I concorsi e le open call rappresentano uno strumento prezioso di confronto: ti costringono a fare editing, a mettere in fila una serie coerente di immagini o a selezionare il tuo scatto migliore, oltre a offrire opportunità reali di mostra, pubblicazione e sostegno economico per i tuoi progetti. Ciao Annalisa
MUSA INTERNATIONAL AWARD FOR FEMALE PHOTOGRAPHERS Il concept del Premio Musa di quest’anno si focalizza sul “Reclaiming”, inteso come l’atto di riappropriarsi del potere di decidere cosa merita di essere inquadrato e raccontato, superando la funzione puramente estetica della fotografia. È fondamentale chiarire che il premio non richiede che i soggetti delle opere siano necessariamente femminili, poiché l’obiettivo non è limitarsi a guardare le donne, ma guardare l’intero mondo attraverso i loro occhi. Riappropriarsi della “cornice” significa rivendicare il diritto di narrare ogni aspetto della realtà — dall’architettura alla cronaca, dall’astrazione alla natura — ribaltando lo sguardo maschile e occidentale che storicamente ha stabilito cosa fosse degno di nota. Questo processo di riappropriazione si estende alla narrazione del corpo come territorio politico, documentando vissuti autentici di salute, malattia e invecchiamento fuori dai canoni tradizionali, e prosegue con la risignificazione dello spazio pubblico e notturno, spesso vissuto dalle donne sotto il segno dell’esclusione. Il progetto invita inoltre a un sabotaggio degli archivi, riscrivendo storie familiari o collettive dove la presenza femminile è stata omessa, e promuove una visione ecofemminista che rifiuta la natura come semplice cartolina per mostrarne l’interdipendenza con l’umano. Infine, il tema sfida le logiche tecnologiche e gli algoritmi che replicano pregiudizi di genere, cercando lavori capaci di dare dignità visiva al lavoro invisibile e a tutto ciò che solitamente resta ai margini, dimostrando che cambiare chi tiene in mano la macchina fotografica significa, di fatto, cambiare la percezione della realtà stessa. Website: https://www.musaaward.eu/ Deadline: 21 Novembre 2026
Monte-Carlo Photo Contest 2026 Il Monte-Carlo Photo Contest è un concorso fotografico internazionale annuale, aperto a fotografi di ogni nazionalità, sia amatori che professionisti. Il concorso si svolge sotto il patrocinio della FIAP (Fédération Internationale de l’Art Photographique) e dell’AAPMC (Académie de l’Art Photographique de Monte-Carlo). Il Monte-Carlo Photo Contest 2026 è suddiviso in quattro categorie tematiche:
Categoria 1 – Glamour e Bellezza
Categoria 2 – Il mondo in primo piano (World in Focus)*
Xposure IFPA 2026 International Award for Freelance Photojournalists Il premio Xposure Independent & Freelance Photojournalist Award (IFPA) conferisce un riconoscimento a fotoreporter indipendenti e freelance di eccezionale talento, il cui lavoro dimostra integrità giornalistica, forza visiva e un impegno concreto nell’affrontare tematiche contemporanee. Il premio si articola in tre categorie: Spot News, Ambiente e Soluzioni. Per ciascuna categoria viene selezionato un vincitore, che riceve un premio di 5.000 USD. I vincitori vengono inoltre invitati all’Xposure International Photography & Film Festival di Sharjah (Emirati Arabi Uniti), dove i loro lavori vengono presentati a un pubblico internazionale composto da fotografi, editor, professionisti del settore e dal grande pubblico. Deadline: 1 October 2026 Website: https://ifpa.xposure.net/
YICCA 26/27 – International Contest of Contemporary Art Il concorso d’arte internazionale YICCA 26/27 è una prestigiosa piattaforma globale che invita artisti da ogni parte del mondo a mostrare il proprio talento creativo. Questa competizione artistica internazionale supera i confini geografici e accoglie sia professionisti affermati che talenti emergenti, indipendentemente dalla loro provenienza. Offre un palcoscenico vivace per una varietà eclettica di espressioni artistiche contemporanee, spaziando tra diversi linguaggi come disegno, pittura, scultura, fotografia, grafica, tecnica mista, videoarte, installazioni e performance. Tale varietà artistica persegue un duplice obiettivo: valorizzare il profilo degli artisti partecipanti e facilitare il loro ingresso nel dinamico e mutevole mercato internazionale dell’arte contemporanea. Deadline: 8 October 2026 Website: https://yicca.org/
Wildlife 2027 International Photography Exhibition A febbraio, la Glasgow Gallery of Photography ospiterà una mostra intitolata “Wildlife”. Si tratta di un tema nuovo per la galleria, mai oggetto di una mostra dedicata in precedenza: la fauna selvatica. Vogliamo invitarvi a scoprire il fascino visivo della fauna selvatica e le storie che essa racconta, sia che si tratti di animali nei loro habitat naturali o di incontri in luoghi insoliti. Potrete inoltre esplorare il rapporto tra la fauna selvatica e l’essere umano, nelle sue sfaccettature sia positive che negative. Deadline: 9 October 2026 Website: https://www.glasgowgalleryofphotography.com/exhibition
Barcelona Photography Festival on Human Rights and Global Justice Cerchiamo progetti fotografici sui diritti umani e la giustizia globale! L’Associació Catalana per la Pau (ACP) e Más Retina lanciano questa iniziativa per scoprire, valorizzare e promuovere progetti fotografici di eccellenza incentrati sui diritti umani e la giustizia globale Utilizzando la fotografia come strumento di giustizia sociale, il concorso mira a far luce sulle sfide globali e sulle loro cause. Il nostro obiettivo è creare spazi di riflessione e informazione che favoriscano una cittadinanza critica e incoraggino una partecipazione attiva ai dibattiti contemporanei. Deadline: 9 October 2026 Website: http://site.picter.com/bcndh-2026
Fine Art Photography Awards 2027 Questa edizione è dedicata agli artisti che sfidano la percezione, accolgono il rischio e trasformano le idee in narrazioni visive. La fotografia d’arte non riguarda solo ciò che si immortala, ma il modo in cui si interpreta, distorce, mette in discussione e reinventa la realtà. Che il vostro lavoro riveli bellezza, tensione, contraddizione o una verità cruda, ciò che conta davvero è la vostra prospettiva. In un’epoca di cambiamenti costanti e sovraccarico visivo, trovare la propria voce autentica può sembrare una sfida. È proprio per questo che esiste questa piattaforma: per dare spazio a concetti audaci, tecniche non convenzionali e narrazioni profondamente personali. Qui l’innovazione incontra l’intenzione e l’originalità prevale sulle convenzioni. Deadline: 11 October 2026 Website: https://fineartphotoawards.com/
Raccont’Arti: Contemporary Photography Award 2026 “Raccont’arti” è un bando internazionale gratuito rivolto a fotografi e artisti visivi, volto a mappare lo stato della fotografia contemporanea. L’edizione 2026 esplora il tema “Oltre il visibile: l’immagine dell’assenza”. Il premio invita gli artisti a indagare l’assenza non come sottrazione, bensì come stratificazione di spazio e tempo. Le opere dovranno mappare ciò che resta quando l’azione si placa, trattando lo spazio come un’infrastruttura attiva di segni e interazioni. Deadline: 15 October 2026 Website: https://site.picter.com/raccontarti-contemporary-photography-award-2026
Human Photography Exhibit Cerchiamo fotografie capaci di raccontare cosa significhi essere umani. Non solo volti, ma ciò che si cela dietro di essi. I momenti di quiete. Quelli in cui si abbassa la guardia. Gli occhi stanchi a fine giornata e l’improvvisa esplosione di una risata. Il modo in cui ci stringiamo l’un l’altro e quello in cui teniamo insieme noi stessi quando nessuno ci guarda. Deadline: 22 October 2026 Website: http://www.duskphotogallery.com
Chromatic Photo Awards 2026 La missione dei Chromatic Awards è sostenere e ispirare i fotografi, offrendo loro un palcoscenico globale dove condividere passione, visione e storie. Attraverso questa piattaforma, il concorso mira a promuovere talenti eccezionali a livello mondiale, continuando al contempo a scoprire e valorizzare voci nuove ed emergenti della fotografia contemporanea. In occasione della decima edizione dei Chromatic Awards, invitiamo i fotografi a prendere parte a questo anno fondamentale e a contribuire a un’eredità decennale dedicata al potere espressivo del colore. Deadline: 25 October 2026 Website: https://chromaticawards.com/
W. Eugene Smith Student Grant 2026 Ricerchiamo progetti di fotogiornalismo e fotografia documentaria esemplari e coinvolgenti (eventualmente integrati da elementi multimediali) volti ad affrontare una questione di rilievo legata alla condizione umana. La giuria valuterà i candidati e i progetti che meglio dimostrino la capacità di utilizzare il fotogiornalismo e la fotografia documentaria — in modo esemplare e coinvolgente ed eventualmente con l’integrazione di contenuti multimediali — per trattare temi di importanza e impatto significativi per la condizione umana: cambiamenti sociali, questioni umanitarie, conflitti armati o altri argomenti di rilevanza interpersonale, psicologica, culturale, sociale, ambientale, scientifica, medica e/o politica, esprimendo idealmente la consapevolezza della nostra comune umanità. Deadline: 13 October 2026 Website: https://site.picter.com/w-eugene-smith-fund-student-grant-2026
«Galicia» Award of Contemporary Photography
L’associazione OF Outono Fotográfico, la Xunta de Galicia (Governo della Galizia), la Deputación de Lugo (Provincia di Lugo) e l’Università di Vigo/Campus di Ourense (Galizia) organizzano il Premio «GALICIA» di Fotografia Contemporanea (XIV edizione), con l’obiettivo di promuovere la fotografia contemporanea e gli aspetti etici che generalmente emergono dall’arte contemporanea in relazione alle forme di dominio e all’imposizione di limiti al pensiero. L’iniziativa mira inoltre a favorire la creazione di uno spazio dedicato alla fotografia in Galizia — che si affianchi a quello sviluppato da oltre trent’anni dal festival Otoño Fotográfico — incentivando proposte di carattere visivo-fotografico o comunque riconducibili all’ambito del “fotografico” (nell’accezione più ampia del termine) da parte di autori sia nazionali che stranieri. Deadline: 11 October 2026 Website: https://site.picter.com/premiogalicia-2026
Elenco altri concorsi di Ottobre 2026
Rotterdam Photo 2027 Open Call (Vibrance)
Dedicato ad arte contemporanea, fotografia documentaria e progetti concettuali. Il premio offre la selezione per una mostra ed esposizione outdoor durante il festival di Rotterdam nel marzo 2027. La quota d’iscrizione parte da circa 29 euro (tariffe Early Bird) fino a 45 euro. La scadenza è fissata per il 4 ottobre 2026. Sito ufficiale: rotterdamphoto.com
Exposure Photography Festival (International Open Call)
Riservato a progetti e serie fotografiche ad ampio spettro contemporaneo. I selezionati parteciperanno alla mostra collettiva dell’Exposure Festival a Calgary, in Canada, con promozione dedicata su stampa e canali ufficiali. Il costo d’iscrizione è di 45 CAD (fino a 5 foto), con opzione gratuita per autori provenienti da Paesi a basso reddito. La scadenza è il 5 ottobre 2026. Sito ufficiale: exposurephotofestival.com
Earth Partner Prize 2026
Un premio internazionale focalizzato su giustizia ecologica, paesaggio e impatto umano, rivolto a progetti e narrazioni visive legate all’ambiente. La partecipazione è a pagamento e la scadenza per l’invio dei progetti è il 7 ottobre 2026. Sito ufficiale: fastforward.photography
Travel Photographer of the Year (TPOTY)
Un riferimento per fotografia di viaggio, reportage culturale, street e paesaggio. Mette a disposizione un montepremi complessivo di 50.000 sterline, 1.000 sterline in denaro al vincitore assoluto, letture portfolio a New York e mostre internazionali. La quota varia da 10 a 50 sterline, con partecipazione gratuita per gli under 18. Scadenza il 12 ottobre 2026. Sito ufficiale: tpoty.com
Mesnographies Open Call (The Pursuit of Happiness)
Aperto a progetti e serie di fotografia contemporanea. Il premio seleziona autori per una mostra open-air durante il festival internazionale Mesnographies a Les Mesnuls, in Francia. L’iscrizione è completamente gratuita e la scadenza è il 15 ottobre 2026. Sito ufficiale: fastforward.photography
Wellcome Photography Prize 2026
Incentrato su temi legati a salute, società, scienza e impatto umano. Mette in palio 10.000 sterline per ciascun vincitore di categoria e l’inclusione dei primi 25 progetti in una mostra a Londra. L’iscrizione è gratuita e scade il 21 ottobre 2026. Sito ufficiale: wellcome.org
International Landscape Photographer of the Year
Dedicato alla fotografia di paesaggio naturale, urbano ed aereo. Assegna 5.000 dollari al primo classificato, trofeo ufficiale, oltre all’inclusione e una copia stampata del volume International Landscape Book. Il costo è di 25 dollari a foto e la scadenza è il 31 ottobre 2026. Sito ufficiale: internationallandscapephotographer.com
International Garden Photographer of the Year (IGPOTY)
Specializzato in fotografia botanica, giardini, paesaggio e natura. Prevede premi in denaro per il vincitore assoluto, mostra al Royal Botanic Gardens di Kew e pubblicazione nel libro del concorso. Quota di partecipazione di 16 sterline per categoria, con alcune opzioni gratuite. Scadenza il 31 ottobre 2026. Sito ufficiale: igpoty.com
MUSA AWARD 2026 | International Photography Award for Women
Giunto alla sua ottava edizione, il premio si trasforma in una cornice internazionale rivolta a tutte le fotografe maggiorenni residenti in Europa (con una lista completa di Paesi ammessi che spazia dall’Italia al Regno Unito, dalla Francia alla Scandinavia). Il concorso si concentra sulla valutazione di portfolio (da 8 a 25 immagini per progetto, con possibilità di includere link video) senza restrizioni di genere o soggetto, accogliendo anche lavori elaborati tramite intelligenza artificiale previa esplicita dichiarazione. Il concept guida di quest’anno, “Reclaiming the Frame”, invita le autrici a riappropriarsi del potere di decidere cosa inquadrare e narrare, superando il semplice canone estetico e ribaltando lo sguardo tradizionale su corpo, ambiente, archivi e spazio pubblico. I premi in palio comprendono la stampa fine art completa del progetto vincitore (fino a 20 foto a cura di Fotofabbrica), esposizioni in festival di rilievo come Colorno Photo Life, il Festival Off di Fotografia Etica e il Festival della Fotografia Italiana (riservato alle autrici italiane), proiezioni e letture portfolio con la Biennale di Fotografia Femminile di Mantova, incontri editoriali con EMUSE, interviste e pubblicazioni su riviste di settore tra cui Il Fotografo, oltre a un rimborso spese di 200 euro. La quota d’iscrizione è di 25 euro per un progetto, 45 euro per due e 65 euro per tre. La scadenza per la presentazione dei lavori via PDF e email è fissata per il 21 novembre 2026. Sito ufficiale: https://www.musaaward.eu/
Avviso importante prima di partecipare:
I regolamenti, le quote di partecipazione e le scadenze dei concorsi fotografici possono subire variazioni dell’ultimo minuto da parte degli organizzatori. Verifica sempre tutte le informazioni, le condizioni di cessione dei diritti e i dettagli operativi direttamente sul sito ufficiale di ciascun premio prima di inviare i tuoi file.
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I Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia si preparano ad accogliere uno degli appuntamenti espositivi più attesi della stagione autunno-inverno.
Dal 10 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027, gli spazi del complesso cinquecentesco ospiteranno la mostra “Gregory Crewdson. Eveningside“, un’imponente personale dedicata all’opera del celebre fotografo statunitense. Curata da Jean-Charles Vergne e realizzata in collaborazione con Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, l’esposizione riunisce in un unico percorso narrativo la trilogia fotografica a cui l’artista ha lavorato nell’arco di un intero decennio. Un percorso visivo che comprende le serie Cathedral of the Pines (2012-2014), An Eclipse of Moths (2018-2019) e la più recente Eveningside, offrendo una panoramica completa sulla maturità espressiva di uno dei maestri della fotografia contemporanea. A completare e arricchire l’esperienza espositiva sarà la proiezione del film Making Eveningside, un documento fondamentale per comprendere il dietro le quinte, la gestazione e la complessa macchina produttiva che precede ogni singolo scatto dell’autore.
Nato da una committenza originale delle Gallerie dell’Italia – Torino nell’ottobre 2022, nell’ambito delle Travelling Exhibition del museo, il progetto ha intrapreso negli anni un articolato itinerario internazionale.
L’elemento di grande interesse della mostra risiede nella possibilità di osservare l’evoluzione formale e concettuale della ricerca di Crewdson. Se nelle prime due parti della trilogia l’artista esplorava paesaggi boschivi, radure isolate ed estesi scenari post-industriali intrisi di solitudine e mistero, la serie Eveningside segna uno scarto decisivo. In netto contrasto con le foreste infestate, solitarie e remote di Cathedral of the Pines e con i vasti e desolati spazi di An Eclipse of Moths, la produzione più recente sposta il baricentro dell’attenzione verso i confini sottili della vita quotidiana, concentrandosi sui luoghi di lavoro e sugli ambienti commerciali ordinari.
In Eveningside, Crewdson sceglie di esplorare momenti di sospensione e contemplazione calati nel contesto urbano comune. Le figure che popolano le sue immagini apparendo sparse e rarefatte vengono spesso ritratte attraverso le vetrine dei negozi, riflesse nello specchio di un locale o posizionate sotto la cornice apparentemente banale della routine quotidiana. Ponti ferroviari, portoni d’ingresso, portici, la tettoia di uno sportello bancomat, una latteria, un mercato rionale o un negozio di ferramenta diventano i teatri di un’umanità immobile e riflessiva. Avvicinando il suo punto di osservazione ai soggetti e impiegando per la prima volta una tavolozza rigorosamente monocromatica, l’artista costruisce una grammatica visiva di straordinaria densità.
Il processo linguistico si avvale di una combinazione accurata di luce e ombra, affiancata da effetti atmosferici artificiali come nebbia, pioggia, fumo e foschia. Le opere di Eveningside, presentate come stampe digitali a pigmenti di grande formato, ricreano un’atmosfera d’impronta gotica che richiama direttamente le suggestioni del cinema classico e del film noir, trasformando scorci ordinari in vere e proprie quinte drammatiche.
