Un ragazzo corre avvolto dalle fiamme durante una manifestazione di protesta tra polizia e oppositori del governo del presidente venezuelano.
Ronaldo Schemidt, fotografo dell’agenzia France Press ha vinto quest’anno il World Press Photo.
L’immagine delle protesta a Caracas è simbolo, come afferma la giuria, di un Paese “in fiamme”.
Ronald Schemidt lavora generalmente in Messico ma è stato inviato a Caracas per seguire le proteste durante la primavera del 2017. Il 3 maggio a Plaza Altamira, Caracas, il serbatoio di una moto della polizia esplode colpendo in pieno Jose Victor Salazar Balza, uno studente 28enne.
Nella foto si vede il ragazzo con una maschera antigas e il corpo avvolto in fiamme. Il giovane è sopravvissuto.
Magdalena Herrera, direttrice della fotografia a Geo France, era quest’anno presidente della giuria e afferma:
«È una foto classica, ma ha un’energia istantanea e dinamica, i colori, il movimento, e una buona composizione, ha forza. Mi ha dato un’emozione istantanea».
Le immagini di Schemidt erano girate molto durante il periodo delle manifestazioni.
Qui il video del momento (al settimo, ottavo secondo) dello scatto
Schemidt aveva raccontato a TIME: «La scena è durata solo pochi secondi e la mia reazione come fotoreporter è stata quella di documentare cosa stava succedendo. Ed ero consapevole che c’erano persone ben addestrate per aiutarlo». (qui cosa penso in merito)
“Quello che non possiamo evitare nel nostro lavoro è di prendere le cose personalmente: per diversi giorni, quell’immagine mi ha perseguitato“. Afferma Schemidt, che ha fatto bene il suo lavoro.
Ciao
Sara
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Anni fa, Martin Luther King diede un consiglio a un fotografo della rivista Life. Quando i deputati dello sceriffo spingevano i bambini a terra durante una marcia per i diritti civili a Selma, in Alabama, il fotografo smise di fare fotografie e andò in aiuto dei bambini. King ha sentito dell’accaduto e gli ha detto: “Il mondo non sa cosa è successo, perché non l’hai fotografato. Per te è molto più importante fotografare piuttosto che essere un’altra persona che si unisce alla mischia” Ron F. Smith, Ethics in journalism.
Quando si ha una macchina fotografica in mano e si è fotogiornalisti, si ha sempre una grande responsabilità.
Apprezzo tantissimo chi riesce a fare questo mestiere tanto difficile.
Ho sempre avuto l’impressione che la macchina fotografica, fungesse da schermo tra me e il mondo. Mi sono sempre chiesta se fosse la stessa cosa per chi lavora in situazioni difficili e di tensione.
Filtro che in qualche caso potrebbe metterti nelle condizioni di percepire una sorta di difesa, rispetto a ciò che avviene.
Quello che so per certo è che i fotografi stanno lavorando quando producono i loro reportage, sono in servizio, cercano notizie e le immagini che scattano hanno una funzione precisa: essere vendute ai giornali (quindi seguire una serie di regole etiche ed estetiche necessarie) per far conoscere alla gente comune, cosa avviene nel mondo.
Il lavoro del fotogiornalista è quello di diventare invisibile e in tal modo, vedere per conto di tutti gli altri. In guerra, nella sofferenza più in generale, questa definizione si amplifica, si vede la morte, si testimonia la vita.
Testimoniare la vita e condividere la visione e l’esperienza che hanno vissuto, il più obiettivamente possibile. Per chi è fotografo e affronta situazioni strazianti, questa è una “missione”.
Quali sono i limiti da rispettare, se ci sono limiti.
Metto giù la fotocamera o rimango un osservatore? Credo che ogni fotografo si sia fatto centinaia di volte questa domanda.
Nella storia della fotografia i fotogiornalisti hanno sempre subito attacchi rispetto al dover intervenire o meno, nei confronti delle persone in difficoltà.
È il dilemma affrontato da Kevin Carter quando ha fotografato il famoso bambino affamato in Africa che vedete sotto. (Non giudicate i fotografi: Kevin Carter). La sua fotografia ha vinto il Premio Pulitzer, allo stesso tempo è stato diffamato per non aver aiutato il bambino. Poco dopo aver ricevuto il Pulitzer, soffrendo di depressione, si è suicidato.
