Mostre di fotografia consigliate a marzo

L’avvicinarsi della primavera ci porta tante mostre di fotografia da non perdere! Date un’occhiata di seguito.

Anna

IRVING PENN. PHOTOGRAPHS 1939 – 2007. Capolavori dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi

Irving Penn, <em>Picasso (1 of 6)</em>, Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation<br />
Irving Penn, Picasso (1 of 6), Cannes, 1957, Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris | © The Irving Penn Foundation

d inaugurare il programma espositivo del neonato Centro della Fotografia di Roma è la grande mostra IRVING PENN. PHOTOGRAPHS 1939 – 2007, dal 30 gennaio sino al 29 giugno 2026, che presenta al pubblico una selezione di 109 stampe provenienti dalla prestigiosa collezione della Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, realizzate tra il 1939 e il 2007.
La collezione della MEP è il risultato di un lungo rapporto di collaborazione con l’artista e, negli anni più recenti, di un dialogo continuo con la Irving Penn Foundation, istituzione fondata dallo stesso Irving Penn per preservare e promuovere il suo lascito artistico.
La mostra è curata da Pascal Hoël, Head of Collections MEP, Frédérique Dolivet Deputy to Head of Collections MEP e Alessandra Mauro curatrice per il Centro della Fotografia di Roma, promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei. La Maison Europe enne de la Photographie ed il Centro di Fotografia ringraziano la Irving Penn Foundation di New York per la collaborazione. 

Ogni immagine è il risultato di lunghe riflessioni che hanno portato a composizioni senza tempo, realizzate con sofisticate tecniche di stampa. Gran parte di queste opere sono diventate icone intramontabili della storia della fotografia” , affermano i curatori della mostra.

Irving Penn (1917–2009) è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi maestri della fotografia del Novecento. Per oltre sessant’anni protagonista della scena internazionale e firma storica della rivista Vogue, Penn ha rivoluzionato i generi della fotografia di moda, del ritratto e della natura morta, con uno stile inconfondibile fatto di rigore formale, eleganza essenziale e straordinaria attenzione ai dettagli. Le sue immagini, per lo più realizzate in studio, sono celebri per la loro apparente semplicità e per la capacità di restituire, con la stessa intensità, soggetti famosi e persone comuni. Accanto ai ritratti di artisti, scrittori e celebrità, Penn ha dedicato grande attenzione a progetti personali diventati iconici, come le nature morte con mozziconi di sigarette o oggetti abbandonati, trasformati in immagini di sorprendente bellezza. La mostra, articolata in sei sezioni, offre una panoramica completa della sua opera, mettendo in luce non solo la potenza della sua visione artistica, ma anche la sua straordinaria abilità di stampatore. Penn seguiva, infatti, ogni fase del processo con estrema cura, sperimentando tecniche raffinate come la stampa al platino, per ottenere immagini senza tempo, oggi considerate pietre miliari della storia della fotografia.

Il percorso espositivo si apre con i Primi lavori (1939-1947), cioe le prime fotografie che realizza lungo le strade di New York, poi nel sud degli Stati Uniti e poi ancora in Messico nel 1941. Nel 1945 e in Europa e in Italia, come autista volontario di ambulanze dell’esercito americano e utilizza la sua macchina fotografica per raccogliere testimonianze visive di quel periodo travagliato. In mostra anche la celebre fotografia dedicata al “gruppo d’intellettuali italiani al Caffe Greco” realizzata a Roma da Irving Penn per Vogue nel 1948. La seconda sezione e dedicata ai numerosi Viaggi tra il 1948 ed il 1971 per Vogue, dal Peru al Nepal, dal Camerun alla Nuova Guinea, nei quali realizza ritratti degli indigeni immersi nella luce naturale, dopo averli isolati dal loro ambiente in uno spazio neutro. La sezione numero tre riguarda invece i Ritratti (1947 – 1996) soprattutto delle celebrita e che vengono fotografate per lo piu nel suo studio, dove Penn crea i suoi set. Nella quarta sezione troviamo i Nudi (1949 – 1967): una serie molto personale di fotografie di nudi femminili, per i quali sceglie modelle professioniste per pittori e scultori con l’obiettivo di inquadrare i corpi il piu da vicino possibile, senza mai mostrare i volti, celebrando la loro bellezza scultorea. Sottopone poi i suoi negativi a tecniche di stampa sperimentali, sbiancando e rielaborando le sue stampe fino a ottenere toni diafani che variano sempre da una stampa all’altra. La sua forza creativa e evidente anche nel lavoro che realizza nel 1967 per il Dancers’ Workshop di San Francisco in cui non cerca di dare un preciso significato a una coreografia specifica, ma piuttosto sceglie un’interpretazione piu libera dei corpi in movimento che si esibiscono solo per essere fotografati. Infine, le ultime due sezioni: Moda e bellezza (1949 – 2007), durante la sua lunga carriera per Vogue, la moda e parte essenziale del suo lavoro e Still Life (1949 – 2007), nella quale dimostra grande creativita nella messa in scena di oggetti inanimati, con una costante determinazione a rimuovere il superfluo. Spesso include nelle sue realizzazioni riferimenti alla Vanitas e al memento mori dell’arte antica, che conferiscono alle sue immagini un potere e una presenza senza tempo. E anche interessato a soggetti che a prima vista possono sembrare banali, insignificanti o ripugnanti, come i mozziconi di sigarette trovate in strada o le gomme da masticare usate, che Penn glorifica in sontuose stampe al platino-palladio. Così , esplorando nuovi soggetti con nuove tecniche, continua sempre a forzare i confini creativi del mezzo fotografico.

Dal 30 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 – Centro della Fotografia Roma

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SAUL LEITER – Una finestra punteggiata di gocce di pioggia

Vista dall'alto di un ombrello marrone mentre due persone camminano su una strada bagnata.

“Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici.

Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante”

– Saul Leiter –

126 fotografie in bianco e nero (tra stampe vintage e moderne), 40 fotografie a colori, 42 dipinti, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico.

Saul Leiter raccontò con sguardo lirico e intimista la New York del secondo ‘900, ritraendo scene urbane e ritratti, e prestando il suo obiettivo al mondo della moda.

Antidivo e refrattario alla fama, stampò in vita solo alcuni dei tanti scatti realizzati, riemersi dopo la sua morte e rappresentativi del realismo fiabesco tipico del suo stile.

Vertigo Syndrome, in collaborazione con diChroma photography, Saul Leiter Foundation, il patrocinio del Comune di Bologna e con la curatela di Anne Morin, presenta a Palazzo Pallavicini di Bologna, dal 5 marzo al 19 luglio 2026, la grande mostra dedicata a Saul Leiter, uno dei più raffinati maestri della fotografia del XX secolo.

Intitolata “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, l’esposizione riunisce 126 fotografie in bianco e nero, 40 fotografie a colori, 42 dipinti e rari materiali d’archivio — tra cui riviste originali d’epoca e un documento filmico. La mostra comprende sia stampe vintage che moderne, primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar.

Un percorso che mette in luce ciò che distingue Leiter dai suoi contemporanei e spiega perché la sua opera continua a ispirare generazioni di fotografi.

L’allestimento è concepito anche come un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono studiate per consentire al pubblico di sperimentare in prima persona le sue modalità di inquadratura e composizione, ricreando giochi di riflessi, trasparenze e frammenti visivi tipici del suo sguardo poetico.

New York in un gesto, un dettaglio, quasi nulla

Mentre i fotografi della sua epoca miravano a rappresentare la grandezza e la modernità di New York, Saul Leiter scelse una via opposta: trasformare la quotidianità in poesia visiva. Nelle sue immagini il reale diventa lirico — il vapore che sale dai tombini, gli ombrelli nella pioggia, i riflessi sulle vetrine — frammenti discreti e sognanti di una città colta più per allusioni che per descrizioni.

La sua visione rifiuta l’approccio documentaristico dominante del dopoguerra per creare invece “haiku fotografici”, brevi rivelazioni dove realtà e astrazione si fondono.

“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità — spiega la curatrice Anne Morin —. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”

Perché questa mostra è straordinaria

Viviamo un paradosso affascinante: mentre gli algoritmi perfezionano ossessivamente ogni pixel, il pubblico, logorato da instagram, torna a desiderare ciò che è fuori fuoco, appena evocato, impreciso. L’arte, ancora una volta, vive di contraddizioni.

Le fotografie non perfette parlano un linguaggio involontario ma potente.

Foto che altri avrebbero scartato ma che Saul Leiter ha invece cercato e sono il cuore della sua poetica: l’ostruzione diventa linguaggio, il taglio fotografico non centrato diventa stile. Leiter avrebbe rifiutato la perfezione ossessiva dei nostri contemporanei, preferendo la sporcatura casuale e naturale alla definizione perfetta.

A differenza dei colleghi che cercavano nitidezza e definizione, Leiter abbracciava l’imperfezione, fotografando attraverso vetri appannati, tende, pioggia o neve — elementi che trasformava in parte integrante della composizione. Le sue immagini, dense di livelli e trasparenze, sfumano il confine tra fotografia e pittura.

Già nel 1948 iniziò a sperimentare con il colore, in un’epoca in cui questo era considerato commerciale o frivolo. Leiter invece ne fece un linguaggio poetico, anticipando di decenni l’accettazione del colore nell’arte fotografica. Le sue tonalità audaci e vellutate trasformano le scene di strada in composizioni astratte e sensuali, attirando presto l’attenzione del mondo della moda.

Collaborò così con Esquire, Harper’s Bazaar e, nei due decenni successivi, con Show, Elle, British Vogue, Queen e Nova.

Un timido pittore con la Leica

La mostra sottolinea la doppia identità di Leiter come pittore e fotografo, rivelando come la sua sensibilità pittorica abbia modellato il suo sguardo fotografico. La sua formazione nelle arti visive gli permise di affrontare la fotografia a colori con un’eleganza e una delicatezza uniche, trattando ogni immagine come una tela.

“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica — diceva Leiter —. Guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.”

Antidivo per natura, refrattario alla fama, Leiter pubblicò e mostrò solo una parte del suo vasto corpus. Molti negativi rimasero inediti, custodendo l’aspetto più intimo e poetico della sua ricerca. Nel 2018, cinque anni dopo la sua morte, emerse una serie poco conosciuta di nudi in bianco e nero — scattati tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60 — realizzati in collaborazione con le donne della sua vita.

Il suo lavoro, intriso di un ordine segreto e di un equilibrio misterioso, rivela il poeta nascosto dietro il fotografo.

Saul Leiter secondo Anne Morin

“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni di realtà. Realizzate con una maestria e una metrica che ricordano gli haiku. Il suo gesto è quello di un calligrafo: veloce, preciso, senza scuse.”

5 marzo 2026 – 19 luglio 2026 – Bologna, Palazzo Pallavicini

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Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972

Una sciatrice che scia su una pista innevata, mentre la neve viene sollevata intorno a lei.
La quindicenne prodigio dello sci Andrea Mead Lawrence si allena per i Giochi olimpici invernali. Pico Peak, Vermont, Stati Uniti. Immagine di George Silk. © 1947. The Picture Collection LLC. Tutti i diritti riservati.

