Fotografi o avvoltoi?

Anni fa, Martin Luther King diede un consiglio a un fotografo della rivista Life. Quando i deputati dello sceriffo spingevano i bambini a terra durante una marcia per i diritti civili a Selma, in Alabama, il fotografo smise di fare fotografie e andò in aiuto dei bambini. King ha sentito dell’accaduto e gli ha detto: “Il mondo non sa cosa è successo, perché non l’hai fotografato. Per te è molto più importante fotografare piuttosto che essere un’altra persona che si unisce alla mischia” Ron F. Smith, Ethics in journalism.

Quando si ha una macchina fotografica in mano e si è fotogiornalisti, si ha sempre una grande responsabilità.

Apprezzo tantissimo chi riesce a fare questo mestiere tanto difficile.

Ho sempre avuto l’impressione che la macchina fotografica, fungesse da schermo tra me e il mondo. Mi sono sempre chiesta se fosse la stessa cosa per chi lavora in situazioni difficili e di tensione.

Filtro che in qualche caso potrebbe metterti nelle condizioni di percepire una sorta di difesa, rispetto a ciò che avviene.

Quello che so per certo è che i fotografi stanno lavorando quando producono i loro reportage, sono in servizio, cercano notizie e le immagini che scattano hanno una funzione precisa: essere vendute ai giornali (quindi seguire una serie di regole etiche ed estetiche necessarie) per far conoscere alla gente comune, cosa avviene nel mondo.

Il lavoro del fotogiornalista è quello di diventare invisibile e in tal modo, vedere per conto di tutti gli altri. In guerra, nella sofferenza più in generale, questa definizione si amplifica, si vede la morte, si testimonia la vita.

Testimoniare la vita e condividere la visione e l’esperienza che hanno vissuto, il più obiettivamente possibile. Per chi è fotografo e affronta situazioni strazianti, questa è una “missione”.

Quali sono i limiti da rispettare, se ci sono limiti.

Metto giù la fotocamera o rimango un osservatore? Credo che ogni fotografo si sia fatto centinaia di volte questa domanda.

Nella storia della fotografia i fotogiornalisti hanno sempre subito attacchi rispetto al dover intervenire o meno, nei confronti delle persone in difficoltà.

È il dilemma affrontato da Kevin Carter quando ha fotografato il famoso bambino affamato in Africa che vedete sotto. (Non giudicate i fotografi: Kevin Carter). La sua fotografia ha vinto il Premio Pulitzer, allo stesso tempo è stato diffamato per non aver aiutato il bambino. Poco dopo aver ricevuto il Pulitzer, soffrendo di depressione, si è suicidato.

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Copyright Kevin Carter

La cosa strana è che la gente comune è generalmente molto attratta da immagini cruente, la violenza da spettatore in qualche maniera, piace.

E allora i fotografi fanno un lavoro impossibile: colpiscono emotivamente gli spettatori che vogliono assolutamente vedere e sapere e allo stesso tempo, questi stessi spettatori, li chiamano avvoltoi.

Forse la risposta più logica che i giornalisti dovrebbero praticare è legata all’equilibrio. Scatta e, se necessario, aiuta.

In una posizione in cui si può aiutare, credo si sia moralmente obbligati a farlo.

So che molti non saranno d’accordo con questa affermazione, molti scatterebbero e basta. Del resto la mia è una posizione da esterna, da osservatrice. Come posso sapere cosa si provi in situazioni tanto concitate, tanto veloci, tanto penose?  Sono fotoreporter, non dottori o infermieri.

So che la documentazione degli avvenimenti del mondo è fondamentale, si dovrebbe avere la possibilità di scattare finché non si è l’unico rimasto a poter fornire aiuto. Allora, l’umanità deve avere la precedenza. È una questione di valori, scatta e poi, se è necessario e puoi, aiuta.

“Quella è stata la prima volta che l’ho visto commettere un atto di violenza, e il mio istinto è stato quello di scattare una fotografia… Quando ho visto la sua mano tornare a colpirla una seconda volta, l’ho afferrato per un braccio e gli ho detto: “Che diavolo stai facendo? La farai del male! “Mi ha buttato fuori e ha detto:” È mia moglie e conosco le mie forze,  devo insegnarle che non può mentirmi “,  da quel momento non l’ha  più colpita. ” – Violenza domestica, Donna Ferrato

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Violenza domestica, Donna Ferrato

“Non ricordo di aver scattato questa foto. Ho sentito l’adrenalina. MI sono trasformato in fotografo e non più una persona. Non mi è venuto in mente di parlare con loro. L’uomo era con sua moglie. È stato gravemente ferito e ha ricevuto aiuto da altre persone nelle vicinanze, tra cui un poliziotto fuori servizio. Quelli che potevo vedere erano già morti. Ho pensato che la cosa migliore che potessi fare e quello che so fare meglio è documentare (non cooscendo il primo soccorso), mostrare alla gente cosa è successo.” Bomb aftermath, by Hampus Lundgren 

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Bomb aftermath, by Hampus Lundgren 

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2 pensieri su “Fotografi o avvoltoi?

  1. Magari è anche importante stabilire perché documentare, a che scopo: la sete di conoscenza dell’uomo va sempre soddisfatta, anche se è fine a se stessa? Una volta che il mondo è al corrente di un grave male, se non fa nulla per curarlo non serviva a nulla. Insomma il vampirismo umano per cui ciascuno di noi si sente più fortunato vedendo la sofferenza altrui forse non va necessariamente nutrito. Questo detto da esterno sia al giornalismo che al reportage fotografico.

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