Fortunati o sfigati per strada?

“La fortuna gioca un ruolo importante , non si sa mai cosa sta per accadere. La cosa più interessante è quando “l’inaspettato” succede e si riesce ad essere lì al posto giusto nell’attimo perfetto – scattando al momento giusto. Il più delle volte non funziona. La street Photography è nel 99% dei casi, un fallimento”-. Alex Webb

Fotografia di Jacob Aue Sobol

Nella fotografia di strada, quella vera, la possibilità che lo scatto prodotto sia davvero interessante, è remota.

Si può girare giorni interi, questo lo dico per esperienza personale, e non trovare niente. Niente sembra apparire interessante o meritevole di una fotografia. Spesso la fotografia, magicamente ti appare davanti agli occhi e tu ti stai scaccolando, bevendo un caffè, l’unico, dopo ore a sperare che qualcosa avvenisse. Sputi il caffè, togli il dito dal naso, ma è tardi…tutto dissolto.

Frustrazione.

Ti ricomponi e pensi, “Ma si, ce la faccio alla prossima, sarò più pronta, veloce, sprint.”

Il fallimento, nella fotografia di strada è normale, troppi elementi concorrono e tutti non dipendenti dal fotografo.

Forse il trucco vero è portare sempre la macchina fotografica con sé. Non solo perché senza non si scatta 😉 ma anche perché con la macchina in mano, si è predisposti ad un’attenzione che viene meno, se siamo nudi (senza macchina fotografica).

Poi c’è la fortuna. Nella Street photography, la fotografia corrisponde ad uno schiaffo che ricevi dietro un angolo. Tu giri l’angolo e tutto si sistema, i pesi formali, i toni, i soggetti che si auto-compongono in terzi, eccezionale. Scatti e ti senti Winogrand a 30 anni, bello riccio, veloce, aitante e perfetto.

MA

Capita anche che, girando l’angolo vedete lo scatto, tentate di prendere la macchina e nell’ordine:

Vi sfugge di mano

Con una mossa da Carla Fracci tentate di riprenderla

Ce la fate

Riportate lo sguardo sul soggetto pronti a scattare

Portate l’occhio al mirino come un falco

Il soggetto vi fissa dietro la croce della messa a fuoco

Tutti sono girati verso di voi, anche il lattaio, dall’altro lato della strada

Riponete la macchina e col fiatone tornate dietro l’angolo di prima.

Beh, dai non scoraggiatevi, tenete duro. Forse eravate troppo tesi, non avevate la macchina a portata di mano, non era impostata bene…ecc.ecc. Tutte queste piccole cose succederanno sempre meno e piano piano vi sembrerà più semplice.

In strada la velocità è importante, anche sbagliare per me è stato importante.

Ciao

Buona giornata

Un saluto

Sara

Ti racconto il “tutto”in dieci foto. Si, certo.

Ti volevo far vedere questo lavoro sulla solitudine, titolo: “La solitudine”(originale).  Alle letture portfolio in giro per l’Italia e per le selezioni degli autori del blog, mi capita davvero spesso di vedere lavori affrontati troppo alla leggera.

La religione, la solitudine, l’amore, la sofferenza, la povertà….tutto in un portfolio, tutto in 10 o 20 fotografie al massimo che quasi sempre si riducono ad un elenco di luoghi comuni. Le fotografie sono tutte simili tra loro.

  • Per la solitudine: anziano su panchina preso di spalle, bambino che gioca da solo, lago con persona su panchina…
  • Per l’amore: due che si baciano sotto portico, due che si tengono per mano (di spalle)…
  • Per religione: donne con hijab in città italiane, chiesa buia con candele e vecchietti di vario genere…
  • Per sofferenza: barbone per strada, barbone per strada, barbone per strada…

I titoli sono vaghi e possono fare da contenitore per tutto. Quello che a voi sembra un buon modo per mostrare le vostre immagini, diventa presto consapevolezza per qualcuno e incazzatura per altri che deriva dalla comunicazione da parte mia (o di altri lettori) della superficialità con cui avete affrontato questo tema.

