ecco un altro autore la cui fotografia che mi ha fatto molto ragionare, buona giornata
Sara
FOTOGRAFIA di Hiroshi Sugimoto – “Theaters” – Anno 1978-in corso
La serie “Theaters” di Hiroshi Sugimoto, avviata nel 1978 e tuttora in corso, rappresenta una delle esplorazioni più affascinanti sulla relazione tra tempo, spazio e luce. Sugimoto ha fotografato vecchi cinema e drive-in americani con una tecnica unica: lasciava l’otturatore aperto per l’intera durata di un film proiettato sullo schermo. Il risultato è un’immagine in cui il rettangolo luminoso dello schermo appare completamente bianco, frutto della sovrapposizione di tutte le immagini del film in un’unica esposizione. Questa tecnica, apparentemente semplice, nasconde un profondo significato filosofico e concettuale.
Il tema centrale di questa serie è il tempo. Ogni fotografia di “Theaters” rappresenta un’intera esperienza cinematografica ridotta a un singolo frame. Il film, con tutte le sue scene, i suoi dettagli e i suoi attimi narrativi, si trasforma in un bagliore uniforme, suggerendo una riflessione sulla natura effimera della memoria e dell’esperienza umana. L’idea che un’intera narrazione possa essere condensata in una singola immagine è allo stesso tempo affascinante e inquietante: cosa rimane del tempo una volta trascorso?
L’approccio di Sugimoto si inserisce in una lunga tradizione di artisti che esplorano la percezione del tempo attraverso la fotografia, ma il suo lavoro si distingue per l’eleganza e la semplicità del metodo. La scelta di fotografare cinema d’epoca e drive-in aggiunge un ulteriore strato di significato: questi luoghi, spesso decadenti e abbandonati, diventano testimonianze di un’era passata, conservate nella loro essenza attraverso la luce stessa dei film proiettati.
Dal punto di vista visivo, le immagini della serie “Theaters” sono straordinariamente suggestive. Il contrasto tra l’intensa luminosità dello schermo e i dettagli architettonici delle sale cinematografiche crea un effetto quasi surreale, evocando un senso di sospensione e mistero. Il bianco abbacinante dello schermo diventa una sorta di finestra verso l’ignoto, un portale che assorbe il racconto cinematografico e lo restituisce sotto forma di pura luce.
Biografia di Hiroshi Sugimoto:
Hiroshi Sugimoto, nato nel 1948 a Tokyo, è un fotografo e artista visivo giapponese noto per il suo approccio concettuale alla fotografia. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti negli anni ’70, ha sviluppato un corpus di opere che esplorano temi come il tempo, la memoria e la percezione. Oltre alla serie “Theaters”, Sugimoto è celebre per i suoi lavori su diorami museali, ritratti di cere e paesaggi marini, tutti caratterizzati da un’estetica minimalista e un rigoroso controllo della luce. Il suo lavoro è stato esposto nei più importanti musei e gallerie del mondo, contribuendo a ridefinire il linguaggio della fotografia contemporanea.
In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.
Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.
Tengo a sottolineare che:
Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.
Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.
Condividi l'articolo con gli amici, ci piace condividere!
Buongiorno, rispondo a questa domanda che mi ha rivolto un lettore.
Premetto che per me definire la figura dell’artista è complicato. Chi è secondo me un artista?
L’artista è colui che riesce a mostrarmi cose che non avevo ancora compreso o visto interpretate in quel modo. L’artista serve, nella mia mente a svelare i segreti del mondo.
Di qualsiasi tipo essi siano.
L’artista va distinto dall’artigiano. Molti pittori e scultori che conosco, sono artigiani, non artisti.
Insomma, nella mia esperienza, il mondo è pieno di artigiani. Gli artisti sono pochi.
Seguendo questo ragionamento, legato al proprio back ground, cultura, luogo di nascita alle proprie esperienze ecc., ognuno di noi ha una modalità differente per definire un artista.
Per molti chi produce quadri, sculture o opere definite d’arte è sempre un artista. Per me l’asticella si alza con l’evolversi della mia esperienza. E’ una figura fluida.
Per quanto riguarda la Fotografia, se pensiamo al concetto diffuso di arte, c’è un limite intrinseco: la fotografia non può essere separata dalla realtà. Quello che fotografi deve essere di fronte a te.
