Wanda Wulz, ambiguità, mistero e quella sottile ironia.

Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. (F. T. Marinetti, Primo Manifesto del Futurismo)

Portrait of Wanda and Marion Wulz, Trieste, c.1920 (glass plate) by Wulz, Carlo (1874-1928)

Le dure parole di Marinetti nei confronti dell’universo femminile non impressionarono Wanda Wulz che, in uno scatto del 1932, immortalò il fondatore del Futurismo. Quest’ultimo, attratto dall’interesse per la sperimentazione notata nei lavori della fotografa, l’aveva invitata, unica donna, ad una mostra a Trieste in compagnia di altri artisti futuristi. Incuriosita dalle innovazioni fotografiche e cinematografiche di Anton Giulio Bragaglia, e soprattutto interessata agli esperimenti di ‘fotodinamismo’ – alla cui tecnica il regista laziale dedicherà nel 1911 un saggio ispirato alla poetica del futurismo – Wanda con determinazione seppe affiancare all’attività commerciale della ditta di famiglia guidata insieme alla sorella Marion, una personale attività artistica, frutto di tenaci ricerche. Durante lunghe sedute in camera oscura, mise a punto sofisticate tecniche di fotomontaggio che la portarono a creare una foto diventata famosa in tutto il mondo: l’opera “ Io + gatto” realizzata sovrapponendo due negativi di un suo ritratto e di una foto della gatta Mucincina. Il volto, di una novità sorprendente senza uguali in Italia in quegli anni, nasce dalla particolare sensibilità della fotografa triestina che ama l’ambiguità, il mistero, il tutto velato di sottile ironia: la scelta di identificarsi con un felino che è l’animale domestico più indipendente, non è affatto casuale e tradisce il desiderio da parte della Wulz di affermare un nuovo modello femminile, volto ad emanciparsi da una vita fatta solo di matrimonio e famiglia. Altri suoi lavori in piena sintonia con i dettami dell’estetica futurista, si addentrano nel mondo della musica e della danza con titoli assai esplicativi: “Wunder – bar”,“Jazz band”, “Ballerina viennese” e “Esercizio”, realizzati nei primi anni trenta del Novecento.

Autoritratto di Wanda Wulz. Fotografia usata per la sovrimpressione “Io + gatto”1932

La formazione di Wanda e Marion avvenne a Trieste, loro città natale, nello studio fotografico di famiglia fondato dal nonno Giuseppe ed ereditato dal padre Carlo che amava insegnare la tecnica del ritratto alle due figlie, sue splendide modelle. La maggiore delle sorelle mostrò un carattere determinato fin da giovane quando volle iscriversi al Liceo, rifiutando di frequentare la Scuola Magistrale perché reputata ‘troppo da femmine’; Marion studiò dapprima pittura, per poi dedicarsi a tempo pieno alla fotografia. Entrambe specializzate nella ritrattistica mostrarono particolare predilezione per i soggetti femminili, con evidente intenzione di creare con le foto un nuovo modello di donna alla ricerca di un’affermazione e di una riscossa sociale in un mondo decisamente patriarcale e maschilista. Oltre ai ritratti in studio, Wanda si dedicherà anche alle foto di moda, collaborando con importanti sartorie del tempo, come l’atelier gestito dalla famosa stilista Anita Pittoni.

“Io + gatto”: sovrimpressione del volto di Wanda Wulz con l’immagine del proprio gatto1932

Dopo la parentesi di ricerca e sperimentazione svolta negli anni Trenta nell’ambito del movimento futurista, la Wulz decise di rallentare la sua ricerca artistica personale, impegnandosi totalmente nella ditta di famiglia, insieme alla sorella: lo studio fotografico fu chiuso nel 1981 e nel 1986 venne acquistato dai fratelli Alinari con sede a Firenze; nel 2019 l’archivio è stato acquisito dalla Regione Toscana, divenendo patrimonio pubblico.

WANDA WULZ (Trieste, 1903-1984). “Wunder bar”, 1932. Trieste. Futurist exhibition. 

