Mostre di fotografia consigliate per novembre

Ciao, non perdetevi queste bellissime mostre nel mese di novembre!

Anna

Richard Avedon, In the American West, 1979-1984

Richard Avedon, Ronald Fischer, beekeeper, California, May 9, 1981
© The Richard Avedon Foundation | Richard Avedon, Ronald Fischer, beekeeper, California, May 9, 1981

La mostra presenta In the American West, la storica serie di ritratti del fotografo americano Richard Avedon (1923-2004), nata nel 1979 da una commissione dell’Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth (Texas).
La serie fu esposta per la prima volta nel museo di Fort Worth nel 1985 e pubblicata nello stesso anno nel volume edito da Harry N. Abrams (New York).
Alla fine degli anni Settanta Richard Avedon era noto principalmente per le fotografie di moda pubblicate su riviste come Harper’s Bazaar e Vogue, e aveva già avuto una retrospettiva allo Smithsonian Institution di Washington nel 1962 e una mostra personale al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1978.

Tra il 1979 e il 1984, il fotografo viaggiò, durante i mesi estivi, in tutto l’Ovest nordamericano, alla ricerca di aree di sosta per camionisti, di fiere, di rodei, di luna park, di giacimenti petroliferi, di accampamenti minerari e di mattatoi. Davanti a un fondale bianco, appeso all’aperto, all’ombra e senza luci artificiali, fotografò oltre mille persone: braccianti di ranch, minatori, cameriere, vagabondi, giostrai, disoccupati. Avedon volle ampliare il suo ritratto degli Stati Uniti includendo persone non celebri che egli descrisse come la forza nascosta del Paese.

La mostra raccoglie la serie completa di 110 stampe realizzate per il libro, esposte insieme ai materiali d’archivio provenienti dalla Richard Avedon Foundation, che documentano il metodo di lavoro di Avedon: manoscritti, polaroid di lavoro e altri documenti provenienti dai fascicoli che raccoglieva sui singoli soggetti, compresa la corrispondenza intercorsa con le persone fotografate.

A cura di Clément Chéroux, Direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson
Mostra, promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, organizzata dalla Fondation Henri Cartier-Bresson, con opere in prestito da The Richard Avedon Foundation, in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo.

Dal 9 Ottobre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Esposizioni Roma

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MAN RAY. Il maestro del Surrealismo

Una fotografia in bianco e nero che mostra una donna di spalle, senza vestiti, con un turbante decorato in testa. Sulla schiena della donna sono presenti due simboli musicali di 'f'.
Le Violon d’Ingres, 1924, stampa ai sali d’argento, 39×30 cm. Collezione privata
© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 Image: Telimage, Paris

L’autunno di Palazzo Roverella rinnova la sua tradizionale e attesa vocazione per la grande fotografia proseguendo nel solco delle grandi rassegne dedicate ai maestri internazionali. Dal prossimo 13 novembre al 31 gennaio 2027, gli spazi espositivi rodigini ospiteranno una straordinaria monografica focalizzata su Man Ray.

Con Man Ray. Il maestro del Surrealismo prende infatti avvio il nuovo biennio espositivo 2027-2028 presentato da Fondazione Cariparo nelle scorse settimane. La grande monografica dedicata al maestro americano non rappresenta soltanto uno degli eventi più attesi della prossima stagione culturale, ma inaugura un programma che conferma l’ambizione del Roverella di consolidare ulteriormente il proprio ruolo nel panorama espositivo nazionale ed europeo.

Dopo aver annunciato un percorso che comprenderà grandi mostre d’arte, fotografia e storia, con partnership di prestigio internazionale, la Fondazione apre dunque il nuovo ciclo con uno dei fotografi più influenti e innovativi dell’intero Novecento.

L’appuntamento conferma il ruolo di primo piano del Roverella nella valorizzazione dei grandi protagonisti storici della fotografia mondiale, proponendo un evento espositivo di assoluto rilievo nazionale ed europeo.

L’esposizione celebra l’universo anticonvenzionale di un autore cardine del Novecento, capace di tracciare percorsi visivi inediti che ancora oggi offrono spunti preziosi al linguaggio visivo contemporaneo. Curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, la mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e la produzione di Silvana Editoriale.

La vera forza e la novità del progetto risiedono nel carattere scientifico e nella caratura delle partnership internazionali coinvolte, che rendono la tappa rodigina un evento di eccezionale rilievo nel panorama culturale nazionale ed europeo. Il percorso espositivo può vantare la sinergia diretta con istituzioni come il Man Ray Trust di New York e la Photothèque Man Ray di Parigi, garantendo così una selezione dai rigorosi standard conservativi e conoscitivi.

A ciò si affianca una curatela d’eccezione, affidata a due dei massimi specialisti dell’opera del maestro surrealista, la cui lunga esperienza garantisce un’interpretazione originale e aggiornata del suo lavoro.

Dal punto di vista della proposta espositiva, la rassegna si distingue per una qualità collezionistica raramente accessibile al grande pubblico. Il corpus esposto comprende infatti un consistente insieme di preziose stampe vintage, realizzate direttamente negli anni degli scatti o sotto il controllo diretto del maestro. Tra queste spicca, per eccezionalità e peso documentario, la preziosa selezione di stampe originali provenienti dal Musée Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône, testimonianza diretta e insostituibile del lavoro di camera oscura che ha rivoluzionato la fotografia del XX secolo.

Sperimentatore poliedrico — pittore, regista e designer oltre che fotografo — Emmanuel Radnitsky sceglie lo pseudonimo Man Ray per unire l’elemento umano al raggio di luce, sviluppando la propria ricerca nell’ambito delle avanguardie d’oltreoceano e dell’ambiente surrealista parigino a fianco di Marcel Duchamp. La ricognizione biografica lascia tuttavia subito il posto al cuore propulsore dell’evento: l’impatto dirompente delle sue invenzioni visive, prime fra tutte le celebri rayografie realizzate senza obiettivo e le solarizzazioni messe a punto con Lee Miller, capaci di trasformare la materia fotografica in pura poesia visiva.

Attraverso una selezione di circa trecento opere tra fotografie originali, disegni, litografie, oggetti iconici e documenti storici, la mostra offre un’immersione completa nei nuclei fondamentali della creatività dell’artista. Il percorso guida il visitatore tra la riflessione sull’identità e l’ambiguità degli autoritratti, le celebri gallerie di volti dei grandi intellettuali dell’epoca e l’esplorazione incessante del corpo femminile, declinato sia nella purezza formale dei nudi sia negli innovativi scatti realizzati per l’alta moda. Un focus di particolare rilievo è riservato alle sperimentazioni tridimensionali e ai ready-made di matrice dadaista, unitamente alla proiezione integrale dei quattro cortometraggi d’avanguardia ideati dal maestro.

A completare la portata culturale e scientifica della mostra interviene il catalogo edito da Silvana Editoriale, curato dagli stessi Butzbach e Rocca e impreziosito dai contributi critici di Raffaella Perna, che integra e suggella un appuntamento destinato a segnare la stagione espositiva.

Dal 13 Novembre 2026 al 31 Gennaio 2027 – Palazzo Roverella – Rovigo

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William Klein. Le mie città

William Klein, Bikini, Moscow 1959
© William Klein Estate | William Klein, Bikini, Moscow 1959

“Nella sua lunga vita di artista, grafico, fotografo, regista, credo che più di tutto William Klein abbia cercato di far questo: cogliere il ritmo delle città in cui si trovava e 
racchiuderlo in quelle straordinarie immagini perennemente in movimento che realizzava”
Alessandra Mauro
 
Considerato uno dei protagonisti più innovativi della fotografia del Novecento, William Klein ha radicalmente cambiato il modo di immortalare le città: non le osserva da lontano, ma entra nella scena realizzando immagini fisiche, veloci e ironiche che sembrano catturare la realtà nel momento stesso in cui prende forma.
 
Da questo punto di osservazione nasce la mostra “Le mie città”, presentata da M77 Gallery negli spazi di via Mecenate a Milano dal 22 settembre al 14 novembre 2026. Un’esposizione che si inserisce in una doppia ricorrenza: il 2026 segna infatti il centenario della nascita di William Klein, oltre a inaugurare il biennio (2026/2027) dedicato al bicentenario dell’invenzione della fotografia.
Curata da Alessandra Mauro, la monografica ripercorre il rapporto dell’artista con le città che hanno segnato la sua vita e la sua ricerca: Milano, dove nei primi anni Cinquanta iniziò la sua carriera; Roma, dove nel 1956 si scoprì effettivamente fotografo, invitato da Fellini come assistente per un film in preparazione; New York, dove nacque e dove realizzò il primo, straordinario “diario visivo”; Parigi, città d’adozione dove scelse di vivere, e poi ancora Mosca e Tokyo. Luoghi diversi, abitati in momenti differenti della sua lunga esperienza, diventano così tappe di uno stesso viaggio. Quello di un fotografo capace di immergersi nel caos urbano e seguirne il ritmo, per restituirlo attraverso immagini dinamiche e profondamente personali.
William Klein nasce a New York nel 1926 per poi approdare, intorno ai vent’anni, a Parigi, dove “tutto” avviene: l’incontro con Jeanne, la compagna della sua vita, la scelta di diventare artista e di frequentare, dal 1948, l’atelier di Fernand Léger. Nei primi anni Cinquanta si sposta a Milano debuttando con la prima personale di opere astratte nel foyer del Piccolo Teatro e poi alla Galleria Il Milione. Nel capoluogo meneghino entra in contatto con l’architetto Angelo Mangiarotti che gli commissiona dei grandi pannelli girevoli decorati. Sarà proprio per documentare questo lavoro che Klein prende in mano per la prima volta una macchina fotografica.
Nel 1954 torna a New York chiamato dall’allora art director di Vogue Alexander Lieberman. “Life is good and good for you in New York”, diario visivo del suo ritorno, diventa uno dei libri più celebri nella storia della fotografia.
 
Forte di questo successo, Klein viene invitato a Roma da Federico Fellini come assistente per “Le notti di Cabiria”. Nasce così il secondo dei suoi diari visivi in cui l’artista racconta per immagini una città sconosciuta, osservando chi la abita ed entrando all’interno del flusso esistenziale che la percorre.
 
Come poi accade anche nelle altre città, con le sue realizzazioni siamo lontanissimi dal mito del fotografo-testimone. Quando scende in strada, Klein è presente, quasi ingombrante, e interagisce con i soggetti, ci parla, li provoca, sperimentando di tutto: immagini accidentali, mosse, deformate.
 
Con oltre 60 di queste immagini, la mostra “Le mie città” espone, al piano terra della galleria, una selezione di visioni urbane in bianco e nero che restituiscono il rapporto dell’artista con le “sue” città, mentre il primo piano è interamente dedicato al suo lavoro nella moda, personalissimo e pieno di colori. Un mondo, quello del fashion, comunque soggetto allo stesso approccio: Klein porta le modelle fuori dallo studio e le immerge nella vita di tutti i giorni, mettendole in relazione con taxi, semafori, passanti e architetture. La fotografia di moda diventa così un’altra forma di racconto in cui dialogano il quotidiano e la messa in scena.
Il primo piano ospita anche un video – realizzato dallo stesso Klein nel 2005 per accompagnare la sua mostra al Centre Pompidou – con una selezione dei suoi corti e dei suoi film, dal primissimo Broadway by light (1958) alla Trilogia sui neri d’America: un montaggio che mischia temi e stili, dialoghi veloci e un uso sapiente della musica, per restituire al pubblico uno sguardo radicale e critico nei confronti della società mediatica.

Dal 22 Settembre 2026 al 14 Novembre 2026 – M77 Gallery – Milano

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So Many Windows In Time: Frozen Features – Jason Fulford

Jason Fulford torna da Micamera con una selezione di fotografie tratte dall’ultimo libro e realizzate sovrapponendo immagini scattate nell’arco di trent’anni, dal 1996 al 2026.

Fulford costruisce il proprio lavoro a partire da una convinzione: il significato di una fotografia non è mai del tutto contenuto nell’immagine, ma si modifica attraverso ciò che le viene messo accanto e lo sguardo dell’osservatore. Nei libri, nelle mostre, nelle performance e nel lavoro editoriale, le fotografie entrano continuamente in relazione tra loro, producendo rime, cortocircuiti, dissonanze e associazioni impreviste.

In Frozen Features questo principio entra direttamente nell’immagine. Due fotografie appartenenti a tempi e luoghi lontani vengono sovrapposte e così Tamara, mentre disegna Lucrezia Borgia sulla parete di Micamera, si ritrova improvvisamente al centro di una highway americana. O alcuni mobili ammucchiati ricordano la serie Mobili nella valle di De Chirico. Scala, tempo e spazio smettono di essere coordinate stabili.

Il processo è governato dal caso: una sorta di slot machine metafisica che rimescola la memoria e ne restituisce frammenti a due a due, lasciando all’intuizione e al senso della composizione il compito di riconoscere quando un accostamento funziona. A volte è l’ironia, o una questione di forme. Alcune sovrapposizioni sembrano scontate ma a pensarci un attimo sono inspiegabili.

Il titolo, Frozen Features, conserva la stessa ambiguità delle fotografie. Features può indicare i tratti di un volto, ma anche caratteristiche, elementi, particolari e Frozen suggerisce qualcosa di immobile, congelato nel tempo. Fulford parte da immagini congelate nelle fotografie per trent’anni e le rimette in movimento, accostandole e sovrapponendole fino a far emergere qualcosa che prima non c’era.

Il rapporto tra Jason Fulford e Micamera dura da quasi quindici anni e ha preso, nel tempo, forme molto diverse. Siamo stati la cantina dei vini di Hotel Oracle e abbiamo ospitato libri, mostre, performance, workshop e progetti costruiti dentro e fuori dallo spazio della galleria, fino alle 684 fotografie di Everything (LOL), riunite nel 2025 in un’unica grande installazione. Cambiano i formati, gli spazi e le regole del gioco: So Many Windows In Time aggiunge un’altra possibilità, perché immagini separate da anni e chilometri finiscono nello stesso spazio, come finestre aperte contemporaneamente su tempi diversi.

Dal 5 novembre al 5 dicembre – MiCamera – Milano

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Tamaki Yoshida – Unfolding

All’interno dello spazio espositivo “Die Gelbe Wand” nei Mercati Culturali Pordenone, la prima grande mostra europea della fotografa giapponese.

Dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026, Die Gelbe Wand, il nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia contemporanea presente all’interno del centro culturale Mercati Culturali Pordenone, ospita Tamaki Yoshida. Unfolding, la prima grande mostra europea dedicata alla fotografa giapponese. Curata da Marco Minuz, l’esposizione presenta due importanti nuclei della ricerca dell’artista, Negative Ecology e Himizu, attraverso i quali Yoshida indaga il rapporto tra essere umano e mondo naturale, interrogando le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sull’ambiente.

L’esposizione rappresenta un appuntamento di rilievo nella programmazione culturale cittadina e si inserisce nel percorso di avvicinamento a Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027, essendo Die Gelbe Wand uno dei progetti del Dossier di Pordenone 2027, contribuendo a rafforzare il dialogo della città con la scena artistica internazionale. Un progetto che prosegue il percorso di analisi della scena fotografica contemporanea giapponese e dei paesi di lingue tedesca, avviato con le precedenti mostre dedicate a Stephanie Moshammer e Gak Yamada.

Come afferma Alberto Parigi, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone “I Mercati Culturali Pordenone, che accolgono il progetto di Pordenone 2027 “Die Glebe Wand”, raccontano meglio di ogni altro luogo che cosa significhi per la città essere Capitale italiana della Cultura. Qui pubblico e privato hanno collaborato proficuamente e uno spazio rimasto a lungo chiuso è diventato oggi un luogo vivo per l’arte e la fotografia contemporanea. Nel percorso verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027 la rigenerazione urbana sta cambiando il profilo della città: Villa Cattaneo ospita il Polo del Futuro Musicale gestito da giovani, la Casa del Mutilato accoglierà esposizioni e mostre, l’ex area Tomadini diventerà un ecomuseo. In questo panorama “Die Glebe Wand” si afferma come nuovo punto di riferimento culturale per la città, un segno visibile di ciò che la Capitale sta portando a Pordenone: un respiro più metropolitano, nuovi spazi culturali e collaborazioni internazionali.”

Il titolo Unfolding deriva dal verbo inglese to unfold, che significa dispiegare, aprire qualcosa che era ripiegato, far emergere gradualmente ciò che prima non era visibile. La parola indica anche lo svolgersi di un processo, lo sviluppo di una situazione e la progressiva rivelazione di qualcosa di ignoto. Un termine che restituisce efficacemente la natura della ricerca di Tamaki Yoshida, nella quale la fotografia diventa uno spazio di trasformazione, in cui ciò che appare familiare si fa enigmatico e ciò che sembrava sfuggire alla comprensione prende forma, diventando visibile. È un passaggio da uno stato all’ altro, nel quale non tutto viene rivelato e una parte rimane affidata all’immaginazione e alla sensibilità di chi osserva.

Le immagini di Yoshida sembrano abitare una soglia, evocando la sensazione provata durante l’infanzia davanti a una porta socchiusa, quando da una stanza filtravano una luce o una voce, lasciando intuire l’esistenza di un mondo che non era possibile conoscere interamente. È proprio in questo spazio sospeso tra apparizione e oscurità che la fotografia si sottrae alla semplice registrazione del reale per diventare esperienza percettiva, interrogazione e scoperta. Una riflessione che trova una suggestiva risonanza nelle parole dello scrittore giapponese Yukio Mishima: «In fin dei conti, nella vita umana non vi sono misteri. Il mistero permane solo nell’arte, e il motivo di ciò è che il mistero è necessario all’arte». Il mistero, nella ricerca di Yoshida, non è qualcosa da risolvere, ma una dimensione da attraversare, capace di mettere in discussione le nostre certezze e dare spazio a incertezze del nostro passato.

Nella prima sezione presente in mostra, Negative Ecology, l’artista affronta le contraddizioni di un mondo plasmato dall’antropocentrismo, interrogandosi sul modo in cui l’essere umano definisce, organizza e trasforma l’ambiente in funzione delle proprie necessità. Al centro del progetto ci sono animali selvatici capaci di adattarsi a contesti profondamente modificati dall’attività umana. In Giappone, queste creature vengono spesso classificate come “animali nocivi”, perché considerati una minaccia per lo stile di vita umano. Eppure la loro straordinaria capacità di resistenza e sopravvivenza mette in discussione l’idea che il dominio tecnologico e scientifico dell’uomo coincida necessariamente con una posizione di superiorità nel mondo naturale.

L’origine del progetto è legata a un incidente avvenuto durante lo sviluppo di un rullino fotografico. Sul negativo erano comparse ampie aree di sviluppo irregolare, simili a una forza corrosiva che sembrava minacciare le immagini. Quell’alterazione accidentale ha assunto per Yoshida un significato più ampio, diventando una metafora delle trasformazioni e delle aggressioni che investono gli ecosistemi. Da questa intuizione è nata una sperimentazione diretta sulla materia fotografica: l’artista ha iniziato a trattare i negativi con sostanze provenienti dalla quotidianità, come detersivi, shampoo, cosmetici, dentifricio, salsa di soia, condimenti e residui alimentari, materiali che, attraverso gesti ordinari e spesso inconsapevoli, finiscono negli scarichi e vengono immessi nell’ambiente.

Le immagini si alterano, i colori mutano e le forme sembrano consumarsi, come se il mondo ritratto fosse sottoposto a un processo di erosione. Eppure, gli animali continuano a emergere da questa superficie instabile. La fotografia diventa così il luogo in cui rendere visibili effetti normalmente impercettibili: l’accumulo delle conseguenze delle nostre azioni, la contaminazione diffusa e la fragilità di un ambiente che tendiamo a considerare una risorsa a nostra disposizione. Negative Ecology invita a riconsiderare i valori attraverso cui abbiamo posto l’umanità al centro del mondo, aprendo una riflessione sulla capacità della natura di resistere anche agli ambienti che l’uomo ha profondamente trasformato.

Con la serie Himizu, Tamaki Yoshida sposta la sua ricerca sulle strade che attraversano le pendici del Monte Fuji, dove nel corso delle sue ricerche si è imbattuta ripetutamente nei corpi di animali selvatici uccisi dal traffico stradale. Le strade sono infrastrutture essenziali per la vita contemporanea: trasportano persone e merci, sostengono l’economia e rendono accessibili luoghi di lavoro, viaggio e svago. Allo stesso tempo attraversano gli habitat naturali e interrompono i percorsi degli animali che li abitano. Quando un animale muore nel proprio ambiente, il suo corpo entra normalmente in un ciclo di trasformazione, decomposizione e restituzione alla terra. La morte sulla strada interrompe questo processo, separando il corpo dal territorio al quale apparteneva.

Nell’area intorno alla città di Fujiyoshida, alle pendici del Monte Fuji, vengono segnalate e recuperate in media circa 130 carcasse di animali selvatici ogni anno, un numero che potrebbe essere superiore se si considerano gli animali che non vengono mai ritrovati. Con la collaborazione dell’organizzazione non profit Mount Fuji Outdoor Museum, Yoshida ha condotto una ricerca sul fenomeno, sviluppando un progetto che non intende soffermarsi sull’impatto viscerale della morte, ma su ciò da cui quei corpi sono stati separati.

