Riflessioni sulla Fotografia: Emozione o Illusione?

Tradizionalmente, la fotografia è stata vista come un mezzo privilegiato per catturare la realtà. Ogni immagine è stata considerata una traccia tangibile di ciò che esiste nel mondo, una testimonianza visiva. Questo legame diretto con la realtà ha conferito alla fotografia una certa autorità e credibilità. La capacità di “fermare il tempo” e immortalare momenti ha reso la fotografia uno strumento potente per documentare eventi, raccontare storie e condividere esperienze.

Tuttavia, con l’avvento delle tecnologie digitali e delle tecniche manipolative, questo legame tra fotografia e realtà è diventato più complesso. Oggi, attraverso la manipolazione digitale, la creazione di immagini generative e l’uso dell’Intelligenza Artificiale, è possibile alterare e addirittura inventare immagini. Questo porta a una riflessione critica su cosa significhi “verità” in fotografia.

Le immagini possono essere progettate per ingannare, evocare emozioni o trasmettere messaggi che non corrispondono necessariamente a una realtà oggettiva. “Ma se questa foto mi commuove e poi scopro che non esiste, l’emozione che ho provato vale ancora?”

Un nonno abbraccia teneramente il suo nipotino mentre una donna sorridente osserva la scena in un ambiente domestico, circondati da fotografie familiari.

Il punto di rottura è proprio qui. Quando guardiamo una fotografia “tradizionale”, anche se digitale, scatta in noi un meccanismo inconscio che Roland Barthes chiamava l’«è stato».

In La camera chiara (1980), Barthes introduce l’idea centrale del «ça a été», tradotto in italiano come «è stato». Per lui, ogni fotografia porta con sé una certezza ontologica: ciò che vediamo davanti all’obiettivo è realmente esistito, è stato lì, davanti alla macchina fotografica.

Pensiamo: “Quel bambino era lì, quella luce è passata davvero attraverso un obiettivo”. C’è un legame fisico, una specie di cordone ombelicale tra la realtà e l’immagine.

Con l’intelligenza artificiale, questo cordone viene tagliato. Il rapporto con chi guarda cambia perché entra in gioco il sospetto. Oggi, davanti a un’immagine, la nostra prima reazione non è più “Wow!”, ma spesso è: “Sarà vera?”. Questo dubbio cambia tutto. È come se fossimo diventati tutti un po’ disillusi. Non cerchiamo più la bellezza o la verità, ma cerchiamo l’errore, il “glitch” dell’algoritmo (una mano con sei dita, un riflesso sbagliato) per rassicurarci che la macchina non ci abbia fregato.

Un bambino con un impermeabile giallo tiene in braccio un cucciolo mentre piove, con una casa di legno sullo sfondo illuminata da una finestra.

Eppure, c’è un risvolto incredibilmente umano anche in questo processo artificiale. Come suggerisce spesso Joan Fontcuberta, l’AI non crea dal nulla: pesca nel nostro immenso archivio collettivo. In un certo senso, le immagini generate dall’AI sono uno specchio dei nostri desideri, delle nostre paure e dei nostri stereotipi. Se chiedi a un’AI di generare una “persona felice”, lei ti restituirà la media statistica di ciò che l’umanità ha caricato online come “felicità”.

Quindi, il fruitore non sta più guardando il mondo attraverso gli occhi di un altro fotografo, ma sta guardando una sintesi di noi stessi. È una forma di introspezione collettiva.

Certo, resta il problema dell’empatia. Possiamo davvero provare solidarietà per una vittima di guerra che non è mai esistita? Qui la fotografia rischia di diventare “illustrazione”. Perde quel potere di denuncia sociale che ha avuto per un secolo perché, se tutto può essere fabbricato, niente può essere usato come prova in tribunale o nella storia.

In definitiva, il rapporto si sta spostando dal “cuore” (l’emozione pura della traccia reale) alla “testa” (la sfida intellettuale di capire cosa stiamo guardando). È un’epoca di “estetica del verosimile”: accettiamo di lasciarci suggestionare, sapendo però che siamo dentro a un gioco di prestigio.

