Melissa Spitz – Nothing to worry about

Buona lettura! Sara

Il racconto virtuale delle nostre vite prende sempre più spazio e la forma narrativa dell’album di famiglia, per il quale avevamo scelto le foto migliori, viene sostituito da una storia che si modella sul quotidiano e che non considera gli scatti dei giorni precedenti, né pensa agli scatti di domani. Esistono però profili Instagram di fotografi che ricorrono alle tecniche dello storytelling classico per “costruire” la propria pagina, anche se, nel mare magnum di immagini, coinvolgere gli utenti in una narrazione pensata e logica non è affatto semplice.
Il profilo di Melissa Spitz @nothing_to_worry_about conta oggi 51.600 follower, grazie al lavoro dall’omonimo titolo You have nothing to worry about, ha ottenuto il riconoscimento di fotografa dell’anno 2017 su Instagram per il Time. Nella sua pagina, la fotografa ha raccolto momenti di vita con sua madre Deborah Adams, tossicodipendente, alla quale sono stati diagnosticati sia il disturbo bipolare che il disturbo dissociativo dell’identità. Un esempio di medicina narrativa che fa uso del potere congiunto di immagini e social media.

Melissa Spitz, da: You have nothing to worry about

Il racconto assume un triplice valore: l’informazione verso chi segue il progredire della malattia della donna, la presa di coscienza da parte della fotografa e la condivisione dell’esperienza vissuta anche da
molti follower che hanno in qualche modo rassicurato la ragazza.
Il lavoro in sé inizia per una consegna scolastica, ma dal 2014 la fotografa pubblica regolarmente su Instagram le fotografie, insieme a didascalie aneddotiche. In un primo momento, le foto erano tutte candid (non messe in posa), ma da quando Deborah è diventata più consapevole di ciò che sua figlia stava facendo, ha contribuito con idee creative, addirittura preparando alcuni scatti.
Melissa ha più volte detto che il suo intento è quello di lasciare una traccia, una testimonianza reale della complessità della malattia mentale.

Per conoscere il lavoro di Melissa su Instagram @nothing_to_worry_about

Il sito dell’autrice https://www.melissaspitz.com/

il suo lavoro sul sito https://www.melissaspitz.com/yhntwa-2022

Un estratto del mio libro “Troppa fotografia, poca fotografia | Riflessioni sui linguaggi contemporanei”

Per l’acquisto del libro

Graciela Iturbide, testimone della dimensione magica e poetica dell’uomo

Articolo di Giovanna Sparapani

“Io sono una testimone della dimensione magica e poetica dell’uomo, fino ad arrivare al lato mistico della vita quotidiana, forse…” (G.I)

Graciela Iturbide, autoritratto

Nata a Città del Messico nel 1942,  figura di spicco nell’ambito della  fotografia messicana, è stata allieva del famoso Manuel Alvarez Bravo, dei cui insegnamenti conserverà per tutta la vita preziosi ricordi: “… Questo grande uomo mi ha dato la libertà di essere chi sono…”

©Graciela Graciela Iturbide

Graciela inizialmente mostrò interesse per il mondo del  cinema frequentando il Centro Universitario di studi cinematografici presso l’Università del Messico, ma fu l’incontro con Don Manuel, di cui divenne assistente, a instradarla nel mondo della fotografia. Il Maestro allora sessantenne, non ancora giunto alle vette della fama, praticava una tecnica fotografica lontana dalla mobilità delle sequenze cinematografiche, usando il cavalletto e prediligendo le Immagini statiche. Graciela al suo fianco, durante le frequenti escursioni fotografiche, percepì e assorbì la passione di Alvarez, sviluppando una visione personale con la creazione di scatti originali che oscillano tra una visione documentaria ed una magicamente lirica. La morte di sua figlia Claudia nel 1970 la indusse a riflettere sul ruolo della fotografia,  il cui scopo non può limitarsi ad una  mera documentazione  rivolta alla produzione di immagini riprese direttamente dalla realtà. Per esorcizzare la paura della morte,  ben presente quotidianamente nell’animo del popolo messicano, la fotografa attinse ispirazione per i suoi scatti dagli angelitos, bambini defunti con indosso abiti bianchi, circondati da fiori e nastri. La ricerca e lo studio accurato di questa tradizione funzionò per lei come terapia, allontanandola gradatamente da sensazioni luttuose che la attanagliavano. Nel suo ritorno alla vita vissuta, la macchina fotografica diventò la sua compagna inseparabile, fornendole uno strumento utile per uscire dal proprio mondo luttuoso attraverso la vicinanza con altre persone, soprattutto gente semplice incontrata durante le diffuse feste di paese. Nelle immagini dalle inquadrature spesso decentrate, caratterizzate da un bianconero fortemente contrastato, immortala situazioni in cui si sente immersa e partecipe senza aver concepito un vero e proprio progetto a priori, ma abbandonandosi all’istinto, coinvolta dalla gioia di vivere e dall’allegria  dei suoi conterranei. ” In definitiva, penso che la fotografia sia un rituale per me. Partire con la mia macchina fotografica, osservare, catturare la parte più mitica dell’uomo, poi andare nell’oscurità, sviluppare, scegliere il simbolismo… “ (G. I.)

