Dal 7 maggio al 29 giugno 2026, Palazzo Esposizioni Roma ospita, come ogni anno, la mostra del World Press Photo.
Il 9 aprile 2026 sono state annunciate le fotografie vincitrici della 69ª edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo, mentre il 23 aprile è stata proclamata la Photo of the Year insieme ai finalisti. La mostra di Amsterdam ha inaugurato il 24 aprile, dando avvio al consueto tour internazionale. Dal 1955, il concorso premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo contemporaneo.
La Photo of the Year 2026 è Separati dall’ICE di Carol Guzy (ZUMA Press, iWitness per il Miami Herald). L’immagine, scattata all’interno del Jacob K. Javits Federal Building di New York, documenta il momento in cui un uomo viene fermato dagli agenti dell’immigrazione dopo un’udienza, separandolo dalla sua famiglia. La fotografia è stata premiata per la sua capacità di rendere visibile, in modo diretto e umano, l’impatto delle politiche migratorie: non un caso isolato, ma una condizione sistemica che colpisce persone che si presentano alle istituzioni in buona fede.
Accanto alla vincitrice, sono stati selezionati due finalisti. Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin (EPA Images) mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti nel tentativo di procurarsi cibo. La fotografia è stata scelta per la sua forza compositiva e per la capacità di restituire l’urgenza della carestia, trasformando una scena di caos in una prova visiva della crisi umanitaria e delle sue implicazioni globali.
Il secondo finalista è I processi delle donne Achi di Victor J. Blue (The New York Times Magazine), un ritratto collettivo di donne indigene Maya Achi sopravvissute a violenze durante la guerra civile guatemalteca. L’immagine, realizzata all’esterno di un tribunale, è stata premiata per il suo approccio misurato e per la capacità di restituire dignità e autorevolezza alle protagoniste, documentando un momento storico di giustizia dopo decenni di impunità.
Le immagini premiate nel concorso 2026 rappresentano una selezione tra oltre 57.000 fotografie inviate da fotografi provenienti da 141 Paesi, offrendo uno sguardo complesso e stratificato sul presente. La mostra, come ogni anno, si configura non solo come esposizione, ma come dispositivo critico capace di interrogare il ruolo dell’immagine nella costruzione della memoria collettiva e nella comprensione delle tensioni contemporanee.
Dal 7 Maggio 2026 al 29 Giugno 2026 – Palazzo Esposizioni Roma
Il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano presenta la mostra Werner Bischof. Point of View, che offre, a 110 anni dalla nascita, un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949, Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.
L’esposizione si compone di 200 fotografie vintage originali, affiancate da una serie di contact sheets e da un documentario che, con sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana.
Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof: Svizzera 1932-1945 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1948 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; infine, Nord e Sud America 1953-1954 testimonia l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano.
Immediatezza e forza espressiva caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti. Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”. Del resto, Bischof era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista.
Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini
ra gli anni Settanta e Ottanta Harry Gruyaert (Belgio, 1941), membro di Magnum Photos, è stato uno dei pochi fotografi europei a conferire al colore una dimensione puramente creativa: una percezione emotiva, non narrativa, e una visione del mondo radicalmente grafica. Alcuni fotografi americani, tra cui Saul Leiter e William Eggleston, avevano già intrapreso questo percorso; le loro opere portarono Gruyaert a cogliere le potenzialità espressive che stavano emergendo in un momento storico in cui la fotografia era ancora prevalentemente celebrata in bianco e nero.
Oggi, il successo di Harry Gruyaert è internazionale. La mostra presentata a CAMERA Torino rappresenta la sua prima grande retrospettiva in Italia. Costruita secondo un percorso cronologico, l’esposizione si apre con i TV shots, un’esperienza unica di dialogo tra le prime televisioni a colori e la fotografia. Il percorso illustra l’evoluzione del suo linguaggio grafico, influenzato dai numerosi viaggi, nei quali ogni Paese si distingue, ai suoi occhi, per specifiche qualità cromatiche. La sua ricerca artistica ha inoltre beneficiato dell’evoluzione delle tecniche fotografiche, dal film Kodachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo fino alle ampie possibilità offerte dal digitale nel XXI secolo.
«Il colore è più fisico del bianco e nero […] con il colore si deve essere immediatamente colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione», afferma l’artista. Non perdetevi questo viaggio alla scoperta del lavoro di Gruyaert e lasciatevi affascinare dalla sua esplorazione del colore comeesperienza fisica e sensoriale!
La mostra è curata da François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino.
18 giugno – 4 ottobre 2026 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Protagonista indiscusso della fotografia del Novecento, Alfred Eisenstaedt è al centro di La fotografia era nell’aria, un ampio progetto espositivo a cura di Monica Poggi, prodotto da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, e organizzato dal Comune di Abano Terme e da D’Uva, gestore del MUNAV, che propone una rilettura articolata in due mostre complementari articolate su due musei, a pochi chilometri di distanza: Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (Padova) e al Museo Storico Navale di Venezia.
Il progetto invita il pubblico a riscoprire un autore che ha contribuito in modo decisivo alla definizione del linguaggio del fotogiornalismo. Il titolo riprende una riflessione dello stesso Eisenstaedt sulla Germania del primo dopoguerra, attraversata da una straordinaria vitalità culturale: è in questo contesto che il fotografo si forma e avvia la propria attività.
Cresciuto in un clima di grande fermento, sospeso tra l’eredità della pittura e le nuove possibilità del reportage, Eisenstaedt è attivo tra l’Europa degli anni Venti e gli Stati Uniti degli anni Trenta, dove si stabilisce nel 1935. Qui diventa una delle firme più autorevoli della rivista Life: una collaborazione durata oltre trent’anni, che lo porta a realizzare più di 2.500 servizi fotografici e oltre 90 copertine, contribuendo in maniera determinante alla costruzione dell’immaginario visivo del Novecento.
Celebre soprattutto per lo scatto realizzato il 14 agosto 1945 a Times Square – V-J Day in Times Square – che ritrae l’improvviso bacio tra un marinaio e un’infermiera durante i festeggiamenti per la fine della Seconda guerra mondiale, Eisenstaedt affronta nel corso della sua carriera una straordinaria varietà di temi, costruendo un racconto visivo che attraversa i principali snodi storici e culturali del secolo.
Dalla documentazione lucida dell’Europa tra le due guerre – nel momento di massima tensione che precede l’ascesa del nazismo, testimoniata anche dal celebre ritratto di Joseph Goebbels – a soggetti più intimi e lirici, come la danza e il teatro, osservati con una sensibilità quasi pittorica, negli Stati Uniti Eisenstaedt si concentra sulla società contemporanea, restituita con crescente ironia e dinamismo. I reportage realizzati in Etiopia e Giappone ampliano ulteriormente la portata della sua ricerca, portandolo a confrontarsi con conflitti, ricostruzioni e profonde trasformazioni. Completano il suo percorso i celebri ritratti di protagonisti della politica, della scienza e dello spettacolo – da Albert Einstein e J. Robert Oppenheimer fino a Marilyn Monroe e Sophia Loren – che testimoniano la sua capacità di instaurare un rapporto diretto e immediato con i soggetti.
Articolata in due sedi, la mostra nasce da un progetto condiviso che valorizza il dialogo tra istituzioni e territori: un’iniziativa che riporta al centro la grande fotografia internazionale, facendo rivivere ancora oggi quel clima di energia e innovazione che, come suggerisce il titolo, continua a essere “nell’aria”.
16 maggio – 20 settembre 2026 Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme (PD) www.museovillabassiabano.it 22 maggio – 22 novembre 2026 Museo Storico Navale di Venezia www.munav.it
Lisetta Carmi. Erotismo e autoritarismo a Staglieno
La mostra presenta l’ingresso di un corpus di fotografie di Lisetta Carmi nella collezione della GAM, nell’ambito del progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Le opere acquisite, tratte dalla serie “Erotismo e autoritarismo a Staglieno”, del 1966-76, saranno esposte in dialogo con quattro sculture della collezione GAM, scelte dalla raccolta di statuaria del secondo Ottocento e di primo Novecento. Il dialogo è volto a sottolineare i due temi ricercati da Carmi nelle sculture del cimitero monumentale di Staglieno: la sensuale rappresentazione delle figure angeliche o delle anime di donne defunte nell’arte simbolista e l’atmosfera di severa autorità genitoriale tipica delle famiglie borghesi di fine Ottocento. Il raffronto tra scultura e fotografia consente inoltre di aprire una più ampia riflessione sull’antico intreccio, sottolineato da Roland Barthes, tra immagine fotografica e morte.
Dal 21 Maggio 2026 al 1 Novembre 2026 – GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino
All’interno degli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, A Street Diary, mostra di Phil Penman dedicata a oltre 25 anni di street photography a New York e nel mondo. Le immagini raccontano le città come un organismo vivo fatto di contrasti, ombre e improvvisi momenti di umanità. Il progetto, a ingresso libero, trasforma la quotidianità urbana in un diario visivo essenziale e poetico.
Il fotografo britannico Phil Penman (Briantspuddle, Dorset, 1977) vive a New York e ha dedicato gli ultimi due decenni a documentare il continuo mutamento della città, affermandosi come una delle voci più autorevoli della street photography contemporanea.
Il suo lavoro si muove lungo una sottile linea di equilibrio tra ombra e luce, tra l’intensità della città e l’imprevedibile leggerezza dell’umano. Quasi sempre in bianco e nero perché, secondo Penman, “la fotografia in bianco e nero cattura l’essenza più pura e grezza della strada”, con alcuni esempi in cui il colore definisce dettagli e distingue momenti. Le sue immagini, di cui 34 esposte nella mostra ospitata negli spazi rinnovati di Leica Galerie Milano, raccontano New York e il mondo come un organismo vivo, attraversato da contrasti: atmosfere urbane dense, fatte di persone, nebbie, riflessi insieme a momenti di spontaneità e ironia che emergono come improvvise aperture di luce.
“È questo passaggio – dall’oscurità alla vitalità – a costituire il filo conduttore di A Street Diary che accompagna il pubblico a scoprire il dialogo delle due anime del lavoro di Penman: da un lato la dimensione più introspettiva, a tratti cinematografica, dall’altro quella immediata, empatica e luminosa”. Giada Triola, curatrice
Ogni immagine in mostra, pur autonoma, si inserisce in un flusso continuo di relazioni, dettagli e intuizioni visive, il percorso espositivo è così un diario urbano, in cui lo sguardo del fotografo tende a trasformare l’ordinario in universale.
“La parte che preferisco della giornata è conversare con persone di ogni estrazione sociale e imparare qualcosa di nuovo che non sapevo il giorno prima. Mi dà anche l’opportunità di catturare qualcosa di autentico, in un momento in cui praticamente tutto ciò che ci circonda sta diventando finto (dal punto di vista fotografico). Persone che modificano il proprio corpo per i social media o fotografi che creano immagini con l’intelligenza artificiale. Per me, il senso stesso della fotografia è stare all’aria aperta con altre persone.” Phil Penman
dal 15 maggio al 12 settembre 2026 – Leica Galerie Milano
Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026, il Museo dell’Ara Pacis ospita la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza:una selezione di circa 200 fotografie, che esplorano il concetto di bellezza come perfezione assoluta e rigore formale.
L’esposizione, curata da Denis Curti, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Marsilio Arte, organizzata con Zètema Progetto Cultura e Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York.
Robert Mapplethorpe (New York,1946-1989) non fotografa soggetti, ma scolpisce lo spazio attraverso l’obiettivo della sua Hasselblad, conferendo ad ogni scatto un’auradi assoluta classicità, con visione geometrica e ricerca della perfezione. La mostra, che si distingue per una serie di contenuti inediti, si concentra sulla ricerca della forma pura, dove il corpo umano, i volti e le nature morte vengono trattati con la stessa maniacale attenzione alla luce e alle geometrie.
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza è il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale.
Dal 29 Maggio 2026 al 4 Ottobre 2026 – Museo dell’Ara Pacis – Roma
Il JMUSEO a Jesolo (VE), avveniristico polo espositivo e culturale di quattro piani, pensato non solo come museo tradizionale, ma come luogo di incontro, eventi e mostre della città lagunare, ospita dal 13 giugno al 18 ottobre 2026, una grande mostra dedicata a Elliott Erwitt (1928-2023), uno dei più importanti fotografi del XX secolo, capace di raccontare il mondo con ironia, sensibilità e uno sguardo profondamente umano. L’esposizione, dal titolo Elliott Erwitt. Icons, prodotta e promossa dal Comune di Jesolo, dal JMuseo di Jesolo, in collaborazione con Orion57 e Bridgeconsultingpro, è curata da Biba Giacchetti con il project management e l’assistenza tecnica di Gabriele Accornero e Valentina Bruno, presenta una selezione di 80 immagini tra le più celebri della carriera di Elliott Erwitt diventate vere e proprie icone della fotografia contemporanea. Attraverso scatti in bianco e nero di straordinaria eleganza visiva, la rassegna accompagna il visitatore in un viaggio tra momenti storici, scene di vita quotidiana, ritratti di personalità celebri e situazioni osservate con quell’ironia sottile che ha reso Erwitt uno dei fotografi più amati al mondo.
“Con la mostra dedicata a Elliott Erwitt – commenta Christofer De Zotti, sindaco di Jesolo -, il JMuseo conferma la propria vocazione a ospitare i protagonisti della fotografia internazionale. Le sue immagini, celebri in tutto il mondo, raccontano con ironia e straordinaria sensibilità un secolo di storia, restituendo momenti di vita quotidiana, eventi e volti che sono entrati nell’immaginario collettivo. Accogliere questa esposizione a Jesolo significa offrire a cittadini e visitatori un’esperienza culturale di grande valore e continuare a rafforzare il ruolo del JMuseo come spazio aperto alla cultura contemporanea, capace di arricchire l’offerta della nostra città durante tutto l’anno”.
“Elliott Erwitt – commenta Biba Giacchetti, co-curatrice della mostra, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale – non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l’istante in storia, il quotidiano in arte, l’ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all’età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva “The Art of Observation””.
La mostra si colloca nell’ambito del bicentenario della prima fotografia della storia, conosciuta come “Vista dalla finestra a Le Gras”, rappresenta una pietra miliare nel campo della fotografia e della tecnologia dell’immagine. Realizzata nel 1826 da Joseph Nicéphore Niépce, questa immagine segna l’inizio della possibilità di catturare e conservare permanentemente una scena reale su un supporto fisico.
“Elliott Erwitt – aggiunge uno dei due project manager della mostra Gabriele Accornero – è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. II valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla storia dell’arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; Le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose, ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti di pensiero, anche di rivendicazione sociale”.
Già presidente della Magnum Photos – l’agenzia fondata nel 1947 da Robert Capa e Henri Cartier-Bresson -, Elliott Erwitt sintetizza nelle sue opere l’interesse per l’uomo e il gusto dell’attimo che sa catturare con ineguagliabile maestria. Tra i suoi soggetti preferiti figurano i cani di cui Erwitt apprezzava l’atteggiamento irriverente, libero e svincolato dalle comuni regole che condizionano gli esseri umani. Moltissimi sono gli scatti “dal punto di vista dei cani”, nei quali lascia comparire solo le scarpe o una parte delle gambe dei loro padroni; Erwitt voleva che queste fotografie risultassero buffe e per questo metteva in atto ingegnose strategie, come suonare una trombetta o emettere una specie di latrato, per ottenere dagli animali una reazione il più naturale possibile.
Nel percorso espositivo s’incontrano alcuni dei ritratti a famose personalità del mondo dello spettacolo, della cultura, della politica, da Ernesto Che Guevara a Jack Kerouac, da Marlene Dietrich a Fidel Castro, da Sophia Loren ad Arnold Schwarzenegger. A questi, si aggiunge il celeberrimo scatto a Marilyn Monroe con la gonna del vestito bianco che si solleva, realizzata sul set del film Quando la moglie è in vacanza, diretto da Billy Wilder, e altre fotografie che documentano alcuni degli avvenimenti storici più famosi del Novecento, come il funerale di John Fitzgerald Kennedy, o il diverbio tra Nixon e Krusciov, nel quale il presidente americano punta un dito accusatore verso il petto dell’omologo russo.
Non mancano alcune delle icone visive più amate dal pubblico per la loro forza romantica, come il California Kiss, il romantico bacio rubato nel riflesso di uno specchietto retrovisore di un’automobile, o quelle più intime e private, come la fotografia alla sua figlia primogenita neonata sul letto, osservata dalla mamma e dal gatto, o ancora l’apoteosi di Parigi, città nella quale era nato; è nella capitale francese che Erwitt produce alcune delle sue immagini più famose, come Umbrella Jump, considerata un simbolo del romanticismo parigino, che mostra la silhouette di un uomo con un ombrello che salta sopra una pozzanghera al Trocadéro, davanti alle figure di due amanti che si abbracciano con la Tour Eiffel a fare da sfondo. O ancora la poetica scena del nonno e del nipotino in bicicletta, commissionata dall’ente turistico francese per promuovere la Francia. Su tutte, Erwitt posa uno sguardo tagliente e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità. Completa il percorso, una selezione di autoritratti, in cui lui stesso diventa il soggetto preferito della propria autoironia.
Accompagna la rassegna un catalogo edito da Orion57 / Elliott Erwitt Studio.
Dal 13 Giugno 2026 al 18 Ottobre 2026 – JMuseo – Jesolo (VE)
Goliarda Sapienza compirebbe 102 anni il dieci maggio: chissà che questo anniversario non venga coronato dall’assegnazione di almeno uno (o tutti!) degli otto David di Donatello a cui è candidato il film Fuori di Mario Martone, a lei dedicato.
Prima del clamore cinematografico che ne ha rinnovato la fama, Francesca Todde l’ha cercata per diversi anni: almeno sette sono quelli dedicati alla realizzazione di questo meraviglioso lavoro nato dalla parola scritta. Infatti, tutto ha avuto inizio con un libro che Francesca Todde lesse in francese: Moi, Jean Gabin. E’ stato l’inizio di un viaggio che l’ha vista attraversare più volte i libri, le poesie e le lettere di Sapienza – e poi attraversare i luoghi: Catania, Roma, la costiera amalfitana… e infine, cercare le persone a lei vicine, a cominciare dal marito, Angelo Pellegrino.
Tutti questi elementi hanno composto la mappatura di un itinerario, un viaggio sulle tracce di Goliarda Sapienza, “Iuzza”, come veniva chiamata da bambina nella Sicilia dove nacque.
Nel 2024 Iuzza è diventato un libro, finalista ai premi di Arles e PhotoEspaña, menzione speciale al Premio Bob Calle 2025. Le opere, dopo essere state esposte in una mostra personale presso il Centre Photographique Rouen Normandie a cura di Raphaëlle Stopin, a Lugano presso Artphilein e a Los Angeles presso The Reef arrivano a Milano da Micamera, dove saranno esposte in un allestimento a cura di Luca Reffo.
Francesca Todde e Luca Reffo saranno presenti all’inaugurazione giovedì 21 maggio, l’ingresso è libero, per acquistare una stampa è possibile inviare una richiesta via mail o chiedere in galleria. E nel frattempo consigliamo a tutti di leggere questa intervista fatta da Gaia Giani all’autrice nel 2025.
In tutto il mondo, i bambini stanno affrontando livelli record di violenza, sfollamento e privazioni. Solo nel 2024 le Nazioni Unite hanno verificato oltre 41.000 gravi vio-lazioni ai danni dei più piccoli (fonte UNICEF). Nelle guerre, così come in ogni emergenza, sono fra i gruppi i più vulnerabili esposti a gravi rischi e perdite. Attualmente, oltre 520 milioni di bambini e adolescenti vivono in aree di conflitto attivo, un dato record che rappresenta più di 1 minore su 5 a livello globale (fonte Save the Children). Proprio ai bambini che vivono quotidianamente sotto assedio è dedicata la mostra How Kids Roll a cura di Loris Lai e Joseph Lefevre, che Palazzo Merulana ospita dal 14 maggio al 28 giugno 2026.
Promossa con il patrocinio del Dicastero per la Comunicazione, del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, dell’UNICEF Italia e di Save the Children, e prodotta da B-Roll Production e Ramon Pictures, l’esposizione si foca-lizza in particolare sull’esperienza dei bambini di Gaza, restituendo la forza, la dignità e la resilienza di chi cresce in un contesto segnato da un conflitto che continua a ridefinire la quotidianità, l’immaginario e il futuro delle nuove generazioni.
