RIMA MAROUN, fotografa libanese da conoscere!

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

 “Il ruolo che può svolgere l´arte è essenziale perché attraverso di essa è possibile incontrare l´essere umano al di là delle appartenenze politiche, religiose e culturali” (R. M).

Fotografia di Rima Maroun dal lavoro “Murmures”

Rima Maroun (1983), fotografa libanese che vive e opera a Beirut, si è laureata nel 2006 presso l’Università dello Spirito Santo di Kaslik; interessata alle arti performative e all’organizzazione di eventi, ha co-fondato l’Associazione culturale Collectif Kahraba, con la quale ha partecipato a molteplici progetti teatrali fino al 2009. Oltre alla presenza attiva in festival internazionali di notevole rilevanza, nel 2017 Rima ha lavorato intensamente alla creazione di uno spazio artistico – Hammana Artist House – e di un collettivo – Collectif 1200 – volti a promuovere la collaborazione con fotografi locali alla ricerca di interessanti scambi culturali. Nel 2007, all’età di 25 anni, Rima si fece conoscere per un importante lavoro dall’esplicativo titolo “Murmures” (Mormorii) comprendente 14 immagini che rappresentano bambini e adolescenti di spalle davanti a tetri muri del martoriato sud del Libano: “…Volevo distogliere lo sguardo da questi bambini che sono dovuti diventare improvvisamente duri, adulti, tragicamente e penosamente consapevoli. Volevo evitare di giocare con facilità con le emozioni dello spettatore”, racconta la fotografa libanese.

Fotografie di Rima Maroun “While Standing My Ground”

La serie “Murmures” fu completata nel 2007, poco tempo dopo la fine del conflitto aperto tra Israele ed il movimento sciita Hezbollah, lavoro che oggi ci appare tragicamente attuale: i fanciulli che sembrano fondersi con le nude pareti che hanno di fronte, a significare una separazione dai loro coetanei, diventano emblemi universali dell’incomunicabilità a cui portano i dissennati conflitti. Nel 2012 Rima Maroun ha presentato a Montpellier la mostra fotografica “A Cielo Aperto” dedicata alla ‘nuova Beirut’, in corso di ricostruzione dopo la devastazione causata da quindici anni di guerra civile. In quel periodo l’urbanistica della città andava sensibilmente cambiando: girando per le strade ancora dissestate si poteva assistere a innumerevoli cantieri volti alla creazione di nuovi edifici. La fotografa percorre Beirut in lungo e in largo cercando di immortalare il fervore costruttivo che anima il tessuto urbano, rimanendo affascinata dalle colate di cemento e dai profondi scavi per le fondamenta dei moderni palazzi. “All’interno della mia terra si ritrovano la storia di diverse civilizzazioni, di guerre recenti e passate; oggi, una folla corsa ricostruttiva devasta la città, le strade sono in evoluzione, gli spazi aperti vengono rinchiusi sotto il peso massiccio del cemento, la terra è rimodellata, sviscerata, scavata” (R.M.)

Fotografie di Rima Maroun “A cielo aperto”

Il suo progetto più recente, “While Standing My Ground” ci presenta numerosi autoritratti ripresi dall’alto con l’aiuto di un drone, scattati a Beirut nel 2020 durante la pandemia da Covid19 che ha fatto precipitare la popolazione in un clima di incertezza e paura. Rima ci racconta che, dopo aver vissuto circa un mese chiusa in casa, ha compreso che per lei era necessario riprendere contatto con l’aria aperta: “L’unica cosa che mi sembrava sicura era la terra”. Da questo stato d’animo emergono interessanti e originali immagini in cui la fotografa si autoritrae sempre sdraiata a terra con braccia e gambe spalancate a percepire meglio il contatto con il suolo, alla ricerca di una sensazione di stabilità in un clima tanto precario. In ogni scatto, Rima si riprende sempre nella stessa posizione, indossando pantaloni e maglia rigorosamente neri, con la mascherina di protezione sul volto. Sdraiata sopra le fredde piastrelle di una squallida piscina vuota, oppure all’interno di luoghi abbandonati, Rima incarna l’unico elemento stabile, perché schiacciato al suolo, in un mondo che intorno a lei sembra cambiare sempre in peggio. Con la potente deflagrazione che ha flagellato il porto di Beirut nell’agosto del 2020, non lontano da dove si trovava la Maroun, aumentano gli scatti di luoghi non solo degradati, ma letteralmente devastati, ad accogliere in mezzo a cumuli di detriti e macerie la figurina nera di Rima aggrappata al terreno, unico elemento che rimane fermo a sostenerla e consolarla dopo la catastrofica esplosione.

