Mostre per gennaio

Ciao,

ecco i miei suggerimenti per cominciare il 2019 con una bella mostra fotografica!

E non dimenticate di dare un’occhiata alla pagina dedicata, con tutte le mostre aperte.

Ciao e buon inizio d’anno

Anna

Chi sono io? – Autoritratti, identità, reputazione

“Le donne fotografe si ritraggono sempre, quasi sempre.
Gli uomini fotografi molto meno. È curioso.
I fotografi non hanno bisogno di cercare la loro anima?”
Concita De Gregorio

Inaugura il 1 dicembre alle ore 18.00 presso la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia la mostra Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione. Fotografie di Guia Sara Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci. Curata da Maria Livia Brunelli, l’esposizione è organizzata dalla MLB Maria Livia Brunelli home gallery in collaborazione con l’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa e Contrasto, che è anche l’editore del libro omonimo firmato da Concita De Gregorio a cui l’esposizione, che resterà aperta fino al 3 febbraio 2019, si ispira.

In mostra una cinquantina di fotografie di cinque affermate fotografe italiane, con cui Concita De Gregorio ha a lungo conversato per il suo libro e che si muovono non solo nel campo dell’auto-rappresentazione.

“Nel cammino di studio, ricerca, selezione della fantastica galleria di autoritratti femminili, dalla fine dell’Ottocento alle giovani artiste che pubblicano oggi i loro lavori sui blog, mi sono fermata a parlare con cinque fotografe, a lungo. A tutte – Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci – ho chiesto delle loro fotografie; hanno risposto raccontandomi la loro storia: la famiglia, la madre, l’infanzia, la solitudine e la paura, il corpo, il sesso, i figli. Il tempo, l’ossessione del tempo: assenza, presenza. Pieno e vuoto. Cercarsi, mancarsi. Incontrare, incontrarsi. L’autoritratto è la medicina al male di vivere. Il consenso è accidentale, irrilevante. Questo lavoro è iniziato così”.

Ogni artista ha voluto esporre non solo alcune foto contenute nel libro di Concita De Gregorio sul tema dell’autoritratto, ma anche opere più recenti, o addirittura inedite. Si va dalle fotografie surreali e narrative sui temi dell’identità e della maternità di Guia Besana, ai primi autoritratti, accostati alle immagini piene di fascino di luoghi abbandonati, di Silvia Camporesi, fino alla nota serie degli affetti familiari e delle fotografie scattate nelle case abitate temporaneamente da Anna Di Prospero a New York. Per Simona Ghizzoni l’autoritratto è una specie di terapia, un gesto sciamanico per conoscersi e liberarsi dalla paura di vivere, come si vede anche nelle ultime opere, presentate in mostra per la prima volta, mentre Moira Ricci riflette sulla sua incapacità di sentirsi della “dimensione giusta”: nel video Custodia Domestica è piccolissima, mentre diventa grande e ingombrante, ma invisibile per le altre persone, nella grande fotografia A Lidiput.

È interessante notare come nelle opere degli ultimi anni il fulcro della ricerca non sia più rivolto solo verso l’auto-rappresentazione, quasi come se la fase di introspezione a un certo punto venisse superata da tutte le artiste. Accomuna le loro ricerche successive l’indagine del mondo circostante: dalla mappatura dell’Italia regione per regione (Silvia Camporesi), all’immersione nell’ambiente naturale (Guia Besana, Simona Ghizzoni), alla nostalgia per il mondo rurale (Moira Ricci), fino all’esplorazione dello spazio urbano americano (Anna Di Prospero).

Un’altra particolarità che la mostra mette in luce è la contaminazione dei linguaggi: Silvia Camporesi e Simona Ghizzoni scelgono di stampare alcune foto in bianco e nero per poi colorarle pazientemente a mano; Guia Besana accosta immagini fotografiche ad altre inserite in suggestivi light box; Moira Ricci contamina la fotografia con il video e l’installazione, creando effetti sorprendenti; Anna Di Prospero realizza poetici autoritratti nati da gesti performativi in cui l’artista, con il suo corpo, interpreta lo spirito degli edifici architettonici, con riferimenti al cinema e alla danza.