Dopo un decennio di chiusura, il Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri riapre al pubblico e torna a essere uno spazio vivo di produzione culturale e confronto. Dal 20 febbraio, i suggestivi ambienti sotterranei nel cuore di Verona accolgono la mostra “Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972” che intreccia fotografia, sport, storia e immaginario collettivo, inserendosi nel palinsesto di iniziative che accompagnano la città nel percorso verso i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, di cui Verona è protagonista.

Attraverso questa mostra, gli Scavi Scaligeri non segnano soltanto la riapertura di un luogo emblematico per la fotografia italiana, ma ribadiscono anche la centralità di Verona come polo di produzione culturale, confronto internazionale e riflessione sull’immaginario contemporaneo. Un ritorno a lungo atteso, fortemente voluto dall’Amministrazione attraverso l’Assessorato alla Cultura, che restituisce al pubblico uno spazio affascinante e unico, capace di guardare al futuro a partire da immagini che hanno segnato la storia.

La mostra, da un’idea di Giuseppe Ceroni e curata da Simone Azzoni, è promossa dal Comune di Verona e prodotta da Silvana Editoriale, in collaborazione con PEP Artists e Grenze Arsenali Fotografici, e porta negli Scavi Scaligeri uno sguardo iconico e senza tempo: quello della storica rivista LIFE, uno dei magazine fotografici più influenti del Novecento. A rendere unica questa esposizione è l’assoluta originalità del progetto, pensato e realizzato ad hoc per Verona e per questa occasione.

L’esposizione è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, Il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici e valorizzerà il dialogo tra arte, cultura e sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.

Il percorso espositivo prende avvio dagli sport invernali, ma va ben oltre la dimensione della competizione e della pura performance atletica.

Le circa cento immagini selezionate, molte delle quali inedite, restituiscono lo sport come esperienza condivisa, spettacolo, rito collettivo e potente specchio del proprio tempo. Dalle Olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936 a quelle di Sapporo del 1972, passando per la storica edizione di Cortina 1956, LIFE racconta quasi quarant’anni di storia segnati da guerre, ricostruzioni, crescita economica e tensioni geopolitiche.

Fondata nel 1936 da Henry Luce, LIFE ha profondamente trasformato il linguaggio del giornalismo, ponendo la fotografia al centro della narrazione. Non si trattava soltanto di mostrare i fatti, ma di farli vivere: “vedere la vita, vedere il mondo; essere testimoni oculari dei grandi eventi”. Le immagini dovevano emozionare, coinvolgere, rendere il lettore parte dell’esperienza. Experienced era la parola chiave. Una visione che emerge con forza anche in questa mostra, dove il rigore documentario si intreccia al senso dello spettacolo e a una raffinata attenzione per l’estetica del gesto atletico.

Firmate da maestri della fotografia quali Alfred Eisenstaedt, George Silk, Ralph Crane e John Dominis, le immagini in mostra restituiscono il ritratto di un mondo in profonda trasformazione. L’eleganza dello sci alpino, la potenza del bob e la grazia sospesa del pattinaggio artistico si fanno metafore visive dei mutamenti sociali e culturali dell’Occidente. Gli atleti non sono rappresentati soltanto come campioni, ma come corpi in movimento, volti concentrati, individui colti in un equilibrio sottile tra tensione e leggerezza.

Accanto ai grandi appuntamenti sportivi, LIFE ha sempre riservato uno sguardo attento anche alla dimensione quotidiana e popolare dello sport. Vacanze in montagna, resort americani, mode sciistiche e nuovi modi di vivere il tempo libero raccontano come gli sport invernali diventino emblema di un’idea di progresso e benessere capace di ridefinire il rapporto con il paesaggio, la natura e il tempo libero. In questo racconto, lo sport non è mai autoreferenziale: è epica e competizione ideologica, ma anche gioco, evasione e strumento di costruzione di un immaginario e di un’identità collettiva.

Il percorso espositivo si articola in sei aree tematiche – Ice Lines, People, Experienced, Cortina 1956, Garmisch-Partenkirchen 1936 e Fun out of Life – che guidano il visitatore attraverso diversi livelli di lettura, offrendo una narrazione fluida e immersiva. Un vero e proprio viaggio nella memoria visiva del Novecento, capace di rendere il pubblico testimone e partecipe allo stesso tempo.

La visita alla mostra offre un’occasione speciale per riscoprire gli Scavi Scaligeri, che tornano accessibili al pubblico proprio in concomitanza con l’esposizione, dopo dieci anni di importanti lavori di restauro e valorizzazione. Con un unico biglietto, i visitatori potranno accedere sia alla mostra sia all’area archeologica, riscoprendo un luogo di straordinario valore storico, all’interno del quale si snoda l’allestimento, in un dialogo suggestivo tra fotografie, architettura e stratificazioni del passato.

Fitto il calendario degli appuntamenti che accompagnano la mostra. Un programma di incontri con docenti ed esperti approfondirà il rapporto tra sport e paesaggio, educazione e fotogiornalismo.

20 febbraio – 2 giugno 2026 – Centro Internazionale di Fotografia – Scavi Scaligeri – Verona

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BIENNALE DELLA FOTOGRAFIA FEMMINILE – Mantova

Una donna in posa di forza sopra un pesce dipinto, indossando un top nero e pantaloni corti, pubblicità della Biennale della Fotografia Femminile di Mantova 2026.

Giunta alla sua quarta edizione, la Biennale della Fotografia Femminile di Mantova (BFFMantova) inaugurerà il 6 marzo 2026, confermandosi come un appuntamento unico nel panorama mondiale. Per oltre un mese la città lombarda diventerà una vetrina internazionale che darà spazio a importanti artiste, talvolta poco conosciute nel nostro Paese. L’evento è promosso dall’Associazione La Papessa con il sostegno del Comune di Mantova e di FUJIFILM, il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Mantova. Il festival è diretto, come nelle edizioni precedenti, da Alessia Locatelli. Il team della BFF quest’anno ha scelto come titolo “Liminal”, termine che racchiude significati molteplici, attuali e affascinanti

“Liminal” è la soglia, lo spazio indefinito che precede l’arrivo a una destinazione. Un limbo da attraversare per raggiungere un traguardo vicino, ma ancora non del tutto delineato. In questa fase di passaggio, le regole considerate valide fino a quel momento possono perdere forza. Chi vive questa dimensione ambigua si trova a fare i conti con incertezza e smarrimento, consapevole che, se il passato è ormai fissato, il presente si sta trasformando sotto i propri piedi e il futuro appare più che mai nebuloso, privo di un approdo prevedibile. L’unica certezza è che è in corso un profondo processo di cambiamento, capace di scuotere le fondamenta della normalità e dell’ordine stabilito: talvolta aprendo a visioni di un futuro luminoso, talvolta riportando alla luce oscurità sopite che si agitano nelle viscere del mondo. È un tempo in cui tutto viene rimesso in discussione e le trasformazioni si accelerano, nel bene come nel male.

La Biennale Internazionale della Fotografia Femminile ha da sempre un’attenzione particolare verso i grandi temi sociali e geopolitici. Tra questi rientrano l’istruzione, le disuguaglianze di classe, le conseguenze delle migrazioni — che comportano la perdita di terre, risorse economiche e libertà civili — fino ad arrivare alle dinamiche del neo-colonialismo.

L’edizione 2026 segue lo stesso formato delle precedenti, con mostre principali di fotografe italiane e internazionali: Nadia Bseiso (Giordania) Infertile Crescent, Mackenzie Calle (USA) The Gay Space Agency, Lisa Elmaleh (USA) Tierra Prometida, Julia Fullerton-Batten (Germania) Contortion, Lee Grant (Australia) Ancestral Constellations, Pia-Paulina Guilmoth (USA) Flowers Drink the River, Keerthana Kunnath (India) Not What You Saw, Barbara Peacock (USA) American Bedroom, Gaia Squarci (Italia) The Cooling Solution (ricerca del team ENERGYA, a cura di Kublaiklan e coordinamento di Elementsix), Abbie Trayler-Smith (Regno Unito) The Big O e Kiss it! e una mostra d’archivio dal titolo Shifting the Focus che rilegge la rivoluzionaria opera di una pioniera della fotografia americana Imogen Cunningham (Portland 1883 – San Francisco, 1976). Numerose sono le altre iniziative, tra le quali una Open Call per un Circuito Off, letture portfolio, workshop, conferenze, laboratori didattici per bambini.

I luoghi deputati per le esposizioni sono Casa di Rigoletto, Casa del Mantegna, Galleria Disegno, Spazio Arrivabene2, Casa del Pittore.

La quarta edizione della Biennale di Fotografia Femminile conferma il progetto culturale solido e in continua crescita, sostenuto da partner storici e da un numero sempre più ampio di realtà che riconoscono il valore della cultura come motore di cambiamento sociale. L’edizione 2026 si fonda su una rete rinnovata e in espansione di partner e supporter, che contribuiscono attivamente alla realizzazione della manifestazione.

6-29 marzo 2026 – Mantova, varie sedi

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Ruth Orkin – The Illusion of Time

Due persone sorridenti su uno scooter vintage in una strada cittadina, con negozi sullo sfondo. Annuncio della mostra 'Ruth Orkin' al Palazzo Pallavicini di Bologna, datato dal 5 marzo al 19 luglio 2026.

Cresciuta in un ambiente profondamente legato al mondo dello spettacolo — figlia dell’attrice del cinema muto Mary Ruby e testimone diretta del dietro le quinte della Hollywood degli anni ruggenti — Ruth Orkin accarezzò inizialmente il sogno di diventare regista, ma in un’epoca in cui alle donne era spesso precluso l’accesso alla macchina da presa, fu costretta a cercare altrove il proprio spazio espressivo. L’ostacolo iniziale non le impedì, infatti, di inseguire con determinazione la sua visione artistica. Grazie anche alla sua prima macchina fotografica — una Univex da 39 centesimi ricevuta in dono quando aveva solo dieci anni — Orkin trasformò quel sogno in un nuovo percorso, dando vita a un linguaggio fotografico originale e profondamente innovativo, capace di celebrare la vita nelle sue molteplici sfaccettature. Nelle sue opere emerge con forza il dialogo tra immagine fissa e movimento, una duplice dimensione temporale che richiama il linguaggio cinematografico. Il suo scatto più celebre, American Girl in Italy, che ritrae la ventitreenne Nina Lee Craig mentre attraversa una strada di Firenze sotto lo sguardo ammiccante di un gruppo di giovani uomini italiani, è emblematico di questo approccio: un’immagine capace di racchiudere in un solo fotogramma la forza narrativa del cinema, attivando l’immaginazione dello spettatore. In mostra 187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, volti a consolidare il ruolo cruciale che spetta all’opera della Orkin nella storia della fotografia. Per l’artista statunitense, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, caratteristica che si riscontra nell’affascinante serie Road Movie, realizzata nel 1939 durante il viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York. L’influenza del cinema è altrettanto evidente nella serie Dall’alto, nella quale Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di una narrazione scandita da alternanze di movimento e immobilità, conferendo al racconto una fluidità magnetica. Altrettanto ammalianti per lo sguardo i ritratti di personalità celebri come Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa, Alfred Hitchcock, Orson Welles: immagini che mostrano in modo emblematico la sua capacità di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva. Oggi il lavoro di Ruth Orkin, riconosciuta come una delle più importanti fotoreporter del Novecento, viene riscoperto e riletto alla luce di una nuova prospettiva critica, restituendo piena attualità e valore a una produzione che ha segnato la storia della fotografia.