Nel loro insieme, le tre parti della trilogia testimoniano una riflessione profonda sui linguaggi visivi. Ogni serie rappresenta una tappa essenziale nell’evoluzione creativa dell’autore, intrecciando temi che spaziano dalla dimensione più intima e personale a visioni esistenziali e collettive. L’opera di Crewdson si fonda su un costante dialogo con la storia della fotografia, della pittura e del cinema, strumenti che l’artista scompone e reinventa per strutturare le sue narrazioni visive.
Dal 10 Ottobre 2026 al 17 Gennaio 2027 – Chiostri di San Pietro – Reggio Emilia
Dopo le retrospettive dedicate a Ruth Orkin, Dorothea Lange e Brassaï, la grande fotografia torna protagonista a Bassano del Grappa. Dal 24 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 il Museo Civico di Bassano del Grappa omaggia un altro artista il cui “sguardo” ha fatto la storia di questa forma d’arte cambiando, di fatto, il modo di guardare il mondo: Sebastião Salgado (1944-2025).
Promossa e organizzata da Comune e Musei Civici di Bassano del Grappa, MEP – Maison Européenne de la Photographie di Parigi e Silvana Editoriale e patrocinata dalla Regione del Veneto, la mostra è la prima in Italia a raccontare l’intera opera del fotografo che, in 50 anni di carriera, ha saputo immortalare il dolore e la bellezza restituendo al pubblico il punto di vista di un artista divenuto immortale – a un anno dalla sua scomparsa.
“Ci sono artisti che non fotografano il mondo: lo cambiano. Sebastião Salgado era uno di loro, capace di restituire dignità all’umanità sofferente e bellezza alla natura minacciata” dichiara Alberto Stefani, Presidente della Regione del Veneto. “I suoi scatti — dalla Serra Pelada alle foreste dell’Amazzonia, dagli esodi africani alla Genesi del pianeta — ci hanno costretti a guardare ciò che preferivamo non vedere, e lo hanno fatto con una bellezza che non si dimentica. La Regione del Veneto ha voluto patrocinare questa mostra perché ritiene che portare per la prima volta in Italia una retrospettiva completa del suo lavoro, a un anno dalla sua scomparsa, sia un atto dovuto verso uno dei più grandi artisti del Novecento. Bassano del Grappa è il luogo giusto: un museo che ha saputo costruire negli anni un rapporto autentico con la fotografia d’autore e con il suo pubblico dimostrando che i nostri territori sanno guardare lontano”.
“La mostra dedicata a Sebastião Salgado, con il suo prestigio e la sua contemporaneità, arriverà a degna conclusione di un anno importante per la nostra città in ambito culturale. Un anno caratterizzato dall’avvio del percorso di candidatura a Capitale italiana della Cultura 2029 e dall’atteso ritorno del Cavallocolossaledi Antonio Canova. Nel mezzo di questo fermento siamo pronti a far rivivere l’anima di un artista internazionale, scomparso di recente, attraverso le sue opere, che hanno lasciato il segno raccontando le contraddizioni di un mondo complesso, che vive un precario equilibrio tra le sue meraviglie e le sue ingiustizie. Daremo così seguito ad un percorso consolidato e coerente dedicato alla grande fotografia internazionale e ai suoi autori più rappresentativi per intercettare l’interesse di un pubblico crescente ed eterogeneo” afferma Nicola Ignazio Finco,Sindaco di Bassano del Grappa.
La mostra è curata da Pascal Hoël, Responsabile delle Collezioni della MEP-Maison Européenne de la Photographie, la principale istituzione francese dedicata alla fotografia. Le collezioni della MEP sono un viaggio attraverso il tempo e lo sguardo dell’uomo. Dagli anni ’50 fino ai giorni nostri, queste raccolte straordinarie custodiscono la memoria visiva di decenni di storia, emozioni e trasformazioni del mondo. Ogni opera è un frammento di realtà catturato nell’istante fuggente in cui la luce incontra l’obiettivo.
La MEP ha sostenuto il lavoro di Salgado fin dagli anni ’80, affiancandolo in alcuni dei suoi progetti più significativi e costruendo nel tempo una collezione di raro valore. A coronamento di quarant’anni di collaborazione, nel 2018 Sebastião e Lélia Wanick Salgado hanno sostenuto a loro volta la MEP con una donazione straordinaria di 105 fotografie.
La mostra Sebastião Salgado ripercorre attraverso una selezione di oltre160 scatti tutte le principali serie della vasta produzione dell’artista. Il percorso è diviso in due grandi sezioni. La prima parte della mostra presenta una panoramica delle serie “Other Americas”, “Sahel”, “Serra Pelada Gold Mine – Brazil”, “Workers”, “Kuwait”, “Exodus” e “Children of the Exodus” e documenta i primi 25 anni di attività del fotografo che ha affrontato la furia e i tormenti dell’umanità in tutto il mondo, mentre la seconda è dedicata al suo più grande progetto, durato oltre sette anni: Genesis, un omaggio alla bellezza e alla fragilità di un pianeta rimasto al riparo dalla follia degli uomini, la cui salvaguardia è vitale ora più che mai.
L’esposizione segue in ordine cronologico la carriera del fotografo e permette di restituire il senso complessivo della sua opera, così come lui stesso sosteneva: “Tutto quello che ho fatto, nell’insieme, è lo specchio della mia vita”.
“Organizzare una mostra che per la prima volta in Italia abbraccerà l’intera e complessa parabola artistica di Sebastião Salgado rappresenta un traguardo straordinario per la nostra programmazione museale. Fino ad oggi, nel nostro Paese, il pubblico ha potuto ammirare il lavoro di questo grande artista in modo parziale o focalizzato su singole serie. Questa retrospettiva completa offre invece un’opportunità critica e scientifica senza precedenti: permette di comprendere l’evoluzione stilistica e concettuale di un maestro, unendo il Salgado fotoreporter sociale delle origini a quello della conversione ecologica. Con questa proposta, Bassano del Grappa si conferma sulla scena nazionale quale vero e proprio centro di produzione culturale, fucina di progetti originali di altissimo profilo. Un luogo che vale la pena raggiungere anche da molto lontano, per ammirare la grande arte internazionale e scoprire le bellezze di un territorio unico” dichiara Giada Pontarollo,Assessore alla Cultura di Bassano del Grappa.
Nella mostra di Bassano, una sintesi del lavoro e della vita di Salgado, prende forma in un percorso di rara intensità ed emozione, in cui la bellezza incontaminata del pianeta si intreccia con le sfide ambientali e l’emergenza sociale, trasformandosi in un profondo messaggio di rinascita e in un invito urgente a riconnettersi con la natura e con il destino condiviso dell’umanità: un messaggio che ha reso – e rende tuttora – necessaria la sua arte.
“La storia che lega Sebastião Salgado alla Maison Européenne de la Photographie è quella di un impegno reciproco e duraturo.” dichiara Pascal Hoël, Responsabile delle Collezioni della MEP – Maison Européenne de la Photographie di Parigi e Curatore della mostra “Essa testimonia una fiducia rara tra un artista e un’istituzione, costruita nel tempo attorno a una visione comune della fotografia e del suo ruolo nel mondo.”
La mostra sarà accompagnata dall’omonimo catalogo in lingua italiana e inglese, editoda Silvana Editoriale, e da una ricca offerta didattica pensata per tutte le tipologie di visitatori.
“Poter ripercorrere, in un’unica mostra, cinquant’anni di carriera di Sebastião Salgado significa avere la rara occasione di approfondire la conoscenza di alcuni tra i più intensi e drammatici momenti della nostra epoca attraverso l’occhio di un maestro assoluto della fotografia internazionale. Le sue opere sono caratterizzate da un impareggiabile, magico equilibrio tra etica ed estetica e dalla capacità di raccontare il mondo con rara sensibilità e umanità: questo rende ognuno dei suoi scatti un capolavoro assoluto, un’opera d’arte in grado di segnare le coscienze e, al contempo, lasciare un’impronta poetica duratura nell’immaginario collettivo. I Musei Civici di Bassano del Grappa sono orgogliosi di poter presentare, per la prima volta in Italia e grazie ad una nuova, prestigiosa collaborazione internazionale, una selezione di opere così ampia e completa in grado di testimoniare, al più alto grado, l’intera parabola di questo artista, aggiungendo così un nuovo capitolo alla programmazione di grandi mostre di fotografia che fanno dei nostri Musei un punto di riferimento in Italia per questa forma d’arte”, conclude Barbara Guidi, Direttrice dei Musei Civici di Bassano delGrappa.
Dal 24 Ottobre 2026 al 4 Aprile 2027 – Museo Civico di Bassano del Grappa
Martin Parr – Ironia & Amore: istruzioni per una vita felice
Martin Parr. Ironia & Amore: istruzioni per una vita felice, a cura di Arianna Rinaldo, riporta a Milano lo sguardo ironico, curioso e profondamente umano di uno dei più noti fotografi della sua generazione. Dal 15 ottobre 2026 al 28 febbraio 2027, allo Spazio Varesina 204, nel cuore del Milano Certosa District, la mostra invita a rileggere il lavoro di Parr attraverso due parole che ne hanno accompagnato la ricerca fotografica e il rapporto con il mondo: ironia e amore. Un binomio che diventa anche una possibile chiave per guardare alla vita e alle sue contraddizioni, con leggerezza e partecipazione.
Prodotta e organizzata da Varesina 204, da un progetto di Monstrum e YourPictureditor, la mostra presenta 70 fotografie realizzate nell’arco di oltre trent’anni, tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio. Il percorso attraversa alcuni dei temi più ricorrenti nella ricerca di Parr, dalla rappresentazione del tempo libero alla dimensione privata delle relazioni, fino a un gioco di autorappresentazione in cui il fotografo stesso entra nell’inquadratura.
Il primo nucleo conduce il visitatore nei luoghi in cui le persone sembrano concedersi una parentesi dalla quotidianità: spiagge, località turistiche, piste da sci, monumenti e mete affollate da viaggiatori. Dalle spiagge di Benidorm alle piste della Svizzera, dalle piramidi d’Egitto a quelle Maya in Messico, Parr osserva il modo in cui uomini e donne abitano il tempo libero, costruendo una sorta di geografia universale delle vacanze. Accanto ai turisti di ogni parte del mondo ritornano gli inglesi, presenza costante nella sua fotografia, colti nei loro gesti quotidiani, nelle abitudini e nelle eccentricità.
Le immagini provengono da alcuni dei suoi progetti e libri più celebri, tra cui Common Sense, Sign of the Times e The Last Resort. È qui che emerge con particolare evidenza uno degli aspetti più caratteristici della fotografia di Parr: la capacità di trasformare l’osservazione di una scena apparentemente ordinaria in un’immagine capace di raccontare, attraverso un dettaglio, un gesto o un comportamento, qualcosa di più ampio sulla società.
Dalla dimensione collettiva si passa quindi a quella più intima. Una seconda sezione è dedicata all’amore, osservato nelle sue diverse forme e, ancora una volta, attraverso l’umorismo del fotografo. Al centro è la serie Bored Couples, nella quale Parr ritrae coppie alle prese con una quotidianità in cui la complicità sembra essersi consumata. Tra queste immagini compaiono anche fotografie dello stesso Parr insieme alla moglie, in un gioco che coinvolge direttamente il fotografo nel mondo che ha sempre osservato.
Intorno alle coppie annoiate prende forma, per contrasto, una sorta di celebrazione dell’amore popolare e sentimentale: baci, abbracci, cuori, dolci e oggetti dall’estetica volutamente kitsch compongono un universo in cui il romanticismo diventa spettacolo, rituale e immagine condivisa. Anche qui Parr non giudica i propri soggetti, ma li osserva con quella combinazione di distanza e partecipazione che rende il suo sguardo immediatamente riconoscibile.
A chiudere il percorso sono gli ‘autoritratti’: fotografie dallo stile kitsch che Parr si è fatto scattare in diversi luoghi e situazioni, spesso come un normale turista davanti a un monumento, o in uno studio fotografico scenografico o semplicemente in un Photo Booth a tematica turistica. Dopo aver trascorso una vita dietro la macchina fotografica, Parr si mette così dall’altra parte dell’obiettivo e diventa a sua volta uno dei personaggi delle proprie immagini. Un ultimo rovesciamento di prospettiva che restituisce, con ironia, la dimensione personale di uno sguardo costruito per tutta la carriera sull’osservazione degli altri. La stessa possibilità sarà offerta ai visitatori, che potranno a loro volta farsi fotografare in scenari ispirati a quelli delle immagini di Parr, trasformandosi per qualche istante nei protagonisti della mostra.
L’esposizione non propone dunque una lettura cronologica dell’opera di Martin Parr, ma un percorso costruito intorno a ciò che più profondamente attraversa il suo lavoro: la curiosità per gli esseri umani, il piacere dell’osservazione e la capacità di trovare, nelle situazioni più comuni, qualcosa di inatteso. È una fotografia che non ha bisogno di grandi eventi per raccontare il mondo: le bastano una spiaggia affollata, una coppia, un turista, un gesto quotidiano. E, naturalmente, un po’ di ironia.
15 ottobre 2026 – 28 febbraio 2027 – Spazio Varesina 204 – Milano
Una grande retrospettiva dedicata a Letizia Battaglia, tra le figure più importanti della fotografia del Novecento.
La vita straordinaria di raccontata attraverso oltre 200 immagini: · dai celebri reportage sulla mafia alle feste religiose, · dai volti della Sicilia agli aspetti più intimi e poetici della vita quotidiana.
Coprodotta da CAMERA e Jeu de Paume e realizzata in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia, l’esposizione racconta Palermo e la Sicilia nelle loro molteplici sfaccettature. Le immagini di Battaglia attraversano le difficoltà e la dignità delle persone, la forza dei giovani volti, la dimensione identitaria e collettiva delle feste religiose, fino alle toccanti fotografie realizzate all’interno di un ospedale psichiatrico.
Ne emerge il ritratto di una fotografa che ha fatto dell’immagine uno strumento di testimonianza e partecipazione, capace di raccontare la violenza e le contraddizioni del proprio tempo senza mai perdere di vista le persone, i loro corpi e le loro storie. Un percorso che restituisce la ricchezza della sua ricerca e il costante impegno civile che ha attraversato l’intera carriera di Letizia Battaglia.
Dopo il successo delle tappe allo Jeu De Paume a Tours, al festival Les Rencontres d’Arles e al Museo Civico San Domenico di Forlì, arriva a Torino la mostra curata da Walter Guadagnini: un percorso di oltre 200 fotografie che attraversa la vita e il lavoro della fotografa siciliana, restituendo la complessità e la forza di una ricerca nella quale esperienza personale, pratica fotografica e impegno civile sono profondamente intrecciati.
La mostra, accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore, è arricchita da 22 riviste con le quali Battaglia collaborò – e che, in alcuni casi, fondò e diresse – e da un docufilm dedicato alla sua vita, ampliando il racconto della sua attività e della sua straordinaria vicenda umana e professionale.
Dal 17 Ottobre 2026 al 7 Febbraio 2027 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino
Attraverso i linguaggi della fotografia documentaria e del fotogiornalismo, l’esposizione affronta alcuni temi centrali del nostro tempo – i conflitti, le trasformazioni sociali, le migrazioni, le crisi ambientali e le marginalità urbane – assumendo la periferia non soltanto come luogo geografico, ma anche come punto di osservazione dal quale rileggere le relazioni fra centro e margine e le trasformazioni della società contemporanea.
Le fotografie esposte saranno accompagnate da un numero che rimanderà a una guida con le didascalie e le introduzioni alle diverse sezioni della mostra. La guida é disponibile sia in formato cartaceo sia in formato digitale, scaricabile tramite link dedicato e QR code.
Il progetto è sostenuto daIl Museo Rigenera – Ed. Fotografia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura
Fotografie di Arianna Arcara, Francesco Bellina, Maria Elisa Ferraris, Angelo Leonardo, Gabriele Micalizzi, Luca Santese, Marco P. Valli
2 ottobre 26 – 10 gennaio 27 – Musei nazionali di Ferrara
Alle Terme di Caracalla viene allestita la mostra “Frank Horvat”: un complesso di 72 immagini divise in tre momenti significativi che esplorano il lavoro del grande fotografo. La mostra, promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma diretta da Daniela Porro, e con l’organizzazione di Electa, è curata dallo Studio Horvat (Fiammetta Horvat e Mathilde Oudin) e Nunzio Giustozzi e resterà aperta dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027. Frank Horvat (1928-2020) è stato un fotografo eclettico, che nel corso della sua carriera, lunga più di settant’anni, ha affrontato con profonda intensità svariati temi: certamente la moda, che l’avrebbe reso celebre, ma anche il reportage sociale e il viaggio, il paesaggio, i ritratti, il rapporto con l’arte, in una ricerca costantemente improntata alla libertà, alla delicatezza dello sguardo. In una delle palestre delle Terme di Caracalla verrà costruito un percorso inedito fra i migliori suoi ritratti dedicati all’universo femminile, quelli che, meglio di ogni altro soggetto, rivelano la chiave interpretativa del lavoro del fotografo. Con un approccio personale, Horvat è infatti riuscito a scardinare i codici della fotografia di moda, liberando le modelle, con le quali instaurava un rapporto di amicizia e complicità, dalle loro pose canoniche, cogliendole per strada con una Leica e la sola luce naturale. Dal finire degli anni Cinquanta c’era anche una corrispondenza tra il mutare dell’idea di eleganza, l’ascesa del prêt-à-porter, ormai accessibile a tutte le donne della classe media, e l’evoluzione del loro status: non solo attrici o ballerine, scrittrici o intellettuali ma anche tenerissime madri, donne che lavoravano, erano finalmente indipendenti e chiedevano più libertà e il diritto di essere sé stesse. Ciò che lo interessava era, dunque, la “donna reale”, come attestano anche le fotografie dei suoi servizi documentari realizzati in tanti Paesi del mondo, dal Pakistan all’India, dal Brasile al Senegal, dall’Egitto al Giappone. Un focus sarà dedicato ai servizi fotografici che Horvat, invitato da Irene Brin e Gaspero del Corso della Galleria L’Obelisco, realizzerà proprio a Roma nei primi anni Sessanta per la rivista “Harper’s Bazaar”, in cui celebri modelle di allora sono in compagnia di personaggi della cultura e del cinema come Alberto Moravia, Luigi Barzini, Marcello Mastroianni e molti altri. La figura femminile è al centro anche della seconda sezione della mostra con fotografie dalla serie Vere sembianze, presentata all’interno degli ambienti voltati del monumento, in cui Horvat gareggia con la pittura, intessendo un dialogo estetico dinamico con i grandi ritrattisti del passato, utile a svelare però le intime verità delle donne moderne. Straordinariamente consonante con le vestigia monumentali delle Terme sarà, infine, la sezione dedicata al ciclo Goethe in Sicilia, in cui il fotografo, nei primi anni Ottanta, si è misurato con le memorabili pagine del Viaggio in Italia, scoprendo una profonda sintonia con la visione romantica dello scrittore tedesco. Affascinato dalla cultura greca dei templi, da quella rococò come dalle tradizioni popolari, Horvat si concentra sull’inconfondibile natura dell’isola, sui suoi paesaggi, luoghi di una storia senza tempo.