Qui lo sguardo sull’infanzia diventa chiave per comprendere le contraddizioni del presente. Palazzo Merulana accoglie il progetto come spazio di mediazione culturale, educazione allo sguardo e riflessione sui diritti dei bambini. Cuore del percorso è il lavoro fotografico di Melissa McClaren, realizzato durante le riprese del film How Kids Roll (2022–2023). Le sue immagini costruiscono un racconto intimo e privo di retorica: frammenti di vita, gesti quotidiani, attese e giochi sospesi tra normalità e trauma. Accanto alle fotografie, le poesie scritte dai bambini di Gaza — raccolte dall’inizio del conflitto a oggi — entrano nello spazio espositivo come voci dirette, non filtrate. Parole che amplificano la forza del racconto visivo, trasformandolo in una testimo-nianza emotiva e linguistica. A queste si affiancano gli scatti di Mahmoud Abu Hamda, che documentano la realtà di Gaza dall’inizio del conflitto fino a oggi. Immagini e testi dialogano come elementi installativi e sonori, restituen-do la complessità dell’infanzia attraverso paura, rabbia, speranza e immaginazione.
L’UNICEF Italia, in occasione dell’80° anniversario della nascita dell’Organizzazio-ne, patrocina la mostra “How Kids Roll” per il valore educativo e sociale, in linea con la sua missione di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “Attraverso uno sguardo autentico sull’infanzia in contesti di guerra, l’iniziativa promuove valori di pace, dialogo e convivenza, restituendo speranza in un periodo storico di forte drammaticità”. «Ogni guerra è una guerra contro i bambini»: è il principio su cui Save the Chil-dren è stata fondata oltre 100 anni fa, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, e che purtroppo conserva ancora oggi una drammatica attualità. Il patrocinio concesso dall’Organizzazione nasce dalla volontà di sostenere il valore di questa mostra come strumento di sensibilizzazione sulla condizione dei bambini a Gaza e di riconoscerne la capacità di creare ponti, trasmettendo un messaggio universale di pace e di umani-tà, affinché—come recita la missione fondativa di Save the Children—l’umanità dia ai bambini il meglio di ciò che può offrire.
Il progetto si completa con il film How Kids Roll, attualmente in distribuzione inter-nazionale. La pellicola racconta l’incontro tra due ragazzi — Mahmud, palestinese, e Alon, israeliano — uniti dalla passione per il surf durante la seconda intifada del 2003. Una storia di amicizia che attraversa il conflitto e apre uno spazio possibile di pace e fraternità. Disponibile da marzo su Canal+ e in distribuzione nel resto del mondo, il film conferma la forza universale del progetto. Liberamente ispirato al li-bro Sulle onde della libertà di Nicoletta Bortolotti edito da Ragazzi Mondadori, porta al centro lo sguardo dei bambini come alternativa concreta all’odio. How Kids Roll non è solo una mostra: è un atto di testimonianza. E una chiamata a guardare — davvero — attraverso gli occhi dei bambini.
Un ambiente immersivo in cui immagini, parole e suoni, attraverso fotografie, testi poetici e contributi sonori (a cura di Maurizio Cascella), si intrecciano e costringono lo sguardo a fermarsi. Qui il visitatore non assiste soltanto alla violenza del conflitto: entra in contatto con ciò che resiste — la capacità dei bambini di reinventare il quoti-diano, di immaginare, di sperare. How Kids Roll non si limita a documentare una condizione, ma assume le pratiche artistiche e documentarie come strumenti di responsabilità culturale, capaci di creare connessioni tra memoria, presente e urgenze globali, ponendo l’infanzia al centro di una riflessione necessaria sul nostro tempo. Lo spazio espositivo è costruito per rallentare. Per obbligare a guardare davvero. Lightbox e fotografie in formati diversi — dalle grandi immagini immersive alle piccole stampe — si alternano in un ritmo visivo che passa dall’impatto immediato all’intimità. Le composizioni a mosaico invitano ad avvicinarsi, a sostare, a entrare nei dettagli. È un continuo slittamento tra visione d’insieme e incontro personale. Accanto alle immagini, le poesie dei bambini di Gaza — scritte dall’inizio del con-flitto a oggi — attraversano lo spazio come presenze vive. Non didascalie, ma voci. Dirette, fragili, potentissime. Offrono una seconda soglia di accesso al racconto: quella della parola che non media, ma espone.
Il percorso si arricchisce delle opere pittoriche di Simone Legno, ispirate al film, e di un video che documenta la sua live performance. A queste si affiancano schermi su cui scorrono in loop le sequenze oniriche tratte da How Kids Roll: immagini che aprono uno spazio interiore, restituendo la dimensione invisibile dell’infanzia in guerra. L’audiovisivo non sovrasta, ma espande — amplifica il racconto fotografico e ne approfondisce la risonanza emotiva. L’allestimento, nel suo insieme, costruisce una condizione precisa: prossimità. Nessuna spettacolarizzazione, nessuna distanza di sicurezza. Solo un invito netto all’ascolto. Le immagini, le parole e i suoni chiedono tempo, attenzione, responsabilità. Musica e progetto sonoro a cura di Maurizio Cascella
Dal 14 Maggio 2026 al 28 Giugno 2026 – Palazzo Merulana – Roma
Die Gelbe Wand nasce con una vocazione internazionale e un’identità ibrida, puntando i propri riflettori sulla fotografia contemporanea con una predilezione per le sperimentazioni che fioriscono nei paesi di lingua tedesca e in Giappone, e non poteva esserci battesimo migliore se non quello affidato alla potenza visiva di Gak Yamada (Ehime, Giappone 1973), protagonista della sua prima personale europea proprio qui a Pordenone dal titolo “The Cosmic Prayer” e curata da Marco Minuz.
“Inaugurare Die Gelbe Wand con una mostra di tale densità significa dichiarare apertamente la missione di questo spazio: non un semplice contenitore, ma un luogo di collisione tra culture e linguaggi. Qui l’immagine diventa linguaggio vivo, capace di interrogare la realtà, raccontare trasformazioni e aprire nuovi orizzonti percettivi. Vogliamo rendere questo spazio, geograficamente decentrato, un generatore di ricerca attraverso collaborazioni internazionali.” spiega Marco Minuz, direttore artistico di Die Gelbe Wand.
La selezione delle opere curata per l’occasione non è una semplice serie di scatti, ma un viaggio sinestetico che Yamada ha costruito per offrire una visione d’insieme del proprio percorso artistico, una parabola che parte dalla fotografia per atterrare in uno spazio terzo, un altrove che non è più pittura e non è ancora scultura, ma che vibra di un’autonomia propria. L’artista ci conduce per mano attraverso un’evoluzione che vede la fotografia come rappresentazione del mondo esterno e il dipinto astratto come espressione del mondo interiore, cercando però costantemente quel punto di rottura, quel processo di creazione in cui le categorie si fondono l’una dentro l’altra. Entrando nella prima sala dell’esposizione, ci si imbatte nella serie HIGAN, che rappresenta la linea più marcatamente fotografica della ricerca di Yamada, qui presentata in un allestimento che copre un’intera parete; l’ispirazione dichiarata è ”Addio alla fotografia” di Daido Moriyama, un punto di svolta che Yamada rielabora trasformando quella che era nata come un’opera editoriale da sfogliare in un’esperienza visiva simultanea, capace di sprigionare un’intensità diversa quando colta in un unico sguardo d’insieme.
Ma basta voltarsi verso le altre pareti per accorgersi che la pittura reclama il suo spazio: ogni superficie corrisponde a un periodo specifico della sperimentazione dell’artista, come avviene in Threshold, dove l’immagine fotografica viene aggredita dall’introduzione di elementi testuali, parole che scorrono rapide nella mente dell’autore e che si trasformano in sottili linee nere, segni che sembrano leggibili ma che sfuggono alla comprensione, diventando pura energia calligrafica.
Il lavoro di Yamada è un corpo a corpo con la materia: egli non esita a immergere le stampe in acqua per giorni, scoprendo come le carte Fujifilm si dissolvano rapidamente mentre le Kodak si sfaldino strato dopo strato, come accade nella serie Red, dove il blu svanisce lasciando emergere un rosso dominante e inquietante che l’artista lavora ulteriormente con lo sfregamento delle dita, quasi a voler denunciare un certo eccesso del capitalismo attraverso la decomposizione cromatica.
In Threshold, invece, la distruzione dell’immagine è affidata agli agenti atmosferici: le stampe vengono abbandonate in giardino, esposte al vento e alla pioggia per un mese affinché si deteriorino in modo organico, fuori dall’intenzione umana, per poi essere riportate in studio e sottoposte a un trattamento quasi sciamanico tra nastro adesivo, inchiostri acrilici, oro, argento e l’uso del fuoco, che brucia la carta fino a lacerarla lasciando intravedere il buio retrostante.
È qui che nasce il concetto di soglia, un confine dove tutto converge: superficie e retro, visibile e invisibile, fotografia e pittura. Spostandosi nella seconda sala, l’esperienza si trasforma ulteriormente, accogliendo il visitatore nello stato attuale della ricerca di Yamada, dominato da light box e suono; qui il light box diventa una forma compiuta, una sorta di kata, termine che nelle arti tradizionali giapponesi come il teatro Nō o l’haiku indica una forma definita che non limita l’artista ma ne abilita la libertà creativa e il salto immaginativo. La musica, per Yamada, è un motore fondamentale: è la vibrazione che fa emergere le immagini interiori, e in questo spazio suono e visione appaiono insieme, risuonando in un’unica frequenza emotiva. Particolarmente affascinante è l’opera Ku (Cielo), nata dall’uso dello scanner come strumento di cattura dello spazio, un metodo che si discosta radicalmente dalla lente fotografica tradizionale; se l’obiettivo implica una gravità stabile, legata all’occhio umano piantato a terra, lo scanner libera l’immagine dal peso, creando una sensazione di sospensione misteriosa, come se gli oggetti — dalla carta washi a piccoli elementi quotidiani — danzassero in un vuoto sconosciuto.
L’evoluzione più recente di questo percorso è rappresentata dalla serie Kankō, dove le stampe deteriorate vengono ispessite con cartone e incise con un saldatore, tracciando segni che richiamano la forza primordiale della scrittura cuneiforme o dei caratteri oracolari cinesi. Yamada è profondamente colpito dalla materialità delle antiche incisioni su argilla o osso, vedendo in quel gesto umano così fragile e transitorio lo stesso impulso primordiale che ha dato vita alla pittura e alla fotografia: una ricerca di certezza, una preghiera laica che cerca di lasciare un segno nel mondo.
In Kankō, la sovrapposizione tra pittura rupestre, scrittura arcaica e fotografia punta a trascendere i media stessi per evocare una presenza sacra, un oggetto che accolga la tensione umana in un unico punto di condensazione.
La città di Pordenone si arricchisce di una finestra affacciata sull’asse culturale che lega l’Europa di lingua tedesca al Giappone, offrendo al pubblico l’opportunità unica di confrontarsi con un artista come Gak Yamada, capace di bruciare l’immagine per farne risplendere l’essenza più profonda e spirituale.
10 maggio – 14 giugno 2026 – Spazio Espositivo Die Gelbe Wand, Mercati Culturali Pordenone
Nell’ambito del suo impegno a sostegno della fotografia, la Fondation Bru presenta dal 23 maggio 2026 la mostra “Roland Dufau, scultore di luce”. Nel corso di una carriera durata 37 anni, Roland Dufau ha valorizzato le fotografie di centinaia di appassionati e professionisti, realizzando, a partire dalle loro diapositive, stampe eccezionali, grazie al procedimento svizzero noto come Cibachrome, sviluppato dall’azienda Ilford.
Dufau ha costituito una collezione unica composta da oltre mille immagini, notevole non solo per la fama dei fotografi, ma soprattutto per l’eccezionale qualità delle stampe in Cibachrome, la cui durata – se conservate al riparo dalla luce diretta e dall’umidità – è stimata fino a trecento anni.Questa la frase del fotografo americano Robert J. Steinberg che lo ha accompagnato per tutto il suo percorso professionale: “Per me, l’oggetto artistico più sensuale è una stampa fotografica realizzata alla perfezione”.
Durante la Biennale d’arte di Venezia 2026, la Fondation Bru rinnova il proprio impegno per la valorizzazione del patrimonio culturale presentando al Palazzetto Bru Zane una selezione di stampe fotografiche curata dal fotografo Reza provenienti dalla collezione di Dufau. La mostra invita il pubblico a scoprire il talento di un artigiano esigente al servizio della fotografia.
La Fondation Bru ha incontrato Roland Dufau nel 2014 grazie alla Fondation Gilles Caron. Dopo il fallimento della Ilford nel 2013, Dufau aveva messo da parte una scorta di carta Cibachrome; grazie al sostegno della Fondation Bru, ha potuto utilizzarla per realizzare sessanta stampe a colori a partire dalle diapositive di Gilles Caron. Una selezione di queste opere è stata esposta a Venezia in occasione della Biennale d’arte del 2015 e, nel febbraio 2016, alla Galerie de la Muse di Plainpalais, a Ginevra.
Il fotografo di fama internazionale Reza ha fatto realizzare a sua volta le proprie stampe in Cibachrome da Roland Dufau, l’ultima delle quali è l’iconico ritratto del comandante Massoud. A testimonianza della grande complicità tra i due, il fotografo ha dedicato a Dufau un episodio della serie Square Artiste; è stato proprio questo profondo legame a spingere la Fondation Bru ad affidargli la curatela della mostra, con il difficile compito di selezionare, tra oltre mille stampe, le opere da esporre a Venezia.
23 maggio – 12 settembre 2026 – Palazzetto Bru Zane, Venezia
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Ciao, ecco le tipologie di ottiche che puoi usare per i tuoi progetti fotografici! Buona giornata
Sara
La scelta dell’obiettivo fotografico è un fattore cruciale nella realizzazione di un’immagine di qualità. Ogni obiettivo, caratterizzato da una specifica lunghezza focale e apertura, offre un punto di vista unico e influisce direttamente sulla profondità di campo, sulla distorsione e sulla prospettiva dell’immagine finale. La versatilità dell’obiettivo è fondamentale per ogni fotografo, sia esso un professionista o un appassionato. Ogni tipo di obiettivo offre un punto di vista distintivo, permettendoci di esplorare diverse possibilità creative.
Obiettivi grandangolari: Gli obiettivi grandangolari sono caratterizzati da una lunghezza focale corta, che permette di catturare una porzione di scena molto più ampia rispetto a un obiettivo standard. Questa caratteristica li rende ideali per riprendere paesaggi vasti, interni spaziosi e architetture imponenti. La caratteristica principale è proprio la possibilità di includere una porzione di scena molto più ampia nel fotogramma. Gli obiettivi grandangolari tendono ad avere una maggiore profondità di campo, ovvero una porzione più ampia dell’immagine a fuoco. Questo significa che puoi ottenere immagini nitide sia in primo piano che sullo sfondo.
Questi obiettivi possono causare distorsione delle linee rette, soprattutto ai bordi dell’immagine. Le linee verticali possono apparire incurvate verso l’interno (distorsione a barilotto). Alcune lenti grandangolari, inoltre, possono presentare un leggero oscuramento degli angoli dell’immagine, soprattutto quando si utilizzano aperture ampie.
Gli obiettivi grandangolari hanno una lunghezza focale inferiore a 35 mm su full-frame (o sotto i 24 mm su APS-C) e offrono un ampio angolo di campo.
Caratteristiche tecniche
Angolo di campo: Dai 63° ai 120°, a seconda della lunghezza focale.
Profondità di campo ampia: Anche con diaframmi aperti, gran parte dell’immagine rimane a fuoco.
Distorsione prospettica: Gli oggetti vicini appaiono più grandi, mentre quelli lontani più piccoli (effetto prospettico esagerato).
Possibile distorsione geometrica: Specialmente sotto i 24 mm, le linee dritte possono apparire curve (distorsione a barilotto).
Tipologie
Grandangolari moderati (24-35mm) → Versatili, ottimi per paesaggi e reportage.
Supergrandangolari (14-24mm) → Angoli di campo molto ampi, ideali per architettura e interni.
Fisheye (<14mm) → Distorsione estrema per effetti creativi.
Obiettivi standard: Hanno una lunghezza focale simile a quella dell’occhio umano (50mm) e sono versatili per molti tipi di fotografia. Perché si chiama “standard”? Perché la lunghezza focale di un obiettivo standard offre una prospettiva molto naturale e simile a quella che percepiamo nella vita quotidiana e comprende un angolo di campo di circa 45°. È un ottimo punto di partenza per chi si avvicina alla fotografia, in quanto permette di ottenere risultati equilibrati in molte situazioni.
Gli obiettivi normali hanno una lunghezza focale compresa tra 40 mm e 60 mm su formato full-frame (o circa 25-40 mm su APS-C) e forniscono un angolo di campo simile alla visione umana.
Caratteristiche tecniche
Angolo di campo: Circa 46° (su full-frame).
Prospettiva naturale: Non introduce distorsioni evidenti.
Ampie aperture di diaframma: Molti modelli (come il classico 50mm f/1.8) permettono una grande apertura, utile per scatti in condizioni di scarsa luce e per ottenere un piacevole sfocato (bokeh).
Utilizzo
✅ Ritratti, street photography, reportage, fotografia quotidiana.
Teleobiettivi: Ideali per soggetti lontani come spesso accade nello sport, natura e ritratti, offrono un ingrandimento significativo. I teleobiettivi sono strumenti indispensabili per chi desidera “avvicinarsi” a soggetti lontani senza dover fisicamente modificare la propria posizione. Grazie alla loro lunga focale, questi obiettivi ingrandiscono l’immagine, permettendoci di catturare dettagli che sarebbero altrimenti invisibili ad occhio nudo. I teleobiettivi tendono a comprimere lo spazio, facendo apparire gli oggetti più vicini tra loro e lo sfondo più compresso. Questo effetto è particolarmente evidente con lunghezze focali molto lunghe. Molti teleobiettivi hanno un diaframma luminoso (numero f basso), che permette di scattare in condizioni di scarsa illuminazione. Se il diaframma più aperto a disposizione e troppo chiuso, rischiamo mossi e mancanza di luminosità nelle nostre immagini. Prestate sempre attenzione!
Tipi di teleobiettivi:
Teleobiettivi standard: Offrono una buona versatilità e sono ideali per un’ampia gamma di applicazioni.
Super teleobiettivi: Hanno lunghezze focali molto elevate e sono utilizzati per fotografare soggetti estremamente lontani, come animali o soggetti sportivi in campi ampi.
Teleobiettivi con zoom: Combinano le caratteristiche di un teleobiettivo con la versatilità di uno zoom, permettendo di variare la lunghezza focale senza cambiare obiettivo.
Gli obiettivi tele hanno una lunghezza focale superiore a 70 mm su full-frame (o 50 mm su APS-C) e servono per ingrandire soggetti distanti.
Caratteristiche tecniche
Angolo di campo ristretto: Dai 30° a meno di 5°, a seconda della lunghezza focale.
Compressione prospettica: Gli oggetti sembrano più vicini tra loro rispetto alla realtà.
Sfocato marcato (bokeh): Perfetti per isolare il soggetto dallo sfondo.
Stabilizzazione necessaria: Con focali superiori a 200 mm, il rischio di micromosso aumenta, quindi molti tele hanno stabilizzatori ottici (VR, IS, OSS).
Tipologie
Teleobiettivi corti (70-135mm): Ideali per ritratti (classico 85mm f/1.8).
Teleobiettivi medi (135-300mm): Ottimi per sport e natura.
Superteleobiettivi (>300mm): Usati in fotografia naturalistica e sportiva.
Macro obiettivi: Progettati per riprendere soggetti molto piccoli a breve distanza, come insetti o fiori. Gli obiettivi macro sono strumenti specializzati progettati per catturare immagini dettagliate di soggetti molto piccoli a brevissima distanza. Pensali come una lente d’ingrandimento per la tua fotocamera, che ti permette di rivelare dettagli invisibili all’occhio nudo. La caratteristica distintiva degli obiettivi macro è la loro capacità di ingrandire notevolmente il soggetto. Molti obiettivi macro offrono un rapporto di ingrandimento di 1:1, ovvero l’immagine del soggetto sul sensore della fotocamera è grande quanto il soggetto stesso nella realtà. Per garantire immagini nitide e dettagliate, gli obiettivi macro sono costruiti con lenti di alta qualità e spesso presentano rivestimenti speciali per ridurre al minimo le aberrazioni. Gli obiettivi macro ti permettono di rivelare dettagli invisibili a occhio nudo, come le venature di un’ala di farfalla o le strutture di un cristallo. Anche se progettati principalmente per la macrofotografia, molti obiettivi macro possono essere utilizzati anche per altri tipi di fotografia, come i ritratti ravvicinati.
Obiettivi fisheye: Gli obiettivi fisheye sono degli ultragrandangolari estremi, caratterizzati da una curvatura delle lenti molto pronunciata. Questa caratteristica conferisce alle immagini un’ampia distorsione a barilotto, ovvero le linee rette ai bordi dell’immagine appaiono incurvate verso l’esterno. L’effetto finale è quello di una visione “a occhio di pesce”, da cui deriva il nome. Gli obiettivi fisheye possono coprire angoli di campo superiori ai 180°, permettendo di catturare una porzione di scena molto più ampia rispetto a un obiettivo standard.
