Ludovica De Sanctis, tra astrazione e realtà

“Ho sempre avuto un grande senso di astrazione dalla realtà, per questo ho deciso di approfondire la dimensione onirica e i suoi meccanismi”(L.D.S)

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Ludovica De Sanctis, nata a Roma nel 1991 e cresciuta in una cittadina di provincia del Centro Italia per poi spostarsi nella capitale, ha mostrato un interesse precoce per il cinema e la fotografia; trasferitasi nel 2011 a Parigi dove è rimasta per circa sette anni per seguire alla Sorbona un corso di studi in Storia dell’Arte con specializzazione  sul cinema russo e sovietico, attualmente vive e lavora a Milano come fotografa e video editor.  Nota con lo pseudonimo di Kamisalak, esperta di critica cinematografica a tutto tondo, durante il periodo universitario ha lavorato come assistente in varie produzioni cinematografiche e studi fotografici. Interessata alla fotografia analogica e soprattutto al suo metodo di sviluppo e stampa in camera oscura, non si sottrae alla sperimentazione delle più svariate tecniche, spaziando dal documentario alla video art, alla fotografia digitale e artistica. Interessata fin da giovanissima ad esplorare i meandri della psiche umana, per distaccarsi dalla pura realtà si è lanciata nell’esplorazione del mondo dei sogni dominati da meccanismi, talvolta oscuri;  la profonda conoscenza del cinema e della letteratura russa (vedi Gogol’, Dostoevskij, Tarkovskij…) in cui abbondano atmosfere oniriche, le ha permesso di indagare la psiche umana attraverso il mondo del soprannaturale e delle visioni surreali. Tra i suoi progetti più noti ricordiamo “Untitled” in cui la De Sanctis si concentra ad evidenziare le condizioni sociali e psicologiche delle periferie, riflettendo su temi come la solitudine esistenziale a causa dei repentini mutamenti della società che creano inquietudine e si riflettono pesantemente sulla psiche degli uomini.

Fotografia di Ludovica De Sanctis da”Untitled”

Nel suo lavoro più celebre – “Onironautica”- dalle parole greche sogno e marinaio– dopo approfonditi  studi sulle teorie del cosiddetto ‘sogno lucido’, utilizzando  vari metodi, come il Wake Back to Bed (WBTB) e il Mnemonic Induction of Lucid Dreams (MILD), la De Sanctis si rivolge all’analisi della sua prolifica attività onirica, particolarmente nei momenti dopo il risveglio quando i sogni rimangono impressi in modo più fulgido nella memoria: si viene così a  creare un  intricato mondo di immagini sovrapposte, strane e meravigliose che emergono dal proprio subconscio e possono rimanere vive anche durante le ore diurne: “La prossima volta che sognerò, mi ricorderò che sto sognando.” (L.D.S.)     Quando siamo immersi nel mondo onirico ci appaiono forme e figure verosimili che si accostano con meccanismi completamente diversi dai fenomeni reali : ed ecco serpenti acciambellati su un letto oppure un pesce che beve al rubinetto del bagno… , a richiamarci immagini create con l’AI. “Una sottile esplorazione delle interazioni tra intelligenza umana e artificiale nella creazione artistica”​. (www.lensculture.com)

Lavori recenti di Ludovica sono il photobook “Zagriz”, edito da Altana e la mostra personale intitolata “Le hasard fait bien les choses” allestita presso uno spazio d’arte contemporanea a Locarno in Svizzera.

I suoi lavori sono stati esposti a livello internazionale in città come Parigi, Berlino, Londra e Roma; sono inoltre numerosi i riconoscimenti ottenuti, tra cui il primo premio agli Art Photography Awards 2024 di LensCulture e il premio della Julia Margaret Cameron Foundation per le tecniche di manipolazione digitale.​ Il suo impegno nell’esplorazione dell’inconscio e della sua rappresentazione attraverso la fotografia, continua a renderla una figura significativa nell’arte contemporanea.

JRNL 20 – FotoFilmic

www.ludovicadesanctis.com

Ludovica De Santis racconta la psicogeografia | Collater.al

Ludovica De Santis | Portfolio | PhotoVogue

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

“Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di proprietà dell’autore e
hanno solo scopo didattico e informativo”

Guia Besana: una foto costruita che parla di cose reali.