Copyright Kevin Carter
La cosa strana è che la gente comune è generalmente molto attratta da immagini cruente, la violenza da spettatore in qualche maniera, piace.
E allora i fotografi fanno un lavoro impossibile: colpiscono emotivamente gli spettatori che vogliono assolutamente vedere e sapere e allo stesso tempo, questi stessi spettatori, li chiamano avvoltoi.
Forse la risposta più logica che i giornalisti dovrebbero praticare è legata all’equilibrio. Scatta e, se necessario, aiuta.
In una posizione in cui si può aiutare, credo si sia moralmente obbligati a farlo.
So che molti non saranno d’accordo con questa affermazione, molti scatterebbero e basta. Del resto la mia è una posizione da esterna, da osservatrice. Come posso sapere cosa si provi in situazioni tanto concitate, tanto veloci, tanto penose? Sono fotoreporter, non dottori o infermieri.
So che la documentazione degli avvenimenti del mondo è fondamentale, si dovrebbe avere la possibilità di scattare finché non si è l’unico rimasto a poter fornire aiuto. Allora, l’umanità deve avere la precedenza. È una questione di valori, scatta e poi, se è necessario e puoi, aiuta.
“Quella è stata la prima volta che l’ho visto commettere un atto di violenza, e il mio istinto è stato quello di scattare una fotografia… Quando ho visto la sua mano tornare a colpirla una seconda volta, l’ho afferrato per un braccio e gli ho detto: “Che diavolo stai facendo? La farai del male! “Mi ha buttato fuori e ha detto:” È mia moglie e conosco le mie forze, devo insegnarle che non può mentirmi “, da quel momento non l’ha più colpita. ” – Violenza domestica, Donna Ferrato
Violenza domestica, Donna Ferrato
“Non ricordo di aver scattato questa foto. Ho sentito l’adrenalina. MI sono trasformato in fotografo e non più una persona. Non mi è venuto in mente di parlare con loro. L’uomo era con sua moglie. È stato gravemente ferito e ha ricevuto aiuto da altre persone nelle vicinanze, tra cui un poliziotto fuori servizio. Quelli che potevo vedere erano già morti. Ho pensato che la cosa migliore che potessi fare e quello che so fare meglio è documentare (non cooscendo il primo soccorso), mostrare alla gente cosa è successo.” Bomb aftermath, by Hampus Lundgren
Bomb aftermath, by Hampus Lundgren
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Da febbraio sono stati intensificati i bombardamenti in Siria. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, più di 550 civili sono morti, moltissimi bambini.
Il fotoreporter Abdulmonam Eassa (AFP), ha raccontato attraverso il proprio diario, cosa accade in Siria, cosa accade in prima linea e come ci si sente da fotografi.
Vi faccio leggere il testo scritto da Abdulmonam Eassa, fotografo e uomo coinvolto nel massacro.
Lunedì 19 febbraio 2018
I bombardamenti sulla Ghouta orientale, oggi, hanno causato 127 morti. Oggi un razzo è caduto molto vicino a noi. Vado a dare un’occhiata. L’intera area sembra essere stata bruciata. Durante i primi secondi, pensi che nessuno sia morto, vedi solo cenere e distruzione. Questo perché le persone si nascondono non appena sentono il suono di un razzo o di un aereo. Ma dopo pochi secondi comici a vedere i primi segni di vita.
Vedo una donna che esce da un edificio distrutto con quattro bambini. Stanno urlando. Uno dei bambini porta un taccuino o un libro, forse un Corano, non ricordo.
I volontari della Protezione civile siriana noti come “elmetti bianchi” arrivano e iniziano a scavare tra le macerie. Vedo uno di loro che porta un bambino. Sono scioccato dal fatto che qualcuno così giovane sia stato ferito.
Dovrei aiutarlo o continuare a fotografare? È una domanda che mi pongo continuamente.
Continuo a scattare fotografie e guardo la mia macchina fotografica per vedere come sono uscite. All’improvviso vedo un mio cognato che mi fissa da una delle immagini. È in piedi vicino alla porta di un edificio, urlando per chiedere aiuto. È ferito, non mi ero nemmeno reso conto che fosse lui mentre scattavo la foto, solo dopo, quando ho controllato rapidamente lo scatto ci ho fatto caso. Cosa dovrei fare?