2 dicembre 2018 – 3 febbraio 2019 – Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa – Venezia

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“L’Italia dei fotografi. 24 storie d’autore”

È intitolata L’Italia dei fotografi. 24 storie d’autore la prima mostra temporanea appositamente prodotta per il museo M9 dalla Casa dei Tre Oci – Civita Tre Venezie ed aperta da sabato 22 dicembre 2018 a domenica 16 giugno 2019 negli spazi al terzo piano del polo culturale nel centro di Mestre. L’esposizione, curata da Denis Curti, propone oltre 230 immagini di formati diversi, a colori e in bianco e nero, scattate da 24 grandi fotografi italiani che raccontano così il Paese nel corso del ’900, in una sorta di ideale continuazione con la narrazione multimediale della mostra permanente ospitata nei primi due piani di M9.

I fotografi: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Luca Campigotto, Lisetta Carmi, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Arturo Ghergo, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Nino Migliori, Riccardo Moncalvo, Ugo Mulas, Fulvio Roiter, Ferdinando Scianna, Tazio Secchiaroli, Massimo Vitali, artisti che hanno saputo fissare nelle loro immagini storie del Novecento che sono il frutto di un percorso e di un progetto artistico originale e coerente, e che la mostra trasforma in una antologia di “letture visive” filtrate attraverso la loro personale visione. Un angolo visuale soggettivo che si intreccia con le narrazioni del Novecento proposte nella mostra permanente multimediale.

Ognuno degli artisti si propone, in questo senso, con uno specifico progetto: Letizia Battaglia – La mafia a Palermo; Olivo Barbieri – Artificial Illuminations; Gianni Berengo Gardin – Morire di classe; Gabriele Basilico – Milano. Ritratti di Fabbriche 1978-1980; Luca Campigotto – Venetia Obscura; Lisetta Carmi – I travestiti; Carla Cerati – Morire di classe e Mondo Cocktail; Giovanni Chiaramonte – Nascosto in prospettiva. Viaggio nella rappresentazione; Mario Cresci – Ritratti reali, Tricarico 1967-1972; Mario De Biasi – Anni Cinquanta; Franco Fontana – Inventare lo spazio; Maurizio Galimberti – Viaggio in Italia; Arturo Ghergo – I divi dagli Anni Trenta agli Anni Cinquanta; Luigi Ghirri – Il profilo delle nuvole; Mario Giacomelli – Io non ho mani che mi accarezzino il volto; Mimmo Jodice – Vedute di Napoli; Francesco Jodice – Cartoline dagli altri spazi; Nino Migliori – Gente dell’Emilia; Riccardo Moncalvo – Le vacanze; Ugo Mulas. Bar Jamaica; Fulvio Roiter – Intorno al Neorealismo; Ferdinando Scianna – Feste religiose in Sicilia; Tazio Secchiaroli – Tazio Secchiaroli e Federico Fellini; Massimo Vitali – Le spiagge e le discoteche italiane.

L’esposizione è completata da un vasto archivio documentario dedicato agli autori, formato da una selezione di circa 100 libri in libera consultazione e da un ricco palinsesto di video-interviste e documentari. Previsto inoltre un programma di eventi collaterali.

Il catalogo, edito da Marsilio Editori, è arricchito, oltre che dalle fotografie presenti in mostra, anche da un testo introduttivo di Michele Smargiassi e da un saggio di Denis Curti, autore anche delle schede critiche.

Dal 22 dicembre 2018 al 16 giugno 2019 – Museo M9 – Venezia

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1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e l’Associazione Archivio Storico Olivetti presentano la mostra 1969. Olivetti formes et recherche, una mostra internazionale, una selezione di fotografie dell’omonima mostra che la Società Olivetti organizzò nel novembre del 1969 a Parigi, che proseguì a Barcellona, Madrid, Edimburgo e Londra, per concludersi infine a Tokyo nell’ottobre 1971.

