Autori e selfpublishing: nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!

Il self-publishing (l’autoproduzione di libri), altro fenomeno esploso negli ultimi anni, data l’assenza di un editore, sposta il momento in cui il libro viene “scelto”: nel caso dell’editoria tradizionale, l’editore
decide se pubblicare o meno il lavoro, mentre nel processo dell’auto-pubblicazione il libro viene pubblicato senza il veto né di editori né di curatori, e sarà eventualmente selezionato in un secondo momento, tramite la rete, che così assume, tra le altre, anche la funzione di recensore critico e di promotore delle opere. Con il self-publishing, evidentemente, la disponibilità di titoli aumenterà in modo esponenziale. Il tema della qualità editoriale è, peraltro, determinante in generale, non soltanto nell’ambito del self-publishing.
Facendo un giro in libreria nel reparto dedicato alla fotografia, si capisce al volo che nel mondo editoriale il criterio di qualità imperante è il mercato: non importa cosa e chi si compri, e non importa neppure che le fotografie vengano sfogliate nei libri: ciò che conta è che l’“oggetto libro” sia venduto.
Una persona che desidera auto-pubblicare un libro potrebbe decidere di farsi affiancare da alcuni professionisti (un photo editor sia per la selezione che per la sequenza narrativa, un curatore o un critico per la presentazione, e un grafico per la realizzazione visuale) che toglierebbero la patina grezza alla propria opera portandola a un livello più professionale. Rivolgersi a queste figure, pagando una somma per essere aiutati, elimina comunque la funzione di “filtro qualitativo” dato che, la necessaria transazione economica potrebbe implicare “sviste” sull’effettiva valutazione del lavoro.
Dobbiamo comunque tenere presente che la maggior parte dei libri che saranno pubblicati tramite self-publishing non verrà nemmeno considerata. Al contrario, i libri che riusciranno a emergere lo faranno perché saranno effettivamente acquistati e sottoposti al giudizio della rete (e, di conseguenza, anche in questo caso, del mercato).
L’assenso del sito al quale ci si rivolge per la pubblicazione e la stampa del libro è anch’esso merce, ha un costo, elimina il criterio del filtro attraverso una transazione economica. Si diventa autori in quanto si pubblica un libro inerente a un progetto che si ritiene degno di nota e, nel contempo, si diventa clienti.
Dal mio punto di vista, si rischia di abbandonare definitivamente un ruolo che continuo a reputare un perno fondamentale: il “fare filtro”, l’essere consapevoli di svolgere una sorta di organizzazione
culturale. La sensazione è che il self-publishing sollevi tutti – editori, curatori e critici – da un comportamento che si concretizza, appunto, nella scelta e nella selezione.
Questo fenomeno, che riguarda soltanto l’ambito editoriale, è essenzialmente una metamorfosi socioculturale.
Sono in discussione i presupposti e le metodologie che per tanto tempo abbiamo apprezzato come legittimi e significativi: l’idea cioè che la pubblicazione di un libro o la selezione di un autore per una
mostra fosse congiunta alla scelta operata da qualcuno, esperto e capace, che si incaricasse appunto di filtrare. Una scelta di volta in volta opinabile, ma una scelta che, quantomeno, rimanda a un criterio.
La proposta del self-publishing o del pagamento diretto al critico freelance stanno decretando la percezione dell’eventuale “no” pronunciato da queste figure professionali come inammissibile, un
torto intollerabile, la violazione di un diritto che non si deve compromettere. Una sorta di “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!”.
L’assenza del contributo di quelle figure professionali che partecipano nel dare all’opera una compiutezza, una forma definitiva, potrebbe portare a un definitivo affossamento del pregio di ciò che
circola nel mondo della fotografia, intesa come mezzo per comprendere l’evoluzione del mondo. Avremmo piuttosto davanti agli occhi la fotografia degli atteggiamenti ormai comuni di cui abbiamo parlato.
Intendiamoci: non demonizzo né il self-publishing, né i critici o i curatori freelance che in sé hanno potenzialmente una portata di analisi reale e una capacità di messa in discussione della pratica editoriale e istituzionale tradizionale.
Resta, tra l’altro, difficile stabilire il valore effettivo di un’opera nel momento in cui nasce. Molto più spesso, il suo valore viene attribuito con il passare del tempo e ciò determina “meriti” autoriali differenti nelle diverse epoche e, anche, in luoghi diversi.