Ritratto della fotografa

Esperta anche nell’ambito della fotografia di matrimoni, in cui mostra tutta la sua raffinata sensibilità e creatività, si è fatta conoscere al pubblico italiano soprattutto con la partecipazione al Festival internazionale di fotografia di Cortona nel 2022.

Le sue opere sono state esposte in diversi Paesi, tra cui Italia, Ungheria, Siria, Francia, Libano ed Emirati Arabi. Nel 2008 ha ricevuto il premio della Fondazione Anna Lindh per il dialogo attraverso l’arte e la cultura.

www.deapress.com

https://www.lensculture.com/articles/rima-maroun-while-standing-my-ground

https://www.instagram.com/rimamaroun

https://ilfotografo.it/news/cortona-on-the-move

https://www.theguardian.com/artanddesign/gallery/2022/sep/03/a-beirut-photographers-

https://www.deapress.com/culture/arte/14285-beirut-secondo-rima-maroun

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

氣 Qi Energia vitale di Giuseppe Perico

Buongiorno a tutti!

Sono entusiasta di condividere con voi i progetti straordinari dei partecipanti ai due workshop di fotografia che ho avuto il privilegio di organizzare, tenutisi a Shanghai nel 2020 e a Pechino nel 2024. queste esperienze hanno rappresentato per me e per i partecipanti un viaggio creativo unico, segnato non solo dalla crescita artistica, ma anche dalla forza del legame umano tra noi.

Nel 2020, a Shanghai, ho guidato in questo percorso, un gruppo di fotografi completamente diversi tra loro e ho visto ognuno di loro scoprire nuovi modi di vedere e interpretare il mondo attraverso l’obiettivo. I risultati sono stati eccezionali: una collezione di immagini che raccontano storie uniche, catturano emozioni profonde e celebrano la diversità della vita delle due città.

Quattro anni dopo, nel 2024, ci siamo ritrovati a Pechino e mi ha riempito di gioia vedere come il tempo avesse rafforzato lo spirito di collaborazione e la passione condivisa per la fotografia. Questo secondo incontro è stato un’occasione per riflettere sulla nostra evoluzione artistica e per creare nuovi progetti che riflettessero le esperienze e le sfide affrontate nel corso degli ultimi difficili anni. Le fotografie realizzate a Pechino testimoniano una maturità artistica sorprendente e una coesione che raramente si incontra nei gruppi di lavoro.

Voglio esprimere la mia più profonda stima e affetto nei confronti di tutti i partecipanti. Il loro impegno, la loro creatività e la loro capacità di sostenersi a vicenda hanno reso questi workshop momenti indimenticabili. Ogni progetto presentato è una testimonianza del loro talento e della loro dedizione.

Non vedo l’ora di vedere dove ci porterà il prossimo capitolo del nostro viaggio. Ciao a tutti! Sara

Qui potete vedere il lavoro di Giuseppe Perico.

Fotografie di Giuseppe Perico vietata la vendita o la riproduzione.

Grazie ai partecipanti per avermi ricordato che, indipendentemente dal passare del tempo, la passione per la fotografia può unire, ispirare e produrre opere di straordinaria bellezza.