A cinquant’anni anni dalla prima esposizione, la mostra odierna -, curata da Barbara Bergaglio, Marcella Turchetti e Giangavino Pazzola e aperta al pubblico in Project Room a CAMERA dal 6 dicembre 2018 al 24 febbraio 2019 – , ricostruisce e restituisce non soltanto i contenuti di quella storica mostra, curata dall’architetto Gae Aulenti, ma anche la storia dei personaggi che gravitavano dentro e intorno alla società Olivetti e a quella cultura: da Giorgio Soavi a Lord Snowdon, da Ettore Sottsass a Mario Bellini, da Renzo Zorzi a Italo Calvino.

Oltre 70 fotografie provenienti dall’Associazione Archivio Storico Olivetti offrono la possibilità di raccontare l’ormai leggendaria esposizione nelle sue diverse tappe, attraverso servizi fotografici di grandi maestri: da Ugo Mulas per l’edizione parigina, ad Alberto Fioravanti e Giorgio Colombo per Madrid e Barcellona, a Tim Street-Porter a Londra. Ulteriori documenti di approfondimento arricchiscono il racconto per immagini: il filmato per la regia di Philippe Charliat, con commento di Riccardo Felicioli, che è un vero e proprio viaggio di scoperta attraverso una città buia e misteriosa, dove Gae Aulenti guida il visitatore all’incontro con la Olivetti; il catalogo con testi di Giovanni Giudici – un anti-catalogo se inteso nel senso tradizionale del termine – che costituisce la chiave di interpretazione dei linguaggi e delle tecniche compositive che sono state approntate nel progetto dell’esposizione; il manifesto della mostra ideato da Clino T. Castelli, che ridisegna un nuovo e diverso uomo vitruviano generatore di una varietà di movimenti e forme, distante da soluzioni standard definitive.

La mostra a CAMERA si sviluppa attraverso le immagini originali dell’Archivio di Ivrea con l’obiettivo, oltre che di rievocare la stagione effervescente e dinamica di quegli anni, anche di proporre un pensiero che, con incredibile e ancora attualissima modernità, coniugava arte, industria, design, produzione e creazione di valore, a partire dal mondo del lavoro.

L’esposizione costituisce, quindi, anche un’occasione unica per il pubblico di conoscere un grande modello di impresa responsabile, la cui “immagine” è portavoce della cultura creativa più avanzata del tempo e oggi riconosciuta come patrimonio dell’UNESCO.

La mostra, nella primavera del 2019, sarà trasferita ad Ivrea, negli spazi del Museo Civico “P.A. Garda”.

6 dicembre 2018 – 24 febbraio 2019 – Camera Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Alexander Rodchenko – Revolution in photography

Il Comune di Senigallia e l’Istituto statale per la Cultura e l’Educazione della città di Mosca “Multimedia Complex of Actual Arts” (MAAM) presentano Alexander Rodchenko. Revolution in photography a cura di Olga Sviblova.

La mostra, ospitata a Palazzetto Baviera, documenta la ricca produzione fotografica de l maestro russo, esponente di spicco dell’avanguardia russa del XX secolo.

Artista a tutto tondo, Alexander Rodchenko nella sua lunga carriera si è dedicato alla pittura, al design, alla grafica, al cinema e alla fotografia, aprendo per ogni campo artistico vie di cambiamento fortemente innovative. Il suo imperativo estetico si basava sull’assunto “il nostro dovere è sperimentare” e fu con questo slogan che nel 1924 decise di abbandonare momentaneamente la pittura per la fotografia. Il risultato, come afferma Olga Sviblova fu “un mutamento radicale del modo di concepire la natura del fotografare e il ruolo del fotografo. Il pensiero concettuale s’introdusse così nella fotografia, non più mero riflesso della realtà ma strumento per la rappresentazione visiva di costruzioni intellettuali dinamiche.”

Il Costruttivismo entrò così nel mondo della fotografia, con quello che la critica ha definito Metodo Rodchenko, rivoluzionando il modo di intendere l’immagine e facendola divenire la rappresentazione visiva di costruzioni intellettuali dinamiche.