La ricerca si traduce in un confronto tra due procedimenti fotografici e due diverse modalità di rappresentare la relazione con il territorio. Per evocare la foresta in cui gli animali vivevano, l’artista raccoglie piante e terra dai luoghi interessati e ne ricava pigmenti naturali utilizzati nella stampa alla gomma su carta di cotone. Per rappresentare i corpi degli animali sceglie invece il dagherrotipo, una delle prime tecniche fotografiche sviluppate nel XIX secolo, storicamente utilizzata anche per conservare le immagini dei defunti. Le immagini degli animali uccisi vengono fissate su lastre metalliche lucidate a specchio, cercando di mantenere una scala il più possibile vicina alle loro dimensioni reali.

Da una parte, dunque, la foresta prende forma attraverso i materiali della terra; dall’altra, il corpo rimane impresso su una superficie metallica. Due presenze distinte che restituiscono visivamente una separazione prodotta dall’attività umana: il paesaggio a cui l’animale apparteneva e il corpo che da quel paesaggio è stato strappato. Il titolo Himizu deriva dal nome di un piccolo mammifero endemico del Giappone, affine alla talpa, che vive prevalentemente sottoterra e possiede occhi rudimentali. Il nome richiama l’idea di un animale che non vede il sole, legato a un’esistenza lontana dalla luce del giorno.  La sua presenza diventa emblematica di una condizione più ampia: quella degli animali che vivono accanto agli esseri umani, ma i cui corpi, dopo la morte, vengono spesso ignorati e rimossi. Osservare quei corpi significa allora interrogarsi non soltanto sulla morte degli animali, ma anche sul mondo che abbiamo costruito, sulle conseguenze delle nostre infrastrutture e sul rapporto che intratteniamo con gli altri esseri viventi.

Attraverso Negative Ecology e Himizu, Tamaki Yoshida affronta da prospettive diverse una questione comune: le conseguenze, visibili e invisibili, dell’intervento umano sul mondo naturale. Se nel primo progetto è la stessa superficie fotografica a essere aggredita e trasformata, nel secondo è il rapporto tra il corpo e la terra a diventare il centro della ricerca. In entrambi i casi, la fotografia non si limita a documentare la realtà, ma ne mette in discussione i confini, facendo emergere ciò che rischia di essere ignorato e aprendo nuove possibilità di lettura.

Unfolding diventa così un invito a osservare il mondo oltre ciò che appare immediatamente visibile, a riconoscere la fragilità degli equilibri naturali e a interrogarsi sul posto che l’essere umano occupa all’interno di essi. Le immagini non offrono risposte definitive, ma aprono domande sulla resilienza della natura, sulla responsabilità individuale e collettiva e sulla possibilità di ripensare il nostro rapporto con l’ambiente. È in questa tensione tra ciò che si mostra e ciò che rimane nascosto, tra la materia che si trasforma e ciò che resiste, che la ricerca di Yoshida trova il suo significato più profondo.

Con questa esposizione, Die Gelbe Wand conferma la propria vocazione a essere un luogo di incontro tra la fotografia contemporanea e il pubblico, offrendo a Pordenone l’opportunità di confrontarsi con una ricerca artistica di respiro internazionale. La mostra contribuisce a rafforzare il ruolo di Die Gelbe Wand e Pordenone come centro di produzione e diffusione culturale, in una fase strategica per la città e per il suo percorso verso Pordenone Capitale Italiana della Cultura 2027.

Il progetto è organizzato da Mercati Culturali Pordenone con il contributo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e del Comune di Pordenone, e con il sostegno e il supporto tecnico di Suazes e Filare.

dal 31 ottobre al 13 dicembre 2026 – Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone

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World Press Photo Exhibition 2026

Chantal Pinzi, Sidi Rahal, Morocco, 6 August 2025. From the series Farīsāt: Gunpowder’s Daughters 
© Chantal Pinzi/Panos Pictures | Chantal Pinzi, Sidi Rahal, Morocco, 6 August 2025. From the series Farīsāt: Gunpowder’s Daughters 

World Press Photo Exhibition 2026, la più prestigiosa mostra di fotogiornalismo al mondo, torna a Torino per il decimo anno consecutivo: le 144 immagini che la compongono saranno esposte nell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, all’Accademia Albertina delle Belle Arti.

L’esposizione presenta i lavori di fotogiornalismo e fotografia documentaristica vincitori della 69ª edizione del concorso. Gli scatti portano la firma di fotografi che lavorano per le più importanti realtà dell’informazione globale, a partire dall’agenzia ZUMA Press, che ha distribuito l’immagine dell’anno firmata da Carol Guzy per il Miami Herald. Accanto ai grandi marchi delle agenzie di stampa come Reuters, Associated Press ed EPA Images, la mostra raccoglie i reportage pubblicati da quotidiani e riviste d’eccellenza quali New York Times, Time, Le Monde ed El País, insieme ai progetti a lungo termine sostenuti dalla National Geographic Society e ai lavori indipendenti distribuiti da agenzie come Panos Pictures. Immagini che offrono una panoramica sul presente e rappresentano un’opportunità per un viaggio critico nell’attualità.

I lavori premiati raccontano conflitti globali, offrendo una potente testimonianza visiva della vita in tutto il mondo, dagli Stati Uniti e dall’Ucraina fino al Nepal, al Pakistan e alla Palestina, parlano di crisi, ma anche resistenza e tradizioni nascoste. Al centro, anche la crisi climatica, da Los Angeles alle Filippine, al Messico e alla Norvegia, le mobilitazioni e la lotta per i diritti attraverso immagini di proteste negli Stati Uniti e di movimenti femminili in Guatemala e Kenya.

Intimi e spesso toccanti, i lavori rivelano anche la fragilità della vita umana – dalla malattia all’isolamento, dal lutto alla sopravvivenza – accanto a storie di generazioni più giovani: ballerine di danza classica in Sudafrica, donne a cavallo in Marocco, famiglie colpite dalle politiche di controllo sull’immigrazione negli Stati Uniti. I ritratti ambientali, infine, avvicinano lo spettatore alla natura in modo quasi fisico: dall’abbattimento di elefanti in Zimbabwe, a un orso polare sopra una carcassa di capodoglio, fino al primo piano di un panda in un parco nazionale cinese. Insieme, questi progetti compongono un ritratto urgente del nostro mondo contemporaneo.

Le 144 immaginisono state selezionate tra 57.376 fotografie presentate da 3.747 fotografi provenienti da 141 paesi.

A Torino l’esposizione torna per il decimo anno consecutivo ed è organizzata da Cime, Brand Ambassador Italia della World Press Photo Foundation di Amsterdam.

«Il decimo anno della World Press Photo Exhibition a Torino rappresenta per Cime un traguardo particolarmente importante e conferma il legame profondo che la mostra ha costruito nel tempo con il suo pubblico e con la città – afferma Vito Cramarosa, direttore di Cime – Siamo felici di celebrare questo anniversario rinnovando la collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti, partner prezioso con cui condividiamo l’impegno nel promuovere la fotografia e il fotogiornalismo come strumenti di conoscenza, consapevolezza e confronto sui grandi temi del nostro tempo. Dieci edizioni testimoniano la capacità della mostra di continuare a coinvolgere generazioni diverse, offrendo ogni anno nuovi sguardi sul mondo e sulla contemporaneità».

L’apertura al pubblico è prevista per venerdì 18 settembre alle 16. Anche quest’anno, la mostra, che gode del patrocinio della Città di Torino e della Città Metropolitana di Torino, sarà accompagnata da conferenze dedicate alla fotografia e ai grandi temi dell’attualità.

Giovanni Quaglia e Salvo Bitonti, rispettivamente presidente e direttore dell’Accademia Albertina, affermano: «Lafotografia è di casa all’Accademia Albertina di Belle Arti, nelle collezioni della sua straordinaria fototeca storica come nell’oggi della formazione artistica. Con grande piacere abbiamo concesso l’ipogeo della Rotonda del Talucchi alla mostra internazionale World Press Photo 2026, permettendole di essere visitata dai nostri studenti e da tutti i cittadini».

Venerdì 25 settembre si terrà il primo importante appuntamento: alle 17,30 ci sarà l’incontro con il fotografo Pablo E. Piovano, autore del progetto a lungo termine  “Il costo umano delle agrotossine“. Nel 1996, l’Argentina ha liberalizzato l’uso della soia geneticamente modificata e resistente agli erbicidi insieme ai diserbanti a base di glifosato, una politica adottata senza ricerche indipendenti. Al centro del suo lavoro, 30 anni in cui l’uso di fitofarmaci è salito alle stelle, passando da 40 milioni a 580 milioni di litri all’anno: le immagini documentano il costo umano di un modello economico che privilegia il profitto agroindustriale rispetto alla vita dei residenti nelle zone rurali. Oggi, il 60% dei terreni coltivati in Argentina viene irrorato causando ripercussioni sulla vita di 14 milioni di persone. Nonostante studi indipendenti colleghino l’esposizione alle tossine a un aumento dei rischi di cancro e malformazioni congenite, le normative continuano a essere ridotte anche quando l’uso di prodotti agrochimici si avvicina sempre più agli insediamenti.
 
L’edizione 2026: il lavoro delle giurie

World Press Photo Contest 2026 ha coinvolto sei giurie regionali e una giuria globale, che è stata presieduta da Kira Pollack, ricercatrice all’Harvard Shorenstein Center, che si occupa di innovazione negli archivi attraverso le tecnologie emergenti e, in precedenza, ha ricoperto ruoli di leadership al TIME, Vanity Fair e The New York Times Magazine.

«Questo è un momento cruciale per la democrazia, per la verità, per ciò che noi, come società, siamo disposti a vedere e a denunciare, e ciò che siamo disposti a ignorare. I fotografi qui riconosciuti hanno fatto la loro parte – spiega Pollack – Hanno creato una testimonianza. Ora tocca a noi guardarla».

Il concorso è stato suddiviso in sei aree geografiche: Africa, Asia Pacifica e Oceania, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Asia Occidentale, Centrale e Meridionale. Una volta selezionati i vincitori per ogni area, si è proceduto alla scelta dei vincitori assoluti. Il modello di concorso articolato per aree, introdotto nel 2021, favorisce una maggiore diversità di storie, autori e autrici provenienti da tutto il mondo. Quest’anno, 31 dei 42 vincitori sono originari dei luoghi che hanno raccontato nei loro lavori. Rispetto all’edizione 2025, si è registrato un aumento dell’11 per cento dei partecipanti dal Sud America e del 14 per cento dall’area Asia-Pacifico e Oceania. Le fotografe e le persone non binarie rappresentano il 22 per cento dei partecipanti, a conferma di una crescita costante più inclusiva da quando è stato introdotto il modello per aree geografiche.

«Ho un assoluto rispetto per la profondità del processo che sta dietro ogni storia che premiamo. Credo che l’intenzionalità della giuria sia e continuerà a essere la fonte della fiducia che il pubblico ripone nel World Press Photo» afferma la direttrice generale del World Press Photo, Joumana El Zein Khoury.

I fotogiornalisti e gli autori selezionati arrivano da Argentina, Australia, Brasile, Cina, Colombia, Ecuador, Filippine, Francia, Francia/Cambogia, Germania, India, Iran/Canada, Israele, Italia, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Siria/Francia e Ucraina.
 
Tre, invece, sono state le categorie in cui è stato suddiviso il concorso: Singole, Storie e Progetti a lungo termine.

I vincitori

A vincere il titolo di World Press Photo of the Year 2026 è stata la statunitense Carol Guzy con l’immagine “Separated by ICE“, che mostra una famiglia ecuadoriana disperata mentre il padre viene arrestato dagli agenti dell’immigrazione all’interno del tribunale federale di New York nell’agosto 2025. Questa fotografia è stata scattata per ZUMA Press e pubblicata sul Miami Herald. Mentre l’uomo, unico sostentamento della casa e privo di precedenti penali, viene portato via subito dopo un’udienza, la moglie Cocha e i tre figli rimangono sopraffatti dal dolore nel corridoio. L’immagine testimonia l’impatto sistemico delle politiche di repressione dell’immigrazione negli Stati Uniti proprio nei luoghi dedicati alla giustizia. Carol Guzy ha dedicato il
riconoscimento al coraggio della famiglia nell’aprire la propria storia all’obiettivo della fotocamera.
Due sono i finalisti per la Foto dell’Anno del World Press Photo, che accendono i riflettori sulla drammatica crisi umanitaria a Gaza e sulla lunga battaglia per i diritti umani in America Latina.

Il fotografo palestinese Saber Nuraldin si è classificato finalista con “Aid Emergency in Gaza“, realizzata per EPA Images. Lo scatto ritrae la folla di civili che si arrampica disperatamente su un camion di aiuti umanitari al valico di Zikim nel luglio 2025, nel tentativo di procurarsi della farina durante una devastante carestia.

Il fotografo Victor J. Blue si è classificato finalista con “The Trials of the Achi Women“, realizzata per The New York Times Magazine. L’immagine mostra un gruppo di donne indigene Maya Achi all’esterno del tribunale di Città del Guatemala nel maggio 2025, nel giorno in cui tre ex paramilitari sono stati condannati per violenze sessuali e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile, coronando una battaglia legale durata 14 anni.

Tra i temi trattati nelle altre categorie figurano la guerra in Sudan, gli incendi devastanti a Los Angeles e in Spagna, le conseguenze del terrorismo con l’attacco a Bondi Beach e la resistenza della comunità palestinese a Gaza.

Tra i progetti a lungo termine e le storie premiate c’è il lavoro del messicano César Rodríguez sulla crisi climatica e la grave scarsità idrica che sta trasformando il Messico. William Keo ha raccontato le tensioni e le identità nelle banlieue francesi, Diego Ibarra Sánchez ha documentato l’impatto del conflitto sulle scuole e sui bambini tra Pakistan, Libano e Ucraina. La svedese Sanna Sjöswärd ha affrontato, nella categoria Singole / Europa, il delicato tema dell’anoressia grave attraverso la storia di un’ex ballerina, mentre il cinese Wu Fang ha seguito per 15 anni le vicende di una madre diventata genitore a 60 anni tramite fecondazione assistita dopo aver perso l’unico figlio.

Tra i vincitori c’è anche la fotografa italiana Chantal Pinzi, unica rappresentante del nostro paese tra i premiati. Il suo progetto “Farīsāt: Gunpowder’s Daughters” racconta le donne che in Marocco sfidano una tradizione equestre storicamente maschile, rivendicando il proprio spazio all’interno di una pratica culturale profondamente radicata.

Dal 18 Settembre 2026 al 13 Dicembre 2026 – Accademia Albertina delle Belle Arti – Torino

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Dal 25 Settembre 2026 al 8 Dicembre 2026 – Palazzo Ducale – Genova

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MARC RIBOUD. VERSO IL MONDO I ROBERT CAPA. DENTRO LA STORIA

Robert Capa, Woman and child running for shelter finding after an air-raid siren, Bilbao May 1937. Collection International Center of Photography, New York
© ICP/Magnum Photos | Robert Capa, Woman and child running for shelter finding after an air-raid siren, Bilbao May 1937. Collection International Center of Photography, New York

Sguardi sul Novecento si intrecciano negli scatti di due protagonisti indiscussi della fotografia del XX secolo: Marc Riboud e Robert Capa. Gli scatti più significativi dei due fotogiornalisti di Magnum Photos saranno al centro del nuovo doppio progetto espositivo che Fondazione Artea realizza in collaborazione con i Comuni di Caraglio e Saluzzo, articolato in due mostre inedite al Filatoio di Caraglio e alla Castiglia di Saluzzo, due luoghi simbolo del patrimonio architettonico cuneese e piemontese.

Dal 22 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 il Filatoio di Caraglio ospiterà la mostra Marc Riboud. Verso il mondo, mentre dal 23 ottobre 2026 al 29 marzo 2027 la Castiglia di Saluzzo presenterà il percorso Robert Capa. Dentro la storia. Il progetto mette in relazione due grandi protagonisti della fotografia e due luoghi fortemente identitari del territorio, proseguendo il percorso di valorizzazione del patrimonio culturale della provincia di Cuneo attraverso i linguaggi della contemporaneità.
Concepite per dialogare tra loro, le due esposizioni offrono espressioni diverse del Novecento, un secolo attraversato dalla continua tensione fra caos e ordine, conflitto e ricostruzione, grandi avvenimenti storici e vita quotidiana. Due modi diversi di stare di fronte alla realtà e di raccontarne le trasformazioni: Riboud attraverso il viaggio, l’osservazione delle persone, dei gesti, del lavoro e delle società incontrate nel corso di oltre cinquant’anni di attività, Capa con la prossimità all’evento e alla storia nel suo accadere.

La mostra Marc Riboud. Verso il mondo al Filatoio di Caraglio, antico setificio seicentesco e oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, riunisce 180 fotografie ed èrealizzata in collaborazione con il Musée Guimet di Parigi, dalle cui collezioni provengono tutte le fotografie e i documenti esposti. È curata da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud, sotto la supervisione di Catherine Riboud Chaine, moglie del fotografo.La mostra ha inoltre il patrocinio del Consolato Generale di Francia a Milano e costituisce la prima grande retrospettiva in Italia dedicata all’opera di Marc Riboud dalla scomparsa del fotografo, avvenuta dieci anni fa.
L’esposizione è concepita secondo un duplice criterio cronologico e geografico per ripercorrere le principali tappe della carriera del fotografo, dai primi reportage degli anni Cinquanta fino agli ultimi viaggi, alle soglie del XXI secolo, con la Cina a occupare un posto di primo piano.

Per oltre cinquant’anni Riboud attraversa il mondo lasciandosi guidare dalla curiosità e facendo della pazienza uno strumento essenziale di conoscenza. Il suo sguardo si posa su luoghi, persone e situazioni con partecipazione, senza forzare la realtà, ma attendendo che siano gesti, volti, posture e dettagli a rivelarne la complessità. A questa disposizione all’osservazione si accompagna una particolare attenzione alla composizione dell’immagine: geometrie, linee, contrasti e rapporti tra le figure diventano elementi attraverso cui costruire una fotografia rigorosa e al tempo stesso poetica.

In questo racconto occupa un posto significativo anche il mondo del lavoro, osservato da Riboud nelle sue molteplici forme e nei diversi contesti attraversati nel corso dei suoi viaggi. Un tema che trova una particolare risonanza negli spazi del Filatoio di Caraglio, luogo nato per la produzione della seta e segnato per secoli dalla presenza di uomini e donne, macchine, tecniche e saperi.

Il percorso si completa con documenti di lavoro, tra cui corrispondenza, provini a contatto, stampe di lettura e per i giornali, riviste e materiali audiovisivi che restituiscono il contesto di produzione dei reportage e la voce e il pensiero di Marc Riboud.

La mostra Robert Capa. Dentro la storia, allestita alla Castiglia di Saluzzo
, antica fortezza e residenza marchionale, oggi spazio museale e luogo del contemporaneo, è curata da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York, dalle cui collezioni provengono le 100 fotografie esposte. La mostra documenta il lavoro del grande fotografo non solo in quanto testimonianza storica del Novecento, ma come momento decisivo nella definizione di un nuovo linguaggio del fotogiornalismo. La retrospettiva si articola in sette sezioni e comprende scatti iconici e opere meno note, offrendo una visione ampia e articolata della sua evoluzione professionale e della varietà dei contesti in cui Capa ha operato.

Il progetto assume l’opera di Capa come punto di svolta nella trasformazione del rapporto tra immagine, evento e spettatore: non più una fotografia concepita come osservazione distante, ma una pratica visiva fondata sulla prossimità, sul coinvolgimento diretto e sulla capacità di rendere il pubblico partecipe della scena rappresentata. In questa prospettiva, il lavoro di Capa appare centrale non soltanto per la storia della fotografia di guerra, ma più in generale per l’evoluzione della cultura visiva contemporanea.

Fondato nel 1974 da Cornell Capa, l’International Center of Photography nasce con l’obiettivo di preservare e promuovere l’eredità della “concerned photography”, una fotografia attenta alle questioni sociali e politiche e alla capacità delle immagini di contribuire alla conoscenza e alla comprensione del mondo.

Il dialogo tra le due mostre mette a confronto due differenti modi di attraversare e raccontare il Novecento. Marc Riboud tende a osservare ciò che precede, accompagna o segue questi momenti di rottura, soffermandosi sulle persone, sul lavoro, sulle forme di organizzazione della società e sulla quotidianità; Robert Capa, invece, si colloca spesso nel punto di massima intensità dell’evento, quando la storia irrompe nella vita degli individui. Ne emergono due sguardi differenti su un secolo continuamente attraversato dalla tensione fra caos e ordine. Il confronto risulta particolarmente evidente nei nuclei dedicati a paesi come la Cina e il Giappone, dove le due mostre presentano fotografie realizzate dagli autori negli stessi contesti geografici, ma in momenti differenti. Questo accostamento consente così di osservare, attraverso due prospettive autonome, situazioni e fasi diverse della storia del Novecento.

