La fotografia lavora per relazione, non per isolamento – parte seconda

Leggi la prima parte dell’articolo qui

Il problema non è solo teorico. È profondamente pratico, e chiunque abbia presentato un portfolio, allestito una mostra o pubblicato un libro sa esattamente di cosa si parla.

Prendete Vivian Maier. Prendete un singolo scatto, strappato dal suo archivio, senza nome, senza data, senza serie: quello che vedete è una donna per strada che si specchia. Basta. Potrebbe essere chiunque, in qualsiasi città, in qualsiasi decennio del Novecento. È il contesto biografico, la sua esistenza schiva, la doppia vita di bambinaia e fotografa segreta, la scoperta postuma dell’archivio, a trasformare quello scatto in qualcosa di riconoscibile e autorale. È la visione d’insieme del corpus, la coerenza ossessiva dello sguardo, la serialità del metodo, a fare di Vivian Maier una delle fotografe più importanti del suo tempo. Uno scatto isolato non racconta niente di tutto questo.

Lo stesso vale per Diane Arbus: un ritratto isolato rischia di essere letto come bizzarria fine a sé stessa, come voyeurismo gratuito. Dentro la sua opera complessiva, accompagnata dalle sue parole, dalle sue lettere, dai suoi taccuini, diventa una riflessione stratificata sulla marginalità, sulla normalità, sulla costruzione sociale dell’identità e sulla violenza sottile dello sguardo fotografico. Henri Cartier-Bresson costruiva il senso dei suoi lavori attraverso sequenze precise, libri pensati con cura maniacale, layout studiati in collaborazione con grafici come Tériade. Il singolo scatto era il punto di partenza, non il punto di arrivo.

John R. Whiting, nel suo Photography is a Language (1946), lo aveva dimostrato con un esperimento tanto semplice quanto illuminante: prendete un reportage da Life, togliete le fotografie e tenete solo le didascalie, ottenete un racconto coerente, una storia comprensibile, una narrazione che funziona. Fate il contrario, togliete le didascalie e tenete solo le foto, ottenete ambiguità, frammentazione, storie possibili che si moltiplicano senza risolversi. Whiting arriva a una conclusione che vale ancora oggi: la fotografia non ha un codice interno autonomo e autosufficiente. Ha bisogno della parola per completarsi, per precisarsi, per diventare comunicazione invece che semplice visione.

W. Eugene Smith lo sapeva meglio di chiunque altro. Lasciò Life, all’epoca la rivista fotografica più importante del mondo, anche per i litigi continui sulle didascalie che accompagnavano i suoi reportage. Quando le parole tradivano le immagini, stravolgendone il tono o il contesto, il senso dell’intero lavoro crollava. Smith era ossessionato dal controllo del proprio racconto visivo: per lui immagine, testo e sequenza erano un sistema unico e indissolubile. Arrivò a pubblicare il suo monumentale Pittsburgh, quarantatré mila scatti in tre anni, uno dei progetti fotografici più ambiziosi del Novecento, solo a condizione che le didascalie fossero scritte direttamente da lui. Non era capriccio autoriale. Era consapevolezza profonda che immagine e testo formano un sistema, e che un sistema funziona solo se tutte le sue parti comunicano nella stessa direzione, con la stessa intenzione.

Un operatore industriale in un ambiente fumoso, indossando occhiali protettivi e un berretto, intento a lavorare con macchinari.

W. Eugene Smith, USA, 1918-1978
Forgiatore/Steelworker, 1955-1957
Stampa ai sali d’argento/ gelatin silver print 23.49×33.34 cm
Carnegie Museum of Art, Pittsburgh
Gift of Vira I. Heinz Fund of the Pittsburgh Foundation © W. Eugene Smith/ Magnum Photos

Questa consapevolezza non è prerogativa del fotogiornalismo. Nella fotografia d’arte contemporanea il rapporto tra immagine e testo è diventato un terreno di sperimentazione esplicita. Sophie Calle costruisce interi progetti sull’intreccio indissolubile tra fotografia, testo narrativo e documentazione. Joachim Schmid lavora sugli archivi e sulle fotografie trovate interrogandosi esattamente sul problema del contesto mancante: cosa vediamo quando guardiamo una fotografia di cui non sappiamo nulla? Cosa proiettiamo su di essa? La risposta, invariabilmente, è: noi stessi. Non l’autore. Non la realtà. Noi.

