Mostre per giugno

Sono tantissime anche a giugno le mostre di fotografia da vedere, di seguito una selezione!

Anna Brenna

Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960

Margaret Bourke-White, Aerial view of a DC4 passenger plane flying over midtown Manhattan, New York City, New York, 1939
© Margaret Bourke-White, The LIFE Pitcture, Collection Shutterstock

Dopo il successo delle mostre dedicate alle grandi pioniere della fotografia Eve Arnold e Dorothea Lange, CAMERA offre una nuova esposizione che vede protagonista un’altra grande maestra della fotografia del Novecento: l’americana Margaret Bourke-White.

Dal 14 giugno al 6 ottobre 2024 gli spazi del Centro accoglieranno un percorso espositivo, a cura di Monica Poggi, che attraverso circa 150 fotografie, racconterà il lavoro, la vita straordinaria, l’altissima qualità degli scatti di Bourke-White, capaci di raccontare la complessa esperienza umana sulle pagine di riviste a grande diffusione – di cui la mostra presenta una ricca selezione – superando con determinazione barriere e confini di genere.

Le trasformazioni del mondo, cuore della ricerca di Bourke-White, trovano posto sulla copertina del primo numero della leggendaria rivista LIFE, si leggono nei suoi iconici ritratti a Stalin e a Gandhi, nei reportage sull’industria americana, nei servizi realizzati durante la Seconda guerra mondiale in Unione Sovietica, Nord Africa, Italia e Germania, dove documenta l’entrata delle truppe statunitensi a Berlino e gli orrori dei campi di concentramento. Costretta ad abbandonare la fotografia a causa del morbo di Parkinson, dal 1957 Bourke-White si dedicherà alla sua autobiografia, Portrait of Myself, pubblicata nel 1963. Morirà nel 1971 a causa delle complicazioni della malattia.

14 giugno – 6 ottobre 2024 – CAMERA Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

VALERIE GALLOWAY: “RÊVER DANS LE DÉSERT”

Valerie Galloway lavora con la fotografia e il disegno. E’ nata in Francia, ha studiato fotografia all’Università dell’Arizona e oggi vive e lavora a Tucson.

Le fotografie stampate ai sali d’argento sono talvolta dipinte a mano; i soggetti mostrano particolare fascinazione per i nudi, la street photography e il vicino deserto di Sonora. Le immagini ricordano il voyeurismo di Eugene Atget, un certo mistero tipico di Man Ray e la sperimentazione della Nouvelle Vague. Accolgono l’influenza della tradizione culturale francese e la associano a certi riferimenti tipici del deserto americano, mentre allo stesso tempo rendono omaggio ai surrealisti degli anni Trenta.

Tutto ha inizio da un incontro casuale: Pichler scopre il lavoro e se ne innamora. Da questo innamoramento nasce il libro “Rêver Dans le Désert”, elegantemente rilegato in una copertina di seta color caffè. Come spesso accade sulle pareti della galleria di Micamera, questa mostra nasce dal libro. Esporremo alcuni pezzi unici e una selezione di stampe, accompagnate da alcuni gioielli fotografici realizzati appositamente per noi.

Dal 23 maggio al 22 giugno – MiCamera – Milano

LINK

REALPOLITIK 2018-2023

Realpolitik 2018-2023, Palazzo Grillo, Genova
Realpolitik 2018-2023, Palazzo Grillo, Genova

naugura venerdì 3 maggio 2024 presso PRIMO PIANO di Palazzo Grillo alle ore 18.30 la mostra fotografica “Realpolitik 2018-2023”, un ritratto satirico della politica italiana contemporanea dei fotografi Luca Santese e Marco P. Valli del collettivo CESURA. Per l’occasione il giornalista Matteo Macor dialogherà con gli artisti. Seguirà visita guidata, a ingresso libero e gratuito.

Nato da un’analisi critico-satirica sulla situazione politica Italiana dopo le elezioni del 4 Marzo 2018, Realpolitik 2018-2023 è un progetto fotografico documentario di critica e riflessione satirica sull’iconografia di propaganda e comunicazione politica italiana contemporanea.
Le 34 stampe fine art di grande formato divise in sezioni tematiche, i contributi video e le diverse pubblicazioni esposte, consentono agli spettatori di immergersi nella nuova iconografia della politica italiana che gli autori hanno contribuito a plasmare in modo determinante. Il risultato è una sovversione delle modalità con cui la politica ha cercato di rappresentare sé stessa, soprattutto tramite l’uso oculato e programmatico dei social network, in un’inarrestabile transizione da una democrazia rappresentativa a una democrazia di rappresentazione.   “Con i nostri scatti – dichiarano Valli e Santese – abbiamo cercato di sovvertire quel meccanismo di falsa uguaglianza tra elettore ed eletto, tra votante e votato, tra consumatore ed erogatore di servizi politici, interrompendo la catena di comando della comunicazione politica proprio nel suo volere apparire autentica, semplice, diretta, e disvelando, attraverso nuove immagini, il nugolo di artifici che reggono il sistema della rappresentazione politica in Italia”.

Dal 03 Maggio 2024 al 30 Giugno 2024 –  Palazzo Grillo – Genova

LINK

ROBERT CAPA. L’OPERA 1932-1954

Robert Capa, <em>Sicilian peasant telling an American officer which way the Germans had gone, near Troina, Italy, August 1943</em> 
© Robert Capa © International Center of Photography/Magnum Photos | Robert Capa, Sicilian peasant telling an American officer which way the Germans had gone, near Troina, Italy, August 1943 

Dal 14 maggio al 13 ottobre 2024, il Museo Diocesano di Milano presenta Robert Capa. L’Opera 1932-1954, retrospettiva curata da Gabriel Bauret, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e prodotta da Silvana Editoriale, realizzata grazie al supporto del main sponsor Dils azienda leader nel Real Estate, che ripercorre le tappe principali della carriera del fotografo di guerra, dagli esordi nel 1932 fino alla morte avvenuta nel 1954 in Indocina per lo scoppio di una mina.
 
Una mostra composta da 300 opere, selezionate dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos, che vuole rivelare il temperamento e le sfaccettature di un personaggio passionale e sfuggente, insaziabile e forse mai pienamente soddisfatto, che non esitava a rischiare la vita per i suoi reportage. 
 