In alcuni casi qualche foto è anche buona, ma non racconta certo quello che speravate, né da singola, né nel gruppo. Per raccontare qualcosa dovete prendere l’abitudine di studiarlo, andare a fondo sull’argomento e soprattutto, STRINGERE IL CAMPO.

Ma chi è in grado di raccontare “la religione”?

Lo han fatto bene in pochi, un esempio di Abbas, fotografo della Magnum,  qui.

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Indonesia, Jakarta. Estudiantes del Al Azhar Collegue. Abbas, 1989

Per sette anni, Abbas ha percorso ventinove differenti paesi alla ricerca del nuovo Islam o meglio, dei diversi Islam del mondo. Il racconto del suo viaggio è racchiuso in queste pagine: spinto dal desiderio di comprendere le tensioni interne che attraversano le diverse società musulmane, Abbas è riuscito ad individuare le contraddizioni tra il rigurgito di un movimento politico ispirato ad un passato mitico e il desiderio universale per la modernità e la democrazia. La finezza formale delle sue immagini, il rigore della ricerca giornalistica, la competenza dello studioso, fanno di Abbas uno dei rari autori in grado di informare il lettore. (da Amazon)

Lui, bravissimo, ci ha messo un viaggio di sette anni in giro per “mezzo mondo” a raccontare una storia parziale (solo Islam) sulla religione nel mondo, potremmo mai noi metterci 10 fotografie scattate ad Abbiategrasso  per raccontare la solitudine?

Il mio consiglio è: imparate a scegliere piccoli temi nei quali le persone possano sentirsi coinvolte, va benissimo anche la “shampista di Boffalora”, un garage sotto casa, un parente, un amico, un luogo circoscritto. Una piccola storia alla vostra portata, ma fatta bene.

Questo articolo è rivolto a chi si presenta a letture portfolio, chi dice di essere fotografo e si presenta a selezioni di altro genere come premi o submissions on line….tutti gli altri si divertano un sacco!

Ciao

Sara

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Libro: Il portfolio fotografico

Fate bene a non difendere la Fotografia. Chissenefrega.

Io vi ringrazio, si, vi ringrazio tutti. Tutti quelli che leggeranno questo scritto e tutti quelli che lo commenteranno senza nemmeno aver aperto la pagina. Vi ringrazio perché mi date la possibilità di ragionare. Per come posso, chiaro.

Da fastidio, lo so, ho imparato, che qualcuno ti chieda: perché scatti fotografie? Cosa volevi dire?

Allora non ve lo chiedo più, chissenefrega del resto delle vostre motivazioni.
Chissenefrega delle motivazioni per cui scrivo o fotografo pure io.
La fotografia è democratica, giusto? Tutti abbiamo mezzi per fotografare la “nostra epoca”. Tutti fruiamo migliaia di immagini e tutti le produciamo.

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Fotografia di Sara Munari dal progetto “Be the bee body be boom”

Il punto non era questo. Ho commesso un errore.
Il punto vero è la consapevolezza. Produciamo e leggiamo immagini senza preoccuparci della consapevolezza necessaria legata al crearle e al subirle (fruirle). E’ aumentata la produzione di immagini e per assurdo, è diminuita la capacità di capirle.

Abbiamo accresciuto la nostra possibilità di informarci? E’ servito a migliorare la qualità dell’informazione esistente? Non credo.
Anche io, del resto, vado ad alimentare questo flusso continuo e veloce di produzione.

Così riempiamo il mondo di una serie infinita di amenità quotidiane. Una dimensione fotografica tutta personale che ci rende liberi dalla critica. Perché è vero che tutto ha un significato, come mi hanno fatto notare. Tutto ha un significato, si, ma per me. Chissenefrega se questo non ha una valenza sociale.

Lecito.

Tanto qui chiunque è nessuno. Tutti uguali e tutto niente.

Del resto che differenza c’è tra un fotografo e uno che produce immagini la domenica? Nessuna. La lettura delle fotografie avverrà con la stessa superficialità.

Non abbiamo preparato nessuno a leggerle perché eravamo troppo occupati a produrle e a produrle col cavolo. Do la colpa a me come fotografo e docente, alla critica, ai photoeditor che pubblicano e mostrano progetti senza alcun senso.

