Una forte valenza etica deve stare alla base di qualsiasi lavoro di un fotogiornalista.
Il recente scandalo che coinvolge il fotografo Souvid Datta, mette in luce i danni che possono essere fatti quando i fotogiornalisti non rispettano l’etica professionale.
Datta ha ammesso di aver falsificato questa foto e altre. Potete leggere l’intervista con le ammissioni qui. Sembra che il suo sito, il profilo Facebook e Twitter siano stati chiusi, o comunque penetrabili esclusivamente con una password.
Negli ultimi anni Datta aveva vinto premi prestigiosissimi quali
Di recente è scoppiato un caso simile che ha compromesso in parte, anche la credibilità di Steve McCurry. Ne avevo parlato qui e qui
Insomma un gran casino…
Sono andata a cercarmi quindi, quale dovesse essere il codice di comportamento di un fotogiornalista serio, ho trovato l’associazione NPPA, che promuove il fotogiornalismo nel tentativo di mantenere livelli adeguati di professionalità.
Altra priorità è difendere l’interesse della gente di ricevere giuste informazioni su tutti gli eventi pubblici, di cui i fotogiornalisti sono testimoni.
L’NPPA afferma che i fotogiornalisti hanno la responsabilità di documentare la società e preservare la sua storia attraverso le proprie immagini.
Allego qui il codice etico tradotto.
Questo codice etico è destinato a promuovere con la massima qualità, tutte le forme di fotogiornalismo e rafforzare la fiducia del pubblico nella professione. Inoltre, questo codice serve come strumento educativo per i fotogiornalisti e coloro che apprezzano fotogiornalismo.
CODICE ETICO
I Fotogiornalisti e coloro che gestiscono la produzione di notizie sono responsabili e devono lavorare secondo le seguenti regole durante lo svolgimento della professione.
1.Essere preciso e completo nella rappresentazione dei soggetti.
2.Resistere dall’essere manovrati dalle opportunità fotografiche messe in scena.
3.Evitare gli stereotipi su individui e gruppi. Riconoscere e evitare di rivelare i propri pregiudizi nelle immagini.
4.Trattare tutti i soggetti con rispetto e dignità. Dare particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili e compassione alle vittime di reati o una tragedie. “Entrare” in momenti privati e di dolore solo quando il pubblico necessita effettivamente di quella testimonianza.
5.Non tentare di alterare o influenzare gli eventi intenzionalmente.
6.Editando le immagini, si devono mantenere l’integrità del contenuto e del contesto. Non devono manipolare le immagini, aggiungere o modificare il suono in alcun modo se questo può confondere il pubblico.
7.Non pagare fonti e soggetti o ricompensarli materialmente per le informazioni. 8. Non accettare doni, favori o compensi da coloro che potrebbero cercare di influenzarci. 9.Non sabotare intenzionalmente gli sforzi di altri giornalisti.
Idealmente un fotoreporter dovrebbe:
1.Sforzarsi di divulgare ciò che è di interesse pubblico. Difendere i diritti di accesso a tutti i giornalisti.
2.Pensare proattivamente, come uno studente di psicologia, sociologia, politica e arte per sviluppare una visione e presentazione unica. Lavorare con avidità alla ricerca di notizie e coi mezzi di comunicazione visiva contemporanei.
3.Sforzarsi di avere accesso illimitato a tutti i soggetti, cercando alternative alle opportunità poco profonde o affrettate, cercare diversi punti di vista e lavorare per esporre anche i punti impopolari o non presi molto in considerazione.
4.Evitare di essere coinvolti politicamente, civilmente, potreste compromettere la vostra indipendenza giornalistica.
5.Sforzarsi di essere discreti e umili nel trattare con i soggetti.
6.Rispettare l’integrità del momento fotografico.
7.sforzarsi di mantenere lo spirito e standard elevati, espressi in questo codice. Nell’affrontare situazioni in cui il comportamento corretto non è chiaro, chiedere il parere di coloro che hanno più esperienza nella professione. Fotogiornalisti dovrebbero studiare continuamente la propria professione e l’etica che la guida.
