Ciao! Ottobre è stato piuttosto intenso da queste parti. I corsi annuali sono partiti, la lettura portfolio della settimana scorsa ha lasciato il segno, come sempre e adesso arriva il momento che aspettiamo ogni anno con una certa emozione.
📅Quello che arriva a novembre – Segnati queste date! 🗓 2 novembre — Grammatica della Fotografia(Online, ore 19:15–20:45) Il corso che ti spiega perché alcune foto funzionano e altre no. Non è questione di fortuna. → percorsogrammatica.html
🗓 5 novembre — Percorso Racconto Full(Online, ore 19:15–20:45) Costruire una storia fotografica coerente, dall’idea alla sequenza finale. Il passo dopo lo scatto. → percorsoracconto.html
🗓 15 novembre — Lettura Portfolio Online con Sara Munari(ore 20:30) Il secondo appuntamento gratuito dell’autunno. Porta il tuo lavoro — quello che hai fatto in questi mesi, o quello che tieni nel cassetto da troppo tempo. → Iscriviti: modulo di iscrizione
🗓 21 novembre —Scadenza Premio Internazionale Musa per Fotografe Un mese esatto. Se ci stai lavorando, è ora di accelerare. → musaaward.eu
PER PENSARE UN POCHINO “Una storia fotografica non inizia con la prima foto. Inizia con la domanda che ti porti dietro senza sapere ancora come risponderle.” Sara Munari
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La storia della fotografia è stata a lungo scritta attraverso il mito del genio solitario, isolato nel proprio atelier o intento a cesellare stampe perfette in mezzo alla natura selvaggia. Riconoscere i margini di quel mito significa ammettere che dietro a molte grandi icone del modernismo americano non c’è mai stata un’unica mano, ma un ecosistema di relazioni, supporto e lavoro invisibile. È questa la prospettiva aperta da Attraverso una focale diversa, I miei anni con Edward Weston, l’edizione italiana del celebre Through Another Lens tradotta e annotata da Manlio Cinti, che restituisce al pubblico nostro la voce autobiografica in cui Charis Wilson ripercorre il decennio cruciale vissuto accanto a Edward Weston tra il 1934 e il 1945.
Il lavoro di Cinti su questo volume si inserisce in quella rara categoria di editoria indipendente mossa da una dedizione quasi archeologica: un’operazione nata da una lunga ricerca e dal contatto diretto con gli eredi e i custodi di quella memoria che permette di colmare un vuoto nella saggistica fotografica italiana accessibile. Il libro di Wilson non è un semplice diario domestico o un’agiografia devozionale: attraverso la sua voce affiora una critica sottile ma tagliente alla posizione subalterna della donna nelle coppie d’arte del Novecento. Charis fu modella, autrice di testi e compagna indispensabile, spesso costretta a comprimere i propri spazi creativi per assecondare i ritmi e le esigenze del lavoro del marito. Intorno a loro ruotava tuttavia un intero fermento culturale, da Ansel Adams a Imogen Cunningham, da Dashiell Hammett a Merce Cunningham e Martha Graham, restituito con la precisione di chi quell’ambiente lo ha sostenuto materialmente e intellettualmente.
C’è poi un motivo di lettura che interessa l’appassionato di fotografia come un “plus” inatteso e che, a giudicare dai riscontri raccolti da Cinti, convince anche il pubblico generalista. Nelle sue quattrocento e più pagine, Attraverso una focale diversa intreccia la vicenda dei protagonisti con una serie di tessere che compongono il paesaggio sociale, culturale, storico e naturale dei luoghi e dell’epoca. Tutti e tutto trovano posto: il diseredato di Pismo Beach, l’allevatore e il petroliere texani, il politico in carriera, l’obiettore di coscienza, il sindacalista, l’attivista per i diritti civili, il vecchio schiavo, l’intellettuale, l’attore di Hollywood, lo scrittore famoso. Poi i primi movimenti in difesa dell’ambiente, la storia di Carmel, il misero montanaro del Tennessee, i ricercatori del Caltech, il gallerista, il direttore del MoMA, il mecenate, la comunità degli esuli messicani, il razzismo, il clan che conta (i Du Pont). E ancora New York, la costa del Pacifico, i deserti, lo Yosemite e la Sierra Nevada, la centrale elettrica sul Colorado, Taos Pueblo, e altro.
