Julie Blackmon e i suoi “tableaux vivants”

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Lavoro come uno scrittore di fantascienza. Creo un mondo immaginario in cui è divertente entrare; mi sembra di giocare quando lo faccio….Penso che ci sia qualcosa nei bambini che si presta all’umorismo più degli adulti. Forse è quella combinazione di qualcosa di toccante e dolce, mescolato con un elemento macabro e oscurità incombente”. ( J. B.)

© Julie Blackmon

Nata nel 1966 a Springfield nel Missouri, dove attualmente risiede e lavora, ha seguito un percorso artistico assai singolare: dopo gli studi presso la  Missouri State University che l’hanno portata ad appassionarsi alla fotografia –  grazie anche all’interesse in lei suscitato dagli eccellenti lavori di fotografe come Sally Mann e Diane Arbus – decide di sposarsi e dedicarsi interamente alla famiglia;  la sua vita all’interno delle mura domestiche, allietata da tre figli e molti nipoti, diventa per lei un importante campo di osservazione. Quando nel 2001 si affaccia di nuovo al mondo della fotografia, si stava affermando la rivoluzione digital, per cui Julie, desiderosa di aggiornarsi, si iscrive ad un corso presso la Missouri State University per acquisire competenze nell’uso di Photoshop e nelle tecniche di scansione e stampa digitale. Se nei primi lavori lavorava con una fotocamera a pellicola, Julie, intuendo che il mondo dell’analogico è al tramonto, in pochissimo tempo passa interamente al digitale e scatta le sue immagini con una Hasselblad H4D-60, fotocamera digitale da 60-megapixel.

© Julie Blackmon

Le sue immagini risentono molto di una vita condotta all’interno di una famiglia numerosa, dove grandi e piccoli si relazionano e si mescolano tra di loro in scene domestiche arricchite di aspetti surreali e ironici, in cui ogni dettaglio è studiato con cura, richiamando aspetti del racconto autobiografico e nel contempo della staged photography. Julie, la più grande di nove fratelli e madre di tre figli, avrebbe potuto rischiare di venire annientata dagli svariati compiti e difficoltà della vita domestica, ma è stata salvata dal suo profondo spirito di osservazione e da un’ acuta ironia non graffiante, ma dolce e delicata.

© Julie Blackmon

Attraverso ‘tableaux vivants’ organizzati con cura meticolosa anche nei minimi dettagli, i bambini, protagonisti assoluti dei suoi lavori, vengono ripresi mentre scorrazzano in giardino, giocano in casa o in cortile, si tuffano in piscina, prendono il sole in atmosfere incantate in cui realtà e finzione si sovrappongono, a suggerire situazioni di gioia e leggerezza unite a elementi simbolici intriganti, tutti da scoprire.  Principale fonte di ispirazione per la Blackmon sono le scene familiari e quotidiane del pittore olandese Jan Steen, sia per quanto riguarda l’uso della luce, le pose dei protagonisti e gli oggetti di scena, ma sono ben presenti anche il senso di immobilità, sospensione  e atemporalità che si possono cogliere nei dipinti del famoso pittore Balthus.

© Julie Blackmon

Nella serie “Mind Games” la fotografa statunitense analizza la magia che alberga nei giochi dei bambini, proiettandoci in un mondo di sogni, costellato di giovanetti e giovanette che scherzano intorno ad una piscina di gomma, affiancati da immagini di giocattoli, sentieri di gesso e girotondi di stoffa.  Il tutto realizzato grazie ad un bianco e nero intenso, fortemente espressivo in grado di evocare mondi fantastici.

Nel suo secondo articolato lavoro, DomesticVacations”, Julie si cimenta con immagini a colori, riproponendo la formula vincente, precedentemente sperimentata, dell’accostamento tra realtà e finzione.  Con estrema cura nella resa dei particolari e un’attenzione quasi maniacale ai dettagli, ricrea situazioni da fiaba,  da cui scaturisce l’idea di una vita domestica ricca di inciampi e complicazioni in cui, in modo spiazzante, attimi di gioia si alternano a momenti più oscuri .

Con la più recente monografia, Homegrown, la Blackmon sente il bisogno di allontanarsi dallo spazio ristretto della casa, per inoltrarsi nella nostalgica ricerca di luoghi esterni legati alla sua memoria: i campi sul retro della casa, il mercato, il salone di bellezza diventano scenografie reali in cui  appaiono  bambini e adulti colti in bizzarre attività, comiche e surreali ma anche cariche di segreti e di mistero.