Di lui così scrisse Henri Cartier-Bresson: “Per me, Capa indossava l’abito di luce di un grande torero, ma non uccideva; da bravo giocatore, combatteva generosamente per se stesso e per gli altri in un turbine. La sorte ha voluto che fosse colpito all’apice della sua gloria”.
La rassegna si svolge cronologicamente fornendo uno sguardo dettagliato sul percorso artistico e professionale di uno dei fotografi più influenti del ventesimo secolo, esplorando i suoi scatti più iconici, e al contempo delineando il metodo di lavoro che Capa utilizzava, dal quale trapela la complicità e l’empatia che il fotografo riservava ai soggetti ritratti, soldati ma anche civili, sui terreni di scontro in cui ha maggiormente operato. Nell’intento del curatore, il progetto vuole porre l’accento sulla dimensione umanista di Robert Capa, sulle altre angolazioni verso cui dirige il suo obiettivo: le popolazioni vittime dei conflitti, i bambini, le donne.
 
Afferma Gabriel Bauret: “Se le fotografie di guerra plasmano la leggenda di Capa, nei suoi reportage lo vediamo anche guardare la realtà da diversi punti di vista, concentrandosi su quelli che il fotografo Raymond Depardon definiva “tempi deboli”, in contrapposizione ai tempi forti che solitamente mobilitano l’attenzione dei giornalisti e richiedono loro di essere i primi e più vicini”.
 
Nei “tempi deboli” le storie personali emergono dalla Storia universale, e il singolo si manifesta in tutta la sua umanità.
 
L’esposizione si articola in 9 sezioni tematiche – Fotografie degli esordi, 1932–1935; La speranza di una società più giusta, 1936; Spagna: l’impegno civile, 1936–1939; La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938; A fianco dei soldati americani, 1943–1945; Verso una pace ritrovata, 1944–1954; Viaggi a est, 1947–1948; Israele terra promessa, 1948–1950; Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954 – che evocano l’impostazione cronachistica con cui i suoi reportage venivano pubblicati sulla stampa francese e americana dell’epoca.
Lungo il percorso espositivo si trovano dunque immagini drammatiche come Morte di un miliziano lealista, fronte di Cordoba, Spagna, inizio settembre 1936, che per la prima volta, insieme agli scatti di altri fotografi professionisti inviati in prima linea e nelle città bombardate, documenta in senso moderno una guerra; ma anche fotografie che immortalano i momenti di svago del Tour de France, luglio 1939, simbolo di una vita che si sforza di scorrere nonostante lo spettro della battaglia; gli esiti della Seconda Guerra Mondiale emergono in istantanee di morte e resilienza come in Un prete cattolico celebra la messa sulla spiaggia di Omaha, Francia, Normandia, giugno 1944, dove vediamo la liturgia svolgersi in un contesto estremo.
Negli stessi anni, a chilometri di distanza, Capa documenta la risalita dell’Italia da parte degli Alleati e scova dell’inaspettata ironia di un Contadino siciliano che racconta a un ufficiale americano la direzione che avevano preso i tedeschi, vicino a Troina, in Italia, nell’agosto 1943; allo stesso tempo la festante esaltazione dei soldati russi e americani, che si divertono insieme a Berlino celebrando la fine della Guerra (Soldati americani, parte delle forze di occupazione alleate, ad una festa multinazionale, Berlino, Germania, 1945), è solo uno scorcio di pace in un mondo in conflitto; così la silenziosa e anonima sofferenza di Un uomo e una donna trasportano i loro averi in sacchi, Haifa, Israele, 1949 ricorda come ogni giorno il mondo sia solcato da tragedie che l’umanità – ora tanto piccola, ora invincibile – è chiamata ad affrontare.
 
Molte fotografie rimandano dunque all’uomo più che al fotografo, a Ernö Friedmann (suo nome di battesimo) più che a Robert Capa.
Insieme alle fotografie, sono esposti in mostra una serie di documenti, pubblicazioni, un filmato e una registrazione sonora (l’unica esistente con la voce di Capa) che permettono di dissipare l’aura mitologica da cui è avvolta la sua figura e tracciare i contorni di una vita il cui esito non è sfuggito alla tragedia.
Dal 14 Maggio 2024 al 13 Ottobre 2024 – Museo Diocesano – Milano

LINK

VIVIAN MAIER. IL RITRATTO E IL SUO DOPPIO

Vivian Maier, Self – portrait, Chicago area, n.d.
© Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY | Vivian Maier, Self – portrait, Chicago area, n.d.

92 scatti realizzati prima con la fotocamera Rolleiflex e poi con la Leica e alcuni video girati in Super8 trasportano idealmente i visitatori nelle strade di New York e di Chicago, dove i continui giochi di ombre e riflessi mostrano la presenza-assenza dell’artista che, con i suoi autoritratti, cerca di mettersi in relazione con il mondo circostante.
Gli scatti raccontano la sua vita in totale anonimato fino al 2007, quando il suo immenso e impressionante lavoro, composto da più di centoventimila negativi, filmati Super 8mm e 16mm, diverse registrazioni audio, fotografie stampate e centinaia di rullini non sviluppati, venne scoperto in bauli, cassetti e nei luoghi più impensati da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione che li acquista un po’ per caso, salvandoli dall’oblio e rivelando al mondo l’immenso patrimonio fotografico di Vivian Maier.
In tutti questi scatti si riconosce un’incessante ricerca per dimostrare la propria esistenza, non certo per una rappresentazione edonistica, ma la disperata affermazione di sé e la fuga da un’esistenza invisibile.
Grazie a quel ritrovamento una “semplice tata” è riuscita a diventare, postuma, “la grande fotografa Vivian Maier”.
In tutto il suo lavoro, ci sono temi ricorrenti: scene di strada, ritratti di anonimi estranei e persone con cui potrebbe essersi identificata, il mondo dei bambini – che è stato il suo mondo per così tanto tempo – ma emerge un’ evidente predilezione per gli autoritratti. Lei stessa appare in molti scatti, con una moltitudine di forme e variazioni, a tal punto da configurare una sorta di linguaggio all’interno del suo linguaggio.
A differenza di Narciso, che si distrusse nella contemplazione e nell’ammirazione della propria immagine, l’interesse di Vivian Maier per il ritratto di sé è piuttosto una disperata ricerca della sua identità. Costretta in una “invisibile non-esistenza”, a causa del suo status sociale, Vivian Maier ha silenziosamente e discretamente iniziato a produrre prove irrefutabili della sua presenza in un mondo in cui sembrava non avere posto.
Riflessi del suo viso in uno specchio, la sua ombra che si allunga sul terreno, il contorno della sua figura: ogni autoritratto di Vivian Maier è una affermazione della sua presenza in quel luogo particolare, in quel momento particolare. La caratteristica ricorrente che è diventata una firma nei suoi autoritratti è l’ombra.
L’ombra, quel duplicato del corpo in negativo, “scolpito dalla realtà”, che ha la capacità di rendere presente ciò che è assente. All’interno di questo dualismo, Vivian Maier ha giocato con il sé e con il suo doppio.
E poiché una fotografia, come ha detto Edouard Boubat, è “qualcosa di strappato alla vita”, nel caso di Vivian Maier, i suoi autoritratti accumulati configurano una precisa identità, che ora ha preso il suo posto in un presente perpetuo, costantemente ripetuto e sigillato dalla Storia.