Ciao Sara

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8 pensieri su “La fotografia lavora per relazione, non per isolamento – parte seconda”

  1. Pensavo ad un bicchiere con l’acqua dentro , contenitore e contenuto, l’acqua è importante e ne puoi fruire solo se il contenitore è adatto…. se fosse pieno di buchi.?!?! Quindi Il “contenitore” è parte del linguaggio dell’opera, quando è scelto per esprimere il contenuto .

    Non basta avere qualcosa di prezioso da comunicare: occorre una forma capace di custodirlo, trasmetterlo e renderlo accessibile.

  2. Tutto parte dal perché si fa Fotografia, tutto parte da lì, e tutto dipende da quello!

    Questa frase l’ho scritta diverse volte nei miei commenti ai tuoi articoli Sara, ed è una frase che evidenzia la necessità, quando si parla di fotografia, di non “generalizzare”.

    Ci siamo già scontrati su questo (quelle poche volte in cui nei commenti ai tuoi articoli, non ti ho fatto i complimenti, che spesso ti scrivo, ci siamo già scontrati su questo, quelle poche volte che ti sollevo una critica)…e, con questo, ci siamo già scontrati con il concetto di “comunicazione” inteso come “volontà di comunicare”, di raccontare qualcosa con la propria fotografia…e con il concetto di fare fotografia con motivazioni e per scopi molto diversi dal VOLER raccontare o comunicare qualcosa a qualcun altro.

    Ora, in questo articolo tu prendi, come uno degli esempi, la fotografia di Vivian Maier e, teorizzando su un suo scatto isolato, scrivi (testualmente):

    “Uno scatto isolato non racconta niente di tutto questo”.

    Intanto, ti dico che quello che hanno fatto a Vivian Maier è stata una cosa terribile… davvero davvero terribile! Ma come si sono permessi?

    La sua Fotografia avrebbe dovuto morire con lei.

    Ma poi, se vogliamo entrare nello specifico, è indispensabile capire che la Fotografia di Vivian Maier non doveva necessariamente raccontare “tutto questo”

    Con “tutto questo” intendo ciò che tu stessa hai scritto, te lo riporto tra parentesi, per rendere più semplice la comprensione a chi legge:

    (È il contesto biografico, la sua esistenza schiva, la doppia vita di bambinaia e fotografa segreta, la scoperta postuma dell’archivio, a trasformare quello scatto in qualcosa di riconoscibile e autorale. È la visione d’insieme del corpus, la coerenza ossessiva dello sguardo, la serialità del metodo, a fare di Vivian Maier una delle fotografe più importanti del suo tempo.)

    Non è scritto da nessuna parte che Vivian Maier faceva fotografia per questo…anzi la sua storia, la sua vita, e certamente la sua Fotografia, indicano chiaramente che faceva fotografia per ben altre ragioni dal raccontare qualcosa a qualcun altro, o a comunicare qualcosa a qualcun altro con una “Fotografia che lavora per relazione, non per isolamento”.

    Molta della storia di Vivian Maier è ormai nota, ci sono stati studi in proposito, il docu-film, le interviste a molti di coloro che sono stati in contatto con la bambinaia/fotografa, ecc.ecc. ed è emerso il carattere assolutamente schivo dell’autrice, il suo indagare ed osservare il mondo quasi a voler incasellarne mentalmente determinati aspetti, personaggi, situazioni… è emerso in modo assai limpido il fatto che la sua fotografia sia stata una “pratica privata”…ma davvero privata… indubitabilmente “privata”…

    …ogni aspetto della persona e del personaggio “Vivian Maier” conduce a questo!Il suo accumulare di centinaia e centinaia di negativi e di rullini mai sviluppati, è anch’esso sintomatico del fatto che la sua fotografia, per Vivian Maier, al pari della fotografia di milioni e milioni di altre persone (nei decenni passati, nel presente, e nel futuro), vive, si concretizza, e raggiunge la sublimazione, nell’esatto momento dello scatto……per lei, e per milioni di persone, quello che potenzialmente quelle immagini possono rappresentare dopo, ha davvero poca importanza (e, per molte persone, può arrivare a non averne nessuna)…

