Intervista a Francesco Faraci

Intervista di Simona Buscaglia

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Tutte le immagini presenti nell’articolo sono di Francesco Faraci, vietata la riproduzione

Ragazzi di strada, prostitute, gente dei quartieri popolari palermitani e siciliani. Queste sono le coordinate del lavoro fotografico di Francesco Faraci, classe ‘83, che con il suo ultimo progetto ‘Malacarne’ ha raggiunto riconoscimenti importanti, dal PX3 – Prix de la photographie Paris al Mifa (Moscow International Foto Awards).

Sfogliando il libro Malacarne, se non si conoscesse il territorio di partenza, le immagini rappresentate potrebbero tranquillamente provenire dal Medio Oriente, o da scenari di guerra, tra paesaggi diroccati e abbandonati a se stessi. Era una precisa intenzione quella di registrare un disagio di questo tipo rendendolo simile a quello di tanti altri nel mondo?

“Il disagio è uno sfondo, è solo il contesto in cui questi ragazzi si muovono quotidianamente, non era il centro del lavoro. Al contrario, io volevo mostrare come uno spazio del genere venga in realtà vissuto da questi bambini in modo, se vogliamo, inusuale. Palermo è una città dove la vita di strada è ancora molto presente. Ho cercato di universalizzare il discorso: potrebbero essere foto di qualsiasi altra città del mondo, come Caracas, Città del Messico, Londra o Milano”

Nella descrizione del lavoro si legge: “alla fine sono solo bambini”. Ma non sono proprio bambini qualunque. Nei quartieri popolari che fanno da sfondo al progetto, spesso questi ragazzi sono infatti usati, grazie ai guadagni facili in una vita difficile, dalla criminalità organizzata. Da qui anche il riferimento al titolo, che in dialetto palermitano vuol dire ‘gente poco raccomandabile’:

“È partito come un progetto di denuncia, poi però, mano a mano che si sviluppavano i rapporti con questi ragazzi, è diventato più una forma d’amore tra me e loro. Molti di loro sono ancora troppo piccoli per essere definiti davvero ‘Malacarne’, ma il rischio che cadano nella trappola dello sfruttamento da parte della malavita c’è, è inutile nasconderlo. Io ovviamente mi auguro di no, però il rischio esiste”.

Com’è nato il progetto?

 “Con uno di questi ragazzi, per caso. Mi sono ritrovato in uno di quei quartieri e mi ha chiesto un passaggio per la stazione centrale. Durante il tragitto mi ha raccontato la sua vita e mi è venuta voglia di andare a vedere con i miei occhi”. Già, perché parliamo di quartieri dove devi andare apposta: “Poi ho dovuto far capire loro, ma anche ai parenti, e alla gente del quartiere, che ero venuto in pace, che non andavo lì per strumentalizzare. Andavo lì perché mi piaceva. Ho trovato solidarietà, persone che sono entrate in confidenza con me, facendomi spazio in quello che potrei definire un mondo nel mondo, con un suo linguaggio e i suoi modi di dire. È stato tutto un divenire, niente era prestabilito, nemmeno che io diventassi un fotografo: da un quartiere a un altro, in tre anni io sono cresciuto con loro e grazie a loro”.

Chi fa street o reportage di questo tipo, a stretto contatto con le persone e, in questo caso, anche con minori, deve fare i conti con privacy e liberatorie. Qual è stato il tuo approccio?

“Di assoluta trasparenza, anche perché io ero l’agente disturbante, esterno alla loro microsocietà. Ho cercato di pormi da palermitano a palermitano, senza atteggiamenti giudicanti, senza fare paternali a nessuno. Non sono entrato subito con la macchina fotografica, è venuta dopo, prima sono ritornato ad essere bambino con loro e in seguito la macchina fotografica è diventata invisibile”

Quale può essere una giornata tipo di questi ragazzi?