氣 Qi Energia vitale

Mantenere e ricercare l’equilibrio e il benessere del corpo e dell’anima fa parte della cultura diffusa di molti cinesi. Il Qi è uno dei concetti che si tramanda dal pensiero antico cinese ed è visto come la forza che origina tutte le funzioni fisiche e psicologiche. Questo trova molteplici applicazioni nella medicina tradizionale cinese, nelle arti marziali, ma anche in molti altri aspetti della vita.
Oggi, nelle città, i parchi (molto numerosi e curati) sono spazi privilegiati in cui moltissimi cinesi si ritrovano, vivono del tempo, e ricercano in molti modi il proprio equilibrio psicofisico.

Fin dal mattino in tanti si ritrovano sia da soli, tra gli alberi, in angoli appartati, oppure in piccoli o grandi gruppi nelle piazze del parco, per svolgere un’incredibile varietà di attività. Anziani, adulti, bambini senza nessun imbarazzo, praticano gli sport più diffusi, arti marziali, ginnastica, meditazione, giochi vari, ma anche balli, canti, piccoli concerti ed esibizioni con i più svariati strumenti. Gli uni accanto e quasi sovrapposti agli altri, senza soluzione di continuità.

L’unica regola sembra essere quella di dare spazio alla libertà di giocare, ballare, suonare, cantare, fare ciò che più piace, scegliendo e anche reinventando ogni attività per farla aderire alla propria personalità, e dare voce alla propria 氣 Qi Energia vitale.

Shanghai e Pechino
Grazie a Sara, Ivano, Valeria, Anna, Marta, Alessandro, Cristina.

https://www.giuseppeperico.it

@giuseppeperico

Per informazioni sui workshop di viaggio con Sara Munari, vai qui

Maia Fiore, la mia ispirazione si nutre attraverso ciò che sperimento.

ARTICOLO DI GIOVANNA  SPARAPANI

Maia Fiore

“La mia ispirazione si nutre attraverso ciò che sperimento. Vivo indirettamente attraverso le mie foto”(M.F.).

 Maia Fiore è una giovane fotografa francese nata a Parigi nel 1988; laureatasi presso l’Ecole des Gobelins, nel 2011 si è addentrata nel campo della fotografia d’autore quando, dopo una sua esposizione ai Rencontres d’Arles, fu notata dalla critica del settore. Nello stesso anno è entrata a far parte della prestigiosa Agenzia VU’ di rue Saint Lazare a Parigi, agenzia che dal 1986 promuove mostre, eventi e pubblicazioni fotografiche di alto livello. L’esplorazione del confine tra realtà e immaginazione costituisce il comune denominatore delle opere della Fiore, realizzate attraverso la fotografia digitale sapientemente manipolata da una ricercata postproduzione. I suoi racconti visivi sottilmente lirici influenzano la sfera emotiva dell’osservatore che si trova spaesato di fronte ad immagini di sogno in cui le figure campeggiano su paesaggi naturali spettacolari.

“Sleep Elevations” di Maia Fiore

Leggerezza e raffinatezza costituiscono la cifra stilistica alla base dei lavori di Maia, come possiamo ben comprendere dalla serie più famosa realizzata durante il suo soggiorno in Svezia, dal significativo titolo “Sleep Elevations”: giovani donne sospese in aria cavalcano nuvole, girandole, fiori e altri insoliti oggetti, in un’atmosfera del tutto straniante in cui i volti sono sempre nascosti dai lunghi capelli. Esplicative a questo riguardo le parole della giovane fotografa:“ Credo nella semplicità e nella giocosità per raccontare storie avvincenti al fine di elevare la nostra comunicazione…”, concezione di cui è uno splendido esempio il lavoro dall’intrigante titolo, ‘Situations’, in cui un’eterea figura femminile vestita di rosso viene sempre collocata al centro di paesaggi dai colori volutamente desaturati, a creare una sorta di relazione ambigua tra il mondo reale e quello immaginario, alla ricerca di una relazione tre sensazioni interiori ed  esteriori.