    …il fatto che la Maier non abbia mai nemmeno sviluppato la maggior parte delle sue fotografie, non significa (come erroneamente sostiene qualcuno) che non lo faceva perché era in ristrettezze economiche (la quasi totalità degli scatti risalivano ai tempi in cui lei era regolarmente stipendiata come babysitter)…significava semplicemente che per lei , LA SUA FOTOGRAFIA SI SUBLIMAVA (APPUNTO) ASSOLUTAMENTE E PRINCIPALMENTE AL MOMENTO STESSO DELLO SCATTO, in cui aveva “fermato” quella porzione seppur infinitesimale del tempo,di quelle situazioni , di quei personaggi… di quella realtà, congelata nella sua interpretazione (di quella realtà), e fissata nella sua memoria di “accumulatrice ossessiva e compulsiva”…

    Questo è quello che ci dice la sua vita, e la sua fotografia.

    Leggere pertanto qui, che “un suo singolo scatto non racconta … … … …” non giustifica, né avvalora la teorizzazione che (testualmente dal titolo): “La fotografia lavora per relazione, non per isolamento”…anzi, in molti casi può essere esattamente il contrario, e non è che una soluzione sia più valida dell’altra… perché?

    Perché come ti ho scritto più volte, e come ho iniziato questo commento:

    “Tutto parte dal perché si fa Fotografia, tutto parte da lì, e tutto dipende da quello”.

    Un singolo scatto può contenere tutta una vita…e mille scatti isolati possono contenere mille vite diverse, o mille “motivazioni ” diverse, mille “impulsi” diversi, ecc…con un “potenziale” assoluto in ogni singolo scatto…e possono essere rappresentativi, e funzionali ai più differenti scopi per fare fotografia.

    Tutto parte dal perché si fa Fotografia, tutto parte da lì, e tutto dipende da quello.

  3. Hai ragione su un punto centrale: per Vivian Maier la fotografia era un atto privato, una pratica ossessiva che trovava compimento nel momento stesso dello scatto. Molti rullini mai sviluppati lo dimostrano senza appello.

    Ma c’è un errore di prospettiva nel tuo ragionamento. Un conto è il motivo per cui scatti, un altro è cosa diventa quell’immagine quando entra nello spazio pubblico. Se la fotografia di Maier oggi è un pilastro della storia visiva del Novecento, non è per il suo atto solitario sulla strada, ma per la costruzione implacabile di un corpus che qualcuno ha trovato, ordinato e reso pubblico.

    Il singolo scatto isolato non regge da solo. Ha bisogno del peso di tutto il resto per raccontare chi era. La fotografia privata vive nel momento in cui accade; la fotografia d’autore vive nella relazione che instaura con il mondo.

  4. Ciao Sara, ti ringrazio per la tua risposta.

    Nel rispondermi, tuttavia, non posso non notare che hai cercato di spostare il “fuoco” del discorso…

    …dal momento che tu scrivi a me che c’è un errore di prospettiva nel mio ragionamento, mi vedo costretto a rimettere a “fuoco” il punto centrale dato dalla storia di Vivian Maier per farti vedere che in questo caso sei tu che stai facendo un errore di prospettiva.

    Sei tu, Sara, che hai fatto esempio di Vivian Maier, per provare ad avvalorare il tuo pensiero…ma se tu hai scelto lei, e lo hai preso tu come esempio, portiamolo fino in fondo:

    Il tuo pensiero è chiarissimo: un suo singolo scatto non direbbe niente di lei (e di tutta la sua storia) centinaia, o anche solo decine di suoi scatti, fanno trasparire la sua storia, la sua visione della fotografia e del mondo, ecc.

    Ma quella sua Fotografia non dovrebbe più esistere, quella sua Fotografia avrebbe dovuto morire con lei!

    Quello che hanno fatto a Vivian Maier è terribile, davvero davvero terribile!

    Ma come si sono permessi?

    Lei è morta quasi da “barbona”, mangiando residui di scatolette di cibo per gatti, sola e povera…e altri hanno venduto la sua Fotografia a centinaia, in molti casi a migliaia di dollari per ogni sua singola fotografia!