Marc Riboud. Verso il mondoal Filatoio di Caraglio è un progetto della Fondazione Artea, realizzato in collaborazione con il Comune di Caraglio, curato da Gabriel e Chantal Bauret in collaborazione con Lorène Durret, direttrice dell’Associazione Les amis de Marc Riboud.

Robert Capa. Dentro la storia alla Castiglia di Saluzzo è un progetto del Comune di Saluzzo e Fondazione Artea, curato da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con l’International Center of Photography (ICP) di New York.

Marc Riboud. Verso il mondo
Caraglio (CN), Il Filatoio (via Matteotti 40)
22 ottobre 2026– 29 marzo 2027

Robert Capa. Dentro la storia
Saluzzo (CN), La Castiglia (piazza Castello, 1)
23 ottobre 2026– 29 marzo 2027

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Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968

<span>Federico Garolla, Silvana Mangano, Roma, 1959</span>
© Archivio Federico Garolla | Federico Garolla, Silvana Mangano, Roma, 1959

Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta, dal 19 novembre 2026 al 4 aprile 2027, la mostra Federico Garolla. Gente d’Italia. Fotografie 1948-1968, a cura di Isabella Garolla e Uliano Lucas, dedicata a uno dei fotografi più rilevanti della storia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.

L’esposizione, realizzata in collaborazione con Suazes, riunisce un centinaio di fotografie in bianco e nero realizzate in Italia da Federico Garolla (Napoli, 1925 – Milano, 2012) nei vent’anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale. Attraverso il suo sguardo, prende forma il racconto di un Paese che, dopo la devastazione del conflitto, ritrova gradualmente fiducia e slancio, ponendo le basi di quello che sarebbe stato in seguito definito il “Miracolo italiano”. Un percorso in cui emerge la volontà di un popolo di ricostruire non solo città e infrastrutture, ma soprattutto la propria identità e il proprio futuro. Garolla immortala una nazione in bilico tra tradizione e modernità, documentando la ripartenza del nostro Paese tanto nella sua dimensione quotidiana – come si vede negli scatti in cui ritrae la vita della gente comune – quanto prestando attenzione al mondo della cultura e dello spettacolo. Dal suo lavoro scaturisce una riflessione sulla società, sull’umanità, sui cambiamenti e le contraddizioni del suo tempo.

Giornalista e fotogiornalista, dagli anni Quaranta Garolla realizza centinaia di reportage per prestigiose testate italiane e straniere. Il suo obiettivo ci restituisce paesaggi, volti di gente comune, ma anche personaggi famosi: pittori quali Renato Guttuso e Massimo Campigli, scrittori come Elsa Morante e Giuseppe Ungaretti, ma anche stilisti, musicisti, attori e attrici di cinema e teatro, con un occhio sempre discreto e sempre attento anche alle tematiche sociali.

Ad accompagnare l’esposizione, un ricco programma di iniziative collaterali, tra cui incontri di approfondimento sui temi dell’esposizione e sulla fotografia, oltre a visite guidate.

Dal 19 Novembre 2026 al 4 Aprile 2027 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano

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62° Wildlife Photographer of The Year

© Audun Rikardsen
© Audun Rikardsen

La mostra di fama mondiale Wildlife Photographer of the Year, giunta alla 62ª edizione e in prestito dal Natural History Museum di Londra, sarà a Milano, organizzata dall’Associazione Culturale Radicediunopercento, nella prestigiosa sede del Museo della Permanente, dal 20 novembre 2026 al 7 febbraio 2027, presentando 100 fotografie naturalistiche eccezionali, premiate quest’anno al concorso. 

Le immagini sono state selezionate tra il primato di oltre 65.000 candidature provenienti da 121 paesi e territori, e sono state valutate in forma anonima da una giuria internazionale di esperti del settore, in base a creatività, originalità ed eccellenza tecnica.

In attesa della proclamazione dei vincitori assoluti, del Grand Title e Young Grand Title, e di categoria che saranno annunciati il 13 ottobre 2026 – durante la cerimonia londinese presentata dai conduttori di programmi naturalistici Chris Packham e Megan McCubbin – sono state svelate in anteprima alcune delle meravigliose immagini in esposizione che hanno ricevuto la Menzione d’onore.

Tra queste figurano quella di un curioso orso polare che guarda attraverso il foro per respirare di una foca, nel ghiaccio marino artico, scattata da Audun Rikardsen, e quella di Ernest Porter che ritrae un beccabue mentre si pulisce il becco contro la pelle di un rinoceronte, nella morbida luce del pomeriggio. E ancora, quella del giovane Jack Crockford con una rondine in controluce sotto un aereo in arrivo all’aeroporto di Heathrow a Londra, e quella di Allegra Hutton che mostra un giovane leopardo mentre insegue uno scoiattolo su un albero, nel delta dell’Okavango in Botswana.

La mostra mette in luce visioni potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali nascosti, specie spettacolari e la straordinaria biodiversità del mondo naturale. Sfruttando l’innata capacità emotiva della fotografia di coinvolgere e ispirare il pubblico, gli scatti raccontano storie e ritraggono specie provenienti da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di impegno per la salvaguardia del pianeta.

Nato nel 1965, il Wildlife Photographer of the Year è l’evento fotografico più prestigioso del suo genere e, a testimonianza del suo fascino intramontabile, anche quest’anno le immagini vincitrici faranno un tour internazionale e potranno essere viste da oltre un milione di persone.
Le iscrizioni alla 63ª edizione del concorso Wildlife Photographer of the Year si apriranno lunedì 19 ottobre e si chiuderanno giovedì 3 dicembre 2026.

Dal 20 Novembre 2026 al 7 Febbraio 2027 – Museo della Permanente – Milano

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Women for Women Against Violence

Women for Women Against Violence, Fabbrica del Vapore, Milano
Women for Women Against Violence, Fabbrica del Vapore, Milano

La mostra fotografica “Women for Women Against Violence”, progetto di forte impatto sociale, è approdata nello Spazio Cisterne della Fabbrica del vapore di a Milano e resterà in esposizione fino al 30 agosto 2026. L’esposizione utilizza il linguaggio universale della fotografia per accendere i riflettori su due delle principali fragilità del mondo femminile: la violenza di genere e il tumore al seno. 21 ritratti fotografici di grande formato raccontano storie vere di donne che hanno scelto di trasformare la propria esperienza personale in un messaggio pubblico di consapevolezza, responsabilità civile e rinascita. Accanto a loro, testimonial,premiati con il Camomilla Award, riconoscimento della kermesse, per l’impegno nella sensibilizzazione sulle tematiche, contribuiscono ad amplificare la forza del messaggio. Il progetto, frutto di un complesso lavorodell’Associazione Consorzio Umanitas,dall’ideazione al coinvolgimento di oltre 40 protagonisti delle storie, alla definizione delle coppie e dell’impianto narrativo, fino alsostenimento di tutti i costi produttivi,prende origine dal vissuto personale di Donatella Gimigliano, giornalista e Presidente della non profit, da anni impegnata contro la violenza sulle donne e che ha affrontato in prima persona l’esperienza del tumore al seno. Ogni opera è accompagnata da un QR code che consente ai visitatori di ascoltare direttamente la voce delle protagoniste, creando un dialogo intimo e diretto tra chi guarda e chi racconta. Gli scatti sono di Tiziana Luxardo, erede della famosa dinastia.

La scelta della Fabbrica del Vapore, nel cuore pulsante di Milano, città simbolo di innovazione, creatività e visione contemporanea, significa collocare questo progetto all’interno di uno dei luoghi più rappresentativi della scena culturale milanese, amplificandone il messaggio verso un pubblico eterogeneo e giovane. Women for Women against Violence supera il tradizionale concetto di esposizione fotografica e si presenta come un percorso culturale multidisciplinare, uno spazio di incontro tra linguaggi diversi nel quale fotografia, design e creatività dialogano tra loro per offrire al pubblico una riflessione più ampia e coinvolgente sui temi della violenza di genere, della malattia oncologica e della rinascita. Accanto ai ventuno ritratti fotografici, l’associazione ospita, infatti, anche due importanti percorsi espositivi speciali. Il primo è “We Say Stop. 90 manifesti per contrastare la violenza contro le donne”, progetto del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, curato dalle professoresse Valeria Bucchetti e Francesca Casnati. Un percorso composto da novanta manifesti realizzati dagli studenti e sviluppati nell’ambito della ricerca universitaria, che raccontano come il design della comunicazione possa diventare un efficace strumento di prevenzione, sensibilizzazione e cambiamento culturale, dando voce alle molteplici forme della violenza di genere.  Il secondo è “Trame di speranza, intrecci di vita”, dedicato alle creazioni in crochetdi Antonietta Tuccillo, in cura per un tumore ovarico in fase cronica e che ha trasformato un’antica tecnica artigianale in un percorso di rinascita personale e creativa. Le sue opere raccontano come la fragilità possa diventare forza, restituendo valore al tempo, alla manualità e alla capacità di ricominciare. Per la prima volta fotografia, design della comunicazione e arte tessile si incontrano in un unico percorso espositivo, dimostrando come linguaggi diversi possano concorrere a costruire una nuova cultura del rispetto, della prevenzione e della rinascita.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Fabbrica di Vapore – Comune di Milano, gode dell’alto Patrocinio del Parlamento Europeo, e del patrocinio del Senato della Repubblica, Polizia di Stato, Camera di Commercio di Milano, Lodi e Brianza, LILT (Lega Italiana Lotta contro i Tumori), Politecnico di Milano, e Fondazione Italia Giappone, con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, e della media partnership della RAI,Askanews e Milano World. Durante l’evento inaugurale della mostra, condotto da Ilaria Capponi e Ludmilla Voronkina Bozzetti, sono stati consegnati i “Women for Women against Violence – Milano Camomilla Awards” (limited edition), premio realizzato dal Maestro Michele Affidato, a Simona Ventura, Nina Zilli, Massimo Ciampa (Segretario Generale Mediafriends – Mediaset, in rappresentanza di Fedele Confalonieri), e agli agenti delleVolanti della Questura di Milano, Il Vice Ispettore Leonardo Borghetto, l’Assistente Danilo Migiani, l’agente Gabriella Santonastaso, protagonisti del salvataggio di una donna vittima di violenza di 24 anni che ha chiesto aiuto con il signal for help, che sono stati premiati dal Questore Vicario Michele Pontoriero, e a Mary Franzese, Vicepresidente di Women&Tech e owner di Neuroguard. Un momento di grande emozione è stato il defilè di tutti i protagonisti della mostra, Benedetta Rinaldi (giornalista, conduttrice, membro comitato femminile LILT), Fanny Cristina Campion (paziente oncologica metastatica), Filomena Lamberti (prima donna sfregiata con acido solforico in Italia), Nicolò Maja con i nonni Ines e Giulio Pivetta  (orfano del femminicidio, strage Samarate),  PINKY (Parvinder Aoulakh), data alle fiamme davanti a due figli minori, Antonietta Tuccillo (in cura per un tumore ovarico cronico, stilista del crochet), Maria Antonietta Rositani (sopravvissuta a un femminicidio a Reggio Calabria).  Tra gli ospiti anche Alessio Boni, tra i testimonial della Mostra. Special GuestAntonio Maggio, con “La faccia e il cuore” brano dedicato alla storia di Jessica Notaro scritto con Ermal Meta, JOIA B, che con “Un tempo per volare” racconta la sua esperienza con il tumore al seno, e il soprano internazionale spiritual Angela Loy Williams.

Dal 2 Luglio 2026 al 30 Agosto 2029 – Fabbrica del Vapore – Milano

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Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro

Mimmo Dabbrescia, Mina, Mostra internazionale di musica leggera (Venezia), 1968. Vintage, stampa ai sali d'argento, 30x20 cm.
Mimmo Dabbrescia, Mina, Mostra internazionale di musica leggera (Venezia), 1968. Vintage, stampa ai sali d’argento, 30×20 cm.

Dal 27 novembre 2026 al 17 febbraio 2027, la galleria AreaB di Milano presenta la mostra “Mimmo Dabbrescia. Il tempo dell’incontro”, a cura di Giovanna Calvenzi.
L’esposizione riunisce circa sessanta fotografie, tra cui alcune inedite, in un percorso che attraversa decenni di sguardi, relazioni e attimi condivisi, restituendo una geografia di incontri con alcune delle figure più iconiche della cultura del Novecento: dagli artisti Salvador Dalí, Giorgio de Chirico, Michelangelo Pistoletto e Renato Guttuso ai grandi protagonisti della musica e dello spettacolo, da Mina a Lucio Battisti, Fabrizio De André, Enzo Jannacci, Adriano Celentano, Massimo Ranieri, Raffaella Carrà e Mike Bongiorno, fino ai volti del cinema come Claudia Cardinale, Federico Fellini, Clint Eastwood e Henry Fonda. Il titolo allude alla dimensione sospesa e rivelatrice dell’incontro, fulcro della ricerca di Dabbrescia, che nelle sue immagini trasforma la fotografia in un luogo di prossimità e ascolto.

La pratica di Dabbrescia (Barletta, 8 gennaio 1938) nasce nel fotogiornalismo degli anni Cinquanta, quando, appena ventenne, diventa il più giovane fotoreporter del Corriere della Sera. Per il giornale, ma anche per La Domenica del Corriere e per il nascente settimanale Amica, viaggia in diversi Paesi e realizza numerosi reportage, iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Nell’ottobre del 1963 apre una propria agenzia fotogiornalistica, continuando a collaborare con le principali testate italiane iniziando a costruire un archivio che oggi conta circa 800.000 immagini. Entra nel mondo della musica, diventando un collaboratore fisso di Sorrisi e Canzoni, il più importante settimanale del settore. È in breve il fotografo di riferimento di molte case discografiche e, alla fine degli anni Sessanta, si avvicina al mondo dell’arte.

La mostra ripercorre questa lunga e straordinaria carriera attraverso ritratti e reportage che testimoniano un modo di fotografare fondato sulla capacità di riconoscere l’attimo e di andare oltre l’immagine pubblica dei protagonisti, cercandone il lato più intimo, quotidiano e meno conosciuto. Musicisti, attori, scrittori e pittori sono colti in momenti privati e di naturalezza, spesso nel loro ambiente o durante il processo creativo. È proprio nella dimensione dell’incontro che Dabbrescia trova la chiave per restituire una presenza autentica, lontana dalla posa e dall’immagine ufficiale.
Un mosaico di volti e situazioni che restituisce così la capacità del fotografo di cogliere la verità dei suoi soggetti, sempre osservati con uno sguardo partecipe e discreto, capace di trasformare il ritratto in una forma di relazione.

Accompagna la mostra un catalogo edito da VanillaEdizioni, con un racconto della sceneggiatrice e regista Marina Spada.

Dal 26 Novembre 2026 al 17 Febbraio 2027 – galleria AreaB – Milano

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Paolo Ventura. L’artista come funambolo

Mostra fotografica di uno dei due artisti vincitori del premio La Nuova Scelta Italiana – edizione 2026 – istituito per individuare ogni anno due fotografi affermati che BDC – Bonanni Del Rio Catalog ritiene possano essere o diventare gli eredi dei grandi Maestri della fotografia italiana. Il premio, che si avvale di una prestigiosa advisory board di esperti, è stato quest’anno assegnato a Paolo Ventura e Raffaela Mariniello.

Dal 3 ottobre al 20 dicembre 2026 – BDC – Borgo delle Colonne 28 – Parma

Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare

Gianni Berengo Gardin, Veduta della nuova ico fabbrica Olivetti ivrea. Progetto di Luigi Figini e Gino Pollini, 1957 ca.
© Gianni Berengo Gardin | Gianni Berengo Gardin, Veduta della nuova ico fabbrica Olivetti ivrea. Progetto di Luigi Figini e Gino Pollini, 1957 ca.

Il Mart dedica una grande mostra a uno tra i maggiori protagonisti della fotografia italiana, Gianni Berengo Gardin (1930-2025) indagando uno degli aspetti centrali della sua poetica: la vocazione architettonica.

Il progetto insiste infatti sullo sguardo da “urbanista” con cui Berengo Gardin ha osservato il mondo, cogliendo la disposizione geometrica dei luoghi, i volumi dei paesaggi, i giochi di pieni di vuoti che costituiscono gli spazi del vivere quotidiano, l’osmosi tra paesaggio esterno e intimo. Da un lato le costruzioni volumetriche del paesaggio e delle strutture che lo costituiscono; dall’altro il “fattore umano”, le persone che quello stesso ambiente abitano, conoscono, percorrono. I mondi da abitare, sono quindi visioni urbanistiche precise, e insieme poetiche e sognanti, degli spazi costruiti, che accolgono e, nel contempo, vengono vissuti.

Attraverso 120 immagini, provenienti dall’Archivio del fotografo, la mostra si concentra con particolare attenzione tanto sul metodo compositivo, quanto sul lungo e appassionato lavoro di documentazione svolto nei cantieri dei progetti realizzati dai grandi architetti che Gardin frequentò a lungo. Completano l’esposizione preziosi documenti, provenienti ancora dall’Archivio, e le testimonianze degli architetti con cui Gardin lavorò lungamente.

Dal 24 Ottobre 2026 al 14 Febbraio 2027 – Mart Rovereto

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Marilyn Monroe – Fragments

Marilyn Monroe posing for a cover photograph to appear in “Esquire” Magazine, Hollywood, California, USA, 1954. © Philippe Halsman/Magnum Photos

A Parma una mostra dedicata alla grande icona del Novecento nel centenario della sua nascita

Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, lo spazio espositivo di Palazzo Pigorini del Comune di Parma ospita un progetto dedicato a Marilyn Monroe, tra fotografia, cinema e memoria collettiva.

A cento anni dalla sua nascita, Marilyn Monroe continua a essere una delle figure più iconiche e affascinanti del Novecento. Il suo volto attraversa le generazioni, supera i confini del cinema e si rinnova continuamente nell’immaginario collettivo, confermandosi un’icona capace di resistere al tempo e alle trasformazioni della cultura contemporanea.

La mostra Marilyn Monroe. Fragments, in programma a Parma a Palazzo Pigorini, dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027, propone un percorso attraverso celebri fotografie che hanno immortalato la diva americana, restituendone la complessità oltre all’immagine pubblica. Ideata da Suazes srl in collaborazione con il Comune di Parma – Assessorato alla Cultura e Turismo e con il sostegno di Magnum Photos, l’esposizione si arricchisce di materiali video e documenti dedicati alla vita dell’attrice, offrendo al pubblico molteplici prospettive sulla sua personalità e sulla sua storia.

Il progetto si pone in dialogo con la mostra LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre, ospitata presso Palazzo del Governatorato di Parma. Due percorsi differenti, accomunati dalla volontà di indagare la rappresentazione della donna e le molteplici forme attraverso cui un volto, uno sguardo e un’identità diventano immagini destinate a durare nel tempo. Se la pittura ha saputo raccontare la figura femminile attraverso epoche e sensibilità artistiche diverse, la fotografia ha fatto di Marilyn Monroe un soggetto privilegiato, capace di trasformarsi a ogni incontro con l’obiettivo.

In Marilyn Monroe. Fragments, le immagini firmate da grandi protagonisti della fotografia internazionale, tra cui Inge Morath, Philippe Halsman, Elliott Erwitt, Bruce Davidson, Eve Arnold, Dennis Stock, Erich Hartmann, Ernst Haas, Henri Cartier-Bresson e Cornell Capa, compongono un racconto fatto di frammenti, momenti e interpretazioni. Ogni fotografo restituisce una Marilyn diversa, rivelando come la sua immagine non sia mai stata soltanto il risultato di una costruzione esterna, ma anche il frutto di una consapevole capacità di interpretarsi, reinventarsi e partecipare alla creazione del proprio mito.

Come ricordò Lee Strasberg nel suo elogio funebre, Marilyn Monroe «Già in vita creò il mito di ciò che una ragazza povera, proveniente da un contesto disagiato, poteva raggiungere. Per il mondo intero divenne il simbolo dell’eterna femminilità».

Dietro questo simbolo, tuttavia, si celava una donna molto più complessa dell’immagine che Hollywood aveva costruito intorno a lei. Marilyn mal sopportava lo stereotipo della bionda svampita che gli studios le avevano assegnato e lottò per ottenere ruoli più significativi, lavorando con registi che stimava e cercando un riconoscimento autentico delle proprie capacità interpretative. La sua ambizione era quella di essere considerata un’artista, non soltanto un volto seducente. Come dichiarò: “Il cinema deve essere una forma d’arte, non una catena di montaggio”.

La fotografia rappresentò per lei uno spazio privilegiato di espressione. Come scrisse la fotografa dell’agenzia Magnum Photos Eve Arnold, che la ritrasse in numerose occasioni, Marilyn sapeva di essere «una fantastica creatrice di fotografie»: “davanti all’obiettivo poteva liberare la propria immaginazione, cambiare personaggio e dare vita a una nuova versione di sé. I fotografi diventavano suoi collaboratori, ma era lei a stabilire il ritmo e l’orientamento di ogni seduta. La sua grandezza risiedeva proprio nella capacità di trasformare ciò che aveva a disposizione in un personaggio riconoscibile e universalmente amato”.