La mostra è stata promossa da Pallavicini srl, in collaborazione con diChroma photography, patrocinata dal Comune di Bologna, dalla FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e AIRF Associazione Italiana Reporters Fotografi.

05/03/2026– 19/07/2026 – Bologna, Palazzo Pallavicini

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Le mostre del FESTIVAL FOTOGRAFICO EUROPEO 2025

Tre donne anziane sedute in un salone di bellezza, ognuna sotto un asciugacapelli, mentre sorseggiano bevande e chiacchierano.
Martin Parr Parrucchieri di Susan, The Black Country, West Bromwich, Inghilterra, 2011 Copyright © Martin Parr Magnum Photos

Dopo il grande successo della tredicesima edizione del Festival Fotografico Europeo, torna l’AFI, organizzato dall’Archivio Fotografico Italian, con il patrocinio della Commissione Europea e delle Amministrazioni Comunali di LegnanoBusto Arsizio, Castellanza e Olgiate Olona. L’iniziativa, curata da Claudio Argentiero, si avvale della collaborazione di numerosi partner culturali e istituzionali, tra cui la Rivista Africa, l’Istituto Italiano di Fotografia e l’Istituto Superiore “Giovanni Falcone” di Gallarate, oltre a gallerie e realtà private quali Galleria Boragno (Busto Arsizio), Albè & Associati – Studio Legale (Busto Arsizio e Milano), Spazio Immagine (Busto Arsizio) e Andreella Photo.

l programma 2026 comprende venti mostre in un percorso espositivo dedicato prevalentemente alla dimensione umana, riunito sotto il titolo Geografie Umane. Palazzo Marliani Cicogna (Busto Arsizio (VA), 8 marzo-26 aprile) ospita un tributo dedicato a Martin Parr, il fotografo e documentarista inglese recentemente scomparso. Sempre a Busto Arsizio, nell’ex Carcere e Palazzo Cicogna (21 marzo-26 aprile), sono presenti le mostre firmate da Giorgio Bianchi dal titolo Cosa resta di Palmira e La battaglia per salvare i tesori della Siria. La moda di primo Novecento la si scopre al Museo del tessile (Busto Arsizio (VA), 7 marzo-26 aprile) con un percorso che espone fotografie d’epoca. Infine, sempre a Busto Arsizio (VA), dall’11 al 19 aprile, il progetto Insomnia Brasiliensis di Luca Bonaccini è ospitato alla Galleria Boragno. All’aeroporto di Malpensa (Photo Square, terminal 1, 9 aprile-31 maggio) è presente una selezione di ritratti (1970-2000) di Gabriele Maria Pagnini. Nella città di Legnano (MI), Palazzo Leone da Perego (8 marzo-26 aprile) accoglie la ricerca visiva di Monika Bulaj (premio alla carriera 2026), Khashayar Javanmardi, Emanuele Carpenzano, Elisabetta Rosso e del collettivo In God’s country. A Villa Pomini (8 marzo-19 aprile), a Castellanza (VA), il visitatore può intercettare, oltre a una scelta di scatti realizzati da un gruppo di fotografe irachene, le opere di Francesco Cito e Paolo Patruno. Al Monastero di Santa Maria Assunta (Cairate (VA), 15 marzo-19 aprile), il percorso espositivo pone in luce il dialogo tra l’uomo e l’ambiente grazie a una collettiva di autori. 

dal 7 marzo al 26 aprile – Varie sedi in provincia di Varese e Milano

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Davide Sartori. Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri

Davide Sartori, Renderti Orgoglioso, 2024
Davide Sartori, Renderti Orgoglioso, 2024

La ricerca di Davide Sartori indaga il rapporto tra presenza e assenza e il modo in cui la fotografia può influenzare la costruzione dei ricordi personali e collettivi. Il suo lavoro ha vinto la dodicesima edizione di Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri, iniziativa promossa insieme al Comune di Reggio Emilia, dedicata alla valorizzazione dei giovani talenti della fotografia in Italia.

La mostra The Shape of Our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know è intimamente legata alla figura del padre dell’artista e affronta temi di vulnerabilità e trauma intergenerazionale, mettendo in discussione norme socialmente consolidate. Il percorso si sviluppa attraverso una serie di tentativi di avvicinamento al padre, utilizzando la fotografia come strumento centrale per indagare il loro rapporto.
Attraverso azioni collaborative documentate fotograficamente, ritratti e materiali d’archivio, il progetto restituisce al contempo distanza e desiderio di connessione.

Giovane Fotografia Italiana | Premio Luigi Ghirri è un progetto promosso dal Comune di Reggio Emilia, di cui Triennale Milano è partner dal 2022, dedicato alla valorizzazione di talenti emergenti della fotografia in Italia. L’iniziativa è realizzata con la partnership di Fondazione Luigi Ghirri e Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma e in collaborazione con GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, Fotografia Europea; Fotodok, Utrecht; Fotofestiwal Łódz in Polonia; Photoworks, Brighton. Con il contributo di Reire srl, Gruppo Giovani Imprenditori Unindustria Reggio Emilia. Il progetto GFI#12 | Premio Luigi Ghirri 2025 è stato realizzato grazie ai Fondi europei della Regione Emilia-Romagna.

Dall’11 febbraio 2026 al 22 marzo 2026- Triennale Milano

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Stefanie Moshammer – Grandmother said it’s okay

Una donna seduta su una sedia rossa, indossando una camicia grigia con strisce, si trova di fronte a uno sfondo di legno chiaro con un'espressione seria.
Stefanie Moshammer photographed by Anna Breit

Pordenone si prepara ad accogliere l’opera della fotografa austriaca Stefanie Moshammer (1988), che si inserisce all’interno della rassegna promossa dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura di Pordenone, prodotta e organizzata da Suazes con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

La programmazione, già avviata lo scorso autunno per rendere Pordenone protagonista della scena artistica nazionale, rappresenta un percorso strategico indirizzato al 2027, anno in cui la città sarà Capitale Italiana della Cultura. Il filo conduttore di questa stagione è la parola “leggere”: un termine quanto mai appropriato per Pordenone che, storicamente, funge da cartina di tornasole delle dinamiche economiche e culturali del nostro Paese.

L’esposizione, curata da Marco Minuz e realizzata in collaborazione con Fotohof, rimarrà aperta al pubblico dal 14 febbraio fino al 6 aprile, fa parte di un progetto espositivo diffuso che abiterà gli spazi del Museo Civico d’Arte Ricchieri e i nuovi ambiti dei Mercati Culturali, all’interno della galleria “Die Gelbe Wand”.

Il progetto: “Grandmother said it’s okay”

Con il titolo evocativo Grandmother said it’s okay, Stefanie Moshammer presenta un’esplorazione profonda e sfaccettata delle culture della memoria familiare e del valore intrinseco degli oggetti quotidiani. Il progetto non è solo una cronaca visiva, ma una forma poetica e potente di empowerment che permette all’artista di confrontarsi con il proprio passato, mettendolo in discussione e reinterpretandolo attraverso il dialogo con le figure che costituiscono il fondamento della sua storia personale.

Il punto di partenza della ricerca sono le fotografie, i racconti e gli oggetti trovati legati alla vita dei suoi nonni nel Mühlviertel, in Alta Austria. Si tratta di un’esistenza caratterizzata da una semplicità creativa e da un uso estremamente rispettoso e sostenibile delle risorse, valori che Moshammer traduce in un linguaggio visivo contemporaneo.

Una narrazione tra documento e messa in scena

A distanza di anni, l’artista ricostruisce questi ricordi davanti alla sua macchina fotografica, creando un complesso intreccio di metafore visive. Il lavoro della Moshammer si distingue per la capacità di combinare l’approccio documentaristico con la fotografia messa in scena: gli oggetti d’uso comune vengono assemblati in modi nuovi e sorprendenti, trasformando il quotidiano in straordinario.

Attraverso questa ricerca visiva di tracce, il colore e le somiglianze anatomiche fungono da collante narrativo, mentre il suo linguaggio — sensibile e acuto al tempo stesso — gioca con le aspettative del fruitore e sovverte i cliché consolidati. Il risultato è un’opera che riflette sui temi della vecchiaia, dei rituali quotidiani e della transitorietà della vita.

Riflessioni sul tempo e sulla sostenibilità

L’esposizione invita il visitatore a una riflessione più ampia sulla cultura materiale e sul cambiamento: cosa perdura nel tempo e come si trasforma il nostro rapporto con le cose? Con un mix di umorismo stravagante e osservazione intima, Moshammer evoca una speciale vicinanza alla casa e alle storie dei suoi nonni, trasformando il ricordo stesso in un vero e proprio atto artistico.

Grandmother said it’s okay diventa così un invito universale a riflettere sulla visibilità, sulla cura e sulla bellezza che si nasconde nelle pieghe della quotidianità.

14 febbraio – 6 aprile 2026 – Pordenone, Museo Civico d’Arte Ricchieri e Mercati Culturali

Silvia Camporesi. C’è un tempo e un luogo

Silvia Camporesi, Omaggio al Mattatoio #03,  2025
© Silvia Camporesi | Silvia Camporesi, Omaggio al Mattatoio #03, 2025

“C’è un tèmpo è un luogo giusto pèrchè qualsiasi cosa abbia principio è finè…”
dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir

La mostra C’è un tempo e un luogo, che apre al pubblico sino al 29 giugno nei nuovi spazi del Centro della Fotografia di Roma Capitale, è curata da Federica Muzzarelli, ed è dedicata al lavoro fotografico di Silvia Camporesi.
Il titolo trae ispirazione dal film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir, opera cult intrisa di mistero e sospensione temporale, in cui i luoghi diventano protagonisti assoluti di una narrazione senza soluzione e nasce da una riflessione profonda sul concetto di frattura: tra reale e artificiale, natura e cultura, presenza e assenza, passato e presente.
Come nel film, anche nelle immagini di Silvia Camporesi il tempo sembra arrestarsi e lo spazio si carica di un’ènèrgia ènigmatica. I luoghi – veri, alterati, ricostruiti o immaginati – non sono mai sèmplici soggètti, ma l’èsito visibilè di un procèsso più profondo: il viaggio, l’èspèriènza fisica è mèntalè dèll’artista attravèrso tèrritori gèografici, storici èd èmotivi.

