Izumi Miyazaki, fantastici “selfies”

Ciao,

Si lo so che non sono selfies…. 🙂

Oggi vi voglio presentare questa giovanissima fotografa giapponese. Io la trovo davvero molto “giapponese”, forse per questo mi piace tantissimo. 😉

Dalla prima volta in cui mi ci sono imbattuta, le sue immagini mi hanno catturato e molto incuriosito. Non smetterei mai di guardarle. Un mix di serietà e umorismo che mi affascina molto.

Non ho trovato una vera e propria biografia, forse perché è ancora molto giovane, quindi ho raccolto un po’ di informazioni qua e là sul web e una selezione dei suoi divertenti autoritratti.

Spero piaccia anche a voi

Ciao

Anna

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Selfie col morto!

26172943_10215113733546638_8946061208491372200_oSara Munari, Positano 2018

I selfie sono ovunque nel mondo dei social media.

Mentre alcune persone li amano, altri li odiano, anche se sono più popolari che mai.

Ogni tanto penso che, quando mio nipote tra qualche anno, farà una ricerca sul web, di qualsiasi cosa, cercando “immagini” gli compariranno, pizze con faccia, tette con faccia, facce con faccia, culi con faccia (?), sushi e altre cose di questo tipo. Spero abbia la voglia e la perseveranza di approfondire.

Anche io sono colpevole, sulla mia stessa pagina facebook, mi è capitato di postare qualche selfie.

Cosa dicono esattamente i selfie delle persone ritratte?

Per capire i selfie, le persone hanno bisogno di capire le motivazioni che stanno dietro queste immagini, insieme ai motivi per cui tendono a diventare virali.

Le persone si fanno selfie ovunque, facendo qualsiasi cosa.

Pubblicano poi le immagini sui social media dove centinaia di persone potranno vederle. Solo un paio di decenni fa, gli individui con tale esposizione, sarebbero state considerate delle celebrità.

Stiamo forse cercando notorietà in ogni modo possibile?

Del resto farsi un selfie costa davvero poca energia…e allora, selfiamoci tutti!

I social media sono stati creati per aiutare le persone a connettersi l’un l’altro e molte persone usano questa scusa come “spinta” dietro la pubblicazione di tutto, dal nuovo paio di scarpe alle foto di matrimonio, dei figli, di cibo ecc.

Diventa subito chiaro che una cosa che molte persone cercano tramite i loro selfie è una “botta” di autostima. Da un punto di vista psicologico, sono probabilmente alla ricerca di una strada per soddisfare questo bisogno e la hanno trovata su facebook o simili. Ogni condivisione , ogni commento positivo è una spinta alla loro fiducia e via altri selfie…

“Guardami, io sono questo. Sono bello, buono e felice.”

Nella vita reale, le persone cercano costantemente di emergere, con le parole, con gli abiti, con ciò che acquistano. Non è sempre logico, ma è così.

I selfie rappresentano questo, una dichiarazione al mondo per distinguersi, per essere parte di qualcosa.

Questa voglia è un aspetto comune del comportamento umano e potrebbe indicare le ragioni alla base della popolarità che cerchiamo con gli autoscatti.

Siamo cresciuti con l’avvento di Internet. Milioni di persone in tutto il mondo, stanno cercando uno “fine” e lo stanno facendo anche online.

I selfie sembrano avere un ruolo importante per rispondere a questi bisogni psicologici. Da fuori, potrebbe sembrare un’esplosione narcisistica, ma uno sguardo più attento chiarisce che non è solo questo. Un selfie è l’espressione dell’identità di una persona, un metodo per trovare se stessi, per conoscersi.

Serve per dimostrare che siamo stati qui e abbiamo fatto la differenza.

Forse.

Certo se li accomuno alla fotografia fatta con consapevolezza, rabbrividisco un po’…ma ormai rabbrividisco di fronte a molta fotografia!

Poi arrivano gli eccessi. Ultimamente mi sono imbattuta in selfie spaventosi, a mio parere.

Il caso dell’incidente ferroviario con l’uomo che si fa il selfie mentre la donna investita è senza gambe (perchè tranciate dal treno) sui binari.

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Questo ragazzo ruba il corpo della sua donna all’obitorio e lo posta su internet.

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Kinana Allouche lavora per la tv filogovernativa in Siria e mostra i suoi selfie mentre lavora al fianco dell’esercito, su Facebook.

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Gli esempi sono infiniti, basta cercarli in rete.

Stiamo superando i limiti? E’ tutto concesso?  Quando, questo comportamento, non è più da considerarsi normale? Il rispetto per un defunto, un ferito e chiunque sia in difficoltà, passa in secondo piano, terzo, quarto e subentra un comportamento che mi sembra quantomeno strano. La condanna morale da parte mia è inevitabile.

Chi insegnerà a mio nipote quali sono i limiti? Spero di poterlo fare io.

I limiti non hanno a che fare con la fotografia (anche se abbiamo visto nella storia immagini crude e violente di qualsiasi soggetto), hanno a che fare con l’uomo e il rispetto dell’uomo.

Il ritrarre una scena stando dietro la macchina fotografica ha un sapore meno violento del coinvolgersi in un avvenimento legato morte o sofferenza. Perché dovrebbe venire la voglia di parteciparvi? Io non ho risposta.