“Morning Sculptures” di Maia fiore

Nella serie “Morning Sculptures” Maia esplora la soglia che separa il sonno dalla veglia quando i sogni della notte sfumano gradualmente: grazie alle invenzioni della Fiore, supportate da sapienti manipolazioni digitali, il letto si trasforma in un battello/zattera in mezzo ad un mare di coperte, copriletti e lenzuola dalle più varie fantasie che rendono i corpi simili a morbide sculture di stoffa, lasciando ampio spazio all’immaginazione dell’osservatore.

“Morning Sculptures” di Maia fiore

U

n altro interessante lavoro di Maia Fiore, dal titolo “Images de France” ci conduce in 25 luoghi celebri, fotografati durante un viaggio dell’artista fra il luglio e il settembre 2013: musei, chiese, monumenti, castelli, architetture moderne ed anche luoghi naturali poco conosciuti –  parchi, grotte, boschi, acquedotti –  davanti ai quali la fotografa si riprende in pose sognanti, ci suggeriscono emozioni e sensazioni insolite.

“Images de France” di Maia Fiore

Oltre all’attività artistica, Maia dimostra di avere anche un notevole spirito pratico, come possiamo evincere dalle sue parole: ”Lavoro come narratore visivo indipendente che ama tradurre idee in scenari immobili e in movimento. Con una profonda esperienza nella direzione visiva, collaboro con marchi, agenzie creative e istituzioni culturali per creare contenuti audaci, belli e intelligenti per un’ampia gamma di esigenze”. (M.F.)

Maia Fiore – ritratto

www.mariafiore.com

www.elle.com

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Anna Brenna – CAPTCHA (Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart)

Buongiorno a tutti!

Sono entusiasta di condividere con voi i progetti straordinari dei partecipanti ai due workshop di fotografia che ho avuto il privilegio di organizzare, tenutisi a Shanghai nel 2020 e a Pechino nel 2024. queste esperienze hanno rappresentato per me e per i partecipanti un viaggio creativo unico, segnato non solo dalla crescita artistica, ma anche dalla forza del legame umano tra noi.

Nel 2020, a Shanghai, ho guidato in questo percorso, un gruppo di fotografi completamente diversi tra loro e ho visto ognuno di loro scoprire nuovi modi di vedere e interpretare il mondo attraverso l’obiettivo. I risultati sono stati eccezionali: una collezione di immagini che raccontano storie uniche, catturano emozioni profonde e celebrano la diversità della vita delle due città.

Quattro anni dopo, nel 2024, ci siamo ritrovati a Pechino e mi ha riempito di gioia vedere come il tempo avesse rafforzato lo spirito di collaborazione e la passione condivisa per la fotografia. Questo secondo incontro è stato un’occasione per riflettere sulla nostra evoluzione artistica e per creare nuovi progetti che riflettessero le esperienze e le sfide affrontate nel corso degli ultimi difficili anni. Le fotografie realizzate a Pechino testimoniano una maturità artistica sorprendente e una coesione che raramente si incontra nei gruppi di lavoro.

Voglio esprimere la mia più profonda stima e affetto nei confronti di tutti i partecipanti. Il loro impegno, la loro creatività e la loro capacità di sostenersi a vicenda hanno reso questi workshop momenti indimenticabili. Ogni progetto presentato è una testimonianza del loro talento e della loro dedizione.

Grazie ai partecipanti per avermi ricordato che, indipendentemente dal passare del tempo, la passione per la fotografia può unire, ispirare e produrre opere di straordinaria bellezza.

Non vedo l’ora di vedere dove ci porterà il prossimo capitolo del nostro viaggio. Ciao a tutti! Sara

qui potete vedere il lavoro di Anna Brenna, godetevelo!

