La fotografia come evento: il rischio di perdere il suo senso

Ciao a tutti! Come sapete tengo questo blog dal 2015, voglio cambiare un pochino! Non scrivo solo io, ma ogni articolo scritto da me in senso “critico” sarà un piccolo tentativo di fare il contrario di ciò che il tempo ci chiede: inseguire il presente, rincorrere la moda, adeguarsi. Io preferisco l’anacronismo. Non perché sia romantico o “figo”, ma perché è l’unico modo per inventare davvero qualcosa di mio e, forse, anche di vostro. Qui si parla di immagini che non hanno fretta, di estetiche che non viaggiano sui trend topic e di scelte visive che spesso fanno storcere il naso. E se riusciremo a ridere un po’ delle nostre stesse fissazioni, ancora meglio. Perché l’ironia, ve lo assicuro, è l’unico filtro che rende sopportabile il mondo della fotografia contemporanea. Benvenuti quindi in questa serie: un viaggio fuori tempo, con qualche deviazione imprevista, un paio di scivoloni controllati e la speranza che, alla fine, qualcuno possa davvero guardare il mondo in modo un po’ diverso. A chi pensa che mi rivolga a tutti con parole semplici perché non saprei fare di più: venite a testarmi, invitatemi al vostro tavolo! Immergetevi nel mio lavoro e capirete che spiegare, comunicare e farsi capire non è mai banale, che semplice non significa superficiale.” Sara Munari
Una giovane donna in una maglietta rosa si trova accanto a un grande murale che ritrae un uomo con espressione seria. Sullo sfondo, occhi stilizzati e macchie di colore aggiungono profondità all'immagine.
Mongolia, Ulaanbaatar – Sara Munari

Oggi la fotografia sembra vivere soprattutto come spettacolo. Non conta più soltanto lo scatto, il pensiero che lo sostiene o il percorso che lo ha generato, ma l’evento che lo circonda. Mostre che assomigliano a set cinematografici, festival che puntano più sulla comunicazione che sui contenuti, inaugurazioni trasformate in serate mondane. Tutto è pensato per catturare l’attenzione, per essere condiviso, per generare numeri. Ma quando le luci si spengono, cosa rimane davvero?

Il problema è che in questo modo si è perso il cuore del fare artistico: il processo. Il percorso lento, fatto di tentativi, dubbi, cadute, piccole scoperte, momenti di sofferenza e momenti di gioia. Quella parte invisibile che dà sostanza a un’opera, anche fotografica, oggi viene considerata un ostacolo. È troppo lunga, troppo poco produttiva, non compatibile con il ritmo accelerato del mercato e dei social. Così, invece di costruire un linguaggio, ci si accontenta di produrre immagini che funzionino subito.

Il risultato è una fotografia che spesso si riduce a intrattenimento. Non più linguaggio, non più memoria, non più riflessione, ma un contenuto da consumare in fretta. Anche nei musei e nelle gallerie, che dovrebbero essere i luoghi deputati alla crescita culturale, prevale la logica dello spettacolo: allestimenti scenografici, luci, maxi-formati. Una patina di novità che seduce nell’immediato ma che, sotto la superficie, nasconde un vuoto. Un bel fuoco d’artificio che svanisce in pochi secodni.

Eppure dietro a queste operazioni ci sono enormi risorse: investimenti economici, energie organizzative, la credibilità stessa delle istituzioni. Ma il ritorno culturale è spesso minimo. Le istituzioni, invece di accompagnare il pubblico in un percorso di comprensione e di scoperta, rinunciano al loro compito divulgativo e scelgono la strada più semplice: offrire spettacolo. È come se la loro missione educativa fosse stata messa da parte in favore della logica del marketing: contano i visitatori, non la crescita di consapevolezza.