Un fotografo di cronaca o  fotogiornalista si trova di fronte al dolore spesso e lo fa di mestiere. Perchè un cittadino comune, senza intento documentario, senza motivazione  apparente logica, desidera essere lì?

Ci devo pensare su.

Ciao

Sara

Educare lo sguardo

Di Giovanni Tamanza

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Educare lo sguardo

di Roswell Angier Introduzione pratica e teorica al ritratto fotografico

Zanichelli

Non si tratta di un testo puramente tecnico, o meglio, combina alla perfezione  la teoria con la pratica.

Diviso in capitoli,  vengono analizzati diversi autori che rispecchiano le caratteristiche dello stile preso in considerazione, alla fine di ogni capitolo troviamo un’esercitazione,  atta a farci prendere confidenza con lo stile trattato.

Un testo a mio parere fondamentale,  utilissimo anche per farci conoscere e riscoprire molti autori contemporanei e classici.

L’accento è comunque sempre posto sullo  sguardo del fotografo, considerandolo come parte integrante del soggetto: “l’azione di colui che guarda si manifesta nell’istante dello scatto, transitorio quanto un batter di ciglia e insieme infinito come una piccola eternità.”

Gli stili e gli autori trattati sono veramente molti, gli spunti per approfondire la ricerca, analizzando i lavori dei singoli autori, non mancano!

Personalmente lo ritengo utilissimo anche per “scoprire” e sviluppare uno stile proprio.

Utile anche l’appendice, che riassume i concetti base sull’utilizzo delle fotocamere, pellicole, misurazione esposimetriche e utilizzo del flash.

É un libro molto generoso nelle dimensioni e con tantissime immagini, adeguatamente proporzionate e perfettamente apprezzabili, sicuramente una panoramica completa sul ritratto fotografico.

In vendita qui

Giovanni Tamanza

La fotografia di Claude Cahun

Clara Carpanini

Vedermi alla terza persona

la fotografia di Claude Cahun

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Claude Cahun, all’anagrafe Lucy Renée Mathilde Schwob, nasce il 25/10/1894 a Nantes. La sua opera spazia dalla scrittura, recitazione fino alla fotografia.Inizia giovanissima come scrittrice di saggi sulla rivista del padre. Il periodo che segna la crescita artistica della giovane Lucy è il periodo che passa a Parigi e la frequentazione dell’ambiente surrealista. Appena quindicenne si lega sentimentalmente alla sorellasta Marcel Moore. L’opera sicuramente più esemplare è quella che la coinvolge nella fotografia, purtroppo non tutte le sue immagini sono arrivate a noi, gran parte del suo lavoro è stato distrutto dalla censura e spesso accusato di pornografia. Tutta l’opera di Claude Chaun è strettamente autoreferenziale, l’essere ebrea e la sua omesessualità condizionano formentemente la sua vita e la sua fotografia, l’autoritratto è il modo più intimo per esprimere il proprio disagio, nel travestimento e trasformismo, si uniscono aspetti maschili e femminili e le scene che mette in atto per i propri autoritratti  ( alle quali collabora attivamente la compagna Marcel Moore ) sono sicuramente da considerarsi un modo di esprimersi innovativo. Il lavoro di Claude Cahun è rimasto per molto tempo incompreso e solo ultimamente riscoperto e ripreso in modo analogo da altri autori ( una fra tutte Cindy Sherman ). Claude Cahun muore nel 1954. Questo libro è praticamente la prima vera e propria monografia esitente in Italia. Il testo, suddiviso in cinque capitoli, risulta scorrevole, anche se non siete particolarmente attratti dal questo tipo di approccio e utilizzo della fotografia, è sicuramente da leggere! L’autoritratto è certamente un modo di espremersi fotograficamente molto introspettivo e personale, nel libro ci sono poche immagini ma quanto bastano per farci venire voglia di conoscere a approfondire lavoro di Claude Cahun.

“Il Jersey Heritage Trust di St Helier ( capoluogo dell’isola di Jersey dove Claude Cahun visse dal 1937 fino alla su morte ) ha aquisito nel tempo manoscritti, fotografie e molto altro materiale documentario che costituisco oggi la più importante collezione riguardante Claude Cahun, consultabile on line qui.

Il libro lo trovate in vendita qui.

Giovanni

1839: il primo autoritratto

ll primo autoritratto fotografico conosciuto è stato realizzato nel 1839 [ottobre o novembre] da Robert Cornelius, un chimico e appassionato di fotografia di Filadelfia (Stati Uniti d’America).

Cornelius realizzò un dagherrotipo di se stesso nel retro del negozio di lampade del padre a Filadelfia.
Dopo aver rimosso il copriobiettivo dell’apparecchio, si posizionò di fronte rimanendo seduto per circa un minuto per poi coprire nuovamente la lente.
Sul retro del dagherrotipo Cornelius scrisse “Il primo dipinto di luce mai ripreso. 1839”

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(Deposito immagine: Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C. – USA)

Pensare di stare fermi per un minuto davanti ad un obiettivo oggi sembra un’eternità, eppure questo autoritratto pare sia nato proprio per testare l’efficacia di nuovi procedimenti di preparazione della lastra, per ridurre notevolmente i tempi di posa di un dagherrotipo.

(fonti principali wikipedia, publicdomainreview)
Gianluca