Scriveva Rosalind Krauss: «Se si può dipingere un quadro a memoria o grazie alle risorse dell’immaginazione, la fotografia, in quanto traccia fotochimica, può essere condotta a buon fine solo in virtù di un legame iniziale con un referente materiale»
Per la fotografia un passaggio importante è avvenuto già dal 20 secolo, quando è nata la differenziazione tra fotografi “puri” e artisti che utilizzavano la fotografia per esprimersi nelle proprie ricerche.
Anche se già da prima i fotografi si erano mossi in tal senso. Pensate che nel 1866 Peter Henry Emerson dichiarò la fotografia arte pittorica, elogiando le tecniche che portavano la fotografia ad una lettura che fosse simile a quella utilizzata per la pittura. Ritrattò in seguito dichiarando che la fotografia non si sarebbe mai portata al livello dell’arte pittorica. Nonostante questo, la fotografia pittorica o pittorialismo conquistò una bella fetta di mondo.
La fotografia non è solo l’oggetto fotografico, se pensiamo che, lavorando concettualmente, esprimiamo idee attraverso le nostre fotografie. In questo caso, non basta più parlare di fotografia dal punto di vista tecnico.
Chi fotografa con consapevolezza, in genere, elabora una personale modalità, che permetta di esprimere la propria idea attraverso alcune regole che mettano nelle condizioni di comunicare con il mondo. Il contenuto della fotografia, in questo caso, può non essere l’idea legata a quella immagine.
In questo senso può essere considerata opera d’arte.
Bisognerebbe quindi dire, meglio, che la fotografia è in prima battuta una una tecnica applicata. Si potrebbe meglio dire che la fotografia è una pratica che si può “applicare” a tante funzioni, quindi anche all’arte.
La fotografia non è un’arte pura, per sua e nostra fortuna. Non ha nulla di puro: evviva. È un meraviglioso ibrido, fin dall’inizio.
Fu definita “la figlia bastarda abbandonata dalla scienza sulla soglia dell’arte”. I bastardi sono sempre i migliori.
Le fotografie, di qualsiasi genere, lontanissime fra loro, hanno tutte in comune una cosa. Mettono in relazione gli esseri umani. Una foto, d’autore o senza autore, bella o brutta, professionale o banale, è uno scambio di sguardi fra umani, e arricchiesce la relazione fra gli umani.
Fotografia di Chema Madoz
Fotografìa come arte contemporànea. – Con l’istituzione del dipartimento di fotografia del Museum of modern art (MoMA) di New York nel 1940, è stato definitivamente sancito l’ingresso della fotografia nell’arena dell’arte contemporanea. È lo spazio discorsivo del museo, secondo la definizione di Rosalind Krauss, a determinare il passaggio della fotografia da documento a opera d’arte e, al contempo, a definirne il valore di mercato. Nel 2004 John Elderfield, allora curatore delle collezioni di pittura e scultura del MoMA, ha esposto Le baigneur di Paul Cézanne (1885), uno dei capolavori della pittura postimpressionista del museo, accanto a una grande stampa a colori di Odessa, Ukraine, 4 August 1993, opera della serie Beach portraits realizzata dalla fotografa olandese Rineke Dijkstra: il raccordo tra le due immagini era eminentemente formale poiché entrambe raffigurano un bagnante adolescente isolato nello spazio dell’inquadratura. Nell’intenso dibattito che seguì questa collocazione, sebbene temporanea, il curatore si giustificò provando che lo stesso pittore si era ispirato a una fotografia per il suo dipinto e che dunque il raccordo tra pittura e fotografia era più che lecito: l’argomento andava però a scapito della scelta curatoriale provocatoria di esporre il capolavoro di Cézanne accanto alla fotografia della giovane fotografa olandese e quindi di equiparare il dipinto alla fotografia. L’episodio ben rivela le dinamiche che regolano l’ingresso della fotografia nel tempio dell’arte, il museo: sebbene la fotografia vi abbia trovato il suo spazio istituzionale, esso è ancora regolato da dinamiche contradditorie che da un lato hanno portato alla fondazione di nuovi musei di fotografia contemporanea e dall’altro di dipartimenti dedicati alla fotografia nei musei già esistenti.