© Julie Blackmon

Come ben sintetizza Giuseppe Santagata: “Le fotografie di Julie Blackmon si concentrano sulle complessità e le contraddizioni della vita moderna e, se a prima vista sembrano armoniose rappresentazioni della quotidianità di un’America idealizzata del passato, ad uno sguardo più attento rivelano dettagli sconvolgenti e inaspettati.”

© Julie Blackmon

Alcuni dei suoi lavori fanno parte della collezione permanente del Cleveland Museum of Art, del Museum of Fine Arts di Houston, del George Eastman House International Museum of Photography, della Henry Art Gallery e della Microsoft Art Collection.

https://fotografiaartistica.it/i-paesaggi-domestici-di-julie-blackmon

Arte e vita, le fotografie familiari di Julie Blackmon (objectsmag.it)

Julie Blackmon – Italia | Artnet

https://culturainquieta.com/arte/fotografia/julie-blackmon

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Raffaella Mariniello, uno sguardo su Napoli

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Raffaella Mariniello nata a Napoli nel 1961, attualmente vive e lavora tra la sua città e Milano

 ©Raffaella Mariniello

Agli inizi degli anni Ottanta, dopo gli studi linguistici, scopre la passione per la fotografia e la sua ricerca è rivolta a tematiche sociali e culturali, con un’attenzione particolare alla trasformazione del paesaggio urbano in epoca post-industriale. Splendide immagini di paesaggi in bianconero costituiscono il corpus della prima mostra personale tenutasi nel 1986 a Napoli presso Villa Pignatelli. Nel 1991 realizza un interessante reportage sull’Italsider di Bagnoli in occasione della chiusura dell’importante centro siderurgico: le foto, a testimonianza di questo momento critico nella storia dell’industria italiana sono esposte a Napoli, Nantes, Calais, Parigi e Milano e vengono raccolte nel libro “Bagnoli, una fabbrica”, pubblicato a Napoli da Electa edizioni. Le parole scritte da Olga Scotto di Vettimo colgono in pieno l’atmosfera di questo lavoro: “Le immagini di Raffaela, dove paesaggi industriali al tramonto sono filtrati dalle luci artificiali che attraversano la fuliggine chimica, fanno emergere una dimensione di irreale sospensione tra il naturale e l’artefatto”. Alla sua città natale dedica nel 2001 una serie di immagini dall’intrigante titolo “Napoli veduta immaginaria”, con foto urbane scattate all’imbrunire in cui emergono visioni cittadine intercalate da scene di natura: la Martiniello si concentra sui tempi lunghi e sull’uso del flash, espedienti tecnici che le permettono di trasformare visioni reali desolate in scene metafisiche dominate da atmosfere plumbee.

 ©Raffaella Mariniello

Dal 2006 al 2011 lavora a Souvenirs d’Italie, una serie di immagini a colori di grande formato scattate nei centri storici delle più famose città italiane, trasfigurate dal turismo di massa che sovrappone elementi estranei al loro tessuto autentico. Oggetti invadenti come bancarelle di generi alimentari, giostre, venditori di cartoline e palloncini si stagliano in primo piano davanti ai più famosi monumenti relegati al ruolo di fondali scenici immobili, di fronte ai quali appaiono le effimere e superficiali testimonianze della modernità. Immagini frontali permeate di dinamismo, grazie al contrasto ottenuto con la tecnica dello ‘sfocato’ e del mosso, stupiscono, incantano e nel contempo stimolano una riflessione sulla realtà attuale sempre più dominata dalla ridondanza delle merci, spesso inutili. Questo lavoro fotografico è affiancato da un interessante video, di cui alcuni frame sono pubblicati a conclusione del libro “Souvenirs d’Italie”, pubblicato dalla casa editrice Skira, Milano 2012.