La forza di quel racconto non si è esaurita con la chiusura del secolo scorso, ma continua a interrogare il presente. Lo dimostra in modo lampante il volume Pictures for Charis (Aperture / Center for Creative Photography, 2024) della fotografa e docente Kelli Connell. Lavorando in tandem con l’allora compagna Betsy Odom, Connell non si è limitata a un’operazione nostalgica di rievocazione critica, ma ha ripercorso i luoghi di Weston e Wilson usando macchine e procedimenti d’epoca per compiere un vero e proprio atto di riscrittura critica. La sua ricerca trasforma il libro in uno strumento di riflessione sul sé e sul proprio rapporto con l’altro: esplorare quei panorami significa colmare un’assenza, e Connell utilizza il progetto per interrogare il punto di vista negato a Charis e i meccanismi di potere e di genere che regolano storicamente il rapporto tra fotografo e soggetto, tra paesaggio e vita di coppia.
Per chi si appassionasse alla storia personale e professionale di Weston, poco nota in Italia, vale la pena consultare l’archivio digitale dell’Edward Weston Bibliography Blog (https://edwardwestonbibliography.blog/ segnalato dallo stesso Cinti e curato da Paul Hertzmann, Susan Herzig e Paula Freedman). Svincolandosi dalle retrospettive postume e basandosi esclusivamente su oltre decenni di fonti primarie, riviste d’epoca, rassegne stampa, corrispondenze, il progetto documenta l’impatto reale e immediato che le immagini di Weston ebbero sui contemporanei tra il 1906 e il 1958.
Mettere insieme questi tasselli, la traduzione caparbia di Cinti, le memorie di Wilson, l’archeologia visiva di Connell e il rigore bibliografico delle fonti d’epoca ci ricorda che la cultura fotografica non sopravvive grazie ai monumenti intoccabili, ma attraverso chi continua a smontarne le cornici, a rileggerne i margini e a pretendere un’aderenza rigorosa ai fatti storici.
Per molto tempo, la fotografia è stata concepita come un mezzo immediato, democratico, quasi ingenuo nella sua relazione con il reale. I teorici ne ripetevano la celebre definizione: “La fotografia è la traccia di ciò che è stato”. Oggi, questa nozione è definitivamente tramontata, portando con sé un intero modo di guardare e interpretare le immagini. L’immagine fotografica contemporanea è, prima di ogni altra cosa, un’idea. Non è più un riflesso, né un documento, tantomeno un semplice residuo del mondo, bensì una complessa costruzione concettuale. Essa utilizza l’apparenza della realtà per articolare discorsi articolati sulla società, sull’identità, sul potere e sul linguaggio stesso.
Questo fondamentale passaggio, che ha rivoluzionato l’arte contemporanea e forse in misura maggiore la fotografia, non è avvenuto improvvisamente. È il risultato di un lento movimento emerso negli anni Sessanta con l’arte concettuale e giunto a piena maturazione negli anni Ottanta e Novanta, con l’affermazione della fotografia come vera e propria “opera d’arte”. Attualmente, siamo pienamente immersi in questo nuovo paradigma, dove la fotografia non è affatto ciò che sembra.
Per secoli, la rappresentazione del mondo è stata affidata esclusivamente agli occhi e alle mani dell’artista. Con l’avvento della fotografia nel XIX secolo, si era diffusa l’illusione di aver finalmente trovato un’immagine oggettiva: precisa, imparziale e verificabile. Tuttavia, questa idea di oggettività è crollata piuttosto rapidamente. Già negli anni Settanta, autori come John Baldessari, Ed Ruscha e l’intero movimento dell’arte concettuale americana avevano dimostrato che la fotografia poteva essere impiegata come puro linguaggio, come segno, come archivio neutro attraverso il quale veicolare concetti, piuttosto che immediate emozioni. È in questo contesto intellettuale che hanno iniziato a lavorare alcuni dei fotografi più influenti del nostro tempo.
