Mostre consigliate da Mu.Sa.

 

Gathered Leaves: Photographs by Alec Soth

‘To me the most beautiful thing is vulnerability’
– Alec Soth

Alec Soth is widely considered to be world’s foremost documentary photographer. Recently described by the Telegraph as the ‘greatest living photographer of America’s social and geographical landscape’, Soth is admired for his experimentation across exhibition, book, magazine and digital forms.

Like many great photographers and writers from the American canon – such as Robert Frank, Stephen Shore and Joel Sternfeld – Soth takes the open road as his subject, but brings to it his own unique and modern twist.

Through haunting, intimate portraits, desolate landscapes and wide open wildernesses, his work captures a profound sense of what it is to be human. Tenderness, joy, disappointment, fear or pride – his striking portraits capture the rawness of human emotion and the tension between our conflicting desires for individualism and community.

This exhibition presents his four signature series – Sleeping by the Mississippi (2004), Niagara (2006), Broken Manual (2010) and the most recent, Songbook (2014) – and highlights his remarkable career and distinctive vision.

Gathered Leaves is Soth’s first major UK show and offers a unique opportunity to see the journey his photographs make from the printed page to the exhibition wall.

All info can be found here

STORIE SOVIETICHE

Tre mostre apriranno contemporaneamente al pubblico il 4 dicembre presso la Galleria del Cembalo, e proseguiranno fino al 13 febbraio per raccontare quasi un secolo di arte, di storia, di fotografia.

Tre storie per tre voci soliste. Tre storie indipendenti, ma unite idealmente, per raccontare nell’arco di 85 anni, dal 1930 al 2015, la storia immensa dell’Unione Sovietica, nel suo farsi e disfarsi, tra illusioni, propaganda, disillusioni, memoria.

Apre la trilogia Rozalija Rabinovič (Kiev, 1895 – Mosca, 1988), pittrice, allieva del VChUTEMAS e interprete originalissima della propaganda negli anni ’30 nel segno di Stalin. Segue Sergei Vasiliev (Čeljabinsk, 1937), nome di riferimento del fotogiornalismo oltre cortina, premiato cinque volte al World Press Photo, e autore di un intenso ritratto della vita quotidiana negli anni del primo “disgelo”, tra i carcerati e la follia dei loro tatuaggi, e i corpi morbidi e immacolati delle donne nella sauna e nelle fasi più emozionanti del parto in acqua. Chiudono le immagini compostissime di Danila Tkachenko (Mosca, 1989), enfant prodige della fotografia russa, che ha ritratto le zone off limits, militari e industriali, dell’ex Urss, simbolo della guerra fredda e della più ambiziosa tecnocrazia di regime.

A distanza di quarant’anni uno dall’altro, e in assoluta autonomia artistica, Rozalija Rabinovič, Sergei Vasiliev e Danila Tkachenko si passano il testimone per narrare le stagioni di un paese straordinario e della sua ideologia, che mai come oggi torna a guardare indietro nel tempo.

Stella Rossa. Rozalija Rabinovič e l’arte della propaganda
a cura di Michele Bonuomo e Laura Leonelli

Rozalija Rabinovič (Kiev, 1895 – Mosca, 1988) è una delle più originali e meno conosciute interpreti della propaganda sovietica. Una selezione di una quarantina di disegni, realizzati dal 1930 al 1938, giunge a Roma e racconta, sotto la luce fiammeggiante della stella rossa, miti, simboli e protagonisti dell’era staliniana, nel passaggio dall’epoca più rivoluzionaria delle avanguardie al pieno sviluppo del realismo sovietico. Nei colori primari del rosso e del nero, e in una profusione “sacra” di oro, la Rabinovič dipinge un mondo in costruzione e Stroim! (costruiamo) è la parola d’ordine che riecheggia tra ciminiere, treni in corsa, scavatrici, dirigibili, aerei in volo tra le guglie del Cremlino.

