Moira Ricci, tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia.

Articolo di Giovanna Sparapani

“…Ho cominciato a fare le foto in spiaggia, l’estate, al  Lido di Savio. Otto chilometri sotto il sole avanti e indietro..” (MR).

Sperando di guadagnare qualche spicciolo, Moira chiedeva ai bagnanti e alle persone sotto l’ombrellone se gradivano essere fotografati, ma le risposte erano per lo più negative e spesso anche sgarbate. Non perdendosi d’animo, la giovane li ha fotografati di nascosto per poi ritagliarli a mo’ di piccole figurine che ha collocato in ordine sparso sopra un autoritratto che la immortala sdraiata su una spiaggia, coperta da una coltre di sabbia da cui fuoriescono solo una parte del viso, un  piede e le mani: la ragazza appare come un gigante, mentre i personaggi che affollano la spiaggia sono dei ridicoli lillipuziani dalle dimensioni molto ridotte. Da lì l’ironico e calzante titolo, “ ALidiput”, 2003 .

Moira Ricci, nata nel 1977 a Orbetello in provincia di Grosseto, si è diplomata in fotografia a Milano nel 1998 per continuare gli studi in Arti visive e Comunicazione multimediale presso l’Accademia di belle Arti della città lombarda dove prevalentemente risiede, alternando lunghi soggiorni in Maremma. Il vasto e variegato territorio toscano è ricco di ricordi legati alla sua infanzia e adolescenza ed è da lei profondamente amato per le sue radici contadine che conservano vivida memoria di celebri leggende e incredibili avvenimenti.

Fotografia di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

I suoi racconti visivi sono per lo più ispirati ad un mondo di tracce personali desunte dal passato, fatta eccezione per un lavoro particolare -“Da buio a buio” del 2009 – in cui si ispira a strani personaggi un po’ paurosi e un po’ grotteschi, tratti dalle fiabe popolari che  la  mamma le narrava  quando era piccolina: l’uomo sasso, i gemellini, la bambina mezza cinghiale, Il lupo mannaro, secondo il senso del magico e talvolta del terribile che permea alcune storie tipiche della civiltà contadina. La mostra relativa a questo lavoro affianca alle fotografie anche interviste registrate, video, stralci di giornale e ricerche scientifiche;  le immagini che vengono racchiuse in vecchie cornici trovate nei mercatini o nelle case di parenti, contribuiscono a creare un’atmosfera antica e familiare.

Fotografie di Moira Ricci ©MOIRA RICCI

A sua madre Loriana, scomparsa prematuramente all’età di cinquanta anni per una caduta accidentale, è dedicato il suo lavoro fotografico più importante, dal titolo assai esplicativo “ 20.12.53 – 10.08.04”(nascita-morte) , confluito in un libro edito da Corraini che contiene 50 fotografie, una per ogni anno in cui è vissuta l’amata mamma. Moira ha sofferto moltissimo per questa perdita e, quasi per illudersi di starle sempre a fianco, grazie al sapiente uso di tecniche digitali, ha inserito sé stessa all’interno di fotografie d’epoca che parlano della Toscana grossetana, che ci raccontano della sua famiglia, dei parenti, dei compaesani, dei luoghi più frequentati e vissuti. Lei stessa racconta la genesi delle sue immagini: “Ho cercato le sue foto vecchie, sono andata nei posti, mi sono vestita, ho cercato la posizione giusta, poi mi sono infilata nella foto…”. Il lavoro è durato dieci anni e ha avuto un’evidente funzione terapeutica nell’elaborazione del lutto. Dotata di una sensibilità delicata e profonda, Moira si inserisce nella foto come se volesse far compagnia a sua madre e nel contempo avvertirla della disgrazia che le sta per accadere: il reale e la finzione si fondono a meraviglia in uno struggente racconto visivo di notevole forza comunicativa.