©Graciela Graciela Iturbide

Nei molteplici viaggi ha fotografato le persone e anche gli oggetti che più hanno attirato la sua attenzione principalmente in paesi come il Messico, ma anche la Germania, la Spagna, l’ Ecuador, il Giappone, gli Stati Uniti, l’India, il Madagascar, l’Argentina, il Perù e Panama. Togliendosi di dosso l’etichetta di appartenenza al realismo magico o alle correnti surrealiste a cui è stata spesso associata, Graciela Iturbide  spiega che a lei interessa conferire “un tocco di poesia e immaginazione”  a ciò che incontra nel suo girovagare, ricercando “ la sorpresa nell’ordinario”.

 I lavori incentrati sulla condizione delle donne nelle loro mansioni quotidiane, messe a fuoco al’interno di comunità messicane ricche di tradizioni legate ad un mondo prevalentemente arcaico, si impongono con una forza e talvolta con una crudezza che le rende emblematiche del loro stile di vita.  Di grande valore anche dal punto di vista sociale, la sua indagine sulle donne del Mozambico che pone l’accento in modo magistrale sulla lotta alle malattie che travagliano l’universo femminile. Anche il mondo animale affascina la Iturbide e famose sono le immagini inquietanti dei neri uccelli che solcano cieli biancastri in campagna o in zone urbane oppure le foto delle selvagge iguane di cui circa una dozzina albergano in precario equilibrio sopra i capelli corvini di una imponente signora fotografata in Juchitàn (Messico) nel 1979.

©Graciela Iturbide

Mujer Angel, Sonora Desert  ( 1979 ) è un’immagine paradigmatica della sua originale visione, costituendo un’estrema sintesi del suo lavoro: protagonista è  una donna indigena ripresa di schiena che si allontana di corsa da un paesaggio roccioso per lanciarsi verso una pianura desertica dall’aspetto quasi lunare con indosso un abito dalla foggia antica; a sorpresa, tiene nella mano destra una radio portatile, indicando le contraddizioni  e gli insanabili contrasti tra un mondo tradizionale arcaico ed un futuro tecnologico.

Graciela ci consegna una visione originale della società messicanam visione che, grazie alla profondità di analisi e al suo sguardo lirico e poetico, assume una rilevanza universale.

Bibliografia

Alfredo Lopez Austin e Roberto Tejada, Graciela Iturbide Image of the spirit, New York, 1996

Elena Poniatowska, Jughitán de las mujeres, Toledo, Mexico 1989

Graciela Iturbide, El baño de Frida Kahlo, galeria Quiroga, Messico 2009

Michel Frizot, Graciela Iturbide, Photo Poche – Actes Sud, 2011

  1. Graciela Iturbide – Italia | Profilo dell’artista | NMWA
  2. Mexico Photography: Graciela Iturbide | digitalartteacher
  3. La fotografa Graciela Iturbide: “Noto il dolore e la bellezza” | Fotografia | Il Guardiano (theguardian.com)
  4. Graciela Iturbide la più famosa fotografa messicana vivente (fotografaremag.it)

5. Graciela Iturbide: in Messico nella casa della fotografa progettata da suo figlio | Architectural Digest Italia (ad-italia.it)

Graciela Iturbide, autoritratto

FOTOGRAFIA E TESTI DI ACCOMPAGNAMENTO

Il tema dell’utilizzo di titoli e didascalie da parte dell’autore di una fotografia è assai discusso soprattutto tra fotoamatori, che spesso usano come dogma la frase “se la devi spiegare, non è venuta bene!”, attribuendola sistematicamente ad Ansel Adams. Nonostante l’impegno, non sono mai riuscita a capire da dove sia stata estrapolata questa frase e che senso avesse in realtà per Adams, il quale probabilmente, essendo di animo spiritoso e ironico, faceva riferimento a qualcosa di specifico, che fuori contesto (come spesso accade) può assumere un significato differente. Sono quasi certa che sia così.
Non esistono molti studi attinenti alla relazione tra il testo e la fotografia. Fondamentale, oltre agli studi specifici di Keim, il saggio di Nancy Newhall, The Caption: The mutual relation of words/photographs, pubblicato sul primo numero della rivista Aperture.