“ …Nel mio lavoro ho bisogno che sia subito chiaro che no, questa non è la realtà. E’ una foto costruita, ma parla di cose reali…” ( G.B.)

Guia Besana è una fotografa italiana che vive e lavora tra Parigi e Barcellona: nata nel 1972 a Moncalieri vicino Torino, ha studiato media e comunicazione prima di trasferirsi in Francia nel 1994 per intraprendere la sua carriera di fotografa.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana POISON

Frequentando fin dalla giovane età il laboratorio del padre che operava e commerciava nel settore dei tessuti, ha lavorato per circa otto anni a fianco del fotografo – specializzato nell’uso del banco ottico – che aveva il compito di creare il campionario per le vendite. In mezzo a stoffe, tendaggi, trame e colori che resteranno una costante nelle sue immagini, Guia si rende utile andando in giro a cercare oggetti strani e curiosi che possano servire per la creazione di set in cui collocare la merce da fotografare. Anche più avanti nel tempo, già immersa totalmente nella sua professione di fotografa, Guia ama dedicarsi alla ricerca dei più vari elementi con cui costruire le scene per gli scatti: non vede ostacoli davanti a sé ed è capace di intercettare con ostinazione da un apicoltore centinaia di api morte o pezzi di aerei dismessi in una discarica, fino a trasportare sulla testa, con notevole sforzo fisico, una poltrona di tessuto verde abbandonata in Grecia sul ciglio di una strada, oppure ricercare uova di ragno da mettere in un barattolo per vedere come riescono a prolificare. “… Mia sorella mi chiama ‘falegname’ perché so riparare di tutto, oggetti, sedie, finestre…” (G.B.) Unica tra i suoi cinque fratelli animata da un forte desiderio di controllo, ama conservare con ordine le foto di famiglia, spesso accompagnate dalla registrazione delle voci dei vari componenti, a voler fissare sensazioni ed emozioni intime e private.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana Under pressure

All’età di circa trenta anni decide di percorrere fino in fondo la strada che la porta a dedicarsi totalmente alla fotografia e, mostrando da subito un particolare interesse per l’universo femminile, viaggia in diversi paesi per esplorare e immortalare la condizione delle donne dal punto di vista dell’identità privata e personale per allargare la sua indagine anche a questioni sociali. Svolgendo il ruolo di ricercatrice per un fotografo dell’agenzia Magnum, si reca in Sudafrica per un reportage sulle gravi conseguenze dell’aids: fotografa spazi vuoti, case abbandonate, il tutto estremamente desolante. In Iran, dove si reca da sola superando la paura di volare, rivolge lo sguardo alle donne riprese senza velo in casa, mentre all’aperto sono obbligate a tenere la testa coperta che le rende figure femminili quasi anonime.

Abbandonati i reportage, scopre di essere attratta dalla ‘staged photography’ che si basa su intriganti ‘mise en scène’: “……Non amo fotografare quel che vedo, ma quel che penso. All’inizio immagino una scena, poi cammino per la città in cerca di oggetti….”, oggetti che le possano servire per dare corpo all’idea iniziale, anche banali come un pezzo di stoffa, un vestito abbandonato, un legno con una curvatura… In linea con i due artisti/fotografi Cindy Sherman e Gregory Crewdson, suoi punti di riferimento, ritiene che le fotografie vanno immaginate prima di essere scattate, pensate in ogni minimo particolare, dalla location, alle luci, agli abiti, ai capelli, ai colori dominanti nelle scene. In un’intervista, Guia racconta che il periodo della gravidanza in cui era costretta ad un riposo forzato, è stato fondamentale per aiutarla ad elaborare idee e pensieri da trasformare in set scenici per fissare fotograficamente problemi della realtà attuale – come la condizione della donna e i cambiamenti climatici – con immagini di finzione incisive e pregnanti di significato. Nel 2011 per il progetto “Baby Blues”, attraverso ritratti simbolici e intriganti messinscena, esplora le emozioni e le sensazioni profonde legate alla maternità, concentrando lo sguardo e il pensiero su aspetti del suo vissuto che si allarga a tutto il mondo femminile. Per la serie “Under Pressure” del 2013, sceglie come location la casa di campagna nei pressi di Biella della nonna materna, in cui le donne portano avanti per abitudine il loro ruolo di casalinghe a vita. In “Poison” del 2015, uno dei suoi lavori più significativi, affronta il tema dell’eccessivo consumismo e dello sfruttamento indiscriminato della natura, con uno sguardo particolare al mondo marino, come ben si intuisce dalla sua famosa immagine “La Sirena”.

