Storia di una fotografia “The Situation Room” di Pete Souza

Buongiorno, proseguiamo con la storia di alcune singole fotografie di grandi autori che mi hanno particolarmente colpita negli ultimi anni, spero coinvolgano voi quanto me, ciao.
Sara

“Una fotografia è un frammento di tempo che non ritornerà.” Pete Souza

FOTOGRAFIA di Pete Souza – The Situation Room – Anno 2011

Il Presidente Barack Obama e il Vicepresidente Joe Biden, insieme ai membri della squadra di sicurezza nazionale, ricevono un aggiornamento sulla missione contro Osama bin Laden nella Situation Room della Casa Bianca, il 1° maggio 2011. Nota: un documento classificato presente in questa fotografia è stato oscurato. (Foto ufficiale della Casa Bianca di Pete Souza)

Questa foto non è solo un documento storico, ma un vero e proprio racconto visivo. Souza era presente nella Situation Room della Casa Bianca durante l’operazione Neptune Spear, che portò all’uccisione di Osama bin Laden.
La fotografia mostra il presidente Obama e il suo team in un momento di intensa tensione. Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, si copre la bocca con la mano, un gesto che esprime la gravità del momento.
L’immagine è stata scattata con una macchina fotografica Leica M9, nota per la sua discrezione e la capacità di catturare immagini in condizioni di scarsa illuminazione, un dettaglio cruciale per preservare l’atmosfera della stanza.
Un aneddoto interessante è che, inizialmente, la foto venne scattata con Hillary Clinton che si copriva la bocca, in un secondo momento, dopo che la foto fece il giro del mondo, lei stessa disse che quel suo gesto era dovuto al trattenere un colpo di tosse.
L’impatto:
La fotografia ha avuto un impatto immediato, diventando un simbolo della determinazione americana nella lotta al terrorismo.
Souza ha dichiarato di aver scattato centinaia di foto quel giorno, ma questa in particolare catturava l’essenza del momento.

Biografia

Pete Souza è un fotografo americano noto per il suo lavoro come fotografo ufficiale della Casa Bianca durante le presidenze di Barack Obama e Ronald Reagan. Le sue immagini offrono uno sguardo dietro le quinte della politica americana.

In qualità di fondatrice di Musa Fotografia, una scuola dedicata all’arte della fotografia, desidero chiarire l’utilizzo di immagini di grandi autori sul mio blog.

Le fotografie di maestri, che appaiono nei miei articoli, sono utilizzate esclusivamente a scopo didattico e divulgativo. Il mio intento è quello di analizzare e condividere la bellezza e la tecnica e la storia di queste opere con i miei studenti e con tutti gli appassionati di fotografia.

Tengo a sottolineare che:

Nessuna delle immagini viene utilizzata a scopo di lucro. Il blog non genera entrate dirette attraverso la vendita di immagini o pubblicità.
Gli articoli sono scritti con intenti didattici. L’obiettivo è quello di fornire spunti di riflessione e di approfondimento sulla storia della fotografia e sulle diverse tecniche utilizzate dai grandi maestri.
Il mio impegno è verso la diffusione della cultura fotografica. Credo che l’analisi di opere significative sia fondamentale per la crescita e l’apprendimento di ogni fotografo.
Sono consapevole dell’importanza del rispetto del diritto d’autore e mi impegno a citare sempre la fonte delle immagini utilizzate. Se dovessi ricevere segnalazioni di violazioni del copyright, provvederò immediatamente a rimuovere il materiale contestato.

Spero che questa dichiarazione possa chiarire il mio approccio e la mia passione per la fotografia.

Le icone: la donna armena

Una donna armena di 106 anni siede davanti alla sua casa, sorvegliandola con un fucile, nel villaggio di Degh, vicino alla città di Goris, nel sud dell’Armenia. I conflitti armati hanno avuto luogo nel vicino Nagorno-Karabakh, un territorio dell’Azerbaigian rivendicato anche dall’Armenia. La guerra del Nagorno-Karabakh ha fatto sfollare centinaia di migliaia di persone dalle loro case.

Una donna armena di 106 anni protegge la sua casa con un AKM, 1990 (Photo credit: Armineh Johannes / United Nations Photo).