Fotografie di Anna Brenna vietata la vendita o la riproduzione.

CAPTCHA (Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart)

“E’ tutto reale… è tutto vero… non c’è niente di inventato, niente di quello che vedi nello show è finto… è semplicemente controllato.”

La citazione riflette quella che per me costituisce l’essenza del progetto, in cui la verità appare manipolata e controllata, ma mai completamente nascosta.

Le immagini vogliono mostrare la dualità delle metropoli cinesi: città all’avanguardia, moderne e tecnologiche, ma anche piene di contraddizioni e dettagli perturbanti. che creano una sensazione di disagio sotto una superficie di apparente normalità, in bilico tra il presente e un futuro immaginato.

Ogni fotografia presenta una scena apparentemente perfetta e armoniosa, ma nasconde un dettaglio inquietante che sfugge al controllo, un’atmosfera surreale, che invita chi guarda a scoprire il lato nascosto della realtà.

I particolari disturbanti sono inseriti per sembrare fuori posto, ma non immediatamente visibili. Questi dettagli sfuggono al primo sguardo, richiedendo una riflessione più profonda e attenta da parte dello spettatore.

“Captcha” affronta temi come il controllo sociale, la percezione della realtà e la tensione tra apparenza e verità. In un mondo dove la tecnologia e il monitoraggio costante influenzano ogni aspetto della vita, cosa significa veramente essere liberi? Quali sono i limiti tra ciò che è reale e ciò che è controllato? Questo progetto fotografico invita a interrogarsi su queste domande, rivelando la fragilità della nostra percezione e la complessità della realtà moderna.

Anna Brenna

www.annabrenna.com

www.instagram.com/nnbrnn/

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Autori e selfpublishing: nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!