Fotografie di Guia Besana ©Guia Besana “Carry on”

Realizzata nel 2022, la serie di 15 fotografie dal titolo “Carry on”, scaturita dalla paura di volare e concepita come spezzoni di un film che attraverso la finzione occhieggia alla realtà, vede come protagonista una giovane donna circondata da oggetti vari sparpagliati in modo caotico sui sedili e sulla moquette dell’aereo, a testimoniare l’inquietudine che l’accompagna durante il viaggio, alludendo anche al suo mondo interiore.

Ritratto di Guia Besana

Besana ha collaborato con diverse agenzie fotografiche e i suoi lavori sono stati pubblicati in numerosi giornali e riviste internazionali come The New York Times, Le Monde, Marie Claire e Vanity Fair; è rappresentata da varie gallerie e le sue opere sono state esposte in città come Los Angeles, New York, Buenos Aires, e molte altre in Europa e Asia.

 Concita De Gregorio, “ Chi sono io?”, ed. Contrasto, Roma 2017

Guia Besana. Carry on – Mostra – Milano – STILL Fotografia – Arte.it

INTERVIEW: Guia Besana – Cortona On The Move

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

L’articolo ha solo scopo didattico e informativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere vendute o riprodotte.

Sarah Cooper e Nina Gorfer – opere composite, pittura e collage

Sarah Cooper, nata negli Stati Uniti nel 1974 e Nina Gorfer in Austria nel 1979, lavorano in stretto sodalizio fin dal 2006; attualmente vivono e lavorano a Göteborg, in Svezia.

Le due fotografe hanno esposto in importanti musei europei e statunitensi, ricevendo anche il titolo di ambasciatrici Fuji; nel 2018 hanno ricevuto il German Photo Book Award per il libro “I Know Not These My Hands”, pubblicato da Kehrer Verlag.

fotografia di Sarah Cooper e Nina Gorfer

Operando principalmente nell’ambito della ritrattistica, supportate da una approfondita cultura visiva a partire dai dipinti del XVIII sec. per arrivare a Gustav Klimt fino ai Surrealisti, creano opere composite in cui si armonizzano tra di loro fotografia, pittura e collage. Le atmosfere stranianti che emanano dai loro lavori sono il frutto di un sapiente e minuzioso lavoro anche manuale, rivolto alla creazione di sofisticate messe in scena: le imponenti figure femminili emergono da fondi scuri attraverso i colori saturi e vibranti dei loro ricchi abiti dalle strane fogge totalmente inventate, lasciandosi alle spalle le loro angosce e il loro difficile passato.  L’attenzione dedicata ai volti e agli atteggiamenti delle protagoniste implica una conoscenza profonda degli stati d’animo delle donne ritratte, ma una parte rilevante del ‘modus operandi’ di Sarah e Nina non dipende da indagini esclusivamente introspettive, in quanto tematiche di tipo politico e sociale costituiscono la base del loro lavoro.

Fotografie di Sarah Cooper e Nina Gorfer

La memoria, l’identità, lo spaesamento procurato soprattutto dall’abbandono dei propri paesi di origine, fa sì che nei loro ritratti si creino stratificazioni di elementi decisamente complessi, molto al di là della ritrattistica tradizionale.

Il loro stile originale contempla l’uso di collage realizzati con materiali dipinti e ricamati, oltre a fotografie destrutturate, smontate e rimontate sovrapponendo in modo effimero i vari strati fino ad ottenere superfici frammentate, per lo più caratterizzate da linee spezzate. “Sarah Cooper e Nina Gorfer sono convinte che anche l’arte possa contribuire a salvare il mondo. Nei loro ritratti rielaborano la realtà attraverso un complesso filtro psicologico di ricordi, stati d’animo e ferite” ( Alice Politi in Vanity Fair). Importante è la loro indagine visiva sulla generazione di giovani donne emigrate in Svezia, forzatamente sradicate dai loro paesi di origine, come possiamo ammirare nella serie “Between These Folded Walls,Utopia” (2017 – 2020),  in cui si mette a fuoco la tentazione di sognare un nuovo mondo possibile: le immagini decisamente teatrali sono infarcite di scene surreali, con significativi rimandi alla realtà vissuta dalle donne rappresentate, in ”…una danza visiva tra astrazione e figurazione”.