La fotografia non sta scomparendo, ma sta espandendo i suoi confini. Essa mantiene la sua essenza vitale finché continua a rappresentare o a mettere criticamente in discussione la realtà, rimanendo uno strumento essenziale per comprendere il mondo che ci circonda. Che sia generata da un sensore ottico o da una stringa di codice, la sua forza risiederà sempre nella capacità di chi la crea di dare un senso al caos visivo, trasformando un semplice frammento in una domanda aperta sulla nostra identità. In questo nuovo scenario, la “verità” non abita più nell’immagine stessa, ma nell’intenzione di chi la produce e nella consapevolezza di chi la guarda.

Nel prossimo testo approfondisco il discorso dell’onesta intellettuale nella produzione di immagini!

Ciao

Sara

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Ciao!

L’estate è alle porte, la luce si fa calda e le occasioni per scattare si moltiplicano. Ma cosa succederà a quelle foto una volta tornati?

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Ecco un’anteprima di quello che ti aspetta:

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Prima di iniziare, vieni a conoscerci e a scoprire come lavoriamo:

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Per chi ama la materia e il confronto diretto:

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Il team di Musa Fotografia
Sara Munari

PER PENSARE UN POCHINO “Inquadrare non significa escludere il mondo, ma dare finalmente un nome a quella parte di realtà che aspettava solo di essere riconosciuta dal tuo sguardo.” Sara Munari

La Comunità Spezzata. Come i Social Hanno Cambiato i Rapporti tra Fotografi

Illustrazione di una camera oscura per fotografia e film, con attrezzature come ingranditore, timer automatico e varie sostanze chimiche disposte su un tavolo di lavoro. Mostra anche un'area per lo sviluppo delle pellicole e il lavandino profondo.

Questo lo ha disegnato Gemini e fa cacare, ha pure mozzato la testa al fotografo, li mortacci sua!

Me lo ricordo ancora, l’odore della camera oscura.

Non era romantico, intendiamoci: fissativo, acido acetico, aria che ristagnava. Ma era anche il posto dove ho imparato davvero cosa significasse guardare una fotografia. Non su uno schermo, non con il pollice che scorre, ma tenendola in mano mentre emergeva lentamente nella bacinella dello “sviluppo”. Con qualcuno accanto che diceva “aspetta ancora, non è pronta” e aveva magari ragione.

Quella comunità era fatta di silenzi condivisi, di critiche dirette che facevano un po’ male e servivano moltissimo, di riviste che arrivavano per posta e si leggevano con la matita in mano. Non era perfetta, aveva le sue gerarchie e i suoi snobismi. Ma era reale. Le persone erano lì, in carne, con le mani macchiate di chimica.

Poi sono arrivati i social.

All’inizio Instagram sembrava davvero una cosa bella. Mi ricordo anche di questo: la sensazione di poter mostrare il lavoro senza dover passare per gallerie o agenzie, di trovare fotografi straordinari a Tokyo o a Lagos o a Città del Messico e scrivere loro direttamente, di costruire qualcosa che somigliava a una conversazione globale sulla fotografia.

Per qualche anno lo è stato davvero.

Poi la piattaforma “capì “ha capito” che noi fotografi eravamo i suoi migliori fornitori di contenuti gratuiti, e ha cominciato a cambiare le regole. L’algoritmo iniziò a premiare la frequenza sulla qualità: non importava quanto fosse bella una foto, importava quante ne pubblicavi a settimana. Il formato verticale divorò la fotografia orizzontale, come se anni di composizione attenta dovessero piegarsi alle dimensioni di uno schermo tenuto in mano sul divano. I reel scalzarono le immagini fisse. E a un certo punto mi sono ritrovata a chiedermi se stavo ancora facendo la fotografa o la content creator per una piattaforma che non mi da molto come corrispettivo.

Il rapporto con i colleghi è cambiato di conseguenza, e questa è la parte che mi pesa di più. C’è molta più competizione visibile, molto meno scambio reale. Si seguono gli altri per essere seguiti, si commentano le foto per ricevere commenti, si costruiscono reti di reciprocità che assomigliano più al networking che all’amicizia. Ho colleghi con cui ho scambiato centinaia di cuoricini e non so niente di come lavorano davvero, di cosa gli piace, di cosa li manda in crisi.

Non voglio essere solo nostalgica, perché sarebbe disonesto e un po’ pigro.