Nella sua pratica l’artista imposta un rapporto documentario con la realtà ma ne altera l’obiettivo e lo sguardo per una resa estetica dai tratti astratti o fortemente poetici: la composizione diagonale da lui scoperta, la prospettiva scorciata, l’ingrandimento dei dettagli, i punti di ripresa dal basso verso l’alto e viceversa, hanno dato forma a uno stile e a un linguaggio visivodel tutto unico che ha lasciato il segno nella storia della fotografia.

Le sale di Palazzetto Baviera, riccamente decorate con gli stucchi cinquecenteschi del Brandani, ospiteranno un nucleo corposo di fotografie che illustrano la bellezza delle architetture moderna, la vitalità delle città in piena urbanizzazione degli anni Venti e Trenta, la febbre della tecnologia e della modernizzazione.

Il percorso espositivo apre con l’Autoritratto caricaturale del 1922, esposto accanto a un corpus di ritratti, in cui appaiono anche amici e familiari, e alle famose fotografie La scalinata (1930) e Ragazza con una Leica (1934), che incarnano integralmente i principi innovativi del suo “metodo”.

L’itinerario di mostra prosegue con una selezione di immagini sulla realtà industriale raccolte nelle short series: Fabbrica di automobili AMO del 1929, dedicata al settore dell’industria automobilistica; MoGES (Centrale Elettrica di Mosca), che documenta la nuova centrale elettrica eretta nel 1927 e il lavoro degli operai. La verticalità delle moderne costruzioni viene ripresa nelle fotografie di architetture e particolari costruttivi, come la celebre Scala antincendio (con un uomo) del 1925. Le spettacolari parate di ginnasti e atleti sono protagoniste degli scatti che raccontano lo spirito dinamico e la nascente coesione sociale degli anni Trenta in Russia.

La nuova attenzione rivolta da Rodchenko al dettaglio permette di mettere in luce l’armonia delle architetture e delle nuove forme create dalla tecnologia, illustrata in mostra con l’immagine della Torre Shukhov del 1929 e con la serie Fabbrica di lampadine elettriche di Mosca realizzata a cavallo degli anni Venti e Trenta.

Mentre La nuova Mosca è documentata con le fotografie della costruzione del Parco della Cultura e della asfaltatura delle strade di Leningrado, e con le immagini di edifici simbolo, quali quello progettato da Ginzburg sul viale Novinski e quello del Mosselprom.

La fotografia di stampo giornalistico è testimoniata dagli scatti dei fotoreportage all’interno dell’ufficio editoriale e dell’archivio del giornale “Gudok” (1928) e quello sui lavori di costruzione di grandi imprese ingegneristiche, in particolare la costruzione del canale che collega il Mar Bianco con il Mar Baltico. Con le acrobazie degli artisti del circo si conclude una narrazione fotografica di grande suggestione, fortemente rappresentativa dello spirito dei nuovi tempi.

Dal 26 ottobre al 20 gennaio – Palazzetto Baviera – Senigallia

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HUMAN RIGHTS

In occasione della ricorrenza della firma alle Nazione Unite della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, avvenuta il 10 dicembre del 1948, l’8 dicembre 2018 dalle 15.30 apre al pubblico l’esposizione fotografica “Human Rights. La storia dell’ONU (e del mondo) nelle più belle immagini della United Nations Photo Library”. In programma fino al 22 giugno 2019, rivolta al grande pubblico e alle scuole, la mostra racconta la storia dell’ONU e del mondo contemporaneo ripercorrendo le vicende e l’evoluzione dell’organizzazione internazionale dalla sua nascita nel 1945 fino ai giorni nostri attraverso le più belle immagini conservate nel suo archivio storico fotografico, soffermandosi in particolare sulle più importanti missioni sia civili che militari di cui è stata protagonista.
Rivolta al grande pubblico e alle scuole, “Human Rights” si compone di circa 60 immagini (sia in bianco e nero che a colori) e fa parte del progetto History & Photography che ha per obiettivo raccontare la Storia con la Fotografia (e la Storia della Fotografia) al grande pubblico e agli studenti valorizzando gli archivi storici fotografici nazionali e internazionali, sia pubblici che privati.