    Hanno lucrato e guadagnato su di lei, sulla sua storia, sulla sua Fotografia, sulle mostre, sui libri, ecc.

    E lei, che non ha potuto nemmeno dire di no!

    Non ha potuto nemmeno scegliere di non fare vedere la sua Fotografia…e non ha nemmeno potuto scegliere, nel caso quale fotografia mostrare e quale cancellare, eliminare, comunque NON fare vedere!

    Quando ti scrivo che la sua Fotografia avrebbe dovuto morire con lei, non è soltanto perché io (forse più di altri) sento quell’ingiustizia… è soprattutto perché tu hai scritto (testualmente):

    “Un conto è il motivo per cui scatti, un altro è cosa diventa quell’immagine quando entra nello spazio pubblico”.

    È proprio il motivo per cui scatti che è la cosa più importante di tutte… è la chiave di tutto in Fotografia…

    …e se uno (che poi sono milioni e milioni…) fa Fotografia con motivazioni e scopi diversi dal “dire”, “raccontare” o comunque “comunicare” qualcosa a qualcun altro, e di condividere la propria Fotografia non gliene importa niente (e nel caso della Maier questo è evidentissimo, e mi fa piacere che tu stessa lo hai confermato)…deve avere il diritto (da vivo e da morto) che la propria Fotografia possa NON entrare nello “spazio pubblico” (per usare le tue stesse parole).

    Di fatto, quella Fotografia non sarebbe mai dovuta entrare nello spazio pubblico…

    … infatti, per una Vivian Maier che erroneamente viene “alla luce”, ci sono migliaia e migliaia di altri (e altre) Vivian Maier che non sono venuti alla luce e che nessuno conoscerà mai…

    Per questo ti ho scritto il mio primo commento, proprio perché il caso di Vivian Maier, semmai è un ottimo esempio del contrario:

    La fotografia di Vivian Maier (che si riflette nei migliaia di casi di “Vivian Maier” mai scoperti), dimostra che per migliaia, centinaia di migliaia… milioni di persone che fanno Fotografia con motivazioni e scopi diversi dal VOLER dire, raccontare, o comunicare qualcosa a qualcun altro…la loro Fotografia si va a “subliminare” proprio al momento dello scatto… è proprio in ogni singolo scatto che si compie e completa la Fotografia per loro e, con essa, lo scopo stesso della loro Fotografia.

    Quello che rimane, quindi, è proprio la frase di apertura del mio primo commento:

    “Tutto parte dal perché si fa Fotografia, tutto parte da lì, e tutto dipende da quello.”

    Ora, noi Sara ci siamo scontati più di una volta sul discorso del “fotografare per comunicare” e “non tutti fanno Fotografia per comunicare qualcosa a qualcun altro”; tra tantissimi aspetti sulla Fotografia in cui ci troviamo d’accordo, questo è forse uno dei due o tre punti in cui proprio non ci “incontriamo”.

    Ma qui, sul motivo per il quale si fa Fotografia, c’è il punto chiave anche della critica che ho scritto su questo tuo articolo… anzi, in questo caso, non si tratta nemmeno di una critica, ma solo di una precisazione.

    A seconda delle motivazioni per fare Fotografia, a seconda degli scopi per farla, cambia (e anche di molto) la “centratura” di ciò che affermi nell’articolo.

    Può essere certamente “centrato” per chi fa Fotografia con l’ intento di raccontare una storia, un luogo, un evento, uno “status”…il racconto, la sequenza delle fotografie, possono avere un’importanza straordinaria, addirittura fondamentale…

    …ma può essere certamente “scentrato” e assolutamente non valido per chi fa Fotografia con altre motivazioni, per altri scopi.

    È esattamente come il discorso di “partire da un progetto” per Fotografare, e partire a fotografare assolutamente senza un “progetto”.

    Il “partire da un progetto”, a seconda delle motivazioni per fare Fotografia, a seconda dei generi fotografici, ecc. può essere molto importante, e in alcuni casi addirittura fondamentale.

    Il “partire da un progetto”, a seconda di altre motivazioni per fare fotografia, a seconda di altri generi fotografici (come la “Street Photography”, per esempio, può essere anche un “limite”, e in alcuni casi addirittura una “trappola”.