Tieni presente che la distorsione è una caratteristica intrinseca dei fisheye, quindi scegli un obiettivo che offra un tipo di distorsione che ti interessa ottenere, sempre che tu ne voglia ottenere una. Come per tutti gli obiettivi, anche i fisheye variano in termini di qualità ottica. Scegli un modello di buona qualità per ottenere immagini nitide e contrastate.
Obiettivi Zoom: Gli obiettivi zoom sono strumenti estremamente versatili che permettono di variare la lunghezza focale senza dover cambiare obiettivo. Questa caratteristica li rende ideali per una vasta gamma di situazioni fotografiche, dal paesaggio al ritratto. Combinano diverse lunghezze focali offrendo flessibilità ma questo va spesso a discapito della qualità ottica, che rimane, nella maggior parte dei casi, superiore negli obiettivi a focale fissa. Questo è dovuto alla complessità del meccanismo interno e alla necessità di ottimizzare le prestazioni su un’ampia gamma di lunghezze focali.
La possibilità di variare la lunghezza focale senza cambiare ottica è un grande vantaggio, soprattutto in situazioni in cui si desidera catturare soggetti diversi con inquadrature differenti, inoltre non dover cambiare continuamente obiettivo fa risparmiare tempo e permette di cogliere i momenti fuggevoli.
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Oggi un classico della fotografia, Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”…buona lettura!
Sara Munari
FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80
“Untitled Film Stills”, realizzato tra il 1977 e il 1980 da Cindy Sherman, è una serie iconica che esplora i cliché e gli stereotipi femminili nel cinema e nella cultura popolare. In questa serie, Sherman si trasforma in diversi personaggi femminili, creando immagini che sembrano fotogrammi di film immaginari. Le sue opere, con la loro ambiguità e la loro ironia, mettono in discussione le rappresentazioni convenzionali delle donne e il ruolo della fotografia nella costruzione dell’identità.
FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80
Il tema centrale di “Untitled Film Stills” è l’esplorazione della costruzione sociale dell’identità femminile. Sherman utilizza la fotografia per svelare i meccanismi di potere e di controllo che si celano dietro le immagini apparentemente innocenti. Le sue immagini, con la loro teatralità e la loro ambiguità, ci invitano a riflettere sulla natura della rappresentazione e sulla nostra capacità di interpretare le immagini.
FOTOGRAFIA di Cindy Sherman da “Untitled Film Stills”, 1977-1980 – Anni ’70/’80
L’approccio di Sherman si distingue per la sua capacità di trasformarsi e di creare personaggi complessi. Le sue opere, che sono spesso realizzate in studio con l’ausilio di costumi, di trucco e di scenografie, sono caratterizzate da un’estetica teatrale e da un’attenzione alla narrazione. La sua tecnica, che combina fotografia e performance, le consente di creare immagini che sono allo stesso tempo personali e universali.
Dal punto di vista visivo, “Untitled Film Stills” è una serie di grande impatto emotivo. Le immagini, con la loro atmosfera cinematografica e i loro personaggi enigmatici, creano un’esperienza visiva coinvolgente e stimolante. Sherman ci invita a interrogare le nostre certezze e a mettere in discussione le narrazioni dominanti.
Biografia di Cindy Sherman:
Cindy Sherman, nata nel 1954 a Glen Ridge, è un’artista americana nota per le sue fotografie concettuali. Dopo aver studiato arte al Buffalo State College, ha sviluppato un linguaggio visivo unico, caratterizzato da un’estetica teatrale e da un’attenzione alla narrazione. Le sue opere sono state esposte nei più importanti musei e gallerie del mondo, consacrandola come una delle artiste più influenti della nostra epoca.
In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.
Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza, la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.
Tengo a sottolineare che:
Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.
Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.
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Nuove fantastiche mostre ci aspettano a maggio. Date un’occhiata qua sotto!
Anna
FOTOGRAFIA EUROPEA 2026. XXI EDIZIONE – FANTASMI DEL QUOTIDIANO
Berenice Abbott, Waterfront, South Street, from Changing New York, 1935. The New York Public Library Digital CollectionsMan Ray: M for Dictionary
Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, Reggio Emilia torna ad osservare i cambiamenti della contemporaneità attraverso gli occhi di grandi fotografi e di giovani emergenti con la XXI edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, il festival promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani e dal Comune di Reggio Emilia,con il contributo della Regione Emilia-Romagna.
“FANTASMI DEL QUOTIDIANO” è il titolo scelto per l’edizione 2026, come filo conduttore delle mostre curate da Arianna Catania (fondatrice e direttrice di Gibellina Photoroad / Open Air & Site-specific Festival), Tim Clark (editor & curator 1000 Words), e Luce Lebart (ricercatrice presso l’Archive of Modern Conflict e direttrice artistica del Pavillon Populaire di Montpellier), cui si aggiunge la ricognizione storica curata da Walter Guadagnini (storico della fotografia, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna) dedicata ai 200 anni della fotografia.
I fantasmi che incontreremo sono presenze che bussano nella notte del pensiero, configurandosi come l’ombra di qualcosa che non ha più corpo. Non sono semplici apparizioni, ma ricordi che non vogliono farsi passato, paure vestite da mistero e presenze fatte interamente di assenza. Abitano i corridoi del silenzio e le crepe della memoria, nutrendosi di tutto ciò che è rimasto non detto. Nel loro manifestarsi, a volte ci fanno tremare, mentre altre volte agiscono come una protezione per aiutarci a dimenticare. Privi di un volto proprio, si presentano con mille maschere differenti: possono essere scacciati con la luce di un’idea oppure ascoltati attentamente per comprendere di cosa abbiano realmente fame. Ma i fantasmi non rappresentano solo una minaccia; sono presenze latenti e potenzialità sospese, idee che non se ne sono mai andate del tutto dal nostro orizzonte. Questa edizione di Fotografia Europea invita a cercare le cose non viste e quelle invisibili, prestando attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere. Attraverso l’obiettivo, si rivelano le storie silenziose che danno forma al nostro presente, aprendo nuovi percorsi per l’immaginazione. Il festival esplora così la silenziosa durata della memoria, osservando come i ricordi svaniscano senza mai scomparire del tutto. Ogni fotografia esposta racchiude la propria eco, un ricordo impalpabile che mantiene sospesa la sua essenza nonostante lo scorrere del tempo. In questo percorso espositivo, il passato non è un elemento scomparso, ma un’entità che continua a respirare dolcemente all’interno del presente. Nel cuore di questa riflessione si inserisce un approfondimento dedicato alla storia stessa della fotografia: un viaggio attraverso due secoli di immagini che hanno documentato, trasformato e talvolta reinventato la società. È qui che il dialogo con i “fantasmi” si fa concreto, attraversando archivi, autori e tecnologie che hanno segnato il nostro modo di vedere.
LE MOSTRE
I Chiostri di San Pietro, come sempre sede della biglietteria e cuore pulsante del festival, ospiteranno il nucleo di mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart, per scoprire i fantasmi del quotidiano. Il percorso inizia con il lavoro di Felipe Romero Beltrán, Bravo,vincitore del KBr Photo Award 2025 di Fundación MAPFRE.supportato dalla Fundación MAPFRE.L’autore esplora le storie di migrazione lungo il fiume Rio Bravo, al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa simbolo di un’attesa sospesa e silenziosa. Attraverso tre capitoli — Endings, Bodies e Breaches — Beltrán utilizza la fotografia come strumento critico sfidando i sistemi di classificazione, recinzione e identificazione che governano i regimi di frontiera. Mohamed Hassan, con il suo progettoOur Hidden Room indaga identità, famiglia e salute mentale attraverso il rapporto con il padre e l’Egitto, sua terra natale, intrecciando immagini e parole in un percorso di memoria e guarigione. Il lavoro, vincitore dello Star Photobook Dummy Award, è un viaggio visivo che trasforma il dolore privato in una narrazione universale sulla ricerca delle proprie radici. InAutomated Refusal, Salvatore Vitale analizza la precarietà dei lavoratori della gig economy, tra sorveglianza algoritmica, ranking e riduzione del tempo libero, nel contesto delle professioni digitali. Il film, parte della ricerca Death by GPS, è una critica visiva alle disuguaglianze e allo sfruttamento generati dall’automazione. La fotografa francese Marine Lanier racconta, con Le Jardin d’Hannibal, il Giardino del Lautaret, storico conservatorio di biodiversità alpina e centro nevralgico per la ricerca scientifica. Attraverso immagini evocative che intrecciano memoria storica e miti, come quello di Annibale, – che si dice abbia attraversato proprio queste Alpi per sfidare Roma – il progetto unisce passato e futuro in una visione poetica della natura da preservare. Stains and Ashes è il frutto del lavoro di Ola Rindal, che rivolge lo sguardo verso macchie, crepe e imperfezioni del nostro ambiente quotidiano, elementi solitamente trascurati che qui diventano materia di contemplazione trasformate in visioni astratte. Attraverso la sfocatura, il progetto evoca la fragilità della memoria e l’impossibilità di afferrare pienamente la realtà. In Subject Studies: CHAPTER I, la fotografa messicana Tania Franco Klein esplora come la percezione di un soggetto cambi in base al contesto e allo sguardo dello spettatore, ricreando la stessa scena con persone diverse. Il progetto riflette sulla soggettività e su come identità e significato siano costruiti attraverso la messa in scena fotografica e il bagaglio culturale di chi osserva. Ispirandosi a La lentezza di Milan Kundera, Giulia Vanelli indaga il rapporto tra velocità, memoria e oblio, traducendo in immagini un’equazione esistenziale sul tempo. The Season diventa una riflessione visiva sul desiderio di trattenere il passato o fuggirne, attraverso il ritmo del movimento e dei ricordi. Nel grande corridoio centrale, al primo piano dei Chiostri, Frédéric D. Oberland, esponeVestiges du futur in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura. Le sale del piano terra dei Chiostri ospitano la committenza di Fotografia Europea, che per questa edizione è stata affidata a Simona Ghizzoni: la fotografa di origini reggiane, presenta un lavoro dal titolo Milk Wood, che pone al centro la figura femminile come depositaria di memoria ma anche di immaginazione e progettualità, in un percorso laboratoriale partecipato sul territorio, tra parole e immagini. L’esposizione a piano terra si conclude con Keep the Fire Burning, a cura diFrancesco Colombelli in collaborazione con il Centro diurno per l’adolescenza “AÏDA”. Attraverso una selezione di libri fotografici, la mostra indaga come miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni continuano ad abitare il nostro presente, costruendo una geografia emotiva e culturale che attraversa confini e generazioni.
Poco lontano dai Chiostri, nella sede di Palazzo Da Mosto, è esposta la mostra collettiva Ghostland, a cura di Arianna Catania: un’esplorazione sull’epoca ipermediata in cui viviamo, dove la realtà appare come un territorio “spettrale” filtrato costantemente dagli schermi luminosi. La mostra riflette sullo schermo non solo come dispositivo, ma come ambiente culturale capace di modellare percezioni e comportamenti, rivelando ciò che sfugge allo sguardo e invitando a interrogare i punti ciechi della nostra visione. In questo panorama, Alisa Martynova (ANIMA) trasporta l’osservatore in un paesaggio onirico, abitato da creature dal volto cangiante nate dall’incontro tra l’archivio della fotografa e l’intelligenza artificiale; Zoé Aubry (Effet miroir | Faire écran) mostra come la propria immagine riflessa quotidianamente sugli schermi crei nuove identità; Mykola Ridnyi (Blind Spot) cancella la visione della guerra, che si dissolve in innumerevoli punti ciechi e in cui si modifica quindi la percezione nella visione dei conflitti; Vaste Programme (It’s all fun and games) ribalta la funzione ludica dei peep-board, costringendo lo spettatore a “metterci la faccia”, confrontandosi direttamente con la crisi climatica e con la propria capacità di empatia; Visvaldas Morkevicius (Camouflage) ci porta dentro la visione della guerra dai droni, trasformando il conflitto in astrazione, allontanando l’azione dalla violenza; Indrė Šerpytytė (This Is How We Win Wars) mette in scena i gesti e le danze dei soldati, condivise sui loro social, sospesi tra rituale, trauma e fragilità umana; Sara Bezovšek (SND) guida lo spettatore in un labirinto di percorsi digitali, dove i possibili futuri del pianeta si svelano attraverso personali scelte interattive; infine, Carolyn Drake (Next Door) trasforma dispositivi di videosorveglianza in momenti di vita intima e quotidiana, prendendo ispirazione da un sito del suo quartiere che, in cambio di sicurezza, crea sospetto e paura dell’altro. I progetti di Indrė Šerpytytė e Visvaldas Morkevicius fanno parte del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, realizzato dall’Istituto di Cultura Lituano e dall’Ambasciata della Repubblica di Lituania nella Repubblica Italiana.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call selezionati dai curatori del festival tra gli oltre 700 lavori di artisti e curatori che vi hanno partecipato, offrendo uno sguardo sulle ricerche più originali della scena contemporanea. Federica Mambrini, con L’albergo della lontananza, trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Emilia Martin, in The serpent’s thread, curata da Eleonora Schianchi intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. Riflettendo sull’identità femminile e sull’eredità materiale che attraversa le generazioni, l’artista ricostruisce questa vicenda esplorando il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
A Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo nel centro storico di Reggio Emilia, mai utilizzato prima per le mostre di Fotografia Europea, ci sarà Due secoli di fotografia e società. Nell’anno in cui ricorrono i 200 dalla realizzazione di quella che è considerata la prima “fotografia” della storia (la Vista dalla finestra di Le Gras creata da Joseph Nicéphore Niépce), Fotografia Europea ha chiesto a Walter Guadagnini di immaginare una grande rassegna che provi a raccontare per immagini cosa abbia significato la fotografia nella vita degli uomini e delle donne degli ultimi due secoli. La mostra sarà dunque un viaggio affascinante, a tratti drammatico a tratti divertente, tra i milioni di immagini che sono state prodotte in questi duecento anni, tra capolavori e fotografie anonime, apparecchi storici e riviste leggendarie, spezzoni di film e libri imperdibili, una storia che si dipana attraverso sei ambienti costruiti per questa occasione, dedicati ad altrettanti aspetti della fotografia, del suo linguaggio e della sua centralità nella società di ieri e di oggi. Non una semplice carrellata di fotografie dunque – che pure ci sono, e sono tra quelle realizzate dai grandi maestri del lontano passato come Daguerre, Nadar, Curtis e tanti altri, ai giganti della modernità come Lewis Hine, Berenice Abbott, Robert Capa, Dorothea Lange, Walker Evans, per non dirne che alcuni -, ma una passeggiata tra le immagini che inizia nella campagna francese e arriva fino agli schermi degli smartphone, per provare a capire come e perché la fotografia abbia raccontato le vite degli altri e continui a raccontare la nostra. Anche in questa storia i fantasmi non mancheranno, saranno quelli innocui nati nell’Inghilterra e negli Stati Uniti dell’Ottocento, ma anche quelli ben più pericolosi generati dalle nuove tecnologie: storie che raccontano, in ogni caso, come la fotografia non solo abbia rappresentato il mondo, ma lo abbia spesso anche inventato, nel bene e nel male.
Nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo e affacciata sulla centralissima via San Carlo, trova spazio la mostra di Elena Bellantoni, dal titoloGhostwriter a cura di Fulvio Chimento. Ilprogetto evoca i “fantasmi della storia” attraverso figure simboliche che trovano espressione nel corpo dell’artista. Utilizzando fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione, Bellantoni riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, concepito come un “corpo imprevisto”. La mostra è promossa insieme all’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia all’interno del progetto In-TERSEZIONE. Linguaggi e pratiche al centro per promuovere il cambiamento contro la violenza sulle donne. L’esposizione è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione FlagNoFlags e la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla.
Torna anche Speciale diciottoventicinque, un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni che porta all’ideazione e alla creazione di un lavoro legato al tema di Fotografia Europea 2026 che rientra nel circuito ufficiale della manifestazione. Tutor di questa edizione sono Marcello Coslovi e Alex Tabellini di Sugar Paper, realtà modenese dedicata alla promozione e alla diffusione della fotografia contemporanea, soprattutto attraverso il libro fotografico. L’esito finale sarà quindi la creazione di un racconto sotto forma di piccola pubblicazione, in cui emergeranno le diverse declinazioni del tema. Il lavoro offrirà una visione corale di cosa significhi, per le nuove generazioni, confrontarsi con i “fantasmi del quotidiano”.
Ad abbracciare il festival, numerose altre mostre partner che gravitano intorno ad esso, organizzate dalle più importanti istituzioni culturali cittadine e ospitate nei loro spazi.
Dal 30 aprile 2026 al 14 giugno 2026 – Reggio Emilia – sedi varie
Avviata dalla Tate Britain in collaborazione con l’Art Institute of Chicago, la mostra riunisce circa 250 stampe d’epoca e moderne, alcune delle quali mai esposte prima, offrendo una nuova prospettiva sulla sua opera.
Figura centrale dell’avanguardia internazionale, Lee Miller (1907, Poughkeepsie, Stati Uniti – 1977, Chiddingly, Regno Unito) fu di volta in volta modella di moda, artista surrealista, ritrattista, fotografa di moda e corrispondente di guerra accreditata presso l’esercito degli Stati Uniti. A lungo relegata al ruolo di musa, oggi è riconosciuta come una delle grandi fotografe del XX secolo.
La mostra ripercorre l’intera carriera dell’artista, dagli inizi a New York agli anni della guerra in Europa, includendo il periodo trascorso in Egitto e la sua vita a Londra. Il percorso mette in luce l’ampiezza di una produzione in cui sperimentazione formale, audacia visiva e impegno politico convivono.
Diciotto anni dopo l’ultima retrospettiva francese al Jeu de Paume, il Musée d’Art Moderne de Paris propone una mostra articolata in sei sezioni che combinano un approccio cronologico e tematico.
La mostra
Il percorso si apre con un gruppo di ritratti di Lee Miller realizzati da alcuni dei più importanti fotografi e registi degli anni Venti e Trenta. Lee Miller emerge nella New York della fine degli anni Venti come figura di primo piano, inizialmente grazie alla sua attività di modella. Diventa una delle modelle più richieste dalle riviste, incarnando l’archetipo della donna moderna, emancipata e attiva. Durante il soggiorno a Parigi, i suoi rapporti con i surrealisti la portano a interpretare uno dei ruoli principali nel primo film di Jean Cocteau, “Il sangue di un poeta” (1930 – 1932).
La mostra prosegue analizzando l’importanza del suo soggiorno parigino tra il 1929 e il 1932. Questo periodo è segnato dall’incontro con Man Ray, di cui diventa allieva e compagna. La loro intensa collaborazione esplora il potere erotico del mezzo fotografico e conduce alla scoperta condivisa della solarizzazione. Ciò che Lee Miller definiva “solarizzazione”, noto anche come effetto Sabatier, è una tecnica in cui una stampa o un negativo vengono brevemente riesposti alla luce durante lo sviluppo. Il risultato è un’inversione parziale dei toni dell’immagine che produce un alone dall’effetto quasi onirico. Sebbene il fenomeno fosse stato osservato già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Man Ray e Lee Miller sono spesso considerati i primi artisti ad averne fatto un uso creativo.
Lee Miller apre un proprio studio e lavora come fotografa per Vogue, affermando così la propria indipendenza artistica. Le sue fotografie, riconoscibili per l’uso di angolazioni oblique e accostamenti inattesi, vengono esposte nelle gallerie parigine accanto ai maggiori fotografi dell’epoca, tra cui Germaine Krull e Brassaï.
Questo periodo intenso si conclude nel 1932 con il suo ritorno a New York, dove apre un nuovo studio. La sua prima mostra personale è organizzata dalla Julien Levy Gallery. Non ce ne saranno altre durante la sua vita. La sua attività di ritrattista, al centro di una delle sezioni della mostra, prospera e prosegue per tutta la sua lunga esistenza, riflettendo i numerosi legami con gli ambienti artistici e letterari.
Nel 1934 Lee Miller sposa l’imprenditore egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce con lui al Cairo. Le fotografie di questo periodo colpiscono per la forza dei motivi, delle texture e delle inquadrature che strutturano le immagini. Lontana da ogni esotismo, Miller si concentra piuttosto sui contrasti tra materiali e forme e sugli spostamenti percettivi generati da angolazioni insolite.
Nel 1937 l’incontro con il pittore e poeta surrealista Roland Penrose la allontana progressivamente dall’Egitto. Inizia a trascorrere sempre più tempo in Europa insieme ai suoi amici surrealisti. Nel 1939, allo scoppio della guerra, decide di restare a Londra e si impegna sempre di più nell’edizione britannica di Vogue come fotografa di moda. Questa sezione mostra come abbia integrato nelle sue immagini le rovine e i bombardamenti di Londra. Contribuisce inoltre alla pubblicazione “Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire” nel maggio 1941, che documenta la vita quotidiana durante il Blitz, mescolando celebrazione patriottica e umorismo nero.