L’Armenia fu invasa dai turchi e la guerra si concluse con l’incorporazione dell’Armenia nell’Unione Sovietica. Una volta terminato questo periodo l’Armenia fu coinvolta in una guerra molto sanguinosa con i suoi vicini di casa, gli Azerbaigiani.

Negli anni ’20, il governo sovietico istituì la Regione autonoma del Nagorno-Karabakh – dove il 95% della popolazione è di etnia armena – all’interno dell’Azerbaigian.

Nel 1993, l’Armenia controllava il Nagorno-Karabakh e occupava il 20% del territorio azero circostante. Nel 1994, la Russia ha mediato un cessate il fuoco che è rimasto in vigore da allora. A causa del conflitto sono sfollati 230.000 armeni dall’Azerbaigian e 800.000 azeri dall’Armenia e dal Karabakh.

Il fucile che l’anziana signora armena porta con sé non è un AK-47 o un AK-74.

Da Rare historical photos

L’articolo ha solo scopo didattico. Le fotografie sono di proprietà degli autori presentati e non possono essere vendute o diffuse.

Cammie Toloui,5 Dollars for 3 Minutes

Cammie Toloui è nata e cresciuta nella baia di San Francisco. Si è laureata in fotogiornalismo alla San Francisco State University. Il suo lavoro di fotografa documentarista l’ha portata in Russia, all’interno di ambulanze, strip club e altri mondi pubblici/privati.

Il suo lavoro è stato esposto alla Tate Modern di Londra, al San Francisco Museum of Modern Art, al New Museum of Contemporary Art di New York, alla San Francisco Camerawork Gallery e alla Wight Art Gallery di Los Angeles.

Ha ricevuto il New York Times Award for Excellence in Photojournalism, la Greg Robinson Memorial Photojournalism Scholarship e ha avuto l’onore di partecipare all’Eddie Adams Workshop.

Nel 2021 il suo libro della serie Lusty Lady 5 dollari per 3 minuti è stato pubblicato da Void.

Continua a documentare la sua vita e a svelare i tabù attraverso la sua fotografia, i suoi gioielli e la sua band, le Yeastie Girlz.

Tutte le immagini sono di Cammie Tolui

LUSTY LADY ‘5 Dollars for 3 Minutes’

Le fotografie di Lusty Lady sono state scattate all’inizio degli anni Novanta, era una studentessa di fotogiornalismo, non poteva permettersi il costo delle enormi quantità di pellicola e carta necessarie per i corsi, così facendosi coraggio fece un colloquio per diventare spogliarellista, ciò gli permetteva di guadagnare abbastanza soldi.

Durante il corso di fotogiornalismo gli venne chiesto di lavorare sulla propria vita quotidiana,

la fotografa decise così di fotografare i clienti del locale Lusty Lady Theater per cui offriva un dildo show gratuito in cambio di una o due foto. Cinque dollari significavano tre minuti di tempo per guardarla spogliarsi, posare e (far finta di) masturbarsi, mentre il cliente poteva fare quasi tutto quello che voleva.

Cammie Tolui:

“La verità è che ho trovato liberatorio fare la spogliarellista. Chi l’avrebbe mai detto? Mi ha permesso di liberarmi delle inibizioni sessuali; mi ha dato un enorme bacino di amicizie femminili forti, intelligenti, radicali, aperte e molto divertenti; mi ha dato la possibilità di avere un reddito decente che mi ha permesso di essere indipendente, mi ha sostenuto durante il mio percorso universitario e mi ha offerto un’enorme opportunità creativa che ha portato a una vita di riconoscimenti artistici positivi e, infine, a questo stesso libro”.

Nonostante il progetto sia stato esposto in istituzioni prestigiose, ciò che è stato mostrato sono scatti di lei, di clienti vestiti o delle poche coppie eterosessuali della serie.

Le immagini di uomini in erezione sono rimaste in gran parte inedite. “I curatori e gli editori hanno scelto le immagini in cui c’era una donna, perché è sicuro”, dice Toloui. “Siamo abituati a vedere le donne in un contesto sessualizzato. Ma per me era così frustrante che non mostrassero il vero lavoro, cioè gli uomini che si masturbano. È la maggior parte del lavoro”.