Dal 20 Aprile 2024 al 03 Novembre 2024 – Villa Mussolini – Riccione

LINK

WORLD WATER DAY PHOTO CONTEST TRAVELLING EXHIBITION

In occasione degli Eco-Days e grazie alla collaborazione con  Fondazione per la Cultura Pontedera, l’esposizione itinerante del World Water Day Photo Contest arriva al Palazzo Pretorio di Pontedera, un magnifico palazzo del ‘300.
La mostra curata da Roberto Isella per Lions Club Seregno AID, propone la storia del World Water Day Photo Contest con 245 immagini disposte in 10 sale espositive e selezionate tra le oltre 10.000 foto pervenute in otto edizioni del concorso comprese le immagini dell’edizioni 2024. Un vero e proprio patrimonio culturale dedicato al diritto umano all’acqua.
Le incredibili storie che ogni immagine racconta, invitano il visitatore a riflettere  sull’importanza dell’acqua come diritto inviolabile dell’umanità.
L’esposizione è visitabile fino al 30 giugno 2024

Dal 4 maggio al 30 giugno – Palazzo Pretorio – Pontedera

Paolo Novelli. Il giorno dopo la notte

Paolo Novelli, Day n.3, 2018, Courtesy l’autore

La mostra Paolo Novelli. Il giorno dopo la notte, prevista in Project Room dal 14 giugno al 21 luglio 2024, riunisce e pone in dialogo in un unico spazio due cicli di lavoro del fotografo bresciano, realizzati fra 2011 e 2018, centrali nell’evoluzione del suo linguaggio.

Entrambe realizzate in analogico in un rigoroso bianco e nero, nel quale il processo di stampa assume un’importanza fondamentale, le due serie presentano sostanzialmente un unico soggetto, le finestrecoperte da persiane chiuse o murate, sulle facciate di edifici che non presentano alcuna caratteristica architettonica di particolare fascino. La notte non basta è composto da una sequenza di notturni, dove le finestre – o meglio le persiane che ne impediscono la vista – emergono dal buio dialogando con la luce dei lampioni, mentre Il giorno non basta si concentra sulla luce diurna che tocca le rientranze geometriche costituite dalle finestre murate, che diventano quasi delle forme astratte, segni minimali sulla superficie dell’edificio. Il titolo deriva da una riflessione del fotografo sui modi di dire, che si allarga a una visione della vita: “quando le cose vanno male, qualcuno a fine giornata ci rincuora con frasi come: “dormici sopra, fai passare la notte e domani mattina vedrai…”. Poi ti svegli e non è cambiato nulla. A volte rimane solo un desiderio, incalzante: scappare; cosa che alla fine non succede quasi mai; da qui la seconda parte del dittico “il giorno non basta”, con ipotetico sottotitolo “a fuggire””.

La ricerca di Novelli è fatta di tempi lunghi di realizzazione che richiedono tempi altrettanto lunghi di visione, poiché le immagini sono fatte di variazioni minime, di spostamenti della luce e dell’ombra, di sfumature nei toni, in un morandiano affondo nel mistero della restituzione del mondo per via di immagini, tanto più silenziose quanto più evocative.

Paolo Novelli è attivo dalla fine degli anni Novanta; a partire dagli anni Duemila ha pubblicato diverse monografie, tra cui Interiors in occasione della sua prima mostra alla Galleria Massimo Minini nel 2011, galleria nella quale ha tenuto anche la sua mostra più recente, nel 2022. Di rilievo anche la mostra alla Triennale di Milano tenutasi nel 2019, a cura di Giovanni Martini, che è stato, insieme a Lanfranco Colombo, Arturo Carlo Quintavalle e Giovanni Gastel, uno degli autori che più hanno sostenuto e interpretato il suo lavoro.

14 giugno – 21 luglio 2024 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

LINK

TARIN. GUILTLESS

Tarin, Estate
© Tarin | Tarin, Estate

Cluster Contemporary in collaborazione con NFC Edizioni espone “Guiltless” una mostra personale di Tarin, e con l’occasione verrà presentato a Roma il progetto editoriale del 2024. Tarin ha infatti prodotto un calendario in tiratura limitata, 16 immagini inedite dallo stile inconfondibile ma con due grandi novità. Troveremo infatti oltre a 12 inediti scatti alle muse di Tarin, quattro scatti di paesaggio ad intervallare le stagioni del 2024. 

“Entrare in relazione con il paesaggio è un’operazione intima, che evita facili suggestioni, mostrando il paesaggio, per così dire, nella sua nudità”, così Tarin ci presenta questo suo nuovo percorso. 
Per il mese di dicembre la sfida è quella di ampliare l’osservazione perché “la complessità del mostrarsi riguarda ogni essere umano, ed è ancora più evidenziata dalla sensualità femminile di un corpo biologicamente maschile”. 

In mostra opere in grande formato, provini unici e inediti disegni.

Dal 09 Maggio 2024 al 22 Giugno 2024 – Cluster Contemporary – Roma

LINK

VINCENT PETERS. TIMELESS TIME

Vincent Peters, Monica Bellucci, Rome 2018
© Vincent Peters | Vincent Peters, Monica Bellucci, Rome 2018

Dopo il grande successo riscosso a Palazzo Reale di Milano e a Palazzo Albergati di Bologna, il prossimo 16 maggio arriva a Palazzo Bonaparte di Roma una delle mostre fotografiche più visitate dell’anno: “Timeless Time” è un viaggio tra gli scatti iconici e senza tempo del fotografo Vincent Peters che, fino al 25 agosto 2024, presenta una selezione di lavori in bianco e nero in cui la luce è protagonista nel definire le emozioni e raccontare le storie dei soggetti ritratti e della loro intima capacità di riflettere la bellezza.

Christian Bale, Monica Bellucci, Vincent Cassel, Laetitia Casta, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow, David Beckham, Scarlett Johansson, Milla Jovovich, John Malkovich, Charlize Theron, Emma Watson e Greta Ferro sono solo alcuni dei personaggi famosi i cui ritratti sono esposti a Palazzo Albergati.
Scatti realizzati tra il 2001 e il 2021 da Vincent Peters che, usando un’illuminazione impeccabile, eleva i suoi soggetti a una posizione che spesso trascende il loro status di celebrità.