“Subito dopo la scuola stanno in strada a giocare. Io sapevo che se scendevo a tal orario, in quelle vie, li trovavo lì. Non avendo incombenze di alcun tipo, sono i più liberi di tutti: vivono per strada, perché nei quartieri popolari la vita è lì. Per il resto sono come tutti gli altri ragazzi della loro età: sognano di diventare calciatori e di fare soldi il più in fretta possibile. I quartieri sono rimasti com’erano però le aspettative sono quelle contemporanee, ricalcano la società di oggi, il telefonino d’ultima generazione e le ultime scarpe da ginnastica. L’unica differenza con gli altri ragazzi è il rischio maggiore di prendere brutte strade”

Il progetto potrebbe presto diventare una fotografia di com’era la città e di come forse fra poco non sarà più. A Palermo è in atto un restyling con interventi massicci anche nel centro storico.

“Molti palazzi sono stati acquistati da società che ne hanno fatto appartamenti, ed è tornata di moda l’idea di andare a vivere nel centro storico. Si sta popolando quindi di professionisti e architetti, e, se per qualcuno è un aspetto positivo, e in parte lo è, per il turismo magari, mi chiedo dove andranno ad abitare tutte quelle persone che nel centro storico sono state fino adesso. Verranno in qualche modo spostati, come è già successo in passato, in zone periferiche? Chi vive questi quartieri da “non residente”, non si pone spesso il problema di come e chi ci viveva prima, parlando del degrado e basta, senza chiedersi ‘perché sono venuto ad abitare qui?’ “

Ti occupi della vita di tutti i giorni della gente dei quartieri popolari, dai loro pomeriggi al mare (il quartiere Brancaccio di Padre Puglisi) alle feste tradizionali di ‘Cupe Vampe’, fino ai funerali. Perché sono il tuo soggetto preferito e perché hai scelto il bianco e nero?

“L’interesse per le zone più buie della mia terra penso che venga da tutto il mio immaginario di base, da quello che ho letto, che ho visto al cinema, che ho ascoltato, penso fra tutti a Fabrizio De Andrè. Tutto questo ha contribuito a formare la mia idea del mondo e i miei interessi. Qui, in questi quartieri, in queste storie, posso toccare la vita con mano, nella sua umanità e disumanità, qui non la sfiori, ci passi attraverso ed è il mio modo di andare dentro le cose. Prendo la macchina e cammino, non parto con l’idea di fare foto. È in sostanza il mio bisogno d’incontrare gli altri. Mi piace dare alle fotografie un aspetto atemporale, certe cose sono eterne, per questo scatto in bianco e nero già in macchina. Non è forse nemmeno una scelta stilistica o estetica, ho cominciato così istintivamente: io vedo così”.

Oltre a fotografo sei anche scrittore, quali sono le differenze che hai notato nel tuo approccio tra lo scrivere e fare foto?

“D’impatto ti direi il movimento: la scrittura la faccio sempre da seduto, è un viaggio diverso. Con la scrittura a volte dico quello che con la fotografia non riesco a esprimere e viceversa. Con la prima sai sempre dove vuoi andare, almeno parlo per me, mentre con la seconda, quando esce una buona foto è un po’ come fosse sempre un piccolo miracolo. La fotografia è più istintiva, durante non ci pensi, senti solo che quel momento deve essere immortalato”

Il contesto in cui ti muovi è e rimane la tua Sicilia. C’è una volontà precisa di raccontare la tua terra?

“C’è una voglia di ricercare dei perché: per quale motivo nasci su un’isola e non in una città? Sono probabilmente domande a cui non darò mai una risposta ma me le pongo ugualmente. Da quando ho capito che con la fotografia potevo raccontare qualcosa ho capito che ‘qua ero e qua volevo stare’. C’è già tanto materiale e voglio concentrami su quello che posso vedere aprendo le finestre di casa mia. Io mi prendo il mio spazio, il mio diritto di camminare lentamente, in contrapposizione alla velocità alla quale siamo sottoposti oggi”.
Anche nei tuoi progetti futuri rimani nella tua ‘amata/odiata’ isola

“Sì, sto facendo un viaggio nei paesi meno conosciuti della Sicilia e sto cercando di documentarli nella loro essenza, senza guardare il tipo d’umanità che troverò, vecchi o bambini; l’importante è la strada che percorro e quello che mi succede durante. Si chiamerà Atlante Umano”

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