Il self-publishing (l’autoproduzione di libri), altro fenomeno esploso negli ultimi anni, data l’assenza di un editore, sposta il momento in cui il libro viene “scelto”: nel caso dell’editoria tradizionale, l’editore
decide se pubblicare o meno il lavoro, mentre nel processo dell’auto-pubblicazione il libro viene pubblicato senza il veto né di editori né di curatori, e sarà eventualmente selezionato in un secondo momento, tramite la rete, che così assume, tra le altre, anche la funzione di recensore critico e di promotore delle opere. Con il self-publishing, evidentemente, la disponibilità di titoli aumenterà in modo esponenziale. Il tema della qualità editoriale è, peraltro, determinante in generale, non soltanto nell’ambito del self-publishing.
Facendo un giro in libreria nel reparto dedicato alla fotografia, si capisce al volo che nel mondo editoriale il criterio di qualità imperante è il mercato: non importa cosa e chi si compri, e non importa neppure che le fotografie vengano sfogliate nei libri: ciò che conta è che l’“oggetto libro” sia venduto.
Una persona che desidera auto-pubblicare un libro potrebbe decidere di farsi affiancare da alcuni professionisti (un photo editor sia per la selezione che per la sequenza narrativa, un curatore o un critico per la presentazione, e un grafico per la realizzazione visuale) che toglierebbero la patina grezza alla propria opera portandola a un livello più professionale. Rivolgersi a queste figure, pagando una somma per essere aiutati, elimina comunque la funzione di “filtro qualitativo” dato che, la necessaria transazione economica potrebbe implicare “sviste” sull’effettiva valutazione del lavoro.
Dobbiamo comunque tenere presente che la maggior parte dei libri che saranno pubblicati tramite self-publishing non verrà nemmeno considerata. Al contrario, i libri che riusciranno a emergere lo faranno perché saranno effettivamente acquistati e sottoposti al giudizio della rete (e, di conseguenza, anche in questo caso, del mercato).
L’assenso del sito al quale ci si rivolge per la pubblicazione e la stampa del libro è anch’esso merce, ha un costo, elimina il criterio del filtro attraverso una transazione economica. Si diventa autori in quanto si pubblica un libro inerente a un progetto che si ritiene degno di nota e, nel contempo, si diventa clienti.
Dal mio punto di vista, si rischia di abbandonare definitivamente un ruolo che continuo a reputare un perno fondamentale: il “fare filtro”, l’essere consapevoli di svolgere una sorta di organizzazione
culturale. La sensazione è che il self-publishing sollevi tutti – editori, curatori e critici – da un comportamento che si concretizza, appunto, nella scelta e nella selezione.
Questo fenomeno, che riguarda soltanto l’ambito editoriale, è essenzialmente una metamorfosi socioculturale.
Sono in discussione i presupposti e le metodologie che per tanto tempo abbiamo apprezzato come legittimi e significativi: l’idea cioè che la pubblicazione di un libro o la selezione di un autore per una
mostra fosse congiunta alla scelta operata da qualcuno, esperto e capace, che si incaricasse appunto di filtrare. Una scelta di volta in volta opinabile, ma una scelta che, quantomeno, rimanda a un criterio.
La proposta del self-publishing o del pagamento diretto al critico freelance stanno decretando la percezione dell’eventuale “no” pronunciato da queste figure professionali come inammissibile, un
torto intollerabile, la violazione di un diritto che non si deve compromettere. Una sorta di “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu!”.
L’assenza del contributo di quelle figure professionali che partecipano nel dare all’opera una compiutezza, una forma definitiva, potrebbe portare a un definitivo affossamento del pregio di ciò che
circola nel mondo della fotografia, intesa come mezzo per comprendere l’evoluzione del mondo. Avremmo piuttosto davanti agli occhi la fotografia degli atteggiamenti ormai comuni di cui abbiamo parlato.
Intendiamoci: non demonizzo né il self-publishing, né i critici o i curatori freelance che in sé hanno potenzialmente una portata di analisi reale e una capacità di messa in discussione della pratica editoriale e istituzionale tradizionale.
Resta, tra l’altro, difficile stabilire il valore effettivo di un’opera nel momento in cui nasce. Molto più spesso, il suo valore viene attribuito con il passare del tempo e ciò determina “meriti” autoriali differenti nelle diverse epoche e, anche, in luoghi diversi.

Dal mio libro:

Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei

In vendita qui

Fotografie di Valeria Gradizzi

Donata Wenders – Sì, così è la vita: nient’ altro che nebbia.

“Vivere con un uomo straordinario come Wim mi ha influenzato di certo. Come potrebbe essere diversamente? Tuttavia, il mio modo di guardare il mondo ha a che fare soprattutto con la fiducia in me stessa… Quando ero giovane, ero la peggiore critica di me stessa ed ero facilmente scoraggiabile. Wim mi ha insegnato a essere paziente e soprattutto grata ai miei occhi. Piano piano ho iniziato a capire che nessuno vede il mondo nel mio stesso modo e che ciò che dovevo fare era andare avanti e avere fede nella mia visione” (Donata Wenders nella  rivista ‘Amica’, 2015).

Fotografia di Donata Wenders – Kreuzberg

Donata Wenders, nata a Berlino nel 1965, ha studiato cinema e teatro a Stoccarda e nella sua città, iniziando la carriera come direttore della fotografia per lungometraggi e documentari, tra cui film di Wim Wenders che di lì a poco diventerà suo marito. Nel ruolo di fotografa di scena lavora instancabilmente sul set ed il suo apporto è sostanziale nell’ inquadrare alcune scene dal punto di vista emotivo e immaginifico e nell’ attenzione verso cose umili, particolari secondari e fragili figure.