Roma, Terme di Caracalla – 11 settembre 2026 –10 gennaio 2027
Luca Locatelli. Future Studies – Dalle frontiere del cambiamento, immagini di futuri possibili
Il futuro non è altrove. È già visibile nei paesaggi che abitiamo, nelle infrastrutture che li attraversano, nei laboratori in cui si progettano nuove forme di produzione, nei territori che stanno imparando a convivere con un ambiente in trasformazione.
Da questa consapevolezza nasce Future Studies, la mostra di Luca Locatelli (Milano, 1971), a cura di Giada Triola, presentata da ottobre 2026 a gennaio 2027 negli spazi di Leica Galerie Milano. L’esposizione, a ingresso gratuito, riunisce una selezione dei suoi lavori più significativiinsieme ad alcune immagini inedite di Zeeland – Anatomy of a Living Delta, progetto realizzato nel 2026 nella regione olandese sospesa tra terra e mare.
Centrali nucleari dismesse, parchi eolici, serre illuminate artificialmente, impianti geotermici, coltivazioni di alghe, sistemi di riciclo e paesaggi riconquistati dall’acqua: Locatelli fotografa le frontiere del cambiamento, i luoghi in cui la crisi ambientale incontra il tentativo di immaginare nuove risposte.
Le sue immagini sembrano provenire da un film di fantascienza, eppure non mostrano scenari immaginari. Tutto ciò che vediamo esiste già. Nel lavoro di Locatelli, la precisione della fotografia documentaria si unisce a composizioni rigorose, prospettive inattese e colori ai limiti dell’irrealtà. L’autore cattura territori produttivi, laboratori e grandi infrastrutture in paesaggi capaci di attrarre lo sguardo prima ancora di rivelare le storie che contengono.
Future Studiescostruisce un atlante del presente, raccogliendo esperimenti, intuizioni e contraddizioni che stanno già modificando il nostro rapporto con il pianeta. Ogni fotografia apre una domanda: fino a che punto la tecnologia può aiutarci a riparare ciò che il progresso ha compromesso? È possibile continuare a parlare di crescita in un mondo dalle risorse limitate? Possiamo tornare a considerare la natura non come un ostacolo da dominare, ma come un sistema dal quale imparare? Il titolo della mostra riprende il progetto con cui Luca Locatelli ha vinto nel 2021 Leica Oskar Barnack Award, che ha segnato l’inizio di un dialogo continuo con Leica: la mostra milanese, nella rinnovata Leica Galerie, rappresenta un nuovo capitolo di questa relazione.
dal 2 ottobre 2026 al 16 gennaio 2027 – Leica Galerie Milano
Dopo Eve Arnold e Letizia Battaglia, sarà Lee Miller la protagonista dell’autunno fotografico del Museo Civico San Domenico di Forlì. Dal 10 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027, oltre 160 immagini provenienti dai Lee Miller Archives comporranno il percorso di Lee Miller. Opere 1930-1955, la mostra curata da Walter Guadagnini che attraversa venticinque anni di lavoro della fotografa americana, dal surrealismo alla moda, dalla guerra all’ultimo capitolo della sua attività.
L’appuntamento forlivese arriva quasi in continuità con la grande retrospettiva dedicata a Miller dal Musée d’Art Moderne de Paris, conclusa lo scorso 2 agosto dopo aver riunito circa 250 fotografie. Un passaggio importante nella riscoperta internazionale di un’autrice la cui notorietà è stata a lungo alimentata anche da una biografia fuori dall’ordinario: modella, fotografa, compagna di Man Ray, amica di Picasso, corrispondente di guerra, testimone della liberazione dei campi di concentramento. Una successione di esperienze tanto potente da rischiare, talvolta, di mettere in secondo piano le fotografie.
Forlì parte proprio da queste. E dagli anni in cui Miller cambia continuamente luoghi, ambienti e soggetti senza smettere di sperimentare. Nata nel 1907 a Poughkeepsie, nello Stato di New York, alla fine degli anni Venti arriva a Parigi con l’intenzione di diventare fotografa. Si presenta a Man Ray e riesce a entrare nel suo studio. È l’inizio di un rapporto professionale e sentimentale, ma soprattutto di una stagione decisiva. Nel giro di tre anni Miller passa dal ruolo di modella e assistente a quello di autrice, partecipa alle sperimentazioni sulla solarizzazione e frequenta il gruppo surrealista. Picasso, Max Ernst e Paul Éluard fanno parte del suo mondo, così come Eileen Agar, Leonora Carrington e Dorothea Tanning.
Sono anni rapidi. Tra il 1929 e il 1932 realizza fotografie come Impasse des Deux Anges, Exploding Hand e Coiffure, esposte a Forlì, lavora nella moda e compare nel film di Jean Cocteau Le sang d’un poète. Poi riparte. Torna negli Stati Uniti, apre uno studio a New York, fotografa personaggi del cinema e dell’alta società e collabora con “Vogue”. Quando quella carriera sembra ormai avviata, cambia nuovamente scenario.
Nel 1934 sposa l’uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey e si trasferisce al Cairo. Lontana dai circoli parigini, Miller porta l’esperienza surrealista nel paesaggio. Porte, reti, aperture e frammenti di architettura diventano dispositivi attraverso i quali guardare lo spazio. Nasce in questi anni Portrait of Space, tra le sue fotografie più conosciute e tra quelle presenti al San Domenico: un’immagine che sembra anticipare alcune soluzioni di René Magritte e che mostra quanto il surrealismo, per Miller, fosse ormai soprattutto un modo di vedere.
Nel 1937 è di nuovo in Europa. Ritrova gli amici di Parigi, conosce Roland Penrose e alla vigilia della Seconda guerra mondiale si stabilisce con lui in Inghilterra. A Londra continua a lavorare per “Vogue”, ma la guerra entra inevitabilmente nelle pagine della rivista. Miller fotografa la capitale durante i bombardamenti, gli abiti e le maschere antigas, la vita che continua tra le macerie. In Fire Masks l’equipaggiamento antincendio trasforma due figure in presenze quasi aliene: il surrealismo non è più cercato nello studio, emerge dalla realtà.
Presto Londra non le basta. Miller ottiene l’accredito come corrispondente e segue l’avanzata alleata sul continente. Fotografa Saint-Malo, l’Europa distrutta, la Germania nazista al collasso e i campi di concentramento liberati. Sono le immagini che segnano in modo definitivo la sua carriera e la sua vita. Anche i servizi pubblicati da “Vogue” cambiano natura: accanto alle fotografie compaiono i suoi testi, testimonianza di una capacità di scrittura che il percorso forlivese mette in evidenza attraverso la riproduzione delle pagine originali della rivista.
A questa stagione appartiene anche la fotografia destinata a diventare quasi inseparabile dal suo nome. Alla fine di aprile del 1945 Miller entra con David E. Scherman nell’appartamento di Hitler a Monaco. Scherman la fotografa nella vasca da bagno del Führer, con gli scarponi sporchi appoggiati sul tappetino e un ritratto di Hitler sul bordo della vasca. È una delle immagini-simbolo della fine della guerra, ma anche una delle ragioni per cui la figura di Miller ha finito talvolta per coincidere con i propri episodi biografici più spettacolari.
La mostra non si ferma qui. Il dopoguerra conduce verso una fotografia diversa e progressivamente più privata. Miller si stabilisce con Penrose nella campagna del Sussex e Farley Farm diventa un punto d’incontro per amici, artisti e intellettuali. Passano di lì Max Ernst, Saul Steinberg, Alfred H. Barr Jr., Renato Guttuso e il giovane Richard Hamilton. La macchina fotografica registra incontri, scherzi e piccole messe in scena, mentre il lavoro professionale si dirada fino quasi a scomparire.In mezzo c’è anche l’Italia. Miller fotografa la Biennale di Venezia, incontra e ritrae Peggy Guggenheim e Giorgio Morandi, mentre in Sicilia realizza alcuni degli ultimi servizi di moda della sua carriera. Un capitolo meno noto che la mostra di Forlì recupera nel tratto finale del percorso, prima che la fotografa scelga sostanzialmente di uscire di scena.
Dal 10 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027 – Museo Civico San Domenico di Forlì
Diario di-visivo di un anno a Milano, fotografie di Alessandro Di Giugno, a cura di Anna Mola
Per la sua mostra personale milanese, il fotografo siciliano Alessandro Di Giugno sceglie la curatela di Anna Mola e Spazio RAW: galleria di arte contemporanea, attiva nel cuore della città.
In esposizione ci sono 26 immagini tratte da tre serie fotografiche realizzate dall’autore durante il suo soggiorno nel capoluogo lombardo. Le stampe sono montate su sostegni fatti a mano dal fotografo in persona. L’effetto finale è quello di ricreare degli skyline della città, sospesi sui muri portanti. La mostra è inoltre arricchita da una fanzine – nel formato leporello – curata da Di Giugno stesso che, oltre a riprendere le immagini esposte, presenta alcune note e dediche alla città da parte di amici e colleghi. È presente infine un “archivio sonoro”: un vecchio sound system di recupero, ancora funzionante e restaurato dall’autore con finiture in legno, che riprodurrà una traccia audio inerente le tematiche.
“Non si dedica niente a Milano”Anonimo
“Ciao Anna, che bello!”: l’entusiasmo di Alessandro ogni volta che ci sentiamo, è probabilmente quello che l’ha accompagnato a Milano per la prima volta, quando ha ricevuto l’assegnazione di una cattedra per un anno accademico: un anno, che poi, si è rivelato complesso, difficile, contraddittorio, di-visivo.
Da studente che sognava l’Erasmus in una capitale straniera, si è trovato, da professore, nella città più europea d’Italia.
Da palermitano, la sua scoperta di Milano è stata graduale, affrontata con mente e obiettivo aperti e invece di tradursi in una chiusura o in un rifiuto si è trasformata in serie fotografiche dal potentissimo linguaggio visivo.
In linea dichiarata con il suo stile concettuale, Alessandro ci accompagna in un viaggio che va di pari passo al suo. Non si nega niente, non abbellisce, non si tradisce: ogni spigolosità è manifesta, ogni stortura è visibile.
Il mondo degli adolescenti – un pianeta per lo più sconosciuto – è qui riportato in maniera fedele alla sua esperienza quotidiana: un mondo di piccoli amori e di piccole rivoluzioni ma anche un mondo periferico alla ricerca di una disperata rivalsa, con l’ossessione per la trap, i soldi, le droghe, le armi. Come improvvisati videomaker, passano la notte a girare video, la mattina a sonnecchiare in classe e il resto della giornata a cercare oggetti di scena come rosari e banconote finte. Non mostrano i propri volti, quasi mai: li possiamo indovinare sotto a caschi, mascherine e make up oppure sono di spalle; ma almeno ci sono.
Spariscono invece completamente al loro primo impiego, quando diventano riders per pagare le rette universitarie e l’affitto da fuori sede. L’autore li immortala attraverso quello che è il loro mezzo distintivo, il loro “bolide”, lo “stallone rampante”: una (elettro)bici rattoppata, accrocchiata, un po’ ammaccata, in cerca di un posto nel mondo dove parcheggiarsi: loro, in fondo, sono come eravamo tutti a quell’età.
Immigrati di seconda, di terza generazione, tra una richiesta di una consegna e qualche nocciolina trangugiata al volo per restare svegli, portano ordini di pranzi in ufficio a impiegati che potrebbero essere i loro genitori. Gente che a vent’anni ha vissuto la “Milano da bere”, quella delle pubblicità e di Publitalia; la stessa gente che era in prima fila quando “lui” scese in campo, nel ’94, e che nel 2023 ha affollato piazza Duomo per i suoi funerali.
Si dice che per le esequie di Silvio Berlusconi si presentarono tra le 10 e le 15mila persone, tra loro c’era anche Alessandro Di Giugno, in quel mare nero di abiti a lutto, bocche rifatte, occhiali scuri e rughe spianate.
Tutta quella che è la ricerca artistica del fotografo trova qui un compendio: le luci dei flash, le ambientazioni notturne, i colori freddi e acidi, la cura per i dettagli, l’amore per i gruppi ordinati. L’esperienza in questa città trascende dalla città stessa, mostrando il “fenomeno Milano” nella sua origine etimologica: “ciò che appare, ciò che si mostra”. In ultima analisi, la ricerca artistica evidenzia il suo interesse mai buonista ma sempre genuino per l’essere umano che non è mai “troppo umano”.
Testo critico di Anna Mola
Mostra: “Fenomenale – diario di-visivo di un anno a Milano”. A cura di: Anna Mola
Presso: Spazio RAW, C.so di Porta Ticinese 69, Milano, M3 Missori o M2 Sant’Ambrogio (cit. 1933, secondo cortile a sinistra)
Inaugurazione venerdì 23 ottobre ore 18:00
Visitabile dal 23 al 25 ottobre (consultare gli orari sul sito)
In occasione del suo centesimo compleanno, il Centro Saint-Bénin di Aosta presenta La dialettica del reale, un’importante retrospettiva dedicata a Nino Migliori (Bologna, 1926), tra i protagonisti assoluti della fotografia italiana del Novecento. Organizzata dall’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta e curata da Mauro Zanchi, la mostra riunisce alcune delle serie più iconiche realizzate da Migliori negli anni Cinquanta e ne segue l’evoluzione fino agli esiti più recenti della sua ricerca. Attraverso 160 immagini, molte delle quali ormai entrate nella storia della fotografia italiana, la mostra ripercorre la stagione del Neorealismo andando oltre una lettura esclusivamente documentaria, per restituire la complessità dello sguardo di Migliori: dalla dignità della miseria all’attesa, dal confronto tra un’Italia ancora arcaica e un Paese in piena trasformazione, fino alle prime sperimentazioni sul linguaggio fotografico. Alla luce degli studi più recenti, il percorso espositivo propone così una rilettura della fotografia italiana del dopoguerra, mostrando come già negli anni Cinquanta il documento si trasformi, nell’opera di Migliori, in una ricerca sulla materia, sul segno e sulle possibilità espressive dell’immagine.
Il nucleo della retrospettiva è dedicato alla stagione realista, quando Nino Migliori si fa testimone delle contraddizioni dell’Italia del dopoguerra, sospesa tra miseria e ricostruzione, elaborando una grammatica visiva capace di trasformare il reportage – ciò che si vede – in un’indagine esistenziale, ciò che significa. L’arco cronologico compreso tra il 1950 e il 1959 coincide non solo con l’apice del Neorealismo, ma anche con la sua progressiva crisi e con l’avvio di una ricerca destinata ad aprirsi a esiti sempre più sperimentali.
Dal 10 Ottobre 2026 al 7 Marzo 2027 – Centro Saint-Bénin – Aosta
Le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano dal 7 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027 la mostra STILL IMAGE. Fotografie di Jessica Lange, a cura di Anne Morin. Prodotta da Ares in collaborazione con i Musei Reali di Torino, l’esposizione presenta i lavori fotografici dell’attrice e fotografaamericana Jessica Lange (Cloquet, Minnesota, Stati Uniti, 20 aprile 1949) e porta per la prima volta in Italia opere in gran parte inedite.
La mostra, attraverso una selezione di oltre 200 immagini, ripercorre quasi trent’anni di ricerca fotografica, restituendo lo sguardo intenso, poetico e profondamente umano dell’autrice. “Le fotografie di Jessica Lange – sottolinea Anne Morin, curatrice della mostra – non vogliono tanto spiegare o raccontare in modo lineare, quanto rendere visibili il movimento della vita, la sua materia, il suo ritmo e la sua musicalità. Le immagini appaiono come frammenti e sussurri, istanti che compongono una narrazione sospesa, fatta anche di silenzi e di ciò che resta non detto”.
Il percorso espositivo si sviluppa attraverso otto sezioni tematiche, in gran parte inedite, concentrandosi in modo particolare sulle fotografie realizzate a partire dalla fine degli anni Novanta, in cui sensibilità artistica e attenzione documentaria rivelano uno sguardo profondo e malinconico sul mondo contemporaneo.
Cuore della mostra è il ciclo dedicato alla Highway 61, la celebre strada che attraversa gli Stati Uniti da nord a sud, dal Minnesota, terra natale dell’artista, fino a New Orleans. In queste immagini in bianco e nero, caratterizzate da una grana marcata e da forti contrasti, Lange costruisce un racconto dell’America rurale fatto di silenzi, atmosfere sospese e dettagli carichi di significato.
Accanto a questo nucleo si articolano altre serie che ampliano la geografia e l’immaginario dell’autrice, come le fotografie che troviamo nella sezione Messico, in particolare quelle scattate durante la Festa dei Morti a San Miguel de Allende. Qui Jessica Lange si muove senza un obiettivo preciso, lasciandosi guidare dall’intuizione e dall’esperienza del mondo. Il suo sguardo predilige la solitudine, la distanza dagli altri e una presenza discreta, quasi invisibile, che osserva e contempla più che intervenire. Il tempo, nelle sue fotografie, non è interrotto ma dilatato: si distende lentamente seguendo la luce, il passo, l’attesa. È soprattutto nel crepuscolo e nella notte che il Messico prende forma: ombre, corpi, danze, musica popolare, incontri e gesti si animano in una dimensione intensa e sensuale.
Si passa poi agli scatti urbani di Deriva, realizzati a New York durante la pandemia di Covid-19 (2020-2021) e alla serie Freak Show, nata durante le riprese di American Horror Story, in cui emerge un interesse per il mondo del circo e per le sue figure eccentriche e marginali.
Tre le sezioni completamente inedite, Gesti raccoglie un inventario di gesti ed espressioni corporee, minimi ma significativi, capaci di suggerire, da soli, l’inizio di una storia. Al centro poetico della serie si impone in particolare la straordinaria forza comunicativa della mano, elemento che rimanda con evidenza alla professione di attrice di Jessica Lange e che sembra averne profondamente ispirato lo sguardo. Paesaggi si compone di immagini, realizzate tramite fotocalcografia, di scenari abbandonati del Sud degli Stati Uniti, la cui silenziosa desolazione trasmette un’atmosfera, come uno stato d’animo, una trama psicologica ed estetica capace di legarsi alla tradizione paesaggistica americana, in particolare all’opera di Ansel Adams e Alfred Stieglitz.
In modo simile, Presenze del passato riunisce le fotografie che Lange ha dedicato ai luoghi segnati da grandi catastrofi umane o naturali, le cui tracce permangono, sospese nello spazio, come presenze invisibili del passato che aleggiano ancora tra i resti della tragedia.
