Mostre di fotografia da non perdere ad agosto!

Se vi siete stancati di poltrire sotto l’ombrellone, qua trovate una serie di mostre da non perdere

Dai!

Anna

Diana Markosian. Replaced

Dalla serie Replaced, 2026 (©) Diana Markosian

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes, un progetto della giovane artista dedicato al sentimento della “sostituzione”.

La mostra è inserita nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival 2026, di cui Intesa Sanpaolo è Partner Istituzionale ed è stata committenza originale da Intesa Sanpaolo.

Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale. Il progetto Replaced prende avvio da alcune domande intime e universali: cosa accade quando una storia d’amore finisce? Cosa significa osservare sè stessi mentre si viene silenziosamente sostituiti, non solo nella vita di qualcuno, ma anche negli stessi luoghi che un tempo sembravano sacri? 


L’opera nasce dalla consapevolezza che l’amore può continuare anche in nostra assenza e che gesti, luoghi e ricordi un tempo ritenuti esclusivi possono essere condivisi con un’altra persona. Come una forma di dislocazione emotiva e psicologica, il dolore persistente esplorato in questo progetto non risiede soltanto nella fine della relazione, ma anche nella consapevolezza che l’intimità può essere rapidamente condivisa e che nuovi ricordi possono essere costruiti con qualcun altro.

L’artista ingaggia un attore per rivivere momenti del passato e ricostruire scene di tenerezza accanto a momenti di rottura. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria, dove il desiderio modifica, abbellisce e cancella. Rivivendo quei frammenti, Markosian prolunga e insieme interroga l’intimità che li attraversava, trattenendo la sensazione dell’innamoramento ancora per un istante.

Più che un racconto del passato, Replaced è un esercizio di presenza: un modo per guardare direttamente ciò che è stato finché il ricordo, da ferita aperta, si trasforma in parte della propria esperienza.

10 aprile – 06 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Bernd & Hilla Becher – History of a Method

Fondazione MAST ospita la mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, un’ampia retrospettiva dedicata alla coppia di artisti tedeschi,figure centrali nella storia della fotografia del Novecento. Attraverso l’elaborazione di un linguaggio visivo fondato su una rigorosa sistematicità metodologica, i Becher hanno esercitato un’influenza ancora oggi riconoscibile nella fotografia contemporanea. 

La mostra, a cura di Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel presenta per la prima volta in Europa la ricchezza e l’ampiezza tematica dell’opera dei due artisti. 
Nelle Galleries del MAST sono esposte oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, affiancate da un ampio corpus di materiali di approfondimento, tra cui disegni, libri e poster, che contribuiscono a restituire la complessità e la coerenza del loro metodo di lavoro.

Bernd & Hilla Becher. History of a Method offre al pubblico l’opportunità di ripercorrere l’evoluzione di una ricerca artistica che ha ridefinito i canoni della fotografia, influenzando generazioni di autori e contribuendo in modo determinante alla costruzione di un nuovo paradigma visivo. L’esposizione è ideata dalla Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in cooperazione con il Bernd & Hilla Becher Studio, ed è organizzata dalla Fondazione MAST con un nuovo progetto espositivo realizzato in collaborazione tra le due istituzioni.

La mostra History of a Method è articolata in 10 sezioni, che analizzano in modo approfondito i temi e i metodi alla base dell’opera dei Becher. 

In dialogo con la mostra, il Foyer del MAST ospita un’esposizione dedicata ai fotografi della Scuola di Fotografia di Düsseldorf, con opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz provenienti dalla Collezione MAST, che mette in luce l’eredità e l’attualità del metodo dei Becher attraverso le ricerche delle generazioni successive.

23 APRILE – 27 SETTEMBRE 2026 – MAST.Galleries – MAST.Foyer

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Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso

Letizia Battaglia – Domenica di Pasqua . Ribera, 1984 © Archivio Letizia Battaglia

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 Villa La Colombaia di Forio d’Ischia ospita la mostra Letizia Battaglia. Senza chiedere permesso, dedicata a una delle figure più importanti della fotografia italiana del Novecento.

Curata da Chiara Arturo e sostenuta dal Comune di Forio, programmata e finanziata dalla Regione Campania attraverso Scabec (Fondi Coesione Italia 21/27), l’esposizione presenta 35 fotografie realizzate tra gli anni Settanta e Novanta a Palermo e in Sicilia. Un percorso che restituisce la complessità dello sguardo di Letizia Battaglia, andando oltre le immagini più note legate alla mafia e alla cronaca per raccontare anche la vita quotidiana, le relazioni, l’infanzia, le feste popolari e gli spazi condivisi.

Le fotografie esposte attraversano le contraddizioni sociali e politiche della Sicilia, ma raccontano anche la forza della comunità, la vitalità dei luoghi e la dignità delle persone. Un lavoro che ha trasformato la fotografia in uno strumento di testimonianza civile e di partecipazione.

La mostra si apre simbolicamente con uno scatto realizzato nel 1976 a Palazzo Gangi Valguarnera di Palermo, scenario della celebre scena del ballo de Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un omaggio che crea un dialogo ideale tra l’opera della  fotografa palermitana e la storica residenza ischitana del regista, oggi restituita alla comunità come spazio culturale.

Nel percorso espositivo trovano spazio anche immagini dedicate a figure centrali della storia civile italiana come Pier Paolo PasoliniGiovanni FalconePeppino Impastato e Piersanti Mattarella, in una narrazione che intreccia memoria, impegno e responsabilità collettiva.

L’inaugurazione della mostra coincide con una nuova fase del percorso di valorizzazione e rifunzionalizzazione di Villa La Colombaia, sostenuto negli ultimi anni da Regione CampaniaMinistero della CulturaCittà Metropolitana di Napoli e Scabec. L’apertura degli spazi restaurati del primo piano e il recupero dell’anfiteatro rappresentano nuovi tasselli nel rilancio di uno dei luoghi culturali più significativi dell’isola d’Ischia.

Dal 19 giugno al 30 agosto 2026 –  Villa La Colombaia di Forio d’Ischia

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Nobuyoshi Araki. Secret Pages

Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8x61
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61

Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Arakiappartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.

È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.

L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.

In dialogo con il tema del festival, Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.

Nato a Tokyo nel 1940Nobuyoshi Araki ha costruito nel corso di oltre mezzo secolo un linguaggio unico, capace di fondere documentazione autobiografica, erotismo, osservazione urbana e sperimentazione visiva. La fotografia, per lui, non è mai stata soltanto uno strumento di rappresentazione, ma una forma di esistenza, un modo per abitare il tempo, trattenerlo prima che scompaia. La sua pratica travolgente e compulsiva di fotografare per non perdere il momento e fermare la vita che gravita intorno a lui, trasforma ogni scatto in una testimonianza dell’istante, in un gesto di resistenza contro l’oblio.

Pietro Molinas Balata«Con la sua genialità, Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, dalle quali fa emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche: visioni immaginali che nobilitano lo spirito.»

In questo percorso, la Polaroid occupa un posto privilegiato. Quando Araki ne scopre le possibilità espressive, l’istantanea diventa molto più di un supporto tecnico, trasformandosi in un’estensione della memoria e del corpo, in una forma immediata di scrittura visiva, il mezzo ideale per un artista che ha sempre cercato di catturare il flusso continuo della vita senza filtri.

Le 122 opere fotografiche esposte in Secret Pages restituiscono la complessità di uno sguardo che oscilla costantemente tra intimità domestica e provocazione, tra delicatezza e trasgressione. Fioricorpidettagli quotidianipresenze femminili e visioni sospese convivono in un universo poetico in cui il reale si carica di simboli e ogni immagine sembra custodire un racconto non del tutto svelato. Una narrazione fatta di allusioni, silenzi, rivelazioni improvvise.

La fotografia di Nobuyoshi Araki nasce, difatti, da una concezione profondamente diaristica dell’arte, dove ogni immagine è una traccia dell’esistenza. Dai momenti condivisi con la moglie Yōko ai celebri ritratti femminili, dalle composizioni floreali alle vedute urbane, Araki ha trasformato la propria vita in materia artistica, rendendo universale ciò che è personale e trasformando l’esperienza individuale in un racconto collettivo sulla caducità del tempo, sull’impermanenza della vita stessa, concetto che da sempre persiste nella società giapponese.

Uno degli aspetti più radicali e discussi della ricerca di Araki, che hanno contribuito a consacrarlo sulla scena internazionale, riguarda l’erotismo e la sessualità, declinati in immagini ispirate alla pratica del kinbaku, l’arte tradizionale giapponese della legatura (letteralmente “legatura stretta”, il kinbaku è forma d’arte e pratica erotica che trascende il semplice atto fisico, riconosciuta per la sua capacità di generare un’intimità unica e una profonda connessione). In questi lavori, donne avvolte e legate dalle corde vengono ritratte all’interno di ambienti fortemente connotati dalla cultura giapponese, tra stanze rivestite di tatami, interni essenziali e atmosfere sospese che evocano una dimensione quasi teatrale.

La forza di queste immagini, nella loro intensa drammaticità, sta nel contrasto tra la carica emotiva della scena e l’apparente impassibilità delle modelle, la cui presenza, enigmatica e monumentale, amplifica il senso di sospensione narrativa. Scene che sembrano riflettere lo sguardo stesso di Araki, che osserva con attenzione estrema, ma al tempo stesso con distanza contemplativa, quasi a registrare il fluire degli eventi senza intervenire.

«Quello che sembra sfoggio erotico è però riflessione sul tempo, sulla caducità e, ancor più, sull’inafferrabilità» – sottolinea la curatrice Sonia Borsato – «Le sue immagini sembrano affermare: tutto è effimero – la bellezza, l’amore sfumano nel tempo – eppure proprio per questo vale la pena guardare e ricordare. Con le sue fotografie Araki tenta di accettare l’impermanenza del desiderio e, allo stesso tempo, sondare il mistero del nostro esistere.»

Dietro la forza provocatoria che spesso ha alimentato il dibattito intorno alla sua opera, emerge una riflessione costante sulla vulnerabilità umana. Erotismo e mortedesiderio e assenzabellezza e dissoluzione convivono nelle sue immagini come aspetti inseparabili della stessa esperienza. Consapevolezza che rende il suo lavoro potente, capace di trovare poesia laddove tutto appare destinato a scomparire.

L’eredità e la grandezza di Araki risiedono proprio nella sua capacità di trasformare l’attimo in memoria e la fotografia in un territorio di confine, dove arte e vita si fondono continuamente. Attraverso l’uso delle Polaroid, del colore, delle manipolazioni manuali e delle sequenze narrative, il fotografo giapponese ha contribuito a ridefinire il modo stesso di guardare le immagini.

Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano

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Ed van der Elsken. Up Close

Ed van der Elsken, Woman on a Bicycle, 1983, Amsterdam. Gift from a private donor.

The exhibition Ed van der Elsken. Up Close takes you into his studio. Since 2019, the Rijksmuseum and the Nederlands Fotomuseum have looked after his personal archive together, and for the first time the material has been examined in full.

Alongside his best-known photographs, you’ll see his handwritten notes, contact sheets covered in red marks, darkroom experiments and newly discovered book dummies.

Across nine galleries you follow him from his first reportages in the early 1950s to the making of his last photo book in the late 1980s. You see him searching, refining, starting over. Travelling to Cuba and Japan with the same curious gaze as in Amsterdam. Mulling over books that sometimes came into being, and sometimes never did.

In film fragments you hear him speak in his own words. Free-spirited, headstrong, and at times unsure.

What remains is the picture of a maker who was never quite done. Someone who didn’t just record what was happening, but kept searching for a form that matched what he felt. He changed Dutch photography for good. Not through one perfect picture, but through a thousand attempts.

From 19 June till 13 September 2026 –  Rijksmuseum – Amsterdam

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Sara Munari – Arkone

Se la sopravvivenza diventasse un modello di business, quanto saresti disposto a pagare per la tua memoria?

Sono felice di annunciarti che Arkone, l’ultimo mio progetto , è stato selezionato per la nuova edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno esplora mondi straordinari nella splendida cornice di Monopoli, in Puglia.

Il Progetto: Un archivio distopico tra realtà e finzione

Una reliquia decifrata, una catastrofe annunciata, un futuro su cui negoziare.

In Arkone, la narrazione visiva si sviluppa attorno al mistero della Stele dell’Ararat: un’antica reliquia il cui messaggio decifrato rivela l’imminenza di una catastrofe geologica senza precedenti.

Da questa premessa prende vita la fittizia corporazione ArkOne Inc., un gigante industriale che trasforma l’istinto di sopravvivenza in un lussuoso e spietato modello economico. In questo scenario distopico:

La memoria individuale viene catalogata e monetizzata.

Il tempo residuo diventa la valuta più preziosa sul mercato.

L’identità stessa si trasforma in una merce di scambio negoziabile.

Attraverso un archivio fotografico e documentale denso e inquietante, Sara Munari ci costringe a specchiarci in un futuro che assomiglia terribilmente al nostro presente.

Dal 7 agosto al 1 novembre 2026 – Monopoli (Bari)

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Lisetta Carmi. Cinque strade

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966. © Martini Ronchetti, Cortesia Archivio Lisetta Carmi

Dal 29 aprile al 27 settembre 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, omaggia Lisetta Carmi, con la mostra Cinque strade, curata da Alessandra Mauro.

L’esposizione, e il catalogo che l’accompagna, riecheggia nel titolo quelle cinque diverse vite professionali vissute dall’autrice, ma ripercorre nello specifico, attraverso 23 opere, il periodo in cui Lisetta Carmi, abbandonata d’improvviso la musica, ha scelto la fotografia come mezzo espressivo. Si tratta di diciotto intensi anni di lavoro, in cui Carmi è riuscita a toccare argomenti scottanti sempre con uno sguardo nuovo e ad aprire cammini di comprensione, con un’originalità di approccio che colpisce e appassiona.

Personaggio unico nel panorama artistico italiano, Lisetta Carmi è stata una pianista di talento, una fotografa innovativa e partecipe, una donna votata alla spiritualità e, sempre, una persona pronta a vivere in modo profondo la realtà del suo tempo, coraggiosa al punto da compiere scelte radicali nel giro di poche ore e senza apparenti rimpianti.

dal 29 aprile al 27 settembre 2026 – Galleria Nazionale dell’Umbria – Perugia

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Mimmo Jodice. Mediterraneo

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 Palazzo Lanfranchi, uno dei Musei Nazionali di Matera, ospita la mostra Mimmo Jodice. Mediterraneo, grande progetto espositivo dedicato a uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea italiana ed europea.

La mostra, curata da Carlo Sala, arriva a Matera nell’ambito del programma Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026. Dopo la tappa materana, il progetto sarà infatti presentato anche al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, tra dicembre 2026 e febbraio 2027, rafforzando idealmente il dialogo tra le due sponde del Mediterraneo.

Si tratta della prima grande mostra monografica istituzionale dedicata a Mimmo Jodice dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2025. Un omaggio importante, ma anche una occasione per rileggere una delle ricerche più intense dell’artista: quella dedicata al Mediterraneo, alle sue rovine, ai suoi miti, alla sua memoria sospesa.

Dal 7 luglio all’8 novembre 2026 – Palazzo Lanfranchi – Matera

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Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno

Serafina at Table, Fiji, 2023, © Nick Brandt, dettaglio

Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.

Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta. 

Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.

Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.

Chapter Three – SINK / RISE (2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.

Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.

Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino

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Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce

Luigi Ghirri, dalla serie Blu Infinito, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin, Gradara / Rete Museale Marche Nord

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna del Settore Musei Civici del Comune di Bologna presenta all’interno della Project Room la mostra Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce, progetto vincitore del bando Strategia Fotografia 2025

L’esposizione, curata da Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, documenta il sodalizio intellettuale e creativo nato dalla collaborazione tra Luigi Ghirri (Scandiano, 5 gennaio 1943 – Roncocesi, 14 febbraio 1992), fotografo tra i protagonisti della scena contemporanea internazionale, e Gianni Celati (Sondrio, 10 gennaio 1937 – Brighton, 3 gennaio 2022), critico, traduttore, scrittore e cineasta.
Al centro del percorso espositivo un ampio corpus di fotografie realizzate da Luigi Ghirri tra il 1989 e il 1991, durante i sopralluoghi e la lavorazione di Strada Provinciale delle Anime, il primo lungometraggio diretto da Gianni Celati che rappresenta lo sviluppo cinematografico di quell’esplorazione del paesaggio padano cominciata con il successo letterario di Verso la foce (1989). In questo triennio di lavoro comune, la macchina fotografica di Ghirri accompagna e testimonia la ricerca del cineasta, fissando la genesi del film in immagini rivelatrici di una nuova e intensa attenzione alla figura umana.

Il progetto espositivo è accompagnato da una pubblicazione edita da Danilo Montanari Editore, che approfondisce la comunanza di visione e il complesso e proficuo rapporto tra il fotografo e lo scrittore cineasta attraverso un’introduzione di Lorenzo Balbi, i saggi critici di Marco SironiGabriele Gimmelli Corrado Confalonieri e un’intervista a Luca Buelli a cura di Giulia Pezzoli.

L’iniziativa ha come partner culturale la Fondazione Luigi Ghirri e per la sua realizzazione si ringrazia il MARV | Museo d’Arte Rubini Vesin / Rete Museale Marche Nord.

Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Dal 26 giugno al 4 ottobre 2026 –  MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

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PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte

Immagine dalla serie What to do with a million years ©Juno Calypso

Prenderà il via il prossimo 7 agosto a Monopoli, in provincia di Bari, l’XI edizione di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte. La rassegna in programma nella cittadina pugliese fino al 1° novembre ruoterà quest’anno attorno a un tema aperto, sintetizzato dall’interrogativo che dà il titolo alla manifestazione: What if?. Gli autori che prenderanno parte al festival sono così chiamati a indagare sulle infinite possibilità che riserva il futuro e su come queste siano determinate dalle visioni attuali.

Attraverso eventi e mostre diffuse nel centro storico di Monopoli, la rassegna delinea un percorso visivo tra memoria e ricerca, coinvolgendo importanti esponenti della fotografia internazionale dell’ultimo secolo e talenti emergenti della scena contemporanea; tra loro: Vivian Maier, Sara Munari e Joan Fontcuberta. Accanto al medium fotografico, il programma di PhEST 2026 accoglierà un’ampia gamma di linguaggi creativi, dal cinema alle arti visive, per riflettere su temi universali come il legame tra immagine e identità da una prospettiva multidisciplinare.

L’XI edizione di di PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte rende omaggio a due centenari particolarmente rilevanti: quello degli scatti realizzati da Horst von Harbou sul set del film capolavoro di Fritz LangMetropolis, e quello della nascita di Vivian Maier. La fotografa statunitense è protagonista di Shadows and Mirrors, mostra monografica che raccoglie una selezione di oltre 50 scatti che raccontano la ricerca di sé attraverso le ombre e i riflessi presenti nei suoi celebri autoritratti.

Sono invece le visioni artistiche sul mondo naturale il tema centrale della mostra su Joan Fontcuberta, fotografo spagnolo che nelle sue immagini mette in discussione il confine tra scienza e finzione partendo dallo studio dei coralli marini delle Galapagos e dei mari pugliesi. Seguendo il solco tracciato dal focus di questa edizione, PhEST non manca poi di indagare le possibili visioni del futuro immaginate nel recente passato, come testimoniato dalle fotografie scattate da Juno Calypso Las Vegas, all’interno di un bunker atomico degli anni Settanta.

Tra le iniziative che contraddistinguono il festival fin dal suo esordio, nel 2016, un’attenzione particolare la meritano le residenze d’artista, restituite quest’anno dai progetti di Sara Angelucci Giuseppe De Mattia. La prima ha immortalato la biodiversità della Riserva Naturale di Torre Guaceto con scansioni notturne ad alta definizione, mentre l’artista barese è autore di una serie di installazioni urbane partendo proprio dalle voci degli abitanti di Monopoli.

Spazio infine anche alle testimonianze fotografiche offerte dai tre vincitori della Pop-up Call, la cui ricerca spazia dall’impatto del cambiamento climatico sulle coste pugliesi, alle prospettive sui principali fronti di guerra dei nostri giorni, come la Palestina e l’Ucraina. Attraverso questi progetti, PhEST si conferma una realtà ormai consolidata nel panorama culturale italiano, nonché un osservatorio privilegiato sui linguaggi visivi di oggi e di domani.

7 AGOSTO – 1 NOVEMBRE 2026 – MONOPOLI (BA) – Sedi varie

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Gibellina Photoroad 2026

©Erik Kessels

Nel suo decimo anniversario, Gibellina Photoroad torna dal 4 luglio al 6 settembre 2026 con un’edizione speciale inserita nel programma di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Per due mesi il festival curato da Arianna Catania e organizzato e prodotto dall’Associazione On Image, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, accogliendo mostre, installazioni e interventi site-specific che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano.

Fulcro dell’edizione è Ruins of Renewal, nuovo progetto site-specific dell’artista olandese Erik Kessels (Roermond, Paesi Bassi, 1966), tra le figure più influenti della fotografia contemporanea internazionale. Accanto a lui, il festival presenta nuove opere e installazioni di Alice GrassiTeresa GiannicoJacopo Di Cera e Stefano Cerio, insieme a un programma diffuso che coinvolge luoghi simbolici della città e numerosi spazi della vita quotidiana.

Nato nel 2016 da un’idea della curatrice Arianna Catania, che ne firma la direzione artistica sin dalla fondazione, Gibellina Photoroad è l’unico festival italiano interamente dedicato alla fotografia contemporanea open air e site-specific. Nel corso degli anni ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine, nel quale le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca, partecipazione e sperimentazione.

A Gibellina la fotografia incontra una storia unica: quella della ricostruzione seguita al terremoto del Belice del 1968 e del progetto culturale promosso da Ludovico Corrao, che chiamò artisti, architetti e intellettuali a contribuire alla rinascita della città. In questo contesto il festival si inserisce come un dispositivo di lettura del presente, capace di intrecciare storie individuali e memoria collettiva, patrimonio materiale e immaginario contemporaneo.

Nelle precedenti edizioni, patrocinate dal Comune di Gibellina e della Fondazione Orestiadi, Gibellina Photoroad ha realizzato oltre 150 mostre e installazioni site-specific, coinvolgendo artisti internazionali e sviluppando collaborazioni con istituzioni nazionali ed estere quali MAXXI, Triennale Milano, Images Vevey, FORMAT Festival, Belfast Photo Festival, Parlamento Europeo, Rai, ambasciate e fondazioni culturali.

04/07/2026 – 06/09/2026 – Gibellina, percorso espositivo a cielo aperto

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Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago

Ottonella Mocellin, The long and winding road, 1998 © l’artista

Uno sguardo intenso riflesso nello specchietto retrovisore di un’automobile diretta verso la cittadina californiana di Independence introduce il visitatore a “Visioni necessarie. Fotografe italiane nelle collezioni di Fondazione Ago”, la nuova mostra in programma dal 22 maggio al 23 agosto 2026 alla Palazzina dei Giardini ducali.

L’esposizione, promossa da Fondazione Ago e curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi, raccoglie oltre sessanta fotografie realizzate da 32 autrici italiane, tra nuove acquisizioni e opere riscoperte provenienti dalle collezioni della Fondazione.

Il percorso propone uno sguardo ampio e articolato sulla fotografia contemporanea italiana al femminile, attraversando linguaggi, poetiche e temi differenti: dalla denuncia sociale alla fotografia di ritratto, dalla trasformazione del paesaggio urbano alle pratiche performative, fino alla ricerca più intima e concettuale.

Le immagini in mostra raccontano storie personali e collettive, tensioni sociali, identità e mutamenti culturali, offrendo una lettura originale dell’Italia e dei suoi cambiamenti attraverso l’obiettivo di alcune delle più significative fotografe italiane del Novecento e della contemporaneità.

Tra le autrici presenti figurano Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Paola Agosti, Gina Lollobrigida, Paola De Pietri, Luisa Lambri, Antonella Monzoni, Agnese Purgatorio e Alessandra Spranzi, insieme a numerose altre protagoniste della scena fotografica italiana.

Completano il percorso espositivo le opere di Marina Ballo Charmet, Rosangela Betti, Bruna Biamino, Domenica Bucalo, Gea Casolaro, Daniela Comani, Paola Di Bello, Giorgia Fiorio, Cristina Ghergo, Silvia Lelli, Elisa Leonelli, Brunella Longo, Rosetta Messori, Ottonella Mocellin, Luciana Mulas, Melina Mulas, Gabriella Nessi Parlato, Cristina Omenetto, Giovanna Piemonti, Donata Pizzi, Marialba Russo, Gloria Salvatori, Valeria Sangiorgi, Alberta Tiburzi, Giuliana Traverso e Cristina Zamagni.

dal 22-05-2026 al 23-08-2026 – Palazzina dei Giardini – Modena

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Piergiorgio Branzi. Verso sud

Doppio appuntamento per le opere di Piergiorgio Branzi nel quartiere roveresco di Senigallia.

Il progetto parte dalla collaborazione tra due Istituti del Ministero della Cultura (L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – ICCD e Palazzo Ducale di Urbino-Direzione regionale Musei nazionali Marche) grazie alla quale verrà esposta presso la Rocca Roveresca la mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani.

La felice proposta è stata accolta anche dal Comune di Senigallia che per l’occasione ha deciso di esporre nello stesso periodo le fotografie dell’artista in suo possesso attivando la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigallia, presso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti.

Le due mostre daranno la possibilità di approfondire il mondo dell’artista, figura rilevante della fotografia italiana del secondo Dopoguerra, artefice di quel “realismo formalista” che, attraverso intensi bianchi e neri, seppe coniugare la fotografia umanista di impronta francese con l’equilibrio compositivo di matrice toscana.

Dalla terra natia, la Toscana, al Mediterraneo, fino a Mosca e Parigi, dove ha vissuto per molti anni in qualità di inviato RAI, Branzi ha esplorato luoghi diversi, talvolta lontani sia da un punto di vista geografico che culturale, con uno stile assai personale. Partecipe dell’umanità che lo circonda, lontano dal cronachismo come pure dai toni sofferti del Neorealismo, ma capace di coniugare, con grazia e ironia, attenzione formale e partecipazione emotiva.

Il viaggio nel mondo di Branzi inizierà il 2 luglio 2026 con l’inaugurazione alle 18.30 alla Rocca Roveresca di Senigallia della mostra Piergiorgio Branzi. Verso sud a cura di Francesca Fabiani e continuerà alle 19.30 con la mostra Piergiorgio Branzi – nella collezione del museo d’arte Moderna dell’informazione e della Fotografia di Senigalliapresso lo spazio Visionaria – Sale Carlo Emanuele Bugatti, testo a cura di Giulia De Gregori e Mario Alberto Ratis.

Dal 3 luglio al 7 ottobre – Rocca Roveresca – Senigallia

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Ray Giubilo. Flying Racquets. Il tennis in un millesimo di secondo

Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025
© Ray Giubilo | Ray Giubilo, Jasmine Paolini, US Open 2025

If you can meet with Triumph and Disaster and treat those two impostors just the same… Le celebri parole di Rudyard Kipling, che accolgono i giocatori all’ingresso del Campo Centrale di Wimbledon, rappresentano il filo conduttore di FLYING RACQUETS, la mostra fotografica di Ray Giubilo dedicata al mondo del tennis professionistico contemporaneo, che si inaugura a Triestevenerdì 17 luglio, alla Sala Leonor Fini del Magazzino 26, in Porto Vecchio, realizzata dall’Associazione culturale Triestebookfest, in coorganizzazione con il Comune di Trieste – Assessorato alle Politiche della Cultura e del Turismo, il contributo della Fondazione CRTrieste e la collaborazione di Aps comunicazione, curatore Aldo Poduie.
Con il patrocinio della Federazione Italiana Tennis e PadelFederalberghi Trieste e Tennis Club Triestino; main partner AMICA, partner Imobilia, Lacoste e Trieste Trasporti, media partner Il Tennis ItalianoRai FVG e Telpress; partner tecnici Dunlop, Matras, Newlab, Valmora Damilano.

“Il titolo dell’esposizione” – sottolinea il fotografo triestino di fama internazionale Ray Giubilo, la cui fotografia “It’s not Halloween” ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award  come migliore fotografia sportiva del 2025 – “nasce da un’immagine tanto familiare quanto simbolica per chiunque abbia vissuto il tennis da vicino: le racchette che, nei momenti di rabbia, gioia o frustrazione, prendono il volo sui campi di tutto il mondo. Un gesto che racconta meglio di qualsiasi altra cosa la natura di uno sport sospeso costantemente tra trionfo e sconfitta, tra esaltazione e delusione”.

La mostra presenta una selezione di oltre 60 immagini di grande formato (accompagnate da centinaia di scatti digitali), realizzate nel corso di quasi quarant’anni di attività fotografica di Ray Giubilo nei più importanti eventi internazionali del tennis. Un patrimonio di esperienze e di sguardi raccolti sui campi dei tornei più prestigiosi del mondo e restituiti al pubblico attraverso un percorso visivo libero da rigide scansioni cronologiche.

“Protagonisti delle fotografie sono certamente questi grandi campioni (Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Alzarz, Paolini, Sinner solo per citarne alcuni) e i loro gesti atletici” – afferma Ray Giubilo – “ma anche tutto ciò che rende unico questo sport: le atmosfere dei tornei, la tensione dei momenti decisivi, i dettagli spesso invisibili a occhio nudo e quell’universo di luci, ombre e colori che soltanto la fotografia riesce a fissare nel tempo”.

Il colore rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esposizione. Le immagini raccontano infatti il passaggio dal tennis delle racchette di legno e delle tradizionali divise bianche al cosiddetto “tennis moderno”: uno sport sempre più veloce, potente e spettacolare, caratterizzato da una continua evoluzione tecnologica e da una straordinaria ricchezza cromatica.

Questa stessa cromia che ritroviamo anche nella serie pittorica “Terra Rossa” dell’artista Federica Ramani, che partecipa alla mostra interpretando gli scatti più iconici e recenti di Ray Giubilo attraverso una tecnica dal forte impatto sensoriale: la fusione tra la cera dell’encausto e la reale terra rossa prelevata dai campi. “Questa combinazione” – spiega Federica Ramani – “conferisce una tridimensionalità alla tela ed evoca un’esperienza sensoriale. La terra rossa diventa il medium artistico con cui do corpo e sostanza al movimento cristallizzato dall’obiettivo di Giubilo”

La mostra invita quindi il pubblico a scoprire il tennis da una prospettiva inedita: quella delle emozioni, dei dettagli e delle storie che si nascondono dietro ogni punto giocato e ogni istante catturato dall’obiettivo. Storie che saranno al centro anche di alcuni eventi organizzati da Triestebookfest alla Sala Luttazzi: primo appuntamento proprio il giorno dell’inaugurazione della mostra, per la presentazione del volume fotografico “Flying Racquets” (Allemandi Editore), in programma venerdì 17 luglio, alle 17.30, con Ray Giubilo in dialogo con l’inviato Rai Sebastiano Franco. Seguirà la visita alla mostra (ingresso libero a entrambi gli eventi).

Con oltre 130 tornei del Grand Slam documentati, 3 Olimpiadi coperte, 5 libri pubblicati e collaborazioni con le principali testate mondiali e famosi brand sportivi, il fotografo triestino Ray Giubilo ha costruito un archivio unico che racconta quasi quarant’anni di evoluzione del tennis contemporaneo.
La sua cifra distintiva non è l’elenco dei nomi immortalati, quanto la capacità di dare forma all’emozione. Le sue foto vanno oltre il gesto atletico: rivelano intensità, tensione, fragilità e gioia. Ray Giubilo non è solo un fotografo. È un narratore di storie attraverso immagini.
La sua  “It’s not Halloween” – che ha vinto il 2025 ITF Tennis Photo Award come migliore fotografia di tennis dell’anno e anche il prestigioso AIPS Award come migliore fotografia sportiva – scattata durante il match tra la campionessa italiana Jasmine Paolini e Destanee Aiava, nel primo turno degli Us Open 2025 – è destinata a rimanere non soltanto nella memoria degli appassionati di tennis, ma come esempio di come un attimo, se colto con pazienza e visione, possa trasformarsi in icona globale di comunicazione.