Sto per andarmene quando vedo un dei Caschi bianchi, candidati a premio Nobel per la Pace nel 2006, trasportare un bambino. Mi rendo conto che è il figlio di un amico. Mi sbrigo e lo porto, correndo all’ospedale. Il bambino sembra tenermi stretto, non vuole lasciarmi andare. Quando entriamo voglio scattargli una foto, ma lui non vuole lasciarmi la mano. Riesco a liberare la mia mano, ma lui continua a tendere la sua mano verso di me. Riesco a sentire me stesso piangere.
Dopo mezz’ora mi dirigo verso casa, a circa 700 metri di distanza. Dopo circa 200 metri, vedo che l’area in cui vivo è stata bombardata. Improvvisamente mi sale il panico. La mia famiglia vive lì! E se uno di loro fosse morto?
Mi sbrigo e vedo che l’edificio in cui vivono le mie sorelle e altri parenti è stato colpito. È coperto di polvere e non riesco a vedere nulla. Più mi avvicino, più la paura si impossessa del mio corpo. Lascio la moto in mezzo alla strada e corro dentro casa. Vedo uno dei miei fratelli. “Mamma sta bene?”, chiedo. “Sì”, risponde.
“Tutti gli altri stanno bene?”, chiedo. “Sì”, mi risponde. Sto per tirare un sospiro di sollievo quando mi accorgo di una figura stesa a terra con la coda dell’occhio. È un mio amico. Ha una ferita alla testa. È morto. Ma dobbiamo lasciare il suo corpo lì perché ci sono bambini feriti che devono essere portati in ospedale. Non riesco a scattare foto di scene come questa.
Do un’occhiata dall’altra parte della strada. Vedo una donna che indossa un abito da preghiera. La sua faccia sta sanguinando. Improvvisamente mi rendo conto che è una delle mie sorelle. Altre due parenti sono in piedi accanto a lei, anch’esse ferite. Cerco di calmare mia sorella. Non indossa più le scarpe, quindi voglio portargliele, ma lei mi dice di non preoccuparmi, camminerà a piedi scalzi. Porto lei e gli altri all’ospedale, poi porto mia madre e altri fratelli a Daraya. Infine torno a dare un’occhiata alla nostra casa.
Le porte e le finestre sono completamente distrutte. Do un’occhiata in giro e mi rendo conto che non mi interessa più la morte. C’è di nuovo un aereo nel cielo, un bombardamento potrebbe arrivare da un momento all’altro ma non ho paura. Sono stato ferito al punto in cui non posso più provare dolore.
La mia famiglia trascorre la notte in un’altra casa. Nessuno dorme davvero. Mentre scrivo queste parole, riesco a sentire gli aerei nel cielo. L’edificio sta tremando. I pensieri continuano a scoppiarmi nella testa. Cosa accadrebbe se una persona che amo dovesse morire e io invece restassi vivo? Come sopporterò il dolore? Io mollo.
Martedì 20 febbraio 2018
Gli attacchi alla Ghouta orientale uccidono 128 civili, tra cui 29 bambini. Un altro ospedale, Arbin, è stato messo fuori combattimento.
L’agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite UNICEF rilascia una dichiarazione: “Nessuna parola renderà giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari”, dice.
Vado in ospedale perché so che la situazione è terribile. Nessuno ha mangiato per un giorno. Cammino in una stanza, è pieno di cadaveri. Alcuni sono morti ieri, alcuni anche prima ma non sono ancora stati seppelliti.
Riesco a dormire per alcune ore in ospedale. So che tra poche ore inizierà la solita routine: aerei, bombardamenti, bombe, civili feriti, orrore. Ma sono ancora forte. Posso ancora uscire e fare foto. Non so come … Ma posso.
Mercoledì 21 febbraio 2018
Il capo delle Nazioni Unite Antonio Guterres descrive ciò che sta accadendo nella Ghouta orientale come “l’inferno sulla terra”.