Spero che chi si appresta a questa professione, lo legga o lo abbia già letto…credo serva e sia fondamentale.
Sto scrivendo il 15 luglio, il giorno successivo alla tragedia di Nizza.
Sto scorrendo gli articoli su vari giornali, italiani e stranieri e le immagini di quei corpi mi colpiscono profondamente. E Nizza viene dopo Istanbul, Baghdad, Parigi, Bruxelles e potrei continuare ancora per molto, andando indietro negli anni, ma mi fermo qui.
Poichè praticamente ogni giorno siamo esposti ad immagini che mostrano atti di violenza e di morte, in modo anche molto esplicito, l’argomento mi fa sempre riflettere. Pubblicare o non pubblicare?
La pubblicazione di immagini cruente contribuisce alla divulgazione delle notizie e alla risoluzione dei conflitti o invece la continua esposizione ci ha reso talmente assuefatti che ormai vediamo tutto quasi con indifferenza?
Ho letto recentemente questo articolo apparso sul Time nel 2014, che raccoglie diverse opinioni e punti di vista, anche di persone qualificate in ambito giornalistico e scientifico, e ho pensato di tradurlo per condividerlo con voi. E’ un po’ lungo, ma offre spunti secondo me molto interessanti e nonostante non recentissimo, è più che mai di attualità.
Pochi mesi fa, gli attentati all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles; non si contano i filmati e le fotografie che sono apparse su tutti gli organi di informazione. Una di queste, scattata dalla giornalista georgiana Ketevan Kardava, ha riportato a galla l’annosa questione di quanto sia lecito/etico scattare questo tipo di fotografie invece di prestare assistenza.
(Ketevan Kardava)
La risposta della Kardav a chi le chiedeva se non fosse stato più utile posare la fotocamera ed aiutare le vittime, è stata: “Non so come ho fatto. Non so come ho scattato quella foto. Come giornalista è stato un mio istinto, in quel preciso momento, ho realizzato che per mostrare al mondo cosa stava succedendo in quegli attimi di terrore, una foto era più importante”.
Ad un simile “dilemma” furono messi davanti Kevin Carter nel 1994 per la celeberrima foto della bimba sudanese con l’avvoltoio, prima di lui Franck Fournier, WPP nel 1985, con l’immagine della bimba colombiana prigioniera di una colata di fango causata dall’eruzione di un vulcano e prima ancora Eddie Adams nel ’69.
(Kevin Carter) (Franck Fournier)
(Eddie Adams)
Tutti i dibattiti, gli articoli e le disquisizioni, non hanno mai portato a condanna o assoluzione (mi si perdonino i termini) degli autori delle immagini e nemmeno ho l’arroganza di pensare che lo possano fare queste poche righe, ma vorrei provare a stimolare una vostra riflessione che mi auguro, anche per una crescita personale, vogliate condividere con noi. La frase che sta nel titolo è di Gilles Peress (di cui abbiamo già presentato un libro) e forse sintetizza tutta la questione, ma ho voluto provare a darmi delle risposte che, ripeto, non sono certo il Vangelo. Penso che chiunque fotografi, ma non solo, abbia dei limiti propri oltre il quale non vorrebbe o non intende spingersi, questi limiti non sono imposti da leggi, civili o religiose che siano, ma derivanti dal vissuto di ognuno di noi e proprio perché autoimposti, potremmo un giorno oltrepassarli e spostare questo confine etico un poco più in là. Questo, come dicevo, non riguarda solo chi fotografa, ma anche chi selezione le immagini da pubblicare, la testata stessa che le diffonde, fino al fruitore finale che decide se acquistare o aprire il sito di quella testata per guardare queste fotografie.
Credo, a torto o a ragione, che sia anche leggermente ipocrita scagliarsi sulla giornalista georgiana per aver fatto null’altro che il suo lavoro, ossia raccontarci, quando siamo i primi a sfoderare il nostro smartphone e scattare immagini dell’incidente accaduto sotto casa o appassionarci davanti a trasmissioni che raccontano altrui disavventure; con questo non voglio puntare il dito ne contro chi produce o pubblica queste foto, ne contro i censori delle stesse, ma invitarvi ad indagare su quali siano i vostri “limiti” e magari condividerli su questo blog.