Artista eclettica e versatile, Federica Ramani inizia da giovane il suo percorso professionale e, dopo aver conferito il diploma di Maestra d’Arte e di Maturità d’Arte Applicata, si dedica alla sperimentazione di varie tecniche di pittura. Otre a essere grafica, interior designer e restauratrice di affreschi è anche un’appassionata di fotografia e tennis.

Dal 17 Luglio 2026 al 20 Settembre 2026 – Magazzino 26 – Porto Vecchio – Trieste

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo

© Aurelio Amendola | Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009. Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm.

Aurelio Amendola torna a Palazzo Reale di Milano a trent’anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 le sale del palazzo ospiteranno Aurelio Amendola. Capolavori fotografatiBurri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo, esposizione promossa da Comune di Milano  Cultura, prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Culturale BUILDING. Attraverso 85 fotografiedi grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, la mostra celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea, che si distingue per la capacità di attraversare la storia dell’arte e trasformare la luce in racconto, con uno sguardo sensibile e intenso.

Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte. Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti. A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo.
Configurandosi come un viaggio che mette in relazione pratiche artistiche e periodi storici diversi, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati costruisce una narrazione visiva potente e stratificata che rilegge la storia dell’arte da una prospettiva intima e personale, interrogando la materia, il gesto e la memoria.

Il percorso espositivo si apre con un primo nucleo di 41 fotografie – qui riunite anche grazie ai prestiti di prestigiose collezioni italiane e internazionali, come la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e Nitsch Foundation di Vienna – dedicate a tre grandi protagonisti del secondo Novecento, la cui pratica artistica è profondamente legata all’azione: Hermann Nitsch, Alberto Burri ed Emilio Vedova. Nei loro lavori il gesto si fa segno, materia, energia e poi opera: traccia visibile dell’atto creativo. Amendola li ritrae nei rispettivi atelier, cogliendone la dimensione più intima e, al tempo stesso, dinamica, restituendo nelle immagini la forza e l’intensità della loro arte.
Tra le opere presentate, una selezione di scatti illustra le “azioni rosso sangue” realizzate da Hermann Nitsch nel castello di Prinzendorf nel 2012, condensando l’essenza della sua pratica in una narrazione più raccolta e inedita rispetto alla dimensione performativa e corale che caratterizza le sue azioni.
Di particolare rilievo sono le celebri Combustioni di Alberto Burri: nel 1976, a Città di Castello, Amendola realizza una sequenza fotografica in cui l’artista è colto nell’atto di bruciare una superficie plastica, alterandone la materia. In queste immagini emerge con chiarezza un processo creativo, in cui il gesto — insieme meccanico e spontaneo — dà forma ad alcuni dei suoi esiti più iconici.
Nelle fotografie del 1987 dedicate a Emilio Vedova, emerge invece il vortice generativo della sua arte. L’energia che attraversa le opere — in particolare i grandi tondi — si manifesta come estensione diretta di una gestualità tesa, nervosa, ma al contempo controllata: Vedova è colto mentre si muove nello spazio dell’atelier come in un campo d’azione, e il suo corpo diviene matrice del segno pittorico.

La mostra prosegue con unasala interamente dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano (2009), esposteper la prima volta al pubblico. Attraverso dettagli, prospettive e giochi di luce, la cattedrale viene riletta nella sua complessità formale e forza espressiva. Nel contesto di Palazzo Reale e della sua prossimità fisica con il Duomo, la presenza di questi scatti assume un valore particolarmente evocativo, rafforzando il dialogo tra immagine e luogo, rappresentazione e presenza.

Il percorso espositivo include inoltre con 35 scatti che ritraggono alcuni dei più celebri capolavori scultorei di grandi Maestri italiani del passato: Gian Lorenzo BerniniAntonio Canova e Michelangelo Buonarroti.
Attraverso eleganti giochi di luce che esaltano la superficie marmorea, le fotografie in bianco e nero di Amendola mettono in evidenza prospettive e dettagli, offrendo scorci inediti dei diversi gruppi scultorei: dalla drammaticità del Ratto di Proserpina (1621–1622) di Bernini, alla delicatezza del tempo sospeso nell’abbraccio tra Amore e Psiche (1787–1793) di Canova, fino allo sguardo profondo della statua di Giuliano de’ Medici, realizzata da Michelangelo per le Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova a Firenze (1521–1534). Il marmo conserva la traccia dell’intervento dello scultore, disvelandosi come materia viva e vibrante. La superficie, animata dai giochi di luce e chiaroscuro, viene ulteriormente riletta dallo sguardo del fotografo, che ne fa emergere una nuova intensità.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito daSkira, in edizione bilingue (italiano e inglese), che presenta il lavoro di Aurelio Amendola attraverso la selezione delle opere esposte in questa occasione a Palazzo Reale.

Dal 16 Giugno 2026 al 6 Settembre 2026 – Palazzo Reale – Milano

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Antonio Biasiucci. Archetipi

Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021
Antonio Biasiucci, Corpo Ligneo, 2021

Il 30 maggio 2026 alla Reggia di Caserta inaugura la mostra “Archetipi” di Antonio Biasiucci, a cura di Tiziana Maffei con l’organizzazione di Valeria Di Fratta e Paola Servillo. L’esposizione è stata realizzata e prodotta dal Museo Reggia di Caserta in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e Opera Laboratori. Circa 300 fotografie e installazioni offrono una riflessione sui legami tra uomo, natura e memoria, trasformando elementi della realtà in archetipi universali. Il racconto visivo è indagato dallo sguardo poetico dell’artista, uno dei più originali interpreti dello scenario contemporaneo italiano.
L’esposizione si inserisce nel percorso che la Reggia di Caserta, Istituto autonomo del Ministero della Cultura, dedica al linguaggio della fotografia come strumento di conoscenza e di formazione dello sguardo. Con “Visioni”, affidato a Luciano Romano e Luciano D’Inverno, il Museo ha invitato a superare la realtà immediata per immaginarne nuovi scenari e ulteriori possibilità di lettura. Con “Prospettive”, di Massimo Listri, lo sguardo è stato guidato a riconoscere, attraverso allineamenti, geometrie e inquadrature, l’armonia e l’ordine dello spazio. Oggi con “Archetipi” di Antonio Biasiucci si vuole condurre l’occhio del pubblico nella profondità della materia e della memoria, trasformando l’esperienza individuale in valore umano universale e condiviso.
La collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo conferma l’attenzione della Reggia di Caserta per le sinergie con istituzioni italiane e straniere. I progetti del Museo, come avvenuto per la mostra “Regine. Trame di cultura e diplomazia tra Napoli e l’Europa”, valicano le mura del Palazzo reale per realizzare importanti partnership con consolidate realtà del panorama culturale nazionale ed europeo. Il sito UNESCO è oggi, più che mai, una fucina internazionale.
L’esposizione “Archetipi” restituisce alla fotografia la sua funzione più intima: essere mezzo di significazione. Biasiucci, nelle sale della Gran Galleria, ricostruisce con le sue opere un percorso, durato anni, di emersione e rivelazione. Gli antichi corpi delle vacche, il pane, il latte, i vulcani, i riti, la fede – tutti elementi fortemente radicati nel territorio campano – diventano frammenti di un racconto leggibile in ogni luogo e tempo.
L’artista insegue l’ideale di ricomporre un alfabeto dell’umanità partendo da alcuni suoi elementi, inizialmente fortemente connotati dal loro contesto di riferimento, che vengono trasformati in fondamenti transculturali, atemporali e atopici: così il pane diventa meteorite, la mozzarella cosmo, il vulcano creazione, l’uccisione di un animale mitologia. Egli attua un processo di scarnificazione, tramite una riduzione all’essenziale del soggetto, permettendo alla sua sostanza intrinseca di affiorare e di comunicare in modo trasversale.
Il percorso espositivo ha inizio nella Cappella palatina del Palazzo reale. La grande navata a pianta rettangolare, i marmi policromi del pavimento, il soffitto rivestito d’oro e le fastose decorazioni disegnate da Vanvitelli accolgono le immagini di 27 ex voto. Gli oggetti offerti in dono dai fedeli sono presenze enigmatiche e misteriose, protagonisti di una sorta di teatro dell’assurdo. Ventiquattro le tematiche lungo le quali si sviluppa la mostra, attraverso immagini singole, polittici e installazioni tra le quali “Corpo latteo”, spazio immersivo e multidimensionale che offre un cammino nel cosmo che ruota incessante, senza un punto di inizio e di fine. L’esposizione si arricchisce di dispositivi site-specific, come “Molti” che trae origine dalle immagini, realizzate nel Museo di Antropologia di Napoli, dei calchi facciali ripresi dall’antropologo Lidio Cipriani negli anni Trenta in alcuni paesi del Nordafrica. Il senso dei due monoliti nella Gran Galleria viene rivelato dai numeri disegnati da Mimmo Paladino che accompagnano le foto di Biasiucci: i migranti scomparsi in mare perdono la loro identità per diventare aride cifre.
La mostra offre, poi, un viaggio viscerale nel cuore della Real Sito di San Leucio nella ricorrenza dei 250 anni dalla fondazione della Colonia. I telai, gli ingranaggi metallici e i rocchetti del torcitoio abbandonano la loro natura meccanica per diventare protagonisti di una narrazione sospesa. Il lavoro di Biasiucci si concentra sulla materia, facendo riaffiorare i volti delle donne e gli strumenti del lavoro serico come tracce di un’identità mai perduta.
“Archetipi” è anche il titolo del volume dedicato ad Antonio Biasiucci edito da Allemandi. Sponsor Fondazione Orizzonti e Totem Digitali srl. Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si sviluppa come un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Nel 2012 fonda il Lab per un laboratorio irregolare, un percorso per giovani fotografi, a cui trasmettere un metodo di costante approfondimento e critica del proprio lavoro. Attualmente insegna “Fotografia come linguaggio artistico” all’Accademia di Belle Arti di Foggia e all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 a Londra il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento, nel 2021 riceve il “Premio Amato Lamberti” e il “Premio Gli Asini di Goffredo Fofi”. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico), Mart, Rovereto; Pio Monte Della Misericordia, Napoli; Fondazione Modena per la fotografia, Modena; Farnesina, Ministero degli esteri, Roma; Palazzo Reale, Caserta; Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD); Muciv, Roma; Gallerie d’Italia, Torino.

Dal 30 Maggio 2026 al 30 Novembre 2026 – Reggia di Caserta

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QUEEN The Last Tour. Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986

Torleif Svensson, Was It All Worth It
© Torleif Svensson | Torleif Svensson, Was It All Worth It

Per la prima volta in Italia, Bologna e il Museo della Musica ospitano QUEEN The Last Tour, mostra fotografica di Torleif Svensson dedicata al Magic Tour del 1986, l’ultima tournée dei Queen con la storica formazione al completo composta da Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, di cui quest’anno si celebrano i 40 anni. 
Il progetto espositivo affianca alle immagini una selezione di oggetti originali appartenuti a Freddie Mercury e ai Queen, tra cui alcuni materiali mai presentati prima al pubblico, offrendo un racconto ravvicinato dell’ultima grande stagione live della band.

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici del Comune di Bologna prosegue l’esplorazione del filone delle esposizioni fotografiche basato sull’affascinante incontro tra immagine e musica, accogliendo dal 10 luglio all’11 ottobre 2026 la mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986, a cura di Pascal Casadei van Raamsdonk, realizzata in collaborazione con A Piece of His Own e con la media partnership di Radio Bruno.

L’esposizione riunisce trentasette stampe fotografiche di medio e grande formato che immortalano le esibizioni del tour, partito l’anno successivo al trionfale concerto del 13 luglio 1985 al Wembley Stadium di Londra per il Live Aid.
Il tour di 26 date culminò nello storico concerto finale del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, nei pressi di Stevenage, davanti a circa 120.000 spettatori: i Queen arrivarono a bordo di un elicottero decorato con la grafica dell’album A Kind of Magic.
Grazie all’accesso diretto al palco e al dietro le quinte, Torleif Svensson riuscì a catturare momenti di straordinaria intensità: immagini che mostrano Mercury nel pieno della sua energia artistica, carismatico, teatrale e profondamente umano. Attraverso il suo obiettivo emergono la potenza scenica delle performance, l’energia del pubblico e l’intensità emotiva dei concerti. 
Non semplici fotografie di scena, ma veri frammenti di storia della musica, capaci di restituire l’atmosfera di un’epoca e l’impatto culturale di una delle rock band più iconiche di sempre.

Dal Magic Tour del 1986, le fotografie sono rimaste gelosamente custodite per decenni nell’archivio personale di Svensson e mai esposte al pubblico fino al periodo tra il 2019 e il 2021, quando finalmente sono state svelate in concomitanza con l’uscita del suo libro Queen – The Last Tour e con la realizzazione della prima mostra in Svezia.
Queste circostanze conferiscono all’esposizione bolognese il valore di una vera e propria “capsula del tempo”, capace di riportare il visitatore nell’atmosfera degli anni Ottanta e di far rivivere l’emozione dell’ultimo grande tour dei Queen. QUEEN The Last Tour è quindi una celebrazione della leggenda dei Queen e alla loro eredità musicale, ma anche il racconto visivo di un addio irripetibile, capace di coinvolgere appassionati di musica, fotografia e cultura rock.

Ma l’omaggio ai 40 anni del Magic Tour non è l’unico anniversario relativo ai Queen: il 5 settembre 2026 Freddie Mercury avrebbe celebrato i suoi 80 anni. Un’occasione ulteriore quindi per dare una nuova lettura al suo incredibile e indimenticabile personaggio. 

QUEEN The Last Tour prosegue all’interno della collezione permanente del museo con un’indagine sull’iconografia musicale che, a partire dalle collezioni storiche, mette in dialogo epoche e linguaggi diversi, esplorando la rappresentazione del musicista e della sua arte come espressione dei valori e della sensibilità del proprio tempo. 
Come accade per molte grandi figure della storia della musica, infatti, la memoria dei Queen continua a vivere a distanza di decenni attraverso immagini, racconti, oggetti che ne alimentano la presenza nell’immaginario collettivo. E il percorso al piano nobile invita il visitatore a riflettere proprio su questo processo, interrogandosi sul modo in cui la società costruisce, conserva e trasmette il ricordo dei propri protagonisti.

Le sale espositive accolgono una selezione di 5 fotografie e diversi memorabilia: strumenti, vestiti e accessori appartenuti ai membri della band che vengono messi in relazione con analoghe testimonianze conservate nelle collezioni storiche del Museo della Musica, per riflettere sulle ragioni profonde che rendono questi oggetti così importanti per il pubblico.
La storia della musica è infatti costellata di vere e proprie “reliquie laiche”, che acquisiscono valore non tanto per le loro caratteristiche materiali quanto per il legame con la figura ammirata. In questo senso, il collezionismo contemporaneo legato ai Queen appare come l’erede diretto di una lunga tradizione che attraversa l’intera storia della musica europea.

Le immagini di Torleif Svensson raccontano l’ultimo grande viaggio dei Queen; i memorabilia ne aprono alcune stanze laterali, più intime e vicine, collegando il palco allo studio, il concerto alla quotidianità, l’icona alla persona.
Per citare alcuni esempi: la passione di Mercury per l’arte e l’antiquariato, testimoniata dai libri e dai cataloghi d’asta attraverso cui continuò fino agli ultimi giorni a scegliere, desiderare e acquistare oggetti per sé e per le persone più care, si mette in dialogo con la raccolta di padre Martini, costruita nel tempo attraverso volumi, manoscritti, lettere, libretti musicali e ritratti di musicisti; la sua figura iconica, adorata dai fan durante il Magic Tour, richiama le folle urlanti ai concerti in giro per l’Europa di Farinelli; il disco d’oro Elektra Records per il milione di copie vendute del singolo We Are The Champions, conferito a Brian May, fa il pari con l’Ordine dello Speron d’oro concesso a Mozart nel 1770 da Papa Clemente XIV; gli strumenti musicali antichi esposti nelle vetrine accoglieranno il piatto della batteria e le bacchette appartenuti a Roger Taylor, la replica ufficiale della chitarra Red Special prodotta dal brand Brian May Guitars e autografata da Brian May, insieme a una sixpence effettivamente usata dal musicista come plettro durante i live. 