Dal mio libro:

Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei

In vendita qui

Fotografie di Valeria Gradizzi

FOTOGRAFIA E TESTI DI ACCOMPAGNAMENTO

Il tema dell’utilizzo di titoli e didascalie da parte dell’autore di una fotografia è assai discusso soprattutto tra fotoamatori, che spesso usano come dogma la frase “se la devi spiegare, non è venuta bene!”, attribuendola sistematicamente ad Ansel Adams. Nonostante l’impegno, non sono mai riuscita a capire da dove sia stata estrapolata questa frase e che senso avesse in realtà per Adams, il quale probabilmente, essendo di animo spiritoso e ironico, faceva riferimento a qualcosa di specifico, che fuori contesto (come spesso accade) può assumere un significato differente. Sono quasi certa che sia così.
Non esistono molti studi attinenti alla relazione tra il testo e la fotografia. Fondamentale, oltre agli studi specifici di Keim, il saggio di Nancy Newhall, The Caption: The mutual relation of words/photographs, pubblicato sul primo numero della rivista Aperture.

Newhall suddivide le didascalie in denotative e connotative. La prima categoria è caratterizzata da testi che raccontano l’immagine senza offrire un’interpretazione particolare (come avviene nel
reportage o nel fotogiornalismo). La seconda categoria, invece, direziona la lettura aggiungendovi il significato che l’autore intende attribuire alle immagini (creare allusioni, metafore, effetti surreali
o ironici). Spesso, questo tipo di didascalia va oltre i dati effettivi e aggiunge un nuovo livello di lettura.
La parola didascalia si riferisce a ogni genere di testo che accompagna un’illustrazione, volto a chiarire o far interpretare correttamente l’immagine stessa. Dare informazioni è quindi lo scopo principale
della scelta di aggiungere una didascalia o un testo. Tramite questo elemento, quindi, il fruitore dovrebbe essere guidato nella lettura della fotografia e nella sua comprensione.

Fotografia di Valeria Gradizzi

Nel suo saggio del 1963 La fotografia e la sua didascalia, Jean Keim appoggia e approfondisce il concetto introdotto da R. Barthes secondo il quale la fotografia è un messaggio senza codice e, di conseguenza, senza l’ausilio della parola (che pertanto è indispensabile) ciò che essa comunica può essere frainteso. In base a quest’idea, il testo può aiutare a contestualizzare l’immagine nel tempo e nello spazio, nel genere fotografico e relativamente allo scopo per cui è stata creata.

Questa è una parte del capitolo FOTOGRAFIA E TESTI DI ACCOMPAGNAMENTO del mio libro

TROPPA FOTOGRAFIA, POCA FOTOGRAFIA -RIFLESSIONI SUI LINGUAGGI CONTEMPORANEI

Per acquistare il libro va qui

Presentazione delle vincitrici del Premio Nazionale Musa per fotografe.

Buongiorno a tutti/e abbiamo organizzato una presentazione delle vincitrici del Premio Nazionale Musa per fotografe 2023. La serata sarà online! Speriamo di vedervi numerosi/e!

6 Dicembre 2023 ore 20,30

Per conoscere le vincitrici e i progetti vincenti iscriviti e segui la serata!

Invia una email a info@musafotografia.it

Prima classificata settore ricerca e progetto personale:  

Serena Radicioli con il progetto: Non sei più tornato  

Un progetto molto personale, un viaggio profondo e intimo, un’esplorazione delle sfumature della vita e delle emozioni che legano l’autrice alla vita del padre che una sera non rientra a casa… Con un linguaggio estremamente contemporaneo, Serena ci racconta uno spaccato emozionalmente sconvolgente della sua vita.  

Prima classificata settore reportage 

Maria Teresa Brambilla con il progetto: From the alps. Women 

Il progetto ha conquistato la giuria per la sua linearità nel linguaggio classico del reportage, la sua importanza culturale e la sua potenziale ispirazione. Un progetto positivo, ben strutturato e approfondito nel tempo di realizzazione.  