Fotografia di Sarah Cooper e Nina Gorfer

Il libro “I Know Not These My Hands”, ricco di liricità e poesia, indaga i segni e le tracce che una vita difficile e travagliata ha lasciato nell’animo di donne originarie del nord-ovest dell’Argentina, emigrate in terre lontane. Il libro, composto da un insieme di fotografie e aneddoti, è scaturito da incontri casuali, lunghe conversazioni, interminabili sedute di posa, caratterizzate da empatia tra le fotografe e le donne ritratte che non mostrano alcuna remora nell’evidenziare il senso di disorientamento provocato dall’essere completamente sradicate dalla loro terra. ​

Fotografia di Sarah Cooper e Nina Gorfer

Nel libro “The Weather Diaries” – pubblicato nel 2014 dopo un soggiorno di due anni in paesi del nord Europa come l’Islanda e la Groenlandia –  Cooper e Gorfer esplorano in modo originale ed estremamente poetico le radici delle tradizioni, della moda e del design nordico. Le fotografe con i loro scatti che vanno al di là di una pura documentazione, interpretano in modo sublime il freddo isolamento di questi luoghi: abiti sofisticati, installazioni di giovani stilisti e anche vestiti tradizionali affiorano in mezzo ad una natura dura e selvaggia, creando un contrasto di struggente bellezza. Commissionato dalla Nordic Fashion Biennale, il progetto ha implicato la collaborazione con designer e artigiani locali, il cui lavoro è influenzato dalla cultura, dalle tradizioni e dal clima delle loro terre d’origine.

https://www.vanityfair.it/show/agenda/2020/08/27/vanity-art-view-cooper-gorfer-larte-ha-un-potere-innato-ispirare-la-trasformazione

https://www.materainternationalphotography.com/cooper_gorfer-s3072.

Between These Folded Walls, Utopia – Photographs by Cooper & Gorfer | Interview by Liz Sales | LensCulture

Articolo di Giovanna Sparapani

Le fotografie inserite nel testo sono e rimangono di proprietà dell’autore, qui hanno solamente scopo didattico informativo.

CAMILA FALQUEZ – Se dobbiamo parlare, parliamo profondamente.

“Si vamos a hablar, hablemos profundo” – (“se dobbiamo parlare, parliamo profondamente”)

CAMILA FALQUEZ – Se dobbiamo parlare, parliamo profondamente. Nata il 28 marzo 1989 a Città del Messico da genitori colombiani, è cresciuta a Barcellona; all’età di 21 anni  si è trasferita a New York, dove attualmente vive nel quartiere di Brooklyn. Camila ha avuto una solida formazione artistica frequentando fin da bambina l’atelier di sua madre: «Mi ospitava nel suo studio per aiutarla con i colori, i materiali e la scenografia. Mia madre è un essere umano affascinante e un’artista prolifica con una quantità infinita di creatività”. Al suo fianco ha visitato i più importanti musei europei, colpita in modo particolare dalle opere incontrate al Prado di Madrid e al Rijksmuseum di Amsterdam.

Fotografie di proprietà di CAMILA FALQUEZ – The Gods that walk among us.

