Estetica vs. Contenuto, chi vince nel contemporaneo?

Negli ultimi decenni, la fotografia contemporanea ha subito una trasformazione notevole: oggi sembra che l’estetica abbia vinto a mani basse sul contenuto. L’immagine perfetta, luminosa e simmetricamente impeccabile domina le scene, mentre il messaggio spesso si perde tra un filtro vintage e una saturazione eccessiva. Ma come siamo arrivati a questo punto? Colpa della tecnologia, dei social media o semplicemente di un’irresistibile voglia di fare bella figura?

Il primo colpevole è la tecnologia digitale, che ha reso la fotografia alla portata di chiunque. Basta uno smartphone, un paio di click e via, tutti artisti! Il problema? La quantità non sempre fa rima con qualità. Abbiamo un’abbondanza di immagini perfette per essere postate, ma prive di una vera storia, di una narrazione visiva che ne giustifichi la produzione. e purtroppo ho sempre più spesso l’impressione che la tendenza riguardi il mondo autoriale. Immagini trite e ritrite proposte da importanti gallerie. Linguaggi vecchi e concetti riproposti con foto simili dopo decenni. A volte mi sento triste.

Certo, il tramonto a Bali è stupendo, ma se lo fotografiamo tutti allo stesso modo, cosa resterà?

I social media ci mettono del loro. Con piattaforme come Instagram e TikTok, la regola è chiara: se non catturi l’attenzione in due secondi, sei già dimenticato. Risultato? Foto che gridano “guardami!”, e non so come facciano a gridare, visto che sono completamente mute. L’importante è il numero di like, non il significato dell’immagine! Così, anche i fotografi più talentuosi si ritrovano a inseguire algoritmi invece di raccontare storie.

E il mercato dell’arte? Anche lui non aiuta. Le gallerie e le fiere vogliono immagini che seguano le mode, quelle che si vendono bene e fanno colpo a prima vista. Se una foto non è patinata e “instagrammabile”, rischia di rimanere nell’ombra. Insomma, la fotografia oggi deve essere bella, ma non troppo difficile da capire, perchè non si ha tempo per capire, bisogna scorrere il telefono per scoprire cosa ci viene proposto nel post successivo, una ricetta, un pantalone alla moda? Non importa. scopriamo cosa c’è dopo…Perché far pensare lo spettatore quando si può conquistarlo con un bel budino al cioccolato senza calorie, vegetale e che fa dimagrire?

Ma per fortuna non tutto è perduto! Esistono ancora fotografi che sfidano questa deriva estetizzante, che usano l’immagine per raccontare, provocare e far riflettere. Certo, magari non faranno milioni di visualizzazioni su TikTok, ma almeno non dovranno spiegare a tutti che no, la loro fotografia non è solo una goduria per gli occhi.

In definitiva, la sfida della fotografia contemporanea è trovare un equilibrio tra forma e contenuto. L’estetica è importante, ma senza una storia da raccontare, rimane solo un esercizio di stile.

Ciao Sara Munari

8 pensieri su “Estetica vs. Contenuto, chi vince nel contemporaneo?

  1. Sono d’accordo con Sara. Purtroppo si pensa a fare fotografie utili solo a chi li scatta, concentrandosi di più sulla post produzione che a fare un tipo di fotografia che possa raccontare ed essere utile a qualcosa o a qualcuno. Ogni giorno vengono fatti milioni di fotografie, di questo numero spropositato, vi siete mai chiesti se qualcuno di esse diventerà icona e possa servire ai posteri a raccontare qualcosa di importante?Il 90%delle foto scattate oggi, l’indomani finirà nel dimenticatoio in quanto sono solo utili alla persona che li scatta.
    Scusate il mio intervento.

  2. Buongiorno. Il cambiamento nella fotografia, rispecchia il cambiamento della società. Dai reportage sul Vietnam, dalla non violenza, siamo passati al pop, alla pura superfice delle cose. Con la cultura non si mangia! Questa è la parola d’ordine. E non raccontatemi che invece la cultura fa circolare tanti soldi: tirismo, cataloghi, biglietti delle mostre. Non è questo l’importante. Si è dimenticato completamente che la cultura deve servire a capire, ad avere uno spirito critico, a decodificare il contesto in cui viviamo. Ma è proprio questo che viene combattuto, diventeremo tutti dei bellissimi idioti ! (ahaha questa una bella provocazione!). Un saluto!