In un progetto più recente, “Dove il cielo è più vicino”, confluito in una interessante mostra con immagini e video, lo sguardo della fotografa si allontana dall’ autobiografia, concentrandosi su una tematica sociale, quella dei poderi abbandonati da parte dei contadini impoveriti: “…. è una preghiera al cielo, ma anche una minaccia a chi ci controlla dall’alto, è un ritratto di poderi che hanno perso la loro identità e il loro significato, è un tentativo di fuga e allo stesso tempo l’incapacità di metterla in atto”. (MR)

Moira Ricci termina il ritratto che fa di sé stessa con queste concise parole: “Io sto bene solo quando lavoro. Calma il vuoto. Tutti i miei lavori riguardano me e la mia storia, insomma quello che mi è successo. L’autoritratto è sottinteso” (MR)

Autoritratto ©MOIRA RICCI

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Concita De Gregorio “Chi sono io?” ed. Contrasto, Roma 2017.

Il libro fotografico dell’artista Moira Ricci dedicato alla madre

Angela Madesani art tribune

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Julie Blackmon e i suoi “tableaux vivants”

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Lavoro come uno scrittore di fantascienza. Creo un mondo immaginario in cui è divertente entrare; mi sembra di giocare quando lo faccio….Penso che ci sia qualcosa nei bambini che si presta all’umorismo più degli adulti. Forse è quella combinazione di qualcosa di toccante e dolce, mescolato con un elemento macabro e oscurità incombente”. ( J. B.)

© Julie Blackmon

Nata nel 1966 a Springfield nel Missouri, dove attualmente risiede e lavora, ha seguito un percorso artistico assai singolare: dopo gli studi presso la  Missouri State University che l’hanno portata ad appassionarsi alla fotografia –  grazie anche all’interesse in lei suscitato dagli eccellenti lavori di fotografe come Sally Mann e Diane Arbus – decide di sposarsi e dedicarsi interamente alla famiglia;  la sua vita all’interno delle mura domestiche, allietata da tre figli e molti nipoti, diventa per lei un importante campo di osservazione. Quando nel 2001 si affaccia di nuovo al mondo della fotografia, si stava affermando la rivoluzione digital, per cui Julie, desiderosa di aggiornarsi, si iscrive ad un corso presso la Missouri State University per acquisire competenze nell’uso di Photoshop e nelle tecniche di scansione e stampa digitale. Se nei primi lavori lavorava con una fotocamera a pellicola, Julie, intuendo che il mondo dell’analogico è al tramonto, in pochissimo tempo passa interamente al digitale e scatta le sue immagini con una Hasselblad H4D-60, fotocamera digitale da 60-megapixel.

© Julie Blackmon

Le sue immagini risentono molto di una vita condotta all’interno di una famiglia numerosa, dove grandi e piccoli si relazionano e si mescolano tra di loro in scene domestiche arricchite di aspetti surreali e ironici, in cui ogni dettaglio è studiato con cura, richiamando aspetti del racconto autobiografico e nel contempo della staged photography. Julie, la più grande di nove fratelli e madre di tre figli, avrebbe potuto rischiare di venire annientata dagli svariati compiti e difficoltà della vita domestica, ma è stata salvata dal suo profondo spirito di osservazione e da un’ acuta ironia non graffiante, ma dolce e delicata.

© Julie Blackmon

Attraverso ‘tableaux vivants’ organizzati con cura meticolosa anche nei minimi dettagli, i bambini, protagonisti assoluti dei suoi lavori, vengono ripresi mentre scorrazzano in giardino, giocano in casa o in cortile, si tuffano in piscina, prendono il sole in atmosfere incantate in cui realtà e finzione si sovrappongono, a suggerire situazioni di gioia e leggerezza unite a elementi simbolici intriganti, tutti da scoprire.  Principale fonte di ispirazione per la Blackmon sono le scene familiari e quotidiane del pittore olandese Jan Steen, sia per quanto riguarda l’uso della luce, le pose dei protagonisti e gli oggetti di scena, ma sono ben presenti anche il senso di immobilità, sospensione  e atemporalità che si possono cogliere nei dipinti del famoso pittore Balthus.

© Julie Blackmon

Nella serie “Mind Games” la fotografa statunitense analizza la magia che alberga nei giochi dei bambini, proiettandoci in un mondo di sogni, costellato di giovanetti e giovanette che scherzano intorno ad una piscina di gomma, affiancati da immagini di giocattoli, sentieri di gesso e girotondi di stoffa.  Il tutto realizzato grazie ad un bianco e nero intenso, fortemente espressivo in grado di evocare mondi fantastici.