    Come ti ho scritto sul finale del primo commento:Un singolo scatto può contenere tutta una vita…e mille scatti isolati possono contenere mille vite diverse, o mille “motivazioni ” diverse, mille “impulsi” diversi, ecc…con un “potenziale” assoluto in ogni singolo scatto…e possono essere rappresentativi, e funzionali ai più differenti scopi per fare fotografia.

    Come sempre non bisogna “generalizzare”, e non trovo corretto cercare di rendere “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”.

    • Grazie per aver approfondito il tuo pensiero. Credo però che il punto su cui non ci troviamo sia un altro. Sono d’accordo con te sul fatto che non tutti fotografino per comunicare qualcosa e che, per alcune persone, il gesto dello scatto possa essere sufficiente. Non ho mai sostenuto il contrario.
      Quello che contesto è il passaggio successivo: dal fatto che una persona non fotografi per comunicare non deriva automaticamente che le sue fotografie non debbano essere viste da altri, né che debbano scomparire dopo la sua morte. Il caso di Vivian Maier solleva questioni etiche importanti, soprattutto rispetto alla volontà dell’autrice e alla gestione del suo archivio. Ma non sappiamo con certezza se avrebbe voluto che le sue fotografie rimanessero per sempre nascoste. Non pubblicare le proprie immagini non significa necessariamente voler impedire che vengano viste anche dopo la propria morte.
      Inoltre, una cosa è il motivo per cui fotografiamo, un’altra è ciò che un’immagine può diventare nel tempo. Non è necessario fotografare con l’intenzione di raccontare qualcosa perché una fotografia possa assumere un significato per gli altri. Su questo, credo, sta la nostra differenza di prospettiva: tu consideri la motivazione personale il punto centrale da cui dipende tutto il resto; io penso che sia fondamentale, ma che non esaurisca le possibilità della fotografia. Non voglio rendere universale un modo di fotografare. Voglio soltanto evitare che un modo di fotografare, per quanto legittimo, diventi la misura con cui giudicare tutti gli altri.

  5. Grazie per la risposta Sara, però chiariamoci meglio:

    Io non ho mai detto (né scritto) che chi fa Fotografia con motivazioni e per scopi diversi dal dire, raccontare o comunque comunicare qualcosa a qualcun altro, non voglia poi farle vedere a nessuno, o che le sue fotografie non debbano essere mai viste da qualcun altro…

    … assolutamente NO!

    E te lo confermo con cognizione di causa, proprio perché anch’io non ho mai fatto fotografia per dire, o raccontare, o comunicare qualcosa a qualcun altro…mai!

    Ma nel contempo non ho mai rifiutato ad altri di fare vedere la mia Fotografia (se le condizioni logistiche lo consentivano, naturalmente).

    Ogni qual volta, qualcuno che era incuriosito dalle nostre conversazioni mi ha chiesto di vedere la mia Fotografia, non ho mai rifiutato, gliel’ho fatta vedere, e spesso mi hanno chiesto le mie fotografie per mostre, fiere, festival, e mi hanno invitato a tenere incontri con l’autore sulla “Street Photography” ne ho fatto diversi in giro per l’Italia.In sintesi…a me questo aspetto (o se preferisci, questa “conseguenza” o questo “utilizzo aggiuntivo” non interessa…non faccio fotografia né per esporre, né per pubblicare…io di conseguenza, non ho mai chiesto e non chiedo mai niente a nessuno……nel momento però, in cui altri mi chiedono (perché interessa a loro) di vedere la mia Fotografia, di esporla o pubblicarla, o farci mostre o festival, se le condizioni logistiche lo consentono, non gli dico di no.

    Conosco altre persone che invece si rifiutano perché vogliono tenerla come un “atto privato”… è sempre stata, ed è tuttora una scelta personale.

    Quindi no! Non è assolutamente quello il mio pensiero!

    Quello che ho detto, e che sostengo e ribadisco, è che ci dev’essere la volontà dell’autore per esporre, pubblicare, o per usare le tue stesse parole per fare entrare quella Fotografia nello “spazio pubblico”.