Dotata di una profonda sensibilità nei confronti del mondo degli umili, ha rivolto il suo originale sguardo alle molteplici comunità di emarginati che ha incontrato nel suo cammino, con un’attenzione particolare alla popolazione BICOP (“Black, Indigenous, and People Of Color”) ed a persone di varie identità sessuali e di genere. La Falquez è famosa soprattutto per i ritratti in cui ha immortalato alcuni personaggi famosi, tra cui anche il presidente Joe Biden e la vice Kamala Harris; non limitandosi però al mondo dei vip, sceglie i suoi modelli anche tra persone provenienti dagli strati più emarginati della società, da lei definiti “gli dei che camminano tra noi”. Gli abiti dalle fogge sontuose e dai colori smaglianti esaltati da fiotti di luce calda senza ombre, ornano i suoi personaggi che emergono da sfondi caratterizzati da vivaci cromie. E così persone anziane, di colore, omosessuali, transessuali o persone obese, si mostrano di fronte a noi sopra piedistalli di varia altezza, mostrandosi in atteggiamenti, a loro modo solenni, che sfidano il buon senso e la morale comune, in nome di una inclusività a tutto tondo. Essendosi formata grazie ad una mescolanza di varie culture, Camila trova la sua cifra stilistica nella scelta di una tavolozza dai colori vividi, lucidi e vivaci, immortalando i vari modelli in posizioni forzate, fortemente espressive, riuscendo a penetrare nei tortuosi meandri delle personalità che fotografa. Fuori dai dettami dei ritratti realisti, realizza immagini oniriche dalle sfumature surreali a cui contribuiscono anche le originali trame dei tessuti e gli strani oggetti di scena. «Sono perdutamente innamorata delle persone che fotografo, e penso che nelle fotografie si veda che loro si sentono a proprio agio. Quando i miei soggetti arrivano nel mio studio, inizia la cerimonia: mangiamo benissimo con le mie amiche che cucinano, dopo si fanno fare i capelli e il trucco e si sentono bellissime. Avere il permesso di ritrarre queste storie difficili significa creare uno spazio di cura a tutti i livelli. Questo vale per molte cose che stanno accadendo nel mondo in questo momento e ne abbiamo bisogno: empatia e cura in modo genuino».

Fotografie di proprietà di CAMILA FALQUEZ – The Gods that walk among us.

Al suo arrivo negli Stati Uniti, Falquez ha scoperto il cinema, ritenendolo un mezzo adatto alla sua ricerca, ma dopo diverse sperimentazioni ha compreso che la sua passione vera è la fotografia. Affacciandosi al mondo della moda e del fashion ben presto si rende conto che in  questo campo non albergano solo affari e superficialità, trattandosi invece di un terreno che offre molteplici possibilità di sperimentazioni, svago e divertimento. “La moda ha una grande influenza sulla società. Gli intellettuali, la gente di città, le persone comuni, i miei zii e le mie zie colombiane, tutti hanno a cuore Vogue” .

Per quanto il suo interesse graviti per lo più nel campo  della fotografia, nel suo lavoro The Voice Does Go Up, Camila, affiancata dall’artista e accademico Luis Rincon Alba,  si è cimentata in una performance che indaga le potenzialità della voce umana, analizzando a fondo la musicalità delle canzoni tradizionali caraibiche.

Molti sono i suoi progetti confluiti in mostre personali, sempre con un occhio rivolto a problematiche sociali. Emblematica a questo proposito è l’installazione creata nel periodo pandemico: le strade del centro di New York sono state tappezzate con fotografie di grande formato che vedono assoluti  protagonisti dei soggetti al di fuori dei binari comuni, come trans, omosessuali, queer e persone di colore.

Le fotografie di Camila Falquez sono state pubblicate da importanti testate, come The New York Times, The Guardian, TIME Magazine, The Wall Street Journal, Vogue e El País.

 Bardelli-Nonino, Chiara (2020-07-07). “Being in History”. Vogue Italia . Retrieved 2023-12-07.

https://www.camilafalquez.com

https://www-theltc-com.translate.goog/artists/camila-falquez

https://www.artsy.net/artist/camila-falquez

Articolo di Giovanna Sparapani

Le fotografie inserite nel testo sono e rimangono di proprietà dell’autore, qui hanno solamente scopo didattico informativo.

RIMA MAROUN, fotografa libanese da conoscere!

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

 “Il ruolo che può svolgere l´arte è essenziale perché attraverso di essa è possibile incontrare l´essere umano al di là delle appartenenze politiche, religiose e culturali” (R. M).

Fotografia di Rima Maroun dal lavoro “Murmures”

Rima Maroun (1983), fotografa libanese che vive e opera a Beirut, si è laureata nel 2006 presso l’Università dello Spirito Santo di Kaslik; interessata alle arti performative e all’organizzazione di eventi, ha co-fondato l’Associazione culturale Collectif Kahraba, con la quale ha partecipato a molteplici progetti teatrali fino al 2009. Oltre alla presenza attiva in festival internazionali di notevole rilevanza, nel 2017 Rima ha lavorato intensamente alla creazione di uno spazio artistico – Hammana Artist House – e di un collettivo – Collectif 1200 – volti a promuovere la collaborazione con fotografi locali alla ricerca di interessanti scambi culturali. Nel 2007, all’età di 25 anni, Rima si fece conoscere per un importante lavoro dall’esplicativo titolo “Murmures” (Mormorii) comprendente 14 immagini che rappresentano bambini e adolescenti di spalle davanti a tetri muri del martoriato sud del Libano: “…Volevo distogliere lo sguardo da questi bambini che sono dovuti diventare improvvisamente duri, adulti, tragicamente e penosamente consapevoli. Volevo evitare di giocare con facilità con le emozioni dello spettatore”, racconta la fotografa libanese.