Tanto dietro il pc siamo tutti uguali.

E nel mondo “reale”, chi può cambiare questo corso che ci fa sentire tanto sicuri, ma peggiora la qualità della nostra cultura e delle informazioni di cui necessitiamo?
Che cosa sarà della mia memoria?

Si, ma del resto, chissenefrega.

Ironicamente Sara

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Master of photography?

Buongiorno, è uscito da poco il bando per partecipare a questo format televisivo MASTER OF PHOTOGRAPHY.

Master-of-Photography

A dire il vero mi sono chiesta se fosse logico partecipare o meno.

Ho ragionato sul titolo, troppo altisonante. Mi sono detta, anche se vincessi, sono un Master of Photography? Lo sarei? lo posso diventare?  Non so. Devo studiare ancora molto, imparare ad esprimermi con le fotografie, meglio che ora. Sono dubbiosa.

I Master of photography che conosco sono ben altri. Un sito che ne elenca parecchi, con lo stesso “titolo/nome” è questo . Insomma che cavolo vuoi che faccia io.

Poi ho pensato, sono pure troppo vecchia, ho 43 anni, vuoi che selezionino me?

In Italia però, in fotografia a 43 anni, sei un pivellino…sono una giovane fotografa, nonostante tutto.

Siamo circondati da ottantenni che tengono il mercato, lo fanno girare, lo dirigono. Si, sono una giovane fotografa, da questo punto di vista, potrei partecipare.

Poi ci sono i 150000 euro, a chi non fanno gola. Direi che per questa cifra, potrei anche impegnarmi.

Ho un progetto, che si sta realizzando, di aprire uno spazio mio, sulla fotografia, molto aperto a tutti e tutto. Mi servirebbero sti soldi. Si, questo è un altro punto a favore.

Poi c’è la “sfiducia” generale. Da chi è composta la giuria? Chi guarderà le foto? Devo scattare bei tramonti con papere,  biciclette e lago per vincere?

Che preparazione hanno? Chi sono? Ne sanno più o meno di me (che so poco, vero, ma qualcosa so)

Sarei in grado di snaturare quello che sono fotograficamente per compiacere? Non lo so, questo non lo so.

Chiedo a voi, quindi? Che ve ne pare?

Che parere avete?

Ciao

Sara

Ah! Dimenticavo, l’inglese…vabbè io parlo un inglese che è più un “Munarese”, ma mi capirebbero!

 

 

Il tempo delle fotografie

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Non sono una persona che scatta molto. Quando torno a casa dai miei viaggi, vicini e lontani, mi preoccupo regolarmente per la scarsa quantità di foto prodotte. Poi le abbandono, ho il periodo di rifiuto, mi fanno schifo e butterei tutto via. Quindi aspetto. Aspetto e aspetto. Dopo qualche tempo torno a guardare il lavoro nella speranza che contenga qualcosa, una sorpresa. Nonostante questo mi rendo conto che la maggior parte delle fotografie che produco, non verranno mai viste da nessuno. Sono immagini morte, se ne stanno lì silenziose, nelle cartelline gialle di Windows.
Forse capita anche a voi di produrre il lavoro per come ve lo eravate (più o meno) immaginati e percepire che tutto il resto si perda.
Oggi sto sistemando un progetto che dura da qualche anno e metterò insieme in tutto un sessantina di immagini. Ho fatto un breve calcolo, presupponendo una media di 1/125 di secondo a scatto, e’ uscito che ho prodotto tutto in 0,48 secondi. 0,48 secondi? Ma porca di quella zozza, sto lavorando da qualche anno per ottenere un cavolo di portfolio al quale ho dedicato in tutto 0,48 secondi??
Mi fa male la testa. Giuro.
L’unica speranza che mi rimane e’ che almeno qualcuna di queste immagini, abbia un significato per qualcuno.
Un piccolo significato sarebbe sufficiente, un segno, un punto di domanda, un bollo rosso nella mente, qualcosa.
Vado a dormire che sono incazzata.
Ciao Sara

Che cosa è la fotografia?