    Nel caso specifico, tu hai preso l’ esempio di Vivian Maier…ecco, in quel caso, dal momento che non c’è stata alcuna volontà di concedere la sua “opera” al mondo… anzi, tutta la sua vita ha sempre fatto capire il contrario… non avevano alcun diritto di decidere al posto della Maier, di scegliere al suo posto…non avevano nessun diritto…in quel caso, la sua Fotografia avrebbe dovuto morire con lei.

    Quello che le hanno fatto è davvero terribile!

    Allora, quando tu scrivi (testualmente):

    “Non pubblicare le proprie immagini non significa necessariamente voler impedire che vengano viste anche dopo la morte.”

    Quando scrivi questo, analizziamo bene il “contenuto” di ciò che hai scritto:

    È vero quello che scrivi, nel senso che non è una volontà esplicita del “voler impedire”… altrimenti l’autore stesso potrebbe lasciarlo scritto, o addirittura distruggere le immagini stesse…

    …ma il fatto che non ci sia stata volontà di pubblicare…

    …non basta, il fatto che la Maier non abbia nemmeno mostrato la volontà di fare una selezione delle proprie fotografie…

    …non basta, il fatto che non ci sia stata nemmeno la volontà di sviluppare i negativi…

    …non basta, il fatto che non ci sia stata nemmeno la volontà di stampare le proprie fotografie…

    … tutto questo dimostra in modo inequivocabile che a lei tutto questo non interessava affatto…la sua Fotografia aveva altre motivazioni e altri scopi…e con tutto questo, per tutto questo, nessuno aveva il diritto di fare quello che hanno fatto…il perché della sua Fotografia è chiaro, e la sua “volontà” a riguardo è altrettanto chiara.

    Nella seconda parte della tua risposta, hai scritto qualcosa che mi ha sorpreso parecchio, perché non solo sfondi una porta aperta, ma hai scritto quello che io sostengo da sempre……tu scrivi: (testualmente):

    °°°°°

    Inoltre, una cosa è il motivo per cui fotografiamo, un’altra è ciò che un’immagine può diventare nel tempo. Non è necessario fotografare con l’intenzione di raccontare qualcosa perché una fotografia possa assumere un significato per gli altri. Su questo, credo, sta la nostra differenza di prospettiva: tu consideri la motivazione personale il punto centrale da cui dipende tutto il resto; io penso che sia fondamentale, ma che non esaurisca le possibilità della fotografia. Non voglio rendere universale un modo di fotografare. Voglio soltanto evitare che un modo di fotografare, per quanto legittimo, diventi la misura con cui giudicare tutti gli altri.

    °°°°°

    Certo che la Fotografia di chiunque, anche se non è stata realizzata con la motivazione e lo scopo di dire, raccontare o comunicare qualcosa a qualcun altro, nel momento in cui poi, casualmente o incidentalmente viene vista da altri (…dal mondo) comunica moltissimo …

    …non solo te lo confermo perché l’ho vissuto infinite volte nei miei 49 anni di fotografia (a febbraio sono 50)……te lo confermo perché te l’ho già scritto a chiare lettere più e più volte in commenti a diversi tuoi articoli.

    Se prendi, per esempio il tuo articolo “Scegliere il target giusto per la nostra fotografia” del 20 luglio 2022, nei 20 commenti a corredo, lo trovo scritto da me a chiare lettere , e in più passaggi…te ne riporto uno a valle di una tua risposta:

    ,°°°°°

    “Parto con il dirti che se non sei d’accordo, va bene lo stesso, non sono certo qui per cercare di farti cambiare idea.Vedo però, che (parere personale) non hai ancora centrato il punto.Intanto, insisti sul fatto che se si scatta volenti o nolenti si racconta qualcosa……e già questa affermazione è fuori fuoco, o meglio, fuori tema.

    Ti ho già detto che è chiaro che se un fruitore (anche casuale e non cercato) vede una tua fotografia questa gli racconta e trasmette qualcosa…quindi esci per favore da questo tunnel dove ti sei infilata perché non è questo il tema e su questo siamo tutti d’accordo.

    Ora, a parte che è curioso sapere come fanno a trasmettere qualcosa immagini che nessuno ha mai visto o che nessuno vedrà mai…ma anche questo non è il punto.

    La frase che ti ho scritto è:

    Si può benissimo fare Fotografia senza per forza voler dire o comunicare alcunché.