Nel suo secondo articolato lavoro, DomesticVacations”, Julie si cimenta con immagini a colori, riproponendo la formula vincente, precedentemente sperimentata, dell’accostamento tra realtà e finzione.  Con estrema cura nella resa dei particolari e un’attenzione quasi maniacale ai dettagli, ricrea situazioni da fiaba,  da cui scaturisce l’idea di una vita domestica ricca di inciampi e complicazioni in cui, in modo spiazzante, attimi di gioia si alternano a momenti più oscuri .

Con la più recente monografia, Homegrown, la Blackmon sente il bisogno di allontanarsi dallo spazio ristretto della casa, per inoltrarsi nella nostalgica ricerca di luoghi esterni legati alla sua memoria: i campi sul retro della casa, il mercato, il salone di bellezza diventano scenografie reali in cui  appaiono  bambini e adulti colti in bizzarre attività, comiche e surreali ma anche cariche di segreti e di mistero.

© Julie Blackmon

Come ben sintetizza Giuseppe Santagata: “Le fotografie di Julie Blackmon si concentrano sulle complessità e le contraddizioni della vita moderna e, se a prima vista sembrano armoniose rappresentazioni della quotidianità di un’America idealizzata del passato, ad uno sguardo più attento rivelano dettagli sconvolgenti e inaspettati.”

© Julie Blackmon

Alcuni dei suoi lavori fanno parte della collezione permanente del Cleveland Museum of Art, del Museum of Fine Arts di Houston, del George Eastman House International Museum of Photography, della Henry Art Gallery e della Microsoft Art Collection.

https://fotografiaartistica.it/i-paesaggi-domestici-di-julie-blackmon

Arte e vita, le fotografie familiari di Julie Blackmon (objectsmag.it)

Julie Blackmon – Italia | Artnet

https://culturainquieta.com/arte/fotografia/julie-blackmon

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Raffaella Mariniello, uno sguardo su Napoli

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Raffaella Mariniello nata a Napoli nel 1961, attualmente vive e lavora tra la sua città e Milano

 ©Raffaella Mariniello

Agli inizi degli anni Ottanta, dopo gli studi linguistici, scopre la passione per la fotografia e la sua ricerca è rivolta a tematiche sociali e culturali, con un’attenzione particolare alla trasformazione del paesaggio urbano in epoca post-industriale. Splendide immagini di paesaggi in bianconero costituiscono il corpus della prima mostra personale tenutasi nel 1986 a Napoli presso Villa Pignatelli. Nel 1991 realizza un interessante reportage sull’Italsider di Bagnoli in occasione della chiusura dell’importante centro siderurgico: le foto, a testimonianza di questo momento critico nella storia dell’industria italiana sono esposte a Napoli, Nantes, Calais, Parigi e Milano e vengono raccolte nel libro “Bagnoli, una fabbrica”, pubblicato a Napoli da Electa edizioni. Le parole scritte da Olga Scotto di Vettimo colgono in pieno l’atmosfera di questo lavoro: “Le immagini di Raffaela, dove paesaggi industriali al tramonto sono filtrati dalle luci artificiali che attraversano la fuliggine chimica, fanno emergere una dimensione di irreale sospensione tra il naturale e l’artefatto”. Alla sua città natale dedica nel 2001 una serie di immagini dall’intrigante titolo “Napoli veduta immaginaria”, con foto urbane scattate all’imbrunire in cui emergono visioni cittadine intercalate da scene di natura: la Martiniello si concentra sui tempi lunghi e sull’uso del flash, espedienti tecnici che le permettono di trasformare visioni reali desolate in scene metafisiche dominate da atmosfere plumbee.

 ©Raffaella Mariniello

Dal 2006 al 2011 lavora a Souvenirs d’Italie, una serie di immagini a colori di grande formato scattate nei centri storici delle più famose città italiane, trasfigurate dal turismo di massa che sovrappone elementi estranei al loro tessuto autentico. Oggetti invadenti come bancarelle di generi alimentari, giostre, venditori di cartoline e palloncini si stagliano in primo piano davanti ai più famosi monumenti relegati al ruolo di fondali scenici immobili, di fronte ai quali appaiono le effimere e superficiali testimonianze della modernità. Immagini frontali permeate di dinamismo, grazie al contrasto ottenuto con la tecnica dello ‘sfocato’ e del mosso, stupiscono, incantano e nel contempo stimolano una riflessione sulla realtà attuale sempre più dominata dalla ridondanza delle merci, spesso inutili. Questo lavoro fotografico è affiancato da un interessante video, di cui alcuni frame sono pubblicati a conclusione del libro “Souvenirs d’Italie”, pubblicato dalla casa editrice Skira, Milano 2012.