Alcuni oggetti permettono anche di collegare l’ultimo tour a un momento immediatamente precedente e fondamentale nella storia dei Queen: il Live Aid. Dopo il 13 luglio 1985, quando la band tornò improvvisamente al centro della scena mondiale grazie alla leggendaria esibizione a Wembley, i Queen si ritrovarono al Musicland Studios di Monaco di Baviera (fondato da Giorgio Moroder nei primi anni Settanta) con una nuova energia creativa. 
Da quelle sessioni nacque One Vision, brano firmato collettivamente dai quattro membri della band e destinato, pochi mesi dopo, ad aprire ogni concerto del Magic Tour

In questo contesto assume un valore particolare la canotta arancione Rapax C.B. n. 4, indossata da Freddie Mercury durante le sessioni di registrazione, proveniente dall’asta ufficiale dei suoi cimeli personali, messa in vendita da Mary Austin erede della collezione privata dell’artista.
Oltre alla Rapax è esposta anche la maglietta Machline, ripresa per alcuni istanti nel backstage dello stesso universo visivo: una presenza più discreta, ma capace di restituire il clima informale e operativo che circondava quelle sessioni. 
La t-shirt Champion invece ricorda l’arrivo di Freddie Mercury in Giappone durante la fase conclusiva del Works Tour del 1985 e aggiunge un ulteriore livello umano: non un capo di scena, ma una traccia di viaggio, legata agli spostamenti internazionali della band e al rapporto speciale costruito dai Queen con il pubblico giapponese.

Un contributo fondamentale all’esposizione giunge dal cantautore bolognese Cesare Cremonini, celebre appassionato e collezionista dei Queen. Grazie alla sua generosità verso la città e verso il Museo della Musica, il pubblico potrà ammirare due pezzi iconici appartenenti alla sua collezione personale: la camicia indossata da Freddie Mercury nel leggendario arrivo in elicottero a Knebworth Park il 9 agosto 1986 e la famosa canotta gialla “Champion” sfoggiata sul palco del concerto.

Per raccontare i tanti aneddoti nascosti dietro ogni oggetto e ogni fotografia è prevista una serie di visite guidate con il curatore Pascal Casadei van Raamsdonk e con Bernardo Lo Sterzo, divulgatore musicale e collaboratore del Museo della Musica.

In ultimo, l’organizzazione della mostra incrocia un terzo anniversario significativo per Bologna e per il museo: nel 2026 la città festeggia infatti il ventennale del suo prestigioso riconoscimento come Città Creativa della Musica UNESCO, ottenuto originariamente nel 2006, che si fonda sulle eccellenze del passato e sulla ricchezza delle proposte del presente.

La mostra fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso da Comune di Bologna e Città metropolitana di Bologna – Territorio Turistico Bologna-Modena.

L’immagine coordinata della mostra QUEEN The Last Tour Le foto di Torleif Svensson dal Magic Tour del 1986 al Museo della Musica di Bologna è stata finanziata dall’Unione europea nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 – Priorità 7 – Progetto BO7.5.1.1.b I musei come leva di sviluppo turistico e promozione dei talenti.

Dal 10 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026 – Museo internazionale e biblioteca della musica – Bologna

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Il Panda siamo noi

Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta
© Alessandro Dobici, Alberto Cambone, Roberto Isotti | Il Panda siamo noi, Reggia di Caserta

In occasione del 60esimo anniversario del WWF Italia, la mostra fotografica “Il Panda siamo noi” arriva per la prima volta in Campania in un luogo d’eccezione: la Reggia di Caserta. Sarà visitabile dal 17 luglio al 31 agosto al Giardino Inglese. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo del Ministero della Cultura e Opera Laboratori.
Un progetto visivo potente e originale, nato da un’idea dei fotografi Alessandro Dobici, Alberto Cambone e Roberto Isotti, che coinvolge 12 volti noti del cinema italiano in una sfida di mimesi artistica: interpretare lo sguardo di una specie animale a rischio estinzione.
Dal lupo alla leonessa, dal bonobo alla mantide religiosa, fino all’orso bruno e all’orso polare: negli scatti, gli artisti si fondono simbolicamente con gli animali, dando vita a un racconto visivo che sottolinea una verità sempre più urgente: fra le specie a rischio oggi ci siamo anche noi esseri umani.
La mostra è parte della campagna del WWF Italia #IlPandaSiamoNoi, che inverte la prospettiva da cui siamo abituati a guardare le cose per renderci sempre più consapevoli del valore e dell’impatto che le nostre azioni quotidiane hanno sul Pianeta e sul nostro stesso futuro. Dopo anni di lavoro e di impegno da parte dell’organizzazione, il Panda non è più una specie a immediato rischio di estinzione ma ancora vulnerabile. La biodiversità è invece tuttora in pericolo e con essa anche il benessere e la sopravvivenza dell’umanità sono a rischio. Ogni giorno animali selvatici scompaiono e i loro habitat si impoveriscono. Oggi il panda, la specie a rischio, siamo noi: condividiamo con la Natura le stesse sembianze, la stessa casa, lo stesso destino.
Gli sguardi di Alan Cappelli Goetz, Maria Grazia Cucinotta, Sabrina Ferilli, Stefano Fresi, Caterina Guzzanti, Vinicio Marchioni, Caterina Murino, Giorgio Panariello, Lillo Petrolo, Virginia Raffaele, Maya Sansa e Luca Ward e quelli degli animali, si intrecciano così con quelli degli spettatori per mandare un messaggio importante: proteggere la Natura e le specie a rischio è un’azione vitale per la sopravvivenza dell’umanità stessa. Gli animali sono veri e propri alleati per garantire i servizi ecosistemici. La perdita di una specie, infatti, provoca un effetto “domino”, che favorisce l’estinzione di altre o il degrado degli ecosistemi che da questa dipendono con danni che si ripercuotono fino noi umani. A causa delle nostre azioni oggi si stima un tasso di estinzione mille volte superiore a quello naturale. Ma il potere di riscrivere il futuro è nelle nostre mani. Nelle nostre scelte. Il percorso espositivo
La mostra presenta due sezioni. La sezione centrale, intitolata “Il Panda siamo Noi” ha come protagonisti i 12 dittici composti dal ritratto di un artista, realizzato da Alessandro Dobici, accostato al ritratto di un animale, appartenente ad una specie a rischio, realizzato da Alberto Cambone e da Roberto Isotti. I dittici mostrano la profonda connessione tra specie umana e specie animali.
La seconda sezione della mostra, intitolata Vanishing Beauty dal progetto di Homo ambiens, è dedicata alla biodiversità a rischio estinzione e ospita 32 ritratti di animali realizzati da Alberto Cambone e Roberto Isotti. Queste due sezioni condividono la scelta del formato e del bianco e nero, per mettere in evidenza la simmetria tra il destino umano e quello degli altri animali.
La mostra sarà allestita negli spazi della Casa del Giardiniere nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta negli orari di ordinaria apertura del Museo. La visita sarà inclusa nel costo ordinario del biglietto/abbonamento alla Reggia di Caserta.
L’esposizione “Il Panda siamo noi” è realizzata nell’ambito del Bando di Valorizzazione UNESCO .

Dal 17 Luglio 2026 al 31 Agosto 2026 – Reggia di Caserta

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I lavori dei corsisti di Storytelling con Sara Munari

Questi quattro progetti racchiudono quello che accade quando una domanda vera incontra uno sguardo consapevole. Non è stato un corso di tecnica o di “come diventare virali”: è stato uno spazio dove mettere a fuoco ciò che davvero vi interessa raccontare, e perché.

Erika, Fortunata, Luca e Adri hanno iniziato con storie diverse, l’hanno scavata dentro, l’hanno costruita con coerenza e onestà visiva. Questo è storytelling: non il racconto che piace a tutti, ma il racconto che non poteva essere diverso. Non tutti i corsisti hanno deciso di condividere i propri progetti, mi sembra giusto rispettare le necessità di ognuno, ma vi assicuro che sono davvero tutti interessanti!

Sono sinceramente soddisfatta del percorso che abbiamo fatto insieme. Vi dico grazie per aver portato rigore, dubbi legittimi e curiosità dentro uno spazio che raramente si vede così pieno.

Se state leggendo e siete interessati al prossimo ciclo di Storytelling fotografico, trovate tutte le informazioni qui: https://www.musafotografia.it/storytellingfotografico.html

Perché la fotografia serve a una sola cosa, alla fine: capire il mondo attraverso lo sguardo.

PENSIERO MAGICO – Erika Baggiani

Erika osserva come le slot machine abbiano trasformato il gioco da rituale condiviso a relazione illusoria con una macchina. Il suo progetto racconta questa solitudine metabolizzata: il “pensiero magico” di chi attribuisce senso a sequenze casuali, cercando significato dove il sistema è programmato solo per simulare risposta. È l’IA applicata al comportamento umano, raccontata attraverso l’assenza di sguardo.

Pensiero Magico

Il progetto nasce dall’osservazione di un cambiamento silenzioso ma radicale: la trasformazione dei luoghi e delle modalità della socialità. Il gioco, storicamente, è stato uno spazio di relazione all’interno di bar, di circoli e simili; il gesto del giocare non era solo funzionale alla competizione o al passatempo, ma costituiva un rituale condiviso: fatto di sguardi, attese, interruzioni, contatto fisico e presenza reciproca. Con l’introduzione e la diffusione delle slot machine, questo stesso gesto viene progressivamente isolato. Il giocatore non si confronta più con altri individui, ma con un sistema chiuso, progettato per simulare risposta e coinvolgimento senza richiedere una reale relazione. All’interno di questo sistema si attiva il cosiddetto “pensiero magico”: una modalità cognitiva in cui il caso viene interpretato come significativo, controllabile o indirizzabile. Il giocatore attribuisce senso a sequenze casuali, sviluppando una relazione illusoria con la macchina, che appare reattiva, quasi intenzionale. In questo passaggio avviene una doppia trasformazione: lo spazio si svuota della sua funzione sociale, pur mantenendo una forma di aggregazione apparente, e la relazione si sposta dall’umano alla macchina, assumendo caratteristiche simulate. L’intelligenza artificiale, all’interno del progetto, rappresenta il punto limite di questo processo: non più solo una macchina con cui si stabilisce una relazione illusoria, ma un sistema che ne replica i meccanismi, rendendo superflua la presenza umana.

📸 Sito: https://erikabaggiani.it/

Instagram: @erika_baggian


I PAVONI SONO DI DESTRA O DI SINISTRA? – Fortunata Scarponi

A Punta Marina vivono oltre cento pavoni: eredità di un abbandono trasformato in coabitazione. Fortunata fotografa questa convivenza ordinaria e controversa, interrogandosi su come una specie non prevista ridisegni i confini dell’abitare. Non è sociologia. È l’osservazione di come uomini e animali ridefiniscono quotidianamente chi ha diritto a uno spazio.

Fortunata Scarponi

I pavoni sono di destra o di sinistra?

A Punta Marina, località balneare della Riviera romagnola, vive una colonia di oltre cento pavoni. La loro presenza risalirebbe ad alcuni esemplari introdotti o abbandonati anni fa da un privato nell’area della pineta; nel tempo gli animali si sono riprodotti fino a diventare parte integrante del paesaggio del paese.

Oggi il loro insediamento divide gli abitanti tra chi li considera un simbolo del luogo e chi li vive come un problema da risolvere. Nel frattempo i pavoni continuano ad attraversare strade, sostare nei cortili, frequentare giardini e cantieri, occupando spazi pensati per l’uomo.

Con  queste fotografie il progetto osserva una convivenza tanto ordinaria quanto controversa, interrogandosi su come la presenza di una specie non prevista possa trasformare la percezione del territorio e modificare i perimetri  dell’abitare.

Sullo sfondo di un dibattito che continua a dividere il paese, il lavoro analizza come uomini e animali ridefiniscano quotidianamente i confini di uno spazio condiviso.

📸 Instagram: @fortu_people / @fortu_wildlife_nature


HEALTH FACTORY – Luca Safina

Luca applica la lente di Taylor e Ford alla sanità: quando l’efficienza industriale incontra la cura. Il suo ragionamento non è banale: come la standardizzazione dei processi trasforma un’attività complessa e umana in qualcosa di meccanico. È una domanda etica fotografata.

HEALTH FACTORY     LUCA SAFINA

L’applicazione dei principi di efficienza industriale, attraverso il cambio di gestione aziendale da parte di imprenditori quali l’industriale Henry Ford e l’ingegnere Frederick Taylor, hanno ottimizzato i flussi di lavoro, ridotto i tempi e tramite la iper-divisione dei compiti standardizzando i processi, hanno incrementato la produzione.

Questo modello applicato alla sanità solleva dei dibattiti etici e umanistici sulla possibile ”spersonalizzazione” della cura al paziente, trasformando un’attività complessa e umana in un processo (quasi) meccanico.

Instagram: in costruzione


SENZACENTRO – Adri Susca

Periferie, parcheggi, strade: spazi costruiti per funzionare, non per essere vissuti. Adri non racconta il degrado estetico, racconta la frattura. Quella sensazione di essere un cerchio senza centro, una forma impossibile da disegnare. Il paesaggio urbano come autoritratto involontario di chi lo attraversa.

Senzacentro è un progetto fotografico sui margini urbani: periferie, aree commerciali, piazzali, strade, edifici costruiti per funzionare, più che per essere vissuti davvero.

Non mi interessa raccontare la periferia come tema sociale o come estetica del degrado. Mi interessa fotografarla come spazio di frattura dove il centro che manca non è solo quello cittadino. È un punto di appartenenza, un riferimento stabile, qualcosa che permetta all’individuo di riconoscersi nello spazio.

In queste immagini il paesaggio urbano diventa un ritratto indiretto di questa condizione. Parcheggi, strade, palazzi compongono una tensione silenziosa, dove la presenza umana resta implicita e dissolta.

Il punto non è raccontare cosa c’è in questi luoghi, ma cosa fanno a chi li attraversa.

SENZACENTRO

Ci sono luoghi che ti costringono a indossare una maschera e al tempo stesso cercano di strappartela via.

Dove ti senti un cerchio senza centro. Una forma impossibile da disegnare, che quindi non riesce ad esistere.

                                                                                                                                                                    Adri Susca

📸 Instagram: @imm.a.ginando

Vi aspetto su www.musafotografia.it. Un abbraccio. Sara

Tutti i premi di fotografia – Luglio 2026

Ciao! Ecco una selezione di premi fotografici internazionali e italiani con scadenza nel mese di Luglio 2026, perfetti per esporre il tuo lavoro, vincere premi in denaro e ottenere visibilità globale. I concorsi includono categorie per professionisti e amatori, con temi che vanno dalla fotografia documentaria, street photography, bianco e nero, paesaggio ecc… Alcuni sono gratuiti, altri richiedono una tassa di iscrizione e offrono premi che spaziano da mostre personali, pubblicazioni, fino a premi in denaro.

Women Photograph + Leica Project Grants 2026

Collage di cinque fotografie di donne fotografe: Lisette Poole, Flore-Aël Surun, Alicia Vera, Rachel Woolf e Susana Raab.

Grazie al generoso supporto di Leica USA, queste tre borse di studio da 10.000 dollari ciascuna sosterranno progetti fotografici, nuovi o in corso, di fotoreporter che operano nel campo del documentario.

