“Rolleiflex”: il romanzo di Federico Montaldo

Con Rolleiflex, Federico Montaldo torna a scrivere e lo fa partendo da casa: il mondo della fotografia, quello che conosce meglio, con i suoi rituali, le sue piccole vanità e tutto quello che di solito resta dietro le quinte. Il risultato è un romanzo che mescola noir mediterraneo, ritratto d’ambiente e riflessione profonda sullo sguardo. La cornice è una Genova luminosa ma al tempo stesso inquieta, capace di essere elegante e scabra nello stesso respiro.

Il palcoscenico è Palazzo Ducale, dove Pascal Simeoni, fotografo corso-genovese con curriculum internazionale, sta per inaugurare il primo Festival di fotografia del Mediterraneo. Tutto sembra pronto: mostre allestite, pubblico in arrivo. La città si prepara a mettersi in bella mostra. Ma qualcosa si incrina. Giorgio Jaeger, stella mondiale del reportage e ospite d’onore, non si presenta. Lo ritrovano nella sua camera d’albergo, ucciso con un pestello di legno: oggetto domestico e insieme brutale, genovese nel profondo.

Accanto a Pascal entra in scena Alvise Loredan, ex vicequestore veneziano che con le gallerie d’arte non ha mai avuto grande feeling, mentre col mare sì. È approdato a Genova quasi per caso, sulla sua barca a vela, rifugio e punto d’osservazione privilegiato sul porto. Con lui c’è Marley, il cane, presenza discreta e fedele. Alvise la fotografia non la ama particolarmente, ma sa leggere le persone come pochi.

Mentre la polizia segue le piste più ovvie, Pascal e Alvise cominciano a mettere a fuoco un quadro umano ben più complesso. Attorno a loro si muove un cast di personaggi intriganti, ma ognuno nasconde qualcosa: un segreto, un rancore, un’invidia coltivata sotto il sole o nei corridoi della Magnum.

La verità, come sempre, non sta al centro dell’inquadratura. Sta ai margini, in quello che resta fuori campo. Ed è proprio qui che Rolleiflex trova la sua forza, trasformando il giallo in una riflessione sul potere e sui limiti – delle immagini.

Cover of the book 'Rolleiflex' by Federico Montaldo, featuring an illustration of a classic Rolleiflex camera against a light brown background, with publishing details at the bottom.

Non è un caso. Federico Montaldo è avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia, da anni impegnato nella divulgazione della cultura fotografica come curatore, saggista e ideatore di progetti. Ha firmato volumi importanti su autori e temi cruciali del reportage e dell’impegno sociale, e ha fondato l’Archivio Saglietti APS. Insomma, il mondo che racconta lo conosce dall’interno, con competenza e passione, ma senza sconti.

Dopo Isabelita, il suo primo romanzo, Rolleiflex riesce a tenere insieme trama e pensiero, suspense e riflessione etica. È un libro che parla di fotografia, certo, ma soprattutto di esseri umani.

Un’immagine può fermare la storia. La verità, invece, come il mare davanti al porto di Genova, non sta mai ferma. E chiede sempre un nuovo sguardo.

Sara Munari

Per acquisto libro

FEDERICO MONTALDO
Avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia.
Da anni si occupa di divulgazione della cultura fotografica, come promotore di incontri a tema, curatore di mostre e progetti fotografici.
Ha pubblicato saggi e curato biografie con diverse case editrici, tra cui: Manuale di sopravvivenza per fotografi. Diritti, Obblighi, Privacy (Emuse, 2019 e 2023); Ivo Saglietti. Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino (Postcart, 2021 e 2024); G8. Un sogno in sospeso (Emuse, 2021); Paola Agosti. Itinerari. Il lungo viaggio di una fotografa (Postcart, 2023); W La Libertad. La fotografia e la protesta (con Luciano Zuccaccia, Postcart 2024).
Ha fondato e presiede l’associazione Archivio Saglietti APS, che si occupa di promuovere e valorizzare la fotografia di reportage e impegno sociale.
Il mondo della fotografia è lo scenario anche delle sue opere di narrativa. Il suo primo romanzo è Isabelita (Bookabook, 2022).
Vive a lavora a Genova.

