
Il self-publishing (l’autoproduzione di libri), altro fenomeno esploso negli ultimi anni, data l’assenza di un editore, sposta il momento in cui il libro viene “scelto”: nel caso dell’editoria tradizionale, l’editore
decide se pubblicare o meno il lavoro, mentre nel processo dell’auto-pubblicazione il libro viene pubblicato senza il veto né di editori né di curatori, e sarà eventualmente selezionato in un secondo momento, tramite la rete, che così assume, tra le altre, anche la funzione di recensore critico e di promotore delle opere. Con il self-publishing, evidentemente, la disponibilità di titoli aumenterà in modo esponenziale. Il tema della qualità editoriale è, peraltro, determinante in generale, non soltanto nell’ambito del self-publishing.
Facendo un giro in libreria nel reparto dedicato alla fotografia, si capisce al volo che nel mondo editoriale il criterio di qualità imperante è il mercato: non importa cosa e chi si compri, e non importa neppure che le fotografie vengano sfogliate nei libri: ciò che conta è che l’“oggetto libro” sia venduto.
Una persona che desidera auto-pubblicare un libro potrebbe decidere di farsi affiancare da alcuni professionisti (un photo editor sia per la selezione che per la sequenza narrativa, un curatore o un critico per la presentazione, e un grafico per la realizzazione visuale) che toglierebbero la patina grezza alla propria opera portandola a un livello più professionale. Rivolgersi a queste figure, pagando una somma per essere aiutati, elimina comunque la funzione di “filtro qualitativo” dato che, la necessaria transazione economica potrebbe implicare “sviste” sull’effettiva valutazione del lavoro.
Dobbiamo comunque tenere presente che la maggior parte dei libri che saranno pubblicati tramite self-publishing non verrà nemmeno considerata. Al contrario, i libri che riusciranno a emergere lo faranno perché saranno effettivamente acquistati e sottoposti al giudizio della rete (e, di conseguenza, anche in questo caso, del mercato).
L’assenso del sito al quale ci si rivolge per la pubblicazione e la stampa del libro è anch’esso merce, ha un costo, elimina il criterio del filtro attraverso una transazione economica. Si diventa autori in quanto si pubblica un libro inerente a un progetto che si ritiene degno di nota e, nel contempo, si diventa clienti.
Dal mio punto di vista, si rischia di abbandonare definitivamente un ruolo che continuo a reputare un perno fondamentale: il “fare filtro”, l’essere consapevoli di svolgere una sorta di organizzazione
culturale. La sensazione è che il self-publishing sollevi tutti – editori, curatori e critici – da un comportamento che si concretizza, appunto, nella scelta e nella selezione.
Questo fenomeno, che riguarda soltanto l’ambito editoriale, è essenzialmente una metamorfosi socioculturale.
Sono in discussione i presupposti e le metodologie che per tanto tempo abbiamo apprezzato come legittimi e significativi: l’idea cioè che la pubblicazione di un libro o la selezione di un autore per una
mostra fosse congiunta alla scelta operata da qualcuno, esperto e capace, che si incaricasse appunto di filtrare. Una scelta di volta in volta opinabile, ma una scelta che, quantomeno, rimanda a un criterio.
La proposta del self-publishing o del pagamento diretto al critico freelance stanno decretando la percezione dell’eventuale “no” pronunciato da queste figure professionali come inammissibile, un
torto intollerabile, la violazione di un diritto che non si deve compromettere. Una sorta di “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!”.
L’assenza del contributo di quelle figure professionali che partecipano nel dare all’opera una compiutezza, una forma definitiva, potrebbe portare a un definitivo affossamento del pregio di ciò che
circola nel mondo della fotografia, intesa come mezzo per comprendere l’evoluzione del mondo. Avremmo piuttosto davanti agli occhi la fotografia degli atteggiamenti ormai comuni di cui abbiamo parlato.
Intendiamoci: non demonizzo né il self-publishing, né i critici o i curatori freelance che in sé hanno potenzialmente una portata di analisi reale e una capacità di messa in discussione della pratica editoriale e istituzionale tradizionale.
Resta, tra l’altro, difficile stabilire il valore effettivo di un’opera nel momento in cui nasce. Molto più spesso, il suo valore viene attribuito con il passare del tempo e ciò determina “meriti” autoriali differenti nelle diverse epoche e, anche, in luoghi diversi.
Dal mio libro:
Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei
In vendita qui

Fotografie di Valeria Gradizzi