RUTH LAUER MANENTI, ricerca continua della più profonda spiritualità

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Della fotografa statunitense Ruth Lauer Manenti non abbiamo notizie precise riguardo alla data di nascita, sappiamo che Philadelphia è la città natale e che attualmente vive nei pressi dei Catskill Mountains nello stato di New York, con il marito e due gatti.  A proposito della sua abitazione, una specie di baita alla quale è particolarmente legata, l’artista racconta: “Vivo in una casa costruita nel 1940 ai piedi delle montagne Catskill… Quando abbiamo pensato di comprarla, anche l’agente immobiliare è rimasto sorpreso perché ha un bagno ed una sola camera da letto, non ha un garage, né un seminterrato o un vialetto lastricato; la casa ha piccole finestre su tutti e quattro i lati che di giorno lasciano entrare una luce delicata, per me rara e speciale…”. 

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Excerpts”

Figlia di una pittrice da cui ha ereditato una sensibilità particolare, Ruth ha conseguito nel 1994 un MFA presso la Yale School of Art in pittura e disegno; si è avvicinata alla fotografia dopo aver ricevuto in regalo una macchina fotografica di grande formato: grazie ad essa, da autodidatta e dopo varie fasi di sperimentazione, è riuscita a realizzare immagini poetiche e raffinate che le hanno valso numerosi premi e riconoscimenti.  La sua vita ha subito una decisa svolta dopo un grave incidente quando aveva 21 anni: dovendo fare i conti con un fisico debilitato, Ruth si è concentrata sugli aspetti più profondi e spirituali della sua personalità, realizzando foto rarefatte, in cui i soggetti rappresentati, siano essi nature morte, persone o paesaggi, diventano quasi impalpabili e immateriali nel loro bianconero tenue ed evanescente.

Una cifra stilistica intensamente poetica domina il lavoro “Excerpts” (Estratti) in cui Ruth focalizza l’attenzione sull’intimità della casa, fotografando la sua quotidianità scandita da ripetitivi rituali domestici: il vasto corpus di immagini in bianconero – poco contrastate, sgranate e oniriche – è stato concepito per onorare la madre, da poco deceduta, ma sempre presente al suo fianco. Sentendosi libera dal doversi focalizzare su soggetti usuali e graditi ai più, immortala aspetti della modesta casa e alcune delle sue azioni quotidiane più umili; “Amo spazzare e lavare i piatti, le palette e la semplice argenteria, quindi ho iniziato da lì”. (R.L.M.)

Dal lavoro intitolato “Excerpts” è scaturito un libro fotografico fatto a mano e autopubblicato, comprendente una selezione di 34 immagini dal titolo assai esplicativo “Imagined It Empty” (“Immaginate che sia vuoto”). Mentre lo creava, Ruth confessa di avere vissuto più volte la sensazione che tutte le persone della sua vita, ancora presenti o meno, vivessero in casa con lei.

“Since Seeing You” (“Da quando ti ho visto”) è un lavoro molto coraggioso realizzato da Ruth negli ultimi giorni di vita dell’amata madre. L’artista confessa che nell’arco della vita non era mai riuscita a fotografarla, ma negli ultimi istanti, superando il suo diniego, l’ha immortalata, abbandonata in completa serenità davanti al suo obiettivo.

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Since Seeing You”

“Da quando ho perso mia madre, ho scattato molte fotografie nella natura, confortata dalla sua vitalità, dalla decadenza e dalla bellezza selvaggia. Sento il suo spirito lì, tra gli alberi inclinati o sotto una pioggia leggera. A volte, i ricordi di lei svaniscono dolcemente e si confondono… Non mi sarei mai aspettata di essere ancora così in contatto con mia madre. Questo lavoro è una contemplazione della mancanza di coloro che amiamo e di come essi esistano ancora nelle nostre vite” (R.L.M.).

L’ultimo lavoro dal titolo “Shard” (“Frammento”) è nato durante il periodo in cui Ruth è afflitta da una forte depressione: tutto il giorno chiusa nella sua casa, unico rifugio sicuro al suo malessere, osserva attraverso le finestre i cambiamenti della luce nel trascorrere dei giorni e delle stagioni. Si trova a sostare a lungo davanti ad oggetti di vetro dagli splendidi riflessi oppure a ceramiche con vistosi spacchi, riflettendo sulla fragilità delle cose del mondo: le foto di queste nature morte invitano l’osservatore a riflettere sulle perdite e sul tentativo di essere vicini anche a ciò che è strappato, danneggiato, rotto.