Nel 2013 La Mariniello dirige nuovamente il suo sguardo su Bagnoli e più precisamente sul Complesso della Città della Scienza che è stata distrutta da un incendio doloso devastante che ha reciso gli sforzi di creare negli spazi ex industriali bonificati un polo di eccellenza scientifica e culturale. La fotografa realizza un interessante lavoro che nel 2014 è confluito in una mostra che affianca diversi linguaggi espressivi: un’installazione, un light box, una fotografia e un interessante video dal titolo assai significativo, “Still in Life”, realizzato in collaborazione con Giacomo Fabbrocino. Le rovine e la cenere vengono in qualche modo riscattate dalla visione poetica di Rafaela che allude ad una resilienza e ad una rinascita, pur davanti a tanta distruzione:” La Città della Scienza dopo il rogo sembra una Pompei contemporanea, un luogo dove orrore e bellezza si mescolano” (RM)

 ©Raffaella Mariniello

Instancabile sperimentatrice, nel 2022 debutta in ambito cinematografico con il lungometraggio intitolato “Zio Riz” in riferimento al nome della canoa sulla quale un uomo, novello Caronte, percorre le acque del fiume Volturno a partire dalla sorgente circondata da una natura incontaminata e rigogliosa, fino ad arrivare al caos urbano che regna sovrano a Castel Volturno. La fotografa in un’intervista ci racconta che il film è nato dall’esigenza di dare un movimento alle sue immagini scatto dopo scatto, senza una sceneggiatura o un soggetto iniziale ben definito, ma semplicemente ascoltando la voce del fiume con la sua vita, i versi degli uccelli, il rumore delle fronde degli alberi e via via che si scende verso la città con le voci degli uomini e delle macchine agricole fino ai rumori assordanti del traffico. Un documentario raffinato che tradisce la formazione fotografica della regista.

“Bagnoli, una fabbrica”, Electa , Napoli 1991

“Souvenirs d’Italie”, Skira Milano 2012.

Raffaela Mariniello | StudioVisit.Me

raffaela mariniello — studiotrisorio (Interessante)

cinemaitaliano.info

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

MARIA SBARBOVA, il clone che azzera ogni individualità

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

©Maria Svarbova

MARIA SBARBOVA

Maria Svarbova è una giovane fotografa nata nel 1988 a Zlaté Moravce in Slovacchia; attualmente vive a Bratislava dove si è formata in restauro e archeologia, frequentando la Scuola di Arti Applicate della città. Dopo gli studi scopre la passione per la fotografia che l’ha condotta ad allontanarsi dal mondo classico per avvicinarsi allo studio dell’architettura e degli spazi pubblici, sorti in Slovacchia durante l’epoca comunista. Il suo sguardo è attratto in modo particolare dalle piscine, anche quelle costruite agli inizi del Novecento, non per documentarle in maniera realistica, ma per utilizzarle come sfondi e scenari per inquadrature frontali popolate di figure femminili immobili come rigidi manichini che si riflettono nell’acqua ferma come uno specchio: il formato è per lo più quadrato, a sottolineare la staticità e l’atemporalità delle scene rappresentate.