Il percorso si completa con Mondo, che raccoglie scatti realizzati dalla Russia alla California, dalla Scandinavia all’Italia: immagini che documentano tempi e luoghi, in cui Jessica Lange fotografa semplicemente “ciò che vede”, con uno sguardo poetico sul quotidiano. Il suo linguaggio, classico e consapevole, unisce composizione, attesa e sensibilità, dando forma a immagini dal carattere cinematografico e senza tempo.
Dal 7 Ottobre 2026 al 7 Febbraio 2027 – Musei Reali di Torino – Sale Chiablese
Dal 17 ottobre al 10 dicembre 2026, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea Ludovico Corrao presenta Macerie, il nuovo progetto di Liu Bolin, nato dalle fotografie realizzate durante le performance condotte dall’artista a Gibellina e nel territorio del Belice nel giugno 2026. Celebre in tutto il mondo come The Invisible Man, Liu Bolin utilizza da oltre vent’anni il proprio corpo come superficie di mimetizzazione per interrogare il rapporto tra individuo e società, presenza e assenza, memoria e identità. La progressiva scomparsa della figura umana nello spazio non è un semplice esercizio di illusionismo visivo, ma uno strumento attraverso il quale riflettere sul significato dei luoghi e sulla relazione tra l’uomo e il contesto che abita. A Gibellina l’artista ha scelto alcuni luoghi emblematici della città nuova e delle rovine di Poggioreale, trasformandoli nello scenario di una serie di azioni performative. Le fotografie realizzate durante quelle performance restituiscono oggi un ciclo inedito di immagini in cui il corpo si fonde con superfici, colori e architetture di un paesaggio profondamente segnato dalla memoria del terremoto. Realizzato con Galleria Gaburro, il progetto costruisce un ponte ideale tra i territori colpiti dal sisma e la possibilità di una nuova elaborazione della memoria. La maceria non è soltanto il segno della distruzione, ma materia del ricordo e occasione di una diversa visione del paesaggio. Il processo di mimetizzazione, elemento centrale della ricerca di Liu Bolin, assume qui un significato ulteriore. Ore di body painting, realizzate in stretta relazione con i luoghi, trasformano il corpo dell’artista nella prosecuzione delle superfici circostanti: pietre, vegetazione, ombre, colori e dettagli architettonici vengono riprodotti sulla pelle fino a generare l’illusione della scomparsa. Ma proprio quando il corpo sembra dissolversi nello spazio, la sua presenza emerge con maggiore intensità. Macerie invita così a osservare ciò che resta, ciò che scompare e ciò che può riaffiorare, proponendo una riflessione sulla memoria dei luoghi e sulla capacità dell’arte di trasformare una ferita collettiva in un nuovo spazio di racconto. Con queste tre mostre Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 amplia ulteriormente il proprio programma, rafforzando una visione che mette in dialogo artisti, archivi, collezioni, territori e comunità. La città, i suoi musei, le architetture e il paesaggio continuano così a configurarsi come un unico spazio di produzione, ricerca e confronto, nel quale l’arte contemporanea diventa strumento di lettura del presente.
17 ottobre – 10 dicembre 2026 – MAC – Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao” – Gibellina
Tra noi / Among us è una mostra inedita in Italia che raccoglie due recenti progetti di Roman Manfredi in una riflessione su appartenenza, memoria e identità oltre le categorie di genere.
Tra noi / Among us è la prima mostra personale di Roman Manfredi in Italia, in una produzione di Spazio Labo’ a cura di Laura De Marco, in collaborazione con Some Prefer Cake – Bologna Lesbian Film Festival.
Tra noi / Among us nasce con l’intento di presentare il lavoro di Manfredi degli ultimi anni al pubblico italiano con una visione più ampia rispetto al progetto singolo: un percorso che riunisce due lavori fotografici recenti dell’artista britannica – TRA e We/Us – accomunati da una stessa ricerca sul significato dell’appartenenza, della memoria e delle identità che si sviluppano oltre le categorie di genere.
Attraverso la fotografia, l’archivio, la storia orale e il film in Super 8, Manfredi costruisce una narrazione che attraversa luoghi e generazioni, mettendo in dialogo il Regno Unito e Napoli, due contesti apparentemente distanti ma uniti dalla presenza di comunità e soggettività rimaste a lungo ai margini della rappresentazione.
In We/Us, il progetto dà voce alle persone Butch e Stud provenienti da contesti della classe lavoratrice britannica, raccontando un patrimonio di esperienze raramente documentato. Le immagini e le testimonianze raccolte restituiscono la pluralità della mascolinità femminile, intrecciando questioni di genere, classe e razza e riportando l’attenzione sulle identità costruite nella quotidianità, al di fuori delle narrazioni dominanti.
Con TRA, la ricerca si sposta a Napoli, prendendo avvio da una fotografia ritrovata della nonna dell’artista e delle sue amiche, in una scena che sembra raffigurare un matrimonio tra due donne. Da questa immagine nasce un’indagine che attraversa memoria familiare, tradizioni popolari e identità contemporanee, ispirandosi anche alla figura del femminiello e restituendo visibilità alle masculille, espressioni di mascolinità storicamente poco raccontate.
Il titolo della mostra, Tra noi / Among us, richiama uno spazio condiviso di relazione e di attraversamento. Quel “tra” che dà nome al progetto napoletano diventa qui un luogo simbolico in cui i confini tra passato e presente, maschile e femminile, individuo e comunità, esperienza personale e memoria collettiva si fanno permeabili. È uno spazio in cui le identità non vengono definite una volta per tutte, ma si costruiscono attraverso gli incontri, i legami e i luoghi che abitiamo.
Lontano da una lettura esclusivamente teorica del genere, il lavoro di Roman Manfredi restituisce centralità all’esperienza vissuta, mostrando come l’identità emerga dalla relazione con gli altri e con il territorio. Le persone ritratte non sono presentate come eccezioni o figure marginali, ma come parte integrante del paesaggio sociale e culturale cui appartengono.
Tra noi / Among us invita così a guardare oltre le categorie convenzionali, proponendo una riflessione sul senso dell’appartenenza e sulla possibilità di riconoscersi nelle storie degli altri.
La fotografia diventa uno spazio di incontro, capace di rendere visibili esistenze troppo a lungo rimaste fuori dall’immaginario collettivo e di restituire loro una presenza piena, complessa e profondamente umana.
Fotografia italiana 1955. Gli uomini nuovi della fotografia e Gino Oliva a Castelfranco
Dal 12 settembre al 15 novembre 2026, le sale del Museo Casa Giorgione a Castelfranco Veneto, ospiteranno la mostra “Fotografia italiana 1955. Gli uomini nuovi della fotografia e Gino Oliva a Castelfranco”, curata dalla ricercatrice fotografica Simona Guerra.
L’evento è promosso dal Comune di Castelfranco Veneto in collaborazione con il Circolo Fotografico El Paveion e l’Università Popolare, oltre a godere del patrocinio della S.I.S.F. (Società Italiana per lo Studio della Fotografia).
Nel secondo dopoguerra, mentre l’Italia cercava faticosamente di ricostruire la propria identità sulle macerie del conflitto si consumava nel mondo dell’arte una silenziosa ma radicale rivoluzione visiva. La fotografia, finalmente libera da stilemi di regime e da retoriche di maniera, cominciava a guardare oltre i confini nazionali, desiderosa di confrontarsi con la scena internazionale.
In questo scenario di rinnovamento culturale, la vera sorpresa non arrivò soltanto dai grandi centri metropolitani, ma risuonò con forza nei cenacoli e nei circoli di provincia. Tra questi, Castelfranco Veneto divenne un inaspettato e fertilissimo laboratorio d’avanguardia, un punto di ritrovo capace di generare idee, accendere discussioni e tracciare le nuove rotte dell’immagine italiana.
La rassegna rievoca e celebra la straordinaria esperienza della Mostra Nazionale e Premio di Fotografia Città di Castelfranco Veneto, organizzati nelle edizioni del 1954 e 1955 su intuizione di Gino Oliva, figura poliedrica e carismatica nel panorama intellettuale dell’epoca vero e proprio motore e animatore culturale del Premio, e la conseguente ed innovativa pubblicazione del volume “Fotografia Italiana 1955”.
Il cuore del percorso espositivo è costituito da circa cento opere, in grandissima parte scatti vintage originali dell’epoca e molti dei quali del tutto inediti, pazientemente rintracciati e selezionati da importanti archivi pubblici e privati, biblioteche e istituzioni di rilevanza nazionale.
In mostra opere dei grandi fotografi che parteciparono alla rassegna come Fulvio Roiter, Giulio Parmiani, Paolo Monti, Carlo Bevilacqua, Ferruccio Ferroni, Piergiorgio Branzi, Paolo Bocci, Giovanni Salani, Alfredo Camisa, Pio Baldo Camici, Luciano Ferri, Francesco Giovannini, Toni del Tin, Nino Migliori, Gianni Berengo Gardin, Bruno Simoncelli, Mario de Biasi,Giuseppe Cavalli, ed altri.
Inoltre, in un contesto storico ancora fortemente segnato da una presenza quasi esclusivamente maschile, la mostra accende un riflettore ben distinto sul contributo femminile. Viene infatti riservato uno spazio di rilievo alle figure di Ada Gazzaniga, Laura Martinelli Stroili, Lavinia Ruggieri e Maria Sartori: quattro autrici che, con fare raro e pionieristico per i concorsi dell’epoca, seppero imporre la loro visione e la loro sensibilità poetica.
A completare il percorso espositivo, due ampie sezioni di approfondimento: una dedicata al Gino Oliva fotografo e intellettuale, l’altra all’esordio di Mario Giacomelli.
Gino Oliva ebbe la straordinaria capacità di trasformare la cittadina veneta in un polo d’attrazione per i più talentuosi fotografi dell’epoca, intessendo con loro dialoghi personali e scambi d’idee. In questa sezione è presentata una selezione di suoi scatti, dai quali emerge come Oliva abbia fatto tesoro delle lezioni apprese dai grandi fotografi del suo tempo, che gli furono amici.
La seconda sezione speciale, invece, ripercorre un episodio fondamentale nella storia della fotografia d’autore: l’esordio di Mario Giacomelli. Nel 1955, un giovanissimo Giacomelli, che aveva impugnato la macchina fotografica per la prima volta soltanto la vigilia di Natale del 1953, ricevette a Castelfranco il suo primo grande riconoscimento di livello nazionale. A intuirne immediatamente il genio fu Paolo Monti che lo definì «l’uomo nuovo della fotografia». In mostra, una preziosa selezione di scatti ed esperimenti giovanili permette di ripercorrere i primissimi passi di quella che sarebbe diventata una delle ricerche interiori, poetiche e tormentate più iconiche della fotografia mondiale.
Ad arricchire l’esperienza della visita è la presenza di un imponente e inestimabile patrimonio documentario. I visitatori potranno infatti ammirare da vicino i registri e gli appunti autografi stilati dai membri della giuria, le fitte corrispondenze epistolari tra gli organizzatori e gli artisti, oltre alle riviste d’epoca e ai cataloghi originali. Questo corpus di carteggi e documenti non rappresenta un semplice corredo decorativo, ma costituisce una chiave di lettura fondamentale per indagare le dinamiche umane, estetiche e concettuali di un’epoca in cui la fotografia cercava una nuova collocazione morale ed espressiva.
L’esposizione nasce come coronamento della Giornata di Studi tenutasi il 22 novembre scorso con il patrocinio della S.I.S.F., Società italiana per lo studio della fotografia, che ha visto il contributo di storici, critici ed esperti tra cui Claudio Masiero e Giancarlo Baggio, Ass.ne El Paveion – Castelfranco Veneto; Manfredo Manfroi, storico della fotografia; Simona Guerra, ricercatrice fotografica; Marta Camisa, Archivio Alfredo Camisa – Milano; Massimo Stefanutti, presidente Circolo Fotografico La Gondola ETS – Venezia; Alvise Rampini, direttore CRAF Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia- Spilimbergo (PN); Michele Smargiassi, giornalista La Repubblica; Stefania Rössl, Università di Bologna e Massimo Sordi, fotografo, curatori OMNE Fest di Castelfranco Veneto.
In occasione dell’inaugurazione verrà presentato il catalogo ufficiale edito dal Comune di Castelfranco Veneto.
“Settant’anni fa Castelfranco seppe attirare grandi fotografi diventando un punto di riferimento per la fotografia italiana. Riportare oggi questa storia alla luce significa valorizzare un patrimonio della nostra comunità, ma anche creare nuove opportunità di incontro, rivolte non solo ad appassionati e visitatori, ma anche strizzando l’occhio ai giovani. Cultura e turismo possono così incontrarsi e contribuire a rendere Castelfranco ancora più viva e aperta.”
Maria Ghimenton, Sindaca di Castelfranco Veneto
“La fotografia fa parte della storia culturale di Castelfranco e questa mostra ne restituisce una testimonianza di grande valore, riportando al centro figure come Gino Oliva e Mario Giacomelli. È anche un’occasione per dare nuovo slancio alla vocazione fotografica della città, facendo dialogare la memoria di quella stagione con nuovi percorsi culturali e con un pubblico sempre più ampio.” Laura Piazza, Assessora alla Cultura
“La mostra Fotografica italiana 1955 si prospetta come un’ottima occasione per rivivere l’effervescenza che la fotografia italiana stava vivendo in quegli anni di ripresa e fiducia nelle sue capacità creative e intellettuali.
La figura di Gino Oliva riemerge, finalmente, per ciò che fu il suo reale ruolo di guida nelle molte attività culturali di Castelfranco, mentre la sezione dedicata a Mario Giacomelli ci presenterà decine di stampe vintage del tutto inedite, realizzate nei primissimi anni della sua attività. Vedremo un “Giacomelli prima di Giacomelli” ovvero un giovane ‘fotoamatore’ ancora in cerca dello stile unico e inconfondibile che lo avrebbe reso celebre nel mondo.”
Simona Guerra, curatrice della mostra
“Questa mostra è stata ideata dal Circolo fotografico culturale El Paveion di Castelfranco Veneto che con cinquant’anni di appassionata attività promuove la Fotografia nel territorio. Preceduta in tutti questi anni da numerose e significative proposte culturali sostanzialmente rivolte ad un pubblico locale, questa esposizione apre a pieno titolo ad un orizzonte nazionale. Esattamente come fece Gino Oliva con i due concorsi del ‘54 e ’55 che videro partecipare nomi allora giovani e quasi sconosciuti e successivamente famosi a livello internazionale. È motivo di orgoglio ripercorrere e riscoprire quel periodo, e ringraziamo le amministrazioni succedutesi negli ultimi mesi che hanno creduto appoggiato e promosso l’iniziativa, nella consapevolezza che la fotografia si pone a pieno titolo nel panorama culturale della città di Giorgione”
Claudio Masiero, Presidente del Circolo El Paveion
12 settembre – 15 novembre 2026 – Museo Casa Giorgione, Castelfranco Veneto, Treviso
Alcuni trovano le mie fotografie malinconiche, altri le trovano divertenti. Ma malinconia e ironia non sono forse due facce della stessa realtà? Elliott Erwitt
Elliott Erwitt. L’arte di osservare, in programma dal 1° ottobre 2026 al 28 febbraio 2027 al Museo Civico Archeologico di Bologna, propone una rilettura inedita dell’opera di Elliott Erwitt (Parigi, 1928 – New York, 2023), tra i più importanti fotografi del Novecento, andando oltre la dimensione iconica che ne ha consacrato la fama internazionale per restituire il ritratto più intimo e personale dell’autore.
La mostra curata da Biba Giacchetti,prodotta e organizzata da Civita Mostre e Museiin collaborazione con il Museo Civico Archeologico del Settore Musei Civici del Comune di Bologna, nasce dal desiderio di raccontare non soltanto il fotografo che ha saputo trasformare la quotidianità in immagini divenute patrimonio della memoria collettiva, ma soprattutto l’uomo dietro l’obiettivo: il padre, il marito, l’amico, il viaggiatore, l’osservatore instancabile della condizione umana. Il percorso espositivo riunisce circa un centinaio di fotografie che attraversano l’intera carriera di Erwitt, affiancando ai suoi lavori più celebri un importante nucleo di immagini provenienti dalla sua collezione privata, molte delle quali mai esposte al pubblico.
Il progetto intende offrire una nuova chiave di lettura della sua opera, mostrando come anche le fotografie più conosciute nascano da frammenti di biografia per superarne immediatamente i confini. Dal racconto intimo e profondamente personale di Erwitt emerge una fotografia universale: pur affondando le radici in esperienze private, le sue immagini isolano emozioni e sentimenti che appartengono all’intero genere umano, ed è questa capacità di parlare a tutti a renderle straordinariamente senza tempo. Più che una retrospettiva cronologica, Elliott Erwitt. L’arte di osservaresi configura come un ritratto in movimento, capace di intrecciare memoria privata e storia collettiva, restituendo al pubblico la complessità di uno sguardo che ha segnato la fotografia del Novecento. La scelta della sede espositiva bolognese conferma la vocazione del Museo Civico Archeologico a creare efficaci collaborazioni e sinergie che spaziano dall’archeologia alla fotografia, per offrire al pubblico esposizioni di alta qualità e forte interesse.
Il percorso si sviluppa attraverso cinque sezioni, che accompagnano il visitatore nella vita e nell’opera dell’autore. Alle immagini che hanno reso celebre Elliott Erwitt nel mondo – fotografie entrate nell’immaginario collettivo sin dalla storica esposizione The Family of Man, curata da Edward Steichen al Museum of Modern Art di New York nel 1955 – si affianca un capitolo completamente dedicato alla sua produzione più personale. Qui la fotografia assume la forma del diario, senza mai ridursi a un semplice album di famiglia: dalle immagini private affiorano emozioni, relazioni e gesti nei quali ciascuno può riconoscersi. Le immagini raccontano la vita privata dell’autore: le mogli, i figli, gli amici più cari, il maestro Edward Steichen, ritratto insieme alla sua prima figlia, e Sammy, il fedele cane che lo accompagnò per molti anni. Anche fotografie ormai universalmente conosciute vengono restituite al loro contesto originario. Il celebre ritratto della piccola Ellen osservata dalla madre, ad esempio, non viene presentato soltanto come una delle immagini simbolo della fotografia del Novecento, ma come un momento della vita familiare di Erwitt capace di trasformarsi, quasi inconsapevolmente, in un’icona universale. Alcune opere esposte appartengono a un corpus finora inedito e vengono presentate per la prima volta. Ogni fotografia è accompagnata da un testo che ne ricostruisce il contesto umano, affettivo e biografico, offrendo una lettura che va oltre l’immagine e restituisce il racconto della vita da cui essa è nata.