Di recente nella mostra “Fotografe!” allestita nelle sedi fiorentine di Villa Bardini e Forte Belvedere dal giugno all’ottobre 2022, le foto di Wanda e Marion sono state esposte in due ampie sale, spazi centrali di tutta l’esposizione, in cui i magnifici ritratti delle loro figure femminili si presentavano di fronte agli spettatori in tutto il loro splendore.

 BIBLIOGRAFIA:

 Italo Zannier ed Elvio Guagnini, “La Trieste dei Wulz 1989 = La Trieste dei Wulz: volti di una storia. Fotografie 1860 – 1980”, Firenze 1989.

 Italo Zannier, “ Storia della fotografia italiana”, Roma 1986

Walter Guadagnini, Emanuela Sesti, “Fotografe!” dagli Archivi Alinari a oggi, Catalogo della mostra presso Villa Bardini, Firenze 2022

https://blog.bridgemanimages.com/

Wanda Wulz, la seducente fotografa del Futurismo (elle.com)

Articolo di Giovanna Sparapani

Tutte le immagini sono e rimangono di proprietà dell’autore. L’articolo ha solo scopo informativo e didattico.

Deborah Turbeville, da modella a fotografa

Articolo di Giovanna Sparapani

“C’è un senso di autodistruzione nelle mie immagini” (D.T.)

DEBORAH TURBEVILLE Stigmata, scuola di belle arti 1977

Da ricercata modella a redattrice per Harper’s Bazaar  il passo è breve, ma fondamentale per la sua carriera nel mondo della moda. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Deborah scopre la passione per la fotografia, grazie alla frequentazione con Richard Avedon e con il direttore artistico della sopracitata rivista.

© DEBORAH TURBEVILLE

Il primo servizio dal titolo Il bianco e blu di maglia molle, è ambientato in un’atmosfera nebbiosa, tra i pioppi e i ruderi di un’antica casa di campagna vicino a Mantova, la stessa in cui Bernardo Bertolucci nel 1976 ambientò il film Novecento. La sua poetica che si mostra da subito originale e anticonvenzionale – «…io non fotografo abiti tout court, ma sono sempre affascinata da come la gente si veste, da come si esprime attraverso ciò che indossa…» (intervista a Vogue Italia nel 2011) – la guida a produrre delle fotografie lontane dal conformismo che regna negli ambienti del fashion, alla ricerca di immagini dalle atmosfere misteriose e sognanti, popolate da figure diafane, enigmatiche, sospese nel tempo.

Le parole di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia ed estimatrice dei lavori della Turbeville, ci suggeriscono in modo sintetico il metodo di lavoro della fotografa statunitense: «A volte un art director diceva che i suoi scatti erano fuori fuoco, ma quello era il suo modo di far sembrare il mondo ultraterreno» (intervista rilasciata al Guardian nel 2013, anno della morte della Turbeville ).

© DEBORAH TURBEVILLE

Le ombre giocano un ruolo fondamentale nelle sue fotografie, in aperta controtendenza con le immagini traslucide e perfette delle giovani modelle che campeggiano felici nei loro abiti sfolgoranti sulle pagine delle riviste di moda del tempo. Per le ambientazioni predilige luoghi particolari, come boschi umidi, strade deserte, capannoni abbandonati, bordi di piscine e bagni pubblici: il tutto venato di mistero e melanconia. La forza e l’ originalità di Deborah Turbeville, consiste nel sua capacità di cogliere le ansie che travagliano la vita privata delle sue modelle, in fotografie che sembrano assimilarle a statici manichini, ma che invece pulsano di vita silenziosa. Per creare un deciso distacco da una visione diretta della realtà, oltre al “fuori fuoco”, la fotografa ama intervenire direttamente sui negativi ‘sporcandoli’ con tagli e graffi, inserendo talvolta sabbia e polvere, al fine di comunicare l’idea della fragilità delle immagini fotografiche, conferendo valore alle imperfezioni. Un’altra tecnica molto usata dalla Turbeville sono i collage composti da strappi effettuati sulle sue stampe: i ritagli vengono poi ricomposti in sequenze estranianti, a costituire un invito alla riflessione e spesso a suscitare scalpore anche tra i suoi estimatori. Proprio a questa parte della produzione è dedicata la mostra allestita da Photo Elysée, a Losanna, dal titolo ‘Photocollage’ (fino al 25 febbraio 2024).