Se è vero che la moda deve parte del suo fascino alla fugacità, al suo passare di moda, Vincent Peters cerca di forzare questo automatismo creando fotografie che escono dal tempo.
La mostra a Palazzo Bonaparte cerca di raccontare questo filo rosso, lo sguardo umanistico di un fotografo che ha fatto sua tutta la nostra tradizione occidentale ed italiana. Ritratti di donne e uomini, personaggi noti, frammenti di una storia che dura oltre lo scatto fotografico, come fosse un film. Classici e moderni, angelici e torbidi come le madonne ed i signori ritratti dai pittori. Visioni iconiche, in bianco e nero, senza tempo. Fotografie che, come le opere d’arte della città eterna, non esauriscono ciò che hanno da dirci e durano per sempre.

Dal 18 Maggio 2024 al 25 Agosto 2025 – Palazzo Bonaparte – Roma

LINK


Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Elena Zottola

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome: Elena

Cognome: Zottola

Vincitrice del Premio Musa: Menzione speciale 2022

Da Prosféro, fotografie di Elena Zottola

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Ho sempre vissuto immersa nella ricerca creativa. Ho passato l’infanzia giocando nel laboratorio di artigianato artistico e di pittura di mia madre che, coraggiosamente, aveva deciso di provare a intraprendere la strada dell’arte in un piccolo paese della Basilicata. In quel contesto ho osservato per la prima volta dei fotografi all’opera e la fotografia è stato uno strumento che mi ha accompagnata da allora.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza, come hai capito che lavorare su progetti articolati sullo stesso tema fosse la strada giusta?

Ho iniziato a pensare per la prima volta in senso progettuale in un periodo di studi all’estero, all’Estonian Academy of Art di Tallinn, durante il quale ho realizzato la mia prima serie fotografica dal titolo The Creation of the World is an Ordinary Day. Per strutturare un progetto con un suo corpo ho sentito il bisogno di un supporto nella narrazione da parte del pubblico: il lavoro si è quindi articolato in una forma aperta, capace di inglobare in sé una narrazione partecipata.  Le tematiche affrontate con quella prima serie hanno rappresentato l’inizio della strutturazione di un’idea di metodo e di attenzione a un certo ventaglio di tematiche.

Da Stanotte il cielo, fotografie di Elena Zottola

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

I miei lavori nascono tutti da una fase di osservazione preliminare a tratti disinteressata, a tratti critica, di quello che mi circonda. A volte la complessità di alcune questioni non riesce a essere espressa con i canoni del solo linguaggio verbale, nasce allora in me la necessità di utilizzare il linguaggio delle immagini, dei segni che questo esprime e delle connessioni simboliche tra gli elementi, anche installativi. I miei progetti si strutturano su di un livello di associazioni ed evocazioni implicite che attendono di esprimersi attraverso la giusta immagine o il giusto accostamento.

Quali tematiche ti interessano in particolare, hai già trattato altri temi, se si, come?

Sono interessata agli ambiti affini all’antropologia culturale, perché relativi alla mia formazione accademica, in particolare a quelli connessi alla cultura materiale, al Patrimonio Immateriale, alla biografia degli oggetti, all’identità e alle trasformazioni e ibridazioni culturali.

Cosa cerchi di esprimere con le tue immagini?

Vorrei che le mie immagini riuscissero a esprimere la complessità che le ha fatte nascere, le domande irrisolte che mi hanno portato a realizzarle, ma che lo facessero in una maniera sintetica e riflessiva, dando un freno al tempo nel momento dell’osservazione e non moltiplicandone la caoticità.

Da The creation, fotografie di Elena Zottola

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto durante la fase di ripresa?

Prima dell’inizio di un lavoro affronto una fase “meditativa” più o meno lunga, una sorta di momento vuoto entro il quale iniziare a raccogliere immagini, suoni, parole, riferimenti teorici. Tra due o più di questi primi elementi scatta una scintilla che dirige in qualche modo la visione della realtà. Il lavoro a cui sto al momento lavorando, Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito, ad esempio, nasce dall’incontro tra una poesia di Rocco Scotellaro e una fotografia del mio archivio di famiglia.

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore del Premio Nazionale Musa per fotografe?

Molto spesso l’ispirazione per le mie fotografie non proviene dal mondo della fotografia, ma da altri contesti a esso più o meno affini: dalla pittura e dalla letteratura, ma anche dalle espressioni più spontanee dell’arte popolare, dell’artigianato e dalla naive art. La principale ispirazione per il lavoro di Prosféro, vincitore della menzione d’onore di Musa Fotografia, sono state le immagini d’archivio dei ritratti di due generazioni precedenti alle ragazze ritratte.

Da The creation, fotografie di Elena Zottola

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

Le difficoltà più rilevanti per me sono rappresentate dalle tempistiche necessarie per lo sviluppo della progettualità artistica a volte non affine alle richieste di continua produzione riservate a chi fa un lavoro creativo come quello della fotografia d’arte.

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Il momento in cui ho capito dell’importanza della fotografia come forma di linguaggio personale per me è stato all’interno dell’officina multidisciplinare della Scuola Elementare del Teatro: un’esperienza durante la quale ho avuto la fortuna di sperimentare diverse forse espressive scoprendo nella fotografia il mio ambito di comfort.

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe?

Sono venuta a conoscenza del Premio Musa attraverso il passaparola dei social networks.

Ritratto di Elena Zottola

BIOGRAFIA
Elena Zottola è una giovane fotografa e antropologa nata nel 1995.

Dopo gli studi artistici all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma, si trasferisce a Napoli dove consegue una laurea in Antropologia del Patrimonio e si avvicina alla fotografia attraverso la multidisciplinarietà della Scuola Elementare del Teatro di Davide Iodice. 

Nel 2018 l’esperienza di studio all’estero, presso l’Estonian Academy of Arts di Tallinn, dipartimento di Fotografia e Arte Contemporanea, durante la quale lavora al progetto curatoriale Rivista e realizza l’opera-performance The Creation of the World is an ordinary day, scelto tra i finalisti di Giovane Fotografia Italiana #08 Reconstruction. 

Nel 2019 torna a Napoli e frequenta il CFI, Centro di Fotografia Indipendente, producendo la sua seconda serie fotografica dal titolo Prosféro, che indaga il valore delle radici e dell’atto del tramandare, oggi parte dell’archivio di Futuro Arcaico e vincitore della menzione d’onore del premio Musa per fotografe.

Nel 2022 cofonda Spazio Putega e si laurea in Scienze Antropologiche e Geografiche per i Patrimoni Culturali e la valorizzazione dei territori ed è tra gli artisti invitati per A Cielo Aperto in una stanza, un progetto di arte pubblica per ripensare le pratiche artistiche nel territorio; nel mese di maggio 2023 rappresenta l’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi nella mostra collettiva Visage(s) d’Europe.

Attualmente continua gli studi in ambito antropologico con l’intento di arricchire di contenuti la sua pratica fotografica.