Il cuore del progetto risiede nella volontà di mostrare come la fotografia di Elliott Erwitt sia sempre stata profondamente autobiografica. La sua ironia, spesso interpretata come cifra stilistica, nasce in realtà da una straordinaria capacità di osservare l’esistenza nelle sue contraddizioni, nei suoi momenti di tenerezza, nelle sue fragilità e nella sua imprevedibile leggerezza. Le fotografie private dialogano con i grandi reportage, con gli eventi che hanno segnato il Novecento e con i celebri ritratti delle personalità della politica, del cinema e della cultura internazionale. Il funerale del Presidente John Fitzgerald Kennedy, gli incontri con le grandi star del cinema, le immagini di strada, la vita familiare e gli episodi del quotidiano vivere convivono nello stesso racconto, dimostrando come per Erwitt non sia mai esistita una separazione tra storia e vita. L’intero percorso è attraversato dalla sua inconfondibile ironia: uno sguardo capace di raccontare la realtà senza retorica, con eleganza, compassione e straordinaria lucidità.
Un capitolo significativo della mostra è dedicato al rapporto tra Elliott Erwitt e l’Italia. Prima dell’emigrazione negli Stati Uniti, trascorse a Milano un periodo fondamentale della propria formazione. A dieci anni, a causa delle leggi razziali fasciste, fu costretto a lasciare l’Italia con la famiglia: un allontanamento forzato che non incrinò mai il suo profondo legame con il nostro Paese. Al contrario, continuò ad amare l’Italia e a tornarvi per tutta la vita, mantenendo con essa un rapporto di affetto e appartenenza che non venne mai meno. Quegli anni milanesi furono decisivi per la costruzione del suo immaginario visivo e della sua sensibilità culturale. L’Italia rappresentò per lui molto più di un luogo dell’infanzia: fu una vera patria sentimentale, destinata a riaffiorare costantemente nella sua memoria e nel suo modo di guardare il mondo. Questo legame emerge lungo tutto il percorso espositivo, nelle immagini e nei testi, contribuendo a delineare una biografia profondamente europea e internazionale.
Le fotografie sono accompagnate da testi inediti scritti dalla curatrice della mostra Biba Giacchetti, che ha condiviso con Elliott Erwitt oltre trent’anni di collaborazione professionale e amicizia. Questa lunga vicinanza personale e professionale ha consentito l’accesso a materiali, racconti e testimonianze inedite che costituiscono il nucleo più originale del progetto espositivo. La mostra propone così non soltanto una rilettura critica dell’opera di Erwitt, ma anche il racconto della sua vita attraverso ricordi personali, conversazioni e testimonianze dirette che restituiscono episodi spesso sconosciuti della sua vita, offrendo una lettura inedita delle opere e mettendo in luce il rapporto profondo tra esperienza personale e creazione artistica. Ne emerge un racconto che intreccia memoria, biografia e fotografia, permettendo al visitatore di conoscere non soltanto il grande autore, ma anche l’uomo. Proprio da questa dimensione intima e personale nasce la forza universale della sua fotografia: immagini che, pur partendo da esperienze private, parlano a ciascuno di noi e restituiscono emozioni condivise, capaci di attraversare il tempo.
Dal 1 Ottobre 2026 al 28 Febbraio 2027 – Museo Civico Archeologico – Bologna
Matteo Botta, The flying horse @Siena Awards Photo Festival 2026
Il Siena Awards Photo Festival annuncia le date della sua dodicesima edizione: dal 10 ottobre al 29 novembre 2026, Siena tornerà a trasformarsi in uno dei principali centri internazionali dedicati alla fotografia contemporanea, accogliendo fotografi, storyteller, artisti, professionisti e pubblico provenienti da tutto il mondo.
Per oltre un mese, la città e il suo territorio diventeranno il palcoscenico di un articolato programma di mostre, proiezioni, incontri, premi, eventi speciali e momenti di approfondimento, diffusi in alcuni dei luoghi più iconici e suggestivi di Siena. Un appuntamento che, anno dopo anno, ha consolidato il proprio profilo internazionale, affermandosi come una piattaforma autorevole di confronto tra linguaggi visivi, culture e prospettive contemporanee.
Giunto alla sua XII edizione, il Siena Awards Photo Festival conferma la propria vocazione nel valorizzare la fotografia come strumento di racconto, testimonianza e interpretazione del presente, attraverso una proposta culturale capace di coniugare eccellenza artistica, innovazione e accessibilità a un pubblico ampio e trasversale. L’edizione 2026 conferma, inoltre, la crescente rilevanza del progetto: sono state raccolte oltre 40.000 candidature ai tre premi fotografici internazionali promossi dalla manifestazione, provenienti da 163 Paesi del mondo, un risultato che testimonia ancora una volta la capacità del festival di attrarre talenti e nuovi sguardi da ogni continente.
Il festival riunirà ancora una volta alcuni dei più importanti protagonisti della scena fotografica internazionale, offrendo un’esperienza immersiva che attraversa il fotogiornalismo, la ricerca artistica, le immagini aeree, restituendo una riflessione articolata sulle trasformazioni del nostro tempo. Tra i protagonisti già confermati figurano James Nachtwey, tra i più influenti fotogiornalisti contemporanei e pluripremiato con riconoscimenti internazionali, tra cui numerosi World Press Photo Awards e la Robert Capa Gold Medal; Cinzia Canneri, vincitrice del World Press Photo Award 2025 nella categoria Long-Term Projects Africa; Uğur Gallenkuş, artista digitale di rilievo internazionale noto per i suoi potenti collage sul contrasto tra mondi opposti; Jasper Doest, fotografo olandese premiato più volte ai World Press Photo Awards e al Wildlife Photographer of the Year; e Pierpaolo Mittica, fotografo e filmmaker italiano riconosciuto a livello globale per i suoi lavori sulle conseguenze ambientali e umane delle attività industriali e nucleari, che vanta di oltre cento riconoscimenti internazionali, tra cui sei Pictures of the Year International. A questi, si affiancheranno ulteriori presenze che saranno annunciate nei prossimi mesi.
L’apertura ufficiale del festival è prevista per sabato 10 ottobre 2026, data che segnerà l’avvio del programma espositivo e degli appuntamenti della manifestazione, inaugurando una nuova stagione di dialogo e confronto attraverso il potere delle immagini. Alle ore 16.30, presso il Teatro dei Rinnovati di Siena, si terrà la Cerimonia di Premiazione dei Premi Internazionali di Fotografia Siena Awards, uno dei momenti centrali della manifestazione. Anche quest’anno saranno tre i concorsi fotografici internazionali protagonisti del festival, capaci di coinvolgere fotografi da tutto il mondo: Siena International Photo Awards (SIPA), dedicato alla fotografia contemporanea nelle sue molteplici declinazioni; Creative Photo Awards, focalizzato sulla sperimentazione e sulla ricerca creativa; e Drone Photo Awards, riconoscimento internazionale dedicato alla fotografia aerea e alle immagini realizzate con drone. La cerimonia celebrerà i vincitori delle diverse categorie, riunendo a Siena fotografi, professionisti del settore e ospiti internazionali.
Con il Siena Awards Photo Festival 2026, Siena rinnova così il proprio ruolo di crocevia internazionale della cultura visiva e conferma il festival come uno degli appuntamenti di riferimento nel panorama globale della fotografia contemporanea.
Dal 10 Ottobre 2026 al 29 Novembre 2026 – Siena – Sedi varie
Carla Cerati. Plurale Femminile. Fotografia e scrittura, 1926-2026
Carla Cerati. Plurale Femminile. Fotografia e scrittura, 1926-2026, Palazzo Reale, Milano
Palazzo Reale celebra il centenario della nascita di Carla Cerati con una grande antologica che restituisce la forza rigorosa e civile del suo sguardo.
Fotografie, documenti, libri, materiali d’archivio e video raccontano il suo attraversamento del Novecento: dall’osservazione della città di Milano al progetto Morire di Classe, dai ritratti al teatro, fino alle ricerche sul corpo, la memoria e le trasformazioni sociali.
Una mostra promossa da Comune di Milano – Cultura, prodotta da Palazzo Reale, Pernice editori e Cluster-A.
Dal 26 Settembre 2026 al 10 Gennaio 2027 – Palazzo Reale – Milano
Dal 17 ottobre 2026 al 6 gennaio 2027, la Project Room di CAMERA ospita Davide Tranchina. Light-years Away, mostra personale dedicata a uno dei protagonisti più autorevoli della fotografia italiana contemporanea.
Realizzata in collaborazione con la Galleria Studio G7 di Bologna e curata da Walter Guadagnini, l’esposizione ripercorre oltre vent’anni di ricerca dell’artista bolognese, nato nel 1970 e recentemente protagonista anche alla Quadriennale di Roma.
Attraverso una selezione di opere che attraversano alcuni dei momenti più significativi del suo percorso, la mostra restituisce una riflessione costante sull’immagine fotografica, sui suoi processi di costruzione e sul rapporto, mai univoco, tra fotografia e realtà. Appartenente a una generazione formatasi nel passaggio dall’analogico al digitale, Tranchina ha sviluppato nel tempo una pratica che mette in discussione i confini tra esperienza del reale, percezione e rappresentazione.
Per CAMERA, l’artista rilegge alcuni nuclei centrali della propria ricerca in un percorso espositivo che culmina in un’opera inedita, concepita e realizzata appositamente per gli spazi della Project Room.
17 ottobre 2026 – 6 gennaio 2027 – CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Torino – Project Room
Per molto tempo, la fotografia è stata concepita come un mezzo immediato, democratico, quasi ingenuo nella sua relazione con il reale. I teorici ne ripetevano la celebre definizione: “La fotografia è la traccia di ciò che è stato”. Oggi, questa nozione è definitivamente tramontata, portando con sé un intero modo di guardare e interpretare le immagini. L’immagine fotografica contemporanea è, prima di ogni altra cosa, un’idea. Non è più un riflesso, né un documento, tantomeno un semplice residuo del mondo, bensì una complessa costruzione concettuale. Essa utilizza l’apparenza della realtà per articolare discorsi articolati sulla società, sull’identità, sul potere e sul linguaggio stesso.
Questo fondamentale passaggio, che ha rivoluzionato l’arte contemporanea e forse in misura maggiore la fotografia, non è avvenuto improvvisamente. È il risultato di un lento movimento emerso negli anni Sessanta con l’arte concettuale e giunto a piena maturazione negli anni Ottanta e Novanta, con l’affermazione della fotografia come vera e propria “opera d’arte”. Attualmente, siamo pienamente immersi in questo nuovo paradigma, dove la fotografia non è affatto ciò che sembra.
Per secoli, la rappresentazione del mondo è stata affidata esclusivamente agli occhi e alle mani dell’artista. Con l’avvento della fotografia nel XIX secolo, si era diffusa l’illusione di aver finalmente trovato un’immagine oggettiva: precisa, imparziale e verificabile. Tuttavia, questa idea di oggettività è crollata piuttosto rapidamente. Già negli anni Settanta, autori come John Baldessari, Ed Ruscha e l’intero movimento dell’arte concettuale americana avevano dimostrato che la fotografia poteva essere impiegata come puro linguaggio, come segno, come archivio neutro attraverso il quale veicolare concetti, piuttosto che immediate emozioni. È in questo contesto intellettuale che hanno iniziato a lavorare alcuni dei fotografi più influenti del nostro tempo.
Fotografia di Cindy ShermanUntitled Film Stills (1977–1980)
Cindy Sherman, ad esempio, è forse l’esempio più noto di come la fotografia possa agire da vero e proprio dispositivo concettuale. Le sue celebri Untitled Film Stills (1977–1980) non sono semplici autoritratti, né si esauriscono nella pura narrazione; sono invece “icone” che incarnano l’immaginario hollywoodiano, lo stereotipo femminile e, più in generale, il modo in cui la cultura costruisce i ruoli sociali. Sherman non documenta un fatto, ma mette in scena l’idea stessa di rappresentazione. La fotografia si trasforma così in uno strumento di smascheramento, rivelando quanto sia artificiale ciò che fino a quel momento avevamo ingenuamente considerato naturale. In quest’ottica, Sherman si colloca come un’artista concettuale che usa la fotografia, più che come una fotografa tradizionale.
Jeff Wall Museum of Contemporary Art Australia (MCA)
Se Sherman si concentra sulla messa in scena dell’identità, Jeff Wall lavora sulla cinematografia del pensiero. Le sue maestose lightbox, enormi scatole luminose che espongono fotografie minuziosamente ricostruite, non documentano affatto, ma interpretano. Wall ha inaugurato una stagione nuova: quella della fotografia come tableau vivant, una scena sospesa tra la tangibilità della realtà e la sapienza dell’artificio. Opere come A Sudden Gust of Wind (1993) o Dead Troops Talk (1992) non sono state semplicemente “scattate”, ma meticolosamente progettate attraverso storyboard, casting, scenografia e complessa manipolazione digitale. Il risultato è una fotografia che si offre come un saggio filosofico, ponendo domande profonde sulla realtà, sulla rappresentazione, sulla memoria e sulla percezione. Wall ha reso evidente una consapevolezza ormai diffusa: nella fotografia contemporanea, lo scatto non è la fine del lavoro, ma soltanto il suo inizio.
Sophie Calle: Suite Vénitienne – libro
Un altro esempio fondamentale è offerto da Sophie Calle, che ha spinto la fotografia nel territorio dell’indagine intima e sociale. Le sue opere, come Suite Vénitienne o Les Dormeurs, non sono semplici collezioni di immagini, bensì esperimenti, situazioni orchestrate, veri e propri protocolli concettuali. Calle impiega la fotografia come un elemento all’interno di un sistema complesso che include testo, narrazione, performance e investigazione. L’immagine è solo una parte del dispositivo artistico, la cui funzione ultima è rendere visibile l’invisibile: la solitudine, il desiderio, la sorveglianza e la vulnerabilità. È proprio in Calle che si manifesta con chiarezza la svolta concettuale: il vero centro dell’opera non è ciò che appare nella foto, ma ciò che la foto implica e suggerisce.
Tra gli autori più emblematici della fotografia concettuale c’è infine Thomas Demand, il quale adotta una pratica singolare: costruisce modelli in cartone degli ambienti che intende fotografare – spesso luoghi iconici o controversi – per poi distruggerli. La sua è una fotografia totalmente antinaturalistica: il mondo reale viene riprodotto artificialmente al solo scopo di essere fotografato come se fosse vero. Demand dimostra così che ogni immagine è sempre un compromesso delicato tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione. La sua fotografia diventa un esercizio critico sulla stessa fiducia che siamo soliti riporre nelle immagini.
Ci sono almeno tre ragioni principali che spiegano questa evoluzione. In primo luogo, la fotografia è ormai ovunque. Nell’era digitale, l’immagine è diventata banale: tutti possono scattare, e tutti scattano continuamente. In un contesto così saturo, l’unico modo per creare autentica “arte” è investire in modo massiccio sul concetto. In secondo luogo, l’immagine non è più prova di nulla. La manipolazione digitale ha reso la fotografia un linguaggio ambiguo; la sua forza non risiede più nella presunta veridicità, ma nella sua intrinseca capacità critica. Infine, l’arte contemporanea ha da tempo rifiutato l’idea tradizionale di “opera” chiusa. Lavorando con performance, installazioni, archivi, testi e processi, la fotografia si è adeguata a questo ecosistema fluido, diventando semplicemente uno strumento tra i tanti a disposizione dell’artista.
Di conseguenza, una fotografia concettuale non si riconosce dalla sua tecnica impeccabile o dalla sua mera qualità estetica, ma unicamente dal progetto che la sorregge. Non è alla ricerca della “bella immagine”, ma piuttosto della “giusta idea”.
Questa fotografia ha rivoluzionato la nostra esperienza visiva: ci obbliga a pensare. Nell’epoca dell’immagine veloce, dell’estetica istantanea e dei social media, essa rappresenta un gesto quasi intellettuale, invitandoci a fermare lo sguardo, a sospenderlo e a interrogare ciò che vediamo. La fotografia ha cessato di essere una semplice finestra sul mondo. È diventata un dispositivo critico che mette in crisi il nostro stesso modo di guardare. E forse, in un’epoca in cui ogni cosa è immagine, è proprio questo il suo valore più grande.
Ciao
Sara Munari
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La fotografia ha storicamente subito una direzione di sguardo prevalente. Con l’ottava edizione, il Premio Musa apre ufficialmente alle autrici residenti in 44 Paesi europei per mettere al centro una questione di metodo e prospettiva: il controllo dell’inquadratura.
Con il concept “Reclaiming the Frame”, l’obiettivo non è mostrare le donne, ma osservare la realtà attraverso il loro sguardo. Cerchiamo progetti capaci di riappropriarsi del racconto visivo — dall’architettura al paesaggio ecofemminista, dalla risignificazione dello spazio pubblico alla narrazione del corpo come territorio politico.
I portfolio selezionati non ricevono un mero riconoscimento formale, ma l’accesso a una rete di diffusione reale: mostre in festival di settore (Colorno Photo Life, Festival Off della Fotografia Etica, Festival della fotografia Italiana), stampa professionale della mostra, pubblicazione su Il Fotografo, e sessioni di lettura e sviluppo con curatrici ed editrici, rimborso spese di 200 euro.
Iscriversi richiede un PDF strutturato da 8 a 25 immagini coerenti.
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Una nuova stagione di mostre vi aspetta a partire da settembre.
Date un’occhiata!
Anna
Dorothea Lange
Dorothea Lange, Raccoglitore migrante di cotone, Eloy, Arizona, 1940 I Courtesy Camera – Centro Italiano per la Fotografia
Dal 30 luglio al 1° novembre 2026, i suggestivi ambienti sotterranei del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona, accolgono una grande mostra dedicata a Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), tra le figure più significative della fotografia documentaria del Novecento e autrice di alcune delle immagini che hanno segnato in maniera indelebile l’immaginario del XX secolo.
Organizzata dal Comune di Verona e prodotta da CAMERA Torino, la mostra, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, riunisce circa 200 fotografie e ripercorre il periodo più intenso della ricerca di Lange, dagli anni della Grande Depressione all’internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Migrazioni, disuguaglianze sociali, discriminazioni e crisi ambientali attraversano un percorso che restituisce tutta la straordinaria attualità di uno sguardo capace di osservare i grandi mutamenti della storia a partire dalle vite delle persone.
Conosciuta soprattutto per Migrant Mother, una delle fotografie più celebri del Novecento, Dorothea Lange è stata una protagonista assoluta della fotografia sociale americana. Come scrisse John Szarkowski, fu «per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista»: una definizione che sintetizza la sua capacità di coniugare il rigore della documentazione con una profonda partecipazione umana, facendo della fotografia uno strumento di conoscenza e testimonianza civile.