Interessante, per chi volesse approfondire, leggere l’articolo pubblicato dall’ European Journalism Observatory sull’argomento (e che mi ha stimolato queste righe), di cui lascio il link di seguito.
Grazie a tutti….Angelo
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Lifeè una rivista statunitense, che dal 1936 ha raccontato la “vita” del mondo intero e che ha fatto la storia del fotogiornalismo, grazie ai più grandi fotografi come Margaret Bourke-White, Larry Burrows, Robert Capa, ecc.
Prima copertina della rivista Life del 1936 con il famoso logo e la foto della diga di Fort Peck di Margaret Bourke-White
Le radici della rivista Life sembrano risalire all’anno 1883, come magazine umoristico che trattava argomenti di interesse generale. Fu il fondatore della rivista TIME Henry Luce, che nel 1936 lo trasformò nel famoso magazine fotogiornalistico.
Albe e tramonti
La rivista uscì come periodico settimanale dal 23 novembre 1936 fino al 29 dicembre del 1972, un ultimo numero in edizione speciale doppia, dove si intravede la scritta “goodbye” in basso a destra nella cover,
Ultima copertina di Life del 29 dicembre 1972
Nel 1978 la rivista riprese come periodico mensile per chiudere ancora nel 2000
Ultima copertina di Life del 4 aprile 2000
Riaprire ancora nel 2004, come supplemento settimanale in vari quotidiani USA, fino all’ultimo numero del 20 aprile 2007
Ultima copertina di Life del 20 aprile 2007
Le cause della chiusura sono, come si può intuire, legate ai grossi costi di produzione e alla concorrenza di internet e, a quanto pare, questa chiusura sembra proprio quella definitiva.
Al momento Life pubblica soltanto numeri speciali time.com/life, mentre online è consultabile tutto l’archivio fotografico, reso disponibile per uso “personale”, che vi abbiamo già mostrato sul blog in questo articolo.
A questo link è possibile acquistare i vecchi numeri di Life: 2Neat Magazines – LIFE Magazines for Sale 2neatmagazines.com
Fonti consultate: corriere.it – ilpost.it – wikipedia – 2neatmagazines.com
(Gianluca)
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Questo è uno dei fotogiornalisti contemporanei che preferisco. Attraverso i suoi occhi Pep Bonet esprime il fotogiornalismo in modo più complesso e interpretato, racconta e interpreta splendidamente. Bonet dice: “Io cerco di cancellare i confini tra giornalismo e lavoro artistico. Non credo nell’oggettività dell’informazione. Mi piace raccontare le mie sensazioni su quello che vedo. Per far questo, talvolta uso fotografie mosse o sfocate, per trascinare lo spettatore dentro l’atmosfera del luogo e fargli sentire la sofferenza o la confusione della realtà che riporto.” ”Quando vendo una storia che sarà pubblicata è importante per me che la gente scopra vicende di cui non avrebbe sospettato l’esistenza senza di me.”
San Pedro Sula, Honduras. May 2008. Deylin and Manuel “la nelo” at their hotel room smoking crack. Deylin Monserrat is a transsexual commercial sex worker. She is HIV positive and lives in a small and destroyed hotel where she works and lives together with Manuel. Manuel Martinez “la negra” is a transsexual commercial sex worker and he is HIV positive. They booth are addicted to crack, marihuana and alcohol.
Rio de Janeiro, Brazil. April 2012. Julia is a transsexual, she works as a commercial sex worker in the streets of Lapa, in Rio. She rents a room in a house where about 25 other transsexuals live and work as commercial sex workers. The owner of the house is Luana Muniz, Luana is an activist, she cares for the transsexuals and is involved in the fight for their rights. The combined effects of discrimination, humiliation, lack of education, and isolation from mainstream society place enormous emotional strain on Brazil’s transgender people, especially those who earn their living as sex workers. Unlike female sex workers, who have a range of professional options available to them, transgender sex workers often feel they have no options. Many see prostitution as the price they pay for choosing to transform.