Fotografie di Rima Maroun “While Standing My Ground”

La serie “Murmures” fu completata nel 2007, poco tempo dopo la fine del conflitto aperto tra Israele ed il movimento sciita Hezbollah, lavoro che oggi ci appare tragicamente attuale: i fanciulli che sembrano fondersi con le nude pareti che hanno di fronte, a significare una separazione dai loro coetanei, diventano emblemi universali dell’incomunicabilità a cui portano i dissennati conflitti. Nel 2012 Rima Maroun ha presentato a Montpellier la mostra fotografica “A Cielo Aperto” dedicata alla ‘nuova Beirut’, in corso di ricostruzione dopo la devastazione causata da quindici anni di guerra civile. In quel periodo l’urbanistica della città andava sensibilmente cambiando: girando per le strade ancora dissestate si poteva assistere a innumerevoli cantieri volti alla creazione di nuovi edifici. La fotografa percorre Beirut in lungo e in largo cercando di immortalare il fervore costruttivo che anima il tessuto urbano, rimanendo affascinata dalle colate di cemento e dai profondi scavi per le fondamenta dei moderni palazzi. “All’interno della mia terra si ritrovano la storia di diverse civilizzazioni, di guerre recenti e passate; oggi, una folla corsa ricostruttiva devasta la città, le strade sono in evoluzione, gli spazi aperti vengono rinchiusi sotto il peso massiccio del cemento, la terra è rimodellata, sviscerata, scavata” (R.M.)

Fotografie di Rima Maroun “A cielo aperto”

Il suo progetto più recente, “While Standing My Ground” ci presenta numerosi autoritratti ripresi dall’alto con l’aiuto di un drone, scattati a Beirut nel 2020 durante la pandemia da Covid19 che ha fatto precipitare la popolazione in un clima di incertezza e paura. Rima ci racconta che, dopo aver vissuto circa un mese chiusa in casa, ha compreso che per lei era necessario riprendere contatto con l’aria aperta: “L’unica cosa che mi sembrava sicura era la terra”. Da questo stato d’animo emergono interessanti e originali immagini in cui la fotografa si autoritrae sempre sdraiata a terra con braccia e gambe spalancate a percepire meglio il contatto con il suolo, alla ricerca di una sensazione di stabilità in un clima tanto precario. In ogni scatto, Rima si riprende sempre nella stessa posizione, indossando pantaloni e maglia rigorosamente neri, con la mascherina di protezione sul volto. Sdraiata sopra le fredde piastrelle di una squallida piscina vuota, oppure all’interno di luoghi abbandonati, Rima incarna l’unico elemento stabile, perché schiacciato al suolo, in un mondo che intorno a lei sembra cambiare sempre in peggio. Con la potente deflagrazione che ha flagellato il porto di Beirut nell’agosto del 2020, non lontano da dove si trovava la Maroun, aumentano gli scatti di luoghi non solo degradati, ma letteralmente devastati, ad accogliere in mezzo a cumuli di detriti e macerie la figurina nera di Rima aggrappata al terreno, unico elemento che rimane fermo a sostenerla e consolarla dopo la catastrofica esplosione.

Ritratto della fotografa

Esperta anche nell’ambito della fotografia di matrimoni, in cui mostra tutta la sua raffinata sensibilità e creatività, si è fatta conoscere al pubblico italiano soprattutto con la partecipazione al Festival internazionale di fotografia di Cortona nel 2022.