Dal 30 Luglio 2026 al 1 Novembre 2026 – Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri – Verona
SI Fest 2026 – Still Standing – Restare in piedi per continuare a guardare
Il SI Fest in collaborazione con il comune di Savignano sul Rubicone raggiunge il traguardo della sua trentacinquesima edizione.
Organizzata dall’associazione Savignano Immagini, la manifestazione torna ad animare la città nel fine settimana dall’11 al 13 settembre 2026, mantenendo le mostre accessibili al pubblico anche nei due fine settimana successivi. Sotto la direzione artistica di Manila Camarini, il festival riprende e approfondisce il percorso intrapreso nell’edizione precedente: uno sguardo rivolto alle fratture e alle trasformazioni del mondo contemporaneo, capace di andare oltre la superficie delle cose per osservare la realtà con rigore e profondità.
Il cuore concettuale di questo capitolo è sintetizzato nella formula Still Standing. Più che un semplice titolo, si tratta di un manifesto che riconosce nell’atto fotografico uno spazio di resistenza, un punto di ancoraggio saldamente piantato nel presente di fronte all’instabilità e ai compromessi dell’epoca attuale. Still Standing è un elogio della verticalità e della presenza, un’affermazione sommessa e al contempo radicale di chi sceglie di non farsi da parte, dimostrando che la fotografia stessa continua a rimanere salda di fronte alle mutazioni della storia.
Il percorso espositivo dell’edizione 2026 si snoda attraverso progetti che esplorano la permanenza, l’identità e la capacità di adattamento in geografie e contesti umani molto differenti tra loro.
Nel lavoroVinter, Lars Tunbjörk ritrae la quotidianità dei lunghi mesi invernali in Scandinavia, raccontando una resistenza silenziosa fatta di solitudine, perseveranza e gesti ordinari capaci di attraversare il tempo e il buio.
L’esplorazione delle radici e dei rituali prosegue con Robbie Lawrence che, in Long Walk Home, segue gli Highland Games tra la Scozia e gli Stati Uniti, trasformando una tradizione popolare in un’indagine sull’evoluzione dell’identità culturale e sulla forza della memoria collettiva.
La memoria assume invece un valore personale e liberatorio in Occult di Alba Zari, progetto in cui l’autrice ripercorre la storia della propria famiglia all’interno della setta Children of God. Attraverso immagini, documenti e materiali d’archivio, la ricerca affronta i temi del controllo e della costruzione della verità, dimostrando come la consapevolezza del passato possa farsi strumento di riscatto e di emancipazione.
I confini dell’identità e delle aspettative sociali vengono interrogati da Andi Gáldi Vinkó nel progetto Sorry I Gave Birth I Disappeared But Now I’m Back, dove il tema della resistenza si sposta nel territorio della maternità, misurandosi con il corpo, il tempo e i modelli culturali consolidati.
In Black Stone Burns, Olga Sokal viaggia attraverso i paesaggi segnati dall’industria estrattiva e dal carbone, soffermandosi sulla convivenza tra le comunità locali e le conseguenze delle trasformazioni ambientali ed economiche, alla ricerca di nuove possibilità di futuro.
Lo sguardo sull’essere umano prosegue con Robin de Puy, che in AMERICAN compone un ritratto corale degli Stati Uniti contemporanei attraverso i volti di persone comuni. Le sue fotografie restituiscono dignità e centralità a esistenze spesso invisibili, raccontando la resilienza quotidiana in una società segnata da profonde disparità.
A chiudere questa panoramica sugli archivi dello sguardo è Index di Christopher Anderson, un’opera che raccoglie oltre trent’anni di lavoro in una sequenza fluida e aperta. Guerre, vita familiare, politica e viaggi si intrecciano per testimoniare la capacità delle immagini di sopravvivere agli eventi e continuare a generare significati nel presente.
Ad impreziosire la proposta espositiva del festival si aggiunge un’importante mostra collettiva che riunisce i lavori di Alfredo Bosco, Pietro Masturzo e Jack Califano, tre autori impegnati a raccontare comunità messe a dura prova da oppressivi sistemi di potere. Bosco documenta le ferite della guerra in Ucraina e la determinazione della popolazione a ricostruire la propria vita tra le macerie; Masturzo osserva la Palestina quotidiana, dove la semplice sopravvivenza e la riaffermazione della propria presenza assumono una valenza politica; Califano si concentra sulle comunità migranti negli Stati Uniti colpite dalle politiche dell’ICE, raccontando la difesa del diritto all’esistenza di famiglie ristrette nell’incertezza.
Ma la mappa espositiva del SI Fest si arricchisce ulteriormente con i progetti legati ai riconoscimenti fotografici: Carlos Folgoso Sueiro che sposta l’attenzione sui luoghi in Beyond the lake, indagine sulla capacità di conservare la memoria e resistere al tempo che gli è valsa il Premio Marco Pesaresi 2025; Fabio Domenicali presenta Nowhere, opera vincitrice del Premio Portfolio Italia 2025, con cui conduce il pubblico in un viaggio intimo tra paesaggi sconfinati e atmosfere silenziose, per dare forma a un luogo della mente dove lo spazio domina su un tempo sospeso; Camilla Pedretti espone Lucinete, progetto premiato con il Premio Portfolio Werther Colonna, un progetto in cui Camilla ha documentato la vita in una delle comunità più vulnerabili del Paese con una narrazione visiva che mette al centro la dignità umana, la resistenza e la speranza nonostante le avversità.
L’offerta espositiva include anche due preziose mostre collaterali: In Studio di Mario Cresci, una mappa visiva della scena artistica contemporanea romagnola e la collettiva Zvanì, il backstage fotografico del film su Giovanni Pascoli come spazio di racconto di ciò che normalmente rimane fuori dall’inquadratura.
11-12-13, 19-20, 26-27 settembre 2026 – Savignano sul Rubicone (FC) – sedi varie
“Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza.” Con queste parole Man Ray sintetizzava un’intera filosofia dell’arte, nella quale i confini tra le discipline non esistevano e ogni mezzo espressivo era al servizio di un’unica, inesauribile visione creativa.
A cinquant’anni dalla scomparsa di uno degli artisti più geniali e versatili del XX secolo, avvenuta a Parigi il 18 novembre 1976, la mostra “Man Ray: tutto” alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo presso Parma – a pochi passi dalle sale che ospitano opere capitali di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Renoir, Monet, Cézanne, de Chirico, Morandi, Burri e molti altri – riunisce oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, oggetti, sculture, grafiche, libri e film: la più completa retrospettiva mai dedicata a Man Ray in Italia. Se infatti le grandi mostre che lo hanno celebrato hanno privilegiato di volta in volta la pittura o la fotografia, “Man Ray: tutto” abbraccia con pari dignità tutte le discipline praticate dall’artista: fotografia, pittura, scultura, design, grafica, editoria, cinema.
Tra le opere esposte figura Le Violon d’Ingres (1924), l’iconico ritratto fotografico di schiena dell’amica e musa Kiki de Montparnasse con le effe di violino sulla schiena nuda. Accanto a essa sono esposti capolavori come Lacrime, La preghiera, Anatomia, Noire et Blanche e i celebri ritratti delle muse e modelle Lee Miller e Nusch Éluard.
La mostra segue l’evoluzione del linguaggio di Man Ray, nato a Philadelphia nel 1890, a partire dai primi anni americani, segnati dall’adesione al movimento Dada e dalla scoperta della fotografia, il medium che lo accompagnerà lungo tutta la carriera e al quale deve la parte più cospicua della sua fama. Il momento dadaista si concretizza nella realizzazione delle prime sculture, come By Itself del 1918, qui presentata nella versione in bronzo del 1966, e la celeberrima Ostruzione del 1920, composta da 63 grucce di legno appese al soffitto in una struttura che moltiplica un singolo oggetto fino a trasformarlo in installazione.
Il trasferimento a Parigi nel 1921 segna la svolta definitiva. Accolto da Marcel Duchamp, il mentore con il quale interesserà un’amicizia destinata a protrarsi per decenni, generando opere straordinarie presenti in mostra, Man Ray si inserisce nel vivacissimo ambiente dell’avanguardia parigina, divenendone ben presto il fotografo ufficiale, come dimostrano i numerosi ritratti dei protagonisti di questo mondo. Al lavoro su commissione per la moda si affiancano le sperimentazioni autonome: i rayographs e le solarizzazioni, autentiche icone dell’arte dada e surrealista, e la cartella Électricité del 1931, un portfolio di dieci photogravure realizzato con la collaborazione di Lee Miller, la grande fotografa statunitense prima sua assistente, divenuta poi sua musa e compagna, infine affrancatasi per seguire una carriera del tutto autonoma.
La vena pittorica non viene mai abbandonata. Ne sono prova i dipinti esposti soprattutto a partire dagli anni Trenta nelle grandi mostre del Surrealismo: tra questi, il celeberrimo À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux (1932–1934), in cui le labbra cremisi di Lee Miller fluttuano giganti nel cielo sopra l’Osservatorio di Parigi, opera nella quale il tormento della separazione si trasforma in visione cosmica. Alcuni dipinti vengono presentati in mostra a Mamiano.
Accanto alla pittura prosegue la produzione grafica, che risponde alla volontà di diffondere il più possibile la propria opera, prescindendo dai concetti di unicità e di originale che per Man Ray sembrano perdere di significato.
Gli oggetti d’affezione (ready-made trasformati dall’intervento dell’artista) incarnano con forza questa attitudine. Cadeau (Regalo), il ferro da stiro con i chiodi attaccati sotto, nasce il 3 dicembre 1921, giorno di apertura della prima personale parigina di Man Ray alla Librairie Six di Philippe Soupault: l’originale viene rubato lo stesso giorno, ma l’artista lo replicherà più volte a partire dal 1963; o L’oggetto indistruttibile del 1931, un metronomo con l’occhio di Lee Miller che diventerà poi Un oggetto da distruggere al termine della relazione con la fotografa), nascono sempre con l’idea di poter essere replicati, manipolati, rivisti secondo le occasioni.
L’unione tra pittura e design si trova poi ad esempio in Palettable, un tavolo a forma di tavolozza, ideato nel 1941 e poi edito nel 1971, o nel Monumento al pittore sconosciuto del 1955. Artista tra i più attuali del XX secolo, fu elevato a icona da Andy Warhol, che negli ultimi anni fu in rapporto con lui e ideale prosecutore delle premesse della sua ricerca nella nuova America del dopoguerra.
La mostra offre anche la testimonianza di momenti capitali della storia delle avanguardie: Résurrection des Mannequins (La resurrezione dei manichini) documenta una delle sale più affascinanti dell’Esposizione Internazionale del Surrealismo del 1938 alla Galerie Beaux-Arts di Parigi, dove alcuni artisti tra cui Dalí, Ernst, Miró, Duchamp e lo stesso Man Ray, decorarono manichini femminili in un allestimento che resta tra i più leggendari del Novecento.
Non mancano le rare ma significative prove cinematografiche, film entrati nella storia del cinema d’avanguardia, capitolo autonomo della creatività dell’artista ma inscindibile dalla sua intera visione, che concepiva l’arte come esperienza totale di vita, priva di barriere disciplinari, stilistiche, tematiche.
La mostra si avvale di prestiti provenienti da importanti istituzioni museali, da celebri gallerie e collezioni private italiane ed estere, ed è curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera, Stefano Roffi. Con “Man Ray: tutto” la Villa dei Capolavori – che negli anni ha dedicato grandi mostre a figure che con Man Ray hanno condiviso il palcoscenico delle avanguardie, da Miró a de Chirico, da Cocteau a Warhol, dal Surrealismo a Munari – porta a convergenza quei percorsi nella figura dell’artista che più di ogni altro li ha attraversati tutti.
12 settembre – 13 dicembre 2026 – Fondazione Magnani-Rocca, Villa dei Capolavori
Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, 1950
La mostra Robert Doisneau riunisce circa 150 fotografie in bianco e nero provenienti dalla collezione dell’Atelier Robert Doisneau a Montrouge. È in questo atelier che il fotografo ha stampato e archiviato le sue immagini per oltre cinquant’anni, ed è lì che si è spento nel 1994, lasciando un’eredità di quasi 450.000 negativi.
Le fotografie, selezionate dal curatore in stretto rapporto con l’Atelier, sono state scattate tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, prevalentemente a Parigi e nella sua banlieue, territori privilegiati dal fotografo. Scatti imprescindibili e rappresentativi della sua opera, come Le Baiser de l’Hôtel de Ville – scatto celebre, ritenuto tra i più riprodotti al mondo, nel quale una giovane coppia si bacia davanti al municipio di Parigi – si mescolano a immagini meno note; ma in tutte le fotografie, indipendentemente dalla forma e dal soggetto, sono sempre la visione del fotografo e il suo personalissimo spirito ad attirare l’attenzione e a suscitare emozioni.
Gran parte delle fotografie di Robert Doisneau sono riconoscibili a colpo d’occhio dal soggetto: un territorio privilegiato, nella fattispecie i quartieri popolari di Parigi e la sua periferia. Un paesaggio urbano e una società che il fotografo ha esplorato fin dal suo debutto, e che negli anni non ha mai perso di vista: anche il suo appartamento-atelier di Montrouge, al sud della capitale, in qualche modo trova posto all’interno dello scenario delle sue immagini. Al contrario di molti fotografi della sua generazione, Doisneau ha viaggiato poco, preferendo perdersi nella sua amata Parigi. Ha persino confessato di essersi sentito a disagio quando, per soddisfare qualche richiesta, ha dovuto allontanarsi dal suo universo.
Dal 24 Settembre 2026 al 24 Gennaio 2027 – Palazzo dei Musei – Modena
FESTIVAL DELLA FOTOGRAFIA ETICA DI LODI 2026. XVII EDIZIONE
Il Festival della Fotografia Etica di Lodi si prepara a tagliare il traguardo della sua diciassettesima edizione, in programma dal 26 settembre al 25 ottobre 2026.
Al centro della manifestazione si conferma il World Report Award – Documenting Humanity, giunto quest’anno alla sua sedicesima edizione. Il premio rappresenta il vero e proprio cuore pulsante del festival e si consolida come l’unico riconoscimento in Italia specificamente dedicato al fotogiornalismo, capace di puntare i riflettori sulle grandi questioni umane e sociali del nostro tempo attraverso lo sguardo dei più importanti reporter internazionali.
I vincitori di questa edizione offrono una panoramica di straordinario impatto visivo ed emotivo sulle crisi umanitarie, le ferite storiche e le trasformazioni ambientali che segnano il pianeta. Nella categoria MASTER, l’iconica fotografa Carol Guzy propone con “ICE – Broken Families” una testimonianza delle deportazioni di massa avviate dall’amministrazione Trump, catturando il trauma dei minori e delle famiglie tra giugno e dicembre 2025.
Per la sezione SPOTLIGHT, il progetto a lungo termine di Chinky Shukla intitolato “When Buddha Stopped Smiling” restituisce voce e memoria alle comunità desertiche del Rajasthan, che ancora oggi mostrano una silenziosa resilienza di fronte alle conseguenze umane e ambientali dei test nucleari indiani del 1974 e 1998.
Il racconto dei conflitti contemporanei prosegue con Abdulmonam Eassa, vincitore della categoria SHORT STORY con “Sudan War, a Nation Trapped”, una cronaca della devastante guerra civile esplosa nel 2023 che ha intrappolato la popolazione in una spirale di inaudita violenza.
La sezione STUDENT vede invece l’affermazione di Mashruk Ahmed con “Broken Promises: July of Memory”, un lavoro incentrato sulle conseguenze dell’insurrezione studentesca del luglio 2024 in Bangladesh e sulla lotta per la giustizia dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime.
“Boy with kippah”, con cui Gianluca Panella ha vinto la categoria SINGLE SHOT, racconta l’atmosfera carica d’attesa della liberazione degli ostaggi ancora detenuti a Gaza, in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Infine, le sezioni in collaborazione con The Alexia, partnership siglata quest’anno tra il Festival e la S.I. Newhouse School Of Public Communications di Syracuse, arricchiscono il palmarès con due sguardi di profonda riflessione territoriale.
Per la sezione SPOTLIGHT, Carlos Folgoso Sueiro firma “Alén do Lago (Beyond The Lake)”, un’epopea contemporanea che intreccia la storia personale del fotografo con il declino della Galizia, sua terra natale, segnata da incendi, siccità, abbandono e collasso ambientale.
Per la categoria STUDENT, Jubair Ahmed Arnob esplora con un linguaggio visivo surreale l’impatto dell’inarrestabile urbanizzazione a Dhaka, in Bangladesh, documentando in “The Place Where I Used to Play…” la perdita di memoria e di senso di appartenenza delle comunità fragili.
Pilastro fondamentale di questa diciassettesima edizione è lo spazio dedicato alle organizzazioni non governative attraverso l’Open Call Nonprofit World 2026, una sezione speciale che mette in luce il potere della fotografia come strumento di supporto e denuncia per le ONG globali.
Il percorso espositivo si arricchisce così di sei straordinari progetti documentari: si parte da “Out for Blood”, in cui Ginevra Bonina documenta per Pinkishe Foundation la povertà mestruale in India come violazione dei diritti umani e stigma sociale tra le comunità indù, musulmane e adivasi.
La collaborazione con l’UNHCR porta in mostra “Nothing But Courage” di Antoine Tardy, un reportage sul riscatto sociale e l’accesso all’istruzione superiore per i rifugiati in contesti complessi.
L’inclusione è anche al centro di “Like a Fairy Tale” di Stefania Carraturo per Abracadown ODV, che racconta il dietro le quinte di un musical interpretato da giovani con la sindrome di Down per scardinare i pregiudizi attraverso l’arte.
Dalle sfide sociali si passa agli scenari di guerra con “Classroom Below Ground” di Antti Yrjönen per Finn Church Aid, che testimonia la tenacia della scuola in Ucraina, costretta a trasferirsi nei rifugi antiaerei.
Il legame tra comunità e tutela del territorio è invece descritto da Andrea Zanenga in “The Second First Flight” per la SPEA, incentrato sulla mobilitazione degli abitanti dell’isola di Corvo nelle Azzorre per salvare i giovani uccelli disorientati dall’inquinamento luminoso.
Infine, lo sguardo si sposta sulle emergenze del Mediterraneo con “ACQUAINTANCE – Search and Rescue in the Mediterranean Sea” di MaxCavallari per SOSHumanity, un reportage immersivo sulle delicate operazioni di salvataggio in mare aperto e sul loro profondo impatto emotivo.