Ci sono voluti quasi 30 anni e uno specialista emergente di libri fotografici, Void di Atene, per pubblicare tutta la serie al completo;

questo riflette una maggiore apertura contemporanea sul lavoro sessuale e sulla sessualità femminile, ma anche il fatto che ora ci sono più artiste, editori e curatori donna, “quindi non sono solo gli uomini a decidere cosa può essere visto”. Tuttavia, l’autrice afferma che c’è ancora molto da fare per mostrare lo sguardo femminile e la sessualità maschile, e aggiunge che farlo aiuterà anche gli uomini. Se il patriarcato stabilisce determinati ruoli per le donne, lo fa anche per gli uomini, sottolinea l’autrice; per alcuni dei suoi clienti, il Lusty Lady era l’unico posto in cui potevano far cadere la maschera. Era l’unico posto, forse, dove potevano mostrare i loro veri desideri, la lingerie sotto l’uniforme.

Cammie Tolui:

“Questi uomini non stanno fingendo”, dice. “Tutte quelle cose che si vedono ogni giorno, uomini che devono pavoneggiarsi, ingigantirsi, camminare a testa alta o parlare da duri, sono un fardello per chi non è così. Ma agli uomini è permesso di essere qualcosa di diverso dall’ideale maschile? Questa rivoluzione deve ancora avvenire”.

Sitografia:

https://www.discardedmagazine.com/portfolio/cammie-toloui-on-creating-a-mirror-to-male-gaze/

https://www.cammiet.com/lusty-lady

https://www.theguardian.com/culture/2021/aug/16/cammie-toloui-camera-sex-worker-photojournalist

https://void.photo/5dollars

https://i-d.vice.com/en/article/v7e7km/feminist-strip-club-90s

Martine Franck, grinta ed energia

La fotografa belga Martine Frank, sposatasi nel 1970 in seconde nozze con il fotografo francese Henri Cartier Bresson  definito “l’occhio del secolo”, di trenta anni più vecchio di lei, ha rischiato di essere ricordata solo per la fama del marito, se non avesse messo grinta e energia per acquisire e imporre al pubblico una cifra stilistica e contenutistica del tutto personale. E’ significativo ricordare che la sua prima mostra personale organizzata nel 1970 a Londra dall’’Institute of Contemporary Arts, fu da lei annullata senza alcuna esitazione, quando si rese conto che gli inviti, oltre al suo nome, recavano anche quello del marito che sarebbe stato presente all’inaugurazione attirando numerosi visitatori.

FRANCE. Provence. Town of Le Brusc. Pool designed by Alain CAPEILLERES.

Nata ad Anversa nel 1938 da una madre inglese appassionata di arte e da un padre banchiere collezionista dilettante, ben presto si trasferì con i genitori a Londra; in seguito si recò a Madrid e a Parigi dove studiò materie artistiche. Nel 1963, durante un avventuroso viaggio in estremo Oriente, scoprì la passione per la fotografia grazie ad una fotocamera Leica prestata dal cugino. Tornata a Parigi iniziò a lavorare come fotografa freelance per riviste famose come Vogue, Life e Sports Illustrated, assumendo ben presto un incarico ufficiale presso il Théâtre du Soleil di cui immortalò spettacoli e back stages per quarantotto anni. Nel 1983 divenne membro effettivo dell’agenzia fotografica Magnum, incarico prestigioso e molto raro conferito ad una donna e nel 2005 fu insignita del titolo di cavaliere  della Légion d’Honneur francese.

Timida, riservata e poco interessata alla vita mondana,  le immagini documentarie e i suoi magnifici ritratti si rivolgevano con interesse al mondo degli umili, dei vecchi e delle donne: “ … la fotografia si adatta alla mia curiosità per le persone e le situazioni umane…”, affermava Martine in una intervista rilasciata al New York Time.