Fotografie di Ruth Lauer Manenti “Shard”

Nella ricerca continua di alimentare la sua più profonda spiritualità, si interessa allo yoga e alla meditazione, recandosi spesso in India per apprendere i dettami fondamentali di questa disciplina, di cui è diventata una maestra in senso proprio: con l’affettuoso soprannome di ‘Lady Ruth’ insegna con successo alla famosa Jivamukti Yoga School di New York.

www.ruthlauermanenti.com

VINCITORI—LensCulture Art Photography Awards 2022

Ruth Lauer Manenti – Il Premio Hopper (hopperprize.org)

Ruth Lauer-Manenti: Remnants | Exhibition (all-about-photo.com)

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Sulla fotografia contemporanea

La medusa, generata con AI

Articolo di Giovanna Sparapani

La fotografia contemporanea, dinamica e sfaccettata, è caratterizzata da una serie di elementi che riflettono l’evoluzione tecnologica e i cambiamenti socioculturali del mondo attuale. Mentre le tecnologie digitali continuano a evolversi, i fotografi cercano modi innovativi per utilizzare questi strumenti, esplorando territori visivi che implicano connessioni con la poesia, la letteratura il cinema, e altre forme multimediali come le installazioni, le performances o il design grafico.

 Questa interdisciplinarità espande i confini della fotografia tradizionale attraverso pratiche che vengono definite ‘postfotografiche’ prevedendo l’appropriazione di immagini di altri autori, il mixaggio, il riciclo, il recupero degli archivi, “mettendo in crisi le tradizionali nozioni di originalità, proprietà, verità, memoria legate alle immagini”.

La Medusa dal mito all’IA

Joan Fontcuberta intitola il suo fondamentale saggio “ La furia delle Immagini – Note sulla  postfotografia” (ed. Einaudi, Torino 2018), indicandoci con chiarezza come questa analisi si rivolga a tematiche di stretta attualità : “ La postfotografia fa riferimento alla fotografia che fluisce nello spazio ibrido della socialità digitale e che è conseguenza della sovrabbondanza visuale…” (J.F., pag.3). Lo scrittore spagnolo sottolinea, come in una società ipertecnologica dominata dagli smartphone e dalla condivisione compulsiva delle immagini sui socialnetwork, il senso tradizionale della fotografia come portatrice di verità e memoria si stia ampiamente modificando. Dal suo osservatorio privilegiato di docente, curatore e fotografo, a partire dal 2010, ha rivolto il suo sguardo alla pratica dei ‘selfies’ oggi accessibile a tutti, che permette a chiunque di raccontarsi visivamente, alla ricerca di una forma di espressione personale e identitaria che spesso inclina ad un narcisismo esasperato. Con una visione apocalittica, il filosofo coreano Byung-Chul Han, critico acuto e severo della società contemporanea, introduce il concetto del ‘phono sapiens’ che sta gradualmente sostituendo ‘l’homo faber’ in un crescente desiderio di catturare informazioni che diventano fini a se stesse, allontanandoci sempre più dalla realtà delle cose concrete. ( B.C.H., “ Le non cose, come abbiamo smesso di vivere il reale” Einaudi, 2022).

Sul piano della fotografia, le immagini digitali facilmente condivise e distribuite in rete, raramente vengono stampate e la loro vita diventa effimera in mezzo a milioni di altri scatti, a differenza delle foto cartacee che possono essere conservate e tramandate. Nell’epoca della ‘postfotografia’, software come Photoshop e Lightroom, permettono una manipolazione molto più facile delle fotografie, per non parlare dell’ IA (Intelligenza Artificiale) che consente di creare immagini del tutto inventate, senza alcun rapporto diretto con la realtà. In questo contesto, la fotografia concettuale sta guadagnando spazio, con artisti che esplorano idee e concetti astratti, enfatizzando l’interpretazione soggettiva piuttosto che la rappresentazione diretta della realtà. A partire dagli anni ’90 del Novecento, ‘la staged photography’ che si basa su sapienti e articolate messe in scena da parte dei fotografi, evidenzia in modo chiaro il contrasto tra realtà e finzione.

Piattaforme come FB, Instagram, TikTok e Pinterest sono diventate vetrine fondamentali per fotografi amatori e professionisti: la condivisione immediata e il feedback in tempo reale influenzano la produzione e il consumo di immagini. Di pari passo con l’avanzare della tecnica digitale, in un cerchio abbastanza ristretto di appassionati, c’è un crescente interesse per le tecniche fotografiche tradizionali, come la pellicola analogica e i processi di stampa in camera oscura: questo ritorno alle origini è spesso visto come una forma di resistenza alla velocità e all’effimero dell’universo digitale.

 Le immagini sono state create con l’Intelligenza Artificiale Generativa  da Giovanna Sparapani, autrice dell’articolo: La Medusa dal mito antico all’Ai (1 e 2).

 Bibliografia:

Joan Fontcuberta “ La furia delle Immagini – Note sulla  postfotografia” (ed. Einaudi, Torino 2018).

Byung-Chul Han, “ Le non cose, come abbiamo smesso di vivere il reale” Einaudi, 2022.