SIERRA LEONE Freetown An inmate in the rain at the City of Rest (CORE) drug rehabilitation centre. The Deliverance Ministry runs the centre, which offers counselling and support for recovering drug addicts, alcoholics and traumatised or delinquent youths. The ministry tries to address problems of addiction, delinquency and even cases of demonic possession with rest, food and prayer.
Rio de Janeiro, Brazil. April 2012. Shaw is a nine-teen year old transsexual, she works as a commercial sex worker in the streets of Lapa, in Rio. She is originally from Fortaleza. She rents a room in a house where about 25 other transsexuals live and work as commercial sex workers. The owner of the house is Luana Muniz, Luana is an activist, she cares for the transsexuals and is involved in the fight for their rights. The combined effects of discrimination, humiliation, lack of education, and isolation from mainstream society place enormous emotional strain on Brazil’s transgender people, especially those who earn their living as sex workers. Unlike female sex workers, who have a range of professional options available to them, transgender sex workers often feel they have no options. Many see prostitution as the price they pay for choosing to transform.
Rio de Janeiro, Brazil. April 2012. “Turma Ok” Club, located in Lapa. Lorna Washington getting ready for a performance. Lorna, precursor of drag queens in Rio de Janeiro, always satirized the Brazilian divas such as Maria Bethania and Elza Soares. Lorna, who is one of the founders of the band Carmen Miranda, witnessed the inauguration of the first spaces used exclusively for the Rio GLS like “Turma ok” One of his most applauded show was at the club Parrots in the mid-80s, with the direction of Joseph Walter Girão de Melo. But his success was not limited to Brazil. In 1996, Lorna Washington performed also in the USA. Long before there was any organized gay movement in Brazil, “Turma Ok” was founded in the early 60’s in Rio. With almost 50 years of existence, is the oldest gay group in Brazil, and remains active producing cultural events and promoting camaraderie among the participants.
Bio
Nato in Spagna (1974), Pep Bonet ha studiato fotografia ad Amsterdam nel 1997. Organizza il suo lavoro su progetti a lungo termine, in particolare sul continente Africano, dai quali ha tratto diversi libri fotografici e oltre 35 mostre presentate in tutto il mondo. Il suo lavoro più celebre “Faith in Chaos”, un saggio fotografico sugli strascichi della guerra in Sierra Leone, ha ricevuto nel 2005 il premio W. Eugene Smith Grant in Humanistic Photography. Nel 2004 l’American Photo Magazine Editor’s Choice ha eletto Bonet uno degli Artisti Emergenti dell’Anno e nel 2009 vince il World Press Photo per i suoi “portrait stories”
Quante sfumature nelle fotografie di PIERGIORGIO BRANZI. Ho trovato un’intervista molto interessante e le fotografie sono spettacolari.
190508 001
Cresciuto a Firenze, comincia a fotografare negli anni cinquanta. Formatosi nella tradizione figurativa toscana, si identifica nel “realismo-formalista”.
Nel 1955 intraprende un lungo viaggio in motocicletta, attraverso l’Abruzzo e il Molise, la Puglia e la Lucania, la Calabria e Napoli, ma anche verso le zone depresse del Veneto. L’ anno successivo attraversa la Spagna.
Collabora all’esperienza editoriale de Il Mondo di Mario Pannunzio, registrando con le sue immagini la nascita convulsa della società di massa, il formalismo nei comportamenti della nuova borghesia, il graduale processo di omologazione consumistica.
Verso la fine degli anni cinquanta, dopo aver abbandonato gli studi di giurisprudenza, rallenta l’attività fotografica cercando uno sbocco nel giornalismo scritto. All’inizio degli anni sessanta è assunto dalla RAI. Nel 1962 il direttore del Telegiornale, Enzo Biagi, lo invia a Mosca, quale corrispondente televisivo occidentale nella capitale sovietica.
Nel 1966 lascia Mosca per assumere l’incarico di corrispondente da Parigi. Dopo il maggio 1968, rientra a Roma come conduttore e inviato speciale del Telegiornale. Realizza inchieste e documentari in Europa, Asia, Africa.