© DEBORAH TURBEVILLE

Nella lunga carriera ha realizzato servizi per celebri riviste di moda, quali ‘Vogue”, “Harper’s Bazaar”, “Marie Claire” e “Mademoiselle”; le sue fotografie sono state pubblicate su testate importanti come il “New York Times”. Ricordiamo anche la sua collaborazione con famose maison tra cui Ralph Lauren, Bruno Magli, Valentino e Nike…

Nel 1979 Jackie Onassis le chiese di fotografare le stanze ed i luoghi più interessanti e meno conosciuti della reggia di Versailles: riunite in un magnifico libro, “Unseen Versailles”, pubblicato nel 1981, le preziose immagini realizzate con rara maestria ci fanno immergere nell’atmosfera sfarzosa della magnifica residenza regale.

© DEBORAH TURBEVILLE

Al 1988 risale il suo lavoro dedicato agli appartamenti privati di Coco Chanel, affascinata dalle atmosfere oscure e oniriche suggerite dalla fotografa statunitense.

 Dopo una lunga malattia, ‘ la fotografa del sogno’ è scomparsa nel 2013; il suo ultimo lavoro è un bellissimo fotolibro, Deborah Turbeville: The Fashion Pictures.

DEBORAH TURBEVILLE ( Boston,1932 –New York,2013 )

SITOGRAFIA:

Deborah Turbeville che rivoluzionò i canoni della fotografia di moda | Vogue Italia

https://donna.fanpage.it/

Chi era Deborah Turbeville, la rivoluzionaria fotografa di moda (lifeandpeople.it)

La storia di Deborah Tuberville, fotografa di moda dall’anima dark (elle.com)

Riassunto corpi di moda – CORPI DI MODA Deborah Tuberville e la fotografia di moda degli anni – Studocu   

© DEBORAH TURBEVILLE

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono e rimangono di proprietà di Catherine Opie e qui hanno solo scopo didattico informativo.

“Ordos” la città fantasma, di Anthony Reed

Buongiorno, ho scovato questo autore con questo lavoro su una città fantasma in Mongolia. Spero vi piaccia, ciao

Sara

Ordos, nella Mongolia interna, è una città desertica in rapida espansione urbana. La scoperta di grandi riserve di carbone ha dato il via a un investimento governativo di 1,1 trilioni di yuan (161 miliardi di dollari) per la costruzione di una nuova città. Concepita all’inizio degli anni 2000, la visione prevedeva che la città appena completata potesse ospitare un milione di abitanti e fungere da nuovo centro culturale, politico ed economico della regione.

La costruzione è iniziata nel 2004, ma il nuovo distretto non è riuscito ad attirare i residenti e si è rapidamente guadagnato l’etichetta indesiderata di “città fantasma”. I funzionari locali, tuttavia, hanno insistito sul fatto che c’era sempre un piano a lungo termine in gioco e che i progressi sono rimasti sulla buona strada. Nel 2021 la città era occupata al 30% e si dice che il numero sia in aumento, ma è difficile non notare l’inquietante silenzio che regna qui.

Musei d’arte contemporanea, stadi da 80.000 posti, ospedali nuovi di zecca, sono tutti vuoti, come se aspettassero l’arrivo di un futuro lontano. È un ambiente alienante e surreale, manifestazione di una visione poco fantasiosa ma coraggiosa. Cosa riserverà il futuro a questa città così poco comune?