L’anacronismo come resistenza creativa nella fotografia

Sul cammino di Santiago De Compostela, Sara Munari

Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. Sara Munari

Viviamo in un’epoca in cui la velocità della produzione visiva sembra dettare anche i criteri di valore. Ciò che è contemporaneo, ciò che aderisce alla tendenza del momento, viene spesso percepito come innovativo. Eppure, se guardiamo con attenzione, la conformità al presente raramente genera vera invenzione: produce invece varianti, adattamenti, aggiornamenti di un’estetica già assimilata.

Per questo ogni artista fotografo, se vuole davvero scalfire la superficie dell’ovvio, deve essere anacronistico.

Essere anacronistici non significa rifugiarsi nel passato o cercare riflessi rassicuranti in tecniche obsolete. Al contrario, è la capacità di pensare fuori dal tempo, di non lasciarsi imbrigliare dalle griglie narrative ed estetiche del “qui e ora”. L’anacronismo è un atto critico: rifiutare l’ovvietà del presente per costruire un linguaggio che non sia immediatamente traducibile in “trend”.

La fotografia, per sua natura, porta già in sé una tensione temporale: ogni immagine è testimonianza di un istante che non esiste più. Ma se il fotografo si limita a replicare lo stile dominante del suo tempo, non fa altro che rafforzare il presente, senza metterlo in discussione. L’artista anacronistico invece forza questa condizione: inventa spazi visivi che sembrano provenire da un’altra epoca, o da nessuna epoca riconoscibile.

Pensiamo agli autori che hanno rotto gli schemi: non erano mai del tutto in sintonia con il loro presente. Chi innova non si adatta, chi innova stona, appare fuori luogo, inattuale. Ma proprio questa frizione con l’oggi apre la possibilità di vedere oltre, di creare immagini che non si lasciano consumare nel ciclo effimero della contemporaneità.

Per un fotografo essere anacronistico significa osare: scegliere linguaggi, ritmi, estetiche che non trovano immediato riscontro nell’orizzonte culturale circostante. È un rischio, perché espone a incomprensioni e solitudini. Ma è anche l’unico modo per generare immagini che abbiano un peso, che non si dissolvano con l’ennesima tendenza.

La vera innovazione non nasce dall’aderire al tempo presente, ma dal tradirlo. Ogni fotografo che aspira a inventare, piuttosto che a ripetere, dovrebbe parlare con un linguaggio che non appartiene al suo tempo, e proprio per questo lo illumina con uno sguardo inedito.

Sara

Corso di Narrazione Fotografica con Sara Munari

Immagine di un'opera d'arte che rappresenta un pesce visto da sotto, su uno sfondo scuro con stelle brillanti.

📸✨ Scopri il Corso di Narrazione Fotografica di Scuola Musa Fotografia con Sara Munari! 📸✨

Siamo entusiasti di presentare il nostro corso online dedicato alla narrazione fotografica, rivolto sia ad amatori che a professionisti! 🎓📷

👩‍🏫 Docente: Sara Munari, rinomata fotografa e docente internazionale, guiderà gli studenti attraverso un viaggio creativo e formativo.