Dopo l’esperienza moscovita lascia la fotografia sperimentando la pittura e l’incisione. Riprende a fotografare a metà degli anni novanta per una rivisitazione dei luoghi pasoliniani.
Dal 2007 sperimenta le possibilità della tecnica digitale. Numerose mostre personali delle sue immagini sono state ospitate in Gallerie private, Musei, Istituzioni pubbliche.
INTERVISTA da Italian ways.
Si dice che all’origine suo amore per la fotografia ci sia la libreria di suo padre…
In un certo senso, è vero. Lasciai la cittadina dove nacqui, Signa, una decina di chilometri da Firenze, quando avevo non più di cinque anni. La mia famiglia si trasferì definitivamente a Firenze dove mio padre, assieme a due amici, aveva fondato una casa editrice, la Libreria Editrice Fiorentina, tuttora attiva, aprendo anche una libreria in via del Corso. In effetti, l’attività paterna mi permise una precoce iniziazione a testi e immagini fotografiche, ben rare a quel tempo.
All’inizio, come per molti della sua generazione, c’è Cartier-Bresson… Quando conobbe il suo lavoro?
Incrociai le sue opere soltanto nel ’52, visitando la sua prima mostra in Palazzo Strozzi. Compresi che non si trattava solo di una collezione di belle immagini, ma che esisteva un “codice linguistico” nuovo, estremamente diretto ed efficace, per rappresentare la realtà e comunicare la “propria lettura” del mondo. Uscito dalla mostra comprai subito una macchina fotografica. Una Condor costruita a Firenze dalle Officine Galileo nel quadro di riconversione postbellica.
Come ricorda il suo primo incontro con il grande fotografo francese?
Ho incontrato personalmente Cartier-Bresson due volte. La prima volta a metà degli anni Cinquanta, nella sede della Magnum, dove mi accolse con insperata disponibilità – ero un giovane dilettante dell’ultima e più sperduta periferia fotografica d’Europa –, e mi riservò il raro privilegio di consultare i provini a contatto. Ebbi così modo di constatare con sorpresa che “images à la sauvette” [titolo del primo libro di Cartier-Bresson, del 1952, ndr] era un modo di dire di gergo, e che su uno stesso soggetto aveva scattato anche più di un rullino. La scelta dell’immagine definitiva, cosa che per la verità anch’io già facevo, era indicata da un segno rosso di matita morbida sul provino a contatto.
E il suo secondo incontro con lui?
Fu a Firenze. Aveva 92 anni, ci incontrammo in una cena privata, a casa del presidente della Alinari, De Polo. Potei godere così, per oltre due ore, della compagnia di un uomo di squisita cortesia e disponibilità, come mi aveva già dimostrato nell’incontro di Parigi. Una persona dotata di instancabile curiosità. Un maestro di vita, oltre che di fotografia.
Lei ha fatto parte del Gruppo fotografico Misa di Giuseppe Cavalli…
L’esperienza con gli amici del Misa di Senigallia è stata molto importante per me. Ebbi l’opportunità di conoscere gli esponenti della Bussola, il più noto e qualificato gruppo fotografico italiano. Insieme a Cavalli c’erano Veronesi, uno dei maggiori astrattisti europei, Vender, Finazzi, lo scrittore ed esploratore Fosco Maraini, Ferruccio Ferroni, e altri ancora. Ma ho avuto soprattutto la fortuna di incontrare Mario Giacomelli.
Che ricordo ha di lui?
Giacomelli aveva più o meno la mia età, e con lui stabilii un certo sodalizio artistico, perché tutti e due impegnati, in quel momento, a scandagliare le possibilità d’impianto espressionista: toni definitivamente neri e bianchi bucati, mangiati nella ripresa e nella stampa. In accordo definimmo questo “segno” l’identificazione stessa del fare fotografia, e su questo richiamo alla grafica stabilimmo un rapporto di intesa che contribuì ad avvicinarci anche sul piano dell’amicizia: un’amicizia protrattasi intatta per mezzo secolo. Questo nostro modo di fare fotografia ci portò ben lontano dalla linea estetica di Cavalli e della Bussola, e dalle loro raffinate immagini che tendevano a rincorrere la leggerezza di segno della matita, le modulazioni di grigio dell’incisione all’acquatinta, uno stile che non aveva saputo registrare i cambiamenti determinati nella società dai traumi dell’ancora recente conflitto. Quando fummo cooptati, assieme ad Alfredo Camisa, nell’empireo del glorioso Gruppo, dalla prima riunione collegiale emerse subito, chiaramente, per tutti e tre, l’impossibile convivenza con i dettati di un’estetica delineata ben prima della guerra. E il sodalizio si sciolse senza colpo ferire, come neve al sole.