LINK

https://www.elenazottola.com/thecreationoftheworldisanordinaryday

https://www.elenazottola.com/stanotteilcielounmandorlofiorito

https://www.elenazottola.com/prosfero

https://www.elenazottola.com

https://www.instagram.com/elenazottola_

Premio Musa per fotografe, le interviste alle vincitrici: Martina D’Agresta

Musa fotografia vi presenta le vincitrici del Premio e vi fa conoscere i loro progetti, speriamo sia cosa gradita.

Qui il link al Premio Musa, ancora non indetto per il 2024, ma alla pagina potete leggere le condizioni e le collaborazioni che per la nuova edizione portano interessanti novità! Vai al premio

Nome Martina

Cognome D’Agresta

Anno Settore Vincitrice del Premio Musa 2022 settore Reportage

Fotografia di Martina D’Agresta

Come ti sei avvicinata alla fotografia e perché?

Da piccola avevo la fotografia che mi ruotava attorno. Mio padre faceva il fotografo di matrimoni, collezionava macchine fotografiche, comprava libri e giornali di fotografia e nella nostra cantina aveva allestito una meravigliosa camera oscura.

Da grande la macchina fotografica è diventata il mezzo irrinunciabile col quale raccontare la porzione di realtà che desta in me interesse. Della fotografia mi affascina quanto sia semplice all’atto pratico e quanto sia complesso ottenere risultati soddisfacenti.  Poter catturare la mia visione della realtà, unica e irripetibile, con solo poche nozioni teoriche e il banale movimento di un dito suscita in me un infinito entusiasmo. La fotografia (quella che interessa a me) mi piace perchè fa camminare, arrampicare, sudare e sfidare il vento, imparare nuove parole e nuove lingue, assaggiare cibi e avere i vestiti sporchi. Mi appassiona per le esperienze che regala. Indipendentemente dal risultato, che certo inseguo sempre, la parte più arricchente dello scattare una fotografia sono i luoghi in cui la ricerca di quello scatto mi fa approdare, le persone che mi fa incontrare, gli odori che mi fa respirare.

Quando e come è nata la tua passione per la narrazione fotografica? A prescindere dal settore fotografico di appartenenza come hai capito che lavorare  su progetti articolati sullo stesso tema fosse la strada giusta?

Lavorare su progetti articolati sullo stesso tema mi permette un’ immersione nell’esperienza ancora più profonda rispetto allo scatto singolo (che per quel che mi riguarda è sempre un’operazione rispettabile). Decido di raccontare una storia quando sono incuriosita da una certa realtà e determinata a investigarla.  Approfondire un tema per me significa entrarci dentro, emotivamente e fisicamente.

Fotografie di Martina D’Agresta da “Tempra”

Come progetti e organizzi i tuoi lavori fotografici?

I miei lavori fotografici nascono da improvvisi guizzi di amore e entusiasmo verso realtà che incontro o delle quali vengo a conoscenza e che ritengo interessanti. Solitamente mi attrae ciò che sta scomparendo, o che è ancora ai più sconosciuto. Le storie che decido di raccontare diventano molto importanti per me e sento sempre la grande responsabilità di render giustizia ai soggetti che vado a ritrarre, siano essi persone o luoghi; per questo per i miei progetti spendo molte energie fisiche e mentali. Torno sulla scena finchè il racconto non è completo, finchè non ho esplorato ogni cm e assorbito ogni odore, rumore, spiraglio di luce di quel ritaglio di realtà.

Quali tematiche ti interessano in particolare? Hai già trattato altri temi, se sì, come?

Realizzo reportage geografico e antropologico. Nei miei lavori il tema più ricorrente è che uomo e ambiente sono due facce della stessa medaglia. Sono affascinata da quanto l’ambiente in cui viviamo, da tutta la vita o per poco tempo, attraverso il quale transitiamo o che ammiriamo ci plasmi nella forma e nell’anima e di quanto sia vero anche che le persone che vivono o che attraversano un luogo trasformino quel luogo stesso. Questo concetto per me è pura poesia.

Cosa cerchi di esprimere con le tue fotografie?

Nelle mie fotografie, che siano progetti o foto singole, io cerco di immortalare la bellezza del mondo, l’essenza delle persone che incontro e dei luoghi in cui mi reco. Credo che la realtà sia di gran lunga più sorprendente dell’immaginazione. Ovviamente sono lontana da ogni “trucco” volto a migliorarla. Ci tengo infatti che le mie fotografie abbiano anche una funzione documentativa, oltre a mostrare i soggetti con i miei occhi.

Fotografie di Martina D’Agresta da “Amaro”

Sei solita riflettere molto nella fase di ideazione del lavoro o agisci d’istinto nella fase di ripresa del lavoro?

Nella fase di ideazione del lavoro rifletto davvero poco. Preferisco recarmi subito sulla scena per iniziare a scattare  in modo libero e istintivo, parlare con le persone, respirare l’aria del posto. Quando torno a casa, con i primi scatti davanti agli occhi, inizio a riflettere su che cosa manca e su che cosa è in esubero per raccontare la storia. Così quando torno sul luogo a fotografare ho le idee più chiare. Questo processo si ripete e si ripete finchè non considero il lavoro finito. Amo il fatto che nel mio modo di costruire progetti la fase pratica di scatto sul campo sia preponderante rispetto a quella in cui me ne sto davanti al pc in modalità riflessiva.

Fotografia di Martina D’Agresta

Dove trovi l’ispirazione per le tue immagini? Ci sono autori che ritieni interessanti o che ti hanno ispirato per il progetto vincitore  del premio nazionale musa per fotografe?

Ce ne sono una marea di autori che ritengo interessanti. Bisognerebbe conoscerli tutti, sia quelli che si avvicinano al nostro modo di fotografare, sia quelli estremamente lontani da noi. I primi che mi vengono in mente sono Eugenia Arbugaeva e Ragnar Axelsson. Mi piacciono per il loro reportage pulito e schietto, allo stesso tempo riconoscibile e carico di suggestioni.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontri nel mondo della fotografia?

E’ davvero complesso. Quello che più mi infastidisce è che il confine tra immagine e fotografia sta pian piano scomparendo. Si scatta la foto di un paesaggio in Scozia e vi si inserisce il cielo delle Hawaii perchè il tramonto scozzese lo si considera non abbastanza sgargiante. E se una caratteristica della Scozia, terra piovosa e meravigliosa, fossero proprio i tramonti sbiaditi? Per non parlare dell’avvento dell’ IA. Se usata superficialmente si rischia di avere “fotografi” che senza uscire dalle proprie quattro mura di casa realizzano “fotografie” dei narvali del Mar Glaciale Artico e dei pastori nomadi della Mongolia. Io mi chiedo sempre per quei fotografi che scambiano i cieli e non si alzano dalla sedia per girare il mondo dove stia la soddisfazione. Come fanno a privarsi dell’esperienza di fare fotografia? Non fanno che produrre solo immagini.