Nel 2013 La Mariniello dirige nuovamente il suo sguardo su Bagnoli e più precisamente sul Complesso della Città della Scienza che è stata distrutta da un incendio doloso devastante che ha reciso gli sforzi di creare negli spazi ex industriali bonificati un polo di eccellenza scientifica e culturale. La fotografa realizza un interessante lavoro che nel 2014 è confluito in una mostra che affianca diversi linguaggi espressivi: un’installazione, un light box, una fotografia e un interessante video dal titolo assai significativo, “Still in Life”, realizzato in collaborazione con Giacomo Fabbrocino. Le rovine e la cenere vengono in qualche modo riscattate dalla visione poetica di Rafaela che allude ad una resilienza e ad una rinascita, pur davanti a tanta distruzione:” La Città della Scienza dopo il rogo sembra una Pompei contemporanea, un luogo dove orrore e bellezza si mescolano” (RM)

 ©Raffaella Mariniello

Instancabile sperimentatrice, nel 2022 debutta in ambito cinematografico con il lungometraggio intitolato “Zio Riz” in riferimento al nome della canoa sulla quale un uomo, novello Caronte, percorre le acque del fiume Volturno a partire dalla sorgente circondata da una natura incontaminata e rigogliosa, fino ad arrivare al caos urbano che regna sovrano a Castel Volturno. La fotografa in un’intervista ci racconta che il film è nato dall’esigenza di dare un movimento alle sue immagini scatto dopo scatto, senza una sceneggiatura o un soggetto iniziale ben definito, ma semplicemente ascoltando la voce del fiume con la sua vita, i versi degli uccelli, il rumore delle fronde degli alberi e via via che si scende verso la città con le voci degli uomini e delle macchine agricole fino ai rumori assordanti del traffico. Un documentario raffinato che tradisce la formazione fotografica della regista.

“Bagnoli, una fabbrica”, Electa , Napoli 1991

“Souvenirs d’Italie”, Skira Milano 2012.

Raffaela Mariniello | StudioVisit.Me

raffaela mariniello — studiotrisorio (Interessante)

cinemaitaliano.info

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Dayanita Singh e i suoi “musei mobili”.

Ritratto di Dayanita Singh (dal sito https://waterlinesproject.com/2017/04/09/dayanita-singh-a-brief-biography-by-herself/)

Dayanita Singh nasce in India nel 1961. Singh usa la fotografia per riflettere ed espandere i modi in cui ci relazioniamo alle immagini fotografiche. Il suo recente lavoro, tratto dalla sua vasta opera fotografica, è una serie di opere mobili che consentono alle immagini di essere continuamente modificate, sequenziate, archiviate e visualizzate. Nate dall’interesse di Singh per l’archivio, i corpi mobili di immagini della Singh, presentano sue fotografie come lavori interconnessi pieni di poesia con una forte potenzialità narrativa. Le sue pubblicazioni sono una parte significativa della pratica dell’artista: nei suoi libri, spesso realizzati in collaborazione con Gerhard Steidl, sperimenta forme alternative di produzione e visualizzazione di fotografie. Propone il “libro-oggetto”, un’opera che è contemporaneamente un libro, un oggetto d’arte, una mostra e un catalogo. Questo lavoro si sviluppa in una modalità che sfrutta l’artista per creare e smontare sequenze consentendo a Singh di sviluppare ordini di fotografie che possono essere interrotti a seconda delle sue esigenze.

Un’esposizione dell’autrice con le sue strutture mobili definite “musei” Dal sito https://www.frithstreetgallery.com/artists/12-dayanita-singh/

Il suo lavoro sfugge a facili categorizzazioni e lei si considera principalmente “una libraia che lavora con la fotografia”.

Singh ha iniziato la sua carriera come fotoreporter dopo aver studiato design ad Ahmedabad e poi, incoraggiata dalla sua mentore Mary Ellen Mark, ha studiato fotografia documentaria all’International Center of Photography. Nel corso della sua carriera, Singh ha sviluppato serie fotografiche fluide e tematicamente interconnesse, che rivisita in vari contesti come libri d’artista, serie fotografiche e sculture indipendenti.

Un’esposizione dell’autrice con le sue strutture mobili definite “musei” – Dal sito https://www.frithstreetgallery.com/artists/12-dayanita-singh/

I progetti di Singh sono intrecciati e spesso radicati nel concetto di archivio. Mentre il libro d’artista è la sua modalità principale di esposizione e comunicazione, nel 2013 ha iniziato a costruire quelli che chiama “Musei” portatili – strutture in legno che possono essere collocate in varie configurazioni architettoniche, ognuna delle quali contiene molte fotografie individuali che abbracciano la sua opera artistica. La Singh ha definito le fotografie del suo vasto archivio come “parole” individuali che organizza e riorganizza in narrazioni diaristiche sulla vita e la cultura indiana.