Quali erano i maestri, oltre a Cartier-Bresson, cui si ispirava all’inizio della sua attività?
Sulla maturazione formale, dopo l’iniziazione di Bresson, l’input più consistente lo ricevetti dai fotografi di “Life”, le cui immagini ebbi la fortuna di trovare in un inserto all’interno di una raccolta di scrittori americani distribuita da un’agenzia di promozione letteraria postbellica: Walker Evans, la Bourke-White, Paul Strand, con i suoi ritratti congelati in una posa più fresca di un’istantanea, il pittore-fotografo Ben Shan… E più tardi Robert Frank, che mi sorprese per la capacità di realizzare un libro “epocale” sulla società americana senza alcuna immagine “spettacolare”. E ancora i francesi, Brassaï e Izis Bidermanas, dei quali erano apparsi i primi volumi sulla quotidianità parigina, letta in viraggio immaginifico.
Nel 1955 realizza primo grande reportage in Italia, percorsa in moto: come ricorda quell’esperienza?
Io provengo da una famiglia impegnata nel sociale e nel politico, e mi portavo dietro un preciso bagaglio di attenzione culturale, e quindi anche fotografica, per una ricerca sull’uomo e sui suoi comportamenti, sulla società in quel momento in rapido sviluppo. L’Italia, uscita dal conflitto da meno di un decennio, era un Paese povero, nel migliore dei casi di dignitosa indigenza. E nel Meridione, un Paese del tutto arcaico e doloroso. Questo arcaismo mediterraneo, che trovai non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Grecia – gli altri due Paesi che poi attraversai –, mi interessava anche perché mi sembrava di intravvedervi l’essenza stessa dell’uomo allo stato di pre-omologazione consumistica: genuino come in effetti era. Cercai di affrontarlo con uno sguardo di empatia e anche di compassione, sperando di dare alle immagini un contenuto di messaggio sociale. Erano gli anni dell’inizio della motorizzazione, con l’apparizione della Vespa, della Lambretta e di motocicli vari. Ma il fratello della mia futura moglie, grande sportivo, possedeva una Guzzi 500. Lo convinsi a dedicare le vacanze estive al periplo del Centro-sud: partendo dall’Emilia e, a scendere, Abruzzo, Marche, Molise, Puglia, Lucania, Campania, Lazio, Toscana… Le strade erano così come gli eserciti le avevano lasciate, quasi tutte nelle condizioni di veri e propri carriaggi, spesso poco più che sentieri. Ma l’esperienza la ricordiamo ancora oggi con esaltante sorpresa.
Ma le sue attenzioni non si rivolgono solo al mondo rurale…
L’ambiente contadino del Sud meritava l’attenzione che più tardi dedicai al mondo della nuova borghesia, una classe sociale in quegli anni in formazione, con tutte le scontate ingenuità e gli atteggiamenti che la rapida trasformazione comportava. Una ricerca, questa, raccolta in più di un centinaio di immagini pubblicate su “Il Mondo” di Mario Pannunzio.
Come arriva al “Mondo”?
A quel settimanale approdai via “posta raccomandata”. Spedivo cinque o sei foto alla volta che mi tornavano indietro qualche settimana dopo, tranne quelle che avevano pubblicato, scelte personalmente dal direttore-proprietario, Pannunzio. Per una decina di anni, “Il Mondo” offrì ai fotografi italiani una tribuna e un palcoscenico come nessun’altra rivista dell’epoca, anche specialistica, aveva mai fatto. Ma anche i fotografi, è doveroso riconoscerlo, dettero molto all’immagine raffinata del settimanale, alla novità dello sguardo, colto e laico, con cui veniva osservata una società in così rapida trasformazione.