I fondi possono essere utilizzati per coprire i costi diretti del reportage, i compensi dei fotografi e qualsiasi altra spesa a supporto della produzione di nuovi lavori. Questa borsa di studio non è destinata a finanziare la produzione di libri, mostre, workshop o altro materiale secondario.

Si incoraggiano i candidati a presentare un reportage completo, piuttosto che singole immagini, come parte della domanda di borsa di studio. Le immagini non devono necessariamente essere correlate alla proposta progettuale (ma si prega di specificare nella domanda se le immagini non sono correlate alla proposta).

Monochrome Awards 2026

Locandina dei Monochrome Awards, concorso internazionale di fotografia in bianco e nero, con dettagli sulla scadenza per l'invio delle foto il 5 luglio 2026.

La fotografia in bianco e nero è alla base stessa del mezzo fotografico. Libera da distrazioni, parla il linguaggio della luce, dell’ombra, della forma e dell’emozione, collegando la visione contemporanea con una tradizione artistica senza tempo. Molto prima che la fotografia diventasse onnipresente, le immagini monocromatiche la definivano come forma d’arte, trasformando idee nate dall’immaginazione in dichiarazioni visive durature.

I Monochrome Awards celebrano questa eredità, abbracciando al contempo la creatività moderna. Con un’ampia gamma di categorie accuratamente selezionate, il concorso offre ai fotografi la libertà di esplorare diversi generi, tecniche e interpretazioni personali dell’espressione monocromatica. Dagli approcci classici alle prospettive audaci e sperimentali, i premi riflettono la grande ricchezza e l’evoluzione della fotografia in bianco e nero oggi.

Oltre al prestigioso riconoscimento e ai premi in denaro, i vincitori beneficiano di visibilità internazionale, promozione dedicata e supporto a lungo termine per la loro carriera. Partecipando ai Monochrome Awards 2026, i fotografi entrano a far parte di una comunità globale unita da una passione condivisa per la potenza e la purezza delle immagini in bianco e nero.

“Self” – A Self-portrait Photography Exhibition

Riflessione in bianco e nero di una persona che tiene una macchina fotografica, catturata in una superficie riflettente.

Fin dai primissimi giorni della fotografia, le persone hanno rivolto la macchina fotografica verso se stesse. Non come una performance, ma come esperimento, necessità e curiosità. Alcune delle prime immagini fotografiche erano autoritratti realizzati attraverso specchi, lunghe esposizioni e immobilità attentamente studiata. Il mezzo ha quasi immediatamente racchiuso questo gesto interiore.

Ciò che continua a rendere affascinante l’autoritratto fotografico non è la novità, ma la sua persistenza. L’immagine non è mai solo descrittiva. Diventa un punto d’incontro tra il proprio aspetto e il modo in cui si viene momentaneamente catturati dalla macchina fotografica. Questa raccolta considera l’autoritratto come parte integrante del fondamento della fotografia, piuttosto che ai suoi margini.

MONOCHROMATIC 2026

Ritratto in bianco e nero di una giovane donna con orecchie da topo, che esprime una forte emozione facciale, mentre stringe una mano vicino alla bocca. Testo in alto che indica 'Awards Monochromatic 2026' con dettagli sulla scadenza.

Questo concorso è aperto a tutte le interpretazioni della fotografia monocromatica: dal tradizionale bianco e nero alla scala di grigi, seppia, cianotipia o qualsiasi altra variante basata su un singolo tono. Ciò che conta è come utilizzi questa limitazione per costruire un’immagine.

Il vincitore sarà riconosciuto come Fotografo dell’Anno e, insieme ai finalisti, sarà incluso nel Monochromatic Book annuale. Questa pubblicazione raccoglie una selezione internazionale di opere, accuratamente curate e presentate, creando un corpus coerente che riflette ciò che sta accadendo oggi nella fotografia monocromatica.

Più che visibilità, offre un posizionamento. Uno spazio in cui il lavoro non viene consumato frettolosamente, ma considerato, rivisitato e ricordato.

Beautiful Bizarre Art Prize 2026

La seguente immagine promuove il Beautiful Bizarre Art Prize 2026, un premio internazionale per l'arte rappresentativa, con un ritratto di una giovane donna che osserva lo spettatore.

Il premio internazionale Beautiful Bizarre Art Prize vuole riconoscere creatività e originalità agli artisti di ciascuna categoria, oltre a riconoscere un eccezionale vincitore assoluto del Gran Premio.

Tra le opere ricevute, i 200 finalisti (25 per categoria: Disegno, Arte Digitale, Fotografia, Scultura, Realismo Immaginativo e Premio Artista Emergente, e 50 per la categoria Pittura) riceveranno un’ampia promozione internazionale attraverso le campagne di email marketing, la copertura sul sito web, il marketing sui social media e la pubblicità della rivista Beautiful Bizarre (oltre 2 milioni di follower), oltre a ulteriori contatti e visibilità tramite partner, sostenitori e media.

Chromatic Photo Awards 2026

Logo dei Chromatic Awards con un paesaggio di montagne colorate e una serie di eclissi parziali nel cielo, testo che celebra la fotografia a colori.

I Chromatic Awards 2026 aprono le iscrizioni per la decima edizione di questo concorso fotografico di fama internazionale, dedicato esclusivamente alla fotografia a colori. Celebrando un decennio di creatività, i Chromatic Awards continuano a premiare gli artisti che utilizzano il colore come potente linguaggio per raccontare storie, evocare emozioni e plasmare la cultura visiva.

I  Chromatic Awards vogliono supportare e ispirare i fotografi offrendo loro una piattaforma globale per condividere la loro passione, la loro visione e le loro storie. Attraverso questa piattaforma, il concorso si propone di promuovere talenti eccezionali in tutto il mondo, continuando al contempo a scoprire e valorizzare nuove voci emergenti nel panorama della fotografia contemporanea.

The Slow Archive / Open Call Traces / Volume 01

Un rimorchio di legno situato in un campo, con sfondo montuoso. Testo in alto che recita 'THE SLOW ARCHIVE' e informazioni su un'apertura di chiamata per il progetto 'TRACES', da maggio a luglio.

Slow Archive è una piattaforma contemporanea dedicata alla fotografia di paesaggio lenta.

Questa call aperta invita fotografi e artisti a presentare opere sul tema “Tracce”.

Le tracce sono segni di presenza: ciò che rimane dopo che qualcosa è passato.

Un segno, una struttura, un sentiero, un intervento sottile.

Umana o meno, visibile o quasi invisibile.

Invitiamo a riflettere sull’idea di traccia nel paesaggio.

Cerchiamo immagini silenziose che suggeriscano, piuttosto che spiegare.

Architecture Photography Awards 2026

Logo e titolo degli Architecture Photography Awards.

L’Architecture Photography Awards 2026 (APA) è un concorso internazionale che celebra l’eccellenza nella fotografia di architettura.

Aperto a fotografi di tutto il mondo, l’APA invita a presentare candidature in 23 diverse categorie, dai paesaggi urbani e interni alle forme astratte e al minimalismo. Il concorso riunisce un pubblico globale e una giuria internazionale composta da fotografi esperti e professionisti del settore.

Le opere vincitrici saranno pubblicate nella galleria online ufficiale e promosse attraverso i canali globali e i partner mediatici dell’APA.

2026 European Photography Awards

Poster per i Premi Europei di Fotografia 2026, raffigurante una donna con una maschera elegante e una macchina fotografica, in un ambiente sontuoso con ospiti in abiti d'epoca.

Gli European Photography Awards accolgono fotografi provenienti da tutto il mondo, pronti a perfezionare le proprie competenze fotografiche e la propria straordinaria interpretazione della diversità, ritraendo le maestose culture tramandate di generazione in generazione.

Il premio celebra un’ampia gamma di generi fotografici, estendendo la portata del vostro talento in tutto il mondo. Indipendentemente dal vostro livello professionale, il premio celebra le vostre visualizzazioni del mondo e di tutto ciò che esso racchiude. Scoprite infinite possibilità intraprendendo un viaggio straordinario attraverso il vasto continente, formato da innumerevoli paesi diversi che si uniscono a formare una maestosa massa continentale.

Nomad Art Prize 2026

Immagine promozionale per il concorso d'arte Nomad Art Prize 2026, con drappi di stoffa colorati appesi in un contesto architettonico a Lisbona. Testo informativo sulla scadenza per le candidature e dettagli del premio.

Il Nomad Art Prize è un premio internazionale per le arti visive che celebra il dialogo tra la creazione artistica e i luoghi che la ispirano. Fondato sulla convinzione che l’arte sia per sua stessa natura nomade – capace di attraversare confini, culture e contesti – il premio si propone di scoprire 8 artisti la cui opera incarni questo spirito di movimento.

Ogni edizione si svolge in una città diversa, creando una geografia dinamica dell’arte contemporanea. Per il 2026, Lisbona – con la sua storia stratificata, il suo patrimonio marittimo e la sua vivace scena creativa – è al tempo stesso sfondo e musa ispiratrice.

Production Paradise – Spotlight Awards 2026

Production Paradise promuove fotografi commerciali di livello mondiale e servizi creativi per agenzie pubblicitarie, editori di riviste, marchi e clienti aziendali.

Spotlight Magazine, di Production Paradise, si concentra sui talenti fotografici più ricercati che operano in specifiche categorie pubblicitarie.

Street Photography Competition

Un uomo che cammina attraverso un grande arco in un ambiente moderno, in bianco e nero. Sul muro è visibile il numero 34. L'immagine trasmette un'atmosfera architettonica contemporanea.

Dai sfogo alla tua creatività nella fotografia di strada partecipando allo STREET Photography Competition, un’entusiasmante competizione fotografica internazionale dedicata a catturare la vita nei suoi momenti più autentici e spontanei.

Da ritratti spontanei di grande impatto a potenti scene urbane, questa è la tua opportunità per condividere la tua visione, ottenere riconoscimento e far conoscere il tuo lavoro a una giuria di esperti e fotografi di fama mondiale.

PERSPA – Prix de la Perspective Architecturale 2026

Manifesto di concorso per il Prix de la Perspective Architecturale 2026, con scadenza per le iscrizioni il 31 luglio 2026 e premio in denaro fino a €1,000.

Questo concorso internazionale celebra l’arte di immortalare l’ambiente costruito, dai vasti paesaggi urbani e monumenti storici agli spazi interni vuoti e alle geometrie astratte.

I premi includono un Gran Premio di € 1.000, medaglie d’oro, d’argento e di bronzo per ogni categoria, menzioni d’onore, la pubblicazione nell’annuario PERSPA distribuito alle biblioteche, opportunità espositive e certificati ufficiali dell’associazione francese per tutti i vincitori, le menzioni d’onore e le opere selezionate.

18 categorie, tra cui Astratto, Aereo, Bianco e Nero, Paesaggio Urbano, Culturale, Belle Arti, Francia, Geometria, Storico e Patrimonio, Uomo e Architettura, Industriale, Minimalismo, Architettura Moderna, Notte e Scarsa Luce, Colore Aperto, Immobiliare, Scale e Simmetria.

COMUNITÀ IN MOVIMENTO – MIGRAZIONI IN ITALIA

Locandina del concorso fotografico con il titolo 'Migrazioni in Italia', raffigurante una coppia che cammina lungo una strada. Il testo include dettagli sull'evento, come la settima edizione e il premio di 600€.

L’associazione Fiorenzuola Oltre i Confini organizza Comunità in movimento – Migrazioni in Italia, concorso fotografico dedicato al racconto delle migrazioni contemporanee in Italia, in seno alla Festa Multietnica XXIX edizione.

Chi può partecipare

Il concorso è aperto a tutti i fotografi. Ogni partecipante può presentare un solo progetto fotografico.

Il progetto

La partecipazione prevede l’invio di un progetto fotografico composto da un minimo di 10 e un massimo di 15 fotografie, coerenti con il tema Comunità in movimento e ambientate esclusivamente in Italia. Le immagini devono essere in formato JPEG (3:2 o 2:3), a colori o in bianco e nero, e sviluppare una narrazione visiva coerente e strutturata.

Ogni progetto deve essere accompagnato da un titolo, un testo di presentazione (massimo 1.500 battute, spazi inclusi) ed eventuali brevi didascalie (facoltative).

Quote di partecipazione

L’iscrizione prevede il pagamento di una quota di € 10,00.

Premio

Premio in denaro di € 600,00 per il progetto vincitore, assegnato dalla giuria. Il progetto selezionato sarà esposto al pubblico durante tutto il mese di settembre 2026 presso la Chiesa della Buona Morte di Fiorenzuola d’Arda, in occasione della Festa Multietnica (11–13 settembre 2026).

Note Importanti per la Tua Partecipazione

  • Scadenze critiche: Alcuni premi presto. Verifica immediatamente se puoi ancora partecipare!
  • Leggere sempre il bando completo: Ogni premio ha requisiti specifici su formati, dimensioni, numero di immagini e diritti di utilizzo.
  • Musa fotografia non è responsabile dei premi e delle loro organizzazioni.

Storia di una fotografia – Thomas Ruff dalla serie “Stars”

FOTOGRAFIA di Thomas Ruff dalla serie “Stars”, 1989-1992 – Anni ’80/’90

“Stars”, realizzato tra il 1989 e il 1992 da Thomas Ruff, è una serie che esplora la natura della fotografia e la sua capacità di rappresentare il mondo. In questa serie, Ruff utilizza fotografie astronomiche per creare immagini di stelle e galassie che sembrano al tempo stesso familiari e aliene. Le sue opere, con la loro precisione e la loro oggettività, mettono in discussione le nostre nozioni di realtà e di rappresentazione.

Il tema centrale di “Stars” è l’esplorazione dei limiti della fotografia e della nostra capacità di comprendere il mondo che ci circonda. Ruff utilizza la fotografia per creare immagini che sono al tempo stesso scientifiche e poetiche. Le sue immagini, con la loro precisione e la loro oggettività, ci invitano a riflettere sulla natura della conoscenza e sulla nostra percezione del cosmo.

FOTOGRAFIA di Thomas Ruff dalla serie “Stars”, 1989-1992 – Anni ’80/’90

Thomas Ruff è una figura chiave della cosiddetta “Scuola di Düsseldorf”, un gruppo di fotografi tedeschi che, a partire dagli anni ’80, ha rivoluzionato il linguaggio fotografico, mettendo in discussione i concetti tradizionali di rappresentazione e di autore. La sua opera si caratterizza per un approccio concettuale e per l’utilizzo di diverse tecniche e formati, spaziando dal ritratto al paesaggio, dall’architettura alla fotografia scientifica.

La serie “Stars” (1989-1992) rappresenta un esempio emblematico della sua ricerca. Ruff utilizza immagini astronomiche preesistenti, provenienti da archivi scientifici e da osservatori, per creare fotografie di stelle e galassie che appaiono al tempo stesso familiari e stranianti. Attraverso un processo di ingrandimento e di manipolazione digitale, Ruff elimina ogni elemento di contesto, isolando le stelle in uno spazio infinito e uniforme.

Temi Chiave

  • La Natura della Rappresentazione: Ruff mette in discussione la capacità della fotografia di rappresentare la realtà in modo oggettivo. Le immagini di “Stars” non sono “fotografie” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto riproduzioni di immagini preesistenti, manipolate e decontestualizzate.
  • La Percezione del Cosmo: Ruff esplora la nostra percezione del cosmo, un luogo infinito e incomprensibile. Le immagini di “Stars” ci pongono di fronte alla vastità dell’universo, invitandoci a riflettere sulla nostra posizione all’interno di esso.
  • Il Ruolo della Tecnologia: Ruff utilizza la tecnologia digitale per manipolare e trasformare le immagini, evidenziando il ruolo della tecnologia nella costruzione della nostra visione del mondo.
  • Fotografia concettuale: Il lavoro di Ruff si allontana dalla fotografia come semplice riproduzione della realtà, per abbracciare un approccio concettuale, dove l’immagine diventa veicolo di riflessione e indagine.