📅 Programma del corso:

  1. Idea per una Storia: Esplorazione delle idee e dei concetti alla base di una storia fotografica significativa.
  2. Progettazione di una Storia: Definizione e sviluppo del progetto fotografico, inclusi obiettivi e target audience.
  3. Narrazione Visiva: Analisi dei diversi approcci alla narrazione visiva.
  4. Il Linguaggio più Funzionale: Studio dei linguaggi fotografici più efficaci per trasmettere il proprio messaggio.
  5. Ricerca e Studio di Nuovi Linguaggi Fotografici: Esplorazione di nuove tecniche e stili fotografici.
  6. Come Emozionare: Utilizzo della fotografia per suscitare emozioni.
  7. L’Interpretazione Personale: Importanza dell’interpretazione personale nella creazione di un progetto fotografico autentico.
  8. Creatività e Semplicità: Come combinare creatività e semplicità per comunicare in modo efficace.
  9. Ritocco e Editing del Progetto: Tecniche di ritocco e editing per migliorare e valorizzare le immagini.
  10. Stampa Finale e Supporti Web: Presentazione del progetto sia in formato stampato che online.
  11. Come Costruire un Libro con il Proprio Lavoro: Incontro online con la casa editrice Emuse.
  12. Come Arrivare alle Gallerie, Premi e Festival: Suggerimenti e strategie per promuovere il proprio lavoro.

🔍 Argomenti trattati anche da:

  • Grazia Dell’Oro, direttrice della Casa editrice Emuse 📚
  • Alessia Locatelli, direttrice creativa della biennale della fotografia Femminile di Mantova e curatrice indipendente 🎨
  • Paola Riccardi, curatrice indipendente e ideatrice del premio Umane tracce 🏆

🗓️ Inizio corso: 20 Novembre 2025

🎯 Obiettivo: Realizzare un progetto personale, strutturato e finito entro la fine delle lezioni, basato sulle proprie attitudini, sensibilità e capacità.

💡 Non perdere l’opportunità di sviluppare il tuo talento fotografico e di imparare a raccontare storie attraverso le immagini!

🔗Per info@musafotografia.it

L’arte social, siamo tutti artisti!

“Allora, immaginiamo di vivere in un mondo dove TUTTI si sentono dei grandi artisti e scrittori. Bello, no? Ma c’è un piccolo problema: con così tanta roba in giro, come facciamo a capire chi è davvero bravo? È come cercare un ago in un pagliaio, ma con i pagliai pieni di libri, fotografie e quadri! Il futuro dell’arte è bel mistero! Ma una cosa è certa: l’arte sarà sempre più social, più digitale e un po’ pazza. Immagina quadri che si muovono, libri che ti parlano e mostre d’arte direttamente a casa tua!

Il dilemma del “pagare per esporre” e del “pubblicare a proprie spese” è un fenomeno complesso che ha diverse sfaccettature:

Da un lato, queste pratiche hanno reso l’arte e la letteratura più accessibili a tutti. Chiunque, con le giuste risorse, può ora pubblicare un libro o organizzare una mostra. Questo ha portato a una maggiore diversità di voci e prospettive. La democratizzazione ha indubbiamente aperto le porte a una pluralità di voci e prospettive, ma ha anche creato un mercato ipercompetitivo. La sfida per gli artisti emergenti è trovare il giusto equilibrio tra la necessità di farsi conoscere e la qualità della propria opera.

Siti come Amazon Kindle Direct Publishing, Etsy o Instagram hanno abbattuto le barriere all’entrata, ma hanno anche reso più difficile emergere dal rumore di fondo.

Anche gli artisti più talentuosi devono sapersi promuovere efficacemente sui social media e attraverso altre canali digitali e far parte di una comunità di artisti può essere fondamentale per ricevere feedback, collaborare a progetti e trovare nuove opportunità.

Dall’altro lato, questa accessibilità ha generato una sovrabbondanza di contenuti. Con così tante opere in circolazione, è diventato più difficile per gli artisti emergenti farsi notare senza investire denaro in promozione e visibilità se consideriamo poi la mancanza di figure professionali come critici e curatori, che un tempo svolgevano un ruolo fondamentale nella selezione e nella valutazione delle opere, non possiamo non notare una diluizione dei criteri di qualità.

Senza considerare che molti artisti, fotografi e scrittori hanno inseguito il successo commerciale a tutti i costi, talvolta sacrificando la propria originalità. L’arte in generale è da tempo un bene di lusso, acquistato da collezionisti e investitori più che da appassionati. Questo ha portato a una speculazione che ha allontanato l’arte dal suo scopo originario.