Fotografia di Cindy ShermanUntitled Film Stills (1977–1980)
Cindy Sherman, ad esempio, è forse l’esempio più noto di come la fotografia possa agire da vero e proprio dispositivo concettuale. Le sue celebri Untitled Film Stills (1977–1980) non sono semplici autoritratti, né si esauriscono nella pura narrazione; sono invece “icone” che incarnano l’immaginario hollywoodiano, lo stereotipo femminile e, più in generale, il modo in cui la cultura costruisce i ruoli sociali. Sherman non documenta un fatto, ma mette in scena l’idea stessa di rappresentazione. La fotografia si trasforma così in uno strumento di smascheramento, rivelando quanto sia artificiale ciò che fino a quel momento avevamo ingenuamente considerato naturale. In quest’ottica, Sherman si colloca come un’artista concettuale che usa la fotografia, più che come una fotografa tradizionale.
Jeff Wall Museum of Contemporary Art Australia (MCA)
Se Sherman si concentra sulla messa in scena dell’identità, Jeff Wall lavora sulla cinematografia del pensiero. Le sue maestose lightbox, enormi scatole luminose che espongono fotografie minuziosamente ricostruite, non documentano affatto, ma interpretano. Wall ha inaugurato una stagione nuova: quella della fotografia come tableau vivant, una scena sospesa tra la tangibilità della realtà e la sapienza dell’artificio. Opere come A Sudden Gust of Wind (1993) o Dead Troops Talk (1992) non sono state semplicemente “scattate”, ma meticolosamente progettate attraverso storyboard, casting, scenografia e complessa manipolazione digitale. Il risultato è una fotografia che si offre come un saggio filosofico, ponendo domande profonde sulla realtà, sulla rappresentazione, sulla memoria e sulla percezione. Wall ha reso evidente una consapevolezza ormai diffusa: nella fotografia contemporanea, lo scatto non è la fine del lavoro, ma soltanto il suo inizio.
Sophie Calle: Suite Vénitienne – libro
Un altro esempio fondamentale è offerto da Sophie Calle, che ha spinto la fotografia nel territorio dell’indagine intima e sociale. Le sue opere, come Suite Vénitienne o Les Dormeurs, non sono semplici collezioni di immagini, bensì esperimenti, situazioni orchestrate, veri e propri protocolli concettuali. Calle impiega la fotografia come un elemento all’interno di un sistema complesso che include testo, narrazione, performance e investigazione. L’immagine è solo una parte del dispositivo artistico, la cui funzione ultima è rendere visibile l’invisibile: la solitudine, il desiderio, la sorveglianza e la vulnerabilità. È proprio in Calle che si manifesta con chiarezza la svolta concettuale: il vero centro dell’opera non è ciò che appare nella foto, ma ciò che la foto implica e suggerisce.
Tra gli autori più emblematici della fotografia concettuale c’è infine Thomas Demand, il quale adotta una pratica singolare: costruisce modelli in cartone degli ambienti che intende fotografare – spesso luoghi iconici o controversi – per poi distruggerli. La sua è una fotografia totalmente antinaturalistica: il mondo reale viene riprodotto artificialmente al solo scopo di essere fotografato come se fosse vero. Demand dimostra così che ogni immagine è sempre un compromesso delicato tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione. La sua fotografia diventa un esercizio critico sulla stessa fiducia che siamo soliti riporre nelle immagini.
Ci sono almeno tre ragioni principali che spiegano questa evoluzione. In primo luogo, la fotografia è ormai ovunque. Nell’era digitale, l’immagine è diventata banale: tutti possono scattare, e tutti scattano continuamente. In un contesto così saturo, l’unico modo per creare autentica “arte” è investire in modo massiccio sul concetto. In secondo luogo, l’immagine non è più prova di nulla. La manipolazione digitale ha reso la fotografia un linguaggio ambiguo; la sua forza non risiede più nella presunta veridicità, ma nella sua intrinseca capacità critica. Infine, l’arte contemporanea ha da tempo rifiutato l’idea tradizionale di “opera” chiusa. Lavorando con performance, installazioni, archivi, testi e processi, la fotografia si è adeguata a questo ecosistema fluido, diventando semplicemente uno strumento tra i tanti a disposizione dell’artista.