Cartier Bresson fotografato da Martine-Franck

Martine Franck

 Dal punto di vista letterario,  Mark Twain e Conan Doyle, conosciuti attraverso le letture che sua madre le faceva da bambina, rimarranno i suoi punti di riferimento, come il grande Hitchcock per il cinema; in campo fotografico durante numerose interviste citava spesso Julia Margaret Cameron, Dorothea Lange e Margaret Bourke-White. In sintonia con il Marito Henri Cartier Bresson, la Franck sintetizza così la sua passione per la fotografia: “. ..Ciò che soprattutto amo nella fotografia, è precisamente il momento che non si può anticipare, bisogna stare costantemente in allerta, pronti a captare ciò che è inatteso…”. Le sue immagini rigorosamente in bianconero sono potenti e suggeriscono l’emozione della fotografa e dei soggetti ritratti durante lo scatto: gli anziani ripresi nei luoghi protetti oppure i bambini spesso immortalati mentre giocano per strada anche in situazioni precarie o disagiate sprigionano tenerezza, comprensione e partecipazione alle loro difficoltà da parte di Martine che non si sottrae dall’entrare nel mondo della sofferenza e dell’emarginazione, sempre con passo lieve ed elegante. Un suo importante lavoro riguarda le immagini che immortalano i monaci tibetani Tulku da cui traspare la loro vita gioiosa fatta di ascesi e trascendenza, da trasmettere con generosità agli altri.

Hospice d’Ivry sur Seine, France Foto di Martine Frank

Dopo la morte dell’illustre marito, insieme alla figlia Mélanie, nel 2003 creò la Fondazione Henri Cartier Bresson per conservare e promuovere il prezioso materiale fotografico da lui lasciato in eredità.

IRELAND. Donegal. Tory Island. 1995. Foto di Martine Frank

Michel Foucault nella sua abitazione, Paris. Foto di Martine Frank

 Colpita da leucemia, dopo due anni di strenua lotta contro la malattia affrontata con coraggio e determinazione, morì a Parigi nel 2012 all’età di 74 anni.

Bibliografia: Martine Franck, D’un jour, l’autre, Éditons du Seuil, Paris 1998

Sitografia: www.magnumphotos.com

www.elle.com

ARTICOLO DI GIOVANNA SPARAPANI

L’articolo ha scopo didattico divulgativo. Le immagini sono di proprietà dell’autore e non possono essere vendute.

Paola Agosti, sulla sua fotografia.

 Il padre, Giorgio Agosti, magistrato e in seguito dirigente d’azienda, svolse la sua attività politica all’interno del Partito d’Azione piemontese di cui fu tra i fondatori nel 1942. Antifascista fin dai tempi dell’Università, aderì clandestinamente a Giustizia e Libertà, partecipando alla lotta partigiana. Il fratello Aldo, intellettuale di spessore, professore di Storia contemporanea all’Università di Torino, ha prodotto numerosi studi relativi alla storia dei movimenti socialisti e comunisti. In questa famiglia ricca di ideali e valori profondamente democratici,  Paola Agosti nacque a Torino nel 1947; a ventuno anni, nel 1968, si trasferì a Roma iniziando con passione la sua attività di fotografa che la spinse a viaggiare in Italia, Europa, America del Sud, Africa, paesi che raccontò attraverso dettagliati reportages rigorosamente in bianconero. Particolarmente interessata a problematiche riguardanti il mondo femminile, alle donne ha dedicato importanti libri fotografici, quali “Riprendiamoci la vita” del 1977 e “La donna e la macchina” del 1983, con splendide immagini rivolte alle operaie nelle fabbriche del nord Italia. Nel 1984 pubblicò nel libro “Firmato donna”, con sessanta incisivi ritratti di scrittrici e poetesse italiane.

Fotografie di Paola Agosti

Particolarmente importante dal punto di vista sociale  l’opera “Come eravamo, il movimento delle donne nelle immagini di Paola Agosti, 1974 – 1982”: con intensa partecipazione la fotografa documenta le battaglie condotte dalle donne per la loro emancipazione, anni di lotte, di manifestazioni e cortei per urlare al mondo la necessità di liberarsi dalle pastoie a loro imposte da secoli. Essere vive al di là della triade, religione, patria e famiglia!

Il suo modo semplice ed estremamente efficace di raccontare per immagini, colpisce per i toni asciutti e sobri che non indulgono a facili sentimentalismi anche quando si tratta di immortalare il mondo degli umili, come le figure femminili che popolano il libro “L’anello forte” di  Nuto Revelli. Si tratta per lo più di donne piemontesi anziane ritratte nei campi o nelle loro cucine, con i capelli non curati, i volti solcati da reticolati di rughe profonde, riprese nella fatica del loro vivere quotidiano: pilastri della società contadina, condannate però ad essere dimenticate, relegate nel loro umile e ristretto mondo. “… Anelli forti e insieme deboli le donne ritratte da Paola Agosti e raccontate da Nuto Revelli… Tenaci custodi della memoria, capaci di far fruttare campi stentati e  l’allevamento delle bestie in tempo di guerra e , ancora di salvare le trame incerte della comunità durante le periodiche emigrazioni che producevano tante fabbriche di vedove “ . (Antonella Tarpino, introduzione al libro di Paola Agosti “ Il destino era già lì “, Cuneo 2015 ).