La mancanza di figure come critici e curatori ha portato inoltre a una relativizzazione dei criteri di qualità e gli algoritmi dei social media influenzano pesantemente ciò che vediamo e consumiamo, creando bolle di filtri che possono limitare la nostra esposizione a nuove idee e prospettive.

L’importanza dell’educazione artistica: Una maggiore educazione artistica fin dalla tenera età potrebbe aiutare a sviluppare un gusto critico e a distinguere l’opera d’arte dal prodotto commerciale.

Nonostante le difficoltà, si stanno affermando nuove forme di critica e di valorizzazione dell’arte. Sono sempre più numerosi i blog e i podcast dedicati all’arte e alla letteratura, che offrono analisi approfondite e recensioni di opere. Piattaforme come Reddit o Discord permettono agli artisti di interagire con il pubblico e di ricevere feedback immediati. . Molti autori scelgono di auto-pubblicare i propri libri in modo consapevole, sfruttando gli strumenti digitali per raggiungere un pubblico specifico e fidelizzato e si stanno moltiplicando i progetti che mettono in rete artisti, favorendo la collaborazione e lo scambio di idee.

La democratizzazione dell’accesso alla pubblicazione e all’esposizione ha portato a un’esplosione di contenuti. Per il pubblico, questo significa una maggiore scelta ma anche una maggiore difficoltà nel distinguere tra opere di qualità e prodotti di massa. I lettori e gli spettatori sono chiamati a diventare sempre più critici e a sviluppare strumenti per valutare autonomamente le opere ma il pubblico ha bisogno di strumenti per orientarsi e selezionare i contenuti di qualità.

Una buona formazione culturale e artistica è fondamentale per sviluppare un gusto personale e per apprezzare la complessità delle opere d’arte. Guide, critici, curatori e insegnanti possono aiutare il pubblico a orientarsi nel vasto panorama dell’arte ed è importante sviluppare un approccio critico e porsi delle domande sulle opere d’arte che si incontrano.

Le istituzioni culturali devono reinventarsi per affrontare le sfide del presente, sostenendo gli artisti emergenti e offrire loro spazi di esposizione e di confronto ed essere aperte all’innovazione sperimentando nuove forme di comunicazione e di coinvolgimento del pubblico.

Le istituzioni culturali tradizionali, come gallerie, musei e case editrici, si trovano a dover affrontare una sfida importante tentando di continuare a svolgere un ruolo di selezione, proponendo al pubblico opere di qualità e offrendo un punto di riferimento per la critica e il dibattito.

Il futuro dell’arte è incerto ma sicuramente sarà caratterizzato da una maggiore interconnessione tra il mondo fisico e quello digitale. Possiamo aspettarci che sempre più persone avranno gli strumenti per creare e diffondere le proprie opere. Artisti e scrittori lavoreranno sempre più in rete, creando opere collettive e sperimentando nuove forme di espressione. L’IA potrebbe rivoluzionare il modo in cui creiamo, consumiamo e distribuiamo l’arte.

Il panorama artistico è in continua evoluzione. Le sfide sono molte, ma anche le opportunità. È fondamentale che artisti, istituzioni e pubblico collaborino per costruire un futuro in cui l’arte e la letteratura possano continuare a svolgere il loro ruolo fondamentale nella società.

In conclusione, la situazione attuale è complessa e presenta sia sfide che opportunità. È fondamentale che gli artisti e gli scrittori si dotino degli strumenti necessari per navigare in questo panorama in continua evoluzione, cercando di mantenere la propria autenticità e di trovare un equilibrio tra la necessità di farsi conoscere e la difesa della propria visione artistica.

Cosa ne pensi di questa analisi? Vorresti approfondire qualche aspetto in particolare?