Le sue opere sono state esposte in diversi Paesi, tra cui Italia, Ungheria, Siria, Francia, Libano ed Emirati Arabi. Nel 2008 ha ricevuto il premio della Fondazione Anna Lindh per il dialogo attraverso l’arte e la cultura.

www.deapress.com

https://www.lensculture.com/articles/rima-maroun-while-standing-my-ground

https://www.instagram.com/rimamaroun

https://ilfotografo.it/news/cortona-on-the-move

https://www.theguardian.com/artanddesign/gallery/2022/sep/03/a-beirut-photographers-

https://www.deapress.com/culture/arte/14285-beirut-secondo-rima-maroun

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Maia Fiore, la mia ispirazione si nutre attraverso ciò che sperimento.

ARTICOLO DI GIOVANNA  SPARAPANI

Maia Fiore

“La mia ispirazione si nutre attraverso ciò che sperimento. Vivo indirettamente attraverso le mie foto”(M.F.).

 Maia Fiore è una giovane fotografa francese nata a Parigi nel 1988; laureatasi presso l’Ecole des Gobelins, nel 2011 si è addentrata nel campo della fotografia d’autore quando, dopo una sua esposizione ai Rencontres d’Arles, fu notata dalla critica del settore. Nello stesso anno è entrata a far parte della prestigiosa Agenzia VU’ di rue Saint Lazare a Parigi, agenzia che dal 1986 promuove mostre, eventi e pubblicazioni fotografiche di alto livello. L’esplorazione del confine tra realtà e immaginazione costituisce il comune denominatore delle opere della Fiore, realizzate attraverso la fotografia digitale sapientemente manipolata da una ricercata postproduzione. I suoi racconti visivi sottilmente lirici influenzano la sfera emotiva dell’osservatore che si trova spaesato di fronte ad immagini di sogno in cui le figure campeggiano su paesaggi naturali spettacolari.

“Sleep Elevations” di Maia Fiore

Leggerezza e raffinatezza costituiscono la cifra stilistica alla base dei lavori di Maia, come possiamo ben comprendere dalla serie più famosa realizzata durante il suo soggiorno in Svezia, dal significativo titolo “Sleep Elevations”: giovani donne sospese in aria cavalcano nuvole, girandole, fiori e altri insoliti oggetti, in un’atmosfera del tutto straniante in cui i volti sono sempre nascosti dai lunghi capelli. Esplicative a questo riguardo le parole della giovane fotografa:“ Credo nella semplicità e nella giocosità per raccontare storie avvincenti al fine di elevare la nostra comunicazione…”, concezione di cui è uno splendido esempio il lavoro dall’intrigante titolo, ‘Situations’, in cui un’eterea figura femminile vestita di rosso viene sempre collocata al centro di paesaggi dai colori volutamente desaturati, a creare una sorta di relazione ambigua tra il mondo reale e quello immaginario, alla ricerca di una relazione tre sensazioni interiori ed  esteriori.

“Morning Sculptures” di Maia fiore

Nella serie “Morning Sculptures” Maia esplora la soglia che separa il sonno dalla veglia quando i sogni della notte sfumano gradualmente: grazie alle invenzioni della Fiore, supportate da sapienti manipolazioni digitali, il letto si trasforma in un battello/zattera in mezzo ad un mare di coperte, copriletti e lenzuola dalle più varie fantasie che rendono i corpi simili a morbide sculture di stoffa, lasciando ampio spazio all’immaginazione dell’osservatore.

“Morning Sculptures” di Maia fiore

U

n altro interessante lavoro di Maia Fiore, dal titolo “Images de France” ci conduce in 25 luoghi celebri, fotografati durante un viaggio dell’artista fra il luglio e il settembre 2013: musei, chiese, monumenti, castelli, architetture moderne ed anche luoghi naturali poco conosciuti –  parchi, grotte, boschi, acquedotti –  davanti ai quali la fotografa si riprende in pose sognanti, ci suggeriscono emozioni e sensazioni insolite.

“Images de France” di Maia Fiore

Oltre all’attività artistica, Maia dimostra di avere anche un notevole spirito pratico, come possiamo evincere dalle sue parole: ”Lavoro come narratore visivo indipendente che ama tradurre idee in scenari immobili e in movimento. Con una profonda esperienza nella direzione visiva, collaboro con marchi, agenzie creative e istituzioni culturali per creare contenuti audaci, belli e intelligenti per un’ampia gamma di esigenze”. (M.F.)

Maia Fiore – ritratto

www.mariafiore.com

www.elle.com

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Donata Wenders – Sì, così è la vita: nient’ altro che nebbia.