Nell’inverno del 1942 Miller diventa una delle poche fotografe a ottenere l’accreditamento come corrispondente di guerra per gli Stati Uniti. Da quel momento segue direttamente il conflitto e realizza numerosi servizi dedicati alle donne impegnate nello sforzo bellico – infermiere, membri della difesa antiaerea, aviatrici – pubblicati nelle edizioni britannica e americana di Vogue.
Poche settimane dopo lo sbarco in Normandia nel giugno 1944 attraversa la Manica per seguire l’avanzata delle truppe alleate e si ritrova in prima linea, in particolare durante la liberazione di Saint-Malo. Le sue fotografie e i suoi articoli mostrano con forza la violenza della guerra. La mostra mette in evidenza il modo in cui si distingue dal reportage bellico tradizionale grazie al tono adottato e al suo coinvolgimento profondamente personale. Il suo sguardo si concentra più sui dettagli significativi che sul vasto teatro delle operazioni militari.
Nell’aprile del 1945, insieme al fotografo di Life David E. Scherman, Lee Miller si reca a Dachau e Buchenwald subito dopo la liberazione dei campi. Accompagnate da un articolo intitolato “Credeteci – giugno 1945”, alcune delle immagini pubblicate su Vogue esprimono tutta la sua indignazione. Le fotografie di Lee Miller furono tra le prime a rivelare al grande pubblico il programma nazista di sterminio di massa.
Il 30 aprile 1945, dopo aver fotografato il campo di Dachau, Lee Miller si dirige a Monaco ed entra nell’appartamento di Adolf Hitler. In una fotografia costruita con cura e carica di simbolismo posa nella vasca da bagno del dittatore. All’epoca poco diffusa, l’immagine è oggi considerata una delle fotografie più iconiche della fine della guerra. Lee Miller continua a fotografare l’Europa e la Liberazione fino al gennaio 1946. Queste immagini raccontano il dolore e la privazione ma anche le persone rimaste indietro, come donne e bambini, nei giorni della Liberazione. Miller confida al suo editore: “Preferisco descrivere la devastazione delle città distrutte e delle persone ferite piuttosto che affrontare il morale spezzato e la fede infranta di chi pensava che le cose sarebbero tornate come prima”.
Negli anni successivi Miller fatica a superare l’esperienza della guerra. L’ultima sezione della mostra si concentra sulla sua vita a Farley Farm House, nel Sussex, dove si stabilisce con Roland Penrose e il loro figlio Antony. In un primo momento continua a realizzare reportage e fotografie di moda per Vogue, ma progressivamente abbandona il lavoro commerciale. In un contesto più intimo continua a fotografare la famiglia e gli amici, immagini che testimoniano il suo costante legame con l’avanguardia internazionale. Farley Farm House, specchio della coppia Miller-Penrose, diventa un importante luogo di incontro e scambio artistico, dove Lee Miller si dedica anche a sperimentazioni culinarie che rendono omaggio alla creatività dei suoi amici.
Dal 10 Aprile 2026 al 2 Agosto 2026 – MAM – Musée d’Art moderne de Paris
Alessia Paladini Gallery è lieta di presentare Due, fotografie di Riccardo Scibetta In questa serie, Riccardo Scibetta costruisce un percorso visivo che prende avvio da una costellazione di ritratti uniti da questo gesto elementare e potentissimo. Le mani che si cercano, si stringono, si accompagnano, diventano il punto di condensazione di una relazione e, al tempo stesso, la chiave per interrogare la fotografia nella sua dimensione più autentica. In un tempo segnato dalla produzione compulsiva e incessante di immagini, Due si pone come un gesto di sottrazione, di ascolto e di resistenza. Lontana dalla logica della quantità, la mostra riporta al centro la densità del momento fotografico: non l’immagine come consumo rapido, ma come esperienza, relazione, presenza. In queste immagini il soggetto non è mai soltanto la persona ritratta, né soltanto la coppia che l’immagine mette in scena. Il vero soggetto è il tra: lo spazio invisibile ma decisivo che unisce due presenze, la tensione emotiva che passa attraverso un contatto, la traccia di un vincolo che la fotografia riesce a trattenere. Il nucleo del progetto nasce dal recupero di ritratti di persone che si tengono per mano, un’azione che è insieme archivistica, affettiva e culturale. Scibetta rintraccia in queste immagini una forma essenziale di umanità: il contatto, il legame, la prossimità. Un gesto minimo che, proprio nella sua apparente semplicità, attraversa significati molteplici — amore, cura, complicità, protezione, appartenenza, promessa. Il recupero di questi ritratti non risponde però a una logica nostalgica, ma a una precisa esigenza critica. Nell’epoca dell’accumulo indiscriminato e della circolazione istantanea delle immagini, Due rimette al centro ciò che la contemporaneità tende a marginalizzare: il valore del singolo atto fotografico. Ogni fotografia qui riafferma la propria unicità, la propria irriducibilità a semplice contenuto da scorrere, archiviare, dimenticare. Scibetta si confronta così con una delle contraddizioni più forti del presente: mai come oggi produciamo immagini, e mai come oggi rischiamo di non vederle davvero. La bulimia visiva che caratterizza il nostro quotidiano genera assuefazione, superficialità, perdita di attenzione. In questo contesto, recuperare immagini di persone che si tengono per mano significa opporre alla dispersione una pratica di scelta e di concentrazione; significa restituire centralità a quelle fotografie che contengono ancora una soglia di verità, un’urgenza relazionale, una memoria incarnata. La mostra invita così a riflettere su una questione oggi centrale: che cosa rende davvero necessaria un’immagine? Non la sua proliferazione, ma la sua capacità di custodire un momento, di testimoniare una relazione, di trattenere una verità emotiva. Nei ritratti raccolti da Scibetta, il gesto delle mani che si incontrano diventa allora una soglia simbolica: tra due persone, tra il passato e il presente, tra la fotografia e chi la osserva. Due ci ricorda che fotografare non è soltanto moltiplicare visioni, ma riconoscere un momento degno di essere custodito. E guardare, a sua volta, non è consumare immagini, ma entrare in relazione con esse.
Per questo la mostra non si limita a presentare una sequenza di ritratti: costruisce un tempo dello sguardo. Ci chiede di rallentare, di sostare, di leggere in quel gesto minimo — una mano nell’altra — la possibilità di un’immagine che non si esaurisce nel suo apparire, ma continua a risuonare. Due è dunque una mostra sul legame, ma anche sulla responsabilità dello sguardo. Una riflessione poetica e critica sul valore delle immagini quando tornano a essere non semplice flusso, ma memoria, incontro, scelta.
Fotografie di Riccardo Scibetta Inaugurazione con l’artista Giovedì 14 maggio 2026 ore 18.00 – 21.00 Fino a venerdì 24 luglio 2026
Alessia Paladini Gallery Via Pietro Maroncelli 11 Milano +39 339 7124519 | ap@alessiapaladinigallery.it Alessia
L’esposizione WERNER BISCHOF. Point of view, realizzata in collaborazione con Magnum Photos, propone, a 110 anni dalla nascita del fotografo svizzero, una selezione di fotografie vintage che approfondiscono la vita e il lavoro dell’autore.
La mostra è divisa in quattro sezioni, ognuna dedicata a un periodo fondamentale dell’attività di Bischof: dagli esordi in Svizzera agli scatti realizzati durante e al termine della Seconda Guerra Mondiale, dai resoconti in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina fino ai viaggi in Nord e Sud America degli anni Cinquanta, dove morì tragicamente in un incidente d’auto.
Dal 19 Maggio 2026 al 18 Ottobre 2026 – Museo Diocesano Carlo Maria Martini – Milano
Il prossimo 5 maggio a Venezia, presso l’Orto Giardino del Redentore alla Giudecca, Venice Gardens Foundation inaugura Orizzonte. Un giardino a Venezia, mostra di Sarah Moon, dalle ore 9.30 alle ore 15.00. L’esposizione, realizzata dalla Fondazione, resterà aperta al pubblico fino al 6 ottobre 2026.
Nel corso del 2025 Venice Gardens Foundation ha invitato Sarah Moon all’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore, recentemente restaurato dalla Fondazione. Dall’incontro nasce Un giardino a Venezia, film di quattro minuti in intima risonanza con l’essenza del giardino annesso alla Basilica del Palladio, eretta a simbolo di rinascita dopo la peste del 1575. Eredità spirituale e botanica al tempo stesso, eremo di meditazione ed armonia dove il silenzio non è mera assenza di rumore, ma soffio delicato d’una pace profonda che la musica di Arvo Pärt, accompagnando le immagini, rende palpabile. Note e miraggi si fondono con le fotografie di natura realizzate dall’artista nel corso della sua prestigiosa carriera, culminando nella mostra Orizzonte. Moon suggerisce, evoca, cattura le ombre, gli interstizi e i silenzi sospesi, echi della memoria. Nel corso del viaggio i confini vacillano, disorientano lo sguardo dischiudendo oniriche narrazioni, riflessi della complessa dialettica tra visibile ed invisibile. L’opera di Sarah Moon s’intreccia qui con la missione di Venice Gardens Foundation, che cura e custodisce i giardini affidatile vegliando sull’eterna loro metamorfosi, inducendo l’anima irrequieta ad indugiare nel mistero.
In occasione della mostra è stato pubblicato il libro Orizzonte. Un giardino a Venezia, stampato in edizione limitata in 500 copie numerate da 1 a 500. La mostra è stata realizzata da Venice Gardens Foundation, con il sostegno di Van Cleef & Arpels.
“La mia gratitudine ad Adele Re Rebaudengo e a Venice Gardens Foundation per avermi concesso di trascorrere alcuni giorni in solitudine nell’Orto Giardino della Chiesa del Santissimo Redentore e aver reso possibile la nascita della mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia. Entrare in questo luogo, pazientemente restaurato, significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima, interrotto solamente dal rintocco delle campane che ricorda la presenza dei frati. Vorrei ringraziare Arvo Pärt, la cui musica perpetua il mistero del tempo.Ringrazio inoltre tutti coloro che hanno concorso alla realizzazione del progetto”. Sarah Moon
“Siamo felici e onorati di aver accolto Sarah Moon all’Orto Giardino del Redentore; la sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di “sentire” la natura, concorrendo alla sua preservazione: l’una attraverso la maestria dello scatto fotografico e le immagini in movimento, l’altro grazie al restauro, alla cura e custodia costanti. L’intreccio tra la selezione di fotografie “Orizzonte”, il film “Un giardino a Venezia” – entrambi realizzati da Moon – e le musiche di Arvo Pärt “Fratres” – interpretata dai dodici Violoncellisti della Berlin Philharmonic Orchestra –e “Miserere” – interpretata da The Hilliard Ensemble, Paul Hillier – costituisce la trama di quest’evento che, oltre ad uno sguardo contemplativo sull’Orto, su Venezia, sulla Natura, restituisce quello del Giardino, della Città, della Natura stessi”. Adele Re Rebaudengo, Presidente di Venice Gardens Foundation.
Dal 5 Maggio 2026 al 6 Ottobre 2026 – Orto Giardino del Redentore – Venezia
Fondazione Marconi e Gió Marconi sono liete di annunciare Man Ray: M for Dictionary, un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi. La mostra, presentata in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.
Fotografo tra i più celebrati dell’epoca moderna, ideatore originale di oggetti e multipli, pittore e disegnatore, Man Ray è stato un artista multimediale nel senso più ampio del termine. Attratto dal passaggio dall’artigianato manuale alla riproduzione meccanica, cercava di fondere dimensione formale e concettuale. Ma forse, più di ogni altra cosa, il mezzo espressivo che ha attraversato e caratterizzato l’intera sua produzione artistica è stato il linguaggio.
All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890, Man Ray era figlio di immigrati russi che si stabilirono inizialmente a Filadelfia per poi trasferirsi a Brooklyn. Nel 1912 la famiglia abbreviò il proprio cognome in Ray con l’intento di celarne le origini ebraiche. Ancora giovane, Emmanuel fece lo stesso, trasformando il proprio nome in Man Ray: un gioco di parole dal carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la propria identità senza cancellarla del tutto. Questo episodio, al tempo stesso fonte di ispirazione e di tensione, divenne emblematico del suo modo di intendere l’arte e rappresentò con ogni probabilità il primo di una lunga serie di slittamenti e giochi linguistici.
Come un dizionario, la mostra Man Ray: M for Dictionary sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini.
Prima retrospettiva dell’opera di Man Ray che fa del linguaggio la principale chiave di lettura, Man Ray: M for Dictionary rievoca l’esposizione dell’artista presso lo Studio Marconi nel 1969 (Je n’ai jamais peint un tableau récent) e la realizzazione del suo celebre ciclo di disegni Alphabet for Adults. Raccolta di giochi visivi e linguistici, ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera – ‘D’ per delight, devise o do, e ‘R’ per real o regret. Vero e proprio scrittore visivo, Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio. «Creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione può condurre solo a nuove scoperte nel linguaggio», scriveva, e «la concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino». M for Dictionary è organizzata in cinque sezioni principali, intitolate ‘The Alphabet’, ‘Light Writing’, ‘Body Language’, ‘Objectives’ e ‘Mathematical Objects’. Un secondo allestimento, dal titolo In Other Words, presenta opere di artisti contemporanei della galleria – Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani – la cui attenzione al linguaggio come condizione della creazione visiva e materiale si collega direttamente all’eredità di Man Ray.
Dal 10 aprile 2026 al 24 luglio 2026 – GióMARCONI – Milano
Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027, Palazzo dei Musei di Reggio Emilia presenta Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori, a cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri, con la curatela musicale di Giulia Cavaliere. La mostra, che si apre nell’ambito della XXI edizione del festival Fotografia Europea, comprende anche un nucleo intitolato Oltre quei monti il mare, concepito grazie alla partecipazione del musicista Iosonouncane, e un focus allestito presso il Teatro Valli, visitabile fino al 14 giugno.
Nel 2021, nell’ambito del riallestimento curato da Italo Rota, nel secondo piano di Palazzo dei Musei è stata inaugurata una nuova sezione fotografica concepita come uno spazio dinamico di ricerca, pensiero e valorizzazione delle immagini. La sezione dedica uno spazio permanente all’opera di Luigi Ghirri, figura centrale per la storia della fotografia e per l’identità culturale della città. Il progetto – promosso dal Comune di Reggio Emilia (Musei Civici e Fototeca della Biblioteca Panizzi) in collaborazione con la Fondazione Luigi Ghirri – vede ogni anno una nuova esposizione che racconta la complessità della produzione del grande fotografo attraverso prospettive critiche inedite e il coinvolgimento di artisti contemporanei.
Il progetto espositivo per l’anno 2026-2027, esplora quella che Luigi Ghirri definisce la “strana e misteriosa parentela tra suono e immagine” che, da sempre, lo affascina. Grande appassionato di musica, Ghirri le attribuisce un ruolo centrale: lo dimostrano la passione per l’opera di Bob Dylan, la profonda amicizia con Lucio Dalla e l’importante collezione di dischi. Ma lo rivelano anche i suoi scritti, attraversati da continui rimandi all’influenza che la musica ha avuto sul suo modo di guardare e di costruire immagini. Al pari della pittura, della filosofia, della letteratura, della fotografia e del cinema, la musica concorre infatti alla formazione di quell’“immagine dell’esterno” su cui Ghirri si interrogava costantemente, riconoscendole – come alla fotografia – una capacità narrativa in grado di attivare veri e propri “squarci visionari”.
Luigi Ghirri. A Series of Dreams. Paesaggi visivi e paesaggi sonori intende affrontare questi diversi livelli di contatto tra fotografia e musica, articolandoli in un percorso in tre parti. Il corridoio centrale raccoglie fotografie dedicate ai luoghi della musica: disegni parietali di trombe e percussioni, interni di teatri, chiese con organi come fossero piccoli monumenti, juke-box e pianoforti, che insieme compongono un ritratto stratificato che intreccia cultura alta e popolare, mostrando la musica come presenza storica o apparizione fugace. Un secondo nucleo della mostra presenta numerosi materiali, anche inediti, che raccontano la relazione di Ghirri con i musicisti fra cui Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni, i CCCP e molti altri. Questa restituzione è anche l’occasione per valorizzare il contributo – ancora poco raccontato – di Paola Borgonzoni, designer e figura decisiva accanto a Ghirri (compagna di vita e di lavoro) sia nei progetti editoriali sia nell’ideazione delle copertine dei dischi.
Il terzo nucleo intitolato Oltre quei monti il mare è concepito come uno spazio di sperimentazione e ricerca sul soundscape e sulla relazione tra paesaggio visivo e paesaggio sonoro, grazie all’intervento artistico, realizzato appositamente per la mostra, del cantautore, produttore discografico e compositore Iosonouncane. L’intervento intende mettere in relazione l’ecologia dello sguardo di Ghirri e l’ecologia acustica del compositore, scrittore e ambientalista Raymond Murray Schafer, evidenziando come, negli stessi anni ma in ambiti diversi, entrambi abbiano riflettuto su una crescente difficoltà nel vedere e nel sentire, causata dalla saturazione dell’ambiente esterno. Paesaggio visivo e paesaggio sonoro emergono così come due modalità di orientamento e di relazione con l’ambiente e la natura.
Dal 30 aprile al 14 giugno 2026, in occasione di Fotografia Europea, un ulteriore focus dedicato alle immagini per le copertine di musica classica della storica etichetta discografica RCA, è allestito nella sala ottagonale del Teatro Valli. La scelta richiama un luogo centrale nell’esperienza di Luigi Ghirri, che con I Teatri di Reggio Emilia ha collaborato a lungo, fotografando spettacoli e ambienti. Accanto alle copertine, sono esposte anche immagini preziose custodite nell’Archivio storico del Teatro Municipale: fotografie degli spettacoli realizzati negli anni, che restituiscono lo sguardo di Ghirri sulla scena e sul tempo teatrale. La presenza di queste opere sottolinea il valore dell’archivio come luogo vivo di conservazione e di cura, capace di custodire la memoria e la bellezza nel tempo e di renderle nuovamente accessibili e condivise.
La mostra è accompagnata da una serie di contenuti testuali e audio originali a cura di Giulia Cavaliere: approfondimenti, dialoghi e interviste che si intrecciano al percorso e invitano a una fruizione “in ascolto”. Le voci di artisti e musicisti – alcuni dei quali hanno collaborato con Ghirri o ne hanno condiviso un tratto di strada – restituiscono, in forma diretta, il dialogo tra suono e immagine che attraversa l’intero progetto.
Dal 30 aprile 2026 al 28 febbraio 2027 – Palazzo dei Musei
Gagosian è lieta di annunciare Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, una mostra di fotografie di Francesca Woodman (1958–1981). Incentrata sulle sue affinità con il Surrealismo, la mostra apre il 29 aprile e propone circa cinquanta fotografie realizzate da Woodman nel corso della sua vita, molte delle quali mai esposte prima.
Raffigurando il proprio corpo e quello di altre modelle in ambienti naturali ed interni trasandati, Woodman utilizza la composizione e la mise-en-scène per trasmettere un senso di mistero e di teatralità. Destrutturando il confine tra il corpo, oggetti e ambienti, le sue fotografie mettono in scena sia l’affermazione del sé che temi di dissociazione. Nelle sue fotografie appaiono figure nude, vestite o velate; esposte o parzialmente nascoste; accompagnate da oggetti di uso quotidiano – uova, guanti, maschere, conchiglie, tazze da tè, frutta e pesce – che suggeriscono significati simbolici. Queste opere rivelano un’artista creativamente sicura di sé, giocosamente esplorativa e affascinata dall’uso rivoluzionario che i surrealisti facevano dell’allegoria, del linguaggio e degli oggetti comuni per esprimere il meraviglioso ed il misterioso.
Woodman ha studiato il Dadaismo e il Surrealismo alla Rhode Island School of Design (RISD) e i suoi taccuini contengono molti riferimenti alle teorie di questi movimenti. Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante nella sua formazione avendo trascorso molte estati della sua infanzia in Toscana con i genitori, entrambi artisti americani. Fluente in italiano e conoscitrice dell’arte e della cultura italiana, ha vissuto a Roma nel 1977 e nel 1978 mentre era ancora iscritta alla RISD. In città frequentava la Libreria Maldoror, una libreria e galleria specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista che ha ospitato la prima mostra personale dell’artista in Europa.
Nel 1979 scrisse all’editore italiano Alberto Piovani, citando come influenze “[Josef] Koudelka, Brassaï, [Jean-Auguste-Dominique] Ingres e Balthus” e osservando: “Vorrei che le parole fossero per le mie fotografie ciò che le fotografie sono per il testo in ‘Nadja’ di André Breton. Egli individua tutte le allusioni e i dettagli enigmatici di alcune istantanee piuttosto ordinarie e prive di mistero e li elabora in una storia. Vorrei che le mie fotografie sintetizzassero l’esperienza”.