Paola Agosti con uno dei suoi cani, fotografia dal sito Maledetti fotografi.

Ricordiamo infine l’amore della fotografa per gli animali, soprattutto i cani, suoi fedeli compagni di vita Nel  libro “Caro cane” edito nel 1997 da La Tartaruga edizioni, magnifiche fotografie delle più varie razze canine immortalate in pose spontanee, vengono affiancate a riflessioni personali e  ironiche dettate da un animo partecipe e attento a cogliere particolari sottili del rapporto degli animali con il genere umano: “In fin dei conti la maggior parte dei padroni arriva ben presto ad obbedire al proprio cane… Io non so se ci sia il Paradiso, ma mi piace credere che per quanto siano i nostri santi umani e degni di essere esaltati, sarebbe difficile trovare tra loro un santo più completo di un buon cane” ( P.A.)

Articolo di Giovanna Sparapani

Paola Agosti, Caro cane, La Tartaruga edizioni, Milano 1997

Paola Agosti, Il destino era già lì, Araba Fenice, Cuneo 2015

Paola Agosti biografia completa http://www.paolaagosti.com/pdf/biografia.pdf

www.paolagosti.com

https://patrimonio.archivioluce.com

www.fiaf.net ˃ gallerie ˃ torino

Dino Fracchia, in Piazza – rabbia e passione

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Come siamo cambiati? Come è cambiato il nostro modo di protestare e stare in piazza dagli anni ’70 ad oggi? Attraverso una galleria di immagini, selezionate dal vasto archivio del fotografo milanese Dino Fracchia ripercorriamo i grandi movimenti che hanno caratterizzato le proteste degli ultimi cinquant’anni d’Italia alla ricerca del filo rosso che unisce più di una generazione sotto le bandiere della protesta, alla ricerca di un mondo migliore. Più di cento fotografie, quasi cinquant’anni di piazza dagli anni’70 ai giorni della pandemia. Anni ’70: Operaie e operai; Il movimento; Le femministe; I festival giovanili. Anni ’80: Studenti, punk, autonomi e il movimento antinucleare. Anni ’90: I centri sociali. Genova 2001: il G8 e il Genoa Social forum. Anni 2000: Non una di meno; Fridays for future. 2020-2021: La pandemia da coronavirus, torneremo più in piazza? Con i contributi scritti di: Vittorio Agnoletto, Carlotta Cossutta, Sandrone Dazieri, Erri De Luca, Federico Dragogna, Patrizio Fariselli, Vicky Franzinetti, Manuela Fugenzi, Sergio Marchese, Giorgio Oldrini, Xina Veronese. Da Amazon

Copyright: Dino Fracchia

Dino Fracchia – Dino Fracchia, fotogiornalista di Milano (Italia). Attivo da molti anni nel campo del reportage sociale, economico, scientifico e geografico. Collaboratore dei maggiori giornali nazionali ed internazionali

Fracchia è uno dei più riconosciuti fotografi che, negli ultimi 50 anni, si è occupato dei movimenti sociali. Qui potete sfogliare il suo archivio online

Copyright: Dino Fracchia

Ciao Sara

Chris Hondros, essere fotografo di guerra

Spari. Epicentro del conflitto.

Un cellulare che squilla. Tra il rumore dei caricatori che si svuotano, una voce calma risponde “Si, sono Chris.. Ok ok, penso vada bene. Richiamami fra mezz’ora circa.”

Inizia cosi’ “Hondros”, il documentario che racconta la storia di Chris Hondros, staff photographer di guerra di Getty Images, una delle più grandi agenzie fotogiornalistiche al mondo.

La giornalista lo incalza: “Un mio amico mi ha detto che, fra tutte le persone che fanno giornalismo, i fotografi di guerra sono i più pazzi.”