Newhall suddivide le didascalie in denotative e connotative. La prima categoria è caratterizzata da testi che raccontano l’immagine senza offrire un’interpretazione particolare (come avviene nel
reportage o nel fotogiornalismo). La seconda categoria, invece, direziona la lettura aggiungendovi il significato che l’autore intende attribuire alle immagini (creare allusioni, metafore, effetti surreali
o ironici). Spesso, questo tipo di didascalia va oltre i dati effettivi e aggiunge un nuovo livello di lettura.
La parola didascalia si riferisce a ogni genere di testo che accompagna un’illustrazione, volto a chiarire o far interpretare correttamente l’immagine stessa. Dare informazioni è quindi lo scopo principale
della scelta di aggiungere una didascalia o un testo. Tramite questo elemento, quindi, il fruitore dovrebbe essere guidato nella lettura della fotografia e nella sua comprensione.

Fotografia di Valeria Gradizzi

Nel suo saggio del 1963 La fotografia e la sua didascalia, Jean Keim appoggia e approfondisce il concetto introdotto da R. Barthes secondo il quale la fotografia è un messaggio senza codice e, di conseguenza, senza l’ausilio della parola (che pertanto è indispensabile) ciò che essa comunica può essere frainteso. In base a quest’idea, il testo può aiutare a contestualizzare l’immagine nel tempo e nello spazio, nel genere fotografico e relativamente allo scopo per cui è stata creata.

Questa è una parte del capitolo FOTOGRAFIA E TESTI DI ACCOMPAGNAMENTO del mio libro

TROPPA FOTOGRAFIA, POCA FOTOGRAFIA -RIFLESSIONI SUI LINGUAGGI CONTEMPORANEI

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Buongiorno a tutti, eccoci di nuovo nel periodo Natale che io amo tantissimo!  
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Presentazione delle vincitrici del Premio Nazionale Musa per fotografe.

Buongiorno a tutti/e abbiamo organizzato una presentazione delle vincitrici del Premio Nazionale Musa per fotografe 2023. La serata sarà online! Speriamo di vedervi numerosi/e!

6 Dicembre 2023 ore 20,30

Per conoscere le vincitrici e i progetti vincenti iscriviti e segui la serata!

Invia una email a info@musafotografia.it

Prima classificata settore ricerca e progetto personale:  

Serena Radicioli con il progetto: Non sei più tornato  

Un progetto molto personale, un viaggio profondo e intimo, un’esplorazione delle sfumature della vita e delle emozioni che legano l’autrice alla vita del padre che una sera non rientra a casa… Con un linguaggio estremamente contemporaneo, Serena ci racconta uno spaccato emozionalmente sconvolgente della sua vita.  

Prima classificata settore reportage 

Maria Teresa Brambilla con il progetto: From the alps. Women 

Il progetto ha conquistato la giuria per la sua linearità nel linguaggio classico del reportage, la sua importanza culturale e la sua potenziale ispirazione. Un progetto positivo, ben strutturato e approfondito nel tempo di realizzazione.  

Prima classificata settore ritratto e fotografia di scena 

Francesca Dusini con il progetto: Švejk  

Eccellente scelta di piccoli momenti scattati durante gli spazi tra uno spettacolo e l’altro, le prove, il backstage, con un tocco di ironia e un linguaggio non usuale per il genere della fotografia di spettacolo.  

Per sottolineare l’alta qualità dei progetti e il talento delle autrici la Giuria ha deciso di assegnare una  

Menzione d’onore 

Chiara Innocenti con il progetto: Meraviglie presenta  

Una meraviglia dopo l’altra le immagini di Chiara Innocenti che ci racconta il cambiamento del circo e delle abitudini di chi lo vive e lo crea anche con nuove tecnologie digitali senza perdere la poesia del tempo passato  

Grazie ai partner, agli sponsor, allo stampatore, alla giuria, alla curatrice Alessia Locatelli e a Grazia Dell’Oro della casa editrice Emuse, ai festival che ospitano le mostre, a chi ci aiuta a diffondere il Premio in tutte le modalità possibili e alle partecipanti tutte. 

Vi aspettiamo il 6 Dicembre!