Il titolo della mostra fa riferimento alla fotografia di Woodman dallo stesso titolo, 1975–77 circa, in cui le mani reggono un frammento di specchio al di sotto di una natura morta su un tavolo, e ha lo stesso impatto associativo delle immagini surrealiste di Breton e Luis Buñuel. In una nota scritta nel 1976, Woodman collegò l’opera ad un corso sulle fiabe che frequentò durante il suo primo anno alla RISD associando quel titolo alla favola della “Regina delle nevi”, che immagina simbolici frammenti di specchio che distorcono la percezione della bellezza e della bruttezza. Altre opere in mostra incorporano specchi, lastre di vetro e immagini fotografate, dipinte e stampate, che stravolgono le aspettative di una visione omogenea attraverso la moltiplicazione e la sostituzione.
Secondo la storica dell’arte Alyce Mahon, nel suo nuovo articolo per il Gagosian Quarterly, “Gli oggetti non sono personali ma sono plasmabili nell’opera di Woodman, servendo a portare il surreale nello spazio vissuto, che sia lo studio, una casa abbandonata o la natura. In questo modo la loro utilità assume un nuovo significato: si trasformano in veicoli per nuovi incontri tra estranei o cose strane”.
Altre fotografie ritraggono la figura femminile elaborata in modi insoliti, con anguille e lucci drappeggiati sul suo corpo nudo, la carne pizzicata con mollette da bucato, le gambe avvolte con del nastro adesivo. Questi ritratti si ricollegano all’interesse del Surrealismo per le immagini oniriche e la feticizzazione, suggerendo al contempo una parodia dei tratti distintivi dello stesso. Operando da entrambi i lati della macchina fotografica per dar vita al suo lavoro, il suo dialogo con il Surrealismo è da vedere nel contesto della fotografia contemporanea, dell’arte concettuale, del femminismo e di altri temi su cui si è imbattuta alla RISD e a Roma.
Dal 29 Aprile 2026 al 31 Maggio 2026 – Gagosian Roma
La Fondazione Brescia Musei, nell’ambito delle proprie attività di promozione e valorizzazione del patrimonio culturale della città, ha elaborato un progetto che ne interpreta e racconta la ricchezza artistica attraverso la fotografia. Il concept si è tradotto nella installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, che sarà esposta dal 27 marzo al 12 luglio 2026 alla Pinacoteca Tosio Martinengo a Brescia. Si tratta di un dittico fotografico, commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese Bruce Gilden, in occasione della mostra – A closer look– in programma dal 27 marzo al 23 agosto al Museo di Santa Giulia, e arricchirà la collezione permanente dei Musei Civici di Brescia.
Il progetto del dittico di Bruce Gilden nasce e prende forma proprio dall’occasione della richiesta di prestito dei due capolavori di Raffaello Sanzio custoditi in Pinacoteca: l’Angelo e il Cristo Redentore benedicente. Le due tavole sono infatti protagoniste della prestigiosa mostra Raphael: Sublime Poetry presso il Metropolitan Museum of Art di New York (dal 29 marzo al 28 giugno 2026). Partendo da questa contingenza logistica, la Fondazione ha scelto di dare vita a un’operazione di committenza contemporanea che rilegge l’eredità raffaellesca, proseguendo il fortunato modello sperimentato nel 2023 con David LaChapelle (ispirato a Giacomo Ceruti), confermando una strategia precisa: utilizzare il momento del prestito internazionale — segno della reputazione globale dei musei bresciani — come volano per la produzione di nuove opere d’arte.
Nella collezione del fondatore Paolo Tosio (1775-1842), Raffaello occupava il ruolo di principe delle arti, di massimo rappresentante dell’antico, di traduttore degli ideali di armonia, grazia ed equilibrio. Principi che trovano una loro manifestazione nei corpi ideali, pacati e celesti dell’Angelo e del Cristo Redentore. Al fotografo statunitense è stata posta una sfida complessa e allo stesso tempo piena di fascinazione: compiere un salto nella storia, una sorta di ellissi, ma con nuove referenze visive. La sfida di Bruce Gilden si è configurata come un’operazione di “messa a fuoco” contemporanea che supera la citazione iconografica per trasformare il sacro in pura presenza umana. Abbandonando gli stilemi della street photography per una costruzione dell’immagine più meditata e frontale — che riecheggia la luce zenitale di Raffaello — il fotografo spoglia le figure divine dal dogma religioso per restituire loro corporeità e coscienza. Attraverso questo “sguardo ravvicinato” (closer look), Gilden accorcia le distanze temporali e metafisiche, invitando lo spettatore a un atto di fede laico in cui la fotografia non si limita a documentare il reale, ma diventa strumento di rivelazione delle aspirazioni più profonde dell’uomo, celebrando una “grazia” che risiede nella nuda e irriducibile purezza del presente.
Il progetto Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Dal 27 March 2026 al 12 July 2026 – Pinacoteca Tosio Martinengo – Brescia
Aleksandr Rodčenko, Ragazza pioniera, 1930 | courtesy Paolo Clerici
La fotografia è un linguaggio che custodisce il mondo: conserva la memoria, rivela le trasformazioni, restituisce ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità. È con questa consapevolezza che nasce la mostra fotografica 100 fotografie per ereditare il Mondo, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, in programma dal 7 marzo al 28 giugno, a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti. Una mostra prodotta da 24 ORE Cultura, sostenuta da Zurich come Main Sponsor e supportata da Turisanda1924, esclusivo brand di viaggi di Alpitour World, che intreccia la grande storia della fotografia con le tensioni, le domande e le ossessioni del presente, offrendo un viaggio per immagini lungo due secoli.
L’idea di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo scelto per questa mostra, si traduce in una riflessione sul nostro tempo: un mondo complesso, segnato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti ibridi, multiculturalità crescente e un’eccessiva saturazione visiva. In questo scenario, la fotografia diventa un modo per orientarsi, per costruire coscienza, per trovare un posto nella memoria collettiva. È proprio da questa esigenza di leggere il presente che prende forma lo sguardo storico della mostra. Siamo entrati a pieno titolo ormai nel secondo venticinquennio degli anni Duemila, eppure il nostro modo di osservare il mondo resta ancorato al Novecento. Da qui nasce la necessità di avviare una riflessione sulla storicizzazione del presente, senza perdere di vista il passato. I criteri di selezione non rispondono a gerarchie tra valori storici, estetici, politici o culturali: tutto è parte di un unico patrimonio collettivo. La scelta delle 100 fotografie, necessaria per circoscrivere un territorio visivo immenso, riflette dunque una visione curatoriale che definisce e sostiene questo viaggio nella storia dell’uomo.
La mostra si apre con una sezione introduttiva, “Società senza immagini – società con le immagini“, che attraverso silhouette, dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi e carte de visite restituisce il passaggio epocale da un mondo in cui l’immagine era rara, preziosa e unica a un mondo in cui diventa strumento sociale, familiare e identitario. È il momento in cui il ritratto entra nella vita quotidiana e la fotografia inizia a costruire una memoria condivisa. A partire da questa soglia storica, la mostra ripercorre l’intera e globale storia della fotografia, avviando il percorso con la prima sezione, “Nascita della fotografia“, dedicata alle prime sperimentazioni visive. Qui trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti poetici e visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855. In questa sezione è presente anche Femme à la balle (1887) di Eadweard Muybridge, realizzata in Inghilterra, che introduce la fotografia come strumento di analisi del movimento e anticipa una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine.
Alla prima sezione si affianca la seconda sezione, “Fotografia: tra realtà e finzione“, che segna il passaggio decisivo verso la modernità. Qui la fotografia, ormai tecnicamente matura, comincia a esplorare nuove possibilità linguistiche: abbandona l’idea di essere soltanto uno strumento di registrazione e si apre alla sperimentazione, alla costruzione dell’immagine, alla ricerca formale. In questo panorama si inseriscono le sperimentazioni surrealiste di Man Ray, le audaci inquadrature avanguardistiche di Aleksandr Rodčenko, e l’ironia coreografata di André Kertész con la celebre Satiric dancer (1926). Accanto a loro, opere come Behind the Gare Saint-Lazare (1932) di Henri Cartier-Bresson introducono una concezione nuova di fotografia, in cui l’immagine restituisce un senso di imprevedibilità solo in apparenza spontanea, frutto invece di uno sguardo attentissimo alla composizione, mentre Dali Atomicus (1948) di Philippe Halsman sovverte ogni regola della fisica trasformando il gesto fotografico in performance. Le composizioni visionarie di Mario Giacomelli e le invenzioni concettuali di Joan Fontcuberta completano una sezione che mostra come, già nel Novecento, la fotografia avesse saputo reinventarsi, oscillando tra documento e finzione e aprendo la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
A seguire, si aprono quattro sezioni tematiche che interpretano la fotografia come documento, diario, evocazione e, più in generale, come uno degli strumenti attraverso cui l’immagine partecipa al racconto dell’esistenza umana. Seguendo la distinzione formulata da John Szarkowski al MoMA negli anni Sessanta, la mostra entra nella sua terza sezione, “Fotografia come documento”, dedicata alla fotografia Window: quella che osserva il mondo e registra gli eventi reali. In questo capitolo trovano spazio le immagini che hanno raccontato le guerre del Novecento, lo sbarco dell’uomo sulla Luna e, più in generale, quei momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea.
Dalla Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), icona assoluta della Grande Depressione e simbolo universale della fragilità e della resilienza umana, allo storico sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), simbolo assoluto della conquista scientifica e del potere delle immagini come prova dell’impossibile. Si prosegue con la forza drammatica della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy, che documenta la gioia e la fragilità di un momento di svolta epocale, fino alle ferite dell’11 settembre, catturate da Joel Meyerowitz a Ground Zero nel 2001, unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo l’impatto emotivo e materiale dell’attacco. Sono immagini che hanno scosso coscienze e contribuito a costruire la nostra memoria collettiva: nel Novecento il fotografo era davvero l'”occhio del mondo”. La sezione accoglie anche alcune fotografie di Martín Chambi provenienti dall’archivio del MUDEC, conservato nelle collezioni del Museo. Queste immagini rappresentano una testimonianza preziosa del suo straordinario lavoro di documentazione delle comunità andine tra il 1927 e il 1944: attraverso uno sguardo rigoroso e poetico, Chambi ha saputo restituire con rara intensità la dignità, la forza culturale e l’identità dei popoli del Perù, offrendo un contributo fondamentale alla storia della fotografia documentaria latino-americana.
A questa prospettiva si affianca la quarta sezione, “Fotografia come diario”, dedicata alla fotografia Mirror, che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e quella dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile. La mostra riunisce alcuni autori che hanno saputo usare la messa in scena, il corpo e l’autorappresentazione come strumenti di indagine identitaria. Tra questi emerge Claude Cahun, che già nel 1927 mette in discussione i codici di genere attraverso autoritratti costruiti come veri e propri dispositivi psicologici; Pierre Molinier, che negli anni Sessanta esplora il desiderio e la metamorfosi del corpo in immagini volutamente trasgressive e teatrali; e Robert Mapplethorpe, la cui ricerca, esemplificata in mostra dalla fotografia Bob Love (1979), esprime una potenza formale e simbolica capace di trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Questi due emisferi, un tempo distanti, nell’ultimo quarto di secolo convergono verso un linguaggio ibrido, in cui documentazione e introspezione non sono più opposti ma coesistono in una tensione continua. Oggi viviamo in un’epoca caratterizzata da un’iperproduzione di immagini: nel tempo necessario per pronunciare una frase si scattano più fotografie che in tutto il XIX secolo. Questo ridisegna il nostro modo di vedere e di stare nel mondo. La fotografia diventa parte costante e pervasiva delle nostre vite, influenzando la percezione, il ricordo, il modo stesso in cui interpretiamo la realtà. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, cresciute nel post-digitale, vivono un’eredità del Novecento che non è più trauma, ma sottofondo: una memoria che continua a vibrare mentre il futuro impone nuove priorità e nuovi immaginari. Molti autori contemporanei non cercano più l’evento da registrare, ma la sua risonanza emotiva: ciò che resta, ciò che si sedimenta, ciò che cambia prospettiva. La quinta sezione, “Fotografia come evocazione”, è dedicata all’ambiguità del linguaggio fotografico: un territorio in cui la fotografia diventa evocazione, metafora e costruzione simbolica. Qui le immagini reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva. Tra gli autori presenti figurano Newsha Tavakolian (Listen, 2010), Sandy Skoglund con il suo immaginario surreale, Nancy Burson e le sue sperimentazioni sull’identità (Androgyny, 1982), David LaChapelle con le sue scenografie visionarie, e Mat Collishaw, che con Last meal on death row (2012) unisce estetica, simbolismo e riflessione etica. Dalle ambiguità del linguaggio si approda alla sesta sezione, “Fotografia come bussola per il domani”, dedicata ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo, un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente. È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: la multiculturalità, le questioni di genere, le migrazioni, i conflitti civili, la crisi ambientale e i nuovi modelli di appartenenza. Tra gli autori presenti figurano Ebrahim Noroozi, che in Lake Undecided (2016) riflette sulla fragilità del rapporto tra essere umano e natura; Carlos Ayesta e Guillaume Bression, che nella serie Fukushima No-Go Zone (2011–2016) esplorano il vuoto e l’assurdità dei territori contaminati dopo il disastro nucleare; e Gohar Dashti, che in Home #8 (2017) mette in scena la casa come luogo di resistenza e memoria nelle aree colpite dalla guerra. Accanto a loro emerge il lavoro di Alba Zari, che con About the Y (2021) indaga l’identità attraverso un linguaggio visivo analitico e post-digitale, e quello di Carlos Idun-Tawiah, che con Hold Me Close (2024) restituisce con intensità il legame tra comunità, affetti e storia individuale. Insieme, queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In questo contesto, la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo. In questo intreccio di epoche, linguaggi e immaginari, “100 foto per ereditare il Mondo” ribadisce la vocazione del MUDEC come luogo dedicato alla comprensione delle culture attraverso l’immagine. Le fotografie selezionate non sono soltanto tasselli di un archivio visivo, ma frammenti di memoria che ci invitano a rallentare lo sguardo e a riconoscere, nella storia dell’immagine, una chiave per leggere più consapevolmente il nostro tempo. Attraversando la mostra, ogni visitatore è chiamato a raccogliere questa eredità: un patrimonio condiviso che non appartiene solo al passato, ma continua a trasformarsi nel presente e ad aprire nuove prospettive sul mondo che verrà.
Dal 7 marzo 2026 al 28 giugno 2026 – Mudec – Milano
La fotografia di Guido Harari, se fosse musica, sarebbe jazz e rock insieme. Improvvisazione e struttura, libertà e rigore. Una ballata intensa che attraversa il rumore del mondo per andare dritta al cuore. Perché nei suoi ritratti – siano essi di Bob Dylan o di persone comuni – c’è un’attenzione che restituisce qualcosa di irriducibile: l’unicità di chi sta davanti all’obiettivo. In cinquant’anni di carriera Harari ha trasformato la fotografia in strumento di relazione prima ancora che di rappresentazione, costruendo un archivio di incontri che attraversa musica, cultura, scienza e umanità comune.
“Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti”, in programma alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 27 marzo al 26 luglio, non è una semplice retrospettiva. È un manifesto su cosa significa fotografare l’altro: non catturarlo, ma incontrarlo. Presentata oggi alla Basilica Palladiana, la mostra è promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin, il fotografo Guido Harari e Shel Shapiro (musicista, produttore discografico e attore).
«Questa è una Basilica Palladiana come non l’abbiamo mai vista, grazie a un allestimento davvero pazzesco – ha detto il sindaco Giacomo Possamai -. Un percorso visivo ed emozionale che attraverso i decenni della seconda metà del Novecento arriva fino ai nostri giorni. In questo viaggio ci accompagnano le foto di tutti i più grandi musicisti contemporanei e di tanti artisti e personaggi di fama mondiale. Sono immagini che in ciascuno di noi accendono ricordi ed emozioni. Una proposta che consente tanti piani di lettura differenti, totalmente nuova e affascinante per i vicentini e per tutti coloro che verranno a Vicenza per visitare questa mostra. Ringrazio l’assessore alla cultura Ilaria Fantin e il suo staff per una scelta che conferma il nostro obiettivo di mandato di rendere la Basilica Palladiana un luogo vivo, capace di trasformarsi per accogliere proposte culturali sempre diverse. Un processo che stiamo applicando a tutto l’ecosistema dei nostri spazi espositivi, da quelli tradizionali ai più innovativi».
«Dopo moltissimi anni, la Basilica Palladiana torna ad accogliere una grande esposizione fotografica. E lo fa offrendo un allestimento che si inserisce con un approccio curato, in pieno dialogo e rispetto del monumento – spiega l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin –. Trecento fotografie capaci di attivare ricordi, suggestioni e connessioni personali. Il percorso si sviluppa attraverso i volti di artisti provenienti da mondi diversi, nei quali ciascuno può riconoscere riferimenti culturali e tracce della propria esperienza. Nelle fotografie di Guido Harari, il ritratto supera la dimensione documentaria della celebrità per assumere un valore più profondo: le immagini restituiscono storie, emozioni e aspetti autentici dei soggetti. Aspetti che il fotografo sa cogliere grazie alla sua grande sensibilità, un onore e una grande opportunità poterlo ospitare nella nostra città».
La mostra riunisce oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia che documentano tutte le fasi di un percorso eclettico: dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale fino a un lavoro che ha attraversato editoria, pubblicità, moda, reportage e, soprattutto, il ritratto come luogo di prossimità e ascolto.
LA MUSICA COME GRAMMATICA DELLO SGUARDO Per Harari la musica non è mai stata solo un soggetto. È una grammatica, un modo di organizzare lo sguardo. Ogni ritratto nasce come variazione, improvvisazione controllata, incontro che si gioca nel tempo breve e denso dello scatto. Anche quando il soggetto non è un musicista, l’approccio resta musicale: ascolto reciproco, assenza di gerarchie, relazione viva e fisica. Non esiste un genere preciso a cui ricondurre questa pratica. Tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione intensa. «Non c’è nessun genere – osserva Harari – ma sicuramente è una fotografia da guardare ad alto volume!»
Questo legame profondo con la musica entra in risonanza anche con Vicenza e il suo territorio attraverso le immagini dedicate al jazz – diverse delle quali mai esposte prima (Jaco Pastorius e George Benson, e ancora Keith Jarrett, Miles Davis, Art Ensemble of Chicago, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jimmy Scott, Marcus Miller, Pat Metheny, Jan Garbarek, Gil Evans, Hannibal Lokumbe)– e la collaborazione con la trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 15 al 25 maggio 2026.
IL GIOCO COME METODO Ma come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari ha scelto il gioco. Non leggerezza superficiale, ma strategia precisa: creare le condizioni perché l’altro possa smettere di recitare se stesso.«L’idea era di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé» – spiega. C’è poi l’attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. «Ci sono fisionomie che rompono gli schemi -, osserva – e da sempre ne sono attratto».
I ritratti esposti alla Basilica Palladiana si dispiegano come un grande spartito visivo. Musicisti, artisti, intellettuali, scienziati, attivisti e persone comuni non sono mai ridotti a icone. Sono restituiti in immagini che risuonano di umanità, presenza, irripetibilità. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Vasco Rossi a David Bowie – protagonista dell’immagine di copertina della mostra – da Lou Reed a Kate Bush, da Paolo Conte a Ennio Morricone. Accanto a loro, cineasti, architetti, stilisti, sportivi, scienziati e pensatori: Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago, Jane Goodall.
L’ALLESTIMENTO: UN DIALOGO CON PALLADIO Il percorso espositivo, progettato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, nasce da un dialogo consapevole con la monumentale spazialità del Salone dei Cinquecento della Basilica Palladiana. L’allestimento organizza le sezioni della mostra come ambienti distinti ma in relazione continua tra loro e con l’architettura rinascimentale, dando vita ad atmosfere, sequenze narrative, dispositivi di visione che permettono al visitatore di attraversare mezzo secolo di pratica fotografica come si attraversa una partitura.
IL PERCORSO: SETTE SEZIONI E UN PANTHEON SOSPESO La mostra si articola in sette sezioni che seguono la cronologia della carriera di Harari senza ridursi a semplice successione temporale. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto. Si parte dalla stanza dell’adolescenza, ricostruita come luogo originario: poster alle pareti, riviste musicali, fotografie, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia. È qui che musica e immagini iniziano a intrecciarsi come strumenti di conoscenza del mondo. Non un archivio nostalgico, ma la mappa di una formazione dello sguardo. Gli anni Sessanta, il suono del rock come annuncio di un mondo nuovo. E poi i fotografi: Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Art Kane, Cesare Monti, Luca Greguoli.
Dal privato si passa al pubblico: il palco, il cuore pulsante della musica dal vivo. I concerti diventano rivelazioni visive: David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, Prince, Tina Turner emergono in immagini scattate a ridosso della scena, nel punto esatto in cui l’energia del suono si trasforma in presenza fotografabile. Poi lo sguardo arretra e scivola dietro le quinte. Nel backstage delle tournée, lontano dalla spettacolarità, Harari cerca un tempo diverso: più lento, più vicino, più vero. È qui che l’incontro diventa possibile. Seguendo l’esempio di Annie Leibovitz, allestisce il suo piccolo studio portatile ovunque: negli alberghi come nei backstage dei palasport, persino in strada.