La serie “Stars” ha avuto un impatto significativo sulla fotografia contemporanea, influenzando numerosi artisti e fotografi. Ruff ha dimostrato che la fotografia può essere un potente strumento di indagine concettuale, capace di mettere in discussione le nostre certezze e di aprire nuove prospettive sulla realtà.

Biografia di Thomas Ruff:

Thomas Ruff, nato nel 1958 a Zell am Harmersbach, è un fotografo tedesco noto per le sue fotografie concettuali e sperimentali. Dopo aver studiato fotografia alla Kunstakademie Düsseldorf, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica rigorosa e da un’attenzione alla ricerca. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandolo come uno dei fotografi più influenti della nostra epoca.

Le migliori Mostre di Fotografia che vi segnaliamo a giugno

Se cercate qualcosa di diverso per occupare i vostri week-end di giugno, eccovi una selezione di mostre fotografiche da non perdere.

Anna

World Press Photo Exhibition 2026

Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year
Separated by ICE © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald. World Press Photo of the Year

Dal 7 maggio al 29 giugno 2026, Palazzo Esposizioni Roma ospita, come ogni anno, la mostra del World Press Photo.

Il 9 aprile 2026 sono state annunciate le fotografie vincitrici della 69ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo, mentre il 23 aprile è stata proclamata la Photo of the Year insieme ai finalisti. La mostra di Amsterdam ha inaugurato il 24 aprile, dando avvio al consueto tour internazionale. Dal 1955, il concorso premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo contemporaneo.

La Photo of the Year 2026 è Separati dall’ICE di Carol Guzy (ZUMA Press, iWitness per il Miami Herald). L’immagine, scattata all’interno del Jacob K. Javits Federal Building di New York, documenta il momento in cui un uomo viene fermato dagli agenti dell’immigrazione dopo un’udienza, separandolo dalla sua famiglia. La fotografia è stata premiata per la sua capacità di rendere visibile, in modo diretto e umano, l’impatto delle politiche migratorie: non un caso isolato, ma una condizione sistemica che colpisce persone che si presentano alle istituzioni in buona fede.

Accanto alla vincitrice, sono stati selezionati due finalisti. Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin (EPA Images) mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti nel tentativo di procurarsi cibo. La fotografia è stata scelta per la sua forza compositiva e per la capacità di restituire l’urgenza della carestia, trasformando una scena di caos in una prova visiva della crisi umanitaria e delle sue implicazioni globali.

Il secondo finalista è I processi delle donne Achi di Victor J. Blue (The New York Times Magazine), un ritratto collettivo di donne indigene Maya Achi sopravvissute a violenze durante la guerra civile guatemalteca. L’immagine, realizzata all’esterno di un tribunale, è stata premiata per il suo approccio misurato e per la capacità di restituire dignità e autorevolezza alle protagoniste, documentando un momento storico di giustizia dopo decenni di impunità.

Le immagini premiate nel concorso 2026 rappresentano una selezione tra oltre 57.000 fotografie inviate da fotografi provenienti da 141 Paesi, offrendo uno sguardo complesso e stratificato sul presente. La mostra, come ogni anno, si configura non solo come esposizione, ma come dispositivo critico capace di interrogare il ruolo dell’immagine nella costruzione della memoria collettiva e nella comprensione delle tensioni contemporanee.

Dal 7 Maggio 2026 al 29 Giugno 2026 – Palazzo Esposizioni Roma

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Werner Bischof. Point of view

Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946
© Werner Bischof Estate/Magnum Photos | Werner Bischof 200.000 people demonstrate against the separation of the province of Trieste from Italy. Piazza del Duomo, Milan, Italy Duomo, July 26th, 1946

Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1945 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1948 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.

Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.

Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 –  Museo Diocesano Carlo Maria Martini

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Harry Gruyaert

Cabine da spiaggia colorate disposte in fila su una spiaggia sabbiosa con cielo nuvoloso.
Berck, Francia, 2007 © Harry Gruyaert / Magnum Photos

ra gli anni Settanta e Ottanta Harry Gruyaert (Belgio, 1941), membro di Magnum Photos, è stato uno dei pochi fotografi europei a conferire al colore una dimensione puramente creativa: una percezione emotiva, non narrativa, e una visione del mondo radicalmente grafica. Alcuni fotografi americani, tra cui Saul Leiter e William Eggleston, avevano già intrapreso questo percorso; le loro opere portarono Gruyaert a cogliere le potenzialità espressive che stavano emergendo in un momento storico in cui la fotografia era ancora prevalentemente celebrata in bianco e nero.

Oggi, il successo di Harry Gruyaert è internazionale. La mostra presentata a CAMERA Torino rappresenta la sua prima grande retrospettiva in Italia. Costruita secondo un percorso cronologico, l’esposizione si apre con i TV shots, un’esperienza unica di dialogo tra le prime televisioni a colori e la fotografia. Il percorso illustra l’evoluzione del suo linguaggio grafico, influenzato dai numerosi viaggi, nei quali ogni Paese si distingue, ai suoi occhi, per specifiche qualità cromatiche. La sua ricerca artistica ha inoltre beneficiato dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, dal film Kodachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo fino alle ampie possibilità offerte dal digitale nel XXI secolo.

«Il colore è più fisico del bianco e nero […] con il colore si deve essere immediatamente colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione», afferma l’artista. Non perdetevi questo viaggio alla scoperta del lavoro di Gruyaert e lasciatevi affascinare dalla sua esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale! 

La mostra è curata da François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino.

18 giugno – 4 ottobre 2026 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell’aria

Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947
© Alfred Eisenstaedt / The LIFE Picture Collection / Shutterstock | Alfred Eisenstaedt, Albert Einstein Princeton, New Jersey, 1947

Protagonista indiscusso della fotografia del Novecento, Alfred Eisenstaedt è al centro di La fotografia era nell’aria, un ampio progetto espositivo a cura di Monica Poggi, prodotto da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, e organizzato dal Comune di Abano Terme e da D’Uva, gestore del MUNAV, che propone una rilettura articolata in due mostre complementari articolate su due musei, a pochi chilometri di distanza: Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (Padova) e al Museo Storico Navale di Venezia.
 
Il progetto invita il pubblico a riscoprire un autore che ha contribuito in modo decisivo alla definizione del linguaggio del fotogiornalismo. Il titolo riprende una riflessione dello stesso Eisenstaedt sulla Germania del primo dopoguerra, attraversata da una straordinaria vitalità culturale: è in questo contesto che il fotografo si forma e avvia la propria attività.
 
Cresciuto in un clima di grande fermento, sospeso tra l’eredità della pittura e le nuove possibilità del reportageEisenstaedt è attivo tra l’Europa degli anni Venti e gli Stati Uniti degli anni Trenta, dove si stabilisce nel 1935. Qui diventa una delle firme più autorevoli della rivista Life: una collaborazione durata oltre trent’anni, che lo porta a realizzare più di 2.500 servizi fotografici e oltre 90 copertine, contribuendo in maniera determinante alla costruzione dell’immaginario visivo del Novecento.
 
Celebre soprattutto per lo scatto realizzato il 14 agosto 1945 a Times Square – V-J Day in Times Square – che ritrae l’improvviso bacio tra un marinaio e un’infermiera durante i festeggiamenti per la fine della Seconda guerra mondiale, Eisenstaedt affronta nel corso della sua carriera una straordinaria varietà di temi, costruendo un racconto visivo che attraversa i principali snodi storici e culturali del secolo.
 
Dalla documentazione lucida dell’Europa tra le due guerre – nel momento di massima tensione che precede l’ascesa del nazismo, testimoniata anche dal celebre ritratto di Joseph Goebbels – a soggetti più intimi e lirici, come la danza e il teatro, osservati con una sensibilità quasi pittorica, negli Stati Uniti Eisenstaedt si concentra sulla società contemporanea, restituita con crescente ironia e dinamismo. I reportage realizzati in Etiopia Giappone ampliano ulteriormente la portata della sua ricerca, portandolo a confrontarsi con conflitti, ricostruzioni e profonde trasformazioni. Completano il suo percorso i celebri ritratti di protagonisti della politica, della scienza e dello spettacolo – da Albert Einstein J. Robert Oppenheimer fino a Marilyn Monroe e Sophia Loren – che testimoniano la sua capacità di instaurare un rapporto diretto e immediato con i soggetti.
 
Articolata in due sedi, la mostra nasce da un progetto condiviso che valorizza il dialogo tra istituzioni e territori: un’iniziativa che riporta al centro la grande fotografia internazionale, facendo rivivere ancora oggi quel clima di energia e innovazione che, come suggerisce il titolo, continua a essere “nell’aria”.

16 maggio – 20 settembre 2026
Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD)
www.museovillabassiabano.it
 
22 maggio – 22 novembre 2026
Museo Storico Navale di Venezia
www.munav.it

Lisetta Carmi. Erotismo e autoritarismo a Staglieno

Lisetta Carmi, <em>Erotismo e Autoritarismo a Staglieno,</em> Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi
Lisetta Carmi, Erotismo e Autoritarismo a Staglieno, Courtesy of © Martini Ronchetti. Courtesy Archivio Lisetta Carmi

La mostra presenta l’ingresso di un corpus di fotografie di Lisetta Carmi nella collezione della GAM, nell’ambito del progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Le opere acquisite, tratte dalla serie “Erotismo e autoritarismo a Staglieno”, del 1966-76, saranno esposte in dialogo con quattro sculture della collezione GAM, scelte dalla raccolta di statuaria del secondo Ottocento e di primo Novecento. Il dialogo è volto a sottolineare i due temi ricercati da Carmi nelle sculture del cimitero monumentale di Staglieno: la sensuale rappresentazione delle figure angeliche o delle anime di donne defunte nell’arte simbolista e l’atmosfera di severa autorità genitoriale tipica delle famiglie borghesi di fine Ottocento. Il raffronto tra scultura e fotografia consente inoltre di aprire una più ampia riflessione sull’antico intreccio, sottolineato da Roland Barthes, tra immagine fotografica e morte.

Dal 21 Maggio 2026 al 1 Novembre 2026 – GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

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PHIL PENMAN / A STREET DIARY

Un uomo in giacca scura cammina davanti a una scala mentre un personaggio mascherato di peluche siede su un gradino, in un ambiente ben illuminato.

All’interno degli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, A Street Diary, mostra di Phil Penman dedicata a oltre 25 anni di street photography a New York e nel mondo. Le immagini raccontano le città come un organismo vivo fatto di contrasti, ombre e improvvisi momenti di umanità. Il progetto, a ingresso libero, trasforma la quotidianità urbana in un diario visivo essenziale e poetico. 

Il fotografo britannico Phil Penman (Briantspuddle, Dorset, 1977) vive a New York e ha dedicato gli ultimi due decenni a documentare il continuo mutamento della città, affermandosi come una delle voci più autorevoli della street photography contemporanea.

Il suo lavoro si muove lungo una sottile linea di equilibrio tra ombra e luce, tra l’intensità della città e l’imprevedibile leggerezza dell’umano. Quasi sempre in bianco e nero perché, secondo Penman, “la fotografia in bianco e nero cattura l’essenza più pura e grezza della strada”, con alcuni esempi in cui il colore definisce dettagli e distingue momenti. Le sue immagini, di cui 34 esposte nella mostra ospitata negli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, raccontano New York e il mondo come un organismo vivo, attraversato da contrasti: atmosfere urbane dense, fatte di persone, nebbie, riflessi insieme a momenti di spontaneità e ironia che emergono come improvvise aperture di luce.

“È questo passaggio – dall’oscurità alla vitalità – a costituire il filo conduttore di A Street Diary che accompagna il pubblico a scoprire il dialogo delle due anime del lavoro di Penman: da un lato la dimensione più introspettiva, a tratti cinematografica, dall’altro quella immediata, empatica e luminosa”. Giada Triola, curatrice

Ogni immagine in mostra, pur autonoma, si inserisce in un flusso continuo di relazioni, dettagli e intuizioni visive, il percorso espositivo è così un diario urbano, in cui lo sguardo del fotografo tende a trasformare l’ordinario in universale. 

“La parte che preferisco della giornata è conversare con persone di ogni estrazione sociale e imparare qualcosa di nuovo che non sapevo il giorno prima. Mi dà anche l’opportunità di catturare qualcosa di autentico, in un momento in cui praticamente tutto ciò che ci circonda sta diventando finto (dal punto di vista fotografico). Persone che modificano il proprio corpo per i social media o fotografi che creano immagini con l’intelligenza artificiale. Per me, il senso stesso della fotografia è stare all’aria aperta con altre persone.” Phil Penman

dal 15 maggio al 12 settembre 2026 – Leica Galerie Milano

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza

Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985
© Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission | Robert Mapplethorpe, Derrick Cross, 1985

Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026, il Museo dell’Ara Pacis ospita la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza:una selezione di circa 200 fotografie, che esplorano il concetto di bellezza come perfezione assoluta e rigore formale.
 
L’esposizione, curata da Denis Curti, è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della MemoriaSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Marsilio Arte, organizzata con Zètema Progetto Cultura Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York.
 
Robert Mapplethorpe (New York,1946-1989) non fotografa soggetti, ma scolpisce lo spazio attraverso l’obiettivo della sua Hasselblad, conferendo ad ogni scatto un’auradi assoluta classicità, con visione geometrica e ricerca della perfezione.
La mostra, che si distingue per una serie di contenuti inediti, si concentra sulla ricerca della forma pura, dove il corpo umano, i volti e le nature morte vengono trattati con la stessa maniacale attenzione alla luce e alle geometrie.
 
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza è il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale.

Dal 29 Maggio 2026 al 4 Ottobre 2026 – Museo dell’Ara Pacis – Roma

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Elliott Erwitt. Icons

Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40x50
© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, U.S.A., Arlington, Virginia, 1963, cm. 40×50

Il JMUSEO a Jesolo (VE), avveniristico polo espositivo e culturale di quattro piani, pensato non solo come museo tradizionale, ma come luogo di incontro, eventi e mostre della città lagunare, ospita dal 13 giugno al 18 ottobre 2026, una grande mostra dedicata a Elliott Erwitt (1928-2023), uno dei più importanti fotografi del XX secolo, capace di raccontare il mondo con ironia, sensibilità e uno sguardo profondamente umano.
L’esposizione, dal titolo Elliott Erwitt. Icons, prodotta e promossa dal Comune di Jesolo, dal JMuseo di Jesolo, in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, è curata da Biba Giacchetti con il project management e l’assistenza tecnica di Gabriele Accornero e Valentina Bruno, presenta una selezione di 80 immagini tra le più celebri della carriera di Elliott Erwitt diventate vere e proprie icone della fotografia contemporanea.
Attraverso scatti in bianco e nero di straordinaria eleganza visiva, la rassegna accompagna il visitatore in un viaggio tra momenti storici, scene di vita quotidiana, ritratti di personalità celebri e situazioni osservate con quell’ironia sottile che ha reso Erwitt uno dei fotografi più amati al mondo.
 
“Con la mostra dedicata a Elliott Erwitt – commenta Christofer De Zotti, sindaco di Jesolo -, il JMuseo conferma la propria vocazione a ospitare i protagonisti della fotografia internazionale. Le sue immagini, celebri in tutto il mondo, raccontano con ironia e straordinaria sensibilità un secolo di storia, restituendo momenti di vita quotidiana, eventi e volti che sono entrati nell’immaginario collettivo. Accogliere questa esposizione a Jesolo significa offrire a cittadini e visitatori un’esperienza culturale di grande valore e continuare a rafforzare il ruolo del JMuseo come spazio aperto alla cultura contemporanea, capace di arricchire l’offerta della nostra città durante tutto l’anno”.
 
“Elliott Erwitt – commenta Biba Giacchetti, co-curatrice della mostra, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale – non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l’istante in storia, il quotidiano in arte, l’ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all’età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva “The Art of Observation””.
 
La mostra si colloca nell’ambito del bicentenario della prima fotografia della storia, conosciuta come “Vista dalla finestra a Le Gras”, rappresenta una pietra miliare nel campo della fotografia e della tecnologia dell’immagine. Realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce, questa immagine segna l’inizio della possibilità di catturare e conservare permanentemente una scena reale su un supporto fisico.
 