Prima classificata settore ritratto e fotografia di scena 

Francesca Dusini con il progetto: Švejk  

Eccellente scelta di piccoli momenti scattati durante gli spazi tra uno spettacolo e l’altro, le prove, il backstage, con un tocco di ironia e un linguaggio non usuale per il genere della fotografia di spettacolo.  

Per sottolineare l’alta qualità dei progetti e il talento delle autrici la Giuria ha deciso di assegnare una  

Menzione d’onore 

Chiara Innocenti con il progetto: Meraviglie presenta  

Una meraviglia dopo l’altra le immagini di Chiara Innocenti che ci racconta il cambiamento del circo e delle abitudini di chi lo vive e lo crea anche con nuove tecnologie digitali senza perdere la poesia del tempo passato  

Grazie ai partner, agli sponsor, allo stampatore, alla giuria, alla curatrice Alessia Locatelli e a Grazia Dell’Oro della casa editrice Emuse, ai festival che ospitano le mostre, a chi ci aiuta a diffondere il Premio in tutte le modalità possibili e alle partecipanti tutte. 

Vi aspettiamo il 6 Dicembre!

Ciao a tutti Musa fotografia

L’estetica di Instagram e la sua evoluzione

Quando si parla di “instagrammabilità”, si parla di un’estetica precisa che ormai ricopre uno spazio importante per chi si occupa di immagine e di cultura visuale. La modalità con cui sono proposte le
fotografie su questo social si ripetono all’infinito e rispondono a un copione ormai sfruttatissimo.
Le fotografie di viaggio, i ritratti, gli autoritratti, gli oggetti, si somigliano tutti, tanto da trasformarsi in cataloghi inquietanti delle “cose del mondo”.


Si definisce Instagram Face un ritratto, generalmente di donna, che risponda a criteri precisi come labbra piene, sopracciglia spesse ma perfette, zigomi alti, occhi grandi, naso piccolo, seno abbondante,
vita stretta, fianchi e sedere pieni, eccetera. Un ideale falso che condiziona soprattutto i giovani, ancor più delle vecchie pubblicità di modelle sui giornali (proprio perché moltiplicato esponenzialmente).
I paesaggi sono tutti simili, che si tratti di viaggi in Alaska o in Perù, i colori sono saturi, le composizioni perfette, i cieli artefatti e la lettura dei particolari molto evidenziata, nonostante si sappia bene che
esponendo per le luci, o per le ombre, questo non possa avvenire se non con un sandwich di fotografie differenti dello stesso soggetto, dalla stessa posizione.
La descrizione che ho appena fornito potrebbe essere applicata a centinaia di immagini, che rispondono tutte a questi canoni. Sono nati addirittura profili che, per far notare la differenza, mostrano le fotografie prima e dopo l’utilizzo di filtri appositi e applicazioni che, con un click, perfezionano l’immagine.
Il fenomeno è talmente diffuso che, purtroppo, anche chi ha velleità autoriali segue percorsi simili. Nascono in continuazione profili appartenenti a generi fotografici differenti (street photography, ritratto, reportage, autoritratto) in cui, sebbene i soggetti siano diversi, le modalità estetiche, non esclusivamente a seguito di ritocco fotografico, sono tutte uguali, come se l’impatto dell’immagine potesse sostituirne il contenuto. Tutto prodotto e riprodotto in serie e inserito in pagine che, anch’esse, devono sottostare all’insieme, a una logica estetica che faccia guadagnare like, non solo al singolo scatto ma alla costruzione visiva della pagina stessa.
Mi sono a lungo chiesta quando sarebbe terminata questa proposta rosa e azzurrina, fatta di cappuccini schiumosi, wonder women e bambini perfetti.


Ultimamente sembra però che lo stile instagrammabile stia perdendo di forza. Strano a dirsi, ma le prime persone che hanno cambiato rotta sono gli influencer e non i fotografi. Da loro è nata questa modalità visiva – che ha poi influenzato tutta la fotografia, anche quella finita nei musei e nelle gallerie – e proprio da loro è stata messa in discussione.
Le immagini sembrano essere più sobrie, spontanee, meno artefatte.
I colori preponderanti sono più sbiaditi e realistici, le foto più sgranate e meno curate nel ritocco.
La “consapevolezza del sé”, soprattutto se nata e cresciuta attraverso le immagini, finalmente si scontra con una perfezione impossibile da raggiungere e quindi inutile da cercare a ogni costo; l’ossessione del racconto edulcorato, di qualsiasi momento, ha forse portato a un ragionamento più maturo, sul quale è bene riflettere, anche da fotografi, nel caso in cui la propria crescita autoriale si
sia basata esclusivamente sull’impatto estetico e sulla cura delle pagine Instagram. Spero che questo sia l’inizio di un processo che accosti all’immagine contenuti più densi e un maggiore interesse
per un messaggio specifico, legato alla pubblicazione su questo e su tutti gli altri social.