Molte fotografie sono improvvisate in pochi minuti nei frangenti più improbabili. Come ha scritto Laurie Anderson, è davvero un “kamikaze”, una cartina di tornasole che preferisce lasciare campo aperto all’immaginazione e all’imprevisto. Con Fabrizio De André, Paolo Conte, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Vasco Rossi: nonpiù l’artista sul palco, ma la persona nel momento in cui abbassa la guardia.
La sezione successiva segna un passaggio cruciale: il ritratto come risultato di frequentazioni, ritorni, relazioni costruite nel tempo. Si instaura quello che Harari chiama “il buon tempo” della fotografia: un livello di massima concentrazione, un silenzio gravido di intenzioni, carico di desiderio e curiosità. Una modalità di incontro non intellettuale, totalmente emozionale, assai vicina a una specie di innamoramento.
Progressivamente la musica cessa di essere l’unico orizzonte. La fotografia si apre ad altri mondi, altri linguaggi. Scrittori, cineasti, coreografi, pensatori, attivisti entrano nell’inquadratura non come personaggi ma come interlocutori. Alle soglie del Duemila, sentendo l’urgenza di fotografare le eccellenze che avevano reso grande l’Italia nel mondo, Harari avvia il progetto “Italians”: un censimento che è anche scommessa sul futuro. Da Beppe Severgnini a Margherita Hack, da Ennio Morricone a Roberto Benigni, da Giorgio Armani a Rita Levi Montalcini, il progetto si rivela un work in progress inarrestabile che continua ad espandersi da trent’anni.
A completare il percorso, una sezione inedita rispetto agli allestimenti precedenti: una sorta di Pantheon personale composto da 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio. Sono i ritratti del cuore, i volti che hanno accompagnato l’intera carriera di Harari e che oggi dialogano tra loro in una costellazione sospesa: George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Bebe Vio, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago.
La visita può essere fruita anche attraverso un’audioguida con la voce narrante dello stesso fotografo, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.
Il percorso è accompagnato da filmati d’epoca, videointerviste e dal documentario di Sky Arte dedicato a Harari – “Guido Harari. Sguardi randagi”, diretto da Daniele Cini e prodotto da Tekla Films per RaiDoc – che verrà proiettato questa sera alle ore 20.30 al cinema Odeon, presentato da Guido Harari (biglietti: https://odeonvicenza.18tickets.it/film/74543)
LA CAVERNA MAGICA: TORNARE UMANI Èil cuore esperienziale della mostra: in un ambiente separato, appositamente allestito, prende forma la Caverna Magica. Un dispositivo relazionale pensato per sospendere il rumore del mondo e riattivare un rapporto diretto, reale, con l’altro. In giornate dedicate, su prenotazione, chiunque può farsi ritrarre da Harari. Le persone entrano senza copione da rispettare, senza immagine da difendere. «Le persone si liberano di tutte le sovrastrutture e giocano con la propria immagine: correggono, inventano, sabotano la percezione che hanno di sé, quella che offrono a sé stessi e agli altri» – racconta Harari. Il gioco, ancora una volta, non è evasione: è condizione di libertà. Ciò che accade nella Caverna non è la produzione di un’immagine standardizzata, ma la costruzione di una relazione. Uno sguardo che accoglie senza invadere. Un’attenzione autentica che cambia radicalmente il senso del fotografare. «Ho creato l’ambiente ideale perché si rimanga umani», dice Harari.
Chi lo desidera riceve una stampa Fine Art firmata dall’autore nel formato 30×42 cm. Ma c’è di più: i ritratti realizzati vengono esposti in tempo reale lungo il perimetro esterno delle pareti dell’esposizione, dando vita a una mostra nella mostra intitolata “Occhi di Vicenza”. Il pubblico non è più solo spettatore: diventa parte dell’opera.
“Guido Harari. Incontri” arriva alla Basilica Palladiana non come celebrazione di una carriera conclusa, ma come riaffermazione di un principio: fotografare è incontrare. In un’epoca in cui l’immagine è diventata merce di scambio e performance, Harari rivendica il valore del tempo, della relazione, dell’ascolto. Una fotografia che, come Harari ha letto su una parete della camera oscura di Mario Giacomelli, non nasce per dare risposte, ma per sollevare nuove domande. Continuare a guardare, a incontrare, a interrogarsi. A fotografare.
La mostra è organizzata da Comune di Vicenza, Musei civici di Vicenza, Basilica Palladiana di Vicenza, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of Sound Gallery.
Dal 27 marzo 2026 al 26 luglio 2026 – Basilica Palladiana – Vicenza
Monica Biancardi, Il capitale che cresce, Sarah e Saleha. Stampa fotografica ai pigmenti, 2023
Dal 24 aprile al 14 giugno 2026, il MAN ospita la mostra Il capitale che cresce di Monica Biancardi, progetto vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
La mostra, a cura di Chiara Gatti, nasce dall’acquisizione di undici fotografie in bianco e nero che documentano, tra il 2009 e il 2023, la crescita delle gemelle beduine Sara e Sarah, incontrate dall’artista durante uno dei suoi numerosi viaggi in Palestina. Nel corso di diciassette anni, Biancardi ha seguito con costanza, rispetto e straordinaria sensibilità le giovani protagoniste, costruendo con loro un rapporto di fiducia silenziosa e presenza discreta. Realizzate con macchine analogiche di medio formato, le fotografie restituiscono con forza poetica e rigore documentario non solo la trasformazione fisica delle due gemelle, ma anche le metamorfosi più profonde legate all’identità, ai ruoli sociali e alla progressiva riduzione di libertà e prospettive. Ogni ritratto racchiude la tensione tra permanenza e cambiamento, restituendo la resilienza silenziosa delle due giovani donne.
Il percorso espositivo si amplia con una serie di opere a corredo che ne amplificano la portata: sette mappe incise su plexiglas raccontano la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 — Palestina storica — a oggi; un video di viaggio ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen; una selezione di disegni, realizzati dai bambini della comunità, esplora il tema del mare, luogo vicino ma inaccessibile, e quindi immaginato.
La mostra è accompagnata dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma giovedì 23 aprile. L’incontro vedrà la Direttrice Chiara Gatti in dialogo con Monica Biancardi e approfondirà la genesi del progetto e i suoi temi principali — il tempo, la trasformazione, il diritto alla libertà — offrendo al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo e umano che lo ha reso possibile.
Il capitale che cresce si inserisce nella mission del MAN di promuovere l’arte contemporanea come strumento di testimonianza e consapevolezza, contribuendo a una lettura critica delle trasformazioni in atto nelle geografie umane e culturali.
Il progetto è sostenuto dal PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Dal 24 aprile al 14 giugno 2026 – MAN Museo d’arte Provincia di Nuoro
La mostra 30 years. The Wild Horses of Sable Island scopre la sopravvivenza e fragilità in un mondo che cambia. A Venezia presenta 36 fotografie di grande formato, tra bianco e nero e colore, dedicate ai cavalli selvaggi di Sable Island, un lembo di terra remoto nell’Atlantico del Nord. In dialogo ideale con la fragilità della Laguna, le immagini di Roberto Dutesco raccontano un ecosistema in bilico, dove la bellezza nasce dalla resistenza e dalla capacità di adattamento.
Allestita presso Le Stanze della Fotografia sull’Isola di San Giorgio Maggiore, la mostra si inserisce nel contesto simbolico della Biennale di Venezia 2026, proponendo un racconto immersivo in tre atti che accompagna il visitatore tra origine, adattamento e futuro. I cavalli, ritratti senza intervento umano, diventano metafora di una dignità silenziosa e di un equilibrio fragile, minacciato dai cambiamenti climatici e dall’erosione degli habitat naturali.
Le immagini e i filmati invitano a uno sguardo lento e partecipe: non semplice documentazione naturalistica, ma un’esperienza emotiva che mette in relazione la vulnerabilità dell’isola con quella di Venezia stessa, città sospesa tra acqua, memoria e resistenza.
La fotografia di Roberto Dutesco nasce da un rapporto diretto e prolungato con Sable Island, costruito in oltre trent’anni di ritorni, attese e ascolto del paesaggio. Il suo sguardo non cerca l’eccezionale, ma la presenza: corpi che resistono al vento, alla sabbia mobile, alle maree, restituendo un’idea di bellezza che coincide con la sopravvivenza.
Attraverso un linguaggio visivo essenziale e cinematografico, Dutesco costruisce immagini in cui il tempo sembra rallentare. Il movimento dei cavalli, la vastità dell’orizzonte e la precarietà dell’ambiente diventano elementi di una narrazione visiva che unisce intimità e vastità, fragilità e forza.
Il percorso espositivo, articolato in tre ambienti immersivi, evita la didascalia per privilegiare l’esperienza emotiva: un invito a sentire, prima ancora che a comprendere, il legame profondo tra esseri viventi e territorio.
Artista e filmmaker attivo a livello internazionale, Roberto Dutesco ha dedicato oltre tre decenni alla documentazione dei cavalli selvaggi di Sable Island, realizzando il più ampio corpus visivo mai prodotto su questa popolazione equina. Il suo lavoro ha contribuito in modo determinante alla tutela dell’isola, sensibilizzando l’opinione pubblica fino al riconoscimento dell’area come parco naturale.
Per Dutesco, l’arte è uno strumento di responsabilità: un mezzo per generare consapevolezza, cura e senso di appartenenza verso gli ecosistemi più vulnerabili. Le sue immagini non si limitano a mostrare un luogo remoto, ma attivano una riflessione più ampia sul nostro rapporto con la natura e sul futuro della convivenza tra uomo e ambiente.
Presentata da IAMWILD Foundation e curata da Denis Curti, la mostra propone l’arte come gesto di custodia: un invito a riconoscere nella fragilità una forma di forza e nella resilienza un possibile orizzonte comune.
Dal 15 Aprile 2026 al 5 Luglio 2026 – Le Stanze della Fotografia – Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia
Donation Hervé Gloaguen, Ministère de la Culture (France), Médiathèque du patrimoine et de la photographie, diffusion GammaRap
Nel 1974, Hervé Gloaguen, membro della prestigiosa agenzia fotografica Viva, è uno dei rari fotografi francesi a esprimersi a colori, mentre la maggior parte dei suoi colleghi utilizza il bianco e nero nella tradizione degli umanisti, cioè i fotografi che pongono al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nei suoi vari contesti sociali.
Durante un viaggio in Italia, che percorre da nord a sud con sua moglie e la loro bambina di pochi mesi, fa tappa a Roma e parcheggia il suo pulmino Volkswagen nel camping a Monte Antenne, da dove domina la città. Cercando di essere sempre il più vicino possibile al suo soggetto, cattura le immagini dei giovani intorno alle fontane, nelle terrazze dei caffè e nei ristoranti, mostrando angoli esclusivi della città eterna. Immediatamente ha l’intuizione di dover cogliere i misteri della vita notturna e delle sue luci.
Su un nucleo di 68 fotografie a colori, scattate in diversi viaggi tra il 1975 e il 1995, si fonda À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen, l’esposizione ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 25 marzo al 6 settembre 2026. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è organizzata dalla Médiathèque du patrimoine et de la photographie (MPP) del Ministère de la Culture francese e curata da Hervé Gloaguen ed Emmanuel Marguet, con la cura tecnica di Giulia Frache. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
L’esposizione è parte di un articolato programma culturale che dal 29 gennaio al 31 dicembre 2026 celebra il 70° Anniversario del gemellaggio Roma – Parigi, valorizzando il patrimonio artistico, storico e creativo delle due Capitali.
“In occasione di un breve soggiorno – racconta Hervé Gloaguen – ero stato colpito dalla febbre e dalla bellezza delle serate a Roma, d’estate. Dal tramonto in poi, i romani si recano in massa verso le piazze che picchettano il cuore della città. Dopo le giornate torride, vengono a cercare il fresco nei pressi delle fontane monumentali che si innalzano a Piazza di Spagna, Piazza del Popolo, Piazza Navona, o Piazza della Rotonda. Lì, sullo sfondo di chiese e palazzi oscurati dalla notte, i Romani recitano il “loro” teatro. Sono nello stesso tempo attori e spettatori dello spettacolo che la città offre a sé stessa.”
Per Gloaguen quell’incontro con la città è un colpo di fulmine. Fotografa Roma di notte a colori senza flash, attratto dal clamore di voci, dallo scorrere dell’acqua, dalle scenografie costruite su strati di secoli: il nero della notte come sipario, palazzi rinascimentali, chiese barocche e il popolo di Roma. Il suo obiettivo si concentra in particolare sui volti e i corpi che popolano la notte romana: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche e turisti. Gloaguen torna a Roma negli anni ’80, guidato dai consigli di colleghi giornalisti e dalle parole di Alberto Moravia, che lo indirizza verso il quartiere EUR, i suoi viali larghi e i colonnati bianchi che brillano al sole, per conoscere un’altra faccia della città. Negli ultimi viaggi a metà degli anni ’90, Gloaguen scopre Trastevere e la sua vitalità, e in una lettera al figlio Loïc racconta questa Roma rumorosa, golosa, agitata, concludendo: “Quello che vorrei fissare nelle mie fotografie è qualcosa di meraviglioso, qualcosa di eterno. Forse il meraviglioso è proprio questo: la vita vera.”
Dal 25 Marzo 2026 al 6 Settembre 2026 – Museo di Roma in Trastevere
Un racconto per immagini colte da una giovanissima Annabella Rossi che, appena venticinquenne, si misura con la Roma lontana dal centro storico
L’esposizione ripercorre l’attività di Annabella Rossi (1933-1984), figura centrale dell’etnografia e dell’antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d’indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi (ICPI-MuCIV). Il percorso espositivo delinea un’indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosità popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l’imponente ricerca sul Carnevale. Quest’ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all’Università di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un’esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensità sulla Roma periferica della fine degli anni ‘50 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. Annabella Rossi ha così restituito dignità a un’umanità segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte. Ad arricchire l’esperienza sensoriale, il percorso ospita il film fotoritmico “Serenata d’arte varia” di Francesco De Melis: una musicalizzazione per voce e pianoforte delle sequenze di strada della studiosa, che trasforma l’immagine statica in un flusso vitale, restituendo il ritmo di una “vita anteriore” fatta di artisti di strada e numeri d’arte varia.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi e Francesco Quaranta dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civiltà (MuCIV).
Dal 2 aprile al 31 maggio – Museo di Roma in Trastevere
In occasione di EXPOSED Torino Photo Festival, dal 9 aprile al 2 giugno la Project Room ospita la mostra Toni Thorimbert. Donne in vista.
Il progetto, ideato da Luca Beatrice, nasce come omaggio di Toni Thorimbert e Walter Guadagnini all’amico e critico d’arte scomparso prematuramente lo scorso anno.
La mostra riunisce circa sessanta fotografie selezionate dall’archivio di Thorimbert, tutte dedicate alla figura femminile. Realizzati nell’arco di oltre trent’anni di attività, gli scatti ritraggono donne celebri e figure anonime, evidenziando la capacità del fotografo di muoversi tra registri diversi: dal ritratto ufficiale a quello più intimo, dall’estetica della fotografia di moda a immagini nate al di fuori di committenze.
Il percorso espositivo è un viaggio nella fotografia e nella rappresentazione della donna. Il titolo Donne in vista allude sia alla presenza di figure pubbliche – tra cui Victoria Abril, Francesca Neri, Natalia Ginzburg, Inge Feltrinelli, Ornella Vanoni, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli e Monica Bellucci – sia alla volontà del fotografo di mettere in primo piano volto e corpo femminile.
Al centro della mostra due immagini: i ritratti della madre e della figlia del fotografo. Due fotografie che condensano il senso del progetto e suggeriscono una riflessione sulla fotografia come spazio in cui esperienza personale e ricerca della bellezza si incontrano, indipendentemente dal contesto o dal soggetto ritratto.
La mostra continua con un suo spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina.
9 aprile – 2 giugno 2026 – Project Room – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Continuiamo con la tecnica di base, ecco le caratteristiche principali di un’ottica fotografica. Ciao Sara
Ogni obiettivo ha delle caratteristiche uniche che influenzano il modo in cui cattura la realtà e la trasforma in immagine.
Sono quattro gli elementi da considerare in un’ottica e ora cerchiamo di capirli tutti!
Immagina la distanza focale come una finestra che inquadra la realtà. Più la finestra è larga (grandangolo), più ampia sarà la porzione di mondo che potrai vedere. Al contrario, se la finestra è stretta e lunga (teleobiettivo), vedrai solo una piccola parte, ma ingrandita.
Misurata in millimetri, la distanza focale indica la lunghezza focale dell’obiettivo. Una distanza focale corta (es: 24mm) produce un campo visivo ampio (grandangolo), mentre una distanza focale lunga (es: 200mm) offre un campo visivo stretto (teleobiettivo).
L’apertura invece, si misura coi diaframmi (f/1.4, f/2.8, ecc.), indica la quantità di luce che può passare attraverso l’obiettivo. Un’apertura ampia (numero f basso) permette di far entrare più luce e crea di sfondo sfocato più pronunciato e viceversa.
Lo stabilizzatore d’immagine, riduce il tremolio della fotocamera, consentendo di scattare a mano libera con tempi di esposizione più lunghi.
La messa a fuoco è il processo attraverso il quale si fa sì che un soggetto specifico nell’immagine risulti nitido, mentre lo sfondo o altri elementi possono essere più o meno sfocati. L’obiettivo della tua fotocamera contiene delle lenti che lavorano insieme per proiettare l’immagine del soggetto sul sensore. La messa a fuoco avviene quando queste lenti si muovono in modo tale da far convergere i raggi di luce provenienti dal soggetto esattamente sul sensore, creando così un’immagine nitida.
Tipi di messa a fuoco:
Manuale: Devi regolare manualmente la posizione delle lenti ruotando una ghiera sull’obiettivo fino a quando l’immagine nel mirino o sullo schermo risulta nitida. È un metodo che richiede più tempo ma offre un controllo completo sulla messa a fuoco.
Automatica: La fotocamera regola automaticamente la messa a fuoco in base al soggetto selezionato. È più veloce e comodo, ma a volte può non essere preciso come la messa a fuoco manuale.
Ibrida: Combina elementi della messa a fuoco manuale e automatica, permettendoti di intervenire manualmente quando necessario.
La maggior parte delle fotocamere ti permette di scegliere il punto preciso su cui vuoi mettere a fuoco. Esistono diverse modalità di messa a fuoco automatica (singolo punto, continuo, ecc.) che si adattano a diversi tipi di soggetti e situazioni.
La profondità di campo è la porzione di immagine a fuoco. Un diaframma aperto (numero basso) crea una profondità di campo ridotta, con lo sfondo sfocato, mentre un diaframma chiuso (numero alto) aumenta la profondità di campo, rendendo nitido tutto ciò che è inquadrato.
Sia la stabilizzazione dell’obiettivo che quella del sensore possono aiutarti a ottenere foto maggiormente nitide, soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione o con teleobiettivi.
Consigli pratici:
Utilizza un treppiede: Un treppiede è fondamentale per evitare il mosso della fotocamera, soprattutto con tempi di esposizione lunghi.
Metti a fuoco gli occhi: Nei ritratti, la messa a fuoco sugli occhi è consigliata per creare un’immagine più coinvolgente.
Quando la messa a fuoco non funziona per i soggetti in movimento utilizza la messa a fuoco continua può essere utile per seguire cose particolarmente veloci. In condizioni di scarsa illuminazione inoltre, l’autofocus potrebbe faticare. Utilizza la messa a fuoco manuale o aumenta l’ISO. Se il soggetto non avesse un buon contrasto con lo sfondo poi, l’autofocus potrebbe avere difficoltà a individuare il punto di messa a fuoco.
La messa a fuoco è un aspetto fondamentale della fotografia che richiede un po’ di pratica e sperimentazione. Conoscendo i diversi tipi di messa a fuoco, le tecniche e i consigli che ti ho fornito, sarai in grado di ottenere foto nitide e ben definite.
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Un unico progetto, presentato per la prima volta in Italia a Brescia, composto da una mostra – A closer look, al Museo di Santa Giulia – e una installazione site specific – Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello alla Pinacoteca Tosio Martinengo – rende omaggio alla carriera di uno dei pionieri della Street Photography, attraverso un importante progetto espositivo concepito in stretto dialogo con l’artista stesso.
L’iniziativa espositiva è uno degli appuntamenti più attesi della IX edizione del Brescia Photo Festival.
A cura di Denis Curti
Dal 27 marzo al 23 agosto 2026, Brescia diventa la prima città italiana a ospitare un progetto espositivo dedicato a Bruce Gilden (New York, 1946), membro effettivo dell’agenzia Magnum Photos e conosciuto come uno dei pionieri della Street Photography, con un unico progetto composto da una mostra e da una installazione site specifc, allestite al Museo di Santa Giulia e alla Pinacoteca Tosio Martinengo, per la prima volta in Italia.