Per approfondire il suo lavoro

MARIA SBARBOVA, il clone che azzera ogni individualità

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

©Maria Svarbova

MARIA SBARBOVA

Maria Svarbova è una giovane fotografa nata nel 1988 a Zlaté Moravce in Slovacchia; attualmente vive a Bratislava dove si è formata in restauro e archeologia, frequentando la Scuola di Arti Applicate della città. Dopo gli studi scopre la passione per la fotografia che l’ha condotta ad allontanarsi dal mondo classico per avvicinarsi allo studio dell’architettura e degli spazi pubblici, sorti in Slovacchia durante l’epoca comunista. Il suo sguardo è attratto in modo particolare dalle piscine, anche quelle costruite agli inizi del Novecento, non per documentarle in maniera realistica, ma per utilizzarle come sfondi e scenari per inquadrature frontali popolate di figure femminili immobili come rigidi manichini che si riflettono nell’acqua ferma come uno specchio: il formato è per lo più quadrato, a sottolineare la staticità e l’atemporalità delle scene rappresentate.

©Maria Svarbova

 Il suo mondo artificiale esclude qualsiasi tipo di azione e l’atmosfera surreale degli interni è resa tale anche dall’espediente della ‘sovraesposizione’ che rende i colori tenui e molto luminosi al di là della realtà; inoltre l’uso dello strumento ‘clone’ tende ad azzerare ogni individualità in favore di una visione assolutamente anonima delle persone che popolano numerose gli spazi, lisci e lucidi come le mattonelle sulle pareti. Maria non ha vissuto in prima persona il periodo del Comunismo, ma gli eventi sportivi di massa organizzati in numero cospicuo nell’ Urss sovietica, pubblicizzati al massimo e ancora molto vivi nel ricordo dei russi, l’hanno colpita a tal punto da rimanerne come abbagliata: le nuotatrici immobili collocate sul bordo delle piscine in pose rigorosamente simmetriche si ispirano al passato, ma ci proiettano in un futuro fantascientifico dominato da automi privi di emozioni. La ripetizione e la serialità delle figure, nelle sue immagini caratterizzate da un raffinato minimalismo, evocano un mondo fatto di silenzi, di simmetria, di quiete, in evidente contrasto con la vita caotica di tutti i giorni: una visione postmoderna che induce l’osservatore a guardare dentro di sé per riflettere e comprendere a fondo la solitudine e l’isolamento a cui è destinata l’umanità nell’epoca attuale, dominata dall’individualismo sfrenato e da una sorta di alienazione collettiva.

©Maria Svarbova

Ma nonostante la profondità di questi argomenti e le anonime figure siano bloccate senza alcuna espressione, non si percepisce un clima drammatico perché la simmetria, il chiarore e la purezza delle immagini ci trasportano in un mondo onirico in cui le tempeste fisiche ed emotive sono bandite. Niente è lasciato al caso o all’improvvisazione: ogni scena è meticolosamente progettata, soprattutto per quanto riguarda i colori, gli oggetti di scena e le pose minimaliste delle modelle.

©Maria Svarbova

Vincitrice di numerosi importanti premi, le sue mostre personali e collettive attirano l’attenzione delle giovani generazioni che non hanno difficoltà a cogliere l’originalità del suo messaggio. Le famose riviste ‘Vogue’,‘ Forbes’, ‘The Guardian’ hanno pubblicato numerosi suoi lavori che sono spesso anche sotto i riflettori dei social media. Estimatrice delle fotocamere Hasselblad che affianca per praticità con una mirrorless di medio formato, nel 2018 ha vinto il premio Hasselblad Masters Award. Un suo imponente cartellone pubblicitario può essere ammirato sulla torre Taipei 101, a Taiwan.

      Bibliografia

Maria Svarbova: Futuro Retro, 2019.  Maria Svarbova: Swimming Pools, 2021. 

       Sitografia

Maria Svarbova, l’artista che ferma il movimento dell’acqua – On the Blue

Mária Švarbová | LensCulture

www.mariasvarbova.com

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Leigh Ledare, erotismo e istanze di sessualità

Nato nel 1976 a Seattle. Vive e lavora negli Stati Uniti
Leigh Ledare si è laureato alla Rhode Island School of Design e ha conseguito un master alla Columbia University nel 2008. Attualmente vive tra New York e Los Angeles e insegna al California Institute of the Arts. Ledare è rappresentato da Greene Naftali e ha esposto in mostre personali presso Andrew Roth e Rivington Arms a New York. Ha partecipato a mostre al Deutsche Guggenheim, allo Swiss Institute, alla Patina Foundation e alla Biennale di Praga. Il suo libro d’artista Pretend You’re Actually Alive è stato recentemente pubblicato da PPP Editions, in collaborazione con Andrew Roth.
Leigh Ledare è rappresentato dalla Greene Naftali Gallery di New York.