Da Troppa fotografia, poca fotografia | Riflessioni sui linguaggi contemporanei di Sara Munari

Ecco le vincitrici del Premio Nazionale Musa per fotografe 2023

Buongiorno a tutti/e! Siamo orgogliosi di annunciare le vincitrici del prestigioso Premio Nazionale Musa per fotografe 2023! Anche quest’anno la partecipazione è stata altissima! Queste talentuose fotografe si sono distinte grazie a una visione unica, temi interessanti e linguaggio coerente, funzionale ai propri progetti.  Complimenti alle vincitrici per il loro impegno, la loro passione e l’ispirazione che portano ad altre fotografe!  

La GIURIA composta da:

Luisa Bondoni 

Silvia Camporesi 

Francesca Marra 

e Sara Munari 

ha decretato come 

Prima classificata settore ricerca e progetto personale:  

Serena Radicioli con il progetto: Non sei più tornato  

Un progetto molto personale, un viaggio profondo e intimo, un’esplorazione delle sfumature della vita e delle emozioni che legano l’autrice alla vita del padre che una sera non rientra a casa… Con un linguaggio estremamente contemporaneo, Serena ci racconta uno spaccato emozionalmente sconvolgente della sua vita.  

Prima classificata settore reportage 

Maria Teresa Brambilla con il progetto: From the alps. Women 

Il progetto ha conquistato la giuria per la sua linearità nel linguaggio classico del reportage, la sua importanza culturale e la sua potenziale ispirazione. Un progetto positivo, ben strutturato e approfondito nel tempo di realizzazione.  

Prima classificata settore ritratto e fotografia di scena 

Francesca Dusini con il progetto: Švejk  

Eccellente scelta di piccoli momenti scattati durante gli spazi tra uno spettacolo e l’altro, le prove, il backstage, con un tocco di ironia e un linguaggio non usuale per il genere della fotografia di spettacolo.  

Per sottolineare l’alta qualità dei progetti e il talento delle autrici la Giuria ha deciso di assegnare una  

Menzione d’onore 

Chiara Innocenti con il progetto: Meraviglie presenta  

Una meraviglia dopo l’altra le immagini di Chiara Innocenti che ci racconta il cambiamento del circo e delle abitudini di chi lo vive e lo crea anche con nuove tecnologie digitali senza perdere la poesia del tempo passato  

Grazie ai partner, agli sponsor, allo stampatore, alla giuria, alla curatrice Alessia Locatelli e a Grazia Dell’Oro della casa editrice Emuse, ai festival che ospitano le mostre, a chi ci aiuta a diffondere il Premio in tutte le modalità possibili e alle partecipanti tutte. 

Buona giornata! Presto una serata online di presentazione dei progetti e delle vincitrici, stay tuned!

Ciao! Musa fotografia 

Cos’è la fotografia vernacolare?

L’espressione “fotografia vernacolare” è nata tra accademici e curatori, aprendosi poi a un utilizzo più ampio. L’idea della fotografia vernacolare fu anticipata già negli anni Sessanta da John Szarkowski, direttore della fotografia del Museum of Modern Art di New York dal 1962 al 1991. Szarkowski propose infatti di attribuire validità a quella che chiamava “fotografia funzionale” accanto al più consueto riconoscimento legato alla fotografia d’arte. L’idea era in anticipo sui tempi e non ottenne molto successo.
A Szarkowski si deve “l’invenzione” di Jacques-Henri Lartigue, che all’età di sessant’anni, nel 1963, consacrò il suo passaggio dallo status di dilettante a quello di artista nell’ambito della mostra al Museum of Modern Art di New York.