Nelle parole della stessa Arnold emerge anche una riflessione più intima sul rapporto tra immagine ed esistenza: “Se è vero, come è stato detto, che Marilyn passò tutta la vita alla ricerca di sé stessa, allora si può anche dire che forse Marilyn, creatura di mito e illusione, si ritrovò non nelle effimere immagini cinematografiche, ma nelle fotografie, che sembrarono riuscire a fornirle prova tangibile della propria esistenza”.

È in questa tensione tra persona e personaggio, autenticità e rappresentazione, che si colloca il senso più profondo della mostra. Marilyn Monroe seppe fare della propria immagine uno strumento espressivo, trasformando il candore e la sensualità del personaggio cinematografico in una forma di consapevolezza e, talvolta, in un’arma contro gli stessi stereotipi che l’avevano resa celebre.

La sua influenza si estese ben oltre il cinema, entrando nella storia dell’arte e diventando uno dei simboli più potenti della cultura visiva contemporanea. Emblematica, in questo senso, è la rappresentazione che Andy Warhol dedicò al suo volto, trasformandolo in un’immagine seriale e interrogando il rapporto tra celebrità, riproducibilità e società dei consumi.

Ancora oggi Marilyn continua ad affascinare il pubblico. La sua immagine sopravvive, si moltiplica e viene continuamente reinterpretata, fino a diventare essa stessa un bene di consumo, un marchio riconoscibile e un’industria globale. Ma dietro la diffusione incessante del suo volto resta la domanda che accompagna ogni grande icona: quanto conosciamo davvero la persona che si nasconde dietro l’immagine?

Marilyn Monroe. Fragments invita a guardare oltre il mito, attraverso fotografie e testimonianze che restituiscono la complessità di una donna capace di influenzare profondamente il nostro modo di vedere la bellezza, la femminilità e la celebrità. Un percorso che, nel centenario della sua nascita, celebra non soltanto una stella senza tempo, ma anche la forza di una personalità che ha saputo trasformare se stessa in una delle immagini più durature della storia del Novecento.

Dal 21 novembre 2026 al 2 maggio 2027 – Parma, Palazzo Pigorini

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Ho messo a disposizione gratuitamente la registrazione di una lettura portfolio fatta da Sara Munari, per mostrarti come si analizza un progetto fotografico, quali aspetti funzionano e dove si può lavorare per farlo crescere.
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Buona visione!

A presto,
Il team di Musa Fotografia
Sara Munari

PER PENSARE UN POCHINO “Una storia fotografica non inizia con la prima foto. Inizia con la domanda che ti porti dietro senza sapere ancora come risponderle.” Sara Munari

Oltre la lente di Weston: memorie, margini e bibliografie ritrovate

La storia della fotografia è stata a lungo scritta attraverso il mito del genio solitario, isolato nel proprio atelier o intento a cesellare stampe perfette in mezzo alla natura selvaggia. Riconoscere i margini di quel mito significa ammettere che dietro a molte grandi icone del modernismo americano non c’è mai stata un’unica mano, ma un ecosistema di relazioni, supporto e lavoro invisibile. È questa la prospettiva aperta da Attraverso una focale diversa, I miei anni con Edward Weston, l’edizione italiana del celebre Through Another Lens tradotta e annotata da Manlio Cinti, che restituisce al pubblico nostro la voce autobiografica in cui Charis Wilson ripercorre il decennio cruciale vissuto accanto a Edward Weston tra il 1934 e il 1945.

Il lavoro di Cinti su questo volume si inserisce in quella rara categoria di editoria indipendente mossa da una dedizione quasi archeologica: un’operazione nata da una lunga ricerca e dal contatto diretto con gli eredi e i custodi di quella memoria che permette di colmare un vuoto nella saggistica fotografica italiana accessibile. Il libro di Wilson non è un semplice diario domestico o un’agiografia devozionale: attraverso la sua voce affiora una critica sottile ma tagliente alla posizione subalterna della donna nelle coppie d’arte del Novecento. Charis fu modella, autrice di testi e compagna indispensabile, spesso costretta a comprimere i propri spazi creativi per assecondare i ritmi e le esigenze del lavoro del marito. Intorno a loro ruotava tuttavia un intero fermento culturale, da Ansel Adams a Imogen Cunningham, da Dashiell Hammett a Merce Cunningham e Martha Graham, restituito con la precisione di chi quell’ambiente lo ha sostenuto materialmente e intellettualmente.

C’è poi un motivo di lettura che interessa l’appassionato di fotografia come un “plus” inatteso e che, a giudicare dai riscontri raccolti da Cinti, convince anche il pubblico generalista. Nelle sue quattrocento e più pagine, Attraverso una focale diversa intreccia la vicenda dei protagonisti con una serie di tessere che compongono il paesaggio sociale, culturale, storico e naturale dei luoghi e dell’epoca. Tutti e tutto trovano posto: il diseredato di Pismo Beach, l’allevatore e il petroliere texani, il politico in carriera, l’obiettore di coscienza, il sindacalista, l’attivista per i diritti civili, il vecchio schiavo, l’intellettuale, l’attore di Hollywood, lo scrittore famoso. Poi i primi movimenti in difesa dell’ambiente, la storia di Carmel, il misero montanaro del Tennessee, i ricercatori del Caltech, il gallerista, il direttore del MoMA, il mecenate, la comunità degli esuli messicani, il razzismo, il clan che conta (i Du Pont). E ancora New York, la costa del Pacifico, i deserti, lo Yosemite e la Sierra Nevada, la centrale elettrica sul Colorado, Taos Pueblo, e altro.

La forza di quel racconto non si è esaurita con la chiusura del secolo scorso, ma continua a interrogare il presente. Lo dimostra in modo lampante il volume Pictures for Charis (Aperture / Center for Creative Photography, 2024) della fotografa e docente Kelli Connell. Lavorando in tandem con l’allora compagna Betsy Odom, Connell non si è limitata a un’operazione nostalgica di rievocazione critica, ma ha ripercorso i luoghi di Weston e Wilson usando macchine e procedimenti d’epoca per compiere un vero e proprio atto di riscrittura critica. La sua ricerca trasforma il libro in uno strumento di riflessione sul sé e sul proprio rapporto con l’altro: esplorare quei panorami significa colmare un’assenza, e Connell utilizza il progetto per interrogare il punto di vista negato a Charis e i meccanismi di potere e di genere che regolano storicamente il rapporto tra fotografo e soggetto, tra paesaggio e vita di coppia.

Copertina del libro 'Attraverso una Focale Diversa' che presenta Charis Wilson ed Edward Weston, con un'immagine di loro insieme. Il design include testi esplicativi sul contenuto del libro e il contesto storico.

Per chi si appassionasse alla storia personale e professionale di Weston, poco nota in Italia, vale la pena consultare l’archivio digitale dell’Edward Weston Bibliography Blog (https://edwardwestonbibliography.blog/ segnalato dallo stesso Cinti e curato da Paul Hertzmann, Susan Herzig e Paula Freedman). Svincolandosi dalle retrospettive postume e basandosi esclusivamente su oltre decenni di fonti primarie, riviste d’epoca, rassegne stampa, corrispondenze, il progetto documenta l’impatto reale e immediato che le immagini di Weston ebbero sui contemporanei tra il 1906 e il 1958.

Mettere insieme questi tasselli, la traduzione caparbia di Cinti, le memorie di Wilson, l’archeologia visiva di Connell e il rigore bibliografico delle fonti d’epoca ci ricorda che la cultura fotografica non sopravvive grazie ai monumenti intoccabili, ma attraverso chi continua a smontarne le cornici, a rileggerne i margini e a pretendere un’aderenza rigorosa ai fatti storici.

Sara Munari

Qui il link per l’acquisto su Amazon

Bandi e premi fotografici in scadenza a Ottobre 2026

I concorsi e le open call rappresentano uno strumento prezioso di confronto: ti costringono a fare editing, a mettere in fila una serie coerente di immagini o a selezionare il tuo scatto migliore, oltre a offrire opportunità reali di mostra, pubblicazione e sostegno economico per i tuoi progetti. Ciao Annalisa

MUSA INTERNATIONAL AWARD FOR FEMALE PHOTOGRAPHERS
Il concept del Premio Musa di quest’anno si focalizza sul “Reclaiming”, inteso come l’atto di riappropriarsi del potere di decidere cosa merita di essere inquadrato e raccontato, superando la funzione puramente estetica della fotografia. È fondamentale chiarire che il premio non richiede che i soggetti delle opere siano necessariamente femminili, poiché l’obiettivo non è limitarsi a guardare le donne, ma guardare l’intero mondo attraverso i loro occhi. Riappropriarsi della “cornice” significa rivendicare il diritto di narrare ogni aspetto della realtà — dall’architettura alla cronaca, dall’astrazione alla natura — ribaltando lo sguardo maschile e occidentale che storicamente ha stabilito cosa fosse degno di nota. Questo processo di riappropriazione si estende alla narrazione del corpo come territorio politico, documentando vissuti autentici di salute, malattia e invecchiamento fuori dai canoni tradizionali, e prosegue con la risignificazione dello spazio pubblico e notturno, spesso vissuto dalle donne sotto il segno dell’esclusione. Il progetto invita inoltre a un sabotaggio degli archivi, riscrivendo storie familiari o collettive dove la presenza femminile è stata omessa, e promuove una visione ecofemminista che rifiuta la natura come semplice cartolina per mostrarne l’interdipendenza con l’umano. Infine, il tema sfida le logiche tecnologiche e gli algoritmi che replicano pregiudizi di genere, cercando lavori capaci di dare dignità visiva al lavoro invisibile e a tutto ciò che solitamente resta ai margini, dimostrando che cambiare chi tiene in mano la macchina fotografica significa, di fatto, cambiare la percezione della realtà stessa.
Website: https://www.musaaward.eu/
Deadline: 21 Novembre 2026

Concorsi fotografico di Monte-Carlo 2026 con vista sul palazzo illuminato di notte e giardini circostanti.

Monte-Carlo Photo Contest 2026
Il Monte-Carlo Photo Contest è un concorso fotografico internazionale annuale, aperto a fotografi di ogni nazionalità, sia amatori che professionisti.
Il concorso si svolge sotto il patrocinio della FIAP (Fédération Internationale de l’Art Photographique) e dell’AAPMC (Académie de l’Art Photographique de Monte-Carlo).
Il Monte-Carlo Photo Contest 2026 è suddiviso in quattro categorie tematiche:

  • Categoria 1 – Glamour e Bellezza
  • Categoria 2 – Il mondo in primo piano (World in Focus)*
  • Categoria 3 – Paesaggio
  • Categoria 4 – Tema libero
    Deadline: 4 October 2026
    Website: http://www.montecarlophotocontest.org
Logo degli IFPA - Premi per fotoreporter freelance indipendenti, con testi in arabo e inglese su sfondo nero.

Xposure IFPA 2026 International Award for Freelance Photojournalists
Il premio Xposure Independent & Freelance Photojournalist Award (IFPA) conferisce un riconoscimento a fotoreporter indipendenti e freelance di eccezionale talento, il cui lavoro dimostra integrità giornalistica, forza visiva e un impegno concreto nell’affrontare tematiche contemporanee.
Il premio si articola in tre categorie: Spot News, Ambiente e Soluzioni. Per ciascuna categoria viene selezionato un vincitore, che riceve un premio di 5.000 USD. I vincitori vengono inoltre invitati all’Xposure International Photography & Film Festival di Sharjah (Emirati Arabi Uniti), dove i loro lavori vengono presentati a un pubblico internazionale composto da fotografi, editor, professionisti del settore e dal grande pubblico.
Deadline: 1 October 2026
Website: https://ifpa.xposure.net/

Una silhouette di persona davanti a luci colorate verticali, con il testo che indica il YICCA Art Prize e la scadenza per le domande il 8 ottobre 2026.

YICCA 26/27 – International Contest of Contemporary Art
Il concorso d’arte internazionale YICCA 26/27 è una prestigiosa piattaforma globale che invita artisti da ogni parte del mondo a mostrare il proprio talento creativo. Questa competizione artistica internazionale supera i confini geografici e accoglie sia professionisti affermati che talenti emergenti, indipendentemente dalla loro provenienza. Offre un palcoscenico vivace per una varietà eclettica di espressioni artistiche contemporanee, spaziando tra diversi linguaggi come disegno, pittura, scultura, fotografia, grafica, tecnica mista, videoarte, installazioni e performance. Tale varietà artistica persegue un duplice obiettivo: valorizzare il profilo degli artisti partecipanti e facilitare il loro ingresso nel dinamico e mutevole mercato internazionale dell’arte contemporanea.
Deadline: 8 October 2026
Website: https://yicca.org/

Immagine in bianco e nero di un cucciolo di orso polare vicino a un orso adulto, con testo che annuncia un'apertura per una mostra fotografica internazionale alla Glasgow Gallery of Photography.

Wildlife 2027 International Photography Exhibition
A febbraio, la Glasgow Gallery of Photography ospiterà una mostra intitolata “Wildlife”.
Si tratta di un tema nuovo per la galleria, mai oggetto di una mostra dedicata in precedenza: la fauna selvatica.
Vogliamo invitarvi a scoprire il fascino visivo della fauna selvatica e le storie che essa racconta, sia che si tratti di animali nei loro habitat naturali o di incontri in luoghi insoliti. Potrete inoltre esplorare il rapporto tra la fauna selvatica e l’essere umano, nelle sue sfaccettature sia positive che negative.
Deadline: 9 October 2026
Website: https://www.glasgowgalleryofphotography.com/exhibition

Una donna con afro si riposa sul divano in una stanza ben illuminata, circondata da piante e una lampada da tavolo.

Barcelona Photography Festival on Human Rights and Global Justice
Cerchiamo progetti fotografici sui diritti umani e la giustizia globale!
L’Associació Catalana per la Pau (ACP) e Más Retina lanciano questa iniziativa per scoprire, valorizzare e promuovere progetti fotografici di eccellenza incentrati sui diritti umani e la giustizia globale
Utilizzando la fotografia come strumento di giustizia sociale, il concorso mira a far luce sulle sfide globali e sulle loro cause. Il nostro obiettivo è creare spazi di riflessione e informazione che favoriscano una cittadinanza critica e incoraggino una partecipazione attiva ai dibattiti contemporanei.
Deadline: 9 October 2026
Website: http://site.picter.com/bcndh-2026

Logo dei Fine Art Photography Awards su uno sfondo di paesaggio naturale, con acqua blu e terre di colori terrosi.

Fine Art Photography Awards 2027
Questa edizione è dedicata agli artisti che sfidano la percezione, accolgono il rischio e trasformano le idee in narrazioni visive. La fotografia d’arte non riguarda solo ciò che si immortala, ma il modo in cui si interpreta, distorce, mette in discussione e reinventa la realtà. Che il vostro lavoro riveli bellezza, tensione, contraddizione o una verità cruda, ciò che conta davvero è la vostra prospettiva.
In un’epoca di cambiamenti costanti e sovraccarico visivo, trovare la propria voce autentica può sembrare una sfida. È proprio per questo che esiste questa piattaforma: per dare spazio a concetti audaci, tecniche non convenzionali e narrazioni profondamente personali. Qui l’innovazione incontra l’intenzione e l’originalità prevale sulle convenzioni.
Deadline: 11 October 2026
Website: https://fineartphotoawards.com/

Raccont’Arti: Contemporary Photography Award 2026
“Raccont’arti” è un bando internazionale gratuito rivolto a fotografi e artisti visivi, volto a mappare lo stato della fotografia contemporanea. L’edizione 2026 esplora il tema “Oltre il visibile: l’immagine dell’assenza”.
Il premio invita gli artisti a indagare l’assenza non come sottrazione, bensì come stratificazione di spazio e tempo. Le opere dovranno mappare ciò che resta quando l’azione si placa, trattando lo spazio come un’infrastruttura attiva di segni e interazioni.
Deadline: 15 October 2026
Website: https://site.picter.com/raccontarti-contemporary-photography-award-2026

Donna che indossa un vestito scuro e tiene un cappello mentre si trova in un campo di erba, con cielo nuvoloso sullo sfondo.

Human Photography Exhibit
Cerchiamo fotografie capaci di raccontare cosa significhi essere umani. Non solo volti, ma ciò che si cela dietro di essi. I momenti di quiete. Quelli in cui si abbassa la guardia. Gli occhi stanchi a fine giornata e l’improvvisa esplosione di una risata. Il modo in cui ci stringiamo l’un l’altro e quello in cui teniamo insieme noi stessi quando nessuno ci guarda.
Deadline: 22 October 2026
Website: http://www.duskphotogallery.com

Immagine promozionale per i Chromatic Awards, che celebra la fotografia a colori, con un paesaggio montano e un'eclissi solare sullo sfondo.

Chromatic Photo Awards 2026
La missione dei Chromatic Awards è sostenere e ispirare i fotografi, offrendo loro un palcoscenico globale dove condividere passione, visione e storie. Attraverso questa piattaforma, il concorso mira a promuovere talenti eccezionali a livello mondiale, continuando al contempo a scoprire e valorizzare voci nuove ed emergenti della fotografia contemporanea.
In occasione della decima edizione dei Chromatic Awards, invitiamo i fotografi a prendere parte a questo anno fondamentale e a contribuire a un’eredità decennale dedicata al potere espressivo del colore.
Deadline: 25 October 2026
Website: https://chromaticawards.com/

Un bambino seduto su una finestra con un giocattolo in mano, mentre altri due bambini giocano in una strada di un quartiere urbano, il tutto in bianco e nero. In primo piano si trova un banner che dice 'W. Eugene Smith Student Grant 2026'.

W. Eugene Smith Student Grant 2026
Ricerchiamo progetti di fotogiornalismo e fotografia documentaria esemplari e coinvolgenti (eventualmente integrati da elementi multimediali) volti ad affrontare una questione di rilievo legata alla condizione umana.
La giuria valuterà i candidati e i progetti che meglio dimostrino la capacità di utilizzare il fotogiornalismo e la fotografia documentaria — in modo esemplare e coinvolgente ed eventualmente con l’integrazione di contenuti multimediali — per trattare temi di importanza e impatto significativi per la condizione umana: cambiamenti sociali, questioni umanitarie, conflitti armati o altri argomenti di rilevanza interpersonale, psicologica, culturale, sociale, ambientale, scientifica, medica e/o politica, esprimendo idealmente la consapevolezza della nostra comune umanità.
Deadline: 13 October 2026
Website: https://site.picter.com/w-eugene-smith-fund-student-grant-2026

Un gatto bianco e grigio si nasconde tra le foglie verdi, con scritte colorate che annunciano un premio fotografico.

«Galicia» Award of Contemporary Photography

L’associazione OF Outono Fotográfico, la Xunta de Galicia (Governo della Galizia), la Deputación de Lugo (Provincia di Lugo) e l’Università di Vigo/Campus di Ourense (Galizia) organizzano il Premio «GALICIA» di Fotografia Contemporanea (XIV edizione), con l’obiettivo di promuovere la fotografia contemporanea e gli aspetti etici che generalmente emergono dall’arte contemporanea in relazione alle forme di dominio e all’imposizione di limiti al pensiero. L’iniziativa mira inoltre a favorire la creazione di uno spazio dedicato alla fotografia in Galizia — che si affianchi a quello sviluppato da oltre trent’anni dal festival Otoño Fotográfico — incentivando proposte di carattere visivo-fotografico o comunque riconducibili all’ambito del “fotografico” (nell’accezione più ampia del termine) da parte di autori sia nazionali che stranieri.
Deadline: 11 October 2026
Website: https://site.picter.com/premiogalicia-2026

Elenco altri concorsi di Ottobre 2026

Rotterdam Photo 2027 Open Call (Vibrance)

Dedicato ad arte contemporanea, fotografia documentaria e progetti concettuali. Il premio offre la selezione per una mostra ed esposizione outdoor durante il festival di Rotterdam nel marzo 2027. La quota d’iscrizione parte da circa 29 euro (tariffe Early Bird) fino a 45 euro. La scadenza è fissata per il 4 ottobre 2026. Sito ufficiale: rotterdamphoto.com

Exposure Photography Festival (International Open Call)

Riservato a progetti e serie fotografiche ad ampio spettro contemporaneo. I selezionati parteciperanno alla mostra collettiva dell’Exposure Festival a Calgary, in Canada, con promozione dedicata su stampa e canali ufficiali. Il costo d’iscrizione è di 45 CAD (fino a 5 foto), con opzione gratuita per autori provenienti da Paesi a basso reddito. La scadenza è il 5 ottobre 2026. Sito ufficiale: exposurephotofestival.com

Earth Partner Prize 2026

Un premio internazionale focalizzato su giustizia ecologica, paesaggio e impatto umano, rivolto a progetti e narrazioni visive legate all’ambiente. La partecipazione è a pagamento e la scadenza per l’invio dei progetti è il 7 ottobre 2026. Sito ufficiale: fastforward.photography

Travel Photographer of the Year (TPOTY)

Un riferimento per fotografia di viaggio, reportage culturale, street e paesaggio. Mette a disposizione un montepremi complessivo di 50.000 sterline, 1.000 sterline in denaro al vincitore assoluto, letture portfolio a New York e mostre internazionali. La quota varia da 10 a 50 sterline, con partecipazione gratuita per gli under 18. Scadenza il 12 ottobre 2026. Sito ufficiale: tpoty.com

Mesnographies Open Call (The Pursuit of Happiness)

Aperto a progetti e serie di fotografia contemporanea. Il premio seleziona autori per una mostra open-air durante il festival internazionale Mesnographies a Les Mesnuls, in Francia. L’iscrizione è completamente gratuita e la scadenza è il 15 ottobre 2026. Sito ufficiale: fastforward.photography

Wellcome Photography Prize 2026

Incentrato su temi legati a salute, società, scienza e impatto umano. Mette in palio 10.000 sterline per ciascun vincitore di categoria e l’inclusione dei primi 25 progetti in una mostra a Londra. L’iscrizione è gratuita e scade il 21 ottobre 2026. Sito ufficiale: wellcome.org

International Landscape Photographer of the Year

Dedicato alla fotografia di paesaggio naturale, urbano ed aereo. Assegna 5.000 dollari al primo classificato, trofeo ufficiale, oltre all’inclusione e una copia stampata del volume International Landscape Book. Il costo è di 25 dollari a foto e la scadenza è il 31 ottobre 2026. Sito ufficiale: internationallandscapephotographer.com

International Garden Photographer of the Year (IGPOTY)

Specializzato in fotografia botanica, giardini, paesaggio e natura. Prevede premi in denaro per il vincitore assoluto, mostra al Royal Botanic Gardens di Kew e pubblicazione nel libro del concorso. Quota di partecipazione di 16 sterline per categoria, con alcune opzioni gratuite. Scadenza il 31 ottobre 2026. Sito ufficiale: igpoty.com

MUSA AWARD 2026 | International Photography Award for Women

Manifesto per la MUSA, premio internazionale per fotografe, con il testo 'Solo per donne coraggiose' e 'Open Call'.