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Posso dire cosa sia per me, fotografa, appassionata di storia (tanto da provare ad insegnarla) e di teoria della fotografia.
La fotografia che faccio è tutto ciò da cui sono esclusa. Riguarda la mia visione, quello che ho immaginato e tentato di rendere visibile a terzi, attraverso il mezzo fotografico.
Non solo io sono esclusa dalle mie immagini, insieme a me vi è tutto lo scorrere del mondo che ho evitato, per scelta, di inserire.
Non posso quindi credere che la comprensione delle cose della (mia) vita, possa avvenire attraverso quello che fotografo, che è una frazione di secondo:
incontrato
riconosciuto
fermato
il che esclude tutto lo scorrere reale delle cose.
«Mi ricordo bene lo stare alla finestra e guardare solo lo scorrere della vita» diceva Dorothea Lange.
Ecco io sono alla finestra, proprio la stessa finestra e sebbene tutto ciò che accade qui davanti è in continua mutazione ed infinito (fino al crollo della casa) non posso dire di aver compreso il mondo, né tantomeno di avere la possibilità di farlo comprendere.
Difatti un po’ la odio la “Fotografia”, parte da una bugia e finisce con un’altra.
La prima “palla” è la mia selezione del mondo, la scelta di quell’attimo, la posizione dei soggetti nel fotogramma.
La seconda “palla” riguarda chi guarderà le mie fotografie che, a sua volta, darà all’immagine l’interpretazione che potrà, in base alle sue conoscenze, al desiderio di capire, alle necessità.
Questa faccenda l’ho capita bene grazie a mia mamma, che nonostante sia lealmente (per amore) attenta alle mie vicissitudini, interpreta regolarmente in modo fantasioso e a me incomprensibile, i miei scatti.
Ecco quindi il problema del linguaggio fotografico, la capacità di comunicare e comprendere attraverso le fotografie.
Questo mi è ancora poco chiaro, anche se so per certo che non esista un linguaggio universale della fotografia, che parte dalla realtà, si, ma dalla realtà di chi ha vissuto quel determinato attimo. A chi guarda non resta che immaginare tutto ciò che nello scatto non è compreso per comprendere esclusivamente una frazione di secondo, insomma un casino.
Come fa un povero cristo a comprendere a fondo una fotografia?
L’interpretazione più veritiera ha a che fare con la capacità di giudizio, che deriva da conoscenze certe, su cui basare le proprie convinzioni nella lettura dell’immagine.
Ci si può basare sulla tecnica fotografica, sull’estetica o forma e sul concetto o messaggio.
Per quanto riguarda la tecnica, una volta che l’immagine è presa, poco importa la modalità con cui il fotografo ha raccolto e fermato il soggetto. Anche se la conoscenza tecnica porta il fotografo a svolgere la sua funzione, utilizzando al massimo le potenzialità del suo mezzo (si spera che quando serve sia in grado di farlo), il risultato è ciò che conta.
L’estetica è il modo con cui il fotografo ordina compostamente (o scompostamente) tutti gli elementi che andranno a formare l’immagine.
Il contenuto, a mio avviso la parte più importante, che riguarda il messaggio che il fotografo vorrebbe mandare attraverso le sue fotografie.
Da qui tutte le difficoltà…
Come oggetto la fotografia è un supporto su cui venga registrata un’immagine. Ma chi se ne frega.
Stando qui a scrivere, tra l’altro, perdo anche un sacco di tempo che potrei dedicare a fotografare.
Di recente ad una serata Ferdinando Scianna ha ricordato come, quando lui iniziò a fare fotografie, non vi fosse niente su cui documentarsi e che dunque tutto il tempo fosse dedicato a saggiare, scoprire e sperimentare.
Adesso, sebbene anche io mi diverta a farlo (e un po’ devo farlo per lavoro), siamo tutti concentrati nel dettaglio, del dettaglio, del dettaglio (sia ben chiaro, trovo le discussioni avvincenti e mi piace provare capire “il pensiero fotografico”), in parte abbiamo perso la voracità che caratterizza le grandi mangiate, le scorpacciate di Fotografia.
Alla prossima!
Sara