JACQUES-HENRI LARTIGUE (1894-1986) | Suzanne Lenglen, Nizza 1921 | Stampa alla gelatina d’argento, stampata verso il 1970, carta semiopaca a doppio peso. La tennista francese Suzanne Lenglen ha dominato tutte le competizioni del suo tempo, vincendo 25 titoli del Grande Slam tra il 1919 e il 1926. Il suo outfit, disegnato appositamente per Wimbledon, mostrava per la prima volta una sportiva con le braccia scoperte e con una gonna lunga solo fino al ginocchio.

Il direttore lo propose come un talento passato inosservato, presentandolo come un “vero primitivo”, un dilettante che non aveva “né tradizione né formazione”. Da questa vicenda, vediamo come l’analisi critica e la legittimazione varino a seconda del contesto in cui vengono presentate le opere, in base a chi decide di mostrarle e come.
Nel 2000, lo storico dell’arte Geoffrey Batchen ha usato l’espressione “fotografia vernacolare” per riferirsi a ciò che resta fuori dalla storia della fotografia: le fotografie ordinarie, della gente comune (dal 1839 a oggi), le fotografie che riguardano la famiglia, la casa e il cuore; raramente i musei e le gallerie d’arte.
Per Batchen, la fotografia vernacolare può anche essere affrontata da autori/fotografi professionisti. Con ciò, il suo intento era quello di attribuire un valore artistico anche a questo tipo di immagini, evitando di distinguerle da quelle che potremmo definire “fotografie d’arte”.
L’espressione “fotografia vernacolare” serve anche a porre l’accento sui contesti sociali che nella maggior parte dei casi non rivendicano alcun valore estetico o artistico, ma semplicemente riprendono aspetti ancora parzialmente trascurati della storia sociale della fotografia.
Volendo prendere in considerazione un possibile uso artistico della fotografia social, non possiamo non analizzare questa immensa quantità di immagini che costituisce un archivio infinito di spunti e di usi da parte di autori e fotografi che, per realizzare i propri progetti, attingono a fotografie pescate in internet. Basti pensare a Joachim Schmid, che si è appropriato di fotografie anonime, trovate nei mercatini, in archivi, per strada, utilizzandole nel suo lavoro Bilder von der Straße (1982 – 2012).

Joachim Schmid – No 217 Los Angeles March 1994 from Pictures from the Street 1982-2012

Altre immagini “rubate” in rete sono finite nel suo Other People’s Photographs (2008-2011), per quanto riproposte con modalità narrative differenti per attribuire un significato diverso al proprio progetto. Ho utilizzato il termine “rubate” in maniera volutamente impropria, visto che le immagini sono ancora esattamente nel medesimo luogo da cui sono state prelevate, ovvero internet. Forse sarebbe meglio dire che queste immagini sono prese “in affido” dagli artisti che le utilizzano.
Un altro esempio in questo senso è rappresentato da Erik Kessels, che in Useful Photography (la rivista che dirige dall’inizio del secolo) ricontestualizza immagini anonime utilizzate in manuali di istruzioni, cataloghi e libri di testo, mentre in Almost Every Picture induce a una riflessione sul modo in cui usiamo la fotografia nella vita quotidiana, nonché sulla natura ossessiva e ripetitiva delle fotografie che scattiamo.
Dal punto di vista dell’uso sociologico, questi lavori costituiscono un archivio meraviglioso sulla rappresentazione di se stessi e del rapporto con gli altri.

Erik-Kessels – Almost every picture -Friends-esposto a Duesseldorf- Fotografia di B.Babic

Se proviamo, infine, ad analizzare queste fotografie per provare a decodificare il costituirsi di un immaginario collettivo, esse sicuramente offrono un’idea più precisa di cosa sia oggi la cultura visuale, con una specificità molto più rilevante di quella messa in atto dalle poche fotografie considerate “artistiche” e “consapevoli” scattate anche da autori riconosciuti.