Giunto alla sua ottava edizione, il premio si trasforma in una cornice internazionale rivolta a tutte le fotografe maggiorenni residenti in Europa (con una lista completa di Paesi ammessi che spazia dall’Italia al Regno Unito, dalla Francia alla Scandinavia). Il concorso si concentra sulla valutazione di portfolio (da 8 a 25 immagini per progetto, con possibilità di includere link video) senza restrizioni di genere o soggetto, accogliendo anche lavori elaborati tramite intelligenza artificiale previa esplicita dichiarazione. Il concept guida di quest’anno, “Reclaiming the Frame”, invita le autrici a riappropriarsi del potere di decidere cosa inquadrare e narrare, superando il semplice canone estetico e ribaltando lo sguardo tradizionale su corpo, ambiente, archivi e spazio pubblico. I premi in palio comprendono la stampa fine art completa del progetto vincitore (fino a 20 foto a cura di Fotofabbrica), esposizioni in festival di rilievo come Colorno Photo Life, il Festival Off di Fotografia Etica e il Festival della Fotografia Italiana (riservato alle autrici italiane), proiezioni e letture portfolio con la Biennale di Fotografia Femminile di Mantova, incontri editoriali con EMUSE, interviste e pubblicazioni su riviste di settore tra cui Il Fotografo, oltre a un rimborso spese di 200 euro. La quota d’iscrizione è di 25 euro per un progetto, 45 euro per due e 65 euro per tre. La scadenza per la presentazione dei lavori via PDF e email è fissata per il 21 novembre 2026. Sito ufficiale: https://www.musaaward.eu/

Avviso importante prima di partecipare:

I regolamenti, le quote di partecipazione e le scadenze dei concorsi fotografici possono subire variazioni dell’ultimo minuto da parte degli organizzatori. Verifica sempre tutte le informazioni, le condizioni di cessione dei diritti e i dettagli operativi direttamente sul sito ufficiale di ciascun premio prima di inviare i tuoi file.

Mostre segnalate per ottobre

Sono tantissime anche a ottobre le mostre di fotografia da non perdere, date un’occhiata!

Anna

Gregory Crewdson. Eveningside

Gregory Crewdson, <em>The Shed</em>, 2013. Stampa digitale ai pigmenti, 95,3X127 cm.
© Gregory Crewdson | Gregory Crewdson, The Shed, 2013. Stampa digitale ai pigmenti, 95,3X127 cm.

I Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia si preparano ad accogliere uno degli appuntamenti espositivi più attesi della stagione autunno-inverno.

Dal 10 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027, gli spazi del complesso cinquecentesco ospiteranno la mostra “Gregory Crewdson. Eveningside“, un’imponente personale dedicata all’opera del celebre fotografo statunitense.
Curata da Jean-Charles Vergne e realizzata in collaborazione con Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, l’esposizione riunisce in un unico percorso narrativo la trilogia fotografica a cui l’artista ha lavorato nell’arco di un intero decennio. Un percorso visivo che comprende le serie Cathedral of the Pines (2012-2014), An Eclipse of Moths (2018-2019) e la più recente Eveningside, offrendo una panoramica completa sulla maturità espressiva di uno dei maestri della fotografia contemporanea. A completare e arricchire l’esperienza espositiva sarà la proiezione del film Making Eveningside, un documento fondamentale per comprendere il dietro le quinte, la gestazione e la complessa macchina produttiva che precede ogni singolo scatto dell’autore.

Nato da una committenza originale delle Gallerie dell’Italia – Torino nell’ottobre 2022, nell’ambito delle Travelling Exhibition del museo, il progetto ha intrapreso negli anni un articolato itinerario internazionale.

L’elemento di grande interesse della mostra risiede nella possibilità di osservare l’evoluzione formale e concettuale della ricerca di Crewdson. Se nelle prime due parti della trilogia l’artista esplorava paesaggi boschivi, radure isolate ed estesi scenari post-industriali intrisi di solitudine e mistero, la serie Eveningside segna uno scarto decisivo. In netto contrasto con le foreste infestate, solitarie e remote di Cathedral of the Pines e con i vasti e desolati spazi di An Eclipse of Moths, la produzione più recente sposta il baricentro dell’attenzione verso i confini sottili della vita quotidiana, concentrandosi sui luoghi di lavoro e sugli ambienti commerciali ordinari.

In Eveningside, Crewdson sceglie di esplorare momenti di sospensione e contemplazione calati nel contesto urbano comune. Le figure che popolano le sue immagini apparendo sparse e rarefatte vengono spesso ritratte attraverso le vetrine dei negozi, riflesse nello specchio di un locale o posizionate sotto la cornice apparentemente banale della routine quotidiana. Ponti ferroviari, portoni d’ingresso, portici, la tettoia di uno sportello bancomat, una latteria, un mercato rionale o un negozio di ferramenta diventano i teatri di un’umanità immobile e riflessiva. Avvicinando il suo punto di osservazione ai soggetti e impiegando per la prima volta una tavolozza rigorosamente monocromatica, l’artista costruisce una grammatica visiva di straordinaria densità.

Il processo linguistico si avvale di una combinazione accurata di luce e ombra, affiancata da effetti atmosferici artificiali come nebbia, pioggia, fumo e foschia. Le opere di Eveningside, presentate come stampe digitali a pigmenti di grande formato, ricreano un’atmosfera d’impronta gotica che richiama direttamente le suggestioni del cinema classico e del film noir, trasformando scorci ordinari in vere e proprie quinte drammatiche.

Nel loro insieme, le tre parti della trilogia testimoniano una riflessione profonda sui linguaggi visivi. Ogni serie rappresenta una tappa essenziale nell’evoluzione creativa dell’autore, intrecciando temi che spaziano dalla dimensione più intima e personale a visioni esistenziali e collettive. L’opera di Crewdson si fonda su un costante dialogo con la storia della fotografia, della pittura e del cinema, strumenti che l’artista scompone e reinventa per strutturare le sue narrazioni visive.

Dal 10 Ottobre 2026 al 17 Gennaio 2027 – Chiostri di San Pietro – Reggio Emilia

LINK

Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi

<span><span><span>Sebastião Salgado, Lotta contro i pozzi di petrolio in fiamme, giacimento di Greater Burhan, Kuwait, 1991. Collection MEP, Paris. Dono di</span><br /><span>Sebastião Salgado e Lélia Wanick Salgado, 2018</span></span></span>
© Sebastião Salgado | Sebastião Salgado, Lotta contro i pozzi di petrolio in fiamme, giacimento di Greater Burhan, Kuwait, 1991. Collection MEP, Paris. Dono di
Sebastião Salgado e Lélia Wanick Salgado, 2018

Dopo le retrospettive dedicate a Ruth Orkin, Dorothea Lange e Brassaï, la grande fotografia torna protagonista a Bassano del Grappa. Dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 il Museo Civico di Bassano del Grappa omaggia un altro artista il cui “sguardo” ha fatto la storia di questa forma d’arte cambiando, di fatto, il modo di guardare il mondo: Sebastião Salgado (1944-2025).

Promossa e organizzata da Comune e Musei Civici di Bassano del Grappa, MEP – Maison Européenne de la Photographie di Parigi e Silvana Editoriale e patrocinata dalla Regione del Veneto, la mostra è la prima in Italia a raccontare l’intera opera del fotografo che, in 50 anni di carriera, ha saputo immortalare il dolore e la bellezza restituendo al pubblico il punto di vista di un artista divenuto immortale – a un anno dalla sua scomparsa.

“Ci sono artisti che non fotografano il mondo: lo cambiano. Sebastião Salgado era uno di loro, capace di restituire dignità all’umanità sofferente e bellezza alla natura minacciata” dichiara Alberto Stefani, Presidente della Regione del Veneto. “I suoi scatti — dalla Serra Pelada alle foreste dell’Amazzonia, dagli esodi africani alla Genesi del pianeta — ci hanno costretti a guardare ciò che preferivamo non vedere, e lo hanno fatto con una bellezza che non si dimentica. La Regione del Veneto ha voluto patrocinare questa mostra perché ritiene che portare per la prima volta in Italia una retrospettiva completa del suo lavoro, a un anno dalla sua scomparsa, sia un atto dovuto verso uno dei più grandi artisti del Novecento. Bassano del Grappa è il luogo giusto: un museo che ha saputo costruire negli anni un rapporto autentico con la fotografia d’autore e con il suo pubblico dimostrando che i nostri territori sanno guardare lontano”.

“La mostra dedicata a Sebastião Salgado, con il suo prestigio e la sua contemporaneità, arriverà a degna conclusione di un anno importante per la nostra città in ambito culturale. Un anno caratterizzato dall’avvio del percorso di candidatura a Capitale italiana della Cultura 2029 e dall’atteso ritorno del Cavallo colossaledi Antonio Canova. Nel mezzo di questo fermento siamo pronti a far rivivere l’anima di un artista internazionale, scomparso di recente, attraverso le sue opere, che hanno lasciato il segno raccontando le contraddizioni di un mondo complesso, che vive un precario equilibrio tra le sue meraviglie e le sue ingiustizie. Daremo così seguito ad un percorso consolidato e coerente dedicato alla grande fotografia internazionale e ai suoi autori più rappresentativi per intercettare l’interesse di un pubblico crescente ed eterogeneo” afferma Nicola Ignazio Finco, Sindaco di Bassano del Grappa.

La mostra è curata da Pascal Hoël, Responsabile delle Collezioni della MEP- Maison Européenne de la Photographie, la principale istituzione francese dedicata alla fotografia. Le collezioni della MEP sono un viaggio attraverso il tempo e lo sguardo dell’uomo. Dagli anni ’50 fino ai giorni nostri, queste raccolte straordinarie custodiscono la memoria visiva di decenni di storia, emozioni e trasformazioni del mondo. Ogni opera è un frammento di realtà catturato nell’istante fuggente in cui la luce incontra l’obiettivo.

La MEP ha sostenuto il lavoro di Salgado fin dagli anni ’80, affiancandolo in alcuni dei suoi progetti più significativi e costruendo nel tempo una collezione di raro valore.
A coronamento di quarant’anni di collaborazione, nel 2018 Sebastião e Lélia Wanick Salgado hanno sostenuto a loro volta la MEP con una donazione straordinaria di 105 fotografie.

La mostra Sebastião Salgado ripercorre attraverso una selezione di oltre160 scatti tutte le principali serie della vasta produzione dell’artista. Il percorso è diviso in due grandi sezioni. La prima parte della mostra presenta una panoramica delle serie “Other Americas”, “Sahel”, “Serra Pelada Gold Mine – Brazil”, “Workers”, “Kuwait”, “Exodus” e “Children of the Exodus” e documenta i primi 25 anni di attività del fotografo che ha affrontato la furia e i tormenti dell’umanità in tutto il mondo, mentre la seconda è dedicata al suo più grande progetto, durato oltre sette anni: Genesis, un omaggio alla bellezza e alla fragilità di un pianeta rimasto al riparo dalla follia degli uomini, la cui salvaguardia è vitale ora più che mai.

L’esposizione segue in ordine cronologico la carriera del fotografo e permette di restituire il senso complessivo della sua opera, così come lui stesso sosteneva: “Tutto quello che ho fatto, nell’insieme, è lo specchio della mia vita”.

“Organizzare una mostra che per la prima volta in Italia abbraccerà l’intera e complessa parabola artistica di Sebastião Salgado rappresenta un traguardo straordinario per la nostra programmazione museale. Fino ad oggi, nel nostro Paese, il pubblico ha potuto ammirare il lavoro di questo grande artista in modo parziale o focalizzato su singole serie. Questa retrospettiva completa offre invece un’opportunità critica e scientifica senza precedenti: permette di comprendere l’evoluzione stilistica e concettuale di un maestro, unendo il Salgado fotoreporter sociale delle origini a quello della conversione ecologica. Con questa proposta, Bassano del Grappa si conferma sulla scena nazionale quale vero e proprio centro di produzione culturale, fucina di progetti originali di altissimo profilo. Un luogo che vale la pena raggiungere anche da molto lontano, per ammirare la grande arte internazionale e scoprire le bellezze di un territorio unico” dichiara Giada Pontarollo, Assessore alla Cultura di Bassano del Grappa.


Nella mostra di Bassano, una sintesi del lavoro e della vita di Salgado, prende forma in un percorso di rara intensità ed emozione, in cui la bellezza incontaminata del pianeta si intreccia con le sfide ambientali e l’emergenza sociale, trasformandosi in un profondo messaggio di rinascita e in un invito urgente a riconnettersi con la natura e con il destino condiviso dell’umanità: un messaggio che ha reso – e rende tuttora – necessaria la sua arte.

“La storia che lega Sebastião Salgado alla Maison Européenne de la Photographie è quella di un impegno reciproco e duraturo.” dichiara Pascal Hoël, Responsabile delle Collezioni della MEP – Maison Européenne de la Photographie di Parigi e Curatore della mostra “Essa testimonia una fiducia rara tra un artista e un’istituzione, costruita nel tempo attorno a una visione comune della fotografia e del suo ruolo nel mondo.”

La mostra sarà accompagnata dall’omonimo catalogo in lingua italiana e inglese, edito da Silvana Editoriale, e da una ricca offerta didattica pensata per tutte le tipologie di visitatori.

“Poter ripercorrere, in un’unica mostra, cinquant’anni di carriera di Sebastião Salgado significa avere la rara occasione di approfondire la conoscenza di alcuni tra i più intensi e drammatici momenti della nostra epoca attraverso l’occhio di un maestro assoluto della fotografia internazionale. Le sue opere sono caratterizzate da un impareggiabile, magico equilibrio tra etica ed estetica e dalla capacità di raccontare il mondo con rara sensibilità e umanità: questo rende ognuno dei suoi scatti un capolavoro assoluto, un’opera d’arte in grado di segnare le coscienze e, al contempo, lasciare un’impronta poetica duratura nell’immaginario collettivo. I Musei Civici di Bassano del Grappa sono orgogliosi di poter presentare, per la prima volta in Italia e grazie ad una nuova, prestigiosa collaborazione internazionale, una selezione di opere così ampia e completa in grado di testimoniare, al più alto grado, l’intera parabola di questo artista, aggiungendo così un nuovo capitolo alla programmazione di grandi mostre di fotografia che fanno dei nostri Musei un punto di riferimento in Italia per questa forma d’arte”, conclude Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa.

Dal 24 Ottobre 2026 al 4 Aprile 2027 –  Museo Civico di Bassano del Grappa

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Martin Parr – Ironia & Amore: istruzioni per una vita felice

Copertina di un libro di Martin Parr intitolato 'Ironia & Amore: istruzioni per una vita felice', con due uomini sdraiati su lettini da spiaggia.

Martin Parr. Ironia & Amore: istruzioni per una vita felice, a cura di Arianna Rinaldo, riporta a Milano lo sguardo ironico, curioso e profondamente umano di uno dei più noti fotografi della sua generazione. Dal 15 ottobre 2026 al 28 febbraio 2027, allo Spazio Varesina 204, nel cuore del Milano Certosa District, la mostra invita a rileggere il lavoro di Parr attraverso due parole che ne hanno accompagnato la ricerca fotografica e il rapporto con il mondo: ironia e amore. Un binomio che diventa anche una possibile chiave per guardare alla vita e alle sue contraddizioni, con leggerezza e partecipazione.

Prodotta e organizzata da Varesina 204, da un progetto di Monstrum e YourPictureditor, la mostra presenta 70 fotografie realizzate nell’arco di oltre trent’anni, tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio. Il percorso attraversa alcuni dei temi più ricorrenti nella ricerca di Parr, dalla rappresentazione del tempo libero alla dimensione privata delle relazioni, fino a un gioco di autorappresentazione in cui il fotografo stesso entra nell’inquadratura.

Il primo nucleo conduce il visitatore nei luoghi in cui le persone sembrano concedersi una parentesi dalla quotidianità: spiagge, località turistiche, piste da sci, monumenti e mete affollate da viaggiatori. Dalle spiagge di Benidorm alle piste della Svizzera, dalle piramidi d’Egitto a quelle Maya in Messico, Parr osserva il modo in cui uomini e donne abitano il tempo libero, costruendo una sorta di geografia universale delle vacanze. Accanto ai turisti di ogni parte del mondo ritornano gli inglesi, presenza costante nella sua fotografia, colti nei loro gesti quotidiani, nelle abitudini e nelle eccentricità.

Le immagini provengono da alcuni dei suoi progetti e libri più celebri, tra cui Common Sense, Sign of the Times e The Last Resort. È qui che emerge con particolare evidenza uno degli aspetti più caratteristici della fotografia di Parr: la capacità di trasformare l’osservazione di una scena apparentemente ordinaria in un’immagine capace di raccontare, attraverso un dettaglio, un gesto o un comportamento, qualcosa di più ampio sulla società.

Dalla dimensione collettiva si passa quindi a quella più intima. Una seconda sezione è dedicata all’amore, osservato nelle sue diverse forme e, ancora una volta, attraverso l’umorismo del fotografo. Al centro è la serie Bored Couples, nella quale Parr ritrae coppie alle prese con una quotidianità in cui la complicità sembra essersi consumata. Tra queste immagini compaiono anche fotografie dello stesso Parr insieme alla moglie, in un gioco che coinvolge direttamente il fotografo nel mondo che ha sempre osservato.

Intorno alle coppie annoiate prende forma, per contrasto, una sorta di celebrazione dell’amore popolare e sentimentale: baci, abbracci, cuori, dolci e oggetti dall’estetica volutamente kitsch compongono un universo in cui il romanticismo diventa spettacolo, rituale e immagine condivisa. Anche qui Parr non giudica i propri soggetti, ma li osserva con quella combinazione di distanza e partecipazione che rende il suo sguardo immediatamente riconoscibile.

A chiudere il percorso sono gli ‘autoritratti’: fotografie dallo stile kitsch che Parr si è fatto scattare in diversi luoghi e situazioni, spesso come un normale turista davanti a un monumento, o in uno studio fotografico scenografico o semplicemente in un Photo Booth a tematica turistica. Dopo aver trascorso una vita dietro la macchina fotografica, Parr si mette così dall’altra parte dell’obiettivo e diventa a sua volta uno dei personaggi delle proprie immagini. Un ultimo rovesciamento di prospettiva che restituisce, con ironia, la dimensione personale di uno sguardo costruito per tutta la carriera sull’osservazione degli altri. La stessa possibilità sarà offerta ai visitatori, che potranno a loro volta farsi fotografare in scenari ispirati a quelli delle immagini di Parr, trasformandosi per qualche istante nei protagonisti della mostra.

L’esposizione non propone dunque una lettura cronologica dell’opera di Martin Parr, ma un percorso costruito intorno a ciò che più profondamente attraversa il suo lavoro: la curiosità per gli esseri umani, il piacere dell’osservazione e la capacità di trovare, nelle situazioni più comuni, qualcosa di inatteso. È una fotografia che non ha bisogno di grandi eventi per raccontare il mondo: le bastano una spiaggia affollata, una coppia, un turista, un gesto quotidiano. E, naturalmente, un po’ di ironia.