Di conseguenza, una fotografia concettuale non si riconosce dalla sua tecnica impeccabile o dalla sua mera qualità estetica, ma unicamente dal progetto che la sorregge. Non è alla ricerca della “bella immagine”, ma piuttosto della “giusta idea”.
Questa fotografia ha rivoluzionato la nostra esperienza visiva: ci obbliga a pensare. Nell’epoca dell’immagine veloce, dell’estetica istantanea e dei social media, essa rappresenta un gesto quasi intellettuale, invitandoci a fermare lo sguardo, a sospenderlo e a interrogare ciò che vediamo. La fotografia ha cessato di essere una semplice finestra sul mondo. È diventata un dispositivo critico che mette in crisi il nostro stesso modo di guardare. E forse, in un’epoca in cui ogni cosa è immagine, è proprio questo il suo valore più grande.
Ciao
Sara Munari
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Ciao! Settembre serve per capire da che parte guardare. Ottobre serve a iniziare a farlo sul serio. Non ha importanza se la tua urgenza sia capire come funziona una macchina fotografica, smettere di fare immagini carine ma vuote, o dare una forma e un senso compiuto al portfolio che accumula polvere sul tuo hard drive: la fotografia richiede metodo, tempo e confronto. Senza scorciatoie. A ottobre partono i percorsi annuali e i moduli d’approfondimento di Musa Fotografia.
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The Pixel di Francesca Seravalle parte da una cosa minuscola. Talmente piccola da sembrare quasi irrilevante: il pixel.
Lo studio si Serravalle non si può ridurre a un libro sul pixel che non è effettivamente l’oggetto della ricerca, quanto il pretesto per direzionare lo sguardo su ciò che rimane di solito invisibile nell’interno delle immagini. La domanda da cui tutto comincia, «cosa c’è tra due Pixel?», non cerca una risoluzione tecnica. Piuttosto apre un intervallo legato al dubbio. Tra due unità minime può esserci il nulla, una relazione, una distanza, una griglia, persino l’infinito. L’autrice sceglie di non dare soluzioni o risposte e costruisce il libro proprio attraverso una serie di domande.
Per questo motivo ho trovato The Pixel costruito con una forma molto originale. Il libro non presenta una storia lineare della tecnologia digitale, ma ci sorprende con un atlante di possibilità. Il pixel viene messo alla prova: può essere avere mille forme diverse: tridimensionale, trasparente, vuoto, imperfetto, rotto, censurato, comprato, corrotto, virtuale. Accanto alle immagini di Seravalle compaiono opere e riferimenti che attraversano secoli e linguaggi diversi, dal mosaico a Malevič, da Munari a Fontana, da Warburg a Sol LeWitt, fino alle pratiche fotografiche contemporanee. Questo “albero genealogico” è forse l’aspetto più coinvolgente del progetto. Il libro non sostiene che il pixel sia un concetto “nuovo” e lo usa per osservare quanto siano distanti nel tempo alcune delle azioni che oggi associamo al digitale: scomporre, ordinare, isolare, ripetere, costruire un’immagine attraverso unità minime. Il mosaico diventa così un precedente possibile, la pittura astratta e l’arte programmata diventano strumenti attraverso cui interrogare il presente.
Anche il rapporto con la fotografia cambia prospettiva. Il pixel è definito come un’unità priva di significato che acquista valore nella relazione con le altre unità. In questa distinzione tra la grana d’argento e il pixel, che può essere scritto e riscritto, si concentra una delle questioni determinanti del libro: che cosa accade a un’immagine quando non è più soltanto traccia, ma diventa codice? La risposta di Seravalle non è nostalgica. Il libro prende una deriva che mi è sembrata inquietante perché non contrappone semplicemente una fotografia “autentica” a un’immagine digitale artificiale, ma mostra che ogni immagine è già un insieme di selezioni, consuetudini e interventi. Il pixel è una materia apparentemente minima che porta con sé conseguenze enormi perché permette all’immagine di essere modificata, riscritta, ricombinata.