Nel progetto di creazione di un mondo dal “radioso avvenire” tutti sono coinvolti: i padri della patria, le giovani leve, e gli eroi, dagli operai alle kolchoziane, dagli aviatori alle nuove donne sovietiche. In una scenografia grandiosa, in un’esaltazione eroica della geometria, le ciminiere salgono al cielo, Lenin indica la via, gli aerei e i dirigibili volano da un capo all’altro dell’Unione Sovietica, Stalin annuncia i piani quinquennali, i pionieri suonano i tamburi, i paracadutisti si lanciano coraggiosi, i trattori e le scavatrici conquistano nuove terre, e le locomotive, simbolo della civiltà delle macchine, uniscono in sole sette ore Mosca e Leningrado.

A cantare quest’epopea di muscoli e ingranaggi è una donna minuta, timida, sorella di Isaac Rabinovič, uno dei più importanti scenografi del Bolshoi. Insieme studiano a Kiev negli atelier di Alexander Murashko e di Alexandra Exter. Insieme arrivano a Mosca sull’onda della Rivoluzione. E a Mosca Rosalia si iscrive alla classe di pittura di Robert Falk nella prestigiosa scuola del VChUTEMAS. Sotto l’ala del fratello, che la protegge ma le fa ombra, la Rabinovič realizza una serie di disegni per tessuti, pannelli di propaganda, pubblicità per i magazzini GUM, e ancora bozzetti per diplomi e onorificenze di partito. Nel 1933 entra come insegnante nella “Casa centrale dell’educazione artistica per i bambini”. Nel 1937 le opere dei suoi allievi sono esposte all’Expo di Parigi e nel 1939 alla World’s Fair di New York. Dopo la guerra, nel 1948, partecipa alla costruzione del Palazzo dei Soviet. Dagli anni ’50 insegna nell’atelier di pittura per bambini presso la “Casa dell’Architettura di Mosca”. Dopo la morte di Stalin, si dedica a temi più sentimentali e intimisti. Scompare il rosso ed emerge una tavolozza di colori tenui e delicati.

Alla fine dello Stalinismo, il materiale di propaganda viene nascosto dall’artista nella sua abitazione, presso la komunalka al n.17 di Ulitsa Staraya, a Mosca, dove la Rabinovič ha vissuto dal 1929 al giorno della sua scomparsa, il 4 febbraio 1988, a 92 anni. Soltanto dopo la sua morte, i disegni degli anni ’30, affidati a un nipote, sono tornati fortunosamente alla luce.

Nel chiuso dell’URSS. Lo sguardo “dentro” di Sergei Vasiliev
a cura di Francesco Bigazzi