 ©Leigh Ledare

Ledare è un fotografo che utilizza sia il mezzo fotografico che quello del video per documentare la sua relazione fortemente erotica con la madre.
Da soggetto, da artista, Leigh diventa puro specchio, producendosi in una vertiginosa analisi degli affetti e dei desideri, senza nulla celare, senza abbellire alcunché.
Protagonista di tutti gli scatti e dei video-confessione correlati è Tina Peterson, la mamma di Leigh, ex reginetta di bellezza alla soglia della mezza età, donna di grande carisma e di altrettanto grandi contraddizioni: un angelo e un mostro. Lei, che ha fortissimamente voluto queste fotografie, rivendicando nell’esporre il proprio corpo il ruolo di autore, di artista.
La dimensione sacrificale in cui si articola la sua storia di donna e di madre esorcizza ogni voyeurismo: offrendosi all’obbiettivo impietoso del figlio, ricostruisce la solidità dei legami, dando voce ad un’unità più alta, superiore alle stesse convenzioni che fondano le relazioni filiali.

©Leigh Ledare

Le immagini che ne derivano sono spesso sontuose, sature di colore e sorprendentemente belle. Ma anche e soprattutto, ci sconcertano, ci mettono a disagio e, nel processo, sollevano domande sul funzionamento dell’immagine e sulla costruzione della soggettività nella cultura contemporanea.

Il suo non è lavoro diaristico ma un’indagine sulla natura della nostra formazione come soggetti e sulla sua relazione con forze culturali più ampie e mutevoli.

I ritratti di Ledare di sua madre rivelano risposte sovversive, istanze di sessualità e vulnerabilità impiegate tatticamente per molteplici scopi economici, personali e psicologici. Ledare propone che la complessa soggettività di sua madre non derivi da un’incapacità di svolgere una moltitudine di ruoli diversi, ma dall’occupazione simultanea di un’abbondanza di modalità immaginarie, radicate nel performativo, che non possono essere conciliate.

©Leigh Ledare

Per approfondire

Il sito dell’autore https://leighledare.com/

Per il suo libro https://amzn.to/3YhO5Af

L’articolo ha solo scopo didattico e informativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere vendute o riprodotte.

Famosi fotografi contemporanei – Hendrik Kerstens

Dal 1995, Hendrik Kerstens fotografa sua figlia Paula, creando ritratti commoventi nello spirito di Vermeer. Nato all’Aia nel 1956, Kerstens è un fotografo autodidatta il cui lavoro è stato esposto in più di 40 mostre in Europa e negli Stati Uniti. Il suo lavoro è presente nelle collezioni dei principali musei e viene spesso pubblicato sulla rivista New York Times e ha ispirato personaggi di gusto diverso come Elton John e Alexander McQueen. (McQueen ha utilizzato l’ormai iconico ritratto Bag di Kerstens come invito per la sua collezione dell’autunno 2009).

Tutte le fotografie sono di © Hendrik Kerstens

Qui Kerstens ritrae Paula, sua figlia, come una giovane donna sicura di sé (con senso dell’umorismo) e proietta su di lei il suo fascino per i maestri olandesi del XVII secolo. I ritratti che ne risultano sembrano allo stesso tempo contemporanei e senza tempo. Le bellissime immagini di Kersten, piene di “luce”, esprimono sia l’amore paterno che il profondo rispetto per la fotografia. I saggi dei curatori Martin Barnes e Deborah Klochko esaminano le immagini di Paula, considerandole come dialogo continuo e tra il fotografo e il soggetto, il fotografo e il pubblico e discutono anche le influenze di Kerstens sul suo lavoro.

Non possiamo negare la forte relazione tra fotografia e pittura; sappiamo anche che molti fotografi basano il loro stile ed estetica su alcuni pittori. Diciamo che alcuni fotografi si ispirano al modo in cui la luce è stata trattata dai grandi maestri, soprattutto quelli olandesi.

Tutte le fotografie sono di © Hendrik Kerstens

Hendrik Kerstens è stato riconosciuto per i suoi bellissimi ritratti della figlia Paula, che emulano uno stile che ricorda molto i dipinti di Vermeer e Rembrandt, grazie a un’illuminazione e a una composizione simili a quelle dei quadri famosi. Kerstens dà un tocco contemporaneo aggiungendo alcuni oggetti di scena agli abiti di Paula.