15 ottobre 2026 – 28 febbraio 2027 – Spazio Varesina 204 – Milano

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LETIZIA BATTAGLIA. L’OPERA, 1970 – 2020

Letizia Battaglia, Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati. Milano, 1972
© Archivio Letizia Battaglia | Letizia Battaglia, Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati. Milano, 1972

Una grande retrospettiva dedicata a Letizia Battaglia, tra le figure più importanti della fotografia del Novecento.

La vita straordinaria di raccontata attraverso oltre 200 immagini:
· dai celebri reportage sulla mafia alle feste religiose,
· dai volti della Sicilia agli aspetti più intimi e poetici della vita quotidiana.

Coprodotta da CAMERA e Jeu de Paume e realizzata in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia, l’esposizione racconta Palermo e la Sicilia nelle loro molteplici sfaccettature. Le immagini di Battaglia attraversano le difficoltà e la dignità delle persone, la forza dei giovani volti, la dimensione identitaria e collettiva delle feste religiose, fino alle toccanti fotografie realizzate all’interno di un ospedale psichiatrico.

Ne emerge il ritratto di una fotografa che ha fatto dell’immagine uno strumento di testimonianza e partecipazione, capace di raccontare la violenza e le contraddizioni del proprio tempo senza mai perdere di vista le persone, i loro corpi e le loro storie. Un percorso che restituisce la ricchezza della sua ricerca e il costante impegno civile che ha attraversato l’intera carriera di Letizia Battaglia.

Dopo il successo delle tappe allo Jeu De Paume a Tours, al festival Les Rencontres d’Arles e al Museo Civico San Domenico di Forlì, arriva a Torino la mostra curata da Walter Guadagnini: un percorso di oltre 200 fotografie che attraversa la vita e il lavoro della fotografa siciliana, restituendo la complessità e la forza di una ricerca nella quale esperienza personale, pratica fotografica e impegno civile sono profondamente intrecciati.

La mostra, accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore, è arricchita da 22 riviste con le quali Battaglia collaborò – e che, in alcuni casi, fondò e diresse – e da un docufilm dedicato alla sua vita, ampliando il racconto della sua attività e della sua straordinaria vicenda umana e professionale.

Dal 17 Ottobre 2026 al 7 Febbraio 2027 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino

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CESURE. Lines of fracture

Manifesto dell'esposizione "Lines of Fracture" al Museo Nazionale di Ferrara, con dettagli sulle date e gli organizzatori.

Attraverso i linguaggi della fotografia documentaria e del fotogiornalismo, l’esposizione affronta alcuni temi centrali del nostro tempo – i conflitti, le trasformazioni sociali, le migrazioni, le crisi ambientali e le marginalità urbane – assumendo la periferia non soltanto come luogo geografico, ma anche come punto di osservazione dal quale rileggere le relazioni fra centro e margine e le trasformazioni della società contemporanea.

Le fotografie esposte saranno accompagnate da un numero che rimanderà a una guida con le didascalie e le introduzioni alle diverse sezioni della mostra. La guida é disponibile sia in formato cartaceo sia in formato digitale, scaricabile tramite link dedicato e QR code.

Il progetto è sostenuto da Il Museo Rigenera – Ed. Fotografia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

Fotografie di Arianna Arcara, Francesco Bellina, Maria Elisa Ferraris, Angelo Leonardo, Gabriele Micalizzi, Luca Santese, Marco P. Valli

 2 ottobre 26 – 10 gennaio 27 – Musei nazionali di Ferrara

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Frank Horvat

Poster dell'esposizione di Frank Horvat a Roma, con un'immagine di una donna nuda che indossa un fiore tra i capelli e informazioni sull'evento alle Terme di Caracalla dal 11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027.

Alle Terme di Caracalla viene allestita la mostra “Frank Horvat”: un complesso di 72 immagini divise in tre momenti significativi che esplorano il lavoro del grande fotografo.
La mostra, promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma diretta da Daniela Porro, e con l’organizzazione di Electa, è curata dallo Studio Horvat (Fiammetta Horvat e Mathilde Oudin) e Nunzio Giustozzi e resterà aperta dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027.
Frank Horvat (1928-2020) è stato un fotografo eclettico, che nel corso della sua carriera, lunga più di settant’anni, ha affrontato con profonda intensità svariati temi: certamente la moda, che l’avrebbe reso celebre, ma anche il reportage sociale e il viaggio, il paesaggio, i ritratti, il rapporto con l’arte, in una ricerca costantemente improntata alla libertà, alla delicatezza dello sguardo.
In una delle palestre delle Terme di Caracalla verrà costruito un percorso inedito fra i migliori suoi ritratti dedicati all’universo femminile, quelli che, meglio di ogni altro soggetto, rivelano la chiave interpretativa del lavoro del fotografo. Con un approccio personale, Horvat è infatti riuscito a scardinare i codici della fotografia di moda, liberando le modelle, con le quali instaurava un rapporto di amicizia e complicità, dalle loro pose canoniche, cogliendole per strada con una Leica e la sola luce naturale. Dal finire degli anni Cinquanta c’era anche una corrispondenza tra il mutare dell’idea di eleganza, l’ascesa del prêt-à-porter, ormai accessibile a tutte le donne della classe media, e l’evoluzione del loro status: non solo attrici o ballerine, scrittrici o intellettuali ma anche tenerissime madri, donne che lavoravano, erano finalmente indipendenti e chiedevano più libertà e il diritto di essere sé stesse.
Ciò che lo interessava era, dunque, la “donna reale”, come attestano anche le fotografie dei suoi servizi documentari realizzati in tanti Paesi del mondo, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Senegal, dall’Egitto al Giappone.
Un focus sarà dedicato ai servizi fotografici che Horvat, invitato da Irene Brin e Gaspero del Corso della Galleria L’Obelisco, realizzerà proprio a Roma nei primi anni Sessanta per la rivista “Harper’s Bazaar”, in cui celebri modelle di allora sono in compagnia di personaggi della cultura e del cinema come Alberto Moravia, Luigi Barzini, Marcello Mastroianni e molti altri.
La figura femminile è al centro anche della seconda sezione della mostra con fotografie dalla serie Vere sembianze, presentata all’interno degli ambienti voltati del monumento, in cui Horvat gareggia con la pittura, intessendo un dialogo estetico dinamico con i grandi ritrattisti del passato, utile a svelare però le intime verità delle donne moderne.
Straordinariamente consonante con le vestigia monumentali delle Terme sarà, infine, la sezione dedicata al ciclo Goethe in Sicilia, in cui il fotografo, nei primi anni Ottanta, si è misurato con le memorabili pagine del Viaggio in Italia, scoprendo una profonda sintonia con la visione romantica dello scrittore tedesco. Affascinato dalla cultura greca dei templi, da quella rococò come dalle tradizioni popolari, Horvat si concentra sull’inconfondibile natura dell’isola, sui suoi paesaggi, luoghi di una storia senza tempo.

Roma, Terme di Caracalla – 11 settembre 2026 –10 gennaio 2027

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Luca Locatelli. Future Studies – Dalle frontiere del cambiamento, immagini di futuri possibili

Vista aerea di un paesaggio di palude con linee sinuose di acqua che scorrono tra la vegetazione verde e le zone marroni.

Il futuro non è altrove. È già visibile nei paesaggi che abitiamo, nelle infrastrutture che li attraversano, nei laboratori in cui si progettano nuove forme di produzione, nei territori che stanno imparando a convivere con un ambiente in trasformazione.

Da questa consapevolezza nasce Future Studies, la mostra di Luca Locatelli (Milano, 1971), a cura di Giada Triola, presentata da ottobre 2026 a gennaio 2027 negli spazi di Leica Galerie Milano. L’esposizione, a ingresso gratuito, riunisce una selezione dei suoi lavori più significativi insieme ad alcune immagini inedite di Zeeland – Anatomy of a Living Delta, progetto realizzato nel 2026 nella regione olandese sospesa tra terra e mare.

Centrali nucleari dismesse, parchi eolici, serre illuminate artificialmente, impianti geotermici, coltivazioni di alghe, sistemi di riciclo e paesaggi riconquistati dall’acqua: Locatelli fotografa le frontiere del cambiamento, i luoghi in cui la crisi ambientale incontra il tentativo di immaginare nuove risposte.

Le sue immagini sembrano provenire da un film di fantascienza, eppure non mostrano scenari immaginari. Tutto ciò che vediamo esiste già. Nel lavoro di Locatelli, la precisione della fotografia documentaria si unisce a composizioni rigorose, prospettive inattese e colori ai limiti dell’irrealtà. L’autore cattura territori produttivi, laboratori e grandi infrastrutture in paesaggi capaci di attrarre lo sguardo prima ancora di rivelare le storie che contengono.

Future Studies costruisce un atlante del presente, raccogliendo esperimenti, intuizioni e contraddizioni che stanno già modificando il nostro rapporto con il pianeta. Ogni fotografia apre una domanda: fino a che punto la tecnologia può aiutarci a riparare ciò che il progresso ha compromesso? È possibile continuare a parlare di crescita in un mondo dalle risorse limitate? Possiamo tornare a considerare la natura non come un ostacolo da dominare, ma come un sistema dal quale imparare? Il titolo della mostra riprende il progetto con cui Luca Locatelli ha vinto nel 2021 Leica Oskar Barnack Award, che ha segnato l’inizio di un dialogo continuo con Leica: la mostra milanese, nella rinnovata Leica Galerie, rappresenta un nuovo capitolo di questa relazione. 

dal 2 ottobre 2026 al 16 gennaio 2027 – Leica Galerie Milano

Lee Miller, le mille vite dietro l’obiettivo

Una donna con un'acconciatura elegante, seduta su una poltrona, veste un abito scuro con dettagli in raso mentre guarda pensierosa verso il basso.
Lee Miller, Miss Lee Miller (Acconciatura di Dimitry), Lee Miller Studios, Inc., New York, USA, 1932 | Courtesy © Lee Miller Archives, England 2025. All rights reserved. leemiller.co.uk

Dopo Eve Arnold e Letizia Battaglia, sarà Lee Miller la protagonista dell’autunno fotografico del Museo Civico San Domenico di Forlì. Dal 10 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027, oltre 160 immagini provenienti dai Lee Miller Archives comporranno il percorso di Lee Miller. Opere 1930-1955, la mostra curata da Walter Guadagnini che attraversa venticinque anni di lavoro della fotografa americana, dal surrealismo alla moda, dalla guerra all’ultimo capitolo della sua attività.

L’appuntamento forlivese arriva quasi in continuità con la grande retrospettiva dedicata a Miller dal Musée d’Art Moderne de Paris, conclusa lo scorso 2 agosto dopo aver riunito circa 250 fotografie. Un passaggio importante nella riscoperta internazionale di un’autrice la cui notorietà è stata a lungo alimentata anche da una biografia fuori dall’ordinario: modella, fotografa, compagna di Man Ray, amica di Picasso, corrispondente di guerra, testimone della liberazione dei campi di concentramento. Una successione di esperienze tanto potente da rischiare, talvolta, di mettere in secondo piano le fotografie.

Forlì parte proprio da queste. E dagli anni in cui Miller cambia continuamente luoghi, ambienti e soggetti senza smettere di sperimentare. Nata nel 1907 a Poughkeepsie, nello Stato di New York, alla fine degli anni Venti arriva a Parigi con l’intenzione di diventare fotografa. Si presenta a Man Ray e riesce a entrare nel suo studio. È l’inizio di un rapporto professionale e sentimentale, ma soprattutto di una stagione decisiva. Nel giro di tre anni Miller passa dal ruolo di modella e assistente a quello di autrice, partecipa alle sperimentazioni sulla solarizzazione e frequenta il gruppo surrealista. Picasso, Max Ernst e Paul Éluard fanno parte del suo mondo, così come Eileen Agar, Leonora Carrington e Dorothea Tanning.

Sono anni rapidi. Tra il 1929 e il 1932 realizza fotografie come Impasse des Deux Anges, Exploding Hand e Coiffure, esposte a Forlì, lavora nella moda e compare nel film di Jean Cocteau Le sang d’un poète. Poi riparte. Torna negli Stati Uniti, apre uno studio a New York, fotografa personaggi del cinema e dell’alta società e collabora con “Vogue”. Quando quella carriera sembra ormai avviata, cambia nuovamente scenario.

Nel 1934 sposa l’uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce al Cairo. Lontana dai circoli parigini, Miller porta l’esperienza surrealista nel paesaggio. Porte, reti, aperture e frammenti di architettura diventano dispositivi attraverso i quali guardare lo spazio. Nasce in questi anni Portrait of Space, tra le sue fotografie più conosciute e tra quelle presenti al San Domenico: un’immagine che sembra anticipare alcune soluzioni di René Magritte e che mostra quanto il surrealismo, per Miller, fosse ormai soprattutto un modo di vedere.

Nel 1937 è di nuovo in Europa. Ritrova gli amici di Parigi, conosce Roland Penrose e alla vigilia della Seconda guerra mondiale si stabilisce con lui in Inghilterra. A Londra continua a lavorare per “Vogue”, ma la guerra entra inevitabilmente nelle pagine della rivista. Miller fotografa la capitale durante i bombardamenti, gli abiti e le maschere antigas, la vita che continua tra le macerie. In Fire Masks l’equipaggiamento antincendio trasforma due figure in presenze quasi aliene: il surrealismo non è più cercato nello studio, emerge dalla realtà.

Presto Londra non le basta. Miller ottiene l’accredito come corrispondente e segue l’avanzata alleata sul continente. Fotografa Saint-Malo, l’Europa distrutta, la Germania nazista al collasso e i campi di concentramento liberati. Sono le immagini che segnano in modo definitivo la sua carriera e la sua vita. Anche i servizi pubblicati da “Vogue” cambiano natura: accanto alle fotografie compaiono i suoi testi, testimonianza di una capacità di scrittura che il percorso forlivese mette in evidenza attraverso la riproduzione delle pagine originali della rivista.

A questa stagione appartiene anche la fotografia destinata a diventare quasi inseparabile dal suo nome. Alla fine di aprile del 1945 Miller entra con David E. Scherman nell’appartamento di Hitler a Monaco. Scherman la fotografa nella vasca da bagno del Führer, con gli scarponi sporchi appoggiati sul tappetino e un ritratto di Hitler sul bordo della vasca. È una delle immagini-simbolo della fine della guerra, ma anche una delle ragioni per cui la figura di Miller ha finito talvolta per coincidere con i propri episodi biografici più spettacolari.

La mostra non si ferma qui. Il dopoguerra conduce verso una fotografia diversa e progressivamente più privata. Miller si stabilisce con Penrose nella campagna del Sussex e Farley Farm diventa un punto d’incontro per amici, artisti e intellettuali. Passano di lì Max Ernst, Saul Steinberg, Alfred H. Barr Jr., Renato Guttuso e il giovane Richard Hamilton. La macchina fotografica registra incontri, scherzi e piccole messe in scena, mentre il lavoro professionale si dirada fino quasi a scomparire.In mezzo c’è anche l’Italia. Miller fotografa la Biennale di Venezia, incontra e ritrae Peggy Guggenheim e Giorgio Morandi, mentre in Sicilia realizza alcuni degli ultimi servizi di moda della sua carriera. Un capitolo meno noto che la mostra di Forlì recupera nel tratto finale del percorso, prima che la fotografa scelga sostanzialmente di uscire di scena.

Dal 10 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027 – Museo Civico San Domenico di Forlì

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FENOMENALE

Persone in protesta con un grande striscione rosso e nero, visibili solo le scarpe di alcune persone sotto lo striscione.

Fotografia di Alessandro Di Giugno

Diario di-visivo di un anno a Milano, fotografie di Alessandro Di Giugno, a cura di Anna Mola

Per la sua mostra personale milanese, il fotografo siciliano Alessandro Di Giugno sceglie la curatela di Anna Mola e Spazio RAW: galleria di arte contemporanea, attiva nel cuore della città.

In esposizione ci sono 26 immagini tratte da tre serie fotografiche realizzate dall’autore durante il suo soggiorno nel capoluogo lombardo. Le stampe sono montate su sostegni fatti a mano dal fotografo in persona. L’effetto finale è quello di ricreare degli skyline della città, sospesi sui muri portanti. La mostra è inoltre arricchita da una fanzine – nel formato leporello – curata da Di Giugno stesso che, oltre a riprendere le immagini esposte, presenta alcune note e dediche alla città da parte di amici e colleghi. È presente infine un “archivio sonoro”: un vecchio sound system di recupero, ancora funzionante e restaurato dall’autore con finiture in legno, che riprodurrà una traccia audio inerente le tematiche.

“Non si dedica niente a Milano”Anonimo

“Ciao Anna, che bello!”: l’entusiasmo di Alessandro ogni volta che ci sentiamo, è probabilmente quello che l’ha accompagnato a Milano per la prima volta, quando ha ricevuto l’assegnazione di una cattedra per un anno accademico: un anno, che poi, si è rivelato complesso, difficile, contraddittorio, di-visivo.

Da studente che sognava l’Erasmus in una capitale straniera, si è trovato, da professore, nella città più europea d’Italia.

Da palermitano, la sua scoperta di Milano è stata graduale, affrontata con mente e obiettivo aperti e invece di tradursi in una chiusura o in un rifiuto si è trasformata in serie fotografiche dal potentissimo linguaggio visivo.

In linea dichiarata con il suo stile concettuale, Alessandro ci accompagna in un viaggio che va di pari passo al suo. Non si nega niente, non abbellisce, non si tradisce: ogni spigolosità è manifesta, ogni stortura è visibile.

Il mondo degli adolescenti – un pianeta per lo più sconosciuto – è qui riportato in maniera fedele alla sua esperienza quotidiana: un mondo di piccoli amori e di piccole rivoluzioni ma anche un mondo periferico alla ricerca di una disperata rivalsa, con l’ossessione per la trap, i soldi, le droghe, le armi. Come improvvisati videomaker, passano la notte a girare video, la mattina a sonnecchiare in classe e il resto della giornata a cercare oggetti di scena come rosari e banconote finte. Non mostrano i propri volti, quasi mai: li possiamo indovinare sotto a caschi, mascherine e make up oppure sono di spalle; ma almeno ci sono.

Spariscono invece completamente al loro primo impiego, quando diventano riders per pagare le rette universitarie e l’affitto da fuori sede. L’autore li immortala attraverso quello che è il loro mezzo distintivo, il loro “bolide”, lo “stallone rampante”: una (elettro)bici rattoppata, accrocchiata, un po’ ammaccata, in cerca di un posto nel mondo dove parcheggiarsi: loro, in fondo, sono come eravamo tutti a quell’età.

Immigrati di seconda, di terza generazione, tra una richiesta di una consegna e qualche nocciolina trangugiata al volo per restare svegli, portano ordini di pranzi in ufficio a impiegati che potrebbero essere i loro genitori. Gente che a vent’anni ha vissuto la “Milano da bere”, quella delle pubblicità e di Publitalia; la stessa gente che era in prima fila quando “lui” scese in campo, nel ’94, e che nel 2023 ha affollato piazza Duomo per i suoi funerali.

Si dice che per le esequie di Silvio Berlusconi si presentarono tra le 10 e le 15mila persone, tra loro c’era anche Alessandro Di Giugno, in quel mare nero di abiti a lutto, bocche rifatte, occhiali scuri e rughe spianate.

Tutta quella che è la ricerca artistica del fotografo trova qui un compendio: le luci dei flash, le ambientazioni notturne, i colori freddi e acidi, la cura per i dettagli, l’amore per i gruppi ordinati. L’esperienza in questa città trascende dalla città stessa, mostrando il “fenomeno Milano” nella sua origine etimologica: “ciò che appare, ciò che si mostra”. In ultima analisi, la ricerca artistica evidenzia il suo interesse mai buonista ma sempre genuino per l’essere umano che non è mai “troppo umano”.

Testo critico di Anna Mola

Mostra: “Fenomenale – diario di-visivo di un anno a Milano”. A cura di: Anna Mola

Presso: Spazio RAW, C.so di Porta Ticinese 69, Milano,
M3 Missori o M2 Sant’Ambrogio  (cit. 1933, secondo cortile a sinistra)

Inaugurazione venerdì 23 ottobre ore 18:00

Visitabile dal 23 al 25 ottobre (consultare gli orari sul sito)

info@spazioraw.it

Nino Migliori. La dialettica del reale

Nino Migliori, Il tuffatore, 1951
© Fondazione Nino Migliori ETS | Nino Migliori, Il tuffatore, 1951

In occasione del suo centesimo compleanno, il Centro Saint-Bénin di Aosta presenta La dialettica del reale, un’importante retrospettiva dedicata a Nino Migliori (Bologna, 1926), tra i protagonisti assoluti della fotografia italiana del Novecento.
Organizzata dall’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta e curata da Mauro Zanchi, la mostra riunisce alcune delle serie più iconiche realizzate da Migliori negli anni Cinquanta e ne segue l’evoluzione fino agli esiti più recenti della sua ricerca. Attraverso 160 immagini, molte delle quali ormai entrate nella storia della fotografia italiana, la mostra ripercorre la stagione del Neorealismo andando oltre una lettura esclusivamente documentaria, per restituire la complessità dello sguardo di Migliori: dalla dignità della miseria all’attesa, dal confronto tra un’Italia ancora arcaica e un Paese in piena trasformazione, fino alle prime sperimentazioni sul linguaggio fotografico.
Alla luce degli studi più recenti, il percorso espositivo propone così una rilettura della fotografia italiana del dopoguerra, mostrando come già negli anni Cinquanta il documento si trasformi, nell’opera di Migliori, in una ricerca sulla materia, sul segno e sulle possibilità espressive dell’immagine.
 