I social hanno dato visibilità a fotografi che il sistema tradizionale avrebbe ignorato, e questo è vero e importante. Hanno permesso a chi lavora lontano dai grandi centri di essere parte di una conversazione che prima era riservata a chi poteva permettersi di vivere a Milano o New York. Hanno abbattuto alcune gerarchie che erano semplicemente gerarchie di privilegio, non di talento.

Ma ne hanno create di nuove, e queste mi sembrano per certi versi più insidiose perché si travestono da meritocrazia. Conosco fotografi straordinari con duemila follower e altri mediocri con duecentomila, e il mercato fa fatica a distinguere. Anzi, non ci prova nemmeno.

La cosa più preziosa che ho fatto negli ultimi anni è stata cercare le comunità reali che sopravvivono dentro e nonostante i social. Un workshop piccolo dove ci si guarda negli occhi mentre si parla di luce. Un gruppo di persone che si trovano fisicamente e portano le stampe, quelle vere, su carta, e le guardano insieme senza pensare ai numeri.

Esistono ancora queste cose. Sono più difficili da trovare, bisogna cercarle con più intenzione. Ma quando le trovi, riconosci immediatamente la differenza. C’è qualcosa che succede quando sei in una stanza con altri fotografi e nessuno sta guardando il telefono. Una qualità di attenzione diversa, una disponibilità a essere in disaccordo senza che il disaccordo sparisca dopo trenta secondi sostituito da un altro contenuto.

È lì che ho ritrovato, ogni volta, il motivo per cui faccio questa cosa.

Ciao Sara Munari

Dimostrare di essere “onesti” in un mondo che dubita di ogni pixel.

Ma allora, come si fa a dimostrare di essere “onesti” in un mondo che dubita di ogni pixel? È una domanda interessante, perché ci riporta a un concetto molto antico: la fiducia. Se un tempo l’onestà di un fotografo era un dato di fatto: c’era il rullino, c’era lo scatto, fine della storia. Oggi l’onestà è diventata una scelta attiva, quasi un patto che l’autore deve firmare con il suo pubblico ogni volta che pubblica un’immagine.

Non si tratta più solo di “non usare Photoshop”, ma di essere trasparenti sul percorso che ci ha portato a quell’immagine. Ecco come questa onestà sta prendendo forma oggi, in modo molto concreto.
Immagina di essere al ristorante: un conto è leggere “pesce fresco” sul menù, un altro è se lo chef ti invita in cucina a vedere la materia prima. In fotografia sta succedendo la stessa cosa. Molti professionisti oggi mostrano il loro file RAW (il negativo digitale, grezzo e non manipolabile) o utilizzano i nuovi “passaporti digitali” (come lo standard C2PA). È un modo per dire: “Ecco la filiera della mia immagine, puoi controllare tu stesso dove finisce la luce e dove inizia la post-produzione”. È un’onestà che passa per la tecnica, ma che serve a rassicurare il cuore di chi guarda.
C’è poi un modo molto più viscerale di provare la propria sincerità: mostrare il backstage. Se vedo un video di te che cammini per ore nel fango per catturare l’alba su una montagna, quell’immagine finale acquista un valore umano che nessuna AI potrà mai replicare. L’onestà qui non sta nel pixel, ma nello sforzo. Documentare il “making of” è diventato un atto politico: serve a ricordare al fruitore che dietro quell’istante c’è un corpo, un tempo speso e un’esperienza vissuta davvero.
Paradossalmente, l’onestà passa anche per la dichiarazione del trucco.

Un'immagine che mostra due donne in un ritratto evocativo, con una figura che sembra emergere dietro l'altra, creando un effetto di profondità e introspezione.

“Immagine generata da un’intelligenza artificiale, intitolata ‘Pseudomnesia: The Electrician’ di BORIS ELDAGSEN.”

Pseudomnesia: The Electrician è stata presentata ai Sony World Photography Awards e ha vinto nella categoria “Creatività”. L’immagine, in bianco e nero, ritrae due donne e sembra risalire agli anni ’40. L’artista ha poi suscitato scalpore rifiutando il premio e rivelando di aver creato l’immagine con l’intelligenza artificiale (IA). Sul suo blog ha scritto: “Volevo fare un test, per vedere se il mondo della fotografia fosse pronto a gestire l’impatto dell’IA sui concorsi artistici internazionali e, ovviamente, non lo era”. Con il suo approccio, Boris Eldagsen ha voluto aprire un dibattito sullo status delle immagini e, oltre a ciò, sull’importanza di restare vigili quando si tratta di contenuti prodotti dall’IA.