Arte e AI: Un binomio in evoluzione

Buongiorno, due pensieri su questo argomento e sui punti che mi hanno riflettere maggiormente! Buona lettura

Sara

L’incontro tra arte e intelligenza artificiale rappresenta una delle frontiere più affascinanti e dibattute del nostro tempo. L’AI, con la sua capacità di generare contenuti creativi, sta rivoluzionando il modo in cui concepiamo l’arte, sfidando le nostre nozioni di originalità, autore e bellezza.

Come l’AI sta trasformando l’arte

  • Generazione di immagini: Algoritmi come DALL-E 2 e Midjourney sono in grado di creare immagini fotorealistiche o astratte a partire da semplici descrizioni testuali.
  • Stile: L’AI può essere utilizzata per applicare stili artistici specifici a immagini esistenti, creando opere uniche e sorprendenti.

Le implicazioni etiche e filosofiche

Originalità e autore: Se un’opera d’arte è creata da un algoritmo, chi è l’autore? L’artista che ha fornito i dati o l’algoritmo stesso? La domanda sull’autore di un’opera d’arte generata da un algoritmo è al centro di un dibattito complesso e in continua evoluzione. Non esiste una risposta univoca e definitiva, ma possiamo analizzare le diverse prospettive e argomentazioni.

Immagine di Sofia Crespo Neural Zoo, Realisation

Prospettive sull’autore:

  • L’artista come curatore: Secondo alcuni, l’artista che fornisce i dati e i parametri all’algoritmo agisce come un curatore, selezionando e organizzando gli elementi che l’algoritmo utilizzerà per creare l’opera. In questo senso, l’artista mantiene un ruolo fondamentale nel processo creativo, anche se la realizzazione finale è affidata all’algoritmo.
  • L’algoritmo come co-creatore: Altri sostengono che l’algoritmo stesso è un co-creatore dell’opera d’arte, in quanto apporta un contributo originale e inaspettato al processo creativo. L’algoritmo, infatti, è in grado di generare combinazioni e associazioni che l’artista non avrebbe potuto prevedere.
  • L’opera come prodotto collettivo: Una terza prospettiva considera l’opera d’arte generata dall’AI come il prodotto di un processo collettivo, in cui l’artista, l’algoritmo e i dati utilizzati per addestrare l’algoritmo stesso contribuiscono in modo paritario alla creazione dell’opera.

Argomentazioni a sostegno delle diverse prospettive:

A favore dell’artista: L’artista definisce i parametri creativi e seleziona i dati, esercitando un controllo significativo sul risultato finale. Inoltre, l’interpretazione e la valorizzazione dell’opera rimangono un compito esclusivo dell’artista.

A favore dell’algoritmo: L’algoritmo è in grado di generare risultati imprevedibili e sorprendenti, che vanno oltre le intenzioni iniziali dell’artista. In questo senso, l’algoritmo può essere considerato un vero e proprio co-creatore.

A favore del processo collettivo: La creazione di un’opera d’arte generata dall’AI è un processo complesso e multifattoriale, in cui tutti gli elementi coinvolti (artista, algoritmo, dati) contribuiscono al risultato finale.

Implicazioni legali e commerciali:

La questione dell’autore ha importanti implicazioni legali e commerciali. Chi detiene i diritti d’autore su un’opera d’arte generata dall’AI? L’artista, l’azienda che ha sviluppato l’algoritmo o entrambi? Al momento non esiste una normativa chiara e univoca a livello internazionale, e le leggi nazionali variano notevolmente.

Proprietà intellettuale: Chi detiene i diritti d’autore su un’opera generata dall’AI? L’artista che ha addestrato l’algoritmo, la piattaforma che lo ospita o l’algoritmo stesso?

Valore artistico: Un’opera d’arte creata da un’AI può essere considerata vera arte? Quali criteri utilizziamo per valutare la sua qualità e il suo valore?

Impatto sociale: L’uso diffuso dell’AI nell’arte potrebbe portare alla democratizzazione dell’accesso alla creazione artistica, ma potrebbe anche minacciare la sopravvivenza di alcuni mestieri tradizionali.

Esempi di artisti che utilizzano l’AI

Mario Klingemann istallazione

Il futuro dell’arte e dell’AI

L’integrazione tra arte e AI è destinata a crescere sempre di più. Possiamo aspettarci di vedere:

  • Nuove forme di collaborazione: Artisti e algoritmi lavoreranno insieme per creare opere uniche e innovative.
  • Personalizzazione dell’arte: L’AI ci permetterà di creare opere d’arte personalizzate in base ai nostri gusti e preferenze.
  • Esperienze artistiche immersive: L’AI sarà utilizzata per creare installazioni e performance artistiche che coinvolgono tutti i sensi.