  3. Ciao Sara. Questo sta succedendo un po’ in tutti gli ambiti non solo nella fotografia: nella letteratura, nello sport, nel mondo del lavoro… Non c’è educazione all’approfondimento, si sceglie sempre la via meno faticosa forse anche perchè bombardati da informazioni che, tra l’altro, è anche difficile verificare. Bisogna accettare che il mondo cambia di continuo e sempre più in fretta e trovare strade diverse per adattare la necessità di raccontare ad un pubblico che non ha più la cultura del libro e della stampa ma vive tra smartphone e computer, che pensa di non avere tempo perchè viene assalito da informazioni e non sa come organizzarle, che vuole sapere tutto e alla fine non sa niente. Tu lo sai meglio di tanti altri: bisogna insegnare i vecchi valori modellandoli sui nuovi strumenti. Un esempio è il rifiuto delle scuole ad adottare l’intelligenza artificiale: si vuole mantenere il vecchio metodo di insegnamento con ragazzi che poi vivranno in un modo che non c’entra nulla e si troveranno spiazzati, impreparati e per questo in balia delle mode. Mi spiace per questo pippone, ma sono le persone come te che possono (banalizzando ed esagerando solo per esemplificare) trasformare una galleria in un’app dove si trovino progetti completi e di alto livello per tutti i gusti, con una chiave di lettura che insegni ai fruitori come leggerli. Certo non è uguale ad andare ad una mostra durante una passeggiata con la macchina fotografica al collo, ma può servire perchè più persone si guardino un progetto prima di andare a letto o in pausa pranzo e piano piano sentano la voglia di avere di più e si avvicinino alla stampa. Forse ho scritto scemenze, ma il mio pensiero è questo.

    • Hai ragione Guido, non capisco nemmeno io questa lotta verso l’intelligenza artificiale, anzi è un ottimo strumento, e come tutti gli strumenti, è solo funzionale alle idee! Grazie per aver scritto, mi impegnerò! Ciao sara

  4. Brava Sara, mi hai letto nel pensiero. E’ un pò di tempo che preferisco non fotografare piuttosto che lasciarmi irretire dalla “bella” foto. Cerco quella “buona”, ma non sempre arriva. Meglio attendere e pensare a cosa poter raccontare, magari anche facendo una foto al nipotino che cresce. Ciao, grazie per i tuoi sempre utili consigli.

  5. Quando mi capita di fare una fotografia, una di quelle che fa dire: “oh, è notevole!” Subito dopo penso “…e ora?”. Penso che il pericolo più grande a quel punto, sia cadere nella performance, nella rincorsa a superare se stesso. Cosa che ti porta sempre all’appiattimento e a fare, immancabilmente, il verso a se stessi. Credo che bisognerebbe recuperare, almeno in parte, quello che diceva McLuhan e cioè che il messaggio è il medium. Capire ed essere coscienti di cosa abbiamo in mano mentre produciamo e stiamo alimentando quel mare magnum di immagini. Capire che il “gesto” dell’inquadrare e poi scattare quasi compulsivamente, ha sovrastato, facendolo sparire del tutto il valore di “impronta” che aveva la fotografia. L’impronta, il segno che orienta simultaneamente verso il passato e verso futuro il cammino dell’essere umano. Cammino che la fotografia documentava e testimoniava. Ora viviamo in un rumoroso silenzio, nall’anonimato più puro e peggio ancora nello stordimento che la tecnologia, “se usata male”, produce.
    Mi auguro che, come è sempre successo, l’uomo prima o poi risalirà la china prenderà le misure cosciente di quello che sta facendo quando produce immagini.

    • Si, hai descritto bene questa epoca, tutti a guardarsi l’ombelico! Si, l’uomo troverá probabilmente altre modalitá, ma noi stiamo vivenso qui e ora ed é una bella lotta…

  6. Ciao Sara,
    questa discussione – che poni con la tua consueta lucidità e per creare confronto– è in realtà meno “nuova” di quanto sembri. Il rapporto tra estetica dominante e impoverimento dei contenuti è stato affrontato più volte nel corso degli ultimi decenni, già dagli anni ’80 e ’90 con l’avvento del postmoderno, dei linguaggi patinati, della fotografia commerciale che invadeva anche i territori dell’autorialità. E oggi molti fotografi ne sono pienamente consapevoli: sanno benissimo che la ricerca del “bello” rischia di trasformarsi in stilema vuoto, in automatismo visivo.
    In più, non ci sono solo Instagram e TikTok. Esistono circuiti, riviste, spazi indipendenti, piattaforme più di nicchia, archivi, musei, libri fotografici: insomma, mondi interi che non dipendono dalla logica della scrollata compulsiva. E se davvero i social diventano una trappola estetizzante… basta non usarli, o usarli come strumenti, non come criterio di valore.
    Dici che “la fotografia deve essere bella”, ma davvero chi lo dice? Il mercato? Gli algoritmi? Alcuni galleristi impigriti dalle mode?
    La fotografia non “deve” nulla: non deve essere bella, non deve essere vendibile, non deve essere simmetrica. Può essere disturbante, ruvida, storta, oscura, fallata. Può persino essere brutta, se questo serve a dire qualcosa. È solo quando la forma diventa dogma che smette di essere linguaggio.
    La crisi non è dell’immagine in sé, ma dello sguardo: di come la guardiamo, di quanto tempo le dedichiamo, di quanto chiediamo alla fotografia oltre l’impatto immediato. E per fortuna molti autori continuano a lavorare controcorrente, non perché ignorino il problema, ma perché lo hanno già visto arrivare da tempo e hanno deciso di non farsi risucchiare.
    Insomma, la questione è reale, ma non siamo in un deserto. E il “bello a tutti i costi” non è un destino comune, è solo una scelta – una tra tante, ma forse mi sbaglio.
    Nicla

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