Fotografie di Donata Wenders

Dal 1995 lavora come fotografa freelance, realizzando immagini in bianco e nero rivolte per lo più ad immortalare persone, tra cui personaggi famosi come Siri Hustvedt, Pina Bausch, Peter Handke, Yōji Yamamoto, Milla Jovovich, Andie MacDowell, Buena Vista Social Club, U2; con l’avvento del digitale si interessa anche alla costruzione di interessanti audiovisivi. Ha pubblicato diversi libri fotografici come Islands of Silence, PINA- The film and the Dancers dedicato alla grande Pina Bausch e tra gli altri  The Heart is a Sleeping Beauty, che raccoglie le immagini di luoghi e persone incontrati durante i viaggi con il marito.

Fotografia di Donata Wenders – Place of mind

Istintiva e sensibile nell’avvicinarsi ai soggetti da fotografare, reputa fondamentale instaurare con loro un autentico rapporto di condivisione e fiducia reciproca che le consente di non fermarsi alla superficie, ma penetrare nell’anima dei suoi protagonisti. Dotata di una sensibilità delicata e raffinata, predilige ritratti dai contorni sfocati o mossi che sembrano spuntare da paesaggi nebbiosi oppure coperti di candida neve, evidenziati da luci diffuse prive di ombre taglienti, a cogliere l’istantaneità del momento. Una visione della realtà in piena sintonia con ciò che scrive in modo estremamente sintetico il romanziere Spagnolo Miguel de Unamuno: “ Sì, così è la vita: nient’ altro che nebbia”.

Fotografia di Donata Wenders – Acumen

Nell’ultimo film di Wim Wenders, Perfect days – candidato all’Oscar 2024 nella rosa dei migliori film internazionali – le foto delle ombre hanno un ruolo fondamentale nel racconto della vita del protagonista Hirayama, un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo che con la sua semplice macchina analogica fotografa ogni giorno, durante la pausa dal suo umile lavoro, la chioma di una quercia, cercando di catturare il fenomeno del komorebi ( la luce del sole che filtra tra le foglie ) in totale armonia con il mondo della natura: “ l’albero è simbolo di caduta e rinascita, esprime taglio e continuità, ed è al centro della simbologia zen”. A Donata vengono affidati gli scatti che ci illuminano sul mondo onirico del protagonista attraverso fotografie in bianconero di formato quadrato, su cui appaiono fragili immagini di ombre effimere e sfuggenti: le visioni notturne del protagonista appaiono così enigmatiche, instabili e fluttuanti, come i sogni al nostro risveglio.

Ritratto di Donata Wenders

Donata Wenders ha ricevuto vari premi e riconoscimenti, tra cui il World Press Photo Award e il German Photo Book Award, ed espone in famose gallerie internazionali. A Firenze il Museo Ferragamo e lo spazio C2Contemporanea hanno ospitato sue importanti opere.

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Bibliografia

Donata Wenders “Vanishing point”, Ortisei 2015

https://www.noidonne.org/a

https://www.amica.it/dailytips/donata-wenders-

Donata Wenders – Solares delle Arti

https://www.doppiozero.com

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e hanno solo scopo didattico e informativo”

Moira Ricci, tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia.

Articolo di Giovanna Sparapani

“…Ho cominciato a fare le foto in spiaggia, l’estate, al  Lido di Savio. Otto chilometri sotto il sole avanti e indietro..” (MR).

Sperando di guadagnare qualche spicciolo, Moira chiedeva ai bagnanti e alle persone sotto l’ombrellone se gradivano essere fotografati, ma le risposte erano per lo più negative e spesso anche sgarbate. Non perdendosi d’animo, la giovane li ha fotografati di nascosto per poi ritagliarli a mo’ di piccole figurine che ha collocato in ordine sparso sopra un autoritratto che la immortala sdraiata su una spiaggia, coperta da una coltre di sabbia da cui fuoriescono solo una parte del viso, un  piede e le mani: la ragazza appare come un gigante, mentre i personaggi che affollano la spiaggia sono dei ridicoli lillipuziani dalle dimensioni molto ridotte. Da lì l’ironico e calzante titolo, “ ALidiput”, 2003 .