“Sono i luoghi i protagonisti indiscussi delle fotografie di Silvia Camporesi: veri, falsi, modificati, inventati, vissuti, stravolti o, invece, solo trovati. Ma questi luoghi, queste fotografie, sono il punto finale, l’esito oggettuale, di qualcosa di molto più importante e fondante per il suo lavoro di artista. Che è il percorso, l’esperienza, il viaggio attraverso e insieme a quei luoghi. Da La terza Venezia a Journey to Armenia, da Atlas Italie ad Almanacco Sentimentale e da Mirabilia all’Omaggio al Mattatoio, il lavoro di Silvia Camporesi rappresenta molto bene quella speciale e magica fusione tra l’espressione artistica e il bisogno autobiografico che la fotografia riesce a rendere in modo speciale. Un’attrazione verso quello che non sta dove dovrebbe stare, e che ti chiede di essere aiutato e sostenuto per essere reso ancora più strano e perturbante. In sostanza, quel segreto che sta dentro le cose, e che per questo non può che stare anche dentro l’anima della fotografia”, dichiara la curatrice Federica Muzzarelli, Profèssorèssa Ordinaria di Storia dèlla Fotografia prèsso il Dipartimènto dèllè Arti, Univèrsita di Bologna è coordinatricè dèl Cèntro di Ricèrca FAF (Fotografia Artè Fèmminismi).

Il percorso espositivo, che si articola in cinque sezioni e riunisce cinque serie fondamentali rèalizzatè nèll’arco di quindici anni di attività: La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiæ, Almanacco sentimentale e Mirabilia, contempla anche Omaggio al Mattatoio, opera che entrerà a far parte del neonato Archivio del Centro della Fotografia. Progetti diversi ma interconnessi, che testimoniano una pratica fotografica in equilibrio costante tra documento e finzione, rigore metodologico e libertà immaginativa.
Dalla Vènèzia sospèsa è rèinvèntata, alla stratificazionè storica è umana dèll’Armènia; dai paesi abbandonati italiani, luoghi di memoria e cura, fino alla ricostruzione fotografica di eventi mai avvenuti o irrisolti e alle architetture visionarie di Mirabilia, Camporesi costruisce un atlante poetico in cui la fotografia diventa strumento di conoscenza, controllo e insieme di smarrimento.
Al cèntro dèlla ricèrca èmèrgè l’idèa dèlla fotografia comè èspèriènza di fratturè: frattura temporale, che costringe passato e presente a coesistere; ontologica, tra verità e manipolazione; simbolica, tra apparenza e sostanza. In questa tensione si colloca una pratica artistica chè uniscè il bisogno autobiografico all’indaginè sul paèsaggio, trasformando l’immaginè in luogo di mèditazionè, silènzio è mistèro. Una riflèssionè sulla fotografia comè confine: tra vero e falso, naturale e artificiale, passato e presente. Le immagini mettono in discussione ciò che vediamo e ciò che crediamo di conoscere, invitando lo spettatore a rallèntarè lo sguardo è ad accèttarè l’incèrtèzza comè partè dèll’èspèriènza.

C’è un tempo e un luogo è quindi un racconto per immagini che parla di memoria, fragilità e trasformazione. Una mostra che invita a perdersi nei luoghi e nei loro segreti, ricordandoci che, come nella fotografia, anche nella realtà esistono spazi e momenti che sfuggono a ogni spiegazione. La mostra restituisce una visione coerente e stratificata del lavoro di Silvia Camporesi, confermandone il ruolo centrale nel panorama della fotografia contemporanea italiana: una ricerca capace di rivelare, attraverso i luoghi, ciò che resta nascosto, fragile e indicibile.

La mostra è promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio e organizzata da Civita Mostre e Musei.
Accompagna la mostra un catalogo a cura di Cimorelli Editore.

Dal 29 gennaio 2026 al 29 giugno 2026 –  Centro della Fotografia Roma

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JAPAN. Corpi, memorie, visioni

Higurashi Asakai, Distance series
Higurashi Asakai, Distance series

Il Magazzino delle Idee di Trieste presenta, dal 14 febbraio al 7 giugno 2026, la mostra JAPAN. Corpi, memorie, visioni prodotta e organizzata da ERPAC – Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia e a cura di Filippo Maggia e Guido Comis.

La mostra di Trieste intende raccogliere attorno a tre temi – Memoria e Identità, Corpo e Corpi, Realtà e Visione – un nucleo di lavori di artisti giapponesi contemporanei che attraverso l’utilizzo delle immagini offrono una panoramica di grande respiro sull’attuale scena fotografica e video nipponica, dal dialogo con i maestri alle ricerche delle nuove generazioni impegnate a rileggere la storia recente del Giappone, interrogandosi sulle questioni di genere, sul quotidiano e usando talvolta il corpo come mezzo politico. 

«Riconosciuta sin dagli anni Trenta del secolo scorso come una delle scuole fotografiche più importanti a livello internazionale, capace di affermarsi nei primi anni del terzo millennio con autori come Hiroshi Sugimoto, Nobusyoshi Araki, Daido Moriyama e altri ancora, la fotografia giapponese contemporanea – osserva il curatore Filippo Maggia – sembra oggi aprirsi a interpretazioni che corrispondono a un rinnovamento generazionale certamente più vicino a temi e istanze di derivazione occidentale».  Se infatti la fotografia giapponese del Novecento è stata a lungo caratterizzata da un linguaggio fortemente identitario e autoreferenziale, si assiste oggi a un cambio di direzione significativo: molti artisti giovani e già affermati assumono come riferimento non solo la complessità del proprio Paese, ma anche i mutamenti globali, costruendo un dialogo serrato con temi di matrice occidentale, quali le questioni di genere, la memoria collettiva, le relazioni sociali, l’ambiente e la percezione dell’immagine.

Memoria e Identità

Gli sguardi di Noriko Hayashi e Tomoko Yoneda rileggono periodi e avvenimenti cruciali della storia giapponese recente attraverso un approccio insieme documentaristico e partecipato. Susumu Shimonishi, con una ripresa zenitale e un’immagine in movimento che diventa misura del tempo, riflette sulla continuità e sulle fratture del passato. La vita quotidiana della penisola di Okunoto – ancora oggi sospesa tra tradizione e marginalità – è al centro delle opere di Naoki Ishikawa, allievo di Moriyama. Le celebrazioni e i riti che definiscono il tessuto culturale del Paese emergono nelle fotografie di Keijiro Kai, mentre i video di Miyagi Futoshi indagano la memoria personale e la costruzione dell’identità di genere, attraverso un racconto intimo di ricordi e relazioni.
 
Corpo e Corpi
Una seconda sezione è dedicata al corpo. Corpo come spazio sociale, come luogo politico, come materia viva che risponde ai mutamenti del contemporaneo. Aya Momose lavora sulla distanza – e talvolta sull’incomprensione – fra codici visivi orientali e occidentali. Yurie Nagashima restituisce la delicatezza del quotidiano familiare, mentre Ryoko Suzuki affronta in modo diretto i temi della violenza e della pressione sociale sulla donna. Le fotografie di Sakiko Nomura, per anni assistente di Araki, raccontano attraverso i nudi maschili una timidezza esistenziale che sembra filtrata dal ritmo dispersivo di Tokyo, immensa e impersonale.

Realtà e Visione
Nella sezione Realtà e Visione, il dialogo fra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo attraversa le opere di Hiroshi Sugimoto, maestro nel rendere il tempo materia tangibile. Le sue immagini essenziali e meditative si confrontano con le scenografie luminose di Tokihiro Sato, costruite con interventi tecnici che trasformano la fotografia in spazio narrativo. Le grandi visioni di Risaku Suzuki emergono dalla foresta come quadri sospesi, mentre Daisuke Yokota dissolve contorni e riferimenti in immagini evanescenti. Nel lavoro di Rinko Kawauchi il reale diventa un palcoscenico emotivo, dove sono le sensazioni, più che i soggetti, a emergere. Yoko Asakai invita infine lo spettatore a “varcare lo schermo”, trasformando il flusso di immagini video in un’esperienza che sembra germogliare dentro lo sguardo.

Gli artisti in mostra:
Asakai Yoko, Hayashi Noriko, Ishikawa Naoki, Kai Keijiro, Kawauchi Rinko, Momose Aya, Nagashima Yurie, Nomura Sakiko, Shimonishi Susumu, Sato Tokihiro, Sugimoto Hiroshi, Suzuki Risaku, Suzuki Ryoko, Tomoko Yoneda, Miyagi Futoshi, Yokota Daisuke.

Dal 13 Febbraio 2026 al 7 Giugno 2026 – Magazzino delle Idee – Trieste

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Steve McCurry – Umbria

Steve McCurry, Bambini giocano a calcio. Città della Pieve, Umbria, Italia, 2022
© Steve McCurry | Steve McCurry, Bambini giocano a calcio. Città della Pieve, Umbria, Italia, 2022

Una straordinaria avventura visiva approda nel cuore dell’Umbria, nello splendido borgo di Montefalco, con uno sguardo unico e potente. Dopo oltre 10 anni dalla prima esposizione “Sensational Umbria”, il celebre fotografo americano Steve McCurry torna in Umbria con il suo racconto dedicato a questa terra straordinaria.

Dal 4 dicembre 2025 al 3 maggio 2026 il Complesso museale San Francesco di Montefalco (Pg) ospita la mostra “Steve McCurry – Umbria”, curata da Biba Giacchetti.
A Montefalco McCurry, maestro della fotografia mondiale, porta alcuni degli scatti più iconici del suo archivio personale e alcune immagini inedite, esposte per la prima volta al pubblico. Sessanta fotografie permetteranno di ammirare l’Umbria vista con gli occhi di uno dei fotografi più amati al mondo. Uno storytelling di luoghi, persone, storie, feste, colori,eventi, paesaggi e comunità che trasmette tutto il calore e le emozioni provate da McCurry durante il suo viaggio.

La mostra è promossa da Comune di Montefalco e Regione Umbria con il patrocinio di Regione Umbria, Provincia di Perugia, Anci e Unione dei Comuni Terre dell’Olio e del Sagrantino, in collaborazione con Orion57. Partner sono Camera di Commercio dell’Umbria, Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto, Fondazione Perugia, Consorzio Tutela Vini Montefalco e La Strada del Sagrantino. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo.

Spiega Steve McCurry:Sentivo che fosse giunto il momento di tornare con una mostra in un luogo che mi aveva dato così tanto. Gli anni trascorsi lavorando a Sensational Umbria sono stati pieni di calore, curiosità e scoperte inattese. Tornare a Montefalco con immagini note e con una serie di inediti è stato come chiudere un cerchio o, forse, aprirne uno nuovo. C’era ancora molto da dire sullo spirito di questa regione e volevo condividerlo”.

L’esposizione narra il viaggio che McCurry ha compiuto in diverse occasioni e del fascino che l’Umbria e la gente di questi luoghi hanno esercitato su di lui. Una terra dai colori vivi e un popolo intrisi di suggestioni ed echi di un passato millenario, fatto di solidi e forti valori che ne costituiscono l’identità. Da Montefalco a Gubbio, passando per Foligno, Bevagna, Assisi, Perugia, Orvieto, Spoleto, Trevi, il lago Trasimeno e tanti luoghi inaspettati, oltre ai grandi eventi come Umbria Jazz, la Quintana di Foligno, la Festa dei Ceri, le Gaite di Bevagna e il Festival dei Due Mondi.
Gente comune, artisti e celebrità che si uniscono in un mosaico chiamato Umbria. Perché la mostra di McCurry non è una semplice antologia: è un racconto libero, affettuoso, intimo. Una sorprendente galleria di immagini dinamiche e vere.