Opera di Refik Anadol

Conclusioni

L’arte e l’AI rappresentano un binomio in continua evoluzione. Mentre l’AI offre nuove possibilità creative, solleva anche importanti questioni etiche e filosofiche. È fondamentale affrontare queste sfide in modo aperto e costruttivo, per garantire che l’arte continui a essere una fonte di ispirazione e di arricchimento per l’umanità. La domanda sull’autore di un’opera d’arte generata dall’AI non ha una risposta semplice e definitiva. La risposta dipende da una serie di fattori, tra cui la complessità dell’algoritmo, il grado di controllo esercitato dall’artista e le convenzioni culturali e legali.

È probabile che in futuro si affermi una visione più sfumata e complessa dell’autore, in cui l’artista e l’algoritmo siano considerati entrambi co-creatori dell’opera d’arte.

Ciao Sara

Creatività in Fotografia: Coltivare e Migliorare la Tua Visione

La fotografia è un mezzo che permette di catturare momenti, raccontare storie e comunicare emozioni attraverso le immagini. Tuttavia, spesso si pensa che la creatività, un elemento cruciale per distinguersi grazie alla realizzazione visiva di idee che ci vengono in mente, sia un dono innato. In realtà, la creatività è una capacità che può essere coltivata e migliorata con dedizione e pratica costante.

La Creatività e l’Intelligenza
La creatività e l’intelligenza sono spesso interconnesse, ma non sono la stessa cosa. L’intelligenza riguarda la capacità di risolvere problemi e di comprendere concetti complessi, mentre la creatività implica l’abilità di generare idee nuove e originali. Tuttavia, essere intelligenti può aiutare a riconoscere e sfruttare opportunità creative, così come la pratica della creatività può migliorare certe forme di intelligenza, specialmente quelle legate al pensiero divergente e alla risoluzione innovativa dei problemi.

Cos’è la Creatività e Come si Sviluppa?
La creatività è la capacità di vedere il mondo da prospettive diverse e di generare idee originali. Non si tratta solo di avere un’intuizione improvvisa, ma anche di saper combinare conoscenze ed esperienze in modi nuovi e innovativi. Nella fotografia, questo significa trovare modi unici di utilizzare la luce, i soggetti, le composizioni e gli ambienti che portino a creare “progetti” che sorprendano e coinvolgano.

Contrariamente alla credenza popolare, la creatività non è una caratteristica riservata a pochi eletti. Tutti possono sviluppare questa capacità attraverso l’esercizio e la sperimentazione. Come? Ecco alcuni suggerimenti.

Esercizi per Coltivare la Creatività in Fotografia dal punto di vista tecnico
Sperimenta con Nuove Tecniche: Prova tecniche fotografiche che non hai mai utilizzato prima. Ad esempio, se sei abituato a scattare in digitale, prova la fotografia analogica o viceversa. Gioca con esposizioni lunghe, doppie esposizioni, macrofotografia o fotografia astratta.

Progetti Fotografici a Tema: Lavorare su un progetto a tema può stimolare la tua creatività. Scegli un tema che ti appassiona e cerca creare una serie di immagini coerenti. Questo ti obbligherà a pensare in modo più profondo e a cercare modi nuovi per rappresentare il tema scelto.

Fotografa in Luoghi Sconosciuti: Viaggiare o semplicemente esplorare nuove aree della tua città può offrire nuove ispirazioni. Luoghi sconosciuti ti spingono a vedere il mondo con occhi nuovi e a trovare bellezza e interesse in cose che normalmente trascureresti.

Cambia Prospettiva: Prova a scattare foto da angolazioni insolite. Siediti, sdraiati a terra, arrampicati su un punto elevato o utilizza un drone. Cambiare prospettiva può dare un nuovo significato ai tuoi soggetti e alle tue composizioni.

Esercizi per Coltivare la Creatività in Fotografia dal punto di vista pratico

Collaborazioni Artistiche: Lavorare con altri fotografi o artisti di diversi campi può aprire nuove vie creative. Scambiarsi idee e tecniche può ispirarti a provare approcci che non avresti mai considerato.

Imparare dai Maestri: Studia il lavoro dei grandi fotografi. Analizza le loro tecniche, composizioni e il modo in cui raccontano storie attraverso le immagini. Questo non significa copiare, ma piuttosto capire i loro processi e lasciarsi ispirare. Non guardare i singoli scatti, concentrati sui progetti, su insiemi di fotografie, cerca di capirne il linguaggio, le sequenze narrative e le modalità espressive.

Consapevolezza e Osservazione: Sii presente e osserva attentamente il mondo intorno a te. La creatività nasce spesso da dettagli che gli altri non notano. Allenati a essere curioso e a esplorare ogni scena con occhi nuovi.