Ha guardato dentro, senza esitazione. Dentro una banja, la sauna russa, raccontando l’intimità gioiosa di un gruppo di donne. Dentro una piscina, seguendo l’emozione di un parto in acqua e i volteggi leggeri di ragazze sirene. E dentro un carcere, là dove i detenuti mostrano con orgoglio il corpo tatuato. Sergei Vasiliev, nato nel 1937 a Čeljabinsk, cittadina ai piedi degli Urali, è uno dei più famosi fotogiornalisti dell’era sovietica, con trent’anni di lavoro presso il quotidiano locale, e una lunga frequentazione delle prigioni in qualità di guardia carceraria. Dal 1948 ha affiancato Danzig Baldaev nella catalogazione dei tatuaggi e nella decifrazione, quasi un geroglifico, del loro significato, spesso diretto contro le autorità.Ogni disegno parla di uccisioni, furti, spaccio. Ogni simbolo è un grado militare per riconoscere capi e sottomessi. Ma accanto alle schiene, le braccia, le gambe, il petto, interamente ricoperti di raffigurazioni sacre e profane – dalla chiesa di San Basilio alla triade santa di Marx, Engels e Lenin, da San Michele e il drago ad Alexander Nevsky – Vasiliev ha sfiorato con il suo obiettivo anche la pelle femminile, morbidissima e bianca come una distesa di neve. La scena è di nuovo un luogo chiuso, non una cella di prigione ma una sauna in una mattina d’inverno. Fuori il termometro segna molti gradi sotto lo zero, dentro è il calore di corpi nudi e floridi nello splendore della giovinezza. Nessun imbarazzo alla vista del fotografo. Tutto naturale, sensuale, il sudore che scivola sulla pelle, risate, confidenza, e infine l’acqua che rinfresca i corpi. Ancora un passo e le donne entrano in acqua, chi con il figlio appena nato, chi nuotando come in mare aperto. Siamo agli inizi degli anni ’70. Sei anni prima, nel 1964, Čeljabinsk registra la prima catastrofe nucleare, una delle più devastanti, pari a Cernobyl. Nessuno ne sa nulla. Il vento questa volta soffia a est e spinge le radiazioni oltre gli Urali. A ovest, invece, giungono nel 1977 e nel 1981 queste immagini di infinita bellezza, ed entrambi i reportage, Banja e Nascita, vengono premiati al World Press Photo. Alla caduta dell’Urss, appaiono le fotografie dei tatuaggi, oggi pubblicate nei volumi Russian Criminal Tattoo, editi da Fuel. Sulla pelle, unica proprietà privata nei tempi sovietici, i russi hanno scritto la loro storia, tra violenza, protesta, e infinita bellezza. Ogni disegno parla di uccisioni, furti, spaccio. Ogni simbolo è un grado militare per riconoscere capi e sottomessi. Ma accanto alle schiene, le braccia, le gambe, il petto, interamente ricoperti di raffigurazioni sacre e profane – dalla chiesa di San Basilio alla triade santa di Marx, Engels e Lenin, da San Michele e il drago ad Alexander Nevsky – Vasiliev ha sfiorato con il suo obiettivo anche la pelle femminile, morbidissima e bianca come una distesa di neve. La scena è di nuovo un luogo chiuso, non una cella di prigione ma una sauna in una mattina d’inverno. Fuori il termometro segna molti gradi sotto lo zero, dentro è il calore di corpi nudi e floridi nello splendore della giovinezza. Nessun imbarazzo alla vista del fotografo. Tutto naturale, sensuale, il sudore che scivola sulla pelle, risate, confidenza, e infine l’acqua che rinfresca i corpi. Ancora un passo e le donne entrano in acqua, chi con il figlio appena nato, chi nuotando come in mare aperto. Siamo agli inizi degli anni ’70. Sei anni prima, nel 1964, Čeljabinsk registra la prima catastrofe nucleare, una delle più devastanti, pari a Cernobyl. Nessuno ne sa nulla. Il vento questa volta soffia a est e spinge le radiazioni oltre gli Urali. A ovest, invece, giungono nel 1977 e nel 1981 queste immagini di infinita bellezza, ed entrambi i reportage, Banja e Nascita, vengono premiati al World Press Photo. Alla caduta dell’Urss, appaiono le fotografie dei tatuaggi, oggi pubblicate nei volumi Russian Criminal Tattoo, editi da Fuel. Sulla pelle, unica proprietà privata nei tempi sovietici, i russi hanno scritto la loro storia, tra violenza, protesta, e infinita bellezza.

Danila Tkachenko. Restricted Areas
a cura di Davide Monteleone

Sono stati i simboli dell’utopia e oggi sono le rovine di una potenza che voleva conquistare il mondo, dal sottosuolo allo spazio. Per tre anni Danila Tkachenko (Mosca, 1989), giovanissimo e straordinario talento della fotografia russa, in linea con le istanze più internazionali e contemporanee, ha viaggiato il suo paese, dal Kazakistan alla Bulgaria, al Circolo Polare Artico, alla ricerca di quelle restricted areas, che dalla seconda guerra mondiale alla caduta dell’Urss, sono rimaste segrete, mute persino sulle carte geografiche. Un dato biografico avvia questo imponente lavoro di documentazione. La nonna di Danila vive a Čeljabinsk, a pochi chilometri da un’altra città, identica nel nome, ma chiusa ed invisibile fino al 1994: Čeljabinsk-40.