Fotografia di Martina D’Agresta

Ci vuoi raccontare un fatto in particolare  per cui hai deciso che la fotografia fosse importante per te?

Tutte le volte che sono stata davvero felice e me ne sono resa conto ho voluto scattare una fotografia per averne in futuro la memoria: durante un viaggio, una festa in famiglia, un giorno qualunque…

Come hai conosciuto il Premio Nazionale Musa per Fotografe?

Ho conosciuto il Premio Nazionale Musa per fotografe frequentando i membri del mio fotocircolo FBN Cecina. Alcuni di loro mi hanno consigliato di partecipare. Li ringrazio molto.

Ritratto di Martina D’Agresta

BIO
Martina D’Agresta, classe 1989, vive a Cecina (LI) ed è ingegnere civile. Nell’àmbito del circolo
fotografico Fbn Cecina – di cui è socia dal 2016 – matura interesse per la fotografia di reportage
geografico e antropologico e nei suoi lavori considera uomo e ambiente due facce della stessa
medaglia. Nel 2019 viene selezionata dalla F.I.A.F. come Talent Scout Junior ed espone a Bibbiena
(AR) presso il C.I.F.A. e a Carpi (MO) nell’ambito del Carpi Foto Fest. Nel 2022 vince la borsa di
studio Ivano Bolondi per la masterclass di fotografia con il maestro Lorenzo Cicconi Massi ed il
terzo posto al concorso ImagOrbetello a Orbetello (GR) nella categoria progetti. Risulta vincitrice al
premio Musa per fotografe italiane nella sezione reportage e del premio FOTO Cult. Nel 2023
nell’àmbito del concorso Urban Photo Awards vince il premio speciale Musei-Civici di Trieste nella
categoria progetti

Contatti

Link: https://www.facebook.com/martina.dagresta

Contatto: martina.dagresta@gmail.com

Incontri coi fotografi. Stefano Mirabella, Erminio Annunzi e Lorenzo Vitali da Musa fotografia

Musa presenta una serie di incontri dedicati alla fotografia, offrendo una piattaforma per importanti fotografi a livello italiano per condividere il loro lavoro e la loro passione con il pubblico. Ecco una panoramica degli eventi e degli autori in programma:

Stefano Mirabella – Maestro della Street Photography:
Stefano Mirabella, rinomato su tutto il territorio per la sua maestria nella street photography, sarà uno dei protagonisti degli incontri. La sua capacità di catturare momenti unici e autentici nelle strade delle città si traduce in immagini che raccontano storie profonde e coinvolgenti della vita quotidiana.

24 Maggio ore 20,30 presso

Musa fotografia – Via Mentana, 6 Monza


Erminio Annunzi – Maestro del Bianco e Nero:
Erminio Annunzi porta avanti la ricerca e l’arte della fotografia in bianco e nero con maestria e passione. Le sue fotografie sono caratterizzate da una profonda sensibilità artistica e da una capacità tecnica unica , creando immagini che colpiscono per la loro intensità emotiva.

30 Maggio ore 20,30 presso

Musa fotografia – Via Mentana, 6 Monza


Lorenzo Vitali e il progetto “They Have Gone”:
Lorenzo Vitali presenterà il suo progetto intitolato “They Have Gone”, nato dal suo personale desiderio di esplorare il legame emotivo-affettivo con il paesaggio del Veneto Orientale. Attraverso il suo lavoro, esplora la presenza delle case coloniche, un elemento fondamentale e integrante del paesaggio, approfondendo il significato emotivo e storico che queste strutture portano con sé.

8 Giugno ore 18,00 presso

Musa fotografia – Via Mentana, 6 Monza

Ogni incontro promette di offrire una prospettiva unica e affascinante sulla fotografia, permettendo al pubblico di immergersi nelle diverse sfaccettature di questo affascinante medium artistico.

Segnatevi le date e venite accompagnati!

Prossimi corsi da Musa fotografia:

Per informazioni

50 Musei di fotografia in Italia e nel mondo

Buongiorno, ho fatto una ricerca in diversi siti e ho formato questo elenco di musei di fotografia in Italia e all’estero, spero che sia un’occasione che vi spinga ad andarci! Ciao

Sara

Musei nel mondo

Mopa, San Diego: questo museo ospita ogni anni otto mostre; la collezione permanente conta 7.000 immagini di ben 850 fotografi differenti.
Gallery of Photography, Dublino: aperta nel 1978 da John Osman è il più importante spazio dedicato alla fotografia di tutta l’Irlanda.
MoCP-Chicago, Chicago:  è stato fondato dal Columbia College nel 1976 e rappresenta il luogo ideale per gli amanti della fotografia; collezioni,rassegne e retrospettive e uno spazio dedicato alle mostre dei giovani talenti.
Photographers’Gallery, London; qui è ospitata la più grande collezione fotografica del Paese e ogni anno qui ha sede uno tra i premi di fotografia più importanti d’Europa.

MMPVA, Marrakesh non è solo una meta per svagarsi, o almeno i fotoamatori hanno l’occasione di visitare il Museo della Fotografia e delle Arti Visive. “Strappato alle sabbie” nel settembre del 2013 la struttura disegnata da David Chipperfield è solo il primo step perché l’obiettivo è quello di farlo diventare il Museo dedicato alla Fotografia più grande del Mondo! 

FOAM, Amsterdam – Amsterdam, meta prediletta da tanti non è solo un fine-settimana all’insegna del divertimento e lo dimostra la bellezza della città che passa anche dal FOAM. Dal 2001 qui si organizzano mostre e eventi ma è possibile festeggiarci anche il proprio compleanno. 

SUOMEN VALOKUVATAITEEN MUSEO, Helsinki – Il Museo delle Arti Fotografiche di Helsinki è un gioiellino per il suo genere che conserva l’intero patrimonio fotografico finlandese. Il posto migliore per conoscere questa affascinante terra attraverso gli scatti dei suoi autori.

BX Belfast Exposed, BELFAST – A Belfast è il Museo di riferimento in Irlanda per la fotografia contemporanea con tanto di spazio”Reading Room” e tanti corsi di fotografia. L’entrata anche qui è gratuita.

ACP – Paddington Australia L’Australian Centre of Photography risulta essere il miglior e più longevo archivio fotografico del Paese. I nomi più importanti della fotografia mondiale sono passati all’ACP. Per i veri amanti delle arti visive c’è anche la possibilità di le sale per una festa, l’ingresso invece è gratuito.

MMP Metropolitan Museum of Photography, TOKYO Anche il Giapppone ama la fotografia. Il TMMP però è l’unico museo completamente dedicato alla Fotografia.  Per farsi bastare offre un insieme di circa 22.000 immagini. Se siete a Tokyo passateci.