Essere consapevoli significa essere pienamente presenti nel momento, percependo ogni dettaglio della scena che ci circonda. L’osservazione, d’altra parte, richiede di guardare il mondo con occhi curiosi e attenti, notando particolari che spesso sfuggono all’occhio distratto. In fotografia, la combinazione di queste due capacità può trasformare una semplice immagine in un’opera d’arte.
La consapevolezza è la pratica di essere presenti e pienamente coinvolti in ciò che si sta facendo. In fotografia, questo significa mettere da parte le distrazioni e concentrarsi completamente sulla scena davanti a te. Quando sei consapevole, sei in grado di percepire la luce, i colori, le forme, i suoni e persino le sensazioni del momento. Questa profondità di percezione ti permette di cogliere aspetti unici della scena che potrebbero passare inosservati.

Fotografia Consapevole: Pratica la fotografia consapevole, dove ti dedichi completamente all’atto di scattare foto, senza fretta e senza distrazioni. Osserva la scena per diversi minuti prima di scattare, cercando di percepire ogni dettaglio.
L’osservazione è la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi e curiosi, notando dettagli che spesso vengono ignorati. In fotografia, questo significa trovare bellezza e interesse in cose apparentemente banali o ordinarie. L’osservazione acuta ti permette di scoprire composizioni interessanti, giochi di luce e ombra, texture e colori che possono trasformare una foto in qualcosa di straordinario.

Esercizi per migliorare l’osservazione:

Fotografa i Dettagli: Dedica una sessione fotografica interamente ai dettagli. Cerca texture, pattern, riflessi e piccoli elementi che spesso passano inosservati. Questo ti allenerà a vedere oltre l’ovvio.

Diario Fotografico: Mantieni un diario fotografico quotidiano, scattando almeno una foto al giorno. Questo esercizio ti obbliga a cercare ispirazione e interesse in situazioni quotidiane, allenando il tuo occhio a trovare la bellezza ovunque.

Allenati a Essere Curioso
La curiosità è un motore potente per la creatività. Essere curioso significa avere un desiderio costante di esplorare, scoprire e imparare. In fotografia, la curiosità ti spinge a esplorare nuove tecniche, a sperimentare con attrezzature diverse, e a cercare nuove storie da raccontare attraverso le tue immagini.

Modi per coltivare la curiosità:

Esplora Nuovi Luoghi: Viaggia o semplicemente esplora nuove parti della tua città. Ogni nuovo ambiente offre opportunità per scoprire qualcosa di inaspettato.

Impara da Altri: Studia il lavoro di altri fotografi e artisti. Leggi libri, guarda documentari e partecipa a workshop. Imparare da altri può aprire nuove prospettive e idee.

Poni Domande: Allenati a porre domande su ciò che vedi. Chiediti perché qualcosa ti attira, come è stato creato un particolare effetto, o quale storia potrebbe nascondersi dietro una scena.

Routine e Discipline Creative: Dedica del tempo ogni giorno alla tua fotografia. Non sei obbligato a scattare ogni giorno, ma impara a osservare a guardare le cose che ti circondano come fossero fotografie. La creatività spesso arriva mentre lavori, non prima.

Conclusione
Essere un fotografo creativo non è una questione di talento innato, ma di pratica, sperimentazione e costante crescita. La creatività è una capacità che si può sviluppare e migliorare, e ogni fotografo può scoprire il proprio modo unico di vedere e rappresentare il mondo. Attraverso l’uso di esercizi specifici e l’impegno costante, puoi coltivare la tua creatività e trasformare la tua progettualità in fotografia in un’arte espressiva e potente.

In conclusione, la creatività in fotografia è un viaggio continuo. Non ci sono scorciatoie, ma con pazienza e passione, ogni fotografo può raggiungere nuovi livelli di espressione artistica e creare immagini che parlano direttamente al cuore degli osservatori.

Ciao Sara Munari

Fotografia di Sara Munari

Voi cosa intendete quando parlate di fotografia?

Fotografia di Sara Munari

Il 19 agosto 1839 è oggi riconosciuta come la data in cui nasce la fotografia presentata formalmente questo giorno presso l’accademia delle scienze e quella delle arti visive. Al principio si sviluppa come strumento ricreativo per le classi più abbienti per poi diffondersi in tutti i ceti sociali. Da quei giorni a oggi possiamo dire che siano state esplorate praticamente tutte le strade che il mezzo, così come tradizionalmente riconosciuto, permette.

La fotografia, fin dalla sua nascita, non è mai stata una testimone assolutamente fedele della verità, il fotografo deforma le cose del mondo a seconda della sua visione, del ritocco, della costruzione dell’immagine stessa e con l’avvento del digitale, alcuni di questi aspetti sono cresciuti esponenzialmente.