Ride, Chris. “Vedi” risponde “Il problema con la fotografia di guerra è che non c’è assolutamente nessun modo di farla da lontano. Devi essere vicino, non puoi farla dal tuo hotel, dall’altra parte della strada, dall’altra parte del ponte. Devi essere lì”.

In questi pochi secondi è raccolta l’essenza della vita e del lavoro di Chris Hondros.

Nato a New York nel maggio del 1970, da immigrati greci e tedeschi, passa la maggior parte della sua gioventù nel North Carolina.

Capisce subito che la sua strada è il giornalismo, e nella fattispecie, il fotogiornalismo.

Inizia a lavorare per giornali locali, e con l’amico Greg Campbell, fonda un’agenzia giornalistica.

Sentendosi strette le notizie e l’informazione locale, e volendo cercare un po’ di azione, all’inizio della guerra dei Balcani, decidono di prendere tutto quello che hanno e, insieme a pochi altri colleghi, si tuffano in un mondo che segnerà per sempre le loro vite, quello della fotografia di guerra.

Kosovo, Angola, Sierra Leone, 11 settembre, Afghanistan, Kashmir, The West Bank, Iraq, Liberia.

“Nomina uno dei conflitti che e’ avvenuto negli ultimi due decenni e sicuramente troverai qualche lavoro di Chris”, dice un suo collega.

2 volte finalista al Pulitzer, 1 honorable mention al World Press Photo, 1 Robert Capa Gold Medal, sono solo alcuni dei riconoscimenti che si porta a casa.

Ma sono le sue foto a parlare, facendo il giro del mondo, pubblicate sui più importanti quotidiani e riviste.

La celebre foto della bambina di Tal Afar, Iraq,  (superstite, dopo che la famiglia e’ stata sterminata per errore ad un checkpoint americano), serve a riaccendere le luci su un conflitto considerato ormai chiuso dai media mainstream.

“Tornavo in Iraq appena potevo, per documentare quello che succedeva.” dice. “Quella notte, a Tal Afar, ero assieme ad una pattuglia americana. Quando l´auto è stata colpita, ho continuato a scattare, anche se non credevo ai miei occhi. Il comandate del plotone mi aveva chiesto di aspettare a pubblicare le foto, perché’ sapeva avrebbero creato una reazione negli USA. Io l’ho rassicurato, poi appena tornati alla base, ho scaricato le foto, e inviate subito in redazione, prima che potessero bloccarmi. Il mattino dopo erano già sui quotidiani di tutto il mondo.”

Le sue foto, insieme a quelle di altri pochi colleghi, nella furiosa guerra civile in Liberia, fanno intervenire i caschi blu dell’ONU, e porre fine al conflitto.

“Chris credeva fermamente in ciò che voleva che fosse la sua fotografia”, afferma Pancho Bernasconi, Vice Presidente di News per Getty Images. “Potevo catapultarlo in qualsiasi situazione e non dovevo spiegargli perché era lì… credeva nel potere di far accendere una luce in un luogo che altrimenti sarebbe rimasto buio.”

Nel 2011, allo scoppio del conflitto libico, rinuncia a partire per la Libia, perché ritiene la situazione troppo instabile, e perché in procinto di sposarsi.

In seguito al rapimento, e successiva liberazione, di alcuni colleghi (tra cui anche la celebre fotogiornalista Lynsey Addario), decide di partire.

Il 20 aprile 2011, mentre stava documentando l’assedio di Misurata e gli scontri tra le forze governative ed i ribelli, rimane ucciso da un colpo di mortaio, insieme al collega Tim Hetherington.

(FILE) American photojournalist Chris Hondros walks during the seige of Monrovia, Liberia 03 August 2003. Chris Hondros a multi award winning photographer for Getty Images, was killed on 20 April 2011 while covering fighting in the city of Misrata, Libya when a rocket-propelled grenade (RPG) struck a house he was in.

Durante un’intervista, dice: “Credo nella fotografia. Credo nel ruolo che i giornalisti, ed in particolare i fotografi, hanno in tutto il nostro sistema di conflitti internazionali e nel modo in cui risolviamo le differenze. Abbiamo un ruolo da svolgere e voglio essere coinvolto in questo”.

Escono postumi “Hondros”, documentario che trovate su Netflix e in DVD, e “Testament”, libro con le sue foto e che racconta della sua vita.

Articolo di Alessandro Annunziata