Fotografie di Anthony Reed

Anthony Reed è un fotografo e regista di origine inglese che lavora e vive a Shanghai. La sua pratica esplora l’interpretazione soggettiva dell’ambiente e i rapidi processi di cambiamento in Cina. Nelle sue opere si percepisce il denso tessuto urbano della città. Blocchi di appartamenti stretti, lotti recentemente demoliti, interni abbandonati, individui isolati, grattacieli torreggianti rivestiti di neon. Tutto si combina per rivelare la natura sfaccettata della città. Le persone stanno trasformando il mondo, ma allo stesso tempo ne sono trasformate. Reed si diverte a presentare la trasformazione della “materia fisica” attraverso il tempo, ma anche la solitudine intangibile e immutabile che è legata alle persone nelle grandi metropoli.

Fotografie di Anthony Reed

Per lui, le città sono il luogo in cui le persone sole stanno ammassate. Egli cattura questo contrasto nelle sue immagini ed esplora emozioni astratte con immagini figurative. Cercare senza meta con la macchina fotografica è il suo modo terapeutico di fare fotografia. Il mondo è un luogo fiorente, promettente e talvolta deprimente. La fotografia è il suo meccanismo di reazione per affrontare il mondo. Con milioni di persone che vivono in un unico luogo, le lunghe passeggiate, l’esplorazione e la documentazione sono un modo per registrare queste molteplici facciate del mondo in drastica transizione, non importa se in progresso o in regresso, le immagini rappresentano fette di momenti della memoria collettiva.

Fotografie di Anthony Reed

Per maggiori informazioni anthony-reed.com

L’articolo ha solo scopo didattico e divulgativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere riprodotte o utilizzate per scopi commerciali.

“Cognition” di Bence Bakonyi

Buongiorno, vi presento oggi questa serie di immagini che mi è piaciuta molto. Spero vi piaccia! Buona giornata

Sara

Fotografia di Bence Bakonyi

Bence Bakonyi è nato nel 1991 a Keszthely. Una delle più grandi città intorno al lago Balaton, in Ungheria. Durante gli anni del liceo ha studiato fotografia da autodidatta. Dopo il diploma è stato ammesso all’Università d’Arte e Design Moholy-Nagy, dove i suoi maestri sono stati, tra gli altri, Gábor Arion Kudász e Mátyás Misetics. I suoi primi lavori sono stati fortemente influenzati dalle opere di Marina Gadonneix e Mathieu Bernard Reymond. All’inizio dei suoi vent’anni ha vissuto in Cina e ha viaggiato in Asia, dove le sue serie di fotografie di scena sono state integrate con fotografie documentarie. Nonostante la giovane età, Bence Bakonyi ha già partecipato a numerose mostre e fiere d’arte ed è rappresentato da molte gallerie in tutto il mondo. Collabora con gallerie di Hong Kong, Parigi, Svezia e Budapest. Le sue opere sono state incluse in mostre collettive organizzate dal Museo Ludwig e dalla Hall of Art di Budapest, in Costa Rica e a Toronto, organizzate dalla Nicholas Metivier Gallery. Ha inoltre partecipato a mostre personali organizzate, tra gli altri, dalla galleria Artify di Hong Kong e dallo Xuhui Art Museum di Shanghai. Per quanto riguarda le pubblicazioni, le sue opere sono state incluse nelle selezioni di The Guardian, Wired, Blink, Étapes Magazin e The Red List. Le opere fotografiche di Bence Bakonyi rappresentano i simboli di libertà, ariosità e transustanziazione. Al di sotto della loro estetica contemporanea e giovane, ci offrono strati interpretativi più profondi. Gli spazi generosi delle sue fotografie e la loro capacità di collegare realtà e fantasia ci allontanano dai problemi della vita quotidiana e indirizzano i nostri pensieri verso le questioni molto più universali e dignitose dell’esistenza umana. Attualmente Bakonyi lavora tra Budapest e il Kuwait.