Eppure la fotografia porta con sé ancora oggi un forte valore di denuncia e di documentazione. Facendovi ragionare su questo aspetto vorrei semplicemente che imparaste a utilizzarla in modo consapevole, sia come produttori che come utenti, cercando di raccogliere tutte le occasioni che le nuove tecnologie ci offrono.

La parola “comunicazione” è utilizzata in molti ambiti differenti e se sul termine e il suo utilizzo si è molto discusso, la maggior parte degli studiosi afferma che, perché si parli di comunicazione, sia necessario un codice, un sistema di regole che faciliti il passaggio di un messaggio. Probabilmente avrete già sentito dire che la fotografia è un messaggio senza codice, quindi senza regole precise per essere letta e compresa.

Roland Barthes, che su questo argomento scrive un libro (La camera chiara, Einaudi) sostiene questa idea e ci si avvicina con un approccio profondamente emotivo e biografico, riflettendo sulla soggettività dell’interpretazione. Partendo da questo presupposto, che condivido totalmente, possiamo affermare che praticamente tutta la produzione contemporanea di immagini nasca oggi più che mai, grazie ad una spinta molto personale. Fotografiamo tutto: il bimbo nella culla, la pasta e fagioli che stiamo per mangiare, le labbra rosse nello specchio…spesso gli stessi soggetti si ripetono all’infinito, centinaia di labbra rosse e di bimbi che dormono. Siamo tutti narcisisti persi dentro sé stessi? Dal mio punto di vista, no. La fotografia è diventata una delle modalità più importanti di condivisione tra le persone. Attestiamo chi siamo e cosa facciamo attraverso le immagini che condividiamo e con questo atto possiamo dire al mondo “Io vivo così, ho questo aspetto e sono qui”.

Dall’introduzione della fotografia digitale sono nate una serie di nuove opportunità legate all’utilizzo dello strumento, prendendolo in considerazione sia dal punto di vista del linguaggio, della tecnica che delle implicazioni sociali che tale evento ha introdotto.

La fotografia è ormai parte della vita quotidiana di ognuno, soddisfacendo cinque aspetti fondamentali per l’uomo: il riparo contro lo scorrere del tempo, la necessità di comunicazione con gli altri, la manifestazione dei propri sentimenti, la realizzazione di sé, la reputazione sociale e il divertimento, concetti ben espressi da Pierre Bourdieu in “Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia”.

La fotografia è un rito sociale legato alla necessità di comunicare delle persone, sia come produttrici che come fruitrici di immagini.

Nella società contemporanea la fotografia ha stipulato un patto indissolubile con l’uomo e in questo senso, l’evoluzione tecnologica ha modificato drasticamente il modo di vivere la quotidianità, tanto che il ruolo dell’immagine è diventato determinante. I rapporti e gli status sociali, le opinioni generali, gli acquisti e le abitudini, sono tutti veicolati tramite queste.

Le pagine dei nostri social sono diari personali e pubblici allo stesso tempo e ci catapultano in una posizione di disponibilità collettiva continua. All’interno di questo flusso costante di immagini abbiamo imparato che scattare fotografie non basta, è necessario “saper catturare l’attenzione” per avere consensi maggiori, diventare popolari e continuare ad esprimerci e partecipare, quindi esistere. 

Purtroppo alla diffusione smisurata della fotografia non è corrisposta a una valida educazione relativa alla stessa e al suo utilizzo. Molto del nostro tempo è dedicato alla produzione e alla visione di immagini, ma pochi sono in grado di comprendere criticamente i messaggi visivi contenuti in esse affinché questi vengano impiegati in modo consapevole e responsabile.

Come abbiamo detto, l’uomo ha sempre utilizzato le immagini per descrivere la realtà ma, mai come oggi è necessario comprenderle, per saperle produrre e leggere. Sia durante la fase di visione che di realizzazione si attivano funzioni psicologiche legate alle nostre precedenti esperienze connesse a tutti gli ambiti delle nostre vite, diventando bagaglio emozionale che talvolta offusca la percezione delle cose, la sua interpretazione e quindi la sua riproposizione. La comunicazione visiva assume quindi un ruolo centrale, data la velocità con cui siamo chiamati a decifrare la realtà che ci circonda.

Con inaspettata naturalezza la fotografia ha invaso molto del nostro mondo e questo sta delineando confini nuovi del senso stesso del “guardare”, la potenza delle immagini è palese e l’atto di vederle mette in relazione culture, biologie e emozioni.  La reazione provocata nell’osservatore potrebbe anche essere intensa ma rimane spesso fugace e in qualche caso addirittura inconscia.

Chi guarda stabilisce un modo personale di interagire con le nostre fotografie e legge quello che vuole leggere o può leggere; queste fotografie non portano con sé un senso universale di comprensione, ma piuttosto indicano semplicemente qualcosa che è stato di fronte al fotografo e si prestano a innumerevoli interpretazioni differenti che possono, tra l’altro, cambiare nel tempo e nello spazio. Ormai non si è nemmeno certi che quella cosa sia in un momento qualsiasi, stata di fronte al fotografo e nonostante questo, il fruitore può intraprendere un rapporto di natura empatica con l’immagine mostrata.