    Quindi (traducendo): le tue immagini possono raccontare moltissimo, possono incantare ed emozionare tutto il mondo, ma tu non le hai realizzate per questo.Quindi si può fare benissimo Fotografia SENZA PER FORZA VOLER DIRE O RACCONTARE ALCUNCHÉ.Poi se capita che qualcuno… come qualche amico che le ha volute vedere (LUI le ha volute vedere) a seguito di un dibattito sulla fotografia…te le chiede per farci una mostra, o per organizzare un incontro con l’autore (dove tu, allora e solo allora, ti presti, perché te lo chiedono, a comunicare e trasmettere), allora le tue fotografie (anche se solo il 2% di quello che hai realizzato) esprimono verso gli altri il loro potenziale, e comunicano, parlano, raccontano, trasmettono emozioni, ecc……il punto però rimane:

    Tu hai fatto Fotografia SENZA VOLER DIRE O RACCONTARE NIENTE A NESSUNO.”

    °°°°°°

    Questo è sono un estratto, ma se rileggi tutti i commenti, ti ricordi senz’altro tutto il resto, anche quando mi scrivevi:

    “Ciao, no, non sono d’accordo. Se si decide di scattare una foto, volenti o no, si racconta SEMPRE qualcosa. Quindi l’inghippo sta nella consapevolezza di questa affermazione. Se poi a chi scatta non interessa raccontare, ciò non significa che non lo faccia. Inoltre quando dici : Si può benissimo fare Fotografia (anche grande Fotografia, profonda, interessante ed emozionante) senza per forza voler dire o comunicare alcunché. PROFONDA, EMOZIONANTE E INTERESSANTE, per chi? Se non vuoi comunicare che la tua foto è PROFONDA, EMOZIONANTE E INTERESSANTE, perchè scatti?”

    Non sto a riscrivere la mia risposta, perché la trovi in quei 20 commenti.

    In conclusione:

    Confermo assolutamente che anche la Fotografia realizzata senza lo scopo di comunicare cominicare, è pregna del suo potenziale comunicativo… il fatto che poi tale “potenziale” incontri o meno altri che ne fruiscono…a chi ha fatto tale Fotografia non interessa minimamente.

    Pertanto, non è su questo che non ci incontriamo…ma è sul significato che tu dai alle mie osservazioni, e la tua relativa interpretazione (che non è corretto)…

    È vero che io considero la motivazione personale il punto centrale da cui dipende tutto il resto…ma non è assolutamente vero che io considero che questo “esaurisca le possibilità della fotografia”…

    …quello che sostengo io è che dipende sempre dalle motivazioni…per alcune motivazioni è fondamentale che non si esaurisca…per altre motivazioni è assolutamente ininfluente che si esauriscano o meno le possibilità della fotografia”.

    Se non si esauriscono, al fotografo interessa poco, interessa certamente di più al potenziale e casuale “fruitore”.

    Se si esauriscono, al fotografo interessa poco, non ha realizzato la sua Fotografia per questo e non interessa se incontrerà o meno un potenziale e casuale “fruitore”.

    Infine, quando tu scrivi:

    “Non voglio rendere universale un modo di fotografare. Voglio soltanto evitare che un modo di fotografare, per quanto legittimo, diventi la misura con cui giudicare tutti gli altri.”

    Eh NO!

    È proprio il contrario.

    Sono io che non voglio rendere universale un modo di fotografare. E sono io che voglio evitare che un modo di fotografare, per quanto legittimo diventi la misura con cui giudicare tutti gli altri.

    E sei tu, e non che hai usato la tua misura per giudicare tutti gli altri…in diverse occasioni, come quando hai più volte affermato che se non sei riconosciuto non sei fotografo, non sei autore (parole tue)…io non farei mai affermazioni simili.

    Sei sempre tu che affermi, in modo universale, che “La Fotografia lavora per relazione, non per isolamento”…io ti rispondo che non puoi “generalizzare”…per alcune motivazioni e alcuni generi è verissimo, ma per altre motivazioni ed altri generi non è per niente vero.