Moira Ricci, nata nel 1977 a Orbetello in provincia di Grosseto, si è diplomata in fotografia a Milano nel 1998 per continuare gli studi in Arti visive e Comunicazione multimediale presso l’Accademia di belle Arti della città lombarda dove prevalentemente risiede, alternando lunghi soggiorni in Maremma. Il vasto e variegato territorio toscano è ricco di ricordi legati alla sua infanzia e adolescenza ed è da lei profondamente amato per le sue radici contadine che conservano vivida memoria di celebri leggende e incredibili avvenimenti.

Fotografia di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

I suoi racconti visivi sono per lo più ispirati ad un mondo di tracce personali desunte dal passato, fatta eccezione per un lavoro particolare -“Da buio a buio” del 2009 – in cui si ispira a strani personaggi un po’ paurosi e un po’ grotteschi, tratti dalle fiabe popolari che  la  mamma le narrava  quando era piccolina: l’uomo sasso, i gemellini, la bambina mezza cinghiale, Il lupo mannaro, secondo il senso del magico e talvolta del terribile che permea alcune storie tipiche della civiltà contadina. La mostra relativa a questo lavoro affianca alle fotografie anche interviste registrate, video, stralci di giornale e ricerche scientifiche;  le immagini che vengono racchiuse in vecchie cornici trovate nei mercatini o nelle case di parenti, contribuiscono a creare un’atmosfera antica e familiare.

Fotografie di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

A sua madre Loriana, scomparsa prematuramente all’età di cinquanta anni per una caduta accidentale, è dedicato il suo lavoro fotografico più importante, dal titolo assai esplicativo “ 20.12.53 – 10.08.04”(nascita-morte) , confluito in un libro edito da Corraini che contiene 50 fotografie, una per ogni anno in cui è vissuta l’amata mamma. Moira ha sofferto moltissimo per questa perdita e, quasi per illudersi di starle sempre a fianco, grazie al sapiente uso di tecniche digitali, ha inserito sé stessa all’interno di fotografie d’epoca che parlano della Toscana grossetana, che ci raccontano della sua famiglia, dei parenti, dei compaesani, dei luoghi più frequentati e vissuti. Lei stessa racconta la genesi delle sue immagini: “Ho cercato le sue foto vecchie, sono andata nei posti, mi sono vestita, ho cercato la posizione giusta, poi mi sono infilata nella foto…”. Il lavoro è durato dieci anni e ha avuto un’evidente funzione terapeutica nell’elaborazione del lutto. Dotata di una sensibilità delicata e profonda, Moira si inserisce nella foto come se volesse far compagnia a sua madre e nel contempo avvertirla della disgrazia che le sta per accadere: il reale e la finzione si fondono a meraviglia in uno struggente racconto visivo di notevole forza comunicativa.

In un progetto più recente, “Dove il cielo è più vicino”, confluito in una interessante mostra con immagini e video, lo sguardo della fotografa si allontana dall’ autobiografia, concentrandosi su una tematica sociale, quella dei poderi abbandonati da parte dei contadini impoveriti: “…. è una preghiera al cielo, ma anche una minaccia a chi ci controlla dall’alto, è un ritratto di poderi che hanno perso la loro identità e il loro significato, è un tentativo di fuga e allo stesso tempo l’incapacità di metterla in atto”. (MR)

Moira Ricci termina il ritratto che fa di sé stessa con queste concise parole: “Io sto bene solo quando lavoro. Calma il vuoto. Tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia, insomma quello che mi è successo. L’autoritratto è sottinteso” (MR)

Autoritratto ©MOIRA RICCI

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Concita De Gregorio “Chi sono io?” ed. Contrasto, Roma 2017.

Il libro fotografico dell’artista Moira Ricci dedicato alla madre

Angela Madesani art tribune

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”