La parte dedicata all’intelligenza artificiale è il punto in cui la domanda iniziale mi è sembrata più complicata. Se un’immagine generata dall’IA non deriva necessariamente dalla registrazione di qualcosa che è stato davanti a un obiettivo, che rapporto rimane tra immagine e mondo? Seravalle sposta il problema dalla superficie dell’immagine alla sua attendibilità, fino alla possibilità che immagini artificiali alimentino altri sistemi di produzione artificiale, rendendo sempre più instabile il terreno su cui distinguiamo documento, interpretazione e invenzione. Quello su cui questa parte del libro mi ha fatto riflettere non è la possibilità che l’IA produca immagini false, ma che finisca per rendere incerta qualsiasi idea di origine. Se un’immagine può nascere da altre immagini, senza aver visto il mondo, il problema non è più distinguere il vero dal falso. È capire se abbiamo ancora gli strumenti per farlo.
Il valore di The Pixel sta nell’aver trasformato una piccolissima parte quasi invisibile, in uno strumento critico. Il pixel diventa una lente attraverso cui guardare la storia delle immagini, si, ma anche un piccolo “guasto” concettuale: costringe a interrompere la visione d’insieme, forse superficiale e a chiedersi da quali elementi sia costruito ciò che vediamo.
Il libro non è nato per risolvere il concetto di pixel e non risolve problemi concettuali specifici sul tema. E forse è proprio questa la sua intuizione più fertile: quando crediamo di vedere un’immagine, abbiamo il coraggio di guardare ciò che la compone? Finisco con una domanda che fino ad oggi non mi ero fatta in questi termini e che potrebbe essere l’ultima pagina del libro.
Cosa ci dice Francesca
Questo libro nasce da un’ossessione: il Pixel. L’elemento più piccolo, quasi invisibile, che ogni giorno veicola ogni tipo di informazione: visiva, sonora e testuale. Lo scopo è condividere quest’ossessione e attivare la percezione della sua presenza in tutto quello che ci circonda nonché riconoscere che stiamo vivendo nella più grande rivoluzione di ogni tempo: quella digitale. Il Pixel non ha solamente modificato il nostro modo di fotografare, ma anche di comunicare, di percepire il tempo e lo spazio in modo differente, di vivere in contemporaneità. Ci arrabbiamo se vediamo una spunta verde su WhatsApp e non riceviamo una risposta, condividiamo momenti in simultanea con persone che vivono dall’altra parte del mondo, ci distraiamo molto più facilmente, facciamo ricerche e troviamo informazioni più velocemente, abbiamo una memoria precaria, le nostre percezioni del tempo e dello spazio sono totalmente cambiate, tutto per merito e colpa del Pixel, di quel piccolissimo elemento nato come forma di controllo militare. Il Pixel ha determinato anche il pensiero attuale in cui è più importante essere ovunque che essere per sempre. Il Pixel è un elemento caratterizzante il periodo storico che stiamo vivendo, quindi destinato a passare. Ci sarà una società post-Pixel, già evidente dalla sua trasformazione attraverso l’IA, in cui non nasce più dalla registrazione di qualcosa di reale, ma dal buio, come rigenerazione di Pixel esistenti. A brevissimo ci saranno più immagini di elefanti “finti” realizzati dall’intelligenza artificiale che fotografie di elefanti veri.
Sara Munari
Il libro di può acquistare in tutte le librerie anche Feltrinelli Amazon Leporello, Micamera
Francesca Seravalle è un’artista e curatrice premiata che esplora l’ecologia delle immagini e la memoria collettiva attraverso gli archivi. Conseguita la laurea in Storia dell’Arte, ha maturato un’esperienza internazionale presso Magnum Photos a Parigi e ha guidato il team di curatela e archiviazione di Fabrica. Ha insegnato all’Istituto Marangoni e alla London South Bank University, ed è stata guest lecturer in diverse università, tra cui ECAL, UCL e il Glasgow College.