©Maria Svarbova

 Il suo mondo artificiale esclude qualsiasi tipo di azione e l’atmosfera surreale degli interni è resa tale anche dall’espediente della ‘sovraesposizione’ che rende i colori tenui e molto luminosi al di là della realtà; inoltre l’uso dello strumento ‘clone’ tende ad azzerare ogni individualità in favore di una visione assolutamente anonima delle persone che popolano numerose gli spazi, lisci e lucidi come le mattonelle sulle pareti. Maria non ha vissuto in prima persona il periodo del Comunismo, ma gli eventi sportivi di massa organizzati in numero cospicuo nell’ Urss sovietica, pubblicizzati al massimo e ancora molto vivi nel ricordo dei russi, l’hanno colpita a tal punto da rimanerne come abbagliata: le nuotatrici immobili collocate sul bordo delle piscine in pose rigorosamente simmetriche si ispirano al passato, ma ci proiettano in un futuro fantascientifico dominato da automi privi di emozioni. La ripetizione e la serialità delle figure, nelle sue immagini caratterizzate da un raffinato minimalismo, evocano un mondo fatto di silenzi, di simmetria, di quiete, in evidente contrasto con la vita caotica di tutti i giorni: una visione postmoderna che induce l’osservatore a guardare dentro di sé per riflettere e comprendere a fondo la solitudine e l’isolamento a cui è destinata l’umanità nell’epoca attuale, dominata dall’individualismo sfrenato e da una sorta di alienazione collettiva.

©Maria Svarbova

Ma nonostante la profondità di questi argomenti e le anonime figure siano bloccate senza alcuna espressione, non si percepisce un clima drammatico perché la simmetria, il chiarore e la purezza delle immagini ci trasportano in un mondo onirico in cui le tempeste fisiche ed emotive sono bandite. Niente è lasciato al caso o all’improvvisazione: ogni scena è meticolosamente progettata, soprattutto per quanto riguarda i colori, gli oggetti di scena e le pose minimaliste delle modelle.

©Maria Svarbova

Vincitrice di numerosi importanti premi, le sue mostre personali e collettive attirano l’attenzione delle giovani generazioni che non hanno difficoltà a cogliere l’originalità del suo messaggio. Le famose riviste ‘Vogue’,‘ Forbes’, ‘The Guardian’ hanno pubblicato numerosi suoi lavori che sono spesso anche sotto i riflettori dei social media. Estimatrice delle fotocamere Hasselblad che affianca per praticità con una mirrorless di medio formato, nel 2018 ha vinto il premio Hasselblad Masters Award. Un suo imponente cartellone pubblicitario può essere ammirato sulla torre Taipei 101, a Taiwan.

      Bibliografia

Maria Svarbova: Futuro Retro, 2019.  Maria Svarbova: Swimming Pools, 2021. 

       Sitografia

Maria Svarbova, l’artista che ferma il movimento dell’acqua – On the Blue

Mária Švarbová | LensCulture

www.mariasvarbova.com

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e hanno solo scopo didattico e informativo”

Iiu Susiraja, “La vita di tutti i giorni è la mia musa ispiratrice”

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

La vita di tutti i giorni è la mia musa ispiratrice” (I.S.)

Tutte le immagini sono di Iiu Susiraja

Iiu Susiraja, nata nel 1975 a Turku città della costa sud occidentale della Finlandia, ha frequentato dapprima studi tecnici, diplomandosi come pittrice artigiana e successivamente come artigiana tessile, per conseguire poi tra il 2012 e il 2016 brillanti risultati nella sezione di fotografia presso l’Accademia di Belle Arti della sua città. Nel 2008 inizia a fotografare e filmare sé stessa all’interno di ambienti domestici anonimi come il suo appartamento o la casa dei genitori. Decisamente in sovrappeso mette in evidenza con intelligente ironia i difetti del proprio corpo, creando immagini grottesche che provocano molteplici reazioni nel pubblico e nella critica. Giocando con le voluminose forme del suo corpo e indagandone i vari orifizi, crea delle immagini in cui oggetti quotidiani dialogano con lei a creare atmosfere decisamente surreali: collant, ombrelli, scarpe col tacco, forbici, mattarelli, pizzi, cuscini, salsicce, torte, pesce crudo o panna montata, guanti di gomma, pesci, sturalavandini, spaghi, pani, calze e calzini… vengono decontestualizzati e usati come oggetti d’allestimento delle sue stravaganti messe in scena. Senza alcuna inibizione usa in modo ironico la sua strabordante adipe strizzando l’occhio alle foto di moda e soprattutto alle immagini che circolano nel mondo della pornografia. Allestisce i set con cura, spesso adoperando stoffe o carte perlopiù decorate con motivi floreali stilizzati –  frutto della sua formazione come designer tessile – che creano un ardito contrasto con le sue forme abbondanti e sgraziate. In un mondo come il nostro, in cui l’icona dominante nel mondo femminile si ispira alla snella e bionda Barbie dei primi tempi (vedi le influencer più famose), la Susiraja che si autoritrae con uno sguardo neutro perso nel vuoto, senza risatine o giochetti compiacenti, mostra di avere notevole coraggio nel combattere ogni sorta di ipocrisia. “Molte persone pensano che in un quadro si debba essere belli. A me piace pensare che la funzione dell’arte sia quella di dire la verità, e che i miei quadri non sarebbero veritieri se qualcun altro vi interpretasse me“. (I.S.)  L’interesse di Iiu per la fotografia è affiancato da quello per i video:  in essi si prolungano le scene catturate nelle immagini, sfidando ogni regola di decoro e buongusto attraverso scatti che non sono affatto volgari perché ricche di umorismo e graffiante ironia.  Gli oggetti assumono altre funzioni e significati e si trasformano in modo sorprendente: un secchio di platica può diventare una borsetta, un trenino come un lungo serpente le scorre sui seni e sulle cosce, un uovo si può distruggere tra le cosce che possono ospitare anche un panetto di burro della forma di un grosso fallo.