È qui che viene creata la prima bomba nucleare sovietica, ed è in quest’area che nel 1964 avviene una delle più spaventose catastrofi nucleari della storia, pari a Chernobyl. Tutto sotto silenzio. Quello stesso silenzio, quella stessa coltre di mistero e terrore, che nelle fotografie di Tkachenko si trasforma nel bianco immacolato della neve. Cosa rimane di un impero che ha sacrificato ogni ricchezza e milioni di vite in nome della tecnocrazia? La risposta di un ragazzo nato nell’anno della caduta del Muro e a pochi mesi dalla fine dell’Unione Sovietica sono queste splendide immagini, che nel 2015 hanno entusiasmato le giurie dei premi European Publishers Award for Photography, 30 under 30 Magnum Photos, Emerging Photographer Fund Grant, Foam Talent, CENTER Choise Awards, e lacritique.org Award.

Nella cornice di un lunghissimo inverno ideologico, appaiono i laboratori in rovina di una cittadella scientifica al Polo Nord, specializzata nelle ricerche biologiche, quindi la carcassa di un aeroplano, il famoso VVA14 a decollo verticale, prodotto in due soli esemplari, e ancora un’antenna parabolica per le comunicazioni interplanetarie; e di nuovo gli edifici ormai vuoti di una città dove venivano prodotti i missili, chiusa definitivamente nel 1992, e accanto, in scala minima, una semplice asta di ferro nella tundra ghiacciata a indicare il luogo dove, a chilometri in profondità, sono esplose bombe potentissime. In ultimo, come se il gelo della guerra fredda e della minaccia atomica avesse imprigionato ogni vita, emerge dalla neve il monumento ai lavoratori di una stazione nucleare. Ogni cosa è abbandonata. Del progresso e della fede cieca nelle sue conquiste non restano che rovine su fondo bianco. E questo, spiega il fotografo, vale per qualsiasi ideologia e a qualsiasi latitudine.

Danila Tkachenko è nato a Mosca nel 1989. Dopo un lungo viaggio in India si appassiona alla fotografia e si iscrive alla Scuola di fotografia e arti multimediali Rodchenko, a Mosca. Il suo primo lavoro, Escape, dedicato agli eremiti nella natura selvatica russa, riceve il plauso delle giurie internazionali e viene pubblicato nel 2014 in un volume edito da Peperoni Books. Nel 2015 esce il volume Restricted Areas, edito in Italia da Peliti Associati, promotore del premio European Publishers Book Award.

Sul sito della galleria tutte le info

VERSO ORIENTE – AA.VV.

Varese, 21-29 novembre 2015

Fotografie di Pierfrancesco Celada, Federico Ciamei, Alessandro Grassani, Simone Mizzotti, Daniele Portanome, Luca Quagliato, Giulia Ticozzi

Un percorso espositivo all’interno dell’abside della chiesa di San Lorenzo, risalente al 1442, unica testimonianza di costruzione quattrocentesca in Varese, oggi location suggestiva e ricca di storia, dove ha sede l’agenzia di viaggi Land of Emotion.

Verso Oriente, un viaggio attraverso le fotografie di sette autori che, da Trieste al Giappone, passando per Grecia, Iran, Mongolia, Taiwan, Cina, ci conducono dentro una visione inedita, intensa e a tratti immaginifica, di paesi pieni di fascino e contraddizioni. Partendo dalle parole di Marco Polo, lasciandosi trasportare in luoghi lontani, si incontrano sette sguardi che portano l’attenzione su temi diversi, accomunati tutti dalla spinta verso un desiderio di conoscenza, oltre ogni aspettativa. Un viaggio, dunque, dal quale tornare con occhi nuovi, nuove domande sul mondo ed emozioni inattese. Dove l’orizzonte si frammenta, senza certezze, lasciandoci la voglia di partire e perderci a guardare.
Verso Oriente.

