Intervista a Francesco Comello. Vincitore del World Press Photo

Intervista a Francesco Comello di Simona Buscaglia.

oshevensk comello

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di Francesco Comello, vietata la riproduzione.

​In un mondo come quello di oggi, dove ci sono milioni d’immagini, il lavoro d’approfondimento, di ricerca, sembra essere una necessità della fotografia, un suo segno distintivo, per arrivare nel profondo, scavalcando tutta quella coltre di “già visto e già detto”. Pensi questo quando vedi le foto di Francesco Comello, classe 1963, fresco vincitore del terzo posto del World Press Photo nella categoria Vita Quotidiana e Storie, grazie alle sue immagini del progetto “l’Isola della Salvezza”, una piccola comunità fuori dal tempo, in Russia, fondata negli anni ’90 da un prete ortodosso che oggi si occupa di bambini con problemi familiari. In un mondo senza età, Comello racconta una storia che sembra uscita da un libro, con le stesse atmosfere liriche di una poesia.

L’Isola della Salvezza – © Francesco Comellocomello isola
“Una delle mie necessità è quella di raccontare una realtà diversa da quella odierna, in cui non mi trovo molto. In quella dimensione, in quel luogo, io ero sereno” usa queste parole il fotografo udinese in uno degli incontri della Photoweek alla Galleria Sozzani di Milano, nel presentare il suo lavoro: “Ho visto questi ragazzi senza quella contaminazione tipica dei nostri tempi”. Nel paese russo ritratto, che si trova vicino a una strada trafficata che da Mosca porta a Yaroslavl’, i ragazzi dell’Isola della salvezza non hanno tv, internet, cellulari o denaro, e vivono una dimensione diversa da quella che abbiamo oggi. Anche se si cerca sempre di sospendere il giudizio quando si fa una fotografia che voglia documentare la realtà, l’occhio di Comello e la sua visione di questi ragazzi traspare in ogni foto.

L’Isola della Salvezza – © Francesco ComelloIsola della Salvezza - Comello
Come si rapportava questa comunità all’uso della macchina fotografica nel documentare la loro quotidianità? Era un intralcio vista la loro estraneità alla tecnologia?

“Anche se non la utilizzano nella vita di tutti i giorni, non è che questi ragazzi non la conoscano – commenta Comello – alla fine del loro percorso scolastico usano dei computer. L’approccio della macchina fotografica non è stato quindi così traumatico, contando anche che io non utilizzo macchine appariscenti. Esiste poi un percorso di avvicinamento, abbastanza lento, che ti permette, una volta accolto, di essere quasi invisibile, avendo l’incredibile possibilità di documentare senza modificare i fatti che stanno accadendo”
Comello non è nuovo nel racconto di realtà lontane e opposte a quelle frenetiche a cui siamo abituati. Precedente al lavoro dell’Isola della salvezza, troviamo infatti quello ad Oshevensk, altro paese russo con dei ritmi e dei valori che probabilmente ci siamo dimenticati: “La difficoltà più grossa è quella di entrare in empatia, per raccontare queste cose senza doverle costruire. Poter stare in un luogo, essere accettato e poter fotografare liberamente è una grande fortuna. Ovviamente ci sono luoghi in cui questo è molto facile, ma non è questo il caso della Russia. Io sono stato invitato da una mia amica, che faceva anche da interprete, ma inizialmente c’è stata molta diffidenza anche perché non sapevano che uso avrei fatto di questo materiale. Più recentemente mi sono ritrovato in un mondo molto diverso come quello cubano, dove invece non esistono dimensioni come quelle della privacy, che sono un grosso ostacolo per chi fotografa. È capitato che anche chi inizialmente non voleva farsi fotografare alla fine abbia deciso per il contrario”.

L’Isola della Salvezza – © Francesco Comelloisola della salvezza - comello 2

Per raccontare il tipo di vita in questa comunità in Russia, il fotografo udinese ha scelto il bianco e nero, cifra stilistica di quasi tutti i suoi lavori: “È un linguaggio in cui sento di potermi esprimere nel migliore dei modi. A differenza del colore che può essere più descrittivo, il bianco e nero è più lirico. In questo, come nell’altro lavoro, raccontare questo mondo a colori non avrebbe avuto senso perché avrebbe perso tantissimo di quelle che sono le sue atmosfere, di questo senso di sospensione temporale. Il bianco e nero non è un linguaggio che ricalca la realtà, che per me è un valore aggiunto. Queste storie le racconto cercando una poetica, che fa uso della realtà ma in un modo più metaforico. Quando parto per un lavoro non decido mai a prescindere: scatto a colori, ma poi, puntualmente, quella in bianco e nero ritengo che abbia una forza maggiore, che funzioni di più in senso estetico e narrativo”.

L’Isola della Salvezza – © Francesco ComelloComello copertina immagine
Se per raccontare una storia in profondità ci vogliono dei tempi a volte molto lunghi, il primo approccio, per Comello è pura improvvisazione: “Io mi voglio far stupire, l’improvvisazione nella fotografia è una cosa bellissima. Se facciamo un paragone con la musica, è come per il jazz: improvvisi, vai in un luogo e ne sai poco e niente, così ti può prendere, e in quel momento il tuo sguardo è puro. Poi, se qualcosa la senti davvero, ti viene naturale voler approfondire, per tirare fuori qualcosa, narrare quella storia”.

Durante la messa.

L’Isola della Salvezza – © Francesco ComelloFrancesco comello
Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di Francesco Comello, vietata la riproduzione.

Grazie a Francesco per la sua disponibilità e cortesia, essendo mio amico, gli auguro tanti successi ancora, perché se lo merita, ciao Sara

L’intervista è di Simona Buscaglia, nuova collaboratrice di Musa, per sapere chi è guarda qui

 

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