Entriamo nel quartiere di Saqba dopo un bombardamento condotto con un barile-bomba. Una donna e i suoi figli stanno piangendo. Un uomo è bloccato tra le macerie di due muri di un edificio distrutto. Mentre siamo qui, a due strade di distanza, scoppia una seconda bomba. Non riesco a mettere a fuoco. Sembra che ci sia un’enorme nuvola sopra la mia testa …
Dopo un po’ torno nel mio quartiere. Un aereo russo l’ha colpito. Le persone stanno urlando. Non sanno come affrontare una situazione come questa. Me ne rendo conto perché per lavoro seguo la morte e la distruzione. Mi avvicino a un edificio. Un ragazzo e una ragazza sono bloccati tra due muri di un edificio crollato. Vedo le loro gambe penzolare. Controllo l’area per accertarmi che sia sicura. Tiro fuori prima il ragazzo e poi anche la ragazza.
Salgo sul tetto per avere una vista migliore. Tutto sta bruciando. Sembra che non ci siano zone non bombardate – Saqba, Misraba, Douma, Kafr Batna … sembra che l’intera area stia bruciando.
I miei vicini gridano che ci sono altri bambini sotto le macerie. Metto via la macchina fotografica e mi dirigo dove mi indicano. A volte fotografo e talvolta aiuto a tirare fuori le persone. Non ho una formula fissa per quando faccio cosa.
Giovedì 22 febbraio 2018
La cancelliera tedesca Angela Merkel chiede la fine del “massacro” in Siria. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU non approva una risoluzione sul cessate il fuoco a causa delle obiezioni della Russia, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad.
Sono passati quattro giorni da quando sono iniziati i bombardamenti. Tutti hanno paura.
Mi sveglio alle 6:00 del mattino. C’è tranquillità. Ovunque c’è distruzione. La gente inizia a uscire dai rifugi, a controllare i danni e a cercare di procurarsi del cibo. Mezz’ora dopo c’è quel suono che tutti temono: un aereo nel cielo. Inizia il bombardamento. Le persone tornano ai loro rifugi.
Ci sono così tante persone che mancano all’appello. Sembra che tutti stiano cercando i loro parenti. Alcuni sono morti, altri si nascondono, ma la comunicazione è difficile.
Non ho elettricità. Cerco di ricaricare le mie macchine fotografiche e il mio computer. Ho bisogno di loro, non posso lavorare senza.
Gli ospedali hanno perso il conto del numero di morti e feriti. Alcune persone sono ancora bloccate sotto le macerie. I volontari della Protezione civile stanno facendo del loro meglio, ma non riescono a raggiungere alcune zone a causa dei bombardamenti.
Il numero di martiri è salito a oltre 300. La situazione è così brutta. Dio ci aiuti.
Sono le 15:00. Mentre registro questo messaggio, gli aerei non hanno mai smesso di bombardare. Nessuna area è stata risparmiata. Gli elmetti bianchi sono davvero in difficoltà. Molti dei loro veicoli sono danneggiati. È molto difficile.
Venerdì 23 febbraio 2018
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite posticipa un voto su una tregua nella Ghouta orientale.
Le persone si stanno rannicchiando nei rifugi. Tutti sono sotto shock. Non riusciamo più a capire nulla. Tutto è fuori servizio. Non posso credere al cambiamento che quattro giorni di bombardamento è riuscito a portare. L’intera area è differente, cancellata. Le strade non ci sono più. Sono pieni di polvere, macerie. Solo le ambulanze continua a percorrerle.
Forse piangere non aiuta, ma oggi piango. Non riesco a dire altro.
Per favore, qualcuno fermi la carneficina. Per favore, qualcuno deve fermare quello che sta succedendo qui!
Ma la vita va avanti. Oggi tiriamo fuori quattro bambini da sotto un edificio completamente distrutto. Non dimenticherò mai le cose a cui ho assistito qui. Se sopravvivo.
Sabato 24 febbraio, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione per il cessate il fuoco, che chiede “senza indugio” una tregua per consentire aiuti nell’area. Ma i raid aerei sono proseguiti e hanno provocato altre vittime. Lunedì (26 febbraio) la Russia ha annunciato una “pausa umanitaria” di cinque ore al giorno e corridoi per la partenza dei civili.