Ciao a tutti Musa fotografia

L’estetica di Instagram e la sua evoluzione

Quando si parla di “instagrammabilità”, si parla di un’estetica precisa che ormai ricopre uno spazio importante per chi si occupa di immagine e di cultura visuale. La modalità con cui sono proposte le
fotografie su questo social si ripetono all’infinito e rispondono a un copione ormai sfruttatissimo.
Le fotografie di viaggio, i ritratti, gli autoritratti, gli oggetti, si somigliano tutti, tanto da trasformarsi in cataloghi inquietanti delle “cose del mondo”.


Si definisce Instagram Face un ritratto, generalmente di donna, che risponda a criteri precisi come labbra piene, sopracciglia spesse ma perfette, zigomi alti, occhi grandi, naso piccolo, seno abbondante,
vita stretta, fianchi e sedere pieni, eccetera. Un ideale falso che condiziona soprattutto i giovani, ancor più delle vecchie pubblicità di modelle sui giornali (proprio perché moltiplicato esponenzialmente).
I paesaggi sono tutti simili, che si tratti di viaggi in Alaska o in Perù, i colori sono saturi, le composizioni perfette, i cieli artefatti e la lettura dei particolari molto evidenziata, nonostante si sappia bene che
esponendo per le luci, o per le ombre, questo non possa avvenire se non con un sandwich di fotografie differenti dello stesso soggetto, dalla stessa posizione.
La descrizione che ho appena fornito potrebbe essere applicata a centinaia di immagini, che rispondono tutte a questi canoni. Sono nati addirittura profili che, per far notare la differenza, mostrano le fotografie prima e dopo l’utilizzo di filtri appositi e applicazioni che, con un click, perfezionano l’immagine.
Il fenomeno è talmente diffuso che, purtroppo, anche chi ha velleità autoriali segue percorsi simili. Nascono in continuazione profili appartenenti a generi fotografici differenti (street photography, ritratto, reportage, autoritratto) in cui, sebbene i soggetti siano diversi, le modalità estetiche, non esclusivamente a seguito di ritocco fotografico, sono tutte uguali, come se l’impatto dell’immagine potesse sostituirne il contenuto. Tutto prodotto e riprodotto in serie e inserito in pagine che, anch’esse, devono sottostare all’insieme, a una logica estetica che faccia guadagnare like, non solo al singolo scatto ma alla costruzione visiva della pagina stessa.
Mi sono a lungo chiesta quando sarebbe terminata questa proposta rosa e azzurrina, fatta di cappuccini schiumosi, wonder women e bambini perfetti.


Ultimamente sembra però che lo stile instagrammabile stia perdendo di forza. Strano a dirsi, ma le prime persone che hanno cambiato rotta sono gli influencer e non i fotografi. Da loro è nata questa modalità visiva – che ha poi influenzato tutta la fotografia, anche quella finita nei musei e nelle gallerie – e proprio da loro è stata messa in discussione.
Le immagini sembrano essere più sobrie, spontanee, meno artefatte.
I colori preponderanti sono più sbiaditi e realistici, le foto più sgranate e meno curate nel ritocco.
La “consapevolezza del sé”, soprattutto se nata e cresciuta attraverso le immagini, finalmente si scontra con una perfezione impossibile da raggiungere e quindi inutile da cercare a ogni costo; l’ossessione del racconto edulcorato, di qualsiasi momento, ha forse portato a un ragionamento più maturo, sul quale è bene riflettere, anche da fotografi, nel caso in cui la propria crescita autoriale si
sia basata esclusivamente sull’impatto estetico e sulla cura delle pagine Instagram. Spero che questo sia l’inizio di un processo che accosti all’immagine contenuti più densi e un maggiore interesse
per un messaggio specifico, legato alla pubblicazione su questo e su tutti gli altri social.

Da Troppa fotografia, poca fotografia | Riflessioni sui linguaggi contemporanei di Sara Munari

ANNULLATA👉 Presentazione del libro di Simone Cerio – Religo – Musa Fotografia

Buongiorno, CI SCUSIAMO per l’inconveniente, Simone Cerio, per un piccolo intoppo legato alla salute, non potrà essere presente alla presentazione del suo libro che viene rinviata a data da destinarsi. Simone terrà un corso sulla fotografia documentaria presso Musa fotografia, anch’esso rinviato per lo stesso motivo.  Grazie per la comprensione, baci, ciao!
Per avere informazioni sul corso vai al link  Identità e metodo nella fotografia documentaria
RINVIATA
PRESENTAZIONE DI “RELIGO” IL NUOVO LIBRO DI SIMONE CERIO ore 20.30 – Via Mentana 6 Monza

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