Il nucleo della retrospettiva è dedicato alla stagione realista, quando Nino Migliori si fa testimone delle contraddizioni dell’Italia del dopoguerra, sospesa tra miseria e ricostruzione, elaborando una grammatica visiva capace di trasformare il reportage – ciò che si vede – in un’indagine esistenziale, ciò che significa. L’arco cronologico compreso tra il 1950 e il 1959 coincide non solo con l’apice del Neorealismo, ma anche con la sua progressiva crisi e con l’avvio di una ricerca destinata ad aprirsi a esiti sempre più sperimentali.

Dal 10 Ottobre 2026 al 7 Marzo 2027 – Centro Saint-Bénin – Aosta

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STILL IMAGE. Fotografie di Jessica Lange

Jessica Lange, Minnesota 1992-2008
© Jessica Lange | Jessica Lange, Minnesota 1992-2008

Le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano dal 7 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027 la mostra STILL IMAGE. Fotografie di Jessica Lange, a cura di Anne Morin.

Prodotta da Ares in collaborazione con i Musei Reali di Torino
, l’esposizione presenta i lavori fotografici dell’attrice e fotografaamericana Jessica Lange (Cloquet, Minnesota, Stati Uniti, 20 aprile 1949) e porta per la prima volta in Italia opere in gran parte inedite.

La mostra, attraverso una selezione di oltre 200 immagini, ripercorre quasi trent’anni di ricerca fotografica, restituendo lo sguardo intenso, poetico e profondamente umano dell’autrice.

“Le fotografie di Jessica Lange
 – sottolinea Anne Morin, curatrice della mostra – non vogliono tanto spiegare o raccontare in modo lineare, quanto rendere visibili il movimento della vita, la sua materia, il suo ritmo e la sua musicalità. Le immagini appaiono come frammenti e sussurri, istanti che compongono una narrazione sospesa, fatta anche di silenzi e di ciò che resta non detto”.

Il percorso espositivo si sviluppa attraverso otto sezioni tematiche, in gran parte inedite, concentrandosi in modo particolare sulle fotografie realizzate a partire dalla fine degli anni Novanta, in cui sensibilità artistica e attenzione documentaria rivelano uno sguardo profondo e malinconico sul mondo contemporaneo.

Cuore della mostra è il ciclo dedicato alla Highway 61, la celebre strada che attraversa gli Stati Uniti da nord a sud, dal Minnesota, terra natale dell’artista, fino a New Orleans. In queste immagini in bianco e nero, caratterizzate da una grana marcata e da forti contrasti, Lange costruisce un racconto dell’America rurale fatto di silenzi, atmosfere sospese e dettagli carichi di significato.

Accanto a questo nucleo si articolano altre serie che ampliano la geografia e l’immaginario dell’autrice, come le fotografie che troviamo nella sezione Messico, in particolare quelle scattate durante la Festa dei Morti a San Miguel de Allende. Qui Jessica Lange si muove senza un obiettivo preciso, lasciandosi guidare dall’intuizione e dall’esperienza del mondo. Il suo sguardo predilige la solitudine, la distanza dagli altri e una presenza discreta, quasi invisibile, che osserva e contempla più che intervenire. Il tempo, nelle sue fotografie, non è interrotto ma dilatato: si distende lentamente seguendo la luce, il passo, l’attesa. È soprattutto nel crepuscolo e nella notte che il Messico prende forma: ombre, corpi, danze, musica popolare, incontri e gesti si animano in una dimensione intensa e sensuale.

Si passa poi agli scatti urbani di Deriva, realizzati a New York durante la pandemia di Covid-19 (2020-2021) e alla serie Freak Show, nata durante le riprese di American Horror Story, in cui emerge un interesse per il mondo del circo e per le sue figure eccentriche e marginali.

Tre le sezioni completamente inedite, Gesti raccoglie un inventario di gesti ed espressioni corporee, minimi ma significativi, capaci di suggerire, da soli, l’inizio di una storia. Al centro poetico della serie si impone in particolare la straordinaria forza comunicativa della mano, elemento che rimanda con evidenza alla professione di attrice di Jessica Lange e che sembra averne profondamente ispirato lo sguardo.

Paesaggi
 si compone di immagini, realizzate tramite fotocalcografia, di scenari abbandonati del Sud degli Stati Uniti, la cui silenziosa desolazione trasmette un’atmosfera, come uno stato d’animo, una trama psicologica ed estetica capace di legarsi alla tradizione paesaggistica americana, in particolare all’opera di Ansel Adams e Alfred Stieglitz.

In modo simile, Presenze del passato riunisce le fotografie che Lange ha dedicato ai luoghi segnati da grandi catastrofi umane o naturali, le cui tracce permangono, sospese nello spazio, come presenze invisibili del passato che aleggiano ancora tra i resti della tragedia.

Il percorso si completa con Mondo, che raccoglie scatti realizzati dalla Russia alla California, dalla Scandinavia all’Italia: immagini che documentano tempi e luoghi, in cui Jessica Lange fotografa semplicemente “ciò che vede”, con uno sguardo poetico sul quotidiano. Il suo linguaggio, classico e consapevole, unisce composizione, attesa e sensibilità, dando forma a immagini dal carattere cinematografico e senza tempo.

Dal 7 Ottobre 2026 al 7 Febbraio 2027 – Musei Reali di Torino – Sale Chiablese

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Liu Bolin. Macerie

Biblioteca storica con scaffali pieni di libri e un tavolo al centro, con una figura semitrasparente in piedi.

Dal 17 ottobre al 10 dicembre 2026, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea Ludovico Corrao presenta Macerie, il nuovo progetto di Liu Bolin, nato dalle fotografie realizzate durante le performance condotte dall’artista a Gibellina e nel territorio del Belice nel giugno 2026.
Celebre in tutto il mondo come The Invisible Man, Liu Bolin utilizza da oltre vent’anni il proprio corpo come superficie di mimetizzazione per interrogare il rapporto tra individuo e società, presenza e assenza, memoria e identità. La progressiva scomparsa della figura umana nello spazio non è un semplice esercizio di illusionismo visivo, ma uno strumento attraverso il quale riflettere sul significato dei luoghi e sulla relazione tra l’uomo e il contesto che abita.
A Gibellina l’artista ha scelto alcuni luoghi emblematici della città nuova e delle rovine di Poggioreale, trasformandoli nello scenario di una serie di azioni performative. Le fotografie realizzate durante quelle performance restituiscono oggi un ciclo inedito di immagini in cui il corpo si fonde con superfici, colori e architetture di un paesaggio profondamente segnato dalla memoria del terremoto.
Realizzato con Galleria Gaburro, il progetto costruisce un ponte ideale tra i territori colpiti dal sisma e la possibilità di una nuova elaborazione della memoria. La maceria non è soltanto il segno della distruzione, ma materia del ricordo e occasione di una diversa visione del paesaggio.
Il processo di mimetizzazione, elemento centrale della ricerca di Liu Bolin, assume qui un significato ulteriore. Ore di body painting, realizzate in stretta relazione con i luoghi, trasformano il corpo dell’artista nella prosecuzione delle superfici circostanti: pietre, vegetazione, ombre, colori e dettagli architettonici vengono riprodotti sulla pelle fino a generare l’illusione della scomparsa. Ma proprio quando il corpo sembra dissolversi nello spazio, la sua presenza emerge con maggiore intensità.
Macerie invita così a osservare ciò che resta, ciò che scompare e ciò che può riaffiorare, proponendo una riflessione sulla memoria dei luoghi e sulla capacità dell’arte di trasformare una ferita collettiva in un nuovo spazio di racconto.
Con queste tre mostre Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 amplia ulteriormente il proprio programma, rafforzando una visione che mette in dialogo artisti, archivi, collezioni, territori e comunità. La città, i suoi musei, le architetture e il paesaggio continuano così a configurarsi come un unico spazio di produzione, ricerca e confronto, nel quale l’arte contemporanea diventa strumento di lettura del presente.

17 ottobre – 10 dicembre 2026 – MAC – Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao” – Gibellina

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TRA NOI – AMONG US – ROMAN MANFREDI

Una persona in piedi davanti a una casa, indossa una maglietta nera con un'immagine e una scritta prominente. L'ambiente è residenziale e il cielo appare nuvoloso.

Tra noi / Among us è una mostra inedita in Italia che raccoglie due recenti progetti di Roman Manfredi in una riflessione su appartenenza, memoria e identità oltre le categorie di genere.

Tra noi / Among us è la prima mostra personale di Roman Manfredi in Italia, in una produzione di Spazio Labo’ a cura di Laura De Marco, in collaborazione con Some Prefer Cake – Bologna Lesbian Film Festival.

Tra noi / Among us nasce con l’intento di presentare il lavoro di Manfredi degli ultimi anni al pubblico italiano con una visione più ampia rispetto al progetto singolo: un percorso che riunisce due lavori fotografici recenti dell’artista britannica – TRA e We/Us – accomunati da una stessa ricerca sul significato dell’appartenenza, della memoria e delle identità che si sviluppano oltre le categorie di genere.

Attraverso la fotografia, l’archivio, la storia orale e il film in Super 8, Manfredi costruisce una narrazione che attraversa luoghi e generazioni, mettendo in dialogo il Regno Unito e Napoli, due contesti apparentemente distanti ma uniti dalla presenza di comunità e soggettività rimaste a lungo ai margini della rappresentazione.

In We/Us, il progetto dà voce alle persone Butch e Stud provenienti da contesti della classe lavoratrice britannica, raccontando un patrimonio di esperienze raramente documentato. Le immagini e le testimonianze raccolte restituiscono la pluralità della mascolinità femminile, intrecciando questioni di genere, classe e razza e riportando l’attenzione sulle identità costruite nella quotidianità, al di fuori delle narrazioni dominanti.

Con TRA, la ricerca si sposta a Napoli, prendendo avvio da una fotografia ritrovata della nonna dell’artista e delle sue amiche, in una scena che sembra raffigurare un matrimonio tra due donne. Da questa immagine nasce un’indagine che attraversa memoria familiare, tradizioni popolari e identità contemporanee, ispirandosi anche alla figura del femminiello e restituendo visibilità alle masculille, espressioni di mascolinità storicamente poco raccontate.

Il titolo della mostra, Tra noi / Among us, richiama uno spazio condiviso di relazione e di attraversamento. Quel “tra” che dà nome al progetto napoletano diventa qui un luogo simbolico in cui i confini tra passato e presente, maschile e femminile, individuo e comunità, esperienza personale e memoria collettiva si fanno permeabili. È uno spazio in cui le identità non vengono definite una volta per tutte, ma si costruiscono attraverso gli incontri, i legami e i luoghi che abitiamo.

Lontano da una lettura esclusivamente teorica del genere, il lavoro di Roman Manfredi restituisce centralità all’esperienza vissuta, mostrando come l’identità emerga dalla relazione con gli altri e con il territorio. Le persone ritratte non sono presentate come eccezioni o figure marginali, ma come parte integrante del paesaggio sociale e culturale cui appartengono.

Tra noi / Among us invita così a guardare oltre le categorie convenzionali, proponendo una riflessione sul senso dell’appartenenza e sulla possibilità di riconoscersi nelle storie degli altri.

La fotografia diventa uno spazio di incontro, capace di rendere visibili esistenze troppo a lungo rimaste fuori dall’immaginario collettivo e di restituire loro una presenza piena, complessa e profondamente umana.

16.09.2026 / 18.12.2026 – Spazio Labò – Bologna

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Fotografia italiana 1955. Gli uomini nuovi della fotografia e Gino Oliva a Castelfranco

Un uomo con occhiali e maglione scuro, in posa seria di fronte a un muro con attrezzi da lavoro come forbici e chiavi inglesi.

Dal 12 settembre al 15 novembre 2026, le sale del Museo Casa Giorgione a Castelfranco Veneto, ospiteranno la mostra “Fotografia italiana 1955. Gli uomini nuovi della fotografia e Gino Oliva a Castelfranco”, curata dalla ricercatrice fotografica Simona Guerra.

L’evento è promosso dal Comune di Castelfranco Veneto in collaborazione con il Circolo Fotografico El Paveion e l’Università Popolare, oltre a godere del patrocinio della S.I.S.F. (Società Italiana per lo Studio della Fotografia).

Nel secondo dopoguerra, mentre l’Italia cercava faticosamente di ricostruire la propria identità sulle macerie del conflitto si consumava nel mondo dell’arte una silenziosa ma radicale rivoluzione visiva. La fotografia, finalmente libera da stilemi di regime e da retoriche di maniera, cominciava a guardare oltre i confini nazionali, desiderosa di confrontarsi con la scena internazionale.

In questo scenario di rinnovamento culturale, la vera sorpresa non arrivò soltanto dai grandi centri metropolitani, ma risuonò con forza nei cenacoli e nei circoli di provincia. Tra questi, Castelfranco Veneto divenne un inaspettato e fertilissimo laboratorio d’avanguardia, un punto di ritrovo capace di generare idee, accendere discussioni e tracciare le nuove rotte dell’immagine italiana.

La rassegna rievoca e celebra la straordinaria esperienza della Mostra Nazionale e Premio di Fotografia Città di Castelfranco Veneto, organizzati nelle edizioni del 1954 e 1955 su intuizione di Gino Oliva, figura poliedrica e carismatica nel panorama intellettuale dell’epoca vero e proprio motore e animatore culturale del Premio, e la conseguente ed innovativa pubblicazione del volume “Fotografia Italiana 1955”.

Il cuore del percorso espositivo è costituito da circa cento opere, in grandissima parte scatti vintage originali dell’epoca e molti dei quali del tutto inediti, pazientemente rintracciati e selezionati da importanti archivi pubblici e privati, biblioteche e istituzioni di rilevanza nazionale.

In mostra opere dei grandi fotografi che parteciparono alla rassegna come Fulvio Roiter, Giulio Parmiani, Paolo Monti, Carlo Bevilacqua, Ferruccio Ferroni, Piergiorgio Branzi, Paolo Bocci, Giovanni Salani, Alfredo Camisa, Pio Baldo Camici, Luciano Ferri, Francesco Giovannini, Toni del Tin, Nino Migliori, Gianni Berengo Gardin, Bruno Simoncelli, Mario de Biasi, Giuseppe Cavalli, ed altri.

Inoltre, in un contesto storico ancora fortemente segnato da una presenza quasi esclusivamente maschile, la mostra accende un riflettore ben distinto sul contributo femminile. Viene infatti riservato uno spazio di rilievo alle figure di Ada Gazzaniga, Laura Martinelli Stroili, Lavinia Ruggieri e Maria Sartori: quattro autrici che, con fare raro e pionieristico per i concorsi dell’epoca, seppero imporre la loro visione e la loro sensibilità poetica.

A completare il percorso espositivo, due ampie sezioni di approfondimento: una dedicata al Gino Oliva fotografo e intellettuale, l’altra all’esordio di Mario Giacomelli.

Gino Oliva ebbe la straordinaria capacità di trasformare la cittadina veneta in un polo d’attrazione per i più talentuosi fotografi dell’epoca, intessendo con loro dialoghi personali e scambi d’idee. In questa sezione è presentata una selezione di suoi scatti, dai quali emerge come Oliva abbia fatto tesoro delle lezioni apprese dai grandi fotografi del suo tempo, che gli furono amici.

La seconda sezione speciale, invece, ripercorre un episodio fondamentale nella storia della fotografia d’autore: l’esordio di Mario Giacomelli. Nel 1955, un giovanissimo Giacomelli, che aveva impugnato la macchina fotografica per la prima volta soltanto la vigilia di Natale del 1953, ricevette a Castelfranco il suo primo grande riconoscimento di livello nazionale. A intuirne immediatamente il genio fu Paolo Monti che lo definì «l’uomo nuovo della fotografia». In mostra, una preziosa selezione di scatti ed esperimenti giovanili permette di ripercorrere i primissimi passi di quella che sarebbe diventata una delle ricerche interiori, poetiche e tormentate più iconiche della fotografia mondiale.

Ad arricchire l’esperienza della visita è la presenza di un imponente e inestimabile patrimonio documentario. I visitatori potranno infatti ammirare da vicino i registri e gli appunti autografi stilati dai membri della giuria, le fitte corrispondenze epistolari tra gli organizzatori e gli artisti, oltre alle riviste d’epoca e ai cataloghi originali. Questo corpus di carteggi e documenti non rappresenta un semplice corredo decorativo, ma costituisce una chiave di lettura fondamentale per indagare le dinamiche umane, estetiche e concettuali di un’epoca in cui la fotografia cercava una nuova collocazione morale ed espressiva.

L’esposizione nasce come coronamento della Giornata di Studi tenutasi il 22 novembre scorso con il patrocinio della S.I.S.F., Società italiana per lo studio della fotografia, che ha visto il contributo di storici, critici ed esperti tra cui Claudio Masiero e Giancarlo Baggio, Ass.ne El Paveion – Castelfranco Veneto; Manfredo Manfroi,  storico della fotografia; Simona Guerra, ricercatrice fotografica; Marta Camisa, Archivio Alfredo Camisa – Milano; Massimo Stefanutti, presidente Circolo Fotografico La Gondola ETS – Venezia; Alvise Rampini, direttore CRAF Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia- Spilimbergo (PN); Michele Smargiassi, giornalista La Repubblica; Stefania Rössl, Università di Bologna e Massimo Sordi, fotografo, curatori OMNE Fest di Castelfranco Veneto.

In occasione dell’inaugurazione verrà presentato il catalogo ufficiale edito dal Comune di Castelfranco Veneto.

 “Settant’anni fa Castelfranco seppe attirare grandi fotografi diventando un punto di riferimento per la fotografia italiana. Riportare oggi questa storia alla luce significa valorizzare un patrimonio della nostra comunità, ma anche creare nuove opportunità di incontro, rivolte non solo ad appassionati e visitatori, ma anche strizzando l’occhio ai giovani. Cultura e turismo possono così incontrarsi e contribuire a rendere Castelfranco ancora più viva e aperta.”

Maria Ghimenton, Sindaca di Castelfranco Veneto


“La fotografia fa parte della storia culturale di Castelfranco e questa mostra ne restituisce una testimonianza di grande valore, riportando al centro figure come Gino Oliva e Mario Giacomelli. È anche un’occasione per dare nuovo slancio alla vocazione fotografica della città, facendo dialogare la memoria di quella stagione con nuovi percorsi culturali e con un pubblico sempre più ampio.” Laura Piazza, Assessora alla Cultura

“La mostra Fotografica italiana 1955 si prospetta come un’ottima occasione per rivivere l’effervescenza che la fotografia italiana stava vivendo in quegli anni di ripresa e fiducia nelle sue capacità creative e intellettuali. 

La figura di Gino Oliva riemerge, finalmente, per ciò che fu il suo reale ruolo di guida nelle molte attività culturali di Castelfranco, mentre la sezione dedicata a Mario Giacomelli ci presenterà decine di stampe vintage del tutto inedite, realizzate nei primissimi anni della sua attività. Vedremo un “Giacomelli prima di Giacomelli” ovvero un giovane ‘fotoamatore’ ancora in cerca dello stile unico e inconfondibile che lo avrebbe reso celebre nel mondo.”

Simona Guerra, curatrice della mostra

“Questa mostra è stata ideata dal Circolo fotografico culturale El Paveion di Castelfranco Veneto che con cinquant’anni di appassionata attività promuove la Fotografia nel territorio. Preceduta in tutti questi anni da numerose e significative proposte culturali sostanzialmente rivolte ad un pubblico locale, questa esposizione apre a pieno titolo ad un orizzonte nazionale. Esattamente come fece Gino Oliva con i due concorsi del ‘54 e ’55 che videro partecipare nomi allora giovani e quasi sconosciuti e successivamente famosi a livello internazionale. È motivo di orgoglio ripercorrere e riscoprire quel periodo, e ringraziamo le amministrazioni succedutesi negli ultimi mesi che hanno creduto appoggiato e promosso l’iniziativa, nella consapevolezza che la fotografia si pone a pieno titolo nel panorama culturale della città di Giorgione”

Claudio Masiero, Presidente del Circolo El Paveion

12 settembre – 15 novembre 2026 – Museo Casa Giorgione, Castelfranco Veneto, Treviso

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Elliott Erwitt. L’arte di osservare

Elliott Erwitt, Usa, New York, 1955
© Elliott Erwitt | Elliott Erwitt, Usa, New York, 1955

Alcuni trovano le mie fotografie malinconiche, altri le trovano divertenti. Ma malinconia e ironia non sono forse due facce della stessa realtà?
Elliott Erwitt

Elliott Erwitt. L’arte di osservare
, in programma dal 1° ottobre 2026 al 28 febbraio 2027 al Museo Civico Archeologico di Bologna, propone una rilettura inedita dell’opera di Elliott Erwitt (Parigi, 1928 – New York, 2023), tra i più importanti fotografi del Novecento, andando oltre la dimensione iconica che ne ha consacrato la fama internazionale per restituire il ritratto più intimo e personale dell’autore.