8 dicembre 2018 – 22 giugno 2019 – La Casa di Vetro – Milano

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STEVE McCURRY ANIMALS

Nasce MUDEC PHOTO, il nuovo spazio espositivo del Museo delle Culture dedicato alla fotografia d’autore.

Il Comune di Milano-Cultura, MUDEC e 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, in collaborazione con SUDEST57, hanno deciso di affidare al genio e alla sensibilità del grande fotografo americano Steve McCurry l’apertura di MUDEC PHOTO presentando al pubblico Animals, un progetto espositivo appositamente creato per il Museo delle Culture, a cura di Biba Giacchetti.

Gli animali saranno infatti i protagonisti di 60 scatti iconici, tra famosi e meno conosciuti che racconteranno al visitatore le mille storie di vita quotidiana che legano indissolubilmente l’animale all’uomo e viceversa. Un affresco corale dell’interazione, della condivisione, che tocca i temi del lavoro e del sostentamento che l’animale fornisce all’uomo, delle conseguenze dell’agire dell’uomo sulla fauna locale e globale, dell’affetto che l’uomo riversa sul suo “pet”, qualunque esso sia.

Il progetto Animals origina nel 1992 quando il fotografo Steve McCurry svolge una missione nei territori di guerra nell’area del Golfo per documentare il disastroso impatto ambientale e faunistico nei luoghi del conflitto. McCurry tornerà dal Golfo con alcune delle sue più celebri immagini “icone”, come i cammelli che attraversano i pozzi di petrolio in fiamme e gli uccelli migratori interamente cosparsi di petrolio. Con questo reportage vincerà nello stesso anno il prestigioso Word Press Photo. Il premio fu assegnato da una giuria molto speciale, la Children Jury, composta da bambini di tutte le nazioni.
Da sempre, nei suoi progetti Steve McCurry pone al centro dell’obiettivo le storie legate alle categorie più fragili: ha esplorato, con una particolare attenzione ai bambini, la condizione dei civili nelle aree di conflitto; ha documentato le etnie in via di estinzione e le conseguenze dei cataclismi naturali. A partire da quel servizio del ’92 ha infine aggiunto, ai suoi innumerevoli sguardi, quello empatico verso gli animali.

Animali come via alla sopravvivenza (gli animali da lavoro), animali talvolta sfruttati come unica risorsa a una condizione di miseria, altre volte amati e riconosciuti come compagni di vita per alleviare miserie, o semplicemente per una forma di simbiotico affetto; sempre in uno spirito da esploratore delle relazioni umane.
Per creare la mostra Animals autore e curatrice hanno lavorato all’unisono addentrandosi nell’immenso archivio del fotografo per selezionare una collezione di immagini che raccontassero in un unico affresco le diverse condizioni degli animali. Il percorso della mostra lascia al visitatore la massima libertà, pur fissando un’invisibile mappa articolata su diversi registri emotivi, in grado di alternare le immagini più impegnative ad altre di grande leggerezza e positività.
Steve McCurry esploratore del genere umano ci offre dunque un viaggio nella contiguità del pianeta animale, ci parla di relazioni e di conseguenze; le sue immagini indelebili sono prive di tempo; e, come accade a chi viaggia instancabilmente per raccontare storie, sembra mostrare nostalgia per un mondo in continua e pericolosa trasformazione che lui può solo documentare.

“Animals ci invita a riflettere sul fatto che non siamo soli in questo mondo” spiega la curatrice della mostra Biba Giacchetti che prosegue “in mezzo a tutte le creature viventi attorno a noi. Ma soprattutto lascia ai visitatori un messaggio: ossia che, sebbene esseri umani e animali condividano la medesima terra, solo noi umani abbiamo il potere necessario per difendere e salvare il pianeta.”