    Sei sempre tu che sbandieri, e diventi vessillifera della necessità, quasi indispensabilità di lavorare per “progetto” e della fondamentale importanza dello “storytelling”, concetti sui quali hai “generalizzato” più volte…io ti ho sempre risposto che non puoi “generalizzare”…per alcune motivazioni e alcuni generi vanno benissimo, ma per altre motivazioni ed altri generi possono benissimo non essere affatto necessarie…anzi …

    E sei ancora tu che sottolinei e generalizzi sull’importanza di “Scegliere il target giusto per la nostra fotografia”…..io ti ho risposto che non puoi “generalizzare”…per alcune motivazioni e alcuni generi è giusto e importante, ma per altre motivazioni ed altri generi non è per niente importante, anzi non serve affatto.

    Ecc.

    Ecc.

    Ecc.

    Sono io che ti ho sempre invitata a non generalizzare, e che ti sempre ricordato che è sempre sbagliato cercare di rendere “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”.

    Cerca quindi di non ribaltare i “ruoli” che derivano dal contenuto dei nostri commenti:

    Tu sei quella che generalizza spesso e volentieri, e che fa trasparire nei suoi scritti e nei suoi concetti un tentativo di rendere universale un modo di fotografare…

    …io, al contrario, lascio aperte tutte le possibilità, sottolineando ogni volta che il modo di fotografare, di intendere la fotografia, di praticarla, realizzarla ecc, dipende dalle motivazioni di ognuno, che sono tutte valide, e tutte possono portare a realizzare grandi “opere” importanti, profonde ed emozionanti…ma anche se in molti casi possono non raggiungere livelli così “profondi”, riflettono comunque una fotografia “perfetta” in quanto è funzionale alle motivazioni per la quale è stata realizzata.

    Ti chiederei infine, una maggiore attenzione nella lettura e nell’interpretazione che fai ai commenti… questo aiuterebbe a non dover riprendere logiche e concetti già sviluppati e definiti (con commenti che per forza si allungano), per dettagliare di nuovo i relativi significati che, evidentemente, sono stati interpretati non correttamente.

    • Ciao Walter,

      grazie della risposta. Ti do ragione su due punti. Il primo: nella mia risposta ti ho attribuito l’idea che la motivazione personale esaurisca le possibilità della fotografia. Hai scritto il contrario, più volte. Rettifico. Il secondo: il titolo dell’articolo suona come una legge generale e fai bene a segnalarlo. Il testo parla di fotografie che entrano in un portfolio, in una mostra, in un libro, cioè di immagini destinate a essere mostrate. Quel perimetro dovevo dichiararlo io. Lo faccio nella terza parte. Per chi fotografa senza voler mostrare niente a nessuno, quel titolo non vale, e su questo non litighiamo. Su Vivian Maier rispondiamo a due domande diverse. La tua: chi l’ha pubblicata ne aveva il diritto? La mia: che cosa succede a un suo scatto isolato una volta pubblicato? L’articolo risponde solo alla seconda. Sulla prima il dissenso è legittimo e ti dico dove sto. Che per Maier la fotografia fosse una pratica privata è documentato. Che il suo silenzio equivalga a un divieto non lo è. Per quanto ne so, non ha lasciato disposizioni sul destino dei negativi. Aveva una camera oscura nella casa dei Gensburg, esistono stampe d’epoca, teneva più di centomila negativi in depositi a pagamento. Distruggerli era alla sua portata, e tu stesso lo scrivi. Non pubblicare, non sviluppare, non stampare dicono che per lei contava il momento dello scatto. Su cosa volesse dopo la sua morte tacciono. Non lo sappiamo, e per questo non mi sento di dire “avrebbe dovuto morire con lei”, come non mi sento di dire il contrario. Sul chi generalizza di più propongo di lasciar perdere. Ognuno di noi due pensa di difendere la stessa cosa, e le citazioni incrociate non ci portano da nessuna parte. Nella terza parte aggiungo una nota sul caso Maier e sul dibattito sulla pubblicazione postuma. Ci sono buone ragioni per discuterne, e il tuo commento ne fa parte.

  6. Ciao Sara,

    devo dire che questa volta mi hai quasi sorpreso…mi fa molto piacere leggere la tua risposta.

    L’ importante, alla fine, è riuscire a comprendere ciò che l’ altro scrive…magari talvolta non lo si condivide, ma importante è riuscire a capirlo.

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