Negli ultimi vent’anni ha curato libri e mostre a livello internazionale presso istituzioni quali il CNA Luxembourg, la Photographers’ Gallery di Londra, la Yossi Milo Gallery di New York, l’IMA Gallery di Tokyo, lo Street Level Photoworks, il MAXXI di Roma e la Triennale di Milano. Il suo lavoro come curatrice e scrittrice include pubblicazioni come Shining in Absence (AMC – Erik Kessels), Dalston Anatomy (SPBH – Lorenzo Vitturi), Alex & Me di James Pfaff (Montanari), The Y di Alba Zari (Witty Kiwi) e Era Mare di Matteo de Mayda (bruno). Il suo progetto di ricerca Until Proven Otherwise: On the Evidence of The First Photos ha vinto il Paul Hill Award, è in tour dal 2015 e sarà esposto al MBAL di Le Locle il prossimo ottobre. I suoi cortometraggi sono stati proiettati in sedi prestigiose, tra cui la Mostra del Cinema di Venezia e la London Photo Fair.
Nel 2023 ha curato The Performing Photobook, una mostra sensoriale e ASMR per il Format Festival (Derby, Regno Unito) e, in occasione del festival Gibellina Photoroad, ha esposto Magnification – A Conscious Act of Seeing. Attualmente vive a Venezia, da dove opera a livello internazionale, e ha appena pubblicato The Pixel (Corraini), un volume che sulla rivoluzione digitale, l’IA e l’arte contemporanea.
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Buongiorno a tutti ecco tutti i premi fotografici in scadenza, mostrate i vostri lavori, partecipate! Ciao Annalisa
Copenhagen Photo Festival 2027
Tema 2027: ‘Frie hænder | Mani libere’
Cosa significa avere le mani libere in un’epoca in cui il divario tra ricchi e poveri, tra chi detiene il potere e la gente comune, continua ad ampliarsi? In alcuni luoghi, la libertà è data per scontata. Altrove, è una lotta quotidiana.
Le mani libere non sono solo un dono. Comportano anche dubbi, responsabilità e rischi. Quando nulla viene più deciso per noi, dobbiamo scegliere la nostra strada. Le mani libere possono creare nuove possibilità, ma possono anche metterci di fronte all’abisso della libertà.
Le nuove tecnologie possono liberarci dalle attività di routine e aprire nuove possibilità creative. Ma cosa succede al nostro giudizio, alle nostre mani e al nostro modo di vedere quando affidiamo sempre più il nostro lavoro alle macchine? Man mano che la tecnologia entra nella nostra sfera più intima, l’impronta umana diventa sempre più significativa. Cerchiamo autenticità, presenza e l’essere umano dietro l’immagine.
Con il tema “Mani Libere”, invitiamo artisti e pubblico a liberarsi dai vecchi schemi – sia letteralmente che metaforicamente – e a esplorare cosa le mani libere fanno a noi esseri umani: quando diamo per scontata la libertà d’azione e quando siamo costretti a lottare per essa.
Il Nexus International Photography Awards (NIPA) invita i fotografi di tutto il mondo a partecipare all’edizione 2026.
Creato per riconoscere i talenti fotografici più eccezionali e celebrare il potere della narrazione visiva, il NIPA offre una piattaforma internazionale per i fotografi il cui lavoro riflette creatività, visione artistica ed eccellenza tecnica. Aperto sia a fotografi professionisti che amatoriali, il concorso accoglie candidature da ogni angolo del mondo.
I premi Paris Photo–Aperture PhotoBook Awards riconoscono il contributo fondamentale del fotolibro al mondo della fotografia.
I premi celebrano l’eccellenza in tre categorie: Primo Fotolibro, Fotolibro dell’Anno e Catalogo Fotografico dell’Anno.
Il processo di selezione si articola in due fasi: una prima valutazione a New York, seguita dalla valutazione finale della giuria a Paris Photo, che si terrà dal 12 al 15 novembre 2026.
L’Aesthetica Art Prize celebra l’arte contemporanea in una vasta gamma di media. Esponiamo e promuoviamo alcuni dei talenti più significativi al mondo e contribuiamo a un dialogo globale sulle pratiche creative odierne.
Mentre progrediamo – e questo è un termine che invita al dibattito – dobbiamo considerare ciò che guadagniamo e ciò che perdiamo. In questo mondo di realtà aumentata e virtuale, connessioni costanti, accesso istantaneo, metaverso, telefoni, selfie e satelliti, tutto è rumoroso e invadente. Dobbiamo valutare l’equilibrio delle cose e comprendere che è necessario un punto di equilibrio. Non dobbiamo avere paura di porre domande difficili.