16 Dicembre 2018 / 31 Marzo 2019 – MUDEC PHOTO – Milano

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Cent’anni dopo – Ricordi di guerra, Sguardi di pace

Sino al 12 febbraio 2019, presso Cascina Roma a San Donato Milanese, si potrà visitare gratuitamente la mostra fotografica “Cent’anni dopo – Ricordi di guerra, Sguardi di pace”, un lavoro fotografico sulla Prima Guerra Mondiale e i luoghi teatro del conflitto, un ricco racconto che ripercorre la storia passata in antitesi con il presente e la fruizione che oggi si fa di questi luoghi magnifici che si estendono per 500 chilometri, dal Passo del Tonale sino alla Marmolada.Accanto alle 102 immagini esposte, per un’esperienza ancora più unica e straordinaria, si alterneranno momenti aggregativi e culturali gratuiti. In calendario sono previsti concerti, visite guidate, proiezioni, incontri tutti accumunati dalla stessa matrice, pensare al passato e rivivere con occhi più consapevoli il presente.

Tutto si svolgerà nella cornice di Cascina Roma, in piazza delle Arti 6 a San Donato Milanese, spazio che ritorna a rinascere e avere una funzione catalizzatrice di arte e cultura.

Fino al 12 febbraio – Cascina Roma – S. Donato Milanese

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Il Club 27: Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Winehouse, Brian Jones, Jean Michel Basquiat

ONO arte contemporanea è lieta di presentare la mostra “Il Club 27: Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Jim Morrison, Janis Joplin, Amy Winehouse, Brian Jones, Jean-Michel Basquiat”, una mostra collettiva che attraverso il mito del cosiddetto “Club dei 27” vuole celebrare alcuni tra i più importanti artisti della storia della musica deceduti alla stessa età, per l’appunto 27 anni. Le ragioni sono le più svariate: abuso di droga, alcol, omicidio o suicidio. La morte di celebri musicisti ventisettenni tra il 1969 e il 1971 ha portato alla convinzione che i decessi siano più comuni a questa età e che ci sia una sorta di “picco statistico” tra gli artisti all’età di 27 anni.

Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison morirono infatti tutti a 27 anni, tra il 1969 e il 1971. All’epoca la coincidenza suscitò qualche commento, ma fu solo con la morte di Kurt Cobain, nel 1994, che l’idea di un “Club 27” ha cominciato a prendere piede nella percezione pubblica, trasformandosi in un mito alimentato dai media. Nel 2011, diciassette anni dopo la morte di Cobain, Amy Winehouse morì all’età di 27 anni e ancora una volta si rinnovò l’interesse nei confronti del “27 Club”. Solo tre anni prima, la cantautrice aveva espresso il timore di morire a quell’età.

In molti di questi casi rimane aperta la domanda su cosa avrebbero fatto negli anni a seguire. Hendrix, Cobain e Basquiat avevano progetti a breve e lungo termine per la loro carriera, così come un’idea concreta di come si sarebbe sviluppata la loro arte e, di conseguenza, possiamo immaginare come questa avrebbe influito sulla cultura popolare.

La mostra (13 dicembre – 24 febbraio) è un pretesto per indagare alcune tra le grandi icone della musica che hanno influenzato la cultura popolare fino ai giorni nostri. È composta da 40 opere, alcune in esclusiva italiana, di Jill Furmanovsky, Michael Lavine, Charles Peterson, Jan Persson, Terry O’Neill, Baron Wolman, Lee Jaffe, James Fortune.

13 dicembre 2018 – 24 febbraio 2019 – Ono Arte Contemporanea – Bologna

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Vento, caldo, pioggia, tempesta – Istantanee di vita e ambiente nell’era dei cambiamenti climatici

Attraverso un percorso di fotografie Greenpeace racconta come i cambiamenti climatici non riguardino solo Paesi e luoghi lontani da noi e come non siano così distanti nel tempo. È un processo ormai inarrestabile che tocca anche noi, protagonisti inconsapevoli di un cambiamento in cui, invece, dobbiamo avere un ruolo attivo. Lo scioglimento dei ghiacciai, infatti, riguarda l’Artico ma anche i ghiacciai italiani.
La desertificazione non è una questione interna al continente africano ma è presente anche in alcune zone d’Italia, così come l’innalzamento del livello del mare non riguarda solo le isole del Pacifico.

Una serie di foto scattate in Italia e in tutto il mondo da diversi fotografi che collaborano con Greenpeace, l’organizzazione ambientalista con la collaborazione del CNR, racconta come i cambiamenti climatici siano più vicini nello spazio e nel tempo di quanto immaginiamo.