La funzione della fotografia come mezzo di comunicazione non ha esclusivamente potere sociale, come abbiamo visto, ma genera in modo continuo e continuativo informazioni, richiamando emozioni immediate che dobbiamo imparare ad utilizzare per veicolare i nostri messaggi.

Per questo è necessario conoscere le differenti funzioni dell’immagine e la sua lettura nella realtà e nella percezione, al fine di impiegare al meglio le nostre piccole strategie di comunicazione.

Sara

Incipit del mio libro “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Chiara Innocenti

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Menzione speciale nel 2021 con Let’s Fly  e nel 2023 con Meraviglie presenta

Fotografie di Chiara Innocenti da “X”

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Non c’è stato un momento preciso in cui mi sono avvicinata alla fotografia, in realtà l’ho sempre fatto in modo naturale, fotografavo quello che pensavo gli altri non riuscissero a vedere come me. Se guardo indietro e ripenso ho sempre avuto la macchina fotografica, da quella giocattolo che avevo preso nel negozio dei miei nonni a quella di mio babbo con il rullino, alla prima digitale regalata per la mia laurea, ma solo da grande ho ripreso consapevolmente la fotografia. L’ho fatto perchè ero stanca di lottare con una parte di me che in ogni modo mi chiedeva di esistere, ero stanca di nasconderla e stanca di non riconoscermi più.

Ho deciso quindi di darle vita e di mostrare ciò che sta dietro ai suoi occhi, la sua realtà e le sue percezioni.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Let’s fly”

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Nel momento in cui ho ripreso con consapevolezza la fotografia, la strada della narrazione è venuta da sola, si è presentata come l’unica via percorribile  per raccontare e cercare di condividere un mio punto di vista.

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Prima di iniziare a scattare cerco di capire qual’è il punto sul quale voglio  concentrarmi perchè spesso si compone di più livelli, per cui cerco di approfondire l’argomento, leggo poesie, ascolto musica, faccio disegni e inizio a scrivere frasi e appunti e così quando mi sento pronta, metto le cuffie con la mia musica preferita e inizia il racconto.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Mi piace raccontare quello che nasconde l’apparenza, ma anche quello che il tempo prova a nasconderci, quello che obbedisce alla sensibilità, alla gentilezza, all’altruismo ed alla cura , mi piace pensare di mostrare degli aspetti che le persone non riescono a percepire e che invece credo siano importanti.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Meraviglie presenta”

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Vorrei che le mie immagini risvegliassero nelle persone quella delicatezza di pensiero e gentilezza nello sguardo che dovrebbe appartenere a tutti così che tutti potremmo nutrirci del senso di meraviglia.

Ho l’illusione di pensare che questa sensibilità ci renderebbe migliori.

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Sì, c’è sempre una prima fase, come dicevo, in cui devo riflettere per poter capire bene il punto del racconto poi la fase di produzione vera e propria fluisce da sola e si aggiusta strada facendo.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Questa è una domanda che mi faccio anche io, ma a cui non so rispondere.

Cerco di studiare molto e ogni autore mi affascina per qualcosa, ad esempio per il modo nuovo in cui tratta un argomento oppure per un’estetica che mi da piacere.

Le mie immagini credo che nascano dalla musica, da quei viaggi che mi permette di fare dentro e fuori di me.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Ricorda”

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

In questo momento del mio percorso fotografico mi mancano momenti e luoghi di condivisione vera, dove artisti di vario genere possono ritrovarsi e parlare di quello che stanno facendo, parlare di ricerca, di messaggi da condividere, parlare per capire.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Non c’è un momento o un evento preciso da cui è nato l’amore per la fotografia ma adesso accetto il fatto che la fotografia è sempre stata con me, in silenzio, aspettando il momento per riemergere con forza.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Lo conosco perché buona parte della mia formazione la devo alla scuola MUSA

Ritratto di Chiara Innocenti

Sono nata a Firenze dove mi diplomo al liceo classico e conseguo una laurea in scienze agrarie con indirizzo ornamentale. 

Contemporaneamente faccio teatro e ho sempre con me la macchina fotografica, ma la vita mi porta verso altre strade.

Mi trasferisco nella campagna maremmana dove apro un negozio di fiori che mi permette di dar spazio alla mia creatività, continuando però a percepire la fotografia come unico mezzo per esprimere quello che sento, in piena libertà.

Nel 2019 riprendo in mano la mia passione per farne qualcosa di ancora più vivo, frequento il primo corso di fotografia e da quel momento inizio un percorso di formazione costante con autori e professionisti del settore.