Quiet Landscape: Beauty, Stillness, and Connection
Quiet Landscape invita i fotografi a esplorare la bellezza, la quiete e la connessione che si trovano nel paesaggio. Da ampi panorami a intimi dettagli naturali, da zone selvagge e remote a spazi coltivati, accogliamo un’ampia interpretazione del tema attraverso la fotografia tradizionale, documentaristica, concettuale e artistica.
Cerchiamo fotografie che rivelino un senso del luogo, dell’atmosfera, della luce e della presenza: immagini che incoraggino la riflessione e invitino gli spettatori a rallentare e a osservare più attentamente il mondo che li circonda.
PhotoVogue Brave New Visions: Creativity as Rebellion
La PhotoVogue Global Open Call di quest’anno abbraccia la creatività come forma di ribellione, invitando fotografi e videomaker a utilizzare la creazione di immagini per sfidare l’indifferenza, rompere gli schemi ed espandere la narrazione visiva.
Cosa
Accogliamo progetti fotografici, video e multimediali di tutti i generi, inclusi moda, documentario, ritrattistica, belle arti e pratiche sperimentali.
Perché
In un’epoca in cui le immagini vengono costantemente prodotte e rapidamente dimenticate, questa open call invita gli artisti a creare opere che resistano alla ripetizione, catturino l’attenzione e lascino un segno.
La questione non è più semplicemente come produrre immagini, ma come creare immagini che contino. E forse, ancor più urgentemente: come reagire.
La risposta non è ciò che ci si aspetta. Non è ciò che ci fa sentire al sicuro. È ciò che si ha il coraggio di rendere visibile ora, in relazione al mondo in cui viviamo.
La prima edizione del 7° Photography Awards invita fotografi di tutto il mondo a presentare le proprie opere e a partecipare al primo capitolo di questo concorso fotografico internazionale.
Il concorso è aperto alle candidature nelle categorie Immagine Singola e Serie Fotografica. Le opere saranno valutate da una giuria internazionale composta da fotografi, artisti, editori e professionisti delle arti visive provenienti da diversi paesi. La variegata esperienza della giuria offre ai partecipanti l’opportunità di presentare il proprio lavoro a un pubblico globale.
Invitiamo i fotografi a presentare le proprie opere per UNFOLD, la nostra nuova mostra personale a Cambridge, nel Regno Unito.
Non c’è un tema specifico, ma abbiamo voluto lasciare spazio all’interpretazione. Siamo interessati a come la fotografia contemporanea si sviluppa attraverso le vostre storie personali, osservazioni, esperienze e modi di vedere il mondo.
Il nostro segno distintivo è una visione contemporanea della fotografia che rimane saldamente radicata nel suo patrimonio artistico. A ND AWARDS, i partecipanti sono al centro di tutto ciò che facciamo; questa competizione esiste grazie ai suoi contributori e li apprezziamo tanto quanto loro apprezzano la piattaforma che forniamo. Con questo spirito di crescita reciproca, continuiamo a promuovere la creatività, a sostenere artisti emergenti e affermati e a mettere in risalto il lavoro di coloro che danno forma al futuro del mezzo.
Bando di concorso PhotoVogue per artisti e creatori di immagini provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa e dalle loro diaspore
In un momento di profonda trasformazione nella regione, lo scopo è creare uno spazio in cui gli artisti possano rappresentare se stessi e le proprie comunità secondo i propri termini, promuovendo visibilità, sfumature e connessione attraverso la creazione di immagini.
L’ART TALENT FAIR, premio d’arte contemporanea dedicato agli artisti visivi, ti offre la possibilità di esporre le tue opere partecipando al programma espositivo della “Moho Art Gallery”.
8 artisti che saranno selezionati ed esporranno le loro opere presso lo stand della galleria.
Il Creative Communication Award (C2A) 2026 è un premio internazionale che riconosce l’eccellenza nel design della comunicazione, con un focus specifico sulla fotografia.