Tutte le mostre dei vincitori saranno visitabili durante i fine settimana del festival, offrendo al pubblico un’occasione unica di riflessione e approfondimento.
dal 26 settembre al 25 ottobre 2026 – Lodi – Sedi Varie
Palazzo Falletti di Barolo di Torino ospita, dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, la mostra FAN HO. Il maestro della fotografia di Hong Kong, antologica inedita in Italia dedicata al maestro cinese della street photography. Prodotta e organizzata da Ares in collaborazione con Blue Lotus Gallery (Hong Kong), l’esposizione, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, si compone di cento fotografie, perlopiù in bianco e nero, che ripercorrono la carriera di Fan Ho (1931–2016), autore che attraverso una ricerca estetica in bilico tra realismo e astrazione ha rappresentato lo scenario e la vita urbana di Hong Kong.
Fan Ho ha saputo cogliere una visione suggestiva della brulicante metropoli cinese, trasformando le sue strade e i suoi vicoli affollati in quadri meditativi popolati da figure solitarie. “Ogni foto offre una piccola finestra attraverso la quale si vede e si prova ciò che il fotografo ha visto e provato”, affermava l’autore, dichiarando la sua predilezione per una fotografia dove la resa artistica è sempre coniugata al rispetto della sensibilità dei soggetti rappresentati e di chi li immortala. Facchini, venditori ambulanti e bambini che giocano tra le strade sono tra le figure più ricorrenti nella sua opera, intesa a catturare lo spirito più autentico della città, descrivendo la fatica e la resilienza dei suoi abitanti, piuttosto che documentare gli anni tumultuosi di una città in transizione.
Sotto l’aspetto formale, i lavori di Fan Ho si distinguono per l’applicazione dei principi di composizione pittorica alla fotografia, in particolare l’attitudine alla sintesi geometrica. Immerso nel contesto urbano, l’artista non si limitava a cogliere l’istante di una scena, ma cercava di costruirgli attorno una cornice strutturale in grado di trasformare gli elementi architettonici circostanti in trame astratte. Parallelamente, dal punto di vista tecnico, Fan Ho sfruttava sapientemente gli effetti di controluce e i chiaroscuri, così da accentuare l’atmosfera fumosa delle strade e far emergere misteriose sagome bianche o silhouette scure dalla penombra.
Il fotografo operava sul doppio binario della “composizione di prima mano”, da realizzare al momento dello scatto, e della “composizione di seconda mano” in camera oscura. Il fotoritocco, e in particolare il ritaglio del negativo, sono pratiche che Fan Ho considerava vitali per ricomporre l’immagine, esaltando linee e volumi a scapito degli elementi superflui, o per manipolarne i toni e conferire alle scene un’aria di mistero. La fotografia, come il cinema, a cui dedicherà la sua lunga carriera, nasce non solo durante le riprese, ma anche in camera oscura.
Scatti come Pattern e A Play of Light and Shadow, per esempio, mostrano la contrapposizione tra direttrici verticali e orizzontali, evocando un ritmo quasi musicale, dove la realtà fisica della città diviene pretesto per una pura costruzione formale. In Different Directions, la gestione della luminosità trasfigura la strada in un palcoscenico urbano, mentre in Controversy la tonalità scura riduce le persone a sagome, accentuando il rigore geometrico dei binari e della composizione. In mostra, tra le altre opere, anche due delle fotografie più note di Fan Ho, Approaching Shadow e Street Scene, sintesi della sua ricerca formale ed estetica e capaci di cristallizzare l’universalità dell’esperienza umana nella cornice di una Hong Kong senza tempo.
Dal 11 Settembre 2026 al 10 Gennaio 2027 – Palazzo Falletti di Barolo – Torino
COLORNO PHOTO LIFE 2026: L’INFINITO VIAGGIARE, GEOGRAFIE DELL’ALTERITA’
Dal 25 al 27 settembre il weekend inaugurale con workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF) e una nuova edizione di Read Zine con il Premio Leica. I 15 progetti fotografici dedicati al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità” inaugureranno negli spazi dell’Aranciaia e della Reggia di Colorno, proseguendo fino all’8 novembre Colorno (PR).
Torna il ColornoPhotoLife, festival di fotografia e cultura visiva che raggiunge la sua diciassettesima edizione con il programma espositivo più ricco di sempre.
Dal 25 settembre all’8 novembre 2026, gli storici ambienti dell’Aranciaia, anche sede del Museo MUPAC, e gli spazi prestigiosi dell’Appartamento del Principe nella Reggia di Colorno accoglieranno 15 progetti fotografici, firmati da autori affermati ed emergenti, in un percorso curatoriale unitario dedicato al tema “L’infinito viaggiare, geografie dell’alterità”.
Il festival si apre con un weekend intenso, dal 25 al 27 settembre, vero cuore pulsante della manifestazione: oltre alle grandi mostre, sono in calendario workshop, masterclass, la prestigiosa tappa Portfolio Italia (FIAF), proiezioni audiovisive dell’AV LAB, presentazioni editoriali, la nuova edizione di Read Zine, con il premio nuovo “Premio Leica Akademie Italy”, dedicata alle fanzine fotografiche indipendenti.
Il percorso espositivo in Aranciaia con sette mostre al piano terra e sette al primo piano – sede del Museo MUPAC – per un totale di quattordici esposizioni che fanno dell’Aranciaia il cuore espositivo del festival. Mostra di punta dell’edizione è “Mosaico Europa” di Monika Bulaj, a cura di Ascanio Kurkumelis: 80 immagini di grandi dimensioni che raccontano le complessità dell’Europa contemporanea attraverso i suoi confini, le migrazioni e le minoranze culturali. Fujifilm Italia ha creduto nell’idea producendo la mostra, che si inserisce nel progetto di ricerca “Broken Songlines”, sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Il festival rende omaggio a Folco Quilici con la mostra “Testimone del mondo”, a cura di Roberto Mutti: un tributo al grande documentarista e autore, capace di coniugare rigore scientifico e sensibilità narrativa nel racconto del rapporto tra uomo e natura.
“In questa edizione abbiamo voluto esplorare la fotografia come strumento di indagine antropologica e di contatto profondo. Il tema dell’alterità non è solo geografico, ma strettamente umano, e gli autori in mostra rappresentano l’eccellenza di questo approccio documentario. Accanto alle esposizioni, il weekend di settembre con le letture della Tappa Portfolio Italia, le masterclass, l’editoria indipendente di Read Zine e le sperimentazioni audiovisive dell’AV LAB vuole essere un momento di confronto professionale e crescita per l’intera community fotografica italiana”, sottolinea Gigi Montali, presidente del Gruppo Color’s Light di Colorno e direttore artistico del festival. Completano il piano terra: “Armenia, Alfabeto Umano”, mostra collettiva di Silvia Camporesi, Antonella Monzoni e Gigi Montali, curata da Laura Manione e realizzata con il patrocinio del Console Onorario della Repubblica d’Armenia di Milano, che affronta il viaggio come memoria storica, identità e diaspora; “Hope Amid Destruction” di Italo Rondinella, a cura di Ascanio Kurkumelis, con uno sguardo diretto sulla Siria nei mesi successivi alla caduta del regime; l’antologica “Il viaggio dentro” di Ivano Bolondi e “Crossing in the Road” di Silvano Bicocchi, che cura entrambe le esposizioni; e la collettiva “Winners”, a cura di Angelo Cucchetto, con le opere vincitrici del concorso internazionale Travel Tales Award (TTA).
Al primo piano il percorso si arricchisce con 7 esposizioni focalizzate sui grandi premi e su sguardi curatoriali contemporanei: “TRA-ME” di Luciana Trappolino (vincitrice Premio Musa 2025), “NOWHERE” di Fabio Domenicali (vincitore Portfolio Italia 2025), “NOTTE, GIORNO, SERA… E ANCORA NOTTE” di Daniele Ferrini (vincitore Premio Maria Luigia 2025), “UN PASSO INDIETRO” di Nicola Vinciguerra (vincitore Premio Umane Tracce 2025), le opere vincitrici della sezione “ALTRI VIAGGI” del Travel Tales Award 2026, la collettiva “HOT POT” a cura di Sara Munari e “TEHRAN in 100 scenes” di Hamed Yaghmaeian, a cura di Ascanio Kurkumelis.
Le mostre diffuse e il legame con il territorio, elementi importanti del festival per la loro dimensione legata all’identità del luogo, sono realizzate grazie alla collaborazione con i comuni limitrofi a Colorno, che ospiteranno parte delle esposizioni e delle attività culturali. (Sorbolo, Mezzani e Torrile). Questa rete di enti locali e altre associazioni del territorio consente di ampliare la forza dell’evento, favorendo la valorizzazione dei luoghi, la partecipazione delle comunità e la fruizione culturale su scala sovracomunale. Il pubblico è invitato a spostarsi tra le diverse sedi espositive, vivendo il festival come un percorso culturale integrato nel territorio, in grado di promuovere mobilità, turismo culturale e conoscenza dei contesti locali.
L’edizione 2026 del ColornoPhotoLife si apre anche al linguaggio del cinema del reale, includendo la proiezione di due film documentari italiani premiati a livello nazionale e internazionale, che trattano il tema del viaggio da prospettive diverse. Il film “Il Labirinto” (2026) del regista Alberto Gemmi, ricostruisce la storia del cimitero militare germanico della Futa e dei personaggi che oggi lo rendono un luogo attivo di memoria, di narrazione e di incontro. Un film che è un’indagine sui luoghi, sul tempo, sull’uomo e su ciò che resta della guerra, in un’epoca che continua ad essere piena di conflitti. (proiezione venerdì 2 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC). Il film “I fratelli Segreto” (2025) dei registi Federico Ferrone e Michele Manzolini, racconta invece la storia di tre fratelli che abbandonano l’Italia povera di fine Ottocento e approdati in Brasile avviano una carriera da cineasti, inaugurando così la stagione del cinema brasiliano. Un film sulla nascita del cinema che assomiglia a una fiaba. (proiezione venerdì 9 ottobre alle ore 21.30 presso l’Aranciaia di Colorno, Museo MUPAC).
Dal 25 settembre all’8 novembre 2026 – Colorno (PR) – sedi varie
Nobuyoshi Araki, Yoko (Sentimental Journey), 1971. Gelatin Silver Print on Baryta Paper, cm. 50,8×61
Ci sono immagini che mostrano e immagini che custodiscono. Le fotografie di Nobuyoshi Araki appartengono a entrambe le categorie: rivelano e nascondono, trasformando ogni frammento di realtà in una pagina di vita.
È proprio in questa tensione tra confessione e mistero che si colloca Secret Pages, la mostra dedicata a uno dei più influenti e controversi protagonisti della fotografia contemporanea, in programma dal 18 luglio al 17 ottobre 2026 alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano.
L’esposizione, curata da Sonia Borsato e inserita nella programmazione della ventottesima edizione del Dromos Festival, quest’anno dedicato al tema Secrets, presenta 122 opere fotografiche, delle quali centouno Polaroid e ventuno fotografie di diverse dimensioni, tutte provenienti dalla Collezione Molinas Balata. Una selezione raffinata che attraversa alcuni dei territori più emblematici della poetica di Araki: il desiderio e la memoria, l’intimità e la perdita, la sensualità e la malinconia, la vita e la morte. Centoventidue immagini che compongono un racconto frammentario e insieme coerente, come le pagine di un diario privato lasciato socchiuso davanti allo sguardo del pubblico.
In dialogo con il tema del festival,Secrets, che esplora il valore del nascosto come fonte di curiosità, creatività e appartenenza, le fotografie di Secret Pages non offrono risposte, ma aprono spazi di riflessione. Frammenti del mondo reale ritagliati dalle foto di Araki custodiscono ciò che normalmente sfugge allo sguardo, dove il segreto non è qualcosa da svelare, bensì una dimensione da attraversare con delicatezza, nella consapevolezza che ogni rivelazione porta con sé nuove domande e nuovi misteri.
Dal 18 Luglio 2026 al 17 Ottobre 2026 – Pinacoteca Carlo Contini – Oristano
Il visibile e l’invisibile: Jerzy Lewczyński e Henryk Waniek
“Visibile e invisibile” è un incontro tra le fotografie di Jerzy Lewczyński (Tomaszów Lubelski, 1924 – Gliwice, 2014) tratte dalla serie della “fotografia soggettiva” degli anni ’50, una pratica in evidente contrasto con la fotografia del realismo socialista, e i disegni automatici che l’amico Henryk Waniek (Auschwitz, 1942), pittore e scultore con radici surrealiste e metafisiche, realizzò a partire dagli anni ’70.
“Definisco l’archeologia della fotografia un’attività il cui obiettivo è scoprire, esaminare e commentare eventi, fatti e situazioni verificatisi nel cosiddetto passato fotografico” – affermò Lewczyński negli anni ’70. I disegni di Henryk Waniek, invece, sono nati «quasi» automaticamente durante delle conversazioni telefoniche. Waniek era interessato alla magia e all’alchimia e trascorse gran parte della sua vita a raccontare la controversa regione della Slesia, che lottò per l’autonomia culturale contro il predominio delle tradizioni tedesche, polacche e ceche.
Il filo conduttore che unisce i due lavori è un titolo tratto da una poesia di Michał Fostowicz, artista, filosofo dell’arte, poeta e pittore, che visse a Międzygórze, in Slesia, e fu cultore di William Blake.
In mostra ogni disegno incontra una fotografia su pannelli realizzati appositamente, rivelando le connessioni e le costellazioni di due diverse archeologie: quella di Lewczyński, che esplora il cosiddetto passato fotografico, e quella di Henryk Waniek, che in realtà è un’anti-archeologia che penetra nel mondo della fantasia e della magia.
La mostra verrà introdotta da un incontro con Francesco M. Cataluccio e Rafał Lewandowski martedì 8 settembre alle 18.30
La Galleria Asymetria, fondata nel 2007 da Rafał Lewandowski in un appartamento di un vecchio palazzo nel centro di Varsavia, è stata la prima dedicata alla fotografia storica polacca, in particolare degli anni ’50, ’60 e ’70. Il nome è un riferimento alla celebre serie fotografica e al testo di Zbigniew Dłubak, in cui l’artista esprimeva la convinzione che «il mondo è costituito da cose diverse, uniche, ovvero asimmetriche».
Dall’8 settembre al 26 settembre – Micamera – Milano
In un’epoca dominata da immagini di guerra, conflitti, violenza e paura, c’è ancora spazio per la meraviglia. Nasce da questa riflessione il tema della settima edizione del Festival Nazionale Voghera Fotografia, promossa dall’Associazione Spazio 53 in collaborazione con il Comune di Voghera e in programma dal 12 al 27 settembre 2026 nelle sale del Castello Visconteo di Voghera.
“Universi Paralleli – La bellezza degli altri Mondi” è il titolo scelto per un’edizione che intende proporre al pubblico un viaggio attraverso realtà straordinarie che convivono quotidianamente accanto a noi ma che raramente riusciamo a percepire. Lontano dalla cronaca dominata dall’ansia e dall’incertezza, il festival invita infatti a riscoprire la Bellezza come elemento fondante dell’esistenza, attraverso il linguaggio universale della fotografia. Per tre fine settimana consecutivi – 12 e 13, 19 e 20, 26 e 27 settembre – Voghera diventerà così un punto di riferimento per appassionati di fotografia, viaggiatori, naturalisti, studenti e semplici curiosi. Cuore della manifestazione saranno sette grandi mostre fotografiche che, attraverso circa duecento immagini spettacolari, racconteranno altrettanti “universi paralleli”. Alberto Ghizzi Panizza accompagnerà il pubblico nei “Micromondi“, svelando la sorprendente bellezza nascosta tra insetti, flora, gocce d’acqua e minuscoli dettagli della natura. Luca Fornaciari guiderà invece i visitatori nei “Macromondi” dell’universo, tra nebulose, galassie, aurore boreali e fenomeni astronomici che sfuggono normalmente allo sguardo umano.
Milko Marchetti racconterà i “Mondi Paralleli” della natura e della fauna selvatica, mentre Francesco Turano porterà il pubblico nei “Mondi Sommersi” dei nostri mari. Davide Camisasca presenterà i suoi “Mondi di Ghiaccio“, Marco Cavazza i “Mondi di Pietra” scolpiti dalla forza della natura e Erminio Annunzi accompagnerà i visitatori nei “Mondi sospesi tra cielo e terra“.
La direzione del Festival è affidata, sin dalla prima edizione, ad Arnaldo Calanca, presidente dell’Associazione culturale Spazio 53, mentre la direzione artistica e la curatela delle mostre portano la firma di Michele Dalla Palma, tra i più autorevoli reporter e divulgatori fotografici italiani.
Accanto alle esposizioni il programma proporrà workshop, incontri con gli autori, presentazione di libri, demo tecniche, conferenze, attività didattiche, visite guidate presso aziende e luoghi simbolo dell’Oltrepò Pavese e appuntamenti dedicati alla storia della fotografia.
Tra le attrazioni più attese tornerà la Camera Obscura ospitata nella torre del Castello Visconteo, l’installazione originale più grande e apprezzata del panorama fotografico italiano, capace di riportare il pubblico alle origini stesse della fotografia. Con oltre 5.000 visitatori attesi, Voghera Fotografia si conferma uno degli appuntamenti indipendenti più interessanti del panorama fotografico nazionale e un importante strumento di promozione culturale e turistica per l’intero territorio dell’Oltrepò Pavese.
L’inaugurazione ufficiale è prevista per sabato 12 settembre alle ore 11 presso il Castello Visconteo di Voghera.
Dal 12 Settembre 2026 al 27 Settembre 2026 – Voghera | Pavia
L’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aostacomunica che venerdì 24 luglio 2026, alle ore 18, sarà inaugurata l’esposizione Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta,allestita presso la Chiesa di San Lorenzo di Aosta, curata da Daria Jorioz e realizzata dalla Struttura Attività culturali, espositive e Politiche identitarie nell’ambito della valorizzazione degli archivi del Bureau Régional Ethnologie et Linguistique.
Il pubblico è invitato a conoscere la vicenda poco nota di un’autrice che ha documentato la storia della Valle d’Aosta attraverso la ritrattistica fotografica negli anni Venti del Novecento ed è stata la prima donna professionista in questo settore nella nostra regione.
Il percorso espositivo si compone di una pregiata antologia di opere selezionate dalla curatrice tra i settecento fototipi originali negativi in bianco e nero alla gelatina-bromuro su lastra di vetro che compongono il Fondo Seris, con l’intento di ripercorrere l’importante contributo della fotografa valdostana alla storia della fotografia. Le ventinove immagini presentate in mostra, riprodotte in grande formato, sono state stampate filologicamente da Enrico Peyrot, alcune con procedimento ai sali d’argento, altre con tecnologia digitale.