“Elliott Erwitt – aggiunge uno dei due project manager della mostra Gabriele Accornero – è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. II valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla storia dell’arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; Le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose, ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti di pensiero, anche di rivendicazione sociale”.
 
Già presidente della Magnum Photos – l’agenzia fondata nel 1947 da Robert Capa e Henri Cartier-Bresson -, Elliott Erwitt sintetizza nelle sue opere l’interesse per l’uomo e il gusto dell’attimo che sa catturare con ineguagliabile maestria.
Tra i suoi soggetti preferiti figurano i cani di cui Erwitt apprezzava l’atteggiamento irriverente, libero e svincolato dalle comuni regole che condizionano gli esseri umani.
Moltissimi sono gli scatti “dal punto di vista dei cani”, nei quali lascia comparire solo le scarpe o una parte delle gambe dei loro padroni; Erwitt voleva che queste fotografie risultassero buffe e per questo metteva in atto ingegnose strategie, come suonare una trombetta o emettere una specie di latrato, per ottenere dagli animali una reazione il più naturale possibile.
 
Nel percorso espositivo s’incontrano alcuni dei ritratti a famose personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della politica, da Ernesto Che Guevara a Jack Kerouac, da Marlene Dietrich a Fidel Castro, da Sophia Loren ad Arnold Schwarzenegger. A questi, si aggiunge il celeberrimo scatto a Marilyn Monroe con la gonna del vestito bianco che si solleva, realizzata sul set del film Quando la moglie è in vacanza, diretto da Billy Wilder, e altre fotografie che documentano alcuni degli avvenimenti storici più famosi del Novecento, come il funerale di John Fitzgerald Kennedy, o il diverbio tra Nixon e Krusciov, nel quale il presidente americano punta un dito accusatore verso il petto dell’omologo russo.
 
Non mancano alcune delle icone visive più amate dal pubblico per la loro forza romantica, come il California Kiss, il romantico bacio rubato nel riflesso di uno specchietto retrovisore di un’automobile, o quelle più intime e private, come la fotografia alla sua figlia primogenita neonata sul letto, osservata dalla mamma e dal gatto, o ancora l’apoteosi di Parigi, città nella quale era nato; è nella capitale francese che Erwitt produce alcune delle sue immagini più famose, come Umbrella Jump, considerata un simbolo del romanticismo parigino, che mostra la silhouette di un uomo con un ombrello che salta sopra una pozzanghera al Trocadéro, davanti alle figure di due amanti che si abbracciano con la Tour Eiffel a fare da sfondo. O ancora la poetica scena del nonno e del nipotino in bicicletta, commissionata dall’ente turistico francese per promuovere la Francia.
Su tutte, Erwitt posa uno sguardo tagliente e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità.
Completa il percorso, una selezione di autoritratti, in cui lui stesso diventa il soggetto preferito della propria autoironia.
 
Accompagna la rassegna un catalogo edito da Orion57 / Elliott Erwitt Studio.

Dal 13 Giugno 2026 al 18 Ottobre 2026 – JMuseo – Jesolo (VE)

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Francesca Todde: IUZZA. Goliarda Sapienza

Uccelli impagliati all'interno di una campana di vetro, con un ramo e foglie decorative.

Goliarda Sapienza compirebbe 102 anni il dieci maggio: chissà che questo anniversario non venga coronato dall’assegnazione di almeno uno (o tutti!) degli otto David di Donatello a cui è candidato il film Fuori di Mario Martone, a lei dedicato.

Prima del clamore cinematografico che ne ha rinnovato la fama, Francesca Todde l’ha cercata per diversi anni: almeno sette sono quelli dedicati alla realizzazione di questo meraviglioso lavoro nato dalla parola scritta. Infatti, tutto ha avuto inizio con un libro che Francesca Todde lesse in francese: Moi, Jean Gabin. E’ stato l’inizio di un viaggio che l’ha vista attraversare più volte i libri, le poesie e le lettere di Sapienza – e poi attraversare i luoghi: Catania, Roma, la costiera amalfitana… e infine, cercare le persone a lei vicine, a cominciare dal marito, Angelo Pellegrino.

Tutti questi elementi hanno composto la mappatura di un itinerario, un viaggio sulle tracce di Goliarda Sapienza, “Iuzza”, come veniva chiamata da bambina nella Sicilia dove nacque.

Nel 2024 Iuzza è diventato un libro, finalista ai premi di Arles e PhotoEspaña, menzione speciale al Premio Bob Calle 2025. Le opere, dopo essere state esposte in una mostra personale presso il Centre Photographique Rouen Normandie a cura di Raphaëlle Stopin, a Lugano presso Artphilein e a Los Angeles presso The Reef arrivano a Milano da Micamera, dove saranno esposte in un allestimento a cura di Luca Reffo.

Francesca Todde e Luca Reffo saranno presenti all’inaugurazione giovedì 21 maggio, l’ingresso è libero, per acquistare una stampa è possibile inviare una richiesta via mail o chiedere in galleria. E nel frattempo consigliamo a tutti di leggere questa intervista fatta da Gaia Giani all’autrice nel 2025.

22 maggio – 27 giugno 2026 – MICamera – Milano

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How Kids Roll

© Melissa McClaren
© Melissa McClaren

In tutto il mondo, i bambini stanno affrontando livelli record di violenza, sfollamento e privazioni. Solo nel 2024 le Nazioni Unite hanno verificato oltre 41.000 gravi vio-lazioni ai danni dei più piccoli (fonte UNICEF). Nelle guerre, così come in ogni emergenza, sono fra i gruppi i più vulnerabili esposti a gravi rischi e perdite.
Attualmente, oltre 520 milioni di bambini e adolescenti vivono in aree di conflitto attivo, un dato record che rappresenta più di 1 minore su 5 a livello globale (fonte Save the Children). Proprio ai bambini che vivono quotidianamente sotto assedio è dedicata la mostra How Kids Roll a cura di Loris Lai e Joseph Lefevre, che
Palazzo Merulana ospita dal 14 maggio al 28 giugno 2026.

Promossa con il patrocinio del Dicastero per la Comunicazione, del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, dell’UNICEF Italia e di Save the Children, e prodotta da B-Roll Production e Ramon Pictures, l’esposizione si foca-lizza in particolare sull’esperienza dei bambini di Gaza, restituendo la forza, la dignità e la resilienza di chi cresce in un contesto segnato da un conflitto che continua
a ridefinire la quotidianità, l’immaginario e il futuro delle nuove generazioni.

Qui lo sguardo sull’infanzia diventa chiave per comprendere le contraddizioni del presente. Palazzo Merulana accoglie il progetto come spazio di mediazione culturale, educazione allo sguardo e riflessione sui diritti dei bambini.
Cuore del percorso è il lavoro fotografico di Melissa McClaren, realizzato durante le riprese del film How Kids Roll (2022–2023). Le sue immagini costruiscono un racconto intimo e privo di retorica: frammenti di vita, gesti quotidiani, attese e giochi sospesi tra normalità e trauma.
Accanto alle fotografie, le poesie scritte dai bambini di Gaza — raccolte dall’inizio del conflitto a oggi — entrano nello spazio espositivo come voci dirette, non filtrate. Parole che amplificano la forza del racconto visivo, trasformandolo in una testimo-nianza emotiva e linguistica. A queste si affiancano gli scatti di
Mahmoud Abu Hamda, che documentano la realtà di Gaza dall’inizio del conflitto fino a oggi. Immagini e testi dialogano come elementi installativi e sonori, restituen-do la complessità dell’infanzia attraverso paura, rabbia, speranza e immaginazione.

L’UNICEF Italia, in occasione dell’80° anniversario della nascita dell’Organizzazio-ne, patrocina la mostra “How Kids Roll” per il valore educativo e sociale, in linea con la sua missione di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “Attraverso uno sguardo autentico sull’infanzia in contesti di guerra, l’iniziativa promuove valori di pace, dialogo e convivenza, restituendo speranza in un periodo storico di forte drammaticità”.
«Ogni guerra è una guerra contro i bambini»: è il principio su cui Save the Chil-dren è stata fondata oltre 100 anni fa, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e che purtroppo conserva ancora oggi una drammatica attualità. Il patrocinio concesso dall’Organizzazione nasce dalla volontà di sostenere il valore di questa mostra come strumento di sensibilizzazione sulla condizione dei bambini a Gaza e di riconoscerne la capacità di creare ponti, trasmettendo un messaggio universale di pace e di umani-tà, affinché—come recita la missione fondativa di Save the Children—l’umanità dia ai bambini il meglio di ciò che può offrire.

Il progetto si completa con il film How Kids Roll, attualmente in distribuzione inter-nazionale. La pellicola racconta l’incontro tra due ragazzi — Mahmud, palestinese, e Alon, israeliano — uniti dalla passione per il surf durante la seconda intifada del 2003. Una storia di amicizia che attraversa il conflitto e apre uno spazio possibile di pace e fraternità. Disponibile da marzo su Canal+ e in distribuzione nel resto del mondo, il film conferma la forza universale del progetto. Liberamente ispirato al li-bro Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti edito da Ragazzi Mondadori, porta al centro lo sguardo dei bambini come alternativa concreta all’odio.
How Kids Roll non è solo una mostra: è un atto di testimonianza. E una chiamata a guardare — davvero — attraverso gli occhi dei bambini.

Un ambiente immersivo in cui immagini, parole e suoni, attraverso fotografie, testi poetici e contributi sonori (a cura di Maurizio Cascella), si intrecciano e costringono lo sguardo a fermarsi. Qui il visitatore non assiste soltanto alla violenza del conflitto: entra in contatto con ciò che resiste — la capacità dei bambini di reinventare il quoti-diano, di immaginare, di sperare.
How Kids Roll non si limita a documentare una condizione, ma assume le pratiche artistiche e documentarie come strumenti di responsabilità culturale, capaci di creare connessioni tra memoria, presente e urgenze globali, ponendo l’infanzia al centro di una riflessione necessaria sul nostro tempo.
Lo spazio espositivo è costruito per rallentare. Per obbligare a guardare davvero. Lightbox e fotografie in formati diversi — dalle grandi immagini immersive alle piccole stampe — si alternano in un ritmo visivo che passa dall’impatto immediato all’intimità. Le composizioni a mosaico invitano ad avvicinarsi, a sostare, a entrare nei dettagli. È un continuo slittamento tra visione d’insieme e incontro personale.
Accanto alle immagini, le poesie dei bambini di Gaza — scritte dall’inizio del con-flitto a oggi — attraversano lo spazio come presenze vive. Non didascalie, ma voci. Dirette, fragili, potentissime. Offrono una seconda soglia di accesso al racconto: quella della parola che non media, ma espone.

Il percorso si arricchisce delle opere pittoriche di Simone Legno, ispirate al film, e di un video che documenta la sua live performance. A queste si affiancano schermi su cui scorrono in loop le sequenze oniriche tratte da How Kids Roll: immagini che aprono uno spazio interiore, restituendo la dimensione invisibile dell’infanzia in
guerra. L’audiovisivo non sovrasta, ma espande — amplifica il racconto fotografico e
ne approfondisce la risonanza emotiva.
L’allestimento, nel suo insieme, costruisce una condizione precisa: prossimità. Nessuna spettacolarizzazione, nessuna distanza di sicurezza.
Solo un invito netto all’ascolto. Le immagini, le parole e i suoni chiedono tempo, attenzione, responsabilità.
Musica e progetto sonoro a cura di Maurizio Cascella

Dal 14 Maggio 2026 al 28 Giugno 2026 – Palazzo Merulana – Roma

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GAK YAMADA, The Cosmic Prayer

Manifesto per l'esposizione 'The Cosmic Prayer' di Gak Yamada, che mostra elementi astratti con colori vivaci e decorazioni scintillanti, date dell'evento dal 10 maggio al 14 giugno 2026 presso Mercati Culturali di Pordenone.

Die Gelbe Wand nasce con una vocazione internazionale e un’identità ibrida, puntando i propri riflettori sulla fotografia contemporanea con una predilezione per le sperimentazioni che fioriscono nei paesi di lingua tedesca e in Giappone, e non poteva esserci battesimo migliore se non quello affidato alla potenza visiva di Gak Yamada (Ehime, Giappone 1973), protagonista della sua prima personale europea proprio qui a Pordenone dal titolo “The Cosmic Prayer” e curata da Marco Minuz.

“Inaugurare Die Gelbe Wand con una mostra di tale densità significa dichiarare apertamente la missione di questo spazio: non un semplice contenitore, ma un luogo di collisione tra culture e linguaggi. Qui l’immagine diventa linguaggio vivo, capace di interrogare la realtà, raccontare trasformazioni e aprire nuovi orizzonti percettivi. Vogliamo rendere questo spazio, geograficamente decentrato, un generatore di ricerca attraverso collaborazioni internazionali.” spiega Marco Minuz, direttore artistico di Die Gelbe Wand.

La selezione delle opere curata per l’occasione non è una semplice serie di scatti, ma un viaggio sinestetico che Yamada ha costruito per offrire una visione d’insieme del proprio percorso artistico, una parabola che parte dalla fotografia per atterrare in uno spazio terzo, un altrove che non è più pittura e non è ancora scultura, ma che vibra di un’autonomia propria. L’artista ci conduce per mano attraverso un’evoluzione che vede la fotografia come rappresentazione del mondo esterno e il dipinto astratto come espressione del mondo interiore, cercando però costantemente quel punto di rottura, quel processo di creazione in cui le categorie si fondono l’una dentro l’altra. Entrando nella prima sala dell’esposizione, ci si imbatte nella serie HIGAN, che rappresenta la linea più marcatamente fotografica della ricerca di Yamada, qui presentata in un allestimento che copre un’intera parete; l’ispirazione dichiarata è ”Addio alla fotografia” di Daido Moriyama, un punto di svolta che Yamada rielabora trasformando quella che era nata come un’opera editoriale da sfogliare in un’esperienza visiva simultanea, capace di sprigionare un’intensità diversa quando colta in un unico sguardo d’insieme.

Ma basta voltarsi verso le altre pareti per accorgersi che la pittura reclama il suo spazio: ogni superficie corrisponde a un periodo specifico della sperimentazione dell’artista, come avviene in Threshold, dove l’immagine fotografica viene aggredita dall’introduzione di elementi testuali, parole che scorrono rapide nella mente dell’autore e che si trasformano in sottili linee nere, segni che sembrano leggibili ma che sfuggono alla comprensione, diventando pura energia calligrafica.

Il lavoro di Yamada è un corpo a corpo con la materia: egli non esita a immergere le stampe in acqua per giorni, scoprendo come le carte Fujifilm si dissolvano rapidamente mentre le Kodak si sfaldino strato dopo strato, come accade nella serie Red, dove il blu svanisce lasciando emergere un rosso dominante e inquietante che l’artista lavora ulteriormente con lo sfregamento delle dita, quasi a voler denunciare un certo eccesso del capitalismo attraverso la decomposizione cromatica.

In Threshold, invece, la distruzione dell’immagine è affidata agli agenti atmosferici: le stampe vengono abbandonate in giardino, esposte al vento e alla pioggia per un mese affinché si deteriorino in modo organico, fuori dall’intenzione umana, per poi essere riportate in studio e sottoposte a un trattamento quasi sciamanico tra nastro adesivo, inchiostri acrilici, oro, argento e l’uso del fuoco, che brucia la carta fino a lacerarla lasciando intravedere il buio retrostante.