Tutte le immagini sono di Iiu Susiraja

La sua ricetta preferita: 1 ragazza robusta 1 oggetto ordinario, 1 sacchetto di umorismo secco. Montate gli ingredienti insieme quando arrivano gli ospiti e lasciate rassodare in frigorifero. Infine formate dei bocconcini di pasta e servite con una cornice  (I.S.)

Ha esposto a Los Angeles e New York e ultimamente al MoMa nel Queens, in uno spazio dedicato alle mostre sperimentali; nel 2023 è risultata vincitrice del Premio Finlandia.

Per approfondire:

www.iiususiraja.com

Iiu Susiraja | Museum of Contemporary Art Kiasma

100 fotografi finlandesiIIU SUSIRAJA | 100 fotografi finlandesi (100finnishphotographers.fi)


“TUTTE LE IMMAGINI PRESENTI NELL’ARTICOLO SONO DI PROPRIETÀ DELL’AUTORE E
HANNO SOLO SCOPO DIDATTICO E INFORMATIVO”

I tempi lunghi fanno parte del mio modo di vedere la fotografia, Nadia Garaventa Lanfranco

“I tempi lunghi fanno parte del mio modo di vedere la fotografia, anche se poi capisco che è in un attimo che scegli” (N.L.)

Articolo di Giovanna Sparapani

Enrico Castellani, Alberto Burri, M.me Christian Stein, Patrizia Locatelli – Fotografie di Nadia Garaventa Lanfranco

Il 31 ottobre scorso è scomparsa a Pieve Ligure un’importante fotografa italiana, Fernanda Lanfranco detta Nanda, colei che con professionalità e precisione fin dagli anni Settanta ha immortalato le installazioni, gli eventi e le mostre dei più grandi artisti contemporanei, tra cui Alberto Burri (famoso è un suo ritratto in bianconero), Meret Oppenheim, Mario Merz, Jannis Kounellis e molti altri. Nata a Genova nel 1935 da una famiglia di origini contadine, dopo i trenta anni, a contatto con l’illustre critico d’arte Germano Celant con il quale collabora e che resterà per lei un punto di riferimento per tutta la vita, approfondisce le sue conoscenze in campo storico artistico e parallelamente scopre la magia e le enormi possibilità della fotografia: il suo archivio fotografico, composto da migliaia di immagini analogiche e digitali, è una fonte preziosa per chi vuole conoscere e studiare l’arte europea del suo tempo. Amante del bianconero e dei formati quadrati, fotografa con una Hasselblad e, seppur autodidatta, raggiunge una capacità tecnica ed estetica di alto livello; la conoscenza dell’opera e degli scritti di Ugo Mulas di cui ammira la libertà espressiva e la sua carica innovativa, è di assoluta importanza per la sua formazione.