Da Troppa fotografia, poca fotografia | Riflessioni sui linguaggi contemporanei di Sara Munari

Per acquistare il libro va qui

“Elle” lo sciamanesimo femminile, di Valeria Gradizzi

Buongiorno, oggi vi presentiamo il libro di Valeria Gradizzi “Elle” edito dalla casa editrice EMUSEBOOKS

Elle

Dall’inizio di questo secolo assistiamo al ritorno dello sciamanismo in Europa e in Italia, attraverso istanze collettive in evidente crescita e che valorizzano la dimensione della spiritualità nella vita dei singoli e delle comunità. C’è un vento che spira, sia da Oriente che da Occidente, che porta visioni del mondo che credevamo sepolte sotto secoli di storia. È un mondo carico di spiritualità in cui le donne, attraverso pratiche mistiche fuori dai binari delle religioni organizzate, trovano consapevolezza di sé e del loro ruolo nella società, una ricerca volta alla trasformazione personale attraverso la sacralizzazione della natura, in costante riferimento all’energia cosmica.

Valeria Gradizzi ha accompagnato e fotografato donne sciamane attraverso i boschi, di notte, intorno al fuoco e al chiarore della luna piena, accompagnata dai loro canti e dalle urla. Il risultato è un lavoro in cui gli spazi temporali si sovrappongono: il presente dello scatto rielabora un passato in completa armonia con la natura e proietta a un futuro ideale di rispetto verso Madre Terra. Un lavoro in cui la donna, in armonia e fusione con gli elementi naturali, esprime se stessa e la propria spiritualità libera da ogni condizionamento esterno.

Elle è un viaggio fotografico all’interno delle pratiche sciamaniche femminili dell’Italia contemporanea, arricchito dalla presenza di poesie di ispirazione sciamanica e dai testi di approfondimento storico-antropologico sul significato dello sciamanesimo oggi di Morena Luciani Russo e Enrica Tedeschi.

Illustrazione di copertina di Elisa Seitzinger, visual artist, in cui la composizione grafica lascia spazio alla forte carica simbolica.

Sinossi breve ITA (1200)

Quello dello sciamanesimo femminile è un mondo carico di spiritualità in cui le donne, attraverso pratiche mistiche fuori dai binari delle religioni organizzate, trovano consapevolezza di sé e del loro ruolo nella società, una ricerca volta alla trasformazione personale attraverso la sacralizzazione della natura, in costante riferimento all’energia cosmica.

Valeria Gradizzi ha accompagnato e fotografato donne sciamane, nei boschi, la notte intorno al fuoco al battito dei tamburi e al chiarore della luna piena. Il risultato è un lavoro in cui gli spazi temporali si sovrappongono: il presente dello scatto rielabora un passato in completa armonia con la natura e proietta a un futuro ideale di rispetto verso Madre Terra. Un lavoro in cui la donna, in armonia e fusione con gli elementi naturali, si esprime libera da ogni condizionamento esterno. Elle è un viaggio fotografico all’interno delle pratiche sciamaniche femminili dell’Italia contemporanea, arricchito dalla presenza di poesie di ispirazione sciamanica e dai testi di approfondimento storico-antropologico di Morena Luciani Russo e Enrica Tedeschi. L’illustrazione di copertina, dalla forte carica simbolica, è di Elisa Seitzinger.

L’autrice

Valeria Gradizzi
Valeria Gradizzi (1979) è una fotografa documentarista italiana.

Si è specializzata con Giovanni Umicini, Christopher Anderson e Ivo Saglietti.
Ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui, nel 2018, una menzione d’onore al 12° Julia Margaret Cameron Award e la Silver Winner ai Tokyo International Awards per il progetto Al Batin / The hidden, reportage a lungo termine sulla presenza delle donne all’interno del misticismo islamico.
Ha esposto in mostre personali e collettive in gallerie private e spazi pubblici. Tra gli altri: Photolux Festival (Italia), FotoValid (Spagna), Soho Photo Gallery (New York). Attualmente vive e lavora a Verona.

PER ACQUISTO DEL LIBRO

Titolo: Elle

Autore: Valeria Gradizzi

Testi: Valeria Gradizzi, Morena Luciani Russo, Ivo Saglietti, Enrica Tedeschi

Progetto grafico: Stefano Pallavisini

Illustrazione di copertina: Elisa Seitzinger

Data di pubblicazione: 09/06/2023

Prezzo: 40,00

Pagine: 160

Dimensioni: 16,8 x 22,2

Peso:

Rilegatura: cartonato telato con stampa in serigrafia  

Link sito: www.emusebooks.com/libri/elle

Collana: Portfolio

Isbn: 9788832007626