Francesco Malavolta è in prima linea da 20 anni, sempre lì dove l’uomo si scontra con i confini geografici, barriere che sono sconosciute alla disperazione. Non è un fotogiornalista che arriva per un servizio e abbandona la tragedia per passare a un altro tema. Si occupa di flussi migratori dal 1994, collabora con agenzie fotografiche nazionali, internazionali e organizzazioni umanitarie come l’UNHCR. Dal 2011 racconta le frontiere europee per l’Agenzia Frontex. Via mare o via terra, i suoi lavori partono dall’Albania negli anni Novanta, passando per i Balcani e la Libia, coprendo gran parte del Mediterraneo. Francesco Malavolta si sposta in questa porzione di mondo con una sensibilità che riesce a far comprendere a tutti più da vicino la complessità delle migrazioni, dove definizioni ed etichette sono labili come i confini che l’uomo ha costruito nel tempo, così lontani dalla mappa delle necessità di chi spera in un futuro migliore.
Tutte le fotografie presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore, Francesco Malavolta, vietato scaricarle o riprodurle.
Una delle priorità nel tuo lavoro sembra essere quella di dare un volto al fenomeno della migrazione. Qual è il tuo approccio, su quale aspetto ti concentri?
Bisogna restituire la dignità e l’umanità ai soggetti che si fotografano, per allontanarsi dal semplice conteggio di vittime e superstiti, distruggendo anche alcuni stereotipi. Esistono assolutamente i casi di persone che sono tristi per i familiari che hanno lasciato nei loro paesi d’origine, ma ho assistito anche a dei pianti di gioia, ho fotografato anche la felicità di essere arrivati in Europa, di aver raggiunto quello che per alcuni è stato un traguardo dopo un viaggio di mesi, se non addirittura anni. In questo senso, una foto emblematica è quella che ho realizzato sette anni fa, in uno sbarco a Lampedusa, dove un ragazzo su un barcone aveva un vestito da uomo, in giacca e cravatta. Partito dalla Libia con due lauree e quattro lingue voleva lanciare un messaggio forte e chiaro, ovvero che esiste molto di più dietro un abito e il colore della pelle. Siamo immersi in una realtà che ci ha riempito d’immagini sempre uguali mentre io cerco di rappresentare anche altro. Questa foto ad esempio non è stata pubblicata inizialmente in Italia ma solo anni dopo in uno speciale sulla dignità dell’immigrazione. Non sempre le immagini che vengono veicolate rappresentano tutta la realtà. Ci sono delle logiche editoriali: l’uomo che annega con la mano alzata fa sempre più notizia. Penso però che la gente sia stanca di questo tipo di foto. C’è bisogno di un approccio diverso.
Lavori con delle Ong per documentare i flussi migratori ai confini, questo particolare ti ha aiutato ad entrare in contatto con le storie che racconti?
Lavorare per Ong mi ha dato accesso ad alcuni luoghi ma esiste tutt’ora, in alcuni posti in Europa, molta diffidenza verso i fotografi, spesso non vogliono che certe situazioni vengano allo scoperto, che siano documentate con delle immagini. C’è la tendenza a voler tenere sempre un profilo basso. Il fenomeno quindi è cambiato ma non possiamo pensare che si fermerà: il flusso migratorio delle persone è sempre esistito e ne abbiamo fatto parte anche noi italiani. Ho realizzato una mostra, esposta anche in Senato, dove, grazie all’archivio fotografico della Fondazione Cresci di Lucca, abbiamo mostrato i punti di contatto tra il vecchio fenomeno e il nuovo. Chi ha necessità di fuggire intraprende il viaggio, è sempre stato così e lo sarà sempre.
Com’è cambiato il fenomeno migratorio in questi anni?
È cambiato molto. Fino al 2011/2012 la Libia poteva essere anche la meta finale del viaggio di chi proveniva dall’Africa più profonda. Non si viveva benissimo, ma si lavorava e si mandavano i soldi a casa. Dopo Gheddafi,l’instabilità l’ha resa invivibile e la rotta del mediterraneo vede coinvolti ogni anno 150-200mila persone, trasformando il tutto in una vera emergenza operativa, perché non si riesce a risolvere il problema in maniera veloce con una giusta ridistribuzione delle persone all’interno dei paesi.
La fotografia è anche una questione d’includere ed escludere dall’inquadratura, quali sono i tuoi punti cardinali in queste situazioni estreme, ci sono situazioni e momenti che decidi di non fotografare?