Poi c’è l’esperienza in Unione Sovietica…
Ero stato assunto dal Telegiornale nel 1960, anche per la mia esperienza con la ripresa cinematografica, oltre che fotografica. La Rai progettava la creazione di un settore di giornalisti-reporter, gente capace cioè di operare con i due strumenti. Realizzai subito alcuni servizi nei Balcani, in India, in Finlandia, oltreché in Italia. Nel ’62 il direttore, Enzo Biagi, mi chiese se me la sentivo di andare a Mosca a tentare di aprire una sede di corrispondenza giornalistica, impresa che a nessun organismo radiotelevisivo occidentale era mai riuscita. Biagi addolcì la pillola assicurandomi che avvertiva la possibilità di aperture nel clima politico di quel Paese, e, da buon giornalista qual era, mentiva sapendo di mentire: l’anno prima a Berlino avevano cominciato a costruire un muro, e da due settimane navi sovietiche erano in rotta verso Cuba, con un carico di missili nucleari. Furono però anche gli anni di un primo “disgelo” politico: a Mosca riapparvero alcuni vecchi “intellettuali dissidenti”, mentre per i più giovani e inquieti si riaprì la stagione delle lunghe “settimane bianche” in Siberia.
Comunque riesce a lavorare anche là…
Nonostante il divieto assoluto di fotografare, la variante nostrana di “vietato-vietare” mi permise di comporre un personale diario di immagini, pubblicato nel ’95.
Ha un buon ricordo degli anni?
Sul piano personale, la quadriennale quotidianità di convivenza con la realtà russa è stata, per me e per i miei familiari, un’esperienza umana determinante e indimenticata.
Poi verso la fine degli anni Sessanta abbandona la fotografia…
È vero, tornato da Mosca appesi la macchina al chiodo. Non si possono fare due mestieri insieme – fotografia e televisione – e il secondo era diventato la mia principale professione. Avvertivo inoltre il bisogno di riflettere sui quindici anni della mia attività fotografica. L’esperienza delle immagini moscovite mi aveva condotto su strade diverse da quelle fino ad allora praticate, e desideravo ritrovare il filo di Arianna, le tracce costanti, i “segni”, se ve ne fossero stati, introdotti nel mio linguaggio figurativo.
Ho sempre detto che fotografare è disegnare, ma non l’inverso. Riflessione che mi portò a ripercorrere il sentiero della pittura, che avevo ripreso in Russia nella speranza di riempire il vuoto pneumatico delle domeniche moscovite. Così come quello dell’incisione su lastra, che mi procurò pure, per la verità, qualche buona soddisfazione.
È vero che riprende l’attività “ufficiale” con un reportage sui luoghi pasoliniani? Ha conosciuto Pasolini?
Anche questo risponde a verità. Purtroppo Pasolini non l’ho conosciuto. Ho solo fotografato, nel ’95, la sua casa a Casarsa, in via di trasformazione in centro culturale. Dal “salotto buono” trassi un’immagine che amo molto. Una scatola vuota, che nessun personaggio anima, ma che dice a sufficienza sulla famiglia che l’ha vissuta: “I muri ci parlano” osservava Brassaï. Il divano, ad esempio, pretenzioso se pur liso, indica una condizione di piccola borghesia, in dignitosa parsimonia di mezzi. La finestra sul corso principale suggerisce un villino, e quanto la famiglia tenesse a una posizione di prestigio nell’ambito paesano. Il piccolo lampadario e la tenda alla finestra – rivalsa dell’amata madre allo schematismo anche mentale del padre, ufficiale di carriera – inondano la scatola-salotto di quella particolare luce filtrata che sembra animare le cose inanimate. Una scatola vuota e una tenda che si gonfiò in “giusto respiro”, quasi evocando un’assente presenza.
Lei ha detto spesso di preferire il bianco e nero, perché, ha dichiarato in un’intervista, “sottolinea l’essenziale”. Ci può spiegare meglio?