È qui che nasce il concetto di soglia, un confine dove tutto converge: superficie e retro, visibile e invisibile, fotografia e pittura. Spostandosi nella seconda sala, l’esperienza si trasforma ulteriormente, accogliendo il visitatore nello stato attuale della ricerca di Yamada, dominato da light box e suono; qui il light box diventa una forma compiuta, una sorta di kata, termine che nelle arti tradizionali giapponesi come il teatro Nō o l’haiku indica una forma definita che non limita l’artista ma ne abilita la libertà creativa e il salto immaginativo. La musica, per Yamada, è un motore fondamentale: è la vibrazione che fa emergere le immagini interiori, e in questo spazio suono e visione appaiono insieme, risuonando in un’unica frequenza emotiva. Particolarmente affascinante è l’opera Ku (Cielo), nata dall’uso dello scanner come strumento di cattura dello spazio, un metodo che si discosta radicalmente dalla lente fotografica tradizionale; se l’obiettivo implica una gravità stabile, legata all’occhio umano piantato a terra, lo scanner libera l’immagine dal peso, creando una sensazione di sospensione misteriosa, come se gli oggetti — dalla carta washi a piccoli elementi quotidiani — danzassero in un vuoto sconosciuto.

L’evoluzione più recente di questo percorso è rappresentata dalla serie Kankō, dove le stampe deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore, tracciando segni che richiamano la forza primordiale della scrittura cuneiforme o dei caratteri oracolari cinesi. Yamada è profondamente colpito dalla materialità delle antiche incisioni su argilla o osso, vedendo in quel gesto umano così fragile e transitorio lo stesso impulso primordiale che ha dato vita alla pittura e alla fotografia: una ricerca di certezza, una preghiera laica che cerca di lasciare un segno nel mondo.

In Kankō, la sovrapposizione tra pittura rupestre, scrittura arcaica e fotografia punta a trascendere i media stessi per evocare una presenza sacra, un oggetto che accolga la tensione umana in un unico punto di condensazione.

La città di Pordenone si arricchisce di una finestra affacciata sull’asse culturale che lega l’Europa di lingua tedesca al Giappone, offrendo al pubblico l’opportunità unica di confrontarsi con un artista come Gak Yamada, capace di bruciare l’immagine per farne risplendere l’essenza più profonda e spirituale.

10 maggio – 14 giugno 2026 – Spazio Espositivo Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone

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ROLAND DUFAU Scultore di luce

Manifesto della mostra fotografica 'Roland Dufau: scultore di luce' con un'immagine di un gruppo di bambini e un uomo con il viso dipinto da clown. La mostra si tiene al Palazzetto Bru Zane a Venezia dal 23 maggio al 12 settembre 2026.

Nell’ambito del suo impegno a sostegno della fotografia, la Fondation Bru presenta dal 23 maggio 2026 la mostra “Roland Dufau, scultore di luce”. Nel corso di una carriera durata 37 anni, Roland Dufau ha valorizzato le fotografie di centinaia di appassionati e professionisti, realizzando, a partire dalle loro diapositive, stampe eccezionali, grazie al procedimento svizzero noto come Cibachrome, sviluppato dall’azienda Ilford.

Dufau ha costituito una collezione unica composta da oltre mille immagininotevole non solo per la fama dei fotografi, ma soprattutto per l’eccezionale qualità delle stampe in Cibachrome, la cui durata – se conservate al riparo dalla luce diretta e dall’umidità – è stimata fino a trecento anni.Questa la frase del fotografo americano Robert J. Steinberg che lo ha accompagnato per tutto il suo percorso professionale: “Per me, l’oggetto artistico più sensuale è una stampa fotografica realizzata alla perfezione”.

Durante la Biennale d’arte di Venezia 2026, la Fondation Bru rinnova il proprio impegno per la valorizzazione del patrimonio culturale presentando al Palazzetto Bru Zane una selezione di stampe fotografiche curata dal fotografo Reza provenienti dalla collezione di Dufau. La mostra invita il pubblico a scoprire il talento di un artigiano esigente al servizio della fotografia.

La Fondation Bru ha incontrato Roland Dufau nel 2014 grazie alla Fondation Gilles Caron. Dopo il fallimento della Ilford nel 2013, Dufau aveva messo da parte una scorta di carta Cibachrome; grazie al sostegno della Fondation Bru, ha potuto utilizzarla per realizzare sessanta stampe a colori a partire dalle diapositive di Gilles Caron. Una selezione di queste opere è stata esposta a Venezia in occasione della Biennale d’arte del 2015 e, nel febbraio 2016, alla Galerie de la Muse di Plainpalais, a Ginevra.

Il fotografo di fama internazionale Reza ha fatto realizzare a sua volta le proprie stampe in Cibachrome da Roland Dufau, l’ultima delle quali è l’iconico ritratto del comandante Massoud. A testimonianza della grande complicità tra i due, il fotografo ha dedicato a Dufau un episodio della serie Square Artiste; è stato proprio questo profondo legame a spingere la Fondation Bru ad affidargli la curatela della mostra, con il difficile compito di selezionare, tra oltre mille stampe, le opere da esporre a Venezia.

23 maggio – 12 settembre 2026 – Palazzetto Bru Zane, Venezia

Quali sono gli obiettivi fotografici e come usarli

Ciao, ecco le tipologie di ottiche che puoi usare per i tuoi progetti fotografici! Buona giornata

Sara

La scelta dell’obiettivo fotografico è un fattore cruciale nella realizzazione di un’immagine di qualità. Ogni obiettivo, caratterizzato da una specifica lunghezza focale e apertura, offre un punto di vista unico e influisce direttamente sulla profondità di campo, sulla distorsione e sulla prospettiva dell’immagine finale. La versatilità dell’obiettivo è fondamentale per ogni fotografo, sia esso un professionista o un appassionato. Ogni tipo di obiettivo offre un punto di vista distintivo, permettendoci di esplorare diverse possibilità creative.

Obiettivi grandangolari: Gli obiettivi grandangolari sono caratterizzati da una lunghezza focale corta, che permette di catturare una porzione di scena molto più ampia rispetto a un obiettivo standard. Questa caratteristica li rende ideali per riprendere paesaggi vasti, interni spaziosi e architetture imponenti. La caratteristica principale è proprio la possibilità di includere una porzione di scena molto più ampia nel fotogramma. Gli obiettivi grandangolari tendono ad avere una maggiore profondità di campo, ovvero una porzione più ampia dell’immagine a fuoco. Questo significa che puoi ottenere immagini nitide sia in primo piano che sullo sfondo.

Questi obiettivi possono causare distorsione delle linee rette, soprattutto ai bordi dell’immagine. Le linee verticali possono apparire incurvate verso l’interno (distorsione a barilotto). Alcune lenti grandangolari, inoltre, possono presentare un leggero oscuramento degli angoli dell’immagine, soprattutto quando si utilizzano aperture ampie.

Gli obiettivi grandangolari hanno una lunghezza focale inferiore a 35 mm su full-frame (o sotto i 24 mm su APS-C) e offrono un ampio angolo di campo.

Caratteristiche tecniche

  • Angolo di campo: Dai 63° ai 120°, a seconda della lunghezza focale.
  • Profondità di campo ampia: Anche con diaframmi aperti, gran parte dell’immagine rimane a fuoco.
  • Distorsione prospettica: Gli oggetti vicini appaiono più grandi, mentre quelli lontani più piccoli (effetto prospettico esagerato).
  • Possibile distorsione geometrica: Specialmente sotto i 24 mm, le linee dritte possono apparire curve (distorsione a barilotto).

Tipologie

  • Grandangolari moderati (24-35mm) → Versatili, ottimi per paesaggi e reportage.
  • Supergrandangolari (14-24mm) → Angoli di campo molto ampi, ideali per architettura e interni.
  • Fisheye (<14mm) → Distorsione estrema per effetti creativi.

Utilizzo

✅ Paesaggi, architettura, interni, fotografia d’azione, astrofotografia.

Obiettivi standard: Hanno una lunghezza focale simile a quella dell’occhio umano (50mm) e sono versatili per molti tipi di fotografia. Perché si chiama “standard”? Perché la lunghezza focale di un obiettivo standard offre una prospettiva molto naturale e simile a quella che percepiamo nella vita quotidiana e comprende un angolo di campo di circa 45°. È un ottimo punto di partenza per chi si avvicina alla fotografia, in quanto permette di ottenere risultati equilibrati in molte situazioni.

Gli obiettivi normali hanno una lunghezza focale compresa tra 40 mm e 60 mm su formato full-frame (o circa 25-40 mm su APS-C) e forniscono un angolo di campo simile alla visione umana.

Caratteristiche tecniche

  • Angolo di campo: Circa 46° (su full-frame).
  • Prospettiva naturale: Non introduce distorsioni evidenti.
  • Ampie aperture di diaframma: Molti modelli (come il classico 50mm f/1.8) permettono una grande apertura, utile per scatti in condizioni di scarsa luce e per ottenere un piacevole sfocato (bokeh).

Utilizzo

✅ Ritratti, street photography, reportage, fotografia quotidiana.

Teleobiettivi: Ideali per soggetti lontani come spesso accade nello sport, natura e ritratti, offrono un ingrandimento significativo. I teleobiettivi sono strumenti indispensabili per chi desidera “avvicinarsi” a soggetti lontani senza dover fisicamente modificare la propria posizione. Grazie alla loro lunga focale, questi obiettivi ingrandiscono l’immagine, permettendoci di catturare dettagli che sarebbero altrimenti invisibili ad occhio nudo. I teleobiettivi tendono a comprimere lo spazio, facendo apparire gli oggetti più vicini tra loro e lo sfondo più compresso. Questo effetto è particolarmente evidente con lunghezze focali molto lunghe. Molti teleobiettivi hanno un diaframma luminoso (numero f basso), che permette di scattare in condizioni di scarsa illuminazione. Se il diaframma più aperto a disposizione e troppo chiuso, rischiamo mossi e mancanza di luminosità nelle nostre immagini. Prestate sempre attenzione!

Tipi di teleobiettivi:

Teleobiettivi standard: Offrono una buona versatilità e sono ideali per un’ampia gamma di applicazioni.

Super teleobiettivi: Hanno lunghezze focali molto elevate e sono utilizzati per fotografare soggetti estremamente lontani, come animali o soggetti sportivi in campi ampi.

Teleobiettivi con zoom: Combinano le caratteristiche di un teleobiettivo con la versatilità di uno zoom, permettendo di variare la lunghezza focale senza cambiare obiettivo.

Gli obiettivi tele hanno una lunghezza focale superiore a 70 mm su full-frame (o 50 mm su APS-C) e servono per ingrandire soggetti distanti.

Caratteristiche tecniche

  • Angolo di campo ristretto: Dai 30° a meno di 5°, a seconda della lunghezza focale.
  • Compressione prospettica: Gli oggetti sembrano più vicini tra loro rispetto alla realtà.
  • Sfocato marcato (bokeh): Perfetti per isolare il soggetto dallo sfondo.
  • Stabilizzazione necessaria: Con focali superiori a 200 mm, il rischio di micromosso aumenta, quindi molti tele hanno stabilizzatori ottici (VR, IS, OSS).

Tipologie

  • Teleobiettivi corti (70-135mm): Ideali per ritratti (classico 85mm f/1.8).
  • Teleobiettivi medi (135-300mm): Ottimi per sport e natura.
  • Superteleobiettivi (>300mm): Usati in fotografia naturalistica e sportiva.

Utilizzo

✅ Ritratti, sport, natura, fotografia astronomica.

Macro obiettivi: Progettati per riprendere soggetti molto piccoli a breve distanza, come insetti o fiori. Gli obiettivi macro sono strumenti specializzati progettati per catturare immagini dettagliate di soggetti molto piccoli a brevissima distanza. Pensali come una lente d’ingrandimento per la tua fotocamera, che ti permette di rivelare dettagli invisibili all’occhio nudo. La caratteristica distintiva degli obiettivi macro è la loro capacità di ingrandire notevolmente il soggetto. Molti obiettivi macro offrono un rapporto di ingrandimento di 1:1, ovvero l’immagine del soggetto sul sensore della fotocamera è grande quanto il soggetto stesso nella realtà. Per garantire immagini nitide e dettagliate, gli obiettivi macro sono costruiti con lenti di alta qualità e spesso presentano rivestimenti speciali per ridurre al minimo le aberrazioni.  Gli obiettivi macro ti permettono di rivelare dettagli invisibili a occhio nudo, come le venature di un’ala di farfalla o le strutture di un cristallo. Anche se progettati principalmente per la macrofotografia, molti obiettivi macro possono essere utilizzati anche per altri tipi di fotografia, come i ritratti ravvicinati.

Obiettivi fisheye: Gli obiettivi fisheye sono degli ultragrandangolari estremi, caratterizzati da una curvatura delle lenti molto pronunciata. Questa caratteristica conferisce alle immagini un’ampia distorsione a barilotto, ovvero le linee rette ai bordi dell’immagine appaiono incurvate verso l’esterno. L’effetto finale è quello di una visione “a occhio di pesce”, da cui deriva il nome. Gli obiettivi fisheye possono coprire angoli di campo superiori ai 180°, permettendo di catturare una porzione di scena molto più ampia rispetto a un obiettivo standard.

Tieni presente che la distorsione è una caratteristica intrinseca dei fisheye, quindi scegli un obiettivo che offra un tipo di distorsione che ti interessa ottenere, sempre che tu ne voglia ottenere una. Come per tutti gli obiettivi, anche i fisheye variano in termini di qualità ottica. Scegli un modello di buona qualità per ottenere immagini nitide e contrastate.

Obiettivi Zoom: Gli obiettivi zoom sono strumenti estremamente versatili che permettono di variare la lunghezza focale senza dover cambiare obiettivo. Questa caratteristica li rende ideali per una vasta gamma di situazioni fotografiche, dal paesaggio al ritratto. Combinano diverse lunghezze focali offrendo flessibilità ma questo va spesso a discapito della qualità ottica, che rimane, nella maggior parte dei casi, superiore negli obiettivi a focale fissa. Questo è dovuto alla complessità del meccanismo interno e alla necessità di ottimizzare le prestazioni su un’ampia gamma di lunghezze focali.

La possibilità di variare la lunghezza focale senza cambiare ottica è un grande vantaggio, soprattutto in situazioni in cui si desidera catturare soggetti diversi con inquadrature differenti, inoltre non dover cambiare continuamente obiettivo fa risparmiare tempo e permette di cogliere i momenti fuggevoli.

Storia di una fotografia – Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”

Oggi un classico della fotografia, Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”…buona lettura!

Sara Munari

FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80

“Untitled Film Stills”, realizzato tra il 1977 e il 1980 da Cindy Sherman, è una serie iconica che esplora i cliché e gli stereotipi femminili nel cinema e nella cultura popolare. In questa serie, Sherman si trasforma in diversi personaggi femminili, creando immagini che sembrano fotogrammi di film immaginari. Le sue opere, con la loro ambiguità e la loro ironia, mettono in discussione le rappresentazioni convenzionali delle donne e il ruolo della fotografia nella costruzione dell’identità.

FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80

Il tema centrale di “Untitled Film Stills” è l’esplorazione della costruzione sociale dell’identità femminile. Sherman utilizza la fotografia per svelare i meccanismi di potere e di controllo che si celano dietro le immagini apparentemente innocenti. Le sue immagini, con la loro teatralità e la loro ambiguità, ci invitano a riflettere sulla natura della rappresentazione e sulla nostra capacità di interpretare le immagini.

FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80

L’approccio di Sherman si distingue per la sua capacità di trasformarsi e di creare personaggi complessi. Le sue opere, che sono spesso realizzate in studio con l’ausilio di costumi, di trucco e di scenografie, sono caratterizzate da un’estetica teatrale e da un’attenzione alla narrazione. La sua tecnica, che combina fotografia e performance, le consente di creare immagini che sono allo stesso tempo personali e universali.

Dal punto di vista visivo, “Untitled Film Stills” è una serie di grande impatto emotivo. Le immagini, con la loro atmosfera cinematografica e i loro personaggi enigmatici, creano un’esperienza visiva coinvolgente e stimolante. Sherman ci invita a interrogare le nostre certezze e a mettere in discussione le narrazioni dominanti.

Biografia di Cindy Sherman:

Cindy Sherman, nata nel 1954 a Glen Ridge, è un’artista americana nota per le sue fotografie concettuali. Dopo aver studiato arte al Buffalo State College, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica teatrale e da un’attenzione alla narrazione. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandola come una delle artiste più influenti della nostra epoca.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

  • Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
  • Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
  • Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.

Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.