Mi sono trovato davanti alla morte e quella in assoluto è qualcosa di davvero difficile da fotografare. Se decidi di farlo, devi sempre avere rispetto, e ti devi chiedere “Serve a cambiare qualcosa?”. In quel momento puoi decidere di abbassare o meno l’obiettivo perché devi comunque tenere presente il tuo compito, quello di documentare un fenomeno. Siamo invasi da immagini raccapriccianti tutti i giorni ma dobbiamo cercare di capire se queste foto saranno quelle che tra 100 anni avranno raccontato qualcosa. Quando si arriva in questi luoghi di transito dobbiamo dare indietro qualcosa, non possiamo solo prendere scatti di persone che si fidano di noi mostrandosi alla nostra macchina. Purtroppo molti fotografi, in zone anche molto delicate, sono andati solo in posti accessibili, prendendo soltanto senza dare indietro nulla. In un vero processo di comunicazione non si tratta solo della ricerca del bello a tutti i costi. Ho abbandonato da tempo l’idea della bella foto fine a se stessa, ho cercato invece di dare un senso di facile lettura, emozionando lo stesso lo spettatore.
La nuova società delle immagini, anche attraverso i social, ha permesso a tanti fotografi freelance di farsi conoscere. È stato così anche per te?
Una volta le tue foto venivano distribuite da un editore, che le corredava spesso a un pezzo giornalistico su un fatto d’attualità. Ora sei tu fotografo che puoi interagire in maniera diretta, rendendo anche il tuo profilo Facebook una specie di personale agenzia, dove le persone che sono interessate al tuo lavoro possono conoscere anche fatti che magari non vengono riportati dai canali tradizionali. Grazie alla mia pagina ho incontrato circa ventimila ragazzi perché sono riuscito a mettermi in contatto con delle scuole dove vado a parlare del mio lavoro e del fenomeno migratorio, dialogando con gli studenti senza filtri.
C’è stato un momento in cui hai pensato “ora basta mi ritiro su un eremo”? E se sì, cos’è che ti ha trattenuto?
Tantissime volte, anzi ogni volta, torni a casa svuotato dalla tragedia. Vivi il dramma di tutte quelle persone che non sono riuscite ad arrivare sulle coste, morendo in mare. Poi quando leggi certe cattiverie e falsità che vengono dette, capisci che il tuo dovere è quello di documentare in un certo modo quello che c’è e quello che hai visto. Basta anche solo un grazie di quelle persone che hai conosciuto ai confini per tornare più carichi di prima sul campo.
Tutte le fotografie presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore, Francesco Malavolta, vietato scaricarle o riprodurle.
Intervista di Simona Buscaglia
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Ciao, oggi vorremmo farvi conoscere un giovane fotoreporter, Emin Özmen.
Lo troverete interessante! Ciao Giovanni
Iraqi army soldiers controls the security for the people who cross the Tigris river by small boats, who escape from the fight between Iraqi army and Islamic State militants near Tuebe village, southeast of Mosul, IRAQ November 2016 According to the UN last report (4th november) more than 40 thousand people displaced in since the begining of operations.
Emin Özmen (Turchia, 1985), ha studiato fisica presso l’Università 19 Mayis di Samsun, successivamente passa agli studi fotografici alla Facoltà di Belle Arti dell’Università di Marmara di Istanbul.
Nel 2008 ha pubblicato due libri fotografici, “Humans of Anatolia” e “Microcredit Stories in Turkey”, una raccolta di storie di donne che hanno potuto accedere al microcredito in Turchia.
Nello stesso anno, ha conseguito la laurea in fotografia e documentari multimediali presso la Facoltà di Arte e Design di Linz (Austria). Nel 2011, il suo lavoro sulla carestia in Africa orientale è stato pubblicato in un libro, ha lavorato inoltre sul disastro del terremoto di Tohoku del 2011 e le proteste economiche in Grecia.
L’anno successivo, ha iniziato a seguire la guerra civile siriana e le crisi ISIS in Iraq, che continua a documentare, occupandosi anche delle vicende di Mosul del 2016.