Preferisco il bianco e nero perché negli anni Cinquanta, quando ho cominciato, il colore era una costosa curiosità. Ma anche perché noi toscani consideriamo il disegno l’“etica” stessa di ogni espressione figurativa. Firenze è una città figlia di due cave di pietra: di “pietra serena”, quindi il grigio della grafite, e l’altra di “pietra dura”, cioè l’ocra spento del Palazzo della Signoria. È una città dall’aspetto severo, e il colore rimane accessorio gradevole, un riempitivo, pur se splendido possa risultare. Ogni suo angolo è disegnato secondo i precisi parametri della triangolazione della camera ottica, nel rapporto di equilibrio delle masse. Anche la campagna è bicolore e disegnata, come si sa. Verde scuro del cipresso, che non cade e non perde foglie, e verde argento dell’ulivo, anch’esso ben solido sul terreno, e fogliame indenne al più duro inverno. Potevo mai allontanarmi da questa rassicurante “gabbia”?
Quali macchine fotografiche predilige?
Dopo la Condor, con la quale avevo cominciato, passai alla Rolleiflex, e alla sua indimenticata sezione aurea. A metà degli anni Cinquanta arrivò la Leica M, che da più di mezzo secolo è “la mia macchina”.
La fotografia è, secondo lei, una forma d’arte o piuttosto, come dice Berengo Gardin, una forma di testimonianza e di documentazione?
L’affermazione di Berengo Gardin, che assegna alla fotografia il solo ruolo di “testimonianza e documentazione”, mi appare eccessivamente riduttiva. Lasciando da parte l’annosa e sterile disputa se possa esser definita arte o meno, è certo che la realtà la vediamo attraverso il fondo di bottiglia dell’obiettivo, ma è altrettanto certo che la creazione dell’“immagine” attiva le corde della nostra sensibilità, della nostra cultura non solo figurativa: coinvolge la coscienza sociale, il livello “etico” dell’autore, lo responsabilizza. In ultima analisi “l’immagine finale” proviene dal più profondo del nostro essere, dalla nostra stessa identità. E ci scopre e ci smaschera. Ci aiuta Oscar Wilde: «Qualunque ritratto, dipinto con intelletto ed empatia, è un ritratto dell’artista e non del modello. Il modello non è che l’occasione. Non è lui che è rivelato dal pittore, ma è il pittore che rivela sé stesso».
Com’è il suo rapporto con il digitale?
Lo sto sperimentando per cercare di decodificarlo, prender mano con le forse troppe possibilità che sembra offrire. Ma lo guardo con “diffidenza”, considerando quanta di questa travolgente, immane e labile produzione verrà mai trascritta su un supporto durevole. Non dobbiamo dimenticare che per le generazioni future la fotografia rimarrà ancora la migliore “protesi della memoria” collettiva.
Quante volte abbiamo pensato, guardando una foto e pensando ai fotogiornalisti che operano in zone calde: “…per questi ci vorrebbe una medaglia…”, magari nemmeno vi è passata per la mente una simile affermazione, ma sicuramente sarete rimasti ammirati da quanta arte mettono questi professionisti, nel raccontarci il mondo.
“The Gold Medal”, il volume curato da Roberto Koch, nasce con l’intento di rendere omaggio alla figura del fotoreporter.
Sebbene la fotografia abbia oggi raggiunto un alto livello di popolarità, i fotografi trovano sempre più difficoltà a trovare chi finanzi il loro lavoro.
60 anni visti attraverso le immagini premiate nei più prestigiosi premi, nati espressamente per il fotogiornalismo, cercando di dare merito anche al lavoro che le giurie di carattere internazionale, hanno compiuto per premiare il valore di una ricerca, riconoscendo le forza di una visione nuova. Così, le sei sezioni del libro, una per ogni decennio, sono introdotte da uno scritto di alcuni dei maggiori photo editor; Monica Allende, Elisabeth Biondi, Giovanna Calvenzi, Christian Caujolle, Aidan Sullivan e John Morris. Ogni immagine è accompagnata da un breve testo descrittivo e dalla biografia del fotografo.
Un omaggio ad un settore fotografico sempre più necessario e sempre più complicato, perché: “…non c’è scrivania per i cronisti dell’immagine.”