Fotografia di Nadia Garaventa Lanfranco

Collaborando con testate giornalistiche dedicate al mondo dell’arte, Nanda si dedica a documentare – a partire dal 1975 e per circa tre decenni – i più importanti eventi artistici a lei contemporanei in Italia e in Europa, tra cui ricordiamo “Relation in space” di Marina Abramović e Ulay alla Biennale di Venezia e in seguito la mostra “L’alto in basso, il basso in alto…” di Michelangelo Pistoletto, tenuta nel 1977 a Genova presso la Samangallery diretta da Ida Giannelli. Nel complesso, si può affermare che non ci sono artisti della sua generazione che la fotografa genovese non abbia immortalato, soffermandosi sugli eventi ufficiali, le inaugurazioni, le interviste, ma anche sugli interessanti momenti degli allestimenti, quando gli spazi espositivi sono ancora ingombrati da scale, pannelli, fili, ganci e molte opere giacciono stese sui pavimenti o appoggiate provvisoriamente alle pareti.

Fotografia di Nadia Garaventa Lanfranco

Oltre al suo lavoro di documentazione, Nanda si dedica senza clamore a ricerche personali, creando una interessante galleria di ritratti degli amici artisti, dei suoi familiari, degli animali domestici; anche la natura la affascina con i suoi silenzi rotti da squarci di luce, magnificamente captati con i suoi scatti rigorosamente in bianconero. Piuttosto schiva, silenziosa ed introversa si mostra disinteressata a mostrare al pubblico le sue opere, considerando le esposizioni come eventi mondani da evitare perché troppo chiassosi. Agli anni Ottanta risale la sua indagine fotografica sulle statue del Cimitero monumentale di Staglieno a Genova, delle quali mette in evidenza la perturbante sensualità delle figure femminili marmoree; sempre nello stesso periodo si colloca la serie di splendide nature morte con al centro oggetti che emergono da fondi oscuri grazie a sapienti giochi luministici. Tra il 1987 e il 1989 nasce un nuovo lavoro intitolato “Tempo rubato” (Allemandi Editore, Torino 1989), nel quale le immagini di corpi di donne e uomini anziani escono dal buio. “Se questa fotografia è il risultato di quanto sfugge al buio, se è il discreto esserci dei corpi che la luce annuncia e manifesta aderendo appena ai loro orli e sfumando via …. l’immagine fotografica allora diviene privata meditazione intorno all’amore e alla morte” (Bruno Corà).  Alvar Gonzaléz Palacios nel 1991 cura una mostra ad Aosta, intitolata “Foto di gruppo”, in cui Nanda espone una serie di scatti mirabili in cui ha immortalato gli artisti a lei più cari.  Per circa dieci anni, a partire dal 1985 fino alla metà degli anni Novanta, si dedica ad un’interessante ricerca sul tema dei Tarocchi, con gli Arcani Maggiori e Minori interpretati in un’originale chiave simbolica: questo lavoro costituirà il corpus del volume “I tarocchi. Mise en abyme”,  Allemandi editore, Torino 1995.

Enciclopedia delle donne | Biografie | Garaventa Lanfranco Nanda

Nanda Lanfranco, elogio della lentezza (ilgiornaledellarte.com)

https://www.artnet.com/artists/nanda-lanfranco

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore/autrice e hanno solo scopo didattico e informativo”

Verita Monselles, rivendicando sessualità, libertà e il diritto all’azione politica della donna

Articolo di Giovanna Sparapani

VERITA MONSELLES ( Buenos Aires 1929-Firenze 2004)

Le immagini che propongo sono l’oggettivazione della crisi esistenziale della donna, che vede posto in discussione il suo ruolo di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità, nel contesto di una società repressiva…” (V.M.)

Ritratto femminile: nudo – Vaso – Fiori di Anthurium – Tenda – Collezione Mufoco –

