fotografie realizzate da Mario Cresci tra Tricarico e Barbarano Romano nel periodo 1967-1978, quando viveva in Basilicata. Nato a Chiavari nel 1942, Cresci si forma al Corso Superiore di Industrial Design di Venezia. Tra il 1966 e il 1967 con il gruppo di urbanistica Il Politecnico, nato a Venezia intorno al sociologo Aldo Musacchio, scende a Tricarico, un paese in provincia di Matera. Il progetto è la realizzazione del piano regolatore del paese e il compito di Cresci è quello di occuparsi della grafica degli elaborati e del rilevamento fotografico degli ambienti, degli oggetti e di tutti gli aspetti della vita sociale e produttiva della comunità. E’ il tempo in cui sociologi e intellettuali calano nel Mezzogiorno, riscoperto alla luce delle narrazioni di Carlo Levi e delle ricerche antropologiche di Ernesto De Martino. Dopo questo primo viaggio e dopo alcuni spostamenti, tra 1968 e 1969, fra Roma, Parigi, Milano, Cresci torna in Basilicata e stabilisce la sua casa a Matera, fino al 1988, quando si trasferisce a Milano, e successivamente a Bergamo. La lunga permanenza in Basilicata gli permette di lavorare sui concetti di territorio, memoria, archivio, temi che intreccia in modo “naturale” alle questioni del progetto, dei linguaggi espressivi, della visione, centrali nella sua opera. Nel 1967 realizza la serie Ritratti mossi (ripresa poi nel 1974), figure in interni i cui volti cancella attraverso il mosso fotografico. Mentre gli oggetti e i luoghi risultano a fuoco e quindi sono descrivibili, le persone si presentano illeggibili: Cresci, appena arrivato, tenta un racconto delle loro identità attraverso i dati fisici dell’ambiente. Tra il 1967 e il 1972 realizza la serie Ritratti reali, riprese di gruppi familiari che posano in interni tenendo in mano fotografie dei loro antenati. Il rapporto fra lo sguardo delle persone riprese e lo sguardo degli antenati rappresentati nelle fotografie crea un corto circuito tempo reale-memoria. Per Cresci Ritratti reali è un lavoro di “verifica” sul sociale e contemporaneamente su se stesso: infatti si autoritrae mentre tiene in mano le fotografie dei suoi antenati. Fra il 1978 e il 1979 realizza un’ampia serie di ritratti in interni a Barbarano Romano, sempre annullando la fisionomia delle persone attraverso il mosso, e sempre comprendendo anche se stesso fra queste persone. Si tratta di lavori nei quali l’identità dell’individuo e della comunità viene letta attraverso gli oggetti e gli arredi della casa. Scrive: “Mi ha sempre affascinato il rapporto degli oggetti con le persone, soprattutto quelli d’uso, appartenenti alla cultura materiale dell’uomo, quelli della sua storia: dagli utensili più semplici a quelli più complessi, sino ad arrivare alle forme più evolute del design contemporaneo”. Mario Cresci è un indiscusso maestro della fotografia e del graphic design contemporaneo. La sua vasta opera, caratterizzata da una grande libertà di sperimentazione, vede intrecciarsi molti elementi: l’analisi della percezione visiva, la fotografia,il graphic design, il disegno, l’indagine antropologica, lo studio del paesaggio e dei luoghi dell’arte, l’installazione e l’opera site specific. Grande indagatore dei codici del linguaggio visivo e dei materiali e concetti dell’arte, ha sempre mediato la sua attività artistica con l’impegno didattico (è stato direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo, ha insegnato al Politecnico di Milano, all’ISIA di Urbino, all’Orientale di Napoli, all’Università di Parma, all’Ecole d’Arts Appliquées di Vevey, allo IED, alla NABA, all’Accademia di Brera di Milano), condotto nel rispetto e nell’approfondimento della cultura del progetto. Cresci ha pubblicato innumerevoli libri (tra gli altri: Matera. Immagini e documenti, Matera 1975; Misurazioni. Fotografia e territorio, Matera 1978; L’archivio della memoria. Fotografia nell’area meridionale 1967/1980, Torino 1980; La terra inquieta, Bari 1981; Martina Franca immaginaria, Milano 1981; Mario Cresci, Milano 1982; Lezioni di fotografia, Bari 1983 (con Lello Mazzacane); Uno sguardo tra gli altri, Roma 1984; Albe Steiner. Foto-grafia. Ricerca e progetto, Bari 1990 (con Lica Steiner); Matera. Luoghi d’affezione, Milano 1992; Variazioni impreviste, Verona 1995; Mario Cresci, Milano 2007;) ed esposto in importanti sedi pubbliche e private. Tra le mostre più recenti: Le case della Fotografia, 1966 – 2003, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino 2004; Sottotraccia. Bergamo. Immagini della città e del suo territorio, Elleni Gallerie d’arte, Bergamo 2009; Forse Fotografia alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e Palazzo Lanfranchi, Matera, 2010-2012; Ex/Post. Orizzonti Momentanei, MA*GA, Gallarate, 2014. Il Museo di Fotografia Contemporanea conserva 280 fotografie dell’autore, che datano dalla metà degli anni Sessanta. Una parte delle opere in mostra è tratta dal Fondo Lanfranco Colombo (Regione Lombardia), una parte è stata gentilmente prestata dall’autore per questa occasione espositiva. In collaborazione con Regione Lombardia

Info

2015 Sony World Photography Awards Exhibition

Somerset House Trust 

South Building Somerset House Strand London WC2R 1LA

24 April – 10 May 2015 Mondays 10.00-18.00, Tuesday – Friday 10.00-21.00, Saturdays & Sundays 10.00-18.00 East Wing Galleries, East Wing & West Wing Galleries, West Wing Anytime Entry £8.50, Weekday Entry (10.00-16.00) £6.50 Concessions (weekdays only) £5.00 Two tickets (valid anytime) £16.00 Four tickets (valid anytime) £30.00

BOOK TICKETS NOW

The Sony World Photography Awards are one of the world’s leading photography competitions, the exhibition showcases the winning and shortlisted photographers from submissions from across all disciplines, from fine art to photojournalism to lifestyle. Recognising and rewarding the world’s best contemporary photography from the last year, the 2015 competition received the highest number of entries in its eight year history – 173,444 images from 171 countries. Reflecting the very best international contemporary photography from the last year, the exhibition includes photographs to suit all tastes.  Well-documented scenes are given a fresh look with ground-breaking photography styles and photographers of all abilities will be inspired to shoot their own view of the world. The winning and shortlisted images featured were selected by a panel of industry experts. The shortlisted photographers include names that are both new and familiar to the competition.  Those recognised again by the awards include: Peter Franck (Germany); Donald Webber (Canada); Amit Madheshiya (India); Brent Stirton (South Africa); Simon Norfolk (UK), Fan Li (China) and Massimo Siragusa (Italy).  New names include Julia Fullerton-Batten (UK) and Sebastian Gil Miranda (France). For further information visit the World Photography Organisation website.

Postato da Anna