Qua tutte le info

Senza macigni sul cuore – Cosmo Laera

Untitleddal 18 novembre al 9 gennaio 2016
La Galleria Monopoli presenta la mostra fotografica di Cosmo Laera.
Il viaggio inizia con un’immagine di un magnifico colonnato. Non importa sapere dove sia. Al centro della composizione un osservatore o un’osservatrice osserva, esercita – come si dice spesso in fotografia – lo sguardo. Nonostante le apparenze Cosmo Laera disattende la lezione della storia della fotografia che prevede la presenza umana come misura dello spazio: nelle immagini successive le sue “presenze”, infatti, mettono in scena il guardare, recitano per il fotografo – e quindi per noi – un invito ad apprezzare gli straordinari paesaggi italiani che Laera censisce. Paesaggi importanti ma anche vedute di luoghi senza storia, nobilitati dalla rilettura fotografica. Ancora una volta non importano le connotazioni geografiche o le didascalizzazioni e nel tempo sospeso della fotografia le sue possibilità di interpretare la realtà esercitano sui luoghi più diversi una raffinata operazione di trascrizione. Gli attori di Cosmo Laera viaggiano da nord a sud, da est a ovest, attraversano le ore del giorno e osservano, presenze fedeli che il fotografo guida con sapiente regia e che sottolineano dove dobbiamo direzionare lo sguardo. E’ una dichiarazione di intenti, esplicita e diretta. In un gioco di rimandi noi osserviamo l’osservatore e il piacere della contemplazione raddoppia: in un mutuo scambio di attenzione il paesaggio sembra guardare chi osserva e noi diventiamo testimoni volontari di un intrecciarsi di tensioni. La fotografia di Cosmo Laera utilizza un linguaggio asciutto, rispettoso, che altera delicatamente le cromie per rendere univoca, nelle differenze di tempo e di luoghi, la visione. Le minuscole presenze all’interno dei grandi paesaggi sono al tempo stesso comparse e protagonisti, segnano l’intenzione dell’autore di invitarci a guardare, di diventare anche noi, davanti alle sue immagini, osservatori “professionisti” di quanto ci circonda. Il viaggio si compie con lentezza, di quadro in quadro, attraverso una visione che non si concede equilibrismi estetici e che tutt’al più si permette qualche inquadratura dall’alto. Come accogliendo l’invito contenuto in una nota riflessione di Italo Calvino: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.
Giovanna Calvenzi

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Biennale di fotografia del mondo arabo contemporaneo

Dall’11 novembre la Maison européenne de la photographie di Parigi inaugura la prima biennale di fotografia dedicata alle opere provenienti dal mondo arabo.

Da sempre orientata alla fotografia contemporanea, la Maison pone l’attenzione sulla rappresentazione dell’attualità di questi paesi, confrontata anche alle opere occidentali. Il progetto privilegia un approccio artistico all’immagine, per lasciare uno spazio più ampio alla riflessione sugli universi politici, ideologici e religiosi in cui nascono queste fotografie.

Secondo Jack Lang, il presidente dell’Istituto del mondo arabo che è l’altro promotore della mostra, la fotografia è il mezzo più adatto per rendere più obiettivo il nostro sguardo su questa parte del mondo, per uscire dai luoghi comuni, rivelare le realtà nascoste e migliorare la comprensione tra i popoli.

La biennale resterà aperta fino al 17 gennaio 2016.

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Anna

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2 pensieri su “Mostre consigliate da Mu.Sa.

    • Francesca! Ciao! Dove sarebbero? Comunque, se ti capiterà di trovarne di nuovo, e capiterà, sappi che non abbiamo, probabilmente, avuto modo o tempo di rileggere. Spero che il servizio gratuito e appassionato che portiamo, sia superiore al dover rileggere alcune frasi duplicate o al correggere eventuali errori. Grazie mille per la considerazione e l’ interesse. Ciao Sara Munari

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