Nata a Buenos Aires in Argentina nel1929, nei primi anni Settanta si trasferisce a Firenze dove inizia ad occuparsi di fotografia, prediligendo la messa in scena di ‘tableaux vivants’, al fine di realizzare immagini in cui mettere a fuoco il ruolo femminile all’interno della famiglia, con uno sguardo attento alle problematiche legate ad una società patriarcale e maschilista. La sua critica è indirizzata soprattutto nei confronti dei messaggi pubblicitari in voga nei paesi occidentali, a evidenziare figure di donne passive di fronte allo strapotere degli uomini che tendono a considerarle come oggetti e non come esseri pensanti, indipendenti e autonomi.  Non abbandonerà mai questa ricerca che arricchirà di spunti ed indagini nel corso di tutta la sua vita, affiancandola ad attività commerciali soprattutto nel campo della moda; famose sono le innumerevoli copertine realizzate per “Effe”, la prima rivista femminista nata in Italia nel 1973.  Affiancata da Romana Loda – vivace gallerista bresciana, critica d’arte contemporanea e curatrice di mostre innovative –  la Monselles è invitata a partecipare a esposizioni personali e collettive presso prestigiose gallerie, divenendo un’importante esponente della ‘fotografia al femminile’ anche in ambito europeo. Ricordiamo la sua presenza alle due collettive, “ Magma” al Castello Oldofredi a Iseo nel 1975 e “Altra Misura” alla Galleria ‘Il Falconiere’ di Ancona nel 1976.

In piena sintonia con il dibattito artistico culturale di quegli anni in cui si pone l’attenzione sulla funzione subordinata della donna all’interno della famiglia patriarcale (vedi ad es. l’episodio La Famiglia felicedi Marco Ferreri, in La marcia nuziale del 1965), Verita, in Amore I e Amore II del 1974, rovescia i ruoli tradizionali e scatta due immagini in cui la donna appare come un essere pensante protagonista della sua vita, mentre l’uomo viene rappresentato da un fantoccio e il bambino che tiene in braccio da un bambolotto.

Senza titolo 1976 di Verita Monselles

Al 1975 risalgono due splendide fotografie su questa tematica – Superstar e Bijoux – in cui il pargoletto ritratto nelle due scene rimanda all’immagine di Gesù Bambino; in una scena ricca di elementi barocchi con tendaggi e drappeggi arabescati, la giovane donna dai capelli scuri e ondulati è inginocchiata su un tappeto di chiara origine persiana, colta in un atteggiamento pensoso, con gli occhi che guardano lontano. Si tratta di esempi complessi e raffinati di ‘staged photography’, genere fotografico che nel corso degli anni Settanta vide un rigoglioso sviluppo con interessanti e provocatorie proposte. In tandem con l’artista Bianca Menna, in arte Tomaso Binga, in una serie di mostre in tour per l’Italia negli anni a cavallo tra il 1976 e il 1977, affronta una tematica scabrosa: nel lavoro dal titolo “Ecce Homo”, è già chiaro il messaggio politico che vede le due artiste prendere posizione contro la dimensione decisamente maschilista all’interno della chiesa cattolica.

Ecce Homo 1976 di Verita Monselles

Sul finire degli anni Settanta, Verita prosegue la sua ricerca sui temi legati all’affermazione dell’identità femminile: splendida e carica di ironia la sua immagine, realizzata nel 1977, dedicata alla statua marmorea di Paolina Borghese, scolpita nei primi anni dell’Ottocento da Antonio Canova e conservata alla Galleria Borghese di Roma. La giovane donna, sorella di Napoleone Bonaparte, rappresentata dallo scultore come una dea, viene trasformata in una Venere Contestatrice che con le dita fa il ‘gesto della vagina’ tipico dei cortei femministi dell’epoca, di cui diviene un’icona: “Materializzare la vagina, farle un doppio con le dita, fu anche un modo per esorcizzarne il problema, per liberarla e liberarci di lei in quanto schiavitù”. (V.M.)  

Paolina Borghese come venere contestatrice di Verita Monselles

A Firenze, sua città di adozione, dove in  quegli anni fiorivano interessanti stimoli culturali, diventa  la fotografa ufficiale della compagnia teatrale d’avanguardia  Magazzini Criminali, composta da Federico TiezziSandro Lombardi e Marion d’Amburgo.

Gli ultimi anni in cui subisce un drastico rallentamento la sua attività professionale nella moda e nella pubblicità, vedono Verita Monselles interessarsi al recupero dal suo archivio di vecchie immagini in bianconero che rielabora e trasforma, grazie a sapienti sperimentazioni in campo del digitale.

Da ricordare la sua partecipazione, soprattutto negli anni Ottanta, a importanti mostre a Parigi, Napoli, Milano, in Germania e in Francia.

Sitografia

Bibliografia