La storia della fotografia è stata a lungo scritta attraverso il mito del genio solitario, isolato nel proprio atelier o intento a cesellare stampe perfette in mezzo alla natura selvaggia. Riconoscere i margini di quel mito significa ammettere che dietro a molte grandi icone del modernismo americano non c’è mai stata un’unica mano, ma un ecosistema di relazioni, supporto e lavoro invisibile. È questa la prospettiva aperta da Attraverso una focale diversa, I miei anni con Edward Weston, l’edizione italiana del celebre Through Another Lens tradotta e annotata da Manlio Cinti, che restituisce al pubblico nostro la voce autobiografica in cui Charis Wilson ripercorre il decennio cruciale vissuto accanto a Edward Weston tra il 1934 e il 1945.
Il lavoro di Cinti su questo volume si inserisce in quella rara categoria di editoria indipendente mossa da una dedizione quasi archeologica: un’operazione nata da una lunga ricerca e dal contatto diretto con gli eredi e i custodi di quella memoria che permette di colmare un vuoto nella saggistica fotografica italiana accessibile. Il libro di Wilson non è un semplice diario domestico o un’agiografia devozionale: attraverso la sua voce affiora una critica sottile ma tagliente alla posizione subalterna della donna nelle coppie d’arte del Novecento. Charis fu modella, autrice di testi e compagna indispensabile, spesso costretta a comprimere i propri spazi creativi per assecondare i ritmi e le esigenze del lavoro del marito. Intorno a loro ruotava tuttavia un intero fermento culturale, da Ansel Adams a Imogen Cunningham, da Dashiell Hammett a Merce Cunningham e Martha Graham, restituito con la precisione di chi quell’ambiente lo ha sostenuto materialmente e intellettualmente.
C’è poi un motivo di lettura che interessa l’appassionato di fotografia come un “plus” inatteso e che, a giudicare dai riscontri raccolti da Cinti, convince anche il pubblico generalista. Nelle sue quattrocento e più pagine, Attraverso una focale diversa intreccia la vicenda dei protagonisti con una serie di tessere che compongono il paesaggio sociale, culturale, storico e naturale dei luoghi e dell’epoca. Tutti e tutto trovano posto: il diseredato di Pismo Beach, l’allevatore e il petroliere texani, il politico in carriera, l’obiettore di coscienza, il sindacalista, l’attivista per i diritti civili, il vecchio schiavo, l’intellettuale, l’attore di Hollywood, lo scrittore famoso. Poi i primi movimenti in difesa dell’ambiente, la storia di Carmel, il misero montanaro del Tennessee, i ricercatori del Caltech, il gallerista, il direttore del MoMA, il mecenate, la comunità degli esuli messicani, il razzismo, il clan che conta (i Du Pont). E ancora New York, la costa del Pacifico, i deserti, lo Yosemite e la Sierra Nevada, la centrale elettrica sul Colorado, Taos Pueblo, e altro.
La forza di quel racconto non si è esaurita con la chiusura del secolo scorso, ma continua a interrogare il presente. Lo dimostra in modo lampante il volume Pictures for Charis (Aperture / Center for Creative Photography, 2024) della fotografa e docente Kelli Connell. Lavorando in tandem con l’allora compagna Betsy Odom, Connell non si è limitata a un’operazione nostalgica di rievocazione critica, ma ha ripercorso i luoghi di Weston e Wilson usando macchine e procedimenti d’epoca per compiere un vero e proprio atto di riscrittura critica. La sua ricerca trasforma il libro in uno strumento di riflessione sul sé e sul proprio rapporto con l’altro: esplorare quei panorami significa colmare un’assenza, e Connell utilizza il progetto per interrogare il punto di vista negato a Charis e i meccanismi di potere e di genere che regolano storicamente il rapporto tra fotografo e soggetto, tra paesaggio e vita di coppia.

Per chi si appassionasse alla storia personale e professionale di Weston, poco nota in Italia, vale la pena consultare l’archivio digitale dell’Edward Weston Bibliography Blog (https://edwardwestonbibliography.blog/ segnalato dallo stesso Cinti e curato da Paul Hertzmann, Susan Herzig e Paula Freedman). Svincolandosi dalle retrospettive postume e basandosi esclusivamente su oltre decenni di fonti primarie, riviste d’epoca, rassegne stampa, corrispondenze, il progetto documenta l’impatto reale e immediato che le immagini di Weston ebbero sui contemporanei tra il 1906 e il 1958.
Mettere insieme questi tasselli, la traduzione caparbia di Cinti, le memorie di Wilson, l’archeologia visiva di Connell e il rigore bibliografico delle fonti d’epoca ci ricorda che la cultura fotografica non sopravvive grazie ai monumenti intoccabili, ma attraverso chi continua a smontarne le cornici, a rileggerne i margini e a pretendere un’aderenza rigorosa ai fatti storici.
Sara Munari
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