Spiega la curatrice Biba Giacchetti: “L’Umbria è una terra che non si attraversa: si vive. In questi anni ho accompagnato Steve McCurry in un viaggio profondo tra borghi, feste, botteghe, musei e paesaggi che custodiscono un patrimonio umano e artistico unico. L’Umbria lo ha accolto con una gentilezza discreta e autentica, rivelandosi in tutta la sua spiritualità, nelle sue tradizioni e nella forza silenziosa delle persone che la abitano.
Per Montefalco, ho riletto con Steve l’intero corpus del lavoro, riscoprendo fotografie inedite, come quella usata per comunicare la mostra, che, accanto alle immagini più note, aggiungono nuove sfumature al racconto. Ne nasce una selezione costruita appositamente per questa mostra: non una semplice raccolta, ma un percorso intimo e libero che restituisce la magia di una regione capace di sorprendere a ogni ritorno. Questa mostra è il mio omaggio a quell’incontro: un invito a ritrovare, nelle fotografie di Steve, l’essenza più profonda dell’Umbria e l’inizio di un viaggio che desideriamo continuare insieme”.

La mostra al Complesso museale di Montefalco è arricchita da un video esplicativo sulle esperienze vissute da Steve McCurry durante il suo viaggio in Umbria. Il visitatore potrà così rivivere quei momenti e scoprire come nascono i suoi scatti iconici.
Grazie alla sua capacità narrativa, ogni fotografia di McCurry diventa una finestra sui luoghi e sulla vitadei soggetti raffigurati, ed è capace di trasmettere storie antiche, segreti condivisi e vita autentica. Quel senso di magia che l’Umbria sa creare senza sforzo.

Dal 3 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Complesso museale San Francesco – Montefalco (Perugia)

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Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis

Franco Fontana, Los Angeles, 1990
© Franco Fontana | Franco Fontana, Los Angeles, 1990

Sarà dedicata alla collezione di Valerio De Paolis la mostra Lanterne magiche, ospitata al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese dal 14 febbraio al 6 settembre 2026.

L’esposizione, a cura di Alessandra MauroRoberto Koch con Suleima Autore, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è organizzata da Cinema con la collaborazione di Contrasto. Il catalogo è edito da Contrasto. Servizi museali: Zètema Progetto Cultura.

La mostra Lanterne magiche propone una serie di itinerari visivi all’interno della collezione De Paolis, mettendo in dialogo sguardi, spazi e contesti differenti, protagonisti e luoghi emblematici della contemporaneità. L’esposizione presenta per la prima volta al pubblico una selezione di capolavori della fotografia internazionale, offrendo un’occasione inedita per esplorare la ricchezza e la profondità della collezione.

Considerata uno dei primi dispositivi di narrazione per immagini, antesignana tanto della fotografia quanto del cinema, la lanterna magica permetteva di proiettare su uno schermo, da una scatola chiusa contenente la luce di una candela, vedute esotiche, monumenti, ritratti e sequenze figurative, dando vita a veri e propri racconti visivi. Queste proiezioni, statiche o animate, hanno a lungo affascinato gli spettatori e continuano ancora oggi a evocare mondi lontani, a sorprendere e a risvegliare emozioni e memorie.
Come tante proiezioni di lanterna magica, le fotografie della collezione De Paolis danno vita a uno spettacolo di immagini unico ed emozionante.

Valerio De Paolis
 ha costruito il proprio percorso umano e professionale all’insegna delle immagini: il cinema ha rappresentato il fulcro della sua attività per molti anni, declinata in ruoli diversi, dal direttore di produzione al produttore, fino al distributore di film. Parallelamente, De Paolis ha sviluppato nel tempo un intenso interesse anche per altre passioni “di immagini”, collezionando nel tempo opere d’arte, pittura, scultura e, appunto, fotografia. Accanto al linguaggio cinematografico, la fotografia ha assunto per lui un ruolo centrale come spazio di memoria, confronto e riconoscimento visivo: immagini scelte per affinità formali, per echi di visioni precedenti o per la capacità di evocare esperienze e sguardi sedimentati lungo il suo percorso professionale.

La mostra si articola in tre nuclei tematici. La prima sezioneUn’idea di donna, mette a confronto le interpretazioni del corpo femminile attraverso le visioni di fotografe e fotografi, dando vita a un dialogo che attraversa i temi della seduzione, dell’identità e dello sguardo. La seconda sezioneUn’idea di spazio, è dedicata alla rappresentazione dello spazio — prevalentemente urbano — indagato e analizzato da alcuni dei maggiori protagonisti della fotografia, con un’attenzione particolare all’opera di Luigi Ghirri, presente con un ampio gruppo di lavori. Chiude il percorso la terza sezioneLo spazio dell’arte, dove le ricerche dei grandi autori delle avanguardie si intrecciano in un confronto tra protagonisti e installazioni.

L’esposizione riunisce oltre cento fotografie di formati differenti, firmate da alcuni tra i più importanti protagonisti della scena internazionale, tra cui Nobuyoshi ArakiLillian BassmanLetizia BattagliaGianni Berengo GardinLuca CampigottoHenri Cartier-BressonElisabetta CatalanoTracy EminLuigi GhirriRen HangCandida HöferDennis HopperMimmo JodiceAbbas KiarostamiSaul LeiterFlaminia LizzaniVera LutterDora MaarMan RayDomingo MilellaTina ModottiAbelardo MorellYoussef NabilShirin NeshatGianluca PolliniHerb RittsThomas RuffMario SchifanoCindy ShermanPaolo VenturaEdward Weston e Francesca Woodman.

La mostra Lanterne magiche. Fotografie dalla collezione Valerio De Paolis sarà accompagnata da un ciclo di proiezioni curato nell’ambito della collaborazione tra la Casa del Cinema e la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Dal 14 Febbraio 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese – Roma

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THE NATURE OF HOPE. Tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato

Jane Goodall. Courtesy of Vital Impacts
Jane Goodall. Courtesy of Vital Impacts

Cremona si prepara a ospitare un viaggio visivo straordinario che intreccia scienza, etica e il potere dello sguardo femminile.
Protagonisti gli scatti iconici di Michael Nichols e la visione di Ami Vitale, in una mostra che è molto più di un’esposizione: è un manifesto per il Pianeta.
 
Cosa significa avere speranza oggi? Non è un sentimento astratto, ma una forza concreta, un motore di cambiamento. È questa l’essenza di “The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato“, la nuova esposizione ospitata nella splendida cornice del Museo Diocesano di Cremona.
Il progetto, nato in seno al Festival della Fotografia Etica e già presentato con grande successo a Lodi nel 2024, approda a Cremona in una veste rinnovata. Si tratta di un’occasione unica per riflettere sul nostro legame con il mondo naturale attraverso gli occhi di chi ha dedicato la vita a raccontarlo.
 
Una vita per il Pianeta: l’eredità di Jane Goodall
Al centro della mostra c’è lei, Jane Goodall. Figura leggendaria della ricerca scientifica, la Goodall ha rivoluzionato il nostro modo di intendere il rapporto tra uomo e animali, dimostrando che il confine tra noi e gli scimpanzé è molto più sottile di quanto pensassimo. Ma la mostra non celebra solo la scienziata: celebra la donna, la visionaria e l’attivista che ha mostrato a intere generazioni di donne come la propria voce possa realmente cambiare il corso della storia.
 
Il percorso espositivo: tra icone e nuove prospettive
Il cuore pulsante dell’esposizione è rappresentato dal lavoro di Michael “Nick” Nichols, leggenda del National Geographic e tra i più influenti fotografi naturalisti al mondo. Nichols ha seguito Jane Goodall per decenni, documentando non solo le sue scoperte nel Gombe Stream National Park, ma anche i momenti di profonda intimità e connessione spirituale con gli scimpanzé. I suoi scatti sono diventati simboli universali di conservazione ambientale, capaci di catturare l’anima della foresta e di chi la abita.
 
“The Nature of Hope” è anche un palcoscenico per lo sguardo femminile. Accanto a Nichols, spicca la partecipazione di Ami Vitale, fotografa pluripremiata e fondatrice di Vital Impacts e fresca vincitrice del prestigioso riconoscimento Explorers at Large del National Geographic.
Vitale è celebre per aver documentato storie di incredibile resilienza, come il ritorno in natura degli ultimi rinoceronti bianchi settentrionali o il lavoro delle comunità locali in Africa per la protezione degli elefanti. Il suo approccio non si ferma alla denuncia, ma cerca sempre la bellezza e la speranza, trasformando la fotografia in uno strumento di empatia universale.
La partecipazione di numerose fotografe donne non è casuale: è una dichiarazione d’intenti che mira a riconoscere il contributo fondamentale del genere femminile nella fotografia naturalistica e nella conservazione ambientale. Il risultato è una trama corale che racconta la fragilità e, allo stesso tempo, l’incredibile forza della nostra “Madre Terra”.
 

Dal 7 Marzo 2026 al 17 Maggio 2026 – Museo Diocesano – Cremona

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Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Chiara Innocenti

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Menzione speciale nel 2021 con Let’s Fly  e nel 2023 con Meraviglie presenta

Fotografie di Chiara Innocenti da “X”

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Non c’è stato un momento preciso in cui mi sono avvicinata alla fotografia, in realtà l’ho sempre fatto in modo naturale, fotografavo quello che pensavo gli altri non riuscissero a vedere come me. Se guardo indietro e ripenso ho sempre avuto la macchina fotografica, da quella giocattolo che avevo preso nel negozio dei miei nonni a quella di mio babbo con il rullino, alla prima digitale regalata per la mia laurea, ma solo da grande ho ripreso consapevolmente la fotografia. L’ho fatto perchè ero stanca di lottare con una parte di me che in ogni modo mi chiedeva di esistere, ero stanca di nasconderla e stanca di non riconoscermi più.

Ho deciso quindi di darle vita e di mostrare ciò che sta dietro ai suoi occhi, la sua realtà e le sue percezioni.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Let’s fly”

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Nel momento in cui ho ripreso con consapevolezza la fotografia, la strada della narrazione è venuta da sola, si è presentata come l’unica via percorribile  per raccontare e cercare di condividere un mio punto di vista.

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Prima di iniziare a scattare cerco di capire qual’è il punto sul quale voglio  concentrarmi perchè spesso si compone di più livelli, per cui cerco di approfondire l’argomento, leggo poesie, ascolto musica, faccio disegni e inizio a scrivere frasi e appunti e così quando mi sento pronta, metto le cuffie con la mia musica preferita e inizia il racconto.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Mi piace raccontare quello che nasconde l’apparenza, ma anche quello che il tempo prova a nasconderci, quello che obbedisce alla sensibilità, alla gentilezza, all’altruismo ed alla cura , mi piace pensare di mostrare degli aspetti che le persone non riescono a percepire e che invece credo siano importanti.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Meraviglie presenta”

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Vorrei che le mie immagini risvegliassero nelle persone quella delicatezza di pensiero e gentilezza nello sguardo che dovrebbe appartenere a tutti così che tutti potremmo nutrirci del senso di meraviglia.

Ho l’illusione di pensare che questa sensibilità ci renderebbe migliori.

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Sì, c’è sempre una prima fase, come dicevo, in cui devo riflettere per poter capire bene il punto del racconto poi la fase di produzione vera e propria fluisce da sola e si aggiusta strada facendo.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Questa è una domanda che mi faccio anche io, ma a cui non so rispondere.