Ciao Sara Munari

La trasformazione della fotografia

Pur non perdendo di vista l’aspetto tecnico-scientifico che ha caratterizzato l’evoluzione del medium fotografico, in questo capitolo cercheremo di concentrarci sulle motivazioni e sulle idee che hanno portato allo stato del medium fotografico contemporaneo, tentando di determinarne una possibile identità culturale.

Se dal punto di vista tecnico, nei suoi centottant’anni di storia lo strumento ha subito molti cambiamenti, non si può dire altrettanto della logica dell’approccio al mezzo.
Come sottolinea Claudio Marra nel suo testo Cos’è la fotografia?, la fotografia è al tempo stesso scienza e arte, verità e immaginazione, prodotto oggettivo e soggettivo.
Le origini della nascita della fotografia risalgono agli anni Venti dell’Ottocento. I fautori di questa magia sono Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833) e Louis Jaques Mandé Daguerre (1787-1851). Niépce, dopo una carriera militare interrotta, inizia a dilettarsi con molteplici invenzioni, e intorno agli anni Venti tenta di fissare immagini riprese dal vero su superfici a lastra. Daguerre invece è uno scenografo conosciuto, inventore del diorama (insieme di vedute dipinte che, per effetto di prospettiva e giochi di luce, danno allo spettatore l’illusione di un panorama naturale nelle varie ore del giorno) le cui immagini vengono dipinte con l’ausilio della camera oscura. Quando Daguerre contatta Niépce, cercando di conoscere i suoi metodi, quest’ultimo, inizialmente diffidente, nel 1829 si lascia convincere a firmare con lui un contratto di collaborazione, tramite il quale i due si accordano per lo sfruttamento commerciale delle rispettive scoperte. Purtroppo Niépce morirà già nel 1833. A quel punto, Daguerre prende in mano la situazione liquidando Isidore, figlio di Niépce, nonché suo erede, con un’esigua somma. L’invenzione del dagherrotipo verrà registrata all’Accademia delle Scienze di Parigi il 7 gennaio 1839.
Saranno anni di fama e agiatezza per Daguerre, al quale probabilmente sarà sembrato definitivo il percorso della propria invenzione: in realtà, il suo non è stato che il primo piccolissimo passo di un interminabile cammino.

Portando come esempio la nascita stessa della fotografia, vediamo che se Niépce era uno scienziato, Daguerre era scenografo e pittore, così come Fox Talbot era sia chimico matematico che pittore. Dualità che accompagnerà il mezzo fotografico, fino ai giorni nostri.

Il francese Hippolyte Bayard è stato uno dei primi sperimentatori della fotografia. Già mentre lavorava come funzionario del Ministero delle Finanze, dedicava tutto il proprio tempo libero all’invenzione di procedimenti che potessero catturare e fissare su carta immagini riprese dal vero. Louis-Jacques Mandé Daguerre e William Henry Fox Talbot minarono notevolmente le opportunità di riconoscimento dei contributi di Bayard, che fu probabilmente persuaso da François Arago a tacere sulle proprie scoperte fino a dopo l’annuncio del processo di Daguerre nel 1839.
Bayard espose esempi del suo lavoro in quella che viene riconosciuta come la prima mostra pubblica di fotografia, nel luglio 1839, rimanendo comunque piuttosto in ombra rispetto agli altri studiosi.
In realtà, dei tre inventori è stato Bayard quello che ha continuato a lavorare come fotografo. Negli anni Cinquanta dell’Ottocento fu membro fondatore della Société héliographique e nel 1851 fu uno dei cinque fotografi selezionati per far parte delle Missions héliographiques, con l’incarico di documentare l’architettura storica francese. Bayard, che morì nel 1887, partecipò regolarmente con il suo lavoro alle esposizioni universali.
Oggi, Bayard viene ricordato soprattutto per il suo autoritratto realizzato nel 1840, nel quale si fotografa come se fosse annegato in una vasca. La fotografia risultava accompagnata da un testo di protesta contro la mancanza di riconoscimento nei confronti della sua invenzione. Il testo, ironico e pungente, recitava così:
«Il cadavere del signore che vedete qui, è quello di Monsieur Bayard, inventore del procedimento che avete appena visto. Per quanto ne so, questo ingegnoso e infaticabile sperimentatore, è stato impegnato per circa tre anni nel perfezionare la sua scoperta. Il governo, che ha dato molto a Monsieur Daguerre, ha detto che non può fare nulla per Monsieur Bayard, e il povero disgraziato è annegato. Oh i capricci della vita umana! È stato all’obitorio per diversi giorni, e nessuno è venuto a riconoscerlo o a reclamarlo. Signore e signori, passate avanti, per non offendervi l’olfatto, avrete infatti notato che il viso e le mani di questo signore cominciano a decomporsi».