La mostra curata da Biba Giacchetti, prodotta e organizzata da Civita Mostre e Musei in collaborazione con il Museo Civico Archeologico del Settore Musei Civici del Comune di Bologna, nasce dal desiderio di raccontare non soltanto il fotografo che ha saputo trasformare la quotidianità in immagini divenute patrimonio della memoria collettiva, ma soprattutto l’uomo dietro l’obiettivo: il padre, il marito, l’amico, il viaggiatore, l’osservatore instancabile della condizione umana.
Il percorso espositivo riunisce circa un centinaio di fotografie che attraversano l’intera carriera di Erwitt, affiancando ai suoi lavori più celebri un importante nucleo di immagini provenienti dalla sua collezione privata, molte delle quali mai esposte al pubblico.

Il progetto intende offrire una nuova chiave di lettura della sua opera, mostrando come anche le fotografie più conosciute nascano da frammenti di biografia per superarne immediatamente i confini. Dal racconto intimo e profondamente personale di Erwitt emerge una fotografia universale: pur affondando le radici in esperienze private, le sue immagini isolano emozioni e sentimenti che appartengono all’intero genere umano, ed è questa capacità di parlare a tutti a renderle straordinariamente senza tempo.
Più che una retrospettiva cronologica, Elliott Erwitt. L’arte di osservare si configura come un ritratto in movimento, capace di intrecciare memoria privata e storia collettiva, restituendo al pubblico la complessità di uno sguardo che ha segnato la fotografia del Novecento.
La scelta della sede espositiva bolognese conferma la vocazione del Museo Civico Archeologico a creare efficaci collaborazioni e sinergie che spaziano dall’archeologia alla fotografia, per offrire al pubblico esposizioni di alta qualità e forte interesse.

Il percorso si sviluppa attraverso cinque sezioni, che accompagnano il visitatore nella vita e nell’opera dell’autore. Alle immagini che hanno reso celebre Elliott Erwitt nel mondo – fotografie entrate nell’immaginario collettivo sin dalla storica esposizione The Family of Man, curata da Edward Steichen al Museum of Modern Art di New York nel 1955 – si affianca un capitolo completamente dedicato alla sua produzione più personale. Qui la fotografia assume la forma del diario, senza mai ridursi a un semplice album di famiglia: dalle immagini private affiorano emozioni, relazioni e gesti nei quali ciascuno può riconoscersi.
Le immagini raccontano la vita privata dell’autore: le mogli, i figli, gli amici più cari, il maestro Edward Steichen, ritratto insieme alla sua prima figlia, e Sammy, il fedele cane che lo accompagnò per molti anni. Anche fotografie ormai universalmente conosciute vengono restituite al loro contesto originario. Il celebre ritratto della piccola Ellen osservata dalla madre, ad esempio, non viene presentato soltanto come una delle immagini simbolo della fotografia del Novecento, ma come un momento della vita familiare di Erwitt capace di trasformarsi, quasi inconsapevolmente, in un’icona universale. Alcune opere esposte appartengono a un corpus finora inedito e vengono presentate per la prima volta. Ogni fotografia è accompagnata da un testo che ne ricostruisce il contesto umano, affettivo e biografico, offrendo una lettura che va oltre l’immagine e restituisce il racconto della vita da cui essa è nata.

Il cuore del progetto risiede nella volontà di mostrare come la fotografia di Elliott Erwitt sia sempre stata profondamente autobiografica. La sua ironia, spesso interpretata come cifra stilistica, nasce in realtà da una straordinaria capacità di osservare l’esistenza nelle sue contraddizioni, nei suoi momenti di tenerezza, nelle sue fragilità e nella sua imprevedibile leggerezza. Le fotografie private dialogano con i grandi reportage, con gli eventi che hanno segnato il Novecento e con i celebri ritratti delle personalità della politica, del cinema e della cultura internazionale. Il funerale del Presidente John Fitzgerald Kennedy, gli incontri con le grandi star del cinema, le immagini di strada, la vita familiare e gli episodi del quotidiano vivere convivono nello stesso racconto, dimostrando come per Erwitt non sia mai esistita una separazione tra storia e vita. L’intero percorso è attraversato dalla sua inconfondibile ironia: uno sguardo capace di raccontare la realtà senza retorica, con eleganza, compassione e straordinaria lucidità.

Un capitolo significativo della mostra è dedicato al rapporto tra Elliott Erwitt e l’Italia. Prima dell’emigrazione negli Stati Uniti, trascorse a Milano un periodo fondamentale della propria formazione. A dieci anni, a causa delle leggi razziali fasciste, fu costretto a lasciare l’Italia con la famiglia: un allontanamento forzato che non incrinò mai il suo profondo legame con il nostro Paese. Al contrario, continuò ad amare l’Italia e a tornarvi per tutta la vita, mantenendo con essa un rapporto di affetto e appartenenza che non venne mai meno. Quegli anni milanesi furono decisivi per la costruzione del suo immaginario visivo e della sua sensibilità culturale. L’Italia rappresentò per lui molto più di un luogo dell’infanzia: fu una vera patria sentimentale, destinata a riaffiorare costantemente nella sua memoria e nel suo modo di guardare il mondo. Questo legame emerge lungo tutto il percorso espositivo, nelle immagini e nei testi, contribuendo a delineare una biografia profondamente europea e internazionale.

Le fotografie sono accompagnate da testi inediti scritti dalla curatrice della mostra Biba Giacchetti, che ha condiviso con Elliott Erwitt oltre trent’anni di collaborazione professionale e amicizia. Questa lunga vicinanza personale e professionale ha consentito l’accesso a materiali, racconti e testimonianze inedite che costituiscono il nucleo più originale del progetto espositivo. La mostra propone così non soltanto una rilettura critica dell’opera di Erwitt, ma anche il racconto della sua vita attraverso ricordi personali, conversazioni e testimonianze dirette che restituiscono episodi spesso sconosciuti della sua vita, offrendo una lettura inedita delle opere e mettendo in luce il rapporto profondo tra esperienza personale e creazione artistica. Ne emerge un racconto che intreccia memoria, biografia e fotografia, permettendo al visitatore di conoscere non soltanto il grande autore, ma anche l’uomo. Proprio da questa dimensione intima e personale nasce la forza universale della sua fotografia: immagini che, pur partendo da esperienze private, parlano a ciascuno di noi e restituiscono emozioni condivise, capaci di attraversare il tempo.

Dal 1 Ottobre 2026 al 28 Febbraio 2027 – Museo Civico Archeologico – Bologna

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SIENA AWARDS PHOTO FESTIVAL 2026. XII edizione

Matteo Botta, The flying horse @Siena Awards Photo Festival 2026
Matteo Botta, The flying horse @Siena Awards Photo Festival 2026

Il Siena Awards Photo Festival annuncia le date della sua dodicesima edizione: dal 10 ottobre al 29 novembre 2026, Siena tornerà a trasformarsi in uno dei principali centri internazionali dedicati alla fotografia contemporanea, accogliendo fotografi, storyteller, artisti, professionisti e pubblico provenienti da tutto il mondo.

Per oltre un mese, la città e il suo territorio diventeranno il palcoscenico di un articolato programma di mostre, proiezioni, incontri, premi, eventi speciali e momenti di approfondimento, diffusi in alcuni dei luoghi più iconici e suggestivi di Siena. Un appuntamento che, anno dopo anno, ha consolidato il proprio profilo internazionale, affermandosi come una piattaforma autorevole di confronto tra linguaggi visivi, culture e prospettive contemporanee.

Giunto alla sua XII edizione, il Siena Awards Photo Festival conferma la propria vocazione nel valorizzare la fotografia come strumento di racconto, testimonianza e interpretazione del presente, attraverso una proposta culturale capace di coniugare eccellenza artistica, innovazione e accessibilità a un pubblico ampio e trasversale. L’edizione 2026 conferma, inoltre, la crescente rilevanza del progetto: sono state raccolte oltre 40.000 candidature ai tre premi fotografici internazionali promossi dalla manifestazione, provenienti da 163 Paesi del mondo, un risultato che testimonia ancora una volta la capacità del festival di attrarre talenti e nuovi sguardi da ogni continente.

Il festival riunirà ancora una volta alcuni dei più importanti protagonisti della scena fotografica internazionale, offrendo un’esperienza immersiva che attraversa il fotogiornalismo, la ricerca artistica, le immagini aeree, restituendo una riflessione articolata sulle trasformazioni del nostro tempo. Tra i protagonisti già confermati figurano James Nachtwey, tra i più influenti fotogiornalisti contemporanei e pluripremiato con riconoscimenti internazionali, tra cui numerosi World Press Photo Awards e la Robert Capa Gold Medal; Cinzia Canneri, vincitrice del World Press Photo Award 2025 nella categoria Long-Term Projects Africa; Uğur Gallenkuş, artista digitale di rilievo internazionale noto per i suoi potenti collage sul contrasto tra mondi opposti; Jasper Doest, fotografo olandese premiato più volte ai World Press Photo Awards e al Wildlife Photographer of the Year; e Pierpaolo Mittica, fotografo e filmmaker italiano riconosciuto a livello globale per i suoi lavori sulle conseguenze ambientali e umane delle attività industriali e nucleari, che vanta di oltre cento riconoscimenti internazionali, tra cui sei Pictures of the Year International. A questi, si affiancheranno ulteriori presenze che saranno annunciate nei prossimi mesi.

L’apertura ufficiale del festival è prevista per sabato 10 ottobre 2026, data che segnerà l’avvio del programma espositivo e degli appuntamenti della manifestazione, inaugurando una nuova stagione di dialogo e confronto attraverso il potere delle immagini.
Alle ore 16.30, presso il Teatro dei Rinnovati di Siena, si terrà la Cerimonia di Premiazione dei Premi Internazionali di Fotografia Siena Awards, uno dei momenti centrali della manifestazione. Anche quest’anno saranno tre i concorsi fotografici internazionali protagonisti del festival, capaci di coinvolgere fotografi da tutto il mondo: Siena International Photo Awards (SIPA), dedicato alla fotografia contemporanea nelle sue molteplici declinazioni; Creative Photo Awards, focalizzato sulla sperimentazione e sulla ricerca creativa; e Drone Photo Awards, riconoscimento internazionale dedicato alla fotografia aerea e alle immagini realizzate con drone. La cerimonia celebrerà i vincitori delle diverse categorie, riunendo a Siena fotografi, professionisti del settore e ospiti internazionali.

Con il Siena Awards Photo Festival 2026, Siena rinnova così il proprio ruolo di crocevia internazionale della cultura visiva e conferma il festival come uno degli appuntamenti di riferimento nel panorama globale della fotografia contemporanea.

Dal 10 Ottobre 2026 al 29 Novembre 2026 – Siena – Sedi varie

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Carla Cerati. Plurale Femminile. Fotografia e scrittura, 1926-2026

Carla Cerati. Plurale Femminile. Fotografia e scrittura, 1926-2026, Palazzo Reale, Milano
Carla Cerati. Plurale Femminile. Fotografia e scrittura, 1926-2026, Palazzo Reale, Milano

Palazzo Reale celebra il centenario della nascita di Carla Cerati con una grande antologica che restituisce la forza rigorosa e civile del suo sguardo.

Fotografie, documenti, libri, materiali d’archivio e video raccontano il suo attraversamento del Novecento: dall’osservazione della città di Milano al progetto Morire di Classe, dai ritratti al teatro, fino alle ricerche sul corpo, la memoria e le trasformazioni sociali. 

Una mostra promossa da Comune di Milano – Cultura, prodotta da Palazzo Reale, Pernice editori e Cluster-A. 

Dal 26 Settembre 2026 al 10 Gennaio 2027 – Palazzo Reale – Milano

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DAVIDE TRANCHINA. LIGHTYEARS AWAY

Una mano nera si staglia contro uno sfondo di stelle su un cielo nero.

Dal 17 ottobre 2026 al 6 gennaio 2027, la Project Room di CAMERA ospita Davide Tranchina. Light-years Away, mostra personale dedicata a uno dei protagonisti più autorevoli della fotografia italiana contemporanea.

Realizzata in collaborazione con la Galleria Studio G7 di Bologna e curata da Walter Guadagnini, l’esposizione ripercorre oltre vent’anni di ricerca dell’artista bolognese, nato nel 1970 e recentemente protagonista anche alla Quadriennale di Roma.

Attraverso una selezione di opere che attraversano alcuni dei momenti più significativi del suo percorso, la mostra restituisce una riflessione costante sull’immagine fotografica, sui suoi processi di costruzione e sul rapporto, mai univoco, tra fotografia e realtà. Appartenente a una generazione formatasi nel passaggio dall’analogico al digitale, Tranchina ha sviluppato nel tempo una pratica che mette in discussione i confini tra esperienza del reale, percezione e rappresentazione.

Per CAMERA, l’artista rilegge alcuni nuclei centrali della propria ricerca in un percorso espositivo che culmina in un’opera inedita, concepita e realizzata appositamente per gli spazi della Project Room.

17 ottobre 2026 – 6 gennaio 2027 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino – Project Room

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Quando l’idea vale più dell’immagine: La Fotografia nell’era del concetto

Per molto tempo, la fotografia è stata concepita come un mezzo immediato, democratico, quasi ingenuo nella sua relazione con il reale. I teorici ne ripetevano la celebre definizione: “La fotografia è la traccia di ciò che è stato”. Oggi, questa nozione è definitivamente tramontata, portando con sé un intero modo di guardare e interpretare le immagini. L’immagine fotografica contemporanea è, prima di ogni altra cosa, un’idea. Non è più un riflesso, né un documento, tantomeno un semplice residuo del mondo, bensì una complessa costruzione concettuale. Essa utilizza l’apparenza della realtà per articolare discorsi articolati sulla società, sull’identità, sul potere e sul linguaggio stesso.

Questo fondamentale passaggio, che ha rivoluzionato l’arte contemporanea e forse in misura maggiore la fotografia, non è avvenuto improvvisamente. È il risultato di un lento movimento emerso negli anni Sessanta con l’arte concettuale e giunto a piena maturazione negli anni Ottanta e Novanta, con l’affermazione della fotografia come vera e propria “opera d’arte”. Attualmente, siamo pienamente immersi in questo nuovo paradigma, dove la fotografia non è affatto ciò che sembra.

Per secoli, la rappresentazione del mondo è stata affidata esclusivamente agli occhi e alle mani dell’artista. Con l’avvento della fotografia nel XIX secolo, si era diffusa l’illusione di aver finalmente trovato un’immagine oggettiva: precisa, imparziale e verificabile. Tuttavia, questa idea di oggettività è crollata piuttosto rapidamente. Già negli anni Settanta, autori come John Baldessari, Ed Ruscha e l’intero movimento dell’arte concettuale americana avevano dimostrato che la fotografia poteva essere impiegata come puro linguaggio, come segno, come archivio neutro attraverso il quale veicolare concetti, piuttosto che immediate emozioni. È in questo contesto intellettuale che hanno iniziato a lavorare alcuni dei fotografi più influenti del nostro tempo.

Ritratto in bianco e nero di una giovane donna con cappello e trucco evidenziato, in primo piano, di fronte a edifici architettonici moderni.

Fotografia di Cindy Sherman Untitled Film Stills (1977–1980)

Cindy Sherman, ad esempio, è forse l’esempio più noto di come la fotografia possa agire da vero e proprio dispositivo concettuale. Le sue celebri Untitled Film Stills (1977–1980) non sono semplici autoritratti, né si esauriscono nella pura narrazione; sono invece “icone” che incarnano l’immaginario hollywoodiano, lo stereotipo femminile e, più in generale, il modo in cui la cultura costruisce i ruoli sociali. Sherman non documenta un fatto, ma mette in scena l’idea stessa di rappresentazione. La fotografia si trasforma così in uno strumento di smascheramento, rivelando quanto sia artificiale ciò che fino a quel momento avevamo ingenuamente considerato naturale. In quest’ottica, Sherman si colloca come un’artista concettuale che usa la fotografia, più che come una fotografa tradizionale.

Una persona osserva due grandi fotografie in una galleria d'arte, una con un soggiorno disordinato e l'altra con due uomini in un ambiente interno.

Jeff Wall Museum of Contemporary Art Australia (MCA)

Se Sherman si concentra sulla messa in scena dell’identità, Jeff Wall lavora sulla cinematografia del pensiero. Le sue maestose lightbox, enormi scatole luminose che espongono fotografie minuziosamente ricostruite, non documentano affatto, ma interpretano. Wall ha inaugurato una stagione nuova: quella della fotografia come tableau vivant, una scena sospesa tra la tangibilità della realtà e la sapienza dell’artificio. Opere come A Sudden Gust of Wind (1993) o Dead Troops Talk (1992) non sono state semplicemente “scattate”, ma meticolosamente progettate attraverso storyboard, casting, scenografia e complessa manipolazione digitale. Il risultato è una fotografia che si offre come un saggio filosofico, ponendo domande profonde sulla realtà, sulla rappresentazione, sulla memoria e sulla percezione. Wall ha reso evidente una consapevolezza ormai diffusa: nella fotografia contemporanea, lo scatto non è la fine del lavoro, ma soltanto il suo inizio.

Collage di fotografie in bianco e nero che mostrano figure umane mentre camminano in strade e vicoli, evidenziando diversi momenti e angolazioni della vita urbana.

Sophie Calle: Suite Vénitienne – libro

Un altro esempio fondamentale è offerto da Sophie Calle, che ha spinto la fotografia nel territorio dell’indagine intima e sociale. Le sue opere, come Suite Vénitienne o Les Dormeurs, non sono semplici collezioni di immagini, bensì esperimenti, situazioni orchestrate, veri e propri protocolli concettuali. Calle impiega la fotografia come un elemento all’interno di un sistema complesso che include testo, narrazione, performance e investigazione. L’immagine è solo una parte del dispositivo artistico, la cui funzione ultima è rendere visibile l’invisibile: la solitudine, il desiderio, la sorveglianza e la vulnerabilità. È proprio in Calle che si manifesta con chiarezza la svolta concettuale: il vero centro dell’opera non è ciò che appare nella foto, ma ciò che la foto implica e suggerisce.

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Ballot, 2018 C-Print/Diasec 180 x 280 cm Image © Thomas Demand, VG Bild-Kunst, Bonn/UPRAVIS, Moscow

Tra gli autori più emblematici della fotografia concettuale c’è infine Thomas Demand, il quale adotta una pratica singolare: costruisce modelli in cartone degli ambienti che intende fotografare – spesso luoghi iconici o controversi – per poi distruggerli. La sua è una fotografia totalmente antinaturalistica: il mondo reale viene riprodotto artificialmente al solo scopo di essere fotografato come se fosse vero. Demand dimostra così che ogni immagine è sempre un compromesso delicato tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione. La sua fotografia diventa un esercizio critico sulla stessa fiducia che siamo soliti riporre nelle immagini.

Ci sono almeno tre ragioni principali che spiegano questa evoluzione. In primo luogo, la fotografia è ormai ovunque. Nell’era digitale, l’immagine è diventata banale: tutti possono scattare, e tutti scattano continuamente. In un contesto così saturo, l’unico modo per creare autentica “arte” è investire in modo massiccio sul concetto. In secondo luogo, l’immagine non è più prova di nulla. La manipolazione digitale ha reso la fotografia un linguaggio ambiguo; la sua forza non risiede più nella presunta veridicità, ma nella sua intrinseca capacità critica. Infine, l’arte contemporanea ha da tempo rifiutato l’idea tradizionale di “opera” chiusa. Lavorando con performance, installazioni, archivi, testi e processi, la fotografia si è adeguata a questo ecosistema fluido, diventando semplicemente uno strumento tra i tanti a disposizione dell’artista.

Di conseguenza, una fotografia concettuale non si riconosce dalla sua tecnica impeccabile o dalla sua mera qualità estetica, ma unicamente dal progetto che la sorregge. Non è alla ricerca della “bella immagine”, ma piuttosto della “giusta idea”.

Questa fotografia ha rivoluzionato la nostra esperienza visiva: ci obbliga a pensare. Nell’epoca dell’immagine veloce, dell’estetica istantanea e dei social media, essa rappresenta un gesto quasi intellettuale, invitandoci a fermare lo sguardo, a sospenderlo e a interrogare ciò che vediamo. La fotografia ha cessato di essere una semplice finestra sul mondo. È diventata un dispositivo critico che mette in crisi il nostro stesso modo di guardare. E forse, in un’epoca in cui ogni cosa è immagine, è proprio questo il suo valore più grande.

Ciao

Sara Munari

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