Fotografie di Bence Bakonyi

Descrizione del progetto

La serie Cognition è stata realizzata a Dunhuang, al confine con il deserto del Gobi, in Cina. La città era un importante punto di controllo per le carovane commerciali dell’antica Via della Seta. Avevo programmato il mio viaggio nel periodo di una settimana di vacanza cinese, dove ho seguito e osservato i turisti presenti per una settimana. Esamino dalla posizione di uno spettatore esterno e distante il tipo di comprensione che è possibile solo attraverso un notevole distacco. Attraverso il particolare punto di vista delle fotografie, cerco di rappresentare lo spirito del gruppo. Non mi concentro quindi sull’individuo, ma sulla comunità: la vediamo muoversi, traccia il suo percorso e quindi il processo attraverso il quale questa massa di persone scopre l’ignoto. Poiché i protagonisti delle fotografie scattate a Dunhuang sono turisti, il paesaggio era altrettanto estraneo e affascinante per loro, quanto lo era per me, quando l’ho documentato.

Fotografie di Bence Bakonyi

Per maggiori informazioni https://bencebakonyi.com/menu/

L’articolo ha solo scopo didattico e divulgativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere riprodotte o utilizzate per scopi commerciali.

Chi può definirsi autore in fotografia?

Buongiorno, tento di spiegarvi in poche parole quando un fotografo può definirsi autore nel mondo della fotografia.

Con questo intendo aurore riconosciuto come tale.

Fotografia di Francesco Comello, autore italiano.

Chi è un autore? L’autore è un individuo con spiccata creatività che
svolge ricerche con linguaggi spesso riconoscibili nel tempo, che si
trasformano in stili a lui attribuibili nel lungo periodo.

Generalmente, i fotografi di genere autoriale sono interessati e
approfondiscono materie e argomenti specifici. Spesso lavorano
su un singolo progetto per volta, che potrebbe richiedere molto tempo per la realizzazione. Gli autori lavorano per le gallerie, per i festival, producono libri e mostre e alcuni riescono a esporre il proprio lavoro in musei.
Ho notato che molti fotografi, anche inesperti, si autodefiniscono
autori: sappiate che, in realtà, è un percorso lungo che si basa principalmente sul valore che gli altri ci attribuiscono. Come non siamo
tutti fotografi, tanto meno possiamo essere tutti autori.

Il talento può aiutare e, purtroppo o per fortuna, non esistono
scuole per apprendere ‘talento’. Tra l’altro, il talento in sé non basta.
Indubbiamente, studio, curiosità, capacità di mantenere occhi e intelletto attenti, puntati sul mondo, sono essenziali.
Nel caso in cui il contenuto del lavoro fosse prevalentemente estetico,
dovrebbe creare immagini di forte impatto, dato che la lettura avviene, in questo caso, a un livello più ‘superficiale’. Il fruitore gode esclusivamente, o quasi, della forma e dell’armonia del lavoro.
Come procede un autore
❙ Crea narrazioni con personaggi e trame che possono essere sia
immaginarie che basate su fatti reali.
❙ Conduce ricerche in settori specifici approfondendoli concettualmente
e riportando nelle immagini l’essenza del suo pensiero
❙ Dovrebbe scegliere contenuti che possano colpire o interessare il
proprio target di riferimento.

Cosa dovrebbe fare un autore
❙ Collaborare con editori, galleristi e collezionisti per definire la
spendibilità di un progetto anche molto personale.
❙ Avere grande padronanza del linguaggio che sceglie e sfrutta
per esprimersi.
❙ Dovrebbe avere idee e storie nuove e interessanti.
❙ Dovrebbe comunicare chiaramente al fine di trasformare le proprie
idee in immagini.
❙ Dovrebbe essere in grado di trasmettere sentimenti ed emozioni.
❙ Dovrebbe essere in grado di comprendere nuovi concetti in
modo da trasmetterli agli altri attraverso le proprie fotografie.
❙ Dovrebbe porre molta attenzione ai dettagli e alla presentazione
finale dei progetti.

Questo testo è una piccola parte del mio libro “Il portfolio fotografico, istruzioni imperfette per l’uso” edito dalla casa editrice Emuse.

Per l’acquisto

Ciao a presto! Sara