Dal 2012 sta lavorando al suo progetto a lungo termine “Limbo” , sulle popolazioni sradicate dalle loro terre dalle spirali dei conflitti. Ha viaggiato molte volte in Siria, Iraq, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Ungheria, Austria, Germania, Italia e Francia per incontrare persone che sono state costrette a diventare “rifugiati”. Nel 2015 ha ricevuto il “Magnum Photos Fund”, sovvenzione per aiutare il completamento del progetto.
Nel 2013, ha iniziato a indagare la complessa situazione dei Curdi in Turchia. È la prima parte del progetto a lungo termine che è iniziato con il conflitto nascosto nel sud-est della Turchia (“la guerra nascosta della Turchia”).
Sta inoltre concentrando l’attenzione sulle questioni attuali della Turchia come la vita dei profughi siriani (il lavoro minorile, la vita quotidiana nei quartieri siriani di diverse città) e la vita quotidiana della nuova Turchia di Erdogan.
Il suo lavoro è stato pubblicato da molte rivistie internazionali; TIME, New York Times, Washington Post, Der Spiegel, Le Monde, Match Paris e Newsweek. Una delle sue foto ( sotto ), nel 2013, è stata giudicata dal TIME tra le 10 migliori fotografie dell’anno.
Certo, non vanno bene tutti per raccontare storie. Gli storyteller migliori sono forse quelli di cui ci si dimentica il nome per ricordare, invece, le loro storie, diceva Einstein… mi pare.
Tenete ben presente il fatto che la narrazione, di qualsiasi tipo, richiede conoscenza e cultura. Per raccontare bene una storia si deve ‘conoscere’. Lo so, lo so che lo ripeto spesso, ma è così.
Chi racconta storie fantastiche, siano esse fotografiche o meno, ha determinate caratteristiche.
La creatività, per esempio, è un presupposto necessario da avere. Raccontare
storie significa far confluire fantasia, immaginazione e una forte capacità espressiva.
La creatività è sempre accompagnata dalla capacità di saper trasmettere un messaggio, condizione che diventa di primaria importanza.
Siete portatori di un punto di vista, di un messaggio che dovrebbe essere chiaro in voi, fin da quando iniziate il vostro progetto. In qualche caso potreste anche solamente prediligere un lavoro che si basi sull’estetica e quasi esclusivamente su questo.
Può funzionare, comunque, ma è più raro.
In generale, non si comunica tanto per, si comunica con uno scopo ben preciso. E quando si fa storytelling si parla a un pubblico per dire qualcosa, per trasferire ai lettori un messaggio chiaro e preciso.
Tutte le storie ci prendono, alcune più, alcune meno, a seconda delle emozioni che ci fanno provare. In un progetto fotografico, che sia di ricerca, fotogiornalismo, moda, dobbiamo suscitare emozioni. Facciamoli emozionare e facciamoli pensare, insomma. Tra l’altro, una cosa non dovrebbe prescindere dall’altra. Seducete chi guarda e, se
potete, portatelo a ragionare. Il ragionamento porta alle azioni e voi avrete raggiunto il massimo della potenzialità come storyteller. Un pubblico coinvolto emotivamente è molto più propenso a parlare di voi e delle vostre fotografie. Se annoiate, parleranno di quanto si sono annoiati! Siate chiari nei vostri intenti, non mentite e, se lo fate, che sia chiara la menzogna. Al pubblico di una mostra o di una vostra presentazione non piace essere preso in giro.
Se decidete che ironia e un progetto in bilico tra finzione e realtà sia la strada che volete perseguire fotograficamente, chi guarda deve essere messo nelle condizioni di capire le
vostre intenzioni. Rispettiamo sempre chi dedicherà tempo e attenzione al nostro lavoro. Rendete chiaro ciò che è complesso. Un portfolio fotografico strutturato bene può fare diventare semplice e comprensibile anche le situazioni più complicate. Siate convincenti, prestate attenzione alla scelta dei soggetti, alle scelte tecniche, all’editing del lavoro e alla presentazione dello stesso. Dovete dare la certezza di essere autentici, i vostri ammiratori vogliono sentirvi coinvolti in ciò che proponete. Non dovete esclusivamente convincere per la vostra accuratezza, ma, a vostra volta, coinvolgere.
Una storia non dice alle persone quello che devono volere, ma le fa sentire parte di qualcosa e in qualche caso, protagoniste. Identificarsi con il protagonista, significa anche prendere una posizione precisa,
schierarsi contro un nemico. Una storia non è mai un racconto oggettivo, è sempre un punto di vista.