Il desiderio di mostrare come vedo il mondo è sempre più travolgente.

Quando fotografo sono altrove e mi piace pensare che chi guarderà le mie foto possa entrare con me “in quell’altrove” trovando spunti di riflessione.

Contatti

Sito di Chiara https://www.chiarainnocenti.it/

Instagram

chiarainnocenti76

Autori e selfpublishing: nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!

Il self-publishing (l’autoproduzione di libri), altro fenomeno esploso negli ultimi anni, data l’assenza di un editore, sposta il momento in cui il libro viene “scelto”: nel caso dell’editoria tradizionale, l’editore
decide se pubblicare o meno il lavoro, mentre nel processo dell’auto-pubblicazione il libro viene pubblicato senza il veto né di editori né di curatori, e sarà eventualmente selezionato in un secondo momento, tramite la rete, che così assume, tra le altre, anche la funzione di recensore critico e di promotore delle opere. Con il self-publishing, evidentemente, la disponibilità di titoli aumenterà in modo esponenziale. Il tema della qualità editoriale è, peraltro, determinante in generale, non soltanto nell’ambito del self-publishing.
Facendo un giro in libreria nel reparto dedicato alla fotografia, si capisce al volo che nel mondo editoriale il criterio di qualità imperante è il mercato: non importa cosa e chi si compri, e non importa neppure che le fotografie vengano sfogliate nei libri: ciò che conta è che l’“oggetto libro” sia venduto.
Una persona che desidera auto-pubblicare un libro potrebbe decidere di farsi affiancare da alcuni professionisti (un photo editor sia per la selezione che per la sequenza narrativa, un curatore o un critico per la presentazione, e un grafico per la realizzazione visuale) che toglierebbero la patina grezza alla propria opera portandola a un livello più professionale. Rivolgersi a queste figure, pagando una somma per essere aiutati, elimina comunque la funzione di “filtro qualitativo” dato che, la necessaria transazione economica potrebbe implicare “sviste” sull’effettiva valutazione del lavoro.
Dobbiamo comunque tenere presente che la maggior parte dei libri che saranno pubblicati tramite self-publishing non verrà nemmeno considerata. Al contrario, i libri che riusciranno a emergere lo faranno perché saranno effettivamente acquistati e sottoposti al giudizio della rete (e, di conseguenza, anche in questo caso, del mercato).
L’assenso del sito al quale ci si rivolge per la pubblicazione e la stampa del libro è anch’esso merce, ha un costo, elimina il criterio del filtro attraverso una transazione economica. Si diventa autori in quanto si pubblica un libro inerente a un progetto che si ritiene degno di nota e, nel contempo, si diventa clienti.
Dal mio punto di vista, si rischia di abbandonare definitivamente un ruolo che continuo a reputare un perno fondamentale: il “fare filtro”, l’essere consapevoli di svolgere una sorta di organizzazione
culturale. La sensazione è che il self-publishing sollevi tutti – editori, curatori e critici – da un comportamento che si concretizza, appunto, nella scelta e nella selezione.
Questo fenomeno, che riguarda soltanto l’ambito editoriale, è essenzialmente una metamorfosi socioculturale.
Sono in discussione i presupposti e le metodologie che per tanto tempo abbiamo apprezzato come legittimi e significativi: l’idea cioè che la pubblicazione di un libro o la selezione di un autore per una
mostra fosse congiunta alla scelta operata da qualcuno, esperto e capace, che si incaricasse appunto di filtrare. Una scelta di volta in volta opinabile, ma una scelta che, quantomeno, rimanda a un criterio.
La proposta del self-publishing o del pagamento diretto al critico freelance stanno decretando la percezione dell’eventuale “no” pronunciato da queste figure professionali come inammissibile, un
torto intollerabile, la violazione di un diritto che non si deve compromettere. Una sorta di “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!”.
L’assenza del contributo di quelle figure professionali che partecipano nel dare all’opera una compiutezza, una forma definitiva, potrebbe portare a un definitivo affossamento del pregio di ciò che
circola nel mondo della fotografia, intesa come mezzo per comprendere l’evoluzione del mondo. Avremmo piuttosto davanti agli occhi la fotografia degli atteggiamenti ormai comuni di cui abbiamo parlato.
Intendiamoci: non demonizzo né il self-publishing, né i critici o i curatori freelance che in sé hanno potenzialmente una portata di analisi reale e una capacità di messa in discussione della pratica editoriale e istituzionale tradizionale.
Resta, tra l’altro, difficile stabilire il valore effettivo di un’opera nel momento in cui nasce. Molto più spesso, il suo valore viene attribuito con il passare del tempo e ciò determina “meriti” autoriali differenti nelle diverse epoche e, anche, in luoghi diversi.

Dal mio libro:

Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei

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Fotografie di Valeria Gradizzi