“La mostra dedicata alla fotografa di Saint-Vincent – dichiara l’Assessore Erik Lavevaz – sottolinea il valore collettivo degli archivi fotografici e multimediali della Valle d’Aosta. Il loro patrimonio, accompagnato dalle preziose energie delle donne e degli uomini che ci lavorano, è un tassello fondamentale della nostra coscienza storica: sono luoghi che conservano la memoria della nostra comunità, che in essi può trovare percorsi in cui riconoscersi e cogliere allo stesso tempo l’evoluzione della nostra comunità”.
Marie Rosalie D’Hérin Seris è una figura atipica nella storia della fotografia in Valle d’Aosta. Nata nel 1871 in un villaggio di Montjovet, in un contesto contadino, nel suo destino sembra non esserci posto per grandi ambizioni. Il primo contatto con la fotografia avviene quando, poco più che ventenne, incontra un fotografo ambulante piemontese specialista in ritratti. La giovane decide di seguirlo per imparare l’utilizzo dell’apparecchio fotografico e poco più tardi trascorre alcuni mesi a Torino per apprendere e perfezionare la tecnica fotografica e di stampa, facendo poi ritorno in Valle d’Aosta, dove si specializza nel ritratto in studio e in esterno. I suoi clienti sono gli abitanti del luogo e i villeggianti della Fons Salutis di Saint-Vincent, agiati borghesi che amano farsi ritrarre in gruppo nell’ambiente termale.
“Rosalie D’Hérin Seris, la cui prima attestazione come fotografa è contenuta in un documento del 1899, – sottolinea la curatrice DariaJorioz – può essere considerata una figura pionieristica non solo in Valle d’Aosta, ma anche in ambito italiano. La sua predilezionedella luce naturale che accarezza i volti, la scelta di pose e ambientazioni non convenzionali, la prospettiva leggermente ribassata adottata per i ritratti singoli, l’inserimento nell’inquadratura di piante e scorci architettonici, rendono le sue immagini riconoscibili e il suo stile personale e mai scontato”.
Questa prima esposizione monografica a lei dedicata e il volume che l’accompagna sono un omaggio alla determinazione e alla passione di una donna che ha saputo con le sue sole forze farsi strada sin dai primi anni del Novecento in un settore considerato prevalentemente maschile.
Dal 24 Luglio 2026 al 28 Febbraio 2027 – Chiesa di San Lorenzo – Aosta
Dal 14 luglio 2026 al 10 gennaio 2027, il Castello di Brescia, nello spazio espositivo del Museo del Risorgimento Leonessa d’Italia, nel Grande Miglio, ospita la mostra di Cristina Mittermeier (Città del Messico, 1966) dal titolo La Grande Saggezza, a cura di Lauren Johnston.
La rassegna, promossa dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo e National Geographic Society prosegue il percorso intrapreso lo scorso anno, sempre presso il Grande Miglio, con la mostra Elogio della Diversità. Viaggio negli ecosistemi italiani, a cura di Isabella Saggio e Fabrizio Rufo (25 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026) dedicato alla scoperta della straordinaria varietà della vita sul nostro pianeta e alla complessità degli equilibri che la sostengono.
La retrospettiva La Grande Saggezza, a ingresso gratuito per tutti e per l’intero periodo, vista la rilevanza sociale e morale dei contenuti proposti dalla mostra, presenta oltre 80 scatti che rivelano l’importante lavoro di ricerca della fotografa, biologa marina e attivista messicana che, nel corso degli anni, ha celebrato la bellezza del nostro pianeta, dai paesaggi alla fauna selvatica in continua evoluzione, alle diverse culture e tradizioni delle popolazioni che vivono in simbiosi con la natura.
In un momento storico segnato dall’emergenza climatica e dalla crescente fragilità degli equilibri ambientali, La Grande Saggezza invita il pubblico a riconoscere nella natura un patrimonio di conoscenze costruito in milioni di anni di evoluzione. La “saggezza” evocata dal titolo è quella degli ecosistemi, della loro capacità di adattamento, cooperazione e rigenerazione, ma anche quella delle comunità che ancora oggi vivono in profonda relazione con gli ambienti naturali, custodendone i saperi e rispettandone i ritmi. Attraverso la forza narrativa della fotografia, Cristina Mittermeier conduce i visitatori in un viaggio che attraversa mondi remoti e paesaggi sorprendentemente vicini, mostrando come ogni ambiente, dall’oceano alle foreste, dai ghiacci alle coste, sia parte di un unico sistema interconnesso. Le sue immagini non documentano soltanto la straordinaria bellezza del pianeta, ma restituiscono una riflessione urgente sulla responsabilità collettiva di preservare quella grande saggezza che la natura continua a offrirci e che rappresenta una delle risorse più preziose per affrontare le sfide del nostro tempo.
Il percorso espositivo si articola attorno a tre grandi temi – il mondo sottomarino, il mondo terrestre e i popoli tribali – e traduce in immagini il concetto, elaborato dalla stessa Mittermeier, di enoughness (quanto basta). Questo assunto inviterà il pubblico a interrogarsi sul proprio ruolo all’interno dell’ecosistema e su cosa significhi davvero avere “abbastanza”. Un’occasione per riflettere sui modelli di vita contemporanei e sulla possibilità di adottare un approccio più sostenibile e consapevole nei confronti della Terra.
Cristina Mittermeier collabora con comunità di tutto il mondo, di cui tramanda tradizioni, rituali e conoscenze, per raccontare la solida relazione che ancora le lega alla natura e la loro comprensione del delicato equilibrio che sostiene l’ecosistema dell’intero pianeta.
Le fotografie di Cristina Mittermeier mettono in luce il profondo sentimento tra esseri umani, comunità e ambiente, evidenziando come ogni elemento sia parte di un sistema interconnesso. L’utilizzo responsabile delle risorse limitate del globo rappresenta una delle questioni centrali per il futuro dell’umanità; in questo contesto, la salute degli oceani riveste un ruolo fondamentale per l’equilibrio climatico, la qualità dell’aria e la sicurezza alimentare. Ogni comunità contribuisce all’ecosistema terrestre e le decisioni assunte nel presente influenzeranno il futuro dell’umanità. Le immagini richiamano, inoltre, il valore delle conoscenze tradizionali e dei saperi tramandati nel tempo, offrendo spunti di riflessione per affrontare le sfide contemporanee e di quelle a venire.
Cristina Mittermeier è co-fondatrice e presidente dell’associazione SeaLegacy, nata nel 2014 dall’unione tra fotografi, registi e scrittori di fama internazionale impegnati da quasi due decenni nella sensibilizzazione per la difesa degli oceani, dalla cui salvaguardia dipende la vita sulla Terra.
Dal 14 Luglio 2026 al 10 Gennaio 2027 – Castello di Brescia
Teatralità. Architetture per la meraviglia – Patrizia Mussa
Dopo una prima presenza a Bormio in occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, Teatralità. Architetture per la meraviglia di Patrizia Mussa si rinnova con un Secondo Atto e torna al Meublé Sertorelli Reit da Luglio a Settembre 2026. Da alcuni anni Patrizia Mussa compie un personale Grand Tour attraverso l’Italia, esplorando alcuni dei più straordinari teatri e le architetture di palazzi principeschi: luoghi nei quali arte, architettura e musica hanno contribuito a costruire nei secoli una parte fondamentale del patrimonio culturale italiano. Un patrimonio che l’artista non si limita a documentare, ma interpreta attraverso una visione contemporanea.
Alla fotografia Mussa affianca infatti un paziente intervento manuale di coloritura con pastelli e acquerelli, eseguito direttamente sulla stampa. Il gesto dell’artista attenua la precisione documentaria dell’immagine e introduce una dimensione di memoria, atmosfera e visione: la luce diventa materia, il colore atmosfera, l’architettura si trasforma. Teatralità. Architetture per la meraviglia è stato presentato in importanti sedi italiane e internazionali, tra cui Palazzo Reale di Milano e l’Hôtel de Galliffet, sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. La nuova tappa si inserisce a Bormio, la storica “Magnifica Terra”, dove natura, cultura e bellezza convivono da secoli. Ad accogliere il progetto è l’Hotel Meublé Sertorelli Reit, piccolo hotel di charme nel centro storico che, fin dalla sua apertura, ha intuito quanto l’incontro tra arte e ospitalità potesse arricchire l’esperienza dell’accoglienza, scegliendo di dedicare i propri spazi a un programma di mostre fotografiche e progetti di arte contemporanea ideati e curati da Paola Sosio Contemporary Art Milan.
da Luglio a Settembre 2026 – Hotel Meublé Sertorelli Reit – Bormio (SO)
“Claudio Barontini, Uno sguardo” è la mostra fotografica che si svolgerà da sabato 29 Agosto a sabato 26 Settembre 2026 a Lucca, nella sede del Palazzo delle Esposizioni.
La mostra, realizzata dalla Fondazione Banca del Monte Lucca e dalla Fondazione Lucca Sviluppo, presenta una selezione di fotografie in bianco e nero di Claudio Barontini, autore che nel corso della sua carriera ha ritratto alcune tra le personalità più celebri del panorama internazionale della cultura, del cinema, della moda e dello spettacolo. In mostra entreranno dunque una selezione di ritratti storici che hanno contribuito a definire l’identità autoriale del fotografo: immagini caratterizzate da intensità, costruzione formale e capacità di restituire la personalità del soggetto attraverso un rigoroso bianco e nero.
Tra i soggetti ritratti figureranno, per esempio, Patti Smith, Vivien Westwood, Franco Zeffirelli, Re Carlo III, Susan Sarandon, Vittorio Gassman, Sylvester Stallone, Lina Wertmuller, Lindsay Kemp…E molti altri. In un mix tra fotografie inedite ed altre già pubblicate all’interno di progetti editoriali, saranno proposte anche una serie di “impressioni” che l’autore ha scattato con uno spirito da flâneur viaggiando tra Liverpool e New York, la Costa Azzurra e le bellezze della penisola italiana…
Non mancherà, in particolare, un omaggio al territorio lucchese. Oltre a un nucleo di ritratti ad artisti e personaggi realizzati nel corso degli anni nella provincia lucchese – come quello a Mario Monicelli, a Nicole Kidman, a Fernando Botero, a Pietro Cascella, a Gabriella Ferri e molti altri – per la prima volta saranno presentate alcune foto del ciclo flâneur scattate tra Viareggio, Pietrasanta, Torre del Lago, il centro storico di Lucca…: un territorio entro il quale il fotografo si muove come osservatore attento, registrando frammenti di realtà con il suo sguardo inconfondibile.
A fare da filo rosso nel percorso espositivo è, del resto, proprio la cifra stilistica riconoscibile e coerente di Claudio Barontini, il cui sguardo attento ai dettagli e allo scavo psicologico è volto a creare un dialogo intimo e sempre nuovo tra fotografo, soggetto ritratto e spettatore. Uno sguardo capace di misurarsi con la celebrità internazionale e con la dimensione autentica del territorio.
Nelle sale dell’esposizione sarà proiettato il documentario artistico Kemp-Barontini: Drawings and Pictures(2020), diretto da Cristiana Cerrini e prodotto da Lucia Manganaro Morelli.
Dal 29 Agosto 2026 al 26 Settembre 2026 – Palazzo delle Esposizioni – Lucca
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Buongiorno a tutti ecco tutti i premi fotografici in scadenza, mostrate i vostri lavori, partecipate! Ciao Annalisa
Copenhagen Photo Festival 2027
Tema 2027: ‘Frie hænder | Mani libere’
Cosa significa avere le mani libere in un’epoca in cui il divario tra ricchi e poveri, tra chi detiene il potere e la gente comune, continua ad ampliarsi? In alcuni luoghi, la libertà è data per scontata. Altrove, è una lotta quotidiana.
Le mani libere non sono solo un dono. Comportano anche dubbi, responsabilità e rischi. Quando nulla viene più deciso per noi, dobbiamo scegliere la nostra strada. Le mani libere possono creare nuove possibilità, ma possono anche metterci di fronte all’abisso della libertà.
Le nuove tecnologie possono liberarci dalle attività di routine e aprire nuove possibilità creative. Ma cosa succede al nostro giudizio, alle nostre mani e al nostro modo di vedere quando affidiamo sempre più il nostro lavoro alle macchine? Man mano che la tecnologia entra nella nostra sfera più intima, l’impronta umana diventa sempre più significativa. Cerchiamo autenticità, presenza e l’essere umano dietro l’immagine.
Con il tema “Mani Libere”, invitiamo artisti e pubblico a liberarsi dai vecchi schemi – sia letteralmente che metaforicamente – e a esplorare cosa le mani libere fanno a noi esseri umani: quando diamo per scontata la libertà d’azione e quando siamo costretti a lottare per essa.
Il Nexus International Photography Awards (NIPA) invita i fotografi di tutto il mondo a partecipare all’edizione 2026.
Creato per riconoscere i talenti fotografici più eccezionali e celebrare il potere della narrazione visiva, il NIPA offre una piattaforma internazionale per i fotografi il cui lavoro riflette creatività, visione artistica ed eccellenza tecnica. Aperto sia a fotografi professionisti che amatoriali, il concorso accoglie candidature da ogni angolo del mondo.
I premi Paris Photo–Aperture PhotoBook Awards riconoscono il contributo fondamentale del fotolibro al mondo della fotografia.
I premi celebrano l’eccellenza in tre categorie: Primo Fotolibro, Fotolibro dell’Anno e Catalogo Fotografico dell’Anno.
Il processo di selezione si articola in due fasi: una prima valutazione a New York, seguita dalla valutazione finale della giuria a Paris Photo, che si terrà dal 12 al 15 novembre 2026.
L’Aesthetica Art Prize celebra l’arte contemporanea in una vasta gamma di media. Esponiamo e promuoviamo alcuni dei talenti più significativi al mondo e contribuiamo a un dialogo globale sulle pratiche creative odierne.
Mentre progrediamo – e questo è un termine che invita al dibattito – dobbiamo considerare ciò che guadagniamo e ciò che perdiamo. In questo mondo di realtà aumentata e virtuale, connessioni costanti, accesso istantaneo, metaverso, telefoni, selfie e satelliti, tutto è rumoroso e invadente. Dobbiamo valutare l’equilibrio delle cose e comprendere che è necessario un punto di equilibrio. Non dobbiamo avere paura di porre domande difficili.
Quiet Landscape: Beauty, Stillness, and Connection
Quiet Landscape invita i fotografi a esplorare la bellezza, la quiete e la connessione che si trovano nel paesaggio. Da ampi panorami a intimi dettagli naturali, da zone selvagge e remote a spazi coltivati, accogliamo un’ampia interpretazione del tema attraverso la fotografia tradizionale, documentaristica, concettuale e artistica.
Cerchiamo fotografie che rivelino un senso del luogo, dell’atmosfera, della luce e della presenza: immagini che incoraggino la riflessione e invitino gli spettatori a rallentare e a osservare più attentamente il mondo che li circonda.
PhotoVogue Brave New Visions: Creativity as Rebellion
La PhotoVogue Global Open Call di quest’anno abbraccia la creatività come forma di ribellione, invitando fotografi e videomaker a utilizzare la creazione di immagini per sfidare l’indifferenza, rompere gli schemi ed espandere la narrazione visiva.
Cosa
Accogliamo progetti fotografici, video e multimediali di tutti i generi, inclusi moda, documentario, ritrattistica, belle arti e pratiche sperimentali.
Perché
In un’epoca in cui le immagini vengono costantemente prodotte e rapidamente dimenticate, questa open call invita gli artisti a creare opere che resistano alla ripetizione, catturino l’attenzione e lascino un segno.
La questione non è più semplicemente come produrre immagini, ma come creare immagini che contino. E forse, ancor più urgentemente: come reagire.
La risposta non è ciò che ci si aspetta. Non è ciò che ci fa sentire al sicuro. È ciò che si ha il coraggio di rendere visibile ora, in relazione al mondo in cui viviamo.
La prima edizione del 7° Photography Awards invita fotografi di tutto il mondo a presentare le proprie opere e a partecipare al primo capitolo di questo concorso fotografico internazionale.
Il concorso è aperto alle candidature nelle categorie Immagine Singola e Serie Fotografica. Le opere saranno valutate da una giuria internazionale composta da fotografi, artisti, editori e professionisti delle arti visive provenienti da diversi paesi. La variegata esperienza della giuria offre ai partecipanti l’opportunità di presentare il proprio lavoro a un pubblico globale.
Invitiamo i fotografi a presentare le proprie opere per UNFOLD, la nostra nuova mostra personale a Cambridge, nel Regno Unito.
Non c’è un tema specifico, ma abbiamo voluto lasciare spazio all’interpretazione. Siamo interessati a come la fotografia contemporanea si sviluppa attraverso le vostre storie personali, osservazioni, esperienze e modi di vedere il mondo.
Il nostro segno distintivo è una visione contemporanea della fotografia che rimane saldamente radicata nel suo patrimonio artistico. A ND AWARDS, i partecipanti sono al centro di tutto ciò che facciamo; questa competizione esiste grazie ai suoi contributori e li apprezziamo tanto quanto loro apprezzano la piattaforma che forniamo. Con questo spirito di crescita reciproca, continuiamo a promuovere la creatività, a sostenere artisti emergenti e affermati e a mettere in risalto il lavoro di coloro che danno forma al futuro del mezzo.
Bando di concorso PhotoVogue per artisti e creatori di immagini provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa e dalle loro diaspore
In un momento di profonda trasformazione nella regione, lo scopo è creare uno spazio in cui gli artisti possano rappresentare se stessi e le proprie comunità secondo i propri termini, promuovendo visibilità, sfumature e connessione attraverso la creazione di immagini.
L’ART TALENT FAIR, premio d’arte contemporanea dedicato agli artisti visivi, ti offre la possibilità di esporre le tue opere partecipando al programma espositivo della “Moho Art Gallery”.
8 artisti che saranno selezionati ed esporranno le loro opere presso lo stand della galleria.
Il Creative Communication Award (C2A) 2026 è un premio internazionale che riconosce l’eccellenza nel design della comunicazione, con un focus specifico sulla fotografia.
Le categorie di fotografia celebrano la narrazione visiva di grande impatto in diverse discipline, come pubblicità, moda, natura, libri, stampa, editoria, paesaggio, sport e altro ancora. Il premio onora i fotografi di tutto il mondo il cui lavoro dimostra creatività, un linguaggio visivo forte e chiarezza del messaggio.
Il premio invita i fotografi a presentare immagini singole e serie fotografiche di rilievo, nell’ambito di un ampio programma di concorsi per il 2026, che copre quasi tutti i principali campi della fotografia contemporanea. Le categorie includono Pubblicità, Architettura, Bianco e Nero, Narrazione e Cultura, Belle Arti, Minimalismo, Natura, Persone e Speciali, con numerose sottocategorie create per diversi soggetti, approcci e linguaggi visivi.