MOMus – Thessaloniki L’unico museo specifico sulla fotografia in Grecia è una tappa obbligata della visita. Il Museo della Fotografia di Salonicco è orgoglioso di raccogliere fotografie – in particolare quelle della Grecia – da collezionare ed esporre, oltre a pubblicare libri sulla fotografia. Il museo ha collaborato con diversi enti greci e internazionali per organizzare Photo Synkyria, il più lungo e importante istituto fotografico di tutta la Grecia.

Internation Center of Photography: è il luogo perfetto per un incontro ravvicinato con la fotografia; ha ospitato celebri nomi come Cartier-Bresson, Capa e Erwitt.
Fotomuseum, Rotterdam: si tratta dell’unico museo di fotografia dei Paesi Bassi;  punti forte, un archivio digitale con oltre 100.000 immagini e una biblioteca fornitissima.
MEP Maison Européenne de la Photographie, Parigi: qui è raccolta una delle più grandi collezioni della capitale.
Fotografiska, Stoccolmauna delle tappe quasi obbligate per i turisti. L’edificio, ex spazio industriale, risale ai primi del ‘900. Le esposizioni si rinnovano secondo un calendario molto ricco.

Portuguese Centre of Photography – Porto, Portugal – Il Centro portoghese di fotografia ha aperto le sue porte nel 1997. Il museo è stato ricavato da un edificio che fino al 1974 era adibito a prigione, poi trasformato in museo della fotografia. Il museo è specializzato in fotografia contemporanea di fotografi portoghesi e brasiliani.

Museum of Photography – Berlin, Germany – Chi è interessato alla fotografia di moda non dovrebbe lasciarsi sfuggire il Museo della Fotografia di Berlino.

Sala Canal Isabel II – Madrid, Spain – Situata nella capitale e città più grande della Spagna, la Sala Canel Isabel II è un museo di fotografia che contiene alcune delle migliori fotografie contemporanee del mondo. L’edificio del museo è una vecchia torre dell’acqua che è stata convertita in museo nel 1986.

Les Douches la Galerie – Paris, France – è un museo fotografico che presenta fotografie contemporanee e del passato con un tema comune, definito “stile documentario”. Quando lo visitate, potete aspettarvi di trovare fotografie che si spingono veramente oltre i confini della fotografia come mezzo. Il museo è aperto dal 2006 e offre opere che vanno dall’inizio del XX secolo fino alle fotografie dei giorni nostri.

Image of War, Zagreb -Se siete interessati alla fotografia di guerra, questo museo fa per voi. È stato aperto nel centro della capitale della Croazia nell’autunno del 2018. Qui troverete immagini scattate durante la guerra nel Paese nel 1991-1995. Il museo espone le opere di fotografi stranieri e locali che hanno cercato di raccontare la guerra, concentrandosi sulla gente comune.

Lianzhou Museum of Photography – Questo museo fotografico è stato aperto nel 2017 in una piccola città cinese situata ai margini del delta del fiume Pearl. Il museo è la prima galleria finanziata dallo Stato nel Paese. Le mostre sono principalmente incentrate sui rappresentanti della fotografia contemporanea.

Tokyo Metropolitan Museum of Photography – È uno dei migliori musei di fotografia dell’Asia, recentemente rinnovato. Contiene opere di fotografi giapponesi e di altri paesi. Il museo dispone di un laboratorio di permanenza dell’immagine unico nel suo genere, creato per la conservazione delle foto.

Museum of Modern Art in New York – Sebbene gli oggetti principali siano sculture e dipinti, il MoMA è considerato uno dei più famosi musei di fotografia degli Stati Uniti. Nel suo reparto dedicato si possono ammirare oltre 25.000 fotografie di grande effetto. Inoltre, vi si tengono spesso mostre di fotografia.

In Italia

Da Musei online

FOTOTECA NAZIONALE

Fototeca Nazionale

GALLERIE D’ITALIA TORINO

Gallerie d’Italia Torino

FERRANIA FILM MUSEUM

Ferrania Film Museum

MUSEO DEL NAVIGLIO GRANDE

Museo del Naviglio Grande

MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA

Museo di Fotografia Contemporanea

GALLERIA D’ARTE CONTEMPORANEA DI LECCO

Galleria d'Arte Contemporanea di Lecco

MUSEO DELLA FOTOGRAFIA SESTINI

Museo della Fotografia Sestini

MA.CO.F CENTRO DELLA FOTOGRAFIA ITALIANA

MA.CO.F Centro della Fotografia Italiana

MUSEO DI FOTOGRAFIA KEN DAMY

Museo di Fotografia Ken Damy

MUSEO NAZIONALE DELLA FOTOGRAFIA “CAV. A. SORLINI”

Museo Nazionale della Fotografia

PICCOLO MUSEO DELLE MACCHINE PER LA FOTOGRAFIA E CINEMATOGRAFIA

Piccolo Museo delle macchine per la Fotografia e Cinematografia

MUSEO FRIULANO DELLA FOTOGRAFIA

Museo Friulano della Fotografia

FOTOTECA DEI CIVICI MUSEI DI STORIA E ARTE

Fototeca dei Civici Musei di Storia e Arte

LUMEN – MUSEO DELLA FOTOGRAFIA DI MONTAGNA

Lumen - Museo della Fotografia di Montagna

MUSEO ALINARI DELLA FOTOGRAFIA

Museo Alinari della Fotografia

MUSEO D’ARTE MODERNA, DELL’INFORMAZIONE E DELLA FOTOGRAFIA

Museo d'Arte Moderna, dell'Informazione e della Fotografia

MUSEO STORICO FOTOGRAFICO DI MONTELUPONE

Museo Storico Fotografico di Montelupone

COLLEZIONE DI APPARECCHI FOTOGRAFICI

Collezione di Apparecchi Fotografici

E ancora

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia https://camera.to/

MACOF – Centro della fotografia italiana https://www.macof.it/

Brescia troverete, poi, il Museo Nazionale di Fotografia di Brescia

A Modena trovate la Fondazione Fotografia Modena, dedicata alle arti visive, anche qui con mostre permanenti e temporanee.

Presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, presso Palazzo Loredan, si trova l’Archivio Fotografico Gerola, mentre a Cesena si trova l’Archivio Fotografico Zangheri, raccolta di scatti della famiglia di fotografi Zangheri. Alla Biblioteca Corbetta di Milano, inoltre, troverete il ricco Archivio Fotografico Gianni Saracchi.

Quando il collezionista “non esiste”.