Le categorie di fotografia celebrano la narrazione visiva di grande impatto in diverse discipline, come pubblicità, moda, natura, libri, stampa, editoria, paesaggio, sport e altro ancora. Il premio onora i fotografi di tutto il mondo il cui lavoro dimostra creatività, un linguaggio visivo forte e chiarezza del messaggio.
Il premio invita i fotografi a presentare immagini singole e serie fotografiche di rilievo, nell’ambito di un ampio programma di concorsi per il 2026, che copre quasi tutti i principali campi della fotografia contemporanea. Le categorie includono Pubblicità, Architettura, Bianco e Nero, Narrazione e Cultura, Belle Arti, Minimalismo, Natura, Persone e Speciali, con numerose sottocategorie create per diversi soggetti, approcci e linguaggi visivi.
1920. Le ciminiere fumano, le fabbriche divorano ore e corpi, e il progresso avanza senza voltarsi indietro.
È in questo contesto che Lewis Hine — fotografo, sociologo, testimone scomodo — punta il suo obiettivo su un meccanico al lavoro in una centrale elettrica. Ma stavolta non lo fa per denunciare. Lo fa per celebrare.
Chi conosce Hine lo associa immediatamente alle sue fotografie più scomode: i bambini nelle miniere di carbone, le piccole mani sulle macchine tessili, i volti stanchi di chi non avrebbe dovuto essere lì. Immagini che contribuirono concretamente alle riforme sul lavoro minorile negli Stati Uniti di inizio Novecento.
Power house mechanic working on steam pump, la fotografia che vedete, arriva dopo, e arriva diversa.
Qui non c’è denuncia. C’è riconoscimento.
L’uomo nella fotografia non è una vittima del sistema industriale, è il suo fulcro. Il suo corpo si curva in un arco che rispecchia la geometria della macchina, le braccia tese in un gesto che somiglia più a un abbraccio che a uno sforzo. Hine costruisce l’inquadratura con una cura quasi pittorica: l’operaio non è schiacciato dall’ingranaggio, ne è il contrappunto umano. Il cuore pulsante.
L’industrializzazione aveva bisogno di una storia da raccontare a sé stessa: quella del progresso inevitabile, della macchina superiore, dell’uomo intercambiabile. Un ingranaggio tra ingranaggi, sacrificabile e sostituibile.
Hine spezza questa narrativa con un solo scatto.
Scegliendo di fotografare il lavoratore conferendogli una statura quasi monumentale, il fotografo compie un atto politico preciso: restituisce dignità a chi il sistema aveva reso invisibile nella sua ordinarietà. Non l’eroe eccezionale, non il capitano d’industria ma il meccanico. Quello che ogni giorno teneva accese le luci di una nazione.
È una scelta che oggi chiameremmo storytelling consapevole. Allora era semplicemente coraggio visivo.
Quella fotografia non rimase appesa in silenzio alle pareti di qualche archivio. Circolò, fu pubblicata, fu guardata. E contribuì, insieme ad altre immagini, a spostare la percezione collettiva della classe operaia americana: da massa anonima a comunità di individui con volti, muscoli, storie.
L’impatto sulle riforme del lavoro fu reale. Ma forse ancora più duratura è la sua influenza sul linguaggio visivo: Power house mechanic è considerata oggi uno dei canoni fondativi della fotografia industriale moderna. Un’estetica che unisce rigore documentario e tensione estetica, che non separa il bello dal vero.
Viviamo in un’epoca in cui il lavoro viene di nuovo raccontato in modo distorto, o non raccontato affatto. I magazzinieri che imballano i nostri pacchi notturni, i rider sotto la pioggia, i badanti invisibili nelle case altrui: figure che il sistema tende a rendere funzionali e anonimi, esattamente come faceva l’industria pesante del Novecento.
La fotografia non è mai neutrale. Ogni scatto è una scelta su chi merita di essere visto… e come.
Ciao Sara Munari
📷 Nota sull’immagine
La fotografia riprodotta in questo articolo è utilizzata esclusivamente a scopo didattico e culturale, nell’ambito di un approfondimento storico-artistico. Nessuna violazione è intenzionale. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi aventi causa.
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