Pensa al fotografo Boris Eldagsen, che ha vinto un prestigioso premio internazionale per poi rifiutarlo, ammettendo che l’opera era stata generata dall’AI. Il suo non è stato un atto di superbia, ma di profonda onestà intellettuale: ha usato un “falso” per costringere il mondo dell’arte a parlare di verità. Essere onesti oggi significa dire chiaramente: “Questo è uno scatto reale”, oppure “Questa è una visione ibrida”. La menzogna non sta nell’uso dello strumento, ma nel nasconderlo.
Infine, c’è un’onestà che risiede nell’abbracciare l’imperfezione. L’intelligenza artificiale tende spesso a una perfezione “levigata”, quasi plastica. Molti artisti oggi scelgono di tornare all’analogico o di mantenere volutamente piccoli difetti, riflessi “sbagliati” o sfocature naturali. È un modo per dire: “Questo è umano perché è imperfetto”. È la firma del nostro limite, che diventa la prova della nostra presenza.
L’onestà intellettuale non è più l’assenza di filtri, ma la trasparenza sui filtri che abbiamo deciso di usare. Non è più una questione di ottica, ma di etica. Come diceva John Berger, il nostro modo di vedere è influenzato da ciò che sappiamo: se l’autore ci dà gli strumenti per “sapere” come è nata l’opera, allora noi torniamo a essere liberi di “sentire” senza la paura di essere ingannati.

Forse il futuro della fotografia non sarà più cercare la “Verità” con la V maiuscola, ma cercare la sincerità tra chi scatta e chi osserva.

Ciao

Sara

“Rolleiflex”: il romanzo di Federico Montaldo

Con Rolleiflex, Federico Montaldo torna a scrivere e lo fa partendo da casa: il mondo della fotografia, quello che conosce meglio, con i suoi rituali, le sue piccole vanità e tutto quello che di solito resta dietro le quinte. Il risultato è un romanzo che mescola noir mediterraneo, ritratto d’ambiente e riflessione profonda sullo sguardo. La cornice è una Genova luminosa ma al tempo stesso inquieta, capace di essere elegante e scabra nello stesso respiro.

Il palcoscenico è Palazzo Ducale, dove Pascal Simeoni, fotografo corso-genovese con curriculum internazionale, sta per inaugurare il primo Festival di fotografia del Mediterraneo. Tutto sembra pronto: mostre allestite, pubblico in arrivo. La città si prepara a mettersi in bella mostra. Ma qualcosa si incrina. Giorgio Jaeger, stella mondiale del reportage e ospite d’onore, non si presenta. Lo ritrovano nella sua camera d’albergo, ucciso con un pestello di legno: oggetto domestico e insieme brutale, genovese nel profondo.

Accanto a Pascal entra in scena Alvise Loredan, ex vicequestore veneziano che con le gallerie d’arte non ha mai avuto grande feeling, mentre col mare sì. È approdato a Genova quasi per caso, sulla sua barca a vela, rifugio e punto d’osservazione privilegiato sul porto. Con lui c’è Marley, il cane, presenza discreta e fedele. Alvise la fotografia non la ama particolarmente, ma sa leggere le persone come pochi.

Mentre la polizia segue le piste più ovvie, Pascal e Alvise cominciano a mettere a fuoco un quadro umano ben più complesso. Attorno a loro si muove un cast di personaggi intriganti, ma ognuno nasconde qualcosa: un segreto, un rancore, un’invidia coltivata sotto il sole o nei corridoi della Magnum.

La verità, come sempre, non sta al centro dell’inquadratura. Sta ai margini, in quello che resta fuori campo. Ed è proprio qui che Rolleiflex trova la sua forza, trasformando il giallo in una riflessione sul potere e sui limiti – delle immagini.

Cover of the book 'Rolleiflex' by Federico Montaldo, featuring an illustration of a classic Rolleiflex camera against a light brown background, with publishing details at the bottom.