Cerco di studiare molto e ogni autore mi affascina per qualcosa, ad esempio per il modo nuovo in cui tratta un argomento oppure per un’estetica che mi da piacere.

Le mie immagini credo che nascano dalla musica, da quei viaggi che mi permette di fare dentro e fuori di me.

Fotografie di Chiara Innocenti da “Ricorda”

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

In questo momento del mio percorso fotografico mi mancano momenti e luoghi di condivisione vera, dove artisti di vario genere possono ritrovarsi e parlare di quello che stanno facendo, parlare di ricerca, di messaggi da condividere, parlare per capire.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Non c’è un momento o un evento preciso da cui è nato l’amore per la fotografia ma adesso accetto il fatto che la fotografia è sempre stata con me, in silenzio, aspettando il momento per riemergere con forza.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Lo conosco perché buona parte della mia formazione la devo alla scuola MUSA

Ritratto di Chiara Innocenti

Sono nata a Firenze dove mi diplomo al liceo classico e conseguo una laurea in scienze agrarie con indirizzo ornamentale. 

Contemporaneamente faccio teatro e ho sempre con me la macchina fotografica, ma la vita mi porta verso altre strade.

Mi trasferisco nella campagna maremmana dove apro un negozio di fiori che mi permette di dar spazio alla mia creatività, continuando però a percepire la fotografia come unico mezzo per esprimere quello che sento, in piena libertà.

Nel 2019 riprendo in mano la mia passione per farne qualcosa di ancora più vivo, frequento il primo corso di fotografia e da quel momento inizio un percorso di formazione costante con autori e professionisti del settore.

Il desiderio di mostrare come vedo il mondo è sempre più travolgente.

Quando fotografo sono altrove e mi piace pensare che chi guarderà le mie foto possa entrare con me “in quell’altrove” trovando spunti di riflessione.

Contatti

Sito di Chiara https://www.chiarainnocenti.it/

Instagram

chiarainnocenti76

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Maria Teresa Brambilla

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome Maria Teresa

Cognome Brambilla

Anno Settore Vincitrice del Premio Musa 2023 settore Reportage

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “From the alps. Women”

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

 Quando ero piccola mio padre ci fotografava con una macchina a pellicola, spesso in bianco e nero. Ci faceva vedere le diapositive, aveva dei libri di fotografia. Ecco io rimanevo estremamente affascinata dal potere di quella macchina che riusciva a fermare degli attimi e renderli eterni. Amavo guardare le foto dei grandi fotografi, soprattutto i reportage. Li cercavo sui giornali che entravano in casa. poi ho iniziato a chiedere di usare anche io una macchina compatta che aveva mia madre. Volevo fotografare il mondo con il mio occhio. Non so perché ma usare la macchina fotografica mi piaceva, era come immortalare quello che di solito osservavo e su cui riflettevo, quello che vedevo nel mondo.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Guardando i reportage che c’erano su D di repubblica. Da piccola. Poi moltissimi anni dopo ho deciso di studiare come si facevano i reportage e mi sono innamorata della profondità del processo. Ho capito che una buona foto e un buon lavoro nascono con un buon progetto e passando il tempo in quello che voglio raccontare. Ho sempre sentito di voler approfondire temi e situazioni con il lavoro fotografico e finchè non capisco di avere tutte le foto di cui ho bisogno non riesco a chiudere un lavoro.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Something about you”

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

C’è un’idea iniziale, un tema, una situazione. Entro in contatto con le persone che vivono quello che ho scelto di raccontare. Spiego cosa e perché voglio fotografare. Cerco di entrare in sintonia con queste persone. Intanto preparo uno schema per sviluppare concretamente il tema con i miei scatti. Inizialmente passo molto tempo con le persone senza scattare. Solo per conoscerle, capirle ed entrare un po’ in intimità. Dopodichè inizio a scattare seguendo lo schema.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Le tematiche che più mi interessano sono la condizione e il vissuto delle donne in diversi ambienti e situazioni e i conflitti interiori dell’umanità (depressione, insonnia, disturbi alimentari..)

Ho un progetto aperto sulle mamme single, uno sulle donne che puliscono le stanze degli alberghi e un progetto personale di autoscatti in cui racconto la mia lotta tra la depressione e la mia voglia assurda di vita. I primi due sono progetti di reportage, l’ultimo ho intenzione di integrarlo con degli scritti ed è una sorta di diario intimo.

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

La bellezza della verità dell’umanità. La fragilità e forza che coesistono nelle persone.

Voglio cercare di dare voce a chi non l’ha, restituire bellezza e dignità a chi crede di averla perduta.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Femmes de chambre”

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

In fase di ideazione decido di quali scatti ho bisogno e in che momenti, orari andare a scattare. Questo per avere scatti che mi permettano di avere una narrazione completa. Quando scatto mi concentro ma cerco di non pensare a niente altro, di sganciarmi dal risultato. Sono istintiva di natura quando agisco, quindi cerco un equilibrio tra il mio istinto e la strutturazione di un lavoro.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

L’ispirazione la trovo leggendo poesie, ascoltando musica, guardando film, parlando con le persone, stando nella natura…osservando il cielo, l’oceano, la neve, i colori, le sfumature…e ovviamente guardando fotografie e lavori che mi rapiscono.

Il progetto che ha vinto credo sia nato molti anni fa dentro di me. Sfogliando a ripetizione un libro fotografico in bianco e nero che raccontava la vita di un pastore di pecore. Non mi ricordo ne titolo ne autore. Mi ricordo le foto.

Paolo Pellegrin, Gilles Peres , D’Agatà, Valerio Bispuri sono tra gli autori che preferisco e ho guardato spesso dei loro lavori per farmi ispirare.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Che per fare bene la fotografia ci vuole tempo, spazio, testa, soldi e spesso non li ho.

Il resto non so perché non conosco così bene questo mondo.

Fotografie di Maria Teresa Brambilla “Blue. Diaries”

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Uno in particolare non mi viene, ma non riesco a immaginarmi di vivere senza fotografare quello che ho in mente di fotografare.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ho conosciuto la scuola Musa facendo ricerche su Google. Mi capitava di andare sul sito della scuola e un paio di anni fa ho visto che c’era questo premio. Ho pensato quando avrò un progetto abbastanza iniziato provo a mandarlo.

Ritratto di Maria Teresa Brambilla

BIO

Sono nata tra le alpi.

Dove vivo anche oggi.

La natura è da sempre la mia musa assoluta.

Autodidatta in ogni passione del mio essere.

La fotografia è l’arte che più amo.

Perché non necessita di traduzioni per quello che si vuole dire.

Perché è sicera, trasparente, sfacciata.

Con la macchina fotografica è come se i miei occhi possono scavare le situazioni con il doppio della profondità.

Mi sento come in dovere di raccontare ciò che ha bisogno di una voce.

Di una storia per immagini in cui dispiegarsi.

C’è tanta vita nel mondo.

Molta sconosciuta. Silenziosa. Dolorante. In lotta. In cammino.

Mi sembra che la fotografia abbia lo straordinario potere di restituire bellezza e dignità a chi crede di non possederla.

Contatti

Sito dell’autrice https://www.majthe.com/works/

IG @majthemeri 

3349350796

majthemeri@gmail.com

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Francesca Dusini

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Francesca

Cognome: Dusini

Vincitrice del Premio Musa 2023 – Settore ritratto e fotografia di scena

– Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Credo di aver iniziato a sviluppare un interesse per la fotografia intorno ai 16 anni, quando ho capito che poteva essere uno strumento per esprimermi, per rappresentare il mondo attorno a me ed autorappresentarmi – dal momento che non ho mai amato farlo a parole.

– Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Probabilmente quando ho smesso di cercare come obiettivo la “foto cartolina” ed ho iniziato invece a concepire la fotografia come un racconto. Col tempo mi sono sempre più convinta del fatto che fare fotografia sia come raccontare una storia, e forse che abbia senso solo se racconta una storia, perciò il fatto di sviluppare dei progetti diventa quasi indispensabile per la narrazione. Allo stesso tempo potrebbe essere anche una scelta comoda, perché è molto più difficile raccontare una storia con un’unica fotografia (ritengo ci voglia una grande bravura e sensibilità…o una buona dose di fortuna!). Per fare un parallelo letterario, mi piace pensare alla fotografia unica come una poesia o un haiku e il progetto fotografico come un racconto, un romanzo o un saggio.

Fotografie di Francesca Dusini Švejk

– Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Negli ultimi tempi in realtà ho lavorato quasi esclusivamente per altre persone, quindi nella maggior parte dei casi ho già un compito affidato (documentare uno spettacolo, un’architettura, dei luoghi lungo un cammino…) e mi devo inserire in una cornice già definita. In questo caso cerco di capire quello che il committente vuole e la destinazione del lavoro, per poi mediarlo con quello che posso dare con la mia personale interpretazione. Se e quando possibile, cerco di dare una visione inedita, meno scontata, anche quando il soggetto è già definito, provando a osservarlo da punti di vista meno convenzionali. Quando invece mi dedico a progetti personali, parto da un’idea, un’intuizione che mi sembra particolarmente interessante e cerco di darle spazio e tempo e di lasciarla ampliare anche in modo spontaneo.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se sì, come?

La fotografia di ritratto è qualcosa di relativamente nuovo per me, anzi per diversi anni ho cercato di eliminare totalmente qualsiasi figura umana dalle inquadrature. Negli ultimi anni però ho iniziato a seguire e documentare fotograficamente spettacoli, eventi teatrali e infine realizzare le fotografie di scena sul set di due serie tv (sull’ultimo è nato il progetto fotografico Švejk) ed è una cosa che mi sta appassionando molto. Il mio tema di interesse principale è però la documentazione del paesaggio (naturale e urbano) e delle sue trasformazioni, ed ho una particolare passione per tutte quelle cose che mostrano i segni del tempo: rovine, angoli degli abitati (o dis-abitati) storici e un po’ cadenti, fragili testimonianze di tempi passati… Camminare per le vie di paese mi emoziona e allo stesso tempo mi lascia un velo di malinconia, perché so che ad esempio quella casa – che con le sue pietre, il suo intonaco scrostato, i suoi colori può raccontare una storia e quella di chi ci ha vissuto – la prossima volta potrebbe non esserci più. Questo mi spinge ad immortalare queste visioni attraverso la fotografia, per paura di perderle per sempre senza lasciare traccia. I temi e parole chiave della mia ricerca fotografica sono quindi la memoria, il ricordo, la nostalgia, la testimonianza, l’effimero.

Fotografia di Francesca Dusini – Inverno a Pez (Cles, TN)

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Quello che cerco è di trasmettere un’emozione, di raccontare una storia o suscitare in chi guarda la curiosità di voler capire quello che c’è dietro alla mera immagine. Una foto non è mai soltanto una foto ed è interessante il rapporto che si può creare tra questa e l’osservatore: può cogliere il messaggio di chi l’ha scattata oppure no, ma in ogni caso attraverso la sua singolare visione interpreta a sua volta l’immagine, dandone una lettura arricchita. La fotografia per me è anche un modo per vedere quello che mi sta attorno, di prendermene cura e di dare testimonianza – senza giudizio, positivo o negativo che sia – di ciò che esiste, cercando di mettere in luce quello che magari altri non vedono.