Dalla siccità nel Sud Italia all’acqua alta a Venezia, dal tifone Hayan che ha devastato le Filippine all’innalzamento del livello del mare nelle isole del Pacifico, la rappresentazione degli impatti dei cambiamenti climatici è ampia, anche grazie all’impegno globale di Greenpeace (presente con i suoi uffici in oltre cinquanta nazioni) testimoniato in questa mostra da oltre 50 immagini provenienti da tutto il mondo.
Nubifragi, ondate di calore, siccità e tutti i fenomeni meteorologici estremi sono sempre più intensi e frequenti proprio a causa dei cambiamenti climatici.
L’unica soluzione secondo la scienza – come conferma Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima di Greenpeace Italia – è quella di abbandonare carbone, petrolio e gas e accelerare la transizione energetica verso un mondo totalmente rinnovabile, oltre che diminuire il consumo di carne e fermare la deforestazione.

Organizzazione Greenpeace.

12/12/2018 – 10/03/2019  – Museo di Roma in Trastevere

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Oltre il manicomio, la ricerca di Sergio Piro e le lotte anti-istituzionali in Campania

Il 13 maggio 1978 viene approvata in Parlamento la legge 180 di riforma psichiatrica “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Approvata quasi all’unanimità, la legge 180 avrà tuttavia un iter difficile nella fase di realizzazione. La riforma si ispira alle esperienze di superamento dell’ospedale psichiatrico sviluppatesi in Italia a partire dall’inizio degli anni ‘60, quando alcuni giovani psichiatri in manicomi di provincia, per primi Franco Basaglia a Gorizia e Sergio Piro a Materdomini, denunciano la patologicità dell’istituzione manicomiale ossia quanto la costrizione, l’elettroshock, i farmaci, la reclusione e l’inerzia creino o aggravino molte delle patologie dei sofferenti psichici nelle “istituzioni totali”.
Intorno a loro si muove una società in rapida evoluzione: gli anni ‘60 vedono nascere movimenti studenteschi e operai, un risveglio delle coscienze sui diritti civili e contro ogni emarginazione. Le denunce in campo psichiatrico trovano quindi ascolto nella stampa grazie all’attenzione costante di giornali quali, in Campania, Il Mattino, La voce della Campania, ma anche periodici a livello nazionale come L’Unità, Paese Sera che creano un’opinione pubblica attenta e critica nei confronti dell’istituzione manicomiale. A fianco di Sergio Piro, delle sue denunce e della “comunità terapeutica” da lui organizzata a Materdomini, si schierano giornalisti come Ciro Paglia del Mattino e fotografi come Luciano D’Alessandro le cui foto fatte a Materdomini durante 3 anni (’65-’68) e poi pubblicate nel volume Gli esclusi, scuotono profondamente l’opinione pubblica. Grazie all’attenzione dei media si crea quindi una temperie culturale e politica favorevole alla chiusura dei manicomi che si realizza con il varo della legge 180/78.
I problemi che seguono l’applicazione della legge sono legati soprattutto al fatto che la legge demanda alle regioni in compito di realizzare strutture alternative all’internamento e anche laddove, come in Campania, questa legge è fatta relativamente presto (1/1983) e prevede, grazie al contributo fondamentale di Sergio Piro, una presenza capillare sul territorio di strutture finalizzate alla Salute mentale ossia alla prevenzione, contenimento e cura della sofferenza mentale la legge purtroppo trovò scarsa applicazione e quindi spesso il problema dei sofferenti mentali si scarica sulle famiglie.
Tuttavia l’afflato innovatore di Sergio Piro non si ferma all’azione di denuncia e di proposizione di un nuovo modello terapeutico: fondamentale per lui è la formazione di medici e operatori della Salute mentale affinché questo patrimonio di esperienze innovative non vada perso. Universitari, insegnanti, medici e operatori passano quindi nella Scuola di Piro che ha diverse fasi e genera moltissime pubblicazioni che ne testimoniano lo sforzo teorico e la valenza didattica.

11 dicembre – 31 gennaio – Biblioteca Nazionale di Napoli

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