Così la fotografia, pur vivendo una stagione di apparente vitalità, sta attraversando un lento inesorabile decadimento. Si moltiplicano gli eventi, ma diminuiscono i contenuti; aumentano le occasioni di visibilità, ma si perde il senso del linguaggio. Non è un problema di quantità, ma di qualità: il mezzo fotografico, che ha sempre avuto la forza di interrogare il presente e di costruire memoria, rischia di diventare un semplice intrattenimento visivo, brillante ma fragile.

E allora mi domando: se fosse proprio questo il nuovo status della fotografia?
Se non le si chiedesse più di pensare, di scavare, di costruire memoria, ma soltanto di intrattenere, stupire, durare il tempo di un applauso o di uno scroll? Forse il rischio che vediamo non è nemmeno un rischio, ma la nuova condizione che la fotografia ha scelto – o che il mondo contemporaneo le ha imposto. Una condizione in cui conta il presente, e basta.

Ma se fosse davvero così, cosa resterebbe del suo potere originario? Della sua capacità di raccontare, di interrogare, di resistere al tempo? Sarebbe ancora fotografia, o solo un’immagine tra le tante, destinata a svanire nell’archivio infinito del nostro consumo visivo?

Dobbiamo restituire alla fotografia il suo tempo e la sua profondità? Dobbiamo tornare a vederla come un processo, non solo come un prodotto? Dobbiamo riscoprire il valore della ricerca, dell’attesa, della complessità?

A me un pochino manca come strumento per conoscere, per raccontare, per pensare.

Ciao

Sara Munari

3 pensieri su “La fotografia come evento: il rischio di perdere il suo senso

  1. Un invito di una galleria a presentare un mio lavoro era motivato dal fatto che quella mia fotografia sarebbe stata di effetto in quel contesto. Ugo Nespolo scriveva ” …immersi in un brodo creativo svuotato di certezze e convinzioni…schiavi del dogma dell’indifferenza estetica, condannati alla dannazione del prezzo” ( Per non morire d’arte Ugo Nespolo). Non sei un artista se non sei nel mercato,serve allora avere un CV su cui critici noti a livello internazionale esprimono il loro positivo parere sui tuoi lavori? Non è vero che un bravo artista vende, oggi è vorse vero il contrario o, forse, vende chi soddisfa le esigenze commerciali della galleria. La genesi di un’opera d’arte è un processo complesso: il mondo socio culturale in cui si è formato l’artista,la sua spontaneità( il bambino che c’è in lui) , l’irrazionalità del subconscio, elaborare il pensiero e strutturarlo per poterlo strasformare in un oggetto ( l’opera d’arte) che esprima ciò che l’artista ha vissuto. Io sto bene quando riesco a vivere questo percorso! Magari tutto il resto, visto come prodotto, non è importante. Ho vissuto incontri durante i quali si parlava sul serio di arte, eravamo sempre in pochi.
    Ciao
    Massimo Motta

    • Caro Massimo,

      grazie. La tua risposta mi ha toccata, soprattutto quella frase: “Io sto bene quando riesco a vivere questo percorso.” È forse la cosa più importante che si possa dire, e anche la più difficile da tenere ferma quando il mondo intorno ti chiede altro.

      Quello che racconti dell’invito della galleria, motivato dall’effetto, non dal lavoro,dice tutto. Non c’è neanche malizia in queste dinamiche, il che è forse ancora più sconfortante. È semplicemente diventata la logica normale.

      Nespolo lo descrive con una durezza che fa male proprio perché è esatta. E tu aggiungi qualcosa che nel mio articolo mancava: la genesi dell’opera come atto intero, che coinvolge il corpo, il subconscio, la storia personale. Hai ragione, è un processo complesso e fragile, e il mercato non sa cosa farsene di quella fragilità.

      Anch’io ho vissuto quegli incontri in cui si parlava davvero di arte e anch’io ricordo che eravamo sempre in pochi. Ma forse è sempre stato così. Forse la differenza è che oggi quella stanza piccola fa più fatica a trovarsi, a riconoscersi.

      Grazie per esserti preso il tempo.
      Sara

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