Ad un livello ancor più personale la fotografia è anche qualcosa che mi aiuta a registrare degli stati d’animo, a “congelare” dei momenti che inevitabilmente passano e non torneranno più, ma che attraverso l’immagine potranno essere rievocati, utilizzandola come strumento per indurre la memoria a ricordare.

– Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Dipende. In generale sì (perché sono un overthinker), però ho capito che troppa preparazione mentale prima di scattare – cosa inevitabile quando devo realizzare fotografie per altri – mi porta spesso a momenti di frustrazione se non trovo le condizioni perfette in cui avrei voluto essere, la luce giusta ecc… e diventa quindi controproducente. Quello che preferisco in assoluto è vagare da flâneuse, lasciandomi catturare da quello che vedo, da come la luce illumina le superfici, dalle situazioni che accadono, aspettando il momento giusto per scattare oppure decidere che no, in quel caso non ne vale la pena o sarà necessario tornare. D’altra parte, mi sono resa conto che i progetti personali a cui mi dedico sono nati spontaneamente dandomi la libertà di lasciare spazio all’istinto, riconoscendo solo in un secondo tempo una serie di temi/soggetti/interessi ricorrenti che potevano essere legati da un unico fil rouge.

Fotografia di Francesca Dusini – Accidentally Mendelpass

– Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Le foto del progetto con cui ho partecipato al Premio Musa sono fotografie di scena e sostanzialmente ritratti. Essendo un settore di interesse relativamente nuovo per me, non ho – almeno consapevolmente – cercato specifiche fonti di ispirazione. Vedo ovviamente i lavori di tantissimi fotografi da anni, ma ad essere sincera sto imparando a farlo con un certo occhio critico soltanto di recente. Finora, non essendomi mai sentita legittimata a definirmi una fotografa (è un po’ come il discorso dell’artista: chi decide se uno è un’artista o meno? L’artista stesso o gli altri?), il mio pensiero è stato semplicemente “voglio solo raccontare quello che vedo”.

L’ispirazione poi arriva da ovunque se si è abbastanza sensibili da lasciarsi influenzare: dalla storia dell’arte, dal cinema, dai libri, dall’architettura…sono anzi convinta che il mio provenire da un mondo diverso da quello della fotografia – un percorso universitario in Ingegneria Edile-Architettura – abbia influenzato significativamente il modo di concepire la composizione e aiutato a sviluppare un certo tipo di sguardo. Tornando al mondo della fotografia ci sono due nomi su tutti che per me saranno sempre dei maestri assoluti e massima aspirazione: Luigi Ghirri e Guido Guidi, per la loro capacità di rendere straordinario l’ordinario e di cogliere l’essenza del quotidiano, trasmettendolo con delle immagini che sono pura poesia visiva.

Fotografia di Francesca Dusini – L’arte della miopia

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Mi ci sto approcciando per davvero forse solamente adesso, mi sono avvicinata alla fotografia un po’ inconsapevolmente senza avere un particolare obiettivo e quello che ho fatto finora è stato fatto da autodidatta. Sto quindi ancora cercando di capire quali sono le regole del gioco. Forse la difficoltà più grande è non lasciarsi influenzare dal pensiero del giudizio degli altri.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Forse non si tratta di un episodio in particolare, quanto piuttosto una serie di pensieri e una consapevolezza acquisita nel tempo. Uno su tutti è già il solo fatto di non riuscire a farne a meno…come dicevo, la fotografia resta il mio mezzo di espressione preferito. Sicuramente hanno poi contribuito le diverse persone che negli anni hanno dimostrato di apprezzare il mio sguardo e mi hanno spronata ad andare avanti lungo questa strada, incoraggiamento ben rafforzato dal progetto [ADAGIO] a cui ho collaborato nel 2022 e dal Premio Musa!

Fotografia di Francesca Dusini – Malosco

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Conoscevo Musa Fotografia da qualche anno, che ho scoperto tramite i social e ho seguito con interesse perché fin da subito mi è sembrato che trattasse la fotografia nella maniera in cui anch’io la concepisco, oltre ad essere un’ottima fonte di spunti di riflessione e ispirazione. Quando ho letto del Premio, sulla newsletter e sui social, ho pensato che le fotografie che avevo in mano avessero un buon potenziale e potesse essere l’occasione per provare a mettermi in gioco.

Ritratto di Francesca Dusini – Fotografia di Mirco Zanzanella

Bio

Francesca Dusini nasce e vive in Trentino.

Si appassiona di fotografia durante gli studi in Ingegneria Edile-Architettura all’Università di Trento.

Dal 2016 collabora e realizza servizi fotografici per vari enti e realtà del territorio ed ha fatto attivamente parte di alcune associazioni culturali curandone l’immagine e i contenuti digitali. Negli ultimi anni si classifica in alcuni concorsi fotografici locali, vede il suo lavoro pubblicato su diverse riviste – cartacee e online – e prende parte a piccole produzioni televisive trentine come fotografa di scena. Nel 2022 collabora alla pubblicazione [ADAGIO] Trekking letterario per nuovi orizzonti lungo il Cammino Jacopeo d’Anaunia ed espone una selezione delle fotografie nell’omonima mostra presso Palazzo Roccabruna a Trento. Vince il Premio Nazionale Musa per fotografe 2023 nel settore ritratto e fotografia di scena, con il progetto fotografico “Švejk”.

I suoi temi di interesse sono il racconto e la documentazione fotografica del territorio, dal suo paesaggio (naturale, culturale, urbano) alle esperienze che in esso prendono vita.

Contatto Instagram @effedusini

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Serena Radicioli

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Serena Radicioli vincitrice del Premio Musa 2023 settore personale

 © Serena Radicioli

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

All’età di 15 anni mia zia mi regalò la mia prima macchina fotografica, inizia da quel giorno a relazionarmi con il mezzo fotografico. La tenevo sempre con me e scattavo fotografie ovunque.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema, fosse la strada giusta?

Finito il liceo decisi di iniziare ad avvicinarmi in maniera più specifica alla fotografia. Capì subito che non mi bastava solo avere una macchina fotografica e scattare fotografie, volevo approfondire le mie conoscenze in campo tecnico e capire il come e a quale scopo io scattassi delle immagini. Iniziai così a ragionare sulle mie foto e a creare delle piccole storie, volevo iniziare a comunicare attraverso di esse.

 © Serena Radicioli

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

Attraverso ricerche e studi, in primis individuo l’obiettivo del mio progetto e la scelta del tema. In seguito affronto la fase di realizzazione delle immagini affinando mano a mano il linguaggio più adatto alla mia ricerca. Nella fase successiva inizio la raccolta del materiale e l’organizzazione delle immagini seguendo una sequenza narrativa che rispecchi il concept del mio lavoro, e inizio a lavorare sulla forma di output più adatta ad esso, già in parte individuata all’inizio. Cerco sempre di lavorare nel modo più meticoloso e rigoroso possibile, per creare una storia struttura e solida.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

La mia ricerca fotografica parte spesso da temi autobiografici. Mi concentro molto sul tema della memoria, attraverso la riscoperta di un archivio e l’elaborazione di nuove immagini, che hanno in qualche modo un contatto con il passato. 

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Attraverso questo lavoro, le mie immagini permettono di ricordare momenti del passato, fissarli, e creare da essi altrettante immagini nuove, cariche di emotività, e ingannevoli allo stesso momento.

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Fino ad ora, nella mia ancora breve esperienza fotografica, ho sempre utilizzato un approccio intimo e irrazionale durante la fase di ripresa, scatto molto “di pancia” una volta che ho individuato e studiato il soggetto o il luogo che voglio fotografare.

 © Serena Radicioli

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Mi documento sempre molto prima e anche durante i miei lavori, ogni giorno guardo siti e lavori di altri autori, non sempre limitandomi alla fotografia, per cercare di farmi ispirare e capire il loro processo creativo per poi sviluppare in maniera personale mio. Nello specifico per questo lavoro sono stata ispirata da artisti come Paola Jiménez Quispe , Christian Patterson e Alba Zari, con approcci diversi tra loro si avvicinano molto alla tematica da me trattata e all’obiettivo che mi piacerebbe raggiungere.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Il mondo della fotografia è talmente vario e denso ai giorni d’oggi e credo sia molto difficile farsi spazio tra migliaia di autori ed essere riconosciuti per aver detto qualcosa in maniera diversa da altri.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Ho capito che la fotografia fosse veramente importante per me quando ho iniziato a riscoprire anche me stessa attraverso di essa, circa un paio d’anni fa.  Con questo lavoro ho capito l’importanza che la fotografia ha nel mio percorso di crescita personale, come essere umano. 

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Ho conosciuto il premio tramite la vincitrice dell’anno scorso nel mio stesso settore. Andando a vedere il suo lavoro su Instagram, ho scoperto che aveva partecipato al concorso Musa, e decisi di iscrivermi anche io.

Per seguire Serena @serenaradicioli

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Elena Zottola

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Elena

Cognome: Zottola

Vincitrice del Premio Musa: Menzione speciale 2022

Da Prosféro, fotografie di Elena Zottola

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Ho sempre vissuto immersa nella ricerca creativa. Ho passato l’infanzia giocando nel laboratorio di artigianato artistico e di pittura di mia madre che, coraggiosamente, aveva deciso di provare a intraprendere la strada dell’arte in un piccolo paese della Basilicata. In quel contesto ho osservato per la prima volta dei fotografi all’opera e la fotografia è stato uno strumento che mi ha accompagnata da allora.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema fosse la strada giusta?

Ho iniziato a pensare per la prima volta in senso progettuale in un periodo di studi all’estero, all’Estonian Academy of Art di Tallinn, durante il quale ho realizzato la mia prima serie fotografica dal titolo The Creation of the World is an Ordinary Day. Per strutturare un progetto con un suo corpo ho sentito il bisogno di un supporto nella narrazione da parte del pubblico: il lavoro si è quindi articolato in una forma aperta, capace di inglobare in sé una narrazione partecipata.  Le tematiche affrontate con quella prima serie hanno rappresentato l’inizio della strutturazione di un’idea di metodo e di attenzione a un certo ventaglio di tematiche.

Da Stanotte il cielo, fotografie di Elena Zottola

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

I miei lavori nascono tutti da una fase di osservazione preliminare a tratti disinteressata, a tratti critica, di quello che mi circonda. A volte la complessità di alcune questioni non riesce a essere espressa con i canoni del solo linguaggio verbale, nasce allora in me la necessità di utilizzare il linguaggio delle immagini, dei segni che questo esprime e delle connessioni simboliche tra gli elementi, anche installativi. I miei progetti si strutturano su di un livello di associazioni ed evocazioni implicite che attendono di esprimersi attraverso la giusta immagine o il giusto accostamento.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Sono interessata agli ambiti affini all’antropologia culturale, perché relativi alla mia formazione accademica, in particolare a quelli connessi alla cultura materiale, al Patrimonio Immateriale, alla biografia degli oggetti, all’identità e alle trasformazioni e ibridazioni culturali.