“Vivere con un uomo straordinario come Wim mi ha influenzato di certo. Come potrebbe essere diversamente? Tuttavia, il mio modo di guardare il mondo ha a che fare soprattutto con la fiducia in me stessa… Quando ero giovane, ero la peggiore critica di me stessa ed ero facilmente scoraggiabile. Wim mi ha insegnato a essere paziente e soprattutto grata ai miei occhi. Piano piano ho iniziato a capire che nessuno vede il mondo nel mio stesso modo e che ciò che dovevo fare era andare avanti e avere fede nella mia visione” (Donata Wenders nella  rivista ‘Amica’, 2015).

Fotografia di Donata Wenders – Kreuzberg

Donata Wenders, nata a Berlino nel 1965, ha studiato cinema e teatro a Stoccarda e nella sua città, iniziando la carriera come direttore della fotografia per lungometraggi e documentari, tra cui film di Wim Wenders che di lì a poco diventerà suo marito. Nel ruolo di fotografa di scena lavora instancabilmente sul set ed il suo apporto è sostanziale nell’ inquadrare alcune scene dal punto di vista emotivo e immaginifico e nell’ attenzione verso cose umili, particolari secondari e fragili figure.

Fotografie di Donata Wenders

Dal 1995 lavora come fotografa freelance, realizzando immagini in bianco e nero rivolte per lo più ad immortalare persone, tra cui personaggi famosi come Siri Hustvedt, Pina Bausch, Peter Handke, Yōji Yamamoto, Milla Jovovich, Andie MacDowell, Buena Vista Social Club, U2; con l’avvento del digitale si interessa anche alla costruzione di interessanti audiovisivi. Ha pubblicato diversi libri fotografici come Islands of Silence, PINA- The film and the Dancers dedicato alla grande Pina Bausch e tra gli altri  The Heart is a Sleeping Beauty, che raccoglie le immagini di luoghi e persone incontrati durante i viaggi con il marito.

Fotografia di Donata Wenders – Place of mind

Istintiva e sensibile nell’avvicinarsi ai soggetti da fotografare, reputa fondamentale instaurare con loro un autentico rapporto di condivisione e fiducia reciproca che le consente di non fermarsi alla superficie, ma penetrare nell’anima dei suoi protagonisti. Dotata di una sensibilità delicata e raffinata, predilige ritratti dai contorni sfocati o mossi che sembrano spuntare da paesaggi nebbiosi oppure coperti di candida neve, evidenziati da luci diffuse prive di ombre taglienti, a cogliere l’istantaneità del momento. Una visione della realtà in piena sintonia con ciò che scrive in modo estremamente sintetico il romanziere Spagnolo Miguel de Unamuno: “ Sì, così è la vita: nient’ altro che nebbia”.

Fotografia di Donata Wenders – Acumen

Nell’ultimo film di Wim Wenders, Perfect days – candidato all’Oscar 2024 nella rosa dei migliori film internazionali – le foto delle ombre hanno un ruolo fondamentale nel racconto della vita del protagonista Hirayama, un addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo che con la sua semplice macchina analogica fotografa ogni giorno, durante la pausa dal suo umile lavoro, la chioma di una quercia, cercando di catturare il fenomeno del komorebi ( la luce del sole che filtra tra le foglie ) in totale armonia con il mondo della natura: “ l’albero è simbolo di caduta e rinascita, esprime taglio e continuità, ed è al centro della simbologia zen”. A Donata vengono affidati gli scatti che ci illuminano sul mondo onirico del protagonista attraverso fotografie in bianconero di formato quadrato, su cui appaiono fragili immagini di ombre effimere e sfuggenti: le visioni notturne del protagonista appaiono così enigmatiche, instabili e fluttuanti, come i sogni al nostro risveglio.

Ritratto di Donata Wenders

Donata Wenders ha ricevuto vari premi e riconoscimenti, tra cui il World Press Photo Award e il German Photo Book Award, ed espone in famose gallerie internazionali. A Firenze il Museo Ferragamo e lo spazio C2Contemporanea hanno ospitato sue importanti opere.

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

Bibliografia

Donata Wenders “Vanishing point”, Ortisei 2015

https://www.noidonne.org/a

https://www.amica.it/dailytips/donata-wenders-

Donata Wenders – Solares delle Arti

https://www.doppiozero.com

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