© Hendrik KerstensTutte le fotografie sono di © Hendrik Kerstens

Per conoscere meglio l’autore https://hendrikkerstens.com/

Per acquisto del libro https://amzn.to/3QnwG7m

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono e rimangono di proprietà di Catherine Opie e qui hanno solo scopo didattico informativo.

Iiu Susiraja, “La vita di tutti i giorni è la mia musa ispiratrice”

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

La vita di tutti i giorni è la mia musa ispiratrice” (I.S.)

Tutte le immagini sono di Iiu Susiraja

Iiu Susiraja, nata nel 1975 a Turku città della costa sud occidentale della Finlandia, ha frequentato dapprima studi tecnici, diplomandosi come pittrice artigiana e successivamente come artigiana tessile, per conseguire poi tra il 2012 e il 2016 brillanti risultati nella sezione di fotografia presso l’Accademia di Belle Arti della sua città. Nel 2008 inizia a fotografare e filmare sé stessa all’interno di ambienti domestici anonimi come il suo appartamento o la casa dei genitori. Decisamente in sovrappeso mette in evidenza con intelligente ironia i difetti del proprio corpo, creando immagini grottesche che provocano molteplici reazioni nel pubblico e nella critica. Giocando con le voluminose forme del suo corpo e indagandone i vari orifizi, crea delle immagini in cui oggetti quotidiani dialogano con lei a creare atmosfere decisamente surreali: collant, ombrelli, scarpe col tacco, forbici, mattarelli, pizzi, cuscini, salsicce, torte, pesce crudo o panna montata, guanti di gomma, pesci, sturalavandini, spaghi, pani, calze e calzini… vengono decontestualizzati e usati come oggetti d’allestimento delle sue stravaganti messe in scena. Senza alcuna inibizione usa in modo ironico la sua strabordante adipe strizzando l’occhio alle foto di moda e soprattutto alle immagini che circolano nel mondo della pornografia. Allestisce i set con cura, spesso adoperando stoffe o carte perlopiù decorate con motivi floreali stilizzati –  frutto della sua formazione come designer tessile – che creano un ardito contrasto con le sue forme abbondanti e sgraziate. In un mondo come il nostro, in cui l’icona dominante nel mondo femminile si ispira alla snella e bionda Barbie dei primi tempi (vedi le influencer più famose), la Susiraja che si autoritrae con uno sguardo neutro perso nel vuoto, senza risatine o giochetti compiacenti, mostra di avere notevole coraggio nel combattere ogni sorta di ipocrisia. “Molte persone pensano che in un quadro si debba essere belli. A me piace pensare che la funzione dell’arte sia quella di dire la verità, e che i miei quadri non sarebbero veritieri se qualcun altro vi interpretasse me“. (I.S.)  L’interesse di Iiu per la fotografia è affiancato da quello per i video:  in essi si prolungano le scene catturate nelle immagini, sfidando ogni regola di decoro e buongusto attraverso scatti che non sono affatto volgari perché ricche di umorismo e graffiante ironia.  Gli oggetti assumono altre funzioni e significati e si trasformano in modo sorprendente: un secchio di platica può diventare una borsetta, un trenino come un lungo serpente le scorre sui seni e sulle cosce, un uovo si può distruggere tra le cosce che possono ospitare anche un panetto di burro della forma di un grosso fallo.

Tutte le immagini sono di Iiu Susiraja

La sua ricetta preferita: 1 ragazza robusta 1 oggetto ordinario, 1 sacchetto di umorismo secco. Montate gli ingredienti insieme quando arrivano gli ospiti e lasciate rassodare in frigorifero. Infine formate dei bocconcini di pasta e servite con una cornice  (I.S.)

Ha esposto a Los Angeles e New York e ultimamente al MoMa nel Queens, in uno spazio dedicato alle mostre sperimentali; nel 2023 è risultata vincitrice del Premio Finlandia.

Per approfondire:

www.iiususiraja.com

Iiu Susiraja | Museum of Contemporary Art Kiasma

100 fotografi finlandesiIIU SUSIRAJA | 100 fotografi finlandesi (100finnishphotographers.fi)


“TUTTE LE IMMAGINI PRESENTI NELL’ARTICOLO SONO DI PROPRIETÀ DELL’AUTORE E
HANNO SOLO SCOPO DIDATTICO E INFORMATIVO”