Non è un caso. Federico Montaldo è avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia, da anni impegnato nella divulgazione della cultura fotografica come curatore, saggista e ideatore di progetti. Ha firmato volumi importanti su autori e temi cruciali del reportage e dell’impegno sociale, e ha fondato l’Archivio Saglietti APS. Insomma, il mondo che racconta lo conosce dall’interno, con competenza e passione, ma senza sconti.

Dopo Isabelita, il suo primo romanzo, Rolleiflex riesce a tenere insieme trama e pensiero, suspense e riflessione etica. È un libro che parla di fotografia, certo, ma soprattutto di esseri umani.

Un’immagine può fermare la storia. La verità, invece, come il mare davanti al porto di Genova, non sta mai ferma. E chiede sempre un nuovo sguardo.

Sara Munari

Per acquisto libro

FEDERICO MONTALDO
Avvocato specializzato in diritto civile e della fotografia.
Da anni si occupa di divulgazione della cultura fotografica, come promotore di incontri a tema, curatore di mostre e progetti fotografici.
Ha pubblicato saggi e curato biografie con diverse case editrici, tra cui: Manuale di sopravvivenza per fotografi. Diritti, Obblighi, Privacy (Emuse, 2019 e 2023); Ivo Saglietti. Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino (Postcart, 2021 e 2024); G8. Un sogno in sospeso (Emuse, 2021); Paola Agosti. Itinerari. Il lungo viaggio di una fotografa (Postcart, 2023); W La Libertad. La fotografia e la protesta (con Luciano Zuccaccia, Postcart 2024).
Ha fondato e presiede l’associazione Archivio Saglietti APS, che si occupa di promuovere e valorizzare la fotografia di reportage e impegno sociale.
Il mondo della fotografia è lo scenario anche delle sue opere di narrativa. Il suo primo romanzo è Isabelita (Bookabook, 2022).
Vive a lavora a Genova.

L’anacronismo come resistenza creativa nella fotografia

Sul cammino di Santiago De Compostela, Sara Munari

Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. Sara Munari

Viviamo in un’epoca in cui la velocità della produzione visiva sembra dettare anche i criteri di valore. Ciò che è contemporaneo, ciò che aderisce alla tendenza del momento, viene spesso percepito come innovativo. Eppure, se guardiamo con attenzione, la conformità al presente raramente genera vera invenzione: produce invece varianti, adattamenti, aggiornamenti di un’estetica già assimilata.

Per questo ogni artista fotografo, se vuole davvero scalfire la superficie dell’ovvio, deve essere anacronistico.

Essere anacronistici non significa rifugiarsi nel passato o cercare riflessi rassicuranti in tecniche obsolete. Al contrario, è la capacità di pensare fuori dal tempo, di non lasciarsi imbrigliare dalle griglie narrative ed estetiche del “qui e ora”. L’anacronismo è un atto critico: rifiutare l’ovvietà del presente per costruire un linguaggio che non sia immediatamente traducibile in “trend”.

La fotografia, per sua natura, porta già in sé una tensione temporale: ogni immagine è testimonianza di un istante che non esiste più. Ma se il fotografo si limita a replicare lo stile dominante del suo tempo, non fa altro che rafforzare il presente, senza metterlo in discussione. L’artista anacronistico invece forza questa condizione: inventa spazi visivi che sembrano provenire da un’altra epoca, o da nessuna epoca riconoscibile.

Pensiamo agli autori che hanno rotto gli schemi: non erano mai del tutto in sintonia con il loro presente. Chi innova non si adatta, chi innova stona, appare fuori luogo, inattuale. Ma proprio questa frizione con l’oggi apre la possibilità di vedere oltre, di creare immagini che non si lasciano consumare nel ciclo effimero della contemporaneità.

Per un fotografo essere anacronistico significa osare: scegliere linguaggi, ritmi, estetiche che non trovano immediato riscontro nell’orizzonte culturale circostante. È un rischio, perché espone a incomprensioni e solitudini. Ma è anche l’unico modo per generare immagini che abbiano un peso, che non si dissolvano con l’ennesima tendenza.

La vera innovazione non nasce dall’aderire al tempo presente, ma dal tradirlo. Ogni fotografo che aspira a inventare, piuttosto che a ripetere, dovrebbe parlare con un linguaggio che non appartiene al suo tempo, e proprio per questo lo illumina con uno sguardo inedito.

Sara