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Vorrei che le mie immagini riuscissero a esprimere la complessità che le ha fatte nascere, le domande irrisolte che mi hanno portato a realizzarle, ma che lo facessero in una maniera sintetica e riflessiva, dando un freno al tempo nel momento dell’osservazione e non moltiplicandone la caoticità.

Da The creation, fotografie di Elena Zottola

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Prima dell’inizio di un lavoro affronto una fase “meditativa” più o meno lunga, una sorta di momento vuoto entro il quale iniziare a raccogliere immagini, suoni, parole, riferimenti teorici. Tra due o più di questi primi elementi scatta una scintilla che dirige in qualche modo la visione della realtà. Il lavoro a cui sto al momento lavorando, Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito, ad esempio, nasce dall’incontro tra una poesia di Rocco Scotellaro e una fotografia del mio archivio di famiglia.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Molto spesso l’ispirazione per le mie fotografie non proviene dal mondo della fotografia, ma da altri contesti a esso più o meno affini: dalla pittura e dalla letteratura, ma anche dalle espressioni più spontanee dell’arte popolare, dell’artigianato e dalla naive art. La principale ispirazione per il lavoro di Prosféro, vincitore della menzione d’onore di Musa Fotografia, sono state le immagini d’archivio dei ritratti di due generazioni precedenti alle ragazze ritratte.

Da The creation, fotografie di Elena Zottola

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Le difficoltà più rilevanti per me sono rappresentate dalle tempistiche necessarie per lo sviluppo della progettualità artistica a volte non affine alle richieste di continua produzione riservate a chi fa un lavoro creativo come quello della fotografia d’arte.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Il momento in cui ho capito dell’importanza della fotografia come forma di linguaggio personale per me è stato all’interno dell’officina multidisciplinare della Scuola Elementare del Teatro: un’esperienza durante la quale ho avuto la fortuna di sperimentare diverse forse espressive scoprendo nella fotografia il mio ambito di comfort.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Sono venuta a conoscenza del Premio Musa attraverso il passaparola dei social networks.

Ritratto di Elena Zottola

BIOGRAFIA
Elena Zottola è una giovane fotografa e antropologa nata nel 1995.

Dopo gli studi artistici all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma, si trasferisce a Napoli dove consegue una laurea in Antropologia del Patrimonio e si avvicina alla fotografia attraverso la multidisciplinarietà della Scuola Elementare del Teatro di Davide Iodice. 

Nel 2018 l’esperienza di studio all’estero, presso l’Estonian Academy of Arts di Tallinn, dipartimento di Fotografia e Arte Contemporanea, durante la quale lavora al progetto curatoriale Rivista e realizza l’opera-performance The Creation of the World is an ordinary day, scelto tra i finalisti di Giovane Fotografia Italiana #08 Reconstruction. 

Nel 2019 torna a Napoli e frequenta il CFI, Centro di Fotografia Indipendente, producendo la sua seconda serie fotografica dal titolo Prosféro, che indaga il valore delle radici e dell’atto del tramandare, oggi parte dell’archivio di Futuro Arcaico e vincitore della menzione d’onore del premio Musa per fotografe.

Nel 2022 cofonda Spazio Putega e si laurea in Scienze Antropologiche e Geografiche per i Patrimoni Culturali e la valorizzazione dei territori ed è tra gli artisti invitati per A Cielo Aperto in una stanza, un progetto di arte pubblica per ripensare le pratiche artistiche nel territorio; nel mese di maggio 2023 rappresenta l’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi nella mostra collettiva Visage(s) d’Europe.

Attualmente continua gli studi in ambito antropologico con l’intento di arricchire di contenuti la sua pratica fotografica.

LINK

https://www.elenazottola.com/thecreationoftheworldisanordinaryday

https://www.elenazottola.com/stanotteilcielounmandorlofiorito

https://www.elenazottola.com/prosfero

https://www.elenazottola.com

https://www.instagram.com/elenazottola_

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Martina D’Agresta

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

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Nome Martina

Cognome D’Agresta

Anno Settore Vincitrice del Premio Musa 2022 settore Reportage

Fotografia di Martina D’Agresta

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Da piccola avevo la fotografia che mi ruotava attorno. Mio padre faceva il fotografo di matrimoni, collezionava macchine fotografiche, comprava libri e giornali di fotografia e nella nostra cantina aveva allestito una meravigliosa camera oscura.

Da grande la macchina fotografica è diventata il mezzo irrinunciabile col quale raccontare la porzione di realtà che desta in me interesse. Della fotografia mi affascina quanto sia semplice all’atto pratico e quanto sia complesso ottenere risultati soddisfacenti.  Poter catturare la mia visione della realtà, unica e irripetibile, con solo poche nozioni teoriche e il banale movimento di un dito suscita in me un infinito entusiasmo. La fotografia (quella che interessa a me) mi piace perchè fa camminare, arrampicare, sudare e sfidare il vento, imparare nuove parole e nuove lingue, assaggiare cibi e avere i vestiti sporchi. Mi appassiona per le esperienze che regala. Indipendentemente dal risultato, che certo inseguo sempre, la parte più arricchente dello scattare una fotografia sono i luoghi in cui la ricerca di quello scatto mi fa approdare, le persone che mi fa incontrare, gli odori che mi fa respirare.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza come hai capito che lavorare  su progetti articolati sullo stesso tema fosse la strada giusta?

Lavorare su progetti articolati sullo stesso tema mi permette un’ immersione nell’esperienza ancora più profonda rispetto allo scatto singolo (che per quel che mi riguarda è sempre un’operazione rispettabile). Decido di raccontare una storia quando sono incuriosita da una certa realtà e determinata a investigarla.  Approfondire un tema per me significa entrarci dentro, emotivamente e fisicamente.

Fotografie di Martina D’Agresta da “Tempra”

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

I miei lavori fotografici nascono da improvvisi guizzi di amore e entusiasmo verso realtà che incontro o delle quali vengo a conoscenza e che ritengo interessanti. Solitamente mi attrae ciò che sta scomparendo, o che è ancora ai più sconosciuto. Le storie che decido di raccontare diventano molto importanti per me e sento sempre la grande responsabilità di render giustizia ai soggetti che vado a ritrarre, siano essi persone o luoghi; per questo per i miei progetti spendo molte energie fisiche e mentali. Torno sulla scena finchè il racconto non è completo, finchè non ho esplorato ogni cm e assorbito ogni odore, rumore, spiraglio di luce di quel ritaglio di realtà.

Quali tematiche ti interessano in particolare? Hai già trattato altri temi, se sì, come?

Realizzo reportage geografico e antropologico. Nei miei lavori il tema più ricorrente è che uomo e ambiente sono due facce della stessa medaglia. Sono affascinata da quanto l’ambiente in cui viviamo, da tutta la vita o per poco tempo, attraverso il quale transitiamo o che ammiriamo ci plasmi nella forma e nell’anima e di quanto sia vero anche che le persone che vivono o che attraversano un luogo trasformino quel luogo stesso. Questo concetto per me è pura poesia.

Cosa cerchi di esprimere con le tue fotografie?

Nelle mie fotografie, che siano progetti o foto singole, io cerco di immortalare la bellezza del mondo, l’essenza delle persone che incontro e dei luoghi in cui mi reco. Credo che la realtà sia di gran lunga più sorprendente dell’immaginazione. Ovviamente sono lontana da ogni “trucco” volto a migliorarla. Ci tengo infatti che le mie fotografie abbiano anche una funzione documentativa, oltre a mostrare i soggetti con i miei occhi.

Fotografie di Martina D’Agresta da “Amaro”

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto nella fase di ripresa del lavoro?

Nella fase di ideazione del lavoro rifletto davvero poco. Preferisco recarmi subito sulla scena per iniziare a scattare  in modo libero e istintivo, parlare con le persone, respirare l’aria del posto. Quando torno a casa, con i primi scatti davanti agli occhi, inizio a riflettere su che cosa manca e su che cosa è in esubero per raccontare la storia. Così quando torno sul luogo a fotografare ho le idee più chiare. Questo processo si ripete e si ripete finchè non considero il lavoro finito. Amo il fatto che nel mio modo di costruire progetti la fase pratica di scatto sul campo sia preponderante rispetto a quella in cui me ne sto davanti al pc in modalità riflessiva.

Fotografia di Martina D’Agresta

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore  del premio nazionale musa per fotografe?

Ce ne sono una marea di autori che ritengo interessanti. Bisognerebbe conoscerli tutti, sia quelli che si avvicinano al nostro modo di fotografare, sia quelli estremamente lontani da noi. I primi che mi vengono in mente sono Eugenia Arbugaeva e Ragnar Axelsson. Mi piacciono per il loro reportage pulito e schietto, allo stesso tempo riconoscibile e carico di suggestioni.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

E’ davvero complesso. Quello che più mi infastidisce è che il confine tra immagine e fotografia sta pian piano scomparendo. Si scatta la foto di un paesaggio in Scozia e vi si inserisce il cielo delle Hawaii perchè il tramonto scozzese lo si considera non abbastanza sgargiante. E se una caratteristica della Scozia, terra piovosa e meravigliosa, fossero proprio i tramonti sbiaditi? Per non parlare dell’avvento dell’ IA. Se usata superficialmente si rischia di avere “fotografi” che senza uscire dalle proprie quattro mura di casa realizzano “fotografie” dei narvali del Mar Glaciale Artico e dei pastori nomadi della Mongolia. Io mi chiedo sempre per quei fotografi che scambiano i cieli e non si alzano dalla sedia per girare il mondo dove stia la soddisfazione. Come fanno a privarsi dell’esperienza di fare fotografia? Non fanno che produrre solo immagini.

Fotografia di Martina D’Agresta

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare  per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Tutte le volte che sono stata davvero felice e me ne sono resa conto ho voluto scattare una fotografia per averne in futuro la memoria: durante un viaggio, una festa in famiglia, un giorno qualunque…

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per Fotografe?

Ho conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe frequentando i membri del mio fotocircolo FBN Cecina. Alcuni di loro mi hanno consigliato di partecipare. Li ringrazio molto.

Ritratto di Martina D’Agresta

BIO
Martina D’Agresta, classe 1989, vive a Cecina (LI) ed è ingegnere civile. Nell’àmbito del circolo
fotografico Fbn Cecina – di cui è socia dal 2016 – matura interesse per la fotografia di reportage
geografico e antropologico e nei suoi lavori considera uomo e ambiente due facce della stessa
medaglia. Nel 2019 viene selezionata dalla F.I.A.F. come Talent Scout Junior ed espone a Bibbiena
(AR) presso il C.I.F.A. e a Carpi (MO) nell’ambito del Carpi Foto Fest. Nel 2022 vince la borsa di
studio Ivano Bolondi per la masterclass di fotografia con il maestro Lorenzo Cicconi Massi ed il
terzo posto al concorso ImagOrbetello a Orbetello (GR) nella categoria progetti. Risulta vincitrice al
premio Musa per fotografe italiane nella sezione reportage e del premio FOTO Cult. Nel 2023
nell’àmbito del concorso Urban Photo Awards vince il premio speciale Musei-Civici di Trieste nella
categoria progetti

Contatti

Link: https://www.facebook.com/martina.dagresta

Contatto: martina.dagresta@gmail.com