Le tappe. – Il cammino che la fotografia ha dovuto intraprendere per venire accolta nei musei è scandito da alcuni importanti momenti. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento gli artisti che lavoravano con la performance e con opere site specific – la Land art statunitense – usavano la fotografia come documentazione: in entrambi i casi la fotografia è l’unico elemento visivo disponibile e così è divenuta presto oggetto da collezionare ed esporre. Un esempio di questo nuovo valore della fotografia per l’arte contemporanea è I like America and America likes me, di Joseph Beuys (1974), performance durante la quale l’artista tedesco ha passato un’intera settimana in una gabbia di una galleria newyorkese assieme a un coyote. Sophie Calle usa la fotografia come medium prediletto delle sue performance; all’interno del padiglione francese a lei dedicato durante la Biennale di Venezia del 2007 ha presentato Take care of yourself: un’installazione di fotografie, e qualche video, che testimoniavano la volontà dell’artista di mettere in gioco la propria biografia. Dagli anni Settanta la statunitense Cindy Sherman usa la fotografia per Untitled film still, una serie di autoritratti tesi a dare forma all’immaginario americano. Se gli ultimi due esempi rivelano l’assestamento della fotografia nella dimensione artistica pura, al di là dunque di intenti di documentazione e, al contrario, come dispositivo artistico tout court, il passaggio cruciale di questo cammino verso il riconoscimento della sua qualità artistica è da legarsi alla cosiddetta scuola di Düsseldorf da un lato e all’artista canadese Jeff Wall dall’altro. Jeff Wall lavora sulla questione più delicata del medium fotografico e cioè la sua presupposta valenza documentaria che, dal suo nascere, l’ha relegata all’ambito del reportage: l’artista allestisce set cinematografici, costruiti sin nei minimi dettagli al punto da apparire del tutto realistici e li fotografa senza che necessariamente vi avvenga qualcosa di straordinario. Le sue fotografie, la cui sigla stilistica è definita staged o set photography, condensano in un singolo scatto la plurisemanticità della narrazione, così come nella pittura della tradizione occidentale la scelta di un singolo episodio riesce a sollecitare nello spettatore l’interezza della narrazione cui fa riferimento. Jeff Wall stampa le sue fotografie in grandi dimensioni e molto spesso le monta in light box, un dispositivo retroilluminato che dona una spettacolare presenza alle immagini. Inoltre Wall stampa le fotografie in un’unica copia o in bassa tiratura: ciò contribuisce in maniera determinante alla loro valutazione nel mercato dell’arte, dove vige la regola secondo cui più la tiratura è bassa più l’opera è rara e costosa. Se per Wall la dimensione e la presentazione delle stampe diventano elementi prioritari, è alla generazione dei fotografi formatisi all’Accademia di belle arti di Düsseldorf sotto la guida di Bernd Becker che conferiamo questo scarto dalla tradizione della fotografia del Novecento: Andreas Gursky, Candida Hofer, Thomas Struth, Axel Hutte – per citare alcuni degli esponenti di questa corrente artistica –, stampano le proprie fotografie in formato superiore a 2 m × 2 m. La grande dimensione ha avuto come conseguenza una maggiore visibilità della fotografia negli spazi espositivi e il suo emergere come medium artistico della contemporaneità. Dal 2000 la fotografia ha trovato dunque la sua collocazione nel circuito dell’arte contemporanea: gli spazi espositivi e i festival a essa dedicati si vanno moltiplicando, sia in Europa sia nei paesi extraeuropei; gli acquisti fatti dalle fondazioni bancarie hanno determinato l’ingresso della fotografia in spazi non legati tradizionalmente all’esposizione di opere d’arte, e sono nati magazine, produzioni editoriali self made, blog e siti internet dedicati alla fotografia d’arte.
Testo preso dall’Enciclopedia Treccani.
Qui un’interessante intervista a Roberta Valtorta sull’argomento
Il tempo delle dispute tra fotografia e pittura sono lontane alle mie spalle, il problema vero, quindi è stabilire in generale, cosa sia arte e cosa no.
«Vorrei che la fotografia portasse a disprezzare la pittura finché qualcos’altro a sua volta renderà insopportabile la fotografia». Marcel Duchamp ha scritto queste parole in una lettera al fotografo Alfred Stieglitz nel 1922. Mi sembra molto attuale.
Ciao Sara
Condividi l'articolo con gli amici, ci piace condividere!