Hippolyte Bayard, Self-Portrait as a Drowned Man, 1840 – Pubblico dominio

Ecco a voi il primo approccio concettuale alla fotografia!
Questa immagine era quindi una messa in scena, con la quale venne introdotto un elemento basilare della fotografia e del ritratto: un’immagine può non essere vera ma comunque credibile grazie agli elementi che la compongono. Il criterio della verosimiglianza è alla base di gran parte della fotografia.

In questi anni, gli sforzi tecnici erano orientati verso le superfici sensibili, sulle quali venivano impresse le immagini, nonché verso le parti meccaniche e ottiche degli apparecchi fotografici (i tempi di posa erano così lenti da rendere difficoltosa anche la realizzazione di un ritratto).
Dobbiamo arrivare al 1850 perché la fotografia conquisti rapidità, riproducibilità e chiarezza nell’immagine, caratteristiche che la faranno esplodere sul mercato rispondendo così alla crescente domanda.

Dal mi libro “Troppa fotografia, poca fotografia. Riflessioni sui linguaggi contemporanei” Disponibile qui

Quali sono le finalità di una storia?

Da Lapilli, fotografia di sara munari

Il motivo per cui decidiamo di iniziare a raccontare una storia condizionerà la sua struttura e tutte le scelte legate al linguaggio e alla modalità narrativa.

Potete avvicinarvi alla storia con una finalità documentaria, in questo caso vorrete descrivere soggetti, eventi storici, eventi geografici o antropologici; perseguirete quindi la necessità di essere compresi, per far sì che il destinatario si senta coinvolto e prenda una posizione personale. Rientrano in questa finalità tutti i lavori di fotogiornalismo o di reportage descrittivo.

Differentemente, se vi interessa soltanto il raccontare una storia o spiegare la vostra concezione di un determinato argomento, non avete velleità documentarie e non volete che i fatti siano esplicitati con dovizia informativa, la finalità è narrativa. Volete rendere il fruitore partecipe della vostra visione delle “cose” del mondo. Faranno parte di questo gruppo tutte le storie, sia di reportage che più concettuali, volte a spiegare il vostro punto di vista, anche il più personale.

Se l’impatto delle vostre fotografie è fortemente legato alla forma, all’armonia, ai colori, nell’intento di accentuare le caratteristiche esclusivamente legate all’aspetto di un determinato soggetto, in questo caso la finalità è estetica. Questa risiede in tutti i gruppi di fotografie, presentato spesso come elenco di immagini simili, che rispondono alle medesime composizioni e scelte illuminotecniche o cromatiche, come per esempio, un insieme di fotografie scattate a Burano per mostrare i colori delle casette della laguna, o un insieme di fotografie di fiori.

La finalità sarà di spettacolarizzazione nel momento in cui una scena di qualsiasi tipologia, diventa il soggetto principale ed il motivo per cui abbiamo prodotto le fotografie, quindi il luogo o l’evento diventano essi stessi uno spettacolo. Per esempio, le fotografie di un’aurora boreale o di un atleta nella raffigurazione dell’atto massimo della sua performance sportiva.

Per approfondire “Raccontare per immagini. Dal singolo scatto alla narrazione fotografica” disponibile qui