Grazie all’impegno del gallerista Federico Vavassori è stata recentemente smascherata una serie di falsi collezionisti che si erano costruiti una fitta rete in Instagram. Una strana operazione che sfiora l’assurdo, e che ha portato uno o più personaggi a creare falsi profili sul social e a presentarsi come esperti d’arte.
Pier Paolo Lonati, Carlo Alberto Ferri, Beatrice Rinaldi e Raffaele Sartori non esistono né tantomeno collezionano arte. I loro profili avevano ricevuto credito e considerazione: queste persone facevano finta di creare eventi, compravano e vendevano opere. Nella trappola sono caduti anche galleristi e operatori del settore molto conosciuti.
A rendere pubblica la notizia un giornalista de Il Sole 24 ore, che aveva intervistato uno dei collezionisti chiedendogli peraltro suggerimenti per acquisti d’arte che avrebbe poi riportato ai lettori.

Un post di Instagram che smaschera il presunto “collezionista” Carlo Alberto Ferri.


I profili erano aperti da anni e sembra che fossero stati creati per architettare una strategia che valorizzasse alcuni artisti, promossi proprio da questi falsi collezionisti, dei quali crescevano fama e
quotazione.
Tutto questo è stato possibile grazie allo sfruttamento del mondo online, accentuato dalla situazione pandemica degli ultimi due anni.

La fragilità del sistema dell’arte rischia dando credito a processi di validazione di artisti e collezionisti attraverso il virtuale che sappiamo essere fonte di molti fraintendimenti e problemi di valutazione.

Dal vivo, sarebbe stato molto più complicato, dal vivo è più difficile “camuffare”

Troppa fotografia, poca fotografia | Riflessioni sui linguaggi contemporanei

Deborah Turbeville, da modella a fotografa

Articolo di Giovanna Sparapani

“C’è un senso di autodistruzione nelle mie immagini” (D.T.)

DEBORAH TURBEVILLE Stigmata, scuola di belle arti 1977

Da ricercata modella a redattrice per Harper’s Bazaar  il passo è breve, ma fondamentale per la sua carriera nel mondo della moda. A partire dalla metà degli anni Sessanta, Deborah scopre la passione per la fotografia, grazie alla frequentazione con Richard Avedon e con il direttore artistico della sopracitata rivista.

© DEBORAH TURBEVILLE

Il primo servizio dal titolo Il bianco e blu di maglia molle, è ambientato in un’atmosfera nebbiosa, tra i pioppi e i ruderi di un’antica casa di campagna vicino a Mantova, la stessa in cui Bernardo Bertolucci nel 1976 ambientò il film Novecento. La sua poetica che si mostra da subito originale e anticonvenzionale – «…io non fotografo abiti tout court, ma sono sempre affascinata da come la gente si veste, da come si esprime attraverso ciò che indossa…» (intervista a Vogue Italia nel 2011) – la guida a produrre delle fotografie lontane dal conformismo che regna negli ambienti del fashion, alla ricerca di immagini dalle atmosfere misteriose e sognanti, popolate da figure diafane, enigmatiche, sospese nel tempo.

Le parole di Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia ed estimatrice dei lavori della Turbeville, ci suggeriscono in modo sintetico il metodo di lavoro della fotografa statunitense: «A volte un art director diceva che i suoi scatti erano fuori fuoco, ma quello era il suo modo di far sembrare il mondo ultraterreno» (intervista rilasciata al Guardian nel 2013, anno della morte della Turbeville ).

© DEBORAH TURBEVILLE

Le ombre giocano un ruolo fondamentale nelle sue fotografie, in aperta controtendenza con le immagini traslucide e perfette delle giovani modelle che campeggiano felici nei loro abiti sfolgoranti sulle pagine delle riviste di moda del tempo. Per le ambientazioni predilige luoghi particolari, come boschi umidi, strade deserte, capannoni abbandonati, bordi di piscine e bagni pubblici: il tutto venato di mistero e melanconia. La forza e l’ originalità di Deborah Turbeville, consiste nel sua capacità di cogliere le ansie che travagliano la vita privata delle sue modelle, in fotografie che sembrano assimilarle a statici manichini, ma che invece pulsano di vita silenziosa. Per creare un deciso distacco da una visione diretta della realtà, oltre al “fuori fuoco”, la fotografa ama intervenire direttamente sui negativi ‘sporcandoli’ con tagli e graffi, inserendo talvolta sabbia e polvere, al fine di comunicare l’idea della fragilità delle immagini fotografiche, conferendo valore alle imperfezioni. Un’altra tecnica molto usata dalla Turbeville sono i collage composti da strappi effettuati sulle sue stampe: i ritagli vengono poi ricomposti in sequenze estranianti, a costituire un invito alla riflessione e spesso a suscitare scalpore anche tra i suoi estimatori. Proprio a questa parte della produzione è dedicata la mostra allestita da Photo Elysée, a Losanna, dal titolo ‘Photocollage’ (fino al 25 febbraio 2024).

© DEBORAH TURBEVILLE

Nella lunga carriera ha realizzato servizi per celebri riviste di moda, quali ‘Vogue”, “Harper’s Bazaar”, “Marie Claire” e “Mademoiselle”; le sue fotografie sono state pubblicate su testate importanti come il “New York Times”. Ricordiamo anche la sua collaborazione con famose maison tra cui Ralph Lauren, Bruno Magli, Valentino e Nike…

Nel 1979 Jackie Onassis le chiese di fotografare le stanze ed i luoghi più interessanti e meno conosciuti della reggia di Versailles: riunite in un magnifico libro, “Unseen Versailles”, pubblicato nel 1981, le preziose immagini realizzate con rara maestria ci fanno immergere nell’atmosfera sfarzosa della magnifica residenza regale.

© DEBORAH TURBEVILLE

Al 1988 risale il suo lavoro dedicato agli appartamenti privati di Coco Chanel, affascinata dalle atmosfere oscure e oniriche suggerite dalla fotografa statunitense.

 Dopo una lunga malattia, ‘ la fotografa del sogno’ è scomparsa nel 2013; il suo ultimo lavoro è un bellissimo fotolibro, Deborah Turbeville: The Fashion Pictures.

DEBORAH TURBEVILLE ( Boston,1932 –New York,2013 )

SITOGRAFIA:

Deborah Turbeville che rivoluzionò i canoni della fotografia di moda | Vogue Italia

https://donna.fanpage.it/

Chi era Deborah Turbeville, la rivoluzionaria fotografa di moda (lifeandpeople.it)

La storia di Deborah Tuberville, fotografa di moda dall’anima dark (elle.com)

Riassunto corpi di moda – CORPI DI MODA Deborah Tuberville e la fotografia di moda degli anni – Studocu   

© DEBORAH TURBEVILLE

Tutte le immagini presenti nell’articolo sono e rimangono di proprietà di Catherine Opie e qui hanno solo scopo didattico informativo.