Dove i vostri soggetti saranno persone, nel reportage per esempio, sappiate dare voce ai vostri personaggi. Dobbiamo riuscire a mettere nelle condizioni di identificarsi nei personaggi che proponiamo, sia nei pregi che nei difetti.
I temi relativi alle più grandi narrazioni sono spesso gli stessi e riguardano gli importanti temi che coinvolgono l’intero genere umano: amore, pace, tolleranza, fede, religione, confitti, devastazione…
Certo, sono temi astratti ed è all’interno di questi che dovete cercare un’idea che vi conduca al racconto di un argomento interessante per i più, perché riguarda l’umanità, quindi potenzialmente un vasto gruppo di persone, anche se si concentra su un singolo soggetto o su piccole comunità.
Ricordate però… Un personaggio a cui va tutto bene, perfetto, con una bella famiglia, amato e ben voluto, purtroppo, non verrà particolarmente apprezzato dal pubblico.
Molti mi chiedono come mai in fotografia funzionino solo storie di difficoltà, socialmente difficili, talmente tristi o complicate da far rabbrividire.
Temi che coinvolgono l’uomo che, molto spesso, non sempre, hanno a che fare con alcune particolari condizioni umane come la malattia, la guerra, il disagio, la droga, il sesso, il cibo, l’ambiente, le tragedie familiari. Mi sono data questa risposta: la verità è che abbiamo un lato oscuro e siamo morbosi. La morbosità dà una strana esaltazione, anche fisica, uno stimolo quasi animale che ha, probabilmente, anche un valore dal punto di vista evolutivo. Le gazzelle osservano fintanto che una loro simile viene divorata da un leone. E così conoscono a cosa sono esposte se sospendono la loro corsa e si distraggono. Se si pensa alla sofferenza degli altri, è possibile che ci si senta in qualche modo sollevati di averla scampata. Lo stesso motivo, a mio parere, che fa funzionare lavori fotografici “tragici”. Spesso, tra l’altro, se si fotografa qualcosa di vissuto in prima persona, si dà l’impressione di essere semplici, attendibili e qualificati per farlo.
Allo stesso tempo, di fronte a immagini di stragi, incidenti, scatta una certa autotutela: rimaniamo quasi impassibili. Guardando il TG a pranzo e sentendo notizie tragiche, difficilmente ci lasciamo coinvolgere emotivamente, cioè continuiamo a mangiare tranquillamente, come se quelle notizie non ci riguardassero più di tanto, o comunque
riguardassero qualcosa di molto. È ovvio che questo discorso non vale per tutti, ma è inutile negare che se sentiamo la notizia di qualche strage in TV, mezz’ora dopo siamo in giro con gli amici. Non dovrebbe crearsi un senso di sconforto e preoccupazione tali da reagire?
Schierarci, muoverci, prendere posizione, mobilitarci, in quanti lo fanno ancora? Eppure siamo tutti (chi più chi meno) affascinati dalle disgrazie altrui.
Pensate anche all’umorismo, che si basa in grande parte sul fatto che qualcosa di spiacevole avvenga a qualcun altro.
Concludo con le parole di Francesco Nacci, mi sembrano calzanti e mi piacciono molto: «[…] È infatti finito il tempo in cui saper produrre una bella immagine fotografica, conoscere i segreti del materiale sensibile e le tecniche di ripresa e di utilizzo della macchina fotografica, erano considerati un privilegio, e lo erano, di pochi fortunati, studiosi e sperimentatori, amanti dell’arte non senza una certa disponibilità economica. È anche finito il tempo della cultura intesa come possesso di molte nozioni, di un titolo di studio superiore, preferibilmente classico-umanistico, di un trascorso sui libri e sulla dissertazione filosofica, dedicato allo studio dei grandi maestri della storia, ai fatti e ai movimenti intellettuali del passato, alla speculazione illuminata.
Oggi la cultura, quando non scritta con la “Q maiuscola”, è capacità di interpretare il presente, di ragionare sulle cose, di riconoscerne i valori, gli interrogativi, i significati. Capacità di vivere coscientemente il proprio tempo».
Impariamo quindi a raccontare storie forti, impariamo a concepire la arte narrativa del nostro lavoro.