L’iniziativa, curata da Denis Curti sviluppata in collaborazione diretta con l’artista, organizzata dalla Fondazione Brescia Musei in collaborazione con Magnum Photos, rappresenta un progetto di respiro internazionale e uno degli appuntamenti più significativi della IX edizione del Brescia Photo Festival (dal 26 al 29 marzo 2026) promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza- centro della fotografia italiana, e prosegue il filone d’indagine sui fotografi contemporanei statunitensi, iniziato dall’Istituzione bresciana nel 2023 con David La Chapelle e proseguita lo scorso anno con Joel Meyerowitz.
L’esposizione, dal titolo A closer look, la prima grande monografica dedicata a Bruce Gilden e mai presentata in Italia, ospitata dal Museo di Santa Giulia, presenta un corpus di 80 fotografie; il percorso ruota attorno a Faces (2013-2024), ritratti di persone caratterizzati dall’accento dinamico, dalle particolari qualità grafiche e dal modo originale e diretto con il quale Gilden fotografa i volti con l’ausilio del flash; sono scatti realizzati come cronaca figurativa di città in giro per il mondo: dagli Stati Uniti all’Inghilterra, passando per il Messico, la Grecia e la Colombia; sono opere che nascono da una relazione e da un dialogo fortemente cercato con i soggetti, ma che non rinunciano a un approccio diretto e senza sconti, tipico della sua cifra espressiva.
Accanto ad esse, sarà presentata una serie di fotografie in bianco e nero degli esordi (1968), realizzate in Giappone con alcuni rappresentanti della Yakuza (1996-1999), ad Haiti (1985-1995), in Europa, tra Francia (1994-2015), Irlanda (1996-1997) e Inghilterra (2000-2012), ma soprattutto nella sua città natale: New York (1969-1995). Completano la rassegna due contributi audiovisivi: il primo è una intervista del fotografo e reporter britannico Martin Parr, nella quale Bruce Gilden racconterà le sue vicende biografiche e la sua carriera professionale; il secondo sarà un video realizzato dall’Agenzia Magnum Photos.
L’installazione site-specific dal titolo Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello, realizzata appositamente per questa prima presentazione italiana, vede esposto il dittico fotografico commissionato da Fondazione Brescia Musei al fotografo newyorkese per arricchire la collezione dei Musei Civici di Brescia. L’opera reinterpreta il concetto di “grazia”, esemplificato dalle due opere di Raffaello in prestito alla mostra Raffaello: Sublime Poetry al Metropolitan Museum of Art di New York dal 29 marzo, ed è allestita dal 27 marzo al 12 luglio presso la Pinacoteca Tosio Martinengo.
Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’intento è stato quello di affermare la fotografia come principale mezzo artistico della contemporaneità, capace di confrontarsi con i grandi temi dell’arte del passato, attraverso il coinvolgimento diretto di uno dei suoi protagonisti più autorevoli.
Le due mostre saranno accompagnate da un catalogo unico, edito da Skira.
Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia ospita una nuova e grande mostra del cartellone di eventi di GO! 2025, Nova Gorica – Gorizia Capitale europea della Cultura: Back to Peace? La guerra vista dai grandi fotografi Magnum, un progetto espositivo di eccezionale valore simbolico e storico. Una mostra-evento unica nel suo genere, in esclusiva per l’Italia, che racconta il secolo della guerra e della pace attraverso gli sguardi dei più grandi maestri della fotografia mondiale.
Organizzata da Erpac – Ente regionale per il patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia, prodotta da Suazes in collaborazione con Magnum Photos, la mostra è curata da Andrea Holzherr e Marco Minuz. Per la prima volta viene presentata la più ampia raccolta di fotografie dei grandi autori della storica agenzia Magnum Photos dedicate ai reportage realizzati durante la Seconda guerra mondiale e nei primi anni del dopoguerra.
Oltre 200 fotografie, accompagnate da installazioni video e paesaggi sonori, conducono il visitatore in un percorso emozionante che attraversa i fronti, le città distrutte, i volti dei sopravvissuti e la difficile ricostruzione della pace. Un itinerario che acquista un significato ancora più profondo nella città di Gorizia, simbolo dei confini e delle ferite del Novecento, oggi cuore del progetto GO! 2025 Nova Gorica–Gorizia Capitale europea della Cultura.
Il percorso espositivo si apre con le celebri immagini di Robert Capa, tra cui le iconiche fotografie dello sbarco in Normandia (D-Day), e con gli scatti di George Rodger che documentano la liberazione dei campi di concentramento che verranno per l’occasione messi in dialogo con i celebri disegni di Zoran Music sui campi di concentramento di Dachau. Segue il toccante reportage di Wayne Miller sugli effetti delle bombe atomiche in Giappone, accanto al film Le Retour di Henri Cartier-Bresson, che racconta il ritorno dei prigionieri di guerra in Francia.
La mostra prosegue con le fotografie di Werner Bischof, testimone della devastazione in Europa tra Olanda, Italia, Romania, Grecia, Francia, Germania, Slovacchia, Polonia e Finlandia; e con gli scatti di David Seymour (Chim) dedicati ai bambini vittime della guerra, in un progetto realizzato con il sostegno dell’UNICEF. Tra le sezioni più suggestive, le immagini di Herbert List sulle macerie del dopoguerra, e il progetto Generazione X, Lavoro commissionato da una rivista tedesca per raccontare le speranze e la ricostruzione della gioventù europea. Il percorso si conclude con le fotografie dedicate alla costruzione del Muro di Berlino, simbolo delle nuove divisioni che ancora segnavano l’Europa – un tema che trova in Gorizia un’eco potente e attuale.
Back to Peace? non è solo una mostra fotografica: è una riflessione collettiva sulla memoria, sulla fragilità dell’uomo e sulla ricerca della pace. Realizzarla a Gorizia, città che ha vissuto in prima persona le lacerazioni del Novecento, significa restituire voce e immagine a un passato che ancora ci interroga, e al tempo stesso lanciare un messaggio di speranza per il futuro.
La mostra sarà accompagnata da installazioni multimediali che permetteranno al visitatore di entrare emotivamente nella storia di questi reportage. Nell’occasione sono state commissionate anche due colonne sonore a due importanti compositori italiani.
Il percorso sarà arricchito anche dall’esposizione di pezzi storici militari collegati alle fotografie che verranno esibite.
Il progetto è realizzato con Magnum Photos Parigi, ICP International Center of Photography New York, Fondazione Henri Cartier-Bresson Parigi, Estate Werner Bischof Zurigo, Musée de La Libération Parigi.
Dal 20 Dicembre 2025 al 3 Maggio 2026 – Palazzo Attems Petzenstein – Gorizia
Leica Camera Italia inaugura la sua nuova casa nel cuore di Milano, in piazza Duomo: un punto di riferimento, aperto a tutti e dedicato alla promozione della cultura fotografica, tra tradizione e innovazione con uno sguardo sempre rivolto al futuro. Uno spazio completamente ripensato, ampliato su due livelli, concepito come un luogo di incontro, conoscenza e condivisione. Un vero hub dedicato all’immagine, capace di accogliere appassionati, professionisti, collezionisti e curiosi in un ambiente accessibile e sempre animato anche grazie a mostre, presentazioni editoriali, talk e attività formative.
Per celebrare il nuovo spazio Leica Camera Italia presenta Eyes on the street.The eyes that meet, in the magic of the street, una mostra collettiva con oltre 40 opere di 26 fotografi, a cura di Giada Triola, fino al 9 maggio 2026. Diverse generazioni e diversi mondi: dagli scatti degli anni ’60 di William Klein, Thomas Hoepker e Joel Meyerowitz, alla New York degli anni ’90 di Jeff Mermelstein, la Bosnia di Edward Serotta, l’India di Alex Webb e l’Islanda di Ragnar Axelsson. Con loro Stefano Guindani, l’intensità di Paolo Pellegrin nel documentare lo sguardo che attraversa il dolore, l’ironia e la poetica delle scene urbane di Stefano Mirabella, la verità di Andrea Boccalini, il surrealismo di Robbie McIntosh fino all’empatia di Gianni Berengo Gardin.
Curiosità, attesa, sfida, allegria, dolore negli occhi di chi guarda: immagini iconiche dell’Archivio Leica di Wetzlar e opere di 9 fotografi italiani contemporanei scrivono un racconto visivo composito, tra colore e bianco e nero.
dal 5 marzo 2026 al 9 maggio 2026 – Leica Store & Galerie – Milano
Exposed Photo Festival
Dal 9 aprile al 2 giugno vi attende un grande viaggio intorno alla fotografia, dall’Ottocento a oggi, con protagonisti artisti e istituzioni nazionali e internazionali: 18 mostre, incontri, eventi speciali e iniziative in tutta la città – visitabili gratuitamente o a prezzo ridotto con il PASS EXPOSED – che animeranno musei, sedi culturali, gallerie, strade, portici, cancellate e persino un parcheggio, dando vita a una costellazione di sguardi e prospettive in dialogo fra loro.
Tanti spazi e tante visioni, intrecciate dal tema Mettersi a nudo: un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, a interrogare la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile.
E a guidarvi sarà il “miglio della fotografia”, un percorso diffusotra i luoghi espositivi del Festival che metterà in relazione autrici e autori celebri e sconosciuti, giovani emergenti e maestri del passato. Un itinerario da attraversare a piedi, in bicicletta o come preferite, lasciandovi sorprendere, tappa dopo tappa, dalle molte forme della fotografia.
Sono le braci di un’unica stella. Fotografie di Lisetta Carmi e Jacopo Benassi
A oltre cinquant’anni dalla pubblicazione de I Travestiti (1972), lavoro fondamentale di Lisetta Carmi, il Museo ne riattualizza la forza poetica e civile attraverso un percorso che intreccia opere storiche e nuove acquisizioni. In mostra sedici opere dell’autrice — vintage in bianco e nero (1965–1972), già presenti in collezione, e stampe a colori acquisite recentemente — che restituiscono uno sguardo partecipe sui temi dell’identità, della marginalità e del diritto all’esistenza. In dialogo con esse, otto opere in bianco e nero che Jacopo Benassi ha realizzato nel 2015 come omaggio diretto, personale e contemporaneo, al lavoro di Carmi.
Il percorso costruisce un confronto interno all’opera di Carmi — tra vintage e nuove acquisizioni — e un dialogo esplicito tra due autori profondamente differenti come estetica ma accomunati dalla stessa sincerità e da una sintonia con le fragilità dell’altro che prende forma attraverso l’immagine.
Si ringraziano le gallerie Martini&Ronchetti, Genova Francesca Minini, MilanoLe acquisizioni sono state rese possibili grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nell’ambito dell’avviso pubblico Strategia Fotografia 2022.
22.03.2026 > 07.06.2026 – MUSEO NAZIONALE DI FOTOGRAFIA – Cinisello Balsamo (MI)
Per la prima volta nella sua storia, l’Archivio di Stato di Venezia aprirà al pubblico come sede espositiva, con ARCHIVIO di Dayanita Singh. ARCHIVIO è il tributo di Singh sia agli archivi italiani che ha fotografato negli ultimi 10 anni, che al proprio archivio di immagini realizzate in Italia negli ultimi 25. La mostra inaugura il 16 aprile 2026 presso l’Archivio di Stato di Venezia e presenta l’intrecciarsi di due nuclei del lavoro dell’artista: il lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali e il suo dialogo visivo pluridecennale con l’architettura, gli spazi interni, le opere d’arte, gli amici, gli archivisti, i fiori e altro ancora.
La mostra è curata da Andrea Anastasio e, dopo l’Archivio di Stato di Venezia, si sposterà al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino e all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi.
In ARCHIVIO, l’atto di fotografare diventa una forma di catalogazione, un tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Singh rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90, mettendole in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi realizzati in India e altrove. Attraverso questo incontro, l’esposizione mostra l’archivio non come un magazzino statico, ma come un organismo vivente, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista, le strutture espositive e la variazione di sequenza delle immagini.
Il curatore Andrea Anastasio colloca la pratica di Singh all’interno di una riflessione più ampia su come si costruisce la memoria culturale. L’allestimento riflette il suo interesse per la risonanza poetica e filosofica del lavoro di archiviazione – ordinare, contenere, proteggere –, e al contempo consente alle fotografie di Singh di rimanere aperte e porose, mutevoli in ogni nuovo contesto.
ARCHIVIO prosegue l’esplorazione intrapresa da Singh sul tema del museo come libro e del libro come museo: architetture portatili e ricomponibili per la conoscenza. La mostra evidenzia la convinzione dell’artista che l’archivio non sia soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio generativo capace di plasmare le storie che raccontiamo, e quelle che restano ancora da scoprire.
La mostra, che sarà aperta durante la 19^ edizione di Incroci di civiltà, sarà accompagnata da un Public Program di incontri, conferenze e presentazioni di libri, ideato dall’artista e da Chiara Spangaro, in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia – Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Iuav di Venezia, e altre istituzioni, che si svolgeranno dal 18 aprile al termine della mostra. Inoltre, l’artista sarà impegnata in un programma di mentoring per studentesse e studenti universitari, ideato e diretto con la collaborazione di Università Iuav di Venezia in occasione del centenario dell’istituzione, e con i dipartimenti di Filosofia e Beni Culturali e di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia.
La tappa veneziana dell’esposizione ARCHIVIO ha il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, India, e dall’Archivio di Stato di Venezia. La mostra è realizzata anche con la collaborazione di Università Iuav di Venezia e Università Ca’ Foscari Venezia.
Si ringrazia lo Studio Sonnoli per il progetto grafico dell’identità della mostra, a cura di Irene Bacchi e Leonardo Sonnoli.
Dal 17 Aprile 2026 al 31 Luglio 2026 – Venezia – Archivio di Stato
Le Gallerie d’Italia – Torino presentano la mostra Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo e aperta al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026.
Il progetto The Day May Break, iniziato nel 2020, è una serie di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale, mettendo in luce l’impatto profondamente sproporzionato che la crisi climatica esercita sulle popolazioni più vulnerabili del pianeta.
Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia – Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break, di cui l’ultimo commissionato da Intesa Sanpaolo, sono presentati insieme, immergendoci in una visione dura ma poetica di ciò che resta, per ora, e che può ancora offrire speranza.
Chapter One (2021), realizzato in Kenya e Zimbabwe, e Chapter Two (2022), realizzato in Bolivia, presentano ritratti potenti e toccanti di persone e animali nello stesso fotogramma, entrambi duramente colpiti da siccità estreme o inondazioni che hanno distrutto case e mezzi di sostentamento. Le fotografie sono state realizzate in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.
Chapter Three – SINK / RISE(2023), realizzato nelle Fiji, propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.
Chapter Four – The Echo of Our Voices (2024), realizzato nel deserto della Giordania, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.
Dal 18 marzo al 6 settembre 2026 – Gallerie d’Italia – Torino
Dal 25 febbraio al 25 maggio 2026, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici rende omaggio all’opera fotografica dell’artista e regista Agnès Varda (1928-2019) attraverso la prima grande retrospettiva a lei dedicata in Italia, e in occasione del settantesimo anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma. La mostra invita a un’immersione nella Parigi del dopoguerra e, in particolare, nel cortile-atelier di rue Daguerre, luogo di vita, creazione e sperimentazione di Agnès Varda per quasi sette decenni, inscindibile dalla sua opera. Agli anni parigini fanno eco le fotografie realizzate dall’artista durante i suoi viaggi in Italia, da Venezia a Roma, nelle ville e nei giardini rinascimentali o sui set cinematografici. Attraverso i luoghi e le figure che l’hanno ispirata, la mostra traccia il percorso di un’artista prolifica e singolare. Il suo lavoro sarà inoltre protagonista di Viva Varda (6 marzo 2026 – 7 febbraio 2027), un’esposizione alla Galleria Modernissimo della Cineteca di Bologna realizzata in collaborazione con la Cinémathèque française. La mostra ripercorrerà l’intera opera della prima cineasta ad aver ricevuto l’Oscar onorario per l’intero arco della sua carriera.
La Parigi di Agnès Varda La mostra a Villa Medici mette in dialogo l’opera della fotografa con quella della cineasta attraverso un insieme di 130 stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti, manifesti, fotografie di scena e oggetti appartenuti all’artista. Ideata dal musée Carnavalet – Histoire de Paris e a cura di Anne de Mondenard e di Paris Musées, è stata presentata a Parigi dal 9 aprile al 24 agosto 2025. L’esposizione è il frutto di un lavoro di ricerca durato oltre due anni e si basa sul fondo fotografico di Agnès Varda, nonché sugli archivi di Ciné-Tamaris, la società di produzione da lei fondata, oggi diretta dai figli Rosalie Varda e Mathieu Demy.
Il percorso traccia gli esordi di Agnès Varda come fotografa e il suo insediamento all’inizio degli anni cinquanta nel cortile-atelier di rue Daguerre, trasformato in studio di posa, laboratorio fotografico e sede della sua prima mostra nel 1954. Quel cortile, condiviso più tardi con il suo compagno, il regista Jacques Demy, diventa il cuore pulsante del suo universo. Fotografie ed estratti di film mettono in risalto lo sguardo anticonvenzionale, venato di umorismo e di singolarità, che l’artista rivolge alle strade della capitale e ai suoi abitanti. Attraverso opere come Cléo de 5 à 7 (1962) o Daguerréotypes (1975), la mostra evidenzia in particolare la sua attenzione costante per le donne e per le vite marginali.
La mostra riunisce le opere di diversi artisti presentate in dialogo con le fotografie e i film di Agnès Varda: Giancarlo Botti, Michaële Buisson, Alexander Calder, Martine Franck, Dominique Genty, JR, Liliane de Kermadec, Michèle Laurent, Claude Nori, Laurent Sully-Jaulmes, Robert Picard, Valentine Schlegel, Collier Schorr.
L’Italia di Agnès Varda In continuità con la mostra, L’Italia di Agnès Varda illumina i legami profondi che unirono l’artista all’Italia attraverso una selezione di fotografie inedite realizzate durante due soggiorni, nel 1959 e nel 1963. All’epoca Agnès Varda era conosciuta come fotografa teatrale e lavorava su numerose commissioni di reportage per la stampa in Francia e in Europa.
Nel 1959 esplora Venezia e la sua regione alla ricerca di luoghi di ripresa per La Mélangite (ou Les Amours de Valentin), un film che non vedrà mai la luce. Le sue fotografie testimoniano la scoperta dell’Italia e il suo gusto per il pittoresco. Le vedute di Venezia e dei suoi abitanti rispecchiano pienamente il suo spirito. Alla pratica spontanea della fotografia si affianca l’attrazione per scene grafiche che giocano con ombre e contrasti. Alla Villa della Torre, nei pressi di Verona, e nei Giardini di Bomarzo nel Latio, i materiali e la singolarità delle sculture la affascinano. Nel maggio 1963, la rivista francese Réalités le commissiona un ritratto di Luchino Visconti, appena insignito della Palma d’oro per Il Gattopardo. Parte per Roma con tre macchine fotografiche. Provini a contatto e fotografie a colori documentano la sessione con quello che la stampa definiva il “principe taciturno del cinema italiano”. Nello stesso periodo Jean-Luc Godard gira Il disprezzo negli studi Titanus: Varda si reca sul set e fotografa il suo amico mentre dirige Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.
Una cinquantina di stampe originali della collezione di Rosalie Varda, nonché documenti provenienti dai suoi archivi e dal fondo depositato presso l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France raccontano per la prima volta il rapporto di Agnès Varda con l’Italia.
Agnès Varda in 9 capitoli Prima di rue Daguerre Giunta a Parigi nel 1943, Agnès Varda frequenta l’École du Louvre e sceglie di dedicarsi alla fotografia, una pratica che le consente di coniugare dimensione manuale e riflessione intellettuale. Durante gli anni di apprendistato condivide un appartamento nei pressi di Pigalle con tre altre giovani donne. Le coinquiline diventano i primi soggetti dei suoi ritratti, mentre le rive della Senna si impongono come i suoi primi paesaggi parigini. In questa fase iniziale si affermano già il suo stile — caratterizzato da una sottile qualità enigmatica di matrice surrealista — e la sua identità artistica. Il cortile di rue Daguerre Nel 1951 Agnès Varda si trasferisce al numero 86 di rue Daguerre, uno spazio dal carattere singolare. Riconverte due ex negozi, separati da una corte-vicolo, in atelier, studio e laboratorio. Questo luogo di lavoro e di creazione diventa anche uno spazio di vita condivisa con la scultrice Valentine Schlegel e con una famiglia di rifugiati spagnoli. Nella corte organizza la sua prima esposizione nel 1954 e vi realizza i suoi primi film.
Drôle de Paris Negli anni cinquanta Agnès Varda ricopre il ruolo di fotografa ufficiale del Théâtre national populaire di Jean Vilar e del Festival di Avignone. Questa esperienza le apre le porte del mondo artistico parigino: realizza numerosi ritratti e servizi fotografici, immortalando figure quali Calder, Brassaï, Suzanne Flon, Giulietta Masina e Fellini. Unendo ironia e una sottile qualità enigmatica, fino a toccare talvolta una dimensione più cupa, si afferma progressivamente come una voce singolare della scena intellettuale del dopoguerra.
Foto-scrittura Agnès Varda eccelle nel reportage, affermando al contempo, in alcuni soggetti, un’estetica e un metodo segnati dal linguaggio cinematografico. Come farebbe un regista, mette in scena le sue riprese e dirige i suoi modelli: una bambina travestita da angelo o giovani attori che mimano diversi comportamenti amorosi.
La città in eco Nel 1961, con Cléo de 5 à 7, Agnès Varda firma insieme un ritratto femminile e un documentario su Parigi, in cui la città diventa specchio degli stati d’animo della protagonista, turbata dal timore del cancro. Nel 1967 torna a filmare Parigi in risonanza con le emozioni che attraversano una giovane madre, angosciata dalla guerra in Vietnam. Vicina ai cineasti della Nouvelle Vague, Agnès Varda inscrive il suo sguardo sulla città in un dialogo continuo tra sfera intima e dimensione politica.
Donne, persone Nelle sue fotografie e, in seguito, nei suoi film, Agnès Varda interroga il modo in cui le donne vengono guardate e rappresentate, in particolare in L’une chante, l’autre pas, dove prende posizione a favore dei diritti femminili e della contraccezione. Il suo femminismo si inscrive in un’attenzione più ampia rivolta all’umano: già negli anni cinquanta porta alla luce la popolazione impoverita che anima il mercato di rue Mouffetard (L’Opéra-Mouffe, 1958). Più tardi, in Daguerréotypes (1975), si concentra sui commercianti di rue Daguerre, da lei definiti la “maggioranza silenziosa”. Ne registra gesti, volti e narrazioni della vita quotidiana con una poetica sincerità, in bilico tra documentario sociale e omaggio surrealista.
L’Italia Focus speciale per Villa Medici Nel 1959, durante una ricognizione a Venezia e nei dintorni, Agnès Varda coglie scene di vita quotidiana e motivi ricorrenti come il bucato alle finestre e i passaggi in ombra. In occasione di questo viaggio realizza uno dei suoi celebri autoritratti davanti a una tela di Gentile Bellini, giocando con umorismo sulla sua acconciatura ormai divenuta iconica. Inviata a Roma nel 1963 per fotografare Luchino Visconti, fa visita a Jean-Luc Godard sul set del Disprezzo e ritrae Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli.
La corte-giardino Fino alla metà degli anni Sessanta, Agnès Varda realizza nella sua corte ritratti di giovani attrici e attori, tra cui Delphine Seyrig e Gérard Depardieu. Dopo aver reso celebri i commercianti del vicinato in Daguerréotypes (1975), si identifica sempre più con la sua strada, al punto da definirsi “daguerréotipista”. Nel corso degli anni, la corte-atelier si trasforma in una corte-giardino, che talvolta si estende fino a rue Daguerre, come nell’“autodocumentario” Les Plages d’Agnès (2008). È anche il luogo in cui Agnès Varda si racconta, si mette in scena e dal quale la sua opera si diffonde e prende forma. Viaggio in città A Parigi, Agnès Varda non si lascia sedurre dagli aspetti più pittoreschi della capitale. Rivolge invece lo sguardo a ciò che passa inosservato e ai luoghi che le sono più familiari: il suo quartiere e le rive della Senna. Gli estratti presentati in mostra rivelano il modo in cui la sua macchina da presa attraversa lo spazio urbano. Essi attingono a tutti i generi — finzione, documentario, pubblicità — e a una pluralità di formati, dai lungometraggi ai cortometraggi, fino ai frammenti di prova.
Dal 25 Febbraio 2026 al 25 Maggio 2026 – Accademia di Francia a Roma – Villa Medici
Anne Geene e Arjan de Nooy: Bestiary
l Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Alfabeto creato dai morsi degli insetti
I bestiari sono antichi manoscritti che intrecciano racconti di creature reali e immaginarie con storie di pietre e alberi. Non descrivono questi elementi in modo oggettivo: li usano invece per rappresentare il mondo come riflesso di una verità divina. Attraverso la natura e le vicende di esseri grandi e piccoli, i bestiari trasmettono insegnamenti morali; hanno tutti origine da un’opera greca nota come Physiologus. Scritta tra il II e il IV secolo d.C. da un autore sconosciuto, questa raccolta divenne uno dei libri più letti e amati del Medioevo.
In Bestiary, Anne Geene e Arjan de Nooy realizzano un bestiario fotografico contemporaneo ispirato a quella fonte antica. Prendendo spunto da citazioni tratte da una traduzione recente e mescolando immagini trovate con fotografie proprie, danno nuova vita a questo testo mistico. Pur non adottando un approccio né cristiano né didattico, i comportamenti messi in scena dalle creature di Bestiary continuano a suggerire narrazioni da cui possono affiorare, in modo indiretto, intuizioni morali.
Università degli Studi di Milano ospita la mostra vincitrice di Idee Photo Contest: “Non sono più lì” con la serie fotografica omonima di Cristian Iacono (primo premio), l’esposizione è a cura di Anna Mola.
Idee Photo Contest è un concorso fotografico ideato dall’agenzia AM PhotoIdeas di Anna Mola. Giunto alla sua sesta edizione, ha visto l’iscrizione di centinaia di partecipanti.
Gli altri vincitori del concorso sono: Veronica Benedetti, vincitrice del premio speciale Unimi, con la serie “Ofelia”; Mara Scampoli con il progetto “Mixed”, vincitrice del premio speciale Il Fotografo. Sono state infine assegnate tre menzioni d’onore a Giulio Brega, Nicole Danelli e Carlos Fulgoso Sueiro.
“Le cose esistono e persistono soltanto perché perdono”
Tim Ingold
Il progetto di Cristian, che è anche il suo lavoro di tesi, è intriso di concetti filosofici, antropologici, letterari, sulla base di un linguaggio fotografico con una fortissima impronta personale.
Si potrebbe dire – già dal titolo – che il tema è la perdita ma questo comporterebbe una lettura unicamente negativa della serie mentre l’intenzione dell’autore è quella di offrire anche una lettura positiva di questa circostanza della vita, da cui possono derivare un senso di rinascita e di positività.
Il denominatore comune di questo progetto è la natura: uno sfondo su cui si stagliano e prendono vita i pensieri e le percezioni dell’autore. Vediamo quindi l’impressione luminescente di un albero, una candela bruciante in una grotta, mani che cercano di afferrare una distesa d’acqua.
Tutto quello che vediamo non deve essere “preso alla lettera” ma come un simbolo o un’interpretazione; prendiamo per esempio la foto delle braccia tese al di sopra di un campo erboso che distendono verso il sole un foglio di carta riflettente: non è solo un’immagine esteticamente elegante ma potrebbe anche essere un riferimento a quel “pensiero magico” definito da Joan Didion nel celebre libro scritto dopo la morte del marito. La scrittrice parla, per esempio, del suo voler trattenere le scarpe del defunto compagno perché – irrazionalmente – potrebbe averne bisogno al suo impossibile ritorno; allo stesso modo il gesto nella foto descritta è un tentativo di trattenere la luce per produrne qualcosa di alchemico, forse, di energico e potente.
Con questa chiave di lettura, invitiamo i visitatori a esplorare la mostra, condividendo i loro pensieri.
Testo critico di Anna Mola
Dal 15 aprile al 6 maggio – Università degli Studi di Milano – Atrio della Facoltà di beni culturali
La mostra Wildlife Photographer of the Year, giunta al suo sessantunesimo anno, promossa dal Museo di Storia Naturale di Londra, arriva al Forte di Bard dal 21 marzo al 12 luglio 2026, presentando alcune delle più eccezionali fotografie naturalistiche scattate oggi nel mondo. L’esposizione accende i riflettori su immagini potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali poco noti, specie spettacolari e contesti naturali molto diversi tra loro. Utilizzando l’esclusivo potere emotivo della fotografia, le immagini condividono storie e specie da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di difesa del pianeta.
Il concorso di quest’anno ha registrato oltre 60.000 candidature da parte di fotografi di ogni età e livello di esperienza, provenienti da 113 Paesi. Le opere sono state giudicate in forma anonima per creatività, originalità ed eccellenza tecnica da una giuria internazionale di esperti del settore. L’inquietante scena di una iena bruna tra i resti scheletrici di una città mineraria di diamanti abbandonata da tempo a Kolmanskop, in Namibia, del fotografo sudafricano Wim van den Heever è l’immagine vincitrice del Wildlife Photographer of the Year 2025. Uno scatto davvero eccezionale: per realizzare Ghost Town Visitor (Visitatore della città fantasma), con la tecnologia delle foto-trappole, il fotografo naturalista sudafricano ha atteso un decennio dopo aver notato per la prima volta le tracce dell’animale. Il titolo di Young Wildlife Photographer of the Year 2025 è stato vinto da Andrea Dominizi, il primo italiano in assoluto a vincere il prestigioso premio per fotografi naturalisti di età pari o inferiore a 17 anni. La sua immagine After the Destruction (Dopo la distruzione) racconta una toccante storia di perdita di habitat, quella di un coleottero delle specie Cerambycidae in un’area disboscata sui Monti Lepini, nell’Italia centrale.
Gli altri italiani che si sono distinti al concorso sono: il sudtirolese Philipp Egger, vincitore nella categoria “Ritratti di Animali” con lo scatto Shadow Hunter (Cacciatore di ombre), un gufo reale nelle montagne di Naturno (Bolzano) che emerge dal buio con il luccichio arancione degli occhi e la luce della sera sulle piume, e tre finalisti con menzione d’onore: Fortunato Gatto con The frozen swan (Il cigno congelato) nella categoria “Arte della natura”, Roberto Marchegianicon The calm after the storm (La calma dopo la tempesta) e Shadowlands (Terre d’ombra) nella categoria “Animali nel loro ambiente” e Gabriella Comi con Wake-up call (Sveglia) nella categoria “Comportamento: Mammiferi”.
Kathy Moran, presidente della giuria del Wildlife Photographer of the Year: «Come sostenitrice del potere della fotografia, non c’è nulla di più gratificante o emozionante che vedere il nostro rapporto con il mondo naturale, in tutta la sua complessità e splendore, condiviso sulla più grande piattaforma mondiale dedicata alla fotografia naturalistica».
Doug Gurr, direttore del Natural History Museum: «Giunti al sessantunesimo anno, siamo entusiasti di continuare a fare del Wildlife Photographer of the Year una potente piattaforma di narrazione visiva, mostrando la diversità, la bellezza e la complessità del mondo naturale e il rapporto dell’umanità con esso. Grazie all’inclusione del Biodiversity Intactness Index, la mostra di quest’anno rappresenta la migliore combinazione tra grande arte e scienza all’avanguardia, ispirando i visitatori a diventare difensori del nostro pianeta».
Ornella Badery, presidente del Forte di Bard: «Widlife Photogtapher of the Year è uno dei cardini dell’offerta espositiva del Forte, atteso ogni anno da migliaia di appassionati di fotografia. La potenza delle immagini e delle storie che ognuna porta con sé è il modo migliore per sensibilizzare il pubblico sulle tematiche legate all’ambiente, alla flora e alla fauna sempre più in pericolo in ogni parte del mondo».
Dal 21 marzo 2026 al 12 luglio 2026 – Forte di Bard – Aosta
Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.
Un dialogo silenzioso tra due visionari separati da cinque secoli di storia, ma uniti dalla stessa, identica meraviglia: quella per “la più gioconda veduta del mondo”. È questa la suggestione che introduce alla mostra Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero, realizzata dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia.
Curata da Denis Curti, è la prima esposizione organizzata dalla Fondazione nella nuova sede di Palazzo Flangini, dove sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 30 giugno 2026: un momento simbolico, in cui la Fondazione di Venezia apre le porte della sua nuova casa alla città mettendo in mostra le opere di Gianni Berengo Gardin, che ha intessuto con la Fondazione un legame di profonda intesa artistica culminato con la donazione, nel 2021, di trentasei stampe fotografiche in bianco e nero, parte del progetto “La più gioconda veduta del mondo” ed entrate a fare parte della collezione fotografica permanente della Fondazione di Venezia.
Dal 27 febbraio 2026 al 30 giugno 2026 – Palazzo Flangini – Venezia
Mezzogiorno is a photographic exploration that has unfolded over more than a decade across Southern Italy. The title is an italian word that carries a double meaning, “noon” and “the South” as a cardinal point, and is commonly used to refer to the southern region of Italy. It evokes a dual tension between time and place, light and shadow, myth and reality. It is a investigation into landscapes, social fragility, religion and traditions, shaped through errancy, encounters, and quiet presence. Resisting nostalgia and folklore, the work documents a landscape marked by economic uncertainty, unfinished architecture, and complex social layers. Rituals, ruins, and rhythms of abandonment become signs of broader transformations. Mezzogiorno seeks to question dominant narratives, offering a lens through which to reinterpret the present. It attempts to move beyond postcard clichés, portraying Southern Italy not as a fixed memory, but as a fractured and living reflection of contemporary dynamics. The project aims to shape a new visual language, politically aware, anthropologically grounded, and emotionally resonant.
Dal 21 marzo al 17 maggio – Festival Circulation(s) – Le CENTQUATRE – PARIS
Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways. Fotografie di Francesco Conversano
John King, Mayor of Lewistown, Illinois 2014
Il Museo di Roma in Trastevere presenta la mostra fotografica “Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways”, una selezione di novanta scatti in bianco e nero e a colori realizzati negli Stati Uniti dal regista di cinema del reale Francesco Conversano fra il 1999 e il 2017, durante le riprese che portarono alla realizzazione di vari film documentari girati insieme a Nene Grignaffini e prodotti con RAI CINEMA e per Rai Radiotelevisione Italiana/ Rai 3.
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, è curata dalla Fondazione Massimo e Sonia Cirulli in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina, Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
Il viaggio lungo le “strade blu” è un viaggio di scoperta, di conoscenza e di rivelazioni, un viaggio geografico e antropologico, un viaggio nel meraviglioso quotidiano e nell’immaginario collettivo di un Paese complesso che a volte sembra fermo nelle mitologie e negli stereotipi e che intreccia la vita delle persone e gli avvenimenti storici. Europa, Asia e America sono stati raccontati nei momenti di trasformazione sociale attraversando macrocosmi e microcosmi, villaggi e megalopoli, paesaggi geografici e umani fatti di scambi, relazioni e solitudine. Lo scatto ferma l’attimo delle connessioni tra l’uomo e il paesaggio, l’umano e ciò che lo circonda, nutrendosi della potenza della memoria e dell’incanto della poesia. Questo modo di interpretare il cinema del reale che segue una visione di tipo antropologico, si intreccia con il cinema della memoria e il cinema di poesia, grazie all’esplorazione degli infiniti spazi e dei territori compresi tra la realtà e immaginario.
La mostra fotografica si sviluppa secondo questa visione. Realtà, memoria e poesia si intrecciano lungo le strade blu della provincia americana, rielaborando percorsi dell’immaginario collettivo e rievocando inevitabilmente luoghi e storie: la poesia di Walt Whitman e gli epitaffi di Edgar Lee Masters, la letteratura epica di John Steinbeck, l’universo minimalista dell’ordinary people di Raymond Carver, l’America di Truman Capote di “A sangue freddo”, primo romanzo-reportage, paradigma assoluto e geniale invenzione di un nuovo genere letterario; il Texas e i racconti di frontiera di Joe R. Lansdale, l’umanità precaria e surreale dei personaggi di Barry Gifford; i silenzi inquietanti e sospesi, la solitudine e l’attesa dei paesaggi umani dei dipinti di Edward Hopper; la fotografia sociale di Walker Evans e Dorothea Lange del progetto del Presidente Roosevelt della Farm Security Administration e lo sguardo sui volti dei farmers e dei pionieri durante la Grande Depressione; il riecheggiare di suoni e di canzoni del soundtrack della nostra vita, una colonna sonora immortale, dal western swing al blues, dal rock al folk passando da Pete Seeger e Woody Guthrie per finire a Bob Dylan; il filo che lega l’esperienza visionaria di David Lynch, le sue rappresentazioni oniriche dell’inconscio e dell’invisibile nascosto nella quotidianità al cinema della memoria dei luoghi e delle storie di Peter Bogdanovich. Come non ricordare “The Last Picture Show”, sintesi assoluta e moderna del cinema dei grandi Maestri, sospesa tra paesaggi, drammi interiori e memoria, riti di iniziazione e maturità.
Dal 18 marzo 2026 al 4 ottobre 2026 – Museo di Roma in Trastevere
Ciao, ecco com’è fatta un’ottica fotografica, buona giornata
Sara
Un obiettivo fotografico è un sistema ottico complesso progettato per raccogliere e concentrare la luce in modo da formare un’immagine nitida sul sensore della fotocamera. È costituito da un insieme di lenti di diverso tipo, disposte in gruppi e alloggiate in un corpo cilindrico di metallo o plastica.
Le lenti e i gruppi ottici
Le lenti all’interno dell’obiettivo sono realizzate con vetri ottici speciali, che hanno proprietà specifiche per ridurre le distorsioni e migliorare la qualità dell’immagine. Si dividono in:
Lenti semplici: costituite da un unico elemento in vetro.
Lenti composte: formate da più elementi incollati insieme o montati in un sistema meccanico per ottenere particolari effetti ottici.
Ogni lente ha un suo indice di rifrazione, ovvero la capacità di piegare la luce quando questa passa da un mezzo all’altro (per esempio, dall’aria al vetro). Questa rifrazione è essenziale per dirigere la luce in modo controllato verso il sensore della fotocamera.
Le lenti sono disposte in gruppi per correggere le aberrazioni ottiche e migliorare la nitidezza. Alcune tipologie di lenti specializzate includono:
Lenti asferiche, che riducono l’aberrazione sferica.
Lenti a dispersione extra bassa (ED), che limitano l’aberrazione cromatica.
Lenti flottanti, che migliorano la qualità dell’immagine quando si mette a fuoco da vicino.
Il diaframma: controllo della luce e profondità di campo
All’interno dell’obiettivo troviamo il diaframma, un insieme di sottili lamelle metalliche disposte in cerchio che si aprono e si chiudono per controllare la quantità di luce che entra nell’obiettivo. Il diaframma influisce su:
L’esposizione: un’apertura più ampia (numero f/ basso, es. f/1.8) lascia entrare più luce, mentre un’apertura più chiusa (numero f/ alto, es. f/16) ne lascia entrare meno.
La profondità di campo: con un diaframma molto aperto (f/1.8 – f/2.8) si ottiene uno sfondo sfocato (bokeh), mentre con un diaframma chiuso (f/11 – f/22) tutto risulta più nitido.
Messa a fuoco e zoom
Gli obiettivi includono un meccanismo per modificare la distanza tra le lenti, consentendo la messa a fuoco su soggetti posti a diverse distanze. Esistono due tipi principali di obiettivi:
Obiettivi a focale fissa, con una sola lunghezza focale (es. 50mm, 85mm).
Obiettivi zoom, con una lunghezza focale variabile (es. 24-70mm, 70-200mm).
Alcuni obiettivi dispongono di autofocus (motorizzato) e altri solo di messa a fuoco manuale. Tecnologie avanzate come il motore a ultrasuoni (USM) o il motore passo-passo (STM) migliorano la rapidità e la silenziosità della messa a fuoco.
Percorso della luce all’interno dell’obiettivo
Quando la luce entra nell’obiettivo:
Le prime lenti la raccolgono e la concentrano.
Le lenti successive correggono le aberrazioni ottiche e affinano l’immagine.
La luce viene direzionata sul sensore della fotocamera, formando un’immagine dettagliata.
Ad esempio, se vuoi fotografare un fiore:
La luce riflessa dal fiore entra nell’obiettivo.
Le lenti anteriori la catturano e la focalizzano.
Le lenti correttive minimizzano le distorsioni.
L’immagine finale viene proiettata sul sensore della fotocamera.
Correzione delle aberrazioni ottiche
Un obiettivo di alta qualità è progettato per minimizzare difetti ottici come:
Aberrazione sferica: distorsione ai bordi dell’immagine.
Aberrazione cromatica: aloni colorati intorno ai soggetti.
Distorsione: linee dritte che appaiono curve.
Vignettatura: oscuramento degli angoli dell’immagine.
Questi problemi vengono corretti con l’uso di lenti speciali e trattamenti antiriflesso (come i rivestimenti multistrato, tipo Nano Coating).
Conclusione
L’obiettivo è una delle componenti più importanti di una fotocamera. Ogni elemento, dalle lenti al diaframma, lavora in sinergia per ottenere un’immagine nitida, luminosa e priva di distorsioni. Conoscere la sua struttura e il suo funzionamento ti aiuta a